29 Dicembre 2016

Vivere insieme come fratelli o morire da soli?
L’ardua scelta tra convivenza e commorienza

Redazione

Tempo di lettura: 3 minuti

di Daniele Lugli

Nella mia città un gruppo (giovani scellerati e vecchi malvissuti, avrebbe detto, credo, Salvemini, ma anche adulti con entrambe le caratteristiche, a quel che mi è dato di vedere) chiede da tempo la presenza dell’Esercito per contrastare il sostare in giardinetti o l’andirivieni ciclistico di giovani stranieri, anche non residenti a Ferrara, che qui svolgono la loro attività di spaccio. Vi è certo un disagio di cittadini più a contatto con queste, e altre, presenze, per più aspetti problematiche. Preoccupazioni vengono alimentate fino a trasformarsi in allarme, paure e rifiuto nei confronti degli immigrati in generale e dei nuovi arrivi in particolare. Chi si impegna per far fronte alle difficoltà connesse all’accoglienza di persone giunte da paesi lontani, fuggendo da situazioni invivibili, è additato come nemico dei ferraresi e della loro tranquillità.
Così un tema di convivenza e legalità, che richiede risposte in primo luogo di ordine sociale, è prima trasformato in problema esclusivamente di sicurezza e ordine pubblico e, con l’intervento richiesto dell’Esercito (non bastano polizie e carabinieri?), in difesa dal nemico. In altre città questa richiesta viene addirittura dal Sindaco, come a Milano, o dal Prefetto, come a Torino. Leggo dai giornali: “Emergenza sicurezza a Milano”. Sala: “Chiederò l’esercito nel quartiere multietnico” e Milano trema. E ancora: “Bombe carta e guerriglia a Torino”. Situazioni, certo difficili, sono state lasciate marcire fino alle estreme conseguenze e si invocano maniere ‘dure’, della cui inefficacia siamo certi. La motivazione ‘politica’ (la chiamano così) è chiara: dice il Sindaco di Milano, “Non lasciamo la questione in appalto alle destre” e, con 50 militari aggiunti, pensa il Prefetto di Torino di presidiare giorno e notte un abitato dove vivono un migliaio di africani, da censire prima di sgomberare.

Si interroga un giornalista su Repubblica sulle ragioni del tremito milanese, visto che a Milano i reati calano (162 mila due anni fa, 152 mila l’anno scorso, 105 mila nel novembre di quest’anno e in 10 anni sono calati del 36%), i colpevoli vengono acciuffati come mai in passato. Certo, annota il giornalista, la popolazione invecchia, i furti ci sono, c’è la “malattia della paura percepita”. E poi, dico io, c’è un capro espiatorio ideale, che sembra fare il possibile per farsi individuare come tale: loro, gli stranieri tra noi. Conclude ragionevolmente il giornalista “difficile pensare che dove lavorano, tra forze di polizia e vigili, quasi 15mila unità, come antidoto bastino 650 soldati e, come d’incanto, sul far della periferica sera, torni nei cuori il sereno”. Difficile che lo stesso miracolo lo facciano i 50 militari a Torino dove il prefetto chiede aiuto all’esercito dopo i tre ordigni lanciati per vendetta dopo una rissa. Gli abitanti esasperati: abbiamo paura. Centinaia di africani in rivolta: “Italiani razzisti, la polizia ci controlla e non ci difende”.

Ci aveva messo in guardia Alex Langer al punto 9 del suo “Tentativo di decalogo per una convivenza inter-etnica”, il solo punto che contiene un divieto: “Una condizione vitale: bandire ogni violenza. Nella coesistenza inter-etnica è difficile che non si abbiano tensioni, competizione, conflitti: purtroppo la conflittualità di origine etnica, religiosa, nazionale, razziale, ecc. ha un enorme potere di coinvolgimento e di mobilitazione e mette in campo tanti e tali elementi di emotività collettiva da essere assai difficilmente governabile e riconducibile a soluzioni ragionevoli se scappa di mano. Una necessità si erge pertanto imperiosa su tutte le altre: bandire ogni forma di violenza, reagire con la massima decisione ogni volta che si affacci il germe della violenza etnica, che – se tollerato – rischia di innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili. Ed anche in questo caso non bastano leggi o polizie, ma occorre una decisa repulsa sociale e morale, con radici forti: un convinto e convincente no alla violenza”. Leggi e polizie, servono dunque, ma non bastano. Né serve aggiungere l’esercito. Vanno mobilitate tutte le risorse sociali ed educative di una società che voglia meritarsi l’appellativo di civile.
Lo diceva Martin Luther King: o impariamo a vivere assieme come fratelli (magari non troppo amorosi, penso io) o siamo destinati a morire assieme da stupidi. Se non siamo capaci di convivenza sarà la commorienza ad attenderci.



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