4 Maggio 2021

Fedez, l’insostenibile leggerezza dei conformisti

Nicola Cavallini

Tempo di lettura: 6 minuti

 

Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, studente del liceo artistico mai arrivato, pare, alla maturità, potrebbe essere la prova vivente del fatto che, oggigiorno, stare sui libri non serve a niente: è molto più importante diventare un “manico” nella comunicazione social, magari mettendosi assieme alla numero uno assoluta nel campo, Chiara Ferragni da Cremona, maturità classica e studentessa in legge (mai terminata, nemmeno quella), ma decine di milioni di seguaci (followers), definita nel 2017 da Forbes: “l’influencer di moda più importante al mondo”. Un esempio tratto dal suo blog: “Dopo aver allestito le perfette postazioni smartworking, la voglia di arredare la casa con oggetti inusuali e, soprattutto, di cui non sapevamo di avere bisogno è sempre più forte! Le tendenze in fatto di design parlano chiaro: ad essere predilette sono le linee minimal e i colori neutri, azzardando con forme anti-convenzionali su piccoli oggetti di design come lampade da tavolo, candele o specchi. Beige, colori pastello, vetro e plastica sono i protagonisti degli oggetti che tutti vogliono, per dare al proprio spazio un tocco chic, …Ammiccate (e basta) allo stile bohémienne nelle texture, ma non tentate di strafare, innanzitutto perché non è più così di tendenza come lo era fino a un paio di anni fa e soprattutto rischia di farvi cadere nel kitsch. (A meno che non sia voluto, è ovvio). Il tocco che non può mancare? Pampas e fiori secchi in vasi in vetro soffiato o minimalisti“.
Eviterei di fare della facile ironia. Prima abbiate 23 milioni di seguaci e poi ne riparliamo. Organizzate in pieno Covid una raccolta fondi che mette insieme 17 milioni per l’Ospedale San Raffaele, e poi ne riparliamo. Qui gli intellettuali sarcastici non hanno diritto di parola, a meno che non prendano sul serio questa roba (come la Harvard Business School). Che è una cosa seria: è una storia di rilevanza mondiale (visti i numeri) di raccolta del consenso, e del denaro.

Ma torniamo a Fedez, che diffonde (pare tagliandone una parte) la telefonata intercorsa con la dirigenza Rai, per dimostrarne la volontà di censurare il suo pensiero.
La registrazione di conversazioni telefoniche tra privati non è riconducibile al concetto di intercettazione, né lede l’altrui privacy o integra gli estremi del reato ex art 615 bis c.p., ma, anzi, è lecita purché effettuata da chi ad essa non sia estraneo, da chi vi partecipi attivamente e continuativamente o sia comunque ammesso ad assistervi.
Tuttavia, un conto è la registrazione, un altro è la divulgazione. La divulgazione di una registrazione di conversazioni telefoniche tra privati, pur lecitamente avvenuta, necessita dell’assenso di tutti gli interlocutorisempre che non sia finalizzata a “ far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria”. Quindi il privato potrà servirsi della registrazione fonografica davanti ad un giudice o all’autorità di pubblica sicurezza per tutelarsi in giudizio o esporre denuncia o querela, con l’unico limite che “i dati siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento”ma non potrà, ad esempio, pubblicarla su Internet o su un social network, divulgarla ad una platea o ad un solo uditore. Anzi, in tal caso si incorrerebbe nella violazione dell’art. 617 septies c.p., ovvero della disposizione recentemente introdotta dal legislatore volta a sanzionare, ancora più duramente che in passato, la condotta di chi pubblica o diffonde una registrazione telefonica. Chi diffonde file audio di dialoghi cui partecipi attivamente, ma senza il consenso degli altri conversanti e per perseguire finalità diverse rispetto all’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca rischia fino a 4 anni di carcere.

Questo pistolotto giuridico non serve a puntare il dito contro Fedez, affinché lo stesso venga punito con la galera (figuriamoci), e nemmeno ad affermare con certezza che lo stesso Fedez sia scriminato (ovvero non punibile) in quanto ha esercitato un ‘diritto di cronaca’ o un ‘diritto di difesa’. Sia l’una che l’altra tesi avrebbero bisogno di essere argomentate in ben altre sedi che un modesto articolo di giornale.
Serve semplicemente a inquadrare il fatto accaduto (la divulgazione ad opera di Fedez della telefonata intercorsa coi vertici Rai, che tentano di fargli edulcorare dichiarazioni al vetriolo contro esponenti politici omofobi) sotto un profilo che nessuno, al momento, sembra evidenziare: cioè il fatto che chiunque, da semplice cittadino, avesse fatto una cosa del genere non essendo Fedez adesso rischierebbe grosso, e a difenderlo sarebbe al massimo il suo avvocato. Invece a prendere le parti di Fedez è più di mezza Italia, anche se l’esercizio del diritto di difesa di cui la legge parla non è stragiudiziale, ma si riferisce ad uno che si deve difendere da un’accusa in giudizio (e non siamo in questo caso, almeno per adesso); e anche se l’esercizio del diritto di cronaca di cui parla la legge si riferisce a chi esercita per mestiere questo diritto, mentre Fedez non è un giornalista.

Però non intendo dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Per quanto mi riguarda Fedez ha fatto bene, e se avrà infranto la legge ne pagherà le conseguenze; altro non credo voglia dire la frase “mi assumo la responsabilità di quello che dico e faccio”, a meno che non la si voglia intendere come una espressione stentorea ma priva di qualunque significato reale. Se Federico Lucia comprende realmente il senso di questa frase, vuol dire che si è assunto consapevolmente il rischio di pagare penalmente in nome di una causa che ritiene giusta. Questo gli farebbe onore, anche se occorre aggiungere che il suo rischio è ben calcolato e, a mio avviso, decisamente ‘coperto’ dalla sua celebrità e dal fatto che una denuncia nei suoi confronti lo ergerebbe immediatamente a martire e simbolo della persecuzione censoria. Quindi, se dovessi scommettere, scommetterei che non passerà alcun guaio.

Nel merito, la parte più interessante della sua dichiarazione sul palco del Primo Maggio è quella di quando ha rammentato l’ipocrisia del Vaticano, che ha investito denaro per anni nella Novartis, azienda farmaceutica che produce anche la cosiddetta ‘pillola abortiva’ o ‘pillola del giorno dopo’.
Si tratta di una bella botta, oltre che al Vaticano stesso, a tutti i difensori della morale cattolica condita, oltre che di omofobia, di antiabortismo. Per il resto ha detto cose di buon senso ma ha anche sparato sulla Croce Rossa, nel senso che citare le frasi ingiuriose e cariche di odio di qualche leghista non necessita di una particolare finezza di elaborazione. Tuttavia ha detto pane al pane e vino al vino, e questo lo ha distinto dalla comunicazione ingessata e pallida di chi per mestiere dovrebbe comunicare cercando il consenso.

Quindi, ai nostri politici, soprattutto a quelli di sinistra, un corso di tecniche di comunicazione contemporanea tenuto dai Ferragnez glielo farei fare. Tuttavia mi sento di dover esprimere una sensazione non solo su come comunicano, ma anche su cosa comunicano.
Comunicano, con le parole, messaggi politically correct sui diritti civili. Bene. Tuttavia il pezzo forte della loro comunicazione non sono le parole, ma le immagini, e l’immaginario che proiettano con enorme seguito trabocca di ricchezza, di ostentazione: scarpe da mille euro, orologi da diecimila, accessori griffati che costano quanto uno stipendio medio, automobili di lusso.
Intuisco che la rappresentazione della loro alter – vita su Instagram sia studiata con scrupolosa attenzione ai dettagli, un vero e proprio mestiere, faticoso e totalizzante, non una passeggiata. Ma qual è il messaggio che trasmettono?
I followers dei Ferragnez non sono attratti dal do it yourself del punk, o dalla voglia di emulazione che spinge un individuo a sviluppare il proprio personale talento, o dall’intento di accrescere la propria capacità critica. Non sarebbero così tanti se fosse questa la molla.
Il concerto dei Sex Pistols a Manchester, il 4 giugno 1976, avvenne davanti a 42 persone. Molte di loro in seguito avrebbero formato band popolari come i Joy Division, gli Smiths, Adam Ant. Quello fu un evento per l’influenza che ebbe nel muovere le persone, nel farle agire criticamente.
In questo caso temo sia esattamente il contrario: una adesione acritica ad un modello di consumo irraggiungibile, un desiderio di imitazione (non di emulazione), la costruzione della propria identità attraverso oggetti o simboli che non sono nostri, ma di qualcun altro. Uno spossessamento della personalità che rende le persone, più che degli ammiratori, più che dei followers, degli aspiranti sosia.
L’apparente anticonformismo dipinto sulla pelle di questo ragazzo finisce allora per diventare un rifugio perfetto per il conformismo dei suoi seguaci.



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L’autore

Nicola Cavallini

E’ avvocato, ma ha fatto il bancario per avere uno stipendio. Fa il sindacalista per colpa di Lama, Trentin e Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.
Nicola Cavallini

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