Skip to main content

Se mi lasci i tuoi soldi ti apro il conto,
se me ne lasci troppi te lo chiudo

 

Non ti meravigliare se la tua banca nei prossimi giorni ti manderà una lettera in cui ti comunica due novità: primo, se tieni più 100.000 euro sul conto corrente ti verrà applicata una commissione aggiuntiva; secondo, con un breve preavviso, la banca potrebbe decidere di chiuderti il conto, perchè le costa troppo.(NB Per adesso questa decisione riguarda i conti aziendali, non quelli intestati a persone fisiche. Per adesso.)

Prima di cominciare a inveire contro le banche ladre (ho pochi soldi e non me ne danno, gli lascio tanti soldi e non solo non me li pagano, ma me li fanno pagare), conta fino a dieci e respira. Dal punto di vista puramente industriale la scelta ha una sua razionalità: i tuoi soldi la banca li depositava presso la Banca Centrale Europea, che questo deposito lo remunerava – poco, ma lo remunerava.
Adesso invece siamo in una inedita situazione di tassi negativi: vuol dire che la BCE accetta il deposito della banca, ma invece di remunerarlo si fa pagare dalla banca – poco, ma si fa pagare. Si tratta di una misura di politica monetaria espansiva: in questo modo la BCE, in una fase di economia stagnante, stimola le banche a prestare i soldi ai clienti (da cui incasserebbero degli interessi: pochi, ma li incasserebbero) anzichè lasciarli dormire in BCE, dove da ora in avanti saranno le banche stesse a dover pagare per il deposito.

Come tutte le misure di politica monetaria, il riflesso sull’economia dei tassi negativi dipenderà da come si comporteranno le banche, ma anche da come andrà l’economia reale. E’ uno stimolo, non è un automatismo. La misura in sè potrebbe indurre le banche a riaprire i cordoni della borsa del credito: ma non si prestano soldi a qualcuno che, interessi o meno, non appare in grado di ridarteli. Non lo fareste neppure voi per un vostro amico, figuratevi se lo farebbe la banca, di cui non siete nemmeno amici. Di conseguenza, tu che stai imprecando perchè ti vogliono far pagare il deposito dei tuoi soldi, non passare dalla rabbia all’esaltazione pensando che il tuo sacrificio aiuterà tuo figlio ad avere il mutuo che gli è stato negato. Se nutri troppa fiducia in questo automatismo, potresti dover aspettare troppo: i soldi a tuo figlio fai prima a darglieli tu, così intanto abbassi il saldo del tuo conto e non rischi di pagare la commissione di elevata giacenza.

A questo punto potresti sollevare un’obiezione: ma perchè mi fanno pagare se lascio tanti soldi e non mi fanno pagare se ne lascio meno? Se la gestione di un conto per la banca è un costo, lo è anche se il conto ha una giacenza bassa. L’obiezione è sensata, anche se la banca non può arrivare al parossismo di chiudere tutti i suoi conti correnti perchè le costano troppo (non è scema). Infatti, la banca si riserva la facoltà di chiudere il tuo conto (quello con troppi soldi dentro) solo se non gli affianchi almeno un investimento. Se hai anche dei soldi investiti (in fondi, polizze, gestioni patrimoniali) il conto non te lo chiude (ancora una volta, non è scema), anche se la commissione di giacenza potrebbe fartela pagare lo stesso, allo scopo di convincerti a dirottare parte della tua liquidità in uno strumento finanziario, che serve a dare un rendimento al tuo denaro.

Cosa non quadra in questo discorso? Nulla, se non fossimo in piena epidemia mondiale, e se il mercato dei prodotti finanziari fosse efficiente. In effetti il conto corrente non è uno strumento di investimento (non lo è mai stato), ma uno strumento di servizio. C’è però un problema contingente, che speriamo resti contingente e non diventi strutturale: l’enorme incertezza economica, che mantiene i detentori di denaro costantemente all’erta, e non propensi ad impegnare i soldi  – e questa è senza dubbio una concausa dell’aumento dei depositi liquidi.  Inoltre c’è il problema dell’efficienza del mercato finanziario: il quale, almeno in Italia, è caratterizzato da una eccessiva complicazione dei prodotti al dettaglio, da una scarsa trasparenza e da una “consulenza” spinta, dai piani altri, verso la pura vendita.

L’eccessiva complicazione è sempre sospetta. Ad essa si associa regolarmente una scarsa trasparenza, il che rende il sospetto una certezza: se nel contratto mi viene omesso qualcosa, o mi viene scritto in caratteri minuscoli con una nota a piè di pagina, o mi viene scritto in modo incomprensibile per una persona di cultura media ma inesperta di finanza (ma chiedete a molti “esperti” se vi sanno decodificare le clausole di un prodotto finanziario), vuol dire che la complicazione non è nel mio interesse.

La consulenza inquinata dalle pressioni non è una responsabilità dei bancari – che peraltro sono dei “consulenti” in termini atecnici: possono più propriamente essere definiti degli esperti dei loro prodotti, quelli che la banca mette loro a disposizione, i prodotti della casa o delle case con le quali esistono degli accordi commerciali. Sotto questo profilo essere cliente della banca A o della banca B può fare differenza, se in genere i prodotti della banca A sono più efficienti(cioè hanno un miglior rapporto tra rischio e rendimento) di quelli della banca B. Ma tutte le banche hanno prodotti dignitosi e altri meno buoni. Altri ancora, roba da cui stare alla larga. Un consulente preparato, che dia dei suggerimenti sull’intera gamma di prodotti disponibili e che sia realmente indipendente dalle pressioni (e dai regali) delle case di produzione sarebbe l’ideale. Peccato che la sua consulenza giustamente debba essere pagata, e nel nostro paese non è ancora maturata la convinzione secondo la quale è meglio pagare due volte ma in modo trasparente (una per la consulenza e una per le commissioni del prodotto, che ci sono sempre) in cambio di uno strumento efficiente, piuttosto che pagare senza accorgersene, pensando che sia gratis e per uno strumento che forse, per efficienza, non è nella parte alta della gamma.

In tutto questo non vi è nulla di scandaloso: se siete in giro per cambiare macchina e andate alla Fiat, il “consulente” non vi proporrà mai una Renault. Basta che il rapporto sia chiaro. Quella che è scandalosa è la quantità di disastri finanziari che hanno coinvolto i risparmiatori in questi decenni, il che fa riflettere sulla qualità del nostro management (quello al top, perché gli scandali finanziari non sono mai colpa degli sportellisti, che però sono quelli che si beccano gli insulti) e sulla cultura di base delle persone, che una certa parte del sistema ha interesse a mantenere ignorante, e quindi manipolabile. Questa situazione rende ancora più urgente un cambio di paradigma, nella direzione di un’alleanza di interessi tra chi rappresenta i bancari onesti, coscienziosi e desiderosi di lavorare per la clientela (la stragrande maggioranza), e chi rappresenta i risparmiatori “normali”, senza velleità speculative.
Solo una saldatura tra questi interessi può contrastare la deriva delle vessazioni commerciali, che spingono le reti di vendita (persino in tempi in cui la legge vieta gli spostamenti non necessari) a convocare clienti per piazzare loro prodotti ad elevato commissionale, con buona pace della sbandierata ‘centralità del cliente’ e delle ‘risorse umane’.

PER CERTI VERSI
Il cimitero degli orologi

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

IL CIMITERO DEGLI OROLOGI

Radici eteree
Alberi di mare
Soffi di metafisica
Al cimitero
Degli orologi
Il tempo è morto
Dove il nostro conato
Di guardarci
Nella sola bellezza
È sbocciato

Nuovo record del debito pubblico:
per fortuna!

Il debito pubblico italiano a gennaio di quest’anno è arrivato a 2.603,1 miliardi di euro, un nuovo e assoluto record, cerchiamo allora di capire di cosa stiamo realmente parlando dal punto di vista contabile e verso chi siamo indebitati, tralasciando volutamente altri aspetti nondimeno importanti, come, ad esempio, cos’è, perché esiste e se uno Stato ne può fare a meno.
Banca d’Italia, nella pubblicazione “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” del 15 marzo 2021 mostra che al 31 dicembre 2020 il debito delle amministrazioni pubbliche ammonta complessivamente a 2.569 miliardi e 400 milioni di euro ed è ripartito per detentori come mostro nell’infografica di seguito, dove ho evidenziato le percentuali spettanti ai vari creditori e nella legenda invece le cifre corrispondenti.

La prima considerazione da fare è che il 70% del debito rimane ripartito tra banca d’Italia, banche, istituzioni finanziarie e famiglie italiane mentre solo il restante 30% è attribuibile a non residenti. Di seguito la ripartizione

La successiva considerazione è che il 22% del totale, per ben 556 miliardi, è detenuto da Banca d’Italia ed è importante chiarire cosa questo voglia dire. Per farlo utilizziamo un ulteriore ripartizione fatta dall’Osservatorio dei Conti Pubblici (Ocpi) di Carlo Cottarelli, con l’accortezza di informare che questi dati sono stati diffusi in una pubblicazione del 18 dicembre 2020, quindi mancava qualche giorno alla chiusura dell’anno.

Come si vede, alla percentuale detenuta dalla banca d’Italia l’Ocpi aggiunge la quota detenuta dalla Bce e dalle Istituzioni europee arrivando al 36,6% e limitando il debito “reale”, cioè detenuto dal mercato (in generale e sia residenti che non residenti), al 121,4%. Ben inferiore al picco del 2014 e previsto in calo nel 2021.
La domanda da sciogliere è: perché il debito pubblico in rapporto al Pil è in totale al 158%, cioè un valore di 2.600 miliardi, mentre qui ne definiamo “reale” solo il 121,4%, cioè un valore di circa 2.000 miliardi?
Questo succede perché quando il debito è detenuto da una Banca Centrale è come se la moglie dovesse soldi al marito, quindi il capitale resta in famiglia e gli interessi prodotti dal prestito vengono periodicamente incassati dal marito, cioè dal Governo. Quando poi la situazione generale ritornerà sotto controllo e non richiederà nuovo debito, quello accumulato non avrà nessuna necessità di essere rimesso sul mercato. Potrà essere cancellato oppure tenuto per i successivi 100 anni allo 0% di interesse.
Per ulteriore chiarezza, è di queste settimane la notizia che il Governo italiano di Mario Draghi ha contrattato una consulenza con la società internazionale McKinsey per la gestione del Recovery Fund. Ebbene circa 5 anni fa ho pubblicato un articolo su queste pagine scritto con Claudio Bertoni che trovate qui (https://www.ferraraitalia.it/cancellare-il-debito-pubblico-per-mckinsey-non-e-un-problema-ma-ai-mercati-finanziari-non-conviene-41104.html) e che trovava spunto proprio da un report edito da questa società di consulenza. In sintesi si faceva la differenza tra debito lordo e debito netto, cioè per avere reale contezza del debito in capo ad uno Stato bisognerebbe sottrarre al debito totale quello detenuto dalle banche centrali. Esattamente il ragionamento fatto dall’Ocpi di Carlo Cottarelli.
A questo ragionamento vorrei aggiungere che il debito detenuto poi dai residenti, in particolare alle famiglie, garantisce un piccolo rendimento ai propri risparmi che tendenzialmente potrebbe poi essere speso all’interno del circuito economico che lo ha prodotto, generando guadagno per la comunità.
Ma vorrei introdurre anche un ulteriore spunto di riflessione. Dai dati risultanti dalla pubblicazione “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” della Banca d’Italia si evince che 228 miliardi e 162 milioni vengono conteggiati sotto la voce monete e depositi e si riferiscono nella quasi totalità ai soldi che girano, le banconote da 10, 20 e 50 euro che utilizziamo per le piccole spese quotidiane. Un “artificio” contabile che potrebbe anche non doversi trovare da quel lato della contabilità (passività) e che porterebbe a questo punto il debito pubblico quasi al 100% nel suo rapporto con il Pil.
In conclusione, il debito c’è e ha la sua importanza, ma non necessariamente è da considerare un record negativo o un impedimento sulla strada del benessere collettivo. Ad esempio, e per chiudere, il debito creato nel 2020 è servito per comprare mascherine e respiratori, vaccini, dare ristori a chi è stato costretto a chiudere e anche bonus alle famiglie per le baby sitter e allora: sicuri di volerlo ridurre?

LA CURA É NELLA BIBLIOTECA
I 25 anni delle Biblioteche di Roma

 

Roma – Si parla spesso di biblioterapia, la tecnica praticata in psicoterapia attraverso la lettura scelta e guidata di libri, con obiettivi curativi e formativi, ma mai di bibliotecoterapia, o biblioteca terapeutica. Neologismi forse impropri che hanno, però, il pregio di dare nome all’insostituibile quanto sottovalutata funzione terapeutica della biblioteca, sul piano personale e sociale.

Solo in vista di chiusure, limitazioni o diminuzioni di budget, le biblioteche fanno notizia. forse perché si sentono ancora forti i moniti lungimiranti del secondo dopoguerra sul valore delle biblioteche, che stabiliscono l’assioma ‘libro = cibo per la mente’, secondo la celebre metafora ancora potente dell’Adriano di Marguerite Yourcenar:  “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire” (Memorie di Adriano), o come il progetto visionario ma imprescindibile di Jella Lepman, di realizzare la più grande biblioteca del mondo per ragazzi. Tornata nel 1945 come ‘esperta dei bisogni culturali ed educativi delle donne e dei bambini’ in una Germania devastata, dalla quale era fuggita perché ebrea, la Lepman nel 1949 inaugura la Internationalen Jugendbibliothek di Monaco, che nasce proprio dalla consapevolezza dell’importanza di distribuire a bambini e ragazzi non solo la cioccolata, ma anche i libri, per ricostruire in loro la fiducia nell’umanità, nella civiltà e la voglia di vivere.

Roma, Davanti alla Biblioteca Cornelia, particolare

La biblioteca come terapia intensiva dello spirito insomma, che aiuterebbe in questo momento a risollevarci dai colpi della malattia, dei lutti, delle ristrettezze economiche e del distanziamento sociale. Ma il ruolo terapeutico delle biblioteche In Italia, attualmente limitato a causa delle misure restrittive legate alla pandemia, da troppo tempo esige un rilancio.

Nella legislazione dei paesi del nord Europa da diversi anni ormai alle biblioteche è affidato un ruolo sociale e culturale fondamentale: sono considerate simbolo di cittadinanza attiva, democrazia e libertà di espressione e talvolta i cittadini sono coinvolti in alcuni aspetti vitali della loro organizzazione. Nel caso ad esempio della Biblioteca Centrale di Helsinki “Oodi sono previste delle consultazioni pubbliche per stabilire il nome della struttura, l’organizzazione dei piani e le attività che al suo interno i cittadini vorrebbero svolgere.
Il paragone con le politiche dei paesi del nord Europa, oltre a provocare l’inevitabile senso di frustrazione, ci riporta al nucleo della biblioteca pubblica: ‘pubblica’ non per appartenenza  istituzionale, quanto piuttosto per le caratteristiche del suo servizio, rivolto al pubblico e aperto a tutti.
Animato da questo spirito, 25 anni fa un gruppo di bibliotecari, con il sostegno di brillanti studiosi e l’approvazione degli amministratori politici, danno vita al Sistema Biblioteche Centri Culturali del Comune di Roma, un progetto visionario dove ‘sistema’ prefigura l’importanza di fare rete nell’accezione di rete bibliotecaria diffusa, mentre ‘centri culturali’ sposta il significato di biblioteca da semplice luogo di raccolta e conservazione dei libri a luogo di animazione culturale, e di crescita formativa dal forte valore relazionale.

Per far emergere le potenzialità terapeutiche delle biblioteche e cogliere quello che di significativo accade intorno a questo fulcro di esperienze, possiamo indicare una delle 40 biblioteche del Sistema Bibliotecario di Roma, la Biblioteca Cornelia, come osservatorio privilegiato dei fermenti creativi e delle esigenze di condivisione che la animano. L’idea, già sperimentata ma da sviluppare, è di raccogliere una miscela di contributi variegati sotto forma di racconti, approfondimenti, considerazioni e focus, collegati dai noti “sei gradi di separazione” alla biblioteca Cornelia, quella sorta di organismo vivente, con un cuore pulsante nel quartiere periferico di Montespaccato e con sottili terminazioni che si sviluppano verso il centro e oltre, fatto di relazioni, contatti e storie personali.

In tempi normali che sembrano lontani, la biblioteca è un luogo vivace e molto frequentato, che ospita nei singoli spazi dedicati, attività rivolte a varie fasce di utenti, tanto che non è raro, in alcuni pomeriggi, assistere all’affluenza di diversi gruppi di appassionati e generazioni: il Bibliotè, gruppo di lettura che unisce la passione per i libri a quella per la condivisione gastronomica di tè e dolci fatti in casa è l’ideale prosecuzione del gruppo dei piccoli lettori disposti in cerchio per le letture Nati per Leggere, dai 0 ai 3 anni, anche loro molto devoti al rito della merenda. O, ancora, non è inusuale assistere, proprio all’ingresso della Biblioteca, al via vai di due ben riconoscibili gruppi di utenti, che presto si separano in direzioni opposte: i piccoli lettori con i rispettivi genitori accorrono per seguire letture animate e laboratori creativi, mentre appassionati cinefili o semplici curiosi sono richiamati da presentazioni di libri o rassegne cinematografiche a tema.

Chi frequenta la biblioteca per partecipare alle attività culturali, nonostante differenza di età, provenienza sociale e formazione culturale, è spinto dal desiderio di condividere con altre persone, spesso sconosciute, passioni e opinioni su un libro appena letto o un film visto insieme, azionando, in questo modo, quel processo vitale e terapeutico dell’apertura verso l’altro e dell’abbattimento del muro dell’incomunicabilità.
In queste occasioni di incontro ognuno offre all’altro la propria chiave di lettura e la propria interpretazione, ad esempio, sul ruolo del ‘cattivo’ in un film o di un personaggio secondario in un libro, proponendo prospettive diverse, che portano a riconsiderare aspetti sottovalutati, a ribaltare le convinzioni di partenza o confermarle, provocando una forma di sottile e divertente spaesamento. Questo confronto tra idee diverse è la base per la costruzione di una mentalità aperta e di una società tollerante, oltre a  sviluppare lo spirito critico.

L’ingresso della Biblioteca Cornelia, Roma

Il cuore della biblioteca, anche architettonicamente, si trova vicino all’ingresso e ha la forma di un grande ring dove si disputano matches di ricerche bibliografiche e transazioni informative: è il front office. Una sorta di trincea dalla quale impartire indicazioni topografiche, sia in senso stretto, sull’ubicazione dei servizi igienici e della sala ragazzi, sia in senso biblioteconomico, sulla collocazione dei libri della sezione ‘Gialli’, o ‘Roma’.
La Biblioteca Cornelia con le sue specificità fa parte dell’ampio e articolato Sistema delle Biblioteche di Roma, che a partire da quel 26 febbraio 1996 ha visto, nel corso degli anni, il disseminarsi e il radicamento nel territorio cittadino di varie sedi bibliotecarie diventando ben presto, tra gli utenti che le hanno iniziate a frequentare, un riferimento sicuro, un luogo aperto a tutti al servizio della comunità.

Il venticinquennale delle Biblioteche di Roma è un bel traguardo, ma rappresenta anche un’opportunità da non perdere per riflettere sul ruolo svolto finora dalle biblioteche e per cogliere le sfide sempre nuove poste dalla società contemporanea, su tutte quella del rilancio, con una progettualità ampia e condivisa, delle politiche culturali ed educative sul territorio, per crescere bene insieme, come cittadini consapevoli, nei prossimi 25 anni.

Alessia Pompei, collaboratrice di Ferraraitalia, è direttrice della Biblioteca Cornelia di Roma.

CONTRO VERSO
Il bambino postale  

 

Ricordo bene l’incontro con questo ragazzo, che ormai sarà un giovanotto. Tossicodipendente la madre, in carcere per spaccio il padre, viveva con i nonni materni, terrorizzati che anche lui diventasse “come quelli là”. Così cercavano di inamidarlo, cosa assai difficile. Gli adolescenti, si sa, sono un po’ spiegazzati. E alla prima trasgressione la nonna ha avuto una crisi psichiatrica e lui è stato inserito in una comunità.
In udienza mi ha detto: “Prima con la mamma, poi coi nonni, ora in comunità, e vi domandate se mandarmi in affido. Non vi sembra un po’ troppo?”.

Il bambino postale  

Sono stato un bambino
senza un solo difetto.
Nella casa dei nonni
ero proprio un ometto.

Son finiti quei giorni,
sembro un pacco postale.
Troppe andate e ritorni
dentro un gran carnevale

perché vivo da anni
nella comunità.
Le promesse dei grandi
sono vere a metà.

S’impasticca la nonna
nonno è fin troppo buono
resta in carcere il babbo
e mi chiede perdono.

Mamma poi è distante
in chilometri e droga.
Me ne ha dette già tante
e con sempre più foga.

Lei promette, promette
mi vorrebbe con sé
con la coca non smette
e dimentica che

qui mi gioco la vita.
Anche se “per favore,
con pazienza infinita
io le chiedo più amore.

Un ragazzo che ha una famiglia scombinata, compromessa con la droga, non è destinato alla tossicodipendenza, anche se – stando ai dati degli operatori – corre dei rischi in più. È un rischio anche ossessionarlo, però. E, insomma, il giusto mezzo è difficile da trovare, come pure il contesto migliore per la sua crescita.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Al cantón fraréś
Mendes Bertoni: “Al magh Ciuźìn e l’Urlón dal Barch”

In un manoscritto anonimo redatto fra il XVIII e il XIX secolo (Archivio Eredi Magri, Torino) si leggono le vicende settecentesche, fra leggenda e storia, di Bartolomeo Chiozzi e del suo patto col diavolo. Anche Riccardo Bacchelli nel volume primo de Il Mulino del Po descrive le vicende del matematico,  cabalista, astrologo, progettista di opere idrauliche, ovvero del mago Chiozzino e del suo servo Fedele Magrino alias Urlone del Barco, crudele e spaventevole.
Mendes Bertoni riporta in endecasillabi vernacolari alcuni incredibili episodi dell’operato del mago e del diabolico servitore: travestimént, sparizión, maravié.
(Ciarìn) 

Al magh Ciuźìn e l’Urlón dal Barch (Fola fraréśa)

In témp luntàη luntàη, viveva a Frara
CHIOZZI BARTOLOMEO, uη bel iηźégn.
Dutà d’una cultura più che rara,
da j’òm ad létra l’era fat a ségη.
Basòt, rubùst, simpaticón e bel,
l’ha spigazà, mi ‘n sò, quanti stanèl.

Su la VIÉ GRANDA al stava ad cà, alóra,
iη quéla ch’fa cantóη coη VIA CHIOZZINO;
e  iη sta mudèsta e sémpliza dimóra,
al tgnéva sémpar… baccanàl festino.
Là déntr’al baracàva in vita sana,
st’òmaη pin d’vizi, ma ‘d póca féd cristiana.

Uη gióraη, col so saηgv, su carta scrita,
col diàvul l’ha firmà, d’acòrd, stàl pat:
lu sól, da sgnór, l’avrìa gudù la vita
e intiér i desideri sudisfàt;
iηvéz al diàvul, aηch se a maliηcuór,
al sarìa stà FEDÉL, so servitór.

Da cal mumént Ciuźìn uη magh al dvénta
e coη l’aiùt dal diàvul fra i so pié
che, stand ai pat, in tut al’acunténta,
al fa di cvei da móvar maravié.
I so travestimént e sparizión,
j’agh dà, béη prest, na graη riputaziòn.

Un dì Ciuźìn, con àltar so cumpàgn,
iη farmacia, al tgnéva discusión
e al sustgnéva che al viη “sampàgη”,
fra tut i vin, al jéra quél più bón.
E, méntr’il so raśón al difandéva,
a séći arvèrsi l’aqua źó la gnéva.

N’avénd nisùη purtà coη lór l’umbrèla,
i prevedéva uη bagη fóra ‘d staśóη;
ma ‘l magh Ciuźìn un’ucaśión ‘csi bèla
l’aη vol farsla scapàr, da furbacióη.
Vdénd i cumpagη ch’i stava lì a tudnàr
tuti al si porta, a cà da lu, a diśnàr.

Na vòlta iη cà, Ciuźìn al dmanda a lór:
“Vliv al magnàr dla córt dal re dla Spagna
o dal re ‘d Fraηza?”, j’agh rispónd in còr:
“Ma quél dla Fraηza: quél l’è na cucagna!”
Ed eco cumparìr dal dit al fat,
la tavula, cuciàr, bicér e piatt.

Tut jéra d’òr, marcà col stèma ‘d Fraηza;
e tant pietàηz sfurnàdi a la fraηzéśa
e vin e dólz e fruta in abundàηza
servìda dentr’a zésti e seηza spesa.
Finì al diśnàr, dòp uη minùt soltànt,
sót tera è scumparì propia tut quant…

                               (continua la prossima settimana)

La seconda parte del testo in dialetto sarà su Ferraraitalia venerdì 26 marzo.

 

Il mago Chiozzino e l’Urlone del Barco

In tempi lontani, viveva a Ferrara / Chiozzi Bartolomeo, un bell’ingegno. / Dotato d’una cultura più che rara, / dagli uomini di lettere era menzionato. / Basso, robusto, simpaticone e bello. / Ha sgualcito, non so, quante sottane. /
Sulla via Grande (oggi Ripagrande) stava di casa, allora, / in quella che fa angolo con via Chiozzino (oggi vicolo del Turco); / e in questa modesta e semplice dimora, / teneva sempre chiassose feste. / Là dentro gozzovigliava in allegria, / quest’uomo pieno di vizi, ma di poca fede cristiana. /
Un giorno, col suo sangue, su carta scritta, / col diavolo ha firmato, d’accordo, questo patto: / lui solo, da signore, avrebbe goduto la vita / soddisfacendo interamente i desideri; / mentre il diavolo, anche se a malincuore, / sarebbe stato Fedele, il suo servitore. /
Da quel momento Chiozzino diventa un mago / e con l’aiuto del diavolo fra i suoi piedi / che, stando ai patti, l’accontenta in tutto, / fa cose da meravigliare. / I suoi travestimenti e sparizioni, / gli danno, ben presto, una grande reputazione. /
Un giorno Chiozzino, con altri suoi compagni, / in farmacia, teneva discussione / e sosteneva che il vino “Champagne”, / fra tutti i vini, era quello migliore. / E, mentre difendeva le sue ragioni, / a secchiate veniva giù l’acqua. /

Tratto da: Mendes Bertoni, Antologia della Divina commedia (Inferno); In zzà e in là, composizioni in vernacolo ferrarese, Ferrara, 1986.

Non avendo alcuno portato con sé l’ombrello, / prevedevano un bagno fuori stagione; / ma il mago Chiozzino un’occasione così bella / non vuol farsela scappare, da furbacchione. / Vedendo i compagni che stavano a tentennare / tutti li porta, a casa propria, a desinare. /
Appena in casa, Chiozzino chiede loro: / “Volete il pranzo della corte del re di Spagna / o del re di Francia?”, gli rispondono in coro: / “Ma della Francia: quello è una cuccagna!” / Ed ecco comparire dal detto al fatto, / la tavola, cucchiai, bicchieri e piatti. /
Tutto era d’oro, marcato con lo stemma di Francia; / e tante pietanze sfornate alla francese / e vini e dolci e frutta in abbondanza / servita dentro a ceste e senza spese. / Finito il desinare, dopo un solo minuto, / sotto terra è scomparso tutto quanto…  (continua)

Mendes Bertoni (Ferrara 1905 – 1987)

Autore di poesie e commedie dialettali, molto rappresentate, fra le quali: La sbragunzona,Tut a l’arversa, Operazion: al fer dal lov, La Mariulina, Al paes dla cucagna, Un ass tarulì (con Enrico Menarini), Un anzul a l’inferan, I du vecc bacuch. Si è cimentato, con divertente risultato, nella traduzione in ferrarese di alcuni canti della Divina Commedia. Socio fondatore del Tréb dal Tridèl, cenacolo di cultura dialettale ferrarese.

Al cantóη fraréś: testi di ieri e di oggi in dialetto ferrarese, la rubrica curata da Ciarin per Ferraraitalia, esce ogni 15 giorni al venerdì mattina. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui] 

Cover Ferrara: vista del Sottomura dal Torrione del Barco-  Foto Marco Chiarini 2021 

 

Aste marginali e aste competitive
Sofismi da esperti o riflessione seria?

Del Next Generation Eu abbiamo già scritto e quindi, sorvolando la questione politica, ci soffermiamo questa volta unicamente su quella che viene percepita dalle persone come la parte più importante, cioè i miliardi che vengono promessi a vario titolo all’Italia: 209 miliardi di euro da non lasciarsi scappare.
Durante il 2020 sono successe tante cose che hanno determinato l’esigenza di avere fondi a disposizione da distribuire alle famiglie e alle attività che venivano tenute chiuse per la crisi pandemica. Situazione eccezionale e non prevedibile che ha richiesto soluzioni altrettanto non programmate come l’intervento della Commissione Europea e dei miliardi (prestiti e aiuti) destinati alla nostra martoriata economia.
Mentre la pandemia avanzava, il Tesoro procedeva alle classiche aste di Titoli di Stato facendo registrare richieste record da parte degli investitori che puntualmente eccedevano l’offerta. Addirittura il 3 giugno 2020 venivano offerti 14 miliardi di Btp a 10 anni mentre l’importo richiesto era, esattamente, di 107miliardi e 910 milioni.
Il 2020 si è avviato poi a conclusione con un surplus di domanda non evasa di circa 103 miliardi di euro.
Nel 2021 segnalo invece solo l’asta del 16 febbraio in cui l’importo assegnato è stato di 10 miliardi a fronte di una domanda di 68.459,820, cioè un surplus di oltre 58 miliardi.
Dall’inizio pandemia, cioè da gennaio 2020 ad oggi, il mercato ci ha richiesto Titoli a 10 anni per oltre 160 miliardi eccedenti l’offerta, cifra non lontana da quella che ci toccherà gestire nel futuro prossimo, offerta dalla Commissione europea, e per cui il Quirinale ha ritenuto opportuno sostituire il premier Giuseppe Conte con il più esperto Mario Draghi.
Ci sarebbe comunque da segnalare che non esistono solo i Btp a 10 anni ma che ad esempio nel 2020 sono stati offerti al mercato complessivamente più di 500 miliardi di Titoli tra cui almeno 180 miliardi in Bot, questi ultimi tutti a tassi sostanzialmente negativi. E su questo è necessario aprire un altro fronte non secondario, il tasso di interesse.
Come si sa, quello offerto dalla Commissione europea sarà molto basso o nullo, ci saranno condizionalità politiche certo, ma a quelle siamo talmente abituati che non ci facciamo più caso, complice l’idea dell’incapacità italica nella gestione di fondi, confini e mari che… “ben venga” qualche controllo dall’estero. E quindi, di quali interessi ci siamo sobbarcati nelle aste di cui abbiamo parlato in precedenza?
L’asta di giugno 2020 si è chiusa con un rendimento lordo di 1,707% mentre quella di febbraio 2021 con un tasso dello 0,604%. Nettamente sfavorevole rispetto a quello dei futuri bond della Commissione europea che potrà contare sulla tripla A della Germania. Ma come mai a fronte di una richiesta eccedente la domanda di ben 93 miliardi si concede un tasso del 1,7%? Sembra proprio che la legge della domanda e dell’offerta si sia distratta e che la stessa cosa, anche se in forma ridotta, abbia fatto nell’asta di febbraio 2021.
A questo punto introduciamo un’informazione importante che potrebbe far luce sulla questione. Esistono infatti due tipologie di aste utilizzate dal Tesoro, l’asta competitiva e quella marginale:

L’asta competitiva viene utilizzata normalmente per il collocamento dei Bot, le domande vengano soddisfatte al tasso proposto da ciascun operatore secondo rendimenti crescenti. Le richieste allocate sono soddisfatte al tasso proposto da ciascun operatore e quindi ne risultano più tassi di allocazione, quindi la Banca d’Italia calcola successivamente un rendimento medio ponderato e il suo corrispondente prezzo per permettere una ordinata e successiva rivendita di questi titoli alla clientela retail (cioè a quelli che vanno in banca a prenotare l’acquisto di un Bot).
L’asta marginale viene utilizzata per i titoli a medio-lungo termine (Ctz, Btp, Cct/Ccteu e Btp€i) e quindi anche per le aste di cui ho raccontato le vicende. E’ previsto in questo caso che le richieste allocate siano aggiudicate tutte allo stesso prezzo, ovvero il prezzo marginale che è il prezzo meno elevato tra quelli offerti dagli aggiudicatari e vale per tutti gli operatori assegnatari.

Facciamo un esempio pratico per vedere la differenza tra i due tipi di aste, specificando che quando si parla di “operatore” si intende una banca accreditata presso il Mef, cioè di uno specialista in Titoli di Stato, in pratica una piccola cerchia di affidabili banchieri. Dunque, se un operatore vuole comprare un Bot ed offre 100,5 egli pagherà 100,5 a condizione che sia risultato vincitore, cioè aggiudicatario. Se un operatore vuole invece comprare un BTP ed offre 100,8, ma l’offerta più bassa (quella del compratore marginale) è pari a 100,3 allora l’operatore e tutti gli altri aggiudicatari pagheranno 100,3. Tradotto in percentuale di interesse, se all’asta del giugno 2020 oppure del febbraio 2021 l’operatore si è aggiudicato l’interesse del 1,7% oppure dello 0,60%, non vuol dire che questo sia stato il prezzo migliore possibile che il Tesoro (e quindi le nostre tasche) avrebbero potuto ottenere. Magari qualcuno aveva offerto di comprarli ad un interesse del 1% ma si è ritrovato a guadagnare un interesse del 1,7%.
E’ chiaro che qualcuno potrebbe obiettare che questo metodo fa sì che le aste non vadano deserte, che se si offrisse troppo poco allora non avremmo tanti investitori disposti a comprare i nostri Titoli. E’ pur vero che fatico a crederci, che non ricordo aste andate deserte, che quando succede qualcosa del genere esistono dei rimedi. Ad esempio in Germania, dove si offrono tassi costantemente negativi, qualche volta capita e allora lì interviene la Bundesbank, congela i titoli non richiesti dal mercato e li propone all’asta successiva, sempre a tassi negativi. Ma si sa, la Germania è la Germania e noi siamo solo l’Italia.

Di seguito i documenti relativi ai risultati delle aste in argomento e i programmi trimestrali in cui si specifica (leggere le ultime due righe) che verrà utilizzata l’asta marginale

Documenti e fonti:

Risultato asta del 03 giugno 2020

Programma trimestrale di emissione – II trimestre 2020

Risultato asta del 16 febbraio 2021

Programma trimestrale di emissione – I trimestre 2021

Parole a capo
Natasa Butinar: “A capo scoperto” e altre poesie

“Cittadino tenete conto delle mie spese di viaggio: la poesia, tutta la poesia è un viaggio nell’ignoto”
(Vladimir Vladimirovic Majakovskij)

In errore

Non ero in errore
prima di nascere.

Non vestitemi
con il vostro peccato.

Avrò tempo per scegliere
l’abito su misura da me stessa creato.

 

In guerra

Sono a fare guerra alla luce
perché ci ha resi ciechi,
bruciando in orbite
il bulbo oculare per far posto
ai nidi calabroni.
La guerra a ogni bene
perché ci ha resi nudi
e nessun cappotto si trovava
nelle mani protese d’altri,
semmai il dito puntato e le risa.

Devo fare la guerra all’amore
perché ci priva d’ogni ragione,
ubriachi d’affetto non ci accorgiamo
che il cono d’ombra è sempre più lungo
e che il suolo che calpestiamo
suda il sangue che abbiamo perso.

 

A capo scoperto

Ho smesso di coprirmi il capo
quando entro nel tuo santuario
perché non credo che tu sei il mio superiore.

Sì, ti hanno descritto come tale i miei avi
ma di più non sei finché
le mie sorelle indossano il velo
per nascondere i lividi,
fino a che un bimbo esanime
attira a se gli sciami di mosche
e la Natura deturpata dai tuoi adepti
cerca di continuo di rimarginare le ferite.

Ho smesso di coprirmi il capo
quando entro nel tuo santuario
cosi i miei pensieri “impuri”
possono salire fino alle tue orecchie
e magari decidi di farti vivo.

Sto in silenzio, non prego ma scrivo
di miei sentieri stretti e accidentati
scrivo con una penna di gabbiano
intinta nel petrolio versato in mare
da chissà quale nave.

Scrivo in penombra
perché da lì si vede chiaramente il Mondo
e vedo te, ”superiore”,
inchiodato su una croce
che i tarli tardano ad attaccare,
povero Cristo,
dagli uomini
cosa ti sei lasciato fare?

 

Natasa Butinar, Fiume (Croazia), 1971. Negli anni ’90 si trasferisce in Italia dove tuttora vive. Nel 2016 pubblica la raccolta di poesie bilingue Elefante Bianco. Nel 2019 esce Il guardiano silente. Le sue poesie fanno parte di numerose antologie tra le quali la prestigiosa Antologia di poeti contemporanei dei Balcani edita da LietoColle, 2019. Traduttrice e collaboratore per quanto riguarda il Festival internazionale della Poesia  Pero Živodraga Živkovića (Bosnia) organizzato da poeta  Emir Sokolović e  sponsorizzato dalla Ambasciata Italiana a Sarajevo.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

LA SARTINA
Una favola del dopoguerra (prima parte)

 

Aveva appena parlato con suo padre.
A scuola non ci voleva più andare.
Si vergognava.
Rispetto alle altre bambine lei era troppo grande.
Più alta, già con le forme di una giovane donna, si distingueva immediatamente in mezzo alle altre. Aveva provato a mettersi nell’ultimo banco, ma poi …niente… insomma si sentiva fuori posto.
La guerra era terminata da un anno e solo da pochi mesi erano ritornati in città da Argenta dove avevano trovato ospitalità da un collega di suo padre, guardia carceraria nella casa circondariale di via Piangipane a Ferrara.
Negli anni della guerra non era riuscita ad andare a scuola e quindi l’aveva ripresa dalla quinta elementare, dove l’aveva interrotta.
A quindici anni si trovava così iscritta alla classe quinta B della scuola Alda Costa accanto alle figlie della piccola borghesia cittadina, lei nata sì a Ferrara ma con un cognome dall’origine inequivocabile: Sciacovelli, Margherita Rosalia Sciacovelli.

La sua famiglia era arrivata a Ferrara negli anni trenta e lì erano nati lei e suo fratello più piccolo Giovanni.
– Oh buongiorno…finalmente ci viene a trovare…E chi sarebbe questa bella ragazzina signor Sciacovelli?
– Ciao Norma…hai ragione…ti avevo promesso che sarei venuto…ma col nuovo direttore non ho più tanto tempo libero per i miei lavoretti…ma dove è la macchina che si è inceppata?
Ah, lei è Rosalia, mia figlia e vorrebbe fare la sartina…
– Guarda sei fortunato la Nives è a casa oramai da un mese …ha appena avuto il suo secondo figlio.
Se vuoi può già iniziare…
– Allora sì…bene… io intanto provo ad aggiustare quella vecchia Singer.
Mi metto di là…se è il solito problema faccio presto.
– Bene…e tu vieni con me …ti faccio vedere le tue compagne…

La sartoria della Norma era un punto di riferimento sicuro per le signore della città.
Arrivavano lì da lei pregandola di fare lo stesso vestito che avevano visto in piazza, in vetrina da Giudici, il negozio più elegante del centro, dove tutte le signore portavano i loro mariti ad aprire il loro portafoglio per aggiudicarsi prima delle altre l’ultimo tailleur alla moda.
Norma le stava ad ascoltare…non aveva più nessuno, solo la sartoria.
Il figlio e il marito non erano più tornati dal fronte, il lavoro era tutto per lei e le ragazze della sartoria la sua famiglia.
Erano sempre state in quattro: lei, Ines, Anna e la Nives che adesso era a casa.
Anna era bravissima a disegnare.
Andava verso sera quando Giudici era chiuso a copiare gli abiti che erano stati ordinati dalle clienti, tornava in laboratorio e riportava sulla carta il modello. Norma tagliava la stoffa e Ines e Nives cucivano.
-Ecco ragazze…guardate chi vi porto oggi: questa e ‘ Rosalia…facciamo Lia…ti va bene?
Rosalia alzò per la prima volta i suoi occhi su quel nuovo mondo e disse solo
– Sì!
-Bene sei di poche parole…non come quelle due vipere lì…non fanno altro che parlare di ragazzi e matrimoni…
– E tu sei fidanzata?
Dal fondo del negozio si senti’ la voce di Peppino, il padre di Rosalia, gridare
– Allora Norma la smetti di dire queste cose…non vedi che è ancora  una bambina?
-Ma dai Peppino stavo scherzando…non mi sembra però tanto piccola.
Rosalia infatti non era più piccola
Si era “sviluppata” presto rispetto alle sue coetanee e sembrava già una donna fatta.
Era una bella ragazza.
Capelli lunghi castano scuri come gli occhi, magrissima ma con un bel seno ne’ troppo grande ne’ troppo piccolo, ma soprattutto una pelle dal colorito delicato come il suo nome.
Timidissima, arrossiva appena qualcuno la guardava.
Parlava poco, ma capiva subito ciò che gli altri volevano da lei.
Era svelta.
Non si lamentava mai.
Il mestiere lo apprese in fretta diventando in poco tempo veloce come le altre.
Lì era felice.
Aveva trovato in Ines e Anna due amiche.
Fino ad ora non aveva mai avuto amiche.
Ascoltava rapita i loro racconti, le loro avventure con i ragazzi.
-Vedrai… – concludevano sempre con queste parole- un giorno entrerà da quella porta il tuo principe azzurro e ti porterà via da noi! –
Lia allora arrossiva più del solito mentre sorrideva e subito si sentiva dall’altra stanza la voce di Norma
-Ma la volete lasciare stare…pensate piuttosto a terminare il vestito per la Bianchini…tra sette giorni si sposa e noi dobbiamo ancora cucirlo!
Lia guardava quell’abito bianco tutto  pizzi e raso come a qualcosa che a lei non sarebbe mai toccato.
Era l’ultima a lasciare il laboratorio.
Così faceva più ore.
A casa servivano dei soldi per la vita di tutti i giorni e la paga di suo padre era veramente una miseria.

Oramai il vestito era finito.
Era tardi. Sicuramente passate le nove di sera
Lia prese il vestito per metterlo su una gruccia.
Fu un attimo.
Senti fortissimo il desiderio di provarlo.
Non aveva mai fatto una cosa simile
Si tolse in fretta i suoi e ancora più velocemente  si infilò l’abito.
Il cuore le batteva all’impazzata.
Era perfetto.
Sembrava fatto apposta per lei.
Si avvicinò allo specchio.
– Ma lei è bellissima signorina!
Rosa si girò di scatto verso la voce sentita alle sue spalle emettendo un piccolo grido di sorpresa.
– Oh mi scusi, non volevo spaventarla…ma ho provato a chiamare  la Norma …la porta era socchiusa e sono salito…poi l’ho vista e non sono riuscito a trattenermi…mi scusi non volevo proprio spaventarla…lei è bellissima….Permetta …mi presento…sono il rag. Remo Bianchi, tengo la contabilità della sartoria.
Rosalia non sapeva cosa pensare e men che meno cosa dire.
Le girava la testa.
– Non sono io la sposa! Io l’ho solo cucito! –  disse alla fine tutto di un fiato!
– Bene – disse Remo sorridendo- allora sono fortunato …mi rimane una speranza…
– Guardi facciamo che la vengo a prendere domani terminato il lavoro…diciamo alle 18,30 …la prego mi dica di sì.
E Rosa disse sì.

La Seconda Parte puoi leggerla [Qui]

In copertina: foto di Roberto Paltrinieri

TIKTOK   TIKTOK   TIKTOK

 

Valeria continua a guardare il suo cellulare con molta attenzione. Sembra inconsapevole delle persone che la circondano. Tipico degli adolescenti.
“Ma Valeria cosa stai facendo?”
“Guardo Tiktok” mi risponde distrattamente.
Enrico, che sta giocando con le costruzioni, alza la testa, la guarda e poi dice: “Ti stanno rovinando i nervi ottici”. Cosa ne sa Enrico, che ha quattro anni, dei nervi ottici? Non so, ma mi vien da ridere, quel bambino è una forza.

TikTok è attualmente l’applicazione più scaricata al mondo dagli adolescenti, ci si può registrare dai 12 anni in su. Permette di realizzare video di breve durata che hanno come tema la cucina, la danza, la musica, il nonsense e tutto ciò che è buffo e può far ridere. Si possono sia creare nuovi contenuti che reinterpretare delle scene di film o serie tv.

Un videoclip famosissimo che è stato creato con Tiktok  è quello dove una persona, ripresa dalla sua camera da letto, muove la bocca e sembra che stia imitando la traccia audio di un film. Il grande successo di TikTok si deve proprio a questa sua funzione principale, cioè quella di creare brevi video sincronizzati. Questo permette ai giovani di sbizzarrirsi e divertirsi molto. In modo particolare i filmati ricordano i film di Walt Disney e i suoi personaggi. Ad esempio su Tiktok si può vedere una vecchietta vestita da Nonna papera che canta mentre cucina, oppure un’adolescente vestita da Biancaneve che balla in maniera indiavolata davanti allo specchio del bagno, o un signore con le sembianze dell’elefante Dumbo che suona il pianoforte bendato. Roba da ridere come matti e da restare tutto il giorno incollati a Tiktok.

TikTok, creato da una società cinese che si chiama ByteDance, non è soltanto un social media, ma si avvicina molto ai social network, come Facebook e Instagram, perché grazie a TT gli iscritti si costruiscono un seguito, hanno persone con cui interagire, possono essere apprezzati o meno (con le ormai celebri ‘reazioni’ e il classico cuoricino per il ‘mi piace’).
Tiktok inoltre garantisce un feed immediato e non impegnativo, interazioni tra utenti ‘innovative’ e originali, l’uso di #hashtag.

Valeria continua a guardare il suo cellulare e a ridere.
“Ma quanto tempo passi con questo Tiktok?” chiedo.
“Quasi tutto il tempo libero che ho” mi risponde,
“Io sto sempre su Tiktok mentre faccio altro. Anche mentre disegno tengo d’occhio Tiktok e, se appare un  video divertente, lo condivido con le mie amiche, così ridiamo tutte. Guarda questo, ha raggiunto 30.000 visualizzazioni in qualche ora.”
Guardo, è il video di una ragazza che si tinge i capelli di viola, mentre fa delle boccacce allo specchio del bagno e digrigna i denti in una specie di sorriso horror.
Non so perché faccia ridere, ma questo non è rilevante. Ogni età ha le sue caratteristiche, il suo modo di divertirsi e di trovare piacevoli alcune cose piuttosto che altre.

Ciò che mi colpisce di più è la velocità impressionante con cui tutto questo succede.
In un minuto si può guardare il video, apprezzarlo, condividerlo, riderci, dimenticarlo. In pochissimo tempo viene visto da miglia di persone. Tutto a una velocità impressionante. Dopo qualche minuto ce n’è già un altro con le stesse caratteristiche del primo che intraprende lo stesso percorso.
Ovviamente il motore, nonché la fonte di sussistenza e di forte guadagno per TT, è l’insieme di tutti questi video che, in maniera gratuita, vengono postati dai registi in erba e replicati velocissimamente e all’inverosimile.
Tiktok mi fa compagnia, c’è in ogni momento qualcosa di nuovo da guardare, così non mi annoio mai” dice mia nipote.

Ripenso a quando avevo l’età che ha Valeria adesso. Anche io amavo molto le recite e i travestimenti. Solo che il passaggio social non esisteva. Io le ‘messe in scena’ le facevo davvero. Prendevo Cecilia, la mia sorella più piccola, e la travestivo con i vecchi abiti della nonna Adelina, con le scarpe enormi del nonno, con un vecchio parka verde di mio padre che era appeso nella dispensa e che serviva per andare nell’orto nei periodi in cui faceva freddo e c’era la nebbia. Quel parka color verde secco come le foglie d’autunno, aveva sicuramente visto tempi migliori, ma a me piaceva perché era adatto a travestire Cecilia da animale preistorico, o da orso. L’interno del parka era di finto-pelo bianco, ingiallito dal tempo e dal luogo dove era riposto, arruffato e pesantissimo. Un capo prezioso e unico.

Altre volte andavo nel cortile di Albertino Canali e mi facevo dare dei sacchi di juta, che i suoi genitori avevano sempre perché li usavano per il granoturco, e li trasformavo con la forbice in abiti da scena ‘strepitosi’. Dopo aver sistemato gli abiti, organizzavo spettacoli nel mio cortile, aprendo il portone e impressionando tutti i passanti di via Santoni Rosa che, trovandosi davanti a casa mia in quel momento, ignari del loro destino, venivano catapultati senza preavviso in una messa in scena ‘da urlo’. Mi piacevano anche le danze folli. Per i balli facevo dei costumi con la carta crespa dai colori sgargianti e danzavo insieme alle mie sorelle e alle mie amiche, sempre nel cortile. Ero una specie di ‘croce e delizia’ degli abitanti di via Santoni.

Ora invece di farlo davvero, lo spettacolo lo si guarda. Anzi, in realtà non è nemmeno così. Dire che lo si guarda è riduttivo, diciamo che vi si partecipa con un grado diverso di coinvolgimento. Mentre si guarda un video di Tiktok si può anche fare altro, mentre si organizza una recita nel cortile della propria abitazione, con tanto di attori veri e di pubblico in carne ed ossa, non si può proprio fare altro. Gli spettacoli ‘veri’ necessitano di un impegno e una determinazione esclusivi. Resta il fatto che anche quello di Tiktok è un guardare partecipe, l’interazione è garantita, l’aggiunta di creatività stimolata.

Ciò che è molto diverso è la mancanza di fisicità. Non c’è più prossimità tra i corpi, né interazione di tipo fisico. Si guarda una persona su uno schermo, si è guardati sullo schermo. Questo è il vero cambiamento, l’apertura di una porta verso un futuro digitale, che è una novità, che invita tutti a delle nuove relazioni, a un nuovo modo di conoscersi e di apprezzarsi. Continuo a pensare che il nostro avere un corpo sia fondante, sia proprio una delle caratteristiche dell’essere umano. E’ attraverso il corpo che cresciamo, sentiamo, amiamo, moriamo. E’ attraverso il corpo che sperimentiamo l’essenza più profonda dell’essere umani. La mediazione di un social in tutto questo è fonte di grande cambiamento. Cambia lo stile di relazione, cambiano i tempi e la prossimità, cambia lo stare dentro e fuori dai momenti, cambia la gente.

Ma non demonizzerei proprio Tiktok.
E’ un modo di affacciarsi al mondo che appartiene prevalentemente a questa generazione di adolescenti e che apparterrà, quasi di sicuro, anche a quelle che verranno. E’ la novità che avanza, la stranezza che conquista, la digitalizzazione che pervade tutto, il marketing che aggancia i giochi dei ragazzi e imperversa potente.

Mi chiedo cosa farei se avessi adesso 12 anni e poi dico a Valeria:
“Mi è venuta un’idea. Facciamo anche noi un video su Tiktok, ci mettiamo la nonna Anna mentre cucina.”Lei alza la testa e mi guarda. “Siiii. Facciamo l’account della nonna”.
“Visto che su Tiktok va forte Walt Disney potremmo chiamare l’account  Nonna Papera Anna, oppure Nonna Anna Papera”. Dico.
“No” dice lei “Chiamiamolo Nonna Papera e basta”.
“Ok. Nonna Papera e basta. Ho visto che sono tutti vestiti in maniera eccentrica. Dobbiamo trovare un costume per la nonna. Un grosso fiocco in testa, un giubbino rosa fluorescente e gli occhiali da sole. Poi, così vestita, le facciamo preparare e cuocere le cotolette e, mentre lei cucina,  la filmiamo”.
“Sì, sì, sì. Si vede subito se ‘buchiamo’ lo schermo, nel giro di poco tempo arrivano migliaia di visualizzazioni. Altrimenti ne arrivano poche e allora a dobbiamo ricominciare”. Dice.
Lo vuole fare davvero, sta già pregustando l’impresa. Mi vien da ridere.
Con questa storia dei travestimenti sono ancora brava, come quando da piccola convincevo Cecilia e le mie amiche a mettersi vecchi vestiti e maschere di carta.

Abbiamo solo un piccolo problema: chi spiega tutto questo alla nonna Anna?
Tiktok, tiktok,  tiktok.  sembra il rumore del tempo che passa …. Ma è un caso?  Forse sì.

La fine della casa

 

ROMA – Le riflessioni che seguono sono nate a margine del caso della piccola Antonella Sicomoro, la quale ha perduto la vita lo scorso 20 gennaio a dieci anni, in casa sua a Palermo, per le conseguenze di una sfida nella quale era stata coinvolta attraverso la frequentazione dei social.
Eventi come questo danno l’impressione, soprattutto a chi non è più giovanissimo, che si sia instaurato un nuovo ordine del possibile, purtroppo spaventoso. Ma è davvero così?

Che vi siano bambini vittime di giochi tra coetanei non è purtroppo una novità. Anche le case sono da sempre luoghi di oscuri pericoli per i più piccoli. Dove sarebbe, dunque, la discontinuità? Non sarà che, come facevano i nostri anziani apparendoci per questo tanto bizzarri, cominciamo a trovare il presente così solo perché lo osserviamo ormai da una certa lontananza?
La risposta che si vorrebbe qui argomentare è: no, la discontinuità c’è. E ha radici potenti e lontane.
Lontane quanto? Quanto l’inizio della trasformazione delle culture umane da nomadi a sedentarie. La sedentarizzazione, infatti, produce una nuova percezione dello spazio che si ridefinisce nei termini di interno alla sfera antropizzata (infield) e di esterno ad essa (outfield). Ovviamente, nel cuore dell’area interna c’è il villaggio e, nel villaggio, le abitazioni.

Inizia così, oltre diecimila anni fa, la lunga storia – architettonica e simbolica – della casa, attraverso la quale essa diventerà, molti secoli più tardi, espressione della coesione della famiglia come nucleo autonomo.
Questa qualificazione antropologica dello spazio della casa come luogo di intimità ‘inviolabile’ – come tra l’altro sancito dalla Costituzione – conduce al delinearsi della sua essenza come quella di un argine contrapposto alla potenza intrusiva del mondo. Di conseguenza, come quella di una dimensione, essenzialmente appropriata all’esistenza umana, di latenza sociale e, dunque, di agio esistenziale. In conclusione, come rileva Bachelard, dello spazio essenzialmente più poetico del nostro mondo.

Pochi anni dopo l’esplorazione di Bachelard (nel 1957) della casa come spazio poetico, Guy Debord pone in evidenza i tratti di fondo di un potente processo di trasformazione in atto nella nostra società: essa diviene società dello spettacolo. Ciò avviene quando la sfera dello ‘spettacolo esonda dalla sua collocazione tradizionale nel contesto della vita sociale e ne diviene la dimensione fondamentale: quella di un “rapporto sociale tra individui mediato dalle immagini”, sì che “la realtà sorge nello spettacolo”.
Questa inversione del rapporto genetico tra vita reale e spettacolo, naturalmente legata alla diffusione delle tecnologie, colonizza progressivamente gli spazi della nostra esistenza, in senso architettonico, fisico e ontologico, ovvero relativo alla determinazione di ciò che siamo e di ciò che è.
Debord (morto suicida nel 1993) aveva certamente presente l’insediamento fisico degli schermi televisivi – vere e proprie finestre sulla dimensione dello spettacolo – in ogni appartamento, e talvolta in ogni sua stanza. Si tratta, anche qui, di un vero e proprio capovolgimento delle prospettive abitative, nel quale lo sguardo umano viene radicalmente captato nella dimensione dello spettacolo, al punto che esso perde interesse per ciò che avviene nella sfera, ormai arcaica, del circostante.

Gli ultimi anni hanno portato una radicalizzazione del fenomeno, al punto che altre finestre si sono aperte direttamente sui nostri stessi corpi, in modo tale che l’intero intreccio delle relazioni sociali si riflette costantemente negli schermi degli smartphone.
Inoltre già da tempo è data a ciascuno di noi la possibilità di non essere, in questo capovolgimento delle dimensioni, soltanto “spettatori”, bensì di poter divenire in ogni istante detentori di un infinitesimale pixel dello schermo globale. È, appunto, la dimensione dei social e, in particolare, di quello sul quale si è perduta la piccola Antonella: Tik Tok.

Questo, naturalmente, non significa in alcun modo che la quotidianità colonizzi all’inverso la dimensione dello spettacolo, ripristinando in qualche modo un equilibrio. Al contrario: significa che non soltanto la quotidianità viene vissuta e misurata nella prospettiva della sua spettacolarità, ma anche che viene progettata in funzione di essa.
Nella percezione delle attività, dei luoghi, delle persone, insomma, le esigenze del far spettacolo di sé possono prevalere su quelle più proprie.

Quella dello spettacolo, diceva dunque Debord, è una nuova forma di società. Ma questa forma non si arresta affatto sulla soglia della nostra casa. Non rispetta minimamente il vincolo dell’intimità. Abita con noi le nostre stanze. Veste i nostri corpi.
Ecco, dunque, che paradossalmente godiamo ormai di maggiore intimità quando camminiamo per le strade che quando sediamo sul nostro divano. La ragione è presto detta: le strade sono un luogo di comunità, nel quale non possiamo non mantenere un cordone ombelicale con l’orizzonte arcaico della realtà e dei suoi accidenti; nelle nostre case, se aperte ormai solo sugli schermi-finestre, quel cordone ombelicale può finalmente essere radicalmente reciso.

È precisamente ciò che già da tempo si può constatare in alcuni di coloro che – per età, per condizioni fisiche o per altre ragioni – consumano perlopiù o esclusivamente il loro tempo tra le pareti domestiche. È, inoltre, una delle possibili prospettive dalle quali riconsiderare la fenomenologia del lockdown, che va colto anche come l’allestimento di una immensa platea forzata per la spettacolarizzazione della pandemia.

I nostri ‘appartamenti’, dunque, non sono più, in essenza, luoghi nei quali appartarci dalle costrizioni e dalle infestazioni della dimensione sociale, bensì dei contenitori nei quali quella dimensione, nella forma estrema dello spettacolo, si apparta con noi, ci assimila e ci aliena. Le ‘mura’ domestiche, lungi dall’essere ormai un argine alla violazione della nostra intimità, costituiscono la segreta nella quale essa viene definitivamente annichilita, ovvero estromessa dall’essere.

Nel chiuso di queste stanze, nessuna rete relazionale – compresa quella della famiglia –  ha essenzialmente diritto di intromettersi, di accompagnarci, di proteggerci, come evidentemente è accaduto nel tragico caso della piccola di Palermo.
È la fine della ‘casa’. Un mutamento epocale nel quale si compiono diecimila anni di storia.
Nei nuoviappartamenti, in coerenza con l’evoluzione della dimensione dello spettacolo, non soltanto siamo strutturalmente esposti alle sue liturgie, ma anche tenuti a esporci continuamente – grazie al pixel di schermo globale cui veniamo assegnati – allo sguardo osceno della dominazione che ci impone di imbellettarci, di sculettare, di fare simpaticamente il broncio o di stringerci, bambini, una cinta al collo.

Così sembra essersene andata la vita della piccola Antonella Sicomoro. Ma siamo solo all’inizio.

Attualmente Giuseppe Nuccitelli insegna filosofia e scienze umane nella scuola media superiore pubblica. Ha collaborato con Università, con Enti di Ricerca, con la RAI e con altri soggetti. È autore di varie pubblicazioni nell’orizzonte della filosofia e della linguistica educativa. È giornalista pubblicista.

Covid-19: no ai vaccini per tutti, sì ai profitti per pochi

Quante volte in questi mesi, soprattutto all’esordio dell’epidemia da Covid-19, abbiamo detto o ci siamo sentiti dire che questa sarebbe stata un’occasione storica per cambiare i paradigmi dell’economia e del rapporto con l’ambiente? Tante. Quante volte abbiamo declamato “nulla sarà più come prima” , intendendo che il mondo avrebbe utilizzato la moderna peste per cambiare le priorità economiche e sociali in senso solidale? Tante. Naturalmente era un auspicio. Il dato di fatto, per adesso, è che tutto è come prima, peggio di prima.

L’eurodeputata Marion Aubry ha denunciato, in un discorso diventato virale, che l’Unione Europea si è piegata agli interessi delle multinazionali del farmaco, firmando protocolli segreti e penalizzanti, con il risultato di non avere a disposizione sufficienti dosi di vaccino per far fronte alle necessità della popolazione, per la semplice ragione che le aziende titolari dei brevetti non hanno una sufficiente capacità produttiva per far fronte, da sole, alla domanda dei farmaci che immunizzano dal Coronavirus. Aubry ha indicato una strada: “L’unico modo per recuperare il tempo perso è rilasciare il brevetto dei vaccini così che chiunque ne abbia la capacità possa produrlo”.

Il brevetto è il titolo in forza del quale al titolare viene conferito un diritto esclusivo di sfruttamento della sua invenzione, in un territorio e per un periodo determinato, e che consente di impedire ad altri di produrre, vendere o utilizzare l’invenzione senza autorizzazione. In una situazione quale quella attuale, in cui i brevetti che insistono sui farmaci vaccinali anti-Covid non sono liberalizzati, governa la legge del denaro: chi ha più soldi si accaparra dosi del vaccino prima degli altri e in quantità maggiore, perchè chi detiene il brevetto vende la sua invenzione al miglior offerente. Se ci trovassimo in una banale situazione commerciale, la legge privatistica del più forte prevarrebbe senza troppe storie. Peccato che non ci troviamo in una banale situazione commerciale, ma dentro una epidemia mondiale: da una parte abbiamo le multinazionali del farmaco, che vogliono massimizzare il guadagno privato (soldi) loro derivante dall’aver realizzato il vaccino che salverà la vita a milioni di persone; dall’altra abbiamo gli Stati sovrani, che dovrebbero massimizzare il vantaggio pubblico (salute) di immunizzare i loro cittadini. Ebbene: come ci è capitato altre volte di notare, questa vicenda mostra in maniera didascalica chi è che comanda oggi nel mondo: non gli stati sovrani, ma alcune multinazionali private.

Non è la prima volta che succede. Nelson Mandela condusse una battaglia contro il WTO (L’Organizzazione Mondiale del Commercio), perchè il 35% del suo popolo (in particolare donne) tra i 15 e i 40 anni era sieropositivo. Diede mandato al suo Congresso di approvare una legge che permettesse ad aziende sudafricane di produrre farmaci contro l’Aids senza chiedere l’ autorizzazione ai titolari dei brevetti d’invenzione, che peraltro l’avevano negata, così come avevano rifiutato qualunque accordo economico col Sudafrica per la semplice, feroce ragione che pretendevano molti più soldi di quelli che Mandela poteva permettersi. Mandela subì la denuncia delle multinazionali senza arrestare la produzione indigena del farmaco, tenne duro fino a che la denuncia si trasformò prima in una trattativa, poi in una norma, la clausola di garanzia sulle licenze obbligatorie, che stabilisce che in una situazione di pandemia e difficoltà economica i Paesi hanno l’autorizzazione a produrre direttamente i farmaci salvavita, scavalcando il brevetto.

Lo scorso 11 marzo Sud Africa e India hanno chiesto all’Organizzazione mondiale per il commercio di valutare la sospensione dei brevetti sui vaccini che impediscono ai due Paesi di produrre su scala mondiale le dosi anti-Covid. Un’approvazione dell’istanza consentirebbe di contenere ovunque l’epidemia realizzando le necessarie dosi di vaccino in tempi relativamente brevi e a costi accessibili per tutti. Ma molti Stati si sono schierati contro questa richiesta: Australia, Brasile, Canada, Giappone,  Norvegia, Regno Unito, Svizzera, Stati Uniti e Unione Europea.

Nel frattempo Mario Draghi ha bloccato l’esportazione in Australia di 250.000 dosi di vaccino AstraZeneca prodotto in uno stabilimento di Anagni. Le dosi sono state redistribuite tra i Paesi Ue. L’ 8 marzo gli Stati Uniti hanno annunciato per bocca del responsabile nordamericano della campagna vaccinale di Biden che tutti i vaccini prodotti negli Usa rimarranno negli Usa. Prima gli americani, prima gli europei, prima gli italiani. Siamo ad un paradossale sovranismo senza sovranità: il sovranismo è quello dei paesi più “avanzati”, che hanno talmente poche dosi da bloccare ogni forma di condivisione delle stesse col resto del mondo. La sovranità è quella delle multinazionali private, che hanno stipulato accordi vantaggiosi per loro e capestro per gli Stati. L’ annuncio di Draghi dell’avvio di una produzione su suolo italiano del vaccino anti-Covid non inverte la direzione, anzi la conferma, trattandosi di un contratto stipulato con una azienda detentrice del brevetto (che quindi lucrerà dalla concessione del medesimo).

Infine abbiamo una sovranità senza sovranismo, orgogliosa e (quasi) solitaria. La sovranità è quella di Cuba, che con una propria tecnologia ed un proprio know-how, del tutto autonomi e diversi da quelli delle grandi aziende della cosiddetta Big Pharma, sta sperimentando alcuni vaccini da somministrare prima alla sua popolazione (e ci mancherebbe altro, per una nazione che fa ancora i conti con l’embargo americano), poi al resto del mondo e in forma gratuita. Non vivo a Cuba, non ci sono mai stato, non la conosco e sono quindi altrettanto lontano dall’idea di considerarla un paese perfetto o una dittatura che affama la sua gente. Però credo di poter affermare che ci sono eventi nodali, nella storia del mondo, che fanno capire quali sono i valori che una nazione mette in cima alla sua scala. In cima alla scala dei valori di Cuba c’è una sanità pubblica e all’avanguardia. L’Unione Europea e gli Stati Uniti non hanno investito sull’idea di una sanità pubblica e a portata di tutti, e pensano coi soldi di comprarsi tutto quello che serve, ma che non hanno coltivato in termini universalistici. Peccato che non abbiano nemmeno la forza di liberalizzare i brevetti, dimostrando che il potere sta tutto da un’altra parte, in mani private.

 

PER CERTI VERSI
Lei la Primula

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

LEI LA PRIMULA

Ti coglierò
Mai ti coglierò
Né mai ti ho colta
Nonostante
Il desiderio
Di prenderti
Sempre
Nel mio pugno
No mai
Passo da te
Per un saluto
Un profumo
Il tuo colore
E poi
Poi non lo so
Gli occhi chiusi
Di questo tuo
Bagliore

PRESTO DI MATTINA
Passare dall’altra parte con cuore non incerto

 

«Per fede in qualcuno che non conosceva…
Poteva passare da un luogo familiare
A un posto mai attraversato
Poteva contemplare il cammino con cuore non incerto [with unpuzzled heart
(Emily Dikinson).

Come per Abramo, l’arte di passare dall’altra parte è la fede: un fatto che quando accade stupisce e spaventa al contempo. La compongono l’invocazione e l’attesa che come tessere di un puzzle sono in cerca di corrispondenze, finché a poco a poco se ne scopre la figura, e il loro cammino risulta sempre meno incerto.

Come il linguaggio ‒ che pone fuori di noi e al tempo stesso ci riporta dentro, un andare incontro ed essere incontrati, che chiede un distacco attraverso una frattura ‒ così la fede è frattura instauratrice, generativa di un legame, di un reciproco dirsi e riconoscersi. Un incamminarsi che ogni volta avvicina senza perdere l’identità di ciascuno, unisce senza confondere, come gli sguardi che s’incrociano senza smarrirsi l’uno nell’altro. Nella fede la parola e la stessa libertà si nascondono e si ritrovano nelle parole e nella libertà dell’altro, attuandosi ogni volta nella forma di una donazione, da cui sgorga una fiducia sempre meno incerta. Solo affidandosi, infatti, la libertà, trascinata fuori dalla parola, è situata alla presenza dell’altro; e al tempo stesso essa viene nuovamente posta di fronte a se stessa, su un confine, quello di un linguaggio che si fa prassi, di pratiche comunitarie che si fanno parole, racconto. La fede è una libertà che si affida camminando e raccontando.

Ne è un esempio emblematico il Vaticano II, il concilio in cui la chiesa si è rimessa in strada, rinnovando il suo atto di fede come amore e come speranza di fronte al mondo contemporaneo. Con quest’evento essa è passata dall’altra parte, creando un varco nei i bastioni, non senza il turbamento di molti, ed ha cercato di vedersi con gli occhi degli altri, donne e uomini del proprio tempo, provando ad «amare l’uomo per amare Dio» (Paolo VI) perché Dio aveva i loro occhi. Camminando tra la gente, in dialogo con le varie culture e religioni, essa ha trapassato con il suo sguardo il loro, rivelando con ciò il suo volto missionario ‒ quello del Cristo, lumen gentium ‒ tornato a risplendere sul suo volto lunare: lei che è sorella della luna ed entrambe lo specchio del sole quando la terra si adombra. L’evento conciliare fu il ‘fatto’ che manifestò e in cui si riversò la sua fede, raggi riflessi di un amore per le vie del mondo fino ad abbracciarlo nelle sue periferie storiche ed esistenziali.

«Ci torna qui opportuno e felicescriveva Giovanni XXIII ad inizio concilio un richiamo al simbolismo del cero pasquale. Ad un tocco della liturgia, ecco risuona il suo nome: Lumen Christi.La chiesa di Gesù da tutti i punti della terra risponde: Deo gratias, Deo gratias, come dire: Sì: lumen Christi: lumen ecclesiae: lumen gentium. Che è mai infatti un concilio ecumenico se non il rinnovarsi di questo incontro della faccia di Gesù risorto, re glorioso e immortale, radiante per tutta la chiesa, a salute, a letizia e a splendore delle genti umane? È nella luce di questa apparizione che torna a buon proposito il salmo antico: “Solleva su noi la luce del tuo volto, o Signore! Tu hai posto letizia nel mio cuore” (Sal 4,7- 8)».

Si può ben dire allora, assecondando l’intuizione del Papa, che al concilio la chiesa tutta si raccolse orante con il salmo 27, 8-9: «Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!”. Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto». Lo ricercò nella storia e nelle vicende umane, quel volto insieme sfigurato e glorioso e in quella umanità trasfigurata del volto dell’Altro: insieme e unitamente rivelazione dell’umanità e paternità di un Dio e della dignità inviolabile di ogni umano volto.

Grazie all’assunzione del paradigma della storia, i padri conciliari ricongiunsero il Gesù storico con il Cristo della fede e, declinando la salvezza e la rivelazione come storia, si ritrovarono di nuovo, esperiti in umanità in cammino con Lui, tra la gente. Grazie alla “svolta antropologica”, al ricomporsi cioè del legame tra l’ambito della soggettività storica e umana e quello della oggettività della ragione, fu gettato un ponte per superare il divario creatosi tra la verità di Dio, il dono della sua auto-comunicazione all’uomo nella storia e il comprendersi dell’uomo nella ricerca della verità di se stesso qui nelle realtà terrene.

Si ripartì da quell’esperienza in cui l’uomo sperimenta di trascendersi e di comprendere se stesso a partire dall’incontro con l’altro, aperto all’ignoto e uditore della sua parola. Si ripartì dalla consapevolezza che nell’incontro si manifesta il volto di una presenza e di una conseguente responsabilità che non può mai essere circoscritta, compresa e misurata come si fa con gli oggetti, con le cose, perché smisuratezza e insondabilità ne costituiscono i tratti originari.

Fu così possibile al concilio ripensare con audacia, confrontarsi con le questioni antropologiche, culturali o politiche degli uomini e delle società, sino a giungere al rinnovamento della cristologia. Poter “dire Cristo” anche all’uomo di oggi, ridisegnandone il profilo a partire dalla sua umanità: in questo modo, il concilio indicava l‘humanitas Christi come chiave ermeneutica e principio di discernimento per affrontare i problemi più concreti e più gravi della modernità.

Se domandassimo al concilio qual è il “sacramento fondamentale”, il luogo di incontro con Dio e con l’umanità, senza dubbio ci risponderebbe: «l’umanità di Cristo». Allo stesso modo se chiedessimo qual è la “comunità fondamentale”, risponderebbe quella tra l’uomo e Dio: ovunque si dia apertura e accada tra loro intima unione di amicizia, in cui esperire e praticare l’unità di tutto il genere umano.

Lo esprime magnificamente Gaudium et spes 22, che rappresenta per così dire il ‘prologo’ di questa cristologia in ricerca dell’umanità di Gesù: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo… soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l’esempio perché seguiamo le sue orme, ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato».

Ma gli stessi tratti si colgono anche nel discorso di chiusura del concilio che ci ha lasciato Paolo VI; specie in una pagina mirabile incentrata sul senso della chiesa per l’alterità, in ricerca del volto del Deus absconditus nell’umano: «Che se, venerati Fratelli e Figli tutti qui presenti, noi ricordiamo come nel volto d’ogni uomo, specialmente se reso trasparente dalle sue lacrime e dai suoi dolori, possiamo e dobbiamo ravvisare il volto di Cristo (cfr. Matth. 25, 40), il Figlio dell’uomo e se nel volto di Cristo possiamo e dobbiamo poi ravvisare il volto del Padre celeste:chi vede me, disse Gesù, vede anche il Padre” (Io. 14, 9),il nostro umanesimo si fa cristianesimo, e il nostro cristianesimo si fa teocentrico; tanto che possiamo altresì enunciare: per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo. Sarebbe allora questo Concilio, che all’uomo principalmente ha dedicato la sua studiosa attenzione, destinato a riproporre al mondo moderno la scala delle liberatrici e consolatrici ascensioni? non sarebbe, in definitiva, un semplice, nuovo e solenne insegnamento ad amare l’uomo per amare Iddio? Amare l’uomo, diciamo, non come strumento, ma come primo termine verso il supremo termine trascendente, principio e ragione d’ogni amore. E allora questo Concilio tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potente e amichevole invito all’umanità d’oggi a ritrovare, per via di fraterno amore, quel Dio “dal quale allontanarsi è cadere, al quale rivolgersi è risorgere, nel quale rimanere è stare saldi, al quale ritornare è rinascere, nel quale abitare è vivere, (S. August., Solil. 1, 1, 3; P. L. 32, 870)», (Discorso di chiusura, 7 dicembre 1965).

Passare dall’altra parte, come un passare di nuovo al vangelo è così apertura, un dischiudersi di futuro, anche per la chiesa d’oggi, il suo credere: «L’avvenire può essere solo quello del Vangelo», ma questo «non consiste nell’assicurare innanzitutto la propria sopravvivenza in quanto istituzione religiosa, ma nel permettere al Vangelo di Gesù di passare al mondo attraverso di essa per annunciargli la salvezza, e adempierla» (Joseph Moingt).

Si sta andando verso qualcosa di diverso; viviamo un momento di passaggio, che ci porta verso un’altra maniera di essere e fare chiesa, un altro modo di situarci nel mondo, di fare popolo di Dio, di essere preti e laici nella chiesa. È solo un’illusione quella di tornare indietro a ricostruire rovine, a ricostruire muri tra il sacro e il profano. La Chiesa altro non otterrebbe che autoescludersi, se ambisse a riprendere il potere (fortunatamente) perduto sulla società. Ben altre sono le influenze che la vicarìa di Cristo sulla terra è chiamata a esercitare: i poveri, gli esclusi reclamano una chiesa che si faccia buona notizia, vangelo, soprattutto per loro e non senza di loro.

Ignazio Silone (1900-1979) in Fontamara, romanzo ambientato tra i contadini della Marsica abruzzese, descrive bene lo status degli ultimi, di coloro che subiscono ingiustizia, che sono sopraffatti dai raggiri, dal dispotismo e dalla legge del più forte. Nella prefazione leggiamo: «L’oscura vicenda dei Fontamaresi è una monotona via crucis di cafoni affamati di terra che per generazioni e generazioni sudano sangue dall’alba al tramonto per ingrandire un minuscolo sterile podere, e non ci riescono… ma la sorte dei Torlognes è stata proprio il contrario. Nessuno dei Torlognes ha mai toccato la terra, neppure per svago, e di terra ne possiedono adesso estensioni sterminate, un pingue regno di molte diecine di migliaia di ettari. … I contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin i coolies i peones i mugic i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo; sono, sulla faccia della terra, nazione a sé, razza a sé, chiesa a sé; eppure non si sono ancora visti due poveri in tutto identici». E così viene descritta la gerarchia sociale a Fontamara: «Michele pazientemente gli spiegò la nostra idea: “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito”», (Milano 1949, 17; 14; 31).

Quello che Silone racconta con la scrittura ‒ lui si definì “un socialista senza partito e cristiano senza chiesa” e Albert Camus disse di lui “Guardate a Silone egli è radicalmente legato alla sua terra, eppure è talmente europeo” ‒ Georges Rouault (1871-1958) lo ha fatto con la pittura. Non per caso era il pittore contemporaneo che Silone preferiva, e del quale amava soprattutto i volti del Cristo (le Saintes Faces). Tanto da dire che Il Cristo di Rouault era il più tremendamente e umanamente sofferente che avesse mai visto, così da ricordargli un personaggio di Fontamara.

Rouault dipinse la scena dell’incredula fede di Tommaso che si apre al riconoscimento del Risorto, fattosi presente in mezzo ai suoi dopo la risurrezione. Lo fece ritraendolo con un volto ed un corpo umano a cui è stato strappato dal dolore ogni decoro e dignità. Eppure egli intitolò il quadro “Sei tu Signore ti riconosco”. Perché la fede è proprio questo: la capacità di passare dall’altra parte, di riconosce e accogliere ‒ «with unpuzzled heart» ‒ con indiviso cuore nel volto degli ultimi lo stesso volto di Cristo, e nel Suo volto la loro e la propria storia.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

INTERNAZIONALE FERRARA: 2 appuntamenti a Marzo
Focus Siria e Consumi consapevoli 

da: Ufficio stampa Internazionale Ferrara

Internazionale a Ferrara – Edizione straordinaria: Focus Siria e Consumi consapevoli 

Continua, con la nuova formula digitale, Internazionale a Ferrara. Nell’appuntamento di marzo un approfondimento sulla guerra in Siria a 10 anni dalla prima rivolta, un’inchiesta sulle migranti sfruttate in agricoltura e un dibattito sul mito del consumatore verde. Ancora una volta in diretta streaming.

In diretta streaming
A dieci anni di conflitto (a partire dalla rivolta di marzo 2011) la Siria appare drammaticamente trasformata. Secondo l’Unhcr, circa 5,6 milioni di profughi hanno lasciato il Paese, mentre vi sono altri 6,7 milioni di sfollati sul suolo nazionale. Sebbene il regime del presidente Bashar al-Assad abbia ripreso il controllo di gran parte del territorio, il paese è politicamente ed economicamente frammentato. Eppure la tragedia di questa guerra sembra ormai rimossa dall’immaginario collettivo. Intanto, in Occidente, si rafforza il mito del consumatore verde, ma cosa si nasconde dietro questa definizione? E come evitare che quello che mangiamo sia prodotto dallo sfruttamento dei migranti nella raccolta? Torna per approfondire ancora una volta i grandi temi d’attualità, Internazionale a Ferrara. Appuntamento sabato 13 e domenica 14 marzo in diretta streaming sul canale Facebook del settimanale con il festival di giornalismo organizzato dalla rivista diretta da Giovanni De Mauro in collaborazione con il Comune di Ferrara. Un format nuovo per “un festival ponte” che vedrà un appuntamento al mese fino a maggio. Una modalità diversa pensata per conciliare il rispetto delle limitazioni imposte dalle norme anti-covid con il desiderio di mantenere saldo il rapporto con la città e con il pubblico che negli anni ha partecipato alla manifestazione. Tutte le indicazioni per seguire il panel si trovano sul sito www.internazionale.it/festival.

Siria, 10 anni dopo
Mezzo milione di morti, dodici milioni di profughi e sfollati e un’economia in pezzi. Dopo dieci anni di guerra, la Siria vive una situazione di estrema incertezza. Sabato 13 marzo alle 18, il festival propone un’analisi delle forze attualmente in campo e delle prospettive per il futuro del paese. In “Una guerra senza vincitori” si confronteranno Yara Bader, giornalista siriana e attivista per i diritti umani, che attualmente dirige il Centro siriano indipendente per i media e la libertà di espressione (fondato a Damasco nel 2004); Zaina Erhaim, giornalista e attivista femminista; Ziad Majed, politologo e professore universitario franco-libanese –  francese. Introduce e modera Francesca Gnetti, Internazionale.

Consumi consapevoli e fragole d’inverno
Quale il rapporto tra consumo critico e attivismo ambientalista? Quale l’importanza di azioni politiche concrete a sostegno del Pianeta e di chi lo abita? Si discuterà di acquisti consapevoli e responsabilità individuali nel panel “Il mito del consumatore verde”, domenica 14 marzo, ore 18, realizzato in collaborazione con Alce Nero. Al centro del dibattito ci sarà l’ambiente, in relazione alle responsabilità individuali, collettive e politiche. Si partirà da un articolo del giornalista olandese Jaap Tielbeke, di denuncia nei confronti di alcune delle aziende meno green al mondo, che, per spostare il focus sulla responsabilità individuale, si sono fatte portavoce di campagne di comunicazione rivolte ai consumatori e alle loro coscienze. Il confronto verterà su quale sia il peso delle azioni e delle scelte individuali rispetto a quelle di aziende e paesi interi. Al dibattito parteciperanno Rossella Muroni, parlamentare ed ex presidente di Legambiente, Fiorella Belpoggi, direttrice scientifica dell’Istituto Ramazzini, Leo Hickman, giornalista specializzato in cambiamento climatico, ex editorialista del Guardian, Jaap Tielbeke, giornalista olandese del settimanale De Groene Amsterdammer, moderati e condotti da Micaela Cappellini, giornalista per Il Sole 24 Ore. L’appuntamento sarà preceduto da un approfondimento sul libro di Chadia Arab, Fragole (Luiss University Press, 2020). La geografa e ricercatrice francese di origine marocchina, esperta di flussi migratori e discriminazioni di genere, ha condotto un’approfondita ricerca sui lavoratori invisibili per la politica e per i consumatori ma essenziali nella filiera che porta nei supermercati e nelle nostre case frutta e ortaggi a basso prezzo. Chadia Arab ha seguito in particolare il percorso delle braccianti – scelte per le loro condizioni economiche e sociali precarie al fine di fornire una forza lavoro non sindacalizzata e pronta a lasciare il paese al termine della stagione – per realizzare un’analisi attuale e necessaria sulla dignità del lavoro e sull’emancipazione femminile. In Le donne invisibili della migrazione stagionale, domenica 14 marzo ore 16, Chaid Arab sarà intervistata da Annalisa Camilli,

Internazionale. Un festival per tutti
L’incontro in streaming sarà in italiano e inglese, con traduzione simultanea, gratuito e senza bisogno di iscrizione. Dopo il live resterà disponibile sul sito di Internazionale. Tutte le indicazioni per seguire gli appuntamenti di febbraio sono disponibili sul sito di Internazionale:  www.internazionale.it/festival

Internazionale a Ferrara è promosso da Internazionale, Comune di Ferrara, Ferrara Arte, Regione Emilia Romagna, Università degli studi di Ferrara, Fondazione Teatro Comunale, Ferrara feel the festival, Comune di Portomaggiore, Arci Ferrara, Assessorato alla cultura nell’ambito del Progetto Polimero promosso da Arci Emilia-Romagna e Associazione IF. Il Festival è reso possibile dalla collaborazione di Medici Senza Frontiere, charitypartner, e della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, grazie a Unipol Gruppo, Fondazione Unipolis, Legacoop, con il sostegno di Alce Nero, Camera di Commercio di Ferrara, Le Stagioni d’Italia e Bonifiche Ferraresi, Università LUISS Guido Carli, Coop Alleanza 3.0, Cidas, Banca Etica, Etica Sgr, Laboratori Aperti e Ex Teatro Verdi, CGIL. Con la main mediapartnership di Rai e la media partnership di Radio3, RaiNews24, RaiCultura, tgR Emilia Romagna, Radio Radicale e @stoleggendo

CONTRO VERSO
L’educazione delle fanciulle

Mi è capitato di parlare con alcuni uomini che avevano ucciso la moglie, la madre dei loro bambini. Questo signore era arrivato a tanto con una sicura e pesante influenza della cultura d’origine e ancora non riusciva a riconoscere quello che aveva fatto. Gli sembrava di avere agito secondo le migliori intenzioni… religiosamente.

L’educazione delle fanciulle

Mi diceva un cugino:
“Vuoi una moglie educata?
Per andarci vicino
dai una bella lisciata”.

Continuava un fratello:
“La vuoi proprio educare?
So che è un duro fardello
ma la devi frustare”.

E perfino mio padre
venne qui da lontano:
“Ti ricordi tua madre?
Non star lì, mani in mano!”

Poi i giornali, la gente,
han trovato da dire
perché effettivamente
l’ho dovuta finire.

Mi sembrava un motivo
d’esser molto orgoglioso.
Sì, lo ammetto, dicevo:
“Come son religioso!”.

Avrò fatto la gioia
della comunità
ma so adesso la noia
di restarmene qua

a pensare ogni giorno
che ho sciupato la vita
(ma ho ancora un ritorno,
per lei è proprio finita).

Se il buon Dio approvava
che io fossi deciso
sarà mio o di mia moglie
il suo bel paradiso?

Se il buon Dio concordava
che io fossi violento
perché tutto mi aggrava
e non sono contento?

Ma non posso pensare
d’aver sbagliato tutto…
Devo ancora iniziare
a comprenderlo, il lutto.

Per alcuni uomini picchiare la moglie è un modo per soddisfare le attese della comunità. Dimostrano così di essere veri uomini. Assumono un atteggiamento risentito se vengono fermati, adirati di non poter “educare la moglie secondo i propri metodi”.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

OLTRE LE PAROLE
Raggiungere l’Infinito attraverso il nostro Finito

 

Ricordo che l’emozione dominante avvertita una volta tornato dalle lunghe vacanze in montagna, da bambino, era il fastidio per il rumore, in particolar modo quello del traffico.
Dopo pochi giorni, il mio orecchio si abituava al ritmo ordinario della vita di città e tutto era accettato come fine reale della vacanza estiva e ritorno alla normalità.
Ancora non potevo sapere che quella sarebbe stata una immagine che mi avrebbe aiutato nelle scelte fatte poi da adulto.
Quello stesso silenzio che da bambino ascoltavo così profondo solo sopra i duemila metri, lo avrei ritrovato da adulto, con mia grande sorpresa, dentro di me.

Amo le parole. Alcune sono sempre con me. Altre non le uso mai, proprio non le sopporto.
Una di quelle che mi hanno accompagnato fino a qui è assorto.
Essere assorto nel senso di tutto preso da, ma non in modo frenetico, anzi, al contrario, non dipendente dalle cose fuori, ma concentrato sull’interiorità.
Quando si è assorti quasi il mondo scompare con tutto il suo carrozzone variopinto, non si è più toccati da nulla, ma si sente via via l’allargarsi dello spazio del silenzio tutto intorno a noi.

Non vorrei essere frainteso.
Amo il chiasso di una classe di ragazzi durante l’intervallo a scuola, gli scherzi fatti tra amici, la musica ad altissimo volume di un concerto.Tirare tardi dopo una cena in vacanza è bellissimo!
Non sono fatto per la vita eremitica.
Voglio solo dire che non finisce lì.
Che il meglio deve ancora arrivare e che l’ho visto giungere davvero solo quando la giovinezza diventa ricordo.

Perché serve la stagionatura, proprio come per certi cibi o per un buon vino.
Serve avere visto soprattutto cosa è la fine.
Averla vista nel volto di una persona cara.
Quando il dolore strappa la pelle e gonfia gli occhi.
Quando si bestemmia contro il cielo. Quando sembra che il senso sia terminato.
È allora che un altro sguardo si posa sulle cose.
È la vera perdita della verginità, dove quella sessuale è solo la anticipazione inconscia di una perdita inaccettabile, tanto che deve essere ammantata di piacere per essere vissuta positivamente, anzi cercata.
Dopo, tutto cambia. Soprattutto la notte, tempo non  più solo dedicato ad un sonno ristoratore, ma anche quello della materializzazione dei propri fantasmi.
E cambiano le giornate.
Bisogna inventarlo un senso per alzarsi tutte le mattine.
Poi giorno dopo giorno, ma serve tempo, ecco che motivazioni e azioni diventano più lente perché ognuna ha bisogno di essere scelta, voluta, ben ponderata.
E alla sera ci si ritrova a ripensare quanto amore si è ricevuto e quanto dato.
E i conti non tornano mai.
Ma va bene così.

Nasce un piacere strano, prima sconosciuto, nel viaggiare dentro, a rimanere con sé stessi.
Solo cosi si possono riconoscere e mettere assieme i pezzi.
Solo così tornano i ricordi.
E i ricordi è necessario scriverli. Tutte le cose che non si scrivono si perdono.
Fortunato chi ha l’abitudine di tenere un diario. Ritroverà quando servirà il proprio tesoro intatto.

Non sopporto le etichette, figurarsi quando, per sminuirne il significato, viene appiccicato il cartellino di  tristezza a questo genere di considerazioni.
Tristezza è un’altra parola a me cara.
Tra i sentimenti, infatti, quello della tristezza è forse tra quelli più profondi, ma anche quello interpretato in modo maggiormente ambiguo.
Scrive Alessandro D’Avenia: “La tristezza è uno di quei sentieri sul crinale della vita, che spesso non vogliamo affrontare, perché la nostra cultura accetta solo il ‘positivo’ e ci priva così del coraggio per vincere la paura del ‘negativo’. Eppure la tristezza è un sentimento ‘positivo’, perché ci pone in condizione di guarire dal dolore che la genera: il nostro corpo si difende dalla malattia segnalandola proprio attraverso il sintomo di dolore. Noi invece vogliamo eliminare dalla vita tutto ciò che ci sembra ‘improduttivo’, come macchine da cui ci si attende sempre una performance ineccepibile. Ma noi siamo vivi e dobbiamo rivendicare il nostro diritto alla tristezza come vita ferita che cerca di guarire.”

La letteratura e la poesia quando arrivano ad essere sublimi, liriche, arrivano a comprendere la vera natura dell’uomo e toccano inevitabilmente la tristezza.
Ma questa consapevolezza non genera rassegnazione.
Pensiamo a Leopardi, un lottatore della vita che cerca la bellezza.
Pensiamo a Ungaretti e paradossalmente a Pavese.
Fa comodo tacciare in modo svalutativo la tristezza, per portare le persone a non pensare, a vivere alla superficie una vita a metà.
“È che la tristezza sa aprire squarci che permettono di guardarsi dentro da una prospettiva nuova. Rende consapevoli. Dunque umani”, scrive Massimo Gramellini.
Si tocca la tristezza solo quando si va in profondità, quando ci si toglie la maschera.
Quando si avverte la solitudine.
Quando ci si accorge della sofferenza.
Di fronte a tali realtà non viene certo da ridere, ma può nascere l’impulso alla condivisione.
Tristezza è il sentimento che permette di avvicinarci all’altro, spinti dalla compassione verso di lui.
Avere lo stesso cuore. Tutto ciò non porta all’immobilità.
Anzi rimanere assorti nell’immergersi nella poesia, nella letteratura, nella contemplazione del bello, anche fisico, del corpo della propria donna per esempio, porta, dalla presa in carico del nostro limite, della nostra triste condizione comune, alla ricerca della vera nostra forza.
Quella forza che ci permette di rimanere umani, quando sentiamo nell’altro il bisogno della nostra presenza, unico modo per realizzare una aspirazione altrimenti inottenibile: raggiungere l’infinito attraverso il nostro essere finito.

Parole a capo
Angelo Andreotti: “Le secche mani del tempo” ed altre poesie

“La poesia è la ragione messa in musica.”
(Francesco De Sanctis)

 

Le secche mani del tempo

Le secche mani del tempo non hanno
più presa, le cose importanti
ritornano ma come sbalordite
dalla vaghezza delle mie domande,
ora
        che tardive
vanno a sbattere
scivolando sui forse dei ricordi.

Giusto il silenzio conserva memoria

 

Assieme al buio

Assieme al buio, a un fresco lontano,
all’ottundersi sordo dei margini,
allo sfollare lento dei rumori,
si aggiunge nell’aria
– e la penetra quasi –
un altro tempo che diresti vuoto

ma di te invece è rimasto in attesa.

 

In quella casa dove iniziai il cammino

In quella casa dove iniziai il cammino
un tempo c’era un fico, molte ortensie,
un orto di passeri e merli
con tante parole nascoste

che più tardi ho ritrovato
incastrate in cespugli di spine.

 

Pace non so…

Pace non so… né dove sia
quel lontano in cui ti andasti a nascondere
togliendo lo sguardo dal mondo,
e ancora non so chi vedevi
nel chiuso degli occhi,
o quali voci, e quali silenzi,
quali volti indicavi
in quella tua lingua segreta.

Sorridevano?

Angelo Andreotti (1960) vive e lavora a Ferrara. Laureato in Filosofia si è sempre occupato di linguaggi artistici, curando mostre e scrivendo numerosi saggi su arti visive e letterature in riviste, cataloghi, collettanee. Per la poesia ha pubblicato: Porto Palos (Book, 2006); La faretra di Zenone (Corbo, 2008); Nel verso della vita (Este, 2010); Parole come dita (Mobydick, 2011); Dell’ombra la luce (L’arcolaio, 2014 – introduzione di Matteo Bianchi e postfazione di Duccio Demetrio); A tempo e luogo (Manni, 2016); L’attenzione (puntoacapo, 2019 – prefazione di Antonio Prete). Ha inoltre pubblicato i saggi Il silenzio non è detto. Frammenti da una poetica (Mimesis, 2014) e Il nascosto dell’opera. Frammenti sull’eticità dell’arte (Italic, 2018), nonché la raccolta di racconti Il guardante e il guardato (Book Salad, 2015 – introduzione di Flavio Ermini e postfazione di Patrizia Garofalo).
Le poesie qui raccolte sono tratte dall’inedito Le notti non dormono qui.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

NO Al FORUM MONDIALE DELL’ACQUA A FERRARA
Sbagliata e grave la candidatura del Comune di Ferrara

Da: COMITATO ACQUA PUBBLICA FERRARA e GRUPPO BLU FERRARA

Abbiamo appreso con stupore e rammarico che il sindaco Alan Fabbri ha annunciato che il Comune di Ferrara ha aderito al Comitato promotore nazionale per candidare il nostro Paese a ospitare il Forum Mondiale dell’Acqua nel 2024 e a indicare la nostra città per svolgere un ruolo importante per quell’evento.
Ci teniamo a evidenziare che, a dispetto del nome, il Forum Mondiale dell’Acqua (WWF – World Water Forum) creato dal Consiglio Mondiale dell’Acqua è una sede cui i Governi sono chiamati a partecipare e a discutere sotto l’egida delle più grandi multinazionali del settore, che tentano di ottenere il via libera alla definitiva mercificazione del diritto all’accesso all’acqua e la definitiva privatizzazione dei servizi idrici integrati.
Da sempre i movimenti mondiali per l’acqua – e quello italiano tra loro- contestano la legittimità del Forum Mondiale dell’Acqua, peraltro definito nel 2009 dal Presidente dell’Assemblea dell’ONU, Miguel D’Escoto Brockmann come profondamente influenzato dalle società idriche private e strutturato in modo da precludere ogni possibilità che i principi relativi al riconoscimento del diritto all’accesso all’acqua e la tutela di questo bene siano le priorità della propria iniziativa.

Anzichè accodarsi alle schiere dei privatizzatori del servizio idrico e delle grandi aziende multinazionali che ne sono le principali protagoniste, avremmo voluto che il sindaco della nostra città si fosse pronunciato contro la quotazione in Borsa dell’acqua nelle Borse di Chicago e Wall Street, avvenuto alla fine dell’anno scorso, che segna non solo la totale mercificazioe dell’acqua, ma anche il fatto che su di essa si possa tranquillamente speculare.
Oppure ricordare che, sempre nel 2024, scade nel territorio ferrarese la concessione del servizio idrico a Hera, azienda quotata in Borsa e ispirata da una logica privatistica, e che dunque è possibile passare ad una gestione pubblica e partecipata del servizio idrico, dando attuazione ai referendum sull’acqua del 2011.
Confidiamo comunque che il sindaco si esprima su questi punti e, per parte nostra, continueremo a batterci perché il nostro Paese non ospiti nel 2024 il Forum Mondiale dell’Acqua e per salvaguardare la risorsa acqua come bene comune e per ripubblicizzare il servizio idrico.

COMITATO ACQUA PUBBLICA FERRARA
GRUPPO BLU FERRARA

Vite di carta /
“Casa d’altri”, il racconto perfetto di Silvio D’Arzo

Vite di carta. “Casa d’altri”, il racconto perfetto di Silvio D’Arzo

Così è stato definito da Eugenio Montale: “un racconto perfetto”. Mi riferisco a Casa d’altri, scritto nel 1947 da Ezio Comparoni, un giovane autore di Reggio Emilia che per pubblicazioni precedenti si era dotato di altri pseudonimi e che per questo suo racconto lungo aveva scelto di firmarsi Silvio D’Arzo. Ho ritrovato  il suo nome in appunti ormai datati, presi a un corso d’aggiornamento per docenti di letteratura italiana; il relatore era il grande Andrea Battistini, che ne caldeggiò la lettura a chi gli chiedeva quali fossero gli autori canonici del Novecento. E’ passato anche troppo tempo, ora voglio conoscerlo. Per prima cosa cerco negli scaffali della mia libreria e trovo quasi subito un volumetto che ho comprato all’epoca, L’uomo che camminava per le strade: una raccolta di racconti dello stesso D’Arzo uscita nel 1993 a cura di Daniele Garbuglia, in cui è riportata una buona bibliografia sull’autore; da lì spicca il nome di Eraldo Affinati come curatore dell’opera saggistica di D’Arzo, raccolta sotto il titolo Contea inglese.

Ho conosciuto Affinati e letto il suo intenso L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani; so che lavora con passione e scrive con sguardo profondo. Si aggiunge a Montale e a Battistini nello spingermi verso questo giovane scrittore reggiano che era del 1920, come mio padre, e come me si era laureato in Lettere a Bologna, lui però a soli 21 anni. Un grande talento morto a 32 anni di leucemia. Non so da cosa vi facciate convincere voi nelle scelte di lettura, io sono piuttosto sensibile alle parabole di vita così segnate dalla tyche e mi lascio guidare volentieri dal giudizio di coloro che mi sono maestri.

Eccomi dunque con il volumetto dei racconti tra le mani. Scelgo di leggere in ordine casuale i testi che vi sono raccolti e sono ben contenta che Casa d’altri qui non ci sia. Sento che devo rispettare delle tappe di avvicinamento al capolavoro. Vado solo a sbirciare le poche righe che lo riassumono nella edizione Einaudi del 1980, che intanto mi sono procurata, in cui la introduzione è scritta proprio da Affinati: i protagonisti sono un prete e una vecchia. Il fulcro della storia ruota intorno a una domanda che la donna rivolge al prete. Mi piace. Mi piace che i personaggi siano persone così e che le parole scambiate tra loro stiano al centro del racconto.

Comincio a leggere e la voce narrante, che è quella del parroco di un paese dell’Appennino reggiano, mi introduce alla povera vita che si conduceva lassù poco dopo la fine della seconda guerra. Nelle pagine iniziali siamo dentro la vita quotidiana del prete: sta lasciando la casa di un morto e dà le disposizioni per il funerale del giorno seguente; incontra il giovane parroco del paese vicino che è appena arrivato ed è pieno di iniziative e lo raggela dicendogli che lì, nella zona di Montelice, la vita non cambia mai, non succede niente di niente.

C’è un giorno diverso, però. L’esordio della storia è nei fatti che vi accadono sul far della sera: il prete sta tornando a casa e nota una donna che giù nel canale lava dei panni. E’ sola nella natura autunnale dalle tinte viola e tiene vicina a sé una capra. Il parroco non la conosce: deve essere venuta a vivere qui da poco; la pensa come un “uccello sbrancato” e nei giorni che seguono ripensa a lei. Si aspetta che prima o poi vada da lui a parlargli, come fanno tutte. Da lui che si è ridotto a essere “un prete da sagre e nient’altro”, mentre ai tempi del seminario veniva chiamato doctor ironicus per la sua arguzia. Vecchio lui, ormai, e vecchia e solitaria lei. Per molte sere ripassa dal punto in cui l’ha vista la prima volta, solo per inquadrarla un momento nel freddo della sera, mentre la luce se ne va.

È amore. Rileggo alcuni passaggi per comprenderlo. Amore fulmineo, è predilezione e attrazione totale. Solo che D’Arzo dissemina brevi segnali linguistici di questo terremoto interiore che travolge il parroco e li distribuisce nei suoi pensieri, a piccoli dosaggi. Mentre le giornate scorrono, apparentemente uguali, il prete non pensa ad altro che ad allontanarsi da casa sul far della sera per rivedere la vecchia. Assume anche informazioni su di lei e viene a saperne il nome, Zelinda, e l’età, sessantatre anni. Fa la lavandaia e fatica da mattina a sera con la sola compagnia della sua capra. “Mai una volta alla processione: mai ai Vespri: mai in chiesa”. Una sorta di Lupa verghiana.

Attendo che arrivi la domanda fatidica che lei rivolge al prete tempo dopo, la sera in cui hanno camminato insieme per un tratto di strada. Ora sono giunti sulla soglia della casa di lei, sull’estrema soglia mi verrebbe da dire, e lei chiede: “se in qualche caso speciale…qualcuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima”. Ecco, di nuovo non capisco. Ritorno indietro alle pagine in cui il prete si accorge della vita faticosa che Zelinda porta avanti, un giorno dopo l’altro. Non ho considerato abbastanza “il male di vivere” che la riguarda. Ho voluto cercare nelle pagine solo i segnali dell’attrazione che il prete prova per lei, scomodando lo Stilnovo con i suoi nodi concettuali: lo sguardo che innamora l’uomo, la visione epifanica della donna e il suo incedere e la sua ritrosia, come elemento che ancor più incatena l’amante.

Devo aver seguito una falsa pista di lettura. Non solo, ammetto che fatico a rapportarmi allo stile di questo testo: ora  trasmette mille echi letterari che me lo rendono familiare, da Manzoni a Fenoglio, da Verga a Machiavelli, ora mi torna estraneo e diverso da ogni altro racconto o romanzo del Novecento che ho attraversato. Saranno le frasi brevi, dal tono perentorio. Frasi costruite spesso su battute popolari che comprendo solo in parte. E sì che sono emiliana come l’autore. Il ritmo narrativo è segmentato e si alternano asserzioni dalla carica semantica sempre diversa: una breve frase sul tempo autunnale già freddo, la successiva sui gesti del personaggio, quella dopo sugli universali della vita e della morte. Non so se mi piace. Capisco che nel mio ruolo di lettore sono in cammino e la strada non è agevole. Lo stile di Silvio D’Arzo un minuto mi fa sentire ‘a casa’ e un minuto dopo mi ha tolto ogni certezza. Meno male che l’introduzione di Affinati mi soccorre ed è un raffinato scavo dentro al testo, di cui fa emergere lo straordinario valore letterario.

Ho recuperato il senso della domanda:  Zelinda vuole sapere se è permesso che qualcuno si tolga la vita, che lei ponga fine alla sua. Cosa le risponde il nostro prete, che in lunghi anni di ministero pastorale a Montelice ha celebrato matrimoni alla buona, cresimato ragazzi e messo d’accordo “sette caprai per un fazzoletto di pascolo”? Dice egli stesso “Sul momento non mi venne parola. Ma poi no, non fu neanche così: alla bocca mi salirono parole e parole e raccomandazioni e consigli e ‘per carità’ e ‘cosa dite’…Tutte cose d’altri, però…Di mio non una mezza parola: e lì invece ci voleva qualcosa di nuovo e di mio, e tutto il resto era meno di niente”. È una risposta inadeguata. Nella studiata simmetria del testo spicca l’asimmetria tra i ”cosa dite”, convenzionali, e la profondità filosofica della domanda.

Il prete da sagre chiude il suo racconto con due brevi sequenze: l’una nella casa di Zelinda, dove la salma di lei viene lavata e il pianto funebre sta per cominciare. L’altra quando, qualche tempo dopo, incontra il prete di Braino e trova che la vita del paese lo ha ingrassato. I segni del tempo che è trascorso sono tutti qui: le morti che si sono succedute (anche Melide, la perpetua, non c’è più), i chili che il curato ancor giovane ha messo su nella monotona vita della montagna.

“Allora mi vien sempre più da pensare ch’è ormai ora di preparare le valige per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d’avere anche il biglietto. Tutto questo è piuttosto monotono, no?”
Casa? Penso che voglia intendere la vera casa, in cui un parroco aspira a tornare più di ogni altro, la casa del Padre. Anche se la relazione tra le persone del racconto è tutta orizzontale e la religiosità di Zelinda, che vuole morire e degli altri che restano a vivere, si consuma nei riti che essi compiono e nelle liturgie. Questa terra è casa d’altri. Così come cose d’altri sono le parole inadeguate, le parole trite. Credo di avere afferrato il senso che regge il racconto.
Mi tiro un po’ su, ma il cammino dentro questo testo è ancora lungo.

Nell’articolo faccio riferimento ai seguenti testi:
– Silvio D’Arzo, L’uomo che camminava per le strade, a cura di Daniele Garbuglia, Quodlibet, 1993
– Silvio D’Arzo, Casa d’altri e altri racconti, a cura di Eraldo Affinati, Einaudi, 1980
– Eraldo Affinati, L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani, Mondadori, 2016

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

Il caso singolare di Gian Pietro Testa e del suo nuovo libro

Il giornalista Gian Pietro Testa arrivò per primo quel 5 giugno 1975 sul luogo dove fu ammazzata la brigatista Mara Cagol. Con questo ricordo si apre Il caso singolare di Gesù e della cagnetta Evaristo, edizioni La Carmelina, con prefazione dell’attore Giuseppe Gandini, un libro che vorrei fosse Gian Pietro a raccontare perché ogni suo ricordo è un pezzo di storia d’Italia, di giornalismo e di umanità. In questo breve libro, parla Fraschenor, cioè Giuseppe Mazzini, un personaggio che accompagna Testa nei suoi romanzi da diversi anni e che, dopo avere scelto di non parlare più arroccandosi solo nel suo pensiero, o meglio, in un pensiero che pensa di pensare, tornare a parlare, vivere, ricordare, soprattutto interrogarsi.
Ma c’è un ghiribizzo, un pensiero bizzarro e dittatore senza capo né coda che dialoga con Fraschenor Mazzini, gli si pone di fronte e prende il largo, si chiede se la Madonna avesse abortito cosa sarebbe successo: “non ci sarebbe stato tutto quel guazzabuglio di scontri, di balle, di guerre, non ci sarebbero stati i 76 Papi, no quelli sarebbero esistiti, forse non vestiti di bianco, ma pur di comandare avrebbero indossato un paio di calzoni blu e una camicia rossa, e forse ciò non è avvenuto per la semplice ragione che il soldato italiano si sarebbe confuso con quello vaticano”.
Giuseppe Gandini, che una quindicina d’anni fa portò a teatro Lettera semiseria di un comunista a signore Dio illustrissimo di Gian Pietro Testa, firma la prefazione di quest’ultima pubblicazione parlando di ballata, di uno scritto intriso di misticismo materialista. Gian Pietro Testa, che rimane uno dei giornalisti e degli intellettuali più lucidi del nostro tempo, va ancora una volta letto per quello che racconta e per come lo racconta.

cantieri-creativi-teleriscaldamento-geotermia–i-partecantieri-creativi-teleriscaldamento-geotermia–i-parte

Edilizia: a Ferrara in cantiere si muore anche di domenica

 

Da Fillea Cgil

Nel giorno che dovrebbe essere dedicato al riposo, l’operaio edile Giuseppe Fiore cade dal  balcone e muore sul colpo, un incidente mortale dovuto ancora all’ennesima caduta dall’alto.

Si ripete drammaticamente un evento che non è dovuto alla pandemia ma con essa convive, insieme a molti altri pericoli con cui i lavoratori edili fanno i conti. La domanda viene spontanea: come stava lavorando, le norme sulla sicurezza erano rispettate? Aspettiamo gli esiti dell’indagine degli organi ispettivi per avere informazioni più dettagliate.
Giuseppe era un operaio esperto e competente ma questo di per sé non lo ha reso immune dai rischi.
E’ la prevenzione difatti, che riduce le probabilità di subire infortuni.
La prevenzione va adottata con misure concrete, che stabiliscono come deve essere svolta la prestazione di lavoro.

Il sindacato vuole esprimere solidarietà e vicinanza alla memoria di Giuseppe e ai suoi familiari, ma anche chiedere che venga accertata la responsabilità di chi aveva il compito di vigilare.
I dati a livello nazionale degli incidenti sono in aumento,  dal monitoraggio  si evidenziano 32 incidenti fatali nei primi due mesi del 2021 contro i 12 dello stesso periodo 2020: il 170% in più rispetto all’anno scorso.

Come sempre, nei cantieri italiani, si muore soprattutto per caduta dall’alto (48%) e travolti da materiali (26%). Nel 33% dei casi i lavoratori erano totalmente o parzialmente irregolari; erano il 25% (4 casi su 12) nello stesso periodo 2020. E a preoccupare è anche l’età dei deceduti, sempre più anziani: il 43% delle vittime è tra i 40 ed i 60 anni, un altro 43% è di over 60, di cui 3 ultrasettantenni.
Nonostante il nostro grande impegno sulla sicurezza, è evidente che c’è un problema. Non è possibile che lavoratori così anziani si trovino a lavorare sui tetti o sulle impalcature.
Come ribadito dal Sindacato anche nell’ultimo seminario organizzato dal Comitato Consultivo Provinciale Inail Ferrara “I giovedì della prevenzione” c’è un problema diffuso di illegalità, la legalità e la sicurezza nei cantieri sono due facce della stessa medaglia.
In quest’ottica si chiede uno sforzo di collaborazione a tutti gli enti di controllo, per affrontare tutti insieme questa diffusa mancanza di rispetto delle regole di sicurezza e impedire ulteriori morti  nei cantieri.

Ferrara, 9 marzo 2021

8 marzo: perché detesto lo sbandierar di mimose

 

Detesto la Festa della Donna e non perché le donne non meritino una festa; detesto tutto lo sbandierare di mimose la cui unica attrattiva è quel meraviglioso giallo splendente e un po’ di profumo effimero; detesto gli auguri accompagnati da un grande sorriso sotto le mascherine, segni inseparabili del nostro tempo, e quel guizzo di protagonismo orgoglioso che le donne riservano alla data dell’8 marzo, camminando fiere per strada, almeno per un giorno.
Mi accorgo che, più che detestare, provo la tristezza destinata alla vista di creature fatte uscire dai recinti, esibite e coperte di complimenti e lusinghe per poi rientrare in cattività.
Le donne meritano ben più di questa ricorrenza che dura il tempo di 24 h e poi sfuma nel nulla, in attesa dell’annata successiva.
Penso a quelle costrette a rinunciare ai loro sogni annientandosi in vite che non  appartengono loro, a quelle abbandonate a crescere da sole i figli, alle donne picchiate, derise, tormentate, uccise a ogni latitudine geografica, a quelle relegate al ruolo e funzione di ‘serva’, a quelle a cui è negato il lavoro perché donne e quelle che di notte non dormono col pensiero di come far campare la famiglia. Penso a tutte coloro che in un modo o nell’altro hanno dato un pesante contributo all’immagine di genere ancora molto lontana da equità, giustizia, merito e riconoscimento.
Altro che festa! Non è sufficiente festeggiare, anche se il significato dell’8 marzo attinge a una storia passata da non dimenticare: quel 1911 a New York nella fabbrica Triangle perirono in un incendio 146 persone fra cui 123 donne di origine italiana ed ebraica, e quell’8 marzo 1917 a San Pietroburgo, quando le donne manifestarono per invocare la fine della guerra in una Russia ridotta alla fame.
La storia non va dimenticata e la storia delle donne men che meno, accompagnata com’è da un lunghissimo iter lastricato di sofferenze e grandi vuoti sociali. Quella che è stata proclamata dall’ONU “Giornata internazionale della donna” è svilita nel tempo, spesso ridotta – in epoca pre Covid – a occasione, neanche tanto rara, di ritrovi  festaioli con sbaraccate ridanciane davanti a spogliarellisti, leonesse per un giorno davanti all’immagine del maschio ridicolizzato.
Forse questo periodo di costrizione ha aiutato anche a ridimensionare questa storpiatura, riconducendo la ricorrenza alla sana riflessione e a un necessario bilancio che ci riguarda da vicino.
Continuiamo pure a sbandierare le nostre mimose, come vessilli rivoluzionari, come è stato in molte altre rivoluzioni colorate – la rivoluzione dei garofani in Portogallo, quella dei gelsomini nella Tunisia della Primavera araba, quella delle rose in Georgia, quella dei tulipani in Kirghizistan… – e non dimentichiamoci dei restanti 364 giorni dell’anno. Perché, oltre a festeggiare, dobbiamo difenderci, affermarci, sostenerci, esercitare tutto il nostro coraggio, la nostra voglia di essere donne consapevoli del proprio valore sempre, e non solo a ritagli.

In copertina : New York,  l’incendio nella fabbrica di camicie Triangle in cui il 25 marzo 1911 perirono 146 persone (123 donne)

ONORIAMO L’8 MARZO:
Quest’anno, mettiamo via le mimose!

 

Il tema della gender equality è uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dalle Nazioni Unite, ma inutile dire che siamo ancora ben lontani dal conseguirlo.
Secondo le Nazioni Unite le donne stanno soffrendo di più per l’impatto economico del virus.[1]. Prima di tutto perché meno donne lavorano. Il 94%degli uomini tra i 25 e i 54 anni ha un’occupazione contro il 63% delle donne nella stessa fascia di età. Le donne che lavorano hanno uno stipendio minore. Gli ultimi dati Eurostat sulla disparità salariale in Europa, registrano una differenza media del 15%.

Secondo il rapporto Eures nei primi 10 mesi del 2020 in Italia sono stati registrati 91 femminicidi di cui 18 avvenuti all’interno del nucleo familiare. Il 2020 è stato l’anno in cui l’incidenza della componente femminile nel totale degli omicidi è stata del 40,6%, cioè la più alta di sempre.  Ben 15mila sono le chiamate di aiuto delle donne al nr 1522 tra marzo e giugno 2020, un numero doppio rispetto a quello dell’anno precedente. Ogni anno i fondi vengono stanziati e i nomi delle donne uccise dal partner aumenta. 28 milioni è la cifra stanziata per i centri antiviolenza e le case rifugio. Vedremo quanti ne arriveranno a destinazione.

Durante il lockdown il peso maggiore è stato sostenuto dalle donne. La chiusura delle scuole e dei centri diurni per le persone non autosufficienti aumenta la mole di lavoro domestico e di cura. Il lavoro da una manodopera retribuita – asili scuole, babysitter – si trasferisce ad una che non lo è. Le donne che lavorano spendono in media più di 4 ore al giorno per i lavori domestici e di cura non retribuiti, contro solo meno di 2 ore al giorno degli uomini occupati.

I dati dell’Ispettorato del lavoro confermano la situazione pesante per le donne: nel 2019 sono aumentate le dimissioni delle lavoratrici che avevano avuto da poco dei bambini. Di contro, solo un terzo (rispetto alle donne) dei neo papà hanno lasciato il lavoro per seguire i figli. La pandemia ha pesato sull’occupazione. Del resto nel 2020 per le famiglie mancano all’appello 29 miliardi di reddito e 108 miliardi di consumi. Nel solo dicembre scorso su 101 mila posti perduti, ben 99mila erano donne.

Il settore dei servizi alle famiglie, dove le donne sono l’86,8% del totale, conta 65mila occupate in meno e 15mila uomini in più.

Inutile dire che la chiusura delle scuole ha penalizzato le madri e i bambini specialmente nelle famiglie meno abbienti, in cui la didattica a distanza è più problematica sia per le minori attrezzature informatiche sia per il minore livello di competenze scolastiche.
Già prima della pandemia, nella fascia tra i 25 e i 49 anni, il tasso di occupazione delle donne senza figli era del 71,9%. Con un figlio in età scolare scendeva al 53,4%. Il titolo di studio incide sulla partecipazione e la qualità del lavoro, quindi il fatto che le laureate in Italia siano il 22,4%, contro il 35,5% della media europea, pesa negativamente sulla posizione lavorativa.[2]
La chiusura
delle scuole e dei centri diurni per le persone non autosufficienti accresce la mole di lavoro domestico e di cura per le donne. Le donne infatti, spendono in media 4,1 ore al giorno per i lavori domestici e di cura familiare, contro solo 1,7 al giorno degli uomini. Si è creato per le donne un carico di lavoro, mentale, psicologico, emotivo molto pesante.

Secondo una ricerca recente condotta dalla Bocconi, il 66% delle donne (rispetto al 40% degli uomini) dichiara di avere svolto in questi mesi più lavoro domestico rispetto al periodo precedente alla pandemia. Lo stesso vale per i figli: più del 60% delle donne intervistate ha dichiarato di avere speso più tempo nella cura dei figli, contro il 50% dei maschi.

Prima di tutto perché meno donne lavorano. Il 94%degli uomini tra i 25 e i 54 anni ha un’occupazione contro il 63% delle donne nella stessa fascia di età.

Le donne, quando lavorano, hanno uno stipendio minore. Gli ultimi dati Eurostat sulla disparità salariale in Europa, registrano una differenza media del 15%.
Durante il lockdown il peso maggiore è stato sostenuto dalle donne. La chiusura delle scuole e dei centri diurni per le persone non autosufficienti aumenta la mole di lavoro domestico e di cura. Il lavoro da una manodopera retribuita – asili scuole, babysitter – si trasferisce ad una che non lo è. Le donne che lavorano spendono infatti in media 4,1 ore al giorno per i lavori domestici e di cura non retribuiti, contro solo 1,7 ore al giorno degli uomini occupati.

Secondo una ricerca recente condotta dalla Bocconiil 66% delle donne (rispetto al 40% degli uomini) dichiara di avere svolto in questi mesi più lavoro domestico rispetto al periodo precedente alla pandemia. Lo stesso vale per i figli: più del 60% delle donne intervistate ha dichiarato di avere speso più tempo nella cura dei figli, contro il 50% dei maschi.-
Nel Piano nazionale di ripresa dell’ItaliaNext Generation – sono previste risorse ingenti per la parità di genere (4,2 mld); sarà importante che gli obiettivi legati all’occupazione femminile vengano realizzati nei tempi previsti, utilizzando tutte le risorse a disposizione.

In ogni situazione le donne affrontano in un modo importante le difficoltà della vita: hanno maturato una vera e propria cultura della cura, hanno sviluppato la capacità di andare avanti comunque, ma non senza costi. In generale, afferma la direttrice del Centro di Medicina di Genere dell’Istituto superiore di sanità, “le donne sono più attente, sono loro che ad esempio in famiglia portano il marito e i figli all’attenzione del medico, seguono le vaccinazioni, si occupano in generale della salute”.

Verifichiamo una differenza di genere forte nei comportamenti e nelle attitudini nell’affrontare la pandemia che è stata confermata anche da studi analoghi condotti in Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti e che probabilmente è destinata a rimanere anche nei prossimi mesi”.

Non c’è molto da festeggiare nella prossima ricorrenza dell’8 marzo, ma invece molto da fare in ogni ambito: dall’istruzione, al lavoro, ai servizi, non da ultimo alla costruzione di immagini sociali meno stereotipate.
Quindi, almeno questo anno, mettiamo da parte le mimose: ognuno in rapporto ai propri ruoli, è chiamato ad avviare azioni concrete.

[1] F. De Bortoli, “Futuro grigio senza la forza delle donne”, Corriere della Sera, 8/21/21
[2] , Nazioni Unite, The Impact of COVID-19 on Women [Vedi qui]

Per leggere tutti gli articoli della rubrica Elogio del presente di Maura Franchi clicca [Qui]

Marzo 2060

Suona il campanello della porta e Cosmo-111 va ad aprire. E’ Prisca, l’amica di Axilla, con Galassia-111 (detta G-111), il suo robot. Chissà perché i ragazzi chiamano i robot con nomi che “provengono dallo spazio” (Cosmo, Galassia, Giove, Tempesta, Asteroide …). In realtà i nostri Robot non provengono dallo spazio, li costruiamo noi. Noi, in quanto esseri umani.
I nostri, in particolare, vengono costruiti a Trescia, città che ha un centro di assemblaggio meccanico-elettronico d’eccellenza e una facoltà di ingegneria meccatronica, in cui si studiano tutte le evoluzioni possibili di queste straordinarie macchine. Chiamarli con nomi astrali è una moda nata su Tick-Out, l’evoluzione di quel Tick Tock con cui giocavo io quando ero una ragazzina e che faceva preoccupare mio fratello Enrico. “Valeria diventerai ceca” mi diceva.

Tra loro i nostri robot si conoscono e, essendo Cosmo-111 molto bravo ad imitare il modo di fare e di pensare di Axilla e G-111 quello di Prisca, si piacciono. Sono anche loro, a modo loro, amici. Cosmo-111 cerca continuamente di insegnare a Galassia-111 il gioco delle vocali, esattamente come fa Axilla con Prisca. Questa situazione sta diventando imbarazzante. Stanno invadendo il mondo umano con un nuovo modo di comunicare, con un linguaggio che, nato da un errore, finirà per  affrancarsi dallo stigma di “sbaglio” per diventare un modo di parlare alternativo che, dal “mondo di mezzo”, trasmigrerà all’umano. I codici comunicativi degli umani e dei robot, che i due mondi “vivente” e “mediano” si sono sempre accaparrati come esclusivi e che hanno contribuito ad un forte processo identitario in vista del riconoscimento dei confini di appartenenza dei soggetti che li abitano, si stanno mescolando e, così facendo, ibridando.

“ Casa daca Galassaa-111, mangama an galata?” (Cosa dici Galassia-111 Mangiamo un gelato?)
“Ma cosa stai dicendo Cosmo-111, ho capito che stai parlando con me, ma non hai imbroccato le parole giuste”.
“Ma dai G-111, perché non impari questo gioco?. Dì gelato usando solo la A. Anzi, ripeti: galata! (gelato!)”
“Galata!” ripete rassegnata G-111, più per mangiare il gelato che per assecondare Cosmo-111.
Primo o poi cederà definitivamente e si rassegnerà anche lei a parlare con una sola vocale per volta.

I robot riflettono i sentimenti umani e vivono di luce riflessa. Apprendono osservando il nostro comportamento e lo riproducono in maniera fedele cercando di adattarlo alle situazioni, alle persone che incontrano e a tutti gli imprevisti che possono capitare. E’ un procedere per prove ed errori che rinforza alcuni tipi di comportamento piuttosto che altri. I robot mangiano il gelato che poi il loro corpo meccanico trasforma in calore e quindi in energia che loro usano per funzionare.
Ma la cosa strana è che non a tutti piacciono gli stessi gusti. Come mai a Cosmo-111 piace il gusto Spagnola con le amarene sciroppate e a G-111 il Pistacchio?

Gli ingegneri del Centro-Trescia-111 non riescono a spiegarselo, hanno fatto diverse ipotesi ma nessuna li convince del tutto. E’ forse che i robot apprendono anche i gusti per imitazione degli umani che interagiscono con loro? Il fatto è che i conti non tornano.
Ad Axilla piace il gelato al limone e Prisca mangia solo il Pino-Pinguino, un gusto dal color azzurro intenso, dolcissimo  e nauseabondo che ricorda lo zucchero filato delle fiere a cui andavo quando ero piccola. Un vero rompicapo, perché i gusti preferiti dei robot e dei loro umani di riferimento-primario non corrispondono? Ad Axilla non piace il gelato che mangia Cosmo-111 e Prisca non vuole nemmeno vedere il gelato che mangia Galassia-111, dice che il verde del pistacchio le ricorda il vomito. Ma allora, da dove vengono i gusti dei due robot?.

Abbiamo chiesto una spiegazione agli ingegneri del Centro-Trescia-111 e da questa richiesta  sono nate le teorie più svariate. Ad esempio: il passaggio al calore e quindi la trasformazione del gelato in energia, è facilitato dalle componenti (ingredienti) di alcuni gelati invece che da altri, i robot hanno imparato a preferire gli alimenti più idonei al processo di trasformazione di questi in energia essenziale al loro funzionamento. Potrebbe essere anche quello un tipo di apprendimento per prove ed errori. Ma le loro componenti meccatroniche sono pressochè uguali, allora perché Cosmo-111 mangia la Spagnola e Galassia-111 il Pistacchio?
Una seconda spiegazione potrebbe essere che  i gusti vengono selezionati grazie a un meccanismo imitativo che non centra nulla con la trasformazione in energia ma che si basa su un processo imitativo-secondario, cioè non agito in relazione alla figura di riferimento primaria, ma ad un’altra figura umana che per qualche motivo è diventata un riferimento transitorio nel momento di definizione del gusto preferito.
Cioè, per qualche motivo che non è del tutto noto agli ingegneri di Trescia, Cosmo-111 imita, mangiando la Spagnola, un umano che è stato significativo per determinare quella specifica scelta, probabilmente solo quella. Ad esempio, potrebbe essere successo che Cosmo-111 sia entrato in gelateria e che un bambino con in mano la Spagnola, lo abbia salutato, accarezzato e gli abbia chiesto se la voleva assaggiare. Cosmo-111 l’ha assaggiata  e da qui è nata la sua preferenza. Nel suo cervello si è creata una rete neuronale del tipo: Bambino-buono-bello-Cosmo-111-buona-Spagnola. Stessa cosa deve essere successa a Galassia-111 col pistacchio.
Oppure ancora: è una scelta legata al colore del gelato. Potrebbe essere che a Galassia-111 piaccia il verde del pistacchio perché gli ricorda i prati verdi delle vacanze estive. La famiglia di Prisca va sempre in vacanza a San Martino di Castrozza e lei e Prisca vanno sempre a fare le passeggiate nei boschi. L’associazione col gusto del gelato potrebbe essere arrivata per via indiretta attraverso una catena neuronale dovuta prevalentemente alla similitudine del colore del gelato con quello dell’erba di San Martino di Castrozza. Però la Spagnola è gialla con striature bordeaux, a che località l’ha associata Cosmo-111?

A Pontalba zona con quei colori che possano piacergli particolarmente, non ci sono, a meno che ci sia una similitudine col colore del tramonto. Pontalba è un paese di pianura dove d’estate si vedono dei tramonti molto colorati e, a volte, il rosso del sole invade tutto il cielo rendendolo di fuoco, altre volte l’arancione del tramonto si specchia nelle nuvole e le rende di un colore e di una forma che ricorda quella del gelato. Ma la spiegazione mi sembra un po’ troppo fantasiosa, anche se molto romantica.  Quindi per quale processo imitativo Cosmo-111 ha imparato a preferire il gelato al gusto Spagnola? Non sappiamo, abbiamo anche smesso di interrogarci sulla questione. Esattamente come i bambini che preferiscono un gelato piuttosto che l’altro, così i robot hanno le loro preferenze, che probabilmente sono un mix tra necessità, processi imitativi e accidentalità fortunose della vita.

Comunque sia, ognuno a casa nostra mangia il gelato che preferisce e lo assapora con soddisfazione.“Buunu Buunu” (Buono Buono) dice Cosmo-111,
“Buunu Buunu” (Buono Buono) dice Axilla,
“Buunu Buunu (Buono Buono) si rassegnano a ripetere in coro Prisca e Galassia-111, e tutti e quattro, con visibile soddisfazione, mangiano il gelato parlando solo con la vocale U.

Lo raccontavo una sera a Luca che, essendo un ingegnere, fa parte della categoria di professionisti che propende di più per una spiegazione di natura meccanicistica. Ci ha pensato un attimo e poi ha commentato, da papà più che da tecnico,: “ L’importante è che siano contenti, non preoccuparti troppo della genesi dei loro gusti per il gelato. Ognuno di gusti ha i suoi, vale per gli umani, per gli animali, per i vegetali e anche per i “mezzani” (sono chiamati così gli abitanti del mondo di mezzo, cioè i robot)”.
E’ vero. Ognuno di gusti ha i suoi e cercare di spiegare proprio tutto in termini razionali/ingegneristici non è di certo la strada più emozionante. In questo  mondo che cambia stiamo cambiando tutti, ci sembrano normali cose che solo qualche decennio fa venivano definite “marziane”. “Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!” a volte mi sorprendo a cantare, senza nemmeno sapere cosa significhino le parole di quella canzone che piace tanto a Cosmo-111.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

A partire da Gennaio 2060 (questa è la terza puntata) potrete seguirr le storie di Costanza Del Re tutti i mesi su Ferraraitalia.