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poveri ma brutti

Poveri ma brutti:
il ritratto sulle famiglie italiane della Banca d’Italia.

Poveri ma brutti, il ritratto sulle famiglie della Banca d’Italia.

L’indagine sulle famiglie italiane[1] della Banca d’Italia appena uscita con i dati relativi al 2022, mostra un paese impoverito. Nessuno di noi nei gloriosi anni ’70, ispirati dall’idea di progresso, si sarebbe mai aspettato che ci saremmo trovati in condizioni così pessime, non solo per i soldi ma per tutto il resto (che in questo articolo lasciamo perdere perché parliamo solo di soldi). Recita trionfalmente lo studio: “il reddito medio annuo familiare e quello equivalente sono cresciuti in termini reali dell’1,4 e 1,8% rispetto al 2020”, ma poi sommessamente deve aggiungere: “anche se risultano ancora inferiori a quelli osservati nel 2006 prima della crisi finanziaria globale (del 10% e 5%, rispettivamente)”.

Poiché tutto il reddito disponibile delle 26,5 milioni di famiglie (che hanno in media 2,3 componenti) è di circa 1.200 miliardi di euro, significa che gli italiani hanno perso in 20 anni circa 120 miliardi di reddito. Ma non tutti ci hanno perso perché il 20% delle famiglie più abbienti (e soprattutto i ricchi) che hanno il 45,5% del reddito, hanno continuato a crescere e ciò significa che per l’ 80% delle rimanenti famiglie italiane che producono un reddito di 660 miliardi, la perdita è stata di circa il 18-20% in media, e più si è poveri più la perdita è grande.

I redditi da capitale sono cresciuti (al solito) più del Pil e del lavoro (+5,7%) e hanno contribuito a difendere chi li ha, cioè quel 10% di famiglie abbienti che possiede i 2/3 di tutto il patrimonio finanziario del paese (la finanza è ancora più concentrata della ricchezza[2].

La crescita (media) sul 2020 è dovuta anche ad un anno (quello della pandemia) dove i redditi sono calati e occulta il fatto che le medie mitigano i forti aumenti di chi ha redditi alti con chi li ha stazionari o in calo. Peggiorano pensionati e dipendenti poveri, ma migliorano gli autonomi. Scrive la Banca d’Italia per “indorare la pillola”: “Per effetto di questi andamenti, il reddito medio delle famiglie con principale percettore pensionato è peggiorato in termini relativi, passando tra il 2020 e il 2022 dall’86 all’82% della media generale. Nel complesso, la posizione relativa dei nuclei con la persona a più alto reddito lavoratore dipendente è rimasta sostanzialmente stabile (dal 109% al 108%). Per le famiglie che dipendono maggiormente dal lavoro autonomo, invece, il reddito medio familiare è divenuto ancora più elevato rispetto alla media (dal 147% al 149%)”. Continuando ad alzare la flat tax (15% di imposte) per i lavoratori autonomi (fino a 75mila euro di redditi all’anno), il reddito reale di questi lavoratori cresce anche perché aumenta l’evasione fiscale (le sotto dichiarazioni sono cresciute dal 2021 al 2022 da 90 miliardi a 101 miliardi, +9,1%)[3].

Nel biennio, l’indice di Gini (che indica quanto cresce o cala la disuguaglianza) misurato sui redditi equivalenti è aumentato dal 32,8% del 2020 al 33,6% del 2022. Se si considera invece la ricchezza netta pro-capite esso sale al 66%, un dato mostruoso che indica quanto sarebbe importante una tassazione sui patrimoni oltre un certo ammontare (come sta pensando di fare anche in Francia il primo ministro Barnier) e come propongono Ocse, G20 e molte Istituzioni mondiali da anni.

Analizzando la distribuzione delle famiglie per decili vediamo che il 10% delle famiglie più povere (1° decile) guadagna in media 9mila euro all’anno (sono quelle che Istat classifica come poveri assoluti che sono appunto il 9,7% delle famiglie italiane), seguite da quelle che guadagnano 15.500 euro e dal 3° decile che guadagna 19.877 euro. Queste ultime famiglie sono di fatto i poveri relativi (23% delle famiglie dice Istat) che assieme ai poveri assoluti formano il terzo più povero degli italiani che guadagnano da 9mila euro (stiamo parlando di famiglie non di singoli) a poco più di 19mila euro. Poi segue il 10% delle famiglie operaie che guadagnano 24mila euro seguiti da un ceto assimilabile agli operai (insegnanti, etc.) che prendono 28.225 euro. Siamo sempre a livelli modesti anche col 6° e 7° decile, che guadagna rispettivamente 32.874 euro e 38.789. Bisogna far parte dell’ 8° decile per guadagnare 46.502 euro e del 9° per avere 57.945 euro. E’ il nostro ceto medio impoverito, come del resto è avvenuto per tutti gli altri. Solo il 10° decile può dirsi ricco, quello del 10% delle famiglie che guadagnano 105.298 euro in media all’anno e che detengono il 28% del reddito nazionale.

Uno spaccato di un paese impoverito in modo impressionante rispetto a quello che era l’Italia solo 30 anni fa, se si considera il potere d’acquisto di questi redditi.

Come abbiamo visto, il reddito medio è cresciuto per i lavoratori autonomi il triplo (+2,8%) rispetto a quello dei dipendenti (+0,8%), mentre cala quello dei pensionati (-2,6%) e soprattutto per di chi contava su trasferimenti pubblici statali (poveri, disabili, etc.: -15,4%). Dopo il brusco calo registrato durante la pandemia, nel 2022 la spesa media familiare è tornata ad aumentare del 5,7% in termini reali rispetto al 2020, sostenuta soprattutto dalla componente dei beni durevoli. La spesa delle famiglie appartenenti al quinto (20%) più alto della distribuzione del reddito è aumentata di circa l’11%, in connessione con il forte recupero degli acquisti più voluttuari e di lusso, mentre quella delle famiglie appartenenti al quinto più basso ha continuato a diminuire (-2%). E ciò spiega la crescente presenza di marchi di lusso che lavorano per quel 10% di famiglie che hanno redditi che vanno da 80mila euro a un milione all’anno.

 

Il recupero della spesa (in aumento sul 2020, anno della pandemia) è stato solo parzialmente compensato dall’incremento del reddito; ne è conseguita una riduzione del risparmio familiare[4], pari in media al 7%, nonostante che la rilevazione dica che più della metà delle famiglie ha avuto un risparmio nullo: questa quota sale al 70% per le famiglie appartenenti al quinto più basso della distribuzione del reddito e scende al 28% per quelle appartenenti al quinto più alto.

 

La ricchezza e la sua distribuzione

La ricchezza media netta era nel 2022 di 296mila euro a famiglia (comprende anche il valore della casa che in Italia cresce poco), in crescita a prezzi costanti dell’1,8% rispetto al 2020; quella mediana (che separa la metà meno ricca delle famiglie dalla metà più ricca) era pari a 152mila euro ed è invece diminuita del 2%. La quota detenuta dal 10% più abbiente è salita di circa 2 punti, al 52%. Se consideriamo il 30% più ricco esso possiede il 77,2% dell’intera ricchezza nazionale.

Il 10% più povero possiede solo lo 0,1%, del resto sappiamo dall’Istat che i poveri assoluti in Italia sono nel 2023 il 9,7% della popolazione (5,694 milioni, di cui 1,7 stranieri) che corrispondono grosso modo al 1° decile (10% della popolazione), 20mila in più del 2022 (5,674 milioni), ma la percentuale delle famiglie povere assolute che hanno un “capofamiglia” operaio sale dal 14,7% del 2022 a 16,5% del 2023 (era del 2,8% nel 2006). Tra tutte le famiglie povere con occupati salgono dall’1,9% del 2006 all’8,2% del 2023. Una crescita dovuta ai bassi salari e all’elevata inflazione degli ultimi anni che li avvicina ai poveri assoluti con capofamiglia disoccupato/a (20,7%). Il dato più elevato è nelle famiglie di stranieri (35,1%) quattro volte quella degli italiani. La Calabria è la regione con il 27% di popolazione in povertà assoluta seguita da Puglia e Campania, ma è al Nord che la povertà sta crescendo (+ 115mila famiglie povere tra Trentino A.A., Emilia-R., Lombardia e Piemonte). Stiamo parlando di poveri assoluti così calcolati dall’Istat: per un adulto (di 30-59 anni) che vive solo e risiede in comune centro dell’area metropolitana in Piemonte, la soglia di povertà è pari a 932 euro mensili; in Sicilia è pari a 757 euro mensili; se risiede in comune centro dell’area metropolitana della Lombardia, a 1.217 euro; mentre se risiede in un piccolo comune della Puglia tale soglia è pari a 717 euro. Se quindi cresce l’occupazione in Italia[5], di pari passo crescono i poveri[6], permane una vasta economia sommersa e crescono i lavoratori poveri. E ciò spiega perché cresce il lavoro nero tra le famiglie[7]. Alla situazione di bassi salari nel lavoro regolare si aggiunge il lavoro irregolare che è ancora nel 2022 pari a 3 milioni di unità d lavoro (2,986 milioni lo stima Istat), seppure in calo di mezzo milione rispetto al 2019 per via della “bonifica in edilizia”[8].

Si conferma quindi come siamo passati in 50 anni dalla società dei 2/3 alla società di 1/3, nel senso che solo un terzo delle famiglie beneficia (in termini di soldi) di questo modello di sviluppo e 2/3 si vanno impoverendo anche nei decili del ceto medio (6, 7°, 8°).

Questa figura evidenzia in un’ottica di lungo periodo (1987-2022) i redditi delle famiglie di alcuni decili (suggeriti dalla Banca d’Italia). Le due linee più alte sono il 9° decile (quello appena sotto i ricchi che stanno al 10°) che rappresenta il ceto medio alto e il 3° quartile (ceto medio), entrambi in caduta. Seguono media e mediana, mentre le due linee più basse sono il 1° quartile e il 1° decile, in lieve ripresa ma sotto i livelli del 1989 e del primo decennio del 2000.

 

Per quanto riguarda la proprietà della casa, è noto che gli italiani sono molto legati all’idea di averne una propria, quindi appena possono la comprano. Tutte le famiglie con un minimo di possibilità sono proprietarie di casa[9]. Nella colonna successiva ho indicato (è una mia stima) il numero di seconde case possedute in base ai quinti. Come si poteva immaginare il 40% dei più abbienti possiede 4,7 milioni di seconde case (su 5,6 milioni che sono in totale in Italia). Un fenomeno che si estende (anche se molto meno) tra le famiglie povere, le quali sono più spesso in affitto. Politiche che favoriscono la seconda casa sono ovviamente regressive, com’è stato col superbonus, mentre quelle che favoriscono case popolari e affitti contenuti sono il modo migliore per aiutare poveri e operai (che ancora esistono). I lavoratori dipendenti in affitto nelle grandi città (specie se giovani o donne sole con figli) sono annoverabili ormai tra i lavoratori poveri[10]. In Italia l’8,5% di chi è in affitto in città spende più del 40% del proprio reddito (10,6% la media UE, Grecia e Danimarca sono le più costose con 27% e 22%, Housing in Europe, 2023) e nessun piano esiste a differenza degli anni ’60 e ’70.

Se si considera invece solo il patrimonio finanziario (azioni, obbligazioni, depositi bancari) il 10% più ricco detiene i 2/3 (64%) di tutta la ricchezza finanziaria, il 2° decile più ricco il 12,1%, il 3° decile il 7,1%. In sostanza il 20% più ricco detiene il 76,1% e il 30% più ricco 83,2%, mentre il restante 70% degli italiani possiede il 16,8%. Il gruppo dei più ricchi si è difeso meglio dall’inflazione in quanto i rendimenti finanziari (gestiti da banche e fondi specializzati) hanno reso negli ultimi 3-4 anni più dell’inflazione.

La quota di famiglie indebitate è rimasta stabile al 26%. Il 25% delle famiglie più povere hanno una rata media di 3.754 euro all’anno (che incide del 21% sul loro reddito), la rata annua del 25% delle più ricche è 8.718 euro (che incide del 14,5% sul loro reddito). E più la famiglia ha un reddito elevato più aumenta la percentuale delle famiglie che si indebitano per acquistare una casa, come dimostra il mercato delle case di proprietà che è più dinamico di quello degli affitti (per la mancanza di case in affitto). Il che indica quanto sarebbe necessario un programma di edilizia pubblica popolare (sono 800mila le case attuali ma almeno la metà inabitabili)[11].

Per la povertà relativa usiamo alcuni dati relativi agli individui a basso reddito, pari al 60% della mediana in serie storica. Come si vede nella tabella allegata crescono dal 19,6% del 2006 al 23,9% del 2022, in lieve calo rispetto al periodo 2012-2016 (26,9%) nel quale si era dispiegata la recessione italiana dopo il 2008. Il dato sale al 41,5% per gli stranieri ma rimane alto anche per gli italiani (22,4% e in crescita sul 2006). E’ più basso al Nord (14,3%) ma è quasi raddoppiato rispetto al 2006, in quanto probabilmente include molti stranieri che hanno lavori stagionali e precari, di cui il Nord ha sempre più bisogno.

In conclusione una società in cui finanza ed economia (il nuovo “Dio quattrino” al posto del “Dio trino”) generano sempre più disuguaglianza, inquinamento, distruzione della Natura e i cui vantaggi (in termini solo di soldi) vanno a sempre meno persone.

 

[1] Campione di 9.641 famiglie (erano 6.239 nel 2020) viene svolta ogni 2 anni dalla Banca d’Italia https://www.bancaditalia.it/media/notizia/indagine-sui-bilanci-delle-famiglie-italiane-nell-anno-2022/ (

[2] Per esempio sono 3 milioni gli italiani che posseggono bitcoin per circa 2,5 miliardi che sono tassati (in caso di plusvalenze) al 26% e non si vuole portarli al 42%. Sono in gran parte nel portafoglio azionario del 20% delle famiglie più ricche.

[3] Vedi il rapporto Istat sull’ “Economia non osservata” (sarebbe il lavoro nero e irregolare, le fatture non fatte per 101 miliardi) che è pari al 10% del totale dell’economia. Il lavoro irregolare pesa per 69 miliardi e altri 20 miliardi sono per droga e prostituzione.

[4] Le motivazioni del risparmio sono la volontà di mettere da parte risorse in vista della vecchiaia o per fronteggiare eventi inattesi o incerti; le famiglie più abbienti vi aggiungono il sostegno economico per i figli eredi.

[5] L’occupazione è cresciuta negli ultimi 12 mesi di 494mila unità (agosto 2024 su agosto 2023), ma non dobbiamo dimenticare che siamo al 62,3% di tasso di occupazione, quando nei paesi europei floridi è prossima all’80% e che non sono giovani e donne a beneficiare dii questo “boom” ma adulti e anziani con bassi salari.

[6] Nel 2023 il reddito di cittadinanza è stato ridotto a 7 mesi per le famiglie “occupabili” e nel 2024 si vedranno probabilmente gli effetti della riduzione dell’”assegno di inclusione” (ora si chiama così) che passa da 1,4 milioni di famiglie a 700mila.

[7] Le famiglie sono da un lato impoverite, dall’altro hanno sempre più bisogno di colf e badanti, che sono il doppio dei dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (1,5 milioni), di cui la metà in nero. E l’immigrazione irregolare e anche la non regolarizzazione dei 600mila immigrati presenti in Italia favorisce sia le imprese che le famiglie che cercano lavoratrici e badanti in nero.

[8] Permane alto in agricoltura (17% sul totale occupati), nei trasporti, turismo e commercio (15%) e cresce nei servizi alla persona, colf , badanti dove è al 39%.

[9] 94% nel quinto delle famiglie più ricche, 86% nel 4° quinto, 79% nel 3° quinto e 69% nel 2°. Solo il 1° quinto (20%) delle famiglie più povere scende al 43% come proprietari di casa.

[10] L’affitto medio pagato dalle famiglie povere in Italia è di 351 euro al mese, 435 euro quello delle famiglie operaie.

[11] Sarebbe stato molto più efficace a favore dei ceti deboli se al posto dell’incentivo del superbonus (122 miliardi di spesa) si fossero ristrutturate tutte le 800mila case popolari facendole salire di classe energetica e poi costruendole o, meglio, ristrutturandone altre 400mila per una spesa media di 100mila euro cadauna, considerando che metà sono ben messe.

 

Cover photo: Cristo che porta la croce, dettaglio, Hieronymus Bosch

La Sinistra e le elezioni a Ferrara: perdere e non capire il perché

La Sinistra e le elezioni a Ferrara: perdere e non capire il perché.

L’intervento di Gaetano Sateriale su questo giornale [Qui], stringato, scritto per punti, ma senza sconti per nessuno, mi spinge a mettere in pubblico alcuni pensieri che già mi giravano in testa durante la campagna elettorale. Considerazioni confermate e maggiorate di segno nel dopo elezioni,  Anche io, senza partito e soldato semplice della società civile, ho “tifato” perché il Centrosinistra riuscisse a strappare alla Destra il governo di Ferrara.  Come si sa, non solo non c’è riuscito ma non c’è andato neppure vicino, incassando una sconfitta di proporzioni storiche. Dunque i miei pensieri, le mie critiche – spero non troppo urticanti per qualcuno – non vengono dall’esterno ma dall’interno: non abbiamo capito, abbiamo sbagliato, abbiamo perso. Noi Tutti, e mi ci metto anch’io.  Per non farla troppo lunga, anche io andrò per punti

1 –  Prima di tutto il PD. Anche se non sono mai stato del PD – credo anche di non averlo mai votato. Perché solo un cretino (e ahimè in Italia ce ne sono)  può pensare di poter vincere (a Ferrara come in Italia) senza o addirittura contro il PD.  La preminenza del Partito Democratico (in Emilia e a Ferrara in particolare) assegna automaticamente a questo partito la responsabilità maggiore delle scelte compiute in campagna elettorale, come del disastroso risultato elettorale.

2 – La scelta del Tavolo dell’opposizione, presentata dal PD ferrarese come “la grande novità”, ricalcava il tentativo nazionale del “campo largo” e si è risolta in una serie di riunioni, rinvii e trattative segrete per “mettere insieme tutti”. L’operazione è fallita, ma ciò che è peggio, il tavolo ha raccolto ed accolto nel suo seno visioni differenti e ha lasciato nel vago temi importanti (per non scontentare nessuno dei commensali) e impedito così l’adozione di un programma chiaro con obbiettivi precisi ed innovativi.  L’opposizione (o le opposizioni riunite)  si sono presentate ai ferraresi senza una nuova idea di Ferrara e del suo governo. Ovvio quindi che prevalesse la Ferrara e il governo esistente.

3 –  Il dopo voto è stato forse anche più deprimente. Davanti a una sconfitta così netta ci si poteva aspettare dal PD un radicale esame di coscienza, un ripensamento profondo sui contenuti e i modi di fare politica in città. Non c’è stato niente di tutto questo. Si è dimesso il segretario cittadino, proprio come era successo 4 anni fa dopo le elezioni del 2019, ma un capro espiatorio non serve ad aprire un diverso futuro.

4 – Tre formazioni politiche ferraresi – Sinistra Italiana, +Europa e Verdi Europa – hanno abbandonato il Tavolo dell’ opposizione (un’ulteriore prova di una scelta sbagliata) per divergenze sul metodo e non condividendo la candidatura del PD di Fabio Anselmo, sostenendo poi la candidatura di Anna Zonari de La Comune di Ferrara. Con una decisione inedita e di una gravità inaudita le direzioni nazionali dei tre partiti hanno tolto l’uso del simbolo ai gruppi ferraresi.  E’ indubbio che questa decisione ha ulteriormente indebolito le forze di opposizione.

5 -Fuori dal tavolo si è mossa la lista civica La Comune di Ferrara. con una proposta nuova sia nel metodo (incentrato su una partecipazione dal basso e aperta a tutti) sia nel merito (con un programma profondamente innovativo che proponeva una svolta nel governo della città). Il risultato modesto raggiunto nelle urne (meno del 3%) credo sia dovuto dall’incapacità di portare la propria proposta fuori da una ristretta cerchia di militanti.

6 – Per capire però le ragioni di una sconfitta così eclatante ((la peggiore di sempre, come è stato osservato) credo occorra concentrarsi sulle ragioni della vittoria della destra. Certo, a Ferrara il sindaco uscente è sempre partito da una posizione di vantaggio per la rielezione (così era stato per Tiziano Tagliani, Gaetano Sateriale e  per il lungo regno di Roberto Soffritti), ma per vincere occorre con-vincere  i cittadini ferraresi. Molti a sinistra hanno gridato contro la propaganda messa in campo da Alan Fabbri e dalla destra. La propaganda, la campagna di comunicazione c’è stata e poderosa (penso soprattutto alla lenzuolata a pagamento che ha coperto Ferrara alla vigilia della campagna elettorale) ma da che mondo e mondo la comunicazione elettorale e la  propaganda da sole non fanno vincere le elezioni. Ci vuole altro, con-vincere appunto.

7 – Questo non toglie che la sinistra sia stata carente anche sul versante della comunicazione. E’ partita tardissimo (per le note ragioni) e si è affidata quasi unicamente ai canali tradizionali. A Ferrara ci sono 5 organi di informazione locale (Carlino, Nuova Ferrara, Estense.com, Ferrara Today e l’emittente televisiva Telestense), e tutti hanno ospitato in modo massiccio argomenti, liste e candidati in lizza. Alla luce del risultato elettorale, appare evidente quanto queste vie di comunicazione (lo sanno anche anche i sassi) siano ormai poco efficaci se non addirittura ininfluenti, non riescano cioè a raggiungere la grande maggioranza degli elettori.

8 – Ma la destra ferrarese, l’Amministrazione uscente, non ha fatto solo propaganda, ma aveva in testa un’idea di città ben precisa e su questa base aveva sviluppato in questi anni una serie di azioni urbane (micro e macro), una strategia che si è rivelata vincente. I ferraresi, la maggioranza in città e nelle frazioni, a questa idea di città hanno aderito. Così nel 2024, al termine della prima consiliatura, la destra si è presentata come una forza autorevole, “governativa”, molto più forte di quanto lo era nel 2019, quando la scena era occupata dalle marce di Naomo Lodi.

9 – Combattere (e vincere) con una destra che ha conquistato una sorta di egemonia culturale (o comunque il consenso della maggioranza della cittadinanza) è compito che fa tremare i polsi. Quel che è certo è che non possono bastare i presidi intonando Bella ciao, le riunioni con i soliti noti, le biciclettate, le polemiche spicciole, le foto in primo piano sul Carlino, gli slogan elettorali triti e ritriti, gli sfottò (faccio un esempio) al geometra-assessore Gulinelli, eccetera. Se l’idea di città annunciata e messa in opera dalla destra piace ai ferraresi,  l’unico modo per vincere è studiare, proporre è  comunicare porta a porta  una diversa idea di città. Non certo il ritorno al passato pre Fabbri, ma una proposta nuova, coraggiosa e attrattiva.

10 – Di cosa deve essere fatta questa nuova idea di città?  In effetti qualcuno – penso al lavoro del Forum Ferrara Partecipata e al programma di La Comune di Ferrara– ha avanzato alcuni temi innovativi: erano l’abbozzo di una nuova idea di citta. Ecco dunque il nodo dei Beni Comuni da riportare in mano pubblica, l’urgenza della Decarbonizzazione e di una mobilità sostenibile liberando la città dalla morsa delle auto,  la proposta di nuove forme di democrazia partecipativa e di accoglienza. Queste indicazioni potevano diventare i caposaldi di una nuova e diversa visione della Ferrara futura. Purtroppo queste intuizioni non sono diventate patrimonio di tutto il campo delle opposizioni. E sono rimaste intuizioni,  invece di diventare un dettagliato progetto urbano da mettere in atto.  Se però non vogliamo rassegnarci a una destra padrona per sempre. su queste cose  occorrerà studiare, lavorare, coinvolgere intelligenze e competenze, ascoltare la voce e i bisogni dei cittadini. Abbiamo 4 anni davanti, non sprechiamoli.

Per leggere gli articoli di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

 

 

Perché la politica in Italia parla solo del presente e non del futuro?

Perché la politica in Italia parla solo del presente e non del futuro?

Perché siamo in una campagna elettorale permanente e quindi per garantire il consenso è meglio parlare di cose di attualità, … che è più facile, che di futuro.

La politica dovrebbe invece occuparsi del futuro, progettare, anticipare i tempi, creare le condizioni per garantire il benessere delle generazioni future e scongiurare le calamità ,… vale anche per i disastri ambientali sempre più frequenti nel nostro paese.

Il comportamento della politica è pericoloso e gli ultimi argomenti all’ordine del giorno (in questi giorni si parla tanto della recessione del settore automobilistico con in particolare la crisi delle auto tedesche, il dramma di Stellantis e le ripercussioni sulla occupazione in Italia) sono un esempio, stigmatizzato ogni volta (da tutti) ma mai affrontato.

La politica rimane al traino degli avvenimenti e delle decisioni assunte dalle potenze economiche, commerciali, industriali, finanziarie che hanno un potere che supera quello degli Stati.

Apple ha un fatturato di 3.000 miliardi di dollari, circa il PIL della Francia, meno della Germania e della Gran Bretagna, ma più di Italia, Brasile, Canada, Russia, Spagna, ecc.

Della crisi dell’auto se ne parla da almeno venti anni per motivazioni legate alle politiche ambientali e per il manifestarsi nelle popolazioni di un diverso approccio nei confronti della mobilità che ha modificato anche la graduatoria dei valori nelle giovani generazioni.

La necessità di passare ad una alimentazione delle auto che minimizzi gli inquinamenti ambientali ha imposto l’abbandono dei motori termici con la ricerca di nuove soluzioni che nella fase della ricerca tecnologica non potranno che essere più costose, una valutazione più “risparmiosa” della mobilità ha indotto le famiglie a riconsiderare l’investimento nell’auto mentre, a differenza di quanto prefigurato negli ultimi decenni del secolo scorso, l’automobile sta rappresentando sempre meno l’oggetto del desiderio per i giovani e non rappresenta più un simbolo di libertà.

Su queste motivazioni si sono assommate poi le crisi internazionali (conflitti soprattutto) con effetti negativi sul costo dell’energia, lotta per le materie prime strategiche, l’entrata fra i produttori di paesi in via di sviluppo che hanno costi del lavoro molto basso e notevole capacità concorrenziale, ecc.

Ci sono paesi che hanno cominciato a entrare nell’auto (Cina, Giappone, Stati Uniti, ecc.) già da diversi anni, l’Europa è lenta e sconta le divisioni interne e nelle scelte, l’Italia è “indietrissimo” sia per una incapacità di innovare, manifestatasi soprattutto negli ultimi venti anni, che per il fatto che essendo un paese sostanzialmente subfornitore subisce i problemi dei paesi produttori, Germania in primis, e affronta gli avvenimenti al momento della rottura (vedi le recenti proposte di deindustrializzazioni di Berco e Rexnord), quando trovare soluzioni efficaci è più difficile.

Analogo discorso può essere fatto per la chimica o meglio per la Petrolchimica a seguito della modifica del quadro di riferimento, con l’entrata in produzione, negli ultimi venti anni, di aziende proprietarie delle materie prime, sostanzialmente il petrolio e di una sovra produzione che danneggia soprattutto i produttori europei.

Il futuro della petrolchimica in Europa e soprattutto  nel nostro Paese non sarà coronato da successo se non si avvierà un ciclo virtuoso di innovazioni e di breakthroug concreti come quelli già vissuti negli anni ‘80 del secolo scorso, abbandonando la rincorsa ai prezzi nei confronti di che ha le materie prime (proprietario) direttamente dalle raffinerie, i cracker o addirittura dalla bocca di pozzo.

Ferrara e il suo Petrolchimico

E qui torniamo ancora alla opportunità che Ferrara e il suo Petrolchimico sta perdendo non sfruttando l’innovazione messa a punto nel Centro Ricerche Giulio Natta di Lyondellbasell con il processo di riciclo molecolare MoReTech, in corso di industrializzazione a Wesseling, in Germania.

Non è ricorrendo i miglioramenti, seppure doverosi, che si affronta il futuro ma innovando i processi perché le parole d’ordine quotidiane come cambiamento climatico, transizione ecologica, economia circolare, rivelano una nuova consapevolezza: i prodotti dell’economia futura saranno sempre di più i processi e l’innovazione è fondamentale.

Per intervenire sui cambiamenti, per governare le transizioni e per essere davvero economicamente, socialmente e ambientalmente sostenibili, siamo in ritardo (a Ludwigshafen in Germania la BASF nel suo petrolchimico produrrà 500.000 tonnellate annue di vapore per i suoi impianti utilizzando elettricità proveniente da fonti rinnovabili, … senza produzione di CO2) ma si può ancora invertire la rotta se c’è la volontà di guardare avanti, … ma non sembra sia questa l’intenzione della nostra politica.

Manca purtroppo una politica industriale, la voglia e la capacità di guardare al futuro,  e senza la politica non si va da nessuna parte.

Anche il futuro del Petrolchimico di Ferrara deve essere inserito in tale ottica e in particolare l’economia circolare rappresenta una opportunità alla nostra portata.

Processi circolari come ad esempio il riciclo della plastica di LYB ma anche di ENI Versalis, che CDS Cultura sostiene da diversi anni, rappresenterebbero per Ferrara, non solo per il Petrolchimico, importanti atout, ossia opportunità di sviluppo che l’immobilismo attuale purtroppo non può concedere.

 

 

Testimoni di nonviolenza da Israele e Palestina:
Un tour in Italia dal 16 al 26 ottobre

Obiezione alla guerra

Testimoni di nonviolenza da Israele e Palestina
insieme per dare voce a chi rifiuta la violenza e progetta la pace

Un tour in Italia dal 16 al 26 ottobre

Vengono da Israele e Palestina, dove il diritto internazionale viene calpestato, per rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza! Lavorano insieme e rifiutano la guerra, l’esercito, le armi, l’odio.

Sofia Orr e Daniel Mizrahi (israeliani, hanno rifiutato armi e divisa, sono obiettori di coscienza e per questo reduci dal carcere), Tarteel Yasser Al Junaidi e Aisha Amer (palestinesi, sono attiviste nonviolente e difendono i diritti umani, contro l’occupazione) sono quattro testimoni di pace che credono nel dialogo e lavorano insieme, come “gruppo misto” israelo-palestinese, e rappresentano due importanti movimenti: Mesarvot (una rete di giovani attivisti israeliani che rifiutano di prestare il servizio militare obbligatorio), e Community Peacemaker Teams – Palestina (CPT) (sostiene la resistenza di base nonviolenta guidata dai palestinesi contro l’occupazione israeliana).

Invitati in Italia dalla Campagna di Obiezione alla guerra, su iniziativa del Movimento Nonviolento, saranno ospiti, con conferenze stampa e iniziative pubbliche, dal 16 al 26 ottobre: un tour di 10 giorni, da Milano a Bari, per far conoscere all’opinione pubblica italiana i volti e la voce di chi, dentro alla follia della guerra, già realizza progetti di pace, a partire dal rifiuto della violenza e delle armi. Lo scopo del tour è di sostenere concretamente e politicamente i movimenti nonviolenti, gli obiettori di coscienza, i pacifisti che lavorano per la convivenza dei due popoli. La richiesta di pace che si alza dalle popolazioni civili, è l’unica alternativa alla violenza cieca dell’esercito e dei gruppi armati che a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e in Israele stanno seminando odio e vendetta. La spirale che ci sta portando al terzo conflitto mondiale può essere spezzata: l’obiezione alla guerra è il primo passo. Per questo chiediamo alle istituzioni, all’Unione Europea, al nostro governo, di riconoscere lo status di rifugiati politici a tutti gli obiettori di coscienza, disertori, renitenti alla leva, che fuggono dalle guerre e chiedono asilo e protezione.

Questo il programma del tour:

martedì 15, arrivo a Milano Malpensa

mercoledì 16, a Milanoconferenza stampa (ore 11, Cascina nascosta di Parco Sempione) e un incontro pubblico (ore 17:30 sede Acli, via della Signora 3);

giovedì 17Veronaconferenza stampa (ore 12:40, Palazzo Barbieri, Sala Arazzi), incontri istituzionali con Sindaco e Vescovo, e proiezione del docu-film “Light” (ore 21, Teatro Modus);

venerdì 18Verona: incontro con gli studenti (ore 8:30, Liceo Classico Maffei), partecipazione al Festival “Poeti Sociali” della Diocesi di Verona (ore 15, Piazza dei Signori);

sabato 19Bolognaincontro con gli studenti e proiezione docu-film (ore 10:30, Cinema Perla) e incontro pubblico (ore 15 al Parco storico di Monte Sole, Marzabotto);

domenica 20Parmaincontro con la comunità giovanile (ore 11, Il Punto in Piazza Garibaldi);

domenica 20Reggio Emiliaincontro pubblico (ore 15:30, Casa di quartiere Orti-Spallanzani);

lunedì 21Firenze: conferenza stampa (ore 11:30, sede Cgil via Borgo dei Greci 3), incontro con le associazioni e proiezione docu-film (ore 21, circolo Arci le Vie Nuove, via Giannotti 13);

martedì 22Firenzeincontro con gli studenti (ore 9, Auditorium Istituto Comprensivo Rosai, via dell’Arcovata 4/6), incontro con vicesindaca e presidente del consiglio comunale (ore 14:00 presso Palazzo Vecchio), incontro pubblico (ore 21, Circolo Arci 25 aprile, via Bronzino);

mercoledì 23Romaincontro con gli studenti universitari (ore 10, Aula Blu 5, Università Sapienza), incontro con il Servizio Civile (ore 15, sede Engim via Etruschi 7, San Lorenzo);

giovedì 24Roma: Audizione Commissione permanente per i Diritti Umani (ore 8:30, Camera dei Deputati), incontro pubblico (ore 10:30, presso la sede del CSV Lazio, via Liberiana 17, in dialogo con Donatella Di Cesare e Luigi Manconi, prevista la diretta live sulle pagine FB del Movimento Nonviolento e del CSV Lazio), ore 13 ricevimento presso il Dicastero Vaticano per lo Sviluppo Umano e integrale, conferenza stampa a Montecitorio (ore 16, Sala stampa, con on. Laura Boldrini, on. Nicola Fratoianni, on. Stefania Ascari e rappresentanti Rete Pace Disarmo);

venerdì 25Roma: giornata libera con trasferimento a Bari;

sabato 26Bari: partecipazione alla Giornata di mobilitazione “Fermiamo le guerre. Il tempo della pace è ora” (ore 9:30, ritrovo in Piazza Massari); incontro pubblico (Fondazione “Rita Maierotti”, Via Giuseppe Volpe 4– Bari, Quartiere Madonella);

domenica 27: partenza da Bari Palese.

Durante tutto il tour, i 4 testimoni saranno accompagnati e tradotti da Daniele Taurino, presidente di EBCO/BEOC (Ufficio Europeo Obiezione di Coscienza).

Molte le associazioni, nazionali e locali, che hanno aderito e collaborato attivamente per la migliore riuscita del tour:

Rete italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Europe for Peace, Acli Milanesi, Legambiente Lombardia, Caritas Ambrosiana, Fondazione Toniolo, Festival Poeti Sociali della Chiesa di Verona, Portico della Pace di Bologna, Spi Cgil di Bologna, Scuola di Pace di Monte Sole, Parma candidate European Youth Capital 2027, Il Punto hub creativo, Giro del Cielo di Reggio Emilia, Cgil Firenze, Donne insieme per la pace, Arci Firenze, Anpi Firenze, Cospe, Cristiani insieme per la Pace, Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale Università Sapienza di Roma, RuniPace, Le vie della Nonviolenza – Servizio Civile, CSV Lazio, Cnesc (Conferenza nazionale Enti Servizio Civile), Comitato per la Pace di Terra di Bari.

Movimento Nonviolento

Mao Valpiana
Presidente

A Ferrara il 24 ottobre:

in un gruppetto del Movimento Nonviolento di Ferrara abbiamo partecipato all’incontro con quattro giovani obiettori di coscienza e pacifisti israeliani e palestinesi che si è svolto il 19 ottobre a Monte Sole, tappa di un tour più ampio organizzato dal Movimento Nonviolento nazionale, con numerose partnership, all’interno della Campagna di Obiezione alla guerra.

L’incontro con Sofia, Daniel, Aisha e Tarteel è stato molto significativo, di apertura, di speranza e di conoscenza, e desideriamo condividerlo. Proprio per questo invitiamo gli amici e le amiche alla proiezione di una delle tappe del tour, per ascoltare la testimonianza diretta di giovani che, pur vivendo sulla loro pelle la guerra, la demonizzazione del nemico, la militarizzazione estrema delle loro società, hanno il coraggio e la forza di sperimentare la pace pagandone il prezzo, con il carcere e con l’esclusione. Qui in Italia si sono incontrati per la prima volta: “Se il dialogo tra noi è possibile, lo è anche in una scala più grande”, ci hanno detto, e ci hanno chiesto di far conoscere le loro storie.

Ci vediamo giovedì 24 ottobre alle 20,30 presso la sede di Viale K in Via Mura di Porta Po 9.

In questi giorni il tour dei giovani israeliani e palestinesi continua, facciamolo sapere ai nostri contatti in altre città: domenica 20/10 a Parma e Reggio Emilia, lun. 21 e mar. 22 a Firenze, mer. 23, giov. 24 e ven. 25 a Roma, sab. 26 a Bari nella manifestazione per la pace.

Il Movimento Nonviolento, Centro di Ferrara

 

ALU un sindacato contro amazon

ALU, un sindacato contro Amazon

ALU, un sindacato contro Amazon

Nell’ambito della ricca offerta del Festival Internazionale 2024 a Ferrara, vorrei segnalare un evento che mi ha particolarmente colpito : il documentario Union di Brett Story e Stephen Maing (Stati Uniti, 2024) .  Il film-documentario mette in scena una  storia vera di lotta operaia dal basso e la risposta, a suo modo feroce, di Amazon, gigante della produzione multinazionale capitalista.

Union documenta la sfida di un gruppo di magazzinieri a Staten Island (New York) nel tentare di formare una rappresentanza sindacale in una sede di Amazon. Impresa particolarmente difficile negli Stati Uniti, dove l’ottenimento del riconoscimento di sindacato è subordinato alla raccolta delle firme di adesione del 30% dei lavoratori dello stabilimento.

L’iniziativa parte da un eterogeneo gruppetto di lavoratori, che la lotta prolungata trasforma in compagni di vita, capeggiata da Christian Smalls, black american, che concentra i suoi sforzi a favore dei diritti dei lavoratori in un magazzino di Amazon.

Le condizioni di lavoro che emergono dal documentario sono pessime: dai turni di dodici ore con pause brevissime, alla precarietà di contratti di sei mesi, per mantenere un turn over continuo che scoraggia la sindacalizzazione dei lavoratori.

Una scena dell’avvincente documentario riprende una lavoratrice che dorme in macchina nel parcheggio dello stabilimento, attrezzata con coperte in pieno inverno, avendo solo cinque ore di riposo tra un turno e l’altro. E poi il pullman che porta al lavoro in un’alba grigia l’esercito dei dipendenti del centro di distribuzione Amazon semiaddormentati, lavoratori precari del sottoproletariato americano multietnico, sfinito e spesso rassegnato.

Le modalità di lotta del gruppo di cui Smalls è leader sono anticonvenzionali: tenda permanente fuori dallo stabilimento, mensa alternativa a base di pizza e “erba”, ricerca continua del dialogo e di un vero e proprio rapporto umano con gli altri lavoratori, divulgazione con tutti i mezzi possibili delle proposte sindacali. Il gruppo promotore appare caratterizzato dalla tenacia di una lotta permanente durata mesi, e da una simpatia  trasgressiva e contagiosa.

Amazon dal canto suo ha adottato tutte le possibili contromisure contro ALU (Amazon Labor Union), specie dopo lo smacco del 2022 che porta al sorprendente raggiungimento del numero minimo delle firme e alla costituzione del sindacato aziendale.

Le risorse messe in campo da Amazon consistono in vere e proprie campagne di comunicazione interna volte a spaventare e intimorire i lavoratori, in pressioni e ricatti individuali con la minaccia della perdita del posto di lavoro, in ingenti investimenti legali ingaggiando i migliori avvocati per contestare la legittimità delle attività sindacali e delle votazioni. Oltre, ovviamente, ad un intensificato turn over provvidenziale nell’eliminare i personaggi scomodi e impedire la negoziazione dei contratti ad ALU.

La strategia di Amazon, azienda multinazionale che conta circa un milione e mezzo di lavoratori nel mondo, è quella di mantenere ad ogni costo il controllo delle relazioni con i dipendenti, monitorando le richieste dei lavoratori, concedendo alcuni miglioramenti per dimostrare così  l’inutilità del sindacato.

Il documentario registra come Amazon si voglia mostrare ai propri dipendenti come azienda esemplare del capitalismo “buono”, in una sorta di rappresentazione tanto totalizzante, quanto lontana dalla realtà. L’obiettivo principale di ALU sembra invece il “risveglio” dei lavoratori, la rivendicazione di essere “umani”, in un’azienda che alla crescente automatizzazione del lavoro accompagna la trasformazione dei lavoratori in automi.

Lotta particolarmente significativa perché Amazon sta aggressivamente definendo lo standard delle condizioni di lavoro nel mercato globale, definito da automazione, stretta sorveglianza, e tassi di turnover fino al 150%. Questa singola azienda controlla gran parte dell’infrastruttura di Internet, definisce i termini della vendita al dettaglio online a livello globale, svuotando le strade di città e paesi di tutto il mondo dalle locali attività commerciali.

La lotta a questo gigante della globalizzazione, da parte di un improbabile, ma vivissimo gruppo di lavoratori, assume le dimensioni della sfida ad un modello di vita alienante, mercificato e disumano che tenta di omologare non solo i lavoratori, ma anche i consumatori.  Pur nelle crescenti difficoltà ALU esiste e lotta ancora oggi, anche se, per le regole sindacali americane, solo nei singoli stabilimenti.

Per leggere gli articola di Eleonora Graziani su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Giacomo Matteotti cultore d’arte ferrarese in un ritratto inedito di Scardino

Giacomo Matteotti cultore d’arte ferrarese in un ritratto inedito di Scardino

Un Giacomo Matteotti baldanzoso e appassionato, che scende in strada a testa alta tra i manifestanti avversi e che ama la pittura e la cultura fino a trasformarsi in guida per accompagnare operai e lavoratori ad ammirare i palazzi e i monumenti di Ferrara. È questo il ritratto inedito del politico, sindacalista e deputato italiano ucciso cento anni fa per le sue idee di libertà, tratteggiato dal critico d’arte Lucio Scardino. Questa immagine vivida e “fuori dagli schemi del martirologio” è stata tratteggiata in occasione dell’incontro su “Giacomo Matteotti estimatore dell’arte ferrarese”. L’appuntamento, che si è tenuto sabato 19 ottobre 2024 nella Sala Estense di piazza Municipio a Ferrara, rientrava nell’ambito della manifestazione Autunno Ducale. L’interesse per l’arte – ha spiegato Scardino – emerge visitando la sua casa natale a Fratta Polesine. È lì che lui ha subito notato, appeso in cucina, un dipinto di Giovanni Battista Crema: “Un paesaggio con un ponte di vago sentore divisionista eseguito dall’artista ferrarese attorno al 1920”.

Paesaggio di Giovanni Battista Crema dalla cucina di casa Matteotti, a Fratta Polesine

Da questo importante indizio è partito lo studio di Lucio su questi aspetti culturali meno scandagliati dalla storiografia, che fanno emergere con vivacità un personaggio storico e introducono anche aspetti inediti della vita culturale ed emotiva di Matteotti. Un’immagine piena di vitalità, capace di evocare un soggetto con la forza coinvolgente di una trasposizione cinematografica. A introdurre e arricchire l’incontro, la guida turistica Alessandro Gulinati, che si è detto “lusingato di avere avuto Matteotti come predecessore in questo mestiere”, in veste di padrone di casa di un incontro che rientra nella manifestazione organizzata con l’associazione Pro loco ferrarese, particolarmente attenta agli aspetti d’arte e cultura cittadina.

Locandina incontro su “Matteotti estimatore dell’arte ferrarese”

Arte e bellezza per Giacomo Matteotti – spiega Scardino – diventano uno degli strumenti di emancipazione e giustizia sociale, ma anche passione coltivata e condivisa con l’amata moglie Velia Titta. A testimoniarlo ci sono le lettere di una loro ininterrotta corrispondenza, che testimonia il forte legame di interessi e predilezioni, condivisi negli anni anche durante le tante trasferte e lontananze di lui, impegnato nella Prima Guerra mondiale ma anche in viaggio per l’Italia come militante del partito socialista.

Scardino ha ricordato il forte legame del politico italiano nato a Fratta Polesine (1885) e la città di Ferrara, che è stata il suo collegio di elezione come deputato per il mandato parlamentare dal 1919 fino all’anno della morte (1924). Dopo l’eccidio del Castello Estense, dove il 20 dicembre 1920 restarono uccise sei persone, Matteotti viene infatti mandato a Ferrara in veste di segretario della Camera del Lavoro cittadina, impegnandosi con audacia e in prima persona nella lotta antifascista. Scardino ha rievocato episodi in cui con audacia scende nelle strade di Ferrara e affronta, faccia a faccia, situazioni avverse. Un uomo di principi e di lotta senza paura, insomma, con l’immediatezza impavida del “fanciullino pascoliano”. Ma che non deve – secondo il critico d’arte ferrarese – far tralasciare il suo spirito di amante delle arti e di appassionato divulgatore culturale.

A testimoniare questo aspetto, c’è l’articolo pubblicato dal periodico del socialismo polesano “La Lotta” (23 ottobre 1920, pagina 3) su ‘La visita a Ferrara’: ‘Domenica scorsa i giovani socialisti di Polesella e San Pietro in Valle visitarono Ferrara. Ricevuti nel magnifico Castello Estense (…). Visitarono quindi la Cattedrale e gli affreschi del Palazzo Schifanoia. Il pomeriggio fu dedicato a Palazzo dei Diamanti e alla sua Pinacoteca, a San Cristoforo e alla Certosa; e furono ammirate Piazze, Corsi e Palazzi. Dappertutto la guida fu l’on. Matteotti”.

Nel 1920 – ricorda Scardino – Matteotti commemora alla Camera la morte di Gaetano Previati: un originale tributo e un invito a rivendicare a patrimonio nazionale la sua opera, che ne documenta l’ammirazione e la conoscenza diretta. Nonostante i gravosi impegni ministeriali e sindacali, secondo l’esperto d’arte “Matteotti si dedicò a questo approfondimento estetico soprattutto dopo il matrimonio con Velia Titta, autrice di poesie di gusto pascoliano e autrice di un paio di romanzi, come quello, rimasto inedito, dedicato a Ugo e Parisina”.

Madre su sfondo di periferia industriale
Altro particolare del soffitto – foto Roberto Targa

Giunto a Ferrara nel gennaio 1921 in veste di segretario della Camera del Lavoro, Matteotti in quel turbolento periodo avrebbe poi compiuto un singolare salvataggio di un’opera d’arte. “Si deve probabilmente a lui – conclude Scardino – la controsoffittatura della sala che allora era la sede della Camera del lavoro”, nel Palazzo Todeschi (o Tedeschi) che si trova in cima allo scalone di quell’angolo affascinante e misterioso di Ferrara che è piazzetta Bertolucci, adiacente a piazzetta Schiatti.

Scalone di Palazzo Todeschi, a Ferrara
Il portale d’ingresso – foto Roberto Targa

Questa decorazione superstite del tempo di Matteotti a Ferrara è stata quindi illustrata durante l’incontro, con la proiezione delle immagini realizzate dal fotografo ferrarese Roberto Targa. Un’opera di cui non c’era conoscenza, decorata sul soffitto da Ildebrando Capatti e Leone Caravita. Sulle volte della sala appaiono scene del lavoro, ma anche i simboli dei segni zodiacali, i volti dei padri del Socialismo e la messa in scena di un’ideale di buon governo. Insomma, una Schifanoia socialista decorata a tempera, con tanto di slogan ideologico che ne identifica la finalità: “Internazionale. Il Sole dell’Avvenire”.

Figure femminili su sfondo industriale
Lavoratori, soffitto Palazzo Todeschi
Corteo di lavoro – foto Roberto Targa

Una controsoffittatura ha tenuto l’opera nascosta fino al 1996. La copertura ha preservato l’opera dalla possibile distruzione dopo l’avvento fascista, con uno stratagemma che Scardino ipotizza vada attribuito a Matteotti stesso. La Camera fu soppressa e la sede venduta all’inizio del 1924. Il richiamo all’iconografia dei Mesi di Schifanoia ha destato il particolare interesse di Marco Bertozzi, direttore dell’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara, che in chiusura dell’incontro ha ipotizzato la possibilità di legami tra ambienti socialisti e massonici.

Fotoservizio di Roberto Targa

Ecco il reading di poesia di Ultimo Rosso:
Appuntamento alla Rotonda Foschini, 26 ottobre dalle 16 alle 18

“Le parole del silenzio”
Reading di poesia: sabato 26 ottobre, dalle ore 16 alle 18, alla Rotonda Foschini a Ferrara

Ascolta…il silenzio.
E’ un silenzio ondulato,
un silenzio,
dove scivolano valli ed echi
e che inclina le fronti
al suolo.
(Federico García Lorca)

Di letture collettive di poesia, denominate anche reading, come Associazione Culturale Ultimo Rosso  ne abbiamo fatte ormai parecchie. In diversi momenti dell’anno. Nel tempo, abbiamo modificato la forma. Da una versione diffusa tra centro e periferia del primo anno nel 2021, abbiamo sperimentato altre modalità, altre locations (diversi punti nel centro città; la Piazza Municipale assieme a gruppi di studenti dell’Istituto Einaudi; agli spazi verdi attorno al bar Paradiso Verde; alla Rotonda Foschini. In collaborazione con il giornale on line “Periscopio”, ARCI Ferrara e il negozio di dischi “Pistelli & Bartolucci”, anche il 26 ottobre prossimo saremo alla Rotonda Foschini dalle ore 16 alle ore 18. Sarà un Reading poetico collettivo aperto a tutti. Chi vorrà leggere una propria poesia, un proprio pensiero potrà farlo!

Il tema conduttore sarà “Il silenzio“. In una realtà quotidiana sempre più rumorosa dove il silenzio è quasi percepito come ingombro imbarazzante, ci incrociamo spesso coi silenzi imperfetti.
Ugo Volli ne mette insieme, ne sovrappone parecchi. “Il vuoto di discorso in una conversazione, la meditazione solitaria, la pausa dell’oratore, la rottura delle categorie comunicative in un’opera poetica che impegna al massimo della tensione il proprio linguaggio, il silenzio ostinato all’interno di una relazione sociale, la regola che proibisce la parola all’interno di grandi comunità monastiche, la pausa di “concentrazione” che un atleta o un attore si prendono prima della loro prova, il rifiuto di un prigioniero, la resistenza passiva di una città, tutti questi sono esempi della politica del silenzio, e della sua molteplicità”.

Sarà una proposta di condivisione del linguaggio poetico come forma di orientamento alla pace.
Tutte e tutti sono invitati a leggere e ascoltare!

 

 

E’ mancato Paolo Micalizzi, Giornalista, critico e storico del cinema

Questa è mancato Paolo Micalizzi, amico, socio e collaboratore del CDS, critico e storico del cinema.
Per ricordatlo riporto un breve riassunto della sua intensa attività, ripreso da “Ferrara e il suo Petrolchimico, volume 2°” del 2019 (pag. 506).
Recentemente Paolo era anche Responsabile del “Centro Documentazione Studi e Ricerche Cinema Ferrarese”.

Paolo Micalizzi, Giornalista, critico e storico del cinema.

Nato a Reggio Calabria nel 1938 viene assunto dallo Stabilimento Montecatini di Ferrara il 1° maggio 1959, svolgendo il compito, come diplomato in chimica, di assistente tecnico al Centro Ricerche nel settore della polimerizzazione e successivamente di assistente tecnico del Vice Direttore. Dal marzo 1969, entrato a far parte della Funzione Personale ha sviluppato attività di Relazioni Pubbliche per la Scuola Aziendale e per la Direzione dello Stabilimento organizzando iniziative culturali di P.R. ma anche per il Dopolavoro di cui è stato Presidente per una decina di anni e per l’Intercircoli aziendali che ha anche presieduto.

OSSESSIONE E IL NEOREALISMO (a cura di Paolo Micalizzi, 2023)

Per la Direzione, in modo particolare, ha curato anche le visite scolaresche e delle Autorità allo Stabilimento, i rapporti con la Stampa. È stato anche per un anno a Milano a curare il “Notiziario per il Personale” per lo Stabilimento di Ferrara e per altri di DIPE. Appassionato di giornalismo e di cinema sin dal periodo in cui viveva a Reggio Calabria, giunto a Ferrara ha iniziato a collaborare, dal 1959 e per circa un anno, come critico cinematografico del Quotidiano “Gazzetta Padana”, attività che poi nel tempo ha svolto anche per periodici specializzati nazionali: una decina, tra cui Giornale dello Spettacolo, Cinema d’Oggi, Cineclub (di cui è stato Direttore per 3 anni), Cinema International (di cui è stato Corrispondente per l’Italia).

Oggi, collabora con “Il Resto del Carlino” (ha iniziato nel 1969), tiene una Rubrica di cinema su “La Voce di Ferrara e Comacchio” ed è Direttore della Rivista online “Carte di Cinema”. Ha pubblicato una quindicina di libri sul Cinema ferrarese e sui suoi Autori, tra cui “Al di là e al di qua delle nuvole. Ferrara nel cinema”, “Là dove scende il fiume. Il Po e il cinema”, “L’Orlando furioso nel cinema italiano”, “Autori Fedic alla ribalta” (2 volumi) e monografie su Florestano Vancini, Gianfranco Mingozzi, Antonio Sturla, Massimo Sani, Ezio Pecora, Renzo Ragazzi. L’ultimo libro è “Giorgio Ferroni/Calvin Jackson Padget: dai documentari ai film di genere ed ai western spaghetti”. Ha avuto a Ferrara, il Premio della Camera di Commercio (1994), il Premio Stampa alla carriera (2009) ed il Premio Carlo Rambaldi.

Negli ultimi tre anni ha ricevuto alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, tre importanti Premi della critica. Ed in questa importante Mostra organizza da 25 anni il Premio Fedic e da 23 il Forum Fedic.

 

Una intervista di Paolo Micalizzi sulla sua attività di critico cinematografico e di appassionato di cinema.

 

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Per certi versi / La vita di una parola

La vita di una parola

L’essenza
Di una parola
Vive tre volte
La prima
Sì genera
La seconda
Esce dalle labbra
La terza insegue
L’eco
Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Sabato 26 ottobre, le città d’Italia in piazza:
“Fermiamo le guerre, il tempo della Pace è ora”

 

Presentata oggi in una conferenza stampa online la Giornata di mobilitazione nazionale “Fermiamo le guerre, il tempo della Pace è ora”. Sabato 26 ottobre 7 piazze italiane (come i colori di un arcobaleno pacifista) grideranno a gran voce le proposte della società civile che chiede percorsi di pace, disarmo, giustizia sociale e climatica.

In un contesto internazionale sempre più militarizzato e segnato da guerre, sofferenze e scelte politiche senza investimenti reali in diplomazia, è essenziale dire insieme: “Basta con l’impunità. Basta con  la complicità. Basta con l’inazione”.

La modalità di mobilitazione scelta dalle cinque Reti promotrici della Giornata (Europe for Peace, Rete italiana Pace e Disarmo, Fondazione PerugiAssisi per la cultura della pace, AssisiPaceGiusta, Sbilanciamoci) vede l’organizzazione di manifestazioni su tutto il territorio nazionale, per raccogliere e rendere evidente come la grande maggioranza dell’opinione pubblica italiana voglia un cambio di rotta delle istituzioni nazionali ed internazionali: le guerre che devastano il mondo devono essere fermata, per iniziare a costruire un tempo della Pace possibile. Ora.

Nella giornata di sabato attivisti e membri delle oltre 300 organizzazioni che hanno dato la propria adesione alla Giornata, insieme a tante cittadine e cittadini preoccupati delle situazioni che stiamo vivendo, si ritroveranno nei cortei in preparazione a Bari, Cagliari, Firenze, Milano, Palermo, Roma e Torino. Dal mattino al pomeriggio grazie agli interventi previsti nelle piazze e sui palchi verranno rilanciati i contenuti della Piattaforma di convocazione della Giornata. Un vero e proprio elenco dei temi fondamentali e cruciali per costruire una prospettiva di Pace: da qui si partirà per campagne e azioni quotidiane della società civile italiana.

Il nostro lavoro non si limita alla Giornata di Mobilitazione, che è invece segno e strumento di una larga convergenza su proposte e richieste di Pace, Disarmo e Nonviolenza che le istituzioni italiane ed europee non possono più ignorare. Perché non si possono più ignorare i troppi morti e le tante distruzioni che caratterizzano le decine di guerre (non solo le più visibili) in corso nel mondo.

 

Rete Italiana Pace e Disarmo
La Rete Italiana Pace e Disarmo nasce il 21 settembre 2020 dalla unificazione di due organismi storici del movimento pacifista e disarmista italiano: la Rete della Pace (fondata nel 2014) e la Rete Italiana Disarmo (fondata nel 2004). Entrambe le reti hanno potuto contare fin dalla loro fondazione sul sostegno di decine di associazioni, organizzazioni, sindacati, movimenti della società civile italiana. Lo scopo è quello di creare insieme la pace a partire dall’unione delle nostre forze, degli obiettivi comuni, per rafforzare e far crescere il lavoro collettivo per la pace ed il disarmo.

 

 

Superbonus

Superbonus: una retrospettiva, tra meriti e disastri

Superbonus: una retrospettiva, tra meriti e disastri.

 

Richiamo quanto avevo scritto in aprile 2024, aggiungendo nuove considerazioni emerse dal fatto che il Superbonus ha contribuito (fonte Corte dei Conti) per il 93% alla crescita reale del 2021 e che ha consentito un aumento degli occupati e del Pil con i seguenti effetti:

  1. inflazione (che tutti i Governi hanno sempre usato per ridurre il debito pubblico)
  2. aumento degli occupati (che pagano imposte)
  3. revisione in aumento Istat del nostro PIL

Così questo Governo potrà disporre di 50 miliardi aggiuntivi di spazio fiscale così distribuiti: 9 miliardi nel 2025, 15,5 miliardi nel 2026, 25,6 miliardi nel 2027. Ecco perché si permette di chiedere poco alle banche come extraprofitti (e nulla alle società energetiche), perché sa che potrà disporre di un “tesoretto” che nessun Governo ha mai avuto. Non male per chi (Meloni) aveva dichiarato che il Superbonus aveva creato un “enorme buco di bilancio”. Ciò conferma che politiche “keynesiane” di spesa pubblica (se ben fatta) siano positive per sviluppo e crescita dell’occupazione. Ciò non significa che la misura del Superbonus non potesse essere disegnata meglio, escludendo per esempio dagli incentivi i 5,6 milioni di seconde case, favorendo i ceti meno abbienti (e non i più ricchi com’è avvenuto), dando meno incentivi (70%?) in modo che anche i privati controllassero i prezzi, più le altre critiche che anche noi abbiamo fatto. Della serie: bisognerebbe prima sperimentare in alcuni Comuni e poi, fatte le correzioni di cui sempre necessitano le sperimentazioni, promulgare una legge nazionale. Ma ciò contrasta con gli interessi elettorali dei partiti, per cui le sperimentazioni non si fanno mai. Da un lato il Governo Meloni incassa questo tesoretto di 50 miliardi, dall’altro dovrà spiegare ai suoi elettori che sta facendo una politica economica allineata a quella del Governo Draghi, che più che favorire lo Stato favorisce i grandi privati vendendo azioni delle aziende pubbliche (Eni, Enel, Poste, Ferrovie,…) per incassare più soldi possibili, ma vendendo parte dei gioielli di famiglia che erano di proprietà dello Stato. Ma non era “sovranista”?

A criticare il Superbonus sono ora quasi tutti, ma all’inizio tutte le forze politiche erano favorevoli in quanto in condizioni di recessione (2020) il rilancio dell’edilizia ha effetti moltiplicatori anche sugli altri settori. Misure radicali finanziate dal debito pubblico sono auspicabili ma devono essere fatte ovviamente con discernimento. Anche Keynes, che ne descrisse l’importanza anche a costo di impiegare i disoccupati a “scavare delle buche”, era certamente favorevole a costruire ferrovie o alloggi popolari piuttosto che scavare semplicemente delle buche per terra.

Avevamo sollevato molte perplessità su una misura che fino ad ora è costata allo Stato 122,6 miliardi di euro di detrazioni fiscali a favore di 495mila edifici (tra condomini e case singole o plurifamiliari) e che ha generato alcune centinaia di migliaia di occupati e una crescita del Pil. Gli edifici coinvolti sono stati il 4,1% del totale. Non sappiamo quanti interventi siano stati fatti sulle seconde case ma, tramite la Corte dei Conti, sappiamo che in base alle dichiarazioni dei redditi Irpef relative all’anno di imposta 2021, le detrazioni hanno interessato solo il 5,6% dei contribuenti con meno di 40mila euro, il 57% tra 40 a 150mila e il 37% di quelli con oltre 150mila euro. Una manovra quindi regressiva, nel senso che a beneficiarne sono stati soprattutto i più ricchi.

Scrive CGIA: “Se lo Stato avesse investito questi 122,6 miliardi per realizzare alloggi pubblici ad un costo ipotetico di 100mila euro cadauno, potremmo contare su 1,2 milioni di nuove unità abitative. Pertanto, in linea puramente teorica, avremmo potuto demolire tutte le 800mila case popolari presenti in Italia, molte delle quali versano in condizioni fatiscenti, e ricostruirle con tecniche innovative e con classi di efficienza energetica elevate e disporremmo di 400mila alloggi pubblici in più di quanti ne contiamo adesso”. Ciò spiega la stretta in atto del Governo che spalma su 10 anni le detrazioni e le critiche dell’Europa per un provvedimento giudicato pessimo (“all’italiana”).

Secondo il Censis, le famiglie che abitano in alloggi popolari sono 3,5 milioni di persone e se fosse stato fatto a favore di queste persone povere sarebbe stato certamente un ottimo intervento. Invece è stata una sorta di Robin Hood al contrario: ha tolto ai poveri per dare ai ricchi. “Ha tolto”, nel senso che con una spesa di oltre 122 miliardi, nei prossimi anni sarà difficile far quadrare i nostri conti pubblici, in quanto si pregiudica la possibilità di reperire nuove risorse aggiuntive da destinare alla sanità pubblica, all’edilizia sovvenzionata, al contrasto della povertà e dell’esclusione sociale (quest’ultima dichiarazione del Censis, in corsivo, è sbagliata alla luce dei notevoli vantaggi derivanti proprio dalle entrate fiscali e dalla crescita del PIL).

Dati sicuri non ci sono ma pare che anche i risultati ottenuti sotto il profilo ambientale (abbattimento delle emissioni di CO²) siano molto contenuti. Tra il 2021 e il 2022 gli investimenti in edilizia residenziale sono aumentati del 60% e poiché la quota sul Pil nazionale del settore delle costruzioni è poco meno del 6%, il contributo del Superbonus alla crescita della ricchezza del Paese in questo biennio dovrebbe essere stato di circa 1,8 punti, di cui 1,2 nel primo anno (su 7 punti di crescita totale) e circa 0,7 nel 2022 (su 3,8 punti complessivi). Il numero degli occupati nel settore in questi ultimi anni, invece, ha subito un deciso aumento. Non poteva del resto essere altrimenti, con un investimento di oltre 122 miliardi di euro in cui abbiamo “drogato” il mercato, facendo esplodere la domanda e, conseguentemente, anche gli occupati in edilizia ma anche i prezzi (alle stelle) degli altri lavori in edilizia. Ora che il ricorso al Superbonus sta “scemando”, gli occupati di questo settore stanno diminuendo.

Anche in questo caso sarebbe opportuno fare una retrospettiva dei maggiori errori che, a mio avviso, sono stati:

1) quello di eliminare qualsiasi forma di partecipazione dei beneficiari al costo (che avrebbe determinato un controllo e contenimento dei prezzi dal basso);

2) includere anche le seconde case;

3) esagerare col bonus (che poteva fermarsi al 60-70%, differenziato in base al reddito del beneficiario e alla tipologia della casa);

4) non indicare sin dall’inizio una detrazione di 10 anni, e non 4;

5) non favorire i condomini e le case dei più poveri, con benefici anche in base al reddito;

6) non lasciare la misura per più anni, evitando così di ingolfare il settore e far salire alle stelle i prezzi.

Venuto meno il contrasto di interessi tra cliente e costruttore, c’è stato infatti un aumento a dismisura dei prezzi delle materie prime e dei prodotti/servizi correlati, con una ricaduta sui costi di costruzione degli edifici residenziali del tutto ingiustificata e con conseguenze molto negative anche sugli appalti pubblici e tutte le altre costruzioni non agevolate. L’impennata dei costi di moltissimi materiali sta imponendo ora una revisione dei prezzi per un gran numero di opere pubbliche già cantierate, causando alla Pubblica Amministrazione enormi difficoltà ad adeguarsi per il deciso aumento del costo dell’opera e in molti casi provocando il rallentamento o addirittura la sospensione dei lavori nei cantieri. In molti casi il costo delle opere pubbliche oggi è  per un terzo superiore a quello di 3-4 anni fa.

 

L’aggravio burocratico, comprensibile per un ammontare così elevato di fondi gratuiti a singoli cittadini, ha creato frodi per 15 miliardi, di cui 8 sono stati recuperati. Ogni intervento è costato mediamente 247mila euro: si va dagli oltre 400mila euro in Valle d’Aosta ai 183mila della Toscana. Le regioni che l’hanno usato di più sono ovviamente quelle più ricche e, al loro interno, le famiglie più abbienti. I valori medi (247mila euro di detrazione in Italia) comprendono tutti gli immobili ovvero sia i condomini, per i quali l’importo medio è più elevato (in Italia 593mila euro), sia edifici unifamiliari di singola proprietà (in Italia 117mila euro), sia unità immobiliari indipendenti ma dotate di almeno 3 proprietà (in Italia 98mila euro).

 

 

PAOLO MONTI a cinquant’anni dal censimento fotografico di Ferrara.
Convegno a Palazzo Bonacossi, sabato 19 ottobre ore 9,30

PAOLO MONTI a cinquant’anni dal censimento fotografico di Ferrara

Convegno a Palazzo Bonacossi  – Sabato 19 ottobre 2024  ore 9:30   

Sabato 19 ottobre 2024  ore 9:30 si terrà presso Palazzo Bonacossi  il Convegno: ”PAOLO MONTI a cinquant’anni dal censimento fotografico di Ferrara”.

L’iniziativa promossa dal Comune di Ferrara, dai Musei di Arte Antica e dall’Accademia d’Arte Città di Ferrara APS vedrà la presenza di studiosi e professionisti che, nelle rispettive competenze, hanno collaborato o interagito con l’opera di Paolo Monti.

L’introduzione del Convegno sarà dell’Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara Marco Gulinelli e di Ethel Guidi Dirigente del servizio Musei d’arte poi si avvicenderanno: Silvia Paoli, Benedetta Cestelli Guidi, Piero Orlandi, Luca Massari, Pierluigi Cervellati e come moderatore Ulrich Wienand dell’Accademia d’Arte Città di Ferrara APS. In questa sede sarà possibile vedere il video: “Paolo Monti fotografa Ferrara 1974” (15 min.) di Paolo Ravenna.
Il programma del convegno:

A conclusione del Convegno la Galleria del Carbone (via del Carbone 18/A) effettuerà un’apertura straordinaria della mostra “Paolo Monti e Ferrara: 50 anni dal censimento fotografico del Centro Storico”. 

Periscopio ha già recensito nei giorni scorsi la magnifica mostra della Galleria del Carbone: vedi Qui

In copertina: Via Terranuova (foto Paolo Monti)

 

 

Partire da qui di Stefano Modeo una nota critica

“Partire da qui” di Stefano Modeo: una nota critica

Partire da qui di Stefano Modeo: una nota critica

È sfuggito alla cronaca, come è normale, la presentazione dell’ultima raccolta poetica di Stefano Modeo.

È normale perché è nella norma considerare la poesia o, davvero, “solo poesia” (come, per dire: “roba nella mente degli angeli”), oppure solo “parolume” autoreferenziale, così inflazionato e pervadente da non potergli stare dietro e credergli.

Tanto più e comunque sapendo che alla cronaca sfuggirebbe sempre l’essenziale.

Ed è proprio per questo …”sfuggire sfuggente” che l’essenziale resta sempre e solo immaginato.

Così già durante la presentazione ferrarese della sua raccolta, Partire da qui (Interno Poesia, 2024), nel mese (eliotiano) di Aprile si poteva immediatamente immaginare la “fortuna” del poeta in questione, catturandone l’essenzialità dello sguardo.

È stato Wallace Stevens a parlare in termini “pratici” di questo sguardo, quello dell’angelo invisibile che “annuncia ai pastori non una nascita divina ma una rivelazione terrestre”; lo sguardo dell’angelo della realtà che si limita a indicare la strada: l’angelo necessario che fa rivivere, il mondo, nello sguardo della poesia.

Qui terminerebbe questa modesta nota critica che , come si capisce, critica non è e, in quanto “nota”, non può che predisporre e condurre alla musica. Quella dei versi. E a questi arriveremo dopo alcune necessarie righe di … critica alla critica poetica.

Parlare di un poeta è un compito ingrato in quanto: e quello che si sa scrivere su di loro è, nella maggior parte dei casi, superfluo” [Hannah  Arendt, Il futuro alle spalle, Il Mulino, 2011].

Al poeta in quanto “…testimone dell’onestà, spetta il compito di forgiare le parole con le quali dobbiamo vivere”.

È sul poeta che pesa, consapevolmente o meno, la responsabilità di sondare il presente, inviando uno stesso identico segnale (la parola) per ricevere un’eco di ritorno (la cosa), anche quando la pesantezza (per dire gravità) del momento è tale da impedire l’esercizio stesso di un canto poetico e di rinunciare a una sua elaborazione, relegando quel che resta della nostra “umanità” a una “cieca” obbedienza (a volte incivile perché costretta).

I poeti esistono per essere citati è un verso di Auden.

Il poeta inglese, attraverso questo verso, denunciava una “triste realtà della nostra cultura”, secondo la quale un poeta riesce a farsi conoscere e ad avere successo molto di più scrivendo o parlando della propria arte piuttosto che praticandola. E così un poeta correrebbe il rischio di “perderla”, l’arte di scrivere poesia, proprio a furia di parlarci e scriverci sopra.

Costretto da poeta a svolgere il ruolo di critico, Auden così riassunse il suo ideale di “critica letteraria”: “…qualsiasi critico coscienzioso sa perfettamente che, dovendo recensire in uno spazio esiguo l’ultimo libro di versi, presentare una serie di citazioni astenendosi da ogni commento sarebbe l’unica soluzione onesta: se però lo facesse davvero, il suo direttore direbbe che non si guadagna lo stipendio”[W. H. Auden, La mano del tintore, Adelphi, 1999].

[NdA: Il direttore di questo web magazine non lo potrebbe dire (mancando il…nome della cosa) e in ogni caso, potendolo, non lo direbbe mai. Ne sono sicuro 😊.]

E allora, ciò detto, ecco la mia quote critica su Partire da qui di Stefano Modeo vincitore del Premio poesia Città di Legnano Tirinnanzi per la sezione Opera Prima o Opera di Giovane Poeta:

Risale per le vie una verità
un risentimento delle case,
delle strade. Ma la speranza
non si prende i suoi torti,
restiamo ostili con desiderio
se il vento riprende, nostro tormento.

[da Due mari, pg.11]

 *******

 Seduti con le ginocchia nere,
non sanno cos’è un bosco di faggi,
né come fugge una volpe.
Ma in questa, di foresta,
sono come uccelli…

[da Nel vicolo, pg.13]

 *******

Ma loro non cedono al tempo
che vogliono. Piuttosto
con un tuffo restano fedeli
a quella loro limpida sapienza.

[da La tartaruga, pg.15]

*******

Dimmi se può venire
Una parola ancora
Che sappia descrivere
Il percorso della spigola
Che si caccia sulla riva,
perché se lei parla
ti prego dice,
lasciami andare.

[da Lasciami andare, pg. 27]

 *******

All’orizzonte minuscole vele
procedevano lente come coltelli


                                                   Dal margine
È più semplice immaginare di andarsene.

[da  Diario dell’inconscio, pg. 28]

 *******

Mio padre in mare si allontana
E pensa che solo il numero
Delle bracciate importi
E non quando dovrà tornare.

[da Mio padre in mare si allontana, pg 32]

*******

Proteggi lui che incespica
e sospendi ogni giudizio
ora che guadagna il silenzio,
viaggio dopo viaggio.

[da Preghiera per il figlio, pg. 38]

*******

Ora mentre fuori la tramontana
spinge i remi di una galea,
la città vuole rifare le sue strade
ma nessuno sembra capire né avvertire
sotto i colpi alle ginocchia, alle caviglie
che è già ridotta in polvere di conchiglie.

[da Noi siamo dove non ci vedete, pg. 61]

*******

…       Cosa aspettiamo a dirci addio?
Quando finisce la guerra può l’uomo
forse con più facilità tradire la terra?
Faccio testamento, depongo lascia:
mare, restituiscimi le braccia
a questa riva mi sono abituato
a non amare a non sentirmi amato.

[da Ulisse sulla spiaggia, pg. 66]

*******

Noi siamo l’aldilà della natura
espulsi con lo sguardo, assaliti
dalle frenesie. Qui non esistiamo,
come migliaia di piccoli tentativi
che scongiurano il vuoto dopo di sé.

[da I monti, pg. 73]

*******

Da lei ho imparato a seguire
l’avanzare delle stagioni sui rami,
attendere l’ultima partenza del glicine,
le prime infiorescenze del pruno.

[da Nel giardino, pg. 75]

______________________________

Stefano Modeo (Taranto 1990) vive e lavora come insegnante a Treviso. La Terra del Rimorso (ItalicPequod, 2018 è la sua opera prima. Ha curato le antologie di poesie di Raffaele Carrieri Un doppio limpido zero (Interno Poesia 2023) e di Pasquale Pinto La terra di ferro e altre poesie. 1971-1992 (Marcos y Marcos, 2023). È coautore del libro Conversazione (Industra&Letteratura, 2023) insieme a Paolo Febbraro. Compare nel volume collettivo Poesia contemporanea. Sedicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2023); nelle antologie Abitare la parola-Poeti nati negli anni ’90 (Ladolfi, 2019) e in I cieli della preistoria. Antologia della nuovissima poesia pugliese (Marco Saya, 2022). Fa parte della redazione della rivista di poesia Atelier e della redazione del blog Universo poesia-Strisciarossa. Si occupa di poesia italiana contemporanea per la rivista di critica letteraria norvegese Krabben-Tidsskrift for poesikritikk.

 

Per leggere gli articoli di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

 

 

Limbo giuridico:
90 mila migranti in attesa da 4 anni del permesso di soggiorno

Limbo giuridico. Permessi di soggiorno, 90 mila migranti in attesa da 4 anni.

I dati sono quelli che emergono dal dossier della campagna Ero straniero per valutare l’efficacia della misura introdotta circa quattro anni fa e che evidenziano “gravissimi ritardi da parte della pubblica amministrazione” e “i limiti del ricorso periodico a tale misura emergenziale”. I numeri sono aggiornati al 30 giugno 2024 e relativi allo stato delle domande presentate tra giugno e agosto 2020 da parte degli uffici coinvolti nella procedura.

Danesh Kurosh, responsabile dell’Ufficio immigrazione della Cgil, ricorda che il provvedimento sulle regolarizzazioni nasce in un periodo, quello della pandemia da Covid-19, che aveva fatto emergere il ruolo che hanno i lavoratori domestici, motivo per il quale “quella regolarizzazione aveva un peso, c’era un’evidente esigenza”, volendo inoltre “incentrare su questo tipo di assistenza il welfare italiano”. 

A quel tempo la Cgil, insieme a Cisl e Uil, “aveva previsto una piattaforma nella quale si chiedeva una regolarizzazione in modo particolare per il lavoro domestico, proprio per la particolarità di quel periodo, ma il rimedio a quella esigenza è stato gestito malissimo” .

“Il problema – prosegue Kurosh – è nella macchina burocratica e amministrativa che fa acqua ovunque. Nel dare una risposta alle domande di regolarizzazione avanzata i tempi sono stati lunghissimi, la cittadinanza ha un tempo di attesa di due anni, che però possono diventare tre o quattro”.

Anche il rinnovo del permesso di soggiorno per chi non ha usufrutto della sanatoria ha tempi lunghissimi, lo stesso per i ricongiungimenti familiari: “La Cgil – dice Danesh – ha promosso azioni comuni che richiamano una class action. Uno strumento, però, che in Italia ha una sua particolarità, vale a dire che l’esito della class action vale esclusivamente per chi presenta i ricorsi e non per tutti coloro che stanno nelle stesse condizioni”.

“Siamo di fronte a un disastro complessivo, che nasce da una logica che possiamo definire ‘più guadagno con meno spese’. Se guardiamo i dati demografici, ci accorgiamo che senza la presenza degli immigrati la società italiana si troverebbe in grande difficoltà, conclude Kurosh: “C’è un bisogno molto pronunciato del loro lavoro in alcuni settori, da quello della cura all’edilizia, ma anche nell’amministrazione pubblica. Dicono che i soldi non ci sono, ed è il primo argomento che viene preso in considerazione in termini di risposta da una parte delle istituzioni”. 

In copertina: foto da stranieri.it

Parole a capo /
Evaristo Seghetta Andreoli: alcune poesie da “Il geranio sopra la cantina”

“Alle volte è dentro di noi qualcosa
(che tu sai bene, perché è la poesia)
qualcosa di buio in cui si fa luminosa
la vita: un pianto interno, una nostalgia
gonfia di asciutte, pure lacrime. ”
(Pier Paolo Pasolini)

Ringrazio Evaristo Seghetta Andreoli per aver autorizzato la pubblicazione in “Parole a capo” di alcune sue poesie.

 

Assapora molti tipi di rosso
la giovane inglese di grigio fumo
vestita, già abbronzate le gambe

al sole latino, dopo un Bolgheri
mi sorride, labbra rosso rubino
come sangue, come sole al tramonto

come il geranio sopra la cantina.

 

*

 

Preghiamo che il nostro stato di grazia
perduri senza fine, che oltrepassi
il confine breve dell’esistenza.
Non è così male se ci sorprende
con l’evento oramai inaspettato
con la felicità data al soldato
dalla guerra finita, abbandonato
il fucile, ora che la vita ci offre
uno specchio nuovo, il ritorno della
purezza, perché la bellezza vera
penetra nel cuore senza riserve
semplicemente penetra.

 

*

 

Ora mi sono abituato a visioni
di corto raggio, di breve gittata.
Ho capito tardi che si può anche
procedere senza lanci stellari.

Vivo così, di poco e anche di tanto:
di un suo sorriso e di occhi ricolmi
di felicità. Vivo per poche ore
a settimana e nella mia mente
balzana nascono fiori impazziti
che profumano di filosofia.

Rifletto un po’ su come riprendere
la via usata, la mia, la nostra
già sprofondata nel non senso poi
rifiorita così per caso dietro
a un dipinto di un profilo olandese,
per un collo fiammingo che cattura
gli occhi e meraviglia ancor più lo sguardo
anche ora che sta calando la sera.

 

*

 

Ho innaffiato le rose gialle, il pesco
e la siepe ormai poco verde della
mia fantasia con acqua fresca
attinta dal pozzo scavato nella
roccia viva che non si sfalda. Troppa
bellezza stordisce, non siamo pronti
per l’impatto con l’assoluto
scivoliamo nella strettoia della
limitatezza. Un petalo di rosa
e una carezza è ciò che resiste,
fragile stelo della poesia.

 

*

 

Sono un cocktail di tutto, una miscela
di storia, un vuoto di memoria dentro
al buio del non senso: richiedevo
le carezze da un corpo senza mani.

 

Sono strani i desideri senili
che pretendono la luna nel secchio.
E pensare che sono troppo vecchio
per cambiare pozzo o cambiare luna.

 

Occorre tanta fortuna nelle notti
in cui brillano solo gli occhi dei gatti,
quando il buio respira di nero
e i lampioni distratti in fila indiana
illuminano la fine delle illusioni.

 

*

 

Quanto è pesante questa stagione
con le sue guerre, il suo frigore,
con i suoi virus scorrazzanti, i prezzi
fluttuanti, e questo peso in fondo al cuore
che non va più via.

 

Perché non mi abbandoni tempo infausto?
Già sono esausto e di cattivo umore.
Ma il benzinaio egiziano mi ha fatto
dono di un amuleto a suo dire
appartenuto a Nefertiti (forse
Made in China o in Haiti). Le proprietà
taumaturgiche, evitano rovina
e scacciano i pensieri neri.

 

Ci voglio credere. Chissà che questo
ragazzo giunto col barcone sia
il tramite tra noi e gli dei del Nilo?
Ci voglio credere e spero nei mesi
del colore, del calore e anche della
felicità.

 

*

 

Tutti i gatti hanno paura dei botti
mi sarebbe piaciuto il palindromo
come quello “i topi non avevano
nipoti” ma qui non si torna indietro
ai gatti scoppia l’udito e il cuore.

 

Essi hanno il terrore del botto come
del rombo del tuono, del suono acuto
dello squillo improvviso che scuote anche
il Paradiso Terrestre, creato
e tramandato, forse tramontato,
finché l’uomo nel suo furore
futurista non aprisse la pista
al fragore incontrollato.

Così insonorizzo la legnaia,
le fascine a proteggere le cucce
di cartone, vicine alle bottiglie
di Malvasia, poi il telo di versi,
il filtro fatto solo di parole,
e l’eloquente silenzio della
poesia.

 

Evaristo Seghetta Andreoli è nato nel 1953 a Montegabbione, in provincia di Terni, dove vive. Le sue raccolte di versi: I Semi del Poeta (prefazione di Patrizia Fazzi, Polistampa, 2013), Morfologia del Dolore (prefazione di Carlo Fini, Interlinea, 2015, Premio Confindustria Rovigo), Inquietudine da Imperfezione (prefazione di Franco Manescalchi e Giuseppe Panella, Passigli, 2015, Premio Mario
Luzi), Paradigma di Esse (prefazione di Franco Manescalchi e Carlo Fini, Passigli, 2017, Premio Certamen Apollinaris Poeticum Università Pontificia), In tono minore (Passigli, 2020), Il geranio sopra la cantina (Puntoacapo Editrice, 2023). È presente in varie riviste e in antologie italiane e straniere.

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 252° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

UNA NUOVA FRONTIERA INTERNA ?
Migrazioni verticali e cambiamenti climatici nella metromontagna italiana
 Giornata di Studi, 22 ottobre 2024 – ore 14:30, Roma

                             

UNA NUOVA FRONTIERA INTERNA?

Migrazioni verticali e cambiamenti climatici nella metromontagna italiana

Giornata di Studi 

22 ottobre 2024 – ore 14:30
Palazzetto Mattei in Villa Celimontana – via della Navicella, 12 – Roma

La giornata di studi, promossa dall’Associazione Riabitare l’Italia in collaborazione con la Società Geografica Italiana e con Donzelli Editore, si propone di sviluppare una discussione transdisciplinare a partire dal volume “Migrazioni Verticali. La montagna ci salverà?”, a cura di Andrea Membretti, Filippo Barbera e Gianni Tartari (2024).

La scelta di lasciare le città – in modo definitivo o intermittente – e di andare a vivere in aree montane e interne, sta emergendo come un fenomeno interessante, ancorché quantitativamente limitato, nel nostro paese. Tra i fattori che spingono in questa direzione si evidenziano la diffusione del lavoro a distanza e l’affermarsi di immaginari positivi associati alla montagna, per certi versi colta e rappresentata come una “nuova frontiera”.

In un contesto di cambiamenti del clima e aumento globale delle temperature, le aree montane alpine e appenniniche iniziano infatti ad essere percepite e agite come un’alternativa alla situazione di crisi socioeconomica ed ecologica delle grandi città: in questo modo, esse vengono caricate di significati simbolici e di aspettative sociali – non prive di contraddizioni – contribuendo a delineare i tratti di una nuova mobilità umana, che si caratterizza per essere (anche) climatica e “verticale”.

Con un approccio trasversale – tra sociologia, geografia, demografia, psicologia e climatologia – e sulla base dei dati originali raccolti nel 2023 tramite il progetto di ricerca MICLIMI (“Migrazioni Climatiche Interne nella Metromontagna padana: www.miclimi.it) il volume “Migrazioni verticali” traccia le caratteristiche principali di questo fenomeno, mostrandone ragioni, prospettive, vantaggi e criticità, anche grazie al lavoro sul campo e al dialogo con le comunità e con i nuovi residenti.

La giornata di studi offre l’occasione per presentare quanto raccolto nel volume e per interrogarsi collettivamente sulla possibilità che le nuove forme della migrazione verticale e climatica possano favorire l’emersione di una inedita frontiera dell’abitare metromontano, tutta interna al Paese anche se proiettata sui suoi margini.

Il Programma

14:30 – 15:00 Introduzione

Carmine Donzelli, Riabitare l’Italia, Presidente

 

15:00 – 16:00 Tavola Rotonda di presentazione del volume “Migrazioni verticali. La montagna ci salverà?”

Alessandra de Renzis, Riabitare l’Italia

Silvia Di Gennaro, Euclipa.it

Andrea Membretti, Riabitare l’Italia

Daniele Panzeri, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) Paolo Piacentini, Autore esperto d’Appennino

 

Modera Filippo Santelli, La Repubblica

 

16:00 – 17:00 Contributi al dibattito

Mauro Varotto, Università degli Studi di Padova

Barbara Staniscia, Università degli Studi di Roma La Sapienza Francesca Impei, Società Geografica Italiana

 

17:00 – 17:30 Conclusioni

Claudio Cerreti – Società Geografica Italiana, Presidente Sabrina Lucatelli – Riabitare l’Italia, Direttrice

 

Con il patrocinio di: IOM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – Re-Place, un progetto Horizon Europe di Sapienza Università di Roma

 

 

Se il capitalismo deregolato americano ed europeo avvantaggia la Cina

Se il capitalismo deregolato americano ed europeo avvantaggia la Cina

La Cina finché non è entrata nel WTO (World Trade Organization, Commercio Mondiale) nel 2001 era un paese poverissimo. Crollata l’URSS nel 1991 e a lei applicati dagli esperti (repubblicani) di Clinton 10 anni di liberismo (con la complicità di Eltsin) che hanno impoverito i russi in modo impressionante al punto che le maestre elementari vendevano giornali pornografici nel metrò di Mosca per sopravvivere, si è aperta l’ascesa di Putin, che oggi raccoglie un consenso attorno all’80% in patria, in quanto ha riportato non solo occupazione e benessere in Russia ma quel “rango” di potenza mondiale che era sparito negli anni di Eltsin.

Francis Fukuyama scriverà “La fine della storia” nel 1992, con l’idea (che si rivelerà errata) che con la vittoria del liberismo, gli Stati Uniti sarebbero diventati padroni anche dell’altro mondo (quello ex comunista) e potuto esportare il proprio modello liberale ovunque nel mondo. De-localizzando molte produzioni in Cina, dove il costo del lavoro era 20 volte più basso di quello made in Usa, le multinazionali americane, avrebbero fatto una montagna di profitti e, in effetti, è stato così, se si pensa che Apple nel 2021 ha guadagnato in un anno più che in tutti i 30 anni precedenti.

Non si era valutato però che i cinesi (come i giapponesi) sono bravi a copiare e che presto si sarebbero appropriati non solo della conoscenza di alcune tecnologie occidentali ma, sfornando 5 volte ingegneri, matematici e fisici, etc. di europei e americani, avrebbero potuto superare Stati Uniti e Europa in molti settori e conquistare alcune leadership tecnologiche rese oggi ancora più efficaci per via del controllo della grande maggioranza (80%) delle materie prime rare (o critiche) essenziali per l’innovazione tecnologica e l’Intelligenza Artificiale.

Così la Cina ha già oggi (in termini di potere d’acquisto) un PIL maggiore di quello Usa e un mercato interno (di 500 milioni di cinesi) con un reddito analogo a quello dei 340 milioni di americani.

I politici americani non hanno saputo resistere alle pressioni delle lobby di multinazionali e banche (finanza) per avere ancora più profitto, mentre i politici cinesi (che non sono certo liberali) regolano duramente imprese e banche cinesi impedendo ogni trasferimento di capitali e ricchezza fuori dal paese. Ne sa qualcosa Jack Ma, il capo di Alibabà (l’Amazon cinese) che voleva far entrare capitali occidentali in Alibabà e che è stato prestamente ridimensionato dal potere politico cinese (si “è dedicato” alla filantropia), così come tutte le joint venture con le imprese occidentali sono a maggioranza cinese e il risparmio dei cinesi finisce nelle banche cinesi.

Adesso ci risiamo con l’Europa e con Stellantis che, in crisi strategica, ha acquistato il 20% di Leapmotor (una piccola automotive cinese), che produrrà 500mila auto cinesi elettriche (ed extended range) a Tychy in Polonia (nella fabbrica ex Fiat) da fine 2024 e le venderà in tutta Europa, bypassando così i dazi che l’Europa metterà presto sulle auto cinesi.
In tal modo Stellantis guadagna come produttore solo il 20% (tanto è la sua quota in Leapmotor) e una parte come “commerciante”. La politica europea non può farci niente perché siamo paesi liberali e la libera concorrenza deve stare al di sopra di tutto. Così potremo comprare anche in Italia il modello elettrico Leapmotor T03 a 19mila euro che è molto più basso della Citroen e-C3 venduta a 23.900 euro o di Dacia Spring.
Poi arriverà anche il Suv Elettrico C10 di Leapmotor al prezzo di 36.400 euro, in quanto pare che Stellantis abbia fatto un accordo per vendere tutte le Leapmotor fuori dalla Cina tramite una società in cui è in maggioranza (51%), lasciando in minoranza i cinesi (49%). Stellantis diventa così un “commerciante” in cui guadagna la metà dei cinesi che rimangono però i proprietari della produzione e delle innovazioni tecnologiche.

Non è escluso che avvenga quello che la Fiat e le case americane facevano decenni fa nei paesi del “terzo” mondo, cioè rimontare pezzi propri insieme ad alcuni (di minor livello tecnologico) fatti dal paese “terzo”. In gergo si chiama “completely Knockeddown- Ckd”, cioè smontare tutto e rimontare. Il che potrebbe avvenire anche con il possibile investimento in Italia dell’altra automotive cinese Dongfeng, per far si che in Italia (dopo la dismissione di Stellantis) si torni a produrre un milione di auto (questa volta per metà cinesi), sempre per aggirare i dazi europei ai cinesi.

Trump dichiara che darà enormi incentivi a chi produce in Usa (come già fa la Cina) e che creerà nuova occupazione e super dazi agli stranieri che vogliono vendere negli Stai Uniti, l’Europa segue più timidamente, sapendo che gli attuali 13 milioni di occupati nell’automotive di Volkswagen, Bmw, Daimler, Renault, Stellantis (che hanno perso negli ultimi 3 anni dal 40% al 69% della capitalizzazione) si ridurranno molto e per mantenere quei posti c’è chi pensa (come l’Italia) che bisognerà far venire in Europa le produzioni cinesi. La logica della concorrenza produrrà così un enorme impoverimento questa volta non dei paesi del “terzo mondo”, ma degli europei che lavorano. Per i ricchi e gli azionisti sarà invece uno sballo, compresi quelli di Unicredit che si appresta a lasciare l’Italia (di fatto è già una banca americana).

I cinesi invece sono “sovranisti”, nel senso che applicano il capitalismo ma lo regolano in modo che i vantaggi vadano soprattutto ai loro cittadini.
Se la guerra commerciale con Usa ed Europa si fa dura, con reciproci dazi e protezionismi (che ovviamente sono la negazione della libera concorrenza), sono disposti a fare accordi come quello con Stellantis, in cui stanno anche in minoranza (49%), a patto che le loro auto siano vendute da Stellantis fuori dalla Cina senza dazi (e sbaragliare la concorrenza), così da guadagnare comunque la metà e rimanere in possesso della tecnologia e relativa innovazione. Stellantis ha si la maggioranza (risicata, 51%) ma diventa una sorta di commerciante e un assemblatore (più che un vero produttore) in Polonia.

Stellantis passa così da leader a follower, da marchio pregiato a commerciante “free rider”. Ma non credo sia un problema per il Ceo di Stellantis Carlos Tavares (abbiamo sentito di recente il  suo aggressivo intervento al parlamento italiano) che guadagna 36 milioni all’anno. Anche in questo caso (come ai tempi della Cina nel WTO) la logica dei profitti a breve per gli azionisti, trasforma Stellantis in un “cavallo di Troia” per le auto cinesi in Europa, che faranno la concorrenza a tutti gli altri marchi europei.

Così un sistema autoritario come quello cinese dà più vantaggi ai propri cittadini di quello liberale occidentale, dove la libertà di guadagnare consente ad un singolo marchio (Stellantis) di essere un “free rider” (libero “cavaliere” o, meglio, libero avventuriero) che guadagna a scapito degli altri marchi e di tutti i lavoratori europei. Del resto la BCE (Banca Centrale Europea) ha come unico obiettivo della politica monetaria la lotta all’inflazione, mentre anche la Federal Reserve (Usa) ha nel suo statuto sia la difesa della moneta dall’inflazione, sia l’occupazione che la BCE non ha.

Siamo più prussiani (liberisti) del re di Prussia (Usa), i quali stanno cambiando idea anche sui fondi sovrani, che sono quei fondi di proprietà dello Stato nazionale usati per difendere le proprie imprese strategiche o per acquistare/entrare a farne parte sul mercato mondiale. Il più noto è quello norvegese (1.500 miliardi, 270mila euro per abitante) alimentato dai profitti dal petrolio e gas pubblico norvegese. Noi abbiamo CDP (Cassa Depositi e Prestiti) con 478 miliardi di capitalizzazione).

Secondo Global Swf  i fondi sovrani statali sono cresciuti nel mondo a 12.400 miliardi a cui si aggiungono 15.900 delle banche centrali e 23.800 miliardi di fondi pensione pubblici per un totale di 52mila miliardi (quando nel 2000 erano solo 12mila). Ora anche il primo ministro laburista Starmer ha deciso di usarli e farà un fondo da 7,3 miliardi di sterline e Kamala Harris ha detto che lo farà anche lei (se vince). Benvenuti anglosassoni all’idea keynesiana che il ruolo dello Stato nell’economia sia importante!

Intanto lo studio Mediobanca su 1900 imprese italiane, quasi tutte con oltre 500 dipendenti (48% del fatturato della manifattura, 42% dei trasporti, 45% della distribuzione commerciale) mostra che i profitti delle imprese italiane sono ai massimi, mentre i salari hanno perso il 7,6% del loro potere d’acquisto dal 2021 al 2023.

E’ quindi lecita una domanda: un sistema è più “democratico” se reca vantaggi ai suoi cittadini o agli stranieri e ai ricchi azionisti ?

 

In copertina: Carlos Tavares, Amministratore Delegato di Stellantis.

 

 

Festival internazionale 2024 a ferrara una bella avventura

Festival Internazionale 2024 a Ferrara
Una bella avventura

Festival Internazionale 2024 a Ferrara. Una bella avventura.

 Anche a Ferrara, dove abito dal 1988, come a Venezia, dove ho trascorso i dieci anni precedenti, un evento più di altri rappresenta il mio ‘abbraccio’ con la città che mi ospita. A Venezia era la Mostra del Cinema, fantastico momento che coincideva col ritorno dalle vacanze estive, il ritrovare gli amici, la ripresa ‘dolce’ dell’anno scolastico che mi avrebbe vista impegnata nei mesi successivi.

Il Lido di Venezia splendeva di incontri, film, luci e colori e, nei momenti liberi dagli spettacoli, mi offriva il calore e la luce delle sue spiagge settembrine. Le proiezioni poi si ripetevano in serata in Campo Sant’Anzolo e lì mi sentivo ‘a casa’.

Dal 2007 l’inizio di ottobre è ricco, vivace e stimolante, a Ferrara, grazie al Festival di Internazionale. Mi ritrovo, conservato in una cartella, l’articolo che scrissi, sempre per Periscopio, a commento del primo evento dell’edizione del 2022 e mi tornano sensazioni che, dopo un anno in cui altri impegni mi hanno tenuta lontana da Ferrara nel weekend del Festival, mi hanno avvolta pure in questa diciottesima edizione, nel muovermi e osservare per le vie e le piazze il “popolo di Internazionale”: giovani e meno giovani, ferraresi e non, con in mano o nelle tasche di giacche o zaini, il “libretto giallo”.

Quest’anno il valore aggiunto, per me, è stato aver ricevuto, dal ‘mio’ giornale, l’accredito-stampa, che mi ha permesso, previa prenotazione degli ingressi, di accedere agli eventi saltando le file, così che potessi trovare quasi sempre un buon posto a sedere, indispensabile per la mia necessità di prendere appunti con matita e quadernetto.

In realtà, quando vivo il festival da semplice appassionata mi piace pure fare le file, perfino quelle per i tagliandi, condite dal rischio di sentirsi dire che quell’evento a cui tenevi tanto era tutto esaurito. Le file a Internazionale sono spesso occasione di begli incontri, di scambio di riflessioni, pensieri, commenti e chiacchiere stimolanti.

E veniamo ad una sintesi, spero ragionata ed interessante, degli eventi significativi che ho seguito nei tre giorni. Spinta dagli stimoli ricevuti due giorni prima all’interno di un incontro organizzato dal gruppo Ferrara, le donne e la città (di cui ha parlato l’amica Roberta Barbieri nel suo articolo Vite di carta. Il gelso di Gerusalemme e l’ecocidio, pubblicato su Periscopio mercoledì 9 ottobre) e dal mio interesse pluriennale, anche di docente, per la città, ho scelto venerdì 4 ottobre l’intervento del sociologo Alfredo Allietti e dell’urbanista Romeo Farinella dal titolo Contro la città autoritaria.

Ero andata a colpo sicuro nella scelta del primo evento, prima ancora di consultare l’intero programma, sia per il tema che per la stima certa nei confronti dei due relatori, di cui già avevo letto e ascoltato interventi interessanti e coinvolgenti.

Poi Marco Bresadola di UniFe introduce l’incontro e lo inserisce in un ciclo di tre, tutti dedicati alla città e tutti organizzati in collaborazione con Agenda 17 – Web magazine del Laboratorio Design of Science – che non conoscevo e che all’istante mi incuriosisce.

E così si delineano, a partire da questi sicuri appuntamenti, le mie tre giornate di Internazionale! Sabato 5 ottobre tornerò qui In aula, facoltà di Economia, a sentir parlare il fisico Donato Vincenzi di Sostenibilità a domicilio e domenica 6 ottobre ascolterò le filosofe del diritto Maria Giulia Bernardini e Orsetta Giolo ragionare di Abitare i diritti.

L’incontro di venerdì è coordinato da Michele Fabbri, direttore, con il già citato Marco Bresadola, di Agenda 17, che si fa portatrice dei 17 obiettivi ONU della città sostenibile (sconfiggere la povertà- sconfiggere la fame – salute e benessere – istruzione di qualità – uguaglianza di genere – acqua pulita e igiene – energia pulita e accessibile – lavoro dignitoso e crescita economica – industria, innovazione e infrastrutture – ridurre le disuguaglianze – città e comunità sostenibili – consumo e produzione sostenibili – agire per il clima – la vita sott’acqua – la vita sulla terra – pace giustizia e istituzioni forti – partnership per gli obiettivi) e che contiene, tra gli altri significativi materiali, il Manifesto contro la città autoritaria redatto proprio da Allietti e Farinella.

Il punto di vista del sociologo è stato coniugato da Allietti in un percorso che, delineando i diversi momenti di vissuto dentro e fuori delle città tra gli anni ’70 e l’oggi, si è concentrato sull’importante tema della ‘crisi della ragione democratica’ e connesso ‘infantilismo della politica’ con conseguente ‘egemonia dell’economico’ che crea disumanizzazione: da ciò la città autoritaria, in cui profitto e rendita portano a forme di riduzione di diritti e di spazi di democrazia.

Festival Internazionale 2024 – Farinella-Fabbri-Allietti

La visione dell’urbanista è stata articolata da Farinella a partire dal collegamento con il riferimento, verso la conclusione dell’intervento di Alfredo Allietti, ai guasti del neoliberismo che, sostiene Farinella, non è in crisi anzi è in crescita: esso, nei paesi autoritari, si materializza nei molti esempi di rigenerazione urbana e nella invenzione di nuove città e nei paesi democratici determina situazioni più complesse, giacché spesso la ricerca del bello da parte dell’uomo consumatore produce sfruttamento di risorse, di migranti; si crea il fenomeno della gentrificazione, si realizzano città smart che rispecchiano il paradigma della nuova realtà urbana che non tiene conto delle condizioni di vita dei lavoratori.

L’analisi completa dei due relatori e il successivo dibattito non possono essere ridotti in queste poche righe, per cui rimando chi fosse interessato alla lettura dei molti interventi su questo e altri temi legati ai 17 obiettivi ONU presenti nelle molte ricche pagine online di Agenda 17.

Ulteriori spunti sul versante dei consumi energetici ha offerto il giorno seguente l’intervento, dall’emblematico titolo Sostenibilità a domicilio, del fisico Donato Vincenzi, che, a partire da definizioni e dati relativi alle fonti energetiche, rinnovabili e non (nucleare, solare, geotermica, combustibili fossili), ci conduce a definire la necessità di ripensare le città in chiave sostenibile, ipotizzando un modello nuovo che tenga conto del dato importante secondo cui la transizione ecologica è per il 22 % realizzabile in ambito residenziale: è opportuno quindi definire il ruolo degli edifici accanto a quello del settore industriale e quello dei trasporti.

L’obiettivo, relativamente agli edifici, dovrebbe essere espresso nella formula Nearly ZERO energy building, energia degli edifici vicina allo zero. Per cui, dopo aver illustrato aspetti e benefici del fotovoltaico, Vincenzi si è concentrato sul tema, di cui in tempi recenti ho sentito spasso parlare esperti e non; soprattutto mi hanno attratto gli svariati esempi di concreta realizzazione da parte di conoscenti: le Comunità Energetiche Rinnovabili. Si tratta, ci spiega, di un “soggetto giuridico formato da clienti finali e/o produttori che si aggregano in una forma di società” regolamentato da una Direttiva Europea RED II del 2018 e, in Italia, dal D. Lgs. 199/2023.

I punti forti della CER, riassumibili nell’importante risultato del “creare valore”, si concretizzano nel procurare lavoro, flussi di cassa e garantire investimenti a baso rischio. Il sistema che sta alla base delle CER prevede un sapiente intreccio delle fasi di: costituzione della squadra, progettazione, replicazione, realizzazione, gestione e governance e questo intreccio non è sempre di facile attuazione, ma è bene sapere che se riusciamo a superare gli ostacoli il futuro è già qui.

Il tema insopprimibile dei diritti è stato affrontato in termini filosofici e giuridici domenica 6 ottobre da Maria Giulia Bernardini e Orsetta Giolo nell’incontro moderato da Marco Bresadola, che ha introdotto, inquadrandolo in una visione di città che tenga conto, anzi che deve tener conto, dei principi fondativi della πόλις greca, da cui derivano le nostre comunità cittadine.

Festival Internazionale 2024 – Bresadola-Bernardini-Giolo

Abitare i diritti è il significativo titolo dell’incontro, che Orsetta Giolo apre con una potente quanto drammatica dichiarazione, rapportata alla esplicativa immagine di una città bombardata: LA GUERRA COME NEGAZIONE DEL DIRITTO. La relatrice afferma, l’unico orizzonte valido per la concreta realizzazione dei diritti è la città in pace.

L’applauso caldo che accoglie queste parole si offre quasi come ‘tappeto sonoro’ ai discorsi che seguiranno. Dopo una premessa tesa ad illustrare le principali caratteristiche delle teorie critiche del diritto, cui le due relatrici rapportano i loro studi, Maria Giulia Bernardini ci porta nel concreto degli spazi, visto che il diritto, afferma, ha bisogno di un “dove applicativo”, e occorre riflettere sul modo in cui gli spazi sono regolati; è la città il nuovo centro di analisi e riflessione in tema di diritti.

I diritti umani sono, devono essere universali, aggiunge Orsetta Giolo giacché appartengono a tutte le persone, nessuno escluso; se, ragionando alla luce del nesso tra soggetti, diritti e spazi urbani, si osserva che nella città contemporanea i diritti vengono rapportati a singoli territori, essi si depotenziano e si trasformano in privilegi. La città come spazio del potere precarizza i diritti, non rileva lo status di persona; si creano gerarchie dell’umano, si assiste alla frammentazione del godimento dei diritti.

La tensione tra diritti e città è oggi fortissima. Si accentuano, fa notare Bernardini, le forme di marginalizzazione di quello che lei chiama “soggetto a-vitruviano”, che perde perfino il “diritto a esserci” (fa gli esempi dei disabili e degli anziani e di altri soggetti, che non si adattano alla città e che vengono ‘confinati’ in istituzioni totali o collocati in luoghi lontani dalla città).

Elenca termini e problemi già evidenziati da altri relatori e di frequente stigmatizzati: gentrificazione, abbandono (espulsione?) dei centri cittadini, barriere architettoniche, forme di “architettura ostile”. La soluzione sta nel ripartire dai diritti e “costruire” la libertà di abitare.

Una prospettiva, suggerisce Orsetta Giolo in conclusione, capace di offrire uno sguardo sapiente sulla progettazione e gestione delle città è quella femminista, che propone soluzioni pratiche e riflessioni teoriche a partire dalla teoria critica alla neutralità… e qui un cerchio si chiude, giacché proprio di città femminista si è parlato a lungo nel Convegno di giovedì 3 ottobre che ho citato in precedenza come motore di mie scelte ed interessi vecchi e nuovi.

Ma la mia ‘storia bella’ con Internazionale non è finita qui: non mi potevo perdere un “incontro galeotto” degli studenti e studentesse del Liceo Ariosto, rappresentanti dell’ormai noto, fra gli scrittori, progetto Galeotto fu il libro: sabato 5 ottobre al Ridotto del Teatro ho seguito l’interessante e perfino divertente dialogo a più voci con il climatologo e meteorologo Giulio Betti sui temi e problemi che lui affronta nel saggio Ha sempre fatto caldo.

E, regalone conclusivo, il pomeriggio di domenica 6 ottobre, seduta in prima fila nella platea dello splendente Teatro intitolato a Claudio Abbado, uno stimolante viaggio lungo le “Strade” tracciate dalla giornalista di Internazionale Giulia Zoli nell’intervista a due voci, tra ironia e poesia, a Alice Rohrwacher e Zerocalcare.

Alice Rohrwacher
Zerocalcare

Cover: Giulia Zoli con Alice Rohrwacher e Zerocalcare – Festival Internazionale, 6 ottobre 2024

Immagini realizzate dall’autrice

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oltre l'oscurità l'arte è salute mentale

Oltre l’oscurità (l’arte è salute mentale)

Oltre l’oscurità (l’arte è salute mentale)

Mi chiedo perché ad una performance sulla salute mentale, elaborata e presentata da chi convive con il disagio, il pubblico fosse per lo più composto da chi il disagio lo conosce da vicino, perché ci convive quotidianamente.

 

Ho assistito con partecipazione alla presentazione offerta dal gruppo “Due Punti Aperte Le Virgolette: Cose di salute mentale e dintorni”, al Teatro Verdi,  giovedì 10 ottobre 2024, nella Giornata Mondiale della Salute Mentale. L’evento è stato promosso dall’Associazione La Formica, dal Servizio Sanitario, dal Comune di Ferrara.

La locandina recita: un dialogo dell’anima, un’esplorazione multidirezionale senza bordi rigidi,

un viaggio tra persone oltre la grotta oscura del pregiudizio, dello stereotipo, dello stigma

Una rappresentazione, nei quadri esposti e nelle storie raccontate, vivida e toccante. Ognuno, ognuna di noi vi può riconoscere qualcosa di proprio, perchè, nelle nostre esperienze, è solo il grado di sofferenza che cambia: per la maggior parte di noi è passeggero, mentre per altri è permanente e intenso.

Non si può scegliere la propria condizione, occorre un adattamento, un accomodamento per resistere e ricominciare a vedere la luce. In uno dei racconti è stato detto che non è come rompersi un braccio, che una volta guarito torna come prima.

Quando un equilibrio si perde nella salute mentale, bisogna cambiare equilibrio, bisogna saper guardare oltre al ritornare come prima, bisogna inventarsi di nuovo.

Per questo il sottotitolo recita “l’arte è salute mentale”. L’arte è guardare oltre, alla ricerca di sè, e a me sembra che questo esprima il concetto di “recovery”, che è stato illustrato come il percorso con il quale si costruisce il proprio benessere personale.

Inventarsi di nuovo, quanti, quante di noi ne avrebbero bisogno: vedere le immagini, ascoltare le parole di riflessioni e poesie, ci ha accompagnato ad esplorare un mondo che solo apparentemente non ci appartiene. Ci ha rivelato fragilità e realismo nel dichiarare il dolore, il vuoto, il buio. Mi chiedo: quanti o quante di noi sono capaci di guardare in faccia ai propri fantasmi?

Abbiamo sentito e percepito nella presenza degli autori e autrici il coraggio che noi non abbiamo o che non abbiamo avuto occasione di mettere in pratica, la forza, la perseveranza, nonostante le ricadute, la sfida nei confronti del proprio male, che si gioca anche con l’ironia e il distacco filosofico.

Ci hanno aperto le porte della loro anima: il dolore non è per forza annullamento di tutte le nostre facoltà, ma può essere una leva che ci fa scoprire risorse inaspettate. Abbiamo ricavato ispirazione per i nostri percorsi di vità, arricchendoci di prospettive. Nella “recovery” non basta un’operazione personale: occorre un pubblico, perché se dal disagio non si torna come prima, occorre re-inventare anche il modo di stare insieme.

Allora comprendiamo anche il nome scelto: due punti aperte le virgolette, ora parlo. È un atto di condivisione, un invito, un richiamo, in un mondo sempre più individualista e per questo sofferente, a connetterci con noi stessi e con gli altri.

La comunità, per il suo equilibrio e benessere, deve riconoscere l’unicità dello stare al mondo e diventare l’insieme di queste unicità che si rafforzano a vicenda. Ci serve il coraggio di accogliere le nostre fragilità, le nostre inadeguatezze e imparare che la via d’uscita c’è sempre, ma è la NOSTRA via d’uscita, unica e irripetibile.

Questo abbiamo imparato e questo è il motivo per cui nessuno è sbagliato, nessuno va corretto, ma ogni diversa esperienza è preziosa per tutti e tutte, come è quella di questo meraviglioso gruppo.

Per leggere gli articoli di Daniela Cataldo su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

 

La crisi (annunciata) di Berco

La Crisi (annunciata) di Berco e la deindustrializzazione della Provincia Ferrarese

La Crisi (annunciata) di Berco e la deindustrializzazione della Provincia Ferrarese

Che possiamo dire di questa crisi annunciata del sistema produttivo provinciale, legato soprattutto alla meccanica del nostro territorio? Possiamo dire che gli effetti saranno devastanti, se non adeguatamente “governati” e contrastati con ingenti investimenti; in particolare Berco continua a barcamenarsi, da anni, fra una ristrutturazione e l’altra. Da oltre 2000 addetti degli anni ’90, l’azienda ha dimezzato i propri occupati, ridotto drasticamente il fatturato e ridotto la propria capacità commerciale nel mondo. Siamo passati da un management legato al territorio, ad un management estraneo a qualsiasi logica di radicamento territoriale, nella quasi indifferenza generale. E pochi, tra politici e amministratori di ogni livello, dal 2010 in poi, che abbiano tentato di capire dove Thyssen stesse andando, quale logica ci fosse dietro alle scelte che tendevano a ridurre, un po’ alla volta, la capacità produttiva del colosso copparese.

Un tempo durante la prima crisi del 1979, il territorio intero si mobilitò e spinse la politica a cercare soluzioni, dopo un’analisi attenta del mercato, fatta da soggetti competenti, che stava cambiando fino a far diventare l’azienda di Copparo una multinazionale.  Un movimento di popolo che con il sindacato e i partiti, aveva studiato, ingaggiando economisti e studiosi, per capire quale poteva essere una via d’uscita. Oggi sembriamo impotenti, incapaci di qualsiasi iniziativa, sorpresi dalle mosse di una multinazionale che propone, da tempo, unicamente dei tagli per andare, probabilmente, a produrre altrove grazie ad una globalizzazione criminale che facilità i movimenti di capitale più ancora della vita e della dignità delle persone. E’ una situazione sempre più comune nella nostra regione, che presenta dei tratti di deindustrializzazione preoccupanti in particolari nelle aree più deboli della Regione come quella ferrarese.

Un territorio il nostro senza più capo né coda, senza un soggetto istituzionale di riferimento, com’era la provincia, oggi diventata impotente, perchè spogliata dei suoi poteri di rappresentanza da una legge prodotta dall’ex ministro Del Rio, del centro sinistra, un po’ di anni fa. Oggi il Comune di Copparo è solo e non mi pare che sappia come porsi, di fronte ad una crisi che andava affrontata per tempo, anni fa. La Regione è forse l’unica che può cercare di porre un argine a questa deindustrializzazione, visto che la politica industriale è la grande assente in questo paese e in questa provincia, sempre più povera di lavoro e di lavoratori. I dati “falsi” che ci vengono propinati parlano di una disoccupazione che viaggia fra il 7 e l’8%, la verità è che l’occupazione è composta da lavori poveri a tempo determinato e legati, sempre più, ad un settore fragile come il turismo che fa scendere il valore dei redditi, e del PIL procapite come ci dimostra l’Istat. Servirebbero grandi investimenti pubblici per sostituire quelli privati che mancano e persino Draghi, sembra essere di questo parere.

La crisi dell’industria, europea e tedesca in particolare, non aiuta e le guerre in corso hanno frenato l’attività produttiva con soggetti come la Russia che per Berco era comunque un mercato di rilievo. Eppure, l’Europa politica anziché frenare la guerra la incita, fornisce armi, non produce quell’azione diplomatica necessaria per uscire dalla crisi. Altri cluster industriali come quello di San Giovanni di Ostellato, incominciano a dare segnali di sofferenza, dove si sente parecchio la crisi dell’automotive. Insomma, un quadro che dovrebbe vedere le nostre istituzioni compatte a gestire le crisi, o tentare di farlo, con qualche idea o conoscenza di come stanno andando le vicende industriali in Europa e nel mondo, in grado di produrre, insieme al sindacato e a qualche buon economista non liberista, una analisi che consenta di individuare una qualche via d’uscita.

In questa Regione, al di là della crisi di oggi, servirebbe una politica che tenda a riequilibrare gli investimenti territoriali, un po’ come successe con i copiosi fondi europei che arrivarono a Ferrara a cavallo fra gli anni ’90 e i primi anni 2000. Si completò il polo di Ostellato e si fece crescere qualche grande impresa come Conserve Italia, insieme ad un tessuto di PMI, che per 20 anni hanno offerto sviluppo industriale e occupazione. Del resto, questa è una provincia che ha saputo perdere anche l’unica banca del territorio, che bene o male aveva alimentato investimenti locali e che è andata perduta anche grazie all’insipienza della politica del governo Renzi e dei suoi adepti ferraresi; una infamia che ha pesato sui consensi elettorali. Altri tempi certo, ma senza coesione territoriale e senza un’idea di futuro, un piano di sviluppo della nostra provincia, che vada oltre la creazione delle deboli ZLS, sarà difficile uscirne. E di certo il polo chimico di Ferrara e l’ex distretto centese (anch’esso fortemente indebolito) non basteranno a questa provincia per restare a galla.

Diego Carrara
ex assessore del Comune di Copparo e della Provincia di Ferrara

 

 

Parole e figure / Retrobottega

Ci sono luoghi che sprigionano magia e tutti ci vanno per sentirla, respirarla. “Retrobottega”, di Nadia Al Omari, edito da Kite, è uno di questi. 

Abitudini, incontri inattesi, atmosfera delicatamente onirica e alquanto retrò.

C’è questo, e molto altro, nel recente albo “Retrobottega”, scritto da Nadia Al Omari e illustrato dall’esordiente Marco Leoni, edito da Kite.

L’esile proprietario di retrobottega accoglie tutti e per ognuno ha qualcosa. È generoso. C’è sempre la fila davanti al suo negozio, da anni. Ma un giorno nella sua vita routinaria accade qualcosa: arriva qualcuno che rischia di essere l’incontro della sua vita.

Retrobottega è il posto dove vivo. Dalla mattina al tramonto. Dal tramonto all’alba.

Retrobottega, di Nadia Al Omari, immagini Kite edizioni

Le strade prendono il colore dell’alba e del tramonto, un poco anche della sabbia portata, leggera, dal Ghibli; sembra di essere ad Algeri, le torri e le finestre merlettate tipiche del mondo orientale, le case bianche e il profumo di gelsomino e di menta che aleggia nell’aria. E poi il nostro piccolo proprietario ha un copricapo particolare che a quei paesi ci riporta, insieme alle sue molteplici e multiformi teiere d’argento.

L’aria è frizzantina, tutto vibra e infonde energia. La magia ci avvolge, leggera.

Retrobottega è pieno di scaffali. E scatole, barattoli, vasi che hanno il suono della latta e del vetro. Io svito tappi e alzo coperchi. I clienti cominciano ad arrivare la mattina presto.

Retrobottega, di Nadia Al Omari, immagini Kite edizioni

Entriamo, curiosiamo, sogniamo. L’atmosfera è incantata, difficile non rimanere attratti dalla voglia di scoprire e di trovare qualche oggetto che riporti alla mente una storia lontana e magari romantica. Di fronte a tanti oggetti, la curiosità prevale e la fantasia vola. Come accade nelle soffitte, quando cerchiamo orme. Tradizioni perdute, ricordi passati, vite che si intrecciano, mani che si sfiorano, racconti che si parlano e magari si scontrano, teiere che ricordano e parlano di incontri davanti ad una tazza calda e fumante.

Quando il vento soffia ed è troppo freddo per uscire, nel mio Retrobottega ordino e riordino, per colore, grandezza, per nome e data.

Retrobottega, di Nadia Al Omari, immagini Kite edizioni

Fuori tira vento, dentro fa più caldo, si sta meglio. Le tante teiere ci ricordano le tre tazze di tè di molte tradizioni. Il Pakistan…

“La prima volta che bevi un tè con uno di noi sei uno straniero; la seconda, un ospite onorato; la terza, sei parte della famiglia”. Haji Ali, capo del villaggio di Korphe, Pakistan (da libro Tre tazze di tè, di Greg Mortenson e David Oliver Relin)

O il Mali, dove il tè è una vera istituzione, dal colore verde, dal sapore molto intenso e dalla preparazione che osserva regole e movimenti quasi rituali: le teiere vengono riempite tre volte e la prima tazza ad essere servita è “forte come la morte”, la seconda è “dolce come la vita”, mentre la terza è “zuccherata come l’amore”.

Retrobottega, di Nadia Al Omari, immagini Kite edizioni

Dopo il tè, si torna al nostro luogo magico pieno di storia e di storie. Quando piove si scrive. I raggi del sole entrano nelle belle giornate, si spolvera mentre tutti sono al mare, l’ombra rinfresca. Qualcosa manca, qualcosa non c’è più, qualcos’altro può aspettare. Una creatura arriva inaspettata, sorride e si siede…

Qui arrivano tutti, il lattaio, il dottore, il giornalaio, la sarta, il giardiniere, l’autista, l’avvocato, e poi anche i bambini saltellanti e vocianti, prima di andare a scuola, con un soldo tondo si riempiono le tasche ed escono felici.

Tutti cercano qualcosa e per ognuno ci sarà qualcosa, basta saperlo cercare.

 

Nadia Al Omari è nata a Merate nel 1980. Laureata in Scienze dell’Educazione, legge libri illustrati senza tregua da quando è nata, prima per passione e poi per lavoro. In seguito, come naturale conseguenza, ha iniziato a scriverli… Facebook

Marco Leoni è illustratore, visual development per cortometraggi di animazione e narratore di giochi di ruolo per bambini e ragazzi, ha frequentato l’Accademia di belle Arti a Firenze, indirizzo di incisione e calcografia e una scuola privata di animazione. Facebook

 

Nadia Al Omari (autore), Marco Leoni (illustratore), Retrobottega, Kite edizioni, Padova, settembre 2024, 32 p.

Retrobottega, di Nadia Al Omari e Marco Leoni, immagini Kite edizioni

 

“Censimento a Ferrara”:
in mostra le foto di Paolo Monti che 50 anni fa hanno indirizzato il piano di conservazione storica

In mostra le foto di Paolo Monti che 50 anni fa hanno indirizzato il piano di conservazione storica di Ferrara

Può il reportage di un fotografo segnare il destino di una città? E una serie di foto può servire a proteggere case e strade? Il progetto del “Censimento fotografico del centro storico di Ferrara” ci dice di sì. Gli scatti fotografici possono salvaguardare la memoria storica e indirizzare le scelte urbanistiche. La ripresa fotografica sistematica delle strade e dei palazzi che costituiscono il cuore della città è stata commissionata a Paolo Monti e venne usata, nel 1974, come strumento di conoscenza del patrimonio ferrarese. In base a quelle foto lì, l’Amministrazione comunale decise di tutelare e valorizzare una specifica zona di città – in questo caso il centro storico di Ferrara.

via Boccacanale Santo Stefano (foto Paolo Monti)

Le foto sono particolarmente belle e preziose, perché ogni arteria di Ferrara si mostra in maniera completa e sistematica. E non c’è mai un’automobile a nascondere pezzi di edifici, strade o marciapiedi. Cinquant’anni fa c’erano così poche macchine? Macché! Il fatto è che l’operazione fu presa con molta serietà e zona dopo zona, la città venne svuotata dai mezzi di trasporto. Anche il traffico venne interrotto per il tempo necessario a far sì che le immagini fornissero ogni particolare, con rigorosa esattezza.

Via Terranuova (foto Paolo Monti)

Il compito di portare a termine questa mappatura visiva nel 1974 venne affidato dall’Amministrazione comunale di Ferrara a Paolo Monti, uno dei fotografi più affermati dell’epoca in tema urbanistico e architettonico. Il suo compito era quello di fotografare in maniera sistematica tutta la parte di Ferrara racchiusa dentro le antiche mura.

Foto-ritratto firmato Paolo Monti e Paolo Ravenna

Un’operazione memorabile della quale, però, si erano perse le tracce documentarie. Qualcuno ricordava i grandi pannelli  con le riproduzioni fotografiche, che mostrano le vie acciottolate e quelle asfaltate. Si va dalla centrale piazza Trento Trieste fino alle viuzze della parte medievale: via Boccacanale Santo Stefano con i suoi portici, il sontuoso corso Ercole I d’Este con il Palazzo dei Diamanti prima della ripulitura, i Bagni Ducali in versione magazzino, il chiostro di via Mortara con l’erba alta, via Terranuova, via Zemola, via Brasavola. Immagini riprodotte su tavole a grandi dimensioni, un metro × 70 cm, montate su alluminio. Che però non si sapeva più dove fossero andate a finire.

Bagni Ducali e Chiostro via Mortara (foto Paolo Monti)

A far riemergere quel patrimonio ha contribuito la determinazione di diverse persone con la passione per l’arte, la cultura e la storia di Ferrara. Il gallerista ferrarese Paolo Volta aveva bene in mente quella documentazione e, da geometra attivo in quegli anni, ricordava che era stata immagazzinata dal Comune. La caccia al tesoro è partita così. Fino a quando le casse con quei pannelli sono state ritrovate, solo in parte catalogate, nella Fototeca di Palazzo Bonacossi, sede dei Musei civici d’arte antica di Ferrara, grazie alla determinazione e alla collaborazione di Ivana Cambi (Comune di Ferrara) insieme con Andrea Malacarne (Italia Nostra), Ulrich Wienand (associazione Accademia d’arte città di Ferrara) e Monica Cavicchi (archivista coop Cidas).
Il progetto si è poi avvalso della collaborazione del Comune di Ferrara attraverso il bando di Sostegno a progetti culturali e turistici di valenza locale rivolto ad associazioni per l’anno 2024.

Mostra sul “Censimento fotografico di Ferrara” alla Galleria del Carbone (foto GioM)

I pannelli fotografici sono ora esposti alla Galleria del Carbone (via del Carbone 18/a, Ferrara), dove la mostra è visitabile fino a domenica 20 ottobre 2024.

Gli anni in cui il progetto è stato realizzato sono quelli in cui lo storico dell’arte Andrea Emiliani era il sovrintendente per i Beni Artistici e Storici per le province di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna. Nel 1974 Emiliani fondava anche l’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna. L’IBC, operativo fino al 2020, è stato organo tecnico-scientifico e strumento della programmazione della Regione, portando avanti attività di ricerca, di restauro e valorizzazione del patrimonio.

La mappatura ferrarese è approdata anche nel volume “Il centro storico di Ferrara”, curato dall’architetto e urbanista Pier Luigi Cervellati (Ricardo Franco Levi editore, Modena, 1976), che già aveva elaborato il Piano per Restauro e Conservazione del centro di Bologna (1972-1973) e di Modena (1974-1975).

Inaugurazione della mostra alla galleria del Carbone

Al Carbone, la gallerista Lucia Boni fa notare: “La conoscenza degli spazi cittadini è l’obiettivo di questi scatti. Sono immagini che mostrano come tutta la città sia da conservare. Come spiega bene Cervellati nella prefazione del catalogo, Paolo Monti usa la fotografia come mezzo di progettazione. Un messaggio diverso da quello delle foto Alinari, che valorizzano singoli monumenti. Questo servizio fotografico su Ferrara ha dimostrato come il monumento cittadino da preservare fosse tutto il centro storico, la vitalità della città nel suo complesso”.

Via Ripagrande (foto Paolo Monti)

Non resta quindi che andare a vedere, pannello dopo pannello e strada dopo strada, come la città sia stata conservata. Con anzi una spinta pionieristica verso la pedonalizzazione, che ha fatto spiccare Ferrara prima che si parlasse di città pedonali e ciclabili. Perché – come mostra un video che scorre in galleria – ancora molte zone del centro, in quell’epoca, erano trafficate. Le macchine giravano anche accanto al Duomo. E tanti edifici monumentali, come Palazzo dei Diamanti, ma anche i Bagni Ducali e il Chiostro di via Mortara, erano bisognosi di recupero.

Corso Ercole I d’Este (foto Paolo Monti)

Fotografare, insomma, può servire ad avere una visione della città e aiutare a programmare e vivere meglio.

“Paolo Monti e Ferrara, 50 anni dal censimento fotografico del centro storico di Ferrara”,
Galleria del Carbone, via del Carbone 18/a, Ferrara.
Visitabile con ingresso libero fino a domenica 20 ottobre 2024, dal mercoledì alla domenica, orari 17:00-20:00.

Europa senza accoglienza.
Il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo sarà presto legge

Europa senza accoglienza.
Il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo sarà presto legge.

di da Collettiva del 15 ottobre 2024

Il 10 Aprile 2024 il Parlamento Europeo ha ufficialmente approvato il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo. Un mese dopo il Consiglio lo ha adottato. E ora il nuovo testo si prepara a diventare legge. Si tratta di 10 regolamenti che prevedono procedure accelerate alla frontiera, l’estensione della detenzione amministrativa, e un nuovo meccanismo di distribuzione tra i diversi paesi.

Il testo stato accompagnato da vibranti proteste da parte della società civile europea, che lo considera, di fatto, lo smantellamento del diritto di asilo nell’Ue. Entro giugno 2026, in ogni caso, il Patto migrazione e asilo sarà legge su tutto il territorio dell’Unione.

Il patto

Fra due anni, infatti, gli Stati membri dovranno uniformare le procedure alle frontiere esterne, con l’obiettivo di valutare rapidamente la fondatezza delle richieste d’asilo. Le persone richiedenti asilo saranno trattenute in centri di detenzione fino a 12 settimane, in attesa di una decisione.

In particolare, chi proviene da Paesi con un tasso di riconoscimento dello status di rifugiato inferiore al 20% sarà obbligato a seguire questa procedura standardizzata, senza che la sua domanda venga esaminata individualmente. Questo inasprimento delle regole mira a velocizzare i rimpatri, soprattutto per coloro che provengono da nazioni considerate relativamente sicure. Tuttavia, si sollevano preoccupazioni riguardo alla possibilità di rimpatriare persone in Paesi come Iran, Afghanistan, Siria o Pakistan, a causa dell’ampliamento del concetto di “Stato terzo sicuro”.

Una delle misure più criticate riguarda la riforma del sistema Eurodac, che prevede un rafforzamento delle operazioni di identificazione. Oltre alle impronte digitali, verranno raccolte immagini del volto e altri dati personali. Questo sistema è al centro delle critiche di alcune organizzazioni, che denunciano l’espansione della sorveglianza digitale sui migranti.

La riforma introduce inoltre misure controverse che riguardano i minori. L’età minima per l’applicazione delle nuove procedure viene infatti abbassata da 14 a 6 anni, rendendo vulnerabili anche i bambini molto piccoli a queste pratiche.

Sul piano operativo, però, sorgono molti interrogativi. Non è chiaro se i Paesi ai confini dell’Ue, già sotto pressione a causa dell’alto numero di migranti, riusciranno a gestire queste nuove procedure, e se verrà rispettato il principio di solidarietà tra Stati membri. In molti temono che la riforma possa ulteriormente sovraccaricare un sistema già al limite, con gravi ripercussioni per l’intera Europa.

Inoltre, nonostante queste misure restrittive, non si prevede che il flusso migratorio si arresti. Al contrario, le stime indicano un aumento delle migrazioni, anche a causa delle crescenti conseguenze del cambiamento climatico e delle guerre in atto.

 

GKN, Rexnord, Berco:
utopia contro distopia, e Ferrara nell’ occhio del ciclone

GKN, Rexnord, Berco: utopia contro distopia, e Ferrara nell’ occhio del ciclone

 

Sabato 5 ottobre, il Festival della rivista Internazionale ha visto salire sul palco del Teatro Comunale di Ferrara un attore e alcuni operai del collettivo di fabbrica GKN, per alcune letture denominate “Pezzi di capitale”, parti di un un lavoro teatrale che è ancora un work in progress.

La vicenda è nota, e anche Periscopio ne ha scritto in diverse occasioni (tra le altre, quiqui e qui). Nel frattempo, la realtà ha corso più rapidamente persino della sua cronaca. Regal Rexnord (ex Tollok), azienda metalmeccanica di proprietà statunitense con una fabbrica a Masi Torello (FE), manda una pec ai 77 dipendenti per comunicare loro che saranno licenziati per chiusura della fabbrica e trasferimento della produzione in India. Nelle stesse ore, Berco, società del gruppo Thyssen Krupp, annuncia 550 esuberi, di cui 480 solo a Copparo, stabilimento che attualmente in organico ha circa 1.200 persone.

Periscopio afferma di avere un occhio glocal, perchè spesso si occupa di questioni locali che hanno un correlato globale. Le vicende di Campi Bisenzio e Ferrara mostrano come un vetrino di laboratorio cosa può voler dire glocal: in nome della vendita globale, si chiude la produzione locale.  Si produce localmente dove costa meno per avere più profitti a livello globale. Attenti: non si tratta più della mera sostituzione di manodopera con altra che costa meno, ma della sostituzione di manodopera (anche) ad alta specializzazione con altra altrettanto specializzata, ma che costa meno perchè vive in zone del mondo meno ricche della (mediamente) opulenta e decadente Europa. In questo modo la povertà irrompe nella ricchezza, gettando nell’indigenza e nella precarietà interi nuclei familiari, interi pezzi di popolazione abituati da generazioni a costruire la propria esistenza a partire da un lavoro decentemente pagato, ma soprattutto stabile.

Ovviamente ci possono essere delle cause specifiche alla base delle crisi aziendali. Nel caso di Berco, ad esempio, non è difficile vedere sullo sfondo la recessione tedesca, alimentata dall’incremento dei prezzi dell’energia a propria volta originato dalla distruzione dell’asse economico  Germania-Russia, conseguenza diretta della guerra russo-ucraina. E interi settori dell’industria italiana che lavorano per committenti tedeschi o (come nel caso di Berco) fanno parte di gruppi con la testa in Germania, non possono che accusare le conseguenze di questo domino (Nota: le sanzioni economiche alla Russia staranno forse danneggiando l’economia della sanzionata, ma stanno sicuramente danneggiando le economie dei sanzionanti. Non si può dire senza essere annoverati nelle file dei seguaci di Putin, almeno in Italia. Però è così).

Nel caso di Regal Rexnord, visto che tutte le parti interessate descrivono come una “doccia fredda” o come un “fulmine a ciel sereno” la decisione dei licenziamenti collettivi, eventuali cause specifiche sono meno intuibili. Probabilmente, chi è più addentro le vicende dell’azienda le conosce. Sulla stampa le dichiarazioni ufficiali si limitano, per ora, a rappresentare una situazione quasi incomprensibile. Ed è proprio quando la decisione appare come del tutto inaspettata che emerge l’elemento tragicamente comune a queste delocalizzazioni (termine inesatto: sarebbe più corretto parlare di rilocalizzazioni): il cinismo del capitale multinazionale, e anche la completa libertà di esercitarlo, questo cinismo.

Infatti, a parte l’obbligo di rispettare delle procedure di previa informazione e quello di non procedere ai licenziamenti prima di un certo termine dalla comunicazione, si è nelle mani di giudici che annullino i licenziamenti con la motivazione del comportamento antisindacale – appunto, qualcosa che ha a che fare più con la violazione di regole di buona creanza che con la sostanza dei provvedimenti. Basta guardare allo stato dell’arte della vicenda GKN. I licenziamenti sono stati annullati dal giudice, l’azienda è passata di mano, ma un piano industriale reale non è mai arrivato, nonostante le rassicurazioni di un advisor rivelatosi un autentico cioccapiatti, come si dice a Ferrara. Nel frattempo il collettivo di operai si è autoorganizzato e ha prodotto un piano di riconversione industriale del sito e una iniziativa di azionariato popolare che ha raccolto oltre un milione di euro. In estrema sintesi il piano propone di riconvertire il sito su due produzioni, alternative tra loro: produrre componentistica per il trasporto sostenibile (autobus, treni, camper) oppure realizzare componenti per la costruzione di elettrolizzatori, attraverso i quali si ottiene idrogeno green, ma anche di pannelli solari (qui è possibile leggere la relazione integrale sul Piano). Però intanto la Cassa Integrazione è finita, e siamo arrivati a nove mesi senza stipendio per chi non si è rassegnato ed è ancora lì, o per chi non ha ancora trovato un’alternativa fuori per ricominciare a mangiare tutti i giorni.  Nel frammento di spettacolo visto a Internazionale non si sono sentiti racconti infarciti di retorica della resistenza a tutti i costi, ma l’utopia sfibrata di voler progettare come operai una riconversione produttiva.

Proprio ieri alla presenza di Greta Thunberg il collettivo ha prodotto una risoluzione che prevede: approvazione del progetto industriale; conferma del supporto della reindustrializzazione dal basso della ex Gkn; nomina del comitato tecnico-scientifico solidale a partecipare ai tavoli istituzionali; convocazione di un tavolo tecnico di reindustrializzazione con le istituzioni; ampliamento dell’azionariato popolare fino a 2 milioni di euro, nel caso in cui parta una seria discussione tecnica con istituzioni e finanziatori. Ma se questo processo non troverà uno sbocco entro il 15 di novembre, il collettivo deciderà se liberare le disponibilità raccolte e restituire il denaro. E la “stanchezza” confessata da Dario Salvetti, lavoratore e portavoce del collettivo ex GKN, al Teatro Comunale sembrava un miscuglio tra il logoramento mentale e la spossatezza fisica.

C’è una utopia di Campi Bisenzio che prova con disperazione a farsi strada dentro la distopia di tanti luoghi come Campi Bisenzio e come Ferrara, che diventano periferia economica e occhio del ciclone della deindustrializzazione. Nell’occhio del ciclone, come si sa, è tutto calmo. Ma è una calma apparente e transitoria. Quando l’occhio si sposta arriva l’uragano. E quanto appare tragicamente suggestiva la correlazione tra quello che sta succedendo al pianeta e nel mondo sociale della specie umana che lo abita. Quanto violento e possente e a modo suo efficiente è il pianeta Terra nell’adattarsi all’antropocene, quanto fragili siamo noi davanti alla ferocia del libero capitale e insignificanti al cospetto della natura, che con furia indifferente riconquista i suoi spazi e ripristina la sua entropia.

 

Cover photo: L’occhio del ciclone, opera di Enrico Tomassi, tratta dal sito pattys.it

 

 

Sconnessi?

Sconnessi?

Guardare avanti, si dice. Guardare fisso, invece, la propria mano che sostiene un apparecchietto nero con schermo, detto smartphone. Consultare, sbirciare, controllare, scrollare, ascoltare, pagare, scrivere, parlare, filmare… Al ristorante, per strada, in chiesa, nel passeggino, al cinema, in arrampicata, al supermercato, in auto, in classe, in ospedale, sul bus, sul water, a letto, in bici, al lavoro, ai mari e ai monti… in tasca, in mano. A testa bassa.

Paesaggio umano smisuratamente social. Ognuno di noi al guinzaglio del proprio smartphone. Ad ogni latitudine, più o meno. Ad ogni età, neonato e pensionato, per ogni sesso. Super intersezionale. La psichiatria, che ha il naso fino, ha inventato il problematic smartphone use (PSU) Ma quale problematicObvious smartphone use. Non è un gingillo, è una Lampada di Aladino dai mille favori. È un essere più che uno strumento tecnico.

Non sono un filosofo e torno a incantarmi con questo congegno luccicante che ci ha catturati, dionisiacamente “sussunti” direbbero gli intenditori. Se fossi nato vent’anni fa non mi stupirebbe toccar quotidianamente con mano la nostra universale dedizione all’Angelo Custode che ogni giorno ci accompagna e ci nutre, mi sarebbe risuonato perfettamente naturale, oggettivo, da sempre. Una felice evoluzione dell’umanità.

Di chi è figlia questa alchimia universale? Del capitalismo digitale, di quello cognitivo, di quello zombi? Di un neo colonialismo psichico? Di una fantomatica tecnodittatura? Di un dio cattivo, o anche buonino, che escogita una nuova religione? Di quei cinque o sei giovanottoni diventati Paperon de’ Paperoni giocando con il web e inventando questo e quello? Di un presente a capitalismo morto, che sarebbe ancora peggio del capitalismo vivo? Di me boccalone e dei miei simili che ci facciamo accalappiare da questa sbalorditiva pietra filosofale rettangolare?

Se esiste un capitalismo sciamanico, ecco, è quello. Fascinans et tremendum, come diceva saggiamente qualcuno parlando del Sacro. Sull’affascinante non ci sono dubbi, si comincia a nutrire qualche timore sul tremendo. È un coitus un po’ interruptus e un po’ no il rapporto che abbiamo con lo smartphone. Ricevere di continuo stimoli e scariche di dopamina genera una gradevole eccitazione che alla lunga si esaurisce in una fiacca generalizzata quasi comatosa. Gli alti e bassi di odio amore per l’aggeggio in questione sono snervanti e paradossalmente corroboranti. Ci fanno sentire vivi per il contrasto che creano in noi. La voglia di liberarcene, almeno per un po’, e la ricerca inquieta della gratificazione che ci procura, scrollaggio forsennato e ostinato cliccaggio si accavallano e si accartocciano, sommergendoci.
Un doping senza frontiere. Se me lo chiedessero risponderei spavaldo che “smetto quando voglio”, arrossendo per la fandonia appena formulata. Nel cellulare ci sto in comoda forma trinitaria: come lavoratore che addestra a sua insaputa algoritmi e produce valore per qualche santone camuffato da piattaforma, come merce perché miniera da cui estrarre dati, profili, tendenze, contatti, desideri, come consumatore vorace che si rimpinza del sublime e dell’orrido della rete in una delle infinite nicchie a me assegnate.

Alimenta questa fermentazione cosmica una Terra Santa, una Valle con le sue diramazioni planetarie tra Russia e Cina. Si chiama Silicon Valley e verrebbe da definirla Fasciston Valley e sarebbe non solo sbagliato, ma anche semplicistico. La Silicon, e aggregati, si è poco per volta tramutata in un Olimpo con divinità di vario calibro, un centro di pensiero nello stesso tempo avveniristico e reazionario, con teologie e mistiche adeguate, che qualcuno elegantemente definisce Lungotermismo Accelerazionismo, affiancati da una galassia che si autodefinisce, non arbitrariamente, Gramsciani di Destra. L’esponente più in vista è Elon Musk, tifoso di Trump, bannato in Brasilevenerato da Giorgia M. e criticato severamente dal Financial Times, che è tutto dire.

Se io sono un dato, se lo è il gatto che non ho, se lo è Mozart e il mio vicino di pianerottolo, se presente, passato e scaglie di futuro sono data, se le-parole-che-sto-scrivendo sono data, se Tutto è datificabile e datificato e me lo ritrovo nel gingillo cellulare alla maniera di travolgenti scritture e audio e video e relative notifiche da cui sono implacabilmente sedotto, ebbene qualche pensierino mi viene.
Il più presentabile dice: è possibile modellare una ecologia mentale che renda lo smartphone e la sua seduzione meno totalitaria, il feticcio un po’ meno feticcio, la demenza meno demenza? Che la soggettivazione che ci impone sia meno pervasiva e meno guidata dal siliconvalleypensiero? “Non c’è problema”, dice lui in formato Google: c’è una vasta gamma di app che ti aiutano a disintossicarti. Che sarebbe, dico io, come rivolgersi al migliore spacciatore per farsi aiutare a smettere. Cioè la perfetta logica del neoliberismo (o come lo vogliamo chiamare) che si alimenta delle crisi che provoca.

Vorrei sottrarmi in modi che non so ancora alle attrattive dello smartphone, l’Onnipotente, e dei mille mondi che contiene, giusto per scalfire l’intontimento che mi provoca e oppormi al flusso di incantesimi che mi rovescia addosso. Essere più lucido, meno eccitato dalla merda e dal miele che cola dalla rete. Non per ritrovarmi in armonia con l’universo, ma in conflitto con lui così come si è venuto conformando. In resistenza.

Vorrei una pedagogia dei connessi, per parafrasare Paulo Freire, una pedagogia liberatoria che trovi le strade per sconnettersi dalla colonizzazione in atto, da questo entanglement spurio, che elabori percorsi critici di riappropriazione digitale non consolatori, che preveda luoghi non da remoto e rigorosamente off line di confronto e di progetto. Una pedagogia politica non dedita alla palingenesi universale né al benessere del singolo. Che si dedichi all’equipaggiamento di salva.gente mentali per piccoli nuclei di persone composte da nativi digitali e mortivi digitali come me. Disposti a pagare il costo psichico che l’operazione di salvataggio comporta.

Un’utopia? Un sogno? Una baggianata?

Riferimenti bibliografici:

  1. Juan Carlos, De Martin, Contro lo smartphone. Per una tecnologia più democratica, add editore, Torino, 2023: Un’analisi esauriente ed acuta degli aspetti tecnici e culturali del nostro apparecchio, chiamiamolo così.
  2. Tiziano Bonini, Emiliano Treré, Algorithms of resistance. The Everyday Fight Against Platform Power, The MIT Press, Cambridge, Massachusetts, 2024: gli algoritmi come campo di battaglia hanno soggetti che li contestano dall’interno. Una ricerca innovativa che mi auguro di rileggere in italiano.

Claudio Canal
Ricercatore on the road, è collaboratore saltuario di alcune testate giornalistiche, attivo in ambito teatrale e musicale. Ha scritto qualche libro.

 

Lettera/Appello:
proclamare uno sciopero dei produttori e dei consumatori contro la guerra

Proclamare uno sciopero dei produttori e dei consumatori contro la guerra

La voce del popolo della Pace non arriva sui media e non è udibile dalla gran parte della popolazione.  I conflitti armati continuano in un’ escalation senza limiti e le persone continuano a morire senza che si intraveda una possibile soluzione pacifica: nel conflitto ucraino, a Gaza,in Libano e in diverse altre parti del mondo.

In Italia e in tutta l’Europa i Governi  non mettono la loro autorevolezza e la loro iniziativa al servizio di trattative di Pace, nulla viene fatto per far terminare i massacri a Gaza e in tutta l’area mediorientale.

Scriviamo questa lettera appello rivolta a tutti i sindacati italiani affinché valutino l’indizione di uno sciopero generale nazionale che noi proponiamo sia dei produttori e dei consumatori. Il Paese si deve fermare e fare arrivare al Governo la nostra richiesta: lavorare per fermare le guerre e per una politica di Pace che metta al bando le armi, soprattutto quelle nucleari.

Invitiamo tutti i lavoratori, le lavoratrici, i giovani, i pensionati e tutte le persone che condividono l’idea a sottoscrivere la lettera al link seguente:

https://www.change.org/p/proclamareunoscioperodeiproduttoriedeiconsumatoricontrolaguerra di divulgarla e di promuovere iniziative di discussione e mobilitazione. Per comunicazioni potete scrivere all’indirizzo:

piacenza@mce-fimem.it

 Lettera/ Appello per uno sciopero contro la guerra

Si è appena concluso ad Assisi l’Incontro Nazionale delle Costruttrici e dei Costruttori di Pace promosso dalla Fondazione Perugia Assisi e in diversi abbiamo partecipato il 18 maggio all’Arena di Pace a Verona con Papa Francesco e tutti i movimenti che chiedono Pace e Giustizia. Ma la voce della Pace non arriva nei media e sulla stampa. A parlare sono sempre generali, ministri, deputati, magari con intensità diversa, ma sempre a favore dell’ineluttabilità della guerra. Coloro che sono a favore della Pace e di un modo diverso di affrontare i conflitti non trovano spazio.

In una Nazione fondata sul ripudio costituzionale della guerra chi invoca e lavora per la Pace viene attaccato, espulso dal sistema, messo all’indice. Papa Francesco all’Arena di Pace ha detto che per risolvere i conflitti armati, lui ha fiducia soprattutto nei popoli. Forse è per questo che anche sua Santità viene messo a tacere e non viene preso in considerazione.

C’è un’alternativa alla guerra, ma non le si dà spazio e non viene sperimentata. Si continua a perpetrare il conflitto armato. Dopo 940 giorni di guerra in Ucraina, dopo 350 giorni di massacri a Gaza, noi dobbiamo riconoscere che alcune forze potenti stanno facendo di tutto per trascinarci in guerra e che i principali responsabili della politica internazionale, europea e italiana non stanno facendo nulla per impedirlo.

Come si può assistere con indifferenza senza intervenire all’orrenda carneficina che si protrae a Gaza? Come si può fare i tifosi di fronte al milione di vittime del conflitto ucraino? E i morti della Somalia, del Myanmar, del Sudan, del Congo, del Libano e di tutti gli altri Paesi? Forse non è chiaro a tutti che continuando l’escalation potremmo arrivare ad una situazione ancora peggiore?

I potenti dimostrano assoluto disprezzo per la vita umana e per le sorti dell’umanità, si fidano solo delle armi. Non hanno un’idea di come si possa mettere fine ai combattimenti, non hanno un’idea di come si possa arrivare alla pace e stanno trascinando l’Europa intera in una guerra senza precedenti. Dall’altra parte chi è davvero convinto che siamo arrivati ad un passo dal punto di non ritorno, dovrebbe mettere in campo tutte le proprie forze per fermare le guerre.

Sappiamo che non è facile perché la propaganda di guerra in atto nel nostro Paese e negli altri dell’Europa, impedisce di avere chiara la situazione ma pensiamo che sia giunto il momento di lanciare uno “Sciopero, sia dei produttori, sia  dei consumatori” contro la guerra e le difficoltà economiche che derivano da essa. È in corso una vertiginosa corsa al riarmo mondiale, stanno aumentando le spese militari che costringono a tagliare le risorse per la salute e l’istruzione e stanno impoverendo tutti. Stanno installando nuovi missili nucleari in Europa, il che ci rende ancora più fragili.

E’ “adesso” il momento di fermare l’escalation della guerra e dobbiamo chiedere ai sindacati di valutare la proclamazione di uno sciopero generale e chiedere ai lavoratori di fermare la produzione e scendere in piazza. Mentre ai consumatori, cioè a tutti noi, diciamo di  astenersi, nello stesso lasso di tempo, dall’acquisto di qualsiasi bene di consumo. Una grande dimostrazione di opposizione alla guerra e di consenso verso la Pace. Al Governo italiano deve arrivare forte e chiaro la richiesta: No a tutte le guerre e impegno per la

Pace attraverso un’azione di mediazione che coinvolga tutta l’Europa. Sappiamo che non è una cosa facile per questa Europa, ma questi non sono momenti per risposte facili.

Che cosa rispondono i sindacati? Auspichiamo un confronto e se si pensa che questa non sia la strada ce ne indichino un’altra altrettanto o maggiormente incisiva.

La Pace non ha tempo di aspettare! Noi aspettiamo le vostre risposte!

 

Primi sottoscrittori:

Roberto Lovattini –  – insegnante / Coordinatore Europe for peace Piacenza, promotore dell’appello

Mauro Annoni – Presidente Istituto di Storia Contemporanea Pesaro

Barbara Archetti, presidente Vento di Terra

Domenico Barrilà Psicoterapeuta, Analista Adleriano – Milano

Giansandro Barzaghi – Associazione NonUnodiMeno

Pietro Bartolo – ex medico Lampedusa, già parlamentare europeo

Pierluigi Bersani- Presidente Istituto di Storia Contemporanea Piacenza

Luciana Bertinato -insegnante, già collaboratrice di Mario Lodi

Daniele Bruzzone – docente Università Cattolica

Emanuela Maria Bussolati- autrice di libri per l’infanzia

Mario Busti – Presidente Università per la pace delle Marche

Roberto Camarlinghi – Animazione Sociale

Gianluca Carmosino, giornalista Comune-info

Giulio De Vivo – insegnante e formatore

Beppe Giulietti  –  Articolo 21

Davide Guidi – Coordinatore delle attività Università per la pace delle Marche

Flavio Lotti, Presidente della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace

Alessandro Marescotti – Peacelink

Luisa Morgantini- AssoPace, già Vice Presidente Parlamento Europeo

Juri Meda – docente Università di Macerata

Daniele Novara – Pedagogista.  Direttore CPP. Scrittore

Mauro Presini- insegnante e formatore

Lauro Seriacopi – Vice Presidente Fondazione Don Milani

Laila Simoncelli – Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

Mauro Spallucci – Animatore cittadinanza attiva Trani

 

Altri firmatari a livello nazionale:

 

Sara Cambrini, Funzionario Ministero Cultura, Fano

Fabrizio Cracolici –  videomaker e attivista di pace

Carlo Devoti – Maestro dello Sport/ Ambasciatore dell’Accademia Olimpica Nazionale Italiana

Gruppo Territoriale Mce di Piacenza

Oriano Giovanelli – ex Sindaco di Pesaro, già parlamentare, consigliere comunale Urbino

Lidia Maggioli e Antonio Mazzoni – Rete Pace Rimini

Paola Massaro – insegnante/formatrice Urbino

Claudio Orazi – Associazione La Lupus in Fabula (Pesaro e Urbino)

Laura Tussi  – giornalista e scrittrice

Teresa Rabitti – formatrice Associazione Clio’92 Mantova

Gruppo Territoriale Mce di Pesaro

Alessia Balducci, docente di scuola secondaria di secondo grado

Ramona Orizi, insegnante Pesaro

Michela Arseni, insegnante Pesaro

Francesco Paolo Romito, Teresa Roselli, Lucrezia Sisto, Rosaria Zonno, Francesca Damiani – Bari Scuola di Pace di Fano

Donatella Giulietti – insegnante/formatrice Associazione Clio’92 Fano (PU)

Chiara Benegiamo – insegnante Urbino

Daniele Marzi ed Emanuela Sbriscia-Fioretti – Presidenti Scuola di Pace di Senigallia

Veronica Bernini – Brescia

Scuola di Pace “L. Panzieri” di Pesaro

Chiara Balduini – insegnante

Ugo Milella – pensionato Bari

Simonetta Romagna – Presidente Biblioteca Bobbato Pesaro

Marinella Topi – ex insegnante Pesaro

Lorenzana Rossi, Milena Rossi, Lea Benoffi, Rita Giomprini , Caterina Profili – Pesaro

Corrado Donati, Roberto Bernardini,  Giacomo Alessandroni , Roberto Ricci – Pesaro

Isacco Mascarin – attivista

Samuele Mascarin – consigliere comunale Fano

Susanna Cangiotti, Giovanna Catto, Fatima Morelli