Per certi versi /
La ragazza apparsa
La ragazza apparsa
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Scritto da Roberto Dall'Olio il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, In Evidenza, Per certi Versi, Primo piano.
Scritto da Roberto Paltrinieri il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, In Evidenza, IN MOSTRA, Parole a capo, Primo piano. 3 commenti su POESIA IN MANICOMIO
Leaves/Lives. Come le foglie. Mezzo secolo di donne al manicomio: Venezia 4 marzo-16 aprile ’23

E’ stata inaugurata oggi, 4 marzo ’23, a San Servolo (Venezia) la mostra Leaves/Lives. Come le foglie. Mezzo secolo di donne al manicomio
San Servolo srl, società in house della Città metropolitana di Venezia, ha promosso e sostenuto questa mostra destinata ad emozionare e a far meditare
Contare i giorni di permanenza in ospedale, censire per ognuna il nome, l’età al momento dell’ingresso e, in caso di morte, l’età alla morte, è l’idea su cui si basa questa esposizione, o meglio questa installazione, curata dalla psichiatra Maria Cristina Turola e dal suo gruppo.
«Questa mostra nasce per voler rappresentare tutte le donne che sono state in cura nel manicomio di Venezia – spiega la psichiatra – Ognuna delle 10mila che abbiamo individuato come presenti nella struttura tra il 1900 e il 1950 sarà rappresentata con una foglia colorata in cui c’è scritta la data, il nome e il numero di giorni trascorsi in cura nel manicomio. La mostra nasce da una domanda: quante donne c’erano ricoverate a San Clemente e San Servolo. L’idea è quella di dare un impatto emotivo attraverso quello che diventa un autentico bosco di foglie installato lungo i corridoi che conducono proprio alle stanze dell’archivio di San Servolo. Sono tante le storie che colpiscono e che mi hanno colpito sfogliando le migliaia di fascicoli che abbiamo riaperto, quasi tutte sono molto tristi, da parte nostra c’è la voglia di raccontarle sperando che questa mostra possa essere l’inizio di un ulteriore percorso di ricerca».

Come ha spiegato la stessa dottoressa Turola le donne sono rappresentate tutte insieme in un grande albero orizzontale in cui ognuna di loro è una foglia e un nome, con un impatto visivo ed emotivo forte: migliaia di foglie disposte lungo le pareti, verdi per le donne dimesse e marroni per quelle morte; le diverse gradazioni di colore rappresentano l’età al momento del ricovero.
All’interno di questa installazione mi è stato chiesto di commentare con dei testi poetici, una decina di fotografie di donne rinchiuse a San Servolo nella prima metà del secolo scorso.
Il legame tra follia e poesia è molto stretto.
Scrive Eugenio Borgna: “Come hanno sempre fatto gli psichiatri di lingua tedesca, francese e olandese, capire qualcosa del dolore, dell’angoscia, della disperazione, richiede conoscenze di psichiatria ma anche di filosofia, di letteratura e di poesia: scienze umane che, alleate, sono indispensabili alla conoscenza e alla cura. La sola farmacologia può essere adeguata alle altre discipline mediche, ma in psichiatria il mistero della vita interiore oltrepassa ogni rigido criterio tecnologico. La follia è la sorella infelice della poesia”.
Il movimento è duplice.
La follia o comunque il manicomio ha attraversato da Friedrich Holderlin a D.F.Wallace la vita di moltissimi poeti e scrittori.
D’altro lato, la grande poesia e i grandi romanzi consentono alla psichiatria di dilatare e di ampliare la conoscenza dell’anima che ne è l’orizzonte infinito.
La follia e la poesia confluiscono in una straordinaria associazione creativa. Non importa qui la poesia come ‘terapia’, ma la poesia come lingua dell’eccezionalità e dell’eccedenza, La poesia è il calco delle zone oscure, o delle inaccettabili luminosità dell’uomo, e leggere è una cura, cara, feroce
Seasumus Heaney parla del potere riparatorio della poesia rispetto al dolore.
Vi sono quindi due modalità differenti di vivere la poesia.
Sembra, voglio dire, che esista un modo di sentire la poesia come missione estetica, come compito letterario . E un altro, disgiunto, dove non hanno ragione i gusti, la sferica sapienza del verso, il canone o il piacere: qui la poesia non si valuta per superfici ma in profondità.
La poesia non si spiega. Dario Borso parla di una poesia “scritta a matita”: ha l’ambizione di sparire come forma per lasciare spazio al raggiungimento dell’interiorità.
Possiamo parlare con Borges di magia della parola che si manifesta attraverso il ritmo, una musicalità, un intreccio di suoni e pause.
La poesia è parola, le stesse parole usate nella quotidianità possono diventare nella poesia elementi magici. Una parola messa in una diversa posizione nel verso assume altro significato. Nella poesia ogni parola ha un peso.
Senso e significato sono importanti, se c’è il sentire, bellezza lirica avvertita istintivamente a livello intimo.
Perché è dai tormenti dell’io che la poesia prende forma, si plasma ed emerge.
Senza questi tormenti il seme poetico non potrebbe attecchire, il linguaggio poetico istituisce un mondo. La poesia incendia il mondo: “Se la prosa è una casa la poesia è un uomo in fiamme che l’attraversa correndo” per dirla con Anne Carson .Quella poesia che viene vista da Heidegger come soluzione all’inadeguatezza del linguaggio e della tecnologia.
Il linguaggio poetico ha infatti questa capacità di svelare il mondo metaforico che giace dentro tutti i nostri discorsi ordinari come una coscienza addormentata.
Ed ecco che allora i visi delle donne matte di san Servolo possono parlare oggi al nostro cuore attraverso la poesia perché accostarsi alla poesia non richiede particolare cultura ma rispetto, perché ,come dice la poetessa tedesca Gertrud Kolmar, tu sfogli una persona!
“Mi tieni nelle tue mani
Il mio cuore batte nel pugno come quello
Di un uccellino. Tu che leggi fa’ attenzione
Ecco, sfogli una persona”.
Concludo così questo viaggio lasciando una delle mie poesie presenti in mostra
SOLA
(occhi chiusi)
Non dormi?
No
Come mai?
Pensieri
Su cosa ?
Vedo la Vita
ovunque mi giri
irraggiungibile al mio sguardo
un vestito stretto
o allargato troppe volte
Qui mi sento sola
La stessa solitudine
di questa isola
da cui non andrò mai via
e dove mi parlano
bocche
con parole senza sale
Sempre ?
Non sempre
(occhi aperti)
Ricordo
l’esperienza straziante dell’amore
e l’acqua è ancora acqua
la terra
terra
E io
non sono più quella di adesso
Io sono
una donna

Isola di San Servolo (Venezia) dal 4 Marzo 2023 al 16 Aprile 2023
La presenza della poesia nella mostra Leaves/Lives. Come le foglie.
Dal lunedi al venerdi 11,30-13 e 14,45-16.00 ingresso gratuito.
Per raggiungere San Servolo: linea 20 vaporetto da san Zaccaria
Cover: Il grande complesso sull’isola di San Servolo (Venezia), adibito prima ad ospedale, quindi a manicomio, Nel 1978, a seguito del Legge Basaglia. l’istituto manicomiale è stato chiuso. Ora è adibito a museo e sede di mostre. – Foto d’archivio del Museo di San Servolo)
Scritto da Ambra Simeone il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, Immaginario, In Evidenza, Primo piano. 4 commenti su Immaginario /
vivere in una g.d.o.
la Grande Distribuzione Organizzata è la massima dimostrazione dell’omologazione su grande scala della nostra vita. affascinante da fotografare quanto da comprendere nella realtà. in foto una serie sterminata di cassette della frutta perfettamente accatastate come un muro, ma potrebbero essere le rampe di carico per i camion di un polo logistico o i lunghi scaffali delle reti dei supermercati. in comune hanno la serialità e la democratizzazione dei prodotti, tutti perfettamente uguali nel loro metodo di mercificazione. solo una rotazione di esposizione come a dare importanza ad alcuni prodotti in periodi di vendita prestabiliti; le feste comandate tra cui Natale, Pasqua e vacanze estive.
questa quantità ci costringe a guardare con lo stesso occhio o meglio ci guarda con la sua enormità per dimostrarti la tua piccolezza, diversa su uno sfondo univoco, e proprio per questo non desiderabile. allora provi a mimetizzarti tra gli altri, renderti desiderabile secondo canoni mercificatori. secondo questi canoni: la quantità rende uguali, la qualità diversi, l’uguaglianza dovrebbe rendere desiderabili, mentre la diversità, sacrificabili. i geografi hanno inventato, filosoficamente, una nuova parola non-luoghi. posti uguali in qualunque parte del pianeta. come dire che Ferrara è Ferrara anche perché ha il Castello Estense e la piazza Ariostea, ma che una sala bet&win è una sala bet&win perché rimane una sala scommesse in qualunque parte del pianeta.
Andy Wahrol lo aveva preannunciato, lo sentiva nella realtà e lo riproduceva nell’arte, nella sua serialità serigrafica. rendere tutti uguali, democraticamente omologati ti porta con l’occhio a cercare una cassetta rossa tra milioni di cassette verdi. poi c’è chi davanti questa scoperta si emoziona e chi si irrita, come chi trova una “rara bellezza” o uno “scomodo intruso”. parte tutto dal desiderio di qualcosa che ci appaghi, molto simile a noi o all’opposto di qualcosa che ci faccia stare scomodi, molto lontano da noi, ma in evolvere.
Cover: foto di Ambra Simeone
Scritto da Grazia Baroni il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, OPINIONI, Primo piano. Nessun commento su Pace ed Europa
Dopo un anno di guerra in Ucraina innescata dalla Russia, cosa possiamo dire di aver capito e cosa possiamo imparare da questa esperienza?
Non si tratta di un problema di strategia politica, o di forza militare e economica. O si cambia la prospettiva dei valori ai quali tendere oppure la storia continuerà a ripetersi. Rendere un punto di non ritorno il concetto che la guerra non è all’altezza né della dignità umana né dell’evoluzione degli esseri umani e quasi sempre non risolutiva. La guerra è un’azione primitiva.
L’altra lezione evidente in questa esperienza è che ogni volta che si tradisce un valore democratico, sia per necessità contingente che per interesse particolare, questa scelta ti rende più debole nell’avanzamento della realizzazione della democrazia.
La guerra congela il naturale procedere dello sviluppo umano.
Avviene quando gli uomini si dimenticano della loro qualità umana e si arroccano nell’idea di essere dalla parte della ragione. Ancora di più si crede che sia il rapporto di forza a costruire la storia e adesso si crede nella nuova dottrina, che il valore umano si misuri con la quantità di ricchezze e la capacità di possesso.
La storia non è fatta, come ci insegnano, del susseguirsi di guerre, ma dalla conquista e dalla realizzazione della qualità umana per tutti; quindi, non è costituita da un susseguirsi di rapporti causa-effetto, ma dal coraggio da parte di chi decide di comprendere e rendere concreto nella realtà ciò che gli esseri umani desiderano, epoca per epoca (come evidenzia chiaramente Angela Volpini in L’uomo creatore, Castelvecchi Editore, 2016)
La storia accade perché la si fa accadere, perché qualcuno sceglie di compierla.
La storia è trasformazione e cambiamento e avanza solo per gli atti di coraggio compiuti da persone che scelgono sopra tutto la vita umana e la sua qualità, cercando di rispettare la dignità dei popoli, perché anche questo è un modo per non arretrare rispetto a ciò che si è già conquistato.
La storia dell’Europa insegna che le guerre ostacolano, fino a bloccare, l’incedere già faticoso della civilizzazione umana. Non risolvono i problemi ma li complicano, perché inaspriscono le ingiustizie e le disuguaglianze sociali.
Da sempre, invece, la storia umana si è costruita sulla conquista di spazi di libertà sempre più evoluti, condivisi e legati alla coscienza di sé e dell’ umanità condivisa.
Chi ha detto che solo gli Stati Uniti e la Cina possono aprire un tavolo per fermare questa guerra?
L’Onorevole Paolo Ciani, deputato e segretario di Demos, ha fatto bene a sostenere la realizzazione nelle diverse città d’Italia del progetto Europe for peace e va sostenuto, affinché possa farsi portatore presso la commissione europea dell’idea di promuovere l’apertura di un tavolo europeo per iniziare un confronto tra i due popoli coinvolti nella guerra. Un incontro è indispensabile per proporre un ‘cessate il fuoco’ condizione necessaria per iniziare un processo di costruzione di una convivenza possibile.
L’Europa deve uscire dal limbo della sua indeterminatezza deve assumersi la responsabilità di promuovere la pace, che è la sua scelta che è la conseguenza della sua esperienza storica, oppure deve accettare di sparire come realtà. Deve farsi portatrice di un progetto di sospensione delle azioni di guerra e aprire un tavolo per la definizione di un cammino di convivenza tra tutti i popoli europei.
Questa sua potenzialità è stata evidente quando l’Europa ha fermato l’invasione dell’esercito russo riconoscendo il diritto del popolo ucraino ad autodeterminarsi e gli ha fornito gli strumenti per difendersi. Senza la decisa scelta del popolo ucraino, sarebbe stato inutile qualsiasi invio di mezzi di sostegno: è la volontà del popolo ucraino che ha fermato l’avanzamento dell’esercito russo.
Il fatto di sostenere il popolo ucraino con aiuti militari, ponendolo in contrapposizione alla costruzione di un cammino di pace è un comportamento primitivo, perché perseguire un progetto di pace non significa sospendere gli aiuti allo stato aggredito.
Bisogna ricordare che in Russia non si spara, non ci sono carri armati: i bombardamenti sono tutti in Ucraina. Il mondo non è fatto di contrapposizioni e schieramenti, ma di complessità, richiede capacità di ascolto reciproco, senza dimenticare la storia di chi si confronta.
La pace non è l’assenza di guerra, ma è il cammino di un processo storico per realizzare la giustizia sociale fondata sulla libertà dei singoli. Quindi è scegliere la democrazia, non solo come valore fondante, ma anche come valore trainante per le persone che si assumono la responsabilità di guidare le società strutturate sui valori della libertà e della pace.
Ciascuno Stato europeo deve essere fedele alla scelta compiuta per realizzare l’Europa e smettere di chiedere agli altri paesi questa garanzia, perché in questo modo dimostra di non credere per prima alla propria scelta di una democrazia basata sulla solidarietà e sul benessere condiviso.
E’ giunto il momento di superare l’idea che ogni scelta sia una rinuncia. Ogni scelta, piuttosto, è l’inizio di un progetto che investe più parti, e ogni progetto esige tempi, strumenti e strategia di realizzazione; se si deve parlare di rinuncia l’unica rinuncia è quella di esercitare il potere come sopraffazione sugli altri.
La democrazia deve diventare una ricerca di un bene comune che non è un compromesso ma implica uno sforzo creativo perché tutti i valori siano inclusi, contemplati e previsti.
Fare politica non è fare compromessi, ma la creazione di uno spazio che contenga la possibilità che si realizzi un bene comune a tutte le parti in gioco, cioè contenga tutte le istanze previste dalla Costituzione che descrive i valori riconosciuti da tutti.
Come l’Europa si è riunita per cercare di contrastare l’atto violento di Putin, così potrebbe pensare di aprire un dibattito sulla possibilità di costruire una pace duratura tra i due popoli interessati perché ha esperienza e linguaggio per poterlo fare; i territori del Donbass possono essere riconosciuti come appartenenti all’Ucraina, ma governati da statuti speciali di autonomia, in modo da non umiliare la Russia, che potrebbe così considerare di non aver perso.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale dimostra che umiliare i vinti non è condizione favorevole a una duratura convivenza pacifica dei popoli. La Storia la fa chi ha il coraggio di riconoscere e realizzare la qualità umana desiderata e sperata, e la rende possibile creando strumenti e condizioni perché ciò che è desiderato diventi realtà. Non è chi ha ragione o ha torto che fa la Storia ma chi rende possibile la realizzazione di ciò che tutti desiderano.
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Scritto da Simonetta Sandri il . Pubblicato in AMBIENTE & SOSTENIBILITA', Ferraraitalia, IL QUOTIDIANO, In Evidenza, INTERVISTE, Storie in Pellicola. 5 commenti su Storie in pellicola /
Ritorno alla Madre Terra: le riprese nella campagna ferrarese
Un cortometraggio che deve diventare grande, fino a trasformarsi in lungometraggio. Una prova per mettersi in gioco, un po’ come accaduto per Whiplash di Damien Chazelle. Tappe pazienti che portano a una storia. Piano piano, poco alla volta. È questa l’idea di Mattia Bricalli, giovane regista lombardo – ma ferrarese di adozione – al quale abbiamo fatto alcune domande sul film che sta girando in questi giorni nella zona di Formignana: “Madre Terra”, in uscita a giugno.
Sceneggiatura di Achille Marciano, conosciuto al Ferrara Film Corto Festival cui aveva partecipato nel 2020 con una sua opera, il film racconta la storia di una famiglia: il padre Galileo (Achille Marciano), la madre Sara (Francesca Lozito) e la loro bambina Allegra (Martina Baglioni). Questa famiglia come tante vive in una grande metropoli caotica e moderna, circondata da ogni tipo di confort che la vita di città può e sa offrire.
“Inizialmente avevo pensato a una connotazione precisa di una città”, ci dice, “una megalopoli americana dove l’alienazione e l’estraniazione sono ai livelli massimi, ma poi ho deciso di togliere ogni riferimento a un luogo specifico”. Fuga dalla città.
“La città è malata ovunque”, continua, “il consumismo che la divora e che crea conflitto è sempre lo stesso. Più spendi più spenderesti, sempre alla ricerca di un nuovo oggetto dei desideri. Nulla basta mai, nulla basta più”. Molti di noi se ne stanno rendendo conto.
I genitori sono esterrefatti: come è possibile che la loro figlia sia malata a causa dell’inquinamento quando vivono fra depuratori e condizionatori che producono un’aria perfetta, in un ambiente elegante, curato e quasi asettico?
L’insorgere di una malattia autoimmune nella piccola Allegra, e il peggioramento rapido, portano allora la famiglia a compiere una scelta drastica: abbandonare la tanto amata vita di città per spostarsi in aperta campagna, in un vecchio casolare appartenuto al nonno di Galileo. Riflessione numero due. Molti di noi stanno pensando ad andarsene dal caos, altri lo stanno semplicemente facendo.
Eccoci allora approdare al vecchio casolare vicino a Formignana, “un luogo pazzesco”, ci dice Mattia, “un luogo di storie mai raccontate, pieno di ricordi. Mi sono subito innamorato del posto, una casa piena di oggetti trovati dal proprietario, non comprati, nessun oggetto è stato acquistato. Sono storie arrivate qui e non cercate. Il proprietario del casolare isolato nella campagna nebbiosa vuole far conoscere realtà mai viste da molti. E io ho adorato ascoltarlo”. Una dimensione quasi felliniana. “D’altronde, a Fellini mi ispiro, pur amando molto Tarantino”. La nebbia delle riprese di oggi conduce per mano.
“Chi in passato viveva solo su quella terra”, conclude, “ci lavorava e ci viveva con quanto aveva, non sapeva dell’esistenza di altro, non c’erano mezzi di comunicazione che mettessero in contatto con il resto del mondo, quello che si aveva bastava. Oggi, invece, si è sempre alla ricerca di qualcosa”. Riflessione numero tre, verissimo, ahimè.
Ma torniamo alla piccola Allegra. Il contatto con la terra e i suoi frutti e la lontananza dallo smog e dall’inquinamento cittadino potrebbero essere di enorme aiuto per il miglioramento del suo delicato quadro clinico. Superati i primi ostacoli e il trauma per un cambio così radicale di vita le cose iniziano a incanalarsi sui giusti binari, Galileo e Sara trovano il proprio equilibrio e la bambina migliora a vista d’occhio.
Il tempo passa e tutto sembra procedere per il verso giusto quando delle losche figure (Dario Masciello e Bianca Berto), appartenenti a un’importante multinazionale ‘pirata’, compaiono nelle loro vite, minacciandoli.
Quella terra è fertile, persone senza scrupolo commercializzano fertilizzanti e vogliono creare dipendenze, rendere gli agricoltori schiavi moderni. ‘OGM invasion’.
Galileo e Sara faranno di tutto per mantenere l’equilibrio ritrovato …
È un (bel) appello a (ri)tornare alla terra, alla Madre Terra, alle sue radici e alle proprie, alla semplicità, alla bellezza di un tramonto, a quelle radici che stiamo perdendo.
Tornare a quella terra, satura di ricordi, viva, palpitante, fertile, che c’è sempre, c’è sempre stata, connessa nel tempo. È necessario fare un reset e ripartire.
La felicità è a portata di mano, sta nelle cose semplici, spesso vicino a noi, basta accorgersene. Semplice ma vero (riflessione numero quattro).
Futuro e passato si risolvono nel presente e per questo c’è, nel film, anche un arrivo/ritorno dal futuro. Ma il presente è e resta la soluzione. Perché il futuro è il presente, che attinge dal passato.
Il tempo, in fondo, non è che finzione.
Foto di Valerio Pazzi, riprese del 23 e 24 febbraio 2023
Scritto da Corrado Oddi il . Pubblicato in ECONOMIA E LAVORO, IL QUOTIDIANO, In Evidenza, Primo piano. 1 commento su Stop alla cessione dei crediti: uno schiaffo ai redditi medio-bassi… e addio alla transizione ecologica
Nella giornata del 16 febbraio, con una decisione improvvisa, il Consiglio dei ministri ha messo mano al sistema di incentivazione relativo agli interventi in edilizia e all’efficientamento energetico (non solo il cosiddetto Superbonus 110%, ma anche gli altri bonus relativi all’ edilizia) decidendo che non si poteva proseguire con il meccanismo della cessione dei crediti e dello sconto in fattura.
Penso valga la pena scavare maggiormente su cosa significa quest’intervento, alzando lo sguardo rispetto al tema del blocco dei lavori in corso, del rischio delle ripercussioni immediate negative sull’edilizia, se non di veri e propri fallimenti di numerose imprese e sui cosiddetti ‘crediti incagliati’ (quelli già in essere che non riescono ad essere ceduti al sistema bancario che ha raggiunto i limiti di acquisto, stimati almeno a 15 miliardi), tutte questioni vere e importanti, su cui si sono soffermati la gran parte dei commenti, ma che non vanno a fondo sulla reale portata di questa scelta.
Intanto, è utile guardare al metodo che è stato praticato, quello di una decisione repentina, presa senza nessuna consultazione con le parti sociali e i soggetti interessati, che sono stati convocati a cose fatte e sostanzialmente per produrre una discussione volta a lenire le conseguenze immediate e più gravose della scelta. Un metodo certamente non nuovo, da ultimo applicato anche alla vicenda delle accise sulla benzina, ma che, stavolta, balza agli occhi per la celerità che l’ha contraddistinto.
Emerge chiaramente come la Presidente del Consiglio voglia dare immagine e sostanza ad un’idea thatcheriana dell’approccio e della soluzione dei problemi: si decide in fretta, non c’è alternativa a quanto messo in campo, al massimo si possono produrre alcuni aggiustamenti.
E questo decisionismo viene finalizzato a far crescere l’identificazione tra la figura del premier e la volontà popolare e quest’ultima con l’idea di Nazione: un’operazione culturale che non va sottovalutata, visto che, come dimostrano altre vicende – da ultimo la vergognosa risposta del ministro Valditara alla lettera della preside fiorentina – questa destra ha realizzato che quella in corso è non solo una battaglia sulle scelte di politica economica e sociale, ma riguarda l’egemonia culturale nella società.
Per tornare, però, alla questione Superbonus, vanno guardate le ragioni che hanno portato il governo a bloccare il meccanismo della cessione dei crediti e dello sconto in fattura.
La prima motivazione che viene avanzata è che la misura costa troppo e la spesa è fuori controllo. In qualche modo, già il governo Draghi aveva segnalato tale problema, alludendo al fatto che si sarebbe dovuti intervenire. Ancora in questi giorni, c’è chi, anche nell’area ‘progressista’, come gli economisti Boeri e Perotti, rilancia questa tesi, evidenziando come la spesa per il Superbonus, complessivamente 71,7 miliardi da quando venne istituito nel luglio 2020, sia assolutamente insostenibile.
In realtà, chi avanza questi ragionamenti, sottovaluta alcuni importanti risultati prodotti dal Superbonus, come si evince da un recente studio di Nomisma. Lì, viene messo in rilievo come quel provvedimento, oltre ad una riduzione significativa delle emissioni di CO2 in atmosfera e ad un incremento importante dell’occupazione (641.000 occupati nel settore delle costruzioni e di 351.000 occupati nei settori collegati), abbia prodotto un impatto economico complessivo pari a 195,2 miliardi di euro, con un effetto diretto nel settore edile e affini di 87,7 miliardi ed uno indiretto nei settori collegati di 39,6 miliardi cui si aggiungono 67,8 miliardi di indotto. Già nel 2021, un’analisi prodotta dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) aveva evidenziato che il disavanzo per le casse dello stato sarebbe stato compensato dalla generazione di PIL e che il Superbonus sarebbe stato sostenibile per la finanza pubblica nell’arco di 4 o 5 anni.
E qui veniamo alla seconda ragione, meno confessata e resa esplicita, che ha portato il governo ad intervenire.
In realtà, Eurostat (Istituto Europeo di Statistica), ha annunciato da poco che è in corso di revisione il sistema di contabilizzazione dei crediti di imposta sui conti pubblici e sul deficit pubblico. Se, come possibile, il nuovo sistema dovesse concentrare nell’anno di nascita l’intero ammontare dei crediti di imposta , il deficit 2022 potrebbe schizzare verso il 9-10%, quasi raddoppiando il 5,6% indicato nell’ultima Nota di Aggiornamento di Economia e Finanza, aprendo un bel problema nei rapporti con l’Europa e, di fatto, impedendo qualunque intervento efficace di politica economica per il governo già con la prossima Legge finanziaria.
E allora che fa il governo? Abolisce il meccanismo della cessione dei crediti e dello sconto in fattura, che è quello che consente anche a chi ha redditi medio-bassi e agli incapienti di traslare il credito alle aziende fornitrici e agli istituti di credito.
Rimangono il Superbonus e le altre forme di incentivazione per le ristrutturazioni in edilizia, ma così facendo, lo si trasforma radicalmente, con due conseguenze molto pesanti e che, peraltro, chiariscono la cifra della politica economica e sociale di questa destra.
Intanto, lo si diventare una norma classista: solo chi ha redditi medio-alti, chi cioè può anticipare i costi della ristrutturazione edilizia, potrà continuare ad usufruire delle agevolazioni. Basta pensare, come ha giustamente rilevato Leonzio Rizzo su lavoce.info, che per una spesa di 50mila euro, per essere capienti per l’intera detrazione spettante da suddividere in quattro anni, nel caso di un lavoratore dipendente, è necessario avere un reddito almeno pari a 43 mila euro. Quindi solo il 9 per cento dei lavoratori dipendenti sarebbe in grado di fruire pienamente della detrazione, mentre il rimanente 91 per cento ne perderebbe una parte.
In secondo luogo, si riduce di molto il perimetro degli interventi e dei relativi esborsi per i conti pubblici, lanciando il pericoloso messaggio che non ci sono le risorse per interventi di efficientamento energetico, per la riduzione delle emissioni climalteranti, più in generale per una seria politica di transizione energetica. Che fa il paio con l’opposizione del governo italiano alle intenzioni dell’Unione Europea di raggiungere elevati standards di risparmio energetico per le abitazioni entro il 2030 e chiudere la produzione di auto a benzina e diesel entro il 2035.
Nei fatti, si costruisce una contrapposizione forte tra le scelte che guardano alla transizione energetica e le possibilità concrete delle persone di condividerla e perseguirla.
E’ evidente, infatti, che, senza meccanismi forti di incentivazione per poter intervenire sulla ristrutturazione energetica delle abitazioni, così come per il passaggio all’auto elettrica, si genererà un’opposizione diffusa e popolare all’utilità e necessità di costruire un nuovo modello di produzione e consumo energetico.
Tutto ciò, peraltro, sta in coerenza con l’idea di fare dell’Italia l’hub del gas nel nuovo contesto geopolitico, di indicare questa come nuova priorità per rivisitare il PNNR, di abbandonare qualunque ipotesi di transizione energetica basata sulle rinnovabili e, invece, rilanciare l’economia del fossile.
Ovviamente, una strada diversa è possibile, oltre che utile. Sia per il Superbonus, rispetto al quale si tratta di uscire dal keynesismo un po’ facilone, spesso espressione di una cultura diffusa nel M5S ( più si fa spesa pubblica, più girano soldi e il tutto si ripaga da solo) per pensare ad un intervento pubblico maggiormente forte e mirato, da una parte, alla possibilità di accesso per i redditi medio-bassi e, dall’altra, agli obiettivi di efficientamento energetico. Sia per quanto riguarda le politiche per la transizione ecologica ed energetica, che dovrebbero essere assunte proprio come una delle questioni decisive per proporre un’alternativa di fondo all’attuale modello produttivo e sociale.
Il che significa anche prospettare un’opposizione culturale, sociale e politica, precisa e su un terreno forte, a questo governo, che non si muove semplicemente in continuità con gli interessi dei poteri forti, ma intende supportarli con una nuova narrazione ideologica regressiva e autoritaria.
Scritto da Scelto da Periscopio il . Pubblicato in Eventi, IL QUOTIDIANO. Nessun commento su CUTRO: SI POTEVANO SALVARE!
La Procura di Crotone apre un’inchiesta sui soccorsi
di Vincenzo R. Spagnolo, inviato a Cutro (Crotone)
Articolo originale. Avvenire, giovedì 2 marzo 2023
Dopo giorni di valutazioni e di dichiarazioni caute, la procura di Crotone ha deciso di mettere sotto la lente il funzionamento della macchina dei soccorsi. A fine mattinata, un secondo fascicolo, modello 45 (ossia al momento senza indagati e senza ipotesi di reato) – in parallelo con l’indagine per naufragio e omicidio colposo aperta a carico dei presunti scafisti – è stato aperto dal procuratore Giuseppe Capoccia, che ha affidato ai carabinieri la delega, col compito per ora di acquisire dalla Guardia costiera, dalla Guardia di Finanza e dall’agenzia Frontex atti e registri relativi alle attività compiute fra sabato e domenica scorsi, nel lasso di ore intercorse fra il primo avvistamento del barcone e il suo naufragio su una secca a 150 metri dalla spiaggia di Steccato. Gli accertamenti dovrebbero servire a chiarire se ci siano state omissioni, errori o sottovalutazioni nell’adempimento dei doveri e delle attività di soccorso. E non è da escludere che, dopo la lettura degli atti richiesti e dopo la verifica dei protocolli operativi, possano ascoltati in procura, come persone informate sui fatti, i vertici provinciali di Gdf e Guardia costiera, autorità deputate agli interventi in mare.
«A noi risulta che domenica il mare fosse forza 4, ma motovedette più grandi avrebbero potuto navigare anche con mare forza 8… ». Bisogna partire da qui, dalle dichiarazioni schiette rilasciate ieri mattina davanti alla camera ardente dal comandante della Capitaneria di porto di Crotone, Vittorio Aloi, per cercare di sbrogliare, un filo alla volta, l’intricata matassa di eventuali sottovalutazioni, rimpalli burocratici o eventuali responsabilità che non ha determinato l’uscita in mare di mezzi navali adeguati fra sabato sera e domenica mattina, quando ancora era possibile un soccorso al barcone con 180 migranti poi naufragato a Steccato di Cutro, con 67 vittime e 81 superstiti finora accertati, oltre a un numero imprecisato di dispersi. Vittime alle quali renderà omaggio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che oggi sarà a Crotone, dove giungerà anche la neo segretaria del Pd Ely Schlein. Il capo dello Stato dovrebbe recarsi al palasport dove è stata allestita la camera ardente e, forse, anche in ospedale a visitare i feriti.
Tre nocchieri in arresto. L’inchiesta della procura di Crotone procede per omicidio e naufragio colposo e favoreggiamento di immigrazione clandestina nei confronti di tre presunti scafisti, sospettati di aver governato l’imbarcazione e di cui ieri il gip ha convalidato i fermi, convertendoli in tre ordinanze di arresto.
Intrico di competenze. Non ci sarebbe invece al momento, sulla scrivania del procuratore Giuseppe Capoccia, un’ipotesi di omissione di soccorso o altri reati a carico della catena di autorità competenti negli interventi di salvataggio. «Perché non siamo usciti? Dovreste conoscere i piani, gli accordi ministeriali – ha detto ieri il comandante Aloi –. Le nostre regole di ingaggio sono una ricostruzione molto complessa. Ci sarebbe bisogno di specificare come funziona il dispositivo per il plottaggio dei migranti, da che arrivano nelle acque territoriali a che poi debbano essere scortati o accolti». Ciò perché, ha puntualizzato l’ufficiale, «le operazioni le conduce la Gdf finché non diventano Sar.», ossia di ricerca e salvataggio. Qui sta il primo nodo: all’inizio, la procedura che manda in mare le vedette della Gdf, poi rientrare, non è Sar, ma di polizia. Il comandante Aloi tiene il punto: «Crediamo di avere operato secondo le nostre regole d’ingaggio. Quali? Sarebbe troppo lungo specificarlo, anche perché sono spesso regole che non promanano dal ministero a cui appartengo», quello dei Trasporti, ma «da quello dell’Interno». Questo è il secondo punto: le competenze ministeriali, in caso di interventi in mare verso i barconi di migranti, si intersecano a volte anche con quelle europee dell’agenzia Frontex. «C’è un intricato discorso di ricostruzione dei fatti – considera ancora il comandante crotonese –. Stiamo rifacendo tutto il percorso dei fatti e poi riferiremo all’autorità giudiziaria. Io sono provato umanamente, ma professionalmente a posto».
Il buco orario. Il lasso di tempo da esaminare è di 5-6 ore, anche se alle 4.57 di sabato mattina c’era già una segnalazione del Centro di coordinamento dei soccorsi marittimi della Guardia Costiera «a tutte le navi in transito nello Ionio» per un’imbarcazione in difficoltà, senza coordinate precise. Ma andiamo alle 23 di sabato, quando un aereo di Frontex segnala la presenza di uno scafo a 40 miglia dalla costa crotonese.

La trascrizione, 23 ore prima del naufragio, dell’alert della Guardia Costiera a tutte le imbarcazioni in navigazione nel Mar Ionio .
I rimpalli con Frontex. Perché in quel momento non viene attivato un «evento Sar»? La prima mail di Frontex, è l’obiezione del titolare del Viminale Matteo Piantedosi, «non aveva segnalato una situazione di pericolo a bordo». La medesima linea del Comando generale della Guardia costiera, che fa capo al ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Ma per Frontex, tocca alle «autorità nazionali competenti classificare un evento come ricerca e soccorso». Fatto sta che a mezzanotte di sabato sono partite due unità della Gdf, con disposizioni di law enforcement, poi tornate indietro per il mare forza 4. Perché non sono state avvicendate da altre unità della Guardia costiera?
No Sos, congegno scafisti.Non c’è stato un Sos, se non dopo il naufragio, con una chiamata in inglese al 112. Per gli inquirenti, gli scafisti disponevano di un disturbatore di frequenza dei cellulari. Alle 4 di domenica mattina, il caicco si è fracassato su una secca a 150 metri dalla riva. I primi soccorsi arrivano alle 4.30: due carabinieri recuperano una ventina di cadaveri e salvano due persone. Nella relazione allegata agli atti, la Capitaneria di porto crotonese scrive di avere ricevuto la prima segnalazione «alle 4.37». Alle 5.37 scatta l’operazione Sar, ma quel punto sulla spiaggia ci sono ormai decine di corpi.
Pubblichiamo la Nota del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, sul naufragio avvenuto il 26 febbraio, davanti alle coste di Cutro (Crotone).
na profonda tristezza e un acuto dolore attraversano il Paese per l’ennesimo naufragio avvenuto sulle nostre coste. Le vittime sono di tutti e le sentiamo nostre. Il bilancio è drammatico e sale di ora in ora: sono stati già recuperati 40 corpi, tra cui molti bambini. Ci uniamo alla preghiera del Santo Padre per ognuno di loro, per quanti sono ancora dispersi e per i sopravvissuti. Li affidiamo a Dio con un pensiero per le loro famiglie.
Questa ennesima tragedia, nella sua drammaticità, ricorda che la questione dei migranti e dei rifugiati va affrontata con responsabilità e umanità. Non possiamo ripetere parole che abbiamo sprecato in eventi tragici simili a questo, che hanno reso il Mediterraneo in venti anni un grande cimitero. Occorrono scelte e politiche, nazionali ed europee, con una determinazione nuova e con la consapevolezza che non farle permette il ripetersi di situazioni analoghe.
L’orologio della storia non può essere portato indietro e segna l’ora di una presa di coscienza europea e internazionale. Che sia una nuova operazione Mare Nostrum o Sophia o Irini, ciò che conta è che sia una risposta strutturale, condivisa e solidale tra le Istituzioni e i Paesi. Perché nessuno sia lasciato solo e l’Europa sia all’altezza delle tradizioni di difesa della persona e di accoglienza.
In copertina: Cutro (Crotone), un’altra strage.
Scritto da Carlo Tassi il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, In Evidenza, La vignetta di Cart, Primo piano. Nessun commento su LA VIGNETTA
Cordoglio in posa
illustrazione di Carlo Tassi
(tutti i diritti riservati)
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Scritto da Francesco Monini il . Pubblicato in DIRITTO E DIRITTI, IL QUOTIDIANO, In Evidenza, MAPPAMONDO, STORIE & STORIA. Nessun commento su Donne afghane (9)
Roqia: «Io, torturata dai taleban perché protestavo. Ma sogno ancora»
La 29enne voleva diventare pilota, era aveva fatto domanda all’Accademia ma i taleban hanno conquistato il Paese. È scesa in piazza, è stata arrestata e picchiata. «Ci hanno tolto tutti, non i sogni»
«Sogno di diventare pilota». Rifiuta di utilizzare il passato Roqia. Il desiderio di decollare a bordo di un aeroplano la accompagna da troppo tempo per poterci rinunciare a 29 anni. «Non so come sia nato. L’ho sempre avuto. Fin da quando ero bambina. Quando vedevo gli aquiloni in cielo, sentivo di voler essere come loro».
All’epoca, all’inizio degli anni Duemila, gli aquiloni avevano appena cominciato a ripopolare il cielo dell’Afghanistan dopo il bizzarro bando che li aveva colpiti in epoca taleban. «Stavo a guardarli per ore. Ma per quanto mi piacessero non potevo diventare come loro. Il pilota è quanto di più simile ci sia a un aquilone. E potevo esserlo».
Perfino in un contesto rigidamente patriarcale come quello afghano, l’aviazione cominciava ad aprirsi alle donne. Nel 2012, Niloofar Rahmani è stata la prima aviatrice delle forze aeree repubblicane. Nel 2021, Mohadese Mirzaee ha infranto il tabù nei voli commerciali. Quell’anno, anche Roqia aveva fatto domanda di ammissione all’accademia aeronautica. «Avrei realizzato il mio sogno e onorato la memoria di mio marito, anche lui militare, morto per un tumore».
Con l’accordo di Doha già firmato e i militari Usa in smobilitazione, però, la storia nazionale stava per compiere una tragica giravolta. Nessuno immaginava che fosse tanto fulminea. E, invece, in una manciata di mesi, i taleban, cacciati dalle forze occidentali nel 2001, hanno fatto ritorno a Kabul. E con essi una serie di assurdi divieti volti a espellere la presenza femminile dal tessuto civile nazionale.
Roqia si presenta all’intervista, in videochiamata, con la testa avvolta in una sottile sciarpa beige da cui fuoriescono folte ciocche brune. Il volto è scoperto, gli occhi, allungati come tutte le ragazze di etnia Hazara, segnati dal kajal, sulle labbra un leggero strato di lucidalabbra. Il trucco è un piccolo segno di resistenza a un regime che vieta alle donne di mostrare la faccia.
Roqia, però, non si è limitata alla disobbedienza privata. «All’inizio sì. Avevo troppa paura. Tutti eravamo terrorizzati, in realtà. Come si smette di avere paura? Quando il dolore è più forte. Dolore per te, per la tua famiglia, per il tuo Paese. Ti fa così male che non puoi non fare qualcosa. A me e a molte altre di noi è accaduto il 30 settembre scorso, quando una bomba è esplosa all’istituto Kaaj, mentre centinaia di ragazzi Hazara sostenevano gli esami. In cinquantadue sono morti».
Nei giorni seguenti, decine di donne si sono ritrovate a protestare nelle principali città del Paese contro il “genocidio degli Hazara”. In quel grido, risuonava l’esasperazione accumulata per gli abusi inflitti dall’Emirato dal 15 agosto 2021 a tutti. Anche Roquia è scesa in piazza quella volta, la prima di molte altre. «Insieme ad amiche, conoscenti, amiche di amiche, abbiamo formato un gruppo WhatsApp. Così organizzavamo i raduni: ogni volta in un luogo differente, in un tempo differente, in modo che fosse più difficile intercettarci».
Ai cortei pubblici, poi, alternavano manifestazioni virtuali: proteste nelle case, immortalate e diffuse sui social. «Molti uomini avrebbero voluto unirsi a noi ma per loro era troppo pericoloso: li avrebbero uccisi. Sappiamo, però, che tanti ci sostengono. Mio padre, prima di uscire, mi ripeteva: “Perdonami se non vengo con te”». Le ha detto così anche il 21 dicembre, poi l’ha abbracciata. Entrambi sapevano che quella marcia sarebbe stata ancora più rischiosa. Il giorno prima, gli ex studenti coranici avevano espulso le ragazze dalle università. La capitale era elettrica. «Insieme a molte altre siamo andate davanti all’Università nazionale per protestare. I taleban, però, erano dappertutto. Rapidamente abbiamo deciso di spostarci verso il centro. Ma, in un lampo, hanno iniziato a caricarci. Stavo cercando di salire su un taxi quando mi hanno preso».
Per Roqia sono iniziati quattro giorni di incubo, di cui parla con fatica. Sempre bendata, è stata minacciata, picchiata e torturata. «Dopo ogni colpo mi dicevano: “Dicci chi vi paga”. Volevano farmi sostenere che eravamo agli ordini di qualche potenza o organizzazione straniera. E quando rispondevo che eravamo là di nostra iniziativa, si infuriavano e mi pestavano ancora più forte. È stato duro, mi tormentavano. Dicevano che avrebbero fatto lo stesso a mia figlia. La cosa più terribile era sentire le grida delle altre donne nelle celle vicine». Roqia è stata rilasciata grazie all’intervento del consiglio degli anziani, un’istituzione comunitaria tradizionale che anche i taleban rispettano. «In realtà, mi hanno affidato a mio padre. L’hanno convocato e picchiato. Poi gli hanno detto che lui sarebbe stato responsabile del mio comportamento. E ne avrebbe pagato le conseguenze».
Una parte di Roqia non ha mai lasciato il commissariato di Kabul. «La notte ho incubi, mi sveglio di continuo. Ho sempre paura. Paura che facciamo male ai miei figli o a mio padre. Paura che dovrò passare tutte la vita chiusa in una prigione di stoffa, senza poter parlare, senza poter studiare, senza poter uscire. Paura che non volerò mai. Per calmarmi, guardo mia figlia. E la paura diventa indignazione. Possono spezzare le mie ali, ma le sue no. Allora mi torna la voglia di combattere, di protestare, di gridare. Di volare. Di sognare. Sogno ancora di diventare pilota. Ci hanno tolto tutto. I sogni, però, non possono prenderceli».
Le giornaliste di Avvenire – uno dei pochi grandi quotidiani italiani che ‘canta fuori dal coro’ e con cui ci sentiamo spesso in sintonia – inaugurano oggi un’iniziativa che ci pare di grande valore. Dare voce alle bambine, alle ragazze e alle donne afghane. E, soprattutto, ripetere questo impegno ogni giorno (fino all’8 marzo), non una tantum, inseguendo la notizia eclatante. come è in uso nei media mainstream italiani e stranieri. Solo, infatti, attraverso un impegno giornalistico costante ed appassionato è possibile restituire ai lettori la ricchezza di voci dell’altra metà del cielo e dell’altra parte del mondo.
Periscopio riporterà ogni tappa del viaggio delle giornaliste di Avvenire, mentre invita tutte le sue lettrici e lettori a dare il proprio contributo al Progetto di Scolarizzazione per le donne afghane (vedi in calce all’articolo tutti gli estremi per aderire).
(La redazione di Periscopio)
Con questa e decine di altre testimonianze, storie, interviste e lettere, le giornaliste di Avvenire fino all’8 marzo daranno voce alle bambine, ragazze e donne afghane. I taleban hanno vietano loro di studiare dopo i 12 anni, frequentare l’università, lavorare, persino uscire a passeggiare in un parco e praticare sport. Noi vogliamo tornare a puntare i riflettori su di loro, per non lasciarle sole e non dimenticarle. E per trasformare le parole in azione, invitiamo i lettori a contribuire al finanziamento di un progetto di sostegno scolastico portato avanti da partner locali con l’appoggio della Caritas. QUI IL PROGETTO E COME CONTRIBUIRE
Cover: Roqia è la seconda da sinistra, con la mano alzata. Dopo questa manifestazione, il 21 dicembre scorso, è stata arrestata e torturata – per gentile concessione di Roqia
Per leggere tutte le testimonianze raccolte dalla giornaliste di Avvenire, clicca su; Donne afghane
Scritto da Pierluigi Guerrini il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, In Evidenza, Parole a capo, Primo piano. Nessun commento su Parole a capo
Lara Pagani: “Libera” e altre poesie
“Poter scrivere ci salva. Quando proviamo certi sentimenti dobbiamo asservirli alla scrittura per trasmetterli, perché vogliamo che altri sentano quel che sentiamo noi.”
(Giampiero Neri)
in a landscape
Quando avrà smesso, non adesso ancora
che scende piano e forte solo a strappi
sulle colline in boccio come un abito
di seta, quando avrà perso la voce
rimarrà un piglio opposto di colori.
Il sole quando avrà smesso la pioggia
abbaglierà nei riverberi verdi
d’alberi e fiori pronti per l’estate.
Torno alle tue mani
Torno alle tue mani,
al tuo sguardo sospeso.
Oggi e anche domani
la testa sarà un peso:
troppo tempo da portare
fino al timido traguardo
delle sette della sera.
jamais-vu
Passata la casa dal gelo di fuori
una corolla di vapore mi offusca la vista.
In un attimo spero le lacrime — vacillo.
Per trovare lo spillo adatto al pianto
senza di te ci vuole talento nella vita.
libera
Potremmo adagiarci qui
io e te. Potremmo bearci
che l’amore ci appartiene —
solo a noi che non lo vogliamo
e che lo disprezziamo in fondo
come disprezza un ricco il pane —
dicevo, potremmo qui giacere
noi due ma non siamo abbastanza
nudi nemmeno per una recita.
Eppure — aspetta — mi tacita
la mia stessa voce. Amore,
qui ci adagiamo ché l’amore
invero ci appartiene se l’amore
della recita è il contraltare.
Non sappiamo fingere: questo è amare.
le piogge
Finalmente la smette quest’estate
coi suoi capricci, lunghi i temporali
sembrano snelle-azzurre-calme fate
create per cadere senza le ali.
Mi abbraccia il suono delle mareggiate
immaginate insieme nei locali
chiusi per fortunale. Le nottate
che non abbiamo vissuto son tali
e quali a quelle che invece noi sì
abbiamo consumato tante volte.
Tutto mi sembra tornare al suo posto
dove il vuoto non c’è, dove non si
sconta alcuna mancanza — si son sciolte
i capelli le piogge e ti ho nascosto.
Lara Pagani è nata nel 1986 a Lugo di Romagna. Si descrive così. “Mi sono laureata in lingue e letterature straniere all’Università di Ferrara e lavoro attualmente nell’azienda agricola di famiglia. Quanto alla poesia, è la mia più grande passione fin da ragazzina: leggerla mi conforta, scriverla mi salva.”
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]
Scritto da Stefano Lolli il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, OPINIONI, Primo piano. Nessun commento su FERIS, LA MOSSA KANSAS CITY
Alzi la mano chi ha creduto a una sola di queste eventualità. Se si tratta di un comune cittadino, passi: è come credere che la Spal vada ai playoff e conquisti la serie A, ma ci può stare.
Se è un esponente politico del centrosinistra, può galoppare sulla scia dell’entusiasmo per il flop di Fabbri & C. in Consiglio, ma senza sentirsi John Wayne in Ombre Rosse.
Se invece è un componente di giunta o di maggioranza, o ammette di aver mentito a se stesso, o è meglio che abbandoni la politica per dedicarsi al taglio e cucito.
Scritto da Catina Balotta il . Pubblicato in ANALISI, DIRITTO E DIRITTI, ECONOMIA E LAVORO, IL QUOTIDIANO, In Evidenza, Primo piano. Nessun commento su PNRR e pari opportunità
Il Piano Nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) è il documento predisposto dal governo italiano per illustrare alla Commissione europea come il nostro paese intende utilizzare i fondi che arriveranno nell’ambito del programma Next Generation Eu.
Tale programma è uno strumento temporaneo di rilancio europeo volto a risanare le perdite causate dalla pandemia. Si tratta di oltre 800 miliardi di euro che sono stati inseriti all’interno del bilancio europeo 2021-2027 ed è destinato a tutti gli stati membri [vedi qui]. Con il PNRR l’Italia ha a disposizione complessivamente 235,12 miliardi di euro ed è il primo beneficiario, in valore assoluto, delle risorse del Next Generation EU [vedi qui].
Il PNRR è, a parer mio, interessante per i contenuti e per le modalità con cui è stato redatto e presenta, in diversi suoi capitoli, dei chiari riferimenti alla parità tra uomini e donne. Si sviluppa attorno a tre assi che sono: la parità di genere, la protezione e la valorizzazione dei giovani, il superamento dei divari territoriali. La parità di genere è quindi uno dei cardini di tale documento programmatico che vuole affrontare alcune gravi criticità:
Cercare con un unico documento una risposta a questi annosi problemi è un intento apprezzabile.
In coerenza con il Next Generation Eu, il PNRR si articola in 6 missioni che sono:
(1) Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo.
(2) Rivoluzione verde e transizione ecologica.
(3) Infrastrutture per una mobilità sostenibile.
(4) Istruzione e ricerca.
(5) Inclusione e coesione.
(6) Salute.
Ciascuna missione contiene interventi per favorire, direttamente o indirettamente, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e ad attenuare le asimmetrie che ostacolano il raggiungimento delle pari opportunità anche in ambito familiare e scolastico, oltre che occupazionale.
In modo particolare la Missione 1 si pone l’obiettivo di garantire le Pari Opportunità nel lavoro, nelle progressioni di carriera, nel bilanciamento tra vita professionale e vita privata. La Missione 4 propone il Piano Asili Nido, l’estensione del tempo pieno a scuola, l’aumento delle competenze nelle materie STEM (Science Technology Engineering Mathematics, cioè Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), per le studentesse. La Missione 5 presenta il sostegno all’imprenditoria femminile e l’introduzione del sistema nazionale di certificazione della parità di genere. La Missione 6 il rafforzamento dei servizi di prossimità.
A sostegno dell’imprenditoria femminile il PNNR prevede l’avvio del Fondo impresa donna finalizzato ad avere un impatto diretto su alcune dimensioni che concorrono al raggiungimento di una maggiore parità di genere. Il fondo intende supportare la nascita di nuove imprese femminili e lo sviluppo e consolidamento di imprese femminili esistenti. Sono ammesse a finanziamento le imprese di produzione di beni nei settori: industria, artigianato, trasformazione prodotti agricoli, forniture di servizi, commercio e turismo. Sono invece escluse quelle connesse alla produzione primaria di prodotti agricoli, pesca, acquacultura e silvicultura.
Con la legge di Bilancio 2022 e la legge n. 162/2021 è stato istituito il sistema di certificazione della parità di genere in grado di rispondere a uno dei requisiti della Missione 5 PNRR. Tale certificazione, potrà essere rilasciata a tutte le aziende che dimostreranno l’effettività e l’efficacia delle proprie politiche in tema di parità di genere tra uomo e donna.
Il 24 marzo è stato, inoltre, siglato il documento con la prassi di riferimento UNI/PdR 125:2022 [vedi qui], che definisce criteri, prescrizioni tecniche ed elementi funzionali alla certificazione di genere. La certificazione riguarderà le opportunità di carriere, la parità salariale a parità di mansioni, la politica di gestione delle differenze di genere e di tutela della maternità.
Allo stato attuale, i progetti finanziati dal PNNR sono in fase di avvio e non sappiamo cosa davvero riusciranno a fare. Mi sembra che alcune attività siano più legate alla volontà del decisore pubblico locale, altre a quelle delle aziende private, altre ancora siano legate ad un investimento che ogni singola donna può decidere di fare sul suo futuro.
Una criticità è legata alla effettiva capacità della macchina del PNRR di allocare finanziamenti dove esiste il bisogno, senza che intervengano fattori distorsivi che causano una dispersione dei finanziamenti in arrivo.
Una seconda criticità è legata alla effettiva capacità di chi li riceve di utilizzarli al meglio. Aldilà di quanto scritto sui documenti programmaci e sui progetti conseguenti, diventa necessario attuare le azioni progettate con efficienza ed efficacia.
Una terza criticità è quella di rendere i risultati degli interventi duraturi nel tempo e trasferibili (verso organizzazioni con strutture simili, verso organizzazioni con missioni simili).
Per quanto riguarda l’attuazione del principio di pari opportunità, permangono alcuni stereotipi di genere che influenzano decisioni e orientano comportamenti. Lo stereotipo è un nucleo cognitivo che alimenta il pregiudizio. Il pregiudizio è a sua volta la tendenza a giudicare in modo sfavorevole le persone che appartengono a un determinato gruppo sociale (le donne in questo caso).
Stereotipi e pregiudizi sono parte della cultura e del senso comune. Vengono appresi con la socializzazione e trasmessi da una generazione all’altra. Sono costruzioni sociali che dipendono da specifiche condizioni storico-sociali che si stanno vivendo.
L’immagine stereotipata ha effetti sulla formazione dell’identità e capacità delle persone, al punto che può influenzare e bloccare lo sviluppo delle potenzialità dell’individuo (si pensi alle poche donne laureate in Italia nelle materie STEM e al collegamento di questo dato che la permanenza dello stereotipo sulla maggiore propensione delle donne verso i lavori di accudimento come la maestra, l’assistente sociale, ma anche il medico e la dirigente scolastica).
Mi sembra però che il cammino accidentato verso la parità presenti in Italia dei segnali positivi da non sottovalutare e che il PNRR si stia muovendo nella direzione giusta. Tale passo in avanti è rilevante e può essere motivante per tutti i professionisti che, a vario titolo e con ruoli e mansioni diverse, si troveranno a dover attuare le prescrizioni del PNRR cercando di attualizzarle nel loro territorio e nel loro ramo d’attività.
Faccio due esempi: All’European Women on boards (gennaio 2022) è stato presentato il Gender diversity index 2021, che analizza la rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione e nei vertici aziendali delle più grandi realtà europee. Lo studio, che ha preso in esame 668 società quotate di 19 Paesi europei, ha misurato l’effettiva capacità delle aziende di garantire pari opportunità a uomini e donne.
L’Italia presenta un Gender Diversity Index pari a 0.62, valor leggermente superiore alla media europea e in crescita rispetto al 2020. I dati indicano che il nostro Paese ha la più alta percentuale di donne nei Comitati dei CdA/Consigli di Sorveglianza (47%) e che è in terza posizione per numero di donne a capo dei CdA (15%) [vedi qui].
È infine possibile guardare con ottimismo ai dati Istat, relativi allo scorso anno. A crescere è non solo il tasso totale di occupazione, che torna a livelli pre-pandemici (59%), ma anche il tasso di occupazione femminile che sale al 50,5%. Si registra quindi una diminuzione della disoccupazione e dell’inattività delle donne [vedi qui].
Per leggere gli altri aricoli di Catina Balotta clicca [Qui]
Scritto da Laura Rossi il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, In Evidenza, IN SCENA, OPINIONI, Primo piano. 2 commenti su Eterno sipario
Eterno sipario
Ognuno di noi si sforza di comprendere quale sia il senso supremo della vita, ma, quando finalmente lo capisce, ormai lo spettacolo si chiude. “Sipario” diceva Maurizio Costanzo per chiudere il suo show, ma siamo sicuri che il sipario si sia chiuso per sempre, oppure, in altri luoghi dell’eternità, egli non sia già pronto a fare un nuovo show?
Noto per il suo modo innovativo di intrattenimento con ospiti anche strani e curiosi, dando loro la possibilità della notorietà, il giornalista veniva anche attratto dai grandi temi della psicologia umana e interessato alla dura condizione dei più infelici spesso protagonisti delle sue ospitate.
Un giornalista sempre attento alla misera condizione umana, motivo per lui di tristezza e di evidente rammarico.
A tal proposito la poetessa Alda Merini, invitata molte volte allo show di Costanzo e scomparsa nel 2009, scriveva in una lettera: “…vorrei dirti caro Maurizio, che nessun uomo si è mai seduto vicino a me con tanta deferenza e rispetto e nessun uomo mi ha guardata così profondamente negli occhi per scoprirvi quelle lacrime che nessuno ha mai visto…”
L’immensa sofferenza di questa donna deve aver fatto comprendere a Costanzo la delicatezza, l’infelicità e l’umiltà della persona che aveva di fronte, doti che poi lui ha fatto conoscere e amare al grande pubblico.
Mi è d’obbligo però ricordare anche che, tra le numerosissime interviste e le rispettose ospitate nei confronti dei suoi ospiti, alcune risultano invece con toni amari indimenticabili. Per esempio l’imbarazzante intervista al giovane cantautore Rino Gaetano, morto a soli trent’anni in un incidente nel 1981, alla presenza della signora Susanna Agnelli. Costanzo, con fare indisponente, lo presentò così: – E’ un cantautore che fa canzoncine ironiche, così… scherzose, scanzonate e aggressive.
La canzone scomoda a cui si riferiva è “Nuntereggae più“, una critica ai potenti dell’Italia dei tempi: gli Agnelli, i politici e i giornalisti, compreso lo stesso Costanzo. Occorre ricordare che erano gli anni successivi alle lotte studentesche, alle contestazioni politiche che davano grande spazio a comicità, vignette e, appunto, ai testi di molti artisti e cantanti. Susanna Agnelli, invece, dimostrò d’accettare e giustificare il giovane cantautore e il suo sarcasmo, dichiarando con garbo che, probabilmente, al posto suo avrebbe composto la stessa canzone.
Per onestà di cronaca, devo ammettere che v’è il dubbio che lo stesso Costanzo, in quella “infelice” intervista, abbia finto di prendere in giro il giovane cantautore, d’accordo in questa sceneggiata proprio con lo stesso Rino Gaetano.
Successivamente, mentre Costanzo aveva continuato a criticare il cantautore in vari articoli, Vincenzo Mollica scriveva: – Questo giovane cantautore aveva il coraggio delle sue azioni, nomi e cognomi di tutti e in tempi in cui fare il nome e cognome di qualcuno era molto difficile.
Alla fine anche lo stesso Costanzo, scorrendo i suoi articoli, ammise: – Dico subito che Rino Gaetano era un artista e la canzone “Nuntereggae più”, più che una canzone, è un manifesto, un coro di protesta.
Dopo circa quarant’anni chissà se Costanzo e Rino si incontreranno di nuovo…
Scritto da Simonetta Sandri il . Pubblicato in AMBIENTE & SOSTENIBILITA', Ferraraitalia, IL QUOTIDIANO, Parole e Figure. Nessun commento su Parole e figure /
Amazzonia, aspettando l’alba
Amazzonia, questa meraviglia sofferente, il luogo che l’Essere Umano sta distruggendo senza pietà e dove, invece, dovrebbe e potrebbe ritrovarsi. La deforestazione aumenta, a causa degli appetiti irrefrenabili di un famelico uomo (con la u minuscola), sia perché da esso provocati sia a causa del cambiamento climatico ormai inarrestabile.
Raccontare questa emergenza ai più piccoli e far comprendere quanto le foreste siano importanti per il clima oltre che immenso scrigno di biodiversità da salvaguardare, è non solo importante ma fondamentale.
Sul tema, arriva oggi uno straordinario albo illustrato dove domina il nero (un colore insolito in un libro per bambini) dell’artista peruviana Fabiola Anchorena, Aspettando l’alba, Kalandraka editore. Opera che ha vinto il prestigioso XV Premio Internazionale Compostela per Albi Illustrati nel 2022.
Con una nota alla fine della storia, l’artista – classe 1983, laurea in architettura – dedica il suo lavoro alla foresta amazzonica, nella quale nel 2019 si è verificato uno dei peggiori incendi degli ultimi anni che ha colpito il Brasile, il Perù e la Bolivia. Alla fine del 2019, anche l’Australia aveva iniziato a bruciare, devastando la fauna selvatica e mettendo in difficoltà tre miliardi di animali. Poi era arrivato il turno degli incendi in California ed Europa (Spagna, Romania, Portogallo, Francia, Croazia, Italia e Grecia). Il 2021 aveva annoverato un altro avvenimento importante: il Generale Sherman, una sequoia gigante di oltre 80 metri d’altezza che potrebbe avere oltre 2000 anni – età precisa non nota ma la più grande al mondo -, e altre sequoie millenarie della Foresta Gigante della California, sono state avvolte, dalle radici, in enormi teli ignifughi per proteggerle dagli incendi che minacciavano il Parco Nazionale. Da questa crisi, un racconto.
La storia inizia con un viaggio: le creature del magnifico ecosistema forestale che è l’Amazzonia lo iniziano per capire perché manca la pioggia lenta che scende, perché il cielo è sempre buio pesto. Nemmeno la luna argentina fa più capolino tra le stelle.
Gli animali affiorano da quel buio come fantasmi. È da molto che non vedono l’alba.
Sembra che il sole se ne sia andato via. Pare si sia nascosto nel profondo della foresta.
Tutti gli animali sbucano dai loro nascondigli e attraversano l’oscurità per cercare quell’alba che non vedono più. Una ricerca affannosa e affannata.
Che il sole si sia stancato di sorgere? Forse è troppo grande la fatica di sorgere, ogni mattina? E perché mai fa questo? Ha perso il lume della ragione? Li ha dimenticati?
C’è chi gracchia, chi ruggisce, chi fischia e chi ulula… la carovana degli animali avanza strisciando, nuotando, volando-svolazzando e saltando-saltellando!
Ma dov’è il calore del sole? Dove si è nascosto il colore dell’aurora?
Poi un calore finalmente si avvicina e li avvolge: Ma non è IL SOLE! Non è L’ALBA!
Quella luce crudele li brucia e li scotta, non è fatto così l’abbraccio del sole…
Spavento, terrore. Gli animali fuggono, scappano per mettersi in salvo.
Solo la pioggia (e con lei la pace e la speranza) può far rifiorire lentamente la foresta.
Solo quell’acqua che salva può far riapparire la casa accogliente. Eccola.
Con essa mutano anche i colori delle pagine del racconto, dal nero si passa all’azzurro, al bianco, all’arancione, al giallo, al rosso, al verde smeraldo, ai colori tenui.
Tornano le farfalle. Nessuno è più quello di prima ma la foresta è rifiorita. Sperando quei colori restino, per sempre, in una casa che deve essere piena di vita.
Forse un albo illustrato non può fermare le organizzazioni che vedono l’Amazzonia come un’opportunità per arricchirsi, dice l’autrice, ma può far pensare, può dare voce a tutti gli animali che vedono la loro casa distrutta in nome di qualcosa che ignorano: il profitto.
Può far sognare un mondo pieno del giallo del sole, del rosso dei pappagalli, dell’azzurro del cielo e delle farfalle, del verde delle foreste, i polmoni della terra.
Un libro-protesta dove ogni immagine sembra un piccolo quadro che scivola dal nero, al celeste, al bianco, al verde smeraldo: un inno all’immensa bellezza del nostro pianeta. Quella bellezza che non resterà a lungo se non ce ne curiamo, ogni giorno.
Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara.
Scritto da Nicola Cavallini il . Pubblicato in Eventi, IL QUOTIDIANO, In Evidenza, INTERVENTI, POLIS, Primo piano. 5 commenti su Elly Schlein, la Road Runner che corre e vince per Willy il Coyote
Elly Schlein vince, e vince partendo da Bologna. Bologna la Rossa, Bologna la grassa, che digerisce tutto – al punto da digerire Pierferdinando Casini come candidato del PD nel collegio delle politiche – si è presa la sua rivincita.
La svolta della Bolognina da oggi non è più solo quella di Occhetto, ma anche quella del quartiere e della città in cui Elly Schlein da Lugano (ma trapiantata a Bologna) doppia le preferenze date a Stefano Bonaccini da Campogalliano. Che si può scrivere anche così: la vicepresidente della regione rossa straccia il suo presidente. A suon di voti, e di votanti. Mi fermo un attimo su questo.
Nel 1948 furono poco più di 2 milioni gli italiani aventi diritto al voto che non si recarono alle urne, meno del 10%. Nel 2022 questo numero è salito a 17 milioni, che fa ancora più impressione della percentuale sul totale degli aventi diritto, ormai prossima al 40%.
Anche le “primarie” del PD hanno registrato un trend simile. Si va dai 3,5 milioni che votarono, in larga maggioranza, Veltroni al milione che ha scelto, con maggioranza più stretta, Elly Schlein. Però questa volta c’è un elemento di novità: una parte di quel milione che si è mosso per votare Schlein non si muove più per le elezioni generali. Un’altra parte di coloro che l’hanno votata, da tempo non vota PD. Infine ci sono gli iscritti/simpatizzanti che hanno scelto lei invece di Stefano Bonaccini.
Pur non essendo io un istituto demoscopico, sospetto che quest’ultimo sottoinsieme sia minoritario rispetto agli altri due che vanno a comporre il milione. Vale a dire: la nuova segretaria del PD è stata eletta prevalentemente da persone che non votano PD. Strano? Paradossale? Sì, ma fa parte dei rischi insiti nella scelta di far votare alle primarie di un partito tutti quelli che vogliono farlo, iscritti, simpatizzanti o meno. E’ una delle poche cose che mi sono piaciute, fino ad oggi, del PD.
Grazie a questa scelta del voto aperto a tutti, Elly Schlein ha riportato e riporterà verso il PD persone che non lo frequentavano più, se non alla sagra dell’anguilla: ma per l’anguilla, non per il PD. Molte di queste persone (a dire il vero lei stessa, che fu una delle artefici di Occupy Pd) lo hanno aspramente criticato, quel PD per la cui segretaria si sono mossi.
Anzi. Si sono proprio incazzati con lui, come quando te la prendi con chi ti delude di più, perchè era lì che riponevi le maggiori aspettative. L’ incazzatura – almeno la mia – ha raggiunto l’apice quando il partito erede (almeno in parte) della tradizione del PCI si è fatto promotore e artefice del Jobs Act, un insieme di norme funzionale a rendere ab origine precario il rapporto di lavoro, cioè a rendere ab origine incerto e non pianificabile il futuro delle persone giovani. Non che prima fosse molto meglio: le leggi sul lavoro che (dagli anni novanta in poi) hanno precarizzato, chiamandolo flessibile, il lavoro (trasformandolo in una pura merce) hanno spesso paternità “di sinistra”, e hanno prodotto un crepaccio tra la base sociale e la base politica dentro il quale sono precipitate passioni, militanze, ideali, voglia di sbattersi.
All’inizio era un boato, poi ci si è abituati al peggio, e alla fine si è sentito solo il “puff” della nuvoletta, come quando, al termine dell’ennesimo assalto fallito a Road Runner, Willy il Coyote precipita dal burrone e si schianta al suolo. Un animale descritto da Mark Twain come “una vivente allegoria dell’Indigenza: ha sempre fame, è sempre povero in canna, scalognato e senza un amico al mondo”.
Elly Schlein non ha nulla di Willy il Coyote. Ha un pedigree che è la quintessenza di ciò che un cretino definirebbe radical-chic. Figlia di professori aschenaziti di storia e diritto, nipote di avvocati socialisti, sorella di diplomatiche e matematici, secchiona, tripla nazionalità, poliglotta. Possiede la rapidità, la scaltrezza, persino la silhouette di Road Runner. Corre, instancabile, lungo le strade del suo futuro.
Se sarà lasciata da sola, potrebbe avere successo personale ma diventare imprendibile e antipatica, proprio come Road Runner (o Beep Beep come lo chiamano in molti). Se sarà aiutata e saprà farsi aiutare – che è diverso da farsi condizionare, anche se una delle sue abilità è stata di farsi appoggiare da una parte della nomenklatura – allora potrà inverare quel “Parte da Noi” che è stato lo slogan della sua campagna, e potrà essere – non da sola – la voce di quei tanti Willy il Coyote che non ce la fanno mai. Intanto lei ce l’ha fatta, e io non me l’aspettavo.
Essere una donna di 37 anni che cerca di cambiare un partito balcanizzato riaprendone le porte alla partecipazione civile non è semplice.
Esserlo in Italia, un paese bloccato e foderato di patriarchi, aggiunge un coefficiente di difficoltà supplementare.
Sono decenni che vediamo italiane e italiani – non solo “eccellenti” – che, per prendere un ascensore sociale, emigrano altrove, dove si mangia male ma si lavora bene, dove non è obbligatorio essere l’ingranaggio di una trasmissione familista, di casta o di corporazione per trovare il proprio posto nel mondo, nella politica, nel lavoro, nella cultura o anche semplicemente in un bar. Dove si è retribuiti per il lavoro fatto, senza dover ringraziare per il fatto di averne uno sottopagato. Contemporaneamente, siamo il territorio di frontiera maggiormente esposto agli arrivi di persone che si portano dentro un altro tipo di disperazione: quella della guerra, della violenza, della povertà assoluta, della crisi climatica.
Invece di fare la punta alle scarpe chiodate di questa donna, come già vedo fare, almeno oggi facciamole i complimenti e cerchiamo di chiodare le nostre, di scarpe. Nessuno può scalare da solo certe falesie, ma lei sta dimostrando di avere l’energia e la preparazione per provare a fare il capocordata.
Scritto da FORUM FERRARA PARTECIPATA il . Pubblicato in Ferraraitalia, IL QUOTIDIANO, In Evidenza, POLIS. Nessun commento su Alla fine la Partecipazione ha piegato il FE.Ris.
Ma continua la mobilitazione…
Nella serata di lunedì il Consiglio Comunale di Ferrara ha approvato all’unanimità una mozione che modifica radicalmente il progetto Feris e. di fatto, accantona il progetto originario.
Infatti, nella mozione si riconosce la necessità di avviare un processo partecipativo nella città, si stralcia l’ipotesi di costruire una nuova grande struttura commerciale in Via Caldirolo (pur mantenendo aperta la porta per una sua diversa localizzazione) e si avanza l’impegno a destinare quell’area a Parco Urbano con conseguente inedificabilità, si abbandona l’idea del parcheggio in viale Volano per vincolare quella zona a verde pubblico, si individua l’utilità, per la ristrutturazione della ex Caserma di Cisterna del Follo, di un suo dimensionamento rispetto alle ricerche storico-archeologiche da effettuarsi e, in una relazione con l’Università, di prevedere uno studentato, ma a prezzi calmierati.
Questi impegni rappresentano senza dubbio un risultato e una vittoria importante per la città, che sarebbe stata irrimediabilmente deturpata da un intervento privo di
pubblica utilità e fortemente invasivo nei confronti del sistema delle Mura, come previsto nel progetto originario di Feris.
Registriamo positivamente l’evidente retromarcia dell’Amministrazione Comunale rispetto al progetto presentato alla fine di luglio in Consiglio comunale. Ciò è stato reso possibile dal lavoro del Forum Ferrara Partecipata e dalla forte mobilitazione dei cittadini espressa in particolare in queste ultime settimane, ed anche dal recepimento delle loro istanze da parte di diversi consiglieri comunali che hanno dato vita alladiscussione in Consiglio Comunale.
Siamo soddisfatti anche dal riconoscimento che, anch’esso in modo unanime, è stato dato alla partecipazione e alla mobilitazione dei cittadini e delle Associazioni e ci auguriamo che di questo si tenga conto anche in futuro, smettendo di insinuare che essi siano animati da pregiudiziali di tipo ideologico, come è stato fatto a più riprese nei mesi passati.
Per quanto ci riguarda, continueremo nel nostro lavoro e nel nostro impegno con l’obiettivo, in primo luogo, di vigilare sugli impegni assunti con la mozione
approvata in Consiglio Comunale e di consolidare ulteriormente questo risultato, a partire dal fatto di non dare corso all’apertura di una nuova struttura commerciale in una città che non ne ha bisogno. Soprattutto, andremo avanti nel coinvolgimento dei cittadini perché il progetto di ristrutturazione della ex Caserma sia effettivamente indirizzato all’utilità pubblica e alle necessità di una città che vuole guardare al futuro.
Anche per questo Forum Ferrara Partecipata ha già previsto di organizzare per martedì 14 marzo alle 18 un’assemblea pubblica a Grisù (via Poledrelli 21) per raccogliere le idee e le proposte dei cittadini in proposito. In attesa e anche come stimolo perché parta il processo partecipativo da parte dell’Amministrazione Comunale indicato dalla mozione approvata in Consiglio Comunale.
FORUM FERRARA PARTECIPATA
Nota di redazione:
Mobilitarsi contro il progetto FE.Ris., lottare per difendere la città e il suo verde, rivendicare il diritto dei cittadini ad esprimersi e a contare, ha significato anche liberare la propria fantasia e creatività. La città si è riempita di lenzuoli con tante scritte diverse, molto decise ma anche originali, simpatiche, ironiche. Ad esempio, “Il FE.Ris. ferisce Ferrara”. Ma come non documentare quel ferraresissimo MAIAL (MAI AL FERIS) che è riuscito ad arrivare fino in braccio a Girolamo Savonarola?
Scritto da Scelto da Periscopio il . Pubblicato in Ferraraitalia, IL QUOTIDIANO, Primo piano. Nessun commento su La Resistenza discute sul FE.Ris.
Una grande partecipazione all’incontro: le foto
Scritto da Cristiano Mazzoni il . Pubblicato in Gli Spari Sopra, IL QUOTIDIANO, Primo piano, PROPOSTE DI LETTURA. 7 commenti su Gli spari sopra /
In questo chiaroscuro nascono i mostri
“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”: eh sì caro Nino, tu lo scrivesti un secolo fa e a tutt’ora il mondo nuovo tarda a comparire. Con una grossa differenza rispetto ai tuoi terribili anni, tu, voi, avevate la speranza che il mondo nuovo fosse diverso, migliore, giusto, libero. Noi no, non vediamo nessun mondo nuovo alle porte che non sia ancora peggiore di quello che stiamo vivendo ora.
Il mondo vecchio muore, per eccesso di egoismo, vittorioso e tronfio nel liberismo più sfrenato, dove il privato è bello anche nei beni primari, nella salute, nella sanità, nella scuola, nell’ambiente, nella vita. Dove col denaro si acquista tutto, dove il guadagno, il target, il budget, la ricchezza senza limiti viene perseguita sui cingoli dei carri armati, sulle ali degli aerei da guerra, sui sofisticati droni killer. Un mondo, quello nostro, dove le guerre non sono tutte uguali, dove gli eserciti di occupazione cambiano nome a seconda di chi li sta guardando. Guerre a difesa dei confini, guerre a difesa della democrazia, guerre contro il pericolo nero, guerre contro il pericolo rosso, guerre al terrorismo, guerre contro i dittatori, guerre di liberazione, guerre difensive, guerre primordiali, guerre per il petrolio, guerre per l’acqua, guerre per la terra.
Il mondo nuovo, Nino, non sarà baciato dal sole dell’avvenire, ma oscurato dal pulviscolo atomico, incendiato dai raggi prepotenti del sole, dalla polvere della siccità, dai venti impetuosi dei cambiamenti climatici. Una transizione da un terribile mondo ingiusto a un terribile mondo invivibile, dove solo i ricchi potranno galleggiare.
Quanto vorrei che nascesse un nuovo Antonio Gramsci, un nuovo Marx, una nuova Rosa Luxemburg, quanto vorrei ritrovarvi vivi. Ma forse lo siete già, basta sfogliare un libro, basta leggere e comprendere ciò che da un paio di secoli ci dite.
Ray Bradbury nel suo visionario e distopico romanzo Fahrenheit 451 lo aveva capito, che in un terrificante futuro il mondo avrebbe visto i libri come primo e totale nemico. Le parole scritte, i sogni, le utopie, non muoiono con la morte dei loro autori, ma rimangono a disposizione per sempre, divenendo sempre più pericolose, perché alle volte descrivono il futuro.
Nel romanzo le squadre speciali di Vigili del fuoco, appiccano gli incendi nelle case di chi detiene libri, uccidendo spesso anche le persone che vi abitano, così come effetto collaterale, inevitabile e naturale. Nel cielo volano aerei da guerra, come presagio, che poi alla fine si avvererà. Rimangono, mal vestiti, affamati e ammalati solo sparuti gruppi di detentori di cultura, che conoscono alcuni libri a memoria, nella speranza che dopo la fine, dopo la distruzione totale, si potrà far rivivere l’umanità a partire dalla stampa di quelle vecchie parole scritte.
Come è possibile essere ottimisti in questo nostro spietato mondo moderno? Ci si trincera dentro le mura della propria casa e della propria famiglia, per chi ce l’ha. Al di fuori tutto brucia, macerie in ogni dove, i sogni rimangono nelle menti dei bambini, non riusciamo nemmeno più a sperare in un noi.
Chi ci rappresenta Nino, chi ci presta una spalla a cui poterci aggrappare, chi cammina con noi e dipinge la speranza di un mondo nuovo e più giusto, dove i confini siano orizzonti, dove le armi siano al bando, dove la guerra sia una medioevale prassi senza significato?
Le stesse parole oggi non hanno più lo stesso contenuto, un agguato fascista diventa una zuffa tra ragazzi, anche la stessa maledetta e schifosa parola guerra ha mille significati e mille sfumature, diviene pure giusta a seconda dello specchio sulla quale è riflessa. Oppressore, invasore, assassino, cambiano volto a seconda di chi li dipinge, dire che la guerra, così come Peppino disse della mafia, è una grande montagna di merda suscita dei se, dei ma e dei però.
Non esiste un assolutismo della vita e dell’amore, esiste un totalitarismo latente o palese della morte.
Dove sono le masse che hanno cambiato in meglio il mondo? Sono tutti morti? Sono vecchi e stanchi? O siamo noi figli del benessere, creato grazie agli altri, ad essere automi schiavi di circuiti elettrici che tramite interruttori ci fanno aprire o chiudere la bocca in un sorriso indotto?
Il potere, i potenti, i sultani, sono esseri umani che occupano quello spazio, perché una moltitudine silente non glielo impedisce, perché gli schiavi indossano una divisa, una tuta, un’uniforme, un abito firmato, sono spogli e nudi.
Siamo noi.
Nino, tu potessi vedere lo scempio di questo mondo moderno, fatto di luci, lustrini, schermi al litio da una parte e una umanità morente, assetata, affamata, bombardata e ammalata dall’altra.
Il benessere, la libertà e i sogni voi volevate fossero per tutti, non solo per quelli che se li potevano comprare.
Cosa c’era di sbagliato in questi tuoi pensieri? Perché ad un certo punto della storia sono stati messi da parte, sono diventati il male, sono diventate idee dalle quali vergognarci, sono state derubricate a ideologie assurde ed irraggiungibili?
Perché?
C’è stato un momento preciso in cui il tuo pensiero è stato ritenuto superato? E io che sono nessuno, ma che credo ancora in quelle tue folli idee, chi sono o meglio cosa sono? Un antico, un superstite, un ottuso, vivo scollegato dalla modernità, sono un bivalve agganciato allo scoglio del rassicurante passato?
Troppe domande e nessuna avanguardia in grado di rispondermi.
E comunque Nino, io ti voglio bene. Non me ne vergogno, anzi credo che le tue parole siano futuro e non passato, credo che siano la speranza, scritte dietro le sbarre della dittatura quasi un secolo fa, che volino laggiù verso la primavera.
E’ quello Nino il nostro cammino, e barcollando, depresso, ammaccato ma vivo, continuerò a camminare verso il rosso di quell’alba lontana.
Scritto da Simonetta Sandri il . Pubblicato in Eventi, IL QUOTIDIANO, In Evidenza, IN SCENA. Nessun commento su Maupal: “Cercasi eredi”, omaggio a una generazione che se ne va
Lo street artist romano Mauro Pallotta, Maupal, fa sempre parlare di sé.
Classe 1972, è brillante, innovativo, originale, ironico non teme critiche né rivali, è un po’ il Banksy nostrano. In poche parole, libero. Anche nella scelta dei materiali utilizzati per le sue opere, dagli iniziali materiali, talvolta di recupero, all’utilizzo successivo della lana d’acciaio, a fungere contemporaneamente da tela e da materiale scultoreo.
Diventato famoso per il murale del “Super Pope” realizzato nel 2014 che raffigura il pontefice nella classica posa di Superman con in mano la valigetta dei “Valores”,
Maupal aveva completato il tris su papa Francesco con altra apparizione in via dei Tre Archi, nella zona di piazza Navona, con un Papa in monopattino (“EcoPope”, 2021) e con un altro, sul muro di Borgo Pio, a pochi metri dal Vaticano, che gioca a tris con il simbolo della pace e una guardia svizzera che fa da palo (nel 2023, cancellato il mattino dopo dai vigili antidegrado, molto attenti a questo caso e non alle terribili imbrattature cittadine…).
A Trastevere, lo avevamo visto nel 2020, quando, a settembre, era apparso un murale su un furente Donald Trump con un triplice fungo atomico che si propaga dall’improbabile capigliatura del futuro candidato premier americano e la scritta “Yes I can”.

Oggi, a farmi interessare ancora a lui – lo seguo, con ammirazione, da tempo – il suo post sulla pagina Facebook che ricorda l’opera del 2022 posizionata a Santa Sofia (Forlì-Cesena), un paesino meraviglioso nell’appennino tosco-romagnolo: “Cercasi eredi”.
Si tratta di un omaggio a una generazione incredibile che sta svanendo. I nostri padri e madri, per i più giovani i nonni o, per quelli ancora più fortunati, i bisnonni.
Gli anziani di oggi, che abbiamo visto sparire come leggere e sfortunate libellule nel periodo della pandemia, sono quelli che hanno superato guerre, povertà, terrorismo e pandemie. E senza avere molte di quelle opportunità ed evoluzioni tecnologiche che oggi a noi migliorano la vita. Non c’era internet, quello che si apprendeva arriva dai giornali o dai discorsi dei vicini. Il telefono arrivava solo ad alcuni, la televisione pure.
Ho parlato a lungo con molti di loro, negli anni, in famiglia, nei luoghi di ritrovo incluse le case di riposo, oggi fatico a trovare quei valori in cui loro hanno tanto creduto, quelli per cui hanno lottato, anche per noi. La cultura dello scarto, tanto temuta da Papa Francesco, non risparmia nessuno, soprattutto loro.
“I nostri anziani italiani hanno creato un’epoca nel rispetto dell’etica, nella disciplina, nel lavoro sodo, nelle lotte e nelle conquiste sociali. Una generazione che ha fatto grande la nostra penisola, una Nazione che ora, da alcuni di noi, viene spesso offesa, sfregiata, snaturata, vilipesa. L’Italia è piena di ricchezze spesso sprecate, poco valorizzate. Una eredità quasi lasciata, letteralmente, nella spazzatura. Il mio è un monito alle giovani generazioni e un omaggio agli anziani di tutta l’Italia!” “Con quest’opera vorrei invogliare le nuove generazioni, ma anche le vecchie, a sfruttare al meglio le potenzialità del nostro paese nel rispetto dell’altro e del pianeta intero. Il mio è un monito alle giovani generazioni e un omaggio agli anziani di tutta l’Italia!” afferma Maupal.
Onore a loro, dunque. Ricordiamocene sempre. Con immenso rispetto.
Mauro Pallotta, in arte MAUPAL
Nasce a Roma nel 1972, dove frequenta il Liceo Artistico A. Caravillani e l’Accademia Delle Belle Arti di Roma. I luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza dell’artista hanno senza dubbio influenzato i contenuti delle sue opere: la vicinanza ai luoghi della politica e al Vaticano e gli stimoli intellettuali di una città multiculturale come Roma. Dopo aver raggiunto il successo nel campo della Fine Art, con esposizioni personali a Roma, a Londra e a Miami, nel 2014 l’artista elegge a proprio ambito di interesse la strada e sposta il proprio focus creativo sulla Street Art. La prima opera street, il “Super Pope”, raggiunge subito un grande successo in tutto il mondo, in quanto rappresentazione contemporanea e impenitente di Papa Francesco, simbolo di una possibile modernizzazione della chiesa cattolica.
A scrivere di lui sono tutti i principali giornali internazionali, dal Wall Street Journal a El Pais. Nel 2016 la rivista newyorkese ARTNET l’ha inserito nella classifica dei trenta street artist più influenti al mondo. Oggi collabora a iniziative sulla Street Art a livello nazionale e internazionale e le sue opere sono presenti nelle gallerie e nelle fiere di tutto il mondo.
Un bell’incontro con Maupal:
Scritto da Francesco Monini il . Pubblicato in Ferraraitalia, IL QUOTIDIANO, In Evidenza, Primo piano, RITRATTI, STORIE & STORIA. 2 commenti su MI RICORDO, MI RICORDO, MI RICORDO TASS. A 10 anni dalla scomparsa: 26 febbraio, ore 18, Scuola di Musica Moderna di Ferrara
Mi ricordo che, all’indomani della morte di Gide, Mauriac ricevette questo telegramma: “Inferno non esiste. Impazza pure. Stop. Gide”.
Mi ricordo che Kruscev ha sbattuto una scarpa sulla tribuna dell’O.N.U.
Mi ricordo un ballo che si chiamava la Raspa.
Mi ricordo che la parola “robot” è una parola ceca, inventata, credo, da Carel Capek.
Mi ricordo che tutti i numeri la cui somma dà un totale di nove sono divisibili per nove (a volte passavo interi pomeriggi a controllare…).
Mi ricordo lo yo-yo.
Mi ricordo tre modi per fissare gli sci, nella scanalatura del tacco, con un cavetto teso molto avanti sul piede, e con delle cinghie.
(George Perec, Mi ricordo, Bollati Boringhieri, 2013)
Nel suo bellissimo libro “Mi ricordo”, George Perec mette in fila sulla pagina i suoi ricordi. In maniera scientifica, quasi tassonomica: i ricordi ci devono essere tutti, nessuno escluso. E in maniera caotica, assolutamente casuale: perché non puoi sapere quando un ricordo sale in superficie. Perec vuole dirci, o almeno così l’ho inteso, che “noi siamo i nostri ricordi”. E poco altro: un po’ di presente, una briciola di futuro (e non in tutti), tutto il resto è un enorme baulone di ricordi. Di cui non conosciamo neppure il fondo. Insomma, contro Shakespeare, la nostra materia non sarebbe fatta di sogni ma di ricordi.
Qualche ricordo, qualche persona ti rimane impigliata nel cuore e nel cervello, e allora il ricordo “ti ritorna su” continuamente, anche se è già passato un anno, o cinque, o dieci anni. Cosi, nel decennale della sua morte, tante persone che l’hanno amato e che lui ha amato, hanno unito in un libro i loro ricordi di Stefano Tassinari, per tanti di noi semplicemente Tass. Di seguito, trovate alcuni contributi che ho estratto a occhi chiusi dal volume.
“Sul filo del ricordo : la mutanza politica, il lavoro culturale, le passioni di Stefano Tassinari raccontati dalle compagne e dai compagni di strada” (REDSTARPRESS, 2022), viene presentato a Ferrara domenica 26 febbraio alla Scuola di Musica Moderna. Per tutti l’appuntamento è per le ore 18,00
A CURA DI
Agostino Giordano e Stefania De Salvador
CONTRIBUTI DI
Vic Albani, Checchino Antonini, Marco Baliani, Matteo Belli, Paolo Bernardi, Nicola Bonazzi, Pino Cacucci, Paolo Capodacqua, Stefano Casi, Mauro Collina, Mauro Covacich, Fausto Bertinotti, Alberto Bertoni, Giulio Calella, Salvatore Cannavò, Isabella Carloni, Daniele e Angelo (“Le Bistrot” di Dozza), Stefania De Salvador, Roberto Formignani, Paolo Fresu, Luca Gavagna, Rudi Ghedini, Agostino Giordano, Massimiliano Gregorio (Casa del Vento), Claudio Lolli, Gigi Malabarba, Roberto Manuzzi, Luigi Monfredini, Alberto Ronchi, Mauro Pagani, Alfredo Pasquali, Darwin Pastorin, Andrea Satta (Têtes de Bois), Roberto Serra, Marino Severini (Gang), Michele Terra, Riccardo Tesi, Fabio Testoni, Filippo Vendemmiati, Wu Ming 1, Yo Yo Mundi.
Lo chiamavamo così, Stefano. Non perché fosse tanto più anziano di noi, vi erano solo quattro o cinque anni di differenza, anche se, in quei giorni, potevano sembrare un’epoca intera, ma perché gli riconoscevamo una sua particolare saggezza. Certo, lui continuava ostinatamente ad appassionarsi per i Rolling Stones, quelli con Brian Jones degli anni sessanta, noi eravamo immersi nel post punk della fine degli anni settanta, primissimi ottanta, ma la sua capacità di costruire quasi miracolose iniziative, di realizzare concretamente le sue piccole utopie, richiamavano istintivamente quel do it yourself che era uno dei capisaldi della cultura anglosassone che più invidiavamo e cercavamo maldestramente di imitare.
Stefano era quello che aveva fondato la Cooperativa Charlie Chaplin, cui era immediatamente seguita la Scuola di Musica Moderna. Uno spazio realizzato da e per i musicisti di Ferrara, dove si potevano ascoltare e imparare chitarra acustica ed elettrica, sax, tromba, batteria, contrabbasso, basso elettrico, colmando le lacune di una scuola che relegava la cultura musicale al solfeggio e al flauto dolce. Un’intuizione talmente potente che ancora oggi la Scuola è uno dei fiori all’occhiello del panorama culturale ferrarese.
Poi, insieme a Laura Magni e altri collaboratori, aveva dato vita a «Luci della Città», senza dubbio la rivista, con i suoi deliziosi inserti fotografici, più bella e raffinata della storia editoriale ferrarese.
Ecco, la collaborazione, Stefano era un uomo del “noi”. Riusciva a coinvolgere le persone e questo coinvolgimento era una delle sue grandi soddisfazioni. Era naturalmente presente, ma evitava di accendere tutti i riflettori su di sé, ipotizzando un modello di lavoro dove tutti, a partire da lui, erano coinvolti in ogni fase realizzativa. Con il passare degli anni ha mantenuto e rafforzato queste sue caratteristiche, riuscendo, tra le tante iniziative ideate e organizzate, a portare pubblico e scrittori alla mensa universitaria di Ferrara per incontri letterari, preceduti da ordinate file pronte a servirsi del cibo preparato dalla mensa. Il titolo, immediato e geniale, non poteva che essere In Mensa con l’Autore.
Non si può nemmeno dimenticare, già negli anni 2000, l’omaggio a Demetrio Stratos, realizzato al Teatro dell’Argine di San Lazzaro, uno dei luoghi a lui più cari, dove è riuscito non soltanto a riformare gli Area, ma a far imbracciare di nuovo, dopo decenni, un basso elettrico ad Ares Tavolazzi.
Tutto questo e tanto altro, era strettamente legato a una precisa visione del mondo, a una coscienza politica che, aldilà del trotskismo a cui si richiamava, era, ancora una volta, concretamente, fatta di richieste alle istituzioni modeste rispetto ai progetti presentati e alla mole di lavoro ipotizzata (perché i soldi pubblici sono pubblici, appunto), ma, soprattutto, di prezzi popolari, nella convinzione che tutti, ma proprio tutti, dovessero avere accesso alla cultura. La coerenza tra quello che si pensa e quello che si fa, dote oggi quasi completamente scomparsa, era la linea guida seguita da Stefano. Sicuramente poteva essere eccessiva e fastidiosa, a volte, ma, in alcune occasioni raggiungeva momenti quasi surreali, che non potevano non far sorridere e renderlo, lui, un po’ serioso come tutti i sessantottini, estremamente simpatico. Come quando, dalla gradinata della Spal, rimproverava da solo, urlando, gli ultras della Curva Ovest a cui sfuggivano sberleffi vagamente razzisti nei confronti di un giocatore avversario. Ed è proprio così che mi piace ricordare il Vecchio Tass.
Alberto Ronchi
Ci sono sere che racchiudono speranze, segreti, sorprese. Sere tra amici, tra gente come te, specchio di un mondo che non finirà mai, perché in questo mondo regnano la tolleranza, la libertà, il rispetto per gli altri, la voglia di stare insieme. In sere così si può parlare di calcio, che è poi uno dei tanti percorsi della nostra vita, dove s’intrecciano, in sottili arabeschi, amore e politica, gioia e dolore.
Festa di Liberazione a Bologna, sull’affacciarsi di una notte tiepida e nello sciabordare di una nostalgia di ritorno, Stefano Tassinari, scrittore di spessore, ci ha portati nella sala dibattiti: Rudi Ghedini, Michele Serra e io, l’unico juventino del gruppo. Gli altri, interisti sfegatati, con Tassinari che conosce una sua salvezza nel tifare anche per la Spal. Lo spunto è dato dal libro, bellissimo, di Ghedini, “Semifinale”, che narra di una vittoria preludio di una sconfitta nella finale (a San Siro, contro tedeschi senza arte né parte: questo è, in maniera ormai iconografica, il destino di chi, sui quarant’anni, è nerazzurro), ma pure di passioni amorose, sociali, di dubbi e verità, contraddizioni e certezze, dove possono giocare, fianco a fianco, Manicone e Karl Marx, Rummenigge e Batman. Titolo della serata: La sinistra nel pallone, e come poteva essere diversamente?
Ci siamo divertiti, certo: sberleffi, ricordi dolceamari, la Juve operaia di Heriberto Herrera, l’Inter del Mago, Carletto Dell’Omodorme e Cerilli, Vladimiro Caminiti e Gianni Mura, ma anche considerazioni su un pallone che ha perso le sue radici e la sua identità, che vorrebbe cancellare la favola del Chievo. Stefano, Michele e Rudi sono stati, come sempre, magnifici; io giocavo in trasferta ma sono riuscito a difendermi – penso – con onore, puntando, come si conviene, sul contropiede. Ho avuto l’onore di leggere pagine di Frei Betto e di Eduardo Galeano, di riportare sul verde del prato Garrincha (Mané Garrincha sono io!). Soprattutto, ho avuto la fortuna di trascorrere una serata vera, intensa, leggera, tra belle parole
e belle persone. Nel suo romanzo, Rudi Ghedini schiera in campo la squadra della sua vita. Scrive: «Per una scelta davvero autobiografica, non ha senso selezionare in base alle vittorie. Altrimenti, spiccano gli eroi dei quattro scudetti (Burgnich, Facchetti, Jair, Mazzola, Corso), insieme ai campioni del mondo (Marini, Oriali, Altobelli, Bergomi), e la formazione sarebbe già fatta con Zenga e Suarez nei ruoli mancanti. Ma certi giochetti devono sfuggire alle classifiche di rendimento, ai rigorosi moduli tattici, se non per escludere una squadra senza portiere e con quattro centravanti. Procedo dunque per sottrazione. Lascio da parte i calciatori in attività, poi quelli che, praticamente, non ho mai visto all’opera ed ecco il risultato: Bordon, Oriali, Brehme, Marini, Mozzini, Mandorlini, Fanna, Mazzola, Boninsegna, Matthaus, Rummenigge». Io sfido questa Inter con la mia Juve del cuore: Zoff, Gentile, Leoncini, Furino, Brio, Scirea, Causio, Tardelli, Anastasi, Cinesinho (chiedo scusa a Platini, ma Sidney Cunha Cinesinho ha giocato nel Palmeiras), Bettega. Vittoria scontata. Per noi.
Darwin Pastorin
da Tempi supplementari. Partite vinte, partite perse, Feltrinelli, 2002.
Stefano, se tu sapessi quanto
mi ha dato la tua vita, e la disarmonia
che, col gioco di prestigio dell’incanto
e la magia
delle parole che ti ostini a pronunciare
in questo porto misero di mare
come se il mondo fosse nei tuoi libri,
cerchi di allontanare
allora i viaggi nella vecchia Ford
e il pilota automatico a guidare
a parlare
di testi che nessuno leggerà
guardarsi dentro non è mai importante
ma quando tu tacevi, cuoco strano,
tifoso della Spal
Ferrara ed un bambino
giocare a calcio e poi
verso quel chiosco verde di gelati
correre insieme
tenendosi per mano.
Claudio Lolli
(da Rumore rosa, Stampa Alternativa, 2004)
Di e su Stefano Tassinari su Periscopio:
(8 maggio 2020) IL REGGIMENTO PARTE ALL’ALBA. Di Stefano Tassinari, del prato verde della giovinezza, di quello che mi ha insegnato
(5 maggio 2022) Parole a capo: due poesie di Stefano Tassinari
C’è un bellissimo sito a lui dedicato, messo insieme pezzo per pezzo dai suoi amici. Raccoglie un numero incredibile di scritti, documenti visivi, progetti, testimonianze, forse un decimo di quello che Stefano ha sognato di fare e ha fatto nella sua vita operosa, un centesimo della persona che è stato e che tanti hanno avuto modo di conoscere. Il sito è bellissimo, con in cima la sua firma in rosso. Se volete visitarlo lo trovate[Qui]
Scritto da Paolo Moneti il . Pubblicato in Accordi, IL QUOTIDIANO, In Evidenza. 1 commento su ACCORDI
Le canzoni diventeranno sempre più corte?
Gran parte dell’intrattenimento online ha assunto le fattezze di un prodotto usa e getta: lo consumiamo nel minor tempo possibile e con il minor sforzo possibile, assecondando nel frattempo i nostri gusti e le nostre convinzioni. Che ci piaccia o meno, ci stiamo abituando al ritmo dettato dagli algoritmi delle piattaforme di streaming e dei social network, i quali, tra l’altro, sono nel bel mezzo di una crisi d’identità.
Sta accadendo tutto in fretta, ed è proprio a causa di tale fretta che la nostra soglia dell’attenzione è calata a una velocità sorprendente. Se diamo un’occhiata alla musica del 21esimo secolo, la durata media delle canzoni più popolari è scesa di circa 50 secondi in poco più di vent’anni: si è passati dai 2 minuti e 45 secondi del 2000 al minuto e 57 secondi del 2022, e il dato continua a scendere. [Qui]
L’accorciamento delle canzoni diventa più evidente a partire dal biennio 2017-2018, cioè da quando TikTok si è pian piano intromesso nel nostro rapporto con la musica, mischiandola con l’intrattenimento istantaneo dei social network. Non a caso, le canzoni – o sarebbe meglio dire i ritagli di canzoni – che hanno più successo su TikTok durano in media 19,5 secondi. [Qui]
Inoltre, avere a portata di mano un catalogo musicale sconfinato può renderci meno pazienti, e quindi più inclini a “skippare”, cioè a saltare di brano in brano dopo pochi secondi di ascolto. Se non ci piace una canzone, o comunque non è adatta ad accompagnare ciò che stiamo facendo, sappiamo che ci sono milioni e milioni di alternative.
Di conseguenza, ascoltare un album dall’inizio alla fine sta diventando un’abitudine in via d’estinzione, quasi al pari dell’acquisto degli stessi dischi – fatta eccezione, forse, per il recente revival del vinile. Il mercato va in un’altra direzione, che è quella dei singoli, dei featuring e della ripetizione in loop della stessa canzone. D’altronde, se la durata media di un brano è di due minuti, non ci resta che riprodurlo più e più volte per sentirci appagati.
Ciò che possiamo fare, quindi, è domandarci se e quanto l’accorciamento delle canzoni mainstream continuerà a farci compagnia. Beh, a meno che l’industria discografica non collassi improvvisamente, è probabile che le piattaforme di streaming continuino a dominare e a indirizzare il mercato ancora per un po’. Lo fanno da circa un decennio, e al momento rappresentano circa l’85% degli incassi. Lo stesso discorso vale per TikTok, che, al netto della recente decisione della Commissione Europea, ha avuto un’influenza fin troppo evidente sui suoi concorrenti e sulle nostre abitudini musicali.
Tuttavia, è altrettanto plausibile che tra qualche anno non ci ritroveremo a canticchiare singoli di 35 secondi, né tanto meno a perdere del tutto la nostra capacità di concentrazione. Il futuro lo stiamo già scrivendo, e non è detto che sarà più arido o meno genuino del passato. Seppur con rivisitazioni, ripescaggi di sonorità e ritornelli a tutto volume, si tratterà pur sempre di arte, e non di matematica – a meno che l’intelligenza artificiale non sviluppi la sensibilità artistica di Paul McCartney o Peter Gabriel; in tal caso abbraccerei più che volentieri la retorica del “signora mia, dove andremo a finire?”.
Per il momento, parafrasando una delle scene più “memate” da noi millennial, potremmo dire semplicemente che le cose cambiano, si evolvono. E pure in fretta. Forse troppo in fretta.
Scritto da Andrea Zerbini il . Pubblicato in Presto Di Mattina, IL QUOTIDIANO, In Evidenza, Primo piano. Nessun commento su Presto di mattina /
Queste tue mani
Mani, voce del verbo misurare, preparare, costruire, riparare, tendersi, dischiudersi, aprirsi. Mani che stringono, aprendo l’intimità; mani che trattengono, liberando dall’estraneità; mani che lottano conquistando dignità; mani che si abbassano per rialzare, mani che tengono per mano e intrecciano nel presente il domani.
Tendo la mano al sole d’oriente
e non ritrovo l’alba né salvezza
alcuna solo l’ombra di una pianta
secca cresciuta tra le rocce nude
nel nulla infisse le radici senza
terra fa giorno in questa fredda plaga
occidentale fa giorno e nessuno
si risveglia migliore tutto è come
ieri non sopportabile da vite
senza voce da corpi senza luce
abbandonati al giogo della roba
d’altri desiderata contro leggi
degli uomini e di Dio riconosco
il volto del dolore di chi tende
la mano per toccare un’altra mano
amica e si ritrova con un soldo
che tinge il palmo di vergogna senza
pietà le pagine del mondo scorrono
mentre l’ombra del vincitore
devasta il formicaio ed una lunga
notte mostra gli artigli che imprigionano
il sole che si spegne ad occidente
Non vivere domani il tuo presente
(Gianpaolo Anderlini, Distopie, Fara editore, Rimini 2020, 22)
«Una volta Rabbi Pinhàs di Korez si sentì turbato nella sua fede in Dio e non trovò altro rimedio che di andare a trovare il Baalshem. Udì allora che egli era appunto arrivato nella sua città. Pieno di gioia corse alla locanda. Diversi chassidim si erano raccolti intorno al Maestro, ed egli stava parlando su quel versetto della Scrittura che dice che le mani di Mosè, tese in alto nell’ora della battaglia contro Amalek, erano “emuna”, cioè fiducia, fede.
“Avviene talvolta – diceva il Baalshem – che si è turbati nella propria fede in Dio. Il rimedio contro questo è di pregare Dio di rafforzare la fede in noi. Ché il vero male che Amalek arrecò a Israele fu che con il suo fortunato assalto fece raffreddare la loro fede in Dio. Perciò Mosè, con le sue mani tese al cielo, che erano come la fiducia e la fede stesse, insegnò loro a pregare Dio che li rafforzasse nella fede, e questo solo è ciò che importa nell’ora della battaglia contro la potenza del male”. Rabbi Pinhàs l’udì, e il suo udire stesso fu preghiera, e già nella preghiera sentì la sua fede farsi forte» (Martin Buber, I racconti dei Chassidim, Garzanti, Milano 1979, 103-104).
«Giù le mani dall’Africa. Non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare». È stato questo il grido di papa Francesco nei suoi tre giorni in Africa, durante la sua visita nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan.
Giù le mani dalla dignità di un popolo e da coloro che con la loro vita e il loro sangue lo riscattano dalla corruzione. Nel suo intervento ha ricordato Floribert Bwana, ucciso a 26 anni a Goma per aver bloccato il passaggio di generi alimentari deteriorati, che avrebbero danneggiato la salute della gente:
«Avrebbe potuto lasciare correre, non lo avrebbero scoperto, anzi ci avrebbe guadagnato… Mantenere le mani pulite, mentre le mani che trafficano soldi si sporcano di sangue… Se qualcuno ti allungherà una busta, ti prometterà favori e ricchezze, non cadere nella trappola, non farti ingannare, non lasciarti inghiottire dalla palude del male. Non lasciarti vincere dal male, non credere alle trame oscure del denaro, che fanno sprofondare nella notte, vinci il male con il bene!… Diciamo insieme: no alla corruzione».
Queste parole le ha ripetute in Sud-Sudan: “no” alla corruzione, ed ha aggiunto “no” ai traffici di armi, ricordando i minori costretti alla guerra; essi sono come «un grido che sale a Dio e che accusa gli adulti che hanno messo le armi nelle loro piccole mani»; un «crimine abominevole» che deruba i bambini «della loro infanzia, della loro innocenza, del loro futuro, tante volte della loro stessa vita. Diciamo invece “sì” all’incontro e al dialogo. Solo così potrà esserci sviluppo, la gente potrà lavorare in pace, i malati curarsi, i bambini andare a scuola».
Riferendosi in particolare all’ex Zaire e alle sue innumerevoli risorse nel nord Kivu ha evidenziato lo sconcertante paradosso che in questo paese «i frutti della sua terra lo rendono “straniero” ai suoi abitanti… un dramma davanti al quale il mondo economicamente più progredito chiude spesso gli occhi, le orecchie e la bocca».
Nel testo poetico di Anderlini, Distopie (utopie negative), risuonano, si intrecciano le parole del Papa. Il quale, prendendo tra le sue mani le piaghe del paese africano, ha ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti alle atrocità e al massacro nel Kivu, le sofferenze delle molte persone vulnerabili esposte alle sofferenze indicibili dovute a corruzione, sfruttamento indiscriminato delle risorse, incursioni di bande armate, mancanza di medici e medicine, ai pregiudizi sociali.
Di fronte a questo fosco scenario, paragonabile a un buco nero di fronte al quale anche la fede è turbata, egli sì è domandato: «vale la pena impegnarsi di fronte a un oceano di bisogno in costante e drammatico aumento? Non è un darsi da fare vano, oltre che spesso sconfortante?». Come a dire: vale la pena battersi là dove gli sfruttatori neo coloniali, «l’ombra del vincitore/ devasta il formicaio ed una lunga/ notte mostra gli artigli che imprigionano/ il sole che si spegne ad occidente?».
Dai giovani, che erano in 65 mila festosi e danzanti ad accoglierlo nello stadio di Kinshasa, è venuta a Francesco la risposta: «voi mi avete detto ne vale la pena e c’è bisogno che soprattutto i giovani vedano questo: volti che superano l’indifferenza guardando le persone negli occhi, mani che non imbracciano armi e non maneggiano soldi, ma si protendono verso chi sta a terra e lo rialzano per riconsegnarlo alla sua dignità…
In questo Paese, dove c’è tanta violenza che rimbomba come il tonfo fragoroso di un albero abbattuto, voi siete la foresta che cresce ogni giorno in silenzio e rende l’aria migliore, respirabile. Non mi avete fatto un elenco di problemi sociali, enumerato dati sulla povertà, ma mi avete fatto incontrare nomi e volti».
Non solo denuncia ma la profezia deve tradursi in un faccia a faccia, in operosità etica e corresponsabilità. Ecco allora l’invito a «fuggire l’autoritarismo disarmando i cuori bellicosi; favorire libere elezioni, trasparenti e credibili; estendere ancora di più la partecipazione ai processi di pace alle donne, ai giovani, ai gruppi marginalizzati; rafforzare la limpida presenza dello Stato lottando contro la corruzione e contrastando le ingerenze straniere che destabilizzano intere aree geografiche… Tutto questo investe di responsabilità delle comunità cristiane, cattoliche e di ogni altra tradizione e denominazione».
…ovunque capiti
di vivere mattino pomeriggio
e sera forse domani si recita
a soggetto con libere parole
e liberi pensieri ed una smorfia
di piacere impigliata tra le labbra)
(e se) così comincia l’avventura
(oggi) in quel domani che non viene
(provassimo) così come sperato
(a sognare) nel fango dell’attesa
(senza maschera) sono nudo e tremo
(“Echi”, Distopie, 52)
…
mi consolo dicendo che bisogna
riportare la terra in terra e il cielo
in cielo e ritrovare l’orizzonte
per evitare che la terra torni
piatta ed il maelstrom (gorgo) della vita sbucci
ginocchia e mani di chi ancora prega
e chiede di tornare a casa oggi
e non l’ottavo giorno quanto tutto
sarà per tutti casa e più nessuno
sarà lontano dal suo luogo ora
domani è solo un oggi che si attarda
(Gianpaolo Anderlini, Incontri, Fara editore, Rimini 2020, 64)
Così in questo oggi che fatica a divenire domani papa Francesco ha detto ai giovani che riempivano lo stadio della Capitale congolese il 2 febbraio: «Sono felice di avervi guardato negli occhi, di avervi salutato e benedetto mentre le vostre mani levate al cielo facevano festa.
Ora vorrei chiedervi – ha proseguito Francesco – per alcuni momenti, di non guardare me, ma proprio le vostre mani. Aprite i palmi delle mani, fissateli con gli occhi. Amici, Dio ha messo nelle vostre mani il dono della vita, l’avvenire della società e di questo grande Paese.
Fratello, sorella, le tue mani ti sembrano piccole e deboli, vuote e inadatte per compiti così grandi? Vorrei farti notare una cosa: tutte le mani sono simili, ma nessuna è uguale all’altra; nessuno ha mani uguali alle tue, perciò tu sei una ricchezza unica, irripetibile e incomparabile. Nessuno nella storia può sostituirti.
Chiediti allora: a che cosa servono queste mie mani? A costruire o a distruggere, a donare o ad accaparrare, ad amare o ad odiare? Vedi, puoi stringere la mano e chiuderla, diventa un pugno; oppure puoi aprirla e metterla a disposizione di Dio e degli altri».
Come un diamante nel creato è il vostro paese e «la Chiesa e il Papa hanno fiducia in voi, credono nel vostro futuro, in un futuro che sia nelle vostre mani e nel quale meritate di riversare le vostre doti di intelligenza, sagacia e operosità… Coraggio, fratello e sorella congolese! Rialzati, riprendi tra le mani, come un diamante purissimo, quello che sei, la tua dignità, la tua vocazione a custodire nell’armonia e nella pace la casa che abiti. Rivivi lo spirito del tuo inno nazionale, sognando e mettendo in pratica le sue parole: “Attraverso il duro lavoro, costruiremo un Paese più bello di prima; in pace”».
«Giovane che sogni un futuro diverso, dalle tue mani nasce il domani, dalle tue mani può venire la pace che manca a questo Paese. Ma come fare concretamente? Vorrei suggerirvi alcuni “ingredienti per il futuro”: cinque, che potete associare proprio alle dita di una mano.
Al pollice, il dito più vicino al cuore, corrisponde la preghiera, che fa pulsare la vita. Può sembrare una realtà astratta, lontana dalla concretezza dei problemi. Invece la preghiera è il primo ingrediente, quello fondamentale, perché da soli non ce la facciamo. Non siamo onnipotenti e, quando qualcuno crede di esserlo, fallisce miseramente. È come un albero sradicato: anche se grande e robusto, non si regge in piedi da solo…
…Ora guardiamo al secondo dito, l’indice. Con esso indichiamo qualcosa agli altri. Gli altri, la comunità, ecco il secondo ingrediente. Amici, non lasciate che la vostra gioventù sia rovinata dalla solitudine e dalla chiusura. Pensatevi sempre insieme e sarete felici, perché la comunità è la via per stare bene con sé stessi, per essere fedeli alla propria chiamata. Invece, le scelte individualiste all’inizio sembrano allettanti, ma poi lasciano solo un grande vuoto dentro.
…Preghiera, comunità; arriviamo al dito centrale, che si eleva al di sopra degli altri quasi a ricordarci qualcosa di imprescindibile. È l’ingrediente fondamentale per un futuro che sia all’altezza delle vostre aspettative. È l’onestà! Essere cristiani è testimoniare Cristo. Ora, il primo modo per farlo è vivere rettamente, come Lui vuole.
Ciò significa non lasciarsi imbrigliare nei lacci della corruzione. Il cristiano non può che essere onesto, altrimenti tradisce la sua identità. Ma – mi chiedo – come si sconfigge il cancro della corruzione, che sembra espandersi e non fermarsi mai? Ci aiuta San Paolo, con una frase semplice e geniale, che potete ripetere fino a ricordarla a memoria. Eccola: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,21).
…Siamo al quarto dito, l’anulare. Lì si mettono le fedi nuziali. Ma, se ci pensate, l’anulare è anche il dito più debole, quello che fa più fatica ad alzarsi. Ci ricorda che i grandi traguardi della vita, l’amore anzitutto, passano attraverso fragilità, fatiche e difficoltà.
Ma, nelle nostre fragilità, nelle crisi qual è la forza che ci fa andare avanti? Il perdono. Perché perdonare vuol dire saper ricominciare. Perdonare non significa dimenticare il passato, ma non rassegnarsi al fatto che si ripeta. È cambiare il corso della storia. È rialzare chi è caduto. È accettare l’idea che nessuno è perfetto e che non solo io, ma tutti quanti, hanno il diritto di poter ripartire.
…Preghiera, comunità, onestà, perdono. Siamo all’ultimo dito, il più piccolo. Tu potresti dire: sono poca cosa e il bene che posso fare è una goccia nel mare. Ma è proprio la piccolezza, il farsi piccoli che attira Dio. C’è una parola chiave in questo senso: servizio. Chi serve si fa piccolo. Come un minuscolo seme, sembra sparire nella terra e invece porta frutto.
Secondo Gesù il servizio è il potere che trasforma il mondo… Servire non è restare con le mani in mano, è mobilitarsi. Tanti si mobilitano perché calamitati dai propri interessi; voi non abbiate paura a mobilitarvi nel bene, a investire nel bene, nell’annuncio del Vangelo, preparandovi in modo appassionato e adeguato, dando vita a progetti organizzati, di lungo respiro. E non abbiate paura di far sentire la vostra voce, perché non solo il futuro, ma anche l’oggi è nelle vostre mani: siate al centro del presente!».
Sento ancora il respiro delle cose
amate e la carezza di una mano
amica l’onda lunga di un abbraccio
e il lento spandersi del bene nelle
pagine aperte e non ancora scritte
Moltiplica la grazia e forse il male
si siederà lontano all’orizzonte
opaco del passato e sentirai
l’affanno delle mani rifiutate
ed il respiro corto del dolore
altrui (prova da solo a riparare
il mondo con titanica tenacia
e non lasciare nulla d’intentato
perché non ci sarà nessuno a fare
qui ed ora la parte che ti attende)
Basta un sorriso a riparare il mondo (?)
(Orme, in Distopie, 17).
Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]
Scritto da Francesco Monini il . Pubblicato in EDITORIALE, IL QUOTIDIANO, In Evidenza, PACE & GUERRA, Primo piano. 2 commenti su Il mestiere delle armi e la guerra inutile
Anche se non avete mai giocato, se non conoscete le regole, le mosse, strategie e tattiche per attaccare e difendersi, sapete benissimo come funziona la storia. C’è un re, una regina e un esercito bianco che combatte (fino alla morte) contro un re, una regina e un esercito nero. Nel “gioco di guerra più antico del mondo” (ma sicuramente si ‘giocava alla guerra’ molto prima dell’invenzione degli Scacchi) c’è un’ unica regola d’ingaggio, un solo obbiettivo: VINCERE. E per vincere si possono ‘sacrificare’ alfieri e cavalli, perfino la regina, ma soprattutto i pedoni, la massa dei soldati semplici.
Negli Scacchi – nella guerra simulata come in ogni guerra polvere e sangue – vittoria e sconfitta non sono i soli due esiti possibili. La terza strada, quando i giocatori si rendono conto di essere in ‘stallo’, che si può continuare all’infinito ma vincere sarà impossibile, è quella della ‘patta’.
‘Fare patta’ non significa ‘fare la pace‘. La pace, il tempo della gentilezza e dell’abbraccio, potrà arrivare molto dopo: ci vorranno anni, decenni per scordare il sangue della guerra. Ma intanto ‘si fa patta’, si depongono le armi. L’odio per il nemico c’è ancora, ma si capisce che nessuno può vincere, che continuare la guerra non servirebbe a nulla. Nel gioco degli scacchi sarebbe solo tempo perso. Nel realtà, invece, continuare il gioco della guerra, non serve più a vincere, ma a vendere altre armi, fomentare i nazionalismi e moltiplicare il numero dei morti.
A poco più di 100 anni dalla nascita (Trieste 1920) la stella di Gianni Rodari continua a brillare. Le sue filastrocche parlano ai bambini e agli adulti di tutto il mondo: in Europa, in Russia, in America. Per tutti, e non da oggi, Rodari non è più, classica diminutio: “un autore per l’infanzia”, ma un grande scrittore e poeta. in assoluto.
Pochi invece ricordano che l’autore della celebre Grammatica della fantasia era un convinto comunista, scomunicato nel 1951 dalla Chiesa Cattolica. Come mai questa amnesia? Insomma, non serve tanta fantasia. Qualcuna, per fortuna, ce lo ricorda: rimando al bell’articolo di Vera Roghi sul manifesto di oggi: Gianni Rodari, il comunista delle filastrocche.
La pace era un chiodo fisso di Gianni Rodari. Il no alla guerra, la ragione della pace (pace ovunque: tra i piccoli come tra i grandi) ritorna in decine di sue poesie e filastrocche. Lui la guerra l’aveva vissuta direttamente, e per tutta la vita continuerà a scrivere dell’idiozia della guerra e della bellezza della pace. Su Periscopio ne abbiamo scritto spesso, anche ieri Simonetta Sandri, La luna di Kiev di Gianni Rodari.
Oggi 24 febbraio 2023 è un anno esatto dal giorno dell’invasione russa in Ucraina. In realtà la Guerra del Donbass era cominciata molto prima, nel 2014, quando l’esercito regolare ucraino si opponeva alle forze separatiste russofone, ma si sa che ai media e ai libri di storia piacciono le date precise, quindi oggi sarebbe l’anniversario. Un anno di guerra, moltissimi morti dall’una e dall’altra parte, militari e civili, bambini compresi.
Una guerra orrenda e fratricida perché tra russi ed ucraini ci sono mille legami: linguistici, culturali, familiari. Una guerra voluta e guidata da grandi potenze e da grandi interessi economici e militari. Infine, e oggi la cosa è sotto gli occhi di tutti, una guerra in utile. Più inutile di qualsiasi guerra, anche ammettendo ci siano guerre utili e giuste, perché tutti i commentatori e gli esperti militari ammettono che questa guerra è senza sbocco. La Russia non potrà vincere. L’Ucraina non potrà ricacciare i russi oltre le sue frontiere.
L’unico esito certo di questa guerra è che non avrà un esito. Non ci sarà un vincitore e un vinto. Si continuerà a combattere all’infinito, a conquistare e a perdere questo o quel villaggio, avanzare e ritirarsi da quel pezzo di terra, arriveranno altri missili e carrarmati. ma nessuno può ragionevolmente sperare nella vittoria.
Joe Biden è volato a Kiev da un raggiante Zelensky promettendo 25 miliardi di dollari per armare l’Ucraina. Subito dopo è arrivata una ridicola Giorgia Meloni in cerca di una piccola gloria anti Macron. Sembra che nessuno tenga conto che l’unica fine possibile a questa guerra è accettare una patta. Solo questa consapevolezza, solo un sano realismo può portare alla trattativa, alla tregua, quindi alla pace.
Proprio oggi, venerdì 24 febbraio, c’è molta attesa per la proposta di trattativa avanzata dalla Cina. Si può sperare che si tratti di una ipotesi concreta e realistica e non, come fino ad oggi, di parole vuote e proclami propagandistici. Certo sarebbe stato meglio se, invece di moltiplicare le sanzioni e di inviare armi, fosse l’Europa (fiancheggiata dall’ONU e svincolata dagli Stati Uniti)) a farsi promotrice di un piano di pace, convincendo le due parti in conflitto a un immediato cessate il fuoco.
Ma come si fa a ‘fare la pace’ dopo anni di una guerra sanguinosa? Come è successo per altri conflitti, l’accordo di pace potrebbe prevedere la temporanea costituzione della regione del Donbass come territorio smilitarizzato, sotto la tutela delle forze ONU. Un territorio pacificato né russo né ucraino, dove però siamo garantiti tutti i diritti civili sia alla popolazione di lingua ucraina sia a quella russofona. Solo al termine di questo governo provvisorio (ad esempio di 5 anni) si potrà pensare ai passi successivi.
Non credo, anche se lo spero. che l’anniversario della guerra porterà un po’ di giudizio e di realismo nella mente di Putin e di Zelensky , almeno per risparmiare altro inutile sangue ai loro popoli. Dovrebbero essere gli altri Capi di Stato europei a fargli capire che la trattativa e la pace è l’unica soluzione percorribile. Anzi, ad imporglielo.
Dall’inizio del conflitto, e fino ad oggi, è stato il movimento pacifista a sostenere questa tesi. Tantissimi gli appelli, le iniziative, le manifestazioni, compresa la marcia dei 150.000 del novembre scorso a Roma.
Sono stati trattati, i pacifisti, come sognatori o disfattisti. Dei terribili piantagrane.
Erano invece gli unici con i piedi per terra.
Scritto da Simonetta Sandri il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, In Evidenza, Primo piano, Storie in Pellicola. Nessun commento su Storie in pellicola
Joy Story, un corto sull’importanza della gentilezza
Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre. Platone
I cortometraggi animati sono pillole preziose di messaggi importanti, perle che arrivano dritti al cuore e alla mente. Pochi minuti, in un mondo pervaso dalla fretta, che tutti possono trovare nelle lunghe, interminabili e affollate giornate.
Ci sono tante produzioni di tale tipo, Pixar, ad esempio, ne produce molte.
Empatia, comprensione, solidarietà e gentilezza sono i pilastri di Joy Story, una produzione cinese del 2018, diretta da Kyra Buschor, Constantin Paeplow e Kenneth Kua. Omaggio alla Cina nell’anno del cane, il 2018 appunto.
Con questi teneri, simpatici e muti quattro minuti, restiamo sorpresi dal potente effetto di donare con tutto il cuore: ogni buona azione porta con sé una meravigliosa e inattesa ricompensa. Lo scopriremo cammin facendo.
È la storia di Joy, un buffo e sospettoso cagnolino bianco con un grande naso che va a pescare con il padrone e si scontra con un airone un po’ fastidioso e invadente, Heron, un animale che nella cultura orientale simboleggia la bontà.
Joy è felicissimo di andare a pesca, saltella qua e là nel vedere pesci e libellule, scodinzola. Finché sulla barca arriva un alto, allampanato e strano animale che sembra volere proprio i vermi che si trovano nell’appetitoso e ghiotto cestino delle esche.
Un dispetto al suo amato padrone? Il furto va evitato, a tutti i costi.
Il cielo è limpido e il mare è calmo, ma la pesca notturna pare turbata da quell’intruso. Inizia la lotta, un vero – e divertente – braccio di ferro fra i due animali. Il padrone non è cosciente di quanto accade, anzi rimprovera Joy per quella confusione che non comprende. La scena si ripete.
Ma perché mai quell’airone ruba le esche? Cosa se ne fa?
Non diamo nulla per scontato, non fermiamoci alle apparenze, non traiamo mai conclusioni affrettate. Dietro le apparenze e i comportamenti strani, ci sono persone con bisogni diversi. Per le proprie azioni, ognuno ha le sue ragioni. Lo capiremo sul finale.
Joy Story, di Kyra Buschor, Constantin Paeplow, Kenneth Kuan (creative director), 2018
Scritto da Scelto da Periscopio il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, In Evidenza, MOVIMENTI, PACE & GUERRA. Nessun commento su La Marcia della Pace Perugia-Assisi. Nel buio della notte, in cerca della luce
Mancano cinque minuti alle sei del mattino – e ancora una mezz’ora all’alba – quando, tra i portici della piazza Inferiore di San Francesco, il bagliore delle fiaccole annuncia l’arrivo ad Assisi della Marcia della pace. Un migliaio di coraggiosi ha percorso nel buio della notte oltre 20 chilometri di strada. Sono partiti poco dopo la mezzanotte da Perugia, nei primi minuti di questo 24 febbraio, primo e doloroso anniversario dell’invasione russa in Ucraina, per dire “No alle guerre”, come recita lo striscione nero che apre questa manifestazione straordinaria. E’ il culmine delle iniziative in 100 città italiane di Europe for peace, il cartello di associazioni, enti locali e sindacati che compongono il movimento per la pace. E si chiudono domani sera in piazza del Campidoglio a Roma con una fiaccolata.

La partenza della marcia a Perugia – Foto Liverani
Alla partenza ai Giardini del Frontone di questa marcia straordinaria, notturna e fortemente simbolica arrivano ragazzi, anziani, suore, frati, sindaci con la fascia tricolore. Ci sono anche due giovanissime ragazze ucraine strette nella loro bandiera. Tutti chiedono ancora una volta a una politica sorda, distratta e incosciente di attivare la diplomazia per un cessate il fuoco, propedeutico a una conferenza di pace. Vogliono che l’Italia e l’Europa abbandonino la scorciatoia pericolosa e a senso unico delle armi. Tante le bandiere arcobaleno, come quella lunga venti metri che segue la testa del corteo. E poi quelle delle Acli (c’è il presidente Emiliano Manfredonia), dell’Anpi, di Emergency, e i gonfaloni degli enti locali.
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La partenza della marcia a Perugia – Foto Liverani
Flavio Lotti, il coordinatore della Marcia, ha una coccarda con i colori dell’Ucraina appuntata sul petto e da Perugia dà il via. Nella notte umida e fredda (fortunatamente non troppo) si cammina alla luce delle fiaccole, in un’atmosfera suggestiva e intensa. Il pensiero va a chi da un anno vive notti da incubo, tra gli allarmi antiaerei, senza luce e senza riscaldamento.
Nel buio della ragione. Il corteo sfila per Ponte San Giovanni, Collestrada, Bastia Umbra. La strada è lunga e le fiaccole pian piano si consumano.

La partenza della marcia a Perugia – Foto Liverani
Ad accogliere la marcia, dopo l’ultimo chilometro in salita, è una Assisi inedita: silenziosa, buia e deserta. Il canto dei merli che annuncia l’aurora regala un anticipo di primavera. Le fiaccole lunghe un metro ora sono ridotte a meno della metà. Lo striscione arcobaleno si stende nella piazza Inferiore della basilica, poi – spente le torce – si entra nella basilica per scendere alla tomba di San Francesco. C’è il custode del Sacro Convento di San Francesco di Assisi, padre Marco Moroni, ad accogliere i marciatori che silenziosamente, con le bandiere arrotolate, scendono nella cripta per chiedere aiuto al Santo della pace.
Padre Moroni prega a nome di tutti: “Frate Francesco, uomo di pace, abbiamo camminato insieme, abbiamo scelto di fare fatica per condividere le fatiche di chi è schiacciato dall’arroganza dei prepotenti. Di notte, sapendo che per molti la notte è dura da troppo tempo. Nel freddo, pensando a chi non ha né legna né affetti con cui riscaldarsi. Ora davanti a te – prega il frate – imploriamo il dono della pace, consapevoli che anche i nostri cuori non sono disarmati e ancora dobbiamo imparare la difficile arte del perdono”.
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L’arrivo della marcia ad Assisi – Foto Liverani
Al giovane che da soldato si fece frate e andò a parlare col Sultano d’Egitto armato solo della fede, padre Moroni chiede di intercedere “per la pace per ogni popolo che soffre ingiustizia, per le nazioni in conflitto. Sia pace negli occhi dei bambini che già troppo hanno visto e subito violenza. Sia pace nelle fantasie dei giovani e in chi ha il dovere di educarli. Sia pace nei cuori delle donne che aspettano notizie dei loro cari, in quanti coltivano un’esistenza fatta di egoismo e sono sopraffatti dall’odio”.
E soprattutto “sia pace finalmente – chiede il Custode – in coloro che portano nel cuore progetti di morte. Frate Francesco, vinca la pace nei pensieri dei governanti di ogni nazione, degli aggressori e degli aggrediti, degli oppressori e degli oppressi, dei potenti e dei sottomessi. E possa ciascuno con saggezza creativa, con geniale intraprendenza, con tenacia costruttiva, con sacrificio infaticabile e con il tuo aiuto intuire e realizzare percorsi nonviolenti di riconciliazione e di pace”.
Il cammino dei costruttori di pace si ferma, ma non è finito. Prossimo appuntamento domenica 21 maggio per l’edizione ordinaria, diurna – e affollata come sempre – della Marcia della pace Perugia Assisi, che stavolta accoglierà anche tanti ragazzi delle scuole. Nella speranza che qualcosa sia cambiato nei tanti luoghi dove è ancora buio.
Cover. l’arrivo all’alba della Marcia per la Pace ad Assisi – Foto Liverani
Scritto da Pierluigi Guerrini il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, In Evidenza, Parole a capo, Primo piano. Nessun commento su Parole a capo
Antonio Corona: “I baci” e altre poesie
“I pensieri sono come le onde del mare, vanno, vengono, si increspano, spumeggiano si infrangono, svaniscono.”
(Romano Battaglia)
I BACI
Un bacio tra due donne
come un ibrido di rosa
bicolore sfumato lieve
profumato d’intesa.
Un bacio tra due uomini
come rami nel pineto
odorosi e verdi, rumorosi e secchi
di resina appiccicati.
Un bacio tra due sessi diversi
come schiuma nella sabbia
assorbita con fragore nel silenzio
indifferente agli occhi della gente.
(Poesia edita “Controfobie” – Eretica edizioni, 2021)
A PIEDI UNITI
In quel punto esatto
dove a piedi uniti
premo sulla sabbia bagnata
leggermente sprofondano
pensieri, azioni ed intenti.
Guardo quell’ombra formarsi intorno
e permango in attesa
di un’onda, dell’onda
della forza che m’inonda.
Affonda e ritorna
la spuma circonda
come nebbia spettrale
l’assenza e l’essenza
la gioia e il tormento.
Mi getto mi bagno respiro
vivo. Acqua sabbia sale
un pane bagnato
indissoluto
sotto i miei piedi.
Coraggioso attendo,
il vento.
(Poesia edita “Controfobie” – Eretica edizioni, 2021)
CHIEDILO ALLA NEVE
Chiedilo alla neve perché ci amiamo:
si scioglierà per divenir sorgente
o muterà in ghiaccio che scalfiremo.
Poi un giorno diverrà vapore
e moriremo lievi.
Poesia edita “Oltre la neve” – La Vita Felice, 2022
DOVREI
Dovrei guardare oltre lo scalino
dove poggia la pianta del piede
al prossimo passo ed invece
inciampo sempre nello spigolo,
ripetutamente batto la punta
e cado. È il rialzarsi che duole,
lo spigolo è intatto ma la scarpa
è smussata – le manca un pezzo.
(Poesia inedita)
CIELO FERMO
Staccano le nubi
di ritorno al vento
e indietreggio.
Il cielo è fermo
a guardare chi s’inventa
per sopravvivere.
L’uomo è debole
di fronte al buio cade
-essere ciechi aiuterebbe.
(Poesia inedita)
Antonio Corona,
Nato a Sassari (1972) vive a Torino dal 2008. Veterinario di professione, appassionato di poesia, arte e cucina partecipa alla fondazione dell’Associazione Culturale Vivere d’Arte di Torino di cui è tuttora consigliere. Solo in età adulta decide di pubblicare (2020) le sue due prime sillogi poetiche “I segreti del cuore” (Ensemble Edizioni) e “Ritorneremo ad essere” (Albatros, Il Filo). Vincitore del Primo Adrenalina 6.0 nella sezione poesia, pubblica nel 2021 “Controfobie” con Eretica Edizioni e partecipa all’antologia poetica “Dalla stessa parte – uomini contro la violenza sulle donne” (La Vita Felice).
Partecipa a numerosi concorsi nazionali ed internazionali aggiudicandosi importanti premi e piazzamenti anche nel settore della narrativa (racconti brevi), tra cui il primo posto al Premio Internazionale Fōrma Cultura 2022. Inserito tra i poeti accreditati al portale WikiPoesia, è attualmente impegnato nella diffusione della poesia attraverso il gruppo di “Vivere d’Arte-Letteratura”, il blog letterario “Leggere Poesia” e fa parte della redazione della rivista poetica e di critica letteraria Nuova Euterpe. Ha condotto con successo una rubrica d’arte per l’innovativo portale web StyLise Magazine. È membro dell’Associazione Culturale Euterpe (Jesi) e di Periferia Letteraria (Torino). La sua più recente pubblicazione: “Oltre la neve” (la Vita Felice, 2022).
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
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Scritto da Alberto Poggi il . Pubblicato in IL QUOTIDIANO, In Evidenza, MAPPAMONDO, OPINIONI. Nessun commento su C’era una volta Cappuccetto rosso nel paradiso di internet… poi ha incontrato i pirati
Un titolo qualsiasi dai giornali di oggi, 23 febbraio 2023: “Attacco hacker all’Italia dopo la visita di Meloni a Kiev: colpiti siti del governo, imprese, carabinieri e banche”. I presunti responsabili scrivono che hanno colpito i “siti russofobi” (Sic!). mentre il nostro governo assicura che questa volta l’agenzia per la cybersicurezza si è mossa tempestivamente, evitando danni permanenti ai siti sotto attacco. Episodi del genere sono comunque sempre più all’ordine del giorno e né i siti pubblici né quelli privati possono dirsi sicuri e protetti al cento per cento. L’articolo del nostro collaboratore Alberto Poggi affronta proprio questo tema.
(La redazione di Periscopio)
Un bilancio dei danni provocati nel nostro Paese dall’attacco informatico segnalato dalla Francia qualche giorno fa, è ancora in corso di definizione, ma ciò che più sconcerta, stando alle indicazioni della nostra Agenzia per la cybersicurezza è che decine di aziende non sanno neanche di essere sotto attacco, mentre dovrebbero immediatamente aggiornare i loro sistemi.
A dispetto della scarsa attenzione mediatica riservata alle problematiche connesse con la sicurezza informatica, l’Italia è, secondo diverse fonti [vedi Qui] e [Qui], nella top five dei paesi più colpiti al mondo dai malware digitali. A fronte di questa alta vulnerabilità, l’Italia investe appena lo 0,08% del PIL in cybersicurezza, ultimo tra i Paesi del G7, anche se il trend sembra avviato finalmente verso una crescita decisa.
Anche l’impatto sulla nostra quotidianità non è trascurabile. Se solo scorriamo le cronache dello scorso anno, sono diversi i disservizi provocati da attacchi hacker. Nella lista troviamo il CUP della Regione Lazio, Trenitalia ed Eni.
I danni economici diretti o indiretti di questa guerra non-convenzionale sarebbero ingenti, ma si sa, noi italiani – dalla pubblica opinione alla leadership politica – nutriamo una forte idiosincrasia per la prevenzione. Secondo le stime della nostra Agenzia per la cybersicurezza, mancherebbero centomila figure professionali specializzate. Ma anche una formazione di base diffusa sui rischi connessi con la digitalizzazione se, come sembra da una prima ricostruzione, l’ultimo grave episodio di pirateria sarebbe riconducibile in primis al mancato aggiornamento di uno specifico software.
Chiunque usi un computer dovrebbe infatti sapere che per navigare in rete con una relativa tranquillità, non basta attenersi alle poche avvertenze comportamentali che anche la mamma faceva a Cappuccetto rosso:
1 ) Non accettare inviti allettanti da sconosciuti. Ovvero non cliccare sul primo link interessante che ci viene offerto, senza prima averne verificato la fonte.
2 ) Evitare di abbandonare il sentiero già battuto per scorciatoie poco note. Fuor di metafora, non visitare siti di cui non si hanno riferimenti o referenze.
3 ) Non scartare pacchetti o regali offerti senza ragione. Quindi, mai aprire allegati di email sospette o ambigue, anche se inviate da indirizzi noti. Molto spesso infatti, le porte ai malintenzionati vengono aperte dall’interno, per negligenza, sciatteria o superficialità.
Qualcuno potrebbe obiettare che il grido d’allarme sul cybercrime proviene soprattutto da organizzazioni del settore, ovvero da coloro che hanno tutto l’interesse a “gonfiare” stime e reale entità del fenomeno. Purtroppo, questo non è vero. I dati raccolti, infatti, si riferiscono ai soli “eventi” in qualche modo documentati e/o documentabili ed a riprova di questo, basterebbe citare, ad esempio, il Global Risk Report del World Economic Forum che dal 2019 ha posto il rischio derivante dagli attacchi informatici di varia natura e finalità, al primo posto per impatto e probabilità di accadimento, insieme ai disastri naturali ed agli effetti globali del climate change.
A ingarbugliare questa già complessa matassa, contribuiscono anche i risvolti geopolitici. La pirateria informatica ha infatti tanti tratti comuni con quella immortalata nel celebre romanzo “L’isola del tesoro”. I corsari che attaccavano le navi per impadronirsi di quanto di prezioso c’era nei loro carichi, compresi importanti personaggi, per i quali poi veniva richiesto un adeguato riscatto, rimandano immediatamente all’attualità, ovvero agli attacchi volti al furto di dati e alla tecnica del Ransomware, un neologismo inglese formato da ramsom (riscatto) e da malware (software malevolo).
Molto spesso i corsari che attaccavano i galeoni spagnoli erano al soldo di Francia ed Inghilterra, o comunque godevano della loro tacita copertura politica. La collocazione dei principali gruppi hacker sembra essere ad est e rimandare alla Russia ed alla Cina. Prove ufficiali evidentemente non ce ne sono, ma forti indizi sì. Non a caso la presidenza Biden è partita proprio subendo due gravissimi attacchi informatici.
“Il primo è il Solarwinds hack: in sintesi, un attacco che ha compromesso gli aggiornamenti del software di Solarwinds, fornitore globale di soluzioni per il monitoraggio dell’infrastruttura IT (…); l’attacco è stato in realtà molto mirato, ignorando gran parte dei clienti Solarwinds, e andando dritto alla meta (governo Usa ma anche altri soggetti di interesse)… Il secondo è l’attacco ai server Exchange di Microsoft, mosso in questo caso attraverso una serie di vulnerabilità che permettono la compromissione della posta e delle reti interne di intere organizzazioni.” (tratto da Guerre di Rete – una newsletter di notizie cyber; a cura di Carola Frediani N.100 – 21 marzo 2021)
La reazione del governo federale non si è fatta attendere, con la costituzione di una task-force proprio dedicata al cyber-crimine, in particolare al ransomware. Negli Stati uniti, nel 2021, sono state 2400 le organizzazioni colpite con questa tecnica criminale. Comprese 1700 tra scuole ed università, 560 strutture sanitarie. L’incremento sul 2019 è stato del 300%, rimarcando quindi una tendenza ormai ineludibile, almeno laddove esistono dati ufficiali in materia ed un accesso alla rete non soggetto a controlli governativi, quindi in gran parte dei paesi OCSE.
Nelle raccomandazioni elaborate dalla task-force statunitense, troviamo l’espressa richiesta di avviare anche azioni diplomatiche nei confronti di quegli Stati che danno copertura e/o tacita protezione alle organizzazioni di pirateria informatica. Difficile segnare il confine tra la propaganda e la reale consistenza di queste indicazioni. Ancora più complesso trovare informazioni sufficientemente attendibili su queste materie, ormai terreno di scontro aperto soprattutto tra Stati Uniti, Russia e Cina. Di mezzo ci sta la governance della rete e sostanzialmente due idee opposte della stessa.
La governance attuale è nata circa 50 anni fa negli Stati Uniti. Il modello è sinteticamente definibile a multi-stakeholder, poiché dall’inizio degli anni 90 del secolo scorso, il controllo della rete, fino ad allora strettamente nelle mani del governo federale USA, viene aperto ai privati.
“Tale decisione cambiò radicalmente lo sviluppo della tecnologia ed influenzò profondamente quella che sarebbe diventata la struttura dell’Internet governance. Durante quegli anni di espansione della tecnologia, Internet venne fondato su una governance limitata e ristretta. Il ruolo statale e governativo nella gestione di tale tecnologia venne quindi fortemente ridotto, privilegiando piuttosto l’autonomia e la libertà di azione del settore privato.”
(Carolina Polito “Il futuro dell’Internet governance e le crescenti spinte verso una sovranità cibernetica” in “LA GEOPOLITICA DEL DIGITALE”, Edizioni Nuova Cultura per l’Istituto Affari Internazionali, 2019).
Questo modello si è sostanzialmente perpetuato fino ai giorni nostri, solo che la visione per certi aspetti utopica della rete quale “paradiso libertario di autodeterminazione individuale”, ha lasciato il posto ad una realtà molto più complessa e segnata da interessi economici e geopolitici ben precisi (su questi aspetti si veda ad esempio il testo di Evgeny Morozov, “L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet”, ed. Codice, 2011).
Senza entrare troppo nei dettagli tecnici, possiamo dire che tale governance, a forte trazione statunitense, è stata fortemente contestata da diversi governi: Russia e Cina in primis, ma anche India e Brasile, per citare solo i principali. Sostanzialmente due le contestazioni sollevate: quella della sicurezza e, strettamente collegata a questa, il ruolo dell’ICANN, ovvero dell’organismo che rappresenta per così dire il cervello di internet. “Coloro che hanno contribuito alla progettazione di questa rete (…) si sono concentrati sulle sfide tecniche legate allo spostamento delle informazioni in modo rapido e affidabile. Quando pensavano alla sicurezza, prevedevano la necessità di proteggere la rete da potenziali intrusi o minacce militari, ma non prevedevano che gli stessi utenti di Internet un giorno avrebbero usato la rete per attaccarsi a vicenda.” (Craig Timberg, “A Flaw in the Design”, in The Washington Post, 30 maggio 2015)
Quello della sicurezza e quindi della pirateria informatica, è dunque una indiretta conseguenza del tipo di architettura usata per la sua costruzione, ovvero delle priorità che la sua governance si è data. Sono i limiti posti alla sovranità degli stati nello spazio cibernetico che ne impedirebbero, secondo molti governi, la sicurezza.
La prima occasione in cui queste critiche si sono espresse in modo organizzato, è stata durante il vertice della International Telecommunication Union (ITU), l’Agenzia delle Nazioni Unite responsabile per la definizione degli standard internazionali per le telecomunicazioni.
Siamo nei primi anni Duemila e gli incontri dell’Agenzia incentrati sul “digital divide”, allo scopo di sostenere lo sviluppo delle tecnologie informatiche nei paesi più poveri, si spostano sul tema della governance della rete. E’ il delegato brasiliano a denunciare lo strapotere degli Stati Uniti all’interno dell’ICANN. La negoziazione in materia si conclude nel 2012 con un nulla di fatto: 89 Paesi sottoscrivono il nuovo accordo, 55 si dichiarano contrari.
L’epilogo si ha l’anno dopo, nel 2013, a seguito delle rivelazioni di Edward Snowden, il militare che rende pubblica la massiccia e duratura operazione di sorveglianza del governo degli Stati Uniti, attraverso la National Security Agency (NSA), in numerosi Paesi, anche alleati.
Il ruolo egemone degli USA e delle multinazionali statunitensi che a questa operazione da Grande Fratello hanno prestato occhi e orecchi, non può più reggere, aprendo così all’attuale capitolo della breve, ma intensa, vita di internet. Questo inevitabile processo di globalizzazione della governance della rete, paradossalmente sta portando alla sua regionalizzazione, con un nuovo e per diversi aspetti pericoloso, protagonismo dello stato-nazione.
E’ del 2019 l’annuncio della Russia del proprio test di disconnessione dalla rete internet, con il varo di RuNet. [Vedi qui]
Tale varo fu dichiarato a scopo “difensivo”, con esplicito riferimento ad eventuali attacchi hacker dall’esterno. Che precedettero invece l’invasione dell’Ucraina, fino al tentativo, ad ostilità avviate, di impadronirsi della sua rete, condizionandone le possibilità di connessione verso l’esterno. [Qui]
Analoga capacità sta pianificando la Cina, che nel proprio 14° Piano quinquennale per lo sviluppo economico (2021-2025) comprende la cosiddetta Digital Silk Road (la via della seta digitale) che, se da una parte è finalizzata a potenziare la connettività digitale del Paese con il resto del mondo, dall’altra non prevede affatto l’apertura della propria rete.
Il sovranismo nella rete diventa così la riaffermazione della sicurezza, con tutto quello che questo può comportare, anche in termini di flusso informativo. Su questa scia si stanno incanalando anche altre entità statali come l’India o l’Iran. Interessante a questo proposito l’intervento del presidente francese in occasione dell’Internet Governance Forum tenutosi a Parigi nel 2018, laddove auspica il superamento della falsa dicotomia in cui finora ci si è mossi: da una parte la completa autogestione della rete, dall’altra un internet frammentato e pienamente controllato da stati autoritari.
Purtroppo si predica bene, ma si razzola male, anche nell’UE, come sembrano indicare le scelte sulla gestione dei dati in cloud.
Scritto da Redazione di Periscopio il . Pubblicato in DIRITTO E DIRITTI, Ferraraitalia, IL QUOTIDIANO, IN MOSTRA. 1 commento su Tre cappelli e un volto per costruire una storia:
iscriviti in biblioteca al laboratorio di scrittura creativa
Ascoltare e raccontare storie è un modo per prendersi cura della vita. È questa, dopotutto, la ragione di “25: le storie di Elin e gli altri”, il laboratorio pensato da Elena Buccoliero e Miriam Cariani prendendo spunto dai ritratti dipinti da Miriam ed esposti alla Biblioteca comunale “Niccolini”, in Via Romiti 13 (a pochi passi dalla Biblioteca Ariostea), fino al 25 febbraio.
I volti sono quelli di venticinque bambini e bambine migranti conosciuti dall’autrice nel suo lavoro presso l’Ufficio Stranieri della Cgil di Ferrara.
L’occasione è importante per provare a capire la necessità da cui sono mossi ma è, tutto sommato, ininfluente quando si è dinanzi a quegli occhi bambini, belli per quanto sono espressivi e veri, non per una probabile condizione di bisogno nella situazione personale o familiare.
Sono i volti di 25 piccoli cittadini che hanno un vissuto da raccontare e diritti da esercitare per diventare grandi in modo equilibrato.
La proposta, per chi vorrà raccoglierla, è quella di tratteggiare le storie che quei volti potrebbero raccontare. O, se lo si preferisce, immaginare una favola dedicata a loro, come si inventa una fiaba prima di dormire.
Il laboratorio si sviluppa grazie a tre cappelli che rimarranno disponibili alla “Niccolini” anche oltre il termine della mostra. Ogni narratore ne estrarrà tre elementi: un nome, una cosa, una persona.
Il primo è il nome attribuito da Miriam a uno dei suoi ritratti. (Al partecipante verrà donata la riproduzione del ritratto in dimensione ridotta in modo che possa tenerla con sé, coccolarla, lasciarsi interrogare da quello sguardo bambino.
Il ritratto tutto intero potrà rivederlo quando vorrà, negli orari di apertura della biblioteca: Martedì e Giovedì dalle 15.00 alle 19.00 e Mercoledì e Sabato dalle 9.00 alle 13.00.
Nel secondo cappello sono contenuti biglietti che riportano i nomi di oggetti, sarà chi scrive a stabilire se sono oggetti magici oppure di uso quotidiano.
Il terzo cappello, infine, riporta l’indicazione di personaggi da mettere in relazione con il protagonista come compagni di viaggio, aiutanti, antagonisti…
Nell’infinita libertà della scrittura, si propone a 25 persone di cucire una trama che riguardi uno di quei bambini, associandolo all’oggetto e al personaggio estratti. Potrà essere un racconto fantastico o un viaggio di formazione, una favola, un’avventura, una poesia, una lettera, una storia familiare o di amicizia. Ogni trattazione è ammessa, entro due pagine di word, in modo che tutte le storie possano essere lette ad alta voce sabato 8 aprile, dalle ore 10 in avanti, presso la Biblioteca “Niccolini”.
Il laboratorio non ha limiti di età, è gratuito ed è possibile partecipare singolarmente o come gruppo, ad esempio una classe potrebbe fantasticare insieme su uno di quei volti.
Infine, chi si iscrive è vivamente pregato di inviare una email a elineglialtri@gmail.com indicando il proprio nome e quello del bambino, o della bambina, che ha estratto, in modo che sia possibile monitorare l’evolversi del laboratorio.
Il contatto e-mail servirà anche per raccogliere i testi prima della lettura e per impaginarli in un quaderno digitale insieme ai volti che li hanno originati.
I ritratti sono acquerelli di Mirian Cariani
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