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Il ruolo delle carceri minorili in Italia

Il ruolo delle carceri minorili in Italia

Delle violenze ai danni dei detenuti si sono registrate al carcere minorile Beccaria di Milano. Un carcere che ha una lunga storia e, al suo attivo, esperienze positive di custodia e di recupero della devianza minorile. Sembra che questo brillante passato sia stato clamorosamente dimenticato.

Allo stato attuale, il buon nome dell’Istituto è stato cancellato a favore di una situazione insostenibile caratterizzata da maltrattamenti e soprusi ai danni di persone non maggiorenni. La giovanissima età dei maltrattati acuisce la gravità della situazione, in quanto ai minori dovrebbe essere garantita la massima tutela e tutte le strategie possibili per il recupero e il reinserimento nella società civile, una volta scontata la pena.

I minori non hanno i diritti dei maggiorenni, ne hanno di più. Non possono votare, stipulare contratti dal notaio, però hanno una tutela rafforzata della personalità e delle manifestazioni del loro agire. Questo serve a garantire loro una crescita psicofisica sana ed equilibrata, un fondamentale diritto della persona umana che viene loro riconosciuto, insieme a molti altri diritti.

L’inchiesta che si è svolta al Beccaria ha portato a 21 misure cautelari. Tredici agenti della Polizia penitenziaria sono stati arrestati, per altri otto il giudice per le indagini preliminari ha disposto la sospensione. Sui detenuti ci sarebbero state inaudite violenze. Pestaggi con bastoni ai danni di ragazzi ammanettati con le mani dietro la schiena. Per picchiare sarebbero stati utilizzati metodi tali da non lasciare il segno, come ad esempio dei sacchetti di sabbia.

Secondo la Procura, “emergono profili rilevanti di omessa vigilanza da parte del personale rispetto a plurimi episodi violenti anche di natura sessuale accaduti fra i detenuti all’interno delle celle, con una frequenza temporale particolarmente significativa”.

Da quando a settembre 2023 è entrato in vigore il decreto Caivano, ci sono più minori nelle carceri, anche se il numero di reati è il medesimo dell’anno precedente, inoltre un numero maggiore di ragazzi che hanno appena compiuto diciott’anni sta scontando la misura cautelare nelle carceri per adulti, cosa diseducativa. Le misure cautelari personali consistono in limitazioni della libertà personale e sono disposte da un giudice nella fase delle indagini preliminari o nella fase processuale.

Il decreto Caivano, cosiddetto perché concepito come risposta agli episodi di criminalità minorile registratisi nel comune campano, è in realtà il DECRETO-LEGGE del 15/09/2023, n. 123. Nel decreto si introducono alcune novità che riguardano il trattamento della delinquenza minorile. Tra queste si trova il cosiddetto daspo urbano, definito dalla legge come “misura a tutela del decoro di particolari luoghi”.

In pratica, un sindaco (con il prefetto) può multare e stabilire un divieto di accesso ad alcune aree urbane per chi “ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione” a importanti infrastrutture quali strade, piazze, ferrovie e aeroporti. In base al provvedimento, la notifica del divieto verrà fatta ai genitori o a chi esercita la patria potestà. La comunicazione verrà inoltre trasmessa al Procuratore presso il tribunale del luogo di residenza del minore.

L’obiettivo dichiarato del Daspo è quello di difendere la “sicurezza urbana”, e di contribuire alla “vivibilità e al decoro delle città, da conseguire anche attraverso il contributo degli enti territoriali attraverso i seguenti interventi: riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati, eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, prevenzione della criminalità – in particolare di tipo predatorio – , promozione del rispetto della legalità, più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile” (cfr. art 4 D.L. 14/17).

Il decreto introduce altre novità, ne riporto alcune:

  • La pena massima del divieto di rientro nei comuni da cui si è stati allontanati aumenta di un anno, mentre passa da nove a sei anni il limite temporale per la custodia cautelare, che riguarda sia gli indagati sia gli imputati minorenni.
  • Le pene di durata non superiore ai cinque anni, durante le cui indagini il Pubblico Ministero potrà optare per un percorso rieducativo o la messa in prova, passano da uno a sei mesi.
  • Aumenta da tre a quattro anni la pena nel caso di porto non giustificato di armi o di strumenti atti ad offendere, mentre la soglia edittale per il traffico e la detenzione di sostanze stupefacenti è compresa da un minimo di un anno ad un massimo di cinque.
  • Nei casi di associazione mafiosa o associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, il Tribunale, su richiesta del Pubblico Ministero, potrà revocare la patria potestà dei genitori.
  • Per soggetti di età superiore ai quattordici anni, il Questore potrà proporre all’Autorità giudiziaria il divieto dell’utilizzo di telefoni cellulari o altri dispositivi per le comunicazioni, qualora possano servire per condividere le condotte contestate.
  • Per evitare l’abbandono scolastico, le famiglie saranno ritenute responsabili per le assenze ingiustificate e possono rischiare fino a due anni di reclusione.

Detto che un reato è un reato e come tale vada definito e riconosciuto, credo che esistano alcune considerazioni che fanno riflettere. Il percorso in carcere, in modo particolare per i soggetti minorenni, deve essere rieducativo, cioè deve lavorare per il riconoscimento dell’errore e la messa in essere di tutte le strategie che permettano al ragazzo/a, una volta uscito dal carcere, il reinserimento nella società civile.

Se questo non succede, il sistema non funziona e il processo di accompagnamento va ripensato e organizzato. Se a ciò si aggiungono violenze e maltrattamenti in carcere, non solo il processo educativo va ripensato, ma va implementato ex novo. Non esiste infatti alcun tipo di educazione associabile alla violenza e ai maltrattamenti.

Qualunque pedagogista è in grado di spiegare questo con dovizia di teorie ed esempi concreti. Ciascuno di noi sa che per insegnare qualcosa ad altri, la strategia migliore è quella dell’esempio, dimostrare con comportamenti concreti quanto si può ottenere semplicemente intraprendendo uno stile di vita che si ispira all’eticità delle azioni quotidiane.

È attraverso l’esempio concreto e buone relazioni improntate alla fiducia reciproca, che si rieducano le persone. Chi non ha chiaro questo non deve fare l’educatore perché, molto pragmaticamente, non lo sa fare. Ed è buona cosa che uno stato che si vuole definire civile affidi percorsi educativi e rieducativi a persone e istituzioni competenti.

Se questo non succede le istituzioni dello stato vanno ripensate. In tale consapevolezza non c’entra alcuna appartenenza politica, se non una condivisione d’intenti che si basa sull’adesione alle carte costituzionali e a quelle dei diritti degli esseri umani e dei minori (ancor di più).

Ridare una vita normale alla persona che è stata in carcere e ha scontato la pena, è una missione sociale importante che viene spesso disattesa. Chi ha sbagliato è condannato in eterno a portare lo stigma dell’ex detenuto, di colui che non può più essere come gli altri. Sfido chiunque a sostenere che questo è giusto.

Maltrattare minorenni reclusi non ha alcuna giustificazione, non ce l’ha nemmeno se le carceri sono sovraffollate e quindi le persone che là vivono si trovano in uno stato di acuita insofferenza; non ce l’ha nemmeno se chi è a diretto contatto con l’utenza non è preparato per farlo e si arrabatta come può per arrivare a fine giornata e portare a casa lo stipendio.

Esistono persone “normali” che pensano che uno stipendio giustifichi dei maltrattamenti sui minori? Meglio che cambino lavoro, ci sono molte aziende di produzione che cercano operai e non riescono a trovarli. Mi chiedo se aldilà di quello che hanno registrato le telecamere del Beccaria, i fenomeni di maltrattamento delle persone in carcere non siano più diffusi di quel che pensiamo e se tali brutti eventi non riguardino spesso proprio i minori. I dati che abbiamo a disposizione non sono affatto confortanti in questo senso.

Secondo il VII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile pubblicato a metà febbraio 2024, erano 10 anni che non si raggiungeva quota 500 minori detenuti nei 17 Istituti penali per minorenni italiani. Gli ingressi sono in netto aumento. Erano stati 835 nel 2021 e 1.143 nel 2023, la cifra del 2024 è la più alta degli ultimi quindici anni.

I ragazzi presenti negli IPM, gli Istituti Penali per i Minorenni, in misura cautelare erano 340 nel gennaio 2024, contro i 243 del gennaio 2023. Ma, contrariamente a quanto superficialmente si potrebbe pensare, la criminalità minorile è più o meno stabile. I dati forniti dall’Istat e dal Ministero dell’Interno relativi ai minorenni arrestati e/o indagati nel periodo 2010–2022, mostrano un picco nel 2015 seguito da un costante decremento.

Ciò che sembra aver fatto la differenza è quindi il decreto Caivano. Raddrizzare i giovani, far capire subito come funziona la legge e quanto costa aver sbagliato. Un approccio in contrasto con il nuovo codice di procedura penale entrato in vigore nel 1988, fondato sull’interesse superiore del minore.

Interesse superiore del minore significa che in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l’interesse del minore deve avere una considerazione preminente. Già il sovraffollamento delle carceri è un cancro tipicamente italiano, che poi all’interno di tali istituzioni totalizzanti si verifichino situazioni di ripetuta violenza ai danni di detenuti, è cosa assai riprovevole.

Se poi i detenuti sono minori è davvero orribile.

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Storie in pellicola / Palazzina Laf

Il mondo del lavoro torna al cinema da protagonista, con le sue distorsioni e i suoi problemi. La politica, il disprezzo del diritto ad un ambiente sano e l’ILVA di Taranto, con le sue crisi mai risolte, sono al centro di “Palazzina Laf”, opera prima di Michele Riondino.

“Palazzina Laf” trionfa ai David di Donatello, con tre premi prestigiosi: migliore attore protagonista a Michele Riondino, miglior attore non protagonista a Elio Germano – a dieci anni dalla Palma d’Oro – e miglior canzone originale a Diodato per “La mia terra”.

Un progetto, cui Riondino ha lavorato per sette anni, che narra di fatti tragici, incredibilmente veri, accaduti, tratto dal libro “Fumo sulla città” del giornalista e scrittore Alessandro Leogrande. Quando la realtà va al di là di ogni immaginazione.

Il mondo reale della Palazzina Laf (Laminatoio a freddo) dell’ILVA di Taranto, racconta di mobbing collettivo, di lavoratori scomodi qualificati “confinati” a non fare nulla, lasciati lì a giocare a carte, a fumare, a guardare il soffitto, a mettere i piedi sopra i tavoli, a innaffiare piantine smunte, a pregare e quasi ad impazzire, per il solo fatto di essere sgraditi.

Palazzina Laf, foto BIM Distribution

A loro non viene chiesto di produrre, di lavorare, ma di stare semplicemente lì a non fare, a non disturbare, un’inazione che diventa vera e propria forma di violenza e di ricatto.

Se dal reparto confino (all’epoca chiamato “lager”) si vuole uscire, o si accetta una mansione per la quale non si è professionalmente preparati o si va dritti alla cassa integrazione, anticamera del licenziamento. Gli esuberi si possono gestire solo così.

“Il problema nasce con il ricatto occupazionale”, ha detto il regista in un’intervista, “il ricatto sotto il quale noi tarantini siamo costretti a vivere dal 1995, da quando è entrato nella partita il privato: Emilio Riva. Tutti i fatti narrati nel film sono frutto di interviste fatte a ex lavoratori ILVA ed ex confinati. E i passaggi finali sono presi dalle carte processuali che hanno determinato la condanna degli imputati e il risarcimento delle vittime”.

Il caso esplose, infatti, nel 1997, quando, dopo un’ispezione dell’ispettorato del Lavoro, si scoprì che, nella palazzina Laf, i Riva confinavano impiegati, capisquadra, tecnici specializzati e magazzinieri, che non accettavano il declassamento attraverso la cosiddetta “novazione” del contratto. Chi non aderiva veniva pagato per non far nulla.

Nel novembre del 1998, l’allora procuratore Franco Sebastio, insieme con i carabinieri, “liberò” i 79 lavoratori caduti in quella trappola, privati di ogni diritto. La storia finì in un processo per tentata violenza privata a carico di titolari, dirigenti e quadri dello stabilimento. L’8 marzo del 2006 la sesta sezione penale della Cassazione confermò la condanna di undici persone, tra i quali il presidente del Consiglio di amministrazione dell’ILVA, Emilio Riva, e il direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso: al primo furono inflitti un anno e sei mesi di reclusione, all’altro un anno e otto mesi.

Michele Riondino, Vanessa Scalera, foto BIM Distribution

Di Taranto si vedono il quartiere Tamburi, e in particolare, la Parrocchia Gesù Divino Lavoratore, con il mosaico che raffigura Cristo che dal ponte girevole, sullo sfondo di navi e ciminiere, benedice operai, pescatori, massaie, professionisti. L’ingresso dell’acciaieria, la cokeria e la stessa Palazzina Laf sono stati, invece, ricreati nello stabilimento siderurgico ex Lucchini di Piombino, in Toscana.

In questi luoghi spettrali, grigi, polverosi e fumosi, dopo l’ennesima morte sul lavoro, nel 1997, si aggira l’operaio Caterino Lamanna (Michele Riondino), cane sciolto, uomo di fatica che cerca spazio. Il dirigente Giancarlo Basile (Elio Germano) lo promuove a caposquadra e gli dà qualche beneficio in più, solo per “farsi un giro e raccontargli quanto succede in fabbrica”. Caterino è sgraziato e curvo, un poveraccio orgoglioso in cerca di gloria, di qualcosa in più, di qualche briciola. Andare in quella Palazzina, invece che faticare agli altoforni, gli pare il vero privilegio, per pochi eletti.

Michele Riondino, foto Maurizio Greco

Non sa, non si rende conto, non vede alcuna spada di Damocle, non nota stranezze, non coglie inganni, non protesta, non capisce, tossisce e ignora il perché.

“ILVA is a killer”, si legge sui muri. Di uomini, della loro salute, dell’ambiente che li circonda. Ma anche della loro dignità.

Ma per Caterino non conta. Un critico lo ha definito “un Giuda inconsapevole che è a suo modo anche un povero Cristo”. Illuminante.

Un film intenso che ci fa riflettere sui diritti dei lavoratori ma anche su come alcune fantomatiche ristrutturazioni siano sempre lì, in agguato, in attesa. Ma in attesa di cosa?

Palazzina Laf, di Michele Riondino, con Michele Riondino, Elio Germano, Vanessa Scalera, Domenico Fortunato, Gianni D’Addario, Michele Sinisi, Fulvio Pepe, Marina Limosani, Eva Cela, Anna Ferruzzo e Paolo Pierobon, Italia, 2023, 99 mn.

 

Foto in evidenza Maurizio Greco

Le voci da dentro /
Uscire dalla “cella di parole”

Uscire dalla “cella di parole”

Un piccolo gruppo di ragazze dell’Istituto “Einaudi” di Ferrara ha svolto un’esperienza importante e significativa presso la Casa Circondariale di Ferrara. Quello che hanno fatto, per diversi giorni, non è cosa da tutti e da tutte. In questo articolo raccontano le loro emozioni, i loro pensieri e le loro convinzioni.
(Mauro Presini)

Di Fatima Zahra Lahmidi e Gabriela Olaru

Avete presente il carcere? Quel luogo dall’energia sinistra, con condizioni disumane, scarsità di igiene, dalle pareti grigie che ti tolgono anche quel briciolo di speranza e dove chi ci finisce viene privato di identità ed etichettato con un numero di serie per distinguerlo dagli altri? Bene, dimenticatevi di tutto ciò, come abbiamo fatto noi dal momento in cui abbiamo messo piede all’interno di un carcere per la prima volta. Difatti, il 5 febbraio del 2024, grazie alla disponibilità della Direttrice della Casa Circondariale “Costantino Satta” di Ferrara Dr.ssa Maria Nicoletta Toscani e alla nostra scuola, l’Istituto di Istruzione Superiore “Luigi Einaudi” di Ferrara, abbiamo avuto modo di vivere la realtà del carcere. Dal primo momento abbiamo capito che ciò che ci si immagina fuori è completamente diverso dalla realtà. Solitamente si tende a pensare che, nel momento in cui una persona viene messa in questa struttura è lasciata a sé, ma non è così, anzi, sin dal primo momento, si è affiancati da tante figure distinte, che si occupano da subito della salute fisica e psicologica dei detenuti, nel rispetto della dignità della persona. Loro non vengono privati di identità, e non vengono chiamati con un numero di serie ma con il loro nome, come ogni essere umano. Nel nostro percorso siamo stati affiancati dalla Dr.ssa Mariangela Siconolfi, funzionario giuridico-pedagogico, che ci ha aperto gli occhi su un’altra realtà della quale fuori si sa poco, quella che riguarda il grande lavoro che ogni figura all’interno del carcere svolge, a partire dalla polizia penitenziaria fino ai volontari che si prendono la responsabilità di offrire il loro tempo per la costruzione di attività e progetti rivolti alla popolazione detenuta. E sapete qual è la cosa bella? Il carcere non è grigio, anzi: è verde, come la speranza, e blu, colore del viaggio, del cambiamento, ma anche della conoscenza e dell’intelligenza. E, quindi, ora, dopo che vi abbiamo raccontato dei colori del carcere e di chi sta dietro a questa struttura, vi starete chiedendo: “E i detenuti?”.

Il nostro primo incontro con i detenuti non lo dimenticheremo mai, come non dimenticheremo mai il rumore dei cancelli che si chiudevano dietro di noi la prima volta o il rumore di una cella quando viene chiusa a chiave. La prima volta nella quale ci siamo trovati davanti ai detenuti non sapevamo come comportarci o cosa dire, ma poi siamo rimaste piacevolmente sorprese nel vedere come loro si confidavano con noi e prendevano addirittura l’iniziativa nel parlarci senza farci sentire come se stessimo invadendo i loro spazi, come temevamo di fare. Molti di loro lavorano, studiano o coltivano passioni come ognuno di noi. Altri hanno dei sogni, come il poter mettere su una famiglia e avere una casa con un cane, sogni forse semplici, per alcuni, ma grandi per altri, perché capaci di rendere umani al di là del luogo in cui ci si trova. Fuori dal carcere, sono in molti ad avere pregiudizi e timori su questa realtà, ma non sanno che anche le persone detenute hanno i loro timori e le loro paure: la paura di non riuscire a reinserirsi nella società una volta fuori o di essere giudicati e allontanati per il proprio passato. Bisogna sempre ricordare che il carcere non è un luogo esclusivamente punitivo, ma rieducativo. Esso è un luogo per crescere e capire, per accompagnare chi sbaglia nel cammino verso la libertà. Per questo bisogna spendere risorse ed energie, per migliorare le persone, per migliorare la nostra società. Grazie a questo stage abbiamo avuto l’opportunità di abolire stereotipi e pregiudizi sulla detenzione.

È importante capire che i detenuti sono esseri umani come noi e allontanare le idee che possono offuscare la mente. Appena si incontra una persona che è stata dentro partono i pregiudizi, anche se non sappiamo il perché. Cos’ha fatto? Perché? Come? Quali sono i suoi sogni? Quando è uscito? Tutto ciò non importa, eppure ci si focalizza sempre sul pensiero che “era un ex detenuto”, senza rendersi conto della “cella di parole” nella quale ci chiudiamo. Proprio per questo bisogna provare ad andare oltre ai nostri pregiudizi, a sconfinare e a superare le categorizzazioni. Solo così potremo essere veramente liberi. Dentro e fuori dal carcere.

Immagine di copertina: murales di Banksy sul carcere inglese di Reading

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Parole a Capo
Versando pensieri

Molta gente scrive poesie che non sente pienamente. Lo faccio anch’io, a volte. Vita dura genera verso duro e con verso duro intendo un verso vero privo di orpelli.
(CHARLES BUKOWSKI)

 

La mia Emilia

Emilia ti respiro
a strozzo il cuore
travolge il maestoso
seppur dormiente
accarezzato orizzonte.
Se salgo su quel ricordo
al galoppo
fulgido e profumato di grano
si espande.
Tondo il mappamondo
si appunta il mio cammino
solo di passi gli è concessa la conta
mentre la distanza tra qui e l’altrove
si misura a peso di campi arati
di volti invecchiati
di risate assordanti
di argini e pioppi argentati.
Emilia ti saluto
stappo la bottiglia
sola e solenne
ne conservo il sughero tinto
tra le mani come un gioco
scivola giù.
a sanare va quel foro
visibile tra il petto.

Amore son pronta
ti aspetto.

(Lidia Calzolari)

*

Idrogeno solforato
soffio di morte,
non lo sapevamo
non lo conosciamo.
Ma qualcuno lo poteva conoscere?
nessuna sfortuna
non una pallottola vagante
ma il contante.
C’è fretta,
ottimizziamo i tempi
va abbassato il costo orario
occorre fare lo straordinario.
Prima o poi
mi faranno fisso
io accetto tutto
anche l’abisso.
Non mancano le leggi
non mancan gli ispettori
manca il rispetto per la vita
dei lavoratori.

(Cristiano Mazzoni)

*

I giorni del glicine

All’improvviso
un profumo sorride
regala
una grazia di pace sopra il cuore.
Cascata gloriosa
colore d’orizzonte antelucano.
Fiorisce di memorie il muro antico:
sono i giorni del Glicine.

(Marta Casadei)

*

La sera

Tardi la sera
una luna rossa
riempie la valle
Senza sapere
penetra
tiepido sangue
nei campi
I nostri corpi stesi
e sotto l’erba
una terra bruna
Se Dio c’è
geme e trema
insonne

(Rita Bonetti)

*

Ricordi di maggio

E dopo un po’ di tempo
ritorna maggio.
Da bambino
era il mese del fioretto.
Ogni giorno
ad ogni scendiletto
mi guardavo attorno
per dare della gentilezza
un assaggio.

 

La bontà era un gioco
la fatica era poca,
bastava poco.
Alla fine del mese
come in un premio a punti
nella chiesa del paese
eravamo tutti compunti
per il raggiunto traguardo
sotto gli occhi della mamma
e del suo dolce e religioso sguardo.

(Pier Luigi Guerrini)

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

L’emergenza qualità dell’aria.
Note e commenti al Rapporto “Mal’Aria di città 2024” di Legambiente

L’emergenza qualità dell’aria. Note e commenti al Rapporto “Mal’Aria di città 2024” di Legambiente

La lotta allo smog nelle città italiane è ancora in salita. I livelli di inquinamento atmosferico sono troppo lontani dai limiti normativi previsti per il 2030 e soprattutto dai valori suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La salute dei cittadini è a rischio. Così inizia il comunicato di presentazione del rapporto di Legambiente Mal’Aria di Città 2024, presentato i primi giorni dello scorso mese di febbraio.
Il 2023, si legge in premessa del rapporto, “è stato un anno interlocutorio per le città italiane dal punto di vista dell’inquinamento atmosferico. Un anno con qualche luce e molte ombre” [Vedi qui la versione integrale del rapporto]

I valori complessivamente più bassi rispetto al 2022 sono infatti quasi esclusivamente riconducibili alle favorevoli condizioni metereologiche che hanno caratterizzato i mesi invernali di inizio anno e il periodo autunnale del 2023, specie per quanto riguarda le polveri sottili (PM 10 e PM 2.5 ) e gli ossidi di azoto (NO 2 ) registrati nei monitoraggi. “Questa la spiegazione, continua la premessa al report di Legambiente, che viene data dalle varie Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale nei comunicati stampa usciti nelle prime settimane del 2024 relativamente ai dati dell’inquinamento dell’aria dell’anno appena trascorso”. Ciò è indubbiamente positivo per cittadine e cittadini che ogni giorno sono costretti a respirare aria con concentrazioni di inquinanti dannose per la salute. Meno positive sono le azioni, e la loro reale efficacia, introdotte da Governo nazionale, Regioni e amministrazioni comunali nel corso degli anni per fronteggiare questa emergenza ormai cronica che investe ogni anno il nostro paese.

Nonostante la leggera riduzione dei livelli di inquinamento di cui si è detto la “lotta allo smog nelle città italiane è ancora in salita” e, si legge nel comunicato stampa di Legambiente, “si fatica ad accelerare il passo verso un miglioramento sostanziale della qualità dell’aria”. I livelli attuali di inquinamento della maggior parte delle città italiane sono infatti stabili ormai da diversi anni, in linea con la normativa attuale, ma molto distanti da quelli che a breve (sono previsti per il 2030), verranno approvati dall’Unione Europea, ma, soprattutto, dai valori suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Tutto ciò evidenzia la necessità di un impegno più deciso e non più rimandabile da parte delle istituzioni nazionali e regionali per tutelare la salute delle persone [Guarda su Youtube]

Senza dubbio sono molto chiari i contenuti del report [1] che analizza i dati, riferiti ai capoluoghi di provincia italiani, dei livelli raggiunti, nel corso del 2023, dalle polveri sottili PM10 e PM2.5 e dal biossido di azoto NO2. Su 98 città monitorate 18 hanno superato i limiti normativi per gli sforamenti di PM10[2], mentre nel 2022 le città “fuorilegge” erano state 29 e 31 nel 2021. Con 70 giorni di sforamento (il doppio rispetto ai valori ammessi) è Frosinone la città in testa a questa poco meritevole classifica, seguita da Torino con 66, Treviso 63 e Mantova, Padova e Venezia con 62. Altre tre città venete superano il limite dei 35 giorni di sforamento: sono Rovigo, Verona e Vicenza, con rispettivamente 55, le prime due e 53 l’ultima. Milano registra 49 giorni, Asti 47, Cremona 46, Lodi 43, Brescia e Monza 40. Chiudono la lista Alessandria con 39, Napoli e Ferrara con 36 giorni di raggiungimento del limite di 50 microgrammi/m3, quest’ultima unica provincia dell’Emilia Romagna ad averli oltrepassati.

Nuovi limiti drasticamente più bassi rispetto a quelli in vigore in Europa sono stati suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2021 quando sono state aggiornate le linee guida sulla qualità dell’aria in seguito ai numerosi studi che hanno dimostrato come i gravi danni sulla salute non si presentino solo in seguito all’esposizione a livelli elevati di inquinanti, ma anche in caso di concentrazioni minori, raccomandando l’abbassamento della media annuale del particolato fine, PM2.5, a 5 µg/m3, quella del particolato inalabile, PM10, a 15 µg/m3, mentre per il biossido di azoto, NO2, a 10 µg/m3. In considerazione di tali raccomandazioni la Commissione Europea nel 2022 ha pubblicato una proposta di revisione delle direttive sulla qualità dell’aria che prevede diversi scenari di riduzione delle emissioni, propendendo però un’opzione intermedia rispetto ai limiti proposti da OMS. Quelli europei propongono entro il 2030 una riduzione per il PM10 da 40 a 20 µg/ m3, per il PM2.5 da 25 a 10 µg/ m3 e per NO2 da 40 a 20 µg/ m3. Viene inoltre prevista l’introduzione di una soglia di 25 µg/ m3 per la media giornaliera per il PM2.5 e di 50 µg/ m3 per l’NO2, da non superare per più di 18 giorni all’anno, mentre l’abbassamento della soglia preesistente per il PM10, passerebbe da 50 a 45 µg/ m3 per un massimo di 18 superamenti in un anno.

Il report di Legambiente afferma quindi che, rispetto ai valori più stringenti proposti dalla revisione della Direttiva europea sulla qualità dell’aria, che entrerà in vigore dal 2030, le città italiane, da Nord a Sud, presentano ancora notevoli ritardi, una tendenza la cui rotta difficilmente potrà essere invertita. In “aiuto” alla complessa realtà italiana può venire la posizione negoziale del Consiglio Europeo che, al fine di garantire una maggiore flessibilità agli Stati per attuare la direttiva, ha introdotto una proroga al 1° gennaio 2040, indebolendo notevolmente però l’iniziativa della Commissione molto più in linea con gli obiettivi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’8 marzo scorso da parte del Consiglio Europeo è stato emesso un comunicato stampa[3] titolato Qualità dell’aria: Consiglio e Parlamento raggiungono un accordo per rafforzare le norme nell’UE, dove, a inizio documento, viene scritto che “La presidenza del Consiglio e i rappresentanti del Parlamento europeo hanno raggiunto oggi un accordo politico provvisorio su una proposta tesa a definire a livello di UE standard di qualità dell’aria da raggiungere nell’ottica di realizzare l’obiettivo di inquinamento zero, contribuendo così a un ambiente privo di sostanze tossiche nell’UE entro il 2050”. L’accordo provvisorio, pur ribadendo i principi espressi dalla Commissione nel 2022, offre agli Stati membri la possibilità di chiedere, entro il 31 gennaio 2029 e per motivi specifici e a condizioni rigorose, un rinvio del termine per il raggiungimento dei valori limite di qualità dell’aria[4].

Tornando a quanto contenuto report Mal’Aria di città, risultano di notevole interesse alcune infografiche presenti, che, riportando le 11 città italiane più inquinate da PM10 e le 9 da PM2.5, mostrano le riduzioni percentuali necessarie per il rispetto dei nuovi limiti al 2030 (fatte salve le eventuali eccezioni del Consiglio Europeo sopra citate). Per ambedue gli inquinanti considerati non sono presenti città della nostra regione, ma va fatto notare che ben 10 sulle 11 città con maggiore inquinamento da PM10 sono quelle collocate nelle regioni padane, che sono il Veneto con 6, la Lombardia con 3 e il Piemonte con 1[5], mentre per le PM2.5 le 9 città maggiormente inquinate sono 5 in Lombardia e 4 nel Veneto. Nel primo caso le città che necessitano della maggioreMal’Aria di città percentuale di riduzione sono Verona, Vicenza e Padova (37%), mentre nel secondo è Padova con il 58%. Per quanto riguarda il biossido di azoto NO2 i risultati peggiori in termini di riduzioni sono stati registrati in 4 città dell’area padana (3 lombarde e 1 piemontese) e poi da Napoli (che con il 48% presenta il valore massimo di riduzione), Palermo, Catania e Roma sulle 8 considerate nell’infografica.

Oltre ai valori che riguardano la concentrazione giornaliera di PM10, 50 μg/m3, da non superare

per più di 35 volte nell’arco dell’anno, un altro parametro da tenere presente è quello che misura l’esposizione della popolazione nel lungo periodo, cioè la concentrazione media annua di tutte le centraline presenti in un comune, il cui limite è fissato dalla legge italiana a 40 μg/m3. Come negli anni precedenti, è scritto nel rapporto, nessuno in Italia ha superato tale limite, anche se numerose sono le città che presentano valori elevati: Padova, Verona e Vicenza hanno fatto registrare valori medi di 32 μg/m3, Cremona e Venezia 31 μg/m3, mentre per Brescia, Cagliari, Mantova, Rovigo, Torino e Treviso la media è stata di 30 μg/m3. Si noti che a parte Cagliari, tutte le altre città fanno parte della pianura Padana.

Ma, come fa notare Mal’Aria di città, la situazione cambia totalmente se si considerano i nuovi limiti previsti dalla revisione della direttiva, i quali, fissando la soglia in 20 μg/m3 a partire dal 2030 portano oltre il 70% delle città a superare la soglia ritenuta più sicura per la salute dei cittadini. E’ allora necessario assumere al più presto quelle soluzioni che permetteranno un taglio netto delle concentrazioni nel minor tempo possibile. Viene stimato che la riduzione necessaria a raggiungere i valori fissati al 2030 si attesti attorno al 33% per le città con concentrazioni medie di 30 μg/m3 e al 37% per quelle con valori superiori (32 μg/m3).

Stesse considerazioni possono essere fatte per il particolato PM2.5, tra i più dannosi per la salute umana: a causa delle sue dimensioni inferiori a 2,5 micrometri, esso è in grado di penetrare in profondità nei polmoni, e, secondo le stime dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, si stima che nel 2021 in Europa siano state circa 253 mila le morti premature a causa del PM2.5. L’Italia detiene, in questa triste classifica, il secondo posto, con circa 46.800 morti, ed è questo il motivo per cui è fondamentale tenere il PM2.5 sotto osservazione. Questo inquinante, nell’ambito di questa indagine, è stato misurato in 141 centraline distribuite in 87 città. La nota positiva, conclude il report, è che il limite normativo attuale di 25 μg/m3 è stato rispettato da tutte le città, anche se sono molte quelle dove sono stati registrati valori molto prossimi: Padova (24 μg/ m3); Vicenza (23 μg/ m3); Cremona e Treviso (21 μg/ m3); Bergamo e Verona (20 μg/ m3); Brescia, Pavia e Piacenza (19 μg/ m3). Ma anche in questo caso le prospettive non sono rosee, dato che nel momento in cui il limite adottato sarà quello dei 10 μg/ m3 solo 14 città rispetterebbero tale soglia. Ancora più negativa appare la situazione se si considera il limite stabilito dall’OMS di 5 μg/m3 come soglia per la tutela della salute.

Anche per il biossido di azoto si possono fare considerazioni analoghe a quelle fino ad ora descritte. Per l’OMS questa è tra le sostante più inquinanti, la cui esposizione eccessiva risulta dannosa per la salute umana, sia nel breve periodo, causando problemi all’apparato respiratorio e alle mucose, sia nel lungo termine: secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Italia, 11.300 sono le morti attribuite a un’esposizione eccessiva all’NO2 nel 2021, e questo è uno tra i numeri più alti in Europa. L’NO2 inoltre presenta un rilevante impatto sull’ambiente, in quanto contribuisce ai fenomeni di smog fotochimico, eutrofizzazione e piogge acide. Nell’ambito di questa indagine sono stati raccolti dati sui livelli medi di concentrazione di biossido di azoto, utilizzando 205 centraline distribuite in 91 città. Nel 2023 il limite normativo di 40 μg/m3 è stato rispettato da tutte le città monitorate, e anche in questo caso la situazione cambia considerando il valore di riferimento di 20 μg/m3 previsto dalla revisione della direttiva per il 2030: ad oggi ben 45 città (il 50% del campione analizzato) non rientrerebbero nei nuovi limiti, e, come nei casi precedenti, la situazione appare ancor più critica se si prende in considerazione come valore di riferimento il limite proposto dall’OMS di 10 μg/m3. In questo caso ben il 92% delle città superando tale soglia risulterebbero fuori norma. Situazione molto preoccupante quindi se si pensa che per rientrare nei limiti previsti per il 2030, il doppio di quanto proposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, per una città come Napoli sarebbe necessario ridurre la concentrazione di NO2 del 48%, mentre Milano e Palermo nei prossimi 6 anni dovrebbero diminuirla rispettivamente del 42% e 40%.

In conclusione, e in continuità con quanto scritto nel recente articolo[6] La qualità dell’aria a Ferrara. Il 2024 inizia in modo preoccupante, vengono riportati e commentati i dati degli sforamenti del particolato PM10 degli ultimi 4 anni (2020-2023) relativi alle provincie emiliano romagnole, premettendo che il conteggio è stato effettuato considerando il totale degli sforamenti annui indipendentemente dalle centraline che hanno registrato il superamento del limite giornaliero. Nel report di Legambiente invece vengono riportati i risultati dei monitoraggi delle ARPA regionali che sono riferiti alla sola centralina che ha registrato il massimo numero di sforamenti per ogni provincia. Come esempio si consideri che ARPAE, per la provincia di Ferrara nell’anno 2023, indica 36 giorni di superamento registrati dalla centralina denominata Ferrara Isonzo, senza considerare che, oltre a queste, vi sono state 2 giornate nel corso dell’anno che hanno registrato un superamento del limite dei 50 microgrammi/m3 da parte di altre centraline della provincia. Secondo questo calcolo il numero di sforamenti considerato risulta quindi maggiore e corrisponde a 38.

Di seguito viene riportato in numero di sforamenti annui delle annate dal 2020 al 2023. In grassetto i valori che hanno oltrepassato o raggiunto il limite dei 35 giorni previsto dalla normativa.

 

2020 2021 2022 2023
Piacenza 53 54 60 34
Parma 58 51 51 27
Reggio Emilia 63 58 71 38
Modena 79 69 89 45
Bologna 45 39 48 22
Ferrara 73 45 65 38
Forlì-Cesena 49 29 34 23
Ravenna 60 38 41 32
Rimini 56 36 41 34

* in grassetto i giorni che hanno superato i limiti previsti dalla normativa (35)

Si noti che, ad esclusione della provincia di Forlì-Cesena, fuori norma solo nel 2020, nel triennio 2020/22 tutte le provincie della regione oltrepassano il limite, in alcuni casi anche di oltre il doppio (Modena e Ferrara nel 2020, Modena e Reggio Emilia nel 2022), mentre altre mostrano valori molto elevati. E’ altrettanto evidente il “miglioramento” registrato nel 2023, quando, ad esclusione di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, le rimanenti provincie rimangono al di sotto dei 35 giorni di sforamento. Miglioramento però, come detto in altra parte dell’articolo, quasi certamente causato dalle favorevoli condizioni meteorologiche piuttosto che da azioni virtuose intraprese nella direzione della diminuzione delle emissioni degli inquinanti presenti nell’aria che respiriamo. L’osservazione dei dati, quindi, non lascia dubbi su quanto ancora ci sia da fare. Un’ultima annotazione riguardo a Ferrara. Pur in calo, ma con un dato alquanto elevato nel 2022, come del resto per quasi tutte le provincie emiliano romagnole, la nostra provincia, nel 2023, ultimo anno di osservazioni, assieme a Modena e Reggio Emilia, registra il superamento del limite dei 35 giorni, come da normativa, di “soli” 3 giorni, almeno fino a quando questa saranno adottati gli aggiornamenti secondo le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale di Sanità.

Infine, un accenno all’inquinamento da Ozono (O3), che merita particolare attenzione, e che, lo si ricorda, per tossicità e per i livelli di concentrazione che possono essere raggiunti è tra quelli che maggiormente incide sulla salute umana. Negli ultimi cento anni la concentrazione di ozono negli strati più bassi dell’atmosfera è raddoppiata e sono sempre più ricorrenti e pericolosi i picchi estivi. La provincia di Piacenza, la più “continentale” della regione, dal 2019 è quella che ha visto una sostanziale crescita della quantità di ozono nell’aria e dei conseguenti giorni di superamento dei limiti consentiti dalla normativa[7], che nel 2023 sono stati 90. Le provincie della regione che lo scorso anno hanno raggiunto livelli elevati di questo inquinante, i cui sforamenti sono concentrati nei mesi con le temperature più alte, in pratica da maggio a settembre, sono state Reggio Emilia (79), Parma (77) e Modena (68). Le altre, più vicine al mare, pur oltrepassando i valori di sicurezza, hanno presentato valori più ridotti (Ravenna e Forlì-Cesena le più basse con 37). Ferrara con 57 giorni di superamento nel 2023 ha mostrato, negli ultimi cinque anni di rilevazioni, un certo equilibrio dei livelli di inquinamento, a differenza di altre provincie dove invece si è assistito ad una crescita costante della presenza di ozono, specie nel triennio2021-23.

Gian Gaetano Pinnavaia, candidato nella lista La Comune di Ferrara per Anna Zonari Sindaca

Note

[1] Mal’Aria di città 2024, https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/11/Report_Malaria-2024.pdf.

[2] 35 giorni all’anno con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/m3.

[3] https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2024/02/20/air-quality-council-and-parliament-strike-deal-to-strengthen-standards-in-the-eu/.

[4] https://ambientenonsolo.com/qualita-dellaria-il-consiglio-e-il-parlamento-colpiscono-laccordo-per-rafforzare-gli-standard-nellue/.

[5] Mal’Aria di città 2024, pag 10-12.

[6] https://www.periscopionline.it/qualita-dellaria-a-ferrara-il-2024-inizia-in-modo-preoccupante-290992.html

[7] Il Decreto Legislativo 155/2010 stabilisce per la protezione della salute umana un valore limite orario (200 µg/m³ di concentrazione media oraria da non superare più di 18 volte in un anno) e un valore limite annuale (40 µg/m³).

Vite di carta /
Alfonsina Strada, la regina della pedivella.

Vite di carta. Alfonsina Strada, la regina della pedivella.

Sabato 4 Maggio ha preso il via l’edizione numero 107 del Giro d’Italia: 3.400 km di percorso in bicicletta distribuito in 21 tappe e con due giorni soli di riposo per i 176 partecipanti.

Esattamente cento anni fa anche una donna, Alfonsina Strada, si presentò alla partenza in una grigia alba milanese, numero 72 su 90 corridori presenti, pronti ad affrontare la fatica di dodici lunghe tappe su strade dissestate e salite impervie. Una tappa e un giorno di riposo, fino all’arrivo a Milano il 1° Giugno.

Alfonsina Strada partecipò al Giro d’Italia 1924 con una divisa nera e il numero 72

Il 26 maggio, data in cui il Giro della edizione 2024 si concluderà, Alfonsina ebbe un incidente grave, cadde e riportò diverse contusioni e tagli. Di più: ruppe la bicicletta e per ripararla alla meno peggio riportò un enorme ritardo all’arrivo e fu squalificata.

Ma. Ci sono due ma: il primo è che arrivò al traguardo a Perugia con un pezzo di legno montato al posto del manubrio, aiutata da una contadina che si era privata della propria scopa per ripararle la bici e le aveva fatto coraggio in un dialetto sconosciuto.

Il secondo è che spese fino all’ultima goccia di sudore e di fatica pur di tenere fede all’impegno che aveva preso con se stessa: arrivare fino in fondo. Arrivò fuori classifica ma finì tutte le tappe come si era ripromessa.

Cosa voleva dimostrare. Voleva seguire quella passione che le si era rivelata da bambina, quando aveva sottratto la bici al padre e di notte aveva provato l’ebbrezza più bella, pedalare per andare oltre i confini della sua infanzia nella miseria della campagna bolognese.

Voleva dimostrare a sé prima che agli altri di non essere “carne di scarto” in quanto donna, di avere diritto a seguire il proprio talento. Superare i limiti per un di più di conoscenza e di esperienza, questo la spingeva a sopportare la fatica.

Come racconta Simona Baldelli nel suo bel libro Alfonsina e la strada, uscito presso Sellerio nel 2021, pedalare è stato lo stigma di una vita per la corridora di Fossamarcia di Castenaso.

La bicicletta, avrebbe detto Montale, il suo amuleto per passare tra le insidie della grande guerra e poi del fascismo, dei lutti familiari e della miseria nel secondo conflitto mondiale. E per farcela.

Il 30 maggio 1924, mentre Alfonsina disputava la terzultima tappa del Giro, Giacomo Matteotti aveva denunciato in Parlamento che le elezioni di due mesi prima erano state inficiate da gravi brogli, “dunque andavano annullate e rifatte da capo.

In molti erano pronti a scommettere che non l’avrebbe passata liscia e che il Duce avrebbe trovato il modo di zittirlo per sempre. C’era nell’aria il preambolo di un futuro terribile e la gente cercava di nascondere nell’entusiasmo per il Giro la paura di qualcosa di brutto, vicino a venire”.

In questo frangente della storia, la corridora fece il giro d’onore al Velodromo Sempione e incassò finalmente il plauso della folla. Quanto a Mussolini, che diceva di volerla incontrare, ma poi aveva avuto altro a cui pensare, Alfonsina “si risparmiò volentieri” la sua stretta di mano.

Pedalando per una vita aveva dovuto sopportare ben altre fatiche, fatiche psicologiche ed emotive più pesanti ancora di quelle fisiche. Aveva raccolto forse più ostilità che sostegno intorno a sé, a cominciare dalla sua famiglia.

Veniva spesso chiamata la pazza per la sua passione che era da maschi e per la spinta a osare, a guardare verso la luna. Raccoglieva offese durante le gare, anche dalle donne stesse che non le perdonavano l’abbigliamento maschile e il taglio inusuale dei capelli.

Va letto il libro di Simona Baldelli per assorbire le cento traversie della sua vita e apprezzare le vittorie riportate sulla bicicletta, per conoscerne la sensibilità generosa verso gli altri e la capacità di fare anche le scelte più dolorose.

I suoi due mariti, Luigi e poi alla morte di questi Carlo, l’avevano davvero sostenuta. Del primo era lei stessa a ricordare le parole di incoraggiamento, nei momenti più bui: “Come sei bella sulla bicicletta, Fonsina, non scendere mai”.

Pare che davvero Alfonsina non scenda più, specie da quando, l’11 Luglio 2017, porta il suo nome una strada di Milano.

Nota bibliografica:

Simona Baldelli, Alfonsina e la strada, Sellerio, 2021

Le immagini della cover e nel testo sono tratte da Wikipedia

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Numeri / L’Italia delle armi:
cresce la spesa militare sia in Italia che in tutta Europa

L’Italia delle armi: cresce la spesa militare sia in Italia che in tutta Europa

Le spese militari dei paesi Nato membri dell’Unione Europea sono aumentate negli ultimi 10 anni di quasi il 50% (da 145 miliardi del 2014 ai 215 miliardi di euro nel 2023 (230 mln di dollari) a prezzi costanti 2015 (fonte: Nato). Si tratta di un importo superiore al Pil annuale del Portogallo. Con la guerra in Ucraina, le spese militari per il 2023 dovrebbero aumentare di quasi il 10% in termini reali rispetto al 2022.

I paesi Nato dell’Ue spendono l’1,8% del loro Pil per le forze armate. In un decennio, l’Italia ha aumentato la spesa militare reale (a prezzi costanti) del 26%.

Le spese più in crescita sono per acquisto di armi ed equipaggiamenti e le importazioni di armi da paesi esterni sono triplicate tra il 2018 e il 2022, metà delle quali proviene dagli Stati Uniti (fonte: Sipri).
Non stupisce quindi che gli Usa spingano per arrivare al 2% del Pil della spesa militare in Europa in quanto ciò significa aumentare l’import di armi dagli Usa.

Nel decennio 2013-2023, la spesa militare è cresciuta in Italia, come si diceva, del 26%, mentre il Pil cresceva del 9%, l’occupazione del 4%, la spesa pubblica del 13%, la spesa per la salute dell’11% e quella per l’istruzione del 3%. La priorità per le risorse pubbliche è stata il sistema militare anziché la spesa sociale.

Per documentare queste politiche di riarmo e le loro conseguenze Sbilanciamoci! e Greenpeace hanno realizzato l’ebook “Economia a mano armata 2024. Spesa militare e industria delle armi in Europa e in Italia” che si può scaricare dal 2 maggio sul sito Sbilanciamoci.info.

L’ebook ha la prefazione di Carlo Rovelli (che anche il Corriere della Sera ha pubblicato il 1° maggio), il quale rammenta che siamo in una situazione molto rischiosa in quanto la valutazione periodica degli scienziati del Buletin of the Atomic Scientistis indicano un livello di rischio (di conflitto nucleare) mai raggiunto in passato. Si parla apertamente di conflitto atomico tra Russia e NATO. Si tratta di darsi tutti una calmata e come dice Rovelli “trovare leader ragionevoli che cercano soluzioni e non soffino sul fuoco. La maggiore responsabilità è sulle spalle dell’Occidente, perché detiene ancora, per ora, il potere dominante e può decidere se accettare la rinegoziazione dell’equilibrio resa inevitabile dalla diffusione della prosperità diffusa nel mondo o rimanere arroccato a qualunque costo alla sua attuale posizione di dominio. L’Europa al momento sembra spersa e purtroppo l’Italia è in prima linea (nel riarmo), mentre altri paesi come Irlanda, Spagna, Austria cercano posizioni di equilibrio e neutralità”. Peccato perché l’Italia ha avuto per 50 anni nel dopoguerra una posizione molto apprezzata dal resto del mondo e dai paesi “non allineati” (nonostante fossimo nella NATO): un patrimonio di fiducia e di ruolo diplomatico strategico nel mondo che stiamo gettando al vento.

Una parte rilevante dell’ebook è dedicata alla traduzione italiana del Rapporto di GreenpeaceL’Europa delle armi. La spesa militare e i suoi effetti economici in Germania, Italia e Spagna”, pubblicato in inglese nei mesi scorsi, da cui sono tratti i dati sopra riportati. Lo studio analizza la crescita della spesa militare in Europa nel quadro dell’andamento delle economie, mettendo a confronto gli effetti su crescita e occupazione della spesa per armi e della spesa sociale e ambientale. I risultati mostrano che spendere per le armi è un “cattivo affare” – anche solo in termini puramente economici – rispetto a investire in campi civili.

L’intreccio tra spese militari e industria delle armi è analizzato da Francesco Vignarca, responsabile della Rete italiana per la pace e il disarmo. Raul Caruso esamina la questione dell’integrazione europea nella spesa militare. Sofia Basso, che ha coordinato il lavoro per l’ebook, presenta un quadro delle missioni militari all’estero che hanno l’obiettivo di proteggere le fonti energetiche nei paesi in conflitto. Un contributo importante è quello di Gianni Alioti che presenta la struttura del settore, la classifica delle maggiori imprese delle armi – da Leonardo a Fincantieri -, la gerarchia esistente tra i produttori, la scala multinazionale delle attività, la dimensione finanziaria che diventa sempre più importante, i dati sull’occupazione. Un approfondimento sul caso del nuovo caccia Tempest, un’inconsueta co-produzione internazionale che coinvolge l’Italia, è offerto da Guglielmo Ragozzino, mentre Giorgio Beretta presenta il quadro delle esportazioni italiane di armamenti, mostrando le responsabilità del nostro paese nei conflitti in corso.

I contributi del volume documentano come la maggior spesa militare non porti a una maggior sicurezza ma al contrario conduca l’Italia e l’Europa lungo una traiettoria di minore prosperità economica, minore creazione di posti di lavoro e peggiore qualità dello sviluppo. Le alternative – maggiori spese per l’ambiente, l’istruzione e la sanità – avrebbero effetti economici più positivi sulla produzione e sull’occupazione, e contribuirebbero ad affrontare i problemi sociali e ambientali che abbiamo di fronte.

Per leggere gli altri articoli e interventi di Andrea Gandini, clicca sul nome dell’autore

Solidarietà con Gaza negli Stati Uniti e in Europa

Tratto da pressenza del 6 maggio 2024

Redazione Italia di pressenza

Trinity College, Dublino

Negli Stati Uniti l’ondata di solidarietà con la Palestina continua nonostante la dura repressione. Secondo l’Associated Press, la polizia ha arrestato finora più di 2.500 studenti che si erano accampati nelle loro università, chiedendo di disinvestire dalle aziende che traggono profitto da gravi violazioni dei diritti umani e/o dall’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Gli ultimi arresti sono avvenuti all’University of Virginia, all’Art Institute di Chicago e all’University of Southern California.

Alla Columbia University gli Independent student workers invitano ad aderire a uno sciopero mettendosi in malattia fino a quando non verranno accolte le richieste di amnistia per gli studenti pro Palestina e di allontanamento della polizia dal campus.

Sabato all’Università del Michigan, studenti che tenevano in mano bandiere palestinesi hanno brevemente interrotto le cerimonie di laurea, mentre un aereo volava sopra di loro con uno striscione con gli slogan: “Disinvestite da Israele ora! Palestina libera!”. All’Università dell’Indiana alcuni studenti hanno abbandonato la cerimonia di consegna dei diplomi di sabato e hanno fischiato il preside. Un aereo ha sorvolato la cerimonia trascinando uno striscione con una bandiera palestinese e la scritta “Lasciate vivere Gaza”.

Non tutti gli atenei scelgono la linea dura: quattro grandi università americane – Brown, Northwestern, Rutgers e UC Riverside – hanno concordato la pubblicazione e la “revisione” di tutti gli investimenti legati a Israele, come richiesto dagli studenti.

La protesta continua anche in Europa. Al Trinity College di Dublino uno studente ha reagito alle critiche per aver costruito una barricata di panche per impedire l’accesso all’edificio che ospita l’antico manoscritto detto Book of Kells (ora chiuso a tempo indefinito) dichiarando: “Le panche possono tornare alla loro posizione originale, ma le migliaia di uomini, donne e bambini palestinesi assassinati da Israele no. Loro non ci sono più.” “Non si può andare avanti come se nulla fosse davanti a un genocidio. Il Trinity College deve tagliare ogni relazione con lo Stato d’Israele” ha affermato László Molnárfi, presidente del sindacato studentesco.

Foto: Students taking part in an encampment protest over the gaza conflict on the grounds of trinity college in dublin. picture date: saturday may 4, 2024. Stock Photos and Images

Nel Regno Unito alle università di Manchester, Sheffield, Newcastle, Bristol, Warwick, Liverpool, Londra, Edimburgo e Leeds si sono unite quelle di Cambridge e OxfordIl gruppo Cambridge for Palestine ha montato un accampamento dichiarando: “Ci rifiutiamo di restare a guardare mentre l’università sostiene il genocidio attuato da Israele a Gaza.”

Foto di Cambridge for Palestine

Edimburgo è stato montato un accampamento davanti al Parlamento scozzese. Gli attivisti chiedono l’embargo sulle armi, il disinvestimento pubblico e accademico, il riconoscimento del genocidio di cui il Regno Unito è complice, il diritto di protestare e la tutela del diritto di boicottaggio. Decine di loro hanno intrapreso uno sciopero della fame a tempo indeterminato.

Foto di copertina : Ceasefire Now! – Rally For Palestine, Dunedin, NZ, Sat. 4 Nov. 2023 (CC BY 3.0 NZ – Photo by Mark McGuire) – da Novaradio su licenza Creative Commons

Fonti:

Democracy Now!
CU Apartheid Divest
Cambridge for Palestine
Resistance News Network

 

festoso aperitivo di inaugurazione della sede del comitato elettorale della candidata sindaca Anna Zonari

Ieri lunedì 6 maggio si è tenuto un festoso aperitivo di inaugurazione della sede del comitato elettorale della candidata sindaca Anna Zonari, situata in via RIPAGRANDE 28. Le risorse per finanziare la sede arrivano direttamente dall’autofinanziamento di candidate/i e attiviste/i, nonché dalla raccolta fondi promossa attraverso sito e social.
Ringraziamo chi ha contribuito e chi vorrà farlo nei prossimi giorni. La sede ci serve come luogo di incontro, dove le persone interessate potranno trovare
materiale informativo e un orecchio attento, in ascolto dei bisogni e delle sensazioni di chi abita la città. La sede sarà aperta mattina 9-12 e pomeriggio 15-18 indicativamente, secondo la disponibilità di candidate/i e attiviste/i.

L’inaugurazione della sede è stata impreziosita dalla mostra personale della pittrice Stephani Nwobodo. Stephani Nwobodo nasce a Ferrara nel 1997 da genitori nigeriani risiedenti in Italia dalla fine anni Settanta.
Il legame con la famiglia e le proprie radici è da sempre un elemento fondamentale per l’artista. Dal 2012 fino al 2017 studia presso il Liceo Artistico Dosso-Dossi di Ferrara dove si specializza in Discipline Pittoriche e scultoree. Dal 2017 fino al 2022 prosegue gli studi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, si laurea in Arti Visive specializzandosi in Tecniche dell’Incisione calcografica. La ricerca
effettuata durante gli anni accademici si è incentrata sul concetto di afrocentrismo come affermazione della cultura africana ed esaltazione dei valori tradizionali che le appartengono. I lavori si sviluppano attraverso la rappresentazione di forme astratte collocate in ambienti indefiniti.

Ufficio Stampa La Comune di Ferrara per Anna Zonari Sindaca

Parole e figure / Arrivare a destinazione

“Forse non tutti sanno che”, di Michela Nodari e Matilde Tacchini, è un nuovo albo di Kite edizioni uscito in libreria ieri, che racconta come arrivare a destinazione.

Forse non tutti sanno che c’è modo e modo di viaggiare, di arrivare a destinazione.

Uno è dirigerci lì direttamente, l’altro è arrivarci per vie traverse, indirette, non lineari.

E se viaggiassimo insieme a una cicogna, ammirando con lei la terra da lassù, osservando mari, monti, prati, colline, pianure e deserti, con libertà, leggerezza, coraggio e curiosità?

Sembra che gli antichi egizi adorassero le cicogne, credendo che queste si prendessero cura dei propri genitori ormai anziani. Dall’Asia all’Europa, passando per il Medio Oriente, la cicogna è, da sempre, simbolo dell’amore tra genitore e figli.

Se fa freddo, la cicogna parte, attraversa il mare per giorni e giorni. Sempre dritto, senza distrarsi, senza giocare con le nuvole, senza chiacchierare con le rondini, senza fermarsi a guardare i buffi animali del deserto. Senza perdersi. O quasi, perché se, per caso, perde la strada, la ritrova immediatamente. Riconoscendo gli animali giusti a cui chiedere.

Si tende spesso a pensare che il modo diretto sia preferibile, sia il migliore, il più rapido e sicuro, ma il modo trasversale permette di ottenere altre ricchezze, anche se costa più tempo, impegno, sforzo e fatica. Andare su e giù per il mondo, con la curiosità che tutto guida ed è il vero sale della vita, zigzagando fra gli ostacoli e dribblando le difficoltà, è la vera ricchezza che ci è stata regalata. Senza mai arrendersi. Scegliendo. Si torna sempre lì.

Un albo che racconta cosa fanno tutte le cicogne, tranne una, allegra, curiosa e impavida.

Il voler essere quell’una sarà la sola e unica soluzione.

“Forse non tutti sano che, per arrivare in Africa, alcune cicogne volano sempre dritto. Altre, invece, no”

 

Michela Nodari (Autore), Matilde Tacchini (Illustratore), Forse non tutti sanno che… , Kite edizioni, Padova, 2024, 32 p.

Sanità pubblica: Polesine al collasso.
Il personale sanitario, da eroi della pandemia a limoni da spremere

Periscopio si definisce “quotidiano glocal”, perché parte spesso dall’analisi di un fenomeno locale per allargare lo sguardo alla situazione globale. Questo dibattito, che parte dalla situazione della sanità nel vicino Polesine – terra affine al ferrarese molto più di certe realtà emiliane – per poi toccare problemi e prospettive comuni a tutto il territorio nazionale, ci è sembrato calzare perfettamente alla nostra filosofia editoriale.

In questi giorni la stampa rodigina ha ospitato un botta e risposta sullo stato della sanità pubblica nel Polesine. Al grido d’allarme di Riccardo Mantovan, segretario provinciale della Funzione Pubblica CGIL Rovigo, qui, ha replicato piccato il DG della ULSS 5 Pietro Girardiqui. Abbiamo quindi chiesto a Riccardo Mantovan di esplicitare ulteriormente le sue preoccupazioni.

Periscopio: Riccardo, faccio finta di essere un alieno catapultato sul pianeta Terra, destinazione ospedali del Polesine. Leggo sulla stampa locale il tuo grido di allarme su:  ferie sospese, aspettative non concesse per carenza di personale e contemporaneamente il paradosso delle graduatorie per assunzioni bloccate o che vanno al rallentatore, coordinatori che rinunciano all’incarico. Poi leggo il DG dell’Ulss 5 che dice che in tre anni i medici sono aumentati di 49 unità, più 141 infermieri in cinque anni, più 30 OS, più 34 amministrativi. Aiutami a capire.

Riccardo Mantovan: il DG ha fatto volutamente un primo confronto con l’anno pre-pandemia, nel quale i numeri del personale in servizio avevano raggiunto i minimi storici. Se poi consideriamo che dopo l’unione delle due ULSS Polesane si erano aggiunte nuove unità operative, le insufficienze di organico avevano assunto accenti drammatici. La tragedia della pandemia ha esacerbato i problemi di un sistema sanitario infinitamente deficitario già nella gestione ordinaria, in maniera particolare nel settore risorse umane. In quel frangente era inevitabile procedere ad assunzioni di ogni tipologia per tamponare una situazione gravissima di carenza di personale. Pertanto, utilizzare come riferimento i numeri pre-pandemia per evidenziare un aumento di organici può essere considerata una furba strategia mediatica di veicolazione di un messaggio pro domo propria.  Resta il fatto oggettivo che la Direzione Generale ha formalmente comunicato alla parte sindacale la carenza di 100 medici. Noi non abbiamo fatto altro che comunicarlo anche alla cittadinanza, per segnalare la gravità della situazione. Aggiungiamo che in ULSS 5 la percentuale dei part time assegnati tocca mediamente l’8%, quando il CCNL prevede un tetto del 25% con possibilità di aumento di un ulteriore 10% attraverso la contrattazione aziendale. Questo otto per cento non dipende dalla mancanza di richieste. Le richieste ci sono eccome e provengono da lavoratrici madri con una famiglia ed una necessità di equilibrare il tempo di lavoro con il tempo di vita.  Queste richieste di part time vengono spesso negate e con quale motivazione? La carenza di organici!  E’ questa amministrazione stessa ad affermarlo. In questa ULSS, sempre per lo stesso motivo, non trovano risposta le richieste di ferie o di permesso. Diventa persino complicato concedere un permesso per motivi di lutto! Ci sono turni di lavoro che variano giorno per giorno, e sapete perchè? Perchè gli organici non sono adeguati in previsione delle assenze “improvvise” che in ogni luogo di lavoro si verificano e dovrebbero, invece, essere messe in conto e fronteggiate in anticipo. Se a questo aggiungiamo il numero elevato di dipendenti con il diritto all’utilizzo dei 3 giorni di permesso mensili e l’altissimo numero di dipendenti con limitazioni mediche, la carenza di personale diventa vertiginosa e di conseguenza salgono i carichi di lavoro, lo stress ed il clima diventa rovente. Ecco: forse adesso i numeri forniti dal DG assumono un valore ed un significato diversi.

P: per l’opinione pubblica, in epoca Covid affamata di retorica e impaurita dalla pandemia, il personale sanitario era composto da “eroi”. Fammi qualche esempio di come è stato riconosciuto il loro eroismo: nella realtà che conosci, i sanitari sono messi nelle condizioni adeguate per lavorare in sicurezza in termini di dotazioni e risorse? Le retribuzioni sono state adeguate al loro eroismo?

RM: la pandemia è stata causa di enormi cambiamenti che hanno investito una società già alle prese con tante difficoltà quotidiane. In una specie di vortice psichiatrico ha creato momenti di grande aggregazione e molti altri di grande paura, sofferenza e rabbia. Questi stati d’animo si sono consolidati nella società di oggi, più attenta alle questioni personali che a quelle collettive. Da fannulloni ad eroi e da eroi a fannulloni è stato un attimo. Siamo già rientrati in un presente che aumenta in maniera importante il rischio di aggressioni in ambito lavorativo. I servizi di front office sono quelli più a rischio:  tra questi evidenzierei i Pronto Soccorso ed i Consultori, dove le condotte aggressive sono all’ordine del giorno. È chiaro che le carenze di organico diminuiscono in maniera esponenziale i livelli di sicurezza operativa sia dal punto di vista personale che professionale. Peraltro, proprio in queste due unità operative i sistemi di tutela e sicurezza messi a disposizione dall’ULSS sono impercettibili. Diminuzione della sicurezza e aumento di responsabilità e rischi operativi non sono andate di pari passo con un adeguamento degli stipendi. Tutt’altro. Nel nostro paese, gli stipendi dei sanitari sono molto al di sotto della media europea. A questo proposito, con specifico riferimento all’ULSS 5, pur avendo firmato un accordo aziendale sulle progressioni economiche 2023 che avrebbe dovuto portare qualche soldino nelle tasche dei lavoratori, al 30 di aprile 2024 è ancora tutto bloccato. Piccola parentesi da valutare in ordine al significato dei numeri snocciolati dal DG: per la copertura delle assenze improvvise si impegnano ogni anno circa 300.000 euro (non dal bilancio aziendale, ma dai fondi di “comparto” che servirebbero da CCNL a pagare tutte le voci extra stipendio base) per incentivare i lavoratori a fare doppi turni. Ecco, quei lavoratori stanno ancora aspettando i soldi dei turni aggiuntivi del 2023.

P: leggo anche di una vostra accusa di “immobilismo” della Direzione Professioni Sanitarie. Al solito alieno che cerca di capire, potresti chiarire cosa intendi per “immobilismo”?

RM: il primo luglio 2022 é stata attivata per la prima volta in questa ULSS la Unità Operativa Complessa della Direzione delle Professioni Sanitarie. Unità Operativa prevista strategicamente dalla regione per il coordinamento, la programmazione operativa, l’organizzazione del lavoro, la gestione ordinaria e straordinaria di tutto il personale del comparto di area sanità e sociale. In pratica, tolti amministrativi e tecnici non sanitari parliamo di circa 2000 lavoratori, tre ospedali e punti sanità presenti nei 2 Distretti del territorio. Dopo esattamente 22 mesi dall’attivazione di  questa U.O. nulla ancora si è visto uscire da quell’ufficio. Pensate che in 22 mesi di “operatività” ci sono Coordinatori che neanche sanno che faccia abbia il loro Direttore. Sta su una nuvola, occupa uno spazio fisico nell’ospedale HUB di Rovigo ma di fatto nessuno si è mai accorto della sua esistenza, lontano anni luce dai problemi contingenti: il problema della carenza degli organici e della deficitaria organizzazione del lavoro nasce anche da questa distanza.

P:I dipendenti pubblici del settore sanitario sempre più spesso scelgono di abbandonare un impiego sicuro nel pubblico per andare a lavorare nel privato, nonostante nel cambio non abbiano, a volte, nemmeno un miglioramento retributivo. Le ragioni di questo travaso in parte le hai già dette. Ce ne sono altre?

RM: negli ultimi 15 anni la pubblica amministrazione in generale ha subito un attacco inaudito, capitanato dal signor Brunetta, quando faceva il ministro. Lui ha dato il via ad una campagna denigratoria del servizio pubblico che ha avuto la conseguenza di renderlo meno attrattivo ed interessante. Se a questo aggiungiamo: stipendi più bassi rispetto a molti contratti di tipo privato; maggiori responsabilità e rischi, che trovano sempre più spesso rilevanza penale; condizioni di lavoro nettamente peggiori; viene spontaneo pensare che oggi il rapporto di lavoro privato sia migliore del lavoro pubblico anche a parità di stipendio.

P: lo scivolamento verso la privatizzazione di fatto della prestazione sanitaria sembra inarrestabile. E’ così? Cosa possono fare lavoratori e cittadini utenti per contrastare questa china?

RM: Questa sarà la piaga che, purtroppo, dovranno vivere le prossime generazioni. Già oggi il Veneto risulta essere la 4° regione per richieste di finanziamenti a carico dei cittadini per poter accedere alle cure! Il 6,4% dei cittadini del Veneto “rinuncia” alle cure sempre per motivi economici. I sistemi per evitare questa deriva esistono e sono ben conosciuti dalla politica in genere. Manca evidentemente la volontà o i riferimenti di interesse. E’ materia che avrebbe necessità di molto spazio: provo a rappresentarla con qualche numero. L’85% del bilancio della regione Veneto fa capo alla voce sanità.  Corrisponde esattamente a 10 miliardi e 600 milioni. Di questi, 10 miliardi e 300 milioni sono finanziati dal governo. I 300 milioni che mancano vengono coperti da un sistema che fa capo alle donazioni. Credo risulti evidente che la Regione Veneto, che si vanta di essere ticket free, non investa neanche un centesimo per migliorare il sistema sanitario veneto, pur considerando che su questa materia ha già pieni poteri. Ecco, una cifra molto considerevole di quei 10 miliardi la regione la gira alla sanità privata.  Tutti dobbiamo lavorare per costringere chi lo può fare ad invertire il trend. Tra tutti, il massimo potere è a disposizione proprio dei cittadini, ai quali probabilmente dobbiamo risvegliare le coscienze.

Lo stesso giorno/
Terremoto Friuli 1976: la scoperta del volontariato

Terremoto Friuli 1976: la scoperta del volontariato

 

Il 6 maggio del 1976 il Friuli veniva sconvolto da due forti movimenti sismici.
Alle 20.59 con un’intensità 4,9 della scala Richter e un minuto dopo, alle 21.00 ancora più forte (6,5), il terremoto fece crollare intere costruzioni seppellendo spesso gli occupanti sotto le macerie, provocando vari incendi, interrompendo la rete fognaria.

Durante quella terribile notte quasi 1.000 persone persero la vita, più di 2.400 furono ferite e quasi 100.000 restarono senza tetto.

Nel complesso subirono danni rilevanti circa 50 cittadine, il 75% delle quali situate nella provincia di Udine e il 25% in quella di Pordenone.

I paesi principalmente colpiti furono tutte frazioni racchiuse in un diametro di sessanta chilometri: Buia, San Daniele, Maiano, Gemona, Tarcento, Montenars, Osoppo, Amaro, Artegna, Ragogna, Magnano in Riviera ed altri.

Immediati i soccorsi e gli aiuti che arrivarono sul luogo del disastro solo poche ore dopo. A loro si unirono nei giorni successivi anche reparti militari italiani, soldati di altre nazioni appartenenti alla Nato, inclusi reparti statunitensi di stanza in Italia. I territori del Friuli colpiti si trovavano infatti in un’ area caratterizzata da una forte presenza dell’Esercito Italiano e delle forze Nato.

Questo evento è anche ricordato per la forte partecipazione diretta dei superstiti alle operazioni di  emergenza e per l’arrivo di una ingente quantità di civili volontari. Prima di allora, una così forte motivazione della popolazione a intervenire direttamente si ricorda solo per l’alluvione di Firenze del 1966, con la stampa che celebrò i cosiddetti “angeli del fango”.

Tutt’altro sviluppo, ad esempio, si ebbe per il terremoto del Belice (14 Gennaio 1968), dove l’esercito e i vigili del fuoco faticarono nel raggiungere la zona colpita. Ancora oggi questo terremoto si ricorda per l’inadeguatezza del Governo non solo nell’intervenire in soccorso ma anche nel ricostruire, cosa che  anche oggi si fatica a comprendere e giustificare (il terremoto nelle Marche del 2016 ha una aspettativa di fine lavori ipotizzata al 2033).

La valorizzazione del volontariato e della necessità di un coordinamento delle forze di emergenza si deve all’On. Giuseppe Zamberletti  (più volte eletto come deputato nella Democrazia Cristiana e infine nel 1976 come senatore), che partendo dalla sua esperienza come sub-commissario per il terremoto in Friuli porterà avanti la creazione di una struttura di Protezione Civile Italiana, ufficializzata poi nel 1982.

Stati Uniti, una democrazia in affanno davanti alle proteste degli studenti universitari

Le cause e gli effetti delle proteste pro-Palestina negli atenei americani represse con la forza, nell’analisi di Alessia De Luca, studiosa dell’Ispi

Sono almeno duemila gli studenti arrestati nei campus americani durante le proteste pro-Gaza in decine di atenei, con la polizia che non ha esitato a usare la forza contro i manifestanti, sparando anche proiettili di gomma. A Los Angeles si sono verificati scontri anche tra gli studenti in difesa del popolo palestinese e quelli che difendono invece Israele. Era dai tempi della guerra del Vietnam che non si assisteva ad azioni e reazioni di questo tenore.

Di questo parliamo con Alessia De Luca, giornalista e analista dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), esperta di Stati Uniti, nonché responsabile del daily focus dell’Istituto. “Vedere le immagini circolate in questi giorni sui social media indubbiamente fa riflettere – ci dice –, benché siano soltanto le ultime di una serie in un Paese che si vuole proporre come modello a livello internazionale”.

De Luca si riferisce alle immagini dell’assalto al Congresso americano, a quelle dell’omicidio di George Floyd dove un uomo bianco tiene il ginocchio sul collo di un uomo nero fino a ucciderlo per soffocamento, alle immagini dei migranti alla frontiera separati dai bambini e, per ultime, a quelle, appunto, della polizia che entra nei campus o degli scontri tra manifestanti.

Tutto ciò, sottolinea, “all’interno di quelli che sono i templi della cultura liberal e progressista della Ivy League. Queste istantanee danno il senso di una democrazia in affanno e che si sta scontrando con alcune storture al suo interno che ne impediscono il corretto funzionamento”.
Tante fratture

A pochi mesi da dalle elezioni, inoltre, i leader politici americani non fanno altro che alzare il livello di scontro Joe Biden – ricorda l’analista – ha fatto un discorso che mi ha colpito per i toni usati. Dopo settimane in cui soprattutto i repubblicani lo tiravano un po’ per la giacca, l’entourage democratico ha ritenuto opportuno che lui si esprimesse in maniera chiara su quello che stava succedendo”.

È stato un discorso scomodo – prosegue –: la conferma che la libertà di espressione va tutelata, ma poi anche l’affermazione  che la violenza non verrà tollerata. Un discorso che era chiamato a fare, ma che non avrebbe voluto pronunciare perché per i democratici ciò che sta accadendo nelle università americane è un argomento spinoso e che li espone alle fratture al loro interno. La guerra a Gaza è stata, infatti, un momento di grande frattura per l’establishment democratico”.

Temi identitari

Nei mesi scorsi esponenti del dipartimento di Stato e anche della Casa Bianca si sono espressi nettamente contro quella che era la posizione americana nei confronti di Israele e il sostegno al governo di Benjamin Netanyahu. Per De Luca si tratta dei sintomi di fratture “in un anno elettorale che rende ancora più tossici argomenti che hanno a che fare con l’identità degli Stati Uniti. Ma sul piatto c’è anche il sostegno a un paese come Israele che è un partner speciale nella storia degli Stati Uniti, con il rapporto che ha costruito dal ‘48 a oggi. Sono argomenti fortemente identitari, capaci quindi di sollevare le reazioni più forti, più emotive. D’altra parte siamo in presenza di una campagna elettorale che è già molto emotiva e che quindi comporta a esporre le linee di rottura che oggi sono molto evidenti nel tessuto sociale e di elettorale americano”.

Un problema generazionale

La studiosa del’Ispi fa notare poi che “non è un caso che queste linee di faglia corrano lungo delle direttrici che sono generazionali, tema che tocca questa campagna elettorale: siamo in presenza di due candidati che allontano un elettorato giovane che non si riconosce in due ultra ottuagenari. Questa frattura corre lungo la linea generazionale anche sullo stato di Israele. Quello che sta succedendo potrebbe contribuire a spostare gli equilibri in maniera imprevedibile. C’è un refrain abusato secondo il quale la politica americana non decide le elezioni e alla fine la gente vota secondo quelli che sono chiaramente i suoi interessi più personali”.

De Luca illustra quella che pare essere la strategia di Joe Biden spiegando che il presidente uscente “sta puntando tutto sul fatto che prima o poi la guerra finirà, le lezioni degli studenti termineranno in estate e per quando inizierà il prossimo semestre autunnale, che peraltro coinciderà con le settimane più critiche della campagna elettorale, la fase peggiore della guerra Gaza sarà finita e quindi gli animi si saranno stemperati. Se così non dovesse essere i democratici si troveranno un grosso problema tra le mani”.

Non solo Stati Uniti

Le manifestazioni degli studenti universitari in difesa del popolo palestinese si stanno però moltiplicando anche in altri Paesi: in Messico come in Francia e in Italia. “La Francia per forza di cose ha una sensibilità particolare per quello che sta succedendo a Gaza – afferma l’analista dell’Ispi -, perché è un Paese dove c’è la più nutrita comunità ebraica d’Europa e una fortissima immigrazione dai Paesi del Nord Africa, dalle ex colonie, che ha un rapporto difficile con il mondo arabo e che però chiaramente da quando è scoppiata la guerra è attraversata da scariche elettriche che contribuiscono a disturbare le notti di Emmanuel Macron”.

Per l’analista le richieste degli studenti sono legittime e molto circostanziate: “Si chiede di valutare l’opportunità dei progetti in condivisione con le università israeliane, di sospendere eventualmente progetti che possano approdare a tecnologie dual use, quelle cioè che vengono utilizzate in campo sia tecnologico che militare. D’altra parte abbiamo una folta letteratura su come l’industria militare tecnologica israeliana sia anche profondamente legata ai dipartimenti universitari e quindi al mondo dell’Accademia. Sicuramente ci sono stati degli slogan antisemiti, ci sono state delle posizioni oltranziste, ma soltanto chi non ha mai partecipato a una manifestazione non sa che questi estremismi ci sono”.

De Luca ricorda poi che alla Brown University il rettore e i presidi di facoltà hanno optato per un altro approccio e infatti “il sit-in si è sciolto in maniera pacifica. Le istituzioni universitarie hanno accolto le richieste degli studenti dicendo che il corpo docenti valuterà tutta una serie di progetti di collaborazione in atto con le università israeliane. Questa è una piccola vittoria perché è stata riconosciuta la legittimità delle richieste degli studenti, cosa che mi pare finora non sia accaduta nelle altre università”.

Invece, continua, “alla Columbia University di New York, all’università dell’Alabama a Tucson e in tanti altri luoghi ci sono stati degli approcci molto muscolari. E francamente pensare che l’unico modo per sgomberare sit-in di universitari che fino all’altro ieri non sembravano dei pericolosi antisemiti sia quello di mandare la polizia in assetto antisommossa, non mi convince”.

Quanto alle proteste nelle università italiane, De Luca conclude sottolineando che le autorità hanno fatto subito capire come girava il vento e quindi dopo quanto accaduto durante le proteste di Pisa, Napoli e Roma “non si è mossa più una foglia”.

Per certi versi / MONOLOGO DELL’OSTRICA

Monologo dell’ostrica

Ostregheta
Uomo
Tu mi vuoi
Annegare nell’aria
Io pago l’affitto
Al mare
Nella conchiglia
Si sta
Come nella pancia
Della mamma
Senza maniglia
Poi coltivata
Dolore
Estrazione
O pescatore
O traditore
Adesso
Sono finita
Sotto i denti
Di una
Bocca grande
Paura
Xanax
Ho bisogno
Di Xanax
Vodka
Grappa
Ostregheta
Kappa zeta
Ubriacata
Di brutto
Così la morte
Sarà
Un rutto 

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Un presente e un futuro dominato ovunque dall’economia di guerra

Stati Uniti, Europa, Italia: un presente e un futuro dominato ovunque dall’economia di guerra

Man mano che passa il tempo, rischiamo di assuefarci sempre più al fatto che la guerra è tornata ad essere una vicenda normale nel nostro scenario e immaginario quotidiano. Si moltiplicano le voci oscene che dicono che dobbiamo preparare le generazioni di oggi all’idea di vivere in un periodo prebellico, che il nuovo mondo sarà contrassegnato dall’ineluttabilità della guerra, che il periodo che è andato da dopo la seconda guerra mondiale ad oggi in assenza della stessa (in realtà solo per l’ Occidente civilizzato) è stato solo una parentesi.
Del resto, i dati di realtà già parlano di questa nuova situazione: nei giorni scorsi è uscito il rapporto SIPRI, l’ Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, che ci mette di fronte ad un’evidenza drammatica ed inquietante. La spesa militare mondiale nel 2023 è arrivata a 2.243 miliardi di dollari, con un incremento in termini reali del 6,8% rispetto al 2022, in aumento per il nono anno consecutivo. Gli Stati Uniti rimangono il Paese con la spesa militare più alta del mondo, pari a 916 miliardi di dollari, seguiti dalla Cina che si stima destina a questa voce 296 miliardi. Terzo Paese al mondo, in questa nefasta classifica, è la Russia, che ha impiegato 109 miliardi nelle spese militari. Magari meno noto in questo panorama è il dato per cui i Paesi europei appartenenti alla NATO nel 2023 hanno destinato agli armamenti ben 375 miliardi di dollari, 3,4 volte la spesa della Russia.

Ma questo rischia di essere solo l’inizio di ciò che ci aspetta. Mettiamo da parte un attimo – anche se non è certamente un particolare secondario- quello che comporta il ricorso alla guerra in termini di restringimento degli spazi democratici e della libertà d’espressione. Basta pensa al fatto che la voce di chi ha chiesto una soluzione diplomatica rispetto alla guerra tra Russia e Ucraina è stato volgarmente etichettato come “filoputiniano” oppure di chi ha sollevato il rischio del genocidio del popolo palestinese bollato come “antisemita”.
Per stare solo sul piano delle scelte di politica economica, possiamo dire che siamo già entrati in un’epoca di “economia di guerra”.

Se guardiamo all’Europa, non solo dobbiamo constatare l’assoluta inanità di azione per un’iniziativa diplomatica per il cessate il fuoco e una soluzione di pace tra Russia ed Ucraina e la subalternità nei fatti ad Israele
che impedisce la costruzione di una soluzione positiva per il popolo palestinese. In realtà, quello che è in campo è comunque il tema del rafforzamento delle scelte in materia delle politiche di difesa e di riarmo dell’Unione Europea. Non ci sono, al riguardo, politiche univoche in materia, anzi, ma tutte vanno in questa direzione.

Esiste un’opzione, che potremmo definire più ”tradizionale”, che è quella rappresentata dal nuovo Patto di stabilità e crescita, un po’ più lasco di quello precedente nella fase della prepandemia, ma che si basa sempre sul controllo del deficit e del debito pubblico, avendo di mira la spesa corrente (a partire da quella sociale). Caldeggiata in primo luogo da buona parte della classe dirigente della Germania e dai Paesi cosiddetti frugali, ma che non è vista di cattivo occhio neanche dai Paesi dell’Est e che ripropone una ricetta di austerità, con l’unico capitolo di spesa che in quest’ottica può crescere ed essere preso in considerazione come debito comune (come fu la Next Generation UE) è quello proprio per la spesa militare. Non a caso, nei mesi passati, Ursula von der Lyen ha più volte insistito su questa prospettiva, che sembra essere quella maggiormente a portata di mano per uscire da una visione non troppo confliggente con il primato dei singoli Stati nazionali.

C’è poi un’altra strada che, in particolare, in questi ultimi giorni è stata indicata da Draghi (e da Letta) e sulla quale poggia il Rapporto sulla competitività che lo stesso Draghi dovrebbe presentare subito dopo le prossime elezioni europee. Essa muove da un’analisi realistica dell’attuale situazione geopolitica ed economica europea, dall’essere giunta ad un punto di svolta per cui una pura continuità con il passato non è riproponibile – la difesa proveniente dagli Stati Uniti, il grosso delle esportazioni in Cina, l’energia a basso costo dalla Russia -, uno schema che poteva funzionare nel mondo che è alle nostre spalle, quello della globalizzazione aperta, e non quello odierno, del protezionismo e del nazionalismo economico.

Da qui diparte un progetto ambizioso, quello di realizzare una trasformazione dell’intera economia europea e anche della sua architettura istituzionale. Ciò dovrebbe avvenire tramite una forte concentrazione dell’industria e dei capitali (con annessa spesa comune dell’Unione Europea) proprio nei settori strategici della difesa, dell’energia e dell’economia digitale.
Per esemplificare, viene utilizzata la vicenda del settore delle telecomunicazioni, dove viene e
videnziato che in Europa esistono 34 gruppi di reti mobili, contro 3 negli Stati Uniti e 4 in Cina. A sostegno di questa nuova fase di concentrazione del capitale, viene detto che occorre investire in fondamentali beni pubblici, intendendo con ciò in particolari le reti infrastrutturali energetiche e di supercalcolo (altro che parlare di beni pubblici e/o comuni rifacendosi a istruzione, salute, previdenza ecc., sic!). Ora, a parte la difficoltà di trovare un consenso largo in Europa su quest’ipotesi che viene presentata come “innovativase non addirittura “progressista”, e che, allo stato attuale, può essere sostenuta da gran parte della famiglia socialdemocratica e, a livello statuale, forse dalla Francia, dalla Spagna e da pezzi di establishment italiano e tedesco, non si può non vedere che anche questa è un’opzione incentrata sul mercato (e sul suo ampliamento), che mette tra parentesi la priorità del rientro dal deficit e dal debito pubblico, ma assume come settori di sviluppo strategico proprio il riarmo, l’autosufficienza energetica e lo sviluppo dell’economia digitale.
Insomma, una visione per cui l’Europa può provare a competere con gli USA e la Cina, ma in cui il recinto della competizione è quello di un mondo suddiviso in grandi potenze in lotta per l’egemonia, a partire da quella militare ( con buona pace del modello sociale europeo).

Non è facile prevedere l’evoluzione di questa discussione e quale sarà il modello che prenderà il sopravvento tra quello “tradizionale” e quello “innovativo” o il punto di compromesso, assolutamente possibile, anzi probabile, che si potrà trovare tra i due, dato che essi non costituiscono assolutamente strade alternative. Infatti, ciò che è chiaro è che entrambi stanno dentro l’economia di guerra, che non a caso mette in conto un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della gran parte delle persone – visto che è inevitabile che le maggiori risorse per il riarmo derivino da una compressione del sistema di Welfare- e anche un ridimensionamento delle politiche che guardano alla conversione ecologica ( tendenza cha abbiamo anche questa già vista concretamente in opera nelle scelte della UE nei mesi passati), per riconfermare la centralità delle fonti fossili.

Non c’è peraltro bisogno di aggiungere che, in questo scenario, il nostro Paese figura come il classico “vaso di coccio” tra presunti vasi di ferro. A partire dai dati strutturali dell’economia per cui il nostro deficit pubblico a fine 2023 si attesta al 7,4% sul PIL (il più alto in Europa), mentre il nuovo Patto di stabilità indica al 3% il riferimento da non superare; in più, la nostra spesa militare nel 2023 ha raggiunto l’1,46% sul PIL, mentre il target minimo di riferimento per i Paesi Nato è fissato al 2%. Insomma, per l’Italia si prefigura una nuova stagione di politiche di austerità, di meno Stato sociale e più spese militari, dopo che già tra il 2021 e il 2024, in termini reali, la spesa sanitaria è calata del 6,2% e quella dei redditi da lavoro dipendente nella Pubblica Amministrazione del 4%. Una situazione che, al di là delle classiche furbizie preelettorali in cui le nostre forze politiche, a partire da quelle di destra, sono specialiste, spiega molto bene il retroterra del voto di astensione di quasi i tutti i gruppi parlamentari italiani al Parlamento europeo sul nuovo Patto di stabilità e crescita.

C’è una possibile alternativa a questi foschi scenari? Al di là dell’espressione di voto alle prossime elezioni europee, dove comunque si possono sostenere quelle forze che sono pienamente pacifiste, come si dice “senza se e senza ma”, non c’è dubbio che dobbiamo puntare e lavorare per un risveglio della società e dei movimenti. Qualche segnale in giro esiste – basta vedere ciò che succede nelle Università, a partire da quelle americane oppure, per stare a noi, la grande partecipazione alla manifestazione nazionale di Milano del 25 aprile- e, man mano che la realtà dei fatti mostrerà il suo volto più duro, possono esserci le basi per far crescere la consapevolezza della centralità della lotta per la pace e per un diverso modello produttivo, sociale ed ambientale. In ogni caso, non possiamo esimerci dal provarci.

“CAMBIARE LE CITTÀ PER CAMBIARE IL MONDO. LE DONNE AL CENTRO DELLA PIANIFICAZIONE URBANA PER NUOVI MODELLI DI CONVIVENZA”
Incontro pubblico del Forum Ferrara Partecipata:
Ferrara, mercoledì 8 maggio ore 17

Proseguendo le riflessioni sulla visione di città futura che vogliamo, Mercoledì 8 Maggio alle ore 17.00 presso la Parrocchia di S.Giacomo, via Arginone 161, promuoviamo l’incontro pubblico rivolto alla cittadinanza e alle forze politiche e sociali sul tema della “città a misura delle donne”, dal titolo “CAMBIARE LE CITTÀ PER CAMBIARE IL MONDO. LE DONNE AL CENTRO DELLA PIANIFICAZIONE URBANA PER NUOVI MODELLI DI CONVIVENZA”.
Introduce: Dalia Bighinati che presenterà il tema a nome del Forum.
Interviene come esperta per guidarci nella riflessione: Elena Granata, Docente di Urbanistica del Politecnico di Milano, autrice del libro “Il senso delle donne per la città” (Einaudi, 2023)
Modera il dibattito: Irene Bortolotti del Forum.

Obiettivo: in vista delle prossime elezioni amministrative, invitiamo i cittadini, le forze politiche e i candidati a sindaco a confrontarsi su una visione di città futura che ponga al centro lo sguardo delle donne sugli spazi urbani per un nuovo modello di progettazione urbana e di convivenza più inclusivo.

La conferenza stampa di presentazione dell’incontro si terrà lunedì 6 maggio alle ore 12.30 c/o Centro Documentazione Donna, via Terranuova 12/b

La locandina dell’incontro. 

 

La Comune di Ferrara: 5 maggio ore 10.30 Sala Estense

 

La Comune di Ferrara: 5 maggio ore 10.30 Sala Estense

 

Questo è un invito speciale alle cittadine e cittadini di Ferrara:
incontriamoci domenica 5 maggio alle ore 10.30 in Sala Estense, piazza
Municipale. La candidata sindaca Anna Zonari insieme alle candidate e ai
candidati della lista de La Comune racconteranno la visione di città che
sottende al programma.
In un progetto, infatti, la visione è un aspetto fondamentale: raccoglie
gli ideali, le aspettative, fissa gli obiettivi sullo scenario futuro
desiderato e permette lungo quella direzione di programmare le singole
azioni necessarie a concretizzare il cambiamento. Per questo, prima di
presentare il programma, parleremo di questa visione, che è patrimonio
di un gruppo che è andato costruendosi in maniera aperta da giugno dello
scorso anno, poi lavorando insieme a tante persone diversamente
impegnate ogni giorno nella vita di Ferrara. Questa visione è diventata
una proposta politica tangibile.
La bellezza di Ferrara sta nel conservare e rivelare il frutto di un
pensiero che si è fatto mattone, giardino, crocevia; una visione che nei
secoli  – oltre dodici- si è trasformata nel nostro abitare e vivere un
luogo. Il cambiamento è insito nelle cose vive, così per la nostra città
occorre oggi pensare, da domani pianificare e concretizzare il
cambiamento necessario a fare fronte alle sfide di dopodomani. Il
programma de La Comune, oramai arrivato ad un punto fermo, è già
disponibile sul sito web e verrà presentato pubblicamente punto per
punto nelle prossime settimane in occasioni specifiche.

Storie in pellicola / “The Old Oak”

Ken Loach resta Ken Loach, unico, inimitabile, emozionante, toccante. Il suo ultimo film, “The Old Oak”, parla sempre (e ancora) della sua Inghilterra periferica, dei silenzi e grigiori di quella parte di società dimenticata e abbandonata.

Possiamo lamentarci perché i cespugli di rose hanno le spine o gioire perché i cespugli spinosi hanno le rose. Abraham Lincoln

Un film necessario. Oggi più che mai. Un viaggio in luoghi dimenticati da tutti, il nord-est dell’Inghilterra, dove le tonalità del bianco e del grigio fuliggine parlano di disoccupazione, disagio, isolamento, solitudine. Quel grigio che riporta alle miniere di un tempo che fu, alle ciminiere, alle lotte sindacali, al sudore e alle lacrime, a fotografie in bianco e nero che riposano sulle pareti del retro di un pub dove ancora si sta insieme a passare le giornate.

Sono questi i luoghi di elezione dei film di Ken Loach (Kenneth Charles Loach), classe 1936, regista che tratta della “working class” inglese (ma non solo) per eccezione. Ha iniziato con “Piovono pietre” (1993), fino al meraviglioso e intenso “Bread and Roses” (2000) del “noi vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose” (le cose belle della vita), dedicato al tema delle organizzazioni sindacali.

C’è Newcastle in “Io, Daniel Blake” (2016), Palma d’Oro a Cannes, e in “Sorry We Missed You” (2019), sul mondo spietato e frenetico dei corrieri, e c’è anche in “The Old Oak, o meglio le sue vicinanze, scritto insieme al fedele Paul Laverty. In tutti e tre questi ultimi film, poi, ritroviamo il bravissimo Dave Turner.

“The Old Oak” (la vecchia quercia), distribuito in Italia da Lucky Red, è il nome di un pub, l’unico luogo pubblico in cui la gente può incontrarsi, in una fiorente località mineraria di un tempo e che oggi attraversa momenti duri, dopo 30 anni di ininterrotto declino. Un luogo davvero speciale, in una cittadina di appartamenti sfitti, dove le imprese immobiliari comprano a poco prezzo, e a scatola chiusa, svalutando il frutto di una vita di lavoro.

Ebla Mari. Foto Lucky Red
Ebla Mari, foto Lucky Red

Il proprietario di quel pub, TJ Ballantyne (Dave Turner) non sa se chiuderlo o no, perché la quotidianità è difficile e lo diventa ancora di più quando nel villaggio arrivano dei rifugiati siriani e lui diventa amico della giovane Yara (Ebla Mari), che, con la sua macchina fotografica, farà miracoli. Le antiche querce qui sono molte: lui, il pub, i siriani, i resistenti della cittadina. Tutti coloro che si sono sentiti, in qualche modo, ingannati, dalla società, dai poteri forti, dalla politica, dal sistema, dal mondo. Lo stesso regista.

C’è intolleranza, nel dover accogliere profughi siriani che, secondo i più, sono mandati nelle periferie, allontanati dai centri cittadini ricchi e fiorenti dei potenti (nelle città italiane, l’affermazione è spesso la stessa), per non essere visti, per lasciarli a qualcun altro.

Ci sono diffidenza, scarsa conoscenza, timore dell’altro, paura di dover dividere il poco rimasto, la lotta fra poveri. E poi ci sono frigoriferi vuoti, opere di carità che forniscono scatolame e pannolini per bebè, pensieri di suicidio per mancanza di speranza e il bullismo dei più ottusi campanilisti. Il voler accogliere entra in forte conflitto con i pensieri degli amici di un tempo, legami che rischiano di spezzarsi.

Ma TJ Ballantyne crede nel dialogo, e, riesumando la frase “quando mangi insieme si rimane uniti”, un motto che viene da quando, negli anni ’80, i lavoratori delle miniere in sciopero contro la Thatcher, che le voleva chiudere, organizzavano mense comuni per resistere più a lungo, mette tutti attorno alla stessa tavola.

Lui crede nella solidarietà, quella che nasce dal basso e che lega tutti, perché tutti, qui, hanno le stesse identiche difficoltà. Da vecchia quercia – simbolo, peraltro, del Regno Unito e luogo dove Robin Hood dimorava con i suoi sodali nella Foresta di Sherwood – vuole mettere le due comunità in relazione. Una corrispondenza di sensi e sentimenti che si può creare e costruire. Perché comprendersi si può. Sempre.

 

“The Old Oak”, di Ken Loach, con Dave Turner, Ebla Mari, Claire Rodgerson, Trevor Fox, Chris McGlade, Col Tait, Jordan Louis, Andy Dawson, Debbie Honeywood, Reuben Bainbridge, Joe Armstrong (II), Rob Kirtley, Chris Gotts, Abigail Lawson, Chris Braxton, Laura Lee Daly, Andrea Johnson, Lloyd Mullings, Laura Daly, Maxie Peters, Neil Leiper, Lorenzo McGovern Zaini, Francia 2023, 113 mn.

Dai confini estremi della città:
vivere abbandonati a Bova di Marrara

Dai confini estremi della città: vivere abbandonati a Bova di Marrara

Non abito in “Città” ma in una piccola frazione del Comune di Ferrara. L’ultima al confine sud-est del territorio – Cinquantaquattro famiglie, all’incirca.

É un posto dimenticato da Dio e dagli uomini. Progressivamente (ci abito da più di trent’anni) ci hanno tolto tutto, chi e perché non ve lo so dire. So però che onoriamo  urbanamente le tasse dovute.

Non abbiamo trasporti pubblici, hanno chiuso la scuola, non ci sono bar, figurarsi luoghi di aggregazione e di incontro.  Non abbiamo neppure la chiesa. L’unico negozio forno e alimentari ha abbassato le serrande.

Questo cosa comporta? Un isolamento tale che fa diventare difficile per tutti gli abitanti fare le cose più semplici.

Per andare a scuola se sei piccolo, dall’asilo alle medie, ci sono gli scuolabus ma i punti di raccolta non sono sempre vicini e i trasporti non sono gratuiti. Se vai alle superiori devi organizzarti con autobus rari e che fanno percorsi “stravaganti”. Uno studente che non abbia la disponibilità di essere accompagnato, lo vedi camminare alle 6,30 del mattino con in spalla lo zaino che lo incurva dal peso, per raggiungere la fermata più vicina.

E questo se va a Ferrara, perché se deve raggiungere la più vicina Portomaggiore (beh, è un altro Comune!) la corsa non esiste,  deve andare a San Nicolò (che è del Comune giusto) a prendere una corriera che lo porta a Ferrara stazione dove c’è un trenino che lo porta finalmente a destinazione.

Oppure c’è la variante per Santa Maria Codifiume, se uno può permettersi di perderci una mezza giornata.

Rivedrai gli stessi ragazzi al ritorno verso le 16,00 con i compiti da fare, tanto per il tempo libero non c’è niente. Niente di niente.

Non molto diverso per gli anziani. Per andare alle visite mediche, in farmacia, che alla Bova non c’è, dal medico di base, che alla Bova non c’è, a fare la spesa, che negozi vicini non ce ne sono, o si è ancora in gamba da usare la bici oppure si deve  ricorrere ai famigliari, ma, lo sapete no, i nostri vecchi si imbarazzano a “essere di peso” sui figli che lavorano, loro hanno “le loro difficoltà” e quasi sempre abitano altrove.

Esiste il servizio di qualche volontario, ma non ripaga il sentimento di sentirsi soli nelle sale d’attesa e in balia alle volte, perché non “performanti”, dei borbottamenti e l’impazienza degli operatori sanitari. Non tutti tollerano di essere  mortificati e così vengono definiti maleducati, alcuni si scusano preventivamente, di cosa? di dare disturbo per essere vecchi, lenti, e impauriti?

Era stata trovata una bella soluzione. Non so se è durata, alcuni Bovani si sono messi a disposizione facendo una specie di servizio taxi su chiamata, un servizio di buon vicinato! Il limite? Che una iniziativa personale e responsabile, ha permesso alla P.A di non porsi più di tanto il problema.

Per tutti gli altri adulti è d’obbligo l’auto che vuol dire spese, inquinamento e rischi.

Di poco più di un centinaio di persone di questo antico borgo  alla destra del Po di Primaro, la maggior parte è costituita da anziani. Nel giro di pochi chilometri intorno ci sono tre residenze per loro, ovviamente tutte private.

I pochi giovani autoctoni o temerari, alla raggiunta età scolare dei figli si spostano nei paesi più grandi e più serviti.

E noi superstiti ci  accontentiamo della natura (trascurata se non è quella dei nostri giardini o dei campi), del silenzio, della compagnia degli animali dei  cortili e di quelli selvatici, perché andare al cinema, a teatro e fare vita sociale vuol dire andare in Città. Vuol dire fare 20 chilometri all’andata e 20 al ritorno, con il sovraccarico di dover ipotecare tempo e aggiungere fatica alla routine quotidiana: “come andare al lavoro anche se più bello”.  Se si vincono tutte le resistenze il risultato è quello di essere “accolti” dal traffico, dalla mancanza di parcheggi e da un crescente senso di colpa per aver lasciato soli i vecchi e i bambini per cose futili come la cultura e il divertimento.

Bova di Marrara ha una sola strada principale, le case sono case coloniche disperse nella campagna. É però zona per i percorsi ciclistici, la natura intorno è bella anche se abbandonata a se stessa. Percorrerla è un piacere, non fosse che le strade sono piene di buchi,  senza dissuasori per le auto (poche per fortuna!) che mettano in sicurezza gli abitanti umani e non,  che la transitano “pedibus”.

La Bova è anche zona di pescatori, ma il Po di Primaro ha gli argini che franano e l’acqua si sta prendendo sempre più terreno. Sì certo le nutrie… ma il Demanio Comunale?

Però alla fine vi  racconto una bella storia.

Rosa, vicina alla pensione, ha comprato casa qui. Vicino a lei c’è un altarino con la Madonnina, abbandonato da mò e rovinato.

Pazientemente e con cura, Rosa l’ha restaurato, ha messo fiori e luci.

Di fronte, sul lato opposto della strada, in un piccolo spazio ombreggiato che dà sul Primaro ha messo una panchina e poi due e poi un tavolino e una poltrona, tutto fatto con materiale di recupero, con grande creatività e perizia.

Adesso questo piccolo giardino, rispettato da tutti, è diventato il posto per le chiacchiere, la sosta corroborante  per i ciclisti e i corridori, per le mamme che portano a spasso le carrozzine. Adesso la gente si ferma, qualcuno a pregare la Madonnina, qualcuno per ammirare il ricco e curato giardino.

Nessuno ha chiesto niente a Rosa e Rosa non è stata ad aspettare che un primo cittadino, o chi per lui, intervenisse. Spontaneamente, con semplicità e senso civico ha dato il suo contributo alla nostra piccola comunità rendendola più accogliente e gentile.

Non possiamo sperare che “spuntino  altre Rose”  ma, di certo, possiamo pretendere che sia chi governa la città e tutti i suoi cittadini a prendersi carico dei loro bisogni, in modo eguale in ogni angolo del suo comune, avendo cura dei loro  interessi e del loro benessere.

Giovanna Tonioli
Candidata nella lista La Comune di Ferrara

Parole a Capo /
Lucia Paparella: “Radici” e altre poesie

Il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita.
(JOSÉ SARAMAGO)

Radici

Campi di gioia, piante musicali
e geniali, teneri animali padroni
dello spazio, con voi sto vivendo
la stagione fiorita della vita;
sono parte di quest’angolo di mondo,
sulla pelle ho tatuate le fiabe d’altri tempi.
I miei capelli stormiscono al vento, foglie ribelli;
le mie gambe conoscono lo scatto della lepre,
elettriche molle.
La pianura nasconde sedimenti di segreti,
cuori fossili sepolti dal tempo;
i detriti della vita riempiono il golfo
dell’anima; il vento smussa
i profili del paesaggio dai molti volti, ne pettina i capelli.
Sul mio corpo trascorrono i segni del tempo
ma il corpo della Terra è sempre giovane:
il ventre ferito dall’aratro si risana
e produce sempre frutto, neppure
delle ustioni notturne dei falò rimane traccia.
Opere e giorni procedono lenti
quali sogni di antichi dormienti
e un sonno di pietra m’invita a restare,
verso me si protendono le braccia degli alberi
che muti mi trattengono, il vento mi abbraccia
e io come posso partire?

 

L’ignoto

Sera gravida di ombre
e profumi perduti di passato,
con occhi rassegnati mi scruti
in cerca di esili conferme.
Il tempo stanco si sfoglia
un giorno via l’altro;
dalla profondità di strade
mai percorse
l’ignoto mi rincorre,
mi assale rabbioso
con latrati infernali,
gole fameliche protese a divorare
le infinite possibilità di vita
che ho mancato di cercare.

 

Carpe diem

 

“La rosa che non colsi”,
così si dolevano i poeti in certi versi…
ah, i rimpianti, cattivi rampicanti,
edere maligne avviticchiate alle vene
e al cuore, a soffocare quel poco di vita
che rimane!
Come giovani morti in battaglia,
speranze uccise appena nate,
i desideri non realizzati hanno una voce
incessante e sottile che sussurra
e che grida di giorno e di notte;
sono viaggi mai fatti, amori non vissuti,
bambini mai nati, amicizie perdute
o lasciate sfuggire.
E così fugge il tempo, e le lapidi dei rimpianti
diventano opache di polvere; tu seppellisci
i tuoi sogni, e quelli che restano ti sembrano
ben povera cosa.
L’entusiasmo è un soffio via via
più fioco al passare degli anni, una lucciola
che muore tra i fiori del prato.
E tu hai già vissuto, non ti resta che un’unica
lacrima per piangere il bene perduto:
il mattino acceso da un’alba radiosa,
la casa inondata di luce,
e tu che la guardi cadere.

(Poesie tratte dalla silloge “Luci e ombre”)

 

LUCIA PAPARELLA  Dopo aver trascorso buona parte della mia vita in campagna, di recente mi sono trasferita a Ferrara. Ho lavorato come docente nella Scuola Secondaria di Primo grado per numerosi anni; ora, dopo aver frequentato corsi specifici, sto muovendo i primi passi nell’ambito dell’editoria, un mondo che mi ha sempre affascinata. Credo nei nuovi inizi.
Nel tempo libero mi dedico alle mie passioni: leggere, scrivere, dipingere paesaggi, ascoltare musica, passeggiare in mezzo alla natura, visitare mostre e musei, uscire con gli amici, partecipare a eventi, laboratori e attività creative. Amo il mare, i cani, mi lascio pervadere e commuovere dalle emozioni suscitate in me da un dettaglio, da un ricordo…sono un’inguaribile romantica e sentimentale ma riesco a conservare sempre quella punta di ironia e autoironia necessarie per non prendere le cose troppo sul serio.
In passato ho partecipato a numerosi concorsi poetici, guadagnando qualche podio: prima classificata al Premio “Città di Caivano” (2003); primo posto al Concorso “Maria Francesca Iacono” (Casamicciola Terme) nel 2005; prima classificata al Premio “Donna” (Fasano, BR) nel 2012; seconda classificata al Concorso “Coluccio Salutati” (Borgo a Buggiano, PT) nel 2012.
Luci e ombre” (Tripla E, 2023) è la mia prima silloge edita.
Questa è la pagina che la Tripla E mi ha dedicato in qualità di autrice:
Paparella Lucia – Edizioni Tripla E
Questa è invece la pagina dedicata alla silloge, disponibile in e-book e in versione cartacea:
Luci e ombre – Edizioni Tripla E

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

TikTok… c’era una volta l’America

TikTok… c’era una volta l’America

 

Senato e Camera degli Stati Uniti hanno votato una legge la quale stabilisce che, entro fine gennaio 2025, l’app TikTok US vada ceduta: per la precisione, che Bytedance ceda la sua quota, pena la messa al bando della app negli Stati Uniti per “ragioni di sicurezza nazionale”.

La proprietà di TikTok è per il 20% dei fondatori cinesi Bytedance, un altro 20% è dei suoi dipendenti e il 60% è stato comprato dal fondo speculativo finanziario americano BlackRock. Il motivo della legge è il timore che i dati dei consumatori americani vengano usati dal Governo cinese (Bytedance nega). I cinesi però non vogliono vendere, ma non solo: se costretti, si terranno di certo il formidabile algoritmo che è il vero valore dell’app e faranno una battaglia legale contro la norma, che considerano anticostituzionale. La faccenda appare molto protezionistica e poco da “libero mercato” e non piace a tutti gli statunitensi, mentre invece TikTok piace a molti: è popolarissima tra i giovani ed è comunque usata da 170 milioni di americani.

Che si debbano porre vincoli e regole ai big tech è sacrosanto, ma bisogna farlo con tutte le app, non solo quelle cinesi. Vedremo come andrà a finire. Ma questo era solo uno spunto per parlare di un Impero che sembra al tramonto.

Gli Stati Uniti hanno 200 anni di democrazia. Noi italiani al suo confronto, in termini di consolidamento della democrazia, siamo perdenti, usciti come siamo dal fascismo da ottant’anni, e senza averci realmente fatto i conti. Tuttavia, America ha avuto volti e fasi molto diverse le une dalle altre, per questo il giudizio su di essa è controverso. Ha salvato l’Europa due volte, nella prima e seconda guerra mondiale, ma l’ha anche condizionata due volte. La prima con quella pace maledetta del presidente americano Woodrow Wilson che, mettendo sulle spalle tedesche enormi oneri di guerra, sembrava fatta apposta per indebolire la Germania (cioè l’Europa) e che ha contribuito non poco alla nascita del nazismo. Poi, dopo la seconda guerra mondiale, l’errore non è stato ripetuto, ma si è optato per aiutare (anche col piano Marshall) a far “mettere le brache” agli europei in modo da doverla seguire, l’America, come i bambini seguono la mamma (cosa che avviene tuttora dopo 75 anni).

Dal 1850 al 1914 America ha vissuto un’epoca di straordinaria crescita economica all’insegna del “libero mercato” e di incredibili disuguaglianze (vedi Rothschild col suo petrolio) che portò però anche ad una legge (Sherman Act) che introdusse nel mondo per la prima volta l’idea di una Autorità pubblica che deve regolamentare i mercati, contrastare monopoli e oligopoli se si vogliono tutelare i consumatori. In Italia una legge analoga è arrivata nel 1970, cento anni dopo.

L’America è sia quella del libero mercato, sia quella dell’intervento dello Stato nell’economia. Dopo 70 anni di crescente libero mercato, cade in depressione nel 1929 proprio a causa del liberismo. Con 10 milioni di licenziati (un terzo degli occupati) e un impoverimento di massa, seppure dopo 4 anni (1933) Roosevelt cambia registro: avvia il New Deal, facendo proprie le idee di Keynes (dopo aver seguito Adam Smith per 153 anni) e introduce il ruolo dello Stato nell’economia per avere più occupati e maggiore crescita. Roosevelt divide le banche commerciali (buone) da quelle d’affari (cattive). Le prime erano aiutabili dallo Stato se fallivano, le seconde no. Dunque è la patria del libero mercato ma anche dell’importanza del ruolo dello Stato nell’economia. Lo sviluppo delle imprese private nell’high tech (da Internet al digitale all’AI) è anche il frutto di massicci investimenti pubblici. Il paradosso è di avere abbandonato queste politiche pubbliche (riprese però nel 2023 con l’Inflaction Reduction Act:mille miliardi di investimenti pubblici) proprio mentre la Cina le andava sviluppando, creando così una leadership mondiale nelle auto elettriche, nei pannelli solari e nelle principali tecnologie green.

L’America è anche la patria della difesa dei consumatori e di una libera stampa che non fa sconti ai potenti. E se vogliamo saperne di più sulla guerra Russia-Ucraina conviene leggere il New York Times, il Washington Post o il Wall Street Journal, i quali spiegano da 2 anni, diversamente dai nostri, come sia impossibile battere la Russia anche mandando tutte le armi di questo mondo agli ucraini.

L’America è la patria delle più importanti innovazioni tecnologiche ed organizzative. Agli americani però piacciono molto anche i dollari, e il potere. Qualche dubbio viene, se nel 1961 il capo ingegnere della Olivetti, il visionario cinese Mario Tchou, muore in un’incidente dalla strana dinamica a bordo della sua auto. Qualche dubbio viene, se nel 1962 il fondatore dell’ENI, l’ex partigiano Enrico Mattei, muore in un misterioso incidente aereo, le cui indagini verranno ripetutamente soggette a depistaggio. L’America è anche quella del 1999 che abolisce la divisione delle banche con il democratico Clinton, quando il suo collega di partito Roosevelt le aveva divise, e le fa diventare tutte speculative, avvia la globalizzazione e una serie di guerre finalizzate a difendere la sua leadership mondiale. Ma l’America è anche quella del 1962, quando il Congresso approvò una legge che limitava la libertà degli americani di abbonarsi a periodici comunisti. Il clima era quello della crisi Cuba-Usa. Tre anni più tardi la Corte suprema all’unanimità ritenne però la norma illegittima e contraria al diritto degli americani di leggere ciò che desideravano.

Insomma, una America a due facce. Mi sono persuaso che gli americani sono così perché hanno sviluppato l’auto-coscienza e l’individualizzazione (l’uomo che si fa da sé) ma nello stesso tempo hanno sviluppato (forse per contrasto) la “paura”, da cui il desiderio di controllare tutto e tutti. Basta vedere il sito del Pentagono, ma anche cosa è scritto “apertis verbis” sul retro della cartamoneta del dollaro attorno ad una piramide  – simbolo dell’impero – sovrastata dall’occhio del Dio (denaro?) che “favoreggia le nostre imprese” (annuit coeptis) nel novus ordo saeculorum.

Ma tutti gli Imperi hanno una crescita e un declino. Dopo aver governato il mondo nel secolo ventesimo, varrebbe la pena per America darsi una calmata nel ventunesimo, così forse passerebbe la paura per un mondo multipolare, che comunque arriverà.

 

 

Photo Cover: America Beautiful Country by James Bo Insogna

TABUCCHIANA 2. /
Quando il caso diventa destino.
Antonio Tabucchi, la vita, le opere, la passione, il Portogallo

TABUCCHIANA 2. Quando il caso diventa destino. Antonio Tabucchi, la vita, le opere, la passione, il Portogallo

“A volte può prendere il via con un gioco”. Così Tabucchi nell’incipit del racconto che apre l’Angelo nero, un racconto che è anche un meta-racconto, visto che parla delle tecniche dell’invenzione (quanto meno della sua), adombrando anche le ragioni segrete che a un tratto piegano verso l’essenziale qualunque iniziale pretesto.

In fondo persino nella biografia tutto può prendere il via davvero così, “con un gioco”, tutto può iniziare per caso o quasi, senza che si possano prevederne le conseguenze. Per lui (a credere almeno al libro delle sue interviste: Zig-zag, Milano, Feltrinelli, 2022) tutto cominciò con un film, La dolce vita.

Aveva appena finito il liceo, ma gli bastò quella pellicola di Federico Fellini per fare crollare il suo mondo e spingerlo a partire. Davanti all’Italia lì raffigurata (non vi apparivano che “intellettuali da strapazzo”, un’intellighènzia autodistruttiva, aristocratici ‘imbecilli’, una borghesia corrotta, un proletariato credulone, mezzi di comunicazione cinici e opportunisti), insomma riflettendo su un paese che da quella rappresentazione cinematografica “usciva con le ossa rotte”, il giovane Tabucchi si disse: “voglio andar via di qui”.

Il mito della Francia lo portò a Parigi, nel mondo magico di Saint-Germain-des-Prés, a seguire come uditore libero le lezioni della Sorbona, mentre per campare faceva il lavapiatti alla mensa della Cité Universitaire.

Dopo un anno, partendo per tornare in Toscana, trovò su una bancarella nei pressi della Gare de Lyon, tradotto in francese, un piccolo libro di un autore sconosciuto che parlava di una tabaccheria vista da un personaggio collocato alla finestra di una casa di fronte.

Era una poesia che iniziava con un’amara riflessione metafisica (“Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso voler essere niente. / A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo”) e si chiudeva con il ritorno alla realtà e con una disincantata speranza al saluto di Esteves e all’enigmatico sorriso del padrone della tabaccheria. Il caso gli aveva messo davanti quelle pagine, e quel caso creò per lui un destino.

Incantato dal quel poemetto che gli ricordava forse anche un’attività familiare (il caso opera a volte seguendo persino suggestioni inconsce), Tabucchi si chiese chi mai ne fosse l’autore, scoprì che a Pisa alla Facoltà di Lettere insegnava Letteratura portoghese la bravissima Luciana Stegagno Picchio, e mentre ne seguiva i corsi cominciò a frequentare il Portogallo, allora sotto la dittatura di Salazar (se ne sarebbe ricordato in Sostiene Pereira) e a conoscere e fare amicizia con scrittori dissidenti.

Incontrò lì perfino una bella ragazza bruna, Maria José de Lancastre, che condivideva con lui la passione della letteratura e che qualche anno dopo sarebbe diventata sua moglie. Poi tutto sarebbe seguito, come avviene con le vocazioni e il destino.

È stato in Italia il primo, grande traduttore dell’opera di Pessoa (si ricordino in particolare, pubblicati da Adelphi, i due volumi di Una sola moltitudine, le Poesie, il Libro dell’inquietudine…) e di tanti altri scrittori di lingua lusitana; ha insegnato per tutta la vita letteratura portoghese nelle università italiane (Roma, Genova, Siena…); ha scritto in quella lingua diventata per lui familiare uno dei suoi romanzi più belli (Requiem); è sepolto a Lisbona, nella cappella degli scrittori portoghesi, per desiderio del Portogallo che, grato, l’ha sentito e riconosciuto sempre come uno dei suoi.

In questi ultimi mesi, a consolidare quel che già si sapeva sui rapporti con il suo paese di elezione. sono usciti due libri preziosi: uno pubblicato a Lisbona dalla Fundação Cupertino de Miranda (Mário Cesariny e Antonio Tabucchi, Cartas e outros textos, a cura di Fernando Cabral Martins con la collaborazione di Maria José de Lancastre), l’altro proposto da uno dei nostri più raffinati editori di poesia, il genovese Giorgio Devoto, per le Edizioni di San Marco dei Giustiniani (Concrezioni di Saturno. Antonio Tabucchi traduce Mário Cesariny).

I due testi ruotano intorno a uno dei più significativi poeti del surrealismo portoghese, Cesariny appunto, di cui Tabucchi si era occupato già al tempo della sua tesi di laurea dedicata a un movimento nato in terra portoghese solo nel 1947, con enorme ritardo rispetto all’esperienza francese, destinato, nonostante questo, a essere perseguito e impedito nel suo anelito di novità e libertà.

Un movimento a cui il nostro scrittore, appena laureato, avrebbe dedicato un ricco libro/antologia (La parola interdetta. Poeti surrealisti portoghesi, Torino, Einaudi, 1971) che si giovava anche della conoscenza e frequentazione degli autori trattati (in particolare Cesariny e Alexandre O’Neill, di cui soprattutto sarebbe diventato amico).

Il rapporto con il più anziano dei due, pittore e scrittore, capofila del movimento, per questo avversato dalla censura, non sarebbe sempre stato facile. Lo documenta bene il volume di cartas (di lettere inedite) di cui si diceva, che sulla cover ricorda una giornata di sole sulla spiaggia di Fonte da Telha. Tre figure si rivolgono con sguardo intenso a chi sta loro dinanzi: sono il giovane baffuto, divertente, ironico, mingherlino Antonio, la sua sorridente compagna e il più serio e maturo scrittore portoghese.

Il rapporto infatti si sarebbe interrotto presto, nel ’78, per divergenze letterarie proprio in merito al libro sul surrealismo pubblicato da Tabucchi e alla rifiutata partecipazione di Cesariny a un numero di Quaderni portoghesi da lui curato.

Ciò non toglie che fosse rimasto al fondo un legame tra i due; lo testimonia il bel pezzo Fra noi e le parole di Maria José che apre il volume italiano, ricco anche di testi tabucchiani dispersi, che offrono un inedito quadro del surrealismo portoghese e dei suoi protagonisti.

Antonio avrebbe continuato nel tempo lo studio degli spazi privilegiati della poesia di Cesariny (da lui collocati tra fuga e evento all’interno di evidenziate costanti: mito, parodia, eros, massime), così come avrebbe continuato a tradurlo, convinto della sua importanza nel quadro della poesia europea del secondo Novecento.

Ce lo provano queste Concrezioni di Saturno (il suggestivo titolo è desunto da un frammento poetico) che, riunendo con testo a fronte tutte le versioni dell’autore fatte da Tabucchi (comprese le disperse e inedite), consente di ripercorrere un universo poetico dove a grotte di oscurità si contrappongono continuamente luminescenze di sole, mare, giardini…

Difficile non annoverare in una nostra personale auto-antologia testi come A Edgar Allan Poe (con le sue concrezioni preziose e ibridate: “… mio granchio di diamante fra la vita e la morte la grazia e la disgrazia la verità e l’errore… […] mio fiume nero aspro velenoso scintillante e tremantesmeraldo e violetta […] parete bianca di apparizioni fumanti […] fermi ragni d’argento”), A António Maria Lisboa (“Da qui a Saturno c’è sempre stata molta strada / a meno che non si prenda il cammino più ripido…”), Un canto telegrafico…; difficile dimenticare le liriche dalle quali emerge il contrasto tra la vita condotta in una caverna di cui il sole illumina solo per intermittenze il recinto e una luce improvvisa che libera. Parimenti quelle in cui a risaltare è il contrasto tra l’ansia d’infinito e un quotidiano (che pure ‘meritiamo’) che stride clamorosamente con aspirazioni e speranze.

Nessun dubbio che al centro di quelle di Cesariny (sorvegliato e censurato dal regime), come del nostro Tabucchi, ci fosse il desiderio della libertà (giacché “dov’è il mondo se non qui?”), la pulsione verso una “città futura / dove la poesia “non ritmerà più l’azione / perché camminerà davanti ad essa” (Voce di una pietra), il ripetuto invito a discutere l’ovvio, a parlare, a impegnarsi (“Fra noi e le parole i murati vivi / e fra noi e le parole, il nostro dover parlare”: You are Welcome to Elsinore), come Antonio in qualunque sede non si sarebbe mai dimenticato di ricordare.

Cover: particolare della copertina del volume portoghese “Mario Cesariny e Antonio Tabucchi. Cartas e outros textos” 

Per leggere gli articoli di Anna Dolfi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Parole e figure / La visita

Vivere serenamente il silenzio ed essere capaci di stare bene da soli sono al centro di questo originale albo. In un mondo sempre più saturo di rumore, una proposta che è una risorsa.

Un altro bellissimo albo illustrato esce con Kalandraka, “La visita”, di Núria Figueras, vincitore del XVI Premio Internazionale per albi illustrati Compostela 2023

La storia di una piccola volpe rimasta sola nella sua tana con una raccomandazione della mamma: non aprire agli sconosciuti.

Fuori cala il buio, anche se si sentono ancora gli schiamazzi allegri dei passeri e di altri animaletti felici e curiosi.

A bussare alla porta, toc toc, delicatamente, il Silenzio. Ma come si fa, se non si deve aprire a nessuno? Ma lui non è nessuno, è il Silenzio. Alto e grosso, imponente. Che paura, mamma mia, e se la divorasse? La curiosità però è grande e supera ogni remora. Insieme, volpe e silenzio, condividono alcune more, dolci e succose. Stare con lui non è poi tanto male, basta provarci ed è davvero bello riuscirci.

Ballare, allora, insieme? Certo, risponde il Silenzio, ma senza musica, o sarà costretto ad andarsene. La volpe non ne è capace. Il ritmo della danza sarà scandito solo dai battiti del cuore. Fuori non si ode più nulla, dentro di lei la piccola volpe sente una voce, sono i suoi pensieri, e, a volte, bisogna stare in silenzio per sentirli. È arrivato un nuovo amico.

Che bello sapere accogliere il silenzio, questo sconosciuto, questo dono oggi così raro e prezioso. Ricordo che tempo fa ne avevo scritto. L’ho sempre amato. Oggi è un privilegio, esserne avvolti e saperlo aspettare e accogliere. Un albo unico.

Per sfogliarne alcune pagine:

Núria Figueras, La visita, Kalandraka, Firenze, 2024, 36 p.

Leggi anche Per certi versi / Il silenzio inaudito”, di Roberto Dall’Olio

Genocidio e antisemitismo, due parole da usare con grande cautela

Genocidio e antisemitismo, due parole da usare con grande cautela

 

“Appartengo all’unica razza che conosco, quella umana”

Albert Einstein

 

La famosa frase di Einstein è in risposta a una domanda contenuta in un questionario sull’immigrazione che dovette compilare per rimanere negli Stati Uniti, dove si trovava in visita. Era il 1933, in Germania Hitler era appena salito al potere. Il cittadino tedesco Albert Einstein era di famiglia ebraica.

Non mi metto a fare l’esegeta della frase. Tuttavia a me sembra chiaro che Einstein usi la parola “razza” (race) in questo contesto per riprendere ironicamente lo stesso vocabolo contenuto nel questionario, ma la intenda come “genere” o come “specie”: il genere umano, appunto. La razza umana intesa come l’insieme di tutte le presunte razze, costruite via via nella storia dell’uomo sulla base di assiomi prima parentali, poi biologici e fenotipici. Chiunque sia dotato di buon senso sa che non è possibile costruire un concetto di razza, perché non esiste alcun marcatore che permetta di individuare un gruppo di persone accomunate dalla medesima genetica. Piuttosto, esistono persone che sia dal punto di vista genetico che culturale si mescolano continuamente, ed è esattamente questa la bellezza del mondo.  Visitare un luogo che si pensa debba essere connotato dai segni di un tipo umano prevalente, e scoprire che in quel luogo ci sono vestigia (somatiche, linguistiche, culinarie e artistiche) del passaggio di una miriade di popolazioni, alcune le più lontane da quello che è il loro luogo di origine – pensiamo, per fare un esempio “nostrano”, alle tracce dei Normanni in Sicilia –  è parte fondamentale della fascinazione del viaggio.

Per queste ragioni, il “genocidio” si definisce non in relazione alla popolazione che ne è vittima, ma in relazione all’idea di razza che ne ha chi lo definisce tale, o chi lo pratica intenzionalmente. Se è fallace la nozione di razza, è dubbia anche la definizione di “popolo”. Chi è che stabilisce qual è il genos (greco) o il genus (latino) da sterminare? Sulla base di quali caratteristiche? Inoltre genos vuol dire stirpe, ma l’idea di sterminare un popolo è diversa: un’intera popolazione non può essere assimilata ad una stirpe, almeno per la ragione che manca il legame di sangue tra tutti i suoi membri. La parola “genocidio” va utilizzata con molta cautela, perché azzera il ragionamento, impedisce le distinzioni.  Quello che sta facendo lo Stato di Israele ai danni della popolazione della Striscia di Gaza viene da più parti definito “genocidio”. La profondità di questo assunto è pari a zero. Semplicemente, viene facile dire che chi ha subito il più celebre “genocidio” della Storia adesso si vendica commettendo lo stesso crimine. Che grado di approfondimento delle ragioni del persecutore – ci sono sempre delle ragioni, anche se non le condividiamo – può praticare chi se la cava con l’accusa di “genocidio”? E’ un’accusa che si colloca nel solco dell’integralismo, dell’intolleranza. Sarebbe più sensato parlare al limite di etnocidio, cioè di volontà di cancellare le tracce di un’etnia – concetto meno vago di popolo e meno farlocco di razza, in quanto include persone che condividono lingua, religione, costumi e (a volte) territori, e che quindi possono essere di una certa etnia pur avendo caratteri somatici minoritari (in questo senso una donna siciliana bionda e con gli occhi azzurri è sicuramente di etnia sicula).  Ma “genocidio” va di moda: evidentemente il suono evoca qualcosa di talmente terribile da esercitare una sinistra seduzione.

Allo stesso modo, chi con ottime ragioni stigmatizza e condanna le azioni persecutorie e criminali dello Stato di Israele viene spesso accusato di antisemitismo. E’ lo stesso ragionamento di prima, visto dall’altra parte: non si può prendere posizione contro Israele perché gli ebrei sono il genos più perseguitato della Storia, e questo germe è sempre pronto a contagiare le menti fanatiche. Ergo, se te la prendi con Israele sei antisemita, o almeno fiancheggi chi lo è. E’ un’accusa che azzera ogni discussione. Un’accusa che sta anch’essa nel solco dell’integralismo e dell’intolleranza.

Non è vero che lo Stato di Israele punta allo sterminio di massa di tutti gli arabi di Palestina, così come non è vero che le voci critiche che, all’interno stesso di Stati Uniti e Israele, si levano contro la politica dell’attuale governo siano da considerare dei fiancheggiatori di Hamas. E’ auspicabile che le proteste che si stanno allargando come una macchia d’olio nei più famosi campus statunitensi, a partire dalla Columbia University di New York che ha una rettrice musulmana di origini egiziane –  e che la polizia sta soffocando con goffa brutalità, probabilmente influenzata da un establishment politico ed economico che non può tollerare il dissenso contro Israele, quando esce fuori dalle pagine accademiche per diffondersi nella società – abbiano la capacità di non farsi strumentalizzare. E parlare di genocidio dei palestinesi è probabilmente il modo migliore per farsi accusare di antisemitismo.

 

Cover photo: manifestazione alla George Washington University, a Washington, 25 aprile 2024 (AP Photo/Jose Luis Magana)

 

29 aprile 1945. Piazzale Loreto.

29 aprile 1945. Piazzale Loreto.

 

Le giornate che seguono il 25 aprile fino al vero e finale armistizio, entrato in vigore il 2 maggio, sono intrise di sangue da entrambe le parti: tedeschi che in ritirata uccidono selvaggiamente civili, donne e bambini, anziani, bruciando e saccheggiando le città e partigiani che combattono scendendo a valle per liberare le città ancora occupate. I racconti di quelle lunghe giornate sono riportati alla storia da diverse prospettive, soprattutto negli anni a seguire, spesso in un tentativo di revisionismo che vuole mettere partigiani e fascisti sullo stesso piano.

L’Italia è divisa in due. A sud gli angloamericani hanno già liberato il paese. Al nord fascisti e tedeschi cercano di tener loro testa con le ultime unità ancora presenti. Non sanno di fatto cosa fare, schiacciati al nord anche dai Russi che avanzano inesorabili verso ovest.

Durante un penoso tentativo di fuga verso la Svizzera, Il Duce, la Petacci e circa 50 gerarchi fascisti vengono individuati e arrestati.
Durante la loro prigionia i partigiani li spostano più volte, preoccupati da una parte del possibile tentativo dei fascisti di liberarli e dall’altra da quello degli alleati di graziarli. Il 29 aprile è il giorno in cui Benito Mussolini e Claretta Petacci, assieme ad altri gerarchi fascisti, vengono appesi a testa in giù in piazzale Loreto. Sono stati giustiziati il giorno prima, 28 aprile. I loro corpi vengono lasciati al mattino sul piazzale dai partigiani. Le persone che man mano si radunano iniziano a capire di chi sono i corpi. Le scene che ne seguono sono talmente violente che lo stesso Sandro Pertini dichiara: “Linsurrezione si è disonorata”.

Piazzale Loreto non fu scelto a caso. Era e rimane un luogo simbolo della barbarie dei nazi-fascisti, che un anno prima, il 10 agosto 1944, avevano lì fucilato e lasciato esposti al pubblico quindici partigiani.

Nel dopoguerra la piazza prese anche il nome di piazza dei quindici.

In un comunicato il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) rivendica l’uccisione di Mussolini rifacendosi all’art. 5 del Decreto per l’amministrazione della giustizia: “i membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”.

Il 29 aprile è anche il giorno della resa incondizionata dei Tedeschi. La firma avviene presso la Reggia di Caserta, alla presenza di delegati della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e di un osservatore dell’Unione Sovietica.

I tedeschi vennero dotati di delega dal ministro della Difesa fascista Rodolfo Graziani, perché nel documento redatto, le forze armate tedesche rappresentavano anche quelle della Repubblica Sociale Italiana, stato non riconosciuto dagli alleati e quindi non in grado di stipulare degli accordi internazionali, nemmeno la propria resa.

«Con la presente io, Maresciallo dItalia Rodolfo Graziani, nella mia qualità di Ministro delle Forze Armate, do pieni poteri al Generale Karl Wolff, Capo supremo delle SS e della Polizia e Plenipotenziario delle Forze Armate germaniche in Italia, a condurre, per mio conto, trattative alle stesse condizioni praticate per le Forze Armate Germaniche in Italia con intese impegnative riguardo alle truppe regolari dellEsercito Italiano, dellArma Aerea e della Marina, come pure Reparti militari fascisti».

 

 

E i fascisti che fine fecero? In questi giorni ho rivisto le immagini di una Tribuna politica dell’aprile 1972.

Mario Pucci, redattore capo de Il Secolo d’Italia, il giornale del Movimento Sociale Italiano, chiede ad Enrico Berlinguer: “Quando si chiede di discutere con voi non trovate altro sistema che la fuga

Berlinguer, da pochi mesi segretario del Partito Comunista Italiano, risponde:

Sarebbe meglio che i dirigenti del Movimento Sociale Italiano non parlassero di fughe. Voi siete stati coraggiosi soltanto quando stavate dietro la protezione delle SS, allora siete stati coraggiosi, nel massacro dei giovani, dei partigiani. Quando vi siete trovati di fronte, voi fascisti repubblicani, i partigiani, siete sempre scappati”.

 

Foto di copertina di Luigi Ferrario, tratta da Lombardiabeniculturali.it

 

 

CHIAMATA ALL’OBIEZIONE DI COSCIENZA, CONTRO LA GUERRA
LA CAMPAGNA NONVIOLENTA PER DIRE NO ALLA MOBILITAZIONE MILITARE

CHIAMATA ALL’OBIEZIONE DI COSCIENZA, CONTRO LA GUERRA
LA CAMPAGNA NONVIOLENTA PER DIRE NO ALLA MOBILITAZIONE MILITARE

Dichiaro fin da questo momento, con atto formale, la mia obiezione di coscienza alla guerra e alla sua preparazione. Non sono disponibile in alcun modo a nessuna chiamata alle armi“.
Viene lanciata oggi la Dichiarazione di Obiezione di coscienza alla guerra e alla sua preparazione, rivolta ai Presidenti della Repubblica e del Consiglio, che tutti i cittadini italiani, giovani o adulti, uomini o donne, possono sottoscrivere. E’ la risposta immediata che il Movimento Nonviolento offre a tutti coloro che vogliono esplicitare con atto formale la loro dissociazione totale dai venti di guerra, dal rischio di una mobilitazione militare che coinvolga anche l’Europa e il pericolo del ripristino della leva anche nel nostro paese.
La maggioranza degli italiani non vuole la guerra, è contro l’invio di armi, desidera politiche di pace.
I venti e i rumori di guerra sono sempre più forti. Droni, missili, bombe, solcano i cieli. E anche il movimento pacifista alza il tiro delle iniziative di pace.

Come partecipare?

Campagna coordinata dal Movimento Nonviolento. È possibile aderire in uno dei seguenti modi:

1) Compilare il format che si trova in fondo alla pagina dedicata al link https://www.azionenonviolenta.it/obiezione-alla-guerra-2/  ed inviare direttamente da lì.
2) Copiare il testo in email, con i propri dati, e inviare a obiezioneallaguerra@nonviolenti.org e autonomamente ai seguenti indirizzi:
protocollo.centrale@pec.quirinale.it – presidente@pec.governo.it – segreteria.ministro@difesa.it – sgd@postacert.difesa.it

3) Stampare in cartaceo, compilare e spedire a Movimento Nonviolento, via Spagna 8, 37123 Verona.

Anche chi aveva aderito alla prima fase della Campagna nel 2022 e 2023 è invitato a partecipare!

Qui il testo della Dichiarazione da sottoscrivere
Obiezione-DEF-3.pdf (azionenonviolenta.it)

Qui i materiali della Campagna
https://www.azionenonviolenta.it/obiezione-alla-guerra-2/

Qui il comunicato stampa
Chiamata all’obiezione di coscienza, contro la guerra (azionenonviolenta.it)

Per informazioni, scrivere a obiezioneallaguerra@nonviolenti.org

Movimento Nonviolento

Quella cosa chiamata città /
La mia scoperta di Ferrara

La mia scoperta di Ferrara

Iniziai ad occuparmi di Ferrara tardi ed in maniera discontinua. Mi resi conto che era una città storica particolare verso la fine del mio percorso universitario, quando conobbi un professore greco dell’Università della California ad un workshop all’IUAV di Venezia. Panos Koulermos nel corso di una chiacchierata, durante una pausa dei nostri lavori, mi chiese da quale parte d’Italia venivo e quando gli dissi che ero ferrarese, dopo una breve riflessione, mi disse: «Ferrara, l’unica città dove dal centro si vede la campagna». Non ci avevo mai pensato. Si riferiva al rettifilo che dal castello, posto nel centro della città, arriva alle mura, «catturando l’infinito» a nord, verso il fiume Po, come avrebbe detto Leonardo Benevolo.

Conoscevo il libro di Bruno Zevi dedicato alla città, mi aveva anche stupito che un intero saggio arancione della prestigiosa casa editrice Einaudi fosse dedicato alla città che identificava il mio territorio di nascita, ma essendo originario del «contado» non mi ero mai reso conto dell’importanza del suo ruolo nei processi di costruzione delle città storiche italiane. Fu l’affermazione di Koulermos che accese la mia curiosità, associata anche alla scelta compiuta verso la fine del mio percorso universitario di dedicarmi allo studio (e al progetto) delle città, più che dell’oggetto architettonico. Un po’ alla volta mi si aprì un mondo da approfondire, nel quale si intrecciavano arte e architettura, pensiero urbano e dimensione sociale, letteratura e cinema.

Ferrara, città patrimonio Unesco (foto Romeo Farinella)

Non impiegai molto tempo a rendermi conto che la città storica era ricca, articolata ma anche incompiuta. La città in passato aveva avuto l’ambizione di diventare grande, lo testimonia l’estensione delle mura che ancora oggi nascondono numerosi vuoti. Si tratta di pause nel costruito che lanciano molti messaggi. Dei vuoti parlanti di lefebreviana memoria, che mi hanno portato a pensare che in fondo la sua incompiutezza è anche la sua forza, ma questo carattere va colto, misurato e ricomposto. Michel Butor aveva colto il fascino di questo «non finito» parlando di ruines d’une cité future qui n’eut jamais lieu […] morceaux réel d’une ville rêvée. Queste sono le parole che usa per definire i frammenti incompiuti di quel nuovo cuore rinascimentale che a Charles Dickens, un secolo prima, era sembrato, mentre ne percorreva i grandi assi incompiuti, unreal and spectral. Anche Chateaubriand, in giro per Ferrara alla ricerca del fantasma del Tasso, la descrive quasi disabitata.

Un tempo, più di oggi, a Ferrara, come a Mantova o a Reggio Emilia, camminando in città respiravi l’odore della campagna. È una sensazione bella e suggestiva e il racconto di queste atmosfere suscita spesso ammirazione. Il racconto di via Salinguerra di Giorgio Bassani ci parla di un dentro mura che si intreccia con il fuori grazie ai suoi rumori e odori rurali. Ci ricorda che in fondo in Italia il limite tra queste due dimensioni continua ad essere labile. Peccato che in alcuni mesi dell’anno questo odore fosse di aldamar (letamaio) mentre oggi è di gas di scarico.

Corso isonzo, il boulevard ferrarese (foto Romeo Farinella)

Quando venne costruito il Quartiere giardino le teorie urbanistiche europee trovarono uno spazio in città. Gli angoli a 45° degli edifici negli incroci stradali ci rimandano a Ildefonso Cerdà e alla sua Ensanche di Barcellona, i cottages ci trasportano nella città borghese suburbana anglosassone e nordeuropea mentre il modello che ha guidato la costruzione del Corso Isonzo è stato certamente il boulevard parigino.
Vi sono però alcune differenze, se a Parigi questi sono caratterizzati da filari di alberi perfettamente allineati e dritti come un fuso mentre sui marciapiedi troviamo distese di bistrots, boutiques e una folla che li percorre, dove Yves Montand amava zigzager. A Ferrara nel “boulevard Isonzo” gli alberi sono tutti storti e attorniati da aiuole di terra secca, i marciapiedi quasi non esistono essendo dei parcheggi, tanto meno le botteghe e i bistrot. Zigzagano solamente le auto e le mote che di notte fanno le gare di velocità.

Del resto, sappiamo che le città sono fatte di spazi e di regole che ne stabiliscono la forma e la fruizione, nel rispetto del diritto di tutti di usufruirne. Ma le regole si possono trasgredire e le città italiane costituiscono un compendio di trasgressione spaziale. Chi le abita non si pone spesso il problema delle regole, chi le amministra è interessato solamente a stabilirle, nel rispetto delle leggi e delle ordinanze, ma poi sorvola sull’effettivo rispetto. E mentre il mondo si sta interrogando sempre più sull’idea di città car-free, mettendo in rilievo l’impatto negativo della motorizzazione privata sull’ambiente, il mio corso/boulevard si sta trasformando in una autostrada urbana che attraversa il centro storico e in una pista di accelerazione per motoristi notturni. Il viale è perennemente sporco, e i rifiuti si accumulano nei luoghi di raccolta.

Le cause sono due: un sistema di raccolta inefficiente e lo scarso senso civico di molti “cittadini”. Le notti sono un incubo in particolare d’estate quando le finestre sono aperte perché nel cuore della notte mezzi meccanici rumorosissimi passano per ore a pulire una strada che al mattino appare sempre sporca. Il frastuono generato dallo sversamento del cassone del vetro è impressionante ma se questa operazione viene effettuata alle sei del mattino genera dei veri e propri traumi da risveglio improvviso come sanno bene Theo e Cleo, i miei gatti turbati dai rumori molesti. Quando esco in strada spesso saluto Peter, un giovane immigrato africano che pulisce con la ramazza la strada, come si faceva un tempo. «Sono un immigrato, e non voglio dare fastidio e pesare su di voi», mi dice, «e per questo pulisco, di mia iniziativa, le strade del quartiere, se vi va potete lasciarmi qualche spicciolo nella scatola sul marciapiede».

Siamo nel centro storico e perimetrare urbanisticamente un “centro storico” non è facile, in particolare se la città è racchiusa da una cinta muraria storica, ma con, all’interno, delle periferie novecentesche alternate ad aree inedificate.
Il caso di Ferrara da questo punto di vista è emblematico perché dentro le sue mura ritroviamo una serie di trasformazioni e adeguamenti legati alle esigenze poste dalla moderna crescita urbana, che in alcuni casi hanno compromesso spazi e luoghi di singolare fascino (come i giardini e gli orti retrostanti i palazzi e le cortine edilizie di corso Ercole d’Este), o come gli “sventramenti” che hanno riguardato l’area gravitante attorno alla strada medioevale di San Romano), mentre in altri settori urbani la realizzazione di progetti di grande modernità ha consentito l’innesto nel centro storico di interventi di architettura contemporanea di grande interesse.  Un esempio è La scuola Alda Costa, progettata dall’Ing. Carlo Savonuzzi, con i suoi evidenti rimandi stilistici alle architetture dell’olandese Willem Marinus Dudok.

La Ferrara del futuro (foto Romeo Farinella)

Non si tratta di un oggetto ma di un pezzo di città, uno spazio urbano d’angolo  che attraverso allineamenti e arretramenti, orizzontalità e verticalità determina la qualità della strada.  Su via Previati la scuola mostra il suo portale monumentale mentre entrando dal Corso Giovecca colpisce la verticalità della sua torre. Un settore urbano che con il cinema Boldini, il museo e il conservatorio dovrebbe essere valorizzato come piazza/giardino novecentesca, mentre ahimè è un parcheggio.

Le mura ferraresi delimitano quindi un ambito storico fortemente connotato, ma anche attraversato da contraddizioni che, del resto, costituiscono uno dei punti fondamentali di ogni esperienza urbana complessa e storicamente articolata. Bassani in suo intervento ad un convegno di Italia Nostra del 1972 esprime una posizione chiara a questo riguardo:

«Quale è, dopo tutto, il centro storico di Ferrara? […] Fin dove arriva? Non esistono, ancora, a Ferrara (pur se ridotte, a tratti, in uno stato abbastanza precario) le mura di Biagio Rossetti? Io riterrei che proprio a Ferrara, dunque, qualsiasi incertezza circa i limiti del centro storico non abbia senso. Il centro storico di Ferrara è da identificare in tutto ciò che sta al di qua delle mura, dentro le mura rossettiane. Tutto ciò che sta dentro di esse, è centro storico».

Bassani comprende anche quei «quartieri orrendi» che ormai «stanno dentro, fanno parte. Inutile tentare di estrapolarli, di considerarli tra parentesi. Per quanto deplorevoli, diventeranno tra brevi storici anch’essi. Anzi lo sono già».
Del resto, se potremmo convenire che tutto lo “storico” è patrimonio siamo certi che tutto lo storico è bello?

In Copertina: Ferrara, le mura tra città e campagna. Foto di Romeo Farinella.

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