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Si parla con insistenza in questo periodo di un museo della città a Ferrara. E’ qualcosa di prezioso che ancora manca a completare la pur già ricca offerta culturale. Se n’è discusso di recente in relazione alla futura destinazione dell’ex caserma Pozzuolo del Friuli. La caserma, in effetti, è adiacente al palazzo Schifanoia e dunque prossima al lapidario, dista pochi metri dal museo Riminaldi e quindi da palazzo Bonacossi che lo ospita e che a sua volta confina con la casa natale di Giorgio Bassani… La sua è una collocazione congeniale, insomma.

Ma più in generale, l’idea di un museo della città scaturisce in risposta ad un’avvertita necessità. E, al di là del possibile contenitore, giova ragionare e interrogarsi sull’eventuale contenuto: è utile domandarsi cosa dovrebbe caratterizzare un ‘museo di città’ e quali benefici potrebbe assicurare in termini di consolidamento dell’offerta culturale, di attrattiva turistica e di completamento di un percorso sulla memoria civica, quindi a vantaggio anche di tutti coloro che a Ferrara vivono.

Il museo della città deve saper raccontare la vicenda di una comunità attraverso la storia, la cultura, le tradizioni che le sono proprie. Per Ferrara significa una secolare galoppata temporale dai primi insediamenti nell’antica Voghiera, all’esarcato, al dominio barbarico, all’età comunale, sino ai fasti estensi, allo Stato della chiesa, alla repubblica Cispadana, per giungere ai moti risorgimentali e infine fluire nella contemporaneità attraverso la fosca pagina del fascismo e il riscatto dovuto alla lotta di liberazione. In senso figurato: il volo dell’Ippogrifo, le malie di Lucrezia, le intuizioni di Ercole d’Este, l’inquisizione ecclesiastica, le trasvolate di Balbo, le lotte partigiane…

Per tradurre una simile ambizione in qualcosa di vivo, in una realizzazione, cioè, a prova di sbadiglio, non si può pensare di prescindere dalle spettacolari opportunità offerte dalla tecnologia e dalla multimedialità. Solo così, crediamo, si potrebbe suscitare curiosità e interesse in senso diffuso, presso un ampio pubblico composta da adulti e ragazzi, ferraresi e non.

In questo senso colpisce la concezione dello straordinario museo della città di Bergamo. “Il museo storico dell’età veneta – dicono i curatori della loro stessa creatura – è un museo multimediale, sensoriale e interattivo, che propone un nuovo modo di raccontare la storia al grande pubblico mescolando conoscenza e gioco, intelletto ed emozioni: le testimonianze del passato – dipinti, manoscritti, mappe e documenti, selezionati con rigore scientifico – prendono vita e raccontano il nostro passato come non si era mai visto”. Ed è proprio così: al di là delle parole il visitatore vede, sente, tocca si immerge nella storia.

Suoni avvolgenti si inseguono e avviluppano nelle loro magiche spire i visitatori; effetti di luce creano bagliori, rimandano evocativi chiaroscuri, originano atmosfere rendendo vitali gli ambienti; cubi si trasformano e riflettono immagini in un vorticoso caleidoscopio di sensazioni che ci proietta in tempi remoti. E poi, ecco la possibilità di maneggiare gli oggetti, di interagire con essi, di esplorare, muovere, sperimentare, toccare, aprire cassetti che generano ogni volta profumi, cromatismi e differenti illusioni ottiche stimolando sensi e mente.

Il museo non trasferisce mere informazioni, ma offre davvero un’esperienza polisensoriale che attiva la percezione e la curiosità. Pochi sono gli oggetti e i reperti esposti. Il fulcro sta nel racconto svolto per immagini e suoni. E nell’allestimento scenografico che integra la tecnologia e declina la conoscenze in narrazione. Con presupposti simili Bologna, fra le prime, ha di recente realizzato a palazzo Pepoli il suo museo della storia cittadina.

Per Ferrara ora è solamente un sogno. Un’ambizione enorme in rapporto alle disponibilità, che per non risultare smisurata si potrebbe stemperare, agevolandole la praticabilità, magari concependo il progetto nella sua globalità e realizzando poi l’intervento per stadi successivi e autonomi: priorità all’età estense e via via integrazioni della storia patria con tutte le sue più significative pagine. D’altronde solo chi pensa in grande può arrivare a grandi traguardi.

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Il museo dell’età veneta di Bergamo
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Sergio Gessi

Sergio Gessi (direttore responsabile), tentato dalla carriera in magistratura, ha optato per giornalismo e insegnamento (ora Etica della comunicazione a Unife): spara comunque giudizi, ma non sentenzia… A 7 anni già si industriava con la sua Olivetti, da allora non ha più smesso. Professionista dal ’93, ha scritto e diretto troppo: forse ha stancato, ma non è stanco! Ha fondato Ferraraitalia e Siti, quotidiano online dell’Associazione beni italiani patrimonio mondiale Unesco. Con incipiente senile nostalgia ricorda, fra gli altri, Ferrara & Ferrara, lo Spallino, Cambiare, l’Unità, il manifesto, Avvenimenti, la Nuova Venezia, la Cronaca di Verona, Portici, Econerre, Italia 7, Gambero Rosso, Luci della città e tutti i compagni di strada

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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Francesco Monini
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