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PER CERTI VERSI
Tempo da lupi

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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TEMPO DA LUPI

I lupi
Se ne sono andati
Coi loro occhi
Smeraldi
Ci hanno
Ipnotizzati
Andati
In branco
Dispersi
Nell’infinito bianco
L’odio è rimasto
Verso le pecore
La paura
Pure
È rimasto il tempo
Dei lupi
Alto
Distinto
Greve
È rimasto solo lui
A profumare di neve

Racconto:
La camera dalle tende socchiuse

 

– Ecco mamma, ancora pochi metri e siamo arrivati…sei stanca?
– Beh sì, un po’…ma non importa…adesso siamo qui…finalmente!
La macchina si fermò vicino all’ingresso principale di un albergo proprio di fronte al mare.
Addossate alle pareti si potevano notare i tubi dei ponteggi, anzi nella parete più distante era già stato eretto un primo parapetto che era arrivato all’altezza delle finestre del primo piano.
– Finalmente siete arrivate!… – esclamò con gioia Lucia, la proprietaria dell’albergo, uscendo dalla porta di ingresso a braccia aperte in segno di saluto, avanzando verso di loro con un grande sorriso.
– Finalmente! – ripetè a voce più alta abbracciando entrambe le sue ospiti.
– Ma tu…tu devi essere Francesca! – disse rivolgendosi a quella più giovane – Francesca… ma come sei grande adesso! E allora come devo essere diventata vecchia io…
– Ma no, no – la interruppero insieme le due donne – ma cosa dici?
– Parli bene tu Lisa… da quando ti conosco sei sempre la stessa… vero Francesca?
– Certo! Mia mamma non invecchia mai!…
-Su, su, basta complimenti… Lucia… allora… non ci fai entrare?
– Ma certo… cioè veramente qui non si potrebbe più passare… è da lunedì che hanno aperto il cantiere… eh si cara… ci allarghiamo… non saremo più una piccola pensione di fronte al mare, ma un grande albergo quattro stelle con piscina!
– Ma dai! Bravissima ti sei decisa!… anche se lo sai che io…
– Si, si lo so… ecco perché ti ho chiamata subito, appena ho saputo dell’inizio dei lavori. Domani la tua vecchia camera non ci sarà più… inizieranno infatti a demolire l’altra ala dell’albergo e toccherà quindi anche alla camera numero sette… la vostra… ma non volevo che iniziassero prima che tu vi potessi entrare ancora per un’ultima volta…questo è il mio regalo per il tuo compleanno…vedi che me ne sono ricordata… Ma dai entriamo… al diavolo il responsabile della sicurezza e i suoi divieti: qui la padrona sono io!
– Mamma io intanto vado a cercare un meccanico… sai l’olio… la spia che si accende… ti ricordi?
– Certo cara… vai… vai pure… mi troverai qui… fai tutto quello che devi fare con calma… io sono in buona compagnia…

Lisa  insieme alla sua amica Lucia, la proprietaria di quel piccolo albergo di fronte al mare, dopo aver rimosso la sbarra di protezione entrarono in silenzio.
– Tutto come allora – pensò Lisa mentre a piccoli passi timorosi, quasi per non disturbare il passato, si accingeva a varcare la soglia di ingresso – i profumi, i colori, la luce…tutto come tanti anni fa
– Lucia mi devo sedere un attimo…
– Ma certo cara… aspetta… ecco… siedi qui… qui starai bene – disse l’amica portandole una poltroncina imbottita di velluto chiaro.
Lisa non riuscì ad ascoltare neppure le sue parole e si accomodò, sedendosi lentamente, senza staccare gli occhi da tutto quello che dopo tanto tempo le si ripresentava intorno.

– Non sei più voluta ritornare qui… perché Lisa?
– Si… è vero cara… sai quante volte ci ho pensato? Ma come potevo farlo? Qui ho conosciuto mio marito, il nostro amore è nato qui e qui siamo sempre tornati ogni anno, fino a che i bambini sono diventati grandi… e poi il lavoro… altri impegni… i nipotini… ma come vedi la vita che sembrava avermi fatto lasciare questo magico posto, ti fa poi ritornare… – rimase un attimo in silenzio.
– Mi manca sai – riprese – …anzi no… lui non mi manca… è sempre con me… sai cosa mi manca veramente?
– Cosa cara… dimmi.
– Mi manca non essere riuscita a comprendere…
– Cosa intendi, non capisco.
– Ma sì… perché è rimasto sempre con me?… non me lo ha mai detto veramente…
– Ma cosa dici?
– Lucia so tutto, l’ho sempre saputo…Ti amava Lucia lo so.
Lucia non disse nulla
– Non mi ha fatto mai mancare nulla, ci amavamo e tanto è vero, ma è come se in fondo al suo cuore ci fosse stato un posto dove io non potevo entrare e il motivo… eri tu!

Lucia ascoltava in silenzio le parole dell’amica e alla fine disse:
– Tra noi c’è stato solo un bacio devi credermi… solo…
– No… Lucia… tornavamo qui per te, perché voleva passare un po’ di tempo potendo stare anche in tua compagnia… io non mi sono opposta… non volevo costringerlo, speravo che col tempo tutto sarebbe poi passato… e invece…
– Cosa dovevo fare? Ho provato a farlo ragionare, a dirgli che io non potevo continuare a vederlo, ma lui mi rispondeva che non riusciva, che neppure io potevo capirlo, che non voleva fare del male a nessuno, ma che…
– Non lo so… abbiamo vissuto momenti bellissimi… per il resto facevo finta di non sapere. La cosa strana è che fino a che era in vita non sentivo rabbia verso di te, dopo sì… tanta. Ma adesso mi manca… mi manca soprattutto il suono dolce delle sue parole… non lo riesco più a ricordare sai…quello sì che mi manca… ma sono brava… ai ragazzi non lo faccio vedere…sì sono brava.
– Sei sempre stata brava… – sussurrò Lucia.
– Lo so a cosa ti riferisci… sono innamorata, tutto qui… Lo sono. Ancora adesso… l’Amore vero non dipende dal carattere, ognuno ha il proprio. Ad un certo punto non ci badi più e ti dirò che non dai più neppure troppa importanza all’aspetto fisico e forse non dipende poi nemmeno dalla certezza di averlo tutto per te.
– Ah sì? Ma allora da cosa dipende?
– Dall’essere perfettamente sostenuti… – disse seria Lisa – almeno per me è stato così …Guarda io purtroppo non sono mai stata sicura di niente, ma credimi ciò che conta in tutto e per tutto è l’essere amati per quello che si è… quello che si è stato l’uno per l’altro… e per me lui è stato molto, moltissimo e così io per lui.

Le due donne rimasero in silenzio, una accanto all’altro, come in fondo erano sempre state.
– Adesso però saliamo, fammi vedere la mia camera…ti ricordi? Ogni anno provavi a convincerci a cambiare stanza, ma non c’era verso, volevamo sempre quella, la numero sette, l’unica con un piccolo balcone, quella che ci ha visto per la prima volta insieme, felici…
Lucia la guardò sempre in silenzio, troppo impegnata a contenere tutte le immagini che le parole dell’amica avevano riportato fuori dopo così tanti anni.
Si alzarono lentamente e insieme cominciarono a salire i ripidi gradini in legno che conducevano al piano superiore. Arrivate sul pianerottolo in fondo al corridoio Lisa vide di fronte a sé la porta della ‘sua’ camera.
– Adesso però ti lascio un po’ da sola… puoi rimanere qui quanto vuoi, io ti aspetto giù. Ti attendo fuori in giardino, aspetterò Francesca; se hai bisogno prima… chiamami.

Lisa la guardò e senza dire nulla, ringraziò. La sua mano afferrò con timore la maniglia della porta ed entrò. Immediatamente tutta la luce proveniente dalle due finestre aperte le irradiò il viso, mentre lo sguardo andò all’azzurro del mare che inondava i vetri. Sulla sua pelle sentì correre un brivido profondo che dalla schiena le percorse tutto il suo corpo, adesso senza età. Le parve di avvertire ancora le belle mani di suo marito su di sé e, come avvolta da un bene infinito, riprovò quella sicurezza che non l’aveva mai lasciata, fino a quando lo aveva avuto vicino. Pensò che adesso non avrebbe desiderato niente altro.

Era felice di essere dov’era. Le sue mani cercavano la sciarpa che le impediva quasi il ritorno del respiro. Si avvicinò alla sedia presso il tavolino perché le gambe sembravano oramai non poter più reggere i ricordi. Le dita delle sue mani giocavano tra loro nervosamente, fino a quando sentì il profumo dell’ultima cortesia di Lucia… i suoi fiori preferiti…. un mazzolino di fiori di campo adornavano il tavolino.

Quando successe l’incidente, tutto durò un tempo indefinito. Avrebbe voluto morire anche lei là dentro quella automobile. Prima la salvarono i pompieri e in seguito i figli, o almeno così aveva sempre creduto…
– Ma non l’ho fatto per loro – pensò – per loro ho rinunciato a volte a me stessa…Se sono come sono, qui ora, è perché l’ho voluto io! L’ho capito bene solo adesso entrando in questa camera.
Si meravigliò di non sentire più la rabbia che l’aveva accompagnata fino a quel momento.
Non era solo questione di ricordi…Tutto sembrava esserle più chiaro…

Solo adesso era diventata consapevole di cosa le era capitato, per cosa aveva vissuto tutti quegli anni, cosa aveva riempito tutti i suoi giorni e tutte le sue notti, cosa aveva impedito alla sua vita di fuggire via dopo l’incidente.
Il loro lungo amarsi nel tempo, nonostante Lucia, l’aveva trasformata. Ripensando infatti a tutti i momenti trascorsi assieme, inseguendoli uno per uno nel tempo passato, ecco …questo… si era come rivista con lui, aveva capito quanto lei fosse stata veramente la cosa più importante per suo marito, quanto doveva averla amata, tanto da rinunciare ad una persona per lui così speciale come Lucia .
Per questo motivo era rimasto con lei.
Lo aveva capito bene solo adesso.

Rimise a posto il copriletto, poi chiuse gli occhi mentre rubava per l’ultima volta il profumo ai fiori sul tavolino. Senza accorgersene poi, quasi inconsapevolmente, si trovò vicino alla finestra, quella accanto alla sua parte del letto. Allungò allora la mano per tirare le bianche tende, come aveva sempre fatto prima di uscire insieme dalla loro camera per recarsi al mare. Fece poi per andare anche presso l’altra finestra, quella che ogni volta, quasi per gioco, con una battuta spiritosa sollecitava suo marito a chiudere…
Ma si accorse che la tenda era già stata tirata.

 

COSTRUIRE L’EUROPA POLITICA
per una democrazia basata sul benessere e la giustizia sociale

 

Torino – Ci risiamo! I mezzi di informazione per convincere della necessità della vaccinazione facendo riferimento a un sistema organizzativo unico nazionale riguardo alla pandemia e chi ci governa presentano le loro argomentazioni usando un linguaggio tipo ‘siamo in guerra’. Ancora una volta un linguaggio bellico, un pensiero di aggressione e prevaricazione, per affrontare problemi che esigono invece collaborazione e coordinazione.

Il virus non è un nemico alieno che invade la terra, ma è il risultato di nostre scelte, la conseguenza dell’aver posto il profitto e i privilegi di alcuni al di sopra della qualità della vita umana per tutti. Realizzare una buona qualità di vita richiede un ambiente che abbia altrettanta qualità; non si può prescindere dal rispetto delle risorse naturali, per realizzare una vita dignitosa non solo per pochi ma per tutti.

L’aver messo il profitto al vertice dei valori a cui l’umanità tende è all’origine della pandemia. Il privilegio di pochi su molti corrisponde allo squilibrio con cui è stato trattato l’ambiente. L’inquinamento è il terreno di coltura di virus e batteri. La terra non può diventare il contenitore dei nostri scarti: se non la pensiamo come il luogo da abitare, e abitare piacevolmente, invece che come terreno di conquista, questi effetti pandemici si susseguiranno a ritmo sempre più frequente, con le conseguenze disastrose che stiamo vedendo e possiamo immaginare.

Le tante morti che la nostra nazione ha subito sono anche conseguenza dello smantellamento del sistema democratico avvenuto negli ultimi anni. La distribuzione dei servizi alla totalità dei cittadini, base della democrazia, è stata una prerogativa italiana distribuita su tutto il territorio efficiente ed efficace. La sua realizzazione aveva richiesto anni di lavoro civile a partire dal secondo dopoguerra e il suo obiettivo era ottenere una eccellente qualità del servizio accessibile a tutti.

È importante ricordarlo, perché nelle democrazie i governi sono eletti dai cittadini. Non dobbiamo dimenticare quali sono state le scelte che hanno portato a questo disastro, perché in una democrazia siamo tutti corresponsabili delle azioni sociali. Ricordiamocelo al momento di tornare alle urne: quante persone sono morte perché tanti hanno votato chi proponeva la supremazia di alcuni su altri e ha trovato consenso? E chi ha dato questo consenso sono stati proprio quelli che, per primi, si sono visti togliere i servizi pubblici che garantivano la loro qualità di vita e la loro salute.

L’Italia è riuscita a restare al passo con lo sviluppo della società occidentale perché ha costruito la propria unità politica e, dopo il blocco dello sviluppo conseguenza al fascismo, ha scelto la via democratica, l’unica forma di governo a garantire sviluppo umano e sociale. Ora la sta distruggendo per seguire le sirene, prima della secessione, ora dell’autonomia. E questo anche grazie ai nuovi mezzi di comunicazione che indiscriminatamente propugnano la cultura del vacuo. In questa ultima fase di gestione della pandemia si può vedere bene fino a che punto sia inefficiente questo sistema di frammentazione amministrativa. Spero che quanto succede in Italia, con le autonomie regionali che lavorano l’una contro l’altra, anziché all’unisono, sia un monito per l’Europa. Nelle due realtà il problema è lo stesso: la necessità di mettere d’accordo un puzzle di territori reciprocamente diffidenti rallenta qualunque procedimento. Un esempio lampante è la distribuzione dei vaccini per il Covid-19 che, tanto in Italia quanto in Europa, sta procedendo così a rilento.

Il mondo è ormai organizzato in potenze dalle dimensioni di continenti: le piccole nazioni sono destinate a contare sempre meno nelle relazioni internazionali fino a sparire del tutto. Il comportamento dell’Egitto nei confronti dell’Italia, mi riferisco ai casi Regeni e Patrick Zaki, è emblematico – come pure quello del caso del ricercatore scientifico Ahmedrez Djalali in Iran – l’Italia in quanto nazione singola, senza l’appoggio dell’Europa non ha forza sufficiente a esigere il rispetto delle norme diplomatiche.

Finalmente, con la Next Generation EU abbiamo fatto un primo passo necessario per rispondere ai problemi creati dalla pandemia, però non è sufficiente: ci vuole la costituzione dell’Unità europea politica, un unico governo forte e presente che non esiste ancora: siamo in ritardo di 70 anni nella realizzazione del progetto d’Europa promesso da Schuman, De Gasperi e Adenauer e ne stiamo pagando le conseguenze.

Molti problemi del bacino del Mediterraneo, da quelli legati alle migrazioni alle tensioni con la Turchia, sono diretta conseguenza dell’atteggiamento passivo dell’Europa, che non ha la forza di uno stato unitario; i flussi migratori sono connaturati alla natura umana, la storia dimostra che ci sono sempre stati, non si possono frenare, ma vanno governati: se non lo si fa in modo democratico, alcune nazioni stanno già progettando l’unione delle democrazie illiberali che danno al concetto di democrazia un valore solo quantitativo di maggioranza e non qualitativo di libertà.

Ma come è possibile una democrazia senza libertà? Cosa stiamo aspettando ancora? Oppure vogliamo che altri casi come quello del dittatore turco Erdogan e la Presidente della commissione europea von der Leyen si ripresentino nella prevaricazione e nella mancanza di rispetto e decenza nei riguardi di governanti europei pienamente accreditati, solo perché donne? E non finisce qui. Se l’Europa finalmente riconoscesse, lei per prima, il valore di essere nazione unita chiederebbe a Charles Michel le dimissioni immediate.

Bloccare la costruzione dell’Europa politica ci condanna a diventare terra di conquista di tutte le grandi potenze e non è solo una sconfitta territoriale: è la stessa democrazia a essere messa a rischio, perché molte di queste potenze sono dittature. Vogliamo proprio distruggere la più bella conquista del Novecento: la democrazia basata sul benessere e la giustizia sociale?

Parole a capo
Cristiano Mazzoni: “Dal Batiguàza al Bronx” e altre poesie

“Vivere senza poesia è come navigare senza timone”
(Michele Gentile)

L’UBRIACO

Il fumo rendeva di ovatta l’aria umida della notte,
il porfido lucido, sembrava riflettere i pensieri intrappolati nelle luci dei lampioni,
rumore calpestato di crudi ricordi.
L’uomo barcollava ubriaco,
nel silenzio della città,
l’odore di tabacco, si mescolava ai vapori dell’alcool,
in un gorgo di solitudine, senza speranza.
La luna, da qualche parte nel cielo,
provava a riflettere in basso,
la luce del sole agli antipodi,
mentre l’ombra dell’uomo spariva,
ingoiata dalla nebbia.

 

NEGLI OCCHI L’AURORA

Negli occhi, il rosso dell’aurora,
il sole chiuso nel pugno,
come mantello l’arcobaleno,
e ai piedi ?
Scarpe rotte.
Camminiamo in montagna, di fianco ad un fiore,
fischia il vento e le idee di rivolta?
Non sono mai morte.
Immagina di vivere un sogno,
ma non sei l’unico,
lo condividi con i matti,
gli ottusi e gli ubriachi.
Sventola bandiera,
di rossa primavera.

 

DAL BATIGUÀZA AL BRONX

Case popolari a perdita d’occhio,
vecchie sedute a conversare sui gradini delle scale,
cortili chiusi da quattro mura,
pieni di indiani e cow-boy,
cerbottane, come gli aborigeni,
urla e strepitii infiniti rincorrendo il sogno di un pallone.
Poi la terra di nessuno, dietro al cinema,
un grande prato, mille compagnie a contendersi il territorio,
un sottopasso per l’inferno,
dove improbabili graffitari citavano Dante sui muri.
Il quartiere dormitorio, giovani distrutti,
regalavano la loro vita, appoggiati al nulla,
aria stantia, anticorpi contro la malavita;
eppure, siamo diventati adulti,
sempre grati alla borgata,
che ci ha insegnato a camminare.

 

MEDIOCRITÀ

Una vita vissuta tra il cinque e il sei
come a scuola,
i numeri delle mie maglie.

Perennemente sotto media,
nessuna arte, anche se di parte,
sussurri gridati,
urla silenziose.
Sassi che rotolano,
acqua che evapora,
un peso medio,
contro montagne di giganti.

(Poesie tratte da “I pensieri del comandante” di Cristiano Mazzoni  – Freccia D’oro edizioni, 2019)

Figlio unico di madre impiegata e padre sindacalista, Cristiano Mazzoni nasce a Ferrara, nell’autunno caldo del 1969, nelle case popolari a due chilometri dal centro cittadino. Ha pubblicato Batiguàza. Resoconto di una adolescenza (Este Edition 2011), Parole dissociate. Memorie e pensieri (Este Edition 2012). Nel 2014, in occasione dei mondiali di calcio, un suo racconto “Speriamo di non cadere”, viene inserito in una raccolta dal titolo Racconti Mondiali, edito da Autodafé Edizioni di Milano. Nel 2015 un suo racconto dal Titolo “Petrolchimico” è inserito in una raccolta pubblicata sempre da Autodafé. Con Autodafé pubblica il suo primo romanzo “Il Bar dei Giostrai” nel 2017, nel 2019 pubblica “I pensieri del comandante” raccolta di parole in colonna con Freccia d’Oro edizioni.
Gestisce una rubrica su Ferraraitalia.com “Gli spari sopra”.
E’ in redazione a “Lo Spallino” dove scrive di un grande amore.
Scrive, come autoanalisi, per raccontare, soprattutto a se stesso, che non è mai troppo tardi per autodeterminarsi.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

 

M’AMA NON M’AMA …
Riconoscere le radici della violenza e scegliere la libertà

 

Si definisce ‘femminicidio’ o ‘omicidio di genere’ un omicidio doloso o preterintenzionale, in cui una donna viene uccisa da un individuo di sesso maschile per motivi basati sul genere.

Si allunga ogni settimana la lista delle donne vittime di questo tipo di omicidio. Nei primi tre mesi del 2021 sono state ammazzate da compagni e fidanzati quindici donne e la lista continua a salire ogni giorno che passa. Un fenomeno che non si arresta, che non tende a diminuire. Più se ne parla, più se ne scrive, e più la situazione peggiora, come se un minimo di rilevanza mediatica desse a questi assassini un po’ di voglia in più di ammazzare.

Nel 2020 sono stati commessi novantuno femminicidi, di questi ottantuno sono stati commessi nel contesto familiare, cioè l’89% del totale (Rapporto Eures 2020). C’è poco da fare, i mostri li abbiamo in casa. Sono i nostri compagni o ex-compagni, che ci sfigurano con l’acido, provano ad ammazzarci, ci calpestano, ci prendono a schiaffi e calci, ci rapiscono i figli (non tutti, s’intende!). Mi chiedo sempre da dove arrivi un odio del genere. Per quanto la psicanalisi provi a spiegarne le motivazioni profonde, le modalità, le giustificazioni e i mezzi, io continuo a stupirmi e addolorarmi ogni giorno.

Mi tornano così alla memoria storie di soprusi che ho sentito raccontare, storie di umiliazioni perpetrate all’infinito, che tolgono qualunque tipo di dignità, che lavorano in maniera silente e costante come tante stalagmiti che crescono grazie al lavorio delle gocce d’acqua. Conformazioni calcaree che ci mettono molto tempo a diventare visibili, una vita a calcificare e a diventare punte acuminate che perforano l’aria. A un certo punto le vedi, piantate nella grotta nella quale si trovano, pronte ad acuire il senso di pericolo, pronte a fare male senza esitazione. Una sberla un giorno, poi una dopo una settimana, poi due dopo un mese e poi più in là ancora altre.

Non c’è sempre la possibilità di ribellarsi a questo mostro che cresce dentro casa, a questa modalità lenta, silente e progressiva che si nutre di quotidianità, di impossibilità di rompere legami sbilanciati, dal punto di vista della relazione e/o delle necessità economiche. C’entra l’indipendenza come arma a doppio taglio: si può odiare una donna perché è indipendente, così come la si può odiare perché è dipendente. La dipendenza crea umiltà, paura, sottomissione. Ma il mostro è spesso un vile e gli piace molto, in quanto vile, prendersela con chi non sa difendersi. Allo stesso tempo il vile ama a sua volta i rapporti sbilanciati. Adora chi è prepotente con lui, detesta chi è sottomesso, chi è ridotto a una passività imposta dal logorio di un’umiliazione costante. È questo logorio che riduce una donna al suo livello, quello che proprio lui detesta. Un vile odia se stesso e adora i prepotenti. Per questo odia sua moglie, che è una sua pari, una che conosce i suoi difetti che lui non sopporta, le sue paranoie dalle quali tenta sempre di sfuggire, ma dalle quali è riacciuffato.

Un uomo violento è un uomo pieno di malessere e rancore. In una donna piena di malessere riconosce se stesso e per questo l’odio si moltiplica. È un odio che si nutre di odio per se stessi. È un odio che consuma l’altro per ridefinire le caratteristiche di un mondo interiore che non lascia spazi di libertà a nessuno. Una donna sottomessa, privata della sua volontà e della sua indipendenza è la vittima preferita di questo tipo di maschio violento. Vile coi vili e decisamente servizievole con gli arroganti e prepotenti. I vili non hanno mai saputo trovare un equilibrio giusto, una autostima accettabile, un senso del perdono e della pietà eticamente fondato.

Un secondo tipo di maschio violento è il prepotente per antonomasia. Quello che non tollera la donna indipendente che sa ribellarsi. Qui però non c’è un gran logorio giornaliero. Se mai c’è la ribellione e subito dopo la ripercussione. L’atto aggressivo e violento è una ripercussione, una reazione esagerata a un atto contrario alla propria volontà, al proprio desiderato e alle proprie aspettative. Spesso l’aspettativa di un prepotente non è reale. Il maschio in questione non è empatico e non riconosce i segni di disagio femminile, fino a quando emergono come un fiume in piena che nessuno sa più contenere e frenare. Un fiume che corre e se ne andrà lontano.

La prepotenza si nutre di confronti aggressivi, di necessità di umiliare l’altro e di ricondurlo a una via conosciuta, a un percorso controllabile e prevedibile, che permette l’aggressione come atto liberatorio, come conferma di un potere effimero. Un’illusione come quella di controllare una relazione, le sue conseguenze, i suoi possibili sviluppi e anche la sua fine. Il maschio aggressivo sa quando e come finirà una relazione, ma non lo deve e non lo può sapere la donna con la quale si relaziona. E così, nel gioco di potere tra viltà, sottomissione, mancanza di indipendenza e atti di rivendicazione di una dignità mai trovata, si consuma la violenza e la persecuzione nei confronti delle persone per le quali questo è possibile, è nascondibile, occultabile.

Poi c’è il degrado della mancanza di spazio familiare, della mancanza di evasione culturale, di sostegno economico, che permette un po’ di trasgressione, quella buona che riduce la conflittualità, che ridimensiona il senso di angoscia, che rischiara i rapporti. E poi c’è l’uso di alcol e di sostanze stupefacenti, che scatenano l’aggressività anche in chi non è aggressivo, anche chi in condizioni normali sa mantenere una mitezza esagerata, che mai farebbe pensare che presto quel ‘dipendente’ ti sfigurerà coll’acido. L’uso di droghe altera la percezione che una persona ha di se stessa. Altera la sua autostima e il suo bisogno di successo, ridimensiona la sua dignità rendendolo schiavo e succube. Le esplosioni di rabbia sono impreviste, legate all’uso dell’alcol che annienta i freni inibitori e fa sì che la selvaggia e primordiale voglia d’uccidere attraversi le menti di individui un po’ strani e molto eccitabili, dal comportamento dannoso.

Ma il danno più grosso succede prima. Durante il processo di annientamento. In quella fase a volte lunga (può durare anni) e a volte cortissima (può durare qualche minuto), in cui la dignità di una donna viene distrutta. È la mancanza di dignità che fa uscire dalla tana il mostro. Una mancanza di dignità causata dal mostro stesso e dai suoi comportamenti reiterati, dai suoi malumori. La psicologia insegna che i comportamenti più radicati non sono quelli che hanno rinforzi continui, ma quelli che hanno rinforzi occasionali. L’imprevedibilità del cambio d’umore accompagna spesso gli atti denigratori. Gli abbassamenti di status e di ruolo si configurano come un rinforzo occasionale, come un risucchio verso il basso, come una voragine che si apre all’improvviso e non è possibile arginare. La voragine imprevista risucchia chi sta camminando sopra di lei. Lo trascina verso il basso, lo copre col fango, lo deteriora un po’ alla volta, lo ricopre di terra, lo sotterra e lo dimentica.

La violenza si scatena sopra tutto questo, dentro tutto questo, lo sovrasta, lo ricopre e lo abbandona. Poi ricomincia, si crea un’altra voragine che inghiotte qualcuno, anche in maniera quasi casuale, lo mastica e lo consuma. I comportamenti violenti tendono a reiterarsi, perché sono lo sfogo di una personalità fatta così, di un dramma interiore che si manifesta così, di una incapacità di essere riflessivi, corretti, altruisti e anche giusti. Tutto ciò che si vede è così, senza possibilità di fraintendimenti.

Non fermatevi donne davanti alla prima sberla, lasciate quella casa e quella famiglia, portatevi via i vostri figli, se li avete. Non c’è ragione per sopportare la situazione, non c’è giustificazione da portare a se stessi, non patria per il pensiero, non c’è rimedio al dolore. A volte aprire una porta è un grande segnale di coraggio, la prova di un orgoglio che non è stato annientato, di una speranza che non è stata disintegrata del tutto, che riscopre qualcosa, che ricorda la luce.

Dentro ogni donna c’è la possibilità di sperare, credere e camminare con decisione e fiducia, ma ogni donna è anche una possibile vittima della situazione, delle circostanze, del dolore dell’abbandono e della malattia. Una donna fragile attira i fragili che cercano una vittima sacrificale per la loro necessità catartica volta a immolare loro stessi insieme alla vittima. Maschi che tentano di uccidere la sottomissione che riguarda entrambi, che annientano, attraverso l’aggressione, quella vergogna perpetrata di non essere mai all’altezza di niente. Sicuramente non all’altezza del proprio orgoglio smodato e invece degni di una bassezza da rasentare la terra marcia.

Spero che in ogni donna ferita e oppressa nasca la voglia di uscire dal guscio, di dire la verità, di rischiare la vita per una nuova possibilità, di abbandonare una vecchia vita per una nuova prospettiva.

Andatevene voi uomini aggressivi e senza dignità.

FANTASMI
Fondi di caffè e alberi magici

Fondi di caffè e alberi magici

Stamattina mi sono alzato molto presto. Ho trascorso la notte in un penoso dormiveglia, senza riuscire a prendere sonno, una consuetudine ormai da mesi. Dopo una veloce colazione ho raccolto le idee e sono uscito per la solita passeggiata: dovrò fare anche la spesa, mia moglie si è raccomandata. Con passo stanco sono andato al parco, come faccio nei giorni di sole, anche se oggi è nuvoloso: ci portavamo i bambini quando erano piccoli, ogni tanto ci torno per rivivere momenti lontani.
Comincio a camminare, da solo: la mascherina posso toglierla, non c’è nessuno. Lì davanti a me, un cane randagio va annusando, frugando vicino a un cassonetto ribaltato.
Tra me penso che questo mondo alla rovescia e contraddittorio, strabordante di cattiveria e di ipocrisia, è proprio come quel cassonetto.
Su una panchina poco distante un ragazzo sta seduto assorto nei suoi pensieri, giocando con un bastoncino di legno. Disegna sul terreno qualcosa.

Il cane – ha un collare… mi sa che non è un randagio, l’ho giudicato troppo presto – si avvicina al giovane e gli deposita davanti un sacchetto mezzo rotto, rovesciandone il materiale contenuto: bucce d’arancia e poco altro.

Ero uscito per fare due passi e cercare qualcosa che riaccendesse in me l’interesse verso l’umanità, dopo una notte insonne vuoto come una bottiglia di birra a testa in giù in una duna sabbiosa del deserto, cercando qualcosa a cui appassionarmi per dimenticare questa pandemia. Mi siedo all’altra estremità di quella panchina, consapevole che avrei trascorso un’altra mattinata grigia alla ricerca, inevasa, di un motivo per non pensare ai miei figli lontani.
Guardo quel giovane a 2 metri da me: distanza di sicurezza. Il mio coinquilino di panchina avrà trent’anni circa, è un ragazzo alto. Penso che alla sua età sarei stato in giro a inseguire sogni, chitarra a tracolla e sigaretta sempre accesa, per fare serenate a due-tre ragazze e decidere come cambiare il mondo.
“Ecco, questo tipo è una delle cause del mondo capovolto di cui sopra” rifletto tra me.

Il bastoncino tra le mani del ragazzo attira non solo la mia attenzione, ma anche quella del suo cane, che cerca di strappargliela addentandola per coinvolgerlo nel gioco del lancio e recupero, quello che fa sempre felice un cane, cucciolo o attempato che sia. Ma non riesce a distogliere il giovane dal suo muto vagabondo tracciamento di ghirigori. Stufo il cane si allontana inseguendo una foglia, attività infinitamente più interessante.
Anche io guardo quei ghirigori: con la punta del bastoncino il ragazzo disegna, spiana, poi ritraccia altri segni, gli occhi bassi.
“Ciao” gli dico. Senza alzare lo sguardo, lui, a voce bassa: “Ciao”.
“Cosa fai di bello?”. E lui: “Cerco una risposta”.
Gli chiedo allora quale risposta si possa trovare rigando un po’ di terra.
“Non è terra: è un fondo di caffè”.

Avrei potuto alzarmi e tornare sui miei soliti, annoiati passi, ma qualcosa mi fa restare.
Tento di farlo parlare: la mia indole di professore in pensione, abituato a cacciar fuori con le pinze una parola dagli studenti pur di fargli dire qualcosa e non dar loro un “impreparato”, mi spinge a chiedergli quale verità ci sia in un po’ di posa di caffè caduta da una busta di un cassonetto.
Risponde: “Mio nonno mi raccontò che dalle sue parti, al Sud, le donne per interpellare gli spiriti usavano il fondo di caffè, mentre gli antichi leggevano le viscere e i comportamenti degli animali”.
Gli chiedo: “Ma tu cosa cerchi in quel fondo di caffè?”.
Spostando appena un po’ lo sguardo, dice: “Vorrei trovarci dei fantasmi, per poterli seguire, anzi inseguire… chiedergli tante cose. Ma non funziona. Forse è decaffeinato, perciò non funziona”.

Il cane torna a chiedere una carezza, alla ricerca di affetto e di un compagno di giochi: la ruvida leggerezza con cui il suo muso sfiora la gamba del ragazzo mi ricorda vagamente la carezza di un padre. “Joker, va’ a giocare…” sbotta lui.
“Davvero credi ai fantasmi?” gli chiedo.
Iniziamo così a parlare: a raffica gli racconto della mia famiglia, dei miei figli, di cui uno ha circa la sua età, lontani per colpa del COVID e del lavoro inesistente. Gli parlo di un nipotino che non vedo da molti mesi: io non ho avuto i nonni, ma quel bambino un nonno ce l’ha, perché non posso stare con lui, portarlo al parco, al cinema? Raccontargli tante cose, articoli di giornali, favole, teorie, testi di canzoni, romanzi, trame di fumetti…?
Luca, così si chiama il ragazzo, alza gli occhi e mi guarda. Un leggero sorriso incurva appena le sue labbra notando i capelli bianchi sfuggenti sotto il mio cappello. E così mi parla di suo nonno: un ex-professore di latino e greco che gli aveva insegnato tante cose, come scrivere l’alfabeto greco e storie di mitologie e leggende… storie bellissime.
“Perché non vai a trovarlo, tuo nonno, ogni tanto?” gli chiedo, burbero.

Ricomincia con quel bastoncino a interrogare il fondo di caffè, non vuole parlarne, ma poi alla fine, risponde:
“Ero al battaglione in quel periodo. Sapevo che nonno stava male e che forse dovevano ricoverarlo, ma mia madre non mi aveva detto nulla di più. Poi quel giorno di marzo accadde tutto: ci chiamarono dal comando. Ci dissero che servivano i camion, bisognava trasportare i morti del COVID perché erano troppi in città e non c’era più posto. A me sembrava tutto assurdo, incredibile, avevo solo voglia di guardare lo sport sullo smartphone per non pensarci, ma poi mi telefonò mia madre e disse che nonno non ce l’aveva fatta. Nessuno sapeva dove era stato ricoverato, né dove ora l’avrebbero portato. Nulla”.

Joker si era accucciato ai suoi piedi, ad ascoltare: anche lui voleva finalmente capire perché Luca fosse così da giorni, anzi mesi.
“Io chiesi al capitano di poter essere uno degli autisti: ma come me ce n’erano altri che avevano perso qualcuno allo stesso modo. Tutti volevamo … non so… magari trovare un nome su una cassa. Ma il capitano rispose che noi eravamo troppo coinvolti, perciò avrebbe scelto altri come autisti. Allora mi sono ricordato del cavallo di Troia e di Ulisse, quello che con una bugia faceva fare ciò che voleva a chiunque: ho seguito il capitano e gli ho detto che l’ultima volta che avevo visto mio nonno avevamo litigato. Così il capitano mi ha inserito nel gruppo degli autisti” ha concluso Luca.
Comincio a capire: mi ritornano in mente quelle lunghe file di camion nella notte di Bergamo, viste in televisione da miliardi di persone attonite e sconvolte. Ma non avevo mai pensato agli uomini che guidavano quei camion. Luca aveva pochi altri ricordi, e tanta rabbia e dolore. Poi ha continuato, a voce bassa: “Quando abbiamo chiuso quel cancello dietro al quale avevamo ammassato le casse, siamo rimasti lì fuori, in attesa. Di che cosa poi? Boh.
Uno di noi autisti disse: ci vorrebbe una preghiera.
Un altro disse: ci vorrebbero dei fiori. Ma non avevamo nulla.
Un sergente magrolino andò allora nel suo mezzo, e tornò con due Arbre Magique, uno azzurro un po’ usato e uno rosso nuovo che tolse dalla bustina, e fece cenno a tutti di fare altrettanto. Li andammo a prendere e li mettemmo tutti insieme: erano di tanti colori diversi, c’era un profumo intenso. Ma non sapevamo come legarli tra loro. Io mi sono strappato il braccialetto di cotone colorato, il portafortuna, e ho detto agli altri di fare lo stesso. Quel sergente mi ha guardato, li ha intrecciati velocemente in modo ordinato: così, nonostante la mascherina, mi sono accorto che era una sergente. Lei mi ha guardato con due occhi … quegli occhi che non riesco più a dimenticare. E così sul cancello abbiamo legato quella piccola corona di alberi profumati variopinti: è stata come la celebrazione del Milite Ignoto. Non so nemmeno di quale brigata fosse quel sergente, né il suo nome, non so nulla. Certe volte non so neppure se ho sognato tutto. Per questo ora cerco di capire qualcosa negli oscuri segni del destino o nei fondi del caffè: vorrei trovare almeno una risposta”.

Joker ha infilato la sua testa sotto la mano di Luca, e questa volta Luca lo accarezza, poi afferra il bastoncino e lo lancia lontano. Joker come un fulmine schizza a riprenderlo e glielo riporta, felice di aver ritrovato l’amico fraterno di giochi.
Sono rimasto lì, confuso: ribaltato come il cassonetto di prima.

Ho salutato Luca e distrattamente gli ho teso la mano, ma l’abbiamo ritratta entrambi, memori delle regole sul distanziamento, così ho scorto sul suo polso un braccialetto portafortuna.
“Sì” dice Luca” il giorno dopo ne ho comprato un altro: questo servirà per ricordarmi mio nonno. Ho deciso che lo terrò per tutta la vita, o almeno fino al giorno in cui non ritroverò gli occhi di quel sergente”.
“Li ritroverai, ne sono certo” gli ho detto. ”Come fai ad esserne così sicuro?” mi ha ribattuto Luca.
“Lo so. Studiavo i greci come tuo nonno: io però guardo le nuvole per indovinare i venti e cercare di capire gli eventi. E poi scrivo racconti, da leggere forse un giorno a mio nipote: se vuoi posso raccontare la tua storia, magari ritrovo quel sergente…”.
Luca ha annuito e ha sorriso, finalmente. Poi mi ha salutato con il gomito e un gesto della mano.

Sono tornato di corsa a casa, dimenticando di fare la spesa, l’animo in subbuglio ma vivo: e ho subito iniziato a scrivere.

Per leggere tutti gli interventi di Fantasmi, la rubrica curata da Sergio Kraisky e Francesco Monini, clicca [Qui] 

La drammatica attualità della paura

 

Fiorenzo Baratelli e Maura Franchi

 In questi mesi ognuno di noi ha messo in atto un grande sforzo per dare continuità alla vita di sempre, mentre il virus immerge tutti noi in un perenne stato di precarietà e paura. Paura di qualunque forma di contaminazione che sperimentiamo in ogni momento della vita. Paura del vicino in treno, benché munito di mascherina e collocato a debita distanza. Paura dell’estraneo, ma anche del noto. Ogni comportamento si accompagna ad un inconsapevole sentimento di pericolo. Il nemico potenziale è nell’amico che non vediamo da tempo e può essere persino identificato nel medico, quando scrutiamo l’attenzione con cui si sta sanificando le mani, prima di porle sul nostro corpo.

Nessuno è immune dalla paura, così la nostra vita ‘sanificata’, rischia ormai l’implosione. È una paura particolare quella generata dalla pandemia. Qualcosa di simile avevamo sperimentato con il terribile episodio delle torri gemelle quando, per ragioni sconosciute, da parte di sconosciuti, si era sgretolato il simbolo del nostro mondo sviluppato e solido.

La ripresa è stata lunga. Intanto l’episodio aveva dato vita ad una ricca serie di dispositivi di sicurezza che avevano, in una stagione, riempito le nostre case e i nostri giardini: monitor delle effrazioni, dispositivi per fronteggiare un estraneo malvagio e non prevedibile. I dispositivi ci seguivano al mare con i trilli involontari dei gatti, che segnalavano la falsa minaccia di estranei sul terrazzo. Abbiamo capito brevemente che tornare dalla Corsica era più costoso dei danni provocati dai ladri estivi.

La nostra paura è finita nel fascino di una eterna protezione, mediata da un’ampia proposta di dispositivi, pubblicizzati addirittura all’uscita del supermercato. Sembra che siano trascorsi secoli da quando una gran parte di noi trovava ragionevole interrompere le vacanze al mare per un innocuo gatto sul tetto.

La pandemia è oggi una paura più vera e più forte, testimoniata dalle migliaia di morti poste alla nostra attenzione, ogni giorno in ogni canale televisivo. La paura in questa esperienza del virus è incomparabilmente più grave, innanzitutto per gli esiti proposti. Si tratta di una paura in cui non esiste un colpevole che possa essere individuato, ma ogni esperienza che ci metta a contatto dei nostri simili rappresenta un rischio. Da qui scaturisce la qualità particolare della paura che stiamo vivendo. Da questa radicale paura del contagio scaturisce un’universale condizione di solitudine.

La distanza tra gli individui non è solo proposta da una necessità sanitaria, ma è anche l’esito di una particolare e nuova paura da contatto: tema di cui sappiamo in realtà molto poco. È difficile convivere con la contraddizione tra la domanda di un colpevole e l’impossibilità di individuarlo.

Molte opere di letteratura ci hanno indicato vicende reali simili a quelle sperimentate in questi mesi. Il primo effetto emotivo è la crescita di una domanda di capro espiatorio che ad esempio nell’episodio della peste, Manzoni individua nella figura dell’untore. Una traccia di un approccio simile lo ritroviamo nella presenza in rete di una ricca produzione di tesi complottiste. Il complottismo diventa una rassicurazione perché scarica su un colpevole vagamente identificato una rabbia impotente.

Alcuni esiti prevedibili della paura generata dall’esperienza collettiva in corso, sembrano confermare i due caratteri che il sociologo Rainer Koselleck considerava distintivi della modernità.

Il primo carattere è il fatto che durante il dispiegamento della modernità, si riduce la base dell’esperienza degli individui, cioè le tradizioni forniscono sempre meno senso e significato al presente. Si passa dall’illusione che la storia sia maestra di vita, alla constatazione che ogni evento non appartiene ad una sequenza lineare. È la fine di un certo storicismo deterministico che funziona come una garanzia di rapporto lineare tra passato-presente-futuro. È come se si fosse prosciugato un filone aureo che forniva significati e senso alle esistenze ed era in grado di orientarle verso un futuro percepito come migliore.

Il secondo carattere distintivo della modernità individuato da Koselleck, è l’abbassamento dell’orizzonte delle aspettative e delle attese. In parole semplici ciò significa sempre meno fiducia in un futuro migliore. Viviamo appiattiti nel momento puntuale del presente senza un sostegno che ci viene dal passato, né una speranza rivolta al futuro. È da meditare seriamente cosa può causare il diffondersi di ‘un comune sentire all’insegna della paura, sia in termini di perdita di energia creativa nell’immaginare una società migliore, sia in relazione ad un possibile uso che ne può fare il potere. La paura ha molte applicazioni, ma è certo uno dei piani utilizzabili per la costruzione del consenso.

Per leggere tutti gli articoli di Elogio del presente, la rubrica di Maura Franchi, clicca [Qui]

Aprile 2060 – Pit-x

 

Quando la zia Costanza compì cinquantun anni, la sua amica Teresa le regalò un canarino olandese interamente bianco. Teresa aveva saputo da Albertino Canali che la zia desiderava un canarino. Albertino le disse che Costanza glielo aveva confidato una sera d’estate mentre parlavano delle stelle cadenti. Così Terry aveva aspettato il compleanno della zia e, il 20 Aprile 2021, era arrivata con Nuvola. Nuvola fu il nome della prima canarina olandese di casa. In realtà la zia voleva chiamarla Perla, ma io e Enrico, che allora eravamo piccoli (io avevo appena compiuto tredici anni e Enrico cinque), insistemmo per chiamarla Nuvola e così fu. Nuvola visse un paio d’anni da sola e poi la zia, per trovarle una compagnia, comprò un secondo canarino olandese, questa volta maschio e color giallo intenso. Il secondo canarino fu chiamato Cirro. In quell’occasione io e Enrico non potemmo interferire con la scelta del nome perché, quando tornammo da scuola, la zia aveva già deciso e fu irremovibile. Si chiamano cirri le nubi bianche d’alta quota. Quelle esili e quasi trasparenti con una struttura fibrosa. Letteralmente ‘cirro’ significa ‘ricciolo’, ‘ciocca di capelli inanellata’. Un nome sicuramente adatto ad un canarino olandese che ha un aspetto esile e le penne arricciate.

Nuvola e Cirro vissero per dieci anni molto felici. Avevano una bella voliera banca, dove potevano volare, giocare e cantare. Avevano a disposizione una vaschetta d’acqua per fare il bagno, delle mangiatoie con semi di prima qualità, radicchio fresco appena raccolto nell’orto e ossi di seppia per grattarsi il becco. Una buona sistemazione sicuramente. Inoltre la zia era stata attenta a posizionare la gabbia in un punto della casa dove la temperatura era pressoché costante durante tutto l’anno e non c’erano spifferi d’aria pericolosi per quei piccoli e delicati volatili. Per questo Nuvola e Cirro restarono per molti  inverni nella grande cucina della casa di via Santoni Rosa, sopra un vecchio mobile che proveniva dalla casa della bisnonna Adelina. D’estate la zia spostava la voliera sotto il portico e i canarini potevano godersi la bella stagione protetti e accuditi.

La zia palava sempre con Nuvola e Cirro. “Pit” diceva lei, “Pit pit” ripetevano in coro i canarini e andavano avanti così, comunicando a modo loro per decine di minuti.
Da allora la zia Costanza ha sempre avuto canarini che discendono da quella prima coppia di “olandesi volanti”. Anche adesso che siamo a Marzo 2060, ne possiede due che, per rispettare le origini e la tradizione, si chiamano Nuvola e Nembo. Anche ‘nembo’ è il nome di una nuvola, quella scura e minacciosa che annuncia i temporali estivi e che affascina la zia. Quando sta per arrivare un temporale, si ferma sempre in mezzo al cortile con la faccia all’insù ad osservare le nuvole finchè scendono i primi goccioloni di pioggia e lei è costretta a spostarsi sotto il portico o addirittura a rincasare.

Oltre a Nuvola e Nembo nella voliera della zia abita un canarino-robot che si chiama Pit-x.
Pit-x ha delle penne artificiali gialle e verde scuro, delle ali meccatroniche che gli permettono di volare e delle piccole zampe con le quali saltella, si aggrappa ai supporti della gabbia e si gratta la testa. Ha due occhietti piccoli e neri che contengono le telecamere che usa per guardare il mondo e imparare dai suoi simili come comportarsi, un un piccolo becco arancione con il quale tritura i semi, toglie la parte interna e la ingurgita, trasformando gli alimenti in calore e poi in energia che gli serve per funzionare. Anche lui apprende per imitazione e i suoi comportamenti sono molto simili a quelli di Nuvola e Nembo.

Prima di regalare Pit-x alla zia Costanza ci abbiamo pensato un bel po’. Non sapevamo come l’avrebbe presa, né se le sarebbe piaciuto avere un robot-canarino nella sua voliera. Ci sarebbero stati degli indubbi vantaggi. Pit-x sa segnalare se le mangiatoie devono essere riempiete di semi, se manca l’acqua, se fa troppo freddo o troppo caldo, se serve riparare la voliera dal sole. Inoltre sa segnalare se Nuvola e Nembo hanno parassiti o non si sentono bene. Allo stesso modo sa registrare se ci sono pericoli esterni alla gabbia, quali un gatto in avvicinamento o delle api che ronzano nelle vicinanze. Se un canarino viene punto da un’ape muore. I pungiglioni di questi meravigliosi insetti, che tanto fanno per il benessere della terra, sono fatali per i canarini. Bisogna tenere le api lontane dalla voliera, così come tutti gli altri insetti col pungiglione. Inoltre Pit-x si accorge se ci sono bambini che tentano di infilare la mani nella voliera e cani aggressivi in avvicinamento. Si mette sempre a svolazzare e a chiamare la zia quando si avvicinano alla gabbia i due gatti arancioni di casa. Il richiamo consiste in tre Pit successivi: “Pit, pit, pit”. Il numero dei pit dipende dal tipo di problema. Un solo Pit: serve qualcosa nella gabbia. Due Pit: Nuvola e Nembo non stanno bene. Tre Pit: Ci sono problemi esterni alla gabbia. E così via.

All’inizio la zia era perplessa, ma poi l’idea di poter proteggere e accudire meglio i suoi canarini ha avuto il sopravvento e Pit-x è stato inserito nella gabbia, direttamente dagli ingegneri del Centro- Trescia-111. Per alcuni giorni abbiamo dovuto lasciare la gabbia con i suoi inquilini al centro di assistenza, in osservazione. Il piccolo robot è stato quindi settato, caricato di energia e ha cominciato la sua attività. All’inizio ha osservato i suoi due coinquilini senza fare praticamente nulla. Un po’ perché stava apprendendo e un po’ per fare in modo che Nuvola e Nembo si abituassero alla sua presenza, senza viverla come una fastidiosa interferenza nella loro soddisfacente quotidianità. Poi, un po’ alla volta, Pit-x ha cominciato a muoversi, cantare, mangiare e mandare tutti i segnali di pericolo per cui è stato programmato.

Adesso sono tre anni che Pit-x abita nella voliera della zia e si comporta molto bene. Gli altri due canarini lo hanno accolto tra loro senza problemi e se si entra nella cucina della zia li si sente cantare tutti e tre soddisfatti “pit pit pit”.La zia Costanza li guarda sempre con molto orgoglio e lo sguardo abbraccia tutti e tre i canarini allo stesso modo. Anche lei si è affezionata a Pit-x.
Purtroppo Nuvola e Nembo non hanno mai fatto piccoli. Nonostante ci sia il nido nella gabbia, Nuvola non ha mai deposto nemmeno un uovo. A volte ci chiediamo se è la presenza di Pit-x che ha interferito con l’attività riproduttiva. Potrebbe essere, ma non sappiamo in che modo. A Trescia-111 ci hanno detto che in altri casi i canarini-robot sono stati ben accolti dalle nuove nidiate, anzi che sono diventati dei bravissimi Pit-sitter per i neonati. Da noi questo non è successo.

Un giorno Pit-x è svenuto. L’abbiamo visto disteso sul fondo della gabbia col le zampette all’insù e gli occhi chiusi. Sembrava morto. Ce ne siamo accorti perché Nuvola e Nembo si sono messi a fare dei cinguettii molto strani. “Pi Pi Piii Piiiii” Una specie di gorgheggio sincopato del tutto inusuale. Anche loro pensavano che Pit-x fosse morto. Invece era un problema elettronico che è stato risolto velocemente. Quando l’abbiamo rimesso nella gabbia aggiustato, abbiamo visto che Nuvola e Nembo erano molto contenti. Saltellavano di qua e di là cantando e poi si sono messi a strappare un po’ di radicchio e l’hanno offerto a Pit-x. Lui ha mangiato il radicchio e poi dai suoi occhi sono scese due lacrime. Questa cosa ci ha impressionato. Da chi ha imparato Pit-x a piangere? I canarini olandesi non piangono mai. Ha imparato da noi umani? Ha visto qualcuno di noi piangere e ha associato questo stato d’animo ad un’emozione forte? Non sappiamo. Sappiamo solo che Pit-x sa piangere.

I processi di apprendimento di un robot avvengono per imitazione e per ricostruzione di catene neuronali che associano quel che le telecamere registrano. La spiegazione più semplice sembra quindi quella che Pit-x sappia osservare e registrare i comportamenti, non solo dei canarini, ma anche quelli di altri esseri viventi che può osservare da vicino. Questa costatazione fa riflettere. Cosa può imparare davvero un canarino-robot, fin dove può arrivare la sua modalità di apprendimento per imitazione? Un dilemma che non vale solo per i canarini ma per tutti i robot di nuova generazione. Le frontiere dell’apprendimento per imitazione sono la scommessa delle scommesse ma, per fortuna, centrano poco con la tranquilla vita che si svolge ogni giorno nell’allegra gabbia della zia Costanza. “Pit” dice la zia, “Pit Pit Pit” gli rispondono in coro i nostri tre canarini.

Avvertenza:
Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

Eataly: cosa c’è sulla punta della forchetta

 

Eataly chiude definitivamente gli store di Bari e Forlì. I due negozi, che hanno complessivamente 80 dipendenti, non riapriranno neppure quando l’emergenza sanitaria sarà finita. “La decisione è maturata su fattori di contingenza locale aggravati dalla pandemia. I piani di sviluppo di Eataly restano confermati. Bari e Forlì sono gli unici negozi che non verranno riaperti, e la priorità oggi riguarda la situazione del personale e lavorare con le organizzazioni sindacali in modo fattivo e collaborativo per ridurre gli impatti di stabilità reddituale sul personale dei due negozi”, spiega l’azienda in una breve nota.
Il punto vendita di Bari era stato aperto nel 2013 nell’area della Fiera del Levante, quello di Forlì nel 2014 in un palazzo storico della città come una costola dell’azienda principale, Romagna Eataly, proprietà al 50% di Farinetti e il restante della famiglia Silvestrini, fondatori di Unieuro.
La Filcams Cgil parla di “doccia fredda” e chiede che sia tutelata l’occupazione.

Quella sopra riportata è la nota stampa dell’ANSA. Mi viene in mente, leggendo la fredda descrizione dei fatti, quel che William Burroughs scrisse a proposito del significato del titolo “Il pasto nudo”, uno dei suoi più celebri romanzi: “Il pasto nudo è l’attimo congelato quando ognuno vede cosa c’è sulla punta della sua forchetta”. Le forchette a Eataly si muovono al ritmo delle canzoni pop trasmesse alla Leopolda, tra un brainstorming e l’altro foderati di imprenditori moderni, illuminati, che disegnano visioni di un’impresa attenta ai bisogni dei propri dipendenti. Tutto questo racconto, la cui trama è formata dalle storie di cavalieri del lavoro senza macchia e senza paura, pronti ad affrontare con piglio progressista le sfide del futuro, prodigiosi e filantropici “creatori di posti di lavoro” come se questo fosse il loro vero scopo ultimo (qualcosa di filosofico, di umanistico), si accartoccia come le pagine di un racconto gettato frettolosamente tra i pellet di una stufa, non appena i fatturati calano.

Ma come. Eppure, a gennaio 2020 sul Corriere della Sera Oscar Farinetti, fondatore e proprietario di Eataly, raccontava le magnifiche e progressive sorti della sua creatura, mentre annunciava la ascesa del figlio (che sarà bravissimo, come tutti i figli d’arte) al ruolo di amministratore delegato:

“E così il 35enne Nicola, il figlio “americano” di Oscar, si appresta a prendere i pieni poteri dell’azienda come amministratore delegato. Andrea Guerra non lascerà immediatamente. Andrea Guerra resterà presidente di Eataly almeno per tutto il 2020. Il diretto interessato conferma: «Si è completato un percorso di cinque anni, oggi Eataly ha una sua struttura manageriale e può gestire il ricambio. Quanto a me riposerò per un po’ e poi valuterò nuove opportunità nel business». Ma il cambio di governance che cosa comporta per l’itinerario della società? Addio Borsa, penseranno i più. «Assolutamente no — replica il fondatore Oscar Farinetti — Eataly non ha bisogno di rastrellare quattrini sul mercato, è in grado di finanziare la crescita tranquillamente con il suo cash flow. E comunque siamo pronti per la Borsa e quando un giorno decideremo magari ci quoteremo direttamente a New York».
Ci dà però i numeri di Eataly ad oggi?
«Oggi Eataly ha un perimetro di ricavi, compreso il franchising, di 620 milioni. Ha un Ebitda vicino al 5% e un utile netto che si colloca tra i 5 e i 10 milioni. Nell’ultimo anno siamo cresciuti del 10%, il 3% con i negozi già esistenti e il resto con le nuove aperture. Toronto è stato uno spettacolo, c’era la fila per tre isolati. Ma non ci fermiamo qui, vogliamo aprire in altre 100 città del mondo. E possiamo farlo proprio in virtù del gran lavoro che Andrea Guerra ha fatto in questi cinque anni con noi»“.

Con un utile del genere, ricavi stramilionari e aperture previste in tutto il mondo, tuttavia, se un punto vendita funziona peggio del previsto si tagliano i posti di lavoro. Licenziamenti collettivi, senza tante discussioni. Del resto, la legge lo consente. I sindacati in questi casi sono costretti a giocare di rimessa, a limitare i danni, a cercare soluzioni alternative che l’imprenditore illuminato non ritiene di dover cercare da solo, nonostante la filantropia e l’umanesimo. Del resto, la legge lo consente.

Come spesso accade, la cruda verità non trapela dai numeri dei bilanci o dalle storie ammantate di leggenda di questi “capitani coraggiosi”, ma appare nelle parole di un visionario delirante e tossicodipendente, quale Burroughs indubbiamente era quando scrisse “Il pasto nudo”. Nessuno, tantomeno il sottoscritto, ha titoli per mettere in discussione le capacità di intrapresa di un signore che (peraltro con una buona base familiare) ha creato un’azienda coi numeri che lui stesso ha entusiasticamente sciorinato solo un anno fa. Quella che infastidisce è la narrativa di gloria che accompagna le gesta di questi capitani d’industria, cui però non corrisponde uguale e contraria censura quando le loro scelte d’impresa (perchè sono loro e del loro amministratore delegato, non di un’entità aliena e malvagia) portano un colosso dai flussi di cassa che si autofinanziano a cancellare con un tratto di penna posti di lavoro perchè alcuni store vanno male. Se vanno bene, l’imprenditore assurge a moltiplicatore dei pani e dei pesci, se vanno male pazienza, chi ci rimette sono “i suoi ragazzi”.

Ci sono alcune parole che sono state cancellate dal vocabolario d’impresa, perchè troppo brutte da pronunciare, perchè evocano lo scontro, il conflitto di classe. Che non esiste più, è roba obsoleta, ottocentesca. Una di queste è la parola “padrone”. Cosa c’è di innominabile in questa parola, tale da non poterla più dire? Il padrone è quello che della sua roba fa quello che vuole: questa è la sostanza quando le cose vanno male, o anche semplicemente meno bene del previsto. Chiamare le cose con il loro nome aiuterebbe almeno a fare pulizia mentale.

PER CERTI VERSI
Infanzia

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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INFANZIA

Quella volta
il temporale…
I fulmini
Mettevano trecce alla luna
La nostra palla magica
Te la ricordi
Saltare
Sempre più in alto
Ci chiedevamo fino dove
Forse ce lo chiediamo ancora
Il mappamondo
Dei sogni
Quella sfera
Che portavamo
In petto
Medaglia d’oro
Dopo una corsa
Il temporale
Rovesciava straventi
Ululati
Pensavamo ci fossero
I lupi
Di là dal giardino
La pioggia liberava
I profumi
L’odore acre
Del calore
Ci imprigionava
Tra le sue sbarre
Allora ci buttammo
Saltellando
Tutti fradici
Di acqua e felicità

Al cantón fraréś
Nino Tagliani: “Via Campofranco”

 

La denominazione della Via deriva dalla concessione data, nel XIV secolo dagli Estensi, ai duellanti per potersi battere in un campo franco. Nel vicolo si trova la chiesetta del Corpus Domini. Vi sono sepolti personaggi della famiglia d’Este, fra cui Lucrezia Borgia. Vi è annesso l’antico monastero di clausura delle Clarisse, dove operò S. Caterina de’ Vegri, celebrata anche per il miracolo della cottura del pane. Nella poesia, Nino Tagliani immagina la piccola strada, appartata e silenziosa, come luogo d’incontro tra innamorati, tratteggia le peculiarità del luogo di culto, ricorda l’episodio della santa.
(Ciarìn)

Via Campofranco

L’è na stradéta aηcora coi giarùη,
stricàda fra du mur, već, scalzinà,
na stradéta ch’aη pasa quaś nisùn,
al dì, mo iηvéz ad sira, tut stricà
spiplànd al scur, na ciòpa d’ambruśìn
i zérca al paradìś int uη baśìη.

Uη sitìη quiét, coη sol una ciśìna
dill vòlt avèrta mo più spés saràda
che pochi i tgnós dal tant ch’l’è piculìna,
e da chi mur, a dśéη, quasi lugàda
mo chi ‘g va déntar par curiosità
al sent ch’l’è la più granda dla zità.

Briśa parché là déntar j’à suplì
Lucrezia Borgia, e źént tuta impurtànta
dla storia ad Frara, mo parché uη bel dì
int al cuηvént, da suóra, è dvantà santa
faśénd al paη col Sgnór, ogni matìna,
na ragaza di Vegri: Catarina.

Via Campofranco

È una stradina ancora coi ciottoli, / stretta fra due muri, vecchi, scalcinati, / una stradina dove non passa quasi nessuno, / di giorno, ma invece di sera, tutti stretti / bisbigliando al buio, una coppia di fidanzatini / cerca il paradiso in un bacino. /

Un luogo quieto, con solo una chiesetta / a volte aperta ma più spesso chiusa / che pochi conoscono tanto è piccolina, / e da quei muri, diciamo, quasi nascosta / ma chi vi entra per curiosità / sente che è la più grande della città. /

Non perché là dentro hanno sepolto / Lucrezia Borgia, e altra gente importante / della storia di Ferrara, ma perché un bel giorno / nel convento, da suora, è diventata santa / facendo il pane col Signore, ogni mattina, / una ragazza dei Vegri: Caterina.

Tratto da:
Nino Tagliani (Faηghét), Spulgadur fraresi : da lèzar intànt c’as brustèla la pulenta, Ferrara, SATE, 1968.

Nino Tagliani (Ravalle 1905 – 1998)
Generale dell’Arma dei Carabinieri. Conosciuto nell’ambito dialettale con lo scutmai (soprannome) di Faηghét, ha pubblicato varie raccolte di poesie, tutte in sestine endecasillabi: Spulgadùr fraréśi (1968), Bidùη, urtìg e campanèli (1969), Al marafóη śligà (1971), Sfuracèli (1976), La fiéra di śdaz con Luigi Vincenzi (1977), La pèrdga dal lóv (1978), Stupiùη (1982), Al granadèl (1983).

 

Al cantóη fraréś: testi di ieri e di oggi in dialetto ferrarese, la rubrica curata da Ciarin per Ferraraitalia, esce ogni 15 giorni al venerdì mattina. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui] 

In copertina:  Ferrara, via Campofranco – foto di Marco Chiarini

Mo-LESS-tie

 

È un giovedì mattina come tanti altri: mi alzo, faccio colazione, prendo il mio cellulare e spreco il poco tempo libero che mi rimane, prima di mettermi a studiare, scorrendo il dito sullo schermo. Sono gesti automatici a cui non presto attenzione, tocco dopo tocco sono diventati parte della mia routine.
E così l’Evergreen che blocca il canale di Suez, la nascita di Vittoria Lucia-Ferragni e il pittore impazzito che si diverte a colorare le regioni italiane accompagnano il mio risveglio ogni giorno.
Altre informazioni indistinte allungano il mio caffè, scambio qualche messaggio e rimango fedele alla mia appendice digitale.

Una notizia in particolare però coglie la mia attenzione più delle altre. Leggo articoli, vedo Instagram Stories, post e commenti aventi un solo soggetto, Damiano Coccia alias Er Faina. Lo sgomento provocato da questo personaggio, noto per avere opinioni irriverenti e mancanza di filtri, inizialmente mi incuriosisce: è possibile che tra commenti anarchici e trasgressione, a cui ha abituato il suo pubblico, riesca ancora stupire? A malincuore scopro che la risposta è positiva.

Prima di concentrarmi sulla frivolezza delle parole utilizzate da Coccia, mi permetto di introdurre il tema con la delicatezza che merita. A meno di un mese dall’aver promesso rispetto ed uguaglianza alle donne l’8 marzo, il primo Aprile 2021 si parla di CatCalling sminuendolo e facendolo passare per un complimento desiderato ed altamente formativo per l’autostima femminile. Purtroppo, nonostante la data potesse far pensare ad uno scherzo, di divertente non c’è nulla.

Il Catcalling, o molestie di strada, oltre ad includere azioni come avance sessuali persistenti, palpeggiamenti da parte di estranei ed inseguimenti, include anche le tanto discusse molestie verbali, quali fischi, gesti o commenti indesiderati, che possano mettere altamente a disagio chi li riceve. La sopracitata polemica di Coccia, il quale dopo essersi messo in ridicolo davanti a tutta Italia, ha avuto almeno la decenza di chiedere scusa, pretendeva che frasi puramente oggettificanti, gridate a squarciagola in luoghi pubblici, senza alcun consenso da parte di chi le riceve, dovessero passare come meri complimenti.

Ora, non voglio soffermarmi sulle intenzioni dell’influencer, personalmente sono lieta che si sia reso conto dei suoi errori e che si sia scusato pubblicamente. Mi interessa ancora meno della natura di queste scuse, certo non deve essere difficile capire di aver sbagliato se tutto il Web ti ripete che non devi fare altro che vergognarti.
È l’ignoranza che vorrei mettere al centro dell’attenzione e vorrei puntare i riflettori su questa parola dal suono straniero che tanti non conoscono.

Nel 2021 è ora che si capisca che la violenza, di qualsiasi natura e in qualsiasi contesto, nasce quando qualcuno insiste dopo aver ricevuto un no come risposta. Il consenso deve diventare la nuova chiave di lettura di ogni comportamento e di ogni azione. Ogni individuo, di qualunque genere, etnia ed orientamento sessuale deve avere il diritto di sentirsi al sicuro. Abbiamo il dovere di creare una società che rispetti la libertà altrui e che sia libera da quella limitazione culturale, a cui ci ha da sempre abituato il patriarcato. Il sessismo, così come il razzismo e la xenofobia, sono costrutti mentali e culturali che vanno sdoganati ora e per sempre: il nostro mondo è cambiato e si è evoluto, non abbiamo più né tempo né voglia per dei limiti impostici a priori.

È tempo che, quando una donna esce di casa da sola, giorno o notte che sia, si senta al sicuro quanto un uomo. È tempo che il nostro genere, il colore della nostra pelle e il nostro dio non mettano a rischio la nostra incolumità. È tempo che l’uguaglianza evolva dalla sua connotazione statica di utopia e condanni a morte l’ignoranza.

Parole a capo
Rita Bonetti: “Come il primo bacio” ed altre poesie

Ringrazio tanto gli amici Gigi Guerrini e Giampo Benini per aver ridato voce a Monica Vitti. Lei, indimenticata, da tanti anni, come Daniele Del Giudice, vive nel silenzio della mente. Forse, invece, abitano già, in anticipo, in un Altromondo, fatto di persone gentili, di cose belle, di immagini e scritture. A noi rimangono i racconti di Daniele Del Giudice e i film di Monica. Quelli non li abbiamo scordati.
(Francesco Monini)

“La poesia è una grazia, una possibilità di staccarsi per un po’ dalla terra e sognare, volare, usare le parole come speranze, come occhi nuovi per reinventare quello che vediamo”
(Monica Vitti)

COME IL PRIMO BACIO

Scivoli e riappari
tra i fili del gelo
guerriera son chiusa
nella rigida maschera

L’anima inciampa
trema di stupore
mi urla in testa

Il cuore mi accarezzi
non più tempio sacro
di silenzio immane

E il tocco lo percuote
come il primo bacio
quella volta

 

COME IO  FOSSI

Di questo tuo amarmi
fatto di silenzi e di poesia
non posso più fare a meno

Come io non fossi carne
ma fragile involucro
che  puoi solo vegliare
oltre le parole

Se io ti cercassi
non saprei dove andare
sei nel mormorio del fiume
nello squarcio di cielo dopo la pioggia
nel ritornello che conosco

Eccomi qui
a bere calici di solitudine
ad aspettare
che tutto accada un’altra volta

Ora che l’amara notte cala
parlami d’amore sottovoce
come io fossi spiaggia
come tu fossi mare

 

CIO’ CHE RIMANE

Se tu me lo avessi chiesto
avresti visto i miei occhi spalancarsi
immensi come  prato o bosco
e attendere il tuo volto
per dare un senso al mio

Se tu me lo avessi chiesto
t’avrei donato il sogno
e alle radici di quell’albero
l’ombra di erba schiacciata
e i nostri nomi sulla via

Se tu mi avessi amata
avresti visto in me una donna migliore
che scriveva poesie su di noi
per restituire a dio
alcuni frammenti del creato

Un ricordo senza dolore
è ciò che rimane
di tutto quello che è stato

 

VIVO

Vivo giorni scalzi
racchiusa nel nido
a comporre parole di schiuma
posate sul confine dei sogni
Dolce inquietudine
racchiusa in un vaso di coccio
frantumato alla sera
nello  stupore trasparente del pianto
L’arpeggio lieve del vento
lambisce i cirri
in attesa di  nuove albe

Rita Bonetti nasce e vive a Bologna. Da sempre innamorata di romanzi e letteratura.
Dopo la laurea in Archeologia presso l’Università di Ferrara, inizia una stretta collaborazione di scrittura creativa con due amiche storiche e nel 2017 pubblica la prima opera narrativa, una raccolta di racconti scritti a tre mani Le Regine di Quadri. Contemporaneamente, l’autrice approfondisce la passione per la poesia e nel mese di Febbraio 2019 esce la sua prima raccolta di liriche “Persiane Blu”, Armando Siciliano Editore. Nel settembre 2019, questa raccolta di poesie si classifica al secondo posto al Concorso Internazionale POETIKA LAB. Il 18 Maggio 2019 la sua poesia Dettagli e l’11 Gennaio 2020 la sua Poesia “Scrivi per me” vengono pubblicate nella rubrica La bottega della Poesia del quotidiano Repubblica di Bologna. La sua poesia Il bacio si classifica sesta tra i dieci vincitori del PREMIO WILDE Concorso Letterario Europeo sezione POESIA D’AMORE. Nel 2020 l’autrice inizia la sua collaborazione con il sito web Lo Scrigno di Pandora, per la pagina della poesia.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

FANTASMI
Chi guarda Chi

 

Hanno chiuso i Musei di nuovo. E io soffro. Soffro molto. Ma poi la mia mente, incapace di sostenere tutto questo, comincia a tracciare dei percorsi e a pescare quadri rimasti imbrigliati nella rete succosa di sinapsi che hanno ancora da dirmi qualcosa. E allora cammino su e giù per la cucina, l’ingresso il salotto e poi l’ingresso e il corridoio lo studio e la camera da letto e poi di nuovo l’ingresso con gli occhi assetati di sgranchirsi e allungarsi oltre le limitanti pareti, oltre la finestra con i palazzi di fronte, oltre… fino a salire quelle scale abbaglianti tra guardiane fiere dormienti varcare l’ingresso ed entrare. Guardo tutto quel che è lì apposta per lasciarsi guardare, sala dopo sala; quando a un tratto qualcosa cambia, il ritmo cambia, il suono dei miei passi rallenta. Non sono più io a guidare il gioco. Abbasso lo sguardo e ascolto. Ascolto e avverto qualcosa, un calore alle mie spalle. Una figura serena e determinata seduta sulla panchina mi guarda. Una figura dipinta mi guarda. Sono guardata. Lei è all’aperto seduta sulla panchina e sembra avere tutto il tempo di questo mondo per guardare me chiusa in una scatola. Sono io l’oggetto immobile. E allora socchiudo gli occhi e ascolto la vita raccontata da quelle pennellate.

Era con le mani in mano, nessuna commissione. Chiese a mio padre se poteva farmi un ritratto. Lui gli rispose “Chiedi a lei… se le va”. Si volse e io ero già lì. Non servì parlarne. Andai subito a prendere dei libri a caso. Non avevo mai avuto questa esperienza e immaginavo fosse piuttosto noiosa. E non sapevo quanto tempo ci avrebbe messo. Avevo sentito parlare di reggimento in metallo, imbracature per tenere il busto fermo, o roba simile. Tutta roba “invisibile” che non è mai comparsa dipinta nei quadri ovviamente, ma che permette al soggetto di stare lunghe ore immobile. Perciò ero ancora più curiosa dei retroscena. Curiosa di vedere e toccare gli “arnesi segreti” del mestiere. Presi anche l’ombrellino, visto che il pittore si stava dirigendo con il cavalletto all’esterno, per evitare di bruciare la pelle al sole.
E invece accadde qualcosa che mai mi sarei aspettata. Quel suo scrutare ogni mio dettaglio da riprodurre su tela, era più interessante di qualsiasi altra cosa. Il tempo mi volò contemplandolo. Chi guarda chi. Mai ci rivolgemmo parola ognuno protetto nella propria bolla di sogno. Il mio sguardo esagerò e lui lo riprodusse fedelmente. Ciò mi condannò allo scandalo. Sparì ogni mio pretendente ritenendo che quei miei occhi, velati da lune insonni, rivelassero una certa intimità con Corcos, il pittore amico di mio padre. Mai i miei pensieri furono rivolti a lui come uomo ma alle sue mani d’artista, al suo occhio agitato, al sopracciglio fremente. Fu il mio stupore per lo spettacolo pirotecnico di un uomo immerso nella sua passione. Nulla di più. Avevo ventitré anni e lui trentasette con una giovane raffinata colta sensibile moglie; e con figli. Io scalpitavo una vita emancipata e imprevista che voleva decollare anzi “librarsi” da una vita già scritta e racchiusa in mere e antiquate pagine di inchiostro. Lui era al culmine della sua carriera mentre io rimasi inchiodata a quello sguardo. Il mio volo si schiantò dentro quella tela.

Note
• Tela di Vittorio Matteo Corcos “Sogni”, 1896. Esposta oggi alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea a Roma. La ragazza ritratta è Elena Vecchi, figlia di Jack La Bolina. un amico del pittore.
• Questo Scritto è a metà tra sogno dell’autrice e realtà.

Per leggere tutti gli interventi di Fantasmi, la rubrica curata da Sergio Kraisky e Francesco Monini, clicca [Qui] 

Vite di carta /
Giovani scrittrici del disagio

Vite di carta. Giovani scrittrici del disagio

Quanto disagio nella loro scrittura. Penso che potrebbero essere mie figlie, penso che sono giovani  e hanno il privilegio di scrivere. Di pubblicare quello che scrivono, romanzi per lo più. Eppure raccontano come per seguire una sorta di terapia e nel raccontare esplorano il loro disagio. Mi riferisco a due autrici pressoché coetanee di cui ho letto in questi giorni. Ho letto un libro per ciascuna: Come il mare in un bicchiere di Chiara Gamberale e La più amata di Teresa Ciabatti.

Come sono arrivata a Chiara Gamberale? L’ho vista in tv, proprio mentre finiva la sua intervista e la presentatrice ricordava il titolo del suo ultimo libro uscito qualche mese fa. Ho controllato nella mia libreria ritrovando di lei solo la fiaba Qualcosa e Le luci nelle case degli altri e ho pensato che vorrei rileggerli, soprattutto il secondo col suo titolo bellissimo. Sono sicura di avere letto almeno altri due suoi libri, ma non li ho rintracciati, forse provenivano dalla biblioteca scolastica e là sono ritornati.

Come sono approdata a Teresa Ciabatti. Ho letto una recente recensione sul suo Sembrava bellezza, uscito da pochissimo e finalista al premio Strega 2021. A parlarne bene sulle pagine di Repubblica Michela Marzano, che ho conosciuto di persona un paio di anni fa: una scrittrice profonda, generosa nell’incontrare i ragazzi dei Licei cittadini che gremivano la Sala Estense e molto aperta, sia alla conversazione che al dialogo. Poi, sedute davanti a un piatto di cappellacci ferraresi a uno dei tavolini del Brindisi, così piccolo da non farle sentire la mancanza dei locali parigini, ci siamo confrontate sul nostro mestiere di insegnanti. Lei professoressa ordinaria di filosofia morale all’Université Paris Descartes, io docente di lettere al Liceo Classico cittadino. Era presente anche Nadia Terranova, che ci ascoltava e ci incalzava con nomi e titoli di autrici italiane da leggere assolutamente, perché andavamo mescolando al resto i discorsi sul nostro ruolo di lettrici, sempre.

Dunque Marzano consiglia di leggere l’ultimo libro di Ciabatti. Dopo, succede tutto molto in fretta: non posso uscire dal mio paese perché la nostra regione è zona rossa e alla biblioteca di Poggio Renatico trovo il romanzo precedente, La più amata, che è uscito nel 2017.
Trovo invece il “quaderno”, lei lo definisce così, di Gamberale: Come il mare in un bicchiere. Porto a casa entrambi e comincio da quest’ultimo. Strano libro. Senza filtri che separino la scrittura dalla biografia minuta; un quaderno che diventa anche diario delle lunghe settimane vissute in lockdown lo scorso inverno. Alcune pagine sono davvero intense, sono piene di spunti per guardare la vita dentro le nostre case e dentro le persone. Per fare un bilancio su quello che sta cambiando, sulla fragilità di tutti. Sulla forza di tutti, che si fa strada nell’autrice come donna e come madre. Mi ricorda l’urgenza di racconto che ha ispirato tanta narrativa della Resistenza alla metà del secolo scorso. Siamo di nuovo in guerra e la scrittura tende a ricalcare la vita vissuta con le parole. Come durante la Resistenza l’esperienza individuale si pone come paradigmatica, rivelando la vita di tutti.

Quando passo al romanzo di Ciabatti bastano le prime pagine a farmi sospirare “Ecco un’altra autobiografia”, con la storia personale e della famiglia. Eppure un passo dopo l’altro vengo  inglobata nello spessore delle pagine, dove i ricordi della autrice scorrono talmente vivi da essere dentro il suo presente, dentro il garbuglio della sua psicologia. Ne parla in modo così scoperto. Ecco la cifra del Novecento, la biografia di sé che ricalca l’impianto della psicanalisi: Teresa e il suo rapporto col padre, adorato. Teresa e la difficile convivenza con la madre. La distanza che aumenta tra lei e il fratello gemello mentre diventano adulti.
Rispetto al “quaderno di Gamberale la storia di questa bambina privilegiata, nata in una famiglia ricchissima, che i genitori hanno amato, ma senza darle sicurezza, è la storia di un isolamento. Che a tratti scade in solipsismo. La bambina diventa adulta senza vivere il proprio romanzo di formazione, senza fasi di crescita che disegnino per lei una identità dotata di una qualche armonia, di un equilibrio. Il suo raccontare si muove su piani temporali che variano continuamente e il cursore del tempo passa dall’infanzia al presente e alla adolescenza per ritrovare sempre le stesse inquietudini e la donna che a quarantaquattro anni ancora si sente incompiuta, “qualcosa meno di un adulto”.

Cosa hanno in comune le due scrittrici, mi chiedo. Ho in mente  una  risposta ma mi occorre rivedere il genere letterario della autobiografia a cui i due libri fanno riferimento.

E’ un volume  ponderoso, il numero cinque della Letteratura Italiana Einaudi che staziona dal 1986 sulla mensola a sinistra della mia scrivania; il titolo è Questioni e fa al caso mio. Trovo il saggio di Marziano Guglielminetti dedicato a Biografia e Autobiografia e ripercorro, paragrafo dopo paragrafo, lo sviluppo tutto al maschile che la scrittura di sé ha disegnato nei secoli, dalla agiografia medievale alla letteratura di consumo del XX secolo, dove spesso parlano della propria vita non solo letterati e artisti, ma anche attori, sportivi e politici.

Mi confermo che il primo tratto in comune, banalmente ma non troppo, è che sono davanti a una scrittura di genere: a parlare di sé e del proprio paesaggio interiore sono due donne. Entrambe  mettono a nudo con determinazione l’osmosi difficile tra l’io e il mondo. Sono donne che affrontano i dilemmi della complessità di cui è fatto il nostro tempo, sorrette da un uso raffinato del linguaggio, che usano come strumento di chiarificazione interiore.
Un secondo elemento comune è che sono figlie della tradizione del romanzo psicologico e questa loro radice le spinge a scardinare dall’interno almeno un aspetto costitutivo del genere autobiografico, ovvero la concezione del tempo. Entrambe selezionano con nettezza i fatti e i momenti salienti da raccontare, ma rinunciano a collocarli in ordine cronologico secondo la sequenza codificata di infanzia, adolescenza, età matura. I nodi emotivi, le gioie e le sofferenze del passato sono recuperate attraverso frequenti flash back e riesplodono vivi nel presente della narrazione, contaminando tra loro i diversi piani temporali. Sono figlie del paradigma instaurato all’inizio del Novecento dalla narrativa di giganti come Svevo e Pirandello, i cui protagonisti ci mostrano il loro io che si frantuma perplesso e smarrito in un mondo senza riferimenti assoluti, figli a loro volta della nuova epistemologia del relativismo.

Infatti nelle due autrici non rilevo alcuna nota agiografica, nessuna esaltazione di sé; semmai qualche spunto di ironico abbassamento verso “l’inettitudine”, come è stata immortalata da Svevo nella Coscienza di Zeno. Nel libro di Gamberale, ogni volta che il vivere quotidiano sembra sopraffarla con la complessità dei compiti e dei doveri. Nella narrazione di Ciabatti quando il resoconto di sé assume un vago sapore scandalistico, si direbbe per la voglia di punirsi per i vizi e gli errori commessi.

Eppure c’è qualcos’altro che le determina. Non sono solo figlie ma anche madri. E’ passato un  secolo dall’ “involontario soggiorno sulla terra” di Pirandello e l’istanza narrativa degli autori e delle autrici che sono venuti dopo ha attraversato altre stagioni. Passata la fase pigra e sfiduciata della letteratura postmoderna, in questi primi vent’anni del nuovo millennio pare tornata la voglia di racconto. Anche del racconto di sé, andando oltre la disgregazione della identità del personaggio, oltre anche la sopraffazione del “Là fuori”, come lo definisce Gamberale. Più marcati in lei, ma soffusi anche nelle pagine finali di Ciabatti, trovo i tratti di una resilienza, che credo caratterizzi l’eroe degli anni Duemila. Come accettazione dei capricci della Fortuna, direbbe Machiavelli, passata attraverso i capricci anche del modello consumistico e le montagne russe della nostra vita globalizzata. Una sorta di pars construens del nostro io, che sa di non poter modellare il mondo, ma gli resiste e può riprogrammare il suo percorso dopo che un ostacolo lo ha fatto deviare. Ne è un campione Marco Carrera, il protagonista del libro che ha vinto l’ultimo Strega: Il colibrì di Sandro Veronesi.
Uno scrittore doveva esserci, no?

Nel testo faccio riferimento ai seguenti libri:

  • Chiara Gamberale, Come il mare in un bicchiere, Feltrinelli, 2020
  • Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, 2017
  • Sandro Veronesi, Il colibrì, La nave di Teseo, 2019

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

Come bombe atomiche

 

ehi, mi ricordo di te? che ci fai lì, perché te ne stai rintanato nella poltrona? so chi sei, è da un po’ che ti contempli gli alluci, lo trovi divertente? io non direi che sia il massimo, e tu? quando ci siamo incontrati sei stato molto gentile, penetrante, hai cercato di catturare la mia attenzione con ironia e intelligenza ci provavi in continuazione, ora cosa fai qui? non ti interessa più abbagliarmi con la tua saggezza da sciocco di strada, non c’è motivo che tu lo dimentichi, oppure sì? ebbene sì, io sono ancora qui, non mi vedi? pendo dalle tue labbra, anche se ho sempre fatto finta di nulla, sono sempre stato un buon fingitore, non sei l’unico sai? mi ricordo delle tue parole, tutte, anche se credevi pensassi solo alla birra che il barista stava spillando, anche se pensavi che stessi ascoltando l’ultimo singolo di quel gruppo folk, ero qui, ricordi? la memoria ci fa ricordare solo quello che ci interessa, strano vero? immagazzinare spazio nel cervello, conservarne un pezzetto per questa cosa, ma non è meno importante che fare spazio nel cuore, e io ti ricordo, sai, la ram non è infinita, non è espandibile, quella del cervello è limitata e preziosa, non trovi sia fantastico? oh, ma guarda che non voglio rubarti il posto, non mi credo un poeta, è solo che vederti lì, mi fa pena, mi fa sentire solo, nel frastuono del mondo.

non immagino proprio cosa ti sia accaduto, quella poltrona sa di sudore e lacrime, un misto insopportabile ma necessario, perché non fai qualcosa? su alzati da lì, aspetti di diventare il prossimo lazzaro? e sai, posso capire che ti faccia gola il personaggio, la scena e tutti i dialoghi, senza pensare poi della storia che resterà per millenni, raccontata, di bocca in bocca, di libro in libro, ma non sei lazzaro, anche se la metafora ti garba, guarda che ti conosco bene io, pur non sapendo chi sei nella vita, io ho conosciuto la parte migliore di te, quella che non ti vergognavi a far trapelare, quella che non volevi proprio nascondere, io sì che ti conosco, non vuoi? anche se pensavi che nulla potesse scalfire la mia noiosissima routine, ora voglio dirti come la penso finalmente, ascoltami bene, tu la mia routine l’avevi spezzata in due, sembrava che io facessi solo un break da lavoro, ma ehi, mi ascolti? quel giorno normalissimo, evidentemente noiosissimo, hai spaccato il tempo e lo spazio, e anche se a te sembrerà sciocco dirtelo ora, che sei bloccato su quella sedia, tu hai spalancato la mia immaginazione, mi hai insegnato a vivere, per un breve istante, prima che tornassi a vivere per gli altri, per chi mi ruba tempo e spazio e me lo ripaga con milleduecento euro al mese, eh, sì, io sì che mi ricordo chi eri? e tu pensi di poterci riuscire? pensi di capire, quanto sono amareggiato.

l’amarezza, anche questa cosa qua, che prima riservavo solo ai capi ufficio, ora ti confesso che non fa più male come prima, potrei essere invidioso, vero? guardami! invidioso del tuo modo di fare, del tuo parlare senza tabù, e si lo ammetto lo sono stato, perciò sono scappato, la maggior parte delle volte, anche ora che fai finta di non sentirmi, lo so che invece non è così, come ho provato io a lasciarti fuori dalla mia coscienza, è inutile che cerchi di coprirti con la coperta e cerchi con lo sguardo stanco fuori la finestra, aspettando che la verità possa arrivare dagli alberi, giù in fondo alla strada, non funziona così! credi di essere diverso da quello che pensavi? solo perché un paio di persone ti hanno visto distratto, annoiato, disinteressato? credi che sia vero? le persone molte volte non sono uno specchio, sono solo altre persone, diverse da te, completamente, le persone sono bombe atomiche, ti irradiano il loro malessere e ti lasciano ferite indelebili sulla pelle, tu prova a farla ricrescere, lo farai per me? non sei quel male che ci hanno cucito addosso, le persone non sono degli specchi, sono emittenti letali, irradiale tu, più forte sempre più forte, ci provi per me? non immaginavo che ne saresti rimasto così scottato, frastornato da tutto quel rumore, da tutto quel fumo, non puoi pensare solo ad incassare e resistere, prova a brillare anche tu.

come una bomba atomica, capito? ma veramente pensi di essere il solo? sarò alla mia centesima esplosione, e se non ne ho ricavato molto, almeno sono riuscito a brillare, come una stella prima di diventare un buco nero, provaci, è liberatorio, lo sai? mancano ancora tante settimane, ore e minuti alla tua esplosione? quanto tempo, quanto tempo vorrai far passare ancora? dovrò aspettare molto prima di riconoscerti? su, non avere paura, è naturale, concedersi uno sfogo, purifica l’aria, ascoltami una buona volta, te ne stai ancora lì, seduto sulla poltrona a ricordare chi eri, e fare i conti con quello che sei ora, ridicolo, vigliacco, pezzetto di vita immaginario, hai sognato di diventare un bambino vero, e invece hai fatto la fine di un burattino, non credere che i fili si spezzeranno solo perché tu lo vorrai, ehi, mi senti? devi brillare sugli altri, voltati e fammi un sorriso, prendi quel foglio e ricomincia daccapo, una volta imparato ad andare in bici non si dimentica, anche dopo anni, si riparte per una nuova avventura, non sei mai stato così silenzioso, quelle parole? dove le hai nascoste? anche se sembrava che parlottassi con chicchessia, io ero lì, e per me, anche quando prendevo e camminavo dritto, non curandomi di te e di tutti voi, ti avevo notato, tanto che mi dirai di essere pazzo e bugiardo… “ma come non eri andato via?” mi dirai… e invece no, ti avevo visto con la coda dell’occhio e ti avevo rifiutato, tirando dritto con le mie patatine in mano, ero solo scappato via, ma questo non può averti portato ad odiarmi, non sei affossato in quella poltrona per colpa mia? perché darmi tutta quell’importanza, per poi scappare a tua volta? ehi, ma ti ricordi cosa volevi? devo pensarci io? e non accampare scuse, io c’ero anche quando infine disperato postavi poesie e racconti su siti intelligenti, non mi vedevi il più delle volte, non lasciavo commenti e neppure un like, ma c’ero, leggevo, notavo, e tu… tu c’eri? ci sei?

LA MIGLIORE SICUREZZA:
rispondere ai bisogni di tutti, a partire dai più deboli

 

La pandemia ha messo in evidenza tutte le fragilità delle nostre società diseguali, dissipatrici, e senza regole. Molti sono i pericoli ai quali ci siamo assuefatti: dai morti per incidenti stradali, alle guerre che hanno andamento endemico in ampie aree del mondo. Tuttavia, l’improvvisa e rapida comparsa di un nemico sconosciuto, come il coronavirus, nei confronti del quale non ci sono ancora sufficienti difese, ci trova impotenti.

Questo virus scuote profondamente i miti del progresso e della crescita illimitata, la fiducia nella possibilità di controllo e di dominio da parte della tecno-scienza, mettendo in discussione alcune fondamentali certezze e ribaltandone il significato.

Il primo concetto che perde di significato è quello di difesa: siamo abituati a pensare che ci si difenda alzando muri, chiudendo porti e confini con eserciti militari. Ma di fronte a questo nemico invisibile le armi non servono. Anzi, proprio l’aver destinato grandi risorse alle spese militari, sottraendole ad esempio alla sanità e alla ricerca, ci rende più indifesi. Il nostro sistema sanitario universalistico, che pure è uno dei migliori al mondo, vacilla e lamenta la mancanza di attrezzature e di medici.

Il COVID19 ci insegna dunque che il modo migliore di creare sicurezza è avere una società organizzata in modo tale da rispondere ai bisogni di tutti, a partire dalle fasce più deboli. Una società di questo tipo saprà garantire anche le proprie ‘difese immunitarie’ contro i pericoli, interni ed esterni, che possono minacciarla, sviluppando l’uso corretto del potere da parte di ciascuno, le capacità di autogoverno e di resilienza, nonché forme organizzate di difesa popolare nonviolenta che i movimenti per la pace da tempo propongono.

Un altro importante ribaltamento di significato è quello del concetto di isolamento. Da Trump a Salvini a Orban, le destre sovraniste di tutti i continenti hanno rispolverato un nazionalismo pericoloso e fondato sulla cultura individualista imperante, legittimata dal pensiero unico neo-liberista. Espressioni come ‘Prima gli Italiani’ o ‘America first’, creano un isolamento, una barriera tra noi e gli altri, visti come nemici e dai quali distinguerci e separarci. È un isolamento che chiude agli altri, teso a difendere i propri privilegi, e interessi, a scapito della propria umanità.

L’isolamento al quale ci costringe il COVID19 ha invece una diversa connotazione. Serve sì a proteggere noi stessi, ma allo stesso tempo, protegge anche gli altri, perché nessuno sa se potrebbe essere un veicolo di diffusione dell’epidemia. Il COVID19 non risparmia nessuno, colpisce poveri e ricchi, giovani e anziani, al Nord come al Sud, non fa differenze di sorta. Anche chi pensa di essere più forte, potente, attrezzato, in realtà è fragile come tutti: non c’è ricchezza, potere, posizione che tenga.

Tutti hanno bisogno dell’aiuto degli altri, perché NESSUNO SI SALVA DA SOLO.

È la rivincita della solidarietà contro l’individualismo. Riusciremo a realizzare, dopo questa emergenza, un diverso rapporto tra noi e con l’ambiente che ci ospita?
Queste emergenze, climatica, sanitaria, migratoria, ci obbligano a cambiare passo, recuperando valori di solidarietà e sobrietà, che aprono una possibilità di futuro sostenibile per tutti. Proprio come è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale, quando si è avvertita l’esigenza di creare istituzioni, come le Nazioni Unite, che si ponessero come strumenti alternativi per la risoluzione delle controversie internazionali. In realtà l’ONU oggi è una istituzione troppo debole e priva di reale potere nel gestire le relazioni internazionali.

Oggi il vaccino ci porterà forse fuori dall’emergenza, ma non ci risolverà il problema di una diversa consapevolezza che richiede un ambiente inclusivo.

Per leggere tutti gli articoli di Elogio del presente, la rubrica di Maura Franchi, clicca [Qui]

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Piovono pietre su Fornero e Jobs Act:
il lavoratore non è una merce

 

L’ultimo decennio ha segnato un arretramento secco sul fronte dei diritti dei lavoratori. Abbiamo assistito alla traduzione in leggi (prima la Fornero, nel 2012, poi il Jobs Act, nel 2015) di un’idea secondo la quale il lavoro è una pura merce, priva di un valore in sè che incorpori la realizzazione attraverso di esso dei valori di dignità e personalità umana. Una merce come tante altre, che si paga ad un prezzo di mercato: più quella merce è sostituibile, più il suo valore si deprezza. Più persone sono disposte a fornire la stessa merce, meno costa procedere alla sostituzione della singola persona, pura fornitrice di forza-lavoro.
Attenzione: l’obiezione secondo la quale i contratti di somministrazione, i negozi a termine, i finti contratti di collaborazione “autonoma” realizzavano già, in abbondanza, questa idea restituisce il clima di progressiva precarizzazione del lavoro incorporato nella pletora delle diverse forme contrattuali.
Ma le operazioni compiute con la Fornero e il Jobs Act hanno fatto compiere alla legislazione un salto di qualità negativo, rendendo in un certo senso precario ab origine anche il rapporto a tempo indeterminato. Non mi soffermo più di un attimo sull’inganno di senso costruito sul termine “flessibilità”, usato per conferire un velo di cosmesi al reale concetto sotteso, che è “precarietà”. Quando la precarietà diventa, come nella Fornero e nel Jobs Act, elemento costitutivo del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, la derubricazione del lavoro a pura merce non è più una variazione sul tema giustificabile, di volta in volta, con le necessità di inserimento graduale nel mondo del lavoro o con le caratteristiche di impieghi che comunque non saranno svolti per tutta la vita. No: la precarietà diventa elemento ontologico del lavoro, deprivando di garanzie e sicurezze un intero percorso professionale, che diventa così soggetto, dall’inizio alla fine, al potere di ricatto della controparte datoriale.
Chi è assunto dal marzo 2015 con il cosiddetto “contratto a tutele crescenti” sa fin dall’inizio che potrà essere licenziato senza una giusta causa, e che il prezzo che potrà incassare se un giudice riconoscerà l’ingiustizia (e intanto bisogna andarci, da un giudice) sarà un puro indennizzo, sganciato del tutto dalla gravità dell’ingiustizia subita e commisurato solo alla sua anzianità di servizio: una specie di liquidazione impropria (e di importo modesto) per liberarsi di uno scomodo/a. Ciò implica che un datore di lavoro può calcolare in anticipo il prezzo del suo arbitrio, come un qualunque altro costo aziendale. Lo può mettere a budget.

La progressiva traslazione da “prestazione lavorativa” a “performance” è anch’essa un inganno, funzionale ad una sottrazione di tutele.
Se la prestazione sul lavoro di ognuno dei 24 milioni di individui (all’incirca la popolazione occupata in Italia) dovesse essere misurata come si misura una prestazione sportiva professionistica, allora tre quarti dei lavoratori italiani  meriterebbero il licenziamento, e tra essi ci saremmo anche noi. Sfortunatamente, questa riduzione a competizione parasportiva di ogni elemento attinente al lavoro finisce per inficiare anche quella parte di valutazione (e di extra-retribuzione) legata al raggiungimento di obiettivi, che si concentra esclusivamente sulla quantità di cose fatte o vendute: se sei un poliziotto, quanti arresti hai compiuto; se sei un assicuratore, quante polizze hai venduto; se sei un primario, quanti posti letto hai liberato.
Non importa realmente in quale modo è stato ottenuto questo risultato: il quanto è oggetto di premio, il come non lo è. Ricordo un solo esempio tra gli innumerevoli che si potrebbero fare: la caserma dei carabinieri Levante di Piacenza (che poi una procura scoprì essere una minicupola dedita allo spaccio e al ricatto) poco prima ricevette un encomio solenne dal comandante della Legione Emilia-Romagna per i risultati conseguiti nel contrasto allo spaccio di stupefacenti. Sapete perché? Per il numero di arresti compiuti. Peccato che molti di essi fossero arresti abusivi, funzionali alle minacce, ai pestaggi, alle torture.

Lo “scarso rendimento” che può giustificare addirittura un licenziamento esiste nel nostro ordinamento, ed è costruito dalla giurisprudenza di merito. Ma se non si considera come elemento costitutivo della nozione di “scarso rendimento” una responsabilità soggettiva del lavoratore, allora anche un lavoratore malato assente spesso a causa delle cure da sostenere, o una madre assente per gravidanza possono essere imputati di “scarso rendimento”, come dato oggettivo.
Per non parlare poi dei licenziamenti per “giustificato motivo oggettivo” legati alle condizioni economiche, o alle scelte organizzative dell’azienda, che comportano la soppressione di quel posto, o la esternalizzazione di quella funzione.

In tutti questi casi, la legge ordinaria in materia di lavoro degli ultimi vent’ anni, spiace dirlo, sembra scritta spesso da emissari delle aziende. Per questo, non saremo mai abbastanza grati ai padri costituenti per avere scritto la Costituzione e alla Corte Costituzionale per la capacità, tuttora integra, di censurare le nostre leggi quando non sono conformi ai principi costituzionali.
L’ultimo esempio è la sentenza 59 del 2021, con la quale la Corte ha decretato che l’art.18 Statuto lavoratori, così come modificato dalla legge Fornero nel 2012, è incostituzionale laddove, in caso di licenziamento per motivi economici di cui sia accertata la manifesta insussistenza della causa, preveda che il giudice può scegliere se indennizzare o reintegrare il lavoratore.
Il principio costituzionale violato è quello di uguaglianza (art.3): infatti, quando in un licenziamento per giusta causa il fatto posto a base del provvedimento è inesistente, la reintegra del licenziato è obbligatoria, non facoltativa. Dal momento che il presupposto dell’insussistenza del fatto ha meritato la tutela della reintegra, la Corte afferma che la stessa non può essere facoltativa quando l’insussistenza è legata ad un licenziamento dichiarato come economico. Fuori dai tecnicismi, significa questo: se vengo licenziato senza un motivo, il giudice deve disporre la mia reintegra.
Che poi il lavoratore (non il giudice) possa decidere di far convertire in denaro questo diritto, è quello che fa la differenza tra una somma a titolo di risarcimento (come quella che sostituisce una reintegra nel posto di lavoro) e un indennizzo (come quello del Jobs Act).
Nel primo caso (risarcimento), la cifra deve corrispondere alla ricompensa per un danno ingiusto subito.
Nel secondo (indennizzo), la cifra è un contentino a fronte di un atto che l’ordinamento non considera nemmeno antigiuridico.

Il che rende ancora più evidente (e odiosa) la disciplina puramente indennitaria del Jobs Act, che presuppone che un licenziamento ingiustificato non sia fonte di danno ingiusto verso il lavoratore. Danno sì, ma non ingiusto. Che questa bella impostazione sia stata propugnata non da Margaret Thatcher, ma dall’allora segretario del PD, trascinandosi dietro una buona fetta del partito, restituisce la misura dello smottamento che una parte della sinistra ha compiuto verso il più scellerato dei liberismi, se applicato bovinamente a quella che loro considerano la ‘merce’ lavoro.

La sentenza della Corte purtroppo non risolve automaticamente i problemi di coloro che sono stati assunti dopo il marzo 2015, con un contratto redatto ai sensi di un corpus normativo (Jobs Act) che, appunto, non considera nemmeno il licenziamento ingiustificato come un atto antigiuridico. Tuttavia è un grande passo nella direzione della riconquista del significato costituzionale del lavoro, come strumento di affermazione della personalità e dignità umana: perché una Repubblica che si dichiara “fondata sul lavoro” non può essere fondata su una merce.

DIARIO IN PUBBLICO
Questione d’orecchio

 

Sempre attratto dalla fisiognomica mi affiggo a riconoscere le più straordinarie orecchie esibite da personaggi pubblici in questo tempo di pandemia. Ecco che senza ombra di dubbio quelle che eccellono per la loro curva e la loro preponderanza sono quelle di Francesco Paolo Figliuolo, Commissario dell’emergenza Covid e di Pietro Senaldi direttore di Libero. Scendendo poi al livello metaforico si riconosce, a chi è competente in campo musicale, quelli che ‘hanno orecchio’ e a quelli che ne difettano il non averne. Salta immediatamente all’orecchio, dunque, che chi non stona è sicuramente il Figliuolo, mentre a mio parere chi prende terribili stecche è il giornalista.

Rientra poi nell’accezione positiva – sempre se si parla di fisiognomica – anche l’imponenza con cui il militare si presenta: dalla penna sul cappello alla divisa corazzata di mostrine che, mi comunica un finissimo intellettuale come Fernando Rigon, hanno in gergo militare un nome strepitoso. Cito: “Gianpavese  hai superato te stesso nell’articolo su Figliuolo, pelosi e Letta al plurale. Un’integrazione linguistica: le onorificenze pettorali e le medaglie in gergo militare si chiamano ‘banane’. Vezzeggiativo o spregiativo?…”.

Un‘altra non secondaria qualità, che rende umana la figura del nostro Commissario dell’emergenza Covid, è l’esporre il proprio corpo alla curiosità del pubblico, quando decide di vaccinarsi con quello ‘maledetto’, di cui è ormai difficile pronunciare il nome che ora è Vaxzevria, provocando l’analisi satirica strepitosa di Luciana Littizzetto in Che tempo che fa, interessatissima al seno del Commissario. Quello che invece risulta stonato nelle frequentissime apparizioni del Senaldi è la sua vocazione alla pedagogia della critica e del rifiuto. All’aprirsi della bocca le orecchie sembrano mettersi in movimento autonomamente e siglare con imperio le affermazioni pronunciate con tono sempre asseverativo. È logico che queste note vogliono alleviare, se fosse possibile, il difficile momento che stiamo passando.

Circondato da amici straordinari  attenti alle conseguenze linguistiche spaventose che da ormai troppo tempo imperversano sulla nostra infelice cultura riporto, con il suo permesso, una mail che il professor Claudio Cazzola, docente di latino a Unife, ma prima di tutto uno dei miei più cari e amati ‘allievi’ mi ha spedito:
“Mi permetto di cambiare argomento, essendo stato io deliziato dalla pronuncia ‘règime’ adottata dal generale Figliuolo come da te sapientemente segnalato. Proprio in nome di questa delizia, vorrei sottoporti, al rovescio, alcune prelibatezze offerte dai messaggi che sono apparsi in sovraimpressione ieri sera su Telestense durante il commento alla partita della Spal:SPAL, voglio che sei vincente oggi!

  1. Ragazzi, mettiamolaci tutta!
  2. Era gol, non ce la tecnologia in B!
  3. Servon soldi per vincere, altrimenti si va in defolt!
  4. NN vedono CKE Missiroli cammina in campo!

E mi fermo qui. Non mi straccio le vesti, ma è amaro constatare il livello di padronanza della lingua (anche il vocabolo straniero è storpiato…).”

Frattanto mi adopero a rendere meno impervio il cammino dantesco della mia amatissima pro-nipote Isabella, con la quale e con la sua amica Pally in video conferenza passiamo momenti per me confortanti nello spiegare i temi, la storia, le parole di LUI. Mi sembra di tornare indietro nel tempo, quando per 15 anni il mio impegno totale è stato quello di rendere storicamente comprensibile la lezione del Sommo e in questo aiutato, e non lo ringrazierò mai abbastanza, dalla straordinaria qualità delle recite di Roberto Benigni.

Stavamo tranquillamente leggendo (seppure non come Paolo e Francesca), ma come per loro ‘solo un punto fu quel che ci vinse’, quando incontrammo la figura di Farinata degli Uberti. Manente degli Uberti detto Farinata; con aria assorta interloquisce Isabella “perché Farinata?”. Certo tutti noi sappiamo cos’è la farinata tratta dal grano macinato per cui farina, ma perché il terribile condottiero viene così soprannominato?
Febbrilmente mi metto a sfogliare ben 16 commenti all’Inferno dantesco. Tutti imperturbabilmente riferiscono che così era chiamato, ma il perché nessuno lo spiega. Consulto l’Enciclopedia dantesca: nulla. Telefono in Svizzera all’amico Stefano Prandi illustre dantista, ma la risposta è ancora negativa. Quasi vergognandomi telefono a colui che considero il maggior dantista italiano e non solo: l’amico carissimo Marco Ariani. Scoppia in una delle sue inimitabili e fragorose risate, confessandomi che qualche sera prima, sentendo Benigni al Dantedì recitare il poeta, si era posto la stessa domanda ma…anche lui, Marco, non lo sapeva. Mi ha detto che quello sarà l’impegno più stringente che curerà in questi giorni.

Frattanto il mio amatissimo nipote Ludovico fa una ricerca su Google e riporta la notizia che il soprannome deriva probabilmente dal colore dei capelli di Manente ‘biondo platino’ assimilabile al colore della farinata. Mah! sembra una spiegazione applicabile a qualche film storico girato sulle rive del Tevere negli anni Cinquanta. Comunque sia la straordinaria creatività di Durante-Dante, che passa dall’avverbio del suo nome intero a quello verbale del diminutivo, mi rende contento.

E spero anche voi.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

PRESTO DI MATTINA
Il dono dell’aquila

 

La Pasqua non è qui; il sepolcro è vuoto, nessuno dentro; la pietra è ribaltata, le fasce sciolte, il sudario ripiegato in un angolo, quasi lo si fosse riordinato prima di partire per un viaggio. Tanto che viene da chiedersi se la Pasqua, anziché una meta da raggiungere, sia piuttosto l’inizio di un cammino.
Credo proprio di sì.
Come il vangelo è una via, quella di Gesù, così la Pasqua è mettersi in via con Gesù. È lei che detta l’agenda ai discepoli, li incrocia per un momento, per poi sfuggire loro, precedendoli altrove e lasciando solo indizi del suo passaggio, affinché possano di nuovo mettersi sulle sue tracce.
Ma dove cercarla? In quale direzione? Quali avvisaglie ce la rivelano?

Per rispondere basterebbe riflettere sul fatto che la Pasqua altro non è che l’epilogo di quella storia che Gesù scelse per descrivere l’essenza della sua vita: quella del chicco di grano caduto in terra, che se non muore rimane solo, ma se muore porta molto frutto. Per questo sarebbe inutile cercare a Pasqua Gesù nel sepolcro. Come il chicco di grano, la sua vita non è più nella terra, ma è migrata nella spiga e da qui è passata oltre, attraverso la farina e l’acqua e le mani che hanno impastato, entrando nella fornace ardente che l’ha cotta per diventare un fragrante pane. Di più: un pane spezzato che di nuovo continua, di mano in mano, a consegnarsi ad altre mani, dividendosi in frammenti ma restando un solo pane, come una moltiplicazione incontenibile, un fiume di pane come quella prima volta sul monte con tanta gente seduta sull’erba; un dono per tutti, tanto che quella volta ne avanzarono dodici cesti pieni.
È questa la memoria della Pasqua: una consegna che si custodisce disperdendola moltiplicandola, un dono per chi vuole imitare il maestro continuando a frangere pane.

“Per tutti è Pasqua!”, nel suo avanzare audace verso tutti e sorride don Primo Mazzolari sentendosi citato: «Per tutti, anche per i molti che non partecipano al sacramento, il mistero della Pasqua, è una consegna. In tempi neghittosi ci sprona all’audacia: in tempi disamorati ci suggerisce la pietà: in tempi di odio ci inclina al perdono: in tempi folli e disperati ci restituisce al buon senso e ci guida verso la speranza. […] Quando sentono parlare di pace, i cristiani sanno bene di che cosa si parla, poiché il desiderio che è nel cuore di tutti è il dono che è nell’incontro pasquale» (La Pasqua, Vicenza 1964, 54 e 69).
Lo spirito del Risorto è come il vento: soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va. Così è di chiunque è nato dalla Pasqua, (Cf. Gv 3,8).

Pasqua non è più qui, perché vive e testimonia della ridondanza del dono, dell’eccedenza di un evento che non si è concluso, di un gesto di donazione che non ha mai cessato di essere praticato; continua a riversarsi da quella prima Pasqua in ogni altra pasqua in cui la vita si offre. Come le acque che scaturiscono da una sorgente, e all’inizio sono poca cosa, tanto che ad attraversarle ci si bagna appena i piedi, ma poi diventano, di onda in onda, un fiume che attraversi solo navigandolo, così la Pasqua è là dove scorre e arriva il fiume: è là dove giungono le sue acque per risanare e portare nuova vita.

«Egli non è qui ‒ disse l’angelo alle donne ‒ presto andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto”», (Mt 28,6-7): Pasqua è là.
«Yhwh Sâmmâh/ Là è il Signore», (Ez 48,36) è questa l’ultima parola del libro di Ezechiele, profeta e sacerdote del popolo deportato in esilio. Il cuore del suo annuncio, la visione di un ritorno a Gerusalemme, sta tutto in quel “Là è il Signore”, parola chiave per dire tutto il senso del suo messaggio, in cui descrive una nuova dimora per Dio, non più tra le mura ristrette nell’antico tempio, ma in una dimora ampia quanto l’universo e quanto ogni cuore umano: una nuova creazione, là sarà il luogo della sua dimora. Nella sua ultima visione Ezechiele racconta di una fonte simile a quella di Siloe nella città di Gerusalemme, ma non umile e modesta come quella. Simbolo della potenza vivificante di Dio della sua gloria, egli vede una nuova fonte le cui acque, filtrando da sotto la porta del tempio, vanno crescendo enormemente e da rigagnolo diventano fiumana, portando beneficio non solo alla città santa ma così da rendere fertile anche la parte desertica, le regioni dell’Arabia portando vita e pesca nel Mar Morto. Un’acqua così abbondante da far germogliare e crescere e fruttificare alberi da frutta ogni mese e le cui foglie verranno usate come medicine. La Pasqua trova in questa visione la sua forma fluida, il suo dinamismo, lo stesso dell’acqua e dello spirito, dono che è pure un effluvio che discende a generare un cuore nuovo: «vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere» (Ez 36, 26-27).

Come l’acqua in quelle terre mediorientali è preziosissimo dono e non va negata a nessuno, così la Pasqua è dono libero, gratuito per tutti, non privatizzabile, perché la Pasqua generata dallo Spirito del Risorto è un bene pubblico, non finalizzabile a strategie e obiettivi umani. Essa non va nemmeno incanalata, perché più la costringi, più essa esonda dai confini, attraversa i limiti che le gerarchie sociali e anche religiose le vorrebbero imporre. Pasqua dono di grazia manifesta se stessa come gratuità di un amore generativo di una esperienza di reciprocità.

Non è allora difficile intuire quali indizi ci segnalino oggi la presenza della Pasqua. Essa è là dove Cristo sfama ed è sfamato, disseta ed è dissetato, visita ed è visitato in carcere, in ospedale, accoglie ed è accolto ai confini e alle frontiere di terra e di mare. Pasqua è una conversione, un’interruzione del cammino conosciuto verso quello che non so; è un abbandonare il proprio posto, ancorché buono (Jon Sobrino), per lasciarsi condurre dal vangelo, dove Dio vuole essere incontrato “là dove è”; con la sola certezza che stiamo sempre iniziando un nuovo cammino, non da soli ma nella compagnia mite e silenziosa del Risorto.

Vi è una chiesa in uscita perché vi è una Pasqua in uscita.
In questo tempo, chiamiamolo pure di secolarizzazione in cui sembra di stare in balia di un fenomeno regressivo di riduzione dello spirito, di umiliazione della creazione in favore dell’economico, dell’impersonale, di relazioni a bassa intensità di presenza; in questa situazione di una nuova secolarizzazione, dove è in atto una mutazione del processo che ora avviene più in profondità, passa dall’esterno all’interno del vivere, dalle idee alle affezioni più intime sfiduciandole, transita dalle istituzioni sociali alla vita interiore sempre più erosa di tessuto spirituale, di memoria delle origini e quindi della stessa capacità di immaginare un futuro degno e umano; in questo scenario esistenziale la via percorribile per ribaltare le sorti è quella del dono: lo stile dell’umano perdersi e risorgere a Pasqua.

Credo che la strada per far tornare il vento nelle vele, anzi nello spinnaker di poppa del credere e del vivere nello spirito di Gesù, per ritrovare anche una chiesa e il suo dono, chiesa ferita nella sua capacità di immaginazione, di affezione, di pervasività narrativa, educativa e ministeriale, sia la via mistica, un immergersi di nuovo nel mistero pasquale per ricevere e praticare la sua forma.
«Solo recuperando una visione mistica penso che avremo delle energie ecclesiali. Sono stato affascinato dall’idea che la Chiesa possa rifondarsi nella ridondanza del dono. Il problema della Chiesa in uscita è: cosa esce? C’è qualcosa che può uscire? Altrimenti cadiamo nell’ennesima forma retorica ecclesiastica e teologica. La carità che la Chiesa esercita all’esterno non può che essere l’effluvio di una carità esercitata all’interno… La Chiesa media l’ospitalità in Cristo ma chiede accoglienza. Sempre di più penso che mettersi nella condizione dell’ultimo di tutti è ciò che permette che non ci sia solo quel popolo ma tutti i popoli» (Roberto Repole, Chiesa e teologia, https://www.agensir.it/ quotidiano/2021/3/13/). È guardando alla Pasqua sorgente di inesauribile creatività che le nostre comunità cristiane potranno guarire di quella «ferita dell’immaginazione» (Michael Paul Gallagher) e partecipare agli altri il sogno di Dio realizzatosi a Pasqua nella gratuità di un dono.

Nel racconto di Nathan Zach, La grande aquila si narra di un’aquila impagliata, imbalsamata e appesa al muro, come un trofeo. Ma che con l’andare del tempo fu sempre più ignorata da tutti quelli della famiglia in cui era entrata: era ormai come una vecchia e ingiallita stampa alla parete e sentita come qualcosa di ingombrante da disfarsene prima o poi. Tutti tranne che per uno, Yotam, il figlio più piccolo: «Era rimasta fissa al muro della veranda fra la stanza da letto e la cucina le ali spiegate di qua e di là il piumaggio ben teso sul corpo, gli artigli estratti pronti a conficcarsi nella carne del nemico ormai vicino. E invece no. Nessuno pensava più a lei come a un’aquila tutti la consideravano ormai soltanto una specie di arazzo». Pure la domestica aveva paura di toccarla anche soltanto con il piumino. La decisione alla fine venne con le pulizie di Pasqua, imbiancare le stanze, rinnovare gli arredi, togliere ingorbi e le cose che avevano fatto il loro tempo. Così anche il destino dell’aquila fu segnato, ma nessuno per un motivo o per un altro si decideva a prendere l’iniziativa (per i particolari vi rimando al libro: L’omino nel pane ed altre storie, Donzelli, Roma 2003).

Solo Yotam pensava al modo di salvarla dalla rottamazione. Perché una volta si accorse che, guardando all’aquila impolverata, questa guardava lui «tremendamente». Così dapprima prese il piumino per togliere la polvere, ma al vederla così rinsecchita pensò a una doccia «Senza pensarci su due volte, prende uno dei tanti secchi che si ritrova intorno, lo riempie di acqua del rubinetto, dal bagno, e butta addosso all’aquila tutta l’acqua del secchio». Subito, non accadde niente ma all’improvviso: «“improvvisamentissimamente” l’aquila abbassa la sua testa e la affonda dentro il secchio con l’acqua pulita. Questa vecchia aquila beve. Beve un sacco. Beve come non ha mai bevuto in vita sua. Beve come se non sapesse che cosa significa bere». Sentiva sempre più che i suoi occhi lo guardavano. Ma come aiutare un’aquila inchiodata al muro?

Avvicinandosi si accorse però che i chiodi erano con il tempo caduti, solo un poco di colla la tratteneva ancora alla parete. Così la staccò dal muro e lentamente l’aquila cominciò a respirare ed ad ogni respiro il petto si allargava sempre più come un palloncino quando lo gonfi. «Adesso l’aquila muove un po’ la testa, poco poco. Muove la testa verso la finestra chiusa. Di nuovo, senza pensarci su, Yotam va a spalancare la finestra. L’aquila è ormai sul davanzale. Guarda Yotam. Yotam la guarda. Occhi gialli di fronte a occhi castani, scuri scuri, quasi neri. Allora improvvisamente l’aquila dispiega le ali. Ehi, che grandi ali ha quest’aquila, quando non è appiccicata o inchiodata al muro. Un piccolo slancio, e quelle gigantesche ali portano il corpo dell’aquila fuori dalla finestra, ormai. Un colpo d’ali soltanto, ed eccola sopra gli alberi, ormai. Di laggiù, rivolge ancora una volta a Yotam i suoi occhi gialli. Poi, su su là in alto, quasi come un pallone che si è liberato del filo, scompare». Abbassando lo sguardo verso terra Yotam scorse una pozzanghera con all’interno una grande piuma, una piuma d’aquila, una piuma normale, grossa, fantastica. L’aveva lasciata l’aquila, forse come un dono, un grazie, ma anche come traccia di un incontro da non dimenticare, la compagnia di un ricordo che avrebbe reso lieve i passi del suo cammino, come fosse sollevato su ali d’aquila.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

 

CONTRO VERSO
Filastrocca che stringe alla gola

 

Nicola, un bimbo di 6 anni. Entra in un negozio di abbigliamento insieme all’affidataria e si mette a tremare davanti a un mazzo di cinture appese. Ne indica una borchiata: “Pensa se papà mi picchiava con quella”. Questa filastrocca è per lui, ed è stata scritta canticchiando. Forse per quietare la paura la rabbia che non lo lasciavano in pace, neppure dopo.

Filastrocca che stringe alla gola

Laccio, cintola, cinghia,
m’hanno chiuso il cuore dentro una conchiglia.

La cinghia mi stringe alla gola
si fa buio intorno e niente mi consola

Cinghia, cintola, laccio
mi porto dentro il male, nel male che mi faccio.

Il laccio è un filo d’argento
mi affossa in un istante, ritrovo il mio tormento.

Cintura, di stoffa, di pelle
solca la mia schiena, e io conto le stelle

È solo una frusta di cuoio
tremo di paura e penso: “Adesso muoio”.

Ma è cinghia, di borchie, di sabbia,
mi scuote la tempesta, esplode la mia rabbia

Tempesta, di sabbia, di schegge
di vetro che mi taglia, di fiato che non regge

È un laccio di cuoio e catrame
non ci voglio stare dentro quel letame

Mi stringe, restringe, costringe,
e penso che l’amore si dà e non si finge

La cintola è un nastro di seta
voglio arrampicarmi sopra una cometa

Mi fionda in un cielo cobalto
prego che sia vero e punto ancora in alto

Il cielo è cintura di ghiaccio
cerco di allentarla dentro al vostro abbraccio

Gingillo con quella cintura
finché potrò scoprire che non ho più paura.

Cintura, di cuoio, più dura
non è mai finita, vedi, la paura
Resta, la ferita, senza una sutura

La questione delle botte è controversa. Cambia con le latitudini, i secoli, le culture. In Italia è reato l’abuso di mezzi di correzione, cioè l’eccesso di sberle, mentre darne una ogni tanto si può. È molto difficile quantificare quanti bambini le prendono sistematicamente dal momento che i dati non vengono rilevati. Esiste una sola ricerca nazionale ormai un po’ invecchiata (registra i dati al 31.12.2013). Impostata con basi scientifiche da Autorità Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Cismai e Terres des Hommes con la collaborazione di Istat, riporta che in Italia, su 1000 minorenni, 9,5 sono in carico ai Servizi sociali per una qualche forma di maltrattamento e, tra questi, il 6,9% proprio per maltrattamento fisico.
Sono pochi, sono tanti?
Non ha importanza.
L’importante è che siano riconosciuti, aiutati, protetti.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Enrico Vaime
lo spettacolo continuerà anche lassù

 

Il grande autore e pensatore istrionico Enrico Vaime ci ha lasciato, ha raggiunto il caro compagno di una vita di battaglie artistiche scomparso nel 2008 con cui aveva formato la famosa ditta artistica Terzoli & Vaime.
Vaime è stato uno dei più grandi autori radiofonici e televisivi, nonché autore di circa una trentina di libri. Fra i tanti successi radiofonici, da ricordare “Black Out”, che ci ha accompagnati ogni sabato e domenica mattina dal lontano 1979.
Eccezionale come conduttore, mai sopra le righe, mai volgare. Un signore mai noioso e sempre brillante, simpatico e con una buona dose di pungente ironia:

Io sono uno che dice sempre la verità. Anche a costo di mentire.

In questo paese di ignoranti uno che riesce a distinguere un condizionale da un congiuntivo rischia di passare per intellettuale.

Anni fa, durante un’intervista, alla domanda sul suo orientamento politico, rispose: “A sinistra, anche se la sinistra non sa ridere, è permalosa, è sempre stata così. Andreotti invece, se lo prendi in giro, ride”
Poi, alla domanda se era comunista, rispose: “Dipende. Se me lo chiede Berlusconi rispondo di sì. Se me lo chiede Bertinotti rispondo che ci devo pensare”.
Il pensiero di Vaime sulla morte lo portava a riflettere sulla poesia di Fernando Pessoa La morte è la curva della strada.

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.

La morte non è che l’ombra della vita stessa. Non si può, infatti, scindere la vita dalla morte e non si può, come scrive Pessoa, trascurare il fatto che la morte sia la curva della strada.
Italo e Enrico continueranno anche lassù a fare spettacolo!

FANTASMI
PERCHÉ I FANTASMI CI PERSEGUITANO

PERCHÉ I FANTASMI CI PERSEGUITANO

Inizia oggi, e vi terrà compagnia ogni settimana, una nuova rubrica del giornale.
Se i FANTASMI  muovono la vostra curiosità, in questa rubrica ne farete conoscenza ed esperienza. A patto che siate disposti ad aderire alle regole di ingaggio della rubrica, che sono poi gli ingredienti base della ricetta di
Periscopio: miscelare (si spera con intelligenza e un quid di arguzia) intenzioni, lingue, linguaggi, stili e generi letterari diversi, Nel caso di FANTASMI: l’Alto e il Basso, Il vicinissimo e il remoto, Il credibile e l’incredibile. il dramma e il comico, l’incubo e il risveglio. Quindi Il racconto, ma anche la notizia, la recensione, il catalogo (di spettri naturalmente), il saggio breve, Insieme alle figure: il disegno, la mappa, la foto, il fumetto. 
(I curatori della rubrica: Sergio Kraisky e Francesco Monini)

I fantasmi ci perseguitano. Le nostre ambizioni segrete, le illusioni, i fallimenti temuti e quelli vissuti, la percezione di non essere capiti e, a volte, neppure visti, la coscienza di essere scambiati per quello che non siamo, le aspettative tradite, gli amori finiti e quelli infiniti, gli amori mai dichiarati e quelli bruciati in un secondo, l’esaltazione per i  progetti futuri, quelli realizzabili come quelli del tutto velleitari, le gelosie e gli equivoci, le nostre personalità nascoste e certi vecchi ricordi, a volte più vividi della realtà presente, la nostalgia per mondi e paradisi perduti che forse non sono mai esistiti, stanno lì accanto a noi, nascosti e impalpabili, e popolano come fantasmi le nostre vite. Alla fine condizionano la nostra esistenza, le nostre scelte e i nostri comportamenti, più delle convenzioni e delle regole che governano quella che comunemente consideriamo realtà.

E poi ci sono le centinaia di miliardi di esseri umani, tutti coloro che ci hanno preceduto, che hanno abitato e forse amato questa terra più di noi. I nostri antenati, di cui si tramandano le gesta e le infamie, quelli che non abbiamo mai conosciuto, ma anche quelli che abbiamo conosciuto prima della loro morte e che probabilmente non sappiamo chi fossero davvero, il perché di tante loro gesta, vili o eroiche che fossero. Tutti costoro forse ci guardano da lontano, come le stelle che a noi sembrano brillare ogni notte e che invece sono solo il ricordo di milioni e milioni di anni fa. Senza contare gli invisibili, quegli uomini e quelle donne di cui nessuno ha registrato l’esistenza, senza data di nascita né di morte, sepolti tra le montagne, nelle periferie metropolitane, nei deserti, in fondo ai mari. Uomini in fuga o uomini in trappola, che sono e sono stati sempre e solo fantasmi, anche se rappresentano la materia prima, grezza, con la quale è stata forgiata quella che comunemente viene chiamata Storia.

Ma alla fine qualcuno, giustamente, si chiederà: che senso ha evocare tutti questi fantasmi? Forse è solo un innocuo gioco di società, piacevolmente inutile. O forse, chissà, dietro queste storie, dietro questa voglia di raccontarsi e di raccontare, si celano delle riflessioni, delle esperienze interessanti. Forse, potremmo azzardare, perfino delle lezioni di vita. Tanto alla fine importa ‘cosa’ si racconta e ‘come’ lo si racconta. Accade sempre nella vita come nella letteratura: ci sono fantasmi che lasciano il segno e altri che evaporano nel nulla. Chi prima e chi dopo. In ogni caso la conclusione è una sola: i fantasmi ci perseguitano per la semplice ragione che esistono. E perché sono tanti, molti più di noi.
(Sergio Kraisky)

Cover: Senza titolo, acquarello di Enrica Prosperi

Racconto:
La partita

 

“Francesca è bellissima.
Io ne sono innamorato dal primo giorno della prima media.
Adesso faccio la seconda, sezione E, e penso proprio di amarla. Lei ancora non lo sa, ma un giorno ci sposeremo “.
Giulio appoggiò la penna per terra, chiuse il suo diario e si consegnò sfinito ai suoi sogni
Giulio era un ragazzino che un tempo si sarebbe definito solo ‘timido’. Oggi si parlerebbe di difficoltà relazionali, bassa autostima, ansia da prestazione…

Nella classe 2E della scuola Media Tasso c’era la ragazzina più bella che avesse mai visto.
Un archetipo: capelli fluenti biondi, occhi celesti, alta e magra.
Lui invece era un poco sovrappeso, non troppo alto, ma per il resto tutto in ordine, fuorché l’interno.
Era molto, troppo… ‘sensibile’.
Tutto da Giulio era vissuto in modo molto coinvolgente. Per l’appunto… troppo.

La sua materia preferita era Italiano. Eccelleva nello scritto.
Francesca, quando si trattava di svolgere una verifica, gli chiedeva sempre di fare anche la sua traccia e Giulio in una ora riusciva a terminare entrambe le prove.
Per Francesca riusciva a fare tutto.
Anche ingannare la sua amatissima prof. di Italiano.
Andava meno bene nelle materie scientifiche, ma era in ginnastica che evidenziava le difficoltà maggiori.
Si muoveva in modo impacciato. Sempre fuori posto.
E poi si sentiva perennemente addosso gli occhi ipercritici di tutte le ragazze della scuola e in modo particolare quelli di Francesca.
Inutile aggiungere che era sistematicamente escluso da tutti i tornei a squadre organizzati dall’Istituto.
Quello che di più piaceva a Francesca era il mini torneo di palla a volo e quindi anche lui, anche Giulio, lo seguiva con grande, grandissimo interesse.
Oramai si avvicinava la finale.
Bisognava solo eliminare la 3A.
Cosa più facile a dirsi che a farsi. Infatti in quella squadra c’erano tutti giocatori delle team più blasonate della provincia.
Ma la classe 2E poteva contare su un vero e proprio campione: Sandro.
Sandro sembrava più grande della sua età. Giocava in modo formidabile. Insomna una vera promessa della palla a volo cittadina.
Sandro per Giulio era bello come un discobolo greco, forte come Ercole, astuto più di Ulisse.
Ah, Ulisse e l’Odissea!
La prof. di Italiano quindici minuti prima del termine delle lezioni leggeva sempre un capitolo di Omero.
Giulio si può dire che viveva per quel quarto d’ora.
Appena la prof. Rizzoni cominciava a leggere, ecco che l’aula si trasformava immediatamente e comparivano nella sua mente i personaggi mitici del poema.
Lui stesso si sentiva addosso la stessa frenesia dell’eroe greco di andare a svelare l’identità  del misterioso abitante dell’isola dei ciclopi, o di avvicinare la sensuale bellezza di Calipso e quella eterea di Nausicaa, o sentire sulla pelle la irrefrenabile curiosità di ascoltare il canto delle Sirene…

La partita della vita stava per iniziare.
Il prof. Lenzi aveva voluto tutti i ragazzi presenti in panchina, in tuta e pronti, se non a giocare, almeno ad incoraggiare i compagni.
Giulio era la prima volta che si trovava ad essere seduto su quella panchina.
Quando c’era l’ora di educazione fisica un malessere strano e subdolo cominciava a prendergli lo stomaco e arrivava fino alla gola, impedendogli di fare qualsiasi cosa.
Il prof. aveva compreso le difficoltà di Giulio a farsi vedere in pantaloncini corti e maglietta e aveva inventato una soluzione vincente: il fischietto.
Sì, lo aveva solennemente investito del ruolo fondamentale di arbitro in seconda.
E gli arbitri, lo sanno tutti, non scendono in campo in pantaloncini, ma in una impeccabile tuta nera.
Quel giorno, quello della partita, il prof. gli aveva chiesto un piacere personale. La epidemia influenzale aveva ridotto la presenza maschile a soli sette elementi.
Il prof. insomma aveva bisogno di lui.
E Giulio non poteva lasciare il suo prof. in mezzo ai guai.
E con grande senso del dovere si era convinto della necessità della sua presenza in panchina.
In campo mai.
Quello infatti non sarebbe stato necessario.
I compagni del sestetto base avrebbero giocato quella partita anche senza una gamba.
C’era infatti la possibilità di entrare nella storia dell’Istituto e soprattutto negli sguardi e nel cuore delle ragazze.

La partita inizia ed è un duello entusiasmante.
I compagni di Giulio, guidati da un Sandro in forma strepitosa, ribattono colpo su colpo i gesti atletici dei ragazzi più grandi della terza.
Un set per uno.
Inizia quello decisivo.
Si lotta su ogni punto e Giulio dispensa sorrisi rassicuranti alle ragazze, che dalla piccola tribuna osservano in piedi l’andamento della partita.
Undici pari. Si arriva ai quindici punti.
Batte Sandro.
L’unico a riuscire a fare la battuta come i professionisti: in corsa e dall’alto.
La mano colpisce con inaudita forza il pallone in aria, il suo corpo, dopo essersi elevato fino al cielo per la battuta, scende sulla terra e… il piede destro, appoggiandosi malamente al suolo, si piega all’interno.
Sandro cade per terra e tutta la 2E scatta in piedi, coprendosi il viso con le mani, quasi a non voler vedere il dramma che si stava consumando sotto i loro occhi.
Non c’era tempo da perdere.
Il prof. corre verso Giulio per dargli le istruzioni sulla posizione da prendere in campo

Giulio non sente assolutamente niente.
Vede solo mani alzate e visi concitati e imprecanti contro la cattiva sorte
Tutti sono intorno a lui.
Tutti sono con lui
Si toglie in fretta la tuta.
Tutta la classe scandisce il suo nome.
Giulio entra in campo come Ulisse nella sala da pranzo della sua casa contro Proci.
Giulio è Ulisse.
La battuta è  ancora della 2E.
Tocca a lui.
Giulio tende il suo braccio come fosse l’arco dell’eroe greco e colpisce la palla da sotto, con un movimento a pendolo, mentre il prof. gli urla: “Aperta Giulio!…la mano tienila aperta!”
E Giulio lo fa.
La palla si alza altissima, fino a sfiorare il soffitto.Tutto il pubblico segue con occhi sbarrati e la bocca aperta la traiettoria assolutamente eretica del pallone.
Eccola adesso arrivata nel campo avversario.
Tutti si aspettano, alta come è, che prosegua la traiettoria fino ad andare fuori campo.
E invece succede l’imponderabile.
Come guidata dalla dea Atena, la palla ferma la sua traiettoria ascendente sopra circa la metà del campo avversario e improvvisamente scende giù!
Il sestetto avversario colto di sorpresa non riesce ad intercettarla.
La palla tocca per terra.
Punto per la 2E!
Un boato liberatorio esplode nella palestra della Tasso.
Giulio, investito del favore degli dei, non si scompone e chiama la palla per la nuova battuta.
Il prof. Lenzi osserva incredulo: la 2E è in vantaggio!
Mancano solo due punti.
Adesso un silenzio assoluto e innaturale accompagna Giulio alla sua seconda battuta.
Stessa dinamica della precedente.
Gli avversari osservano il pallone salire in modo così innaturale e poi scendere improvvisamente.
Altro punto per la 2E.
Sembra che venga giù la scuola dal fracasso gioioso dei ragazzi festanti sulla tribuna.
Manca solo un punto.
Sandro si alza dalla panchina e zoppicante si avvicina a Giulio, bisbigliandogli qualcosa nell’orecchio.
Giulio fa un cenno di assenso e sorride.
Tutti si attendono il terzo pendolo.
Ma Giulio, invece di tenere la palla bassa e batterla da sotto, con un gesto fulmineo la alza in alto e la colpisce con tutta la forza in suo possesso.
La palla viaggia velocissima come la freccia dell’arco di Ulisse.
La squadra avversaria, che si era posizionata tutta nella parte centrale del loro campo di gioco, osserva la nuova traiettoria del pallone, che radente passa la rete e finisce proprio in fondo, a lambire l’angolo destro del campo.
Tutti girano la testa in direzione dell’arbitro.
Buona. La palla è dentro. Punto valido.
La 2E è in finale!
Giulio adesso vede tutti i suoi compagni correre verso di lui, sollevarlo e portarlo in mezzo al campo.
Lo fanno volare tre volte, come si fa con un campione.
Mentre è in aria cerca gli occhi di Francesca.
Li incrocia.
La vede che sorridente alza la mano per salutare il suo campione.
Giulio alza anche lui la mano e mentre è ancora in cielo restituisce felice il sorriso.

Parole a capo
X_Galli: “Sette haiku”

“L’eco è lo specchio dei suoni come lo specchio è l’eco delle immagini.”
(Andrea Emo Capodilista)

Sette haiku

1.

L’acqua si ferma
tra il viottolo e il fossato:
Crescono i giorni.

2.

Verso la mura
il susino è fiorito,
qui è ancora inverno.

3.

Il sole in casa,
questa cosa che è il corpo,
luce che trema.

4.

La fioritura assedia
i giardini del Barco:
io, qui, che aspetto.

5.

Dentro il bicchiere
l’oro della mimosa,
il tempo e l’acqua.

6.

Acqua e pioppi,
la punta di San Giorgio,
qui è il mio cuore.

7.

L’usignolo
in via Vigne, di notte
sa che non dormo.

X_Galli è una parte del suo nome. Ha trent’anni, sta in provincia di Ferrara ed è la prima volta che scrive a una rivista. Queste sono le sue prime prove poetiche in forma di haiku.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]