Skip to main content

Palazzo dei Diamanti, il confronto continua. L’opinione di Michele Pastore

Dopo l’intervento dell’architetto Malacarne, di Italia Nostra Ferrara, Ferraraitalia è lieta di ospitare quello dell’architetto Michele Pastore, presidente di Ferrariae Decus-Associazione per la tutela del patrimonio storico e artistico di Ferrara e la sua provincia, che ha risposto al nostro invito a un dibattito serio, documentato e approfondito a proposito della vicenda di Palazzo Diamanti.

di Michele Pastore

Ferraraitalia invita ad affrontare la ‘Vicenda Diamanti’ in modo serio. Purtroppo è tardi!
La decisione assunta a Roma in maniera centralistica, sorpassando la Soprintendenza locale, che pure aveva contribuito alla definizione del concorso, rende la ripresa del dibattito sterile, soprattutto nei termini in cui si è svolto, di contrapposizione aprioristica più finalizzata ad uno scontro politico che ad un dibattito culturale.

Forse è più opportuno pensare al futuro e qui si presentano due temi.
Il primo, in merito alla decisione romana, ripropone una centralità dello Stato, che con la sua “direttiva” corre il rischio di annullare sempre più il decentramento istituzionale come base delle decisioni e delle responsabilità. A me sembra molto grave che una “direttiva” verticistica, originata da un caso specifico, sia estendibile da una città a tutto il territorio nazionale. Una posizione rigida sul tema della conservazione del patrimonio culturale urbano era indispensabile negli anni Settanta. Infatti quella rigidità, con le relative posizioni vincolistiche, ha fatto sì che i nostri centri storici, compresa Ferrara, fossero salvati dall’attacco indiscriminato delle espansioni. Sono, infatti, di quegli anni i piani conservativi per i centri storici: anche Ferrara nel 1975 si dotò di un piano del Centro Storico che ha contribuito non solo a proteggerla e a conservarne il pregio, ma anche a farla diventare patrimonio riconosciuto Unesco. Oggi il principio e la consapevolezza di conservare il patrimonio storico, proprio a seguito di quei piani e di quelle azioni, non è più in discussione: è un valore collettivo condiviso. Di conseguenza, voler insistere solo sui concetti vincolistici diventa oscurantismo. Oggi è necessario affrontare una discussione nuova: la compatibilità e la convivenza tra antico e moderno.

A questo punto affrontiamo il secondo tema di una possibile nuova discussione in parte pregiudicata dalla “direttiva” ministeriale: la qualità dell’architettura moderna e come i nuovi interventi si possano porre nei confronti delle preesistenze. Sono in disaccordo con chi sostiene che nel caso dei Diamanti non è in discussione la qualità del progetto, ma l’opportunità di progettare in quell’area. Io la definisco “area” perché il retro dei Diamanti non è un parco, ma un luogo anonimo e abbandonato, al massimo utilizzato per qualche anno come cinema estivo all’aperto. Da queste considerazioni si può comprendere quale fosse la mia opinione e l’opinione del Consiglio di Ferrariae Decus sulla possibilità di intervenire in quell’area con un elemento funzionale che non intacca il Palazzo dei Diamanti e si pone in maniera trasparente tra il palazzo e la riorganizzazione dello spazio libero formando, ora sì, un parco.
Conosco Palazzo dei Diamanti e ho avuto occasione di capire il nuovo progetto e lo ritengo funzionale e corretto, espressione di un’architettura moderna che dialoga con l’antico senza prevaricarlo e quindi senza provocare alcun pericolo per la sua integrità e conservazione.

Questi sono i due temi che discendono dalla decisione romana, senza considerare gli anni persi, le risorse economiche e professionali impiegate, il rischio di perdere finanziamenti e, inoltre, il pericolo che questa decisione possa pregiudicare qualsiasi futuro intervento delle istituzioni locali non solo a Ferrara.
Ma poiché il problema della rifunzionalizzazione si era posto fin dalla fine dell’Ottocento e riproposto dopo la guerra con intervento mai realizzato, quello sì condizionante e invasivo, che si fa ora?
Qualcuno propone di spostare le grandi mostre in altra sede, ma ormai Palazzo dei Diamanti è un brand nazionale e internazionale, che identifica il luogo con le grandi mostre che vi si realizzano. Fin dal Progetto Mura si propose la formazione del ‘polo museale’ del quadrivio rossettiano. Se per Palazzo Prosperi, diventato di proprietà comunale, si sta avvicinando il momento del recupero, con un finanziamento già acquisito, per la Caserma Bevilacqua-Palazzo Pallavicino, sede dei servizi della polizia di Stato, fin dai tempi della Giunta Sateriale si è verificata l’impossibilità di entrarne in possesso per indisponibilità dello Stato che ne è proprietario.
Realisticamente resta soltanto quindi la possibilità di utilizzare Palazzo Prosperi. Ma a quali usi può essere adibito? Non certo per il trasferimento delle grandi mostre, poiché dispone solo di un grande salone al primo piano e di alcune sale la cui superficie complessiva è certamente inferiore a quella attuale dei Diamanti, e comunque continuerebbero a mancare, a Ferrara Arte, le funzioni nuove di supporto e di servizio che erano previste nell’ampliamento bocciato. Sono quindi stupito che vi sia chi fa questa proposta.

Già nel gennaio del 2017 un documento a firma di Andrea Malacarne per Italia Nostra, Michele Pastore per Ferrariae Decus, Ranieri Varese per Deputazione Ferrarese di Storia Patria, Gianni Venturi per Amici dei Musei proponeva di destinare Palazzo Prosperi a servizi per la Pinacoteca Nazionale.
A me pare che questa proposta posse essere in parte ancora valida. La Pinacoteca Nazionale, parte sempre più importante delle Gallerie Estensi, proprio in questi giorni si è potenziata con l’apertura al pubblico di nuove sale ristrutturate e riallestite con spazi dedicati allo studiolo di Belfiore, con l’esposizione delle Muse, e alla Bibbia di Borso d’Este.

Ferrara Arte, potendo procedere solo con i lavori del restauro di Palazzo dei Diamanti, pur potendo riorganizzare i propri spazi a disposizione, continuerà ad avere bisogno di quegli ambienti che erano previsti nel progetto bocciato.
Forse proprio alla luce di quanto detto si potrebbe pensare che Palazzo Prosperi Sacrati possa diventare centro ‘integrato’ di servizi comuni da dedicare a Ferrara Arte ed alla Pinacoteca Nazionale. Penso a un luogo per la didattica, per una biblioteca specializzata, per archivi, per sale riunioni, per depositi e piccole mostre. Un luogo cioè di supporto: di ricerca e di studio, a completamento ed a supporto delle due più importanti attività museali ferraresi.

Forse dopo quanto è successo solo questo si può fare.

Samba pour la France

SAMBA, Omar Sy, 2014. ph: David Koskas/©Broad Green Pictures

Un altro appuntamento con Omar Sy, dopo ‘Quasi Amici’ e ‘Famiglia all’improvviso. Istruzioni non incluse’. Ancora un incontro fra due mondi, per ‘Samba’, di Olivier Nakache e Éric Toledano (gli stessi registi di ‘Quasi amici’): quello dei sans papier del maliano Samba (Omar Sy) e della francese Alice (Charlotte Gainsbourg), una dirigente d’azienda che dopo un crollo psico-fisico da stress decide di cambiare vita.

La commedia a sfondo sociale, che ricorda molti temi di Ken Loach, fa dialogare due mondi estremamente diversi. Samba Cissé vive di espedienti e lavoretti temporanei, nel mondo del lavoro sommerso francese che cerca lavoratori a basso presso senza documenti regolari, una vita sospesa e in bilico in attesa della tanto agognata carta di soggiorno che mai arriva. Eppure il protagonista vive lì da dieci anni. Alice, che, dopo la depressione da ‘burn-out’ (o esaurimento da lavoro), cerca di ricostruire il suo equilibrio e la propria vita attraverso il volontariato in un’associazione che aiuta gli immigrati a sopravvivere fra i cavilli burocratici e non solo.  Tratto dal romanzo ‘Samba pour la France’ di Delphine Coulin, non è una storia vera ma vi sono tutti gli elementi per esserlo. Niente di più attuale, infatti.

Una commedia sociale dolce e amara, una ‘dramedy’: chi cerca i documenti regolari e un’identità e chi cerca di ricostruirsi, in fuga da se stesso; entrambi avvolti da un inferno personale che sfianca. Finché le due realtà si incontrano, in una storia, quasi una favola moderna, che fra tante emozioni, simpatia e risate, può aprire un varco verso la serenità.

Samba, di Olivier Nakache e Éric Toledano, con Omar Sy, Charlotte Gainsbourg, Tahar Rahim, Youngar Fall, Francia, 2014, 118 mn.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Ferrara città che apprende

Allora diciamocelo. Abbiamo bisogno di una città laboratorio. Non si cava un ragno dal buco se ci ostiniamo ad abitare la nostra pigrizia mentale, se continuiamo a pensare quello che è già stato pensato.
Dopo i cantieri del post sisma, bisogna dare il via al cantiere delle idee.
E chi pensa che non ce ne sia bisogno significa che conta di affossare per i prossimi anni la città nelle nebbie padane.
La città possiede da sempre l’anima del futuro e attende all’appuntamento con la storia i suoi artefici.
Qualche idea e qualche suggerimento l’abbiamo fornito in questi anni anche noi dalle pagine di questa rubrica, come ad esempio “la città che apprende”.
Perché tutti i sistemi complessi hanno bisogno di apprendere. Figuriamoci quelli dell’abitare e della cittadinanza.
Un’idea che era anche piaciuta a qualcuno dell’attuale amministrazione comunale, ma poi, come succede con le idee nuove, è mancato il coraggio di portarla vanti.
Di idee nuove poi non si tratta, perché nel mondo le città che apprendono si moltiplicano sotto le insegne dell’Unesco e perché anche in Italia altri hanno pensato che l’idea di una città che apprende, l’idea della città educante merita di essere realizzata.
A Torino, dal 29 novembre al 2 dicembre scorsi, hanno festeggiato il terzo Festival dell’Educazione, per coinvolgere scuole e famiglie della città, per parlare di buone pratiche educative. Il tema: Per un Pensiero Creativo, Critico e Civico.
Occuparsi di scuola e di educazione per una città significa avere attenzione per i propri giovani, farsi carico del loro futuro e del futuro della città stessa. Ma pare che noi a Ferrara non abbiamo tempo o non riteniamo tutto questo prioritario.
Ad alcune decine di chilometri da noi, Padova si propone come città che “si innova, che educa che impara”. Per dire come sia strategico l’investimento sui saperi e sul capitale umano, che è risorsa e ricchezza di una città. Il capitale umano di tutte le età.
Dai nidi alle scuole, ai centri culturali, ai centri per la formazione degli adulti. Per garantire il diritto allo studio e progetti di qualità, la partecipazione della città al progetto formativo dei suoi giovani e di chi giovane non è più.
Noi abbiamo da tempo prodotto il manifesto “Ferrara Città della Conoscenza”, è ancora lì che fa bella mostra di sé sulle pagine di questo giornale. In diversi l’hanno letto e sottoscritto. È a disposizione dei candidati che nella corsa per le prossime amministrative lo vogliano far proprio.
Ci sono scritte alcune cose importanti, che tutta la vita è apprendimento, che l’apprendimento è condivisione, è cura, è evento quotidiano gestito dalle persone.
C’è scritto che crediamo che la nostra città, per la sua tradizione e cultura, perché patrimonio dell’umanità, debba far parte della rete mondiale delle città che apprendono, essere una learning city che produce e scambia conoscenze, un luogo dove l’apprendimento è al servizio di tutta la comunità.
Ci piacerebbe abitare una città amica dell’apprendimento, una città riconoscente che celebra e festeggia quanti sono impegnati nello studio, nei saperi, nella ricerca. Una città che fa incontrare e dialogare la scuola, l’università, le istituzioni culturali, i piccoli e i grandi, gli studenti e gli adulti in una esperienza di condivisione e di interesse comune.
Parlare di cultura conduce a prospettare eventi che fanno girare l’economia della città, parlare di apprendimento e di conoscenza è più difficile. Se già per qualcuno con la cultura non si mangia figuriamoci a parlare di città che apprendono.
Eppure la conoscenza è una ricchezza che si può trasmettere senza impoverirsi ed è proprio la conoscenza, la mobilitazione dei saperi, l’investimento sull’apprendimento nelle nostre scuole, sul capitale umano che oggi può fare la differenza, perché senza la loro qualificazione, diffusione e condivisione è difficile pensare alla partecipazione alla vita della città, all’innovazione e al lavoro tanto necessari.
Tutti gli indicatori a livello mondiale oggi ci dicano che strategici sono il “knowledge management”, la gestione della conoscenza e le “knowledge cities”, le città della conoscenza.
Misurarsi con questi temi richiede cultura. Richiede la capacità di investire in saperi e formazione sempre più per tutti, trovare strategie, strumenti e iniziative per fare dell’apprendimento una condizione naturale e diffusa dell’abitare la città.
Dovremmo guardare anche ai numeri. Quanti sono i giovani della città che usciti dalle superiori si iscrivono all’università, quanto è la dispersione scolastica, quanti i laureati ferraresi. È sufficiente consultare l’Annuario Statistico Ferrarese.
Ci sono poi i muri da abbattere, prima di tutto quelli che separano le scuole e i luoghi di studio dalla città, fare della città un libro capace di offrire le sue pagine all’apprendimento, abbattere il muro psicologico per il quale esiste una età per lo studio e una per il lavoro, abbattere il muro che frantuma il sapere in apprendimenti formali, informali e non formali.
Un governo intelligente della città può fare di Ferrara una città che apprende.

Perché è inutile e sbagliato ampliare Palazzo dei Diamanti.

Sull’intervento da realizzare a Palazzo dei Diamanti – una delle glorie cittadine e uno dei più bei palazzi del Rinascimento italiano – si è aperta a Ferrara una vera e propria guerra. Due mozioni e due fronti un contro l’altro armati. Tra i tantissimi firmatari, insieme ad architetti, urbanisti, storici dell’arte e addetti ai lavori, leggiamo i nomi (almeno questa è la nostra impressione) di chi i Diamanti li conosce solo in cartolina e i particolari del progetto non li ha nemmeno esaminati. Tant’è, sulla stampa locale e nazionale i toni della polemica si sono fatti sempre più accesi, mentre giudizi e opinioni hanno assunto sempre più connotati ideologici, o peggio, aprioristiche manifestazioni di appoggio alle posizioni di amici e colleghi.

Insomma, nella foga polemica, si è forse persa per strada la capacità di affrontare la ‘vicenda Diamanti’ in modo serio, documentato e approfondito. Ci piacerebbe che su questo giornale, abbandonando il tifo da stadio, intervenissero i protagonisti: quelli pro e quelli contro il progetto. Magari allargando l’orizzonte a cosa significhi oggi battersi per la tutela e la conservazione del nostro patrimonio architettonico cittadino senza impedirne un utilizzo intelligente, moderno e rispettoso.

Ci è pervenuto l’intervento dell’architetto Andrea Malacarne, esponente di primo piano di Italia Nostra, che ospitiamo volentieri. Aspettiamo nei prossimi giorni le altre opinioni, dei favorevoli e dei contrari.

La redazione di Ferraraitalia

di Andrea Malacarne

Il Comune di Ferrara, cui è stata affidata la cura di uno degli edifici più conosciuti ed importanti del Rinascimento italiano, crede di avere il diritto di modificarne in modo permanente l’aspetto per dare risposta ad esigenze di maggiori spazi di una della proprie istituzioni. Se questo sia lecito o no, necessario o no è il vero nodo della vicenda di Palazzo dei Diamanti e non se il progetto vincitore del concorso sia bello o brutto. L’architettura contemporanea ha, come in ogni epoca, un ruolo fondamentale per la vita delle persone e delle comunità. La buona architettura ha, io credo, il compito e il dovere di portare o riportare qualità dove essa non esiste, soprattutto in quelle parti di città dove l’edilizia e la cattiva architettura hanno prodotto danni per molti decenni dello scorso secolo, in particolare in Italia . Diversamente però da tutte le epoche precedenti, poiché diversa in esse era la coscienza della storia e la percezione dell’importanza delle testimonianze storiche, dovrebbe oggi essere acquisito ed evidente che non può essere buona architettura quella che si realizza a scapito della qualità preesistente o che tende a sovrapporsi ad essa. Non è quindi oscurantismo quello di chi si oppone all’ampliamento, ma seria valutazione di non opportunità di un intervento di architettura contemporanea che creerebbe problemi molto maggiori di quelli che risolve.
Come giustamente denunciato da Italia Nostra fin dall’uscita del bando del concorso di progettazione il problema vero è un altro. Il Comune di Ferrara decide dogmaticamente di voler mantenere nello stesso edificio due funzioni incompatibili con gli spazi disponibili: la Pinacoteca Nazionale e le grandi mostre organizzate da Ferrara Arte. Ritiene giusto, essendone il proprietario, nella convinzione di soddisfare le esigenze di almeno una delle due funzioni (ovviamente quella delle mostre) metter mano al “contenitore” ampliandolo di oltre 500 metri quadrati. L’occasione è offerta dalla possibilità di ottenere i fondi attraverso il progetto del Ministero dei Beni Culturali denominato “Ducato Estense”. E’ un problema se il contenitore è uno degli edifici simbolo del Rinascimento Italiano? Assolutamente no: basta filtrare il tutto, in sorprendente accordo con la locale soprintendenza, attraverso un concorso internazionale di progettazione. Ma un concorso che si basa su presupposti sbagliati non può che produrre risultati sbagliati. Il progetto infatti (e la conseguente realizzazione che io spero mai avvenga) non risolve affatto i problemi delle due funzioni.
La Pinacoteca non ha oggi spazi per ampliarsi e non li avrà nemmeno dopo. Eventuali auspicabili acquisizioni o donazioni sono destinate, a Ferrara, a rimanere nei depositi o ad essere esposte in sostituzione di altre opere. Già questa prospettiva dovrebbe essere inaccettabile per i chi si occupa seriamente di cultura.
Le grandi mostre, nonostante l’assurdo ampliamento del palazzo, continueranno a svolgersi, come avviene da decenni, in ambienti inadatti ad ospitare funzioni espositive destinate a grande affluenza di pubblico. La scelta operata negli anni Sessanta dello scorso secolo di utilizzare parte del piano terra di palazzo dei Diamanti per importanti eventi espositivi si è dimostrata ben presto non adeguata, costringendo ad aggiungere altri ambienti nell’ala opposta del palazzo, uniti poi da un percorso coperto posticcio e decisamente brutto. Nel frattempo molte altre città decidevano, con lungimiranza, di sistemare interi immobili (in genere palazzi o conventi) per dotarsi di strutture adeguate, complete ed efficienti da adibire ad esposizioni temporanee. A Ferrara sembra radicata nelle istituzioni la convinzione assurda che l’afflusso o meno di pubblico agli eventi espositivi sia legato al luogo e non alla qualità delle mostre. L’esperienza di palazzo dei Diamanti dimostra invece esattamente il contrario: se una mostra è bella, perché studiata e preparata con adeguato rigore scientifico, ha successo anche se allestita in locali non adatti come quelli attualmente utilizzati, caratterizzati dalla presenza di ambienti piccoli, che rendono problematica la visita delle mostre con grande affluenza di pubblico, che resterebbero ovviamente tali anche nel futuro progettato allestimento.
Ferrara, proprio per la riconosciuta qualità dei propri eventi espositivi, da tempo necessita di una struttura adeguata e non di invenzioni di ripiego, per di più normativamente impraticabili, come quella proposta. Io credo, guardando al futuro, che sia preferibile che a palazzo dei Diamanti rimanga solo la Pinacoteca Nazionale, quindi con possibilità di espandere gli spazi necessari a svolgere in modo adeguato le complesse attività di una moderna struttura museale (esposizione, studio, deposito, restauro, divulgazione, amministrazione, ristoro).
Lo stesso quadrivio dei Diamanti offre poi le possibili soluzioni per una nuova sede per le mostre temporanee, in sintonia con la politica di recupero ad uso pubblico di importanti edifici monumentali attuata ormai da decenni dagli amministratori di Ferrara, politica che ha avuto forse il punto più alto e significativo nel “Progetto finalizzato al restauro, recupero e valorizzazione delle mura e del sistema culturale – museale della città”, progetto che già nel 1987 prefigurava soluzioni coerenti e lungimiranti per i palazzi del quadrivio.
La soluzione più semplice appare il recupero di Palazzo Prosperi Sacrati, di proprietà comunale, attualmente privo di funzione, del quale stanno per iniziare consistenti opere di restauro con fondi post-sisma. Logica, e maggior coerenza col tema Ducato Estense, vorrebbero che la parte di fondi destinata al solo ampliamento di palazzo dei Diamanti (almeno due milioni e mezzo di euro) potessero essere dirottati per il completamento del restauro dell’edificio rinascimentale.
Nel caso in cui venisse dimostrato, come si è sentito affermare in questo periodo in modo generico e non motivato, che l’edificio non fosse adatto ad ospitare mostre temporanee, la soluzione andrebbe ricercata, come già proposto nel ‘progetto mura’, nel restauro di palazzo Bevilacqua Pallavicino, anch’esso a pochi passi da palazzo dei Diamanti, dotato di grandi spazi, di proprietà demaniale, impropriamente oggi occupato da una caserma della polizia di cui viene periodicamente dichiarata la necessità di trasferimento in sede più idonea. Il destino del palazzo, per la propria collocazione, non può che essere quello, prima o poi, di diventare parte integrante del sistema museale della città.
Altro argomento chiave che induce ad opporsi alla costruzione di un edificio nel giardino di palazzo dei Diamanti è il timore che l’eventuale approvazione dell’intervento proposto in un edificio di questa importanza possa costituire un precedente tale da produrre conseguenze devastanti agli spazi di pertinenza degli edifici monumentali in tante altre parti del Paese: perché a Ferrara sì e altrove no? Gravissimi i danni potenziali anche per la città. Come può il comune continuare ad imporre, con ragione, ai privati il rispetto assoluto dei giardini degli edifici storici se costruisce un edificio di 500 metri quadri nel giardino del più bello ed importante di questi edifici? Se il centro storico di Ferrara è stato dichiarato dall’Unesco “patrimonio dell’umanità” non è per caso, ma perché sono state da decenni definite delle regole. Non può essere l’ente pubblico a calpestare le regole che impone, seppure per presunti (ma in questo caso inesistenti) motivi di pubblica utilità, perché troppi sono gli interessi e le pressioni che non aspettano altro che le regole spariscano per riprendere indisturbati a devastare le parti più belle delle nostre città.
Uno degli argomenti addotti a favore dell’intervento, che denota chiaramente coda di paglia, è la reversibilità. Ma siamo seri: davvero qualcuno può credere che un intervento che costa sulla carta due milioni e mezzo di euro possa essere reversibile? Chi lo sostiene dimostra quanto meno assoluto disprezzo per il valore del denaro pubblico, caratteristica che, onestamente, non mi pare sia stata propria di chi ha governato la città nell’ultimo decennio.
Qualcuno ha affermato, nel corso del dibattito in atto, che la mancata realizzazione del progetto costituirebbe un incredibile smacco “soprattutto culturale”. Io credo che la cultura, quella vera, non quella di chi non sa vedere al di là delle esigenze del proprio orticello, debba avere visioni ampie e complessive, capaci di pensare al futuro, ma sulla base della conoscenza e del rispetto del passato.

Ferrara, gennaio 2019

LA PROVOCAZIONE
“Fine pena mai” o pena di morte? L’ipocrisia del caso Battisti

La cattura di Cesare Battisti pone molti interrogativi all’interno della società italiana. Tralasciando le imputazioni per le quali è stato giudicato colpevole, una domanda si pone: qual è la finalità del carcere? La risposta degli esperti è chiara: la finalità della pena, in Italia, ha valore rieducativo. Il riferimento principe rimane l’Art. 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.  In pratica, andare in galera avrebbe lo stesso valore di entrare in un luogo dove ti ripuliscono, ti rendono presentabile per poi poter rientrare nella società e non essere più un pericolo ma, magari, una possibile risorsa. A partire dal caso Cesare Battisti, riemerge però una realtà molto particolare del nostro sistema giudiziario, quella della legge 356 del 1992 (con l’aggravante dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penale), meglio conosciuto come “ergastolo ostativo”. Questo tipo di pena prevede che sia scritta, sul fascicolo del detenuto, una particolare formula. Alla voce “fine pena” la risposta è chiara quanto lapidaria: mai.

L’ergastolo ostativo, però, non ha solo una durata perpetua per il detenuto, ma non concede alcuno sconto, alcun beneficio. È una norma nata come esigenza straordinaria di contrasto alle organizzazioni malavitose dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino, e che, nel tempo, ha trovato ampliamento nel suo utilizzo.
Cesare Battisti dovrà scontare questo tipo di pena, con i primi sei mesi in isolamento.

Non sta a me dire se sia giusto o sbagliato, ma una domanda sorge: il fine di una pena è o non è la rieducazione? E qual è la rieducazione possibile per chi non avrà più nessuna forma di libertà? La risposta non è semplice anche perché impone un altro elemento nella riflessione: l’ostativo lo si ‘prende’ per l’estrema gravità degli atti compiuti e per non aver collaborato con la giustizia. In pratica, quando si parla di questa pena, si sta discutendo di persone che hanno compiuto omicidi, rapimenti, atti terroristici, e dei quali, al momento della condanna, non si sono pentiti. Nella maggior parte dei casi, sono un migliaio gli ergastolani in Italia, si tratta di ex boss e affiliati alle varie organizzazioni criminali italiane. La Corte europea dei diritti dell’uomo, nel 2013, ha stabilito che tale pena violi i diritti dell’uomo, e molti Stati europei concedono, con un media di 25 anni, una revisione del processo e un possibile alleggerimento della pena.

Questo, dunque, il quadro generale. Andando sui quesiti morali che fa sorgere ciò, il primo, già citato, ci pone davanti ad un mondo non semplice, che è quello di persone con le quali un normale processo rieducativo potrebbe non funzionare e quindi si può chiedere: che fare con una persona la quale non si pente dei propri reati? Cosa fare con chi non collabora in nessun modo? Ma, soprattutto, cosa fare, invece, con chi, condannato alla pena perpetua, dimostri di essere cambiato? Gestire queste domande in maniera “empatica” darebbe come risultato l’assoluta solidarietà con le vittime, e la classica massima “buttate via le chiavi” sarebbe sicuramente la vincitrice su tutte le possibili scelte. Analizzando in maniera più razionale, invece, è evidente come una pena perpetua sia un danno su svariati livelli: una persona, dipendente in tutto e per tutto dallo Stato, la quale non porta benefici alla società, e che, come dice Adriano Sofri, ha un’unica certezza: dove morirà. A questo punto, neanche tanto provocatoriamente, mi verrebbe da chiedere: a cosa serve?

L’apparato mediatico, torno all’esempio di Battisti, inscenato per la sua cattura ha un’evidente valenza meramente propagandistica: ministri in pompa magna, decine di agenti e dichiarazioni al vetriolo. Anche le parole di Salvini sono sintomatiche: “marcirà in galera”. Ma a che pro? Siamo una società talmente ipocrita e finto-moralista da non giungere, o non voler giungere, al nocciolo della questione? Perché, infatti, dovrei tenere in vita un essere che, per pena inflitta, non sarà mai più un cittadino libero e produttivo?

Nel momento in cui una pena diventa effettiva e si ha la certezza della non collaborazione e della colpevolezza di una persona si può pensare ad una fine diversa, e ci sono due strade. La prima, molto semplice, eliminare l’ergastolo ostativo, e fare in modo che, allineandoci agli altri Stati europei, massimo ogni 25 anni ci sia un riesame da parte di un organo indipendente del caso. Così facendo si dà sia la possibilità della rieducazione alla cittadinanza a qualsiasi tipo di reato.

Seconda opzione, forse più di pancia, ma sicuramente ragionata, è il riammettere la pena di morte. Quest’ultimo caso sarebbe sicuramente duro da digerire, ma, in fin dei conti, l’ergastolo ostativo non è soltanto una pena di morte mascherata? E se invece di campare un essere che non vedrà più la luce del sole, i soldi che lo Stato avrebbe speso per lui, facendo una stima con l’età media di vita delle persone, venissero dati alle famiglie delle vittime e questa persona fosse semplicemente eliminata dal sistema? In fin dei conti ci sarebbero molti vantaggi: non ci sarebbe il problema di una possibile continuazione di comando, nei casi dei boss. I carceri si svuoterebbero di un migliaio di persone. I soldi verrebbero spesi dallo Stato investendo in persone le quali hanno subito un danno. Ed infine si avrebbe una pena che spaventerebbe parecchio: la possibilità di essere uccisi. In tal modo non ci nasconderemo più dietro l’ipocrisia del non volerci sporcare le mani e non ci sarebbero più dubbi sulla funzione del carcere: punitivo per i più, rieducativo per chi si dimostri collaborativo. Non è questo, alla fine, il messaggio che viene fuori dalle ultime dichiarazione dell’Italia degli ultimi tempi? Invece di “far marcire” una persona in carcere, non è meglio toglierla subito dalle casse della nazione? Siamo così intrisi di morale cattolica deviata da non aver coraggio di uccidere direttamente ma solo di “buttar via le chiavi”?

Prima di dare una risposta affrettata, magari non pensiamo a Cesare Battisti, il quale potrebbe essere soggetto anche ad un “tifo” politico. Pensiamo ad un ‘cittadino’ obbligato di Ferrara: Pasquale Barra detto “o’ animale” per l’efferatezza dei suoi omicidi. Costui non si è mai pentito, definendosi sempre un camorrista e, addirittura, ha fatto danni con la sua collaborazione: fu, infatti, tra i principali accusatori di Enzo Tortora. A questo va aggiunto un altro dato. Il carcere, istituto che dovrebbe rieducare, da lui è stato usato per continuare i suoi affari: gran parte dei suoi delitti, infatti, li ha commessi all’interno degli istituti penitenziari, tra i quali forse il più efferato fu quello ai danni di Francis Turatella. Leggenda vorrebbe che o’animale, nell’atto di ucciderlo, gli abbia “strappato il cuore e il fegato per addentarli”. Un uomo così, lontano da ogni logica di pentimento e rieducazione, come dovrebbe essere trattato? Con umanità? Oppure togliere ogni possibilità di azione, uccidendolo? Costui è morto nel carcere di Ferrara nel 2015, per arresto cardiaco e la domanda sorge spontanea: se fosse stato eliminato prima, si sarebbero potute salvare delle altre persone? Le risposte possono essere facili, ma poi mi viene in mente un racconto, una piccola frase tratta da un libro di Elvio Fassone dal titolo “Fine pena: ora” nella quale un detenuto condannato all’ergastolo dice: “Noi siamo maledetti, o la tomba o la galera [ci aspetta]”. Un chiaro riferimento al fatto che nessuno nasce “animale”, ma lo può diventare a causa delle circostanze. Ma allora se uno “diventa” maledetto, può tornare ad essere “normale”?

Io non so quale sia la risposta giusta, ma so quasi certamente che non è quella che abbiamo ora.

PER CERTI VERSI
Segreto felino

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

NON DIRO’ MAI A NESSUNO

Non dirò mai a nessuno
Che tu sei la mia vita
Senza volerlo
Che ti basta vuotare
Il sacco del tuoi occhi
E un dono mi spunta
Dall’anticamera della neve
Quel cielo bianco
Di puro sogno
Ho immaginato la fessura
Profumata dei tuoi seni
Ci ho posato le labbra
Le dita
Gli occhi stretti
Come di lucciole
Pieni
Lampeggia
La mia gioia
Con la tua
Lo sai
Non dirò mai
A nessuno
Che tu ridi
Con gli occhi
Neanche al boia

LA MICIA SORIANA

Topaiola incallita
Chiamavi quando la vittima
Era stata colpita
Dopo ore di attesa nella siepe
Tra l’aiuola
Ricordavi che ti avevo curata
Dal morso di una faina
Tu occhioni grandi e testa fina
Giocavi col metro o col filo
Mi chiamavi in bagno
Per fare le coccole tra noi soli
E dormivi in fondo al letto
Delicata
Con rispetto
Mi manchi cara Luxi
Le tue fusa.
Sul pianoforte
Le tue serate sul panno
I gatti sanno
Più di quanto
Noi umani crediamo di saper di loro
È stato un foro
Quasi nella terra gelata
Accanto ai melograni
Che ti ho lasciata

DIARIO IN PUBBLICO
Ritornare alla vita

Sempre più mi risuona nelle orecchie il celebre motivetto “Vengo anch’io? No tu no. Ma perché? Perché no!” a commento della querelle innescata dal dottor Vittorio Sgarbi. E così la silente città si riempie di sussurri e grida. Perfino nel favoloso concerto diretto da Gatti con la Malher Chamber Orchestra, durante l’intervallo, pastori e pellegrini mi s’accostavano per sapere il mio parere. Invano continuavo e continuo a ripetere che quello che a me interessa non è la specificità dell’argomento, per cui di fronte a celebri conoscitori come Albano, D’Alema, Nardella, cedo le armi, quanto riportare la discussione a toni civili degni dell’argomento. Sembra – miracolo! – che il risultato sia stato raggiunto con l’incontro del Ministro Bonisoli con il sindaco di Ferrara e i successivi abboccamenti (leggi QUI la lettera del sindaco Tagliani e QUI la nota seguita all’incontro con il Ministro). Quel che mi rende convinto che, raggiunto lo scopo, me ne tiro fuori.

Troppi e ben più importanti avvenimenti sono passati quasi sotto silenzio rispetto al fragore mediatico innescato dalla vicenda Diamanti. L’incontro tra Liliana Segre e settecento e passa ragazzi ai quali si è rivolta come “nonna viziatrice”. Un colloquio che quasi ha travolto il rapporto tra chi parlava e chi ascoltava in una simbiosi tale che finalmente strappava e tirava fuori da tutti ‘l’humanitas’ che in fondo ci distingue. E la scelta che Liliana Segre ha indicato ai giovani e ai non più giovani percorrendo, lei quindicenne, i ‘resti’ di ciò che rimaneva dell’immane genocidio la via della morte è trasformarla in vita: “Non dite mai che non ce la potete fare, non è vero. Ognuno di noi è fortissimo e responsabile di se stesso. Dobbiamo camminare nella vita, una gamba davanti all’altra. Che la marcia che vi aspetta sia la marcia della vita”. Così dice al Teatro Nuovo di Ferrara; così scrive nel suo libro ‘Scolpitelo nel vostro cuore‘, i cui ricavati andranno all’associazione Opera San Francesco per i poveri Onlus di Milano che s’interessa anche dei nuovi emarginati migranti o rifugiati.
L’aspetto più folgorante del suo magistero sta proprio nella constatazione che lei, una signora di 88 anni che a 15 anni veniva con stupore scambiata per un essere androgino la cui magrezza impressionante faceva sì che le anche le bucassero la pelle, dimostri ora nell’aspetto quella bellezza che è il segno interiore della vita, della giustizia: l’essere giusti. Così quella vittoria della vita contro la morte si legge nell’ultimo libro di Amos Oz, ‘Finché morte non sopraggiunga‘ o nella prossima conferenza del Meis che si svolgera il 22 gennaio quando Daniel Vogelmann, il proprietario della casa editrice Giuntina parlerà del libro che ha scritto su suo padre ‘Piccola autobiografia di mio padre‘: “Mio padre Schulim mi ha sempre raccontato poco della sua vita, e non solo riguardo alla sua prigionia ad Auschwitz. Certe cose, poi, le ho sapute soltanto molti anni dopo la sua morte, come, per esempio, che c’era anche lui nella lista di Schindler. E io, purtroppo, non gli ho mai chiesto nulla, anche perché è morto quando avevo solo ventisei anni. Qualcosa, però, è giunto miracolosamente fino a me, e così ho scritto questa piccola autobiografia per le mie nipotine. Ma non solo per loro“. Ecco. Il silenzio cessa. Testimoni e ricordi si fanno parola dopo il terribile silenzio di chi sapeva che non poteva raccontare l’indicibile. Alla faccia dei negazionisti che anche in Italia rifiutano dalle cattedre universitarie che ricoprono, parole della Segre, la Shoah.

Così, ritornando al mio consueto lavoro senza più timore che la parola ‘intellettuale’ mi sia scagliata in faccia e riprenda quindi il suo significato primitivo, aspetto nel crepuscolo del giorno conforto e sollievo dalla cultura, comunque essa si esprima, sfrondata da toni urlati e da minacce politiche.

L’odissea del popolo curdo

Non c’è requiem per i curdi. Un popolo che vive da sempre una vita smembrata, figlio di nessuno, la cui esistenza si colloca faticosamente da una parte o l’altra dei confini siriani, turchi, iraniani e iracheni, e vive le proprie tragedie storiche e attuali nel silenzio dell’opinione pubblica. Eppure i curdi, uomini e donne indistintamente, hanno combattuto come leoni e continuano a farlo, impegnati con le forze siriane con cui formano l’ Ypg, nella campagna militare contro il Califfato dell’Isis, insieme alle truppe americane, in un fronte ormai grondante di sangue, teatro di combattimenti senza tregua.

L’ Ypg rappresenta le forze più operative e tenaci nella guerra contro l’Isis, segnando i maggiori successi bellici e contando il maggior numero di caduti e prigionieri. E’ bastato un tweet di questi giorni del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, all’alba del ritiro delle truppe americane, per riaccendere un po’ di interesse per il popolo curdo: “[…]Will devastate Turkey economically if they hit Kurds.[…]” ovvero, “Rovineremo economicamente la Turchia se verranno colpiti i curdi”. Un Presidente tutt’altro che animato da filantropica pietas per questo popolo; piuttosto, preoccupato di ciò che potrebbe accadere all’abbandono definitivo del territorio da parte dell’esercito americano. Il governo turco, infatti, ritiene da sempre ‘terroriste nemiche’ le milizie curdo-siriane, intravvedendo l’influenza su di esse del Pkk, il movimento separatista curdo. Teme che il Pkk possa approfittare della situazione per creare un Kurdistan indipendente che comprenda anche zone turche.
Una situazione delicata che corre sul filo del rasoio, con una Turchia diffidente, una Siria sempre più vicina alla Russia e all’Iran, e il popolo curdo intrappolato in dinamiche internazionali che sfuggono a ogni suo diritto e lecita aspirazione di indipendenza e riconoscimento culturale, come è stato finora nella lunga storia che lo riguarda.

Per Kurdistan si intende un’area di 450.000 Kmq, abitata dalla popolazione di etnia curda, ma divisa tra Turchia, Iraq, Siria e Iran, di cui circa la metà all’interno dei confini turchi. Un territorio strategicamente rilevante per la presenza significativa di petrolio – il 75% di petrolio del solo Iraq proviene dal Kurdistan – e risorse idriche importanti, ma sottosviluppato per l’assenza di unità politica e amministrativa. L’ampia zona del Kurdistan è anche importante passaggio obbligato tra repubbliche centrasiatiche, Turchia e Iran, e si trova nel cuore di uno dei punti strategici delle politiche mondiali.
Il popolo curdo discende dagli antichi Medi, di origine indo-iraniana. La loro storia è un susseguirsi di veti, persecuzioni, dinieghi a cominciare, in epoca moderna, dal rifiuto di costituirsi in Stato autonomo, dopo la Prima Guerra Mondiale. L’ostracismo della Repubblica Turca ne impedì la realizzazione e i territori abitati dall’etnia curda vennero spartiti tra Turchia, Siria, Iran e Iraq; tra il 1921 e il 1925, 25 milioni di curdi furono dispersi in cinque nazioni trasformandosi in cinque minoranze. Disgregazione massiccia in cui ciascuna di esse fu ed è costretta a rapportarsi al governo di appartenenza, alle sue politiche, alla sua realtà socioculturale.

In Iraq, nel 1961 il movimento autonomista curdo, organizzato nel partito Democratico del Kurdistan, si è distinto nella lotta contro il regime di Saddam Hussein che aveva adottato tecniche di repressione brutali nei villaggi curdi settentrionali. In Iran, nel 1972, i curdi contrastarono il regime di Teheran e durante la rivoluzione Komeinista, il Partito Democratico del Kurdistan iraniano si impegnò nella conservazione della propria cultura e nell’obiettivo dell’autonomia. In due anni furono 10.000 le vittime della repressione. In Turchia la comunità curda visse un clima di tensione all’epoca di Atatürk, fondatore e primo presidente del Paese, dal 1923 e nei successivi governi. Nel 1960, dopo il colpo di stato militare, la repressione nei confronti dei curdi si intensificò e oltre 500 appartenenti all’etnia furono internati nei campi di concentramento o esiliati e i territori curdi sottoposti al processo di turchizzazione violenta. Nel 1971, in seguito al secondo intervento militare, fu imposta la legge marziale; molti sospettati di avversione al regime vennero arrestati, incarcerati in condizioni orribili e sottoposti a tortura e violenza, rei di aver chiesto l’autodeterminazione e la difesa della propria appartenenza.

La resistenza curda si manifesta in due correnti di pensiero molto differenti. La prima portata avanti dal partito Democratico del Kurdistan, che agisce nell’interno e che persegue l’autonomia del popolo curdo; la seconda interpretata dal Pkk, partito dei lavoratori curdi, il cui scopo è il riconoscimento della lingua e dei diritti dei curdi, e chiede l’indipendenza. In Siria la comunità curda, minore rispetto le altre, vive nelle province Al Hasakah e Aleppo, dove la città di Kobane resta l’emblema della lotta curda all’avanzata del califfato dell’Isis. I curdi di questi territori hanno sempre sofferto tensioni con lo Stato e la popolazione araba e nelle lande curdo-siriane ha avuto inizio l’attività di Abdullah Ocalan, lo storico leader del Pkk. I curdi siriani hanno dedicato il forte contributo alla guerra in atto, non solo alla prospettiva militare ma anche e soprattutto a una prospettiva di allargamento dei propri territori e di una propria politica. Oggi, lo Ypg curdo-siriano, appoggiato finanziariamente dagli USA, riorganizzato come vero e proprio esercito, è garante anche della costituzione della regione autonoma curda, sancita tale dal ‘Contratto sociale del Rojava‘ del 2012, non riconosciuto tiepidamente da Damasco.

Ancora oggi la questione curda appare irrisolta e le difficoltà per questa popolazione sembrano interminabili, aggravate dalle guerre, le relazioni tra governi, le dinamiche internazionali, gli interessi delle diplomazie, i compromessi per mantenere equilibri improbabili. Soltanto gli accordi tra Russia e Stati Uniti potranno delineare il futuro assetto della Siria e il destino politico dei curdi.

Il demone dell’austerità manda all’inferno l’Europa

Quest’anno ricorre il ventennale dell’euro e questo ha dato modo a molti commentatori di esprimere il loro giudizio, ai giornali di aumentare le tirature con titoloni multi colonne e ai cittadini di saperne un po’ di più sulla moneta unica, in positivo o in negativo.
L’ultimo autorevole intervento è arrivato nientedimeno che dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. La data è il 15 gennaio scorso, l’occasione è stata l’intervento a Strasburgo nella plenaria del Parlamento Europeo.
“C’è stata una mancanza di solidarietà” nella gestione “della crisi greca. Abbiamo coperto di contumelie la Grecia: mi rallegro nel vedere che la Grecia e il Portogallo hanno ritrovato un posto, non dico un posto al sole, ma un posto tra le vecchie democrazie europee”. “Sono stato presidente dell’Eurogruppo nel momento della crisi economica e finanziaria – ha aggiunto Juncker – sì, c’è stata dell’austerità avventata. Non perché abbiamo voluto punire coloro che lavoravano o coloro che erano disoccupati, ma perché le riforme strutturali, indipendentemente dal regime monetario in cui ci si trova, restano essenziali”.
“Mi rincresce”, ha inoltre scandito Juncker, che nella gestione della crisi finanziaria l’Eurozona abbia “dato troppo spazio al Fondo Monetario Internazionale. Se la California entra in crisi, gli Usa non si rivolgono al Fondo, e noi avremmo dovuto fare lo stesso”.

Ovviamente questo ha scatenato gli oppositori storici alle politiche di austerità, dal M5S alla Lega, a Varoufakis, che ha chiosato: “Troppo poco, troppo tardi. Sarà condannato dagli storici”. E in effetti nell’ultima parte riportata si evince che siamo stati dati in pasto ai lupi (Fmi) e che in Europa non esiste né federalismo né solidarietà. Solo cattiveria, dunque, nessuna condivisione interna e poca lungimiranza politica.
Le parole di Juncker sembrano proprio voler dire “scusateci se siamo stati troppo cattivi”, che le ricette erano sbagliate e che si poteva fare altrimenti, un colpo all’idea trasmessa in Italia da Monti e dalla Fornero che “non c’è alternativa”. L’alternativa a quanto pare c’era. C’è sempre un’alternativa e quindi c’è sempre una scelta su chi difendere o quali interessi tutelare ed è quello che hanno fatto i governi italiani fino a oggi.
Si è fatta la scelta dell’austerità piuttosto che dello sviluppo, della difesa dei mercati piuttosto che dei cittadini, della rendita piuttosto che del lavoro.

Uno dei grossi errori imposti dall’establishment europeo è stato quello di ritardare e limitare l’intervento della Bce, come si evince dal mea culpa di Juncker, a favore degli ‘aiuti’ del Fmi, permettendo che i Paesi più in difficoltà dell’intera eurozona affrontassero senza difese gli attacchi speculativi del mercato senza mettere in campo quella solidarietà economica che poteva invece essere, in quel momento di bisogno, la base di un’Europa politica.
La Grecia è stato senza dubbio il Paese che ha sperimentato maggiormente l’austerità imposta dalla Commissione Europea. Nei giorni scorsi l’incontro tra Merkel e Tsipras ha evidenziato come ciò sia avvenuto anche in spregio della democrazia e della volontà del popolo, con una pretesa e salvifica superiorità della volontà delle élite nazionali e sovranazionali.
Questo incontro è stato addirittura celebrato da alcuni giornali, come La Repubblica che ha definito un “capolavoro politico”: il fatto che Tsipras abbia ignorato l’esisto del referendum del 2015 che lui stesso aveva fortemente voluto e quindi della volontà dei greci di rigettare le richieste di disumani e inutili sacrifici per rimanere nell’eurozona. Nonostante i greci avessero votato con ampia maggioranza il no al programma di ‘aiuti’ da parte delle Trojka, Tsipras decise di fare l’opposto, di cedere sacrificando sull’altare dell’euro una massiccia svendita di asset statali strategici, a favore soprattutto delle grandi aziende tedesche, assumendosi impegni gravosi ancora per i prossimi trent’anni. L’austerità di cui sembra pentirsi Juncker ha rimandata indietro la Grecia di decenni in tema di sviluppo e di riforme sociali, ha allargato il suo debito pubblico e l’ha consegnata nelle mani di mercati, finanza e speculazione.

In Italia il processo di austerità è iniziato come auto imposizione già negli anni Novanta ed è là che siamo ancora fermi. In quasi trent’anni è stato dilapidato un vero patrimonio che altrimenti sarebbe stato fondamentale nei momenti di crisi che sono intervenuti negli anni successivi e fino a oggi, e che hanno contribuito ad ancorare il nostro Paese alle altalene delle borse. Sempre La Repubblica scriveva l’8 settembre 2017: “Lo Stato azionista si prepara ad archiviare il 2017 con una buona notizia (in Borsa quest’anno ha guadagnato 4,6 miliardi) e una cattiva: il bilancio a lungo termine delle privatizzazioni è un mezzo flop. Se il Tesoro avesse tenuto in portafoglio tutte le principali aziende che ha collocato a Piazza Affari oggi si troverebbe in tasca – tra rivalutazioni delle partecipazioni e dividendi-extra – oltre 40 miliardi in più”. Certo puro esercizio teorico, ma dà l’idea di cosa stiamo parlando!

L’austerità riflessa sui salari ce la mostra il grafico seguente. Bloccati al livello del 1991.

In compenso, in periodi di ‘austerità espansiva’ e con i rimpianti di Junker, qualcosa cresce: la povertà.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

L’Insulo de la Rozoj: il sogno spezzato

È probabile che una larga parte degli Italiani sia completamente all’oscuro di quanto accadde nel 1968 in Italia non lontano da Ferrara, esattamente a sud-est di Ferrara.
In diversi penseranno a qualche avvenimento collegato con il brivido rivoluzionario in essere, poi in parte tradito e anzi forse anche dannoso per certi aspetti, che stava scuotendo a tutti i livelli sociali l’Europa e anche il mondo sgomento per gli assassinii negli Stati Uniti di Martin Luther King e Bob Kennedy.
Nulla di quanto sopra.
In Italia nelle acque internazionali al largo di Rimini in quell’anno s’odono alcune esplosioni innescate per mano di militari italiani che mettono fine a una esperienza curiosa e dal sapore antico: l’occupazione (anche se il termine rimane controverso e la certezza sullo stesso mai fu dimostrata) pacifica da parte di un ‘nuovo Stato‘ di qualche centinaio di metri quadrati dello Stato sovrano italiano.

Andiamo per ordine. Ciò che accadde prende avvio oltre cinquant’anni orsono dalla quantomai fervida mente di. Giorgio Rosa nato a Bologna nel 1925: calcolatore del cemento armato in rilevanti progetti, uomo acuto e scaltro qual è riesce ad aggirare le leggi italiane e i trattati internazionali con un’idea che, definire solo stravagante data la sua grandezza, sarebbe una sottovalutazione inaccettabile.
Fu vera genialità.
La vicenda si può riassumere percorrendo i tratti salienti che nella sostanza vedono Rosa, grazie alla sua intuizione progettuale e profonda conoscenza scientifica dei materiali, oltre che della loro manifattura, nel 1965 progettare e costruire in collaborazione con aziende riminesi, un imponente ragno in acciaio e cemento che viene ancorato sul fondale al largo di Rimini in acque internazionali, circa sei miglia oltre le acque nazionali.
Su questa struttura tubolare fornito di permesso da parte delle Autorità competenti, inizia la costruzione di una piattaforma in cemento armato, il ‘piano terra’ di una struttura multipiano.
Vi erano previsti acqua dolce corrente, trovata perforando a 280 metri di profondità nel mare e, elemento determinante ma ragione scatenante per qualche primo sospetto sulle finalità della struttura, negozi e intrattenimenti vari, almeno per quanto trapela: un paradiso turistico in mezzo al mare a mezz’ora di barca dalla costa?

Nei mesi successivi altri elementi agitano nel vero senso della parola le acque della burocrazia e degli interessi costieri.
La piattaforma adotta una bandiera, sopra si sarebbe parlato l’Esperanto, grazie al contributo di un religioso romagnolo esperto, si dota di una Costituzione redatta in lingua Esperanta, vengono emesse serie di francobolli.
Come ultimo atto si insedia un Governo con un Presidente del Consiglio, diversi ministri scelti fra i suoi fidati amici e un ambasciatore; ma soprattutto si formalizza la nascita della Repubblica indipendente delle Rose che in Esperanto suona: Esperanta Respubliko de la Insula de la Rozoj.
Le vicissitudini che Rosa è costretto ad affrontare sono diverse e vanno dalle obiezioni di natura politica e dalle inchieste giornalistiche più o meno orientate – cosa ci fanno? chi lo paga? – a tante domande sul potenziale sfruttamento di questo spazio autonomo e indipendente: vi saranno interessi legati a un casinò per il gioco d’azzardo di gran moda sulla riviera romagnola in quegli anni, intrighi internazionali, pericoli per la sicurezza del territorio nazionale, malaffare, solo un albergo o la moralità sarà in pericolo con la libera prostituzione?
Quando il primo maggio del 1968 Rosa, idealista senza limiti, proclama l’indipendenza dell’Isola firma la sua condanna definitiva e quella dei suoi princìpi affermati senza tentennamenti: “questa iniziativa non era un atto di ribellione ma un sogno di libertà e anche fare al meglio affari alla luce del sole”.
Il 25 giugno 1968 le forze dell’ordine italiane Carabinieri e Polizia arrivate sul posto con alcuni mezzi navali “occupano e controllano” l’Isola delle Rose; alla fine dello stesso anno dopo diversi conflitti giudiziari iniziano le demolizioni da parte dello Stato della piattaforma e del bar, che nel frattempo aveva iniziato la sua attività commerciale con tanto di gestori.
Non passeranno molti giorni ed ecco le prime esplosioni con le cariche piazzate in mare dai militari italiani alla base della struttura affossano e ripiegano sul fondale le pilastrature.
Il sogno di Giorgio Rosa si inabisserà per sempre ricoperto dal fondo melmoso dell’Adriatico.

NB: A chi volesse approfondire l’avvenimento suggerisco una recente pubblicazione del 2018 edita da Cinematica.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Lettere di amanti, marmotte e buddisti… a capodanno

Il capodanno dell'”altra”

Cara Riccarda, caro Nickame,
un capodanno diverso: sono diventata l’amante di un uomo sposato e con un figlio piccolo. Ho cercato di fare finta di niente e non pensarci il più possibile ma poi il 31 dicembre è arrivato e io mi sono trovata da sola. Il messaggio di auguri di mezzanotte e un minuto non è servito a niente. Non è bastato. Lui me lo aveva detto che non sarebbe stato con me, è ovvio. Ma finché non ci ho sbattuto contro, non ho capito quanto male faccia.
Buon anno.
Fa

Cara Fa,
se scegli di fare l’amante di un uomo sposato, non puoi cedere alle convenzioni. La parola capodanno non la devi neanche pronunciare, ma nemmeno Natale e forse neanche compleanno, a meno che, casualmente, lui non sia libero proprio quel giorno lì.
Per assumersi certi ruoli, ci vuole fisico, altrimenti è meglio lasciare perdere. È molto facile raccontarsela finché il capodanno è lontano, il problema è quando il 31 dicembre ti ricorda che è tutto vero. E lui, avendotelo detto in anticipo, si è alleggerito, ha tagliato discussioni e pretese sin dall’inizio. Ti ha messo dalla parte di chi non può chiedere. Non è mai una categoria felice e soddisfatta.
Hai davanti 11 mesi per organizzarti un meraviglioso capodanno che non comporti rinunce.
Riccarda

Cara Fa,
la prossima volta studiala prima. Organizza una serata speciale con lui nel giorno del capodanno cinese. A meno che lui non sia cinese, naturalmente.
Nick

Salto della cavallina, salto della quaglia… no, salto del capodanno!

Cara Riccarda, caro Nickname,
anch’io sono passato direttamente al 2, ma con leggerezza e non per ripiego.
Ale

Caro Ale,
con leggerezza, ti invidio. Ma ci vuole allenamento.
Riccarda

Caro Ale,
credo tu sia una marmotta, o un ghiro. Oppure sei un alieno. In ogni caso, buon per te.
Nick

La felicità a capodanno? Essere buddisti!

Cara Riccarda, caro Nickname,
leggendo l’articolo, ho incominciato a pensare su come sono stati i miei capodanni in passato. Devo premettere che ho 56 anni. E questo fa la differenza.
Da piccola ascoltavo i ragazzi più grandi, che il giorno dopo facevano a gara a chi era andato a letto più tardi. Poi è toccato a me. In quei tempi, l’ultimo dell’anno, era un’occasione per stare fuori di più la notte. Che frenesia! Tutto doveva essere eccezionale. Poi quando rientravo a casa, mi rendevo conto che non era stato poi tutto questo eccezionale.
I miei ultimi dell’anno più belli sono stati da sposata, con i figli. Mi piaceva organizzare tra noi genitori e vedere le facce felici dei figli emozionati perché sapevano che per quella serata sarebbero stati tutti insieme fino a notte inoltrata. E così gioivo della loro gioia.
Poi i figli sono cresciuti e ovviamente e giustamente hanno incominciato a festeggiare per conto loro.
Ho incominciato a riflettere su queste ricorrenze. Penso che siano giorni che fanno sentire più solo chi è solo, più povero chi è povero, più sfigato chi si sente sfigato. Allora forse invece di ascoltare tutto il rumore che c’è fuori, di guardare tutte le luci, di farsi coinvolgere da tutto il frastuono come in un vortice, ci si dovrebbe fermare un attimo. E fare silenzio. Rientrare dentro, dentro se stessi. E ci si dovrebbe chiedere: ma io cosa voglio veramente fare? Con chi voglio veramente stare? Cosa mi interessa veramente? Cosa dirò quando mi chiederanno: allora cosa fai l’ultimo dell’anno? Mica ci posso fare la figura dello sfigato. Allora ti ci vuoi buttare ancora nella mischia, e rischiare di tornare a casa, con quella sensazione di vuoto, quella sensazione di avere investito tanto. Per poi sentire che non ne è valsa la pena? Che eri là in mezzo alla gente, ma guardavi tutto come in un film e ti sei chiesto? Ma che ci faccio qua?
Credo che essere veramente grandi, essere veramente fieri, significa fregarsene. Significa avere creato dentro di sé quella libertà, quella indipendenza del cuore, che se ne frega di quello che gli altri possano pensare se alla domanda rispondi: sono stata a casa, ho fatto una bella cena di pesce con mio marito, ci siamo guardati un bel film a mezzanotte abbiamo brindato, abbiamo tranquillizzato i nostri cani impauriti dai botti, e poi siamo andati felici e contenti a letto. Il bello è venuto il giorno dopo, siccome sono buddista, e per i buddisti il primo dell’anno è un giorno importante, a casa mia ho avuto la fortuna di accogliere 41 persone, abbiamo parlato di vita, di amore di compassione. E mi son sentita veramente felice.
Buon anno a tutti.
S.

Cara S.,
ti rispondiamo insieme perché sei un po’ la sintesi e l’aspirazione di tutti e due. Noi non abbiamo cani da tranquillizzare, peggio: abbiamo una vocina interiore che ci disturba soprattutto quando va tutto bene. Il trionfo è durante le feste quando la vocina si fa supponente e più fastidiosa che mai. Un tempo arrivava a parlare al posto nostro, ora ci siamo fatti accorti, le diamo uno spazio, la lasciamo sfogare e poi la richiudiamo in quell’angolo dove mettiamo i pensieri scomodi che devono avere un tempo limitato, un’importanza relativa. Fino al prossimo capodanno.
Riccarda e Nick

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Una scuola che viene da lontano e… che ci porterà lontano/3
Il futuro della scuola dell’infanzia a Ferrara

di Loredana Bondi

2. SEGUE – Ma qual è oggi il futuro della scuola dell’infanzia e del sistema integrato zero-sei anni a Ferrara?
Possiamo senz’altro dire che Ferrara ha anticipato gran parte del contenuto delle disposizioni legislative nazionali più recenti (decreto legislativo 65/2017) soprattutto perché in esso si pongono le basi per un modello di sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita fino a 6 anni, che concorre a far uscire i servizi educativi per l’infanzia dalla dimensione assistenziale per farli entrare a pieno titolo nella sfera educativa garantendo continuità tra il segmento di età 0-3 e 3-6.
Il percorso storico della nostra scuola comunale dell’infanzia parla di un lungo cammino di conquiste straordinarie a livello non solo educativo, ma sociale per l’intero territorio, grazie a scelte politiche e tecniche davvero difficili e coraggiose fatte nel tempo, segnate dalla consapevolezza dei governi della città, che la vera innovazione non può che passare attraverso l’investimento in educazione.
Ma cosa sta succedendo oggi?
Faticoso è il rapporto fra le scelte politiche locali e il bisogno di una continuità nell’investimento qualitativo dei servizi per l’infanzia anche perché ci sarebbe la necessità di far sentire una voce collettiva sull’importanza e la qualità del ‘fare scuola’, in sintonia con quanto è successo in passato, ma l’attuale condizione nazionale pone prospettive preoccupanti rispetto alle scelte educative. Si sta delineando il pericolo di un profilo sociale assai diverso e contraddittorio rispetto a quello dei decenni precedenti, anche perché stanno perdendo voce e protagonismo sia gli educatori dei servizi educativi e della scuola dell’infanzia, sia coloro che si occupano intellettualmente e professionalmente di educazione.

In generale si può dire che l’individualizzazione dei problemi ha creato isolamento e frammentato il sostegno e la condivisione delle famiglie e delle organizzazioni sociali. La diffusa giustificazione economica dei costi eccessivi del sistema educativo a carico dei bilanci comunali, così come spesso si sente ripetere, trova modeste opposizioni sociali alle ragioni alla base delle scelte politico-gestionali di esternalizzazione o chiusura delle scuole comunali d’infanzia, tanto che in alcuni territori – anche in territori come il nostro – stanno portando all’abbandono completo della gestione diretta dei servizi.
Ritengo che la responsabilizzazione pubblica e la forza della gestione sociale dei servizi educativi a livello di sistema integrato siano il presupposto di garanzia per i diritti dell’infanzia e per la costruzione del ‘senso del futuro’ per ogni bambino.

‘E’ una storia che viene da lontano” quella che ho scritto: la storia di una scuola promotrice di cura, educazione e cultura e che tenta di ricordare qual è il valore sociale e culturale di proseguire nella direzione che questa scelta coraggiosa ha rappresentato per la vita della città.
La pubblicazione vuole essere un atto di amore verso questa affascinante impresa, uno sforzo di lettura degli inizi e dei decenni successivi per riscoprire valori, senso e motivazioni profonde che l’hanno originata e che hanno contrassegnato una crescita politico sociale da non dimenticare.

Leggi QUI la prima parte
Leggi QUI la seconda parte

Ritrovarsi padre

Remake di un film messicano del 2013 di Eugenio Derbez‘Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse’, di Hugo Gélin, rappresenta un vero inno alla paternità con un Omar Sy favoloso, uno degli attori più amati di Francia dopo il successo di ‘Quasi Amici’.
Il carismatico e comico Sy qui si presenta come Samuel, un ricco scapolo che si diverte e si gode la vita nel sud della Francia che all’improvviso si ritrova padre. Una delle sue ex, la bionda e algida Kristin (Clémence Poésy), infatti, si ripresenta dopo molto tempo e gli lascia in custodia una bambina, Gloria (la bravissima Gloria Colston), dicendogli che si tratta di sua figlia. Samuel non si sente pronto per fare il padre e decide di partire per Londra per ritrovare Kristin e restituirle Gloria, ma, non riuscendo a rintracciare la donna, decide di tenerla con sé.
Iniziano cosi le avventure di questa piccola e spensierata famiglia. Ci si diverte, si corre, si gioca, si scherza, in quella casa. Passano otto anni in cui padre e figlia diventano sempre più affiatati, inseparabili e felici, in un appartamento strampalato pieno di giochi e a misura di bambino. Samuel, che nel frattempo è diventato famoso come controfigura-stuntman impara a essere un vero padre (e adora esserlo) e adatta la sua vita alle nuove esigenze di Gloria, senza però mai imparare mai l’inglese. Si scopre che una grave malattia sta per portare via uno dei due. Alla notizia, Samuel sente di doversi preparare, ma è anche determinato a far sì che Gloria non sappia nulla.

Un giorno Kristin si ripresenta, vuole riavere sua figlia. Cercando di ottenere l’affidamento della bambina, la donna inizia una battaglia legale che vede inizialmente Samuel come vincitore, finché Kristin non effettua un test di paternità: Samuel non è il padre biologico di Gloria e quindi è privo di qualsiasi diritto. Dopo questa scoperta Kristin va a casa di Samuel con la polizia, ma lui scappa dal terrazzo con Gloria. Corse sui tetti. Come i gatti.

Non riveliamo il finale, drammatico. Non vi sono rimpianti, solo tanto amore, quello fra un padre e una figlia, coppia perfetta. Il film è davvero divertente, pieno di colori, ma anche molto commovente. Da vedere.

Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse, di Hugo Gélin, con Omar Sy, Clémence Poésy, Gloria Colston, Ashley Walters, Antoine Bertrand, Francia-Gran Bretagna, 2016, 118 mn.

Una scuola che viene da lontano…/2
Anni ’60 dalla sponda assistenziale a quella educativa

di Loredana Bondi

1/SEGUE – Posso dire che ancor prima degli anni Sessanta del secolo scorso, molti Comuni hanno intercettato i bisogni dei cittadini, le loro esigenze, la sete di diritti di cittadinanza, istituendo un sistema di scuole dell’infanzia e, successivamente, di servizi educativi per i bambini in età prescolare, traghettando così i servizi rivolti all’educazione di tutti i bambini dalla sponda assistenziale a quella educativa. Ciò è potuto avvenire anche col sostegno di una Regione come la nostra, che ha contribuito alla continua qualificazione dei servizi e delle scuole dell’infanzia che ancor oggi rappresentano ‘La strada maestra’, indicata anche dalla Commissione europea, per creare comunità più solidali, giuste ed eque e, in particolare, per prevenire abbandoni scolastici futuri e collaborare ad abbattere la povertà. Ciò è accaduto anche a Ferrara: una strada seguita fin dal primo dopoguerra nella direzione della responsabilizzazione condivisa in materia dei principi fondamentali dell’educazione. La storia della scuola comunale dell’infanzia di Ferrara ‘E’ una storia che viene da lontano’ e vuole ricordare quale sia il valore sociale e culturale di scelte che hanno profondamente inciso sulla vita della città.

Per offrire alcuni cenni sull’origine della scuola dell’infanzia a Ferrara si può dire che le fonti da cui poter attingere per conoscere come questa scuola si sia sviluppata in città sono molto interessanti e servono a capire quanto, nell’arco degli ultimi due secoli, sia davvero profondamente mutata non solo la scuola, ma la condizione umana, l’attenzione e la considerazione dell’infanzia nel contesto sociale e culturale. A Ferrara si trovano documentazioni del primo Ottocento che oggi definiremmo davvero allarmanti e che riportano testimonianza della condizione di miseria della gran parte delle masse popolari costrette, pena la contrazione di pericolose malattie come il tifo o il vaiolo, alla pratica detta della ‘esposizione’ che consisteva nell’abbandono dei propri figli al brefotrofio, istituto che li allevava al proprio interno o che li affidava al baliatico esterno. L’abbandono dei bambini era un vero dramma civile e l’alternativa erano le sale di custodia. A quel tempo le classi abbienti intervennero prevalentemente a livello di beneficenza, piuttosto che giustizia sociale, perché vedevano nell’abbandono dei piccoli una grave compromissione del contesto sociale. Così si procedette a ricoverare i fanciulli nei famosi Asili della carità fino a gran parte del Novecento.
Ma per arrivare al nostro tempo, nll’immediato secondo dopoguerra, si assiste a una vera e propria lotta sociale e politica per avere i servizi per l’infanzia. E’ importante ricordare che nell’immediato dopoguerra l’Amministrazione comunale decise di provvedere alla ricostruzione del fabbricato dell’ex convento dei Cappuccini di Corso Porta Po, con l’intento di destinarlo ancora ad Asilo, impegnando allo scopo una somma consistente del bilancio comunale e, nel contempo, con l’obiettivo di gestirne l’attività direttamente. Il Comune dovette affrontare anche un grosso conflitto con l’Associazione degli Asili di Carità, che rivendicava il diritto al possesso dello stabile, ma il Consiglio comunale in data 18 marzo 1948 approvò il nuovo Regolamento per la gestione diretta della scuola, anche se l’Autorità tutoria non approvò mai il Regolamento comunale, a causa della diatriba sorta fra le due Istituzioni. La spinta propulsiva fu quella di poter avviare un servizio educativo secondo nuovi criteri pedagogici e la possibilità di fruire di consistenti aiuti economici messi a disposizione dal Dono svizzero e dal Soccorso operaio svizzero, emanazioni dei sindacati socialdemocratici elvetici che nell’immediato dopoguerra sostennero diverse Amministrazioni con finanziamenti finalizzati all’avvio di strutture educativo-assistenziali per l’infanzia. Vi fu la ricostruzione e l’organizzazione del nuovo asilo comunale per l’infanzia, sia dal punto di vista strutturale sia educativo-pedagogico.
Maria Luisa Passerini, in uno studio dedicato a questi temi, precisa che fu proprio attraverso l’opera di Fausto Poltronieri e Silvano Balboni (antifascisti esuli in Svizzera) che si arrivò a organizzare la prima scuola d’infanzia laica, sulla scorta dell’esperienza di Rimini, dove l’educatrice zurighese Margherita Zoebeli, fruendo dei fondi elargiti dalle medesime realtà elvetiche, aveva fondato nel 1946 il Ceis-Centro di Educazione Italo-Svizzero. Margherita Zoebeli sosteneva che la pedagogia e la responsabilizzazione politica stavano alla base del suo lavoro, che si incentrava sulla partecipazione e condivisione di un nuovo modo non solo di educare, ma di vivere.
Fu allora, nel giugno del 1947, che si aprirono le iscrizioni alla Casa del Bambino. Utilizzando le risorse svizzere e i contributi dello Stato, il Comune riuscì a riattivare una parte dello stabile di Corso Porta Po e, nell’agosto del 1947, fu aperto l’asilo come istituzione comunale, amministrata con propri organi e con la vigilanza di una apposita commissione nominata dal Consiglio comunale.
Le autorità scolastiche e politiche ferraresi ed estere che visitarono l’istituto e lo videro in funzione concordarono sul fatto che era una delle migliori esperienze del genere, meritevole senz’altro di essere additata a modello per altri comuni.

E’ proprio in questo periodo, sul finire del 1948, che Luisa Gallotti in Balboni viene eletta assessora alla Pubblica Istruzione di Ferrara con delega alla Pubblica Istruzione e Arte. Diverrà poi, nel 1950, prima donna Sindaco in Italia. La sindaca si batterà per avere la scuola materna comunale.
Nel 1949, con il coinvolgimento dell’Udi, vennero aperti due centri estivi e Luisa Balboni si adoperò per ripristinare le strutture scolastiche gravemente danneggiate dalla guerra e per la costruzione di nuovi edifici, così come per il sostegno alle famiglie in difficoltà economiche, offrendo ai bambini la refezione scolastica e il servizio estivo.Luisa Gallotti Balboni prese in esame anche la necessità di assistenza medica dei bambini per seguirne la crescita nelle fasi più importanti dell’età evolutiva. Furono realizzati sei ambulatori scolastici che periodicamente registravano le condizioni di sviluppo dei bambini. Sul piano degli interventi a favore dell’infanzia la sua opera fu davvero lungimirante, perché a Ferrara non esistevano scuole per l’infanzia se non le poche private, gestite, sia pure con buona volontà, con gravi carenze strutturali e didattiche dalle suore di alcune congregazioni religiose. Il miglioramento della condizione dell’infanzia a Ferrara fu un preciso obiettivo anche dell’Udi. Nell’immediato dopoguerra, infatti, fu tra le associazioni cui le autorità dell’Italia liberata, le commissioni di controllo alleate e successivamente le strutture governative e le Amministrazioni locali fino al 1947, avevano riconosciuto un ruolo fondamentale nella gestione dell’assistenza soprattutto rivolta all’infanzia. La scuola materna, ovvero il ‘giardino d’infanzia’ come amavano chiamarla le donne dell’Udi, era ritenuta il settore dell’organizzazione scolastica in cui direttamente si collegavano due funzioni essenziali dell’epoca moderna: l’educazione e l’assistenza sociale. Proprio l’Udi, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando le donne ferraresi si recavano nelle risaie del vercellese per lavorare come mondine stagionali, con i pochi fondi comunali, riuscì a organizzare i campi estivi per i loro figli che restavano a casa.

Dall’agosto del 1947 fino al novembre 1961, la Casa del Bambino restò l’unica scuola materna in città gestita dal Comune, con una capienza ricettiva da 150 a 280 bambini. L’ubicazione centrale della scuola limitava fortemente l’accoglienza dei bambini che risiedevano nel forese, per cui tra gli anni Cinquanta e Sessanta, le richieste delle famiglie e delle organizzazioni sociali furono pressanti, affinché il Comune estendesse il servizio anche nelle zone limitrofe alla città. Alla fine del 1961 comincerà a funzionare la prima scuola materna del forese, quella di Bova di Marrara a una sezione, seguita da Fondoreno. Il primo plesso scolastico costruito dal Comune come scuola materna fu la scuola intitolata a Ada Marchesini Gobetti nel quartiere di via Bologna, seguita dalla materna Dina Bertoni Jovine nel Quartiere Barco. Fu solo fra gli anni Settanta-Ottanta che si diede il via alla destinazione di scuola materna a nuovi locali delle scuole elementari, soprattutto nel forese, e a nuove costruzioni, accogliendo complessivamente 1.138 bambini nell’anno scolastico 1971/72 e 2.248 nell’anno 1976/77. A livello politico c’era una seria disponibilità a rispondere alle esigenze di una società che chiedeva risposte in termini di quantità e di qualità nuovi servizi educativi. La scuola materna comunale fu un’esperienza di vera cittadinanza attiva anche grazie all’investimento nella formazione in servizio del personale e alla nascita del coordinamento pedagogico.

Proprio attorno agli anni Sessanta anche a Ferrara si sostenne la necessità di una nuova legge sulla scuola materna pubblica, di “una scuola statale”, ma anche dei Comuni, delle Province, delle Regioni, una legge che fissasse gli ordinamenti e desse ai Comuni i necessari finanziamenti per istituire una rete generalizzata di scuola d’infanzia gratuita e aperta a tutti i bambini. Occorre ricordare il valore delle testimonianze e dell’impegno per una scuola dell’infanzia per tutti i bambini di Immacolata Basteri, assessore alla pubblica istruzione, di Rossana Lugli dell’Udi, di Maria Luisa Passerini, direttrice delle scuole d’infanzia comunali di Ferrara.
La Basteri sosteneva che l’obiettivo era una scuola finanziata dallo Stato e gestita dai Comuni, basata sulla concezione di vera democrazia, indissociabile dalla problematicità della scuola. Una scuola intesa come diritto del cittadino e dovere dello Stato, giacché collocata nel momento più importante della vita del fanciullo, dove il primo momento di scolarizzazione era inscindibile dall’intero percorso della scuola, perché necessario a fornire un’educazione psicolinguistica, quale strumento prezioso per la conquista della conoscenza, dell’uso del linguaggio e della scoperta della socialità. Tracciando le linee del servizio offerto dal Comune di Ferrara, denunciò la pressoché totale assenza dell’impegno dello Stato in materia di istituzione della scuola d’infanzia.
Rossana Lugli dell’Udi denunciò la presenza a livello provinciale di vaste aree assolutamente scoperte in termini di scuola materna, mentre laddove esisteva, veniva identificata con l’asilo parrocchiale e, nel suo insieme, la condizione socio educativa appariva gravemente deprivata. Ribadì la richiesta di Ferrara del riconoscimento della scuola comunale dell’infanzia come “scuola pubblica” giacché l’impegno del Comune era molto qualificato (dalle 12 sezioni di scuola materna esistenti nel 1962 era previsto il passaggio a 49 sezioni, offrendo così il posto nella scuola dell’infanzia a circa 2.000 bambini). Maria Luisa Passerini, in un convegno nazionale tenutosi a Modena nel 1973, tracciò dettagliatamente la situazione della scuola materna ferrarese: a Ferrara la scuola materna offriva circa 2.310 posti e, calcolando che la domanda alla materna copriva circa l’80%, se ne ricavava che sulla popolazione infantile in età, restavano fuori ancora circa 1.300 bambini. Richiamò il diritto di tutti i bambini ad accedere alla scuola d’infanzia e sostenne che la presenza della scuola d’infanzia comunale, oltre al significato incisivo che viene ad assumere per la sua consistenza, acquista anche contenuti qualitativamente nuovi. Era convinta che i bambini, attraverso il percorso educativo della scuola dell’infanzia, sarebbero stati “il veicolo di chiarificazione delle realtà sociali, ambientali, economiche e questa realtà organizzativa si diffonderà negli adulti, che ne prenderanno coscienza e la porranno come problema che dovrà ottenere positive soluzioni”. Di qui la necessità di presenza nell’organo di gestione sociale oltre al personale della scuola, anche delle rappresentanze dei consigli di quartiere, dei sindacati, degli organismi rappresentativi. Sostenne che una scuola dell’infanzia per tutti deve avere anche un altro obiettivo: apertura e accoglimento dei bambini handicappati sensoriali e psichici per consentire loro il diritto a socializzazione e scolarizzazione e non già l’emarginazione sociale come di fatto avveniva.

L’inizio del cammino verso la piena qualità della scuola dell’infanzia avviene negli anni fra gli anni Ottanta e Novanta, anni di una feconda ‘complicità educativa’, quando si assiste alla vera espansione di tutta la scuola dell’infanzia, perché anticipando le disposizioni nazionali, il Comune di Ferrara sostiene la validità del sistema scolastico integrato, definendo fin dal 1995 anche precise convenzioni con le scuole materne private presenti sul territorio. Negli anni 2000 il Comune arriva poi a fare un’importante scelta politico-gestionale: l’istituzione dei Servizi educativi, scolastici e per le famiglie, costituita al proprio interno da Servizio Infanzia (Nido e Scuola d’infanzia), Servizio Diritto allo Studio e politiche per l’integrazione e Servizio Politiche familiari e genitorialità. Una scelta che ha inteso coniugare l’efficienza con l’efficacia per la qualità del sistema educativo. Tutti i servizi rivolti all’infanzia in relazione fra loro per un unico progetto educativo. Una scuola dell’infanzia che si fa promotrice di cultura con le tante esperienze che contano per la qualità dei servizi a cominciare dalla formazione permanente tra progettualità, creatività e documentazione.
Nasce il Centro di documentazione pedagogica dell’Istituzione del Comune di Ferrara, ‘Raccontinfanzia’, che si caratterizza come punto di riferimento a livello di documentazione per il contesto socio educativo territoriale. Tantissimi i progetti, le ricerche, gli studi, gli incontri e le mostre, i percorsi formativi condivisi con le scuole d’infanzia e servizi educativi integrativi a livello cittadino e provinciale. Decisamente importanti i rapporti a livello regionale gli scambi pedagogici, i molti percorsi di formazione oltre agli interessanti rapporti internazionali. Tanti i percorsi formativi, da quelli di pratica educativa, psico- pedagogica, a quelli in ambito artistico, ai percorsi realizzati dal Centro servizi e consulenze dell’Unità operativa integrazione sui temi della disabilità e disagio e altri ancora realizzati dal Gruppo condotto dalla responsabile dell’Unità operativa stranieri sui temi dell’integrazione di bambini e famiglie di origine straniera.

Leggi QUI la prima parte
2. CONTINUA

Artisti raccontano l’arte: in Ariostea la filosofia di Bonora, Goberti, Guidi, Zanni, Aisemberg in cinque plaquette

martedì 15 gennaio 2019 ore 17

Biblioteca Ariostea Via delle Scienze, 17 Ferrara – Sala Agnelli

Presentazione del progetto editoriale “La filosofia di Bonora, Goberti, Guidi, Zanni, Aisemberg in cinque plaquette”

A cura di Andrea Pagani e Davide Bassi 
Al dì ad San Mai Editore, 2019
Dialoga con gli Autori Sergio Gessi

Si dice che una plaquette sia un libro composto da pochissime pagine o in edizione limitata. Sintesi e unicità sono anche le qualità che caratterizzano cinque artisti ferraresi. Quattro hanno dedicato la loro vita alle arti grafiche e scultoree (Maurizio Bonora, Gianfranco Goberti, Gianni Guidi, Sergio Zanni) ed uno alla musica (Hugo Aisemberg). Sono coetanei e l’Arte li accomuna e li contraddistingue. Ognuno persegue e sperimenta nuovi linguaggi il cui fine è l’opera d’arte che, benché per se stessa non possa migliorare il mondo, porta l’uomo in un mondo migliore.

Gli autori Andrea Pagani e Davide Bassi hanno concepito un progetto editoriale di cinque plaquette, dedicate ad ogni artista, ognuna delle quali è un colloquio personale tra Pagani e Bassi che, alternandosi, coinvolgono gli artisti in un girotondo filosofico. A cinque donne sono dovute le introduzioni di ogni plaquette che creano quindi un vortice centripeto attorno all’Arte. Gli artisti hanno illustrato ciascuna plaquette con un disegno inedito. Dodici interpreti/autori si incontrano per discutere i significati dell’Arte. Insomma, sembra un complicato rompicapo: tanto più ci risulta complicato e maggiore saranno il tempo che dobbiamo dedicargli per comprenderlo e quel poco di curiosità che ogni giorno ci circonda da quando ci alziamo dal letto a quando ne facciamo ritorno.

Andrea Pagani è docente di Letteratura Italiana e Storia, collaboratore di Zanichelli, presidente dell’associazione culturale “Ippogrifo. Vivere la scrittura”. È autore di sette romanzi e di una ventina di saggi sul Cinque-Seicento (Tasso, Basile, Garzoni) e sul Novecento (Calvino, Proust, Buzzati). Sito ufficiale: www.andreapagani.com
Davide Bassi è Professore di Paleontologia e Paleoecologia presso l’Università degli Studi di Ferrara. Studiando le relazioni fra gli organismi estinti marini ed il loro ambiente la Paleontologia scopre aspetti dell’Arte preservata nelle successioni sedimentarie fossili. La ricerca scientifica universitaria e l’Arte lo hanno indirizzato verso il Giappone dove è stato visiting professor presso la Tohoku University (Institute of Geology and Paleontology, Sendai) e la Nagoya University. Per Kappalab ha pubblicato il libro Scusi, manca molto per il Giappone? (2016).
Sergio Gessi è giornalista e docente. Tiene il corso di Etica della Comunicazione all’Università di Ferrara, ha fondato e dirige il quotidiano online Ferraraitalia.it. Ha recentemente pubblicato il volume Spirito libero. Un giornalismo senza padrini né padroni, FaustEdizioni, 2018.

Miseria e nobiltà: dati sulla ricchezza globale e considerazioni sulla povertà

Il Billionaire Census 2018 ci aggiorna sullo stato di salute dei miliardari nel mondo. Ebbene nel 2017 c’è stato un aumento del 14,9% in numero e del 24% in volume rispetto all’anno precedente.

miliardari nel mondo 2017

Dunque 2.754 miliardari che possiedono una ricchezza di 9.205 miliardi di dollari, circa 4 volte il Pil italiano, che però dovremmo dividere per 60 milioni di persone.
Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, risulta la persona più ricca del mondo. La sua fortuna è aumentata di 34,2 miliardi di dollari nell’ultimo anno per arrivare ad un patrimonio netto di 133 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti hanno il numero maggiore di miliardari, con 680 persone, con un aumento del 10% rispetto al 2016. Tuttavia, il numero dei super ricchi in Cina sta crescendo rapidamente e, con un aumento del 36%, conta ben 338 miliardari. Germania, India, Svizzera, Russia e Hong Kong hanno tutti più miliardari del Regno Unito, che l’anno scorso ha perso quattro miliardari e si è portata a 90 fortunatissimi.
Aumentano nella super classifica le presenze femminili. La popolazione femminile miliardaria è, infatti, aumentata del 18%, raggiungendo quota 321, rispetto a un incremento del 14% del numero di maschi. Tuttavia, le donne rappresentano solo l’11,7% del totale.

E l’Italia? L’Italia si piazza bene anche nella classifica della ricchezza privata finanziaria per Stati, dove risulta al decimo posto anche se con una perdita del 19% rispetto al 2000.
Ecco la classifica dei più ricchi nostrani.

Ovviamente se considerassimo anche il valore degli immobili la ricchezza privata italiana sarebbe molto più alta, oltre gli 8.500 miliardi di euro (fonte: Banca d’Italia). In ogni caso la somma della ricchezza così configurata di questi dieci paesi rappresenta il 73,5% della ricchezza mondiale, in altre parole il resto del mondo (circa 180 paesi) deve dividersi il rimanente 26,5%.

Ma qual è la ricchezza finanziaria mondiale? Il Rapporto Global Wealth 2018 ci toglie qualche curiosità.

Classifica della ricchezza per Stati

Ebbene, 201,9 trilioni (201.900 miliardi) di dollari in costante crescita, compresa la quota europea, come si vede dall’infografica sopra.
Di solito siamo abituati a vederci dividere il debito pubblico procapite per rimarcare le nostre colpe e propagandare l’austerità. Se invece facessimo la stessa operazione con la ricchezza?

Ricchezza totale e per regioni del mondo
Divisione della ricchezza per regioni del mondo e procapite

Scopriremmo che ogni essere umano possiede 40.000 dollari, ma se la divisione la facessimo per aeree geografiche, noi italiani avremmo addirittura 142.000 dollari a testa mentre un africano dovrebbe accontentarsi di 3.000 dollari. Sempre ricordando che stiamo parlando di ricchezza finanziaria, esclusi quindi immobili privati e vari asset statali, non si può non constatare che questa, pur sottostimata, supera l’entità del debito globale (leggi l’articolo di Ferraraitalia).

Ci si spaventa del debito ma i numeri dicono cose oltre la paura. Per esempio che il debito accompagna la crescita e che nel mondo c’è molta più ricchezza di quanta ne serva per ripagarlo, almeno ragionando in termini di statistiche e di medie. Siamo comunque inondati di ricchezza, abbiamo miliardari, ma anche tanti milionari; noi italiani viviamo in un Paese con una ricchezza privata globale che rasenta i 9.000 miliardi di euro, uno Stato che possiede beni artistici e culturali mobili e immobili per un valore di 219,3 miliardi di euro (fonte: ilsole24ore), circa 500 miliardi di immobili, terreni e armamenti (fonte: La Repubblica) e poi partecipazioni varie per un valore di circa 45 miliardi, e tanto altro che normalmente non viene calcolato nei bilanci: strade, ponti e tubi fognari sono beni per un Paese, così come il denaro che i governi hanno in banca, i loro investimenti finanziari, i pagamenti a loro dovuti da privati e imprese. Anche le riserve di risorse naturali nel sottosuolo fanno parte del patrimonio, cosa particolarmente importante per paesi ricchi di risorse naturali come la Nigeria e la Norvegia. Ma i beni includono anche le imprese statali come le banche pubbliche e, in molti paesi, i servizi pubblici come le aziende elettriche e idriche. Lo dice il Fondo Monetario Internazionale nel suo ‘Government Debt Is Not the Whole Story: Look at the Assets’.

Per il Fondo Monetario Internazionale il debito è solo una parte della storia, mentre le imprese pubbliche sarebbero da considerare ricchezza, peccato che in Italia sia partita dagli anni Novanta la gara alla privatizzazione di qualsiasi cosa si ‘muova’.
Tenuto conto di tutto questo, quando parliamo di austerità, sacrifici, scuole che crollano e ospedali che chiudono di cosa esattamente stiamo parlando? Di economia o di politica?

Chiudo con due considerazioni. La prima affidata a un estratto dell’ultimo rapporto Istat, ‘Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie‘ del 6 dicembre 2018 che chiude degnamente il discorso sul 2017.
Un decimo della popolazione è in condizioni di grave deprivazione materiale
Nel 2017, il 20,3% (valore pressoché stabile rispetto al 20,6% del 2016) delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà, cioè fa parte di famiglie il cui reddito disponibile equivalente nel 2016 (anno di riferimento dei redditi) è inferiore alla soglia di rischio di povertà, pari a 9.925 euro (il 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito disponibile equivalente); il 10,1% si trova poi in condizioni di grave deprivazione materiale (in forte diminuzione rispetto al 12,1% dell’anno precedente), mostra cioè almeno quattro dei nove segnali di deprivazione previsti; l’11,8% (12,8% nel 2016) vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, ossia in famiglie con componenti tra i 18 e i 59 anni che nel 2016 hanno lavorato meno di un quinto del tempo.

Indicatori di povertà.

La seconda considerazione riprende una frase di Winnie Byanyima, direttore esecutivo Oxfam, che qualche tempo fa ha detto: “Sono qui per dire ai grandi affaristi e ai politici che questo non è naturale, che sono le loro azioni e le loro politiche aver causato tutto ciò, e possono ancora invertirlo: siamo stanchi di sentir dire loro che sono preoccupati per la diseguaglianza e non fare nulla al riguardo, ora vogliamo i fatti”.
Questa frase che seguiva uno dei tanti rapporti Oxfam che evidenziava come l’82% della ricchezza generata nel 2017 nel mondo era andata all’1% più ricco della popolazione, mentre un buon 3,7 miliardi di persone non se ne erano nemmeno accorti.

Nota metodologica: per i dati sulla ricchezza mondiale si è tenuto conto dei risultati del Global Wealth 2018 del Boston Consulting Group (BCG) relativo ai dati sul 2017. Il Global Wealth 2018 del Credit Suisse rileva dati sulla ricchezza globale notevolmente più elevati e per l’anno 2018 la porta a 317 trilioni di dollari.

scuola-inclusiva

Una scuola che viene da lontano e… che ci porterà lontano

di Loredana Bondi

Proprio in questi giorni abbiamo seguito e ‘sopportato’ con grandi perplessità quanto si è andato dicendo – e contraddicendo – in merito a una delle leggi più importanti per la vita del nostro paese e cioè nuova legge finanziaria di bilancio dello Stato per l’anno 2019.
Ebbene, per quanto mi compete, ritengo di non essere assolutamente soddisfatta di molti aspetti di quanto il più importante dispositivo finanziario dello Stato dispone e si impegna a fare, in particolare per la ‘disattenzione’ – per usare un eufemismo – che il governo ha dimostrato nei confronti dell’investimento del mondo dell’educazione e dell’istruzione, dalla scuola dell’infanzia all’università.
Non posso sottacere in particolare che, nonostante i proclami, c’è una lontananza oserei dire ‘siderale’ da ciò che ha distinto i principi ispiratori di tutti gli interventi fatti nel corso degli ultimi decenni, sia a livello nazionale sia a livello europeo, a favore dell’educazione delle nuove generazioni attraverso la cura dei servizi rivolti all’infanzia, acquisiti come modello di crescita comune. Ciò che emerge oggi dalle scelte – o non scelte – politiche nazionali è un’assenza assoluta di prospettiva, che non dà ragione del tipo di consapevolezza maturata, per esempio, dentro e attorno ai servizi educativi per l’infanzia e alle scuole dell’infanzia (così come per altri gradi e ordini di scuola), in particolare rispetto ai veri processi di integrazione, che il percorso formativo seguito in questi decenni ha dimostrato acquisendo, soprattutto nei nostri territori, una valenza di altissimo profilo sul piano politico sociale e culturale.

Non vorrei richiamare quanto a livello internazionale è stato ormai da anni dimostrato a livello scientifico, antropologico, psicopedagogico ed economico; basti richiamare quanto sostiene il Premio Nobel per l’Economia (nel 2000) James Heckman rispetto ai benefici che una società può avere se agisce precocemente con programmi di intervento sulla popolazione fin dai primi anni di vita, promuovendo educazione e istruzione, perché questo favorisce di per sé nel corso del tempo maggiore produttività e forza lavoro per l’intero paese. Le stime dimostrano che gli interventi educativi precoci hanno un alto rapporto costi-benefici: se un minore è motivato a socializzare, ad apprendere ed essere qualitativamente impegnato fin dai primi anni di vita, è più facile che da adulto possa riuscire a integrarsi nella vita sociale ed economica con migliori risultati. E’ dimostrato infatti statisticamente, che i bambini che frequentano scuole e servizi educativi fin dai primissimi anni di vita hanno minore probabilità di insuccesso scolastico. Tutto questo per dire quanto gli effetti di un serio investimento in educazione sul piano sociale siano importanti e come ciò abbia contribuito anche nel nostro paese allo sviluppo delle stesse comunità. Del resto la storia ci è di grande sostegno nell’evidenziare la positività delle scelte che, nel corso degli ultimi decenni, tante Amministrazioni locali hanno fatto nella direzione dell’investimento in offerta educativa rivolta all’infanzia. E, soprattutto oggi, dinnanzi alla possibile perdita di identità di questo processo, relativizzato prioritariamente ad ambito di spesa per gli enti locali, ci ha indotto a ‘ricordare’ il percorso storico fatto nelle diverse realtà locali nostra Regione e, per quanto mi riguarda, per la nostra città, scrivendo appunto come si è sviluppata la storia della scuola comunale dell’infanzia a Ferrara, soprattutto dal dopoguerra a oggi.

Grazie al sostegno del Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia di cui sono componente, unitamente alla Regione Emilia Romagna, si è infatti ritenuto importante fissare storicamente i passaggi di questa evoluzione che ha visto concretamente realizzarsi, con il grande impegno delle realtà locali, una vera e propria trasformazione dei servizi per la prima infanzia tanto da rappresentare un modello che ha consentito di supportare anche a livello nazionale diversi recenti provvedimenti normativi sulla qualità dell’offerta educativa in generale, varcando talora anche i confini nazionali.
Per anni ho seguito le vicende riguardanti l’evoluzione dei servizi educativi a livello nazionale sia dal punto di vista storico-sociale sia pedagogico, verificando nel tempo quanto sia mutata l’attenzione nei confronti dell’infanzia, creando una nuova cultura che, soprattutto nella nostra regione e nella nostra città, ha portato a raggiungere obiettivi riconosciuti di elevata qualità educativa anche a livello internazionale. Tutto ciò grazie a scelte politiche agite da Amministrazioni locali attente alle trasformazioni sociali e alla valorizzazione dell’investimento in educazione. L’aver approfondito poi dal punto di vista esperienziale (di ricerca teorica e pratica) il significato di questo investimento, mi ha consentito di verificare quanto positivi siano stati i traguardi raggiunti a livello di metodologia di apprendimento e processo di socializzazione dei bambini e dei ragazzi nei diversi ambiti scolastici e quanto ciò abbia inciso anche sul cambiamento sociale della stessa comunità di appartenenza. Laddove l’Amministrazione pubblica è riuscita a sostenere e perseguire questa direzione, si sono evidenziati processi sociali partecipati che hanno prodotto reali miglioramenti di vita per l’intera comunità anche grazie alla diffusione e al sostegno dei servizi rivolti all’infanzia e alle famiglie.
Perché è necessario ricordare lo sviluppo storico della scuola comunale dell’infanzia a Ferrara? Che significato assumono oggi per una comunità come la nostra la cura e l’educazione dell’infanzia fin dai primi anni di vita delle nuove generazioni?
Proprio nell’ambito della ricorrenza dei cinquant’anni dall’istituzione delle scuole materne statali, esattamente con la legge 444 del 18 marzo 1968 Ordinamento della scuola materna statale, abbiamo presentato a Ferrara la pubblicazione de ‘La strada Maestra’- a cura del Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia e della Regione Emilia Romagna – che descrive l’impegno che molte Amministrazioni comunali emiliano-romagnole, fra le quali il Comune di Ferrara, hanno profuso per realizzare anche nella nostra città nuove prospettive nel campo dell’educazione rivolta ai bambini e alle bambine. Il testo, da me curato per la parte storica relativa al Comune di Ferrara, è stato presentato pubblicamente nel dicembre scorso presso la sala Cinema Boldini. Ritengo che possa essere utile tracciare un breve profilo storico di questo percorso: è quello che si tenterà di fare nelle prossime due uscite.

  1. 1. CONTINUA

PER CERTI VERSI
La manna di primavera

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

LA MANNA

Come é lontano
L’attimo
E vicino
A me appresso
Il tuo infinito
Goccia di sorriso
Saliva
Per la mia
È lava fredda
I vulcani
Li abbiamo spenti
Con la ninna nanna
Il resto che veniva
Era la tua
Oh sì la tua
Manna

LA PRIMAVERA PROMESSA

Qui gela
E disgela
La brina sciolta
Chiacchera
come una mela
A terra viene raccolta
Dalle foglie macerate
Dall’erba ingiallita
Sincera
E spoglia
Tutta la vita
Qui si rappresenta
Mentre scaglie di vento
Bruciano il viso
A piacimento
Le maglie del tempo
Indossate
Lentamente
Vestono la promessa
Della primavera

Aggiornamenti sul debito globale

Nuovi dati sul debito, pubblico e privato, sono stati rilasciati dal Fondo Monetario Internazionale ad integrazione del precedente rapporto uscito nel maggio 2018.
I dati, elaborati su un campione di 190 Stati e che coprono il periodo dal 1950 fino al 2017, sono come sempre sorprendenti:
– Il debito globale ha raggiunto il massimo storico di 184 trilioni di dollari in termini nominali, l’equivalente del 225% del Pil nel 2017. In media, il debito mondiale supera ora gli 86.000 dollari pro capite, che è più di due volte e mezzo il reddito medio pro capite.
Le economie più indebitate del mondo sono anche quelle più ricche in termini di Pil, ed infatti Stati Uniti, Cina e Giappone rappresentano oltre la metà del debito globale.
Il debito del settore privato è triplicato dal 1950. Questo lo rende la forza trainante del debito globale. Un altro cambiamento dalla crisi finanziaria globale è stato l’aumento del debito privato nei mercati emergenti, guidati dalla Cina, che ha superato le economie avanzate. All’estremo opposto, il debito privato è rimasto molto basso nei paesi in via di sviluppo a basso reddito.

Il Fondo Monetario rileva anche che il debito pubblico globale ha subito un’inversione di tendenza. Dopo un calo costante fino alla metà degli anni ’70, il debito pubblico si è impennato trainato dalle economie avanzate, poi, di recente, si sono accodate le economie dei paesi emergenti e dei paesi in via di sviluppo a basso reddito. Di seguito l’infografica con i dati fino al 2016.

In merito ai dati elaborati per il 2017, il Fondo Monetario rileva segnali di diversa natura. Rispetto al picco precedente del 2009, il mondo è ora più indebitato di oltre 11 punti percentuali del Pil. Tuttavia, nel 2017 il rapporto debito/Pil è sceso di quasi l’1½% del Pil rispetto all’anno precedente. L’ultima volta che il mondo ha registrato un calo analogo è stato nel 2010, anche se di breve durata. Tuttavia, non è ancora chiaro se si tratta di una pausa in una tendenza ascendente altrimenti ininterrotta o se i paesi hanno iniziato un processo permanente di riduzione del debito, ma per avere risposte significative bisognerà attendere i dati del 2019.
Ritornando al 2017, i paesi sono stati divisi in tre gruppi in base al loro profilo di indebitamento e di seguito i risultati:
– Economie avanzate: c’è stata una riduzione dell’accumulo del debito tra le economie avanzate. Il debito privato, sebbene in lieve aumento, è ben al di sotto del suo picco. Inoltre, nel 2017 il debito pubblico nelle economie avanzate ha registrato un calo di quasi il 2½ per cento del Pil. Per trovare un’analoga riduzione del debito pubblico dobbiamo tornare indietro di un decennio, quando la crescita globale era di circa 1¾ punti percentuali superiore a quella attuale.
– Economie di mercato emergenti: questi paesi hanno continuato a contrarre prestiti nel 2017, anche se a un ritmo molto più lento. Un cambiamento importante si è verificato in Cina, dove il ritmo dell’accumulo del debito privato, sebbene ancora elevato, ha subito una significativa decelerazione.
– Paesi in via di sviluppo a basso reddito: si denota una costante crescita del debito.

La sintesi che viene fatta dagli economisti del Fondo è che la dinamica del debito globale cambia con il cambiare del mondo. I dati mostrano che gran parte del calo del rapporto debito/Pil è il risultato della diminuzione dell’incidenza delle economie avanzate nell’economia mondiale che ne avevano guidato la crescita fino al 2009-2010.
Nell’era post-crisi le condizioni finanziarie in molti paesi si sono inasprite, gli anni del credito facile potrebbero essere giunte al loro picco e le nuove condizioni, ad esempio l’aumento dei tassi d’interesse, renderanno per il futuro più difficile indebitarsi a condizioni così favorevoli. Questo potrebbe portare ad una riduzione generalizzata del debito globale.
Per gli aggiornamenti sul debito e sulle finanze pubbliche bisognerà attendere aprile 2019, data di uscita del prossimo Fiscal Monitor del Fondo Monetario Internazionale.

Fonte:
Fondo Monetario Internazionale

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

Indifferenza, maschera senza pietà

L’indifferenza è diventata uno dei volti umani più diffusi, una brutta maschera imperturbabile, fredda, distaccata, indecifrabile, indossata ormai con naturalezza e a volte inconsapevolezza, a smentire tutto ciò che servirebbe a creare relazioni umane sostenibili, giuste e costruttive. E’ uno stato che annulla, azzera, elimina, nasconde profondamente emozioni, sentimenti, neutralizzando e paralizzando le risorse valoriali che abbiamo in noi, ferendo ed emarginando chi ci sta davanti, creando più sofferenza di quanta ne possa talvolta provocare qualsiasi altra reazione attiva. L’indifferenza ha in sè un carico di aggressività che sa dove colpire e mira all’annientamento dell’altro, negandogli l’esistenza e il valore umano.

E’ difficile credere nell’atteggiamento di totale indifferenza di un essere umano che respinge e tacita qualsiasi propensione emotiva nei confronti di un altro, eppure fatti e avvenimenti che ci giungono quotidianamente ci riportano e ci forniscono triste conferma del livello di insensibilità, noncuranza e distanza tra appartenenti al genere umano, per quanto diversi nelle loro peculiarità. A volte scatta un primitivo meccanismo di autodifesa al quale ci si aggrappa per allontanare ‘l’altro’, vissuto come ‘pericoloso estraneo’, svilendo intelligenza e anni di evoluzione; in altre circostanze l’indifferenza diventa la risposta all’esasperazione e prende il posto di qualsiasi altra reazione che esaurirebbe ogni nostra energia. Resta il fatto, sempre e comunque, che l’indifferenza costituisce una delle peggiori facce di un’umanità in difficoltà, disorientata davanti a cambiamenti epocali, piegata da eventi che spesso sfuggono a comprensione e controllo, diffidente, incattivita, impoverita e depauperata del patrimonio di valori e sentimenti che l’hanno sorretta in epoche passate e che ora sembrano in zona d’ombra.

L’indifferenza è l’ottavo vizio capitale che affossa ogni speranza e aggredisce ogni aspetto pubblico e privato delle nostre esistenze, da qualsiasi angolazione la si consideri, impedendoci di essere semplicemente umani. Antonio Gramsci sosteneva: “L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Vivo, sono partigiano!” Liliana Sagre, senatrice a vita, sopravvissuta ad Auschwitz, in una dichiarazione Ansa ha dichiarato: “Il razzismo e l’antisemitismo non sono mai sopiti. Oggi il razzismo è tornato fuori così come l’indifferenza generale, uguale oggi come allora, quando i senza nome eravamo noi ebrei. Oggi percepisco la stessa indifferenza per quelle centinaia di migranti che muoiono nel Mediterraneo”. E Papa Francesco, nell’udienza del 17 ottobre scorso, ha sottolineato: “Per annientare un uomo basta ignorarlo. L’indifferenza uccide. Ogni volta che esprimiamo disinteresse per la vita altrui, ogni volta che non amiamo, in fondo disprezziamo la vita”.
Quando si parla di indifferenza è facile confondere il termine con ‘tolleranza’ e strumentalizzarne il senso per fornire giustificazioni alle implicazioni negative, ignorando volutamente che esiste una netta differenza fra lo svuotamento emotivo indotto dall’indifferenza e l’intenzionalità contenuta nell’atteggiamento tollerante. Un monito comune viene da ciò che Martin Luther King e Albert Einstein sottolineavano. Il primo sosteneva che “la nostra vita comincia a finire il giorno che diventiamo silenziosi sulle cose che contano”; il secondo scrive che “il mondo non è minacciato dalle persone che fanno il male, ma da quelle che lo tollerano”.

Il tema dell’indifferenza viene trattato magistralmente nel romanzo d’esordio di Alberto MoraviaGli indifferenti’ del 1929. Uno spaccato narrativo che si svolge nell’arco di 48 ore e racconta della famiglia Ardengo, composta dalla madre Mariagrazia e dai figli Carla e Michele. Una miriade di altri personaggi che entrano ed escono dalle vicende, rafforzando o svilendo la vita dei personaggi principali, rappresentano con il loro ambiente borghese alla deriva, l’indifferenza come degradazione dell’uomo che, rassegnato e sconfitto, rinuncia a vivere. Inerzia morale, squallidi compromessi, noia che impedisce slanci e stimoli, passività esistenziale, superficialità verso i valori più veri e profondi insiti nell’essere umano, misere bassezze, sono i segnali forti del declino ineluttabile e senza appello. Un film cult degli anni Settanta, ‘I cannibali’ di Liliana Cavani, costituisce una delle icone dell’indifferenza rappresentata sul grande schermo. Liberamente ispirato all’Antigone di Sofocle, è ambientato in un futuro distopico in cui si può riconoscere senza sforzo la nostra epoca. In un regime totalitario, le strade di una grande città sono ricoperte dei cadaveri dei ribelli. La gente passa accanto ai poveri corpi senza degnarli di uno sguardo, transitando frettolosa e assente. Un’indifferenza indotta dal regime che ha posto il veto di rimuovere i dissidenti, a cui la gente si è assuefatta in fretta. Antigone vuole seppellire il fratello, contro il parere della famiglia e, aiutata da un misterioso straniero, nel tentativo di rimuovere il corpo, viene arrestata, torturata e uccisa dalla polizia insieme a chi l’ha affiancata. Diventeranno simbolo per molti giovani che, su loro esempio, recupereranno i cadaveri e li seppelliranno. Siamo in una grande città, ma l’indifferenza è un veleno trasversale che può raggiungere anche le periferie dove, comunque, esiste ancora una sottile rete di rapporti e relazioni ancora (fino quando?) a misura d’uomo, un venirsi incontro nonostante tutto, uno slancio che nel bisogno fa leva su sani sentimenti di reciproco aiuto, sostegno e comprensione.
La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alle cose pubbliche è quella di essere governati dai malvagi”, scriveva Socrate, e lo scotto è davvero pesante.

Amici, soprattutto

Quando vedrete il film di Olivier Nakache ed Éric Toledano, ‘Quasi Amici‘, e lo splendido interprete Omar Sy, non potrete, come è successo a me, evitare di ripercorrere tutta la filmografia di questo meraviglioso attore. Lo faremo allora insieme, andando a ritroso rispetto a ‘Quasi Amici’ (vincitore del David di Donatello come miglior film nel 2012) ma anche in avanti. Il film, del 2011, racconta la storia vera di Philippe Pozzo di Borgo (François Cluzet) e di Abdel Yasmin Sellou (nel film è Driss, Omar Sy): il primo è erede della nobiltà corsa, proprietario di un enorme patrimonio immobiliare discendente anche del casato Moët et Chandon; il secondo è un immigrato algerino (non senegalese come nel film) con qualche problemino dovuto a difficoltà economiche e integrazione.

Philippe è tetraplegico, immobilizzato su una fredda sedia a rotelle in seguito a un incidente di parapendio avvenuto nel 1996 e sprofondato in una profonda e cupa depressione dopo la morte della moglie Béatrice nel 1999. In tale frangente l’uomo si era messo in cerca di un badante, appello cui aveva risposto Abdel Sellou / Driss, un personaggio po’ sfrontato (oltre che svitato) e dichiaratamente e spudoratamente interessato ai sussidi statali.

Percorriamo, allora, sorridendo, la storia di un’amicizia vera, reale e anche un po’ surreale, una convivenza durata dieci anni fatta di rispetto e divertimento, anche nella sofferenza. Segno che anche nelle difficoltà, una presenza positiva e costruttiva può risollevare gli animi più provati. Fra scherzi, umorismo e laissez-faire – laissez-vivre, i due amici complici corrono ad alta velocità su una nera Maserati quattro porte, sfuggono alla polizia. Driss riesce a far divertire Philippe facendogli dimenticare i suoi problemi fisici, spesso offendendolo scherzosamente e facendogli rivivere emozioni ormai perdute, come il fare una passeggiata notturna alla luce delle stelle, rivedere il mare, ascoltare musica soul e funk o il fumare tabacco o cannabis.

Gli amici di Philippe sono contrari alla presenza di Driss, ritenendo il ragazzo pericoloso per via dei suoi precedenti penali, ma Philippe non si preoccupa del passato del suo compagno-amico poiché è l’unico che lo tratta come una persona e non come un malato. Al punto che lo incoraggia anche a intrattenere una relazione epistolare con una donna di nome Éléonore, che vive al nord della Francia. Non senza sorpresa.

Oggi, Philippe vive in Marocco, a Essaouira, con la seconda moglie Kadhija e i due figli, grazie ad Adbel è riuscito a risollevarsi dalla depressione, è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere alla Legione d’onore ed è attivista contro l’eutanasia con il movimento Soulager mais pas tuer. Abdel ha un suo allevamento avicolo in Algeria.

Quasi amici, di Olivier Nakache e Éric Toledano, con François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Audrey Fleurot, Dorothée Brière-Meritte, Francia, 2011, 112 mn.

Afghanistan, il cimitero degli imperi

Negli ultimi giorni si è tornato a parlare di Afghanistan “grazie” a due attentati, per fortuna senza conseguenze, ai danni dei nostri militari della missione Nato Resolute Support (già Enduring Freedom e Isaf). Una missione che oramai è arrivata al suo diciannovesimo anno di attività e di cui è difficile tracciare un bilancio che non metta in imbarazzo gli Stati partecipanti nei confronti dei loro cittadini/contribuenti.
Il 3 dicembre del 2018, Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, affermava che “in nessuna circostanza la coalizione internazionale si sarebbe ritirata dall’Afghanistan”, il 16 dicembre il Ministro Trenta rinnovava l’impegno italiano mentre era in visita a Herat e Kabul, il 19 dicembre e al momento di annunciare il ritiro delle truppe dalla Siria, il presidente americano Trump annunciava invece un dimezzamento del contingente americano. È facile presumere che se si dovessero ritirare gli americani difficilmente rimarrebbero altri “interessi nazionali” validi per lasciare i propri militari a migliaia di chilometri di distanza dalla Patria.
Del resto l’Afghanistan ha saputo resistere per secoli ai tentativi di invasione e di ingerenza dei grandi imperi. Prima si è difesa dagli inglesi e dai russi che si cimentarono durante tutto l’Ottocento in quello che Kipling battezzò il “grande gioco” e che vide le due superpotenze dell’epoca contendersi i territori cuscinetto che si frapponevano da una parte all’espansione a sud-est dell’orso russo e dall’altra agli interessi degli inglesi di difendere i loro possedimenti in India.
Tre guerre anglo-afghane, combattute nell’arco di un secolo (tra il 1839 e il 1919), non riuscirono a piegare quelle popolazioni ma lasciarono sul terreno migliaia di soldati occidentali che in molti casi non riuscirono nemmeno ad avere una sepoltura.
Nel 1979 fu la volta dell’Urss che vi trovò il suo Vietnam e fu costretta anch’essa a lasciare quel Paese in maniera scomposta dopo 10 anni di guerra e centinaia di migliaia di morti sul terreno tra militari e civili.
Nonostante i tentativi, la strategia e l’imponenza delle forze che seppero mettere in campo inglesi e russi nei due secoli passati, e nonostante la tecnologia in possesso delle attuali forze multinazionali precipitate in Afghanistan dal 2001, sembra evidente che l’Afghanistan sia un territorio troppo ostico per qualsiasi potenza occidentale. Tutti hanno preferito nel passato lasciar perdere, e anche oggi pare che la maggior potenza in campo, per bocca del suo Presidente Trump, voglia prendere la stessa decisione al fine di evitare una sconfitta militare, e per non impantanarsi in un paese che ancora una volta sta confermando la sua proverbiale fama di “cimitero degli imperi”.
Decisione che sta maturando anche perché, nonostante (stando ai dati pubblicati dal “Liberty Report” del 21 giugno del 2018) il quantitativo di bombe lanciato dagli Stati Uniti su base giornaliera in Afghanistan sia passato da 24 bombe al giorno nel corso della presidenza di George Bush junior a 30 bombe al giorno nel corso della presidenza di Barack Obama fino a toccare quota 121 bombe al giorno nel corso dell’attuale presidenza Trump, non si sono ottenuti risultati positivi da un punto di vista militare e politico né per il governo afghano, né per gli Stati Uniti e annessa coalizione internazionale.
All’Italia il conflitto è costato in vite umane 53 morti a vario titolo, alcuni in azione altri per cause diverse, e un bel po’ di denaro come possiamo vedere dal grafico di seguito

Un totale ad oggi di 7.280.420.653 di euro calcolando però solo la spesa direttamente imputabile al capitolo Afghanistan. A questo sarebbe necessario aggiungere tante altre voci per avere un quadro più preciso, ad esempio gli stanziamenti alla voce “Personale militare impiegato negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrain, Qatar e a Tampa per le esigenze connesse con le missioni in Medio Oriente e Asia”, ovvero per missioni che esistono perché sono di supporto alla guerra in Afghanistan e che, ad esempio e solo per il 2018, sono costati 13.375.711 euro. Poi ci sono le spese per le volontarie della Croce Rossa, poi altre voci singole, come ad esempio i 1.613.595 euro stanziati a luglio per “la cessione a titolo gratuito di mezzi e attrezzature per la gestione dell’aeroporto di Herat”. Ancora, per spostare uomini e mezzi si utilizzano anche aerei di compagnie civili, e, solo nel 2014, questi spostamenti ci sono costati oltre 14 milioni di euro per il rinnovo del contratto alla compagnia sarda Meridiana del principe Aga Khan. Altra spesa poco intuibile è il costo dei “sorvoli”, cioè la spesa che bisogna affrontare ogni qualvolta si attraversa lo spazio aereo di un Paese estero. Ad esempio un aereo che parte dall’Italia per l’Afghanistan con scalo negli Eau, attraversa Egitto, Arabia Saudita, Emirati e Iran e quindi staccherà un assegno per ognuno di questi paesi per la concessione del relativo spazio aereo.
Tutto questo potrebbe portare a pensare che in fondo, e comunque la si veda, non esistono problemi di soldi ma solo un problema di scegliere cosa fare di quelli che si hanno a disposizione e questo vale per l’Italia quanto per il resto del mondo. Ma varrà davvero la pena investirli in ferro e sangue? A giudicare dal numero dei conflitti e dalla spassionata partecipazione di tutte le nazioni “civili” ai conflitti in atto, parrebbe proprio che il mondo ne sia convinto!
I nuovi dati Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) certificano per il 2017 un aumento delle spese militari dell’1,1% in termini reali, con una stima che si attesta sui 1739 miliardi di dollari.

L’Italia oltre alla partecipazione diretta in una cinquantina di missioni attive è anche il 9° esportatore di armi nel periodo 2013-17, come riporta il report Sipri del 2018, mentre “I cinque maggiori fornitori di armi (nello stesso periodo sono) Usa, Russia, Francia, Germania e Cina e rappresentano il 74 per cento del volume totale delle esportazioni a livello globale”. Dall’altra parte c’è chi compra “I cinque principali importatori di armi sono India, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Cina, che insieme rappresentano il 35 per cento delle importazioni totali”.
Insomma l’unica cosa certa delle guerre è un grande movimento di soldi che per potersi muovere hanno appunto bisogno di guerre e per questo sarebbe difficile farne a meno, ma se questo dovesse succedere tutti i numeri riportati sopra potrebbero risolvere ben altri problemi.
Considerato che i paesi membri dell’Oecd stanziano meno di 150 miliardi di dollari all’anno per la cooperazione allo sviluppo e dato che tra i Sustainable Development Goals adottati dalle Nazioni Unite rientrano la fine della povertà in tutte le sue forme e la fine della fame, obiettivo che – secondo la Fao – sarebbe raggiungibile entro il 2030 attraverso un investimento addizionale di 265 miliardi di euro, spostare una percentuale del 10% di spesa militare in investimenti contro la povertà e contro la fame potrebbe essere sufficiente per raggiungere questo obiettivo.
Insomma, bisognerebbe chiedersi se una vera missione di pace potrebbe portare maggiori benefici di centinaia di missioni di guerra camuffate da missioni di pace.

DIARIO IN PUBBLICO
Sull’onda delle canzoni

Che noia le feste! Che noia ascoltare i sapientini che discettano per ore su tutti i talkshow, chi per promuovere i propri libri, chi per dar man forte al governo o combatterlo, chi per ‘esserci’. Poi una specie di illuminazione: perché non ascoltare e vedere il programma dedicato a Celentano nell’anniversario della nostra comune età? Così dismetto i panni di colui che ha ammesso Chopin solo da poco tra gli immortali, di colui che adora Muti, Pollini, Argerich, la divina Maria e in tal modo, miracolosamente, sul filo del ricordo, si ricompone la vita spiegata sull’onda di canzoni dimenticate, di gambe impazzite, di un bel viso che si è macchiato di cuperose, di denti ingialliti un tempo forti e bianchi. E con quelle canzoni si dipana il filo dei ricordi e le tappe della nostra gioventù.

Si sa. Il ritorno al passato non sempre è produttivo. Balzano e si evidenziano nello specchio della memoria le scelte fatte, i condizionamenti, i compromessi, ma anche gli atti di una responsabilità che ti rende uomo, che finalmente ti fa capire chi sei e cosa ti ha prodotto tale in un certo momento, specie se la tua gioventù si è svolta nel momento più acuto delle ideologie novecentesche. Così una canzone da strada come quella che Celentano cantava e il cui ritornello era “Chi non lavora, non fa l’amore” ci piaceva perché in essa si realizzava quella parola oggi ormai desueta: “impegno”, che oggi sembra sparita. Anzi abborrita.
Certe situazioni poi prospettavano l’uso dell’ironia, che nel vocabolario salviniano è priva di senso tanto da rendere ancora più greve la “pesanteur” della sua retorica e della sua didattica. Una di queste mi rimane impressa.
Arrivo finalmente all’Università e Claudio Varese mi conduce al colloquio, fondamentale, con colui che lo sostituirà come Maestro, Walter Binni. Impietrito dal timore che potessero venire evocate le scelte fasciste della mia famiglia, non ancora a 17 anni consapevole di cosa volessero dire ‘destra’ e ‘sinistra’ nonostante i tre anni passati alle secondarie con Varese, ingozzato di libri di cui ancora non distinguevo il fondo politico, mi ero inventato se non una fede almeno, secondo le mie confuse idee, una risposta che mi avrebbe salvato dall’interrogatorio di Binni, uomo della Costituente. Così alla domanda per quale scelta politica avessi optato, serenamente risposi: “monarchica”. Vidi il bel viso del Binni abbuiarsi, vidi che guardava incredulo Varese e che mestamente scuoteva la testa. Poi col tempo, con la frequentazione nelle lezioni e lo schiarimento delle idee imboccai quella strada che solo ora mi accorgo mi ha reso eticamente consapevole delle scelte che ho fatto d’allora in poi. I miei compagni di corso ridevano perché Binni, che il primo anno arrivava tutto affannato da Genova, se non mi vedeva in aula (eravamo in trenta giovani e forti) domandava curioso: “Il monarchico non viene”?

Ora di fronte a scelte gravi, quasi inaspettate per chi sta concludendo il proprio percorso, ascolto incredulo i contorcimenti politici tesi a risposte che non facciano male a nessuno o che lascino lo spazio necessario per accodarsi al carro del vincitore se non rimane altra strada. Sento, con orrore che si traduce in una nausea fisica, un ministro che rifiuta l’attracco dei migranti sballottati nel gelo del mare su una nave che non può attraccare a cui si rifiuta l’ingresso. Ascolto incredulo un altro politico che suggerisce di far sbarcare donne e bambini e non gli uomini forse considerati una specie minore e i commenti di un’autorità religiosa che mi stringe lo stomaco. A me laico, figurarsi ai cristiani! Non tutti però, come si evince dal seguito nutrito che il prelato può vantare.
Così a vedere Celentano che canta a Bologna davanti al Papa Woitila la sua canzone di fede mi vien la malinconia.

Svegliatevi bambini – per parafrasare una vecchia canzone qui riprodotta al maschile – fra poco è primavera. E bisognerà votare.

Indossare un’opera d’arte: con Rdress si può

di Altilia Mascalese

Quando pensiamo alla moda, a ognuno di noi viene in mente un’immagine diversa: una modella in posa su una rivista, la Fashion Week, le ultime tendenze… In ogni caso l’immaginazione ci figura davanti agli occhi un bellissimo capo finito e pronto da indossare; il pensiero difficilmente ci trasporta in una fabbrica fatiscente in Cina, India, Bangladesh o Nord Africa piena di sfruttamento e pratiche vietate.

Rovine del palazzo Rana Plaza

Il servizio di Report andato in onda su Rai3 il 3 dicembre scorso ha messo invece a nudo le pratiche attuate dai fornitori di brand fast fashion come Zara e H&M, che al consumatore offrono un prezzo quasi irrilevante e allettanti saldi che non mancano mai. Dal servizio però si evince la partecipazione a queste pratiche di alcuni grandi brand, che nel periodo di crisi cercano di rimanere competitivi e salvaguardare la marginalità economica, producendo gli articoli altrove, tradendo consapevolmente i loro sostenitori che si fidano da sempre del made in Italy di qualità, garantito dalle aziende altamente specializzate presenti nel nostro paese. Lo sfruttamento, la disponibilità di servizi vietati in altri paesi come la sabbiatura, per citarne uno, e l’avvelenamento delle falde acquifere del nostro pianeta con sostanze tossiche pericolose per i lavoratori, quasi sempre non protetti, sono solo alcuni degli aspetti del rovescio della medaglia dell’apparente prezzo basso. Del resto se non lo paghiamo noi, probabilmente lo paga qualcun altro, come le 1.129 persone morte e i 2.515 feriti del palazzo Rana Plaza crollato a Dacca in Bangladesh.

È importante però specificare che non tutti i brand ricorrono a delocalizzazioni o materie prime scadenti. Tra i big per esempio è noto l’impegno ecologico di Stella McCartney; tra i piccoli artigiani fortunatamente trovare prodotti etici e sostenibili è più facile e si possono trovare articoli per tutti i gusti: borse e scarpe in sughero, abiti o borse in fibra vegetale (bambù, arancia, ananas), prodotti con materiali di riciclo come borse realizzate con cinture di sicurezza delle auto rottamate. Inoltre la certezza dei prodotti artigianali è che non ci sono sfruttamenti, perché sono quasi sempre realizzati direttamente dal creatore del brand.

Abito Cerimonia “Kromika” di Rdress (www.rdresscouture.com)

Parlando del nostro territorio, possiamo conoscere un brand molto particolare che mette insieme arte, sartorialità e innovazione tecnologica. “Perché le opere d’arte devono restare appese al muro? Perché non indossarle?” – sono queste le domande da cui ha avuto inizio Rdress couture, il brand fondato ufficialmente nel 2015 in Svizzera, ma ideato nel 2013 durante la mostra d’arte alla Galleria Wikiarte di Bologna. Il primo elemento fondamentale infatti è l’arte, reso possibile dall’artista Raffaela Quaiotti, maestra d’arte ma anche ex docente di sostegno ai ragazzi con disabilità più o meno gravi per 38 anni nella regione Veneto. Per lei la pittura non è solo un’espressione dell’anima, ma soprattutto dei sentimenti, uno sfogo mediato da carboncino, cartoncino e colori più o meno sgargianti, soprattutto nell’ultimo periodo della sua carriera. Attualmente la collezione è di oltre 100 opere d’arte, ormai quasi un museo personale.
Ma torniamo all’abbigliamento, il secondo punto fondante del brand è la sartoria: curata nei minimi dettagli come una volta, con gli abiti, per lo più di seta, cuciti da sartorie esperte in Italia e in Svizzera esclusivamente su ordinazione. La seta è stata una scelta obbligata secondo il General Manager: “Il nostro cliente deve avere il meglio. Un abito Rdress couture non è solo particolare perché raffigura un’opera d’arte, è anche prezioso, confortevole e avvolgente grazie alla seta elasticizzata ed è totalmente anallergico grazie ai pigmenti innovativi a base d’acqua”. Spesso altri artigiani come Rdress producono su ordinazione, certamente non è lo shopping immediato a cui siamo abituati, ma indubbiamente è utile al pianeta in quanto si evita di inquinare con la realizzazione di prodotti non necessari che rimangono invenduti; in fondo è indubbiamente un ottimo motivo per aspettare un prodotto che qualcuno realizzerà esclusivamente e appositamente per noi.

Per approfondire
Report 3 dicembre 2018
www.fashionrevolution.org
www.agoefiloshop.com
Altraqualità
The true cost – (documentario che mostra il funzionamento e le conseguenze del fast fashion)

Leggi anche
Alla fiera della vanità con la fast fashion: 52 stagioni all’anno e uno sfruttamento intensivo della manodopera

PER CERTI VERSI
Un’altra radura possibile

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

 

AUGURIO DEL PETTIROSSO

È tornato il pettirosso
Non il bosso
Cerca
Ma la vite americana
È puntuale
Come una campana
Si appoggia
Da manuale
Allo stipite degli scuri
E tocchetta con misura
Le dolci uve
Vietate alla razza umana
È il nostro piccolo tesoro
Offre ristoro
Alla mente
È un toccasana
Lampeggia isolato
Nella fumana

 

NUOVE UTOPIE

In questa radura
Di intellettuali distopici
Oh le mode le mode
Di romanzieri della catastrofe
Da ammirare
Come scrittori
E venditori
E gli acquirenti
Si alza la voce calma
Ferma e sicura
Di un uomo
Di manna
Pura manna bianca
Che invita all’utopia
Ne invoca lo spirito e la prassi
Richiama la pace con la natura
Tra gli uomini
Le mani tese
Semplice colto
Con rare pretese
Ci parla di una altra radura…
Possibile

Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti

Sarà forse perché ci ha lasciato giusto vent’anni fa (e chissà oggi che Italia avrebbe cantato), ma la prima cosa che mi è venuta in mente è un verso di Fabrizio De Andrè: “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.” E’ una frase scomoda. Scomodissima. Da usare solo in casi eccezionali, quando tutti i ragionamenti intelligenti non funzionano più, quando le armi dell’ironia e della satira risultano inutilizzabili.
Ecco, l’impressione che mi sono fatto è che questa volta non siamo di fronte a un “caso come tanti altri”, uno scontro politico tra un super ministro e qualche sindaco “disubbidiente” da aggiustare con una mediazione di rito. No, la situazione è molto diversa e molto più grave: quasi un punto di non ritorno. A forza di tirare la corda, la corda si è spezzata. Da una parte c’è la Costituzione Italiana e il suo primo custode (il presidente Mattarella), i trattati internazionali, la dichiarazione dei diritti dell’uomo. Dall’altro un leader politico (in gran spolvero nei sondaggi) che ha deciso scientemente di rompere il quadro delle istituzioni e della democrazia italiana. E’ Stato Salvini ad accendere la miccia, a porre le premesse dello scontro istituzionale a cui stiamo assistendo: Il Decreto Sicurezza, l’attacco al Sistema di Accoglienza e integrazione realizzato a Riace, ora la “disobbedienza politica” in nome della Costituzione dei Sindaci di Napoli e Palermo ne è la diretta conseguenza. Gli esiti di questo braccio di ferro sono ad oggi inconoscibili. Siamo cioè di fronte a un quadro che potrà evolvere o in senso democratico o in senso autoritario.
Per capire la gravità del momento, basta spostarci un poco a Est e guardare l’Ungheria del dittatore Orban che, dopo aver chiuso le frontiere, riesuma il lavoro forzato (50 ore settimanali) per i propri sudditi. Le piazze ungheresi sono a ferro e fuoco e si temono conseguenze incalcolabili. L’Ungheria ha bisogno di lavoratori stranieri per far funzionare le sue fabbriche e alimentare il suo sviluppo economico, ma Viktor Orbàn ha scelto una misura demagogica e totalitaria. Vuole il potere, sempre più potere, e per raggiungere il suo obbiettivo ha deciso di andare anche contro le leggi dell’economia.
L’impressione è che la strategia di Matteo Salvini sia molto simile. I Porti chiusi, gli atteggiamenti muscolari, lo smontaggio e la vanificazione del sistema dell’accoglienza, la trasformazione (di fatto) di tutti gli stranieri in clandestini, non sono solo norme antiumanitarie ma assolutamente controproducenti. Anche l’Italia, come l’Ungheria, ha bisogno di lavoratori stranieri regolari per far funzionare le proprie fabbriche. Abbandonare i canali dell’immigrazione legale e brandire l’arma (spuntata) delle espulsioni di massa, ci consegna l’Italia di oggi e di domattina, dove centinaia di migliaia di immigrati senza diritti non possono né lavorare nè procurarsi pane e companatico.
Ho l’impressione che Salvini lo sappia benissimo. Sa che dietro lo slogan “prima gli italiani” non c’è un’idea di economia e di società che possa in qualche modo funzionare. Salvini ha semplicemente continuato a tirare la corda – esattamente come Orban in Ungheria – per portare l’Italia nel caos e nella ingovernabilità. Non vuole cioè un’altra Italia: vuole un’Italia ingovernabile. Non assomiglia a uno statista, ma a un capopopolo deciso a giocarsi il tutto per tutto in uno scontro frontale. Magari, dio non voglia, attraverso una battaglia civile.
Fino a ieri, In molti abbiamo pensato che la strategia del leader leghista  fosse solo quella di accaparrarsi qualche punto in più nei sondaggi elettorali. Ma se la sua strategia fosse invece quella di prendersi il Paese, l’Italia tutta intera?
Magari mi sbaglio, ma se siamo davvero a questo punto, se la strategia di Salvini sta finalmente scoprendo la sua vera natura: eversiva, antistatalista, antidemocratica, allora siamo davvero alla frase di Faber: “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.
In tutti i casi, d’ora in poi è vietato distrarsi. Occorre capire e prendere una posizione precisa: da una parte o dall’altra. Tutti, compreso questo piccolo giornale.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

La Befana a Ferrara non brucerà: l’aria ringrazia (e anche i fan della ‘vecchia’)

Il giorno della Befana quest’anno a Ferrara la ‘vecchia’ non brucerà nel mezzo di piazza Trento Trieste, a fianco del Duomo. Per una volta niente rogo, ma solo canti, balli e calze piene di caramelle, cioccolata e dolcetti.
La scelta di non fare il falò e di non bruciare la strega che porta doni è stata dettata da motivi ambientali. I ripetuti sforamenti dei valori di polveri sottili nell’aria di Ferrara (come in quella di Cento e di diverse altre città dell’Emilia-Romagna) hanno reso necessario prolungare le misure di emergenza fin dopo l’Epifania. Ciò ha comportato che in questi giorni si siano rese necessarie le limitazioni al traffico per le macchine più inquinanti, la riduzione delle temperature negli edifici e – appunto – anche il divieto di accendere fuochi all’aperto. Nel Ferrarese il provvedimento del sindaco, che prevede queste restrizioni basate sulle indicazioni regionali, è entrato in vigore il 31 dicembre 2018 con validità fino a lunedì 7 gennaio 2019, andando così a scontrarsi con la tradizione di accendere i falò per bruciare la ‘vecchia’.

Befana in volo a Vigarano Mainarda (Ferrara), 3 gennaio 2019 – foto Valerio Pazzi

Per questo, a pochi giorni dall’Epifania, a Ferrara è scattato il dilemma: fare o non fare il rogo, chiedere una deroga o cercare di cambiare qualcosa? Finalmente ieri (venerdì 4 gennaio) è arrivata la decisione. Il presidente della contrada Rione di San Paolo, a cui è affidata l’organizzazione della giornata di festa per i più piccoli, ha deciso in accordo con il Comune di Ferrara che il rogo si poteva evitare. L’idea che ha prevalso è stata quella di festeggiare la Befana e basta, senza bisogno di andare a tirare in ballo fuochi, roghi e falò.

Rogo della Befana a Casumaro (Ferrara)
Il falò documentato dal fotografo Valerio Pazzi

“La decisione – si legge sulla pagina del quotidiano online del Comune di Ferrara Cronacacomune [cliccare sul nome della testata per leggere l’articolo] – è stata presa per dare un segnale di attenzione alle problematiche dell’aria e della salute dei cittadini, rispettando anche i sacrifici già richiesti ai cittadini attraverso i provvedimenti di limitazione messi in campo a livello regionale e recepiti dai Comuni aderenti al protocollo Liberiamolaria”.

L’allestimento di una Befana qualche anno fa a Casumaro (Ferrara) – foto Valerio Pazzi

Le stesse direttive coinvolgono, ad esempio, il territorio di Cento (sempre in provincia di Ferrara) dove invece è stato deciso di mantenere il rogo della Befana, spostandolo però in quel caso fuori dalla zona sottoposta alle misure di tutela della qualità dell’aria. Grazie anche al fatto che il territorio comunale centese è più ridotto, domenica 6 gennaio 2019 la “vecchia” sarà bruciata comunque, ma non nella centralissima piazza della Rocca, bensì nel piazzale del Palasport.

Magari piano piano si potrebbe pensare a rimpiazzare anche altri roghi con le feste. La Befana ha un suo fascino magico e da bambina non ho mai trovato divertente vederla bruciare. È vero che può portare un po’ di carbone, nel caso in cui inevitabilmente non ci si sia comportati proprio bene. Ma è bello pensare di lasciarla svolazzare nell’aria, sperando magari che nel frattempo possa spazzare via anche un po’ di smog.

Le foto a documentazione dei festeggiamenti ferraresi della Befana sono tutte di Valerio Pazzi