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La memoria necessaria

Shemà 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa.
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi (1919 – 1987)

Ritratto della famiglia Levi, gennaio 1927 (Wikipedia Commons)

Vehuda Amichai

Dopo Auschwitz non c’è teologia:
dai camini del Vaticano si leva fumo bianco,
segno che i cardinali hanno eletto il papa.
Dalle fornaci di Auschwitz si leva fumo nero,
segno che gli dei non hanno ancora deciso di eleggere
il popolo eletto.
Dopo Auschwitz non c’è teologia:
le cifre sugli avambracci dei prigionieri dello sterminio
sono i numeri telefonici di Dio
da cui non c’è risposta
e ora, a uno a uno, non sono più collegati.
Dopo Auschwitz c’è una nuova teologia:
gli ebrei morti nella Shoah
somigliano adesso al loro Dio
che non ha immagine corporea né corpo:
Essi non hanno immagine corporea né corpo.
Paul Celan (1920 – 1970)

Paul Celan con Petre Solomon, Bucarest 1947 (wikimedia commons)

VIDEO DELLA SENATRICE A VITA LILIANA SEGRE AL PARLAMENTO EUROPEO

 

In copertina:Treno al Binario 21 nel Memoriale della Shoah di Milano (Wikimedia Commons) 

LO STRISCIONE PER GIULIO REGENI:
un mezzo risarcimento, ma meglio tardi che mai

Oggi è il 25 gennaio del 2021. Sono passati esattamente 5 anni dal rapimento, dalle torture e dalla morte di Giulio Regeni. La verità che la famiglia e tutti gli italiani chiedono non è ancora venuta fuori. Colpa dell’Egitto, ma non solo. L’Egitto è un partner commerciale troppo importante (deve acquistare soprattutto aerei italiani) e, per compiacerlo, il governo italiano si guarda bene dal ritirare il proprio ambasciatore a Il Cairo.
Intanto, da 5 anni, sul palazzo comunale di tantissime città italiane rimane appeso lo striscione giallo di Amnesty International per chiedere la verità sulla morte di Giulio Regeni.
Fino a un anno e mezzo fa a Ferrara lo striscione giallo è rimasto lungo lo scalone del municipio, quando una notte è stato rimosso con un atto vandalico di matrice fascista. In tutto questi mesi si sono moltiplicate le voci di gruppi, associazioni, organi di stampa – anche questo giornale – per chiedere al nuovo Sindaco leghista Alan Fabbri  di ripristinarlo nella medesima posizione. Giunta e Sindaco hanno continuato a fare orecchie da mercante e avanzare scuse risibili.
Solo oggi, dopo più di  500 giorni, lo striscione è stato ripristinato, anche se collocarlo su Palazzo Paradiso appare un risarcimento a metà, perché appeso sul palazzo sede del Comune aveva un valore simbolico diverso e più alto. Bentornato comunque, meglio tardi che mai, senza quello striscione Ferrara era un po’ orfana: oggi, esattamente come cinque anni fa, vogliamo la VERITA’ PER GIULIO REGENI.

In copertina: lo striscione per Giulio Regeni appeso sulla facciata di Palazzo Paradiso, sede della Biblioteca Ariostea – foto di Beniamino Marino

DIARIO IN PUBBLICO
Fragilità, parola mistificata

Nei pochi oggetti di qualità che ornavano la nostra casa un tempo spiccavano alcuni vasi antichi e soprattutto dei piccoli bassorilievi in terracotta. Bambino curioso come pochi mi compiacevo di maneggiarli o di giocarci. Scattava allora l’ammonizione di nonna o di mamma: “Nanin, stai attento che son fragili!”, con immediato ritiro dell’oggetto.

Ora mi ritrovo ‘fragile’ come quegli oggetti e la reazione è rabbiosa perché, purtroppo, da filologo e/o italianista non sopporto più l’abuso stomachevole di alcune parole-simbolo che invadono ogni piega pubblica e privata dell’esserci. E mi viene da imprecare sia contro la seria ammonizione degli scienziati che masticano la parola ‘fragile’ come fosse un biscottino e le infinite interpretazioni che i poco informati speakers o pseudo giornalisti o attori o comparse in tv, sui social, e via enumerando danno di questa parolaccia. E ripensando al senso della parola di fronte, allo svenevole slogan filmato da Tornatore, sorge altissimo l’inno di guerra che incita a dire “Fragil, to nona! Che per i non ferraresi significa Fragile! Un c….o”.

Siamo di fronte al peggio, anche rispetto all’ ‘assolutamente sì/no‘, che ormai viene usato anche nei privatissimi bagni di casa nostra. Travolti dalle ‘problematiche/tematiche’ e dagli imprestiti da lingue straniere (ah, i lockdown!) mi aggiro spaesato nella selva dei segni oscuri e trovo pace nel leggere non solo prosa ma anche poesia.

Forse avrò qualche risposta alla mia domanda, ma non l’ho ancora incontrata oltre la “canna pensante” di Pascal: “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante”. O questo splendido pensiero di Michelangelo:”Desti a me quest’anima divina e poi la imprigionasti in un corpo debole e fragile, com’è triste viverci dentro”.
Quindi, Illustrissimi, datevi una mossa e smettetela di usare in modo coatto e cretino le parole! Quelle sì sono fragili; più degli oggetti della mia infanzia.

Stiamo per uscire anche dal tormentone provocato dall’assunzione di Ovadia e dalle dimissioni del presidente Resca e del CdA del Teatro Comunale di Ferrara. Per fortuna! A mio piccolo avviso l’unico che ne esce con onore è un membro del dimissionario Cda: Massimo Acanfora Torrefranca. Ne dirò, forse, le ragioni in altro momento. Ora a un non-fragile vecchio, Pier Luigi Pizzi, 91 anni, è stata affidata la Presidenza del Teatro comunale.

Intanto godo come un riccio ad apprendere la nomina di Procida a capitale della cultura. Chi ha letto qualche volta i miei trascorsi letterari forse ricorderà la descrizione dell’isola incantata. E prepotente mi ritorna in mente la raccomandazione che l’Amatissima mi fece dal letto dell’ospedale mentre la salutavo partendo per gli USA: “Gianni, se andrai ancora sulla nostra isola porta un rametto di gelsomino con te e mettilo nella mia casa”. Procida è per me tra i pochissimi luoghi che hanno una valenza, legata soprattutto alla universalità della poesia. E chi vi ha abitato non può che rendersene conto. Così salendo verso la fortezza dei d’Avalos potevi incontrare Beppe Barra, o sua madre e se eri particolarmente fortunato, Elsa con i suoi amici.

Di questa consapevolezza è ora testimone diretto un ricco volume, il n.18, 2020 della rivista Contemporanea, pubblicato sia online che in cartaceo da Fabrizio Serra editore. Il mio paziente e straordinario tecnico (san) Lorenzo Caruso sta cercando di recuperare tutte le testimonianze che affidai al computer del mio soggiorno procidano. Spero che riaffiorino. Semmai sarà la memoria che comincerà il lavoro di riappropriazione del passato e che, se le forze mi sosterranno, sarà l’ultimo atto d’amore per Elsa.

E’ notte. Ho appena visto il film Anne Frank. Vite parallele. Di grande qualità e necessità. Basterebbe solo vedere come Helen Mirren legga le pagine del Diario di Anne, i movimenti della bocca, l’espressione degli occhi per capire che la memoria va preservata e affidata all’arte affinché quest’ultima possa codificarne l’universalità e la necessità.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

Per la Giornata della memoria
“L’ebrea! Io, Liliana, ho scelto la vita”
Reading al Microfestival delle storie

Dalle dichiarazioni e dai racconti di Liliana Segre, nasce il reading teatrale, curato dall’associazione Orizzonte degli eventi, L’ebrea! Io, Liliana, ho scelto la vita. Il Microfestival delle storie, in collaborazione con l’associazione no profit, propone per la Giornata della memoria una videotestimonianza in cui viene data voce a quanto vissuto dall’onorevole Segre negli anni della deportazione. Il video sarà trasmesso il 30 gennaio alle 21 sulla pagina facebook del Microfestival delle storie e di Ferraraitalia [Qui] , La proiezione sarà introdotta dal vicesindaco Consuelo Pavani e da Marco Mucci di Orizzonte degli eventi.

Scheda tecnica dello spettacolo a cura di Orizzonte degli eventi

I testi che abbiamo selezionato, tratti dalle dichiarazioni e dai racconti dell’onorevole Segre, formano un corpo teatrale di circa un’ora, in cui quattro donne si avvicendano nel raccontare il percorso della Liliana ragazza, prima, durante e subito dopo i rastrellamenti e la detenzione nei campi di concentramento nazisti. In scena sono presenti anche una quinta voce narratrice (che funge da congiunzione fra le varie interpretazioni) e una costante proiezione sul fondo, che è un’illustrazione di cosa significhi oggi la persecuzione etnica, e funge anche da illuminazione per una azione scenica abbastanza dinamica, ma raccolta. Lo stile narrativo è di impostazione moderna, abbiamo scelto di discostarci dalla lettura troppo drammatica e istituzionale, per fornire un racconto più caldo e vicino allo spettatore, che metta in risalto il dettaglio della memoria e fugga dagli schemi narrativi solitamente scelti per illustrare questo genere di argomenti, non solo per rispetto verso una memoria di cui noi non abbiamo una esperienza diretta, ma anche per avvicinare il documento di presentazione de L’ebrea! Io, Liliana, ho scelto la vita.
La videotestimonianza è diretta da Marco Mucci e Marco Barin, con Giorgia Forno, Rossana Vallese Turrato, Letizia Zambon, Rita Marchioni, Luana Volpe.

In copertina: Liliana Segre con il padre Alberto (Wikipedia commons)

SCHEI
Io ti banno (come la censura privata orienta il pubblico consenso)

Quando CNN e MSNBC hanno deciso di togliere la parola (staccando il collegamento) a Donald Trump, presidente Usa in carica ma perdente, che il 6 novembre 2020 farneticava in diretta televisiva degli inesistenti brogli di cui sarebbe stato vittima, di primo acchito ho esultato: ecco l’informazione libera che si ribella alle fake news, anche se è il tuo Capo di Stato a diffonderle. Poi, a botta fredda, ho iniziato a pensare a come fosse stato possibile che Trump, un uomo che aveva costruito tutta la sua comunicazione sulle fake news diffuse in buona parte attraverso i media, fosse riuscito a diventare il Presidente degli Stati Uniti a dispetto di tutta la “informazione libera”, in primis quella del suo paese. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire, se lo scopo è smascherare le falsità di un potente. Temo però che sia legittima anche un’ altra lettura di questo evento: il potente viene bannato, ridicolizzato, censurato solo quando il suo potere sta crollando. Fino a quando è stabilmente sul trono, il teatro della comunicazione ammette il dissenso, ma non discute le fondamenta di cartapesta del Truman Show costruito dal potente. Invece, quando il potente annaspa, abbarbicato al trono che scricchiola, solo allora il mondo della comunicazione fa cadere i proiettori dal soffitto e fa sbrecciare il fondale del finto panorama marino, gli elementi della storia farlocca che il potente ha raccontato ai sudditi per diventare il sovrano. E allora però la sensazione di essere manipolati non diminuisce, ma aumenta.

Nemmeno George Orwell immaginava che alcune sue intuizioni sarebbero state tanto profetiche. Le sue simpatie socialiste e democratiche gli fecero scrivere, sia in termini giornalistici che letterari, parole seminali contro il totalitarismo di Stato, incarnato storicamente da quella Unione Sovietica parodiata ne “La fattoria degli animali”. Eppure, nemmeno il visionario Orwell di “1984” e del “Grande Fratello”  poteva immaginare che il controllo sociale e l’orientamento del consenso sarebbero passati nelle mani di privati, e che quei privati sarebbero diventati più potenti degli Stati sovrani.

Facebook è nato come una piazza virtuale tra universitari per dare i voti alle ragazze. Progressivamente è diventato il social media più influente e capillare del pianeta, e alla fine del giro è diventato il posto nel quale l’ analfabeta funzionale si forma la sua opinione e poi vota Trump, o Salvini o Meloni o Le Pen (sillogismo aristotelico: non tutti coloro che votano questi signori/e sono analfabeti funzionali, sia chiaro; però gli analfabeti funzionali che votano, votano questi signori/e). Come sia stato possibile che l’espansione planetaria di questo strumento abbia disegnato una parabola circolare, che sia stato utilizzato da tutti, compresi gli intellettuali e i geni del pianeta, per poi tornare come in un gioco dell’oca alla casella di partenza dell’ignoranza, Dio solo lo sa (oltre a Zuckerberg). Con la differenza che un social “ignorante” usato da studenti universitari potrebbe essere inteso come una operazione con un senso, seppur frivolo e goliardico, mentre quello che accade adesso sul social network più mainstream fa venire i brividi per l’assoluta inconsapevolezza della propria buaggine da parte di certi leoni da tastiera. Questo non significa che non eserciti un potere immenso sulla mente delle persone: tutto il contrario. Pensate a quanto tempo della vostra giornata “cazzeggiate” su Facebook, e pensate alla genialità totale, perversa, di chi ha intraveduto le potenzialità commerciali di questo strumento: una piazza in cui ognuno può dire la propria opinione, anche se “la propria opinione” non esiste, perchè l’organismo mononeuronale di turno non si è mai messo nelle condizioni di potersi formare una opinione, nonostante le illimitate possibilità attuali, se confrontate con l’analfabetismo di necessità dei nostri nonni o bisnonni. E questa è una responsabilità gravissima sia del soggetto, sia della scuola, sia della società della intermediazione culturale, risultata talmente irrilevante da consentire la proliferazione di questi ultracorpi, dei baccelli che anzichè provenire da un altro pianeta si autoreplicano in casa, doppiando idioti a ripetizione.

Come se, all’improvviso, questi gestori-loro-malgrado della democrazia diretta fossero stati travolti dal senso di colpa per aver consentito ai mostri di moltiplicarsi e diventare anche famosi (a mezzo di manifestazioni di odio razziale, sessuale, religioso, sociale, civile nonché idiozie terrapiattiste et simlia), Facebook Twitter e Instagram hanno iniziato a censurare contenuti e bannare pagine. Il risultato è talvolta paradossale (persino la pagina Facebook di Ferraraitalia è stata mandata negli spogliatoi per diverse settimane a causa di alcuni vocaboli, non offensivi nè turpi, contenuti in un articolo satirico su Sgarbi), talvolta inquietante. L’inquietudine nasce dal fatto che questi social network privati, che hanno raggiunto una diffusione enorme e veicolano “informazione” disintermediata a miliardi di esseri umani, moltissimi dei quali li utilizzano per formare lì la propria (sub)cultura, decidono ormai senza appello a chi dare e togliere la parola. L’autorevolezza e la pericolosità di questa facoltà dipendono entrambe dalla rilevanza sociale e mediatica di questi mezzi, che è divenuta smisurata. L’autorevolezza è, in qualche modo, autoconferita ma anche guadagnata “sul campo”: se un mezzo diventa così potente, il merito è di chi lo ha creato e gestito. La pericolosità è altissima: una società per azioni di private persone decide se dare, togliere o amplificare la voce di un pazzo o di un genio, di un fanatico o di un Nobel, di un genocida o di un Gandhi. Si dirà: è un mezzo privato, potranno decidere quello che può passare o non passare sui loro canali. Se non ti piace, esci e “cambia canale”. Inoltre: tanto lamentarsi dell’odio e dell’ignoranza che viaggiano sul web non può diventare lamentarsi anche del fatto che l’odio e l’ignoranza vengano rimossi dal web. Altrimenti siamo gente che si lamenta di tutto. Anche questo è un ragionamento con una sua coerenza. Tuttavia…

Tuttavia: adesso la censura su Facebook e Twitter sta attraversando un momento di popolarità politically correct, perchè la vittima è Trump (un Trump che ha perso le elezioni, e quindi il potere). Io però mi faccio una domanda: se domani l’algoritmo di Facebook diventasse razzista, come la metteremmo? Se la sua policy prevedesse all’improvviso che si può inneggiare alla mafia o addirittura veicolarne i messaggi e i contenuti, come la metteremmo? Se da domani fosse consentito ridicolizzare e bannare Trump, ma fosse vietato criticare Putin? A nessuno viene il sospetto che il neoprogressismo di queste policy private colpisca i potenti solo quando sono decaduti, finiti, detronizzati?

Trovo molto pericoloso che un Elon Musk o un Mark Zuckerberg possano decidere quali informazioni e opinioni possano circolare, e quali no. Intanto questi media sono diventati mille volte più influenti di una testata editoriale, ma a differenza di questa non sono imputabili per diffamazione, anche se intermediano calunnie – il che fa il paio con il fatto che fatturano mille volte il fatturato di un editore “tradizionale”, ma attualmente si possono permettere, con semplici escamotage, di non pagare le tasse. Ma soprattutto: e se la macchina del consenso e della censura spostasse la sua banda di oscillazione sulla base di impulsi squisitamente “commerciali”? Finché il cavallo è vincente, può dire qualunque enormità suprematista, nazionalista e razzista. Quando il cavallo è perdente, si chiudono quei profili che fino al giorno prima propagandavano teorie complottiste e folli nella più totale libertà.

Questo tipo di atteggiamento al mio naso non profuma di libertà e democrazia, ma puzza di opportunismo. Certo, nel mondo c’è un problema altrettanto grande, enorme e contrario: il fatto che in molti paesi retti da regimi totalitari (Turchia, Cina, Iran) l’accesso ai social network è pesantemente limitato, e i contenuti vengono impediti spesso ben prima di accedere all’analisi delle policy dei social. Tuttavia una questione ugualmente importante rimane aperta: se sia giusto lasciare la valutazione dei contenuti solo ed esclusivamente nelle mani di questi potentissimi neo-capitalisti della comunicazione liquida, che detengono oggi un potere di orientamento del consenso superiore a quello di uno Stato di stampo orwelliano.

 

PER CERTI VERSI
Galaverna

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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GALAVERNA

La magia
La fiaba
Della cauta immobilità
Del fascino ritmico
Dei rami ritti
Dell’erba surgelata
Della miscela
Di nebbia e cielo
Di quella china
Di gelo
Che ripassa
Le ansie dei bordi
I cancelli le reti
Forse lo Yeti
Le tane dei fiordi
Ricorda
Le tue caramelle
Di menta
E cioccolata fondente
È il solo profumo
Il tuo
Che si senta

PRESTO DI MATTINA
Aperuit illis sensum: se apri l’occhio del cuore, puoi vedere l’invisibile

ice un proverbio iraniano: «Se apri l’occhio del tuo cuore, potrai veder cose altrimenti invisibili».

Aperuit illis sensum. Come poco prima aveva fatto ad Emmaus apparendo a due di loro, anche a Gerusalemme Gesù risorto aprì il cuore dei discepoli, la loro mente, i loro occhi. Di più: riaprì loro il cammino del vangelo, rinvigorendo quella buona notizia nascosta come un seme nelle scritture sante, «nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». A quei discepoli turbati e dubbiosi nel cuore, ridonò un’esultanza indicibile, tanto che stentavano a credergli proprio per la gioia di quell’incontro. Quella stessa irrefrenabile gioia, che il vangelo riporta, contornava l’agire salvifico del Signore: come quella volta che in terra straniera, nella Galilea delle genti in pieno territorio delle dieci città (Decàpoli), egli guarì un sordomuto. Proprio come allora, sul punto di lasciare loro il suo Spirito, «guardando verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà”», cioè: «Apriti!». E subito anche agli Undici si aprirono loro gli orecchi, si sciolse il nodo della loro lingua perché a Pentecoste potessero comunicare a tutti il buon annuncio della sua passione, morte, risurrezione e del suo ritorno: il vangelo del suo amore.

Venne poi un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovanni e, nei pochi anni del suo pontificato, aprì il cuore della gente alla gioia, sino a scardinare anche quello della Chiesa, quando aprendo solennemente il Concilio pronunciò il suo discorso dicendo: «Gaudet mater ecclesia, la santa madre chiesa gioisce, poiché, per singolare dono della Provvidenza divina, è sorto il giorno tanto desiderato in cui il concilio ecumenico Vaticano II qui, presso il sepolcro di san Pietro, solennemente si inizia con la protezione della Vergine santissima, nel giorno stesso in cui si celebra la sua divina maternità… Nell’esercizio quotidiano del nostro ministero pastorale ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; a noi sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo. Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e per lo più al di là della loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento di disegni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della chiesa», (11 ottobre 1962).

Fu alcuni anni prima, il 25 gennaio 1959, nella basilica di San Paolo fuori le mura, ricorrendo la festa della vocazione/conversione dell’apostolo, in occasione della quale Giovanni XXIII aveva celebrato anche la messa di chiusura della “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” (18-25 gennaio), che il Papa rivelò l’intenzione di indire un concilio. Nello stesso giorno, un breve articolo di stampa diceva che il concilio voleva essere anche un invito alle comunità separate per la ricerca dell’unità. Un concilio, dunque, desiderato soprattutto per promuovere l’unità nella famiglia cristiana e umana, ritenendo come un dovere suo proprio «adoperarsi attivamente, perché si compia il grande mistero di quell’unità».

Aperuit illis sono pure le parole di apertura della lettera apostolica con cui Papa Francesco istituisce nella chiesa la “domenica” della parola di Dio, che cade, non a caso, in prossimità della Giornata di dialogo tra Ebrei e cattolici e della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Una scelta che intende segnare un ulteriore passo nel dialogo ebraico-cristiano ed ecumenico, facendo della Parola di Dio il cuore stesso di questo impegno, il progetto già scritto del cammino verso l’unità.

Scrive papa Francesco: «Aprì loro la mente per comprendere le Scritture» (Lc 24,45). È uno degli ultimi gesti compiuti dal Signore risorto, prima della sua Ascensione. Appare ai discepoli mentre sono radunati insieme, spezza con loro il pane e apre le loro menti all’intelligenza delle Sacre Scritture. A quegli uomini impauriti e delusi rivela il senso del mistero pasquale: che cioè, secondo il progetto eterno del Padre, Gesù doveva patire e risuscitare dai morti per offrire la conversione e il perdono dei peccati (cfr Lc 24,26.46-47); e promette lo Spirito Santo che darà loro la forza di essere testimoni di questo Mistero di salvezza (cfr Lc 24,49). La relazione tra il Risorto, la comunità dei credenti e la Sacra Scrittura è estremamente vitale per la nostra identità. Senza il Signore che ci introduce è impossibile comprendere in profondità la Sacra Scrittura, ma è altrettanto vero il contrario: senza la Sacra Scrittura restano indecifrabili gli eventi della missione di Gesù e della sua Chiesa nel mondo».

Il “logo” della giornata è dato dalla raffigurazione di Gesù che si accompagna ai discepoli di Emmaus. È la Parola di Gesù che apre le scritture e traghetta i due discepoli dall’incredulità alla fede, dalla tristezza a un cuore ardente, dal trovarsi accompagnati a uno sconosciuto a un ritrovarsi familiari a lui, discepoli attorno alla sua mensa. Mi piace pensare che in quella celebrazione liturgica itinerante che fu la strada di Emmaus, prima alla mensa della parola e poi a quella del pane, Gesù fu per loro omileta: spiegò e interpretò loro (interpretabatur illis in omnibus scripturis) ciò che lo riguardava nello stile dell’omelia rabbinica, che consiste nell’intrecciare legami non scontati e spesso ancor meno evidenti, tra un testo e l’altro, tra un passo della scrittura ‘vicino’ che si sta leggendo e un altro testo ‘lontano’ ma vivo, che all’improvviso affiora alla memoria. O partendo da un salmo, per arrivare a un passo della Torah, e da questo ai profeti, o ad un altro salmo o dai profeti per arrivare ai salmi. Non è forse accaduto questo lungo la via al termine della quale i discepoli lo riconobbero allo spezzare il pane?

Scrive Alberto di Mello introducendo le letture dal midrash sui salmi: «Molto spesso, anzi di preferenza, poteva accadere che l’omelia sul brano settimanale scelto si aprisse proprio con un versetto dei salmi o degli altri scritti sapienziali. Per meglio dire: il testo dei Salmi “apriva” quello della Torà. L’“apertura”, nell’omelia rabbinica, non è semplicemente l’inizio, l’esordio dell’omelia, ma questa abitudine di illuminare un testo con un altro, un testo povero con un testo ricco, o anche viceversa, fino talora a inanellare tutta una serie di testi, a farne una collana, passando dalla Torà ai Profeti agli Scritti», (Un mondo di Grazia a cura di A Mello http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/un_mondo_di_grazia1.htm).

È la parola di Gesù che apre il senso delle scritture, e le scritture rivelano il senso del suo destino e della sua storia alla comprensione dei discepoli. Le parole della scrittura sono sempre aperte su Gesù e Gesù ne è l’esegeta, l’interprete e chiave di lettura. Esattamente come si canta nelle antifone e nella novena di Natale che ricalcano il testo di Isaia 22,22: «Chiave di Davide, e scettro della casa di Israele, che apri e nessuno chiude, chiudi e nessuno apre: vieni e fa uscire dal carcere il condannato, che siede nelle tenebre, e nell’ombra della morte». Un testo, quello d’Isaia, commentando il quale Antonio da Padova diceva nel sermone di Natale (§ 13): «Dice il Padre, per bocca di Isaia: “Porrò sulla sua spalla la chiave della casa di Davide”. La chiave è la croce di Cristo, con la quale egli ci ha aperto la porta del cielo».

Sulla stessa linea è il testo particolarmente suggestivo del monaco benedettino Ruperto di Deutz (1075- 1129), in cui egli sovrappone i gesti dello spezzare del pane eucaristico e dello spezzare il pane della Parola di Dio: «Gesù prese il libro e lo aprì, cioè ricevette da Dio tutta la Santa Scrittura per adempierla in se stesso… Il Signore Gesù dunque prese il pane delle Scritture nelle sue mani quando, incarnato secondo le Scritture, subì la passione e risuscitò; allora egli prese il pane nelle sue mani e rese grazie quando, adempiendo le Scritture, offrì se stesso al Padre in sacrificio di grazia e di verità» (In Jo VI). Come a dire che c’è una “presenza reale” di Cristo anche nella Parola di Dio, come del resto sostiene il Concilio nella Sacrosanctum Concilium: «il Cristo è presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra Scrittura» (§ 7) e più avanti, afferma che attraverso la Bibbia «Dio parla al suo popolo, Cristo annunzia ancora il vangelo» (§ 33). La parola di Dio dona un’energia di grazia, una potenza interiore che è certamente misteriosa ma realissima: perché è il Cristo stesso nel suo Spirito che parla in noi.

Per questo, domani, la domenica della parola di Dio, ricorreremo un a segno per sottolinearne la centralità: l’intronizzazione del vangelo sulla cattedra, sul seggio di colui che presiederà la celebrazione. Il primato, nella celebrazione, spetta al Cristo, unico Signore e maestro della sua comunità convocata tramite la sua Parola.

Nella storia ecclesiastica raccontata da Teodoreto di Cirro, riferendosi alla chiesa di Antiochia degli anni di poco antecedenti al concilio costantinopolitano del 381, che avrebbe riconfermato il concilio niceno circa la questione trinitaria, egli ci riferisce di una chiesa antiochena ancora lacerata da divisioni; non solo per via della crisi ariana, ma per una molteplicità di lacerazioni interne alla stessa comunità ortodossa. Tanto che i vescovi orientali avevano eletto Melezio e quelli occidentali il vescovo Paolino. Vi era contesa e divisione tra le due comunità, pur essendo quella di Paolino molto più ridotta rispetto all’altra, ed entrambe professassero il credo niceno. In questo contesto, per nulla concorde e comunionale, emerge la grande figura di Melezio che incarna nelle sue scelte pastorali lo stile sinodale e rende “al vivo” la prassi del cammino verso l’unità capace di ricomporre le divisioni: «Melezio, il più mite di tutti gli uomini, in modo amabile e insieme benevolo, disse a Paolino: “Poiché il Signore diede anche a me la cura delle sue pecore e tu ti sei dato pensiero delle altre e il nostro pio gregge è in reciproca comunione, uniamo, o caro, le nostre pecore e componiamo le nostre contese per il primato. Pascolando insieme le pecore, diamo loro una comune cura. Se, poi, è la divisione del seggio a generare la contesa, io tenterò di rimuoverla. Io consiglio che, avendo posto su di esso il santo Vangelo, ci sediamo ai lati di esso. Se sarò io ad accogliere per primo la fine della vita, allora tu avrai da solo la guida del gregge; se, invece, sarai tu, allora secondo le mie forze ne avrò la cura io”» (Teodoreto di Cirro, Storia ecclesiastica, Città nuova, Roma 2000, libro V, 3, 13-16).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

Il tempo delle uova d’oro

A casa mia, in fondo al cortile e vicino alla legnaia, c’è la stanza-dispensa. Ha il pavimento di smalto rosso e le pareti di cemento bianco. Due finestre tondeggianti, un piccolo camino che nessuno accende più da almeno dieci anni. Lo aveva voluto mio padre e un suo amico muratore lo aveva aiutato a costruirlo. La sua parte incavata contiene adesso un piccolo deposito di fiori secchi che io porto al cimitero sulle tombe dei nostri parenti morti.
All’interno c’è un grande tavolo su cui sono posizionati cesti di vimini che tengono separate le scorte alimentari, le scorte di frutta e verdura, i detersivi, le uova che ci porta la mia amica Teresa che ha il pollaio. Noi le diamo il pane raffermo per il suo cane e lei ci regala le uova. Lo scambio è impari, ci guadagniamo sicuramente noi. Ma Teresa è una mia amica da sempre. Lo scambio diventa apprezzabile per entrambe, in nome di tale appartenenza.
L’amicizia permette di trovare una parità, dove parità non c’è. Permette di trovare aiuto e tolleranza là dove altrimenti ci sarebbe diffidenza. E’ un sentimento autentico che non si basa su vincoli biologici, parentali o di appartenenza sociale, ma si basa su qualcosa che è molto meno scontato e molto più fondante: la complicità.

Scrittori e scrittrici hanno dedicato tante pagine a questo tipo di relazione, che tutti noi conosciamo. Alcune storie sull’amicizia sono molto conosciute: ‘Uomini e Topi’ di John Steinbeck, ‘Il cacciatori di aquiloni’ di Khaled Hasseini, ‘Occhio di gatto’ di Magaret Atwood, ‘Parlarne tra amici’ di Sally Rooney.
A Teresa non piace quasi nulla di quel che piace a me. Ma questo non è essenziale. Condividiamo però un passatempo, che circa trent’anni fa era diventato un lavoro: il nuoto. Ci eravamo messe ad insegnarlo. Passavamo le estati con bambini schiamazzanti e bagnati che puzzavano di cloro, il disinfettante che si usa per le vasche d’acqua. Amiamo entrambe l’odore del cloro, che per noi evoca ricordi estivi, belle giornate, tanti giochi, i vent’anni di entrambe. Riparliamo sempre del tempo dei corsi di nuoto, di Vincenzo, il direttore della piscina dove insegnavamo che ci regalava un ghiacciolo ogni pomeriggio, a fine lavoro. A Teresa azzurro e a me rosso, tanto per non fare mai nulla di uguale. Insegnare nuoto ai bambini ci piaceva molto, non ci sembrava nemmeno un impegno.
Quella piscina era diventata casa nostra, ci conoscevano tutti, piacevamo a tutti.  Era uno spazio privo di risentimento dove si poteva sentirsi sicuri, dove il futuro appariva ricco di buone promesse.

Sto guardando le uova nella mia dispensa. Stamattina Teresa ne ha portate trenta. Hanno tutte scritto a matita sul guscio la data in cui sono uscite dalla gallina. Lo scrive sua madre, prima di riporle nel cesto dove le conserva. E’ come se in ognuna di quelle uova io potessi vedere un po’ del tempo di questa amicizia.
Prendo in mano un uovo. È bianchissimo, di media misura, ha una crepa. Quella crepa seghettata mi ricorda l’ingresso della piscina. Il cancello era fissato a due colonne di cemento bianche, diroccate. Da quella porta entravano bambini a frotte, insegnanti, inservienti, badanti, istruttori di nuoto, animatori, personale delle pulizie, amministratori e Vincenzo. Pover’uomo non so cosa gli sia successo. A forza di bere Fernet si è rovinato il fegato. Gli è venuta la cirrosi epatica. L’ho incontrato lo scorso anno. Mi ha davvero impressionato. Magrissimo e color marrone. Anni fa era grasso e bianco come un gelato al limone, come una nuvola solitaria nel cielo d’estate. L’alcol uccide, un po’ alla volta, in maniera spietata, senza tregua, lavora sempre.

Ripongo l’uovo, ne prendo un altro.  Il secondo uovo è rosa e piccolo. E’ come Teresa: rosa e piccola. Teresa ha una sclerodermia che assottiglia la pelle, per questo il suo colorito è molto roseo e le sue labbra rossissime. Terry sa tutto di me, siamo cresciute insieme e abbiamo sempre passato molto tempo assieme. Ricordo che quando insegnavamo nuoto, dopo aver finito il lavoro e dopo aver fatto la doccia, Teresa si asciugava i piedi con una meticolosità impressionante. Un dito alla volta. Se le restava tra le dita qualche goccia di acqua e cloro, la pelle le si screpolava, assottigliava, fino quasi a sanguinare. Per questo problema della pelle ammalata, era sempre l’ultima ad uscire dallo spogliatoio. Stava là fino a quando Vincenzo chiudeva l’impianto. Alla fine le avevano dato una chiave di scorta e lei poteva tranquillamente entrare per prima e uscire per ultima.

Il terzo uovo è chiaro, liscio e stranamente grosso. Probabilmente conterrà due tuorli. Quando lavoravamo in piscina avevamo due piccoli nuotatori fratelli gemelli. I fratelli Baffi. Sebastiano e Silvestro Baffi. Erano bambini piccoli, abbronzati, scattanti, dei grandi nuotatori, dei grandissimi divoratori di gelati. Chissà che fine hanno fatto. Teresa ha saputo che uno dei due si è sposato, abita a Verona, si è laureato in scienze motorie, insegna educazione fisica. Assaporiamo l’orgoglio. Forse anche noi abbiamo contribuito a far crescere in quei due cuccioli d’uomo l’amore per il nuoto, per lo sport in generale, per la vita. Un grande risultato, un bel ricordo tra i tanti che condividiamo.

Nella mia stanza-dispensa ci sono sempre le uova di Teresa e con loro un po’ della nostra amicizia, un po’ dei ricordi che rendono questo rapporto insostituibile. Le immagini del passato sono il fondamento e il contenuto del nostro bagaglio amicale, sono il tampone per i momenti di crisi. Se mai ci dovesse capitare di litigare sono sicura che basterebbe ripensare al periodo dei corsi di nuoto, a Vincenzo, ai nostri piccoli campioni e anche  alle sue galline e al suo golden retriver. (la presenza del cane  è una costante della vita di Terry, ne ha avuto diversi nel corso degli anni). Basterebbe ripensare ai ghiaccioli che abbiamo mangiato e alle  molte giornate passate assieme, nuotate con stili diversi, ma prossime nel desiderio di sperimentare e fare.

Guardo le uova e poi penso che devo ricordarmi di portare a Teresa il sacco del pane raffermo per il suo cane. Questa è una delle tante differenze tra noi: io ho due meravigliosi gatti arancione e lei un cane marrone.
Nel frattempo mi sono ricordata di altri  scrittori illustri autori di libri sull’’amicizia:
Niccolò Ammaniti “Io non ho paura”; Elena Ferrante “L’amica geniale”; J. K. Rowling “Harry Potter”; Fred Uhlman“ L’amico ritrovato”; Andrea De Carlo “Due di due”; Siegfried Kracauer “Sull’amicizia”; Herman Hesse “Narciso e Boccadoro”; Joseph Epstein “Amicizia ”. Credo che se ne scrivessi uno io si intitolerebbe: “Il nuoto e le uova”.
Ci sono anche delle splendide canzoni che parlano di amicizia: Lucio DallaCaro amico ti scrivo”; Lucio BattistiUna donna per amico”; Francesco GucciniGli amici”; Giorgio Gaber  “L’amico”; Laura PausiniUn Amico è Così”.

Una volta o l’altra scriverò una canzone sull’amicizia. Ho ben presente una storia amicale che vale la pena di essere raccontata. Può servire da esempio e da conforto. Ho già deciso il titolo: Il tempo delle uova d’oro. Le riguardo adagiate nel loro cesto e le vedo proprio così: d’oro. Le mie uova sono preziosissime, contengono ricordi, permettono di comunicare, di vivificare in ogni momento un sentimento importante, duraturo e sicuro.
Come dice sempre Teresa: “Ciò che è stato nessuno può cambiarlo ed è questo che fa la differenza”.
Ha ragione.

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CONTRO VERSO
Paura del vuoto

Questo bambino era stato segnalato per un insieme di ragioni, ma mi aveva colpito una sua caratteristica: la paura del vuoto che arrivava al rifiuto di andare in bagno. Svuotare le viscere era per lui inaccettabile, voleva dire lasciar andare una parte di sé.

Paura del vuoto

C’è un buco assai profondo
dove finisce il mondo
e dove scivolo anch’io.
Perciò faccio a modo mio.

Sul water non mi siedo,
mi tengo tutto dentro
e quando lo decido
mi sciolgo in un momento.

Mi accorgo di puzzare,
ma che ci posso fare?
Anche se sono grande
mi sporco le mutande.

Diceva la maestra
di aprire la finestra.
Lo dico al professore:
“Mi scusi per l’odore”.

Lo so che i miei compagni
si fidano dei bagni
ma io sono diverso
e mi ritrovo perso.

Piuttosto che restare
sospeso su quel vuoto
trattengo da scoppiare
teso, chiuso e sudato.

“Babbo, guarda, mi mangia!”,
piangevo ancora ieri.
E sento nella pancia
un pieno di pensieri.

Ci proteggiamo con i tic, le abitudini, e anche con i rifiuti. A volte la difesa che ci viene accordata comporta così tanti svantaggi, che non conviene più.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Il Microfestival diventa noir: Paolo Regina apre il MicroNerofestival

Da: Microfestival delle Storie

Il Microfestival delle storie diventa noir: <br> Paolo Regina apre il MicroNerofestival

Sarà lo scrittore ferrarese Paolo Regina con Morte di un cardinale (edizioni Sem) a inaugurare il percorso MicroNerofestival, una rassegna nella rassegna, dedicata ai libri noir. Intervistato da Consuelo Pavani giovedì 28 gennaio alle 21, lo scrittore anticipa l’atmosfera del secondo romanzo, ambientato a Ferrara, con protagonista il capitano della finanza Gaetano De Nittis: “Racconto la borghesia di una città di provincia, le dinamiche sociali, certi misteri che una città murata nasconde”. Il capitano De Nittis, pugliese trapiantato a Ferrara, si trova a indagare sulla morte di un cardinale. A guidarlo per la città e nella ‘ferraresità’, alla stregua di un Virgilio, l’amico giornalista Gianni Bonfatti. Paolo Regina, avvocato di professione, è interessato a raccontare l’animo umano al di là dell’intreccio noir e dell’indagine che fa da sfondo alla vicenda: “Ho una natura di cantastorie, rifletto sulle tipologie umane che la realtà offre, sulla psicologia dell’uomo di fronte al tragico, sui rapporti di potere e la sociopatia delle persone, che poi trasferisco nei personaggi”.

Dai libri di Regina – il terzo uscirà a marzo -, emerge un affresco di Ferrara: “De Nittis, uomo del sud, ha una cultura diversa da quella ferrarese, De Nittis non è ammesso a tutti gli ambienti della città, che sono ambienti esclusivi, paradigmatici della mentalità di questa città”.

La presentazione di giovedì 28 gennaio andrà in diretta sulla pagina facebook del Microfestival delle storie e di Ferraraitalia.

Sinossi Morte di un cardinale di Paolo Regina. Un uomo cammina velocemente sulle sponde del Po. Ha le mani insanguinate. A un certo punto si ferma e lancia una rivoltella nel fiume, dove le acque sono più profonde. Poi si mette a correre. Poco più indietro, sotto i piloni del pontile, c’è un altro uomo con il foro di un proiettile sulla fronte. È il cardinale di Ferrara. Gaetano De Nittis, brillante capitano della Guardia di Finanza, si trova a indagare su questa morte eccellente. Il caso lo trascina nelle sabbie mobili degli interessi dei notabili della città, tra intrighi di palazzo, giochi di potere e grossi accordi economici.

PAROLE A CAPO
Luca Ispani: “Civago” e altre poesie

“Poesia è lotta continua contro silenzio, esilio e inganno”
(Lawrence Ferlinghetti)

Civago

Sono una pietra che rotola
da un fiume invisibile di calcestruzzo.
Scappo dal cemento
dai camion della tangenziale
dal rumore
voglio piantarmi lì
in una casa abbandonata
ascoltare chi passa
dimenticare tutto
tranne i tassi e i gatti che vengono a strusciarsi qui
dove sono io
facendo le fusa.

 

Gazzano Val Dolo

Abitare la gioia
qui nei castagneti
amare fin dentro le ossa dei muri.

Ascoltare il fiume argentino in lontananza
sentire il tuo cuore e il suo avvicinarsi
imparare una poesia che può leggerti un paese.

 

 Sologno (Appennino reggiano)

Abitare le vene dei faggi
berne il sangue
udire il verso del lupo in lontananza.

Trovare un centro
magari una casa vuota
fare un foro
io metto il mio amore
tu metti il tuo amore
separati
li mischieremo
quando gli occhi dei vecchi
ci parleranno
e sentiremo il pellegrino squittire.

 

Luca Ispani (Modena, 1979)
I suoi preferiti sono Whitman, Berry, Tiziano Fratus, Sinisgalli, ed è affascinato dal movimento della beat generation e il suo legame con la musica jazz di cui è appassionato assieme al rock anni ’70 e ’90. Negli ultimi vent’anni si è appassionato alla paesologia, cercando con i suoi scritti di sensibilizzare sulla vita nei campi e sull’Appennino modenese da cui proviene. Inizia a fare letture poetiche nel 2004 per lo più in eventi di arte di strada dove si sente più a suo agio.
Dal 2014 al 2015 ricopre il ruolo di vice-presidente presso l’associazione culturale i poetineranti. Collabora con il collettivo di poesia nazionale Bibbia d’Asfalto dal 2014 al 2016. Da qualche mese segue il progetto “Grungeart” che é la creazione di un vero e proprio spettacolo basato su testi performanti, musica e arte visiva riconducibili al movimento “grunge” dei primi anni ’90.
Parecchi suoi testi sono stati tradotti negli Stati uniti ,in Messico e in Australia. Vincitore e segnalato in numerosi premi nazionali e internazionali, studia da tempo da autodidatta diversi autori. Ha pubblicato nel 2019 con Roundmidnight Edizioni la sua prima raccolta poetica “il rumore dei passi” che sta avendo numerosi riscontri positivi. Parla con gli alberi e li abbraccia.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui] 

Didattica a distanza e didattica in presenza:
Il naufragio del sistema formativo

My dad, il mio papà, il mio paparino oltre manica e oltre oceano. Detta cosi non c’è niente di più familiare e rassicurante della DAD, della didattica a distanza di casa nostra. Essere a scuola, ma sentirsi come a casa propria, circondato dal calore e dalle comodità domestiche. Chi non l’ha desiderato in vita sua? E poi, diciamo la verità, fare colazione in fretta, caricarsi dello zaino, prendere l’autobus, o sfiancarti con un chilometro di strada a piedi per raggiungere la scuola, non è proprio il massimo. A casa tua ti siedi a tavolino, accendi il computer e sei in classe. Hai già risparmiato un sacco di calorie e ciò ti rende più disponibile, più attento, meno affranto di quando arrivavi in aula già stanco e ancora assonnato. Diciamo la verità: la DAD, con il trasferimento della scuola a casa propria, è riuscita là dove hanno fallito anni di progetti ministeriali di ‘Star bene a scuola’. Anche gli insegnanti sono più disponibili, non stracciati dalla pendolarità quotidiana, dagli affanni famigliari, specie quelli mattutini, per non parlare dei rientri a casa sempre troppo tardi. Senza tenere conto del sacco di soldi risparmiati tra abbonamenti al bus, ai treni o al metró, merendine, Red Bull e caffè non consumate ai distributori nei corridoi della scuola. Siamo sinceri, tutta un’altra vita.

Raccontiamola giusta, la didattica a distanza mica l’abbiamo inventata noi dell’era digitale, l’ha inventata Gutenberg con i suoi caratteri mobili. La parola stampata è il medium di massa, che ha posto fine alla ‘didattica in presenza’, ovvero alla ‘tradizione orale’.
La formazione per generazioni è avvenuta sempre a distanza: libri, biblioteche, archivi, musei e poi i mass media. Docenti seduti in cattedra e studenti tenuti a debita distanza nei banchi, a scuola come nelle aule dell’università.

I digital learners, giovani di età compresa tra i 12 e i 25 anni, per i quali la tecnologia è qualcosa di assolutamente scontato, non dovrebbero avere problemi con la DAD. Cellulare e computer sono i loro strumenti usuali di lavoro e di divertimento. Allora non nascondiamoci dietro alla DAD o ai problemi psico-sociali dei giovani, per non vedere il naufragio di un sistema formativo che fa acqua in presenza, come a distanza.

Innanzitutto perché non puoi fare andare la DAD con lo stesso carburante della didattica in presenza, finendo col proporne una brutta copia. Se ibrido deve essere l’insegnamento che ibrido sia. Per intenderci, in una auto ibrida l’elettricità è elettricità e la benzina è benzina, entrambe muovono l’auto, ma si tratta di due energie nettamente differenti tra loro e non confondibili.

La didattica a distanza, che ripropone la copia di quella in presenza con lo zapping tra i saperi, altro non è che la negazione della tecnologia a cui i giovani sono abituati, senza considerare come il modo con cui gli insegnanti usano le tecnologie finisce per influenzare e condizionare l’apprendimento dei loro studenti.

Ci si doveva pensare prima quando c’era tutto il tempo e non è stato fatto. Si sono spacciati i banchi a rotelle come innovazione didattica, si sono spese parole nella retorica della adolescenza privata di tutta la strumentazione sociale per risolvere i conflitti di un’età che ci siamo inventati, di un’adultità ritardata, come se avessimo sottratto ad Ulisse la sua possibilità di fare ritorno al proprio “luogo delle origini”, per dirla con il grande psicoanalista inglese Donald Winnicott.

Ma di quale socializzazione scolastica stiamo parlando, quella della competizione, quella del bullismo, quella dello spinello, quella del conflitto scuola-famiglia?
Dov’è la resilienza parola tanto emblematica e consumata in questo ventunesimo secolo?
Tutti i nodi vengono al pettine, e con l’emergenza era inevitabile che esplodessero.

È esplosa una scuola che così come è non serve a nulla. Anzi ci sta rendendo sempre più poveri ed ignoranti. L’attuale sistema scolastico è semplicemente anacronistico, strutturato per essere perfetto in una situazione sociale in cui si passava dall’analfabetismo all’alfabetizzazione del nostro paese, dall’era agricola a quella industriale.

La realtà delle scuole è ancora costituita da classi formate secondo l’età degli alunni, l’orario delle lezioni è rigido, persiste la netta prevalenza della lezione frontale, l’ora di lezione è fatta di alternanza di spiegazioni e interrogazioni, le valutazioni sono affidate al voto numerico. Questo modo di essere si è preteso di riprodurlo a distanza con l’uso delle nuove tecnologie. Ora l’incongruenza di tutto ciò salta agli occhi anche del più sprovveduto.

Si levano gli appelli a invocare il ritorno alla didattica in presenza, a tornare a rinchiudere i nostri adolescenti nella gabbia ottocentesca delle nostre scuole, spacciandole per i luoghi dell’istruzione, dell’addestramento sociale, della condivisione delle crisi e dei conflitti di un’adolescenza che altrove non ha spazi.

Tutti continuiamo a fingere che si tratti di una narrazione vera, perché non disponiamo di altre trame per affrontare i numerosi segnali che ormai da tempo indicano l’invecchiamento del nostro sistema formativo, facendo presagire che manca poco al suo esaurimento.

Come continuiamo a giocare a mosca cieca con i problemi e i conflitti di adolescenze che non si risolvono col condividerli con i compagnucci di classe, i quali hanno il tuo stesso problema, quello di vivere in una società che non si mostra affatto accogliente nei confronti dei suoi giovani. Così le adolescenze bisogna relegarle nelle scuole, perché è l’unico spazio che gli resta, considerato che le prime ad abdicare e delegare sono le famiglie e intorno c’è il vuoto.

Nascondere una scuola che non funziona, una DAD che funziona peggio dietro i problemi dell’adolescenza è una solenne vigliaccata, che non aiuta né gli uni e né gli altri a ricercare la propria identità e a conquistare la propria autonomia.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

Padre Sorge: dalla Primavera di Palermo
allo scontro con Comunione e Liberazione

Il 2 novembre 2020 è morto Bartolomeo Sorge. Aveva compiuto da pochi giorni 95 anni, essendo nato il 25 ottobre 1925 all’Isola D’Elba.
Ad alcuni il nome può dire poco, ma il punto non è tanto elencare quante cose sia stato: gesuita, teologo, politologo, direttore de La Civiltà Cattolica,  Aggiornamenti Sociali e Popoli, protagonista della Primavera di Palermo (1986-1996) all’istituto Padre Arrupe insieme con il gesuita Ennio Pintacuda, collaborato alla stesura dell’Octogesima Adveniens, la Lettera Apostolica di Papa Paolo VI del maggio 1971, e tanto altro.
Ricordarlo significa, piuttosto, mettere a fuoco alcuni snodi, tuttora non digeriti, nella Chiesa e nel cattolicesimo italiani.

Lo spunto è un suo scritto del 2019 per La Civiltà Cattolica, che diresse dal 1973 al 1985: Un probabile sinodo della Chiesa italiana? Dal primo convegno ecclesiale del 1976 a oggi.
Per Giuseppe De Rita, protagonista di Evangelizzazione e promozione umana (Roma, ottobre 1976) insieme con lo stesso Sorge, Filippo Franceschi (vescovo di Ferrara dal 1976 al 1982) e Achille Ardigò, quello fu “il coraggio di osare” (La Civiltà Cattolica ottobre 2020, intervistato dal direttore Antonio Spataro).
Dietro l’avvenimento ci fu la regia del vescovo Enrico Bartoletti, segretario della Cei, che però non fece in tempo a vederne la celebrazione, perché morì improvvisamente nel marzo di quello stesso anno. Tanta fu l’eco, che la Conferenza dei vescovi italiani decise di cadenzare i convegni ecclesiali ogni dieci anni.

Eppure, l’irrompere del vento conciliare nella Chiesa italiana di lì a poco si interruppe.
I motivi furono diversi. Alcuni, cronologici, li enumera lo stesso De Rita nell’intervista a Spataro: il pontificato di Paolo VI volgeva al termine senza più la spalla del fidatissimo Bartoletti, oltre al fatale 1978 con l’epilogo della vicenda Aldo Moro e la morte, il 6 agosto, dello stesso Papa Montini.
Ma furono le due principali proposte di Evangelizzazione e promozione umana che, secondo Bartolomeo Sorge, subirono uno stop: lo stile del convenire e la nuova concezione missionaria.
La non accettazione dei due punti di svolta ebbe il suo epilogo a Loreto nel 1985 (Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini), quando il nuovo pontefice, Giovanni Paolo II, scrisse in preparazione di quel secondo convegno: “l’episcopato abbia il posto che gli compete per istituzione divina”.
Dallo stile del convenire, in cui vescovi e laici riscoprivano la comune radice battesimale della missione e cittadinanza ecclesiali, si tornava a rimettere le cose nella loro tradizionale distanza.

“Da Loreto a Firenze – scrive Bartolomeo Sorge – i convegni che seguirono furono visti come l’occasione propizia per i vescovi di comunicare al popolo di Dio che è in Italia, con autorità – occupando il posto che gli compete per istituzione divina –, il programma pastorale per il successivo decennio”.
Così avvenne per la concezione missionaria. Se nel 1976 si diceva che non bastavano più dichiarazioni, documenti ufficiali dei vescovi e principi dottrinali, per affermare una nuova forma di presenza dei cattolici nella scena sociale e politica, la prospettiva mutò quando arrivò Camillo Ruini.

“Si renda conto – ne ricorda De Rita il monito – che noi siamo qui non per cambiare la società, ma per predicare il Vangelo”.
Parole che fanno il paio con quelle scritte da padre Sorge su Aggiornamenti Sociali (2009), ricordando Giuseppe Lazzati, storico rettore dell’Università cattolica di Milano e autore dell’espressione Città dell’uomo, che il gesuita scomparso lo scorso 2 novembre usò per intitolare la scuola di formazione politica a Palermo.

Sorge ricorda una lettera che i leader di Comunione e Liberazionedon Luigi Negri, don Angelo Scola, Rocco Buttiglione e Roberto Formigoni – gli indirizzarono il 10 febbraio 1977, delusi dal convegno ecclesiale del 1976, per la mancata “conferma – scrissero – che il problema è quello del recupero di un’identità ecclesiale di fronte al mondo, e quindi di un apporto specificatamente cristiano ed ecclesiale alla soluzione dei problemi umani della nostra società”.
In gioco c’era, e c’è, la questione di fondo della partecipazione a pieno titolo dei laici all’unica missione evangelizzatrice della Chiesa, secondo il criterio della laicità, cavallo di battaglia teologico di Lazzati.
Il punto è se si vuole riconoscere senso alle realtà temporali, rispettandone l’autonomia e, appunto, la laicità, oppure se il mondo vada convertito. Da qui il tipo d’impegno dei cattolici nella Città dell’uomo: se cioè vada costruita-ripristinata una società cristiana (nel perdurante mito della cristianità perduta), anche a costo di prove muscolari, oppure se tale impegno debba assumere lo stile del dialogo e della collaborazione con uomini e donne di buona volontà, lontano da ogni collateralismo o nostalgie del partito cattolico.

Per questo Lazzati fu sempre contrario, e con lui Sorge, tanto a strumentalizzare le realtà temporali a fini religiosi, quanto la fede a fini politici.
Fu questo il terreno pastorale su cui si svolse la partita tra la Scelta religiosa’ dell’Azione Cattolica di Vittorio Bachelet e la Presenza di Comunione e Liberazione di don Luigi Giussani, che vide la prima uscirne nettamente sconfitta.
Comunione e liberazione vinse quel confronto con l’appoggio determinante del pontificato di Karol Wojtyla e della Cei durante il lungo regno di Camillo Ruini, secondo il modello di una Chiesa “forza sociale” oltre che spirituale, con tanto di richiami all’unità politica dei cattolici.

Avrebbe dovuto consumarsi per intero quella stagione, fino agli esiti per certi versi emblematici del Celeste Formigoni, prima che un nuovo pontefice riprendesse i fili di quel cammino interrotto. È successo al convegno ecclesiale di Firenze (novembre 2015), quando Papa Francesco nel suo discorso ha detto: “spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme”, quasi volendo ripartire dal quel con-venire che fu il motore di Evangelizzazione e promozione umana.
Qui Bartolomeo Sorge, significativamente dalle pagine di Civiltà Cattolica, ha voluto andare oltre lanciando nel 2019 l’appello di un Sinodo, perché più che un convegno alla Chiesa italiana servirebbe l’andatura del camminare insieme.

Il problema è che i decenni trascorsi hanno fatto tabula rasa di fermenti, riferimenti, idee e speranze, e riprendere i fili di un discorso prosciugato nei contenuti e nei metodi, in un tempo peraltro profondamente cambiato, appare compito – in primo luogo formativo – lungo e arduo, anche per un laicato nel frattempo largamente ridotto a uno stato silente, o quasi.

Cover: Padre Bartolomeo Sorge parla a un seminario (Wikimedia commons)

La pandemia non si combatte coi soldi ma con la buona politica

Le prime istituzioni scese in campo per combattere la pandemia da Covid 19 sono state le Banche Centrali. Lo hanno fatto supportando le crescenti spese e le mancate entrate degli Stati con iniezioni di liquidità nel sistema, attraverso l’acquisto di titoli di stato e la concessione di prestiti a tassi agevolati, a volte addirittura a tasso negativo (cioè regalando soldi).
Rispetto al passato i bilanci delle Banche Centrali si sono gonfiati a dismisura, certo il fenomeno era iniziato già dopo la crisi del 2007-2008 ma i dati confermano che nell’ultimo anno si è notevolmente accentuato. La Bce è passato dai circa 2.000 miliardi di euro del 2008 ai 4.671 miliardi del 2019 (come si può vedere dal grafico di seguito), per arrivare agli oltre 7.000 miliardi di euro a dicembre 2020

Di questi 7.000 miliardi risultanti dal rendiconto del 25 dicembre 2020 risultavano alla voce “Titoli detenuti a fini di politica monetaria” ben 3.704 miliardi, segno che la Bce detiene gran parte del debito sovrano dell’eurozona.
Bankitalia, dal canto suo, aveva chiuso il 2019 con un bilancio di poco più di 960 miliardi, come si vede dall’infografica seguente

Al 31 ottobre 2020 era già a 1.279 miliardi con in pancia ben 523 miliardi di “titoli detenuti per finalità di politica monetaria”, quindi quasi la metà del suo bilancio è costituita dai nostri titoli di stato.
Dall’altra parte dell’Oceano la Federal Reserve non è stata da meno passando dai circa 4.059 miliardi di dollari del bilancio 2019 agli oltre 7.000 miliardi di Agosto 2020

Anche qui, come si vede chiaramente in verde, quasi 4.500 miliardi sono di Treasury Bonds, ovvero titoli del tesoro americano.
Gonfiare i bilanci delle banche centrali è qualcosa che abbiamo scoperto essere possibile dal 2008 anche se la Bce ha cominciato a farlo, con colpevole ritardo, solo dal 2012. Questi bilanci si ampliano comprano titoli di stato e questo permette agli Stati di spendere senza che si alzino troppo gli interessi, il 2020 ci ha dimostrato che si può non solo esagerare ma che quasi la totalità dei deficit messi in atto o programmati dai vari governi possono essere quasi interamente coperti da un’attenta politica monetaria delle banche centrali.
Nel 2021 ci resta da imparare che questo però non basta, che c’è bisogno in contemporanea anche della politica fiscale e programmatica degli Stati. C’è bisogno, insomma, che questi soldi vengano spesi con programmi stabili dedicati alla crescita, alla ricerca sanitaria e scientifica, all’istruzione e ai giovani senza togliere agli anziani, perché non c’è assolutamente bisogno di creare lotte generazionali o di togliere a qualcuno per dare ad altri.
Il 2020 e l’economia monetaria da Covid 19 dovrebbe averci insegnato che i soldi non sempre sono un problema e che il punto non è più come trovarli ma come spenderli in maniera coerente per uno sviluppo sostenibile, solidale e magari anche green. Soprattutto, senza dar vita a conflitti sociali e possibilmente senza lasciarsi dietro troppi cadaveri.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

SCHEI / Cultura a Ferrara:
quando il mecenate è più potente dell’imperatore

Gaio Clinio Mecenate fu consigliere dell’imperatore Augusto. Sotto la sua gestione da ministro della cultura ante litteram, nella corte imperiale fiorì un consesso di intellettuali e poeti di tale livello (citiamo Orazio e Virgilio tra i tanti) da rendere, nel tempo, il suo nome sinonimo di chiunque si faccia protettore e patrono degli artisti, elemento di collegamento tra l’arte ed il potere, ma con una screziatura di protezione, appunto, dalle grinfie del potere stesso. Ti pago (anche) per cantare le lodi del potente, ma al contempo ti garantisco la libertà e l’indipendenza (anche economica) per esercitare il tuo talento e diffonderlo, per farne godere ai contemporanei ed ai posteri.

La recente nomina di Moni Ovadia a direttore del Teatro Comunale Abbado di Ferrara sembrava, fino a ieri, un paradigma di questo schema. Vittorio Sgarbi (il mecenate), presidente di Ferrara Arte e ministro de facto della cultura della giunta Fabbri, palesando il “traffico di influenze” (inteso in senso non illecito, ma come utilizzo delle relazioni privilegiate tra persone) alla base della sua scelta, disorientava e spiazzava, a destra e a sinistra, chiamando a gestire il Teatro un autorevole artista ebreo, antifascista, impegnato politicamente a sinistra e aspramente critico verso il pensiero intollerante e discriminatorio di quella Lega che governa la città attraverso i suoi rappresentanti locali. Una scelta di libertà, rivendicata come improntata alla prevalenza dell’uomo di cultura sul settarismo di ogni parte e propagandata in conferenza stampa come sostanzialmente disinteressata, perchè in questo caso l’artista non aveva bisogno di denaro (maliziosamente insinuato, da alcuni, come elemento concausale della convinta adesione alla proposta da parte di Ovadia); la sua storia – fatta di grandi successi teatrali e anche di gran rifiuti, come quello di un lauto seggio al Parlamento Europeo – parlava per lui.

Qualche giorno fa Mario Resca, manager ferrarese con una carriera prestigiosa in cui spiccano il ruolo di AD di McDonald’s Italia, amministratore in Eni, Mondadori, L’Oreal, presidente di Kenwood Electronics, attualmente (lui sì a titolo gratuito) presidente della Fondazione Teatro Comunale Abbado, ha rimesso il suo mandato, come quello di tutto il CdA, nelle mani del sindaco Fabbri, in sostanza il suo padrone – essendo il Comune socio fondatore ed unico della Fondazione. La ragione, come si legge dal comunicato diramato dallo stesso Resca, risiede nel fatto che l’incarico formalizzato a Moni Ovadia, comprendente “i limiti della durata e del compenso ad esso attribuibile”, veniva unilateralmente modificato, avendo Resca appreso “da alcuni rappresentanti del socio unico, dallo stesso Moni Ovadia e dal Presidente di Ferrara Arte che i termini della proposta contrattuale andavano totalmente ridiscussi, con un sensibile aumento del compenso e con un prolungamento del contratto a favore del Direttore, in contrasto con la delega ricevuta sulla base di quanto deliberato dal C.d.A. in forza delle sue competenze”. Di conseguenza il Consiglio della Fondazione “all’unanimità, ritiene corretto e istituzionalmente opportuno rimettere il proprio mandato nelle mani del Sindaco stesso…“. Della serie: mi hai sconfessato, Sindaco. Ti restituisco le deleghe, fanne quello che credi.

Il Sindaco Fabbri, senza batter ciglio, dopo aver ricordato le iniziative svolte sotto la gestione Resca, dal “concerto, storico, di Riccardo Muti, a quello di Maurizio Pollini, alle produzioni streaming, e tv, di Alessandro Baricco e Simone Cristicchi”(il tutto garantendo tra l’altro una gestione economica e finanziaria in equilibrio, pur in un anno tragico), ha serenamente accettato le dimissioni di Resca e del CdA. Esaminiamo per un attimo la logica del comunicato di Alan Fabbri: non vi è una sola parola di critica o di presa di distanza, neppure velata, dell’attività della Fondazione Teatro; anzi se ne riconfermano le iniziative d’eccellenza, compresa quella prossima, nel “giorno della memoria” (27 gennaio), con Moni Ovadia e Corrado Augias. Verrebbe da dire: se hai un personaggio con qualità del genere (da te riconfermate) a gestire una delle vetrine della cultura ferrarese, fai qualcosa per non fartelo scappare. Manco per idea: arrivederci e grazie.

Poi leggiamo che il presidente di Ferrara Arte, Sgarbi, afferma invece che Resca ha un approccio “rigido e antico”. Che lo ha scelto lui, certo, ma che ha già pronto il nome di chi lo può sostituire, immaginiamo un uomo dall’approccio elastico e moderno. Esaminiamo per un attimo la logica della parole di Sgarbi: si tratta di affermazioni coerenti con la scelta di accettare le dimissioni di Resca. Mentre le elogiative parole di Fabbri suonano incomprensibili e contraddittorie di fronte alla decisione di non voler trattenere Resca, viceversa le parole di Sgarbi suonano come perfettamente compatibili con la scelta di avvicendare Resca. Non si può nemmeno invocare la diplomazia del linguaggio istituzionale, normalmente reticente e ipocritamente sussiegoso nel licenziare un alto dirigente: sia Fabbri che Sgarbi, infatti, ricoprono un incarico istituzionale. Solo che il Sindaco dirama un comunicato il cui tenore contrasta in maniera sconcertante con la decisione di giubilare Resca. Sgarbi invece “parla come mangia”, per una volta in maniera urbana ma inequivocabile.

Ma chi è, quindi, il “padrone” del Teatro? Il Comune, che ne è socio unico, o Sgarbi? Non staremo qui a ricordare le perplessità (diciamo così) suscitate dalla vicenda dei biglietti per visitare il Castello collegate alla mostra della collezione Sgarbi ivi ospitata, caso singolare di socializzazione degli oneri (al Comune le spese per cataloghi, eventuali spostamenti della collezione eccetera) e privatizzazione degli incassi(il biglietto è unico e una lauta percentuale dello stesso va comunque alla Fondazione Sgarbi). Non ci soffermeremo sulla scelta di azzerare la dirigenza di Ferrara Arte, riconosciuta anche all’estero come fucina di una produzione di rassegne originali e uniche nel panorama nazionale e internazionale, sostituita da mostre standardizzate e sostanzialmente comprate come pacchetto da offrire al grande pubblico, ai Diamanti come negli outlet del resto della penisola. Quest’ultima opzione, peraltro, è stata premiata da una grande affluenza di pubblico (Banksy), per cui la si potrà criticare per l’impostazione, ma non si potrà certo dire che sia stata un fiasco commerciale.

Limitiamoci quindi alla vicenda Teatro. La domanda sorge spontanea: c’è un padrone formale(il Comune, il suo Sindaco) che tesse le lodi del presidente del CdA nel momento stesso in cui accetta con glaciale cordialità le sue dimissioni. E poi c’è il Presidente di Ferrara Arte che rivendica la bontà dell’allontanamento di Resca per far posto ad un uomo più malleabile, che non faccia tante storie sul compenso da riconoscere a Ovadia (si parla di centomila euro). Del resto non si vorrà mica che un artista di simile levatura lavori gratis?

Personalmente ritengo e continuo a ritenere che una scelta non possa essere giudicata a priori, ma a posteriori, dopo aver visto se il prestigioso teatrante metterà la sua passione e il suo talento al servizio di Ferrara e del suo Teatro: solo allora si potrà esprimere una opinione, positiva o negativa, sulla qualità del suo operare. Mi permetto di osservare subito, tuttavia, che le premesse di questo incarico non rassicurano sulla libertà totale e sull’indipendenza di cui potrà godere Moni Ovadia. E non tanto nei confronti del suo “imperatore” quanto, curiosamente, nei confronti del suo mecenate, che appare nei fatti come il vero padrone del vapore.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

PER CERTI VERSI
La tua voce

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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LA TUA VOCE

Mettimi le tue mani
Davanti agli occhi
Inebriati di luce
Di parole lette
Scritte
Di odori della tavola
Il pane
Il pollo alla diavola
Di amori
Per le vite accanto
Cosi importanti
Fitte

Ma ho bisogno
Della tua sera
Di quel bistro
Che non annerisce indistintamente
Ma che invera
I saluti
Del tuo carbone
Della tua terra
Che rivedo
Nel buio agone
Sfioro
E ascolto
La tua voce
Della Sierra
Svuotare
Il vuoto

Cosa c’è (e cosa manca)
nel “pacco regalo” del recovery plan

Dentro una delle crisi di governo più “incomprensibili” da molti anni in qua, però il Recovery plan, il progetto nazionale per arrivare ad avere le risorse europee di Next Generation UE, dopo l’approvazione nel Consiglio dei Ministri del 12 gennaio, appare in dirittura d’arrivo. Vale allora la pena spendere alcune parole per capire meglio quali sono gli obiettivi lì contenuti e l’orizzonte lungo il quale si muove. Lo si deve fare al di fuori della retorica sulla “svolta” europea, sul suo valore di appuntamento con la Storia, sulle ingenti risorse a disposizione e via dicendo, ma guardando bene contenuti e profilo lì presenti.

La prima considerazione che si può avanzare riguarda l’utilizzo dei 209 mld di € ( 65,4 mld. di sussidi a fondo perduto e 127,6 mld. di prestiti dal Recovery Fund europeo), lievitati nell’ultima versione a 222 mld con l’incorporazione di ulteriori risorse europee. Nell’ultima versione nota, essi sono distribuiti su 6 missioni fondamentali: Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (46,1 miliardi); Rivoluzione verde e transizione ecologica (68,9 miliardi); Infrastrutture per una mobilità sostenibile (32 miliardi); Istruzione e ricerca (28,5 miliardi); Inclusione e coesione (27,6 miliardi); Salute (19,7 miliardi). Si potrebbe disquisire a lungo se non si poteva trovare un equilibrio più utile tra queste voci, spingere maggiormente in direzione degli investimenti piuttosto che degli incentivi, destinare maggiori risorse ai nuovi progetti rispetto a quelli già esistenti, superare una decisa frammentazione degli interventi previsti nelle singoli missioni.Non c’è dubbio, però, che alcune siano decisamente sottovalutate. Solo per esemplificare, basta pensare a quanto destinato alla salute, che non ripaga neanche l’insieme dei tagli prodotti negli ultimi 10-15 anni. Ragionamento analogo vale per la scuola e l’istruzione.

Al di là di questo, però, ciò che emerge con ancora più forza e, purtroppo, inadeguatezza, sono le finalità cui vengono indirizzate le risorse dei vari capitoli.  Anche qui, senza poter entrare in una disamina più approfondita, non si sfugge alla constatazione che non si affrontano le questioni di fondo che i vari temi propongono, continuando a seguire un pensiero debole e subalterno alle narrazioni mainstream.
Se guardiamo al tema della digitalizzazione, ormai assunto come un mantra in qualunque discussione che dovrebbe portarci nel futuro, non si va al di là delle politiche già avviate in questi anni, con un loro potenziamento, o di buoni, quanto scontati, propositi: incentivi a Industria 4.0, che notoriamente non sono in grado di guidare una reale ricollocazione dell’apparato industriale, e innovazione nella Pubblica Amministrazione.
Su quest’ultima questione, non si può evitare di notare che degli 11,45 mld, ad essa dedicati, ben 4,75 se ne vanno per il progetto Cashless, meglio noto coma Cashback, ossia per l’ incentivo all’utilizzo di mezzi di pagamento elettronici sia per i consumatori sia per gli esercenti. Insomma, si evita di misurarsi con le novità emerse in questi anni, e cioè il dominio delle grandi aziende multinazionali hi-tech made in USA – in primis le famose FAANG, Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google– che hanno dato vita ad un modello costruito sul fatto di produrre profitti mediante le inserzioni pubblicitarie e la pratica strutturale dell’elusione fiscale, utilizzare i dati degli utenti come nuova materia prima e ridurre l’esperienza umana a merce da collocare sui mercati. Fino alla conseguenza di aver privatizzato l’informazione, la comunicazione e la loro produzione, come emerso in questi giorni con la vicenda dell’esclusione di Trump da Facebook e Twitter. Decisione condivisibile, ma, come evidenziato da molti commentatori, che evidenzia il grande potere di soggetti privati nel disporre chi può intervenire o meno in quello che è diventato spazio e discussione pubblica. Questa è diventata la vera questione: ricondurre a bene comune e servizio pubblico informazione, comunicazione e conoscenza e impedire la loro appropriazione privata, su cui la stessa Unione Europea fatica a misurarsi e il Recovery Plan dimostra grande cecità.
Allo stesso modo, si possono avanzare obiezioni forti in tema di quanto previsto sulla cosiddetta “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, che non assume fino in fondo l’obiettivo europeo della riduzione del 55% al 2030 delle emissioni da gas climalteranti e tantomeno quella di una fuoriuscita in tempi rapidi dall’utilizzo delle risorse fossili. Per non parlare, per usare un eufemismo, del rischio di supportare interventi di vero e proprio “green-washing”, in gran parte ispirati da ENEL e ENI.
A questo proposito, sembra sia rientrata l’intenzione di erogare risorse per il progetto sbagliato di realizzare a Ravenna il più grande impianto di cattura e stoccaggio della CO2 nel sottosuolo, che comunque rimane obiettivo dell’ azienda energetica nostrana, ma viene confermata l’idea di ricorrere ad un uso massiccio del gas per la riconversione delle centrali a carbone.
Ancora in questa missione, si può leggere quanto emerge sulla tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica, dove sono individuate risorse aggiuntive assai scarse e, soprattutto, viene incentivata una nuova spinta per la privatizzazione del servizio idrico, con l’obiettivo di consegnare alle grandi multiutilities quotate in Borsa – Iren, Hera, A2A, Acea– gli affidamenti anche nel Mezzogiorno, dopo che esse sono saldamento insediate in tutto il Centro Nord.
Sulla salute, non si assume con chiarezza  la centralità del ruolo della sanità pubblica, dopo la stagione della privatizzazione strisciante cui abbiamo assistito anche in questo settore, mentre per scuola e istruzione ciò che emerge è che una parte consistente delle risorse stanziate ( 11,7 mld. sul totale di 28,5 mld.) va sotto l’intervento “Dalla ricerca all’impresa”, ribadendo che scuola e istruzione sono subordinate alle esigenze del mercato e del sistema delle imprese.

Quello che, alla fine, emerge dal Recovery Plan, insomma, è un’idea di “ammodernamento” del Paese, fondato sui nuovi “driver” della digitalizzazione e della green economy, senza però mettere in discussione il paradigma della crescita trainata dal mercato e dalla finanza, anzi provando a dargli basi rinnovate e costruendo su queste una lettura ideologica della prossima fase di uscita dalla crisi e del nuovo sviluppo. Un tentativo che va visto anche nei suoi tratti di “novità”, non indulgendo ad un approccio per cui esso sarebbe una pura riproposizione del passato, ma, nello stesso tempo, senza occultare che non basterà la propaganda delle ingenti risorse a disposizioni per mettere tra parentesi che è destinato a non funzionare a quei fini.
Probabilmente ne sono consapevoli anche gli attori più avvertiti delle classi “dirigenti”, a partire dagli estensori del Recovery Plan, nel momento in cui indicano che nel 2023 il PIL crescerà tra il 2,5% e il 3% e il tasso di disoccupazione attestarsi dall’attuale 9,5% all’8,7% nel 2023.
Non grandi dati, in realtà, senza dimenticare che, dopo il forte ricorso all’indebitamento pubblico conseguente alla pandemia, il rapporto debito/PIL passerà, secondo la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, dal 134,6% del 2019 al 158% del 2020, per “rientrare” ad un livello del 143,7% nel 2026. Con tutte le incognite che ciò comporterà in una situazione nella quale si riaprirà, probabilmente nel 2022, la discussione sui vincoli di bilancio in sede europea, dopo la loro sospensione decisa nel corso del 2020. Nonché il rischio, tutt’altro che remoto, che la crisi economica e sociale possa conoscere un ulteriore aggravamento nei prossimi mesise non verrà attivata la proroga del blocco dei licenziamenti, misura osteggiata sempre dagli apologeti del mercato, che non sanno e non vogliono prendere atto che è finita da un pezzo – in realtà mai esistita – la stagione della sua capacità di autoregolazione e, ancor più, di generare ricchezza sociale e sviluppo di qualità.
E’ invece proprio da questa consapevolezza che bisognerebbe ripartire, per riscrivere da capo il Recovery Plan, per prospettare viceversa un reale Piano per il lavoro e i beni comuni, assumendoli come misura e obiettivo di una nuova traiettoria per il Paese

PRESTO DI MATTINA / Antonio e Beatrice:
monachesimo e spiritualità al servizio del popolo

«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio»: questo testo del profeta Osea dice la cura di Dio per il suo popolo; di come egli continui ad amarlo senza pentimenti, anche se non ricambiato; anzi accrescendo sempre più questo amore: «Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-5).

Si riaggancia a questo passo l’evangelista Matteo che, rivolgendosi soprattutto ai cristiani approdati dall’ebraismo, ricorre spesso a ‘citazioni di compimento’, tramite le quali egli mostra ai suoi come le promesse di Dio si siano realizzate nella storia in Gesù. Così troviamo frequenti espressioni come “Questo avvenne perché si compisse”, quest’altro “accadde come era stato detto dal profeta”. Anche l’episodio della fuga in Egitto e del successivo ritorno alla morte di Erode è riportato con questa intenzione. Anche in questa vicenda si deve leggere infatti il compiersi in Gesù della storia del suo popolo, «perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Mt 2,11).

L’evangelista Matteo vuole rendere consapevoli le sue comunità di giudeo-cristiani, che vivono nella diaspora della Siria, che proprio quel Gesù in cui credono è la Parola, che porta a compimento tutte le parole e le profezie di Dio rivolte a Israele. Nella pienezza del tempo, Dio fa conoscere in Gesù la sua parola definitiva, in risposta al grido del profeta Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi davanti a te sussulterebbero i monti» (Is 63,19). Gesù è parola fattasi carne di amore, non solo per il suo popolo eletto, ma attraverso Israele, donata a tutti i popoli e a tutte le generazioni della terra. Tutte le parole di Dio, quelle proferite nei tempi antichi, divengono nelle stesse parole di Gesù a pienezza. Il Padre, manifestandosi, in voce, nel battesimo del Figlio dice anche a noi: “Ascoltatelo”. Le sue promesse, come sementi nella terra d’Israele, divengono nel Figlio come chicchi pieni nella spiga da sparpagliare nel mondo attraverso l’annuncio del vangelo.

Ma siamo proprio sicuri allora che l’andata in Egitto, di cui da poco abbiamo fatto memoria nella liturgia, sia stata solo una fuga? Segretamente, nascostamente, non è stato per Gesù un andare là dove tutto era cominciato, dentro il cuore stesso di un popolo minacciato di sterminio, per condividerne le sorti? Al principio di una storia di liberazione, di riscatto dalla schiavitù e di promettente alleanza?

La sua fu certamente anche la fuga da una strage. Così come Mosè fu salvato dalle acque per sottrarsi alle ire del Faraone, anche Gesù fu custodito da Giuseppe dalla furia omicida del re Erode, ma poi ritornò come Mosè inviato da quel Dio il cui nome è “colui che mette in cammino”. Per questo, il Messia inizia la sua vita terrena scendendo in Egitto, nel luogo simbolo del dolore innocente, alla radice di ogni strage, di ogni sterminio perpetrato dal potere quando si sente minacciato e fa di se stesso un Moloch cui tutto sacrificare.

«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» perché ripercorresse l’esodo, sperimentasse l’esilio del suo popolo, e, peregrinante, affidato al Padre, compiendo la sua parola, giungesse, con un nuovo esodo, alla sua Pasqua, compimento di quella antica e anticipazione di quella futura che è la terra promessa da Dio per tutti i suoi figli e figlie. L’approdo dove ‒ come profetizza Isaia ‒ «sarà strappato il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti; sarà eliminata la morte per sempre e – come padre e madre – asciugherà le lacrime sul volto dei suoi figli» (25,7-8).

Dall’Egitto ho chiamato pure i miei figli e le mie figlie, si potrebbe anche dire. Ricordiamone alcuni: Antonio l’egiziano e Maria Egiziaca; ma poi anche Benedetto da Norcia e Beatrice II d’Este. In loro ci è dato percorrere le antiche vie del monachesimo orientale e occidentale, fin nelle nostre terre; l’ininterrotta migrazione degli uomini e delle donne delle beatitudini, il continuo esodo della mistica e della spiritualità cristiane, in compagnia di tanti altri viatores e velatores in itinere, a piedi o su barconi, verso la terra che Dio ha voluto donare loro. Questa peregrinazione della fede come speranza e come amore è un continuo passa parola, anche nella vita nascosta degli eremi e dei monasteri; un salmeggiare e celebrare, come in una universale liturgia cosmica che continua nella vita attraverso la carità fraterna dell’ascolto e della condivisone dei beni. Nell’esperienza monastica si custodisce e si rende al vivo quella coscienza della chiesa che sa di non dover vivere per se stessa, ma per il mondo cui è inviata, ricalcando le orme del suo Signore e Maestro che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la sua vita.

Non diversamente dalla discesa in Egitto di Gesù non va paragonata la vita monastica a una fuga (dal mondo), un volontario esilio lontano dagli intrighi degli uomini e dai conflitti della storia. Non c’ingannino dunque le massime aforistiche del monachesimo egiziano (“fuge, tace, quisce”: fuggi, taci e rappacificati”) e di quello occidentale ora et labora. In realtà tutti gli uomini e le donne dell’esperienza monastica sono situati sulla frontiera, in cui si fa argine all’esondazione del male. Li troviamo intenti a quel passante di valico che è il mistero pasquale di Cristo, “passatori oranti” alla sequela del passeur blessé che è il crocifisso Risorto presso quel varco aperto nella morte, in ascolto del dolore del mondo, solidali nella oscura notte del Figlio, che continua in quella dei suoi fratelli, pronti a riporre, ancora una volta come lui, nelle mani del Padre il destino di tutti noi. Il monachesimo, come un tempo nel deserto egiziano della Tebaide, resta anche oggi per le donne e gli uomini che vi si incamminano una lotta e un martirio vissuti a nome di tutti. Per loro, come dice Paolo, «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti sono uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Essi sono persuasi infatti che «né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù» (Rm 8, 38-39). La loro vocazione nella chiesa e nel mondo è quella di condurre all’unità la famiglia umana, con una vita orante ispirata dalla preghiera stessa di Gesù, che chiede al Padre il dono dell’unità (Gv 17,21).

Domani 17 gennaio nel monastero delle sorelle Benedettine si ricorda proprio Antonio Abate titolare del loro monastero; e il giorno dopo, lunedì 18, esse ricorderanno la loro fondatrice la Beata Beatrice II d’Este (Ferrara, 1230 – 18 gennaio 1262). Come si è attuata questa presenza cristiana di Beatrice II per la nostra città? E che cosa dice a noi ancora oggi? Non ho trovato di meglio che rigiocare i tratti della sua spiritualità di mediazione con le indimenticate parole di mons. Antonio Samaritani, che di storia monastica è stato umilissimo e luminosissimo indagatore e scopritore.

«Allora non si davano sante se non canonichesse regolari, di spiritualità agostiniana, o di spiritualità monastica, qui, in zona nostra, benedettina. La beata Beatrice II d’Este è innovatrice e originale: innanzitutto non parte da un normale convento; parte da S. Stefano della Rotta di Focomorto, quindi da un eremitorio; parte da esperienza non monastica, non benedettina, ma mendicante, francescana. Quella della beata Beatrice II d’Este è una tipica spiritualità di mediazione. La vocazione ferrarese forse non è tutta contemplativa, né tutta operativa. La beata Beatrice II d’Este consacra sì la legittimità illegittima, se così vogliamo dire, della sua casata in Ferrara, ma la legittima con connotazioni allettanti per la nuova spiritualità della prima borghesia emergente, supportata appunto dai “fratres minores”, dai domenicani e da tutti gli ordini mendicanti di Ferrara. Si pensa che a Ferrara ci fossero pure delle forme minoritiche avanti la venuta dei francescani, come si possono individuare a Treviso e Vicenza. E’ bello pensare che, in sintonia col messaggio della minorità di S. Francesco, non solo c’è stata una ricezione fra le prime del movimento francescano femminile, le “Sorores Minores”, ma c’è stata direi una precursione, un anticipo tipico della spiritualità padana.  La beata Beatrice d’Este non è la santa contemplativa del Basso Medioevo, la santa medievale dei conventi benedettini; gli Estensi non hanno bisogno di una santa né eccessivamente miracolistica, né eccessivamente contemplativa. Le ossa di Beatrice d’Este sono diventate un centro anche di miracolosità nei secoli, ma molto posteriormente. La spiritualità ferrarese della beata Beatrice d’Este, santa sostanzialmente di ceppo veneto, del basso Veneto, è una spiritualità vicina al popolo: non miracoli, non contemplazioni eccelse, ma testimonianza di povertà e di umiltà. Gli Estensi non erano certamente umili, né certamente poveri, ma hanno avuto bisogno di inserirsi nel cuore dei ferraresi con una carta d’identità di questo tipo» (Radici della spiritualità ferrarese, in Bollettino Ecclesiastico, 2 1993, 349).

Don Primo Mazzolari, in un libro che scrisse per i suoi parrocchiani ricordando l’immagine di S. Antonio, presente in tutte le stalle della sua parrocchia, ne delinea la figura e alla fine si domanda: «cosa fece di straordinario S. Antonio? Niente. Non ha costruito città né fondato imperi, non ha scritto libri né vinto battaglie, non ha scoperto terre né macchine nuove, non microbi di malattie né sieri per guarirle. Eppure il suo posto è tra i benefattori dell’uomo, e, benché la sua lunga giornata si sia svolta in condizioni alquanto diverse dalla nostra, egli ci è di esempio. Vi pare un uomo da poco, uno che non crede nel denaro e non vi corre dietro come fanno i più, vendendo coscienza, pensiero, dignità? Vi pare un uomo da poco, uno che per amore della giustizia e per amore verso i poveri, si spoglia delle proprie ricchezze? Vi pare un uomo da poco, uno che affronta la povertà, la fatica, la solitudine per mantenersi libero onde meglio servire Dio nel prossimo? Vi pare un uomo da poco, uno che potendo fare, secondo l’opinione corrente di tutti i tempi, “il proprio comodo”, sceglie l’ultimo posto e la regola morale del Vangelo?», (S. Antonio Abate. Il contadino del deserto, Vicenza, 1974, 57-58).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Fotografia di copertina di Giorgia Mazzotti  

CONTRO VERSO
Il democratico

Dev’essere difficile per un uomo cresciuto in una cornice culturale molto precisa, che esalta il dominio maschile sulla donna, accogliere visioni diverse o anche solo modificare il proprio comportamento. Quest’uomo non aveva problemi con la legge, era un onesto lavoratore e ci teneva molto a fare bella figura con l’autorità – che, per colmo di sfortuna, era rappresentata da una donna! Ma non è riuscito a camuffarsi per bene…

Il democratico

Mia moglie è libera
fa ciò che vuole
purché lo faccia
senza rumore.

Anzi, che taccia
e senza sporcare.
E non si azzardi
a denunciare.

Su tutto il resto
non metto bocca.
Lei ha l’occhio pesto
ma mio figlio non si tocca

Sono sincero:
io sono aperto,
sono straniero
e di concerto

con i miei vecchi
e la comunità
sto tra il rispetto
e la modernità.

All’apparenza
assai democratico
salvo l’essenza
e resto arcaico.

Dico a mia moglie:
“Fai ciò che vuoi
ma se m’imbrogli
passi dei guai.

Io mi accontento
se mi ubbidirai.
L’amore è questo
o ti accorgerai:
ti tolgo il bambino.
Tanto, tu che mi fai?”

Il preteso dominio sul destino dei bambini continua a essere una delle minacce più quotate tra gli uomini violenti. A volte pensano di poterli sottrarre alla madre per il peso intrinseco della figura maschile, a volte in ragione della propria superiore capacità economica, altre volte ancora perché li allontano fisicamente, fino ai casi più drammatici.
È importante far comprendere a questi signori che sono i padroni di niente, certo non dei loro figli. I bambini devono essere preservati e protetti dalla violenza. Insieme alla madre.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Al cantón fraréś
Francesco Avventi: “Viazz d’Lasagnin da Milzana”

Il poemetto “Viazz d’Lasagnin da Milzana” fu pubblicato inizialmente nell’almanacco “Chichett da Frara”, un canto all’anno dal 1845 al 1849. Fu poi stampato per la prima volta in unico volume nel 1925, con grande successo di pubblico.
Narra le avventure di Lasagnìn, ingenuo ma dotato d’ingegno, “quasi in grado a quindici anni di leggere da solo”, avendo frequentato con profitto la scuola. Il nostro viene invitato dal padre ad intraprendere un viaggio per conoscere le cose del mondo, non verso Ferrara ‘che la città è piena di vizi’, ma da Mizzana verso Bondeno.
Lasagnìn parte in ottobre al tempo della vendemmia, con il vecchio somaro Scapuzzón, un fagotto di vestiti, pochi scudi, molte raccomandazioni, l’elenco dei parenti da incontrare, l’itinerario di andata e il percorso per il ritorno.
Prima tappa: Cassana, (ovvero) a due chilometri dalla partenza…
Personaggi e vicende via via comiche e paradossali si dipanano in cinque canti, con alcune rime sull’esperienza teatrale dell’autore.
Si offrono ad una sorridente lettura le prime 9 sestine del poemetto di “formazione”, nella versione originale.
(Ciarìn)

Viazz d’Lasagnin da Milzana

1.

Lasagnon da Milzana, era un vilan
D’ quei che sol dir la zent, ch’j ha i rugnun gross
L’j era sta’ par fator, con Cocapan,
L’aveva fat cumerzi d’ divers coss;
O trà quatrin, e tera, l’avrà avù
Un’intradina d’ tarsent scud e più.

2.

Al spusò la Mudesta, ch’ j era fiola
D’ Mezzazarvela favar d’al Miarin
E al n’avì un mascc, ch’al la mandava a scola,
E che tutti al ciamava Lasagnin;
Qual, grazia al mistar, ch’j era al padar d’l’osta
D’ quinds ann, quasi l’alzeva da sò posta.

3.

Lasagnon che l’amava grandement
Vist al prufitt dal fiol, al pensò ben
Parchè al gniss educà più zivilment
D’ mandarl a far un viaz fin a Bunden
Tant ch’al ciapass d’ l’ om, fasend in fond
Quela che s’ ciama, pratica d’al mond.

4.

Sò madar, verament, quand la savì
Al pensier dal marì, la s’in dols fort
Parchè, la dseva, andand luntan acsì,
Chi sa s’al vadrò più, prima dla mort!
Un viaz d’ sta fatta! Oh Dio! L’ j era dsprada;
Ma par quiet vivr, in fin, la diss: Ch’al vada!

5.

Alora al padar, al ciamò al ragazz
E al gh’ diss: Sapi fiol miè, ch’a j ho fissà,
(Post ch’ a ved t’ ha dl’ inzegn, dal talentazz)
T’ vad viazand a studiar quel che t’an sà,
Essend cumun parer, che col zirar
L’om s’istruis, e impara al mond a star.

6.

A n’ voi che t’ vad chi dala banda d’ Frara
Parchè il zità è pin d’ vizi e d’ distrazion
E mi, da zovan, a n’ ho avù capara
Che essendagh capità, pr n’ ucasion,
Causa i cumpagn, a m’ guadagnò un zert quèl
Che agh mancò poch ch’ a n’ agh lassass la pèl.

7.

A t’ darò al sumar vecc, parchè l’ è quiet
T’ n’ abbi a incuntrar disgrazi par la strada;
Intant preparat in t’ un fazzulet
Na camisa, un par d’ bragh, e la tò vlada
Che t’ putrà po ligar al fagutin
In tla bastina d’ drè dal sumarin.

8.

A t’ dagh anch sò quant scud; ma abi giudizi
Che in t’ al spendar agh vòl ecunumia!
Stà luntan, caminand, dai precipizi
Fa che la bestia tiena al mez d’ la via
Parchè i sumar, va sempr’ avsin ai foss,
E s’ j scapuzza a s’ riscia d’ rompars j oss.

9.

In t’ al prim dì, t’ po andar fina in Cassana
Tant che al sumar s’ avezza a far dla strada;
In cà dal Prèt agh sta miè Cmar Mariana;
Vala a truvar: fà li la to farmada;
Al gioran dop, t’ putrà andar a Vigaran;
E po par Snedga, e acsì al Bunden pian pian.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Viaggio di Lasagnino da Mizzana

  1. Lasagnone da Mizzana, era un campagnolo / di quelli che la gente suole dire, che hanno grossi rognoni / era stato fattore, da Coccapani, / aveva fatto commercio di diverse cose; / tra quattrini, e terra, avrà avuto / un’entratina di trecento scudi e più.
  2. Sposò la Modesta, che era figlia / di Mezzacervella fabbro a Migliarino / ebbe un maschio, lo mandava a scuola, / e che tutti chiamavano Lasagnino; / il quale, grazie al maestro che era il padre dell’ostessa, / a quindici anni, quasi leggeva da solo.
  3. Lasagnone che l’amava grandemente / visto il profitto del figlio, pensò bene / perché venisse educato più civilmente / di mandarlo a fare un viaggio fino a Bondeno / tanto da crescere come uomo, facendo in fondo / quella che si chiama, pratica del mondo.
  4. Sua madre, veramente, quando lo seppe / il pensiero del marito, se ne dolse forte / perché, diceva, andando così lontano, / chissà se lo vedrò più, prima di morire! / Un viaggio di questa fatta! Oh Dio! Era disperata; / ma per il quieto vivere, infine, disse: Che vada!
  5. Allora il padre, chiamò il ragazzo / e gli disse: Sappi figlio mio, che ho deciso, / (vedendo che hai dell’ingegno, del talentaccio) / tu vada viaggiando per studiare quello che non sai, / essendo comune parere, che girando / l’uomo si istruisce, e impara a stare al mondo.
  6. Non voglio che tu vada dalla parte di Ferrara / perché le città son piene di vizi e distrazioni / ed io, da giovane, ne ho avuto un anticipo / essendo capitato, in un’occasione, / a causa dei compagni, mi guadagnai qualcosa / che mancò poco non ci lasciassi la pelle.
  7. Ti darò il vecchio somaro, perché è quieto / tu non abbia ad incontrare disgrazie per la strada; / intanto preparati in un fazzoletto / una camicia, un paio di braghe e la tua giacchetta / che potrai poi legare al fagottino / nella cestina dietro al somarino.
  8. Ti dò anche alcuni scudi; ma abbi giudizio / che nello spendere ci vuole economia! / Sta’ lontano, camminando, dai precipizi / fa che la bestia tenga il mezzo della via / perché i somari van sempre vicino ai fossi, / e se inciampano si rischia di rompersi le ossa.
  9. Nel primo giorno, puoi andare fino in Cassana / intanto che il somaro s’abitua a fare della strada; / in casa del prete ci sta la mia madrina Marianna; / valla a trovare: fa’ lì la tua fermata; / il giorno dopo, potrai andare a Vigarano; / poi per Senetica, e così a Bondeno piano piano… (continua)

Tratto da: Francesco Avventi, Viazz d’Lasagnin da Milzana, Ferrara, Liberty House, 2000.
A cura di Gian Paolo Borghi; con contributi di Gualtiero Medri e di Luciano Maino.

Conte Francesco Avventi (1779 – 1858)
Librettista per G. Rossini, C. Coccia, F. Sampieri e altri, membro della direzione del Teatro Comunale di Ferrara, colonnello della “Guardia Nazionale” contro il brigantaggio del Basso Po, bibliofilo, collezionista di libri antichi, narratore e poeta in lingua e in dialetto. Amministratore pubblico conosciuto e stimato dalla cittadinanza.  Altre note bio-bibliografiche nel testo citato.

Al cantóη fraréś: testi di ieri e di oggi in dialetto ferrarese, la rubrica curata da Ciarin per Ferraraitalia, esce ogni 15 giorni al venerdì mattina. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui] 

Cover: Illustrazione di Gianni Cestari, part. di pag. 54 del libro – Per gentile concessione dell’editore.

PAROLE A CAPO
Liliana Capone: “Il senso” e altre poesie

“La poesia è un atto di pace. La pace costituisce il poeta come la farina il pane.”
(Pablo Neruda)

 Il senso

Graffianti, umilianti parole
nel profondo feriscono
Aprono a silenzi,
dimensioni lontane, solinghe
Ricuci, rattoppi:
il detto , il non detto, le pause,
i lunghi intervalli di tempo
trascorsi in un’arida, sterile guerra
quasi a dar un senso
a qualcosa che si perde nel vuoto
come corpo amorfo privo di testa
E allora taci,
meglio lasciar sbollire il non senso,
non chiudi la porta ma aspetti.
Domani il cielo sarà più chiaro
e il tutto riacquisterà un….senso!

 

Sono nata ieri…

Sono nata di febbraio…
un giorno di freddo pungente,
dai riccioli nevosi corteggiato
Camino scoppiettante a rischiarar
le attonite pareti
al lamento straziante di una madre
Brulicare di persone, parenti
Poi.. uno strillo: il mio
e benvenuta in questo mondo,
piccola e indifesa!
Emaciata, sospesa nel limbo della vita,
indecisa se restare tra i vivi
o dar retta alla voce di lassù
E l’altalena continua
a tenere il fil della speranza
Solo tenacia in quel corpo ostinato a mordere la vita
Abbarbicata, la testa reclina,
non mollare….
E crebbi come esile fuscello all’apparenza,
Col vuoto dentro
di un’esistenza strappata coi denti
Sgomitando, implorando per un gioco, un libro,
vivere, almeno, con una manciata d’amore!

 

Una donna

Il tempo di una donna si sgrana miseramente  nel giorno.
La sua compattezza, osteggiata, contesa, difesa…+
Doveri per l’uno, per l’altro,
a tacitare un ego sociale severo, impassibile.
Gli affanni tanti da togliere il fiato.
Le gioie ben poche…
Effimere, volano celandosi nell’incedere grigio.
Un pezzetto di pace per lei dovrà pur esserci…
ma dove, ma quando?
L’arrovello è potente, non districa, imbriglia, soffoca …
A tacitar la corsa diurna del cuore:
aria, respiro libero, notturno,
nell’ inceder più calmo
al ritmo naturale, vitale.
Al sonno abbandonate, le membra stanche, sopite,
disgiungon fisicità e fantasia.
Mentre ancora la mente galoppa,
in un gioco di irrefrenabile angoscia
che pace non ha.

Liliana Capone (Chieti). Insegnante di scuola primaria, (attualmente in pensione). Psicologa, regolarmente iscritta all’albo della regione Abruzzo. Ama la lettura e la scrittura, le considera: cibo per la mente, (permettono di pensare i pensieri), cibo per il corpo, (danno rilassatezza). La sua formazione socio-psico-pedagogica coadiuva l’introspezione nei rapporti umani.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui] 

Donald Trump, la crisi della democrazia, la crisi della fiducia nelle istituzioni.

Il 7 Gennaio 2021 è stato un  giorno drammatico per tutte le democrazie occidentali. I “partigiani di  Trump” hanno preso in ostaggio le istituzioni della più grande democrazia del mondo. L’America è tramortita, sconvolta dalle immagini del suo Congresso invaso e occupato. Pochi minuti prima della mezzanotte, Camera e Senato degli Stati Uniti bocciano gli ultimi ricorsi contro l’elezione di Joe Biden. E’ il primo segnale di ritorno alla normalità.
Tutto questo rimanda a un tema che avevo già provato a declinare su queste pagine: la grande crisi delle democrazie occidentali.

E’ in crisi l’idea di ‘democrazia’ che ha dominato nel mondo occidentale per almeno cinquant’anni.  Democrazia (dal greco antico: δῆμος,  démos, “popolo” e κράτος,  krátos, “potere”)  significa “governo del popolo”, ovvero sistema di governo, in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo.
Si vedono, a maggior ragione oggi,  delle tendenze generali  che impressionano:
– Non ci si riconosce più nell’idea che un “governo del popolo” sia una “buona” e auspicabile forma di governo. Da qui molte derive: riproporre le oligarchie dei nobili, i governi illuminati dei magnati, le dittature della finanza e dell’esercito fino alle forme di autoritarismo monocratico e assoluto. I fanatici di Trump non conoscono il valore della democrazia e non si fidano delle sue istituzioni. Si fidano solo di quello che dice Trump, il deus ex machina che propone una “nuova verità” accettabile agli occhi di questa gente.
– Queste tendenze tendono a verificarsi quando  la popolazione si trova in un forte  stato di insicurezza e preoccupazione. La storia insegna che in tutti i momenti di forte crisi ‘sociale’ riemergono in maniera prepotente spinte all’autoritarismo. Ma non è solo quello.

Per quale motivo questa gente si fida di Trump?
– E’ più facile credere in una persona che in una istituzione. E’ più facile fidarsi di un magnate della finanza che sembra ricco, potente, invincibile piuttosto che di un sistema ramificato di partecipazione/discussione che trasmette un senso di maggiore incertezza e indeterminatezza da una parte, di inviolabilità dall’altra. “L’inviolabilità della confusione” è l’oggetto contro il quale questa gente si oppone al punto da rischiare di perdere la vita.
– “L’inviolabilità della confusione” crea un senso di impotenza e di irrealtà. L’impotenza derivata da una convinzione di fondo che non si potrà mai cambiare nulla se non saltando tutti quelli che sono gli iter democratici invasi da una burocrazia perniciosa e da una tendenza all’omeostasi  insopportabile. Se a questo si associano esperienze personali di fallimenti professionali e personali si arriva ad una situazione di insofferenza insopportabile che può avere conseguenze devastanti sull’idea di legittimità delle azioni che uno può decidere di intraprendere.
– “L’inviolabilità della confusione” porta a valorizzare altre forme di “confusione” che sono considerate paritarie e legittime al pari della prima. Ad esempio la “confusione” dei travestimenti. E’ un travestimento quello di Biden che si presenta sempre in giacca e cravatta e che, anche attraverso il suo modo di vestire, incarna l’omologazione al déjà-vu, esattamente come è un travestimento quello di Batman che, tra l’altro, è un paladino della giustizia. Allo stesso modo è un accettabile il travestimento del guerriero vichingo con le corna sulla testa. Si fa avanti una forma di partigianeria distorta che prevede anche il ricorso a maschere delle fiction televisiva e dei fumetti.  Tali “maschere” presentano un grado di “verità” non accettabile se paragonate all’abbigliamento dei parlamentari del congresso. Ma se salta l’idea che esistono delle istituzioni di cui fidarsi, di cui accettare un grado di “verità” condivisa e condivisibile, allora la loro esistenza diventa possibile e auspicabile.  Si trasmigra nel mondo dell’  “è vero ciò che io considero vero”. Se per me Batman è vero, allora Batman è vero, perché non esiste altra verità aldilà di quella che io riconosco come tale, per quanto balzana sia.
– “L’inviolabilità della confusione” porta a un ripiegamento sull’individualismo smodato, a una necessità di farsi giustizia da soli, a una allentamento di tutti i vincoli sociali che di fatto garantiscono dei comportamenti corretti. Paradossalmente questo riporta come un circuito malato alla necessità di trovare qualcuno che incarna tutto il malessere, qualcuno che rappresenta un riferimento alternativo, diverso, adatto a dei Batman che non credono più a niente, che odiano le istituzioni perché inviolabili, che detestano  i poteri democratici perché confusi. E’ abilità di pochi legittimare una nuova realtà che possa essere accettabile a dei personaggi delle fiction che prendono forma di esseri umani e invadono uno spazio fisico e simbolico che si chiama istituzione-democratica arrivando al terreno quasi-sacro del potere costituito. Trump è uno di questi e di questo suo potere bisogna prendere atto.
– L’idea di “inviolabilità della confusione” nasce anche da un profondo malessere personale. Dalla convinzione che da soli non si riuscirà mai a fare nulla di buono, che la vita sarà sempre più brutta, che mancheranno i soldi per pagarsi le medicine e la scuola dei figli, che i ricchi saranno sempre  più ricchi e i poveri sempre più poveri. Da una tendenza al nichilismo che annienta tutto e non permette di credere più a niente. Allora si diventa aggressivi per salvare prima se stessi e poi per legittimare una nuova realtà che permetterà ai vincitori di fare cose diverse, creare un mondo migliore, come tanti nuovi super-eroi del mondo nuovo. Apparentemente si vede un miscuglio tra realtà e fantasia che sembra degno di soggetti malati. Ma non è così, il travestimento è solo un modo di affermare la ricerca di una identità diversa perché si è persa la precedente. Questo, non necessariamente è un fenomeno inta-psichico malato.  Lo stigma di “malattia” è, in situazioni come queste,  il segnale di un irrigidimento del sistema delle istituzioni che si deve riprodurre sempre uguale piuttosto che la preoccupazione per una specie di deviazione collettiva verso la fantasia e l’irrealizzabilità. (Poi tutte le scienze umane insegnano che più i sistemi sociali sono rigidi e più tendono ad espellere ciò che è diverso e ciò che fa paura perché minaccia le regole di sopravvivenza del sistema in quanto tale).
– “L’inviolabilità della confusione” ha fortemente a che fare con il tema della fiducia. E’ completamente saltata in queste persone scorrette, fantasiose e aggressive l’idea che le istituzioni democratiche potranno migliorare la loro vita e quella dei loro figli. Forse lo potrà fare un non-democratico, un autoritario dai capelli gialli e dagli occhi di ghiaccio che sembra anche lui uscito da una fiction.
Ricordo che la fiducia può essere riposta nei confronti di una singola persona e nei confronti di un sistema sociale. La fiducia ha quindi una dimensione “personale” che si concretizza nel fidarsi di un’altra persona e ha una dimensione “sistemica” dipende cioè dal fatto che dei sistemi sociali diventino stabili grazie alla comunicazione intersoggettiva. Sistemi stabili riducono la complessità del mondo e permettono alla fiducia di passare dalla personalità singola al sistema, riponendo aspettative sulla correttezza e prevedibilità delle regole di funzionamento dello stesso.

E’ proprio questa previsione di “stabilità” che permette il passaggio dalla fiducia nel singolo alla fiducia nel sistema.  Un sistema stabile, utilizzando le regole che si è dato, garantisce la prevedibilità delle conseguenze di molte azioni e, facendo questo, assolve a diverse funzioni: facilita la codifica dei messaggi, semplifica le procedure, rende relativamente stabili le aspettative. In sostanza riduce la complessità del mondo. Il problema della fiducia è fortemente legato a quello della riduzione di complessità necessaria per capire e prevedere cosa succederà nel mondo. Come scrive Luhman (1989): “Il problema della fiducia è legato ad una riduzione di complessità, e in modo ancora più specifico, di quella complessità che entra nel mondo in virtù della libertà di altri individui. La fiducia ha quindi la funzione di ridurre tale complessità

Se questo avviene si passa dalla fiducia nell’azione del singolo alla fiducia nei meccanismi organizzativi del sistema, cioè la fiducia viene riposta in quelle regole che garantiranno un funzionamento prevedibile e semplice dei sistema stesso.
Ma può anche capitare che la fiducia sistemica sia tradita.  In questo caso per un po’ la fiducia viene comunque reiterata e poi si traduce in sfiducia nel sistema e nell’insieme delle regole che usa per semplificare/ridurre la complessità del mondo. E’ per questo che fiducia e sfiducia convivono in un universo esplicativo di carattere sociale. Sarebbe difficile spiegare il vero significato e le implicazioni di una se non fosse altrettanto chiaro il vero significato e le implicazione dell’altra.

La fiducia e la sfiducia incorporano meccanismi di reiterazione che sono sia riduzionistici che limitati temporalmente e quindi è possibile che a un certo punto si invertano. La fiducia tradita si trasforma in cieca sfiducia oppure, al contrario, la sfiducia assorge a una possibile fiducia retroattiva.
In questo complesso passaggio dalla fiducia nel singolo alla fiducia nel sistema e nelle sue continue trasposizioni e reiterazioni che si innesta e si spiega, a mio parere, quel che è successo ieri.
In quel gruppo di persone è completamente saltata la fiducia nel sistema ed è emersa, in maniera prepotente ed esiziale, la necessità della fiducia in un singolo individuo (Donald Trump il super-eroe invincibile) come unica e ultima strada per risuscitare quel minimo di “mondo buono” che permette di tenere lontano la disperazione più bieca.
Non c’è dubbio che tutto questo attesti una forte crisi della democrazia. Non c’è dubbio che quello che abbiamo visto è solo l’iceberg di un cambiamento sistemico che si sta muovendo da molto tempo, che è molto significativo e degno di  importanti riflessioni da parte di tutti quelli che credono nei valori proposti e sostenuti della democrazia.

Trump centra in tutto questo perchè è stato il catalizzatore di in grande malessere. La sua presenza e azione ha facilitato la retroazione della fiducia dal sistema alla singola persone. Ma anche senza Trump la situazione non sarebbe cambiata di molto. Ed è in quest’ultima consapevolezza la vera riflessione che, a parer mio,  va fatta.  Bisogna analizzare il fenomeno con molta lucidità se volgiamo salvare le nostre istituzioni e aprire la porta a un futuro di cambiamento democratico, di riforma costituzionale, di deburocratizzazione e di ricostruzione di un senso del “vero” che vada bene ai più.

 

Vite di carta /
Donne adulte

Vite di carta. Donne adulte

L’incanto delle parole scabre e possenti mi ha presa di nuovo leggendo Borgo Sud di Donatella Di Pietrantonio. Era accaduto col romanzo precedente, L’Arminuta, vincitore del Premio Campiello nel 2017, storia di una adolescente ‘restituita’ alla famiglia da una coppia benestante di parenti che l’avevano voluta crescere e poi l’avevano riportata dalla città alla povera casa dei genitori e dei numerosi fratelli, al paese in provincia di Pescara.

Ho già avuto l’occasione di parlarne in questa rubrica nello scorso mese di aprile, quando la inaspettata pandemia tentava di spazzare via le nostre certezze, l’idea di invulnerabilità che potevamo esserci fatti, ognuno a suo modo. Mi sembrava che calzasse la vicenda di questa ragazzina senza nome, che arriva col suo bagaglio di abiti costosi e con le scarpette per la danza in una casa e in una famiglia che non sapeva di avere e non trova nemmeno il letto pronto per lei. Il letto è da dividere con la sorella più piccola Adriana e con gli umori del suo corpo, nell’unica stanzetta dove dormono anche i fratelli. Il problema diveniva per lei, come per noi, operare una riduzione rispetto alla vita di prima, assegnare di nuovo il valore alle cose, collocarle in nuove gerarchie, mettere in gioco l’identità.

Ho atteso il periodo del Natale per aprire il nuovo libro fresco di stampa, sapendo, grazie al passaparola tra amiche lettrici, che si tratta del seguito di L’Arminuta e le due sorelle ora sono adulte. Ho subito pensato a L’amica geniale di Elena Ferrante, dove la vita delle due amiche protagoniste è narrata per fasi ben distinte e scandite con ogni evidenza nei quattro tomi che formano l’opera.

Mi sono chiesta cosa potesse raccontare questo nuovo libro della vita di Adriana e della sorella, che rimane ancora senza nome e assume di nuovo il ruolo di narratrice. Il romanzo di Ferrante ha una coralità ampia, una volontà di ricostruire contesti che appartiene al romanzo realistico della nostra tradizione; nell’arminuta è invece dominante la sensibilità individuale, ci sono in primo piano le dinamiche della famiglia e le scelte personali. C’è il travaglio identitario a dare spessore al racconto, e c’è la lingua precisa e potente che dicevo. La sintassi lineare che segmenta in frasi brevi il magma narrativo e lo definisce con rigore introspettivo.

Cosa può essere accaduto alle due sorelle nel corso degli anni? Cambiando il piano temporale a ogni capitolo, la narratrice ritesse le loro scelte di vita, il grande unico amore per entrambe, il rapporto tenuto a fatica con la madre e col padre. Il libro parte dal giorno del suo matrimonio, quando un acquazzone improvviso interrompe il pranzo all’aperto. Il secondo capitolo ci riporta  al presente e alla camera d’albergo, dove non le riesce di prendere sonno. Solo ieri la telefonata dall’Italia, questa sì è stata un temporale improvviso, l’ha raggiunta alla segreteria dell’Università di Grenoble e l’ha spinta a tornare a Pescara dopo anni di lontananza. Precisamente a sud della città, nel microcosmo del Borgo marinaro, che con le sue leggi radicate e la ruvida accoglienza della sua gente è divenuto lo spazio vitale della sorella.

Il tempo della notte è speso nel ricordo degli anni passati. Anche nei giorni di permanenza in albergo e durante le visite in ospedale ad Adriana, che si trova in coma dopo essere precipitata dal terrazzo di casa, la narratrice ripercorre le vite delle persone che le sono state care e della sorella prima di tutte. Ripercorre la sua. Col distacco che si è conquistata andando via dalla sua città e dal marito, dopo la loro dolorosa separazione, riesce a farne la sintesi.

Nei suoi pensieri ci sono le piccole fughe fatte con Adriana, le esperienze giovanili rubate ai ritmi della loro famiglia così povera, che le facevano sentire come le altre ragazze. Negli anni il loro rapporto si è fatto intermittente, durante gli incontri d’estate o a Natale “ci raccontavamo il meglio delle nostre vite, come si fa quando si è distanti”. Eppure nella vita di Adriana non sono mancati i dolori: i contrasti con la madre, le difficoltà economiche, il fallimento del matrimonio con Rafael che è anche il padre del suo bambino. Solo a tratti Adriana ha chiesto aiuto e si è insinuata col suo stile forte nella vita della sorella.

C’è la storia col marito Piero, fatta di devozione e amore prima reciproci, poi solo mantenuti da lei. Le ci è voluto molto tempo, le è servita l’intromissione della sorella per far venire a galla il distacco ormai senza ritorno del marito, il suo inseguire un’altra formula di vita. Piero le è vicino, ora che Adriana è in coma. La ripara dall’umidità di novembre, accompagnandola in macchina alle visite in ospedale, chiede se vuole pranzare con lui. Lei dice no: le fa bene mantenere il confortevole equilibrio costruito nella vita a Grenoble, tra l’insegnamento, qualche serata da trascorrere  in compagnia del vicino di casa, il gatto che hanno in comune. Di Piero pensa: ”Non sono mai del tutto guarita da lui, qualcosa si contrae ancora dentro di me. La sensazione di cunetta o dosso, la chiamava una mia compagna di classe facile agli innamoramenti. Ma adesso è leggera, addomesticata, solo un riflesso attenuato che non è proprio scomparso negli anni”. In queste parole si misura il cambiamento che è avvenuto in lei, quanto abbia saputo lenirsi la ferita, ma anche e soprattutto la fedeltà alla propria indole.

Ecco che spuntano di nuovo, indole e fedeltà. Quando il medico ipotizza che, se Adriana si sveglierà, dovrà comunque affrontare almeno un anno di difficile riabilitazione, lei, la sorella che giorni prima aveva giurato a se stessa di rinunciare a tutto in cambio della vita di Adriana, ora ammette: ”Immaginavo il rientro a Grenoble dopo le vacanze invernali, la neve sui prati del campus…Adesso non sono pronta a sacrificarle un anno. Sono così fragili le mie risoluzioni”. Credo proprio che a farle pensare queste parole sia il senso di colpa per non aver trovato in sé una disponibilità totale verso la sorella. Riconosco l’intransigenza con se stessa, la delusione che prova non trovandosi più in grado di performance assolute, lei che fino dai tredici anni, quando è stata ‘restituita’, ci ha messo caparbietà e impegno totali per studiare e laurearsi, per diventare quella che è, pur rimanendo dentro la sua famiglia. Dentro e fuori.

Torna nei suoi pensieri il periodo in cui ha accudito la madre sul letto di morte. L’imbarazzo di accedere alla sua nudità, la sorpresa di sentirne dentro la presenza feroce insieme alla tenerezza di passarle una tazza di brodo appena dopo l’operazione. Anche dopo tanti anni ripensando alla figura che la madre ha rappresentato per lei conclude così: “Restava in gran parte sconosciuta, non sono mai penetrata nel mistero del suo affetto nascosto. Chiuderò i conti con lei nella mia ultima ora”. Eppure ne ha scoperto alcuni lati ignoti, quando al suo funerale parenti e vicine di casa l’hanno compianta per come si era sacrificata solo e sempre pensando ai figli, dimentica di se stessa, come fosse rimasta distrutta dalla morte del figlio primogenito. Deve essere stata anche questo, pensa la narratrice, una donna che si è annullata nei doveri verso la famiglia e nelle rinunce. Ammette: “Nelle ore che hanno preceduto l’operazione sembrava contenta, forse tutti quei medici e le infermiere intorno le davano il senso inaspettato di una sua importanza almeno lì”.

Deve ripensarsi come figlia, ammettere che ha sofferto tanto per i gesti di tenerezza che non sono mai arrivati, che è stata gelosa del fratello scomparso, di quel Vincenzo a cui la madre si è votata in modo esclusivo dopo la sua morte.
Vincenzo è anche il nome del figlio di Adriana. Quanto è cresciuto,  quanta maturità dimostra di avere ora che la zia venuta dalla Francia per stare accanto a sua madre gli parla, chiede come vanno gli studi. Per dirci di lui la narrazione fa uno scatto in avanti e ci anticipa che conseguirà la laurea, ci ricorda che da sempre è stato dotatissimo in matematica. Adriana è stata una madre attenta, si è presa cura del suo bambino, anche nei periodi di difficoltà, da un certo punto in poi lo ha cresciuto da sola. Ora la narratrice, che madre non è diventata, non può che avvicinarsi come una zia premurosa al sedicenne che ha davanti, fragile e forte come sua madre. Anche lui figlio del Borgo Sud.

Nel testo faccio riferimento ai seguenti testi:

  • Donatella Di Pietrantonio, Borgo Sud, Einaudi, 2020
  • Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta, Einaudi, 2017
  • Elena Ferrante, L’amica geniale, E/O, 2011

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

DIARIO IN PUBBLICO
L’indolenza: effetto collaterale del Covid

Mi trascino di stanza in stanza, mettendo a frutto i consigli dell’amico medico di camminare almeno per 15 minuti, dopo mangiato, nell’appartamento e su e giù per le scale. Alla fine mi abbatto sulla poltrona e sono preso dall’accidia (che bello ogni tanto ricorrere a termini desueti e colti!). Avendo già letto i tre giornali quotidiani e avendo sufficientemente espresso in ululi avvelenati la mia compartecipazione al disastro politico annunciato, riguardo le immagini di qualche telegiornale, che si soffermano sulla giornaliera performance del Matteo Renzi in furore. Ed ecco una voce stupita accanto a me dice: “sembra un panzerotto”. Mai descrizione appare più efficacie: dalla gota piena e dalla ‘gorgia’, fino alla protuberanza posteriore delle natiche, il nostro appare davvero metafora del dolce, anche senza possederne virtù e bontà.

A capodanno ascolto rapito i due concerti da Venezia e da Vienna, poi degusto il cd che mi sono appena regalato di Cecilia Bartoli Queen of Baroque, in attesa dello spettacolo di Roberto Bolle che si rivela disastroso, pretenzioso e sconnesso. Ma ormai rinuncio, preso dall’indolenza, a definire anche i due concerti del nostro teatro Comunale tra Baricco e Cristicchi helas! Chissà cosa ci aspetta nel futuro.

Per un poco rifletto sulla totale differenza di metro e di giudizio della nostra generazione con quelle successive. Mi misuro con i concorrenti dell’Eredità, ormai l’unico programma televisivo che mi scuota dall’apatia, e mi trovo inesorabilmente eliminato dalle prime battute, causa la mia completa ignoranza di qualsiasi sport o di musica cosiddetta leggera. Spinto dalla curiosità tra un biscotto e l’altro mi sorbello Chiara Lubich. L’amore vince tutto di cui tacere è bello. Un’amica molto colta e rigorosa mi domanda perché mi voglio punire in questo modo. La risposta debole e indolente è che in realtà è necessario conoscere ciò che piace ai milioni di telespettatori chiusi nei loro gusci causa pandemia.

Certo che è una risposta deboluccia; ma a risollevare le sorti ecco un libro delizioso e totalmente folle che mi spedisce l’autrice Brina Maurer, Lord Glenn l’anima di Byron nel cuore d’un cane, Biblioteca dei Leoni, 2014. Non c’è male ad affrontare un simile soggetto! Così tra le quasi 800 pagine dell’Odissea di Kazantzakis e le 180 di Lord Glenn trascino la mia indolenza nel cominciare a prepararmi ad impegni importanti, quali il convegno pariniano che si terrà all’Accademia di Brera a metà aprile se… ( lascio a voi la fine del discorso.)

Mi distraggo dai temi ferraresi, sempre per indolente rinuncia che mi pone ad un bivio: lasciare tutto, non lottare per la difesa di un certo tipo di cultura che è stata ed è la ragione prima del mio contributo, piccolo o grande che sia stato alla vita dell’odioso-amata città. Con stupore o meglio con malcelato risentimento constato che bene o male tutte le biblioteche ferraresi aprono secondo moduli ben precisi. Del nostro Centro Studi Bassaniani silenzio e ancor silenzio punteggiano la sua riapertura. Nulla conta l’aver domandato spiegazioni a sindaco e assessore che non rispondono o non si fanno trovare. La mia non certo esaustiva pazienza sta per cedere, se non fosse che sarebbe uno scacco per la città se, avvenisse che, non rispettando i parametri con cui la professoressa Portia Prebys ha donato reperti preziosissimi della vita e dell’opera di Giorgio Bassani alla città, si dovesse constatare che essi non sono rispettati, per cui si decida di trasferire altrove questa fondamentale donazione. Sarebbe una vera sconfitta non per noi ma per la città.
Così l’indolenza ancora mi costringe a non esternare la mia soddisfazione per le importanti vicende canoviane che si concretizzano a Bassano e che coinvolgono l’edizione nazionale delle opere di Canova che presiedo da anni.

Indolentemente sento che scrivere ancora qualcosa mi produce fatica e quindi non mi resta che terminare e attendere fiducioso, scuotendomi dall’apatia l’arrivo da me invocato del vaccino che, come scrive il poeta, potrebbe essere rimedio unico ai mali di questo incredibile anno.

E finisco con il documentario di Barbero su Dante: brrrr….

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

GIOCHI E SCOMMESSE 2020:
Quel benedetto buco nell’erario

Lo so, è difficile trovare un angolo di allegria dentro la tragedia che stiamo attraversando, ma un comunicato stampa arrivato negli ultimi giorni in redazione mi ha fatto sorridere. Di più: mi ha allargato il cuore.
Il Comunicato di AGIPRO (che sarebbe L’agenzia Stampa Giochi e Scommesse) merita di esser pubblicato per intero.
“Effetto Covid sulla spesa e sulle entrate erariali dei giochi. La chiusura prolungata dei punti fisici nel 2020 e la crisi economica hanno portato a un calo del 35% delle giocate, con una spesa complessiva – secondo i dati dell’industria elaborati da Agipronews – crollata da 19,4 a 12,5 miliardi di euro. Il primo lockdown di marzo aveva visto la chiusura di sale giochi e scommesse su tutto il territorio nazionale per oltre tre mesi. A questo, si è aggiunto un secondo stop, scattato lo scorso ottobre e tuttora in corso. In totale, nel 2020, il settore retail (agenzie di scommesse, sale slot, Bingo) ha registrato un calo del 43%: a subire il danno maggiore sono gli apparecchi (slot e Vlt), che registrano un crollo del 54% rispetto al 2019 (a 4,7 miliardi di euro). A seguire, le scommesse, con una diminuzione del 36% della spesa, che si assesta a 800 milioni di euro, mentre lotterie e Bingo hanno perso il 25%, fermandosi a 4,4 miliardi. La chiusura del retail ha “spostato” parte dei giocatori verso l’offerta online, che registra nel 2020 un aumento della spesa del 39% a quota 2,5 miliardi. Il blocco della raccolta nei punti fisici , prosegue agipronews,si è tradotto in un drastico calo delle entrate: nel 2019 gli incassi statali dai giochi avevano superato gli 11 miliardi di euro, secondo i dati del Libro Blu dell’Agenzia delle Dogane. Considerando la chiusura dei punti gioco per oltre cinque mesi nel corso del 2020, alla fine dell’anno la stima dei ricavi fiscali per lo Stato è di poco superiore ai 7 miliardi, con un “buco” di 4 miliardi di euro.
Insomma, secondo AGIPRO: una tragedia nella tragedia: nel 2020 Lo stato Italiano incasserà dai vari giochi “poco più di 7 miliardi”, rispetto agli 11 miliardi del 2019. E meno incasseranno le società che gestiscono giochi e scommesse, Lottomatica in testa.

A me pare invece una bellissima notizia. Se potessimo uscire dal tunnel del Covid-19 senza macchinette mangiasoldi, senza roulette, senza lotterie nazionali, senza superenalotto, senza centinaia di migliaia di ludopati disperati, vorrebbe dire che a una cosa, almeno a una cosa, questa paurosa pandemia è servita.
Naturalmente è solo un sogno. Sembra che lo Stato non possa fare a meno di ‘stare al banco’ per spennare gli italiani.

Sappiamo che giocare è una grandissima e a volte diabolica tentazione. E per alcuni (tanti) una malattia, come ci racconta Fedor Dostoevskij ne Il Giocatore scritto più di 160 anni fa. Ora, come nella Russia zarista, lo Stato continua a recuperare risorse alimentando e pubblicizzando il gioco d’azzardo.
Da qui, anche da qui, il tanto lamentato senso dello Stato di cui darebbero prova i cittadini della Repubblica. Ma si può confidare in uno stato biscazziere?

FUTURO SOSTENIBILE
“LE CITTA’ SIANO IL FULCRO DELLA RIPARTENZA POST COVID”
Il rapporto Legambiente 2020

All’inizio di novembre è stato reso noto il rapporto Ecosistema urbano, curato da Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia e il Sole 24 ore: 207 pagine fitte di dati, grafici, tabelle, disegni. Quella del 2020 è la XXVII edizione del rapporto, costruito secondo 18 parametri monitorati da Legambiente e Ambiente Italia. Oltre 30mila i dati raccolti attraverso questionari inviati ai 104 Comuni capoluogo e alle informazioni di altre fonti statistiche accreditate. Il risultato è una classifica generale che, per quel che valgono le classifiche, specie in queste tematiche, è stata costruita assegnando un punteggio in centesimi sulla base dei risultati qualitativi ottenuti nei 18 indicatori relativamente alle aree tematiche aria, acqua, rifiuti, mobilità, ambiente urbano ed energia.

Osservando le prime città classificate si nota che per Trento e Mantova, che occupano i primi posti con 79,98 e 76,75 punti, non vi sono state variazioni rispetto alla classifica 2019. Tra le prime 10 città le variazioni più significative si sono registrate per Reggio Emilia, che risale la classifica di 7 posti posizionandosi al quinta, Cosenza (+6, ottava) e Biella (+10, in nona posizione). Le altre sono Pordenone terza (+1), Bolzano quarta (-1), Belluno sesta (+2), Parma settima (-2) e Verbania decima (+1) con un punteggio di 68,89, 11 in meno di Trento. Treviso, che nel 2019 era nella top ten, scende all’undicesimo posto perdendo quattro posizioni. Tra le città che hanno mostrato, in positivo, le variazioni più significative vi sono Forlì (risalita di ben 44 posizioni), Imperia (+41), Rieti (+39) e Avellino (+31), mentre tra quelle che hanno perso posizioni vi sono Potenza, che ne perde 25, seguita da Caserta (-23), Varese e Chieti (-21) e Pescara (-20). E Ferrara? La nostra città perde rispetto all’anno scorso 12 posizioni e si colloca, con 62,86 punti, al 22° posto della classifica che, su 104 città monitorate, è chiusa da Vibo Valentia con soli 23,31 punti ottenuti dalla valutazione dei parametri considerati.

Inquinamento atmosferico: Ferrara? Insufficiente

Se si va ad analizzare le classifiche per le diverse tematiche del rapporto indicate come performance ambientali, la città estense non è presente in nessuna, ad eccezione di quella relativa alla raccolta differenziata, dove invece svetta con una percentuale dell’86,2, seguita da Pordenone (86,1%) e Mantova (85,6%). Le altre classifiche riguardano le aree tematiche aria rappresentate da quelle della concentrazione in biossido di azoto (NO2), dove capeggiano Agrigento (4 µg/m3), Enna e L’Aquila.
Ferrara presenta per questo indicatore una concentrazione media di 26,2 µg/m3, collocandosi al 52° posto. Per le polveri sottili PM10 e PM 2,5 la nostra città registra rispettivamente una concentrazione media di 29,0 e 18,5 µg/m3 (72° e 68° posto); infine per quanto riguarda l’ozono (sforamento del limite di 25 giorni/anno oltre i 120 µg/m3), si colloca sessantesima. Complessivamente Ferrara, assieme a tutte le città della regione, presenta un’aria classificata come insufficiente, ultima delle cinque classi in cui sono suddivisi i centri urbani che superano per almeno due parametri i limiti della normativa comunitaria sia per PM10 e PM2,5 che per NO2 e O3. Questi, secondo l’Agenzia Ambientale Europea (EEA), sono gli inquinanti sotto osservazione che comportano un rischio per la salute umana, e che dichiara come l’inquinamento atmosferico continui ad avere impatti significativi sulla salute della popolazione europea, in particolar modo per i cittadini delle aree urbane.

Le conseguenze in Italia sono le oltre 60mila le morti premature ogni anno dovute all’inquinamento atmosferico. “In sostanza, continua il dossier dell’ufficio scientifico di Legambiente Mal’aria di città 2020, l’inquinamento atmosferico è al momento la più grande minaccia ambientale per la salute umana ed è percepita come la seconda più grande minaccia ambientale dopo il cambiamento climatico”. In una tabella del dossier [Vedi qui]  che presenta i giorni totali nelle città in cui si è registrato nel 2019 sia il superamento dei limiti del Pm10 che dell’ozono, Ferrara si trova al 18° posto con 103 giorni (Torino, prima, ne ha registrati 147, Piacenza 128, Rovigo, territorialmente molto vicina a noi, 115, Modena e Reggio Emilia 108). Bologna, trentesima con 59 giorni, è l’ultima delle città della regione e presenta il superamento dei limiti solo per l’ozono (25 giorni).
Per il solo PM10, nel 2019, sono 26 le città capoluogo di provincia che hanno superato il limite giornaliero di 35 giorni con una media superiore ai 50 microgrammi/metro cubo. Sempre prima Torino con 86 giorni di superamento. Nella classifica delle città fuorilegge ci sono quasi tutti i capoluoghi veneti (ad eccezione di Belluno), molti capoluoghi dell’Emilia Romagna, tranne Bologna e Cesena, quindi anche Ferrara, e più della metà delle città lombarde (7 su 12), a riprova della criticità espressa nelle dichiarazioni dell’Agenzia Ambientale Europea.
Altro dato ricavato da queste poco esaltanti classifiche è quello delle città che hanno superato il limite per le polveri sottili (Pm10) dal 2010 al 2019: Ferrara si ritrova nel secondo gruppo (9 anni su 10) assieme a Parma e Piacenza, tra le città emiliano-romagnole. Nel primo (10/10) sono presenti Modena, Reggio Emilia, Rimini e Rovigo (questa sempre per ragioni di affinità territoriale). Infine le altre, Ravenna, con 7 anni su 10, seguita da Bologna (6/10) e Forlì (5/10). Per ultime le classifiche dei capoluoghi di provincia che nel 2019 hanno superato con almeno una centralina urbana la soglia limite di polveri sottili in un anno (il D.lgs. 155/2010 prevede un numero massimo di 35 giorni/anno con concentrazioni superiori a 50 μg/m3) e, per l’ozono, dei capoluoghi di provincia che nel 2019 hanno superato con almeno una centralina urbana l’obiettivo a lungo termine per la protezione della salute( il D.lgs. 155/2010 prevede in questo caso un numero massimo di 25 giorni/anno – come media su 3 anni – con concentrazioni superiori a 120 μg/m3 come media massima giornaliera calcolata su otto ore). Nella prima Ferrara è al 12° posto con 60 superamenti nella centralina di Corso Isonzo, mentre nella seconda al 31° con 43 giorni di superamento.

La gestione del ciclo dei rifiuti

Tornando al rapporto [Vedi qui] tra i temi trattati non si può non prendere in considerazione quello dei rifiuti.
In una rappresentazione grafica le città monitorate vengono suddivise in 5 classi, da ottima a scarsa, in base alle modalità di gestione dei rifiuti e ai risultati ottenuti nel 2019. Ferrara si trova nel primo gruppo, anzi capeggia la classifica relativa alla raccolta differenziata, come già accennato, con un 86,2 %, superando di appena 0,1% Pordenone, che si colloca al secondo posto prima di Mantova (85,6%). Del gruppo delle città con una qualità ottima nella raccolta differenziata (quelle che separano più dell’80%) fanno parte anche Reggio Emilia e Parma. Per quanto riguarda la produzione di rifiuti urbani (kg/abitante/anno) il dato di Ferrara nel 2019 è di 650 kg, con Reggio Calabria la città che ne produce la quantità più bassa (371 kg) e Piacenza quella con il dato più alto (766 kg), e che supera di un solo kg Rimini e Ravenna (765 kg). Nel sistema di raccolta porta a porta Ferrara realizza un misero 10,3% di cittadini serviti secondo tale modalità, uno dei livelli più bassi in Italia, dove la maggior parte delle città fornisce un servizio di oltre il 90% e una quarantina arriva al 100% di cittadini serviti dalla raccolta domiciliare. Ma qui si tratta di scelte e strategie delle aziende che gestiscono questo importante servizio.

Proseguendo nell’analisi del Rapporto molti sarebbero gli indicatori che meriterebbero commenti e approfondimenti. Qui voglio solo riportare i dati che interessano Ferrara scorrendo le classifiche rispetto ai vari temi.

Acqua potabile per uso domestico

Per quello che riguarda l’acqua potabile per uso domestico Ferrara consuma 144,7 litri/abitante/giorno, in una classifica dove, oltre a Milano che primeggia con ben 269,1 litri, non sono molte le città che superano la quota dei 200 litri (Brescia, Chieti, Monza, Pavia, Reggio Calabria). La maggior parte consuma quantità che si collocano tra i 100 e i 200 litri, con l’unica eccezione di Frosinone che di litri al giorno per abitante ne consuma solo 95,2.
Altro tema che riguarda l’acqua è la dispersione della rete idrica. Ferrara presenta una differenza tra acqua immessa e consumata per usi civili, industriali e agricoli del 38,8%, con Frosinone, tra le città italiane monitorate, che per questo indicatore mostra la peggiore performance (77,8%) e Pordenone che risulta invece la più virtuosa con solo l’11,3%.
La percentuale di popolazione residente servita da rete fognaria delle acque reflue urbane vede molte città, di ogni parte d’Italia, raggiungere il massimo, cioè il 100%. Solo Pistoia (55%) e Catania (56%) mostrano dati molto bassi e preoccupanti, mentre Ferrara si colloca nella parte alta dei valori con l’88% della popolazione servita. Folto è il gruppo delle città che superano quota 90% registrando valori prossimi al 100%; infine, ad eccezione di Reggio Emilia (83%), tutte le altre città della regione realizzano percentuali che si collocano nella fascia 95-99% di popolazione raggiunta dal servizio fognario.

Mobilità urbana

Altro tema scottante trattato dal rapporto è quello della mobilità. Iniziando dall’indicatore numero viaggi/abitante/anno sul trasporto pubblico Ferrara raggiunge il livello di 70, poco oltre la metà della classifica capeggiata da Milano con 468, se si esclude Venezia (705) che, ovviamente, rappresenta un caso atipico, solo altre 6 sono le città che superano quota 200 (Genova, 413; Roma, 328; Trieste; 310 e a seguire Bologna, Torino e Brescia).
La maggior parte, Ferrara compresa come detto, si colloca ampiamente sotto quota 100 (con Vibo Valentia 2 e Sondrio 3 fanalini di coda), a riprova della criticità della problematica mobilità in Italia. Altro indicatore monitorato è l’offerta di trasporto pubblico misurata come vetture-km/abitanti/anno. Anche in questo caso la città estense non figura tra le città virtuose, riportando un valore dell’indicatore di 19: dato alquanto scarso se confrontato con quello di Milano (88) e delle altre città della parte alta della lista (Venezia, Trieste, Roma). Bologna, la migliore in Emilia Romagna, ottiene un livello di 45, con Parma che segue a 40.

Sempre in tema di mobilità gli indicatori della superficie stradale pedonalizzata in m2/abitante e delle piste ciclabili, sia come metri equivalenti ogni 100 abitanti che come Km totali.
Nel primo dei parametri Ferrara, con 0,39 m2/abitante, occupa la prima parte della classifica dove Lucca distanzia tutte le altre città con 6,73 m2/abitante. Classifica chiusa da L’Aquila e Trapani con nessuna superficie pedonale precedute con un misero 0,01 m2/abitante da Reggio Calabria.
Sulle piste ciclabili ci si aspetterebbero dati di eccellenza dalla nostra città, è così è, ma solo in parte: nella classifica dei metri equivalenti Ferrara è undicesima riportando 20,48 metri di piste ogni 100 abitanti, e viene preceduta, in ambito regionale, da Reggio Emilia, prima con un dato più che doppio (44,37 metri/100 abitanti) e da Ravenna (26,63 metri/100), mentre in quella dei Km totali scala di un posto a fronte di 101,6 Km di piste, anche in questo caso preceduta da Reggio Emilia, sempre prima,  e da Modena (174), Bologna (156,4), Parma (138,4) e Ravenna (129,3), a riprova che la definizione di città delle biciclette non è una sua esclusiva.
L’ultimo indicatore che interessa la mobilità è quello delle auto circolanti ogni 100 abitanti. Le città italiane si distribuiscono in un intervallo che va da 78, Frosinone, a 43 per Venezia, quindi una forbice non troppo ampia. A Ferrara circolavano, nel 2019, 65 auto/100 abitanti, un dato intermedio, condiviso da molte altre città: infatti nella fascia 70/60 figurano ben 65 centri urbani.

Verde pubblico

Per quanto riguarda l’indicatore verde urbano pubblico Ferrara non sfigura, anche se non tanto in termini di valori assoluti: si colloca infatti attorno al 30° posto (20 alberi/100 ab) della classifica che vede Cuneo primeggiare con 203, seguita da Modena con 114 alberi/100 abitanti.
Per l’indicatore m2/abitante di verde fruibile in area urbana la classifica è migliore (17° posto per un valore di 60 m2/abitante), ma sono Matera (997,2), Trento (406,2) e Rieti (333,6) che presentano spazi di verde urbano difficilmente raggiungibili. Tra le città emiliano romagnole solo Parma fa meglio di Ferrara per quest’ultimo parametro, mentre per il precedente tutte, esclusa Piacenza, ottengono migliori performance.

Serve una cabina di regia

A conclusione di questo lungo elenco di dati e numeri alcune riflessioni sul significato dei risultati scaturiti dal Rapporto Ecosistema urbano 2020.
La media del punteggio dei capoluoghi quest’anno si è abbassata al (53,05%), mentre era 53,51% lo scorso anno e “quota 100” non è stata raggiunta da nessuna città e nessun capoluogo supera gli 80 punti, a differenza della passata edizione in cui ci riuscirono Trento e Mantova.
“E’ necessario – afferma Mirko Laurenti, responsabile del Rapporto – dare un contributo alla riflessione globale sul futuro delle città, partendo dalle esperienze positive, da chi è riuscito negli anni a realizzare significative azioni e cambiamenti in chiave green”. L’impegno è notevole perché gli indici del Rapporto raccontano in sintesi di un Italia che si muove a singhiozzo tra le solite emergenze, con qualche luce e molte ombre. Dare allora continuità agli interventi, anche copiando dalle altre città europee. E poi far sì che il Governo istituisca finalmente una cabina di regia per le città, sostenendo e spingendo i sindaci affinché imbocchino con decisione la strada della sostenibilità, dando gambe a quei progetti che rappresentano l’unica via per un futuro più sostenibile, condiviso, salubre.

Siamo tutti la fenice

La fenice è un uccello mitologico presente in moltissime culture: dall’Egitto all’Asia, dalla Grecia al Medio Oriente, dall’India alla Russia. È divenuta anche simbolo cristiano, e la sua narrazione è talmente potente per l’uomo che ancora oggi è ampiamente usata nella cultura popolare e nel folclore. Le storie riguardo ad essa sono molto variegate, ma in genere si tratta di un animale che, dopo una longeva vita, viene bruciata mentre si trova nel suo nido; dalle fiamme, o dalle sue ceneri, si rigenera e comincia una nuova vita.
La sua morte e resurrezione simboleggiano anche tutte le piccole morti e resurrezioni che possono accadere nell’arco della vita di ciascuno. In un certo senso, è anche simbolo della resilienza, ovvero la capacità di far fronte in maniera positiva alle avversità, coltivando le risorse che si trovano dentro di noi. È il saper reagire e rialzarsi più forti di prima, adattandoci ai cambiamenti.
Il 2020 ha messo alla prova tutti, ci ha segnato intimamente. Per certi versi è stato veramente un annus horribilis. Lo abbiamo salutato volentieri, ma non dobbiamo fermarci al semplice e puro lamento, capace solo di appesantire ulteriormente l’aria. In fondo, il 2021 è solo il prosieguo del 2020, ma se cerchiamo di rinascere allora può essere davvero un anno “nuovo”. Sappiamo che non sarà tutto facile e che incontreremo di nuovo le nostre fragilità, ma non importa quante volte siamo caduti, ma quante volte ci saremo rialzati.
Allora ecco qualche atteggiamento utile per essere resilienti in questo nuovo anno:
mantenere il sorriso, accettare il cambiamento, non aver paura di prendere decisioni, saper chiedere aiuto, ascoltare se stessi, accettare se stessi, guardare il lato positivo delle cose, aprire il cuore agli altri, non stancarsi mai di imparare.