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Deficit: spesa o investimento sul futuro?

Quanti di noi ritengono onorevole contrarre dei prestiti per far studiare i propri figli? Negli Stati Uniti il prestito per poter frequentare l’università è una prassi e ci si indebita di molte migliaia di dollari sapendo che in futuro bisognerà restituirli a rate e per decenni. Quindi si spende oggi più di quello che si possiede, ci si indebita per assicurarsi un futuro da ingegnere oppure da avvocato o addirittura da astronauta e scienziato.
A nessuno verrebbe di imporre al buon padre di famiglia di non contrarre un prestito per migliorare le aspettative sul futuro di suo figlio o addirittura di punire quest’ultimo quando lo si scoprisse a varcare la soglia del college.
Agli Stati invece viene imposto il controllo del deficit di bilancio sui conti pubblici facendolo passare per una cosa logica, auspicabile, di buon senso; e si impiega addirittura l’anno solare come termine per rientrare del proprio investimento come se questo possa convergere con l’anno economico.

Un investimento va visto in termini di ciclo economico: il prestito o deficit fatto per lo studio è un investimento che si calcola su un’intera vita umana, un ciclo economico che solitamente dura dall’iscrizione all’Università, passa per la ricerca di un lavoro, fino al miglioramento delle proprie condizioni di vita sociale. Una durata anche di venti o trent’anni.
Una spesa a defict per un investimento in ricerca sul cancro significa aspettarsi un ritorno, in termini di miglioramento delle condizioni di salute, per le prossime generazioni. Spendo quindi oggi e indebito l’attuale generazione – in termini di moneta, cioè nella realtà in termini macroeconomici e di Stati: “non indebito” – per lasciare una vita più lunga e più sana ai miei figli e nipoti. Tito Boeri eventuale ministro delle Finanze forse calcolerebbe la cosa in maniera diversa: vedrebbe la spesa di oggi come un peso per le future generazioni in termini di soldi, perciò raccomanderebbe di non spenderli oggi per lasciarli ai malati di cancro di domani, i quali, ovviamente, sarebbero molto contenti della scelta ed esulterebbero di essere più ricchi finanziariamente anche se malati di cancro.
Anche in termini politici esiste una differenza tra l’anno solare e l’anno politico, che rimarca la differenza di visione tra lo ‘statista’ e il ‘politico’. In Italia viene comunemente attribuita ad Alcide de Gasperi la frase: “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione”.

Del resto queste sono le ricette economiche e le politiche consigliate dal Fondo monetario internazionale, che prima di concedere prestiti si assicura che i soldi prestati non vengano spesi in investimenti improduttivi, come la salute o l’istruzione, ma solo che si possa essere in grado di restituirli con gli interessi. Immaginatevi se tutte le casalinghe cominciassero a ridurre la spesa giornaliera e quindi mettessero a tavola ogni giorno meno pane, pasta, vino e smettessero anche di comprare biscotti e brioches per la colazione. Mangiare di meno, spendere di meno, produrre di meno, lavorare di meno, tutto di meno compreso ovviamente i deficit. A quel punto di più avremmo solo la disoccupazione, i poveri, il numero delle aziende costrette a chiudere.
In realtà l’unica differenza tra la politica economica involontaria e immaginaria della casalinga di Vogh(i)era e quella reale e volontaria del Fmi è la cattiveria di fondo: l’una lo farebbe pensando di far del bene, mentre l’altro per i propri interessi e quelli dei creditori finanziari, che mai coincidono con gli interessi del popolo. La politica, concorde nel guardare all’anno solare, all’elezione prossima e alla punta del naso, legifera per l’occasione spaventando e utilizzando i mostri da tutti temuti: shrek, la notte fonda, la Cina, l’inflazione e l’immancabile debito pubblico.

L’errore quindi, o uno degli errori, nel giudicare la bontà di un investimento, è il lasso di tempo che gli si mette a disposizione per la verifica degli effetti e davvero risulta complicato, se non assurdo, immaginare che la spesa di uno Stato possa essere verificata di anno in anno. Uno Stato spende per sanità, ricerca, benessere dei suoi cittadini e persino quando elargisce pensioni o stipendi non fa altro che aumentare la possibilità di spesa e di richiesta di beni, quindi espande la sua economia piuttosto che contrarla. Lo Stato dovrebbe preoccuparsi di come possano essere creati beni e servizi da comprare con i soldi, non se mettere o meno questi ultimi a disposizione della cittadinanza.
La spesa dello Stato è uno degli strumenti a disposizione per governare l’economia piuttosto che subirla, per controllare e modificare i cicli economici ed evitare boom e crisi, per assicurare un futuro alle prossime generazioni senza distruggere quelle attuali.

Come dice l’economista americano Mark Blyth, “sarebbe difficile pensare che oggi avremmo avuto internet, il we, e lo smartphone senza gli investimenti del governo federale partiti negli anni Sessanta”.
Gli effetti delle politiche e degli investimenti macroeconomici degli Stati, come quelli delle famiglie per i figli, si vedono nel tempo. Chi non investe e non spende rimane al punto di partenza e le generazioni future non raccolgono i frutti dell’impegno e della visione di quella precedente.
A cosa ci hanno portato i valori del controllo del deficit, del debito pubblico, del pareggio di bilancio? Bisogna ricordare che sono valori perseguiti e ottenuti non da oggi, ma dall’inizio degli anni Novanta e che proprio questi hanno portato ai disastri attuali, come la svendita del patrimonio pubblico, la mercificazione dei valori di condivisione, partecipazione e cooperazione. Hanno portato ad avere un popolo che lavora, suda e soffre da solo con sempre meno Stato su cui poter contare e sempre più mercato a cui pagare interessi.

Due grafici per sintetizzare. Il primo del Ministero dell’economia e delle finanze, dove si evidenziano i continui surplus di bilancio dello Stato italiano, maggiori dei suoi competitor europei e realizzati per poter pagare gli interessi sul debito togliendo risorse ai cittadini.

Il secondo, invece, mostra dove vanno a finire sangue e sudore della gente comune (fonte:Oxfam).

Oltre la bufera: il film su don Minzoni fra storia e poesia

“Attendo la bufera”, scrisse don Minzoni poco prima di essere ucciso, consapevole che la sua opposizione al fascismo gli sarebbe costata cara. Ma il sacerdote di Argenta aveva una convinzione profonda: “Spendere la vita per un ideale non è morire, è vivere”. E così è stato.

Da sinistra: Stefano Muroni, Marco Cassini e Valeria Luzi

L’esistenza di don Giovanni Minzoni non è finita il 23 agosto del 1923: quasi un secolo ci allontana da quell’omicidio efferato, don Giovanni Minzoni torna a vivere, a far sentire la sua voce nel film ‘Oltre la bufera’. Ideato da Stefano Muroni, scritto da Marco Cassini in collaborazione con Valeria Luzi e Stefano Muroni, il lungometraggio sarà girato ad aprile in quindici location del territorio ferrarese: a Mesola, al Centro etnografico di documentazione del mondo agricolo ferrarese di San Bartolomeo in Bosco, al teatro Concordia di Portomaggiore, alla pieve di san Vito a Ostellato, a Palazzo Crema a Ferrara. Un film ambientato tra il 1919 e il 1923, con costumi e oggetti scenici originali curati da Luigi Bonanno, il costumista di Giuseppe Tornatore. È la prima grande sfida di Controluce, la società di produzione fondata nel 2017 da Cassini, Luzi e Muroni.
La regia di ‘Oltre la bufera’ è affidata a Marco Cassini, che già ha diretto ‘La notte non fa più paura’ e ‘La porta sul buio’: “Titoli scuri – spiega il regista – perché cercano di analizzare l’animo umano alle prese col buio”.

Perché è importante un film dedicato a Don Minzoni per Ferrara e Provincia? A risponderci è Massimo Maisto, vicesindaco e assessore alla cultura di Ferrara: “Questo film è significativo per tre aspetti. In primis è un film dedicato a una persona che è stata ammazzata perché voleva proporre un’idea di educazione alternativa; non è solo un capitolo della storia, ma un tema ancora molto attuale. In secondo luogo, tra i nostri obiettivi c’è quello di valorizzare la creatività giovanile: conosco da qualche anno Stefano Muroni per la sua attività di fondatore e di formatore del Cpa (Centro preformazione attoriale) e ritengo sia importante sostenere e aiutare i giovani talenti. Infine – insieme a Emilia Romagna Film Commission – stiamo facendo un lavoro per promuovere e attirare produzioni cinematografiche a Ferrara e provincia, come già è avvenuto con Pupi Avati, che ha scelto il nostro territorio per girare una nuova serie televisiva. L’obiettivo è valorizzare le risorse professionali, culturali e ambientali del territorio, per garantirne una maggiore visibilità”.

Quali aspetti della storia mette in luce la personalità di Don Minzoni?
La parola questa volta va ad Anna Maria Quarzi, direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, riferimento per la consulenza storica, grazie ai preziosi materiali custoditi nell’archivio dell’Istituto, tra i quali il famoso ‘Diario’: “Don Minzoni è una figura chiave della nostra storia. Ho trovato molto interessante la proposta di Stefano Muroni, in questo film, di analizzare e mettere al centro la figura dell’educatore, piuttosto di insistere sull’omicidio, che insieme al delitto Matteotti, segna la storia del fascismo. Perché viene ucciso don Minzoni? È proprio la sua opera di educatore che lo rende insopportabile al fascismo. L’educazione dei giovani italiani era uno dei pilastri del regime totalitario di Mussolini: dalla culla ai campi sportivi, poi le divise nere dei Balilla con le esercitazioni ginniche e le grandi manifestazioni. Si trattava di un lavoro capillare sulla popolazione, dalla nascita all’età adulta, per plasmare una mentalità, per formare il ‘fascista perfetto’. Il fatto che ci fosse un sacerdote con un forte ascendente sui giovani – che proponeva cose diverse, come il movimento Scout – era inaccettabile per il regime. Inoltre don Minzoni era un giovane, si interessava alle persone, era riuscito ad organizzare una ‘cooperativa’ bianca dove le donne potevano cucire e lavorare. Gli interessava rendere consapevoli i cittadini. Educava alla libertà”.

Don Giovanni Minzoni

Generosità, impegno, coraggio, tenacia: erano i tratti di un uomo dal grande carisma. Don Giovanni – nella sua parrocchia come in guerra – seppe conquistarsi affetto e riconoscimenti, fra cui la medaglia d’argento al valore militare.
“Conoscevo la storia di don Giovanni Minzoni da quando ero bambino. Non ricordo chi me l’avesse raccontata. Ma sentivo l’esigenza, un giorno, di narrarla, per non perderne la memoria, per non farla svanire nel vento”, osserva Muroni, che vestirà i panni di don Minzoni. “Personalmente non ho mai creduto che possano esistere storie di destra o storie di sinistra. Per me, per noi piccoli cantastorie della bassa, esistono solo storie belle o storie meno belle. Da quando ho iniziato questa avventura ho sempre cercato di raccontare storie belle, che potessero commuovere ed emozionare, e che potessero dare un esempio alle future generazioni. La bellezza, dunque, di cui ne abbiamo tanto bisogno. L’armonia nella drammaticità. La favola che supera la storia”.
E quella di don Minzoni è appunto una “storia bella” che Stefano Muroni ha scelto di narrare per immagini. Chiediamo a lui – ideatore, sceneggiatore e attore protagonista – di raccontarci qualche particolare di ‘Oltre la bufera’, le cui riprese sono iniziate proprio in questi giorni di aprile.

Dove ha trovato l’ispirazione per questo film?
Nessuna ispirazione. Le storie soffiano nel vento. Basta solo mettersi in ascolto. Sono loro che scelgono te. Tu hai solo il dovere e la responsabilità di raccontarle. Mi è successo sempre così, fin da bambino. Così sto facendo, con passione ed entusiasmo.

Da quanto tempo ci state lavorando?
Da due anni, se considero il progetto iniziale, poi la scrittura del soggetto e la ricerca finanziamenti. Personalmente da quasi 29 anni: nulla arriva per caso, ma tutto è il risultato delle proprie esperienze, della propria esistenza su questa Terra.

Perché per lei questo film è importante?
Perché parla di noi, del nostro presente, del nostro vicino futuro. Tratta di un uomo, prima che di un prete, che torna dalla trincea con l’anima mutilata, e cerca di portare gioia e coraggio tra la sua gente attraverso l’educazione dei giovani, con la consapevolezza che sarebbe stato ucciso. Ieri come oggi ci sono persone che scambiano l’educazione per strategia politica. Don Minzoni ebbe il coraggio di dire no a questo sistema violento e denigratorio. Pagando con la vita.
Il coraggio di dire no. Ecco perché è importante questo film, questa storia. Per ricordarci che a volte bisogna dire no, costi quel che costi.

Che cosa può insegnare don Minzoni alle giovani generazioni?
Quella di don Minzoni era una generazione che non possedeva nulla: non aveva soldi per comprarsi le scarpe o una camicia. C’era gente che non vedeva un pasto al giorno. Alcuni avevano perso il marito, o il fratello, o il padre in guerra. Non avevano nulla se non gli ideali. Sia da una parte che dall’altra. Ideali giusti o sbagliati. Ma lottavano per qualcosa. Ecco l’esempio di don Minzoni che ci parla ancora oggi, l’enigma eterno da risolvere: vivere per niente o morire per qualcosa.

Che cosa rappresenta un film come questo per Ferrara?
Intanto un tempo e uno spazio di riflessione sul presente. Ricordarsi che gli estremismi portano inevitabilmente a scontri spesso violenti. E la storia a volte si ripete. Forse non insegna, purtroppo, ma si ripete ancora oggi. Ce lo dice l’attualità. E poi ritorna il cinema a Ferrara, nel ferrarese, fatto da ferraresi, dopo ‘La notte non fa più paura’. Voglio dimostrare che anche qui, nella mia terra, è possibile fare cinema di alta qualità, con la professionalità di gente del posto. E che ‘La notte’ non è stato solo un caso, ma può diventare la regola.

Come vi siete documentati per ricostruire la vicenda storica?
Leggendo tutti i libri storici presenti, i diari, andando al museo di Argenta dedicato a don Giovanni, parlando con Anna Maria Quarzi, con lo storico Giuseppe Muroni, ma anche respirando l’aria dei posti dove ha vissuto il nostro protagonista.

Qual è il rapporto tra storia e finzione? Tra fatti documentati e poesia?
La biografia di alcuni personaggi realmente esistiti non era suffragata dalla sufficiente documentazione, così abbiamo cercato di immaginare alcune loro azioni, rendendo il tutto molto verosimile. La poesia? Ce ne sarà molta, nonostante sia un film anche molto violento. Ma non dico ancora nulla.

Qual è la frase più bella della vostra sceneggiatura?
Secondo me quella che pronuncia don Minzoni al ricreatorio, davanti al popolo argentano: “D’ora in avanti, abbiate il coraggio di dire no!”

Che cosa la spaventa e che cosa la attrae di questa sua nuova avventura professionale?
Non nascondo che la produzione di questo film sia estremamente complessa, ed è la prima volta che mi trovo a ‘maneggiare’ un progetto così importante, sia a livello produttivo che a livello artistico. Senza contare che è un film d’epoca, girato in costume. Ma è questo ciò che mi attrae: la complessità. Se portiamo al cinema un bel lavoro, mi sentirò per la prima volta un ‘adulto del settore’. Per adesso mi sento ancora un ragazzo di cinema.

Una dedica particolare per questo film?
Alla mia famiglia. A Valeria, mia futura moglie. A Marco Cassini. A chi mi ha messo i bastoni fra le ruote, ma non ce l’ha fatta. A chi ha creduto in me e al progetto.
E, soprattutto, alla memoria di Folco Quilici.

“La verità dei fatti” fra condizionamenti e fake news. Paolo Pagliaro venerdì a Unife

“La verità dei fatti”: a parlarne sarà Paolo Pagliaro, ora coautore ed editorialista di “Otto e mezzo” (in onda ogni sera su La7), e in precedenza caporedattore di Repubblica, vicedirettore dell’Espresso e direttore di vari quotidiani locali. L’occasione è il secondo seminario del ciclo “l’Etica in pratica 2018” organizzato a integrazione del corso di Etica della comunicazione e dell’informazione tenuto a Unife dal professor Sergio Gessi. Partecipazione libera per tutti (anche per i non iscritti all’Università). Gli incontri hanno lo scopo di favorire il confronto e la conoscenza, presupposti alla consapevolezza e condizione per un responsabile e attivo esercizio dei diritti di cittadinanza.

Nel dettaglio ecco il calendario completo di EtInPra’18 – Gli incontri si tengono nell’aula magna Drigo del dipartimento di Studi umanistici, in via Paradiso, 12 a Ferrara fra le 10,15 e le 12:

23 marzo – Prologo: Etica, comunità, solidarietà
“Sotto lo stesso cielo”
relatore: Gaetano Sateriale, sindacalista (ex sindaco di Ferrara)

6 aprile – Etica e comunicazione giornalistica
“La verità dei fatti”
relatore: Paolo Pagliaro, giornalista, direttore dell’agenzia Nove colonne, editorialista di La7

13 aprile – Etica e comunicazione ambientale
“Che brutto ambiente! La comunicazione sostenibile tra etica e cinismo”
relatore: Andrea Cirelli, coordinatore scientifico di AccaDueO

20 aprile – Etica e impresa
“Fra cooperazione e vincoli di mercato”
relatore: Andrea Benini, presidente Legacoop Estense

27 aprile – Etica e medicina
“Avere cura”
relatore: Giancarlo Rasconi, medico, direttore sanitario poliambulatorio Caritas

4 maggio – Etica e marketing
“Parole dolci come biscotti”
relatrice: Valentina Preti, copywriter di Alce Nero

11 maggio – Etica e culture
“L’altro”
relatore: Raffaele Rinaldi, direttore associazione Viale K

23 maggio (mercoledì, ore 8,30-10) – Etica e sport
“Vittoria morale: il calcio fra ansia di affermazione e rispetto”
relatore: Luca Mora, calciatore Spezia

25 maggio – Convenzioni e riti fra palco e quotidianità
“La vita in scena”
relatore: Marco Sgarbi, attore-regista, fondatore Teatro Off

Don Piero Tollini “Tra profezia e cambiamento”

Da ufficio stampa Istituto Gramsci Ferrara

Il Centro di Documentazione di Santa Francesca Romana e l’Istituto Gramsci presentano Lunedi 26 Marzo ore 16,30 presso la Sala del Centro di Documentazione di Santa Francesca Romana via XX settembre 47 Romana, il volume “ DON PIERO TOLLINI – TRA PROFEZIA E CAMBIAMENTO” realizzato con i contributi di Camilla Ghedini, Miriam Turrini, Don Andrea Zerbini. Parteciperà Mons. Gian Carlo Perego Arcivescovo di Ferrara-Comacchio. Coordina l’incontro Roberto Cassoli .

Don Piero Tollini nacque a Besozzo, in provincia di Varese il 12 aprile del 1921. Dopo il diploma dell’istituto Tecnico Commerciale del capoluogo, lavorò per un breve periodo a “La Prealpina” . Su suggerimento di Don Primo Mazzolari, che reggeva la Chiesa di Bozzolo, frequentò il Seminario di Ferrara, ai tempi in cui Vescovo era Monsignor Ruggero Bovelli. Venne ordinato sacerdote il 20 maggio 1952, e successivamente inviato come cappellano nella Parrocchia della Sacra Famiglia e San Martino dal 1954 al 1971 e successivamente parroco a Montalbano dal 1971 al 1988, per poi passare nella nuova parrocchia di Santa Maria del Perpetuo Soccorso a Borgo Punta fino al 1998 . Nel 1998 si ritirò in un appartamento messo a disposizione dalla Diocesi di Ferrara. Tra i suoi maestri riconobbe sempre don Bosco, don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci e padre David Maria Turoldo.

Un libro è stato scritto a più mani, con Camilla Ghedini, Andrea Zerbini e Mirian Turrini. Nel libro si raccolgono i ricordi degli amici, dei suoi parrocchiani e nel contempo è una riflessione sul sua vita, sulla sua esperienza sacerdotale letta nel contesto storico in cui è vissuto, nell’ambito di un difficile periodo storico attraversato da profondi cambiamenti, da qui il titolo “UN PRETE NEL CAMBIAMENTO”.

“Amica geniale”-mania: a Ferrara sulle tracce di Elena Ferrante

La città di Ferrara fa capolino tra le pagine di uno dei libri più coinvolgenti di questi anni. In ‘Storia della bambina perduta’ – quarto e ultimo volume della quadrilogia de ‘L’amica geniale’ di Elena Ferrante – a un certo punto la protagonista Elena-Lenù fa riferimento al suo viaggio nella città emiliana per presentare un libro. L’episodio è raccontato nella parte iniziale del romanzo che conclude la serie di quattro.

Presentazione libro nella sala Agnelli della Biblioteca Ariostea, Palazzo Paradiso di Ferrara

Al pagina 77 di ‘Storia della bambina perduta’ si legge: “I tempi avevano quell’andamento. Andò male anche a me, una sera, a Ferrara. Il cadavere di Moro era stato ritrovato da poco più di un mese quando mi scappò di definire assassini i suoi sequestratori. Con le parole era difficile sempre, il mio pubblico esigeva che sapessi calibrarle secondo gli usi correnti della sinistra estrema, e io stavo attentissima. Ma spesso finivo per accendermi e allora pronunciavo frasi senza filtro. Assassini non andò bene a nessuno dei presenti – assassini sono i fascisti – e fui attaccata, criticata, sbeffeggiata. Ammutolii. Quanto soffrivo nei casi in cui all’improvviso mi veniva tolto il consenso. […] Se si ammazza qualcuno, non si è assassini? La serata finì male, Nino fu sul punto di fare a botte con un tale in fondo alla saletta. Ma anche in quel caso contò solo tornare a noi due”.

La misteriosa Ferrante ha quindi probabilmente messo piede a Ferrara, ha avuto modo in quegli anni di frequentarne almeno un po’ le strade, i luoghi d’incontro. Non ci sarebbe stato motivo di citare Ferrara al posto di un’altra città, se non forse per la sua collocazione ideologica ben schierata a sinistra, significativa in effetti per descrivere l’atmosfera che si respirava negli anni di piombo. Il momento storico, nel romanzo, è identificato e circoscritto in modo preciso. Aldo Moro fu sequestrato il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, e il suo corpo senza vita fu ritrovato il 9 maggio successivo in via Caetani. Quindi la visita ferrarese raccontata nel romanzo va collocata intorno alla metà di giugno del 1978. Ma se davvero c’è venuta, in quale veste si è presentata a Ferrara l’autrice che con tanta cura ha sempre tenuto nascosta la sua vera identità? All’epoca poteva avere sui 25 anni, neo laureata, forse scriveva articoli, saggi, o poteva essere impegnata per qualche ricerca. Non può certo esserci stata per presentare un libro firmato come Elena Ferrante, perché questo non l’ha mai fatto, di mostrare il volto associato a quel nome. E, inoltre, il primo libro firmato così risale ad anni molto successivi: è ‘L’amore molesto’ che esce nel 1992.

Articolo del “Sole 24Ore” su Elena Ferrante, 2 ottobre 2016

Le ricerche fatte dal ‘Sole 24Ore’ per dare un’identità reale all’autrice hanno portato a identificarla nella traduttrice dal tedesco all’italiano della casa editrice E/O, che è poi l’editore che ha anche pubblicato tutti i volumi firmati Ferrante dal 1992 a oggi. Così infatti emerge dall’articolo “Ecco la vera identità di Elena Ferrante” di Claudio Gatti uscito sul quotidiano economico-finanziario italiano del 2 ottobre 2016 , che attraverso un’indagine sui flussi di denaro tra chi pubblica e chi scrive attribuisce ad Anita Raja, traduttrice dal tedesco di molte opere in catalogo, la paternità (ma in questo caso sarebbe meglio dire maternità) de ‘L’amica geniale’ e di tutto ciò che è stato stampato a nome di Elena Ferrante. Il primo indizio è comunque una conferma: la casa editrice E/O, così strettamente legata all’autrice, nasce proprio a cavallo di quegli anni di grande tensione del Paese, fondata a Roma nel 1979 dall’ex militante di Lotta continua Sandro Ferri insieme alla moglie Sandra Ozzola, esperta di letteratura russa. A tracciare un identikit di Anita Raja ci pensa invece, senza malizia e prima che vengano fatti questi collegamenti-scoop, l’organizzazione del Festivaletteratura di Mantova, che invita la traduttrice all’edizione del 2014 della manifestazione letteraria e la inserisce tra le schede degli ospiti come “Nata a Napoli nel 1953, si è laureata in Lettere e vive a Roma. Ha tradotto dal tedesco gran parte dell’opera di Christa Wolf. […] Ha altresì tradotto per antologie e riviste testi di Ingeborg Bachmann, Hermann Hesse, Ilse Aichinger, Irmtraud Morgner, Sarah Kirsch, Christoph Hein, Hanz Magnus Enzensberger, Veit Heinechen e Bertolt Brecht, sia di prosa che di poesia. Ha pubblicato innumerevoli articoli e saggi sulla letteratura italiana e tedesca e sui problemi relativi alla traduzione”. Presentandola al pubblico in un incontro del 6 settembre 2014, una delle organizzatrici del festival Annarosa Buttarelli la definisce come “direttrice della biblioteca europea di Roma” nonché “traduttrice senza tradimento della vita di una scrittrice famosa come Christa Wolf”. E la Raja – nell’incontro registrato nell’archivio del sito di Festivaletteratura – parla della traduzione come di una pratica basata su “una forte empatia”, sul “rapporto non tra due persone ma tra due lingue, dove chi traduce deve lasciarsi invadere e pervadere dalla lingua dell’altra, un atto che espande la tua lingua” e che poi nel caso di lei e della Wolf è diventata anche “un’esperienza unica e irripetibile” basata su un rapporto personale, con la frequenza della sua casa di Berlino e di quella natale del Magdeburgo, vedendola “nella sua normalità, vedendo come preparava una torta o come stendeva i panni, così come sbrigava la corrispondenza o lavorava nel suo studio”.  “Christa Wolf – dice la Raja – vuole raccontare il versante quotidiano della storia, anche quando ha scritto i suoi romanzi di argomento mitico, come Cassandra e Medea, c’è un forte legame con l’esperienza biografica”, “ha sviluppato un’ossessione per il racconto della quotidianità, per fermare la vita quotidiana, usando una forte alternanza tra discorso alto e basso, citazioni letterarie molto colte e tanto linguaggio orale e modi di dire” con “un’estrema attenzione per il sessismo della lingua”.

Anita Raja prima a sinistra a Festivaletteratura di Mantova (foto Gazzetta di Mantova, 7 settembre 2014)

Potrebbe essere in veste di collaboratrice della casa editrice E/O che la Ferrante è venuta a Ferrara alla fine degli anni Settanta? Improbabile: il nome della Raja compare per la prima volta su opere del catalogo E/O solo quattro anni dopo il rapimento Moro, nel 1982, nel ruolo di autrice 29enne della traduzione dal tedesco e delle note a corredo della pubblicazione di ‘Nozze a Costantinopoli’ di Irmtraud Morgner, poi nel 1984 per la prima traduzione di opere di Christa Wolf (‘Cassandra’ e ‘Premesse a Cassandra. Quattro lezioni su come nasce un racconto’). Da lì in poi è lei che firma tutta la versione italiana dell’opera della Wolf, fatta conoscere qui proprio grazie a questa casa editrice e alle sue traduzioni.

Nel frattempo, però, nel catalogo della casa editrice fa la sua comparsa pure il nome dell’autrice Elena Ferrante, al debutto nel 1992 con ‘L’amore molesto’. La pubblicazione coincide con l’avvio della collana di ‘narrativa italiana’ all’interno di un catalogo fondato inizialmente con l’obiettivo di “far conoscere la letteratura contemporanea dei paesi dell’Est”, e allargato in seguito – come spiegano gli stessi editori nella presentazione online – ad altre letterature. Il nome della Ferrante riappare in catalogo nel 1996 per la seconda edizione de ‘L’amore molesto’ ridato alle stampe dopo l’uscita del film di Mario Martone nel 1995. Del 2002 ‘I giorni dell’abbandono’, seconda opera letteraria firmata Ferrante, poi nel 2003 ‘La frantumaglia’ che è invece un resoconto della sua esperienza di scrittrice, nel 2005 la versione inglese del secondo romanzo intitolato ‘The Days of Abandonment’ per i tipi di Europa Editions (consorella americana fondata dagli stessi proprietari della E/O, ma con sede a New York), nel 2006 il romanzo ‘La figlia oscura’, nel 2007 il racconto per bambini ‘La spiaggia di notte’, nel 2011 il primo capitolo de ‘L’Amica geniale’, seguito nel 2012 dal secondo ‘Storia del nuovo cognome’, nel 2013 dal terzo ‘Storia di chi fugge e di chi resta’ e nel 2014 dal quarto e ultimo ‘Storia della bambina perduta’.

Ormai entrata nel turbine del coinvolgimento, la possibilità di un passaggio a Ferrara della Ferrante riesce ad accalorare me, così come accalora l’amica di letture con cui ho percorso uno dopo l’altro i suoi romanzi in una rete di collaborazione che ci ha fatto mettere insieme i quattro volumi tra regali, acquisti e prestiti.

I quattro volumi della serie ‘L’Amica geniale’ (foto Giorgia Mazzotti)

Quello sperimentato in prima persona da chi è rimasto conquistato dalle vicende de ‘L’Amica geniale’ è l’effetto a cui gli americani hanno dato il nome di ‘Ferrante fever’, una sorta di slogan e hashtag lanciato da una piccola libreria degli Stati Uniti e poi reso ufficiale con la produzione del film-documentario che ha questo stesso titolo, diretto da Giacomo Durzi, uscito nelle sale nell’autunno 2017 e ancora visibile sui canali di Sky. Il film dà voce alle testimonianze entusiastiche raccolte soprattutto negli Stati Uniti anche da parte di noti scrittori americani e fa sentire meno soli nel proprio entusiasmo che invece qui – nella ristretta cerchia delle persone che frequento – ha finora avuto esiti alterni. Tra i sei amici e familiari che conosco che hanno letto ‘L’amica geniale’ sono solo tre (inclusa me) e l’hanno amata così tanto, mentre altrettanti (inclusa mia madre) ne sono stati quasi urtati, trovandola troppo avvezza a rovistare nel torbido dei sentimenti interiori e nella realtà cruda che circonda i personaggi di una Napoli piena di ombre dal sapore neo realista.

Una delle foto di Giuseppe Di Vaio su The Guardian sulle tracce dei luoghi de ‘L’Amica geniale’ di Elena Ferrante

Diventa allora quasi commovente scoprire quanto si siano appassionati i nostri compagni di lettura statunitensi. Un interesse testimoniato anche attraverso le recensioni pubblicate da autorevoli testate giornalistiche. Su ‘The Guardian’ la rubrica ‘The Little Library café’ firmata da Kate Young si è adoperata persino per rintracciare e realizzare le ricette di alcuni dolci citati nel primo e nel terzo volume della serie (i dolci napoletani al pistacchio nell’articolo pubblicato il 22 ottobre 2015 e le frittelle fiorentine in quello del 21 gennaio 2016). Per non dire dell’interesse turistico-geografico con una sorta di guida ai luoghi in cui la storia è ambientata. Il New York Times prima (14 gennaio 2016) e lo stesso The Guardian poi (7 novembre 2017) si prendono la briga di dar corpo alle immagini napoletane evocate nei libri con tanto di mappa geografica del rione e delle vie della città frequentate dai personaggi romanzeschi. The Guardian affida al fotografo partenopeo Giuseppe Di Vaio un intero reportage in giro per i quartieri di Napoli a immortalare i luoghi che possono corrispondere a quelli narrati: il tanto nominato “stradone” del rione Luzzati, la scuola elementare che potrebbe essere quella frequentata da Lila e Lenù, una pasticceria e un bar che danno forma e colore a quelli descritti sulle pagine, persino il famigerato tunnel di via Gianturco che le due amiche nel primo romanzo imboccano di nascosto da sole per andare nel centro di Napoli.

‘The Guardian’: la ricetta delle frittelle ispirata da ‘L’Amica geniale’, 21 gennaio 2016

A Ferrara che mappa di ipotetico passaggio potremmo tracciare? Tra gli anni Ottanta e Novanta c’erano Spazio Libri come libreria impegnata, il Centro documentazione donna-Cdd tra i centri donna italiani di più lunga tradizione (nato nel 1980 e ancora più che mai attivo), le sale delle biblioteche comunali, Feltrinelli che però apre la libreria ferrarese soltanto nel 1994, e poi diversi circoli. Potrebbe essere venuta in uno di questi posti l’autrice ancora sconosciuta per parlare dei libri che traduceva?

Il più accreditato potrebbe essere il Centro documentazione donna, da sempre attento a scrittrici di nicchia e sicuramente in linea con i temi e l’approccio letterario di un’autrice come la Wolf. La pista, però, va esclusa. La presidente del Cdd ferrarese Luciana Tufani racconta: “Gli editori della E/O hanno partecipato a nostre iniziative, ma non abbiamo mai avuto ospite Christa Wolf o la sua traduttrice, mentre ebbi occasione di incontrarle entrambe andando appositamente a Torino in occasione del Salone del libro (nel 1997, ndr)”. La sala Agnelli della Biblioteca Ariostea, in via Scienze 17 a Ferrara, potrebbe invece essere benissimo la famosa “saletta” a cui si fa riferimento nel romanzo, luogo possibile di presentazione e dibattito riservato perlopiù a incontri con gli autori e le autrici; ma non risulta che siano passate di qui Wolf o Raja. Durante il festival Internazionale a Ferrara (organizzato in anni recenti, dal 2007 ad oggi) la sala di Palazzo Paradiso è stata più volte riservata a momenti di riflessione sul tema della traduzione dei testi. Raja-Ferrante potrebbe esserci venuta anche solo come partecipante, professionalmente interessata all’argomento, e – al momento di scrivere il romanzo – la visita può averle dato lo spunto per citare il passaggio ferrarese, ambientandolo a quel punto in tutt’altra epoca. Il mistero rimane. Ma a ben vedere è il ventaglio di possibilità che intriga il lettore, già conquistato dai testi coinvolgenti, introspettivi e impudicamente intimi di questa scrittrice. E l’incognita – come è accaduto per l’identità misteriosa dell’autore – facilita l’elucubrazione, induce a far spaziare a tutto campo la mente in virtù di quell’intimità così forte che si crea nel corso delle oltre 1.700 pagine de ‘L’Amica geniale’.

Prima noi!

Prima gli Italiani. Dal quattro di marzo populisti e sovranisti sono la nuova religione, oltre il cinquanta per cento del paese.
Il credo nell’Io e Mio assoluti, Qui e Ora e in ogni luogo dello stivale, il popolo di santi, poeti e navigatori, il culto del popolo sovrano, del cittadino primus inter pares è la nuova confessione a cui tutti si dovranno convertire.
Se mai abbiamo temuto uno Stato confessionale, ora è giunto il suo momento, è la stagione della nuova religione che celebra il popolo sovrano, il popolo che comanda, la religione che deve pervadere di sé ogni angolo del paese, ogni sinapsi dei cervelli di questa nazione.
Gli Unti dal Signore hanno ceduto la scena agli Untori, se non sei un fedele del nuovo culto, sei un paria, un reprobo, un nemico del popolo.
Un popolo di cittadini molto post millesettecentottantanove che va all’assalto delle casse dello Stato per rivendicare il diritto naturale al reddito di nascita, passando così dai vitalizi della casta ai vitalizi dei cittadini, perché l’uomo in natura nasce pagato, poi è la politica che lo corrompe, fregandogli il suo malloppo guadagnato per diritto di nascita.
È sempre la solita storia di Giangiacomo, che si nasce buoni in natura, e poi è la società che ci corrompe, non c’è società che si salva, ma si può sempre recuperare la purezza se si è sovrani a casa sua.
Ci aspettiamo la nazionalizzazione delle banche e l’esproprio di tutti i ricchi, una società senza classi, tutti cittadini a reddito o rendita di nascita.
Fuori tutti gli altri, a partire dall’Europa che è solo un accidente geografico e pertanto non può vantare pretese. Per la moneta non c’è bisogno dell’euro, se ci sono i bitcoin che promettono rendite favolose, ci potrà anche essere l’Italo, la moneta fai da te, perché il ritorno alla lira sarebbe un deja vu, Italo è più creativo e fa più sovranità popolare.
Noi poi in quanto ad autarchia e a sovranità popolari abbiamo a nostra disposizione la memoria di un glorioso ventennio di fasti littori da cui attingere e c’è già chi è pronto a dare una mano.
Il lavoro non ci sarà più non perché ci siamo liberati dalla condanna biblica del lavoro, ma perché è il lavoro che si è liberato di noi, di noi non ne ha più bisogno.
Non è che il lavoro è un vecchio arnese destinato a scomparire, che ha finito di sfruttare uomini e donne, semplicemente ha trovato come sfruttarli meglio di prima, con il lavoro sottopagato, con il lavoro in nero, schiavizzando la mano d’opera degli immigrati.
Allora, mettiamoci in salvo almeno noi con il nostro reddito di nascita, chiudendo le frontiere, circondando di filo spinato ad alta tensione le nostre coste, così in casa nostra non ci sarà più nessuno da sfruttare. Non è chiudere gli occhi, e solo allontanare per non vedere. Cosa c’è di male?
Deglobalizziamoci in nome della localizzazione estrema, l’Italia agli Italiani e tutti gli altri fuori.
Gli immigrati a casa loro, a casa loro li possiamo anche aiutare, così loro, da casa loro, in cambio ci pagano il reddito di nascita. Mica vorranno venire a fare le colonie qui da noi, che la colonia la facciano là da dove sono venuti.
Perché combattere il sistema? Roba di cinquant’anni fa! Facciamoci piuttosto il capitalismo di casa nostra, ognuno per sé tutti per uno.
Destra, sinistra, antifascismo litanie d’altri tempi. L’economia oggi corre sul digitale, nell’accumulo delle ricchezze non ce n’è per tutti. Ma non preoccuparti perché se anche nella corsa resterai ultimo per tutta la vita, l’importante è che resti nel tuo guscio con il tuo reddito di nascita garantito. Non pretenderai mica una vita di realizzazione? Non pretenderai mica di correre, se le gambe per correre non ce le hai! E poi, diciamocelo, la felicità, la felicità vera è decrescita. La felicità è non desiderare, la felicità è non avere bisogno, desiderio e bisogno il reddito di cittadinanza li sconfigge alla nascita.
La felicità è qui, lontani da ogni invasione, da ogni cultura che non sia il tuo rassicurante, conosciuto folk. Vuoi scherzare? La parola d’ordine d’ogni novax che si rispetti è “no contaminazione”!

Aldo Moro e Serjei Skripal: prima e dopo il Muro

Il 16 marzo ritornano vecchie ferite che, purtroppo, fanno sempre meno male. Quanto ha inciso la dicotomia Est-Ovest nel caso del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro? Il libro di Giovanni Fasanella ‘Il puzzle Moro’ ne indaga le oscurità nei giorni in cui si ricordano i 40 anni del triste evento che è rimasto nella memoria dei più anziani, mentre è completamente oscuro ai più giovani. Un momento della nostra storia relegato all’oblio e molte volte raccontato, incredibilmente, dai protagonisti della parte sbagliata che come in tanti altri casi, nel nostro Paese, contribuiscono a tenere alta la cortina di fumo.
Un libro che oggi mi piace mettere in relazione a un altro di qualche anno fa: ‘La sfida totale: equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali’ di Daniele Scalea, perché tratta di geopolitica e quindi proprio dell’eterno conflitto tra Est e Ovest. Un conflitto che spiega, costruisce e mantiene gli equilibri mondiali, giustifica le azioni, le uccisioni, le guerre e anche le condizioni della pace.

Gli assetti geopolitici mondiali non cambiano mai. Qualche nemico occasionale durante la strada del tempo si aggiunge, ma i protagonisti sono sempre gli stessi e, visto dalla nostra parte, il nemico è sempre l’Unione Sovietica che, seppur scomparsa da qualche decennio, viene tenuta in vita nell’immaginario occidentale proprio perché garantisca sia il conflitto sia la pace.
La Russia (nella continuazione dell’Unione Sovietica) deve contrapporsi all’idea della libertà occidentale, essere a tratti l’impero del male, la sobillatrice dei conflitti europei, la distributrice di gas nervino e di attacchi informatici tendenti al sovvertimento della pax americana post seconda guerra mondiale.
Certo, guardando sulle mappe aggiornate, l’Unione Sovietica non esiste più ma il mondo occidentale continua a ragionare come se invece esistesse ancora. Lo capiamo in Siria, quando si fatica a trovare un accordo che indirizzi tutti alla pace, ma ancor meglio lo vediamo nelle trame delle spie russe su suolo britannico, laddove la premier May è pronta a ricevere pieno appoggio da parte degli Usa, della Germania, della Francia e ovviamente dell’Italia. Trame per le quali non è consentito avere prove che gli stessi russi chiedono, ma che dovrebbero essere rese chiare agli ‘alleati’ occidentali e magari anche alla gente comune, soprattutto dopo che gli stessi inglesi hanno giurato di avere prove inconfutabili trascinandoci nella guerra all’Iraq che, tra le altre cose, ci ha regalato anni di guerra ai fanatici dell’Isis.
Le scuse di Blair, in ogni caso, sono state ampiamente accettate dal mondo, digerite e dimenticate mentre ci si appresta, magari, a ricevere un giorno quelle della May dopo che ci avrà condotto, chissà, ad una guerra nucleare.
Putin continua a essere presentato all’immaginario collettivo come il successore di Stalin e come se la sua politica estera fosse impregnata di quel Niet tipico dell’epoca delle spie venute dal freddo. Certo non possono esserci dubbi sulle sue colpevolezze visto che è al potere da 17 anni, mentre la Merkel solo dal 2005, e non giova sapere che non è stato lui ad affamare la Grecia e distruggere le economie dei paesi del sud Europa. Lui è l’Est e noi l’Ovest, il resto sono congetture e filosofie del terrore.

E’ un fatto, comunque e fuor di metafora, che non riusciamo a uscire da quel circolo vizioso per cui è da una parte necessario vivere con la sindrome della contrapposizione Est/Ovest e dall’altra accettare che la Russia sia semplicemente un partner commerciale. Magari un Paese con una cultura millenaria, anello di congiunzione, piuttosto che motivo di contrapposizione, tra Oriente e Occidente. Un Paese intento molte volte a difendersi e a fare i suoi interessi politici, economici e strategici, come in fondo fanno tutti e quindi nell’alveo delle cose possibili.

Nel caso agli onori della cronaca di questi giorni la Gran Bretagna, come dicevamo, offre prove inconfutabili della colpevolezza russa o sovietica, insomma dell’Est. Più o meno come le cople attribuite a Gheddafi, quando anche noi Italia ci siamo precipitati a seguire la Francia, pur contro i nostri stessi interessi, che ci hanno poi regalato il disastro Libia. Il tutto consegnato serenamente alla storia anche dopo aver scoperto che dietro quei bombardamenti c’erano gli interessi petroliferi e geopolitici di Francia e Inghilterra. E per gli stessi interessi, forse e magari non nostri ma dell’Occidente tutto (dicono), abbiamo appoggiato la Turchia che diceva di bombardare l’Isis ma intanto gli comprava il petrolio e bombardava i Curdi oppure, più vicino temporalmente, abbiamo condiviso la missione francese in Mali.

Moro e la Siria, Mattei e la Libia. Giochi di geopolitica non più alle nostre spalle, ma alla luce del sole, verità inconfutabili senza prove da mostrare al mondo, ma con scuse successive, brigatisti che raccontano le loro verità in conferenze pubbliche e istituzioni che garantiscono libertà di espressione e interessi. Di chi?

Gli Stati Uniti sono in guerra un po’ in tutto il mondo, arrivano da terra e da cielo, ma soprattutto da televisione e giornali come una volta l’Inghilterra delle regine arrivava dai mari. Quando arrivano lasciano basi militari a difesa del loro interesse vitale: la supremazia del dollaro, che deve rimanere moneta di riferimento internazionale in quanto alla base della sua sopravvivenza. Da qui la necessità di intervenire e di controllare che la Russia (che pensa o dice ancora essere Urss) non si allarghi e che l’Europa non capisca o pensi di potersi sottrarre all’ombrello americano.

I due libri, di Farinella e Scalea, si incrociano e dettano le trame, letti di seguito potrebbero dare delle risposte, se mai le volessimo e ci ritenessimo capaci di gestirle.
Nel frattempo c’è una guerra perenne per mantenere gli equilibri, una corsa alle armi mai sopita e che dà linfa anche alle nostre esportazioni, quasi 8 miliardi nel 2015 e 14,6 miliardi nel 2016, a dimostrazione che la strategia funziona. Per chi e fino a quando?

Una guerra fredda continua, nonostante il crollo simbolico del muro di Berlino, alimentata da annunci, rivoluzioni colorate mal riuscite e persino soldati occidentali mandati nei Paesi Baltici in esercitazioni al limite della paranoia. Risposte vecchie a scenari nuovi!
E dunque adesso, a ridosso della commemorazione di un nostro lutto nazionale che pretenderebbe verità e che affonda le sue radici, forse e chissà, anche nelle assurde contrapposizioni tenute (ancora) in vita da interessi indegni, siamo costretti a rispolverare l’agente 007 e i piani anti-invasione della Russia. Di cui, del resto, è chiara l’ingerenza nei nostri affari nazionali. Siamo sovrastati dalle loro basi sul nostro territorio, alzano i dazi contro di noi, attentano alle nostre istituzioni repubblicane e il Kgb non ci lascia in pace come invece fanno Cia e Fbi. Per finire, i nostri partiti politici sono ancora costretti, per essere accreditati al mondo civile, a presentarsi al Cremlino per rassicurare il tiranno sulle loro intenzioni.

Dai giovani, dalle donne e dall’ambiente parte la rivoluzione del terzo millennio

di Roberta Trucco

Ci rifiutiamo di imparare nella paura, ci rifiutiamo di vedere trasformate le nostre scuole in delle prigioni. Non accetteremo nulla che non sia la comprensione che è necessario agire per il controllo delle armi e se sarà necessario faremo vergognare i nostri politici nazionali per non essere in grado di proteggerci”. Non si arrendono questi giovani, il grado di consapevolezza che hanno raggiunto è straordinario, sono davvero bravi!
Vedono bene, non sono più ingannabili e anche noi vediamo meglio, grazie alle loro parole. “Non è una questione partigiana, non c’è nulla di partigiano sui grandi temi della vita o della morte, tutto ciò riguarda le armi e la moralità di questo paese. Quando i nostri capi ci dicono che la soluzione è nell’avere ancora più armi allora abbiamo un problema morale nella Casa Bianca. Quando i nostri politici tengono in conto il denaro sporco dell’Nra più della vita dei nostri bambini allora abbiamo un problema morale dentro al nostro Congresso. […] Quando derubrichiamo le morti dei ragazzi a effetti collaterali allora abbiamo un problema morale nel nostro paese!”, ha proseguito uno di loro parlando alla folla radunata per la marcia del 14 marzo davanti alla Casa Bianca. Che coraggio e che determinazione!

Esattamente il giorno dopo la marcia degli studenti negli Stati Uniti, il 15 marzo da noi in Italia, ancora il 14 in Sud America, in Brasile viene freddata con cinque colpi di pistola Marielle Franco, consigliera municipale di Rio De Janeiro. Donna, lesbica, attivista politica, nera, paladina dei poveri e dei diversi e in migliaia scendono per strada. Una delle più imponenti manifestazioni spontanee di questi ultimi anni. L’infame assassinio di Marielle viene definito un’esecuzione, si vocifera la responsabilità sia della polizia militare che aveva incarico di mantenere la sicurezza nella favelas e che proprio Marielle il giorno prima aveva accusato di essere responsabile di violenze inaccettabili. (Leggi QUI l’articolo di Valerio Petrano)
Lo stesso giorno viene assassinato un noto ambientalista in Amazzonia, Paul Sergiò, che si batteva per i diritti delle popolazioni indigene. Il suo avvocato ha accusato gli agenti locali della Polizia Federale di essere coinvolti, forse loro stessi gli assassini.

Come spesso accade in questi casi i leader politici assicurano che si farà giustizia, che ci sarà un’indagine, che si accerteranno i responsabili, ma queste parole non convincono più. Non basta perseguire i responsabili materiali di queste morti, non sono si possono derubricare a morti collaterali, non sono morti per mani di pochi cattivi.
Qui c’è un intero sistema che è malato e coloro che occupano posizioni di potere e decisionali, democraticamente eletti, se non sapranno sottrarsi alla dittatura del sistema potrebbero essere considerati collusi e corresponsabili.
La velocità della circolazione delle notizie ci sta permettendo di mettere insieme fatti che apparentemente non sembrano avere una radice comune che invece hanno: l’enorme ricchezza concentrata nelle mani di pochissimi (studio Oxfam: 1% dei più ricchi possiede più del 99%), per lo più maschi bianchi attempati, e l’ insopportabile e ingiusta disuguaglianza sulla quale si fonda questa ricchezza. È globale la presa di coscienza.

Gli adulti ci hanno deluso”, conclude il giovane dal palco “tutto questo ora è nelle nostre mani e se gli eletti ci ostacoleranno sulla via del cambiamento, li cacceremo e li rimpiazzeremo noi stessi. Enough is enough!”
Oggi ho un grande speranza: questa generazione non arretrerà e noi donne con loro.
Roberta Trucco

Chi siamo
Il gruppo Molecole è un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, scoprire e dialogare con altre molecole positive e provare a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento. Nasce agli inizi del 2016 a Casanova Staffora, dall’esigenza di supportare le persone nell’esplicazione delle proprie potenzialità e successivamente costruire processi di associazione e interazione, poiché ogni molecola, aggregandosi, potrebbe generare un corpo finito ed operante, una parte viva e attiva della società, diventando elemento di speranza e di pressione.
Il gruppo si riunisce ogni due mesi presso la sede di Ce.L.I.T. a Santa Margherita di Staffora (provincia di Pavia) ed è aperto a contributi e collegamenti con altre esperienze analoghe.

LA FOTONOTIZIA
Ferrara Film Festival al via: 27 anteprime dal 16 al 25 marzo

Sono state le proiezioni di ‘9/11’, il film con Charlie Sheen e Whoopi Goldberg che narra i tragici eventi dell’11 settembre da un punto di vista inedito, e quella del film ungherese “Sing” ad aprire ieri sera – venerdì 16 marzo 2018 – al Cinepark Apollo il Ferrara Film Festival, terza edizione della rassegna di anteprime cinematografiche internazionali, ma anche di incontri tra professionisti del cinema e di confronti con le realtà produttive e artistiche. In mattinata gli organizzatori hanno presentato l’evento, organizzato dalla società Perpetuus con il patrocinio del Comune di Ferrara.

Ferrara Film Festival 2018, selfie dei protagonisti Massimo Zeri, Martin Guigui, Maximilian Law, Giorgio Ferroni e Giovanni Moriconi

Alla conferenza stampa ospitata nella sala dell’Arengo del Municipio di Ferrara il direttore della manifestazione Maximilian Law ha spiegato come è nata l’iniziativa.

Ferrara Film Festival, pubblico al cinema Apollo, 16 marzo 2018 (foto Valerio Pazzi)

“Da Los Angeles, che è la città del cinema dove vivo e lavoro – ha detto Law – cinque anni fa ho avuto una visione, quella di portare un pezzo di Hollywood nella mia città natale, Ferrara, dove da bambino è iniziata la passione e l’ossessione per fare cinema. Grazie alle istituzioni di Ferrara ho potuto così dare l’opportunità a film-maker provenienti da tutto il mondo di mostrare i loro lavori in questa meravigliosa città”. Sono quindi intervenuti il vicedirettore del festival Giorgio Ferroni, l’assessora comunale alla Pubblica istruzione Cristina Corazzari, il regista del film di apertura Martin Guigui, il direttore tecnico che si occupa delle relazioni con Oriente Giovanni Moriconi, il presidente del Comitato provinciale Unicef Gianni Cerioli, il direttore della fotografia Massimo Zeri.

Ferrara Film Festival 2018: vice direttore Giorgio Ferroni, assessora Cristina Corazzari e direttore Maximilian Law (foto Valerio Pazzi)

Ferrara Film Festival porta a Ferrara 27 anteprime cinematografiche con proiezioni dal 16 al 24 marzo 2018 al cinepark Apollo (piazza Carbone 32, Ferrara) con ingresso a pagamento con questo calendario: venerdì 16 (ore 20), lunedì 19 (ore 20 e 22.30), martedì 20 (ore 20 e 22.30), mercoledì 21 (ore 20 e 22.30), giovedì 22 (ore 17.30 e 20), venerdì 23 (ore 17.30 e 20) e sabato 24 marzo 2018 (ore 16, 17.30 e 20). Domenica 25 marzo alle 18 le premiazioni in sala Estense (piazza Municipio 14) con ingresso libero per assistere alla consegna dei tredici Dragoni d’oro che verranno alle diverse categorie filmiche in gara.

Ferrara Film Festival 2018: presentazione in Municipio, 16 marzo 2018 (foto Valerio Pazzi)
Ferrara Film Festival 2018: selfie dei protagonisti e organizzatori (foto Valerio Pazzi)
Ferrara Film Festival 2018: Giorgio Ferroni, Gianni Cerioli, Maximilian Law, Martin Guigui (foto Valerio Pazzi)
Ferrara Film Festival 2018: Maximilian Law, Martin Guigui, Giovanni Moriconi, Massimo Zeri (foto Valerio Pazzi)

Il programma completo dei film e ulteriori info sul sito web www.ferrarafilmfestival.com.

Ferrara Film Festival red carpet, 16 marzo 2018: (foto Valerio Pazzi)
Ferrara Film Festival red carpet, 16 marzo 2018: (foto Valerio Pazzi)
Ferrara Film Festival red carpet, 16 marzo 2018 (foto Valerio Pazzi)

Servizio fotografico di Valerio Pazzi

Le ultime notizie dal Brasile sul delitto Marielle Franco: una vita spesa contro la corruzione e la violenza sulle donne

Da Valerio Petrano, collaboratore residente in Brasile

Mercoledì 14 marzo è stata assassinata a Rio de Janeiro la consigliera comunale Marielle Franco, assieme al suo autista Anderson Perdo Gomes. Al momento non si hanno certezze su chi sia il mandante, ma è molto probabile che le ragioni siano l’impegno da attivista di Marielle e le proteste portate avanti su tutto il territorio.
Alle 21.30 del 14 marzo (ora locale), mentre Marielle Franco, consigliera comunale di Rio de Janeiro, tornava da una manifestazione a favore dei diritti delle donne di colore, una macchina si è accostata alla sua in zona Estácio, in pieno centro, e dal suo interno sono partiti una pioggia di proiettili in direzione di Marielle, rimasta uccisa sul posto insieme al suo autista.

L’assassinio ha subito suscitato reazioni nelle diverse istituzioni: dal presidente Tamer e l’ex presidente Lula sono venute immediatamente condanne per l’accaduto. Human Rights Watch ha commentato l’accaduto parlando di “Impunità che esiste in Rio de Janeiro” e “sistema di sicurezza fallito”. Amnesty International ha invocato un’inchiesta. Le parole dell’ex presidente Luiz Inácio Lula Da Silva sono un misto fra cordoglio e denuncia, adombrando che possano essere state le forze dell’ordine stesse a orchestrare l’assassinio: “Se foi a polícia fica muito mais fácil descobrir” (se è stata la polizia sarà ancora più facile scoprirlo). Marielle aveva denunciato sui social network l’azione della polizia nella favela di Acari. Le indagini verranno portate avanti dalla polizia provinciale che, inusualmente, ha rifiutato l’aiuto della polizia federale offerto dal presidente Tamer, rimanendo gli unici ad investigare su un delitto che vede proprio la polizia provinciale fra i sospettati.

Marielle Franco

Marielle Franco, 38 anni, ha da sempre militato come attivista. Nata in una favela di Rio è cresciuta a contatto con la violazione dei diritti umani portata dalla miseria e dalla violenza delle forze dell’ordine. Sensibile ai temi della violenza sulle donne, soprattutto se in condizioni di povertà, molto spesso donne di colore, degli abusi della polizia e della precarietà della vita nelle favelas. Dal 2006 era impegnata in politica e dal 2016 era consigliera comunale per il gruppo ‘Mudar è possível’ (Psol e Pcb), il quinto candidato più votato. Il suo schieramento da tempo porta avanti inchieste contro la corruzione nelle istituzioni.
L’Onu aveva provato a mettere in allarme le autorità brasiliane su minacce di morte indirizzate a diciasette attivisti, tra cui Marielle, senza però ricevere alcuna risposta.
In queste ore si sta indagando sulla possibilità che ci fosse una seconda macchina di copertura, appostata per due ore sotto casa di Marielle. La polizia è stata in grado di identificare la targa dell’auto. Al momento non ci sono altre notizie rilevanti riguardo le indagini.

Ferrara, il Delta e Bassani:
le ispirazioni di Esther Kinsky, vincitrice del Premio di letteratura tedesca 2018

Esther Kinsky è l’autrice del romanzo ‘Hain’, ambientato anche a Ferrara e Comacchio, che sta avendo un’eco straordinaria fra i critici di lingua tedesca: tanto che, notizia di ieri, è stata insignita dell’importantissimo Deutscher Buchpreis 2018 (Premio di Letteratura tedesca 2018). Il testo sarà prossimamente disponibile anche in italiano. Pochi giorni fa, anche grazie al legame che sente con la città e il territorio estense, fra terra e acqua, ha accettato di rispondere ad alcune domande per Ferraraitalia.

E’ difficile definire il suo libro dal punto di vista letterario. E’ un romanzo, un libro di viaggi, un diario o un volume di racconti? Lei stessa lo definisce, nel sottotitolo, un “Geländeroman”. Come dobbiamo interpretare questa definizione e come possiamo tradurla in italiano, forse come romanzo del paesaggio’?
In tedesco potrei definire chiaramente la differenza tra Landschaft, paesaggio, e Gelände, terreno. Gelände è una parola più aperta, con più significati e forse potremmo renderla meglio con il termine luogo, ma ciò di cui sto realmente parlando è la lettura, l’interpretazione soggettiva di un luogo, che conserva tracce di qualcosa che è successo. In francese c’è l’espressione ‘recit‘ che, così come Gelände rispetto a paesaggio, è un termine più aperto. Per quanto riguarda il genere letterario, ogni volta che leggo la traduzione ‘romanzo’, tutto in me si ribella, anche se queste sono solo convenzioni.
Però bisogna ammettere che nelle tre parti in cui è diviso il libro viene raccontata un’unica storia che le comprende tutte e tre, si tratta quindi di un unico percorso, pur con sentieri e deviazioni, che si snoda attraverso i temi di perdita e lutto. Questo giustifica questa definizione di genere.
Sicuramente non è un diario e non sono neanche racconti. Piuttosto direi che nel libro ci sono temi fondamentali, strettamente uniti nelle loro motivazioni profonde più che in avvenimenti precisi. Gli uccelli, come l’airone per esempio, giocano un ruolo importante, e infatti il tema degli uccelli si dipana attraverso tutto il libro, così come quello delle necropoli.

Anche il titolo tedesco, ‘Hain’, non è facile da tradurre in italiano. Nei vocabolari troviamo il termine “boschetto”, ma questa parola esprime davvero il senso del tedesco Hain? Come mai ha scelto questo titolo, che fa pensare molto più al romanticismo che al neorealismo?
Hain è una parola antica, che non definisce soltanto un piccolo bosco, ma che richiama un’atmosfera legata a miti e rituali del passato.
Il libro ha come motto principale una citazione della ‘Grammatica filosofica’ di Wittgenstein, che esprime meravigliosamente il mio tema della lettura del mondo attraverso i suoi segni visibili, ed in questo tema si si infiltrano sicuramente associazioni con il romanticismo, le cui tracce mi interessano sempre.
Parlare di romanticismo tedesco crea sempre molta confusione, perché l’appropriazione borghese e reazionaria di questo termine, e la sua volgarizzazione, hanno sempre gettato una pessima fama su molti aspetti che sono invece rivoluzionari.
La traduzione “boschetto” mi piace però, anche perché la scena centrale della seconda parte del libro, la scoperta di piccoli uccelli morti, si svolge proprio in un boschetto. Nel mio immaginario in queste scene il boschetto di oggi si trasforma lentamente in quello antico, anche se forse non riesco a esprimere bene a parole questo concetto. Comunque per me non sussiste nessuna reale contraddizione tra romanticismo e neo-realismo.

In tutti i suoi libri, soprattutto nelle poesie, al centro dell’attenzione sono luoghi dimenticati e perduti. In poche parole: sembra che non le interessino i tramonti lirici, ma molto di più le atmosfere brumose. Ma, soprattutto, lei ha un occhio particolarmente attento ai cespugli ai bordi dei fiumi o delle ferrovie, alle zone industriali, in breve agli angoli ‘sporchi’, ai luoghi “con cui nessuno vuole avere niente a che fare”, per dirla con le sue stesse parole. E’ giusta questa interpretazione?
Sì, mi interessa molto di più ciò che è ai margini, rispetto al centro. Nelle città di oggi, con i loro centri supercontrollati e snaturati da una pesante massificazione tesa solo al profitto, si è sviluppata una dinamica per cui tutte le cose più interessanti sono state spinte verso le periferie, per questo i margini sono più interessanti del centro.
Io sono nata sulle rive di un fiume e i margini mi hanno sempre interessata, perché il fiume stesso è definito dai suoi argini, dai suoi limiti; attraverso la discontinuità dei suoi margini, lo specchio d’acqua diminuisce, aumenta, si libera, divora lo spazio; questa è una dinamica che sfida il controllo.
A me interessano luoghi che contengano tracce, come ho già accennato, ma che sviluppino anche una propria, peculiare vita. Direi che questo è il punto fondamentale.
Uno dei termini più importanti per me è diventato Gestörte Gelände, terreni disturbati, un termine mutuato dalla storia naturale, che definisce così quei terreni che sono stati sovrasfruttati dall’uomo, che presentano tracce di interferenze umane, ma che tuttavia lottano contro queste tracce, sviluppando una flora ed una fauna del tutto peculiari.
Naturalmente spesso accade che i terreni abbandonati siano anche l’unico rifugio rimasto a quelle persone per cui è andato perduto il diritto a un proprio, legittimo spazio.
Mi riferisco per esempio a un boschetto a est di Budapest dove si sono rifugiati i senzatetto, ma anche agli insediamenti provvisori dei Rom intorno alle grandi città, ai molti che sono senza più patria: non parlo solo dei senza tetto, perché l’essere senza patria è uno stato di emarginazione in sé e questo è quello che mi interessa.

I tre capitoli del libro prendono il nome da luoghi italiani: Olevano, nella provincia laziale; Chiavenna, nel Nord della Lombardia, direttamente al confine con la Svizzera; e Comacchio, nel Delta del Po a est di Ferrara. Cosa lega questi tre luoghi?
Sono tutti luoghi che svolgono un ruolo determinante in ogni rispettiva parte del libro. Olevano è la scena dominante nella prima parte, nella seconda Chiavenna è il punto di partenza dei ricordi, per questo volevo che fosse una città di confine. Comacchio è invece un luogo che non si sa se appartenga alla terra o all’acqua, uno stato di indefinizione per me essenziale nell’ultima parte.
Il luogo più significativo in realtà è Spina, che si trova nella prima parte, ma non volevo dirlo chiaramente perché si tratta di una necropoli e avrebbe dato a tutto il libro un’atmosfera completamente diversa.

Una parte del suo libro è dedicata anche a Ferrara e in una frase lei afferma che: “Ferrara non si fa capire troppo facilmente”. Perché per lei Ferrara è una città che non si fa capire facilmente?
Ferrara è per me una città piena di misteri, ha qualcosa quasi di ottomano, si ha la sensazione che dietro queste facciate si dispieghino mondi che a coloro che passeggiano per le strade rimangono completamente nascosti.
Quando passeggiavo per le strade di Ferrara, mi venivano in mente i film di Satyait Ray, quegli sguardi dalle finestre piccole, strette e perfino sbarrate che davano sulla strada, mi immaginavo addirittura che le persone guardassero me in questo modo, che mi vedessero come ‘la straniera’ che passava nel vicolo. È una città dai confini netti dentro e fuori, esattamente come nei film di Ray, dove tutto ciò che è esterno è straniero.
Sicuramente il mio sguardo sulla città è stato condizionato da ‘Il giardino dei Finzi Contini’, il romanzo di Giorgio Bassani, che è un libro pieno di misteri, ma devo anche dire che mi ha sempre interessata il fatto che Ferrara fosse la città italiana che a Goethe non era mai piaciuta. Si ha quasi la sensazione che nel suo ‘Viaggio in Italia’, Goethe avesse paura di Ferrara, naturalmente non lo ha mai ammesso, ma è tuttavia incredibile come egli si sia espresso contro questa città. Io credo che non l’abbia capita.
E spesso ho la sensazione che la gente del Nord Europa abbia bisogno, quando visita la Bassa Padana, dei tesori artistici e del significato culturale dei luoghi per riuscire a entrare in relazione con loro, mentre ha poco amore per questo paesaggio spesso nebbioso e nordico, con la malinconia della pianura che circonda Ferrara, mentre è proprio per questo che trovo questa città così affascinante, anche se dovrò visitarla ancora tante volte prima di riuscire a farle rivelare tutti i suoi segreti.
Ma va bene così, niente batte la curiosità insoddisfatta.

Nel capitolo che riguarda Spina lei scrive che qui ci si trova di fronte ad un “paesaggio, o all’assenza di un paesaggio”. Può spiegarci?
L’area intorno a Spina, questa terra strappata all’acqua, al Delta del Po, è fortemente segnata dall’intervento dell’uomo. Tutto ha qualcosa di molto funzionale, quasi brutale. Tutto il terreno è sfruttato, ma si percepisce che qui c’era qualcosa di originariamente diverso. Come un altro elemento. Quest’area non è ancora un ‘paesaggio’, direi, ma è sicuramente ‘un luogo’. Credo che a volte si perda troppo tempo a cancellare i segni del passato, mentre parallelamente se ne inseguono le tracce attraverso la meticolosa ricerca dei reperti archeologici. Questa, per lo meno, è la mia sensazione.

L’opera di Giorgio Bassani è citata più volte nel suo libro. Lei cerca, come tutti i turisti che si interessano di letteratura, il famoso giardino dei Finzi Contini e, come tutti gli altri, non lo trova. ‘L’airone’ assume addirittura un ruolo centrale nella sua esplorazione del Delta. L’opera di Bassani è significativa anche per il suo modo di scrivere?
Io ammiro la scrittura di Giorgio Bassani: ha una tale sintonia con la gente, una tale comprensione per i dilemmi umani che mi coinvolge sempre. Al tempo stesso i suoi sono anche romanzi e racconti storici: nessun trattato sul giudaismo tra le due guerre mondiali mi ha insegnato tanto quanto ‘Il Giardino dei Finzi Contini’ e nessun saggio sul dopoguerra in Italia tanto quanto ‘L’airone’ di Bassani.
Per me ‘L’airone’ è forse il testo più importante di Bassani, perché sono gli elementi che colpiscono i sensi a dominare la scena: i colori del cielo, l’odore dell’aria, è tutto un mondo di sensazione e ricordo, un dramma straordinario che si svolge contemporaneamente nei pensieri e nel corpo.
Come lettrice ho quasi la percezione che tutto il Delta del Po scorra dentro di me, che la lettura stessa si impadronisca di me ogni volta, ancora e ancora.
Questo mi fa sentire in sintonia con Bassani, ogni volta è così, ma io ho uno stile di scrittura molto diverso e inoltre ho letto i suoi libri nella traduzione tedesca, con solo occasionali digressioni nell’originale, quindi non possiamo parlare di influenza diretta.
Ma di grande ammirazione sì, in ogni caso.

 

Si ringrazia Emilia Sonni per la traduzione dell’intervista

KeepOn Live: ogni locale di musica dal vivo può nascondere un nuovo Guccini

“E fai l’estetista e fai il laureato
E fai il caso umano, il pubblico in studio
Fai il cuoco stellato e fai l’influencer
E fai il cantautore ma fai soldi col poker
Perché lo fai?”
Così cantano gli Stato Sociale, band bolognese ‘rivelazione’ – come si dice spesso – di questo Sanremo 2018, un po’ per la loro musica un po’ per le loro esibizioni, fra denuncia sociale e ‘vecchie’ che ballano. Rivelazione per il grande pubblico televisivo della kermesse, ma non per occhi e soprattutto orecchie più esperti: quelli della KeepOn LIVE Parade, la classifica – mensile e annuale – di qualità relativa alla musica del vivo scelta e votata dai gestori e direttori artistici dei live club che aderiscono al Circuito KeepOn LIVE.
Nulla di nuovo: l’edizione del 2000 ha visto per esempio in gara Subsonica, approdati sul palco dell’Ariston direttamente nei big grazie a un numero esorbitante di live accumulati durante il loro tour. È capitato anche con i Perturbazione e i Marta sui tubi. Il secondo posto de Lo Stato Sociale, in gara tra i big dopo anni di gavetta e con i numeri dei palazzetti sold out dalla loro, è stato un piccolo grande successo per quella musica che nasce nei club, che si costruisce di data in data per tutta la penisola, spesso senza avere alle spalle network radiofonici e/o talent. Quella musica per la quale lo staff di KeepOn LIVE, il primo circuito nazionale che promuove e sostiene la cultura della musica italiana originale dal vivo, non passa ‘Una vita in vacanza’.

289 club aderenti al circuito, 605 concerti settimanali con 1378 artisti coinvolti e un totale di pubblico di sei milioni e mezzo di persone. A questi numeri vanno poi aggiunti quelli dei festival: 60 rassegne in 15 regioni da Nord a Sud, con 890.000 presenze, 2.892 musicisti, 504 tecnici e 3.983 figure retribuite. Questi gli highlights del 2016 (quelli del 2017 saranno disponibili a giugno – ndr): cifre di tutto rispetto che confermano quanto ci sia “voglia da parte delle persone di tornare a conoscersi dal vivo e provare esperienze. La sfida è spostare questa curiosità in modo diffuso anche ai locali ed eventi medio piccoli, mentre spesso rimane appannaggio dei grossi eventi”. A parlare è Federico Rasetti, ferrarese, direttore di KeepOn LIVE.

Federico Rasetti

Federico, cos’è KeepOn?
KeepOn è un progetto sociale nato tredici anni fa per sostenere la musica dal vivo partendo dalle fondamenta, i palchi dove le band si esibiscono, spesso ancora prima di incidere un disco. Con la crisi del disco, la digitalizzazione e la smaterializzazione della musica, il palco rimane una delle fonti di introito più importanti per gli artisti, ma al di là di questo il palcoscenico di fatto è il luogo dove l’artista espone le sue opere ed esercita – attraverso la musica – un diritto umano che tutti abbiamo, quello di espressione. Ecco perché la musica live originale va tutelata.
KeepOn riunisce e rappresenta i locali e i festival dove si programma prevalentemente musica dal vivo italiana originale, dagli artisti più famosi alle band emergenti, anzi, per queste ultime le attività del circuito hanno ha ancora più valore perché è esibendosi nei live club che fanno la famosa ‘gavetta’. Se togliamo i piccoli locali dove i musicisti si esprimono e possono crescere andiamo a tagliare le gambe a una grossa fetta di creatività e di espressione. Basta pensare a quanto le esibizioni nei locali sono state un percorso tipico dei cantautori e band italiane: da Guccini a De Gregori fino a Levante, Calcutta e gli Afterhours.

Un locale come può aderire al vostro circuito?
I criteri fondamentali per poter aderire a KeepOn sono: dare maggior spazio possibile alla musica live originale, avere un palco e un impianto audio residenti. L’obiettivo è diventare da settembre una vera e propria associazione di categoria. A oggi siamo un circuito inclusivo, ma qualificante, perché se a un locale manca uno dei criteri di adesione facciamo il possibile per aiutarlo a migliorarsi e poter entrare, per esempio li aiutiamo ottenere impianti a prezzi convenzionati attraverso sponsorship con i nostri partner tecnici. Offriamo loro anche rappresentanza europea, facendo parte di una associazione di circuiti simili: Live DMA, che riunisce 17 circuiti nazionali in 13 paesi per un totale di circa 2.500 locali e festival.

Come avviene concretamente questo sostegno? E perché avete deciso di aderire alla rete DocServizi?
La mission di KeepOn è sostenere e aiutare i locali piuttosto che i singoli artisti perché è difficile far suonare gli artisti se non si hanno sale dove farli esibire. Paragonando la musica originale ai film d’autore, è un pò come se cercassimo di aiutare dei cinema d’essai. Agiamo quindi su due livelli per aiutare i gestori, che di fatto sono veri e propri imprenditori culturali che si assumono un rischio programmando musica originale piuttosto che cover band o dj set (anche questi in realtà in crisi).
Da una parte interpretiamo un ruolo di rappresentanza istituzionale, facendo azione ‘lobbistica’, massa critica, nei confronti delle istituzioni locali e nazionali, ma anche a livello europeo tramite Live DMA. Dall’altra parte – e questo ci differenzia rispetto agli altri circuiti europei, è la nostra specificità – agiamo sul versante privato per attivare e facilitare collaborazioni, sponsorship, convenzioni.
Creiamo poi occasioni di formazione e networking, come al KeepOn LIVE Club Fest, un vero e proprio meeting di settore dove tutti i professionisti Italiani – e anche europei – della musica dal vivo si riuniscono insieme a Live Club e Festival per eventi di formazione, scambio buone pratiche e incontro di domanda/offerta fra agenzie di booking e promoter locali.
Inoltre aiutiamo i gestori sul lato della promozione: abbiamo una rivista, KeepOn Magazine, e la Live Parade, la classifica mensile curata dai direttori artistici che ogni mese segnalano la migliore band, la migliore nuova band e il miglior performer che hanno ospitato sui loro palchi. E’ una classifica importantissima e le majors così come le etichette indipendenti cominciano ad accorgersene: c’è una giuria ampia e qualificata che giudica non un disco, ma l’impatto delle performances dal vivo. Brunori, Afterhours, Calcutta, The Giornalisti, solo per farti alcuni esempi erano tutti stati segnalati nella nostra live parade prima di diventare famosi.
Per quanto riguarda Doc Servizi: è il giusto ambiente per regolarizzare contratti e servizi e garantire così la legalità nel settore, inoltre offre una rete molto ampia di contatti. Entrando nella rete di Doc abbiamo avuto l’opportunità di elevare il valore di tutto il Circuito e iniziare a lavorare per promuovere i concetti di legalità e lavoro in regola in tutta la penisola. Il lavoro nero è una grossa piaga in questo settore, l’obiettivo di Doc è contrastarlo per portare più sicurezza sopra e attorno ai palchi, oltre a creare la consapevolezza che vivere e lavorare di musica è possibile e lo si può fare con tutte le tutele di qualsiasi altra professione.

E tu Federico come sei arrivato a KeepOn?
Da appassionato di musica, mentre frequentavo l’università, ho iniziato a lavorare il commesso in un negozio di strumenti. E’ partito tutta da lì fra i clienti c’era il titolare di un’azienda di webmarketing presso la quale, successivamente, iniziai a fare uno stage. Quando mi riconobbe mi volle conoscere meglio e scoprii che era un musicista jazz e titolare anche di un’agenzia di booking: mi propose di organizzare i concerti della sua band. Lì imparai a fare l’agente booking e decisi di buttarmi completamente in questo mondo. Iniziai a collaborare con le realtà culturali di Ferrara come Arci, Ferrara Sotto Le Stelle e il Festival di Internazionale e frequentai un corso a Roma in produzione discografica e organizzazione eventi live al seguito del quale fondai un’agenzia di booking dedicata agli artisti emergenti e dove conobbi Piotta – una persona di un’intelligenza fuori dal comune – che aveva bisogno di qualcuno che gli curasse i live ed iniziai così a lavorare con molte altre band come Africa Unite, Perturbazione, Linea 77, Cisco e molti altri. Nel frattempo fondai una mia agenzia dedicata agli artisti emergenti e continuai a curare le competenze in marketing e comunicazione con un master e un successivo lavoro presso una grossa compagnia di assicurazioni e banking con sede a Bologna. Grazie ad un contatto della mia agenzia conobbi KeepOn che in quel momento cercava una risorsa che tenesse i rapporti con tutti i locali italiani: ci siamo sposati e non ci siamo più lasciati. In questa realtà per la prima volta ho avuto l’opportunità di unire passione per la musica, sull’organizzazione di eventi e competenze più ‘aziendali’, come per esempio sul versante del marketing e delle sponsorship.

So che con DocServizi sei dietro le quinte anche di Internazionale a Ferrara…
Mi occupo della direzione del personale: in poche parole seleziono formo e coordino il personale di staff – tranne i professionisti della produzione, tecnici ed elettricisti – circa 120 persone. E’ un lavoro e un team che adoro!

Torniamo a KeepOn e ai locali live. Quali sono a vostro avviso i problemi principali di questo settore?
Le problematiche più sentite che ci riferiscono locali e Festival sono tre.
La prima riguarda la riconoscibilità dei locali di musica dal vivo: spesso i Live Club vengono scambiati per pub comuni perché fanno somministrazione di bevande e cibo e non vengono riconosciuti come luoghi di cultura per questa parte commerciale del loro lavoro. Il fatto è che proprio questa fonte di introiti rende sostenibile il loro programmare band di musica dal vivo originale, che comporta per altro diverse spese, dalla Siae all’Enpals, al giusto compenso per musicisti e tecnici audio e di palco. Stiamo lavorando molto su questa percezione errata, soprattutto per farla capire agli Enti locali perché agevolino questi locali che non sono discoteche, ma luoghi dove c’è inclusione e aggregazione sociale, dove si fa cultura, luoghi di espressione e scambio di idee.
La seconda, che in parte deriva da quanto ti ho appena detto, riguarda proprio i rapporti con gli enti locali per quanto riguarda permessi, regolamenti ed altri aspetti. Proprio perché a volte non c’è una conoscenza vera e propria del settore musicale e delle tipicità che ha. KeepOn si affianca ai gestori per far capire all’ente locale che c’è una rete, a livello nazionale ed europeo, per fare massa critica, come ti dicevo prima.
Il terzo, sul quale ci stiamo interrogando molto anche a livello europeo, riguarda il ricambio generazionale: si fa fatica a capire i trend che hanno, per esempio, i millennials, il target 18-25, e quindi diventa difficile capire che programmazione fare per andare incontro ai loro gusti. Quelli della mia età, che hanno più di 30 anni, vanno meno ai live: lavoro, famiglia, si arriva spesso troppo stanchi per andare ai concerti, che iniziano sempre più tardi. Nonostante questo, sembra che la fascia 25-35 sia ancora lo zoccolo duro, perché rappresenta la maggior parte del pubblico dei locali e dei festival.

Federico, so che ti metto in una posizione scomoda e me ne assumo tutta la responsabilità: ci puoi fare una sorta di play list dei locali del vostro circuito? Quali sono?
La programmazione dei nostri locali è molto varia: escludendo il punk, il jazz e il dj set, per il resto trovi tutto. Una buona notizia per l’Emilia Romagna: è la regione con più club aderenti al circuito.
La domanda su quali locali mettere in play list è effettivamente scomoda – scherza Federico – per quanto riguarda Ferrara, c’è il Black Star, nella zona di San Giorgio, mentre come festival non posso non menzionare naturalmente Ferrara sotto le stelle. Se poi vogliamo citarne solo alcuni fra i tanti aderenti da Nord a Sud, partendo da quelli più vicini: in regione, a Bologna, c’è il Locomotiv, mentre a Este c’è l’I’m Lab. A Torino il Cap10100, ora chiuso, col quale grazie a KeepOn stiamo facilitando i rapporti col Comune; La Latteria Molloy e il Festival Albori a Brescia; il Magnolia e l’Ohibò a Milano; il Karemaski ad Arezzo; il Lanificio 159, Na’Cosetta, L’Asino che vola e il Monk a Roma; l’Hart a Napoli; l’Off a Lamezia Terme; il Morgana a Benevento e I Candelai a Palermo.
Sul nostro sito comunque si può trovare l’elenco completo, per tutti i gusti e le provenienze.

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LA FOTONOTIZIA
Ferrara la Furiosa

A Ferrara la bicicletta non è un mezzo per spostarsi da un posto all’altro, è uno stile di vita, si potrebbe quasi dire: dimmi come pedali e ti dirò chi sei… un ferrarese!
Ferrara in tutto il mondo è ‘la città delle biciclette’, ma forse non tutti sanno che la città del Rinascimento vanta anche un altro primato su due ruote: la si potrebbe chiamare anche la città del Giro d’Italia.

Ferrara, infatti, ha ospitato il primo arrivo di una tappa a cronometro nella secolare storia della corsa rosa. Correva l’anno 1933, il giorno erra il 22 maggio, 13esima tappa da Bologna a Ferrara a cronometro individuale. Un anniversario importante, se consideriamo che quella leggendaria frazione, celebrata dai grandi suiveurs, primo fra tutti Orio Vergani, vide primeggiare un grandissimo campione come Alfredo Binda, trionfatore quell’anno del suo 5° Giro d’Italia: un record che appartiene soltanto a 3 campionissimi: Binda, Fausto Coppi e Eddy Merckx.

Quest’anno Ferrara sarà di nuovo protagonista della 13esima tappa del Giro: non l’arrivo ma la partenza, il 18 maggio 2018.
Mentre ci si prepara per questo importante appuntamento ciclistico, questo weekend la città e il territorio sono stati invasi da due ruote d’altri tempi, grazie alla ciclostorica La Furiosa, da quest’anno all’interno del circuito Giro d’Italia d’Epoca.
La Furiosa nasce dal desiderio di rivivere le emozioni, le sfide con se stessi tipiche del ciclismo dei tempi passati. Su strade secondarie, alcune bianche per sfidare non i compagni d’avventura ma se stessi e nel caso anche il tempo avverso, su biciclette che hanno fatto la storia del ciclismo degli anni passati attraversando le campagne degli Estensi. Il percorso di 60 chilometri porta alla scoperta del territorio e delle Delizie Estensi, antiche dimore estive della nobile famiglia ferrarese. Al ristoro speciali “integratori” vi aspettano: salame ferarese, salamina da taglio, affettati vari, torte di zucca e di asparago, formaggi, pane ferrarese il tutto accompagnato dal tipico vino della sabbie.

Ecco alcune immagini scattate dal nostro Valerio Pazzi (clicca sulle immagini per ingrandirle).

Ferrara città delle biciclette
Luciano Boccaccini, scrittore e speaker al Giro d’ Italia negli anni ’80 per La Gazzetta dello Sport, e Michela Moretti Girardengo, pronipote del grande campione
Partenza!
Ferrara città delle biciclette
Michela Moretti Girardengo e Michela Piccioni, vice presidente del Giro d’Italia d’Epoca
Sembra di tornare indietro nel tempo
Sembra di tornare indietro nel tempo
Educazione stradale

IL CACCIATORE DI LEGGENDE
Il morso

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CAPITOLO VIII – Il morso

Tornando al pozzo non ebbero imprevisti. Il solo vero ostacolo fu una condizione fisica portata al limite, perché tutti e tre erano ormai stremati dal freddo e soprattutto dalla fame. Per tutta quella giornata passata sotto la montagna avevano potuto nutrirsi soltanto con una piccola razione di manioca dolce a testa, e questo stava minando la loro resistenza.
Il più provato era di certo Jacques Verdoux, la cui salute si assottigliava di ora in ora. Dal momento in cui il francese aveva rivelato la sua malattia, Sewell lo teneva d’occhio in maniera discreta ma costante ed era seriamente preoccupato, s’aspettava che l’amico potesse avere un crollo improvviso. E tuttavia si sforzava di non fargli pesare i suoi timori, anzi, non perdeva occasione di sdrammatizzare la situazione con la tacita complicità di Juan, che, senza farlo notare, si prodigava in ogni maniera per alleviare le fatiche del vecchio scienziato.
Durante il cammino, la parte più difficile fu superare il ripido dislivello nel quale era caduto lo scozzese. La corda che l’indio aveva saldamente fissato alla roccia in alto era lì ad attenderli.
Juan, con l’agilità di un gatto, fu il primo a salire. Una volta giunto sopra, issò l’equipaggiamento che gli altri due da sotto avevano imbracato. Toccò poi a Greenstone che con qualche impaccio riuscì comunque ad arrivare in cima. Per ultimo rimase Verdoux, per lui venne preparata un’imbracatura da assicurare alla vita e alle braccia, poi non restò che farsi sollevare di peso dai due compagni che, non senza difficoltà, alla fine lo tirarono su.

Quando i tre esploratori uscirono dalla grande breccia della parete rocciosa, nella gola le ombre della sera avevano ormai oscurato tutto quanto, obbligandoli a lasciare le lanterne accese. Ci volle un’altra mezzora per arrivare al pozzo. Proprio lì, un centinaio di iarde più su, Pedro li attendeva con una certa apprensione. Per tutto il giorno non aveva mai abbandonato la sua posizione accanto al verricello, aspettando un segnale dal basso che tardava ad arrivare.
Poi, all’improvviso, il segnale arrivò e la campanella fissata alla carrucola cominciò a tintinnare: fu Sewell a tirare la corda, annunciando a Pedro che erano finalmente tornati dall’escursione e attendevano di ricevere le provviste.
Greenstone agganciò alla fune un foglio di carta con le consegne per Pedro. Issata la corda, l’indio lo lesse attentamente eseguendo alla lettera tutte le istruzioni dello scozzese. Quando ebbe finito, se ne tornò alla tenda dove s’accinse a trascorrere il resto della nottata.
I compagni in fondo al pozzo s’addormentarono molto più tardi: nonostante la stanchezza generale, l’adrenalina accumulata a causa delle incredibili scoperte di quel giorno venne smaltita soltanto a notte fonda, dopodiché s’abbandonarono a un sonno pesante e senza sogni.

Il mattino seguente Juan, svegliatosi come sempre prima degli altri, sistemò arnesi ed equipaggiamento negli zaini e preparò le provviste per l’imminente ritorno in caverna. Greenstone aveva previsto di rimanere là sotto almeno un paio di giorni, tanto sarebbe bastato, secondo lo scozzese, per iniziare a perlustrare tutta la zona intorno al tempio. La cosa non rendeva felice il ragazzo, che avvertiva il lago sotterraneo come una sorta di minaccia incombente, non sapeva spiegarne la ragione, così pensò bene di tenersi quegli strani pensieri per sé.
Autodisciplina, buoni riflessi e un’intelligenza brillante facevano di Juan un aiutante efficiente e fidato. Nulla traspariva del suo stato d’animo, nemmeno nelle situazioni estreme perdeva il controllo e la freddezza che lo contraddistinguevano. Era un ragazzo forte e coraggioso, dalle indiscusse capacità e sempre pronto ad assolvere qualsiasi compito con diligenza e precisione. Proprio per questo, Greenstone lo apprezzava sempre di più e stava imparando a fidarsi dell’indio in modo quasi incondizionato. Nel tempo, la condivisione di tante avventure e pericoli di ogni genere avrebbe trasformato Sewell e Juan in due inseparabili compagni di viaggio. Quello che era nato come un semplice rapporto di lavoro tra un padrone e il suo aiutante sarebbe diventato un profondo legame d’amicizia. Un’amicizia reciproca e sincera, anche se, all’apparenza, nessuno dei due manifestò mai l’intenzione d’abbandonare il ruolo che si era dato dal giorno del loro primo incontro.
Quella mattina, tuttavia, accadde un fatto che segnò in modo determinante il resto della missione.

L’orologio di Sewell faceva le nove e cinque, e lui e i suoi due compagni erano pronti a incamminarsi nella gola per il ritorno in caverna. Ognuno di loro si caricò sulle spalle il proprio fardello costituito dallo zaino e dal resto delle attrezzature necessarie per il nuovo bivacco.
All’improvviso Jacques Verdoux urlò. Sewell e Juan si girarono e lo videro cadere in ginocchio in una smorfia di dolore e accasciarsi a terra su un fianco.
In un attimo Sewell gli fu sopra, «Che è successo Jacques?… Cosa avete?»
Il francese aveva gli occhi sbarrati, con lo sguardo supplicava aiuto ma non riusciva ad articolare nessuna parola. Poi con uno sforzo disperato sussurrò: «Vi prego Jo…Joseph, aiuta…temi, toglietelo… mon Dieu… vi prego toglietelo!»
Sewell intuì qualcosa e immediatamente liberò il paleontologo dello zaino, poi, aiutato da Juan, gli tolse il pastrano e la camicia.
In quell’istante vide la causa della disperazione dell’amico: un enorme chilopode era penetrato nella camicia attraverso la parte posteriore del colletto ed era rimasto schiacciato, probabilmente quando Verdoux si era sistemato lo zaino sulle spalle. Prima di morire però aveva affondato le forcipule nella carne del suo ospite, inoculando tutto il veleno che aveva.
Il biologo tolse la carcassa della bestiaccia dalla schiena del francese, poi si rivolse a Juan: «Maledizione! Juan non si parte più! Prepara un giaciglio e accendi un fuoco! Dobbiamo evitare che Jacques abbia un collasso… Nelle sue condizioni sarebbe fatale!»
Nell’arco di pochi minuti, le tossine del veleno sarebbero entrate nell’organismo dell’uomo, provocando i primi danni al sistema nervoso centrale, poi via via al sistema linfatico già minato dalla malattia.
Il francese fu cautamente adagiato su un giaciglio di fortuna accanto al fuoco. I sintomi cominciavano a comparire e si sommavano in modo preoccupante: Jacques era ormai in stato confusionale, la schiena era rigida, il collo e le braccia s’erano gonfiate mentre un esteso edema rossastro era comparso sulla schiena attorno al morso.

il morso

In genere, il veleno della scolopendra gigantea non è mortale per un essere umano, ma può recare danni permanenti come necrosi dei tessuti con conseguente infezione. Il morso poi era stato inferto in una parte del corpo relativamente vicina agli organi vitali, il che complicava non poco la situazione.

la testa della scolopendra e le forcipule velenose

Greenstone ordinò a Juan di farsi calare da Pedro la bottiglia di cachaca che si trovava nella tenda assieme alle altre provviste. Praticamente alcool puro che il capo villaggio aveva donato allo scozzese nel giorno del suo arrivo ad Auzangate.
Era la cosa che più si avvicinava a un disinfettante, e sarebbe servita proprio per sterilizzare la ferita qualora fosse diventata purulenta.
Nell’immediato si rese necessario tenere il francese al caldo, per questo fu messa a bollire dell’acqua che venne versata dentro alcuni otri in pelle. Gli otri furono poi sistemati attorno al corpo di Jacques che Sewell si premurò di avvolgere con un pesante panno di alpaca.
Era solo un espediente improvvisato ma servì allo scopo: Sewell sapeva che in quel momento il rischio maggiore era rappresentato dalla pressione del sangue che, per effetto del veleno, poteva alzarsi in modo incontrollato. Così pensò che l’unica misura per cercare di contrastare una simile eventualità era quella di alzare in qualche modo la temperatura corporea dell’amico.
Frattanto Jacques dava segnali di ripresa riacquistando di nuovo lucidità, con lo sguardo cercò lo scozzese e provò a parlare: «Joseph… ho sentito una fitta lancinante alla schiena… Un dolore mai provato! Ora mi sento bruciare tutto… Cosa m’è successo?»
«Siete stato morso Jacques…»
«Un serpente?»
«Nessun serpente! Ve l’ho detto Jacques, qua sotto non ci sono serpenti! Siete stato morso da una scolopendra!»
«Un centopiedi m’ha fatto questo?»
«Se volete chiamarlo così… Comunque un centopiedi corazzato lungo quasi un piede e mezzo, con due uncini da un pollice impregnati di un veleno molto potente… Direi di sì!»
Sewell fece qualche passo, si chinò e raccolse l’animale stecchito per mostrarlo a Jacques, «Eccolo! Che ve ne pare?»
«Mon Dieu! C’est horrible!» esclamò il francese inorridito.
Sewell non avrebbe voluto impressionare il povero Jacques, ma lo fece comunque. Faceva parte del suo carattere, amava la sua professione e si appassionava a qualsiasi creatura gli capitasse tra le mani, e più un animale appariva terrificante e pericoloso più ne era attratto. Se mai avesse potuto addomesticare i ragni, gli scorpioni e le scolopendre dell’Amazzonia, l’avrebbe fatto con entusiasmo.
«Non è orribile, è la natura che ci circonda!» Si sedette di fianco all’amico esternando il resto delle sue elucubrazioni: «Noi quaggiù siamo i veri intrusi, i mostri. Tutti gli esseri che ci circondano sono i figli naturali di quest’ambiente, vivono per riprodursi in armonico equilibrio gli uni con gli altri. Uccidono per mangiare o per non essere mangiati, perfettamente inseriti in un ciclo vitale che vede preda e predatore indissolubilmente legati l’una all’altro e viceversa.»
Jacques non smise di fissare l’animale morto nelle mani dello scozzese, probabilmente non l’ascoltava nemmeno. Sewell non sembrò accorgersene e proseguì: «Credo che questa scolopendra si sia nascosta nelle pieghe della vostra coperta durante la notte, è un predatore notturno… Poi stamane, durante i preparativi, ve la siete presa addosso! Purtroppo, schiacciandola, avete innescato la sua reazione di autodifesa…»
«Capisco… Joseph… ma… non mi sento più le mani… e nemmeno le gambe!», lo sguardo atterrito di Verdoux incrociò quello dell’amico, «Che mi sta succedendo? Ho freddo…»
Sewell gettò in terra la scolopendra morta e si avvicinò al francese, gli esaminò le mani e con delicatezza lo girò sul fianco per osservare la ferita. Gli arti di Verdoux si erano irrigiditi e sembravano rattrappiti. Sulla schiena i fori provocati dal morso della bestia s’erano allargati e, con ogni probabilità, di lì a poco avrebbero iniziato a suppurare. Con una pezzuola imbevuta di cachaca lo scozzese disinfettò accuratamente la ferita, dopodiché la bendò con una fasciatura pulita.
Jacques Verdoux iniziò a lamentarsi con insistenza, il dolore si era diffuso dalla schiena alle spalle e al collo, poi alle braccia e alle gambe, era un dolore paralizzante.
Il respiro si fece frequente e pesante. Era chiaro che stava peggiorando. Sewell gli prese il polso, i battiti erano accelerati e c’erano evidenti sintomi di una crisi in arrivo.
Purtroppo, almeno per il momento, non restava altro da fare che confidare nella tempra del francese. Sperando che il suo organismo potesse resistere in qualche maniera all’azione distruttiva del veleno. Si trattava però di un paziente già indebolito da una grave malattia e la speranza di Sewell che l’amico potesse cavarsela era ridotta al lumicino.
Verdoux tremava, aveva la vista offuscata ma manteneva una certa lucidità. Dopo qualche minuto di silenzio afferrò la mano dello scozzese, la presa era debole come la voce, «Joseph, vi avevo detto che non sarebbe stata la malattia ad abbattermi… ma qualche altra cosa…»
«Amico mio, so dove volete andare a parare, ma non lo sarà nemmeno una dannata scolopendra. Siatene certo!» Sewell cercò di convincere più se stesso che il compagno, «Su Jacques, cercate di stare tranquillo… Io e Juan ci prenderemo cura di voi finché non starete meglio. Siete in buone mani.»
«Lo so Joseph, ma sarei più tranquillo se non avessi questo dolore… Credetemi, è quasi insopportabile, toglie il respiro… Datemi la mia bottiglia per piacere!»
Sewell era indeciso, non sapeva se in quelle condizioni l’azione del laudano mescolato all’assenzio potesse creare più danno che beneficio. Alla fine scelse d’accontentare l’amico.
Jacques iniziò a bere l’assenzio a piccoli sorsi. Sewell volle fargli compagnia versandosi due dita di cachaca in un gotto, ma anche un bevitore esperto come lui dovette ammettere che quell’intruglio alcolico era veramente difficile da buttar giù.
Alla fine Jacques s’addormentò, il respiro era lento e profondo, Sewell gli controllò ancora il polso che stavolta batteva in modo regolare.
Poco più tardi la situazione del paziente parve stabilizzarsi. Probabilmente le proprietà oppiacee del laudano stavano dando i loro effetti regalandogli, anche se per un tempo limitato, un po’ di sollievo.
Sewell fissò la fiaschetta di cachaca che teneva in mano e si chiese come diavolo facevano i Chamboa brasiliani a bere quella roba infuocata come fosse acqua.
In quell’istante Juan si avvicinò, «Sir Joseph, sembra che Monsieur Verdoux stia un po’ meglio…»
«Adesso sì, poi vedremo… La battaglia che sta combattendo sarà lunga. Per oggi dovremo restare qua e occuparci del professore… sperando che possa farcela…»
«Sir Joseph, è appunto di questo che volevo parlarvi.» Fece una pausa, aspettando che lo scozzese focalizzasse tutta l’attenzione su di lui, «Vi chiedo il permesso di salire all’accampamento. Io e Pedro conosciamo delle erbe in grado di curare Monsieur Verdoux dagli effetti del veleno… Le possiamo trovare nella giungla, poi dovremo farle bollire e prepararle… Se tutto va bene questa sera potremo dare la medicina al professore, e domattina vedrete che starà meglio!»
Sewell lo guardò a lungo con un’espressione di finta disapprovazione, poi disse: «Juan, non finisci mai di stupirmi! Mi chiedevo che cosa mi sarei dovuto inventare perché queste ore d’attesa non mi facessero sentire inutile», fece un sospiro. «Ok, vai pure!»
Il ragazzo si congedò in fretta: prese con sé zaino, coltello e una borraccia, fece un cenno di saluto e s’avviò.
Sewell lo vide correre e sparire nella gola, si voltò verso l’amico addormentato e disse: «Caro collega, ora siamo rimasti solo voi ed io… Speriamo che il nostro Juan sappia il fatto suo!»

Jacques Verdoux si svegliò intorno a mezzogiorno.
Sewell stava scrivendo nuovi appunti sull’eccezionale ritrovamento del giorno prima quando sentì l’amico che riprese a lamentarsi. Il francese era pallido e madido di sudore, Sewell gli asciugò la fronte e s’accorse che aveva la febbre alta. Gli fece bere dell’acqua fresca e gli controllò la schiena: l’animale l’aveva morso tra le scapole, e proprio la parte superiore della schiena, fino alla nuca e le spalle, appariva sempre più gonfia e livida. I due fori provocati dall’affondo delle forcipule s’erano ulteriormente allargati lasciando intravedere la carne purulenta, da essi iniziava a fuoriuscire del pus giallo e denso, segno inequivocabile dell’incedere dell’infezione.
Sewell cercò di ripulire e disinfettare la ferita con i pochi mezzi che aveva a disposizione. Poi si rese conto che Jacques non avvertiva più alcun dolore, e la cosa lo preoccupò ulteriormente perché significava che il francese stava perdendo sensibilità. Si fece strada in lui il sospetto di un imminente processo necrotico dei tessuti colpiti dalle tossine.
Quel pomeriggio Sewell vegliò l’amico senza sosta, gli diede conforto nei brevi momenti di lucidità e si premurò di controllare costantemente che le sue condizioni non peggiorassero. Tuttavia le ore passavano e le speranze di salvare il francese si affievolivano sempre di più.

Era già buio quando Juan tornò.
Erano circa le sette di sera e Sewell lo vide arrivare dal fondo della gola tutto trafelato, portava lo zaino sulle spalle ed aveva il viso sporco d’erba e terra mescolate a sudore.
«Allora, hai la medicina?»
«Sì professore, ho tutto nello zaino!»
L’indio posò lo zaino a terra e tirò fuori due vasi di terracotta sigillati da un coperchio, uno lo porse allo scozzese, «Questo servirà come scorta, tenetelo voi Sir Joseph… potrebbe essere prezioso.»
Sewell l’afferrò senza minimamente immaginare cosa potesse contenere. Intanto Juan si mise subito all’opera: s’accovacciò a fianco del francese, aprì il secondo contenitore estraendovi un unguento arancione che applicò sulla ferita in grande quantità, infine coprì il tutto con un panno pulito. Quando ebbe finito si sfilò la borraccia che teneva a tracolla poggiandola sulla bocca di Jacques, che, mezzo assopito, iniziò lentamente a deglutirne il contenuto.
Juan e Sewell si guardarono negli occhi senza dire una parola, poi Jacques, quando ebbe finito di bere, tossì un paio di volte e si riaddormentò. Sewell l’osservava con attenzione e gli parve che avesse finalmente un’espressione serena, non tormentata come durante tutto quel lungo pomeriggio d’attesa. Intimamente temeva che potesse trattarsi solo di un’illusione dettata dalla speranza, ciononostante non gli rimase che aggrapparsi a quest’ultima.
E comunque, ora Jacques dormiva un sonno profondo, un sonno che si sarebbe protratto ininterrottamente fino all’indomani.

Sewell si voltò verso Juan, aveva ancora in mano il vaso di terracotta che l’indio gli aveva consegnato.
«Che cos’è?» chiese guardando il contenitore, «Juan, adesso raccontami cosa c’è qua dentro… Vorrei capire anch’io che roba è questa!»
Il ragazzo si sistemò accanto al fuoco, prese l’altro vaso e lo aprì.
«Sir Joseph, abbiamo cercato le piante che ci servivano nella foresta intorno alla radura e le abbiamo trovate tutte…» disse. «Sentite, l’odore è quello del camote!»
Sewell ne annusò il contenuto, «E’ vero! Sembrerebbe camote… Invece?»
«E’ una miscela di una dozzina di piante diverse… Ogni pianta ha una proprietà specifica. La combinazione di queste proprietà deve essere eseguita secondo un preciso rituale sciamanico. Noi ci siamo attenuti al rituale e abbiamo creato la cura per Monsieur Verdoux.»
«Stai parlando per enigmi Juan, io voglio sapere cosa c’è in questa miscela. Se la medicina dovesse rivelarsi efficace devo capire come posso riprodurla.»
«Professore, non potete… Solo uno sciamano può farlo!»
Sewell fissò il ragazzo con sorpresa, «E tu lo sei?»
«Sono un curandero!»
Juan comprendeva le perplessità dello scozzese e decise di spiegare con chiarezza ciò che fino a quel momento aveva soltanto accennato. «Ho appreso l’arte delle erbe quando vivevo alla missione, a Marquena. Ero ancora un bambino ma imparavo velocemente… C’era un vecchio guaritore nel villaggio, era lo sciamano e diceva che sarebbe morto presto. Mi scelse come suo apprendista e mi volle insegnare i suoi segreti. A me piaceva ascoltarlo e imparai molte cose… Ciò che diceva era vero, infatti poco tempo dopo morì.»
Greenstone fu affascinato dal racconto del ragazzo appena ventenne che gli stava di fronte, e intanto si domandava quali e quanti altri segreti gli avrebbe rivelato nei giorni a venire.
«Professore, io vi posso elencare le piante che ho usato… Ma la loro preparazione dovrete eseguirla voi stesso, e lo farete soltanto se sarete disposto ad accettarne il rituale. Io vi dirò come fare quando sarà il momento. Accettate?»
«Accetto!»
Per la prima volta Greenstone ebbe l’impressione di parlare con l’indio da pari a pari, senza le distanze dovute ai rispettivi ruoli. Questo non lo infastidì affatto, anzi, scoprì d’esserne lieto. Lieto di avere al suo fianco una persona di così grande affidabilità e inaspettatamente così interessante, ma soprattutto una persona che aveva imparato ad ammirare.
Juan, dal canto suo, ricambiava la stima dello scozzese dimostrandosi sempre fedele e rispettoso del suo ruolo, in fondo era stato assunto per eseguire degli ordini e gli andava bene così.

L’indio iniziò a elencare le piante che aveva raccolto, Sewell intanto aveva estratto un taccuino dal suo zaino e si mise a scrivere. La miscela di erbe era composta da parecchi estratti vegetali ricavati da piante, o meglio, da parti di esse, come radici, foglie e fiori. Avevano nomi che provenivano dalla lingua quechua, poi tradotta in spagnolo: maraka, choqueta, asmachilca, retania, cola de caballo, cachalagua, sanguinaria e soprattutto la guayacana. Nomi che per lo più suonavano sconosciuti alle orecchie di Greenstone, ma che le popolazioni locali ben conoscevano. Solo la valeriana e l’eucalipto gli erano familiari, ma erano anche i due ingredienti più marginali, poiché la loro funzione era calmante e tonificante, non curativa.
Sewell ne scrisse l’elenco specificando le proprietà terapeutiche per ognuna di esse. Riempì parecchie pagine di appunti, poi, resosi conto che per il momento Juan non gli avrebbe rivelato nulla riguardo la loro preparazione, ripose il taccuino tra le sue cose.
Più tardi, i due mangiucchiarono un po’ di provviste sorseggiando del caffè d’orzo. Dopo il pasto Sewell andò a controllare Jacques, lo vide tranquillo che dormiva profondamente e gli toccò la fronte: la febbre era scomparsa. Alla fine lo scozzese e l’indio decisero di mettersi a riposare, confidando che il giorno seguente fosse foriero di buone notizie.

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Terremoto elettorale anche a Ferrara
Scarpe rotte eppur bisogna andare

Un ciclone. Un uragano. Un terremoto. Comunque la si voglia definire, l’immagine che queste storiche elezioni politiche 2018 restituiscono è quella di un impressionante cataclisma, destinato a segnare in maniera profonda il presente e il futuro del nostro Paese.
Ma se ampiamente atteso e prevedibile, almeno ai nostri occhi, appare il risultato nazionale, lo scenario locale che emerge ha invece un carattere in qualche misura sconvolgente, forse anche perché le scosse sismiche vissute in casa propria hanno un impatto emotivo più forte.
Specchio ed emblema della caduta degli dei è la sonora e inattesa – questa sì, inattesa e clamorosa – debacle del ministro Dario Franceschini, disarcionato da cavallo, proprio sulla pista amica, con la Lega che diventa secondo partito in città a un’incollatura dal Pd.

Tornando al panorama generale, l’affermazione del Movimento cinque stelle si presta a una duplice chiave di lettura: porta con sé la speranza di una politica di cambiamento improntata alla rottura dei rituali e delle liturgia della vecchia politica, delle rendite di posizione, proiettata verso la ricerca del bene comune e la semplificazione delle pastoie burocratiche; ma insieme è gravata dalla zavorra delle non poche ambiguità politiche, da una notevole dose di ingenuità e soprattutto dai sostanziali fallimenti che i Cinque stelle hanno registrato finora nelle loro esperienze amministrative, là dove hanno governato le città in questi anni.

Il risultato del Centro-destra, importante ma probabilmente insufficiente per propiziare la guida dell’esecutivo, era tutt’altro che inatteso, ma inquietante risulta l’affermazione della Lega che conferma nei numeri la sensazione di una cavalcata possente. Ed è questo un elemento che genera forte preoccupazione derivante dal carattere intollerante (sui temi interculturali in genere, non solo per gli aspetti razzisti) di cui il leghismo è espressione.

Inequivocabile e catastrofico invece è il giudizio sul fronte del centrosinistra. Rovinosa è la sconfitta del Pd le cui politiche sempre più moderate e distanti dai tradizionali orizzonti valoriali della sinistra sono sonoramente bocciate dagli elettori. E miseramente sprofondano anche le velleità del nuovo soggetto antagonista, Liberi e uguali, i cui propositi vengono castrati dalla trasformistica presenza fra le proprie fila di molti ingombranti vecchi rottami, emblemi della peggior sinistra ipocrita e affarista, che hanno presidiato (e inquinato) quest’area con la sola ambizione di consumare la propria personale rivincita e magari guadagnare il biglietto per un altro giro di giostra.

Ma, dato per acclarato lo scenario nazionale, la nostra analisi si incentra su quello locale dove il risultato – che pure è sostanzialmente specchio di quello nazionale – appare ancor più sconcertante, se non altro perché l’Emilia Romagna (e con essa Ferrara) è da sempre stata baluardo di una tradizione progressista oggi sonoramente messa all’angolo.

Qui, in casa nostra, ancor più che a livello nazionale, fa impressione la cavalcata delle valchirie leghiste e la loro debordante vittoria. Qui, fra un anno, si vota per il rinnovo dell’amministrazione comunale e l’attuale esecutivo locale unitamente alle forze politiche che lo sostengono, incapaci di fare argine, non possono rifugiarsi semplicemente nella constatazione che ciò che avviene è riflesso di ciò che è capitato in tutto il Paese. Tagliani, primo sindaco eletto in città estraneo alla storia politica della sinistra e in particolare dell’ex Pci, si è trovato catapultato in maggioranza in quanto esponente del Ppi e poi della Margherita, ma la sua vicenda di esponente della ex Democrazia cristiana e fino al 1999 di oppositore dai banchi del consiglio comunale dei sindaci alla guida delle locali amministrazioni di sinistra, ha forse contribuito al disorientamento del tradizionale elettorato cittadino che per decenni ha decretato i successi del Pci con la maggioranza assoluta dei voti.

Ciò che più preoccupa, qui e ora, è che la protervia e la tracotanza dei Naomo Lodi, che popolano le stanzette dei bottoni dell’emergente leghismo, possa trovare consenso e seguito nei prossimi dodici mesi anche nel cuore del futuro esecutivo locale. Occorre quindi, fin da subito e senza indugi, una profonda, seria e impietosa autocritica da parte di tutti i soggetti che gravitano nell’area progressista, una loro coerente presa di coscienza e la conseguente assunzione di responsabilità, con l’immediata discesa in campo di tutte le forze sociali in grado di contrastare una deriva di civiltà che potrebbe risultare devastante. E, accanto a loro, serve l’impegno attivo dei singoli individui che per mille ragioni in questi anni si sono progressivamente distaccati dalla politica attiva: solo così si potrà ridare ossigeno e credibilità al progetto di città futura.

Di fronte a un risultato che anche in città ha proporzioni sconcertanti, il sindaco Tagliani non può fare spallucce e attribuire la responsabilità alle ricadute della politica nazionale. Certo, si è votato per il Parlamento e non per il Consiglio comunale, ma il giudizio degli elettori ferraresi non prescinde dalla considerazione di quello che è il valore dell’azione politico-amministrativa svolta e la qualità degli amministratori che rappresentano a livello cittadino le forze politiche che si propongono per il governo del Paese.

Di certo, quella che è apparsa a molti una sostanziale inerzia, l’assenza di un disegno politico-programmatico per la città – cioè la chiara visione di un futuro sostenibile e e la coerente definizione di un progetto teso a garantire a Ferrara una prospettiva desiderabile, l’incapacità di contrastare i fenomeni di imbarbarimento della vita civile e di fornire serie risposte alle sottovalutate emergenze sul terreno della criminalità – sono macchie che sporcano la pagella dell’esecutivo locale e condizionano il giudizio dell’elettorato, a prescindere dai trend generali.
Prenderne atto con serietà e impegnarsi fin da subito a ridefinire un percorso virtuoso che riporti al centro della scena i valori ideali propri di una comunità che deve tornare ad essere coesa e solidale nel nome della civile convivenza e del reciproco rispetto e che sappia definire un orizzonte programmatico e un modello di sviluppo adeguato ai bisogni alle attese della comunità è ciò che i superstiti di questa squinternata sinistra devono immediatamente impegnarsi a fare. Ma, lo ribadiamo, non nel chiuso dei palazzi, bensì in un’ideale piazza aperta al concorso e al contributo di quella che tradizionalmente si è definita società civile, cioè quelle componenti libere, attive sul territorio, impegnate nel fare e profonde conoscitrici della realtà concreta che scaturisce dalla quotidianità. E questo deve avvenire subito, prima che questi valori di civiltà e di coesione sociale siano fagocitati dal gelido vento del nord.

Ripartire, per le componenti progressiste, non sarà facile. Il rilancio, per avere speranza di successo, dovrà necessariamente avvenire al di fuori degli steccati delle forze partitiche. Lo ribadiamo: la linfa deve arrivare da quei soggetti attivi sul territorio, che vivono a contatto con la cittadinanza, caratterizzati dalla concretezza del fare, capaci di coniugare i valori propri della sinistra con una schietta e realistica analisi del presente e in grado di definire nuove inedite ricette per una società malata che ha bisogno di ritrovare il proprio collante sociale senza ignorare i danni che al proprio interno dissennate politiche tese a tutelare un ipotetico sviluppo senza reale progresso e un imperante individualismo hanno determinato in questi ultimi decenni.
Bisognerà mettere da parte per un po’ l’io e tornare al noi, accantonare la vuota retorica e rimboccarsi le maniche, misurarsi con i problemi concreti e gli affanni delle persone in carne ed ossa, affrontare il gorgo della realtà con tutte le sue contraddizioni, sporcarsi le mani mantenendo però sempre lucida la mente, limpido il pensiero e specchiata la coscienza.

Femminismo e pacifismo: le parole d’ordine di una nuova rivoluzione

di Roberta Trucco

Alla vista della bambina vestita da soldato, esibita da Erdogan come possibile martire mentre lei piange a dirotto, le bandiere turche che sventolano e lui che la bacia, lo stomaco mi si rivolta.
Vorrei urlare. Il mio è un urlo silenzioso che sale dalle viscere, quanto il rifiuto della piccola bambina che non lo può esprimere, ma che il suo corpo non può nascondere. E così mi sorge spontanea una domanda: uomini, padri, dove siete? Come potete stare in silenzio di fronte a tanto orrore?
Di fronte a un Trump che parla di armare gli insegnanti per rendere più sicure le scuole, di fronte alle parate militari di Kim Jong-un, puro esibizionismo narcisistico, di fronte a un Salvini che, con un ghigno, parla di buttare a mare gli immigrati perché “prima gli Italiani”, ai grillini che si dichiarano salvatori della Patria, utilizzando inconsapevolmente quella retorica, tutta patriarcale, legata al sacrificio del sangue che ha portato i nostri nonni in guerra facendo dell’Europa un cimitero a cielo aperto.

Ora basta! L’urlo deve uscire e fendere l’aria asfittica che mi circonda.
Parlo alla mia generazione, sono una cinquantenne. Dobbiamo scendere al fianco delle giovani studenti della Florida: ragazze che hanno dicharato che non si arrenderanno finché coloro che fanno le leggi non cambieranno le regole per l’acquisto delle armi, finché i politici non smetteranno di accettare i soldi dalla Nra (National Rifle Association), finché noi adulti non faremo qualcosa!
Oggi più che mai gli uomini, i nostri mariti, i padri dei nostri figli/e devono scendere al fianco delle donne, delle loro figlie, sostenere la loro rabbia e frustrazione, perché sarà la loro passione il motore del cambiamento.
Diceva bene Adriano Sofri, alcuni anni fa, in un articolo su La Repubblica: “la terza guerra mondiale è in atto e il campo di battaglia è il corpo delle donne”.
La rivoluzione verrà, sta già venendo, proprio dal quel corpo femminile martoriato, ucciso, torturato, vilipeso, barattato, venduto, esibito in modo strumentale da maschi cinici e ambiziosi.

E’ sano e auspicabile che oggi gli uomini accettino di non essere i protagonisti per smontare la retorica ormai defunta del Padre di Famiglia che in nome del Bene comune sceglie per tutti. Quel padre di famiglia che sceglie quando fare imbracciare i fucili in nome della sicurezza e della salvezza dei propri consanguinei.
Noi donne non ne possiamo più di questa visione: vogliamo difendere la nostra terra, la nostra nazione con la cura affettuosa che si riserva a una madre stanca. Vogliamo un nazionalismo compassionevole, come lo definisce bene Teresa Forcades in ‘Nazione e compassione’ (ed. Castelvecchi); un nazionalismo femminista capace di esprimere riconoscenza alla terra e alla tradizione che ci ha accolto ed educato, ma che non fa delle ‘differenze’ una gerarchia di razza.
È venuto il momento di lasciare uscire allo scoperto “i ragazzi vivi”, quelli che – come racconta bene Michel Serres in ‘Non è un mondo per vecchi perché i giovani rivoluzionano il sapere’ edito da Bollati Boringhieri – dicono “basta con il sangue come coagulante sociale. […] Non vogliamo più costruire collettività sul massacro di un’altra o sulla propria immolazione; è questo il nostro futuro vitale contrapposto alla vostra storia e alla vostre politiche di morte”.
Le bandiere, le divise e gli onori a esse legati sono stracci se a indossarli sono giovani maschi che non riescono a darsi una identità diversa dai vecchi padri. Quei maschi che mostrano tutta la loro alienazione sparando nelle piazze e nelle scuole ai loro simili che invece si stanno già reinventando.
L’unica grande speranza per il futuro è l’alleanza generosa tra femminismo (femmine e maschi due pari e diversi) e le nuove generazioni, tra padri e madri femministe e figli/e con il sorriso compiacente di quei padri e madri cresciute nella cultura patriarcale.
Padri abbiate il coraggio di lasciarli/e andare in una direzione opposta alla vostra.

Una chiacchierata con Riccardo, il ‘Ricky’ di Casa Surace

Sono uno dei fenomeni mediatici del momento. Con i loro video divenuti virali, hanno conquistato tutta l’Italia dei social e con i loro tormentoni sono riusciti ad arrivare fino al teatro Ariston quest’anno. Stiamo parlando di Casa Surace, casa di produzione video, la cui pagina facebook vanta più di un milione di followers. E proprio uno dei personaggi principali, il ‘milanese’ Ricky ha accettato di fare una chiacchierata con FerraraItalia.

Com’è nata l’avventura di casa Surace?
Casa Surace è una vera e propria casa, o meglio lo era.
Casa Surace era la casa di Paolo e Simone Petrella – fondatore e regista della società – ed era la classica dimora di amici dove si facevano le feste in pieno stile americano: bottiglie del discount e musica trash. La pagina Facebook era nata proprio per dar sfogo a questo spirito goliardico e i primi video erano veramente fatti in maniera spontanea e home made. Io e Pasqui (al secolo Bruno Galasso, ndr) siamo sbarcati a Casa Surace come molti per le feste, ma la nostra prima apparizione in un video arriva con ‘Il Primo Maggio ai tempi del social network’ in cui io interpretavo FaviJ, famoso youtuber polentone, e Pasqui un grafico pugliese. Da lì nacquero i nostri personaggi e l’idea di sviluppare un format che parlasse dei fuorisede e del Sud e Nord.

Parlaci un po’ del Riccardo pre Casa Surace e del Riccardo di oggi.
Prima di scoprire che potevo stare tranquillamente davanti a una telecamera, ho sempre pensato e sognato di finire dall’altro lato, infatti ho studiato e lavorato per un lungo periodo come operatore, regista, videomaker, montatore, insomma un tuttofare dell’audiovisuale. Mi sono laureato in lingue (inglese e spagnolo) e ho lavorato a lungo come fotografo e videomaker, continuando a coltivare la mia passione per la musica, suonando la chitarra in vari gruppi, facendo occasionalmente il dj, organizzando serate e facendo radio, in particolare io e Bruno gestivamo una web radio in cui facevamo in coppia un programma comico ricco di imitazioni e dialetti, da lì è nata la nostra coppia comica dagli scambi veloci e serrati.

Com’è nato il tuo personaggio?
Mio nonno era di Tarcento, un paesino vicino Udine, e mio padre ha vissuto a lungo a Milano. Adorava quella città e ne parlava sempre, anche un po’ con rammarico. Fin da quando ero piccolo a tavola volavano aneddoti, battute e racconti con accento meneghino. Crescendo scoprii Aldo, Giovanni e Giacomo e la loro comicità, imparavo a memoria i loro spettacoli teatrali e tutte le battute dei loro film, in particolare mi piaceva molto Giovanni e la sua comicità pungente e riuscivo a imitarlo quasi alla perfezione, credo che sia così che abbia perfezionato il mio dialetto milanese nonostante io abbia vissuto tutta la mia vita in mezzo a pizze, soli e mandolini.

Avete una casa di produzione? Come funziona il vostro lavoro?
Casa Surace ormai è una società strutturata che collabora con una agenzia di produzione media digitali, la Netaddiction, che ci aiuta con le proposte lavorative. Surace srl si divide in tre microgruppi. La produzione, che si occupa della logistica e di tutto quello che serve per girare un video dalla location alla scenografia alle comparse etc. etc. nonché di comunicare con il brand e di stabilire un rapporto lavorativo coerente. La parte autoriale, che si occupa della stesura e delle idee dei video, la scrittura dei post, delle foto meme etc. Infine una parte attoriale, che interpreta le idee della parte autoriale e si occupa di interagire con i fan e di gestire gli eventi live, quali presentazioni, incontri etc. Queste tre aree si incontrano e interagiscono. Spesso chi fa produzione è anche un attore, chi fa l’attore è anche autore e chi scrive i video spesso si occupa anche di parlare con i brand, insomma siamo davvero una bella famiglia, e poi c’è nonno Andrea.

Quest’anno Sanremo, progetti futuri?
Sanremo per noi è stato un punto di arrivo che ha consacrato il nostro essere riconosciuti in ambito nazionale, essere ingaggiati dalla Rai per gestire i social ufficiali di Rai 1 e del Festival è stata una grande soddisfazione (web: lo stai facendo nel modo giusto). Però è stato anche un punto di partenza: partecipare all’evento televisivo più visto d’Italia ti mette in una posizione dalla quale poi puoi solo continuare a salire. L’avventura con la Rai è stata molto positiva e divertente e non escludiamo di continuare la nostra collaborazione, abbiamo scoperto di poter essere anche degli entertainers, i quali se la cavano anche al di fuori del web, quindi un obbiettivo nel breve periodo sarà sicuramente quello di arrivare a fare spettacolo utilizzando altri media. Come dice il detto: “non importa che tu stia in radio al Cinema o in TV, starai sempre sciupato a Nonna!”

Un miracolo necessario

Può un sacerdote dubitare della presenza di Cristo nell’ostia? Ma soprattutto, può un’ostia dimostrare di essere carne sanguinando? E’ quello che sarebbe accaduto durante il Medioevo ferrarese, quando non poche erano le voci che mettevano in dubbio i dogmi della Chiesa.
Al 971 risalgono le prime testimonianze sulla chiesa di Santa Maria Anteriore, che si trovava nel luogo del primo nucleo abitativo della città, sulle rive di un guado – o vado – fluviale.
Inizialmente, in realtà, si trattava di un semplice luogo sacro dove si venerava un’immagine greca della Madonna, posta su un capitello, che fu il primo oggetto di devozione a Ferrara. L’edificio venne costruito attorno all’anno Mille, ma nel Quattrocento fu in gran parte demolito per la costruzione di una imponente basilica rinascimentale, ancora oggi viva e visitabile, Santa Maria in Vado. Fu Ercole I a decidere la modernizzazione dell’antico luogo di culto, aiutato dal geniale e fedele ingegnere Biagio Rossetti. Ci vollero quarant’anni per terminare i lavori, al termine dei quali la chiesa venne consacrata all’Annunciazione della Vergine. Presto, però, un nuovo evento avrebbe danneggiato gravemente l’intera struttura: nel 1570 la città fu colpita da un importante terremoto e parte della costruzione dovette essere prontamente rifatta. Qualche anno dopo, il duca Alfonso II volle di nuovo modificare l’edificio, chiamando l’architetto ducale Alessandro Balbi che portò a termine l’impresa.

E dopo gli Estensi, la Santa Sede: alla fine del Cinquecento Ferrara venne devoluta allo Stato della Chiesa e circa vent’anni più tardi l’abate esternò l’intenzione di cambiare volto alla basilica. La decorazione pittorica fu perciò affidata allo straordinario Carlo Bononi, che realizzò un ciclo sui soffitti e sulle volte dedicato alla Trinità e a Maria. Nel Settecento per la chiesa iniziò un momento di degrado, culminato nel suo restauro ottocentesco, ma viene da chiedersi, a questo punto, come mai così tanto interesse nei secoli per preservare e rinnovare continuamente questa costruzione, che non smette ancora di stupirci, se pensiamo alle recenti scoperte di decorazioni cinquecentesche e affreschi settecenteschi nascosti dietro le sue pareti.

Per trovare la risposta, dobbiamo tornare molto indietro nel tempo, prima cioè della vera e propria edificazione di Santa Maria in Vado per come la conosciamo oggi. Il priore Pietro da Verona, da non confondere con l’omonimo santo, non era convintissimo della transustanziazione, cioè della reale presenza di Cristo nel sacramento eucaristico. Quel giorno di Pasqua del 1171, tuttavia, dovette incredibilmente ricredersi: proprio durante la Messa domenicale del 28 marzo, mentre stava elevando l’ostia consacrata, da questa iniziò a zampillare sangue vivo, con una tale intensità da sporcare la volta del catino absidale sopra l’altare, lasciando una macchia indelebile che ha resistito al trascorrere dei secoli. Quella cappella, non a caso, fu in seguito chiamata Cappella del Prodigio: un prodigio riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa cattolica come miracolo eucaristico, e da allora diversi furono i pontefici che gli resero omaggio venendo a visitare la basilica. Possiamo ben immaginare lo scalpore che il fatto avvenuto e il segno perfettamente visibile destarono nella popolazione, ma la notizia giunse non solo in tutta Italia bensì anche all’estero.
Esistono infatti documenti inglesi coevi o poco successivi che descrivono l’avvenimento ferrarese correlandolo con gli altri miracoli eucaristici. E non si fa fatica a pensare ai numerosi pellegrinaggi che da allora iniziarono a svolgersi, non per andare a controllare di persona la veridicità di quanto sentito in giro, ma piuttosto per avvicinarsi sempre di più a Dio attraverso i luoghi in cui Egli ha scelto di manifestarsi e rivelarsi.

La Cappella del Prodigio, oggi, si trova nel Santuario del Preziosissimo Sangue, eretto nel 1595 durante il governo di Alfonso II. La fede, certo, non ha bisogno di prove o segni tangibili, ma al di là della religione e delle convinzioni personali, il miracolo del preziosissimo sangue fu un momento saliente e documentato del nostro passato, da studiare e trattare con rispetto e attenzione.

Cristallo di neve

Cristallo di neve

Ecco il sole “a macinare neve”
come dicevano i nostri vecchi,
di un sulacìn che già s’interpretava ingannatore
nell’accento e nel suono a rasoio del dialetto.
Avevano il naso a sniffare le nuvole, i vecchi
gli occhi a vedetta all’orizzonte
le mani affondate nella terra dei campi e della vita cruda,
quando il cuculo e il pipistrello non erano impagliati
c’era il fucile per il tedesco e la volpe
le trappole per la pantegana
la miseria a cottimo.
Era una schiena spaccata
da mettere sui materassi, spagliati ogni tanto,
quando la neve filtrava dai coppi
ed era ospite sulla trapunta – a volte, sulle ciglia –
dei bimbi che crescevano prima delle loro scarpe.
Era la sedia davanti al camino per l’uomo
e le donne, che venivano prese e zitte,
intorno a ricamare di mestolo e santi in terra
con nervi d’acciaio e rughe
anche nel cuore e nel ventre freddo
quando si moriva per un tiro di dadi sbagliato
e c’era il bene dove non c’era il male.
Ride il sulacìn da nev
fuori dalla mia finestra calda e ordinata
qua e là affaccendato a colpire i ragionieri
in riverbero su un grande fiume ormai domato
come il tempo passato in bianco e nero
– favola per chi non ne ha bevuto il fiele
o lo vuol dimenticare nelle pieghe dell’illusione –
come una rena che si sfalda a morsi
come i nuovi sorrisi che guardano avanti

oltre

oltre la chiusa e il mare
ancorati ad un’isola troppo dentro
che non si accorge più, senza un post adeguato sui social,
dell’impegno per una trina di ghiaccio sui vetri,
della geometria arcana di un cristallo di neve.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

Storia di G.: oltre il ding della moneta nella ciotola

Bologna, una fredda domenica come tante, fra gennaio e febbraio. La città è piena di gente che chiede l’elemosina.
All’entrata di un supermercato una ragazza intabarrata, con un berretto di lana in testa, seduta a gambe incrociate in compagnia di due cani, sorride alla gente che entra ed esce lasciando di tanto in tanto qualche monetina in una ciotola che lei ha posizionato davanti a sè. Oltre a quello che indossa ha con lei solo uno zaino nero, gonfio di roba. Mi fermo, lascio qualcosa, è le chiedo come mai si trova li. Non ha abitazione, dice, ed è di Bologna.
La rivedo alla sera all’entrata di un altro supermercato, con i suoi cani e il suo berretto; mi riconosce, mi accomodo a terra con lei e iniziamo a chiacchierare. Accetta tranquillamente di farsi intervistare.

Come si chiamano i tuoi cani?
Lei Merita ha dodici anni e lui Pupui, nome francese, ha un anno; e poi c’è suo figlio della Merida che però sta con mio marito. Anche mio marito, anni fa a Roma, è stato filmato da una ragazza cinese che ci ha fatto un film… lo hanno visto in Cina.

Mi racconti un poco la tua storia?
Io sono di Bologna. Mio papà e mia mamma si sono conosciuti al Roncati che è l’ospedale psichiatrico di Bologna. Mio padre voleva rimanere lì, da quanto io so:lì dentro si è innamorato di mia mamma. Mio padre è schizofrenico, mia madre aveva psicosi con depressione; aveva perché è morta 8 anni fa, di tumore all’utero. Si sono conosciuti lì, mio padre si è innamorato di mia madre, e quando lei è uscita lui l’ha seguita. Sono andati dove aveva una casa, a C. (nella periferia bolognese, ndr), supportati dai servizi… Ho imparato da loro che una famiglia, anche se con problemi, se è supportata riesce comunque a crearsi, ecco… una coppia riesce a formarsi una famiglia.
Hanno avuto due figlie, io e mia sorella più grande; della la mia infanzia mi ricordo poco… sono venuta a sapere da grande che… fecero un ricovero subito a mia madre quando io ero appena nata. Anzi non dovevo neanche nascere perché mentre era incinta le fecero un tso e volevano farla abortire perché i farmaci potevano aver creato dei danni. Mia mamma si è opposta, era al quinto mese: volevano farla abortire e lei si è opposta e io sono qua.
Devo tutto a lei.
Il primo ricovero di mia mamma l’ho visto a nove anni, io invece non sono mai stata ricoverata. Prima ho conosciuto di più la malattia di mia madre perché ha avuto più ricoveri…
Fino a 9 anni sono stata in un gruppo appartamento, perché quando lei veniva ricoverata mio padre beveva e non mi lasciavano con lui, anche per la sua malattia.
E niente, questo fino a 16 anni circa …
A 17 anni ho preso il mio primo cane, che era il nonno di Fiuto… che sarebbe il suo papà di Merita… adesso sono alla terza generazione, ho preso vari altri cani…
Stavo a casa loro, dei miei genitori, ho iniziato a fare le feste, i rave, giravo un pò la vita quando avevo 17-20 anni. Poi a 22 anni mi sono messa insieme a un ragazzo mezzo marocchino mezzo francese che era stato adottato e col quale ho avuto due figli.

Adesso dove sono i tuoi figli?
In casa famiglia, sai ho avuto dei problemi ultimamente, con un altra persona…
Lui, il padre, è buttato a merda in centro, non mi vede dal 2012. Delira, si fa… sta a merda.
Aveva iniziato ad alzare le mani quando i miei figli erano piccolini, la femmina è nata nel 2008 il maschio nel 2009.

Li vedi?
Li vedo ogni 20 giorni, sono a Genova, perché io stavo lì prima; mi ero trasferita nel 2012 a Chiavari e avevo conosciuto un altro ragazzo, molto più grande di me, aveva 13 anni più di me che adesso ne ho 34.
Un pò a fatica, però facevo le stagioni, lavoravo,
Prima di questo però sono stata anche in una comunità di mamme, ho fatto un anno e mezzo circa, poi tornata la casa lui ha alzato le mani, era agosto, A gennaio, il giorno del mio compleanno, di nuovo è successo: allora ho chiamato i carabinieri e lui ha dato di matto, lo misero in carcere… così… e poi mi decisi a lasciarlo ad agosto 2012.
Poi ho conosciuto quest’altra persona più grande di me che lavorava a Chiavari, un sardo; è andata avanti per 4 anni la storia, ma con molte probematiche, anche perché anche lui è caduto nella tossicodipendenza; quando ho deciso che tanto ormai la cosa non andava, io dormivo in una stanza lui in un altra, ho deciso di lasciarlo.
Ho conosciuto l’attuale marito, l’unico che ho sposato per fortuna, son finita fuori di casa perché il mio ex mi minacciava. I bimbi facevano judo e anche io lo facevo, chiesi alla maestra di judo se me li teneva perché continuassero ad andare a scuola e però poi sono intervenuti i servizi perchè il mio ex sardo mi ha creato dei problemi e a luglio c’è stato un decreto del tribunale di Genova che ha emesso una sentenza dura. Ero venuta qua a Bologna per recuperare una casa, avevo mollato il lavoro e casa non ce l’avevo più per venire intanto a recuperare la casa. Sono andata a casa di mio padre, che stava appunto a C. e niente, da lì non ho potuto fare domanda alle case del comune, perché dovevo essere residente qua da tre anni e non posso fare qui…
Che altro? Siamo venuti qua a Bologna con i bimbi e – al tempo – il mio compagno, Lucas, è arrivato questo decreto e diceva che affidava i bimbi a Chiavari ai servizi sociali, e li hanno quindi rimessi in casa famiglia. Li vado a trovare, e poi non si sa…dipende un pò dai tribunali…
A mio padre gli hanno data un’altra casa, un cambio alloggio, e io avevo la chiave per dormire, a dicembre avendo la chiave andavo a dormire nella casa dove ero cresciuta, dove non c’era niente.
L’altro giorno è venuta qua mia sorella, incazzata, anche perché non sa che vita faccio. Mi ha detto “Vieni che ti apro la porta, è l’unica volta che ti apro la porta, solo per prenderti le tuo cose”.

Tua sorella abita qui? Che vita conduce?
Si abita qui, ma lei ha una vita molto diversa da me, è materialista anche, si fa viaggi, sta dietro a mio padre però. Ha due figli e convive con un senegalese, uno a posto. Ma io non ho rapporti con lei. A Natale per dire, che è anche il suo compleanno, la ho chiamata alle cinque e mezza e mi ha detto “Pensavo che non chiamavi neppure”… Se non chiamavo io lei non chiamava neanche per gli auguri di Natale. Io compio gli anni il 5 gennaio, ma non mi è arrivato neanche un messaggio da lei…

Ding! (un passante getta una moneta nella ciotola) Grazie!

Hai uno sguardo vivo, solare, come ti senti adesso?
Se penso alla situazione dei miei bimbi ci sto male, non sarei neanche qui se li avessi avuti con me, non starei a fare l’elemosina per strada. Quello mi mette giù, mi mette tristezza… perché li ho cresciuti io… anche rispetto al padre naturale: lui se ne è fregato, ma il tribunale ci ha messo anni a fare un decreto… prima quello di Bologna, poi quello di Genova, ci ha messo un tre anni per fare un inizio di decreto e a me in un mese che ho avuto dei problemi che ho cercato di risolvere e mi è arrivata una mazzata così. Due pesi e due misure; ma io i bimbi me li sono tirati su e avevo riscontri positivi dalla scuola: mio figlio l’anno scorso ha fatto un anno un pò difficile a scuola… adesso hanno 8 e 9 anni,

Ding! (un passante getta una moneta nella ciotola) Grazie!

Come fai per guadagnarti da vivere? Prima lavoravi a Chiavari ma qui niente lavoro…
Ho vissuto un pò con i soldini messi da parte, questa vita la faccio da giugno dell’anno scorso, anzi per strada ho iniziato a settembre…
Adesso non ho più la casa, per la verità non ce l’avevo neanche prima, ero abusiva; tramite il consolato ceco (il marito è della repubblica Ceca, ndr) e un associazione di Bologna dovrei avere una casa per un tot per emergenza abitativa, e poi da lì muoverci a prendere un tot che danno a chi e senza fissa dimora, emarginati… solo che ci sono stati dei problemi: dovevamo entrare a ottobre e non siamo ancora entrati… adesso dovremo entrare a fine gennaio, primi di febbraio. Abbiamo dato quello che ci hanno chiesto di pagare, un minimo di quota da pagare, per 10 mesi poi… speriamo!

Tutto il tuo avere sta quindi dentro lo zaino che porti con te?
No, ce l’ho in una cantina qui e anche a Chiavari.

Com’è la tua giornata quando sei per strada?
Inizio la mattina, ma non sempre; di solito ci si alza e si raggiunge il luogo, ci si mette lì… Oggi perché eravamo fuori Bologna e quindi c’era il treno alle 8 e mezza o alle 11 e mezza, mi pare, ci siamo svegliati alle 8, abbiamo raccattati i panni e ci siamo mossi verso qua…
Poi ci siamo divisi, come facciamo quasi sempre… mio marito era qui prima…
Ci sta pochissimo qua insieme a me perché con tre cani, questi due e quello di mio marito è difficile… tendenzialmente qui ci sono io.

Ma come scegli i posti, qualsiasi posto va bene?
Non tutti vanno bene… verso il centro io non ci vado, c’è tanta gente verso il centro, c’è gente a distanza di 20 metri che fanno colletta in tre…
Alla mattina qui, per esempio, c’è un ragazzo di colore, al pomeriggio ci sono io… un giorno ci siamo trovati qui nello stesso orario e ci siamo messi d’accordo ecco…
A volte vado con mio marito Lucas a fare colletta se ci sono altri…

Quindi conosci altri che fanno colletta?
No, non ci si conosce più di tanto… io conoscevo qualcuno, dei vecchi di qualche anno fa che facevano colletta in centro…

Adesso dove vivi, dove passi la notte?
All’ addiaccio e stamattina c’era il ghiaccio sulle macchine… ma se trovi il posto… noi abbiamo trovato un posto bello coperto… riparato.

Ding! (un passante getta una moneta nella ciotola) Grazie!

Hai mai avuto problemi con le forze dell’ordine mentre elemosini?
Mi è successo solo una volta che li hanno mandati e hanno chiesto un documento e mi hanno fatto un po’ di domande… non mi hanno neanche chiesto i documenti dei cani perché hanno visto che stavano bene… e niente, mi hanno lasciata qua.
Certo se magari sei per le vie del centro… mi è capitato di passarci una mattina che dovevo fare gli esami del sangue che… ho visto in centro in via indipendenza, alle 8.30-9.00 gente che dormiva sotto i portici, ma io non ci vado mai, li forse controllano di più…
Sennò c’è la stazione, i dormitori ci stanno, uno è vicino al carcere, ma i cani stanno in gabbia, poi ci si può andare solo per 15 giorni e i cani fuori… e poi ti dividono tra maschi e femmine… un conto se sei da solo ma una coppia ci rinuncia…

E il lavoro?
Il problema e che sono oltre l’apprendistato, a volte fanno problemi anche perché sei donna, ti vogliono automunita o motomunita,…
Io poi ho solo una qualifica di cucina, però in cucina ho lavorato in albergo: facevo le stagioni magari di tre settimane senza fermarmi e senza fare la pausa… e avevo comunque qualcuno che stava dietro ai bimbi…

I servizi sociali fanno qualcosa per te?
C’è l’assistente sociale di Chiavari che segue i bambini, adesso dovrei pagare i denti di mia figlia; la ho sentita e anche se non ho lavoro le ho detto che dividiamo in tre con i nonni paterni e poi pagherò la mia parte… e una parte loro… ma deve sentire perché non essendo residenti lì, non siamo più a Chiavari… dare i contributi a uno di fuori diventa un problema…

Oggi tutti usano smartphone e computer, voi come fate a comunicare?
Abbiamo un telefono in due, vecchio, da 50 euro, il minimo per essere contattati e contattare…
ho anche una mail.

Se guardi al futuro, come lo vedi?
Il futuro non lo vedo cosi, deve cambiare. Adesso ho beccato una signora che può farmi lavorare in un’agenzia di pulizie, mando il curriculum e vediamo. Poi un altro signore, ma ha la ditta un pò ferma e lì dipende… ho fatto un colloquio l’altro giorno ma mi volevano automunita perché era fuori, di sera e non c’erano mezzi per tornare indietro…

Si fa tardi, le ginocchia gemono per l’insolita postura ed è ora di porre fine alla conversazione. G. mi saluta con un sorriso e una stretta di mano, forse con un pò di quella soddisfazione derivante dal puro e semplice contatto umano; forse per la più venale soddisfazione derivante dalla buona raccolta di monetine. Sembrerà strano, ma ogni volta che mi capita di fermarmi a parlare con qualcuno che elemosina in strada, come ben sanno gli psicologi sociali, le donazioni dei passanti aumentano.
Penso alla tenacia di G. e penso che ce la farà a cambiare il proprio futuro: ce la farà perché non ha perso il rispetto per sè stessa, perché riesce ancora a stabilire un rapporto con le persone. Perché malgrado tutto, in un mondo che sembra aver perso il senso dell’umano, la sua esperienza può ancora insegnare qualcosa a chi sa ascoltare.

In quelle lettere… L’ultimo grido

Il graffio del pennino sulla pergamena. Il fruscìo del foglio, l’inchiostro, il calamaio: una vita che lascia la sua traccia in una lettera. Una storia personale incisa sulla carta e nella memoria.
Ma cento, mille altre storie riecheggiano in quella voce che racconta, che scrive nell’intimità di una stanza.
Si intitola ‘L’ultimo grido’ la nuova web-serie scritta e diretta dall’autore ferrarese Giuseppe Muroni e prodotta dall’Istituto dell’Enciclopedia Treccani in collaborazione con Controluce Produzione in occasione degli ottanta anni dalle Leggi razziali.
Monica Guerritore, Francesca Inaudi, Francesco Montanari e Stefano Muroni sono gli attori protagonisti dei quattro video – veri e propri piccoli corti – in onda sul canale Treccani Web Tv (www.treccani.it.): un viaggio a tappe nella memoria del nostro Paese, alla ricerca di storie dimenticate o disperse nel contenitore dell’oblio. Quattro letture della durata di cinque minuti per raccontare poeticamente trame di vita di cittadini italiani di religione ebraica rimaste ai margini della Storia.
‘L’ultimo grido’ – una puntata a settimana a partire dalla Giornata della Memoria 2018 – è il secondo capitolo di una trilogia della memoria, e segue ‘Voci di r-Esistenza’, presentata in occasione del settantesimo anniversario della Liberazione.
“Questa nostra iniziativa indica con chiarezza la decisa apertura nei confronti del mondo digitale che la Treccani ha voluto, con coraggio, percorrere – ha osservato Massimo Bray, direttore dell’Istituto Treccani – Un progetto pensato interamente per la diffusione sul web: questo è un esempio di divulgazione storica interessante, innovativo, fatto con cura, con intelligenza da Giuseppe Muroni”.

Attraverso il ritrovamento e la lettura di quattro lettere, vengono ripercorsi tragici momenti occorsi tra il 1938 e il 1943.
“Nell’Italia delle Leggi razziali compiere gesti eclatanti o urlare non serve più: gli appelli degli ebrei sono inascoltati e stigmatizzati pubblicamente. Prevale l’isolazionismo e la solitudine; quest’ultima è interrotta dalle migliaia di lettere che vengono inviate quasi quotidianamente da una comunità estremamente vivace e attenta a ciò che succede – spiega l’autore – È dalla dimensione privata che bisogna partire per comprendere le vicissitudini degli ebrei italiani durante il regime fascista e non è un caso se la lettera, quindi la capacità di articolare un pensiero personale, intimo, è stata scelta come emblema del viaggio che ci porta a ritroso nel tempo. Nel contrasto tra “spazio privato-libertà” e “spazio pubblico-negazione” si poggiano le fondamenta di una comunità che, come nessun’altra, tentò di non piegarsi alla bieca violenza. Fino a quando le porte di casa rimangono invalicabili viene coltivata una speranza, nutrita dalla fede e dalla cultura; nel momento in cui verrà violata la dimensione privata-familiare, mediante rastrellamenti e deportazioni, inizierà la persecuzione delle vite e il periodo più fosco della storia del Novecento. Le epistole diventano veri e propri luoghi della riflessione, della paranoia, del ripensamento, della scissione, dell’auto-analisi, del malessere, dell’intimità, della resistenza e della libertà”.

La scelta stilistica di Giuseppe Muroni ci affida un’opera garbata, rispettosa, un testo che sa unire rigore scientifico e poesia.
Il titolo è ‘L’ultimo grido’, ma le parole sono sussurrate all’orecchio, soppesate, confidenziali. Sono le lettere scritte nella propria casa, tra gli oggetti che appartengono alla sfera dell’intimità (la tazza nell’abbraccio delle mani, la luce calda dell’abat-jour, i libri) oppure in un campo di internamento, dove la penna offre l’unica via di fuga possibile.
Scrivere diventa il gesto per far cadere le pareti del silenzio.
L’inchiostro sulla pergamena trattiene la caducità degli eventi e dei pensieri, garantisce la persistenza delle cose.
“I personaggi, in un percorso di trasformazione e maturazione, diventano persone: la finzione letteraria lascia il posto al documento, alla testimonianza orale, alla storia. Le molteplici domande che compaiono nelle lettere diventano l’auto-analisi di una nazione, che con le leggi razziali conosce uno dei momenti più drammatici della sua storia, e di una comunità, quella ebraica, qui in grado di leggere criticamente il succedersi degli eventi”.
Il lavoro è stato patrocinato dal Meis (Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah), dal Cdec (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), dall’Ucei (Unione Comunità Ebraiche Italiane) e dalla Comunità Ebraica di Ferrara. La consulenza scientifica è stata fornita dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

Francesca Inaudi
Monica Guerritore

Il tratto distintivo di ogni video è l’attenzione al particolare. “La mano stringe la penna, che oscilla irrequieta da parte a parte del foglio e registra il logorio psichico della persona consapevole che i cambiamenti della società stanno condizionando in modo indelebile la propria vita. Le parole codificano i pensieri volubili, carichi di tensione emotiva e angustia, e riempiono il foglio bianco. C’è sempre un misto di incredulità e pacata preoccupazione nella voce di Stefano, Francesco, Monica e Francesca, i quattro protagonisti di questa storia che si sviluppa tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta del Novecento”.
Le note struggenti della musica di Martina Colli, le luci e le ombre, i pappi del tarassaco rubati dal vento – nella grafica di Giulia Pintus – sono il preludio ad un’interpretazione intensa, appassionata: primissimi piani, sguardi profondi, voci calde che orlano il silenzio.
Testi affidati a quattro attori di forte personalità, professionisti del piccolo e grande schermo.
Stefano Muroni interpreta la parte di un ebreo di Venezia, dipendente della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che viene improvvisamente licenziato nel dicembre del 1938, dopo molti anni di onorato lavoro. Lui, come altre migliaia di ebrei italiani, invia una lettera al Duce: “Ci viene negato ogni diritto e non ne capiamo il motivo. (…) Attendo le parole che ci facciano di nuovo uguali agli altri”.
Gli appelli restano inascoltati, le persecuzioni diventano più violente e iniziano i primi attacchi fisici. Nell’ottobre del 1941 viene presa di mira la sinagoga di Torino. Una delle attrici italiane più importanti, Monica Guerritore, entra nei panni di un’ebrea torinese che cammina per le strade vuote del ghetto sotto una pioggia incessante: sono passati pochi giorni dall’affissione di manifesti e volantini con i nominativi degli ebrei della città, tra i quali il cognome della donna, che tornata a casa scrive una lettera commovente al marito, morto a New York: “La pioggia mi riconcilia con la vita, Mario, quella che ci toglieranno a breve”.
Dominano i luoghi chiusi: le mura di casa così come la Sala F del convento-caserma di San Bartolomeo a Campagna, in provincia di Salerno, sono la sede dei dubbi esistenziali e della presa di coscienza. Francesco Montanari scrive da uno dei campi di internamento del centro-sud della penisola, nella luce incerta di “due finestrelle che lasciano penetrare la luce sufficiente per sognare di scappare”. Perché, appunta Francesco, “La vita è una questione di spazio e quando non ne hai sei già un po’ morto”.
Come passeggeri su una metropolitana della memoria, si fa sosta nella Ferrara di Giorgio Bassani. Francesca Inaudi interpreta un personaggio ispirato a Matilde Bassani: arrestata perché la sera del 10 giugno 1943 affigge manifesti in ricordo a Giacomo Matteotti, una volta liberata scrive una lettera ad una amica per documentare ciò che le è accaduto. E nelle parole di Francesca, frante dalla sofferenza del ricordo, è racchiuso il senso profondo de ‘L’Ultimo grido’:
“Ti scrivo queste cose non per rivendicare i torti che ho subito, ma per lasciare una traccia di ciò che sta accadendo in questi anni. È una questione di memoria, anche se mi costa ricordare. A volte dimenticare è più facile”.

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Francesca Inaudi
Francesco Montanari
Stefano Muroni
Monica Guerritore

Seicento anni di Inquisizione a Ferrara

Erano anni difficili quelli che abbiamo lasciato alle nostre spalle appena un secolo e mezzo fa. Ci è voluta l’annessione della città al Regno d’Italia per porre fine al feroce tribunale della Santa Inquisizione, attivo a Ferrara almeno dal 1265. Fu abolito e ripristinato varie volte, nei suoi periodi migliori il potere che aveva nello Stato estense si estendeva anche a Modena e Reggio Emilia, e non erano rari i casi di confessioni estorte con la tortura senza prove di accusa.

La Biblioteca Ariostea, tra le centinaia di migliaia di opere che custodisce, ci offre al proposito un documento interessante, il ‘Libro dei giustiziati’, una vera e propria raccolta di verbali stilati dagli inquisitori. 853 condanne a morte in pieno Rinascimento, tra il governo di Niccolò III e quello di Alfonso II, non solo per eresia o crimini contra Dei, ma anche per reati legati alla sfera civile, come furti e omicidi. E quanto a eresie o culti proibiti, c’è da dire che Ferrara non si lasciava mancare niente, tra Templari, catari ed ebrei!
Il ‘Libro dei giustiziati’ ci riserva però anche un’altra sorpresa: tra tutti i nomi riportati, solamente ventidue sono femminili, contribuendo a sfatare il mito della caccia alle streghe. L’Inquisizione, nella sua storia ferrarese, si è spesso rivelata magnanima con le donne e non si fa fatica a trovare casi di ragazze liberate dopo che avevano abiurato.
Che si trattasse di donne o uomini, tutti i processi si tenevano tuttavia in un luogo ben definito, una chiesa naturalmente, ancora oggi in piedi nonostante sia stato l’edificio religioso più devastato dal sisma del 2012 nella nostra città. Una vela del campanile di San Domenico, infatti, a causa del terremoto si è staccata, sfondando il tetto e finendo all’interno della costruzione. Le esecuzioni, invece, avvenivano nella piazza di fronte alla facciata, ben visibili dalla popolazione.

L’edificio, un tempo appartenente a un intero complesso domenicano, venne eretto nel 1726 al posto di una chiesa più antica, orientata, come spesso accadeva in passato, sull’asse Ovest-Est: si entrava con l’oscurità di Ponente per avvicinarsi alla luce dell’altare rivolto a Levante. La costruzione attuale ha l’orientamento opposto, ma della vecchia chiesa, risalente al XIII secolo, rimangono il campanile e la cappella Canani, ovvero la primitiva struttura absidale. All’interno, la chiesa ci accoglie con varie meraviglie: si passa dai dipinti di importanti artisti ferraresi, quali lo Scarsellino o Carlo Bononi, al magnifico coro ligneo del 1384, uno dei più antichi della regione, fino ad arrivare al pavimento quasi interamente ricoperto di lapidi sepolcrali antiche.
Noi oggi guardiamo tutto questo con gli occhi dello stupore e del fascino, ma se ci immaginiamo la reale funzione di ciò che resta, l’atmosfera cambia drasticamente. Una vicenda, in particolare, attirerebbe l’attenzione di chiunque: è quella del mago Benato. Accusato di utilizzare la propria magia contro il marchese Leonello d’Este, venne condannato a morte e bruciato sul rogo. Consumatosi il fuoco, però, un terribile terremoto si abbatté sulla città e qualcuno pensò a Lucifero o alle forze degli inferi.
Ma non è questa l’unica storia a nascondere del macabro. Il 1744 è l’anno in cui a Mantova vide la luce un futuro fisico e ingegnere, Bartolomeo Chiozzi, giunto presto a Ferrara, dove prese casa in un grande e curato palazzo. Un giorno, rovistando in cantina, trovò un libro di formule magiche per invocare il demonio. E a questo punto le fonti si dividono: da un lato, sembrerebbe che Chiozzi avesse un fedele servitore di nome Magrino; dall’altro, pare che Magrino fosse addirittura il nome del diavolo che si materializzò dopo le invocazioni dello studioso. Dopo aver venduto l’anima al demonio, comunque, ed essersene pentito, mago Chiozzino, come iniziava a chiamarlo la gente, si recò alla chiesa di San Domenico per purificarsi, contro la volontà di Magrino, servo o diavolo che fosse, che per la rabbia assunse forma caprina e diede una zampata sulla porta.
E ancora oggi, nell’attesa di poterci entrare, fermiamoci davanti all’entrata laterale. L’impronta del diavolo è il ricordo di esseri umani torturati e uccisi da altri esseri umani, un monito austero e tangibile per il futuro.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Umanesimo e metamorfosi, l’ultima opera di Edgar Morin

L’umano porta in sé l’avventura dell’universo e l’avventura della vita. In questo senso, l’umano è un microcosmo, a immagine dell’universo.
Ma l’avventura dell’umanità può trasformarsi in una folle avventura che rischia il sublime e l’orribile, per Edgar Morin la mente umana viaggia verso due avventure disgiunte.
L’una cerca all’esterno di svelare, e perfino di possedere, i segreti del mondo fisico, della vita, della società, e ha sviluppato una scienza capace di conoscere tutto, ma incapace di conoscersi e che oggi produce non solo “elucidazioni benefiche, ma anche accecamenti malefici e poteri terrificanti”.
L’altra avventura cerca, all’interno di sé, di conoscersi, di meditare su ciò che sappiamo e su ciò che non sappiamo, di nutrirsi di poesia vitale, di sentire il commovente, il bello, il mirabile.
La prima è l’avventura conquistatrice della trinità scienza/tecnica/economia. La seconda è l’avventura della filosofia, della poesia, della comprensione, della compassione.
L’ultimo libro del filosofo francese Edgar Morin, “Conoscenza Ignoranza Mistero” chiama all’appello la nostra intelligenza, accende la spia rossa, l’allarme sulla rotta del vascello spaziale Terra guidato dalla supremazia della triade: scienza/tecnica/economia.
Scienza, tecnica, economia conducono la mondializzazione, promettono all’uomo di sconfiggere la morte e di emanciparlo dal lavoro con le macchine intelligenti. Sempre più la prospettiva della post-umanità si fa immaginabile sotto diverse forme.
Ma questa prospettiva necessita imperativamente di noi, umani, e sin da ora di un pensiero della condizione e dell’avventura umane, di una coscienza delle possibilità e dei pericoli che comporta la complessità antropologica, di una coscienza di ciò che di più prezioso c’è nell’uomo.
È tragico che la metamorfosi post-umana sia cominciata sotto la spinta cieca del triplo motore scientifico/tecnico/economico, mentre la metamorfosi etica/culturale/sociale, sempre più indispensabile a questa metamorfosi resta ancora nel limbo. Peggio: la regressione etica, psicologica, affettiva accompagna la progressione scientifica, tecnica, economica.
Il sonnambulismo del mondo politico, che vive alla giornata, del mondo intellettuale cieco alla complessità, l’incoscienza generalizzata contribuiscono alla marcia verso i disastri.
Il viaggio e la destinazione sono sempre più verso la metamorfosi del post-umano, se non interviene una guida etica/culturale/sociale.
Per questo l’invito è di continuare a pattugliare ai confini della conoscenza per apprendere e sentire l’inseparabilità di conoscenza, ignoranza e mistero, perché il fiammifero che accendiamo nel buio non solo rischiara un piccolo spazio, ma rivela anche l’enorme oscurità che ci circonda. Fino a quando il sapere produrrà la consapevolezza dell’ignoranza, sarà salva la vera forza rivoluzionaria della conoscenza: l’ignoranza sapiente che conosce se stessa, come direbbe Blaise Pascal.
Altrimenti rimarremo ignoranti della nostra ignoranza, incapaci di comprendere che vivere è una navigazione in un oceano di incertezze con qualche isolotto di certezze per orientarsi e approvvigionarsi.
Conoscenza, ignoranza e mistero sono i nostri compagni in seno all’avventura cosmica, i soli che ci possono soccorrere nell’incertezza di quale parte prendere nel corpo a corpo tra Eros e Thanatos, nel sapere dove andare.
Ma è sempre più necessaria la rigenerazione di un umanesimo planetario, radicato nella Terra-Patria per evitare il regno della nuova specie dei signori che dispongono di tutti i poteri, fra i quali quello del prolungamento della vita, sull’insieme degli altri umani asserviti.
La metamorfosi biologica-tecnica-informatica necessita soprattutto di essere accompagnata, regolata, controllata e guidata da una metamorfosi etico-culturale-sociale, per evitare che macchine pensanti pensino per noi e possano dominare il destino post umano.
Per sottrarsi all’inumanità della post-umanità è necessaria una profonda riforma intellettuale e morale come resistenza all’egemonia del calcolo, del profitto, dell’egoismo. Una resistenza animata dai bisogni di realizzazione personale, di condivisione, d’amore, di vita poetica. Un umanesimo antropo-bio-cosmico, una comunità di destino di tutti gli umani sulla Terra con una comune coscienza di Terra-Patria. Da questa aspirazione e da questa doppia coscienza potrebbe nascere una nuova via per un altro avvenire.

Lessico contemporaneo molto (poco) famigliare

di Grazia Baroni*

In un mondo nel quale sta prendendo piede una struttura burocratica che, anziché fornire un servizio pubblico efficace, si affida al mercato assicurativo privato, la democrazia è in pericolo. Freud aveva previsto il rischio: “le persone sono disposte a cedere gradi di libertà in cambio di una falsa sicurezza”, diceva.
Successivamente il mercato ‘assicurativo’ ha indotto la tendenza alla ricerca di un colpevole che è funzionale alla logica del profitto. Quando si parla di sicurezza bisogna tenere conto che chi la richiede è una persona che o è suddito e non ha nessuna responsabilità, o è cittadino, libero e perciò responsabile. Di conseguenza, bisogna sempre modulare tra la persona che si realizza nella società attraverso una cittadinanza attiva e responsabile e la sicurezza di cui ha bisogno per sé e per chi gli sta attorno. Tuttavia, la sicurezza non deve mai prevalere sulla persona come valore.

Come è arrivata qui la mentalità della sicurezza?
Portando esempi parziali, giocando sull’ignoranza delle persone, confrontando dati non confrontabili e questo è stato fatto dall’informazione sostenuta in parte dai governi, in parte dalle aziende. Con una società sempre più complessa, per il cittadino è difficile raggiungere l’informazione utile e su questo hanno giocato coloro che traggono vantaggio dalla mentalità ‘assicurativa’.
Certo, c’è sempre il rischio che chi ha la possibilità, o per ruolo o per situazioni economiche o sociali, possa giocare sulla buonafede e sull’incompletezza della legge. Ma questo è inevitabile: la libertà comporta rischio. Bisogna accettare il fatto che si può sbagliare. Non prevedendo il futuro, quella di sbagliare è una possibilità concreta.

La convergenza di alcuni fattori culturali, tecnologici e socio-politici, rende urgente la necessità di chiarire il significato di alcune parole fondamentali per la nostra società democratica. Si tratta di termini o concetti che, all’apparenza, sembrano distanti e scollegati, ma che invece interagiscono in un reciproco potenziamento di effetti sulla realtà poco controllabile a causa della complessità e velocità di trasformazione sia nei suoi effetti positivi che, purtroppo, in quelli negativi.

Parliamo di concetti e parole fondamentali e caratterizzanti la nostra realtà, quali:

  • Sicurezza
  • Democrazia
  • Politica
  • Burocrazia
  • Uguaglianza
  • Giustizia

Questi concetti, nel loro interagire, stanno ricomponendosi in modo preoccupante in un pensiero che via via legittima sempre più la sopraffazione di un gruppo di persone sulle altre e che, di conseguenza, finisce per riproporre il modello autoritario del nazi-fascismo come soluzione.
Si deforma il linguaggio perché si usano queste parole sostituendo al significato originale un nuovo significato, oppure scambiando la parte con il tutto o il mezzo con il fine.

Sicurezza. Quando si parla di sicurezza, bisogna tenere conto che quando la si richiede sui luoghi di lavoro, sulle strade o nei trasporti è più che legittima e comprensibile, ma il concetto non deve essere esteso all’ambito del sociale. In questo senso si banalizza il nostro desiderio di vivere in una società accogliente e rassicurante perché pacifica chiamandolo sicurezza.
L’unico modo per rendere la società accogliente ed equa – secondo il modello della polis – è ridurre le ingiustizie sociali e sviluppare le buone relazioni. Per questo si è inventata la democrazia al posto del potere assoluto, per creare un ambiente che permetta questo processo. E’ un processo in positivo e non un processo difensivo.
Chi promette la sicurezza barattandola con spazi di libertà sa di promettere il falso perché non esiste sicurezza assoluta dal momento che il futuro non si conosce. Si può tentare di ridurre il rischio ma non promettere la sua totale e permanente eliminazione.
E’ solo dando a ciascuno pari opportunità – e quindi la possibilità di accedere ai servizi per sviluppare le proprie aspirazioni – che si arriva a una convivenza non solo pacifica, ma gratificante. Una persona soddisfatta della propria esistenza non accumula rabbia e non cerca capri espiatori.
Ma restiamo consapevoli che neanche così si elimina il rischio che qualcuno scelga di sopraffare un altro. L’uomo è tale proprio in quanto libero di scegliere.

Democrazia. Per il secondo termine, la democrazia, si scambia il mezzo con il fine, definendo come democrazia il metodo del voto a maggioranza. La democrazia è, invece, la costruzione di uno spazio di libertà comune per l’esercizio delle libertà personali per cui, nella molteplicità delle proposte possibili per raggiungere questo obiettivo, si usa il metodo di scegliere quello che la maggioranza dei cittadini riconosce come la via da percorrere.

Politica. In questa logica di ambiguità del linguaggio la politica, che è l’arte dell’uso della parola e del confronto – inventata per sostituire la guerra come metodo per conquistare e controllare un territorio – viene invece usata come esercizio del potere attraverso la corruzione e la distribuzione di privilegi.

Burocrazia. Viene usata come sinonimo di insieme dei servizi amministrativi, necessari per la gestione di uno Stato democratico, quando invece è una struttura che nasce perché un potere centralizzato abbia possibilità di controllo sull’intero Stato.
La burocrazia si rende apparentemente funzionale alla democrazia attraverso il concetto di uguaglianza dei cittadini che però riduce il cittadino ad una unità quantitativa. Riducendo il cittadino a un numero si permette la standardizzazione della procedura che è quella che certifica il funzionamento del servizio.
Essendo la procedura la garante del funzionamento del servizio, chi lavora nella burocrazia è solo responsabile di rispettare la procedura, quindi, in questa organizzazione perversa sparisce l’esercizio della responsabilità personale, negando in questo modo la democrazia nella sua essenza.

Uguaglianza. Questa parola ha due effetti perversi: uno il ridurre il soggetto a numero, l’altro il mettere in evidenza le differenze come qualcosa di negativo. Insomma, la diversità marca una distanza e una contrapposizione, anziché sottolineare il valore dell’unicità del soggetto.
La diversità, vista come valore negativo, spinge a fare tribù, a riconoscersi tra simili, perché la solitudine fa paura, e quindi porta a fare gruppo attorno a ciò che si sceglie come valore del simile, che sia il colore della pelle, la divisa o la lingua.
Alla democrazia, invece, sarebbe omogeneo il concetto di parità perché riconoscerebbe il cittadino come un soggetto unico e portatore di valori e di diritti al pari di tutti gli altri cittadini. L’unicità non permetterebbe la standardizzazione ma pretenderebbe sempre l’armonizzazione della norma alla singolarità di ogni cittadino.

Giustizia. Con la parola giustizia si definisce il desiderio umano dell’essere riconosciuti nella propria singolarità e di vedere le cose collocate al loro giusto posto; invece oggi si utilizza per indicare l’insieme delle leggi che definiscono il limite a comportamenti oltre i quali si retrocede dal livello di civiltà raggiunto. Se si sovrappone al desiderio di giustizia il valore sanzionatorio della legge si arriva al giustizialismo o allo sterminio del diverso.

Avvicinandosi il giorno delle elezioni sfruttando gli avvenimenti violenti di Macerata, o strumentalizzando e alimentando la paura dei flussi migratori, il tema della sicurezza diventa sempre più dominante. Si promette sicurezza proponendo leggi di esclusione di categorie e di gruppi sociali, di controllo di polizia e di territorio, modelli che ripropongono schemi nazionalisti e una società classista piramidale che non hanno niente a che fare con la democrazia.

Siamo sicuri che sia realistico pensare che un governo autoritario porti sicurezza?
E’ sicuro un mondo dove ogni comportamento è codificato e quindi nessuno è responsabile?
E’ certo che sia più sicuro un mondo nel quale si permette a chiunque di farsi giustizia da sé?
E’ auspicabile un mondo nel quale si toglie ai bambini e ai giovani il loro spazio di esperienza perché non c’è nessuna assicurazione che voglia coprire il rischio che comporta la loro vitalità?
E’ un mondo che risolve o che crea i problemi?

Tra la burocrazia e la sicurezza siamo arrivati a una società impersonale, senza responsabili, ma composta solo da colpevoli contro i quali soltanto la legge potrà fare ‘giustizia’.
La realtà umana e la società sono complessità che non possono essere semplificate. Bisogna rispettarle e conoscerle. Ci vogliono partecipazione e impegno da parte di ciascuno per risolverne le incompiutezze e migliorare il mondo.

*Grazia Baroni, è nata a Torino nel 1951. Dopo il diploma di liceo artistico e l’abilitazione all’insegnamento si è laureata in architettura e ha insegnato disegno e storia dell’arte nella scuola superiore durante la sua trentennale carriera. Ha partecipato alla fondazione della cooperativa Centro Ricerche di Sviluppo del Territorio (CRST) e collaborato ad alcuni lavori del Centro Lavoro Integrato sul Territorio (CELIT). E’ socia e collaboratrice del Centro Culturale e Associazione Familiare Nova Cana.
Dal 2016, anno della sua fondazione, fa parte del gruppo Molecole, un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, scoprendo e dialogando con altre molecole positive e provare a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento.

I colori della conoscenza: le prossime conferenze dell’Istituto Gramsci

Da Istituto Gramsci Ferrara

GIOVEDÌ 1 MARZO BIBLIOTECA ARIOSTEA FERRARA ORE 17-19

IL CORPO E LA MENTE: COME METTERLI IN RELAZIONE

Chiara Baratelli Psicoanalista

Introduce Cinzia Carantoni Wasp Project Management

Psiche e Soma dialogano continuamente. Soma registra gli eventi del corpo accaduti anche molti anni prima che si trasformano in sintomi psichici e corporei. Il corpo è sensibile a qualsiasi incontro spiacevole, anche alle parole e colpisce gli organi, e questi danno segno di aver ricevuto il colpo: una fitta al cuore, un amaro in bocca (che traduce l’amarezza) un colpo allo stomaco, una nausea reale per qualcosa che è nauseante. Le alterazioni dell’esperienza somatica possono andare da lievi e passeggere preoccupazioni ingiustificate riguardo alla nostra salute fino a convinzioni intense e persistenti per gravi minacce che si ipotizzano incombano sul fisico come nell’ipocondria. Il corpo può esso stesso essere vissuto come minaccioso (nell’anoressia mentale), oppure deformato (nel dismorfismo corporeo), oppure estraneo (nella depersonalizzazione somato-psichica). L’alterazione del rapporto tra mente e corpo può arrivare al “divorzio” tra i due. Questo ha spesso carattere difensivo, avendo lo scopo di circoscrivere alla sfera somatica uno sconvolgimento che, altrimenti, sarebbe vissuto come ancora più minaccioso.

L’incontro sarà seguito Martedi 14-3 e Martedì 21-3 da due Laboratori didattici “Il corpo e la mente: Gli Imbrogli del corpo” condotti da Chiara Baratelli Psicoanalista (2 incontri di 2 ore 17-19 presso Istituto Storia Contemporanea, Vicolo Santo Spirito 11, Ferrara)

Sono ammessi ai laboratori, oltre ai docenti iscritti, anche uditori interessati.

Per il ciclo “I colori della Conoscenza” a cura degli Istituti Gramsci e ISCO

LUNEDÌ 12 MARZO BIBLIOTECA ARIOSTEA FERRARA ORE 17-19 IL CORPO E LA MENTE: EDUCARE ALLO SPORT

Ne parlano Nicola Alessandrini Insegnante e Angela Magnanini Docente UniRoma 4

Il complesso rapporto tra mente e corpo percorre l’intero arco della filosofia occidentale, fino a raggiungere, nella modernità, le sembianze di una vera e propria spaccatura tra res cogitans e res extensa. Il divario tra la sfera psichica e quella fisica, fonte d’inesauribili dibattiti filosofici, sembra conciliarsi improvvisamente di fronte all’armonia di un gesto sportivo, dove mente e corpo cooperano all’unisono. Da qui l’importanza di un’educazione attraverso lo sport quale momento di un processo educativo che sappia concepire l’individuo come unità psico-somatica. In tal modo il corpo diventa progetto, grazie alla sua capacità di guardare avanti, di realizzare quanto ancora non c’è. Se è vero – scrive Foucault – che come corpo siamo irrimediabilmente qui, mai altrove, è anche vero che nel corpo nascono i nostri desideri, «è da lui che escono e risplendono tutti i luoghi possibili, reali o utopici». Per questo il nostro corpo è «luogo d’ogni utopia».

Per il ciclo “I colori della conoscenza” a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

IL CACCIATORE DI LEGGENDE
Il tempio nascosto

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CAPITOLO VII – Il tempio nascosto

Di fronte a loro apparve dalle ombre una sorta di altare in pietra. Era grande, costituito da una massiccia lastra di forma rettangolare che poggiava su due blocchi squadrati posti alle due estremità della tavola. Subito dietro l’altare spiccava un’imponente colonna cilindrica, probabilmente in granito, alta circa una decina di piedi e sulla cui superficie si distinguevano numerosi bassorilievi. A destra invece, distanziato di una decina di passi, un gigantesco totem, scolpito su una colonna calcarea generata dall’unione tra una stalattite e una stalagmite, era seminascosto dall’oscurità. Il totem raffigurava una strana chimera i cui tratti erano stati probabilmente modificati dall’azione dell’acqua che colava incessantemente dall’alto della colonna facendola brillare alla luce delle lanterne. Dalla parte opposta, a sinistra dell’altare, la superficie nera e perfettamente ferma del lago completava la scena.
I tre uomini erano nuovamente ammutoliti. Restarono immobili a guardare quella visione per parecchio tempo.
Storditi dalla sorprendente scoperta, non si accorsero che qualche passo più in là, dietro la colonna di granito, una strana creatura quasi completamente avvolta nel buio li stava osservando.

Greenstone si avvicinò all’altare. Sul ripiano di pietra si notavano quattro grossi fori levigati, probabilmente dei passanti, e dei legacci di cuoio quasi del tutto consumati che penzolavano dal bordo della tavola, l’uomo vi poggiò sopra la lanterna e, nel farlo, notò diverse macchie scure sulla superficie.
«Questo è sangue!» constatò.
«Mon Dieu, Joseph! Ci troviamo davanti a una scoperta sensazionale: un antico altare sacrificale inca situato sottoterra… Il primo mai scoperto finora!» esclamò il francese in preda all’eccitazione.
«Jacques, forse l’altare sarà antico. Ma questo sangue di sicuro non lo è…» osservò Sewell.
«Ma… che volete dire?» chiese turbato il francese.
Greenstone tirò fuori un coltello dall’astuccio di cuoio che portava agganciato alla cintura e iniziò a grattare il sangue essiccato dalla pietra: «Vedete Jacques, in questo avvallamento della pietra ce n’è una discreta quantità, una vera e propria pozza di sangue… L’incrostazione poi s’allarga sino al bordo della tavola disegnando dei rivoli. Se date un’occhiata in basso, ai piedi dell’altare, ci sono tracce di gocciolamento. Non pensate che ci sia un po’ troppo sangue per essere solo la testimonianza di un evento vecchio di secoli?»
Verdoux non rispose, fissava quelle macchie nerastre cercando di dare un senso logico alle parole dello scozzese.
Sewell continuò: «Ma la cosa che mi ha tolto ogni dubbio è questa…» indicò una chiazza biancastra che ricopriva parte dell’incrostazione, «È muffa! In altre parole la dissoluzione di questo sangue non è iniziata secoli fa… direi piuttosto settimane o giorni!»
Jacques era pallido, gocce di sudore gli imperlavano la fronte a dispetto del freddo che avvolgeva l’intera caverna. Per Greenstone non era chiaro se l’aspetto precario dell’amico fosse imputabile al retaggio della malattia o alla forte emozione del momento. Alla fine pensò che probabilmente fosse la combinazione delle due cose.
Il francese farfugliò qualcosa nella propria lingua che si rivelò incomprensibile alle orecchie dei due compagni, frugò nella bisaccia ed estrasse la bottiglietta di assenzio. Ne bevve due sorsate e, per la prima volta, l’offrì allo scozzese che declinò.
Juan, che si era spinto in avanti in perlustrazione, chiamò i due scienziati: «Professori, da questa parte… prego venite!»
Sewell imbracciò il fucile e corse dall’indio aggirando l’altare, subito imitato da Verdoux.
Arrivarono dove li attendeva Juan. Poco più avanti sulla destra dell’altare, tra la colonna di granito e il totem, alla luce delle lampade apparve un ampio braciere circolare ricavato da un unico blocco di roccia, alto più o meno tre piedi e largo il doppio, l’interno era completamente annerito e conteneva tracce di cenere. Addossata al braciere c’era un’enorme catasta di legna.
Greenstone aveva in testa mille domande a cui non sapeva dare nemmeno una risposta. Tutta la situazione aveva preso una piega strana, quasi surreale: dall’iniziale e ovvio stupore, i tre uomini erano passati a una condizione di tacita accettazione di qualsiasi nuova eventuale sorpresa dovesse via via manifestarsi.

Juan si rivolse ai due esploratori, gli occhi gli brillavano più del solito: «Ora potremo illuminare la caverna!»
«E magari scaldarci un po’…» aggiunse il francese rinfrancato dall’assenzio.
I tre non persero tempo e si adoperarono per accendere subito un fuoco. L’esigenza di doversi scaldare e l’occasione ghiotta di poter finalmente rendere visibile buona parte della caverna li distolsero, almeno momentaneamente, da dubbi ed elucubrazioni sulla provenienza di quelle tracce e l’origine di quegli oggetti apparsi dal nulla.
Misero nel braciere tutta la legna che poteva contenere e, utilizzando le lampade a petrolio, appiccarono il fuoco.
In pochi istanti la legna perfettamente asciutta iniziò a bruciare con vigore e ci vollero alcuni minuti perché le fiamme si sviluppassero fino a creare lingue verticali alte dieci piedi. Ben presto un calore confortante si propagò nello spazio tutt’attorno al braciere. Greenstone stava argomentando sul modo di sfruttare al meglio il fuoco nel prosieguo dell’esplorazione, quando le parole gli si smorzarono in gola. Rimase immobile, la bocca aperta come inceppata nel vano tentativo di terminare un discorso ormai inutile, lo sguardo fisso davanti a sé.
Il bagliore del fuoco si era intensificato a tal punto da permettere alla propria luce d’invadere gran parte della vasta caverna che fino a poco prima era stata celata dall’oscurità. Fu così che i tre esploratori videro apparire la cosa più strabiliante che mai avrebbero potuto immaginare.

Ora davanti a loro, a una cinquantina di passi lungo la linea retta che univa altare, colonna e braciere, era appena apparsa una gigantesca costruzione fatta di grossi blocchi di pietra intagliati. Era addossata alla parete della caverna che si sviluppava in altezza per alcune decine di iarde.
Il manufatto aveva l’aria d’essere antichissimo. La sua forma a piramide lo faceva assomigliare a un tempio maya piuttosto che un edificio inca, tuttavia delle costruzioni inca conservava l’assemblaggio e la forma delle pietre. Al centro spiccava un ampio ingresso che lasciava intuire ai tre spettatori una grande profondità di spazio al suo interno. Il portale era a forma di trapezio ed era sovrastato da un pesante architrave in pietra squadrata come il resto dei blocchi che costituivano il muro di facciata del palazzo, tutti sagomati al punto da ottenere un incastro perfetto. Il muro di facciata, che si elevava verticalmente pendendo verso l’interno, si estendeva dai due lati del portale fino a fondersi con la parete rocciosa ai margini dell’enorme nicchia in cui si trovava l’edificio.
L’imponente costruzione si elevava su quattro volumi concentrici a base quadrata e ampiezza decrescente, con tre larghi terrazzamenti che nel complesso ricordavano appunto un tempio maya. Le facciate dei tre volumi superiori poi, anch’esse inclinate verso l’interno, accentuavano l’impressione della piramide.
Al centro delle tre facciate superiori erano collocate due grandi aperture circolari che davano all’intero edificio, come se ce ne fosse bisogno, un’aria sinistra. Ricordavano vagamente le orbite vuote di un teschio gigante, orbite dietro le quali dominava il buio più totale.
Ma non era finita lì!
Sul lato destro del tempio, distanti poche iarde e anch’esse addossate alla parete della grotta, si scorgevano delle piccole costruzioni in pietra, distribuite lungo il perimetro meridionale della caverna e disposte secondo un preciso schema geometrico. Erano una sorta di cubi costruiti con pietre posate a secco e privi di finestre, vi si poteva accedere all’interno soltanto attraverso delle strette aperture poste sui tetti piani.
L’intero scenario aveva tutta l’aria d’essere una specie di antico villaggio, probabilmente legato alla civiltà inca, raccolto attorno a un tempio dalle origini incerte.
In quei territori la cosa di per sé non era da considerarsi eccezionale, molti siti archeologici erano stati appena scoperti e altri lo sarebbero stati negli anni a venire.

Dunque, c’era un villaggio e un tempio a forma di piramide, poi c’era un lago sulla cui riva era posto un altare sacrificale. E tutto quanto racchiuso dentro un’immensa e buia caverna nelle viscere di una montagna. Ce n’era abbastanza per far precipitare le menti dei suoi scopritori nella confusione più totale.
Peraltro, Greenstone e compagni erano talmente rapiti e sconcertati da quella visione che non s’accorsero d’essere osservati a loro volta.

Erano rimasti in religioso silenzio per parecchi minuti, l’unico rumore era il crepitare del fuoco nel braciere, poi lo scozzese finalmente parlò: «Credevo d’essere preparato a tutto, ma questo non me l’aspettavo… Questa scoperta cambia i nostri piani…» si passò una mano sul volto e poi riprese, «Dobbiamo capire cos’è questo posto! Voi che ne dite Jacques?»
Il francese era sempre più pallido e sudava copiosamente, si schiarì un poco la voce prima di parlare, «Joseph, lasciatemi pensare… Dovremo esaminare bene tutta l’area, occorrerà disegnarla e prendere appunti. Cercare reperti che documentino le cause di questo insediamento… Ci vorrà del tempo.»
Sewell era pensieroso, continuava a osservare il tempio addossato alla parete di roccia, poi abbozzò una proposta: «Abbiamo il fuoco e abbiamo l’acqua, potremmo accamparci qua.»
«Questo posto non mi convince, Joseph! Come avete detto anche voi, ci sono tracce di qualcosa avvenuto non troppo tempo fa… Il sangue… e tutta questa legna per il fuoco, sicuramente è stata portata qua di recente.»
«Concordo con voi Jacques, ma non possiamo andarcene senza prima aver cercato di capire cosa abbiamo trovato… Siamo scienziati!»
Jacques Verdoux, seppure riluttante, dovette dargli ragione. Era vero: il credo di entrambi imponeva la ricerca della verità in ogni situazione, e quella scoperta era un’occasione troppo ghiotta per non farsi coinvolgere.
«In ogni caso staremo in guardia. Abbiamo le armi, se sarà necessario le useremo!» chiarì Sewell per rassicurarlo.
«Io non ho mai sparato Joseph.» confessò il francese.
«Non occorre che lo facciate Jacques, ci siamo già io e Juan per questo!» diede un’occhiata all’indio e aggiunse, «Dovremo comunque tornare al pozzo e aggiornare Pedro sulla nuova situazione. Lui ci calerà l’altro fucile, le provviste e quant’altro sarà necessario.»
Detto questo, Greenstone estrasse dal taschino l’orologio, un Waltham con le iniziali del padre incise sul coperchio d’acciaio placcato in oro, le lancette indicavano poco meno delle sei del pomeriggio.
«Se ci muoviamo adesso, quando saremo fuori sarà già buio… ma almeno arriveremo al pozzo dove potremo rifocillarci e trascorrere la notte senza problemi. Domattina torneremo quaggiù equipaggiati a dovere!»
Jacques e Juan annuirono, poi insieme a Sewell s’accinsero ad abbandonare il luogo della scoperta.
S’avviarono così nella direzione da cui erano venuti, non prima d’aver dato un ultimo sguardo a quelle misteriose pietre.

Il fuoco nel braciere continuò ad ardere per diverse ore dopo che i tre uomini se n’erano andati.
Due piccoli occhi obliqui rimasero a osservare quelle fiamme a lungo. Brillarono di luce riflessa fino a che l’ultima brace si spense facendo ripiombare tutto quanto nell’oscurità più assoluta.
Solo allora, un’ombra nell’ombra si mosse lentamente verso le acque del lago, vi s’immerse e scomparve nell’abisso.

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Sulla Ferrara infelice e disperata de L’Espresso

Del reportage su Ferrara di Fabrizio Gatti, che ha destato scalpore e provocato la conseguente replica del sindaco, devo dire che ho trovato molto proficuo lo sforzo di raccontare ‘l’altra Ferrara’, cioé la parte più povera e a volte invisibile della città. Si tratta però di prenderne il buono – la prospettiva, alcuni dati – e lasciar perdere la retorica della disperazione e dell’infelicità. Questo a mio avviso sarebbe utile alla città per comprendersi.

Il giornalista ha infatti usato statistiche socio-economiche quali i dati sull’occupazione, la povertà, gli indici demografici, alcune cifre sull’assistenza sociale. Ha inoltre ricordato la presenza della mafia nigeriana, dello spaccio di droga e, in alcune aree della città come il Gad, la perdita del controllo del territorio da parte delle istituzioni. E per fortuna, bontà sua, ha dimenticato il tasto dolente dell’inquinamento.
La ricostruzione, dicevo, va salvata per farne un dibattito serio e anche per non lasciare l’argomento a una facile ironia o peggio relegarlo a monopolio e strumento di propaganda delle odierne e odiose destre xenofobe. I punti sollevati da Gatti esistono, sono urgenti e meritano attenzione.
La risposta del Sindaco invece, soffermandosi sulla crescita del turismo, le nuove fermate dei veloci (e costosi) treni di Italo e Trenitalia, le nuove infrastrutture ecc., ha finito per ricordarmi un famoso film con Gene Wilder intitolato ‘Non guardarmi: non ti sento’. Insomma la sua mi è parsa una difesa d’ufficio dell’amministrazione piccata e tuttavia fuori fuoco poiché i treni veloci o le infrastrutture, le mostre, le piste ciclabili parlano di una Ferrara ampiamente visibile e pubblicizzata che poco ha a che fare con la parte povera e multietnica della città. Non credo fosse in discussione questo.
Come difesa d’ufficio, peraltro, sarebbe bastato incrociare qualche statistica nazionale per confutare i dati utilizzati da Gatti sull’impoverimento, sulla demografia, sull’immigrazione, e sottolineare come queste cifre riguardino dinamiche nazionali e internazionali contro cui nessuna amministrazione comunale ha colpe né può vantare soluzioni. Non è a Ferrara, ma in Italia che ci sono pochi nati. Non è a Ferrara, ma in Italia che la povertà relativa ha raddoppiato le sue percentuali. Non è a Ferrara, ma in Europa e nel mondo che le migrazioni stanno cambiando la realtà di interi continenti. È quindi Ferrara il simbolo di un periodo europeo e non il contrario. Anzi la retorica della disperazione, se paragonata alla realtà e ai numeri di altre aree del Paese, o del Mezzogiorno, dove risiedono la maggior parte delle famiglie povere italiane, risulta del tutto inappropriata.
Su questo però, ripeto, sarebbe utile a tutti discutere, spiegarsi, argomentare.

Tornando al reportage, ebbene i parametri valutativi usati dal giornalista non mettono in discussione di certo la ‘felicità di Ferrara’, bensì il suo benessere. È il binomio ‘benessere-felicità’ o quello ‘povertà relativa-disperazione’ ciò che contesto al giornalista, o meglio ai titoli sensazionalisti dell’articolo.
Allora è il caso di aggiungere altre prospettive al racconto della città e dire magari che, a dispetto di tante altre città padane, Ferrara non è infelice né disperata prima di tutto perché è ancora un luogo. È uno spazio vissuto che genera senso e relazioni umane, memoria, conoscenza e condivisione. Sono le relazioni simmetriche, la capacità di muoversi liberamente e partecipare, è la capacità di vivere la propria sfera privata per poi condividerla in una sfera pubblica che fanno di una città un luogo vivo (costo di un affitto o di una casa, mobilità, gratuità di eventi e servizi, ecc.).

Dunque, Ferrara è ancora un luogo e lo è proprio perché non è particolarmente ricca né industrializzata e non è ancora soffocata né snaturata dal turismo di massa o dalla diseguaglianza. Questi fattori, insieme agli impulsi positivi legati alla sua antica università, le hanno consentito di conservare il suo corpo, la sua forma, e di attirare costantemente nella sua orbita.
Certo, stiamo parlando di un’Italia tremendamente invecchiata e la felicità di Ferrara, va detto, non è eterna né scontata. Essa dipenderà dalle sue capacità residue di generare radicamento nei nuovi ferraresi (le statistiche demografiche restano inesorabili), di generare uguaglianza e di difendersi dal consumo del suolo, dalle speculazioni edilizie, dal proliferare di centri commerciali, dall’inquinamento, che pure ne hanno minacciato e continuano a minacciarne l’essenza.

Ebbene, vale la pena ricordare che una città che genera radicamento è l’antidoto migliore a qualsiasi tipo di fondamentalismo o fanatismo e le città della desolazione italiane sono proprio quelle industriali e postindustriali che vantano pil, cifre e dati più virtuosi. È lì che crescono i focolai d’odio, di rabbia e rancore dovuti allo sradicamento e alla fine delle comunità, ed è lì che nascono e attecchiscono le leghe e i Salvini.
In questa vicenda è chiaro che spetterà un ruolo importante alla nostra classe dirigente, la quale nel complesso, se confrontata al resto d’Italia, viene da diversi mandati positivi, e tuttavia dovrà nell’immediato futuro favorire la maggiore compartecipazione possibile tra la città dei poveri e quella dei ricchi, tra i nuovi e i vecchi ferraresi.
Insomma, Ferrara è anche l’altra città di cui il giornalista Gatti parla, e agire su di essa è un’occasione, forse l’unica, di rigenerazione, per creare nuovi, inediti equilibri.
Il fatto è che, purtroppo, – come la peste di Camus o la cecità di Saramago, – l’odio, la paura, l’isolamento degli italiani, lo stallo politico nazionale, la mancanza di idee e visioni precise del Paese, si propagano su e giù per lo stivale al pari di un morbo inarrestabile, rendendoci disperatamente inermi, soli, a volte miopi.