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Le risposte invano attese del sindaco di Comacchio

Curioso l’ atteggiamento del sindaco di Comacchio il pentastellato Marco Fabbri che a una sollecitazione da me inviatagli tramite uno dei giornali cittadini sulla situazione dei venditori abusivi sulla spiaggia del Lido degli Estensi non crede sia necessaria una risposta. Per rinfrescargli la memoria ripropongo parte della mia interrogazione. Avendo affittato ombrellone e sdraio in prima fila mi avvio a raggiungere il mio posto:

“[…]dopo centinaia di metri riesco a intravvedere la linea luminosa del mare e… sobbalzo. Davanti a me un infinito prolungarsi di sacchi, bancherelle, mercanzie stese al sole davanti a cui s’accalcano e toccano e valutano villeggianti d’ogni tipo […] Alzo poi l’occhio dalla lettura del mio libro e vedo passarmi accanto ed offrirmi oggetti di ogni tipo esibiti dagli ultimi della terra […]. A tutti oppongo un imbarazzato “no grazie” che a volte tradisce impazienza se la richiesta si fa insistente e imperiosa. Penso che quegli infelici si sudano letteralmente il tozzo di pane (molti vengono dl Bangladesh) offrendo oggetti assurdi che mimano e imitano i desideri delle folle che palpano e scelgono illudendosi di essere “in”, lasciandosi travolgere dal sogno della moda. Poi mi si dice (lo leggo sulla stampa locale) che chi sarà sorpreso a comprare merce sulla spiaggia potrà essere multato di una cifra che può raggiungere i 10.000 euro. Stupisco per lo sprezzo del pericolo dei miei co-villeggianti. Poi mi si rivelano dati inquietanti. I poveracci venditori […] sono in mano a mafie che sembra – dico sembra – minaccino i proprietari dei bagni di tagliare gli sdrai o altre azioni violente se avvertono gli addetti alla sorveglianza che a quanto pare dovrebbero elevare la multa agli acquirenti. E a lei, signor Sindaco, domando “Le risulta?” O son chiacchiere d’estate? Ma perché poi alcuni bagni non hanno davanti le bancarelle? Che si stendono più numerose davanti ai bagni in prossimità del porto canale? Mai vorrei portare danno agli ultimi disperati della terra; ma la prego si adoperi per trovare una soluzione decente e umana per questa inquietante situazione. Non bastano forse i balli lungo il viale Carducci rendere attrattivo il Lido degli Estensi. Non basta adoperarsi per trovare una soluzione alle “follies” che un archistar – del resto mio amico – ha graziosamente sparso per il suddetto viale rendendo ancora più evidente la bruttezza architettonica del luogo dello struscio. Si dia invece una risposta verosimile ai poveracci che malinconicamente trascinano sacchi di inutili pseudo vanità per dare l’illusione di un lusso che è invece miseria e sudore.”

Mi sembra che l’interrogazione non sia poi né offensiva né provocatoria, ma dal giovane Sindaco per ora non arriva risposta: chissà se riproponendogli il quesito su un giornale on line riesco avere una risposta visto che i seguaci di quel partito parlano e scrivono solo per via mediatica.

La situazione dei Lidi non è certo tra le più rosee. Teorie di cartelli con scritte “affittasi” o “vendesi” costellano sempre più numerose vie e piazze, ma nonostante questo minaccioso segno di saturazione o sovrabbondanza di alloggi sembra che la febbre edilizia non abbia fine e ancora al posto di villette della prima generazione sorgono orrendi caseggiati sempre più grandi che letteralmente soffocano il verde rimasto. E le spiagge si allungano e ogni bagno per sopravvivere deve impiantare piscine e ancor più fantasmagorici luoghi pseudo disneyani dove placare la voglia di divertimento dei più piccini poco propensi a sobbarcarsi centinaia di metri di traversata per raggiungere un mare che sembra un miraggio. Di tutto questo sembra poco importare anche a quel che resta di commercio locale ormai arroccato sulla difensiva e solo attento a non giocarsi anche i clienti più affezionati. Quando alla fine settimana i Lidi sono invasi dalle folle che ormai possono contare solo su quei due giorni di attività allora sì che diventa un’impresa riscontrare anche il più elementare segno di cortesia. Le spicce signorine o i crestati boys dei bar indifferentemente usano il “tu” per tutti: dal piccino al novantenne. Gli sguardi annoiati o altezzosi (caratteristica molto in voga nel ferrarese) si mescolano con il sempre più popolato e popoloso sciame di venditori abusivi costretti a ritmi allucinanti sotto l’implacabile sole mentre sempre più roco, quasi un’invocazione, si fa il tradizionale grido: “cocco bello”.

Penso a cosa sarebbero potuti essere i nostri Lidi che in quanto a natura nulla avevano da invidiare luoghi famosi come ad esempio le foci del Rodano. Ma qui hanno spazzato via le dune e la flora locale; hanno costruito luoghi di villeggiatura che volevano o potevano solo essere imitazione di una vita da spiaggia mutuata sulle più banali e ovvie soluzioni. Ora la natura sembra prendersi le sue vendette. L’ampliamento del porto canale porta con se un moto di reflusso che danneggia le imbarcazioni tanto da rendere necessario una specie di Mose che regoli l’entrata del mare nel porto. Le spiagge da una parte sono erose, dall’altra s’allungano all’infinito. Gabbiani e colombacci invadono i luoghi abitati rendendo pericoloso il transito e depositando sull’ignaro/colpevole villeggiante merde gigantesche che ti rovinano indumenti e umore.

Si discute appassionatamente se è giusto far pagare il posteggio a macchine e campers. Da un mese non ho mai visto nessuna forza dell’ordine municipale.

Dimenticavo. Un fiore all’occhiello dell’industria del nostro paese, le Poste italiane – dixit Passera – versano qui al Lido in una condizione allucinante. A fronte di file interminabili affrontate con una gentilezza commovente dal direttore e da un’impiegata mi vien spontaneo di chiedere perché non c’è una comune macchina che distribuisca i numeri della fila. La risposta desolata è che le Poste l’hanno rifiutata. E in più che un terzo impiegato richiesto non si è presentato. Per una banale operazione dai 45 minuti all’ora e mezza di fila.

Ed è per questo signor Sindaco di Comacchio che mi piacerebbe avere una qualche risposta e mi scuso se nella mia impotente indignazione talvolta al luogo di chiamarlo Lido degli Estensi lo chiamo per gioco ma anche con un poco di verità il Laido degli Estensi.

A modo suo. Un breve intervento fuori stagione

Per noi che abbiamo avuto una formazione culturale e politica nei leggendari e molto discussi anni sessanta, non è così difficile trovare un modello culturale che dia un orientamento alla nostra vita o che ci ispiri nella visione di come dovrebbe essere una città colta, vivace, civile. Ci sono autori immensi come Leopardi, Goethe, Manzoni, Croce, Gobetti, Brecht, Mann, Ungaretti, Bobbio, per dare solo qualche esempio, e così via fino a Magris o Habermas, che per noi sono e restano i ‘Maestri’. Ma purtroppo questi orientamenti, questi fari intellettuali non hanno più nessun peso culturale per i giovani d’oggi.
Non ho voglia di cantare una grande lamentazione sul degrado culturale di questi ultimi anni, cosa totalmente inutile, o forse utile solo a chi scrive per calmarne i nervi. Ogni professionista oggi, sia esso un architetto che un artista, un avvocato o un giornalista (per parlare della mia categoria), dovrebbe continuare con il lavoro di ogni giorno ma in modo ‘kantiano’, che significa che io mi aspetto dagli altri un lavoro serio, competente, coscienzioso, ma anche ricco di creatività e curiosità, e che anch’io a mia volta mi comporto reciprocamente in modo responsabile nel mio lavoro, nella mia vita, come cittadino d’Europa, di Ferrara o di Monaco. “Resistere, resistere, resistere” come slogan contro il degrado della vita pubblica e della responsabilità per la “res publica” mi pare molto giusto, ma non è sufficiente perché è un atteggiamento troppo passivo ed anche retorico. Si sente un po’ il lontano “vento sessantottentesco” che talvolta ci manca in questi giorni di “cash & carry”.
Thomas Mann ha definito una volta il senso della parola “traduzione”: orientarsi ad un modello a modo suo (in tedesco: auf eigene Art einem Beispiel folgen). Noi, e mi pare i giovani d’oggi inclusi, abbiamo bisogno di una “Vita attiva” (Hannah Arendt), di creatività umana, di un senso profondo per l’urgenza di una “globalizzazione civile”. Oggi non si può parlare o scrivere di cultura rimanendo dentro le mura di Ferrara o di Monaco, ma nemmeno rimanendo nella cornice della sola Europa. Dobbiamo aprire le finestre delle nostre case, talvolta soffocanti e piene di polvere culturale ma anche di una storia civile, umana e di grandi valori. E non si tratta solo di difendere il nostro grande tesoro culturale, artistico e di valori democratici. Dobbiamo fare uno sforzo e andare oltre, aprire le nostre finestre per trovare nuovi orizzonti culturali. Oggigiorno essere solo italiano o tedesco o spagnolo non basta più per vivere una vita al passo coi tempi. Essere solo italiano o tedesco, oggi, è anche molto noioso, per me troppo.

Carl Wilhelm Macke (Monaco di Baviera/ Ferrara/)

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Giovani timonieri nelle acque della vita al Lago delle Nazioni

«Di tutto quanto esiste è il mare, io credo, la gran meraviglia, o è soltanto la giovinezza? Chi può dirlo? Ma voialtri qui – tutti avete ricavato qualcosa dalla vita: denaro, amore (ogni volta che si scende a terra) – e, ditemi, non è stato quello il più bel tempo, quando eravamo giovani in mare, eravamo giovani e non avevamo nulla, salvo batoste e, a volte, l’occasione di provare la propria forza – non è questo soltanto che tutti rimpiangete?». Questo dice Marlow alla fine di Gioventù, romanzo breve di Joseph Conrad, che più di ogni altro scrittore ha saputo raccontare quel rapporto di formazione, sfida e sintonia unica che può legare le persone al mare, alla natura, agli elementi.

Vicino a Ferrara, in quell’ambiente straordinario che è il Delta del Po, un pezzettino di acqua, vento, forza e disciplina dà la possibilità a giovani uomini e giovani donne di provare la propria forza e di misurarla con quella della natura. Con rispetto e coraggio, umiltà e padronanza.

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Allievo del Centro nautico (foto Luca Pasqualini)

Questo posto è il Centro nautico del Lago delle Nazioni, uno dei tre centri italiani della Lega Navale, che è l’ente morale di cui sono emanazione diretta il centro delle Nazioni di Comacchio – a Ferrara –, quello di Taranto e quello di Sabaudia.

L’esperienza che possono fare ragazzi tra gli 11 e i 15 anni dura dodici giorni. E’ il tempo del corso, al termine del quale l’allievo ottiene un attestato di capacità tecnica per la conduzione di un’imbarcazione a vela e di una canoa. Dodici giorni durante i quali cominci prendendo confidenza con l’acqua, ti ritrovi prima al timone e poi a prua a manovrare le vele con l’istruttore e quindi ti vedi assegnare una barca da armare, ritirare in secca e disarmare. Al termine, davanti a familiari increduli, i ragazzini sono protagonisti del saggio non agonistico, che li vede impegnati a salire sulla propria barca, a fare bordi, virate, retromarce, prove di scuffiamento e poi di raddrizzamento del proprio mezzo.

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Giovane navigante (foto Luca Pasqualini)

Al quarantesimo anno di vita, il centro si rinnova un po’ e rilancia i valori nautici di sempre con un pizzico di attualità; come la pagina Facebook dedicata, dove seguire giorno per giorno progressi ed esperienze dei ragazzi. Lo racconta il nuovo direttore Marco Camirro. Che spiega: «La barca richiede la giusta concentrazione e preparazione. Bisogna imparare a sentire il vento, prendere confidenza con gli elementi senza mai dimenticare rispetto e attenzione, perché sennò scuffi. Questo fa parte dell’iniziazione alla disciplina; andare in barca vuole dire sapere valutare i propri limiti trovando di volta in volta il comportamento adeguato a ciò che l’ambiente circostante richiede». Una scuola di vela, insomma, che diventa scuola di vita. «La Lega navale – dice il neo direttore – è un ente pubblico morale, il cui obiettivo non è il profitto, ma la creazione di valori etici, che usano lo strumento della barca».

Lezioni di teoria si alternano alla pratica in acqua, il tempo libero è scandito dalle attività sportive con tornei di calcetto, ping pong e pallavolo. L’alloggio è all’interno delle tende, dove bisogna prendersi cura di ordine e quotidiane incombenze, perché la disciplina è la prima regola dell’aspirante navigatore. Un percorso di formazione che quest’estate si ripeterà cinque volte, nei cinque turni di vacanze sportive. Lunedì è partito il gruppo del terzo turno, che terminerà venerdì 18 luglio. Il turno successivo andrà dal 21 luglio al 1° agosto e l’ultimo dal 4 al 15 agosto con la conclusione che culminerà nella Festa ferragostana del lago.

Per diventare, così giovani, piccoli Naviganti come quelli della canzone di Ivano Fossati, «allenati alla corsa/allenati alla gara/e preparati a cadere/e a tutto quello che s’impara».
[ascolta il brano intonato]

Concesso l’asilo politico, Giuba torna a casa dalla sua famiglia

“Stiamo preparandoci per la grigliata, stasera si festeggia: mia moglie Giuba torna da noi. L’odissea è finita, ha avuto l’asilo politico”, è al settimo cielo Afrim Bejzaku, 32 anni, rom, che dà l’annuncio dall’altra parte della cornetta. Dopo un mese e 15 giorni trascorsi al Centro di identificazione ed espulsione di Fiumicino Ulfindana Bejzaku torna in famiglia. Sono le cinque del pomeriggio, Giuba è sul treno, nei pressi di Bologna e conta i minuti che la separano dalla stazione di Ferrara da dove farà rientro a Berra. Finalmente a casa dal marito e dai suoi cinque figli. “Quando è arrivata la notizia mi sono talmente emozionata al punto da mettermi a piangere. Sono davvero felice, è chiaro, dovrò trovarmi un lavoro”. Origini macedoni Giuba, 34 anni, da 29 in Italia, casa di proprietà, cinque figli di cui quattro minori, incensurata e senza patria, ha rischiato 18 mesi di detenzione al termine dei quali sarebbe comunque rimasta in Italia. Non c’è Paese dove rimpatriarla, in Macedonia la sua nascita non è mai stata registrata, è un apolide di fatto, pizzicata senza documenti mentre elemosinava a Codigoro. “La nostra vicenda è simile a quella di tantissimi altri – racconta Afrim – ma noi non siamo arrivati da due giorni, viviamo in Italia da più di 20 anni, i nostri figli sono nati qui e frequentano regolarmente la scuola”. Lo si voglia o no, è una realtà in contraddizione con una legge dai molti limiti e, diciamolo, dai notevoli sprechi. Giuba non è una mosca bianca, di casi come i suoi ce ne sono tanti e se la Commissione chiamata a valutare l’opportunità di concederle l’asilo politico, glielo avesse negato, la detenzione al Cie non avrebbe giovato né a lei, né ai suoi bambini e neppure alle tasche dei contribuenti, perché sarebbe rimasta comunque qui. “Anche solo un mese è stato un’assurdità, c’è caso e caso. Eppure il giudice di pace per ben due volte s’è pronunciato a favore dell’espulsione”, continua Afrim. “E’ stato un momento duro, soprattutto per i miei figli – racconta Afrim – sono stati ammalati, febbroni altissimi e la ragazzina di 12 anni, che ha problemi psichici, è stata trasportata al pronto soccorso per le convulsioni”. Afrim, agli arresti domiciliari, ha potuto contare sui parenti e comunicare attraverso la rete, ma all’ospedale come ovvio ha dovuto essere assente per gli obblighi di legge. “Fosse stata presente almeno la madre sarebbe stato diverso. Non è tanto semplice raccontare ai bambini cosa sta accadendo e pretendere una loro totale comprensione dei fatti”, dice.

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I coniugi Afrim e Ulfindana “Giuba” Bejzaku (foto di Ippolita Franciosi)

“A novembre la questione dell’espulsione potrebbe porsi anche per me – spiega – Potrebbero mandarmi in Kosovo da dove provengo, tutto dipende dal permesso di soggiorno e dal lavoro. E’ un serpente che si morde la coda, se manca uno non c’è l’altro e viceversa”. Le possibilità di un happy ending ci sono, la vicenda della famiglia Bejzaku ha un sostenitore, un’associazione di volontariato bolognese che si sta adoperando attraverso l’intervento di un legale di fiducia per dare un futuro stabile e stanziale a genitori e bambini.

Mosca verdissimamente Mosca…

Da MOSCA – Mosca è davvero verde, ricca, di cultura e tradizioni, ma anche di eventi, manifestazioni, scambi e, soprattutto, di parchi e giardini. Capitale da sempre circondata da enormi spazi verdi, la loro cura richiede non solo tanta disponibilità economica ma anche amore e grande rispetto per la natura. E qui tutto questo non manca. A maggio di ogni anno, usciti dal rigido inverno, i colori si risvegliano, i parchi brulicano di giardinieri indaffarati che rifanno completamente il manto erboso e fiorito di questi spazi dove i moscoviti vengono a respirare ogni domenica estiva o ogni sera dopo il lavoro. Una corsetta, una pedalata, una partita a tennis, e poi pattini, monopattini, biciclette, monocicli, skateboard e bambini vocianti riempiono stradine e vialetti profumati.
Guida colorata sotto braccio, mappa aperta sul cuore e mente libera, eccoci pronti ad avventurarci nella nuova e conturbante Mosca. Nuova perché ci ha accolto a braccia aperte, perché profuma di avventura, perché ci apre un mondo inaspettatamente verde e fresco. Nuova perché noi stessi siamo nuovi, rinati e felici, esultanti, intraprendenti, frementi, scalpitanti, impazienti. Entriamo al Gorky park allora. Forse il più bello fra i 96 parchi e i 18 giardini moscoviti.

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Gorky park, entrata

Ovviamente ci avventureremo nella natura con qualche libro che uscirà dal nostro zaino colorato, sempre con noi, sempre lui, eterno e paziente compagno di viaggio, un cilindro magico pieno di continue e mirabolanti sorprese. Accompagnati dalla musica che pervade e impregna la città…
Ci siamo. Stiamo per entrare al Gorky, ma improvvisante ci appare una sorpresa gradita, qualcosa di totalmente inaspettato. Tantissimi fiori, il loro profumo delicato, note che vi danzano intorno, solo note, tante note in girotondo. Ovunque c’è musica, solo musica, sempre musica. Chi la ascolta e chi la fa, chi la sente anche dove non c’è. Ognuno può suonare le sue note, ciascuno può giocare allegramente e spensieratamente con il suo spartito reale o immaginario.
Terminato lo stupore del vedere come ci si possa lasciare andare alla musica, in mezzo al traffico impazzito e a tante persone dalle mille culture e lingue, piedi e idee ci portano a entrare nel parco vellutato e ondeggiante. La sorpresa è la stessa di quando, da ragazzini, aprivamo il baule della soffitta delle meraviglie. L’entrata è maestosa, come tutto in questa città, e ci invade il colore, i fiori ci danno il benvenuto, quasi minuscoli esseri animati che sorridono alla nostra curiosità infinita ed interminabile. Un tulipano piega leggermente la sua corolla per indicarci la strada, un inchino, un saluto affettuoso che ci fa dirigere verso aiuole splendenti ovali, rettangolari, circolari, ovoidali; ogni forma ha un suo perché, quasi un disegno di un giovane angelo dispettoso che si è divertito e sbizzarrito a lanciare colori qua e là. La natura è splendida, qui, come ovunque, incredibilmente benevola e generosa nel regalarti emozioni forti ed indimenticabili. Anche qui gli alberi, come scriveva Tagore, sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto. Il cielo ascolta, ascolta i pensieri e i sogni che in questo posto magico abbiamo finalmente il coraggio di esprimere.

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Una delle splendide e profumate aiuole del Gorky park, Mosca

Prendiamoci per mano e sediamoci allora su questa panchina accanto ai tulipani fioriti, per una volta proviamo a rivelarci i nostri segreti, proviamo a scambiarci i desideri ed a capire cosa vorremo veramente. C’è anche una ninfa leggera laggiù che, con la sua scintillante bacchetta magica ornata di tulle bianco, ha spruzzato qualche goccia di stella su un vaso fiorito solo per noi.
E’ un tripudio di colori e luccichii gioiosi, qualche giacinto sorride scherzoso, anche voi (che so che ormai siete insieme a me…) faticate a capire dove girare il capo, destra, sinistra o ancora sinistra, dritto, dietro, davanti. Viole, iris, tulipani, rose, calendule, fontane, il degno quadro di una favola. Dicevamo, vediamo sbucare una ninfa da un cespuglio fiorito. Forse è una ninfa, o la sua delicata ombra, forse è invece una nobile principessa o una zarina che si aggira per i viali.

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Tulipani, viole, iris, calendule, rose, i coloratissimi fiori del Gorky park

Scorci mozzafiato. Il vostro piccolo libro, ecco ecco, ora ricordate. Quello che ritrovate seduto al caffè del parco, nascosto fra i libri arancioni allineati, a disposizione di tutti. Ci fermiamo un attimo in questo gazebo bianco, un caffè nero forte ci aiuterà a continuare il cammino, mentre le rose in fila rigorosa riflettono i loro colori accesi negli animi di chi, al riparo di quel candido legno, chiacchiera allegramente con amici ed estranei incrociati lungo la via.
Forse avevate sentito, dal nonno, la favola della bella zarina liutista, la giovane innamorata che era stata coraggiosamente capace di sfidare la sorte, travestita da paggio liutista, per salvare lo zar rapito da un sultano durante un viaggio nel lontano Oriente. Con il suo liuto aveva convinto il sultano a restituirle il prigioniero, in cambio delle sue note, lei che si era tagliata le lunghe e folte chiome e che in un prato fiorito, accanto ad una fontana, aveva rivelato al marito ritornato con lei, il suo trucco per salvarlo. Lei che, con il coraggio che dà solo l’amore vero, aveva compiuto il miracolo che vascelli carichi d’oro e di pietre preziose non avrebbero potuto compiere [leggi].

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Gorky park, libri a disposizione dei visitatori

Da dietro quel cespuglio fiorito, che ora accarezziamo, sono sbucate le note della zarina liutista. Sono loro, le stesse amorose e potenti note, ne siamo certi. Sono forti ed intense. I sentieri sono alberati, snelli e lunghi, ma retti e piacevoli. Come tutti i pazienti e curiosi sentieri che si rispettino ci porteranno in luoghi davvero fantastici.
Camminiamo ancora, ve ne prego, continuiamo a passeggiare lungo l’imponente e calma Moscova, cerchiamo di arrivare insieme al limitrofo giardino Neskuchnyy, il più antico parco della città, utilizzato dagli zar come residenza privata. Altro tripudio di verde smeraldo.
So che fa caldo per essere maggio, siamo a quasi trenta gradi, ma se avrete la pazienza di accompagnarmi ancora per un bel tratto vedremo uno spettacolo indimenticabile. La stanchezza si sentirà solo a fine giornata, ma sarete felici di avermi ascoltato. Prometto. Ma cosa intravvediamo laggiù fra vocii e risate? Canoe, remi, natanti, salvagente e ponti. Quasi fossimo in un altro mondo nel mondo.

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Gorky park, laghetto con canoe e barche a remi

Rincuorati procediamo, finché, insieme a un profumo di fresie bianche che non ci sono, eccoci apparire uno specchio d’acqua illuminato dal sole. I raggi di luce si abbracciano amorosamente per giocare a nascondino con i tuoi pensieri e le tue sensazioni. Ti innamori della loro passione, del loro essere insieme e uniti, del loro legame tenero e forte ma allo stesso tempo libero di sciogliersi in qualsiasi momento, in un attimo di polvere. Solo che loro, pur liberi in sé stessi e per sé stessi, vogliono restare allacciati per te, quasi ad indicarti la strada. In fondo allo specchio ti vedi, ammiri la natura che si specchia nei tuoi occhi. La foresta intorno è una vera e propria foresta nella città, ne senti i suoni e gli odori. Ti pare quasi di sentire le parole che la graziosa figlia di Grigorij Ivanovič Muromskij, Lizaveta-Akulina, sussurrava di nascosto al suo bel Aleksej, figlio dell’odiato vicino Ivan Petrovič, lungo la strada ombreggiata del boschetto che Puškin descrive con la maestria che lo contraddice. I cespugli e le frasche fruscianti paiono le stesse, i messaggi trepidanti lasciati negli incavi degli alberi potrebbero davvero essere ancora nascosti lì. Vi piace immaginarlo, vi piace l’idea di andare a cercarne qualcuno. Adorate Puškin quando non descrive fino in fondo e lascia immaginare parole e discorsi, la storia che si preferisce, il finale che si desidera. Cerchiamo allora qualcuno di quegli antichi messaggi.

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Mosca, Giardini Hermitage

Una nota manoscritta, una calligrafia femminile tornita ed elegante, ci dice di tornare indietro e di dirigerci ora ai giardini dell’Hermitage… Non sono vicinissimi, dobbiamo percorrere all’indietro il cammino fatto per arrivare, risalire verso il Bolshoi e arrivare alla Petrovka. Non sentirete la fatica. Ancora uno sforzo, allora, prima che arrivi il tiepido tramonto. Ci tengo a portarvi qui, perché questo luogo nasconde delle fate. Siamo accolti dal rosa, da palloncini a forma di cuore che ospiteranno un evento sul matrimonio. Il giardino curato attira le farfalle, e quindi anche noi siamo qui. Noi che siamo diventati farfalle grazie anche a quest’aria colorata e profumata, noi che stiamo prendendo il volo, con grazia. Abbigliati di gelsomino, attraversiamo gli alberi di pesco fiorito. Ammetto che non sono veri, come quelli che si trovano all’interno dei moderni e imponenti magazzini Gym sulla Piazza Rossa, ma il loro fascino è eterno e quasi sovrannaturale. Una signora dal cappello di paglia li sfiora e li accarezza, prima di scomparire, con il nipotino, sotto il gazebo verde.
Vi avevo detto che qui le fate passeggiano per i sentieri curati. Scambiamoci allora un segreto per il futuro, non siate timorosi di aprire il vostro cuore a questa natura che canta e incanta.
Usciti da questo magico giardino saprete dove andare. Promesso.

Postilla doverosa: alcune foto del Gorky park sono del maggio 2013, quest’anno una recente ondata di maltempo ha fatto soffrire molti fiori. Ma il parco risplende comunque per la sua bellezza e il suo verde immenso. Da vedere.

Questo articolo è anche sul blog “Contatto diretto” [vedi]

La natura delle cose

Della mano sinistra intende occuparsi la Città della Conoscenza, ora che un po’ per tutti è nuovamente giunto il tempo del riposo, di staccare dagli assilli del lavoro, di dedicarsi di più a se stessi. Tornano gli archetipi dell’infanzia, quando ti raccontavano che la destra è il fare, l’ordine, la ragione. Mentre a sinistra stanno i sogni, le fantasie, le emozioni. Per non parlare delle nefandezze un tempo compiute da insegnanti e genitori sprovveduti che costringevano i malcapitati mancini all’uso forzato della destra per scrivere. I nostri cugini francesi però ci hanno superato, definendo i figli nati al di fuori del matrimonio come quelli à main gauche. E però noi proveniamo da una cultura che ci ha cresciuti a dicotomie, a dualismi fino al manicheismo. Il più eclatante di tutti l’idea delle due culture: quella umanistica e quella scientifica, per non parlare dei danni che un simile assunto può aver prodotto nella formazione del pensiero e nell’idea di conoscenza per generazioni intere. Un’idea ancora ben radicata, e ancora meglio esemplificata, se qualcuno nutrisse dei dubbi, dal permanere nel nostro ordinamento scolastico di due entità separate: il liceo classico e il liceo scientifico.
Allora la Città della Conoscenza vorrebbe approfittare di questa estate per consigliare alcune, a nostro modesto avviso, buone letture, in particolare a insegnanti e studenti, come possibili antidoti a questo virus del sapere.
Non si tratta di pozioni da assumere con regolarità, si possono introiettare a dosi liberamente scelte, a pizzichi e bocconi, nelle modalità più creative e come tutti i libri hanno il vantaggio di poter non essere letti.
Non aspettatevi recensioni, ma le ragioni di una scelta dal punto di vista del come conosciamo, cosa significa conoscere e perché conosciamo. Proposte per un modo di pensare, di far uso del nostro cervello, suggerimenti di metodo per usare la nostra mente a trecentosessanta gradi. Una finestra di opportunità intellettuali da non lasciar richiudere, per parafrasare Gustave Flaubert.
Questa settimana è il turno di Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere di Piergiorgio Odifreddi, edizioni Rizzoli.
Perché la traduzione in prosa compiuta da Odifreddi del De rerum natura di Lucrezio Caro è un ipertesto, una grande lezione interdisciplinare sulla conoscenza, la descrizione di un metodo per imparare ad apprendere, un modello esemplare di didattica. La tomba d’ogni divorzio tra le due culture, la dimostrazione che le grandi ipotesi della scienza sono doni che giungono dalla mano sinistra.
Aver scelto Lucrezio e il suo De rerum natura è la prova provata che lo scienziato e il poeta non vivono agli antipodi. Odifreddi scrive di scienza a tutto tondo, di vuoto, di pieno e di atomi con rimandi ai grandi, ai minori, ai misconosciuti.
Dagli esametri del poema latino di Lucrezio la lingua morta sui banchi di scuola rinverdisce nel terriloquio, nelle “parole baule” o “parole cerniera” di Lewis Carroll, fino al manifesto Punto, linea, superficie di Vasilij Kandinskij. E poi lo “spaventevole infinito” in La gaia scienza di Friedrich Nietzsche, fino alla metafora dell’esistenza nella storia della cultura occidentale del Naufragio con spettatore di Hans Blumenberg del 1979.
Odifreddi ci svela che i telai per la tessitura di cui parla nei suoi versi Lucrezio, altro non sono che gli antesignani sia della robotica che dell’informatica. La tessitura come alta tecnologia da cui parte la meccanizzazione del lavoro e la Rivoluzione industriale. Lo dobbiamo a un certo Jacque Vaucanson che nella prima metà del diciottesimo secolo si dilettava a costruire automi realistici, tra cui una famosa “anatra digerente” che mangiava, beveva e defecava.
Il Lucrezio di Odifreddi non è l’autore delle sofferte versioni dal latino all’italiano dei nostri lontani tempi di scuola, ma un umanista con radici ben piantate nella scienza del suo tempo e Come stanno le cose ci conduce a scoprire di quanta linfa e in quali direzioni quelle radici abbiano nutrito la grande narrazione del sapere umano attraverso il tempo.
Che la cultura umanistica e quella scientifica fossero un tutt’uno inscindibile era chiaro agli antichi, il “sapiens” si muoveva tra i due ambiti con assoluta disinvoltura, altrettanto non possiamo dire di noi oggi, specie a proposito delle nostre scuole.
Nel nostro mondo ancora delle due culture, ciò che manca è proprio questa capacità di transfert interiore dalla sinistra alla destra. Per questo ritengo il lavoro di Odifreddi un prezioso manuale di metodo come creatività, come liberazione, un manuale sul rapporto tra strategie didattiche e processi cognitivi, un manuale di apprendimento significativo che chiunque fa professione di scuola dovrebbe riporre nella propria cassetta degli attrezzi.

Territorio, saperi delle comunità e formazione delle persone

La società nella quale viviamo da moltissima importanza all’informazione, al sapere e alla conoscenza; la disponibilità di informazioni tuttavia non implica di per sé un miglioramento nella società e nella qualità della vita delle persone; anzi, pone problemi crescenti nell’organizzazione e nella selezione di ciò che è pertinente, valido ed attendibile. La produzione di conoscenza per altro non è riducibile alla mera informazione ma implica una relazione, un rapporto che è stato che è stato in gran parte istituzionalizzato nei sistemi scolastici, educatici e formativi specializzati. Il processo di apprendimento tuttavia non può essere ridotto esclusivamente a questo: ognuno apprende da ogni tipo di esperienza, costruisce una biografia personale ed una storia, genera saperi e competenze che possono avere un grande significato collettivo se si risolvono nella condivisione comunitaria e nel loro trasferimento ad altri soggetti.

In una società sempre più caratterizzate dal valore della conoscenza si impara vivendo e si vive imparando e l’apprendimento durante tutto il ciclo di vita diventa una necessità: bisogna riconoscere che la generazione di conoscenza non può avvenire solo nei luoghi storicamente deputati (le scuole, le università, i centri di formazione, i centri di ricerca pubblici e privati) ma emerge anche attraverso la collaborazione allargata resa possibile dalle nuove tecnologie digitali sociali (open innovation, crowdsourcing), si sviluppa all’interno di gruppi informali, di organizzazioni, di istituzioni il cui scopo primario non né formativo né educativo.

A livello dei singoli la prospettiva dell’apprendimento lungo l’intero arco della vita impone proprio il superamento delle abituali distinzioni fra istruzione e formazione, studio e lavoro, conoscenze e competenze formali e informali: per le singole persone il sistema di apprendimento si costituisce sempre più come una rete di opportunità di apprendimenti contestualizzati e permanenti, in cui le agenzie formative si collocano lungo un continuum che va dal formale all’informale, dal fisso al flessibile: possono essere le classiche agenzie deputate alla formazione e all’educazione, ma anche ambienti di lavoro o contesti culturali e sociali di vario genere.

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In una valle del trentino, massaia pensionata bolognese insegna l’arte sublime del tortellino

In questo ambiente, radicalmente nuovo rispetto a ciò che immaginiamo quando pensiamo alla formazione, le agenzie e le relative offerte formative devono permettere a tutti gli attori coinvolti nel processo formativo di partecipare alla realizzazione di curricoli (currere = percorso che si articola e si snoda nel tempo; currus = modalità con cui perseguirlo), intesi, in duplice senso, sia sul piano dei percorsi proposti da agenzie che sul piano dei percorsi individuali costruiti dagli individui che fruiscono delle offerte. Questi percorsi curricolari si articolano all’interno di filoni alternativi e complementari: il sistema scolastico, il sistema universitario e di formazione tecnica superiore, gli enti accreditati alla formazione, il mondo del lavoro, le agenzie culturali, gli ambienti di apprendimento non formali ed informali. Ci apprestiamo a muovere i primi passi in uno scenario dove ognuno potrà eleggere e frequentare i suoi luoghi di apprendimento scegliendo se e come pagare, quando e come frequentare.
A livello di territorio, inteso come ambiente circoscritto dove le persone vivono, questa idea ha molte ed interessanti ricadute. In tale prospettiva si può infatti considerare un territorio come un sistema aperto di conoscenze che continuamente si costruiscono, si scambiano, si disperdono, si tramandano, vengono create o recuperate, entrano ed escono; queste conoscenze si trovano incorporate nelle persone ma, allo stesso tempo lo sono negli oggetti e nei manufatti, nelle procedure, nelle regole sociali proprie del luogo, nei processi di lavoro, nelle imprese, nelle storie, nel sapere degli artigiani e degli amateur, nelle cucine non meno che nella botteghe. Appare una prospettiva del tutto nuova per pensare alle comunità locali, alle loro risorse e al loro sviluppo: tale possibilità passa attraverso la individuazione e nobilitazione di quelle agenzie informali che sembravano escluse dai circuiti ufficiali di produzione di conoscenza ma che possono potenzialmente svolgere una potente azione formativa: saperi artigiani, tradizioni, associazioni culturali, eventi consolidati diventano così strutture abilitanti in grado di garantire apprendimento e formazione i cui esiti possono rientrare nei curricoli delle persone. Un passaggio che vede l’abitante del luogo, portatore di specifici saperi e competenze, trasformarsi da mero terminale del consumo a produttore culturale in grado di insegnare la propria arte a chiunque, dentro e soprattutto fuori la comunità di appartenenza, possa essere interessato.

A Castelli (Abruzzo) un artigiano ultra ottantenne insegna l’arte della ceramica
La qualità di un territorio non si riconosce solo dalla presenza dei servizi deputati all’educazione e alla formazione (le agenzie formali che tutti conosciamo) ma anche dalla disponibilità di tutte quelle agenzie informali più o meno strutturate che non vengono quasi mai riconosciute in termini di potenziale di formazione e produzione di conoscenza. Riconoscere questa ricchezza, mettere in relazione le diverse agenzie e promuovere la rete complessiva dei saperi del territorio rappresenta una delle grandi sfide per uno sviluppo locale capace di generare capitale sociale e migliorare la qualità della vita. Si pensi ad esempio all’enorme patrimonio associato ai cosiddetti mestieri d’arte, alla tradizione agricola, al cibo e alla produzione alimentare, ai micro laboratori artigianali troppe volte abbandonati ai pochi anziani ancora attivi. E’ un mondo di capacità nascoste che trova poco spazio nell’economia formale e nel mercato, che è poco riconosciuto dalle amministrazioni ma che rappresenta un valore straordinario per i territori ed una componente centrale della loro identità, un valore che può e deve essere riconosciuto, catalogato, rigenerato ed utilizzato anche in termini educativi e formativi.
In tempi in cui il lavoro bisogna inventarselo, dove chi lavora trova sempre più difficile trovare spazio e tempo per la formazione, in un futuro prossimo dove ci sarà molto probabilmente crescita senza occupazione, dove le macchine intelligenti potranno realizzare gli oggetti più disparati consentendo anche la micro produzione domestica su piccola scala (si pensi al movimento dei makers associati alle stampanti 3D), la nozione di comunità educante che sa riconoscere il proprio patrimonio indentitario e metterlo in gioco, diventa particolarmente appetibile; senza dimenticare la qualità dei servizi che siamo abituati a conoscere è forse tornato il tempo di riprendere in esame e di lasciarsi ispirare dall’utopia concreta di un Ivan Illich, dall’esperienza di un Danilo Dolci, dalla pedagogia di un Paulo Freyre o dalla lezione di un don Milani.

Si può fare, passaparola!

L’uomo che porta le pizze

di Valerio Lo Muzio

“Faccio fatica ad arrivare a fine mese” ammette sconsolato Younas, un pakistano di 42 anni, dal 2000 in Italia. Younas fa parte di quell’invisibile esercito di portapizze che quotidianamente invade la nostra città. Accantonati ai margini della società, invisibili sì, perché ci ricordiamo di loro solo in quei pochi istanti che trascorrono tra il suono del campanello e il pagamento della consegna, quando, fame permettendo, finalmente riusciamo a guardarli negli occhi. Younas lavora in una pizzeria del centro, mediamente non più di tre ore al giorno – “perché non c’è molto lavoro”, dice – e guadagna 5 euro l’ora, con i quali deve pagarsi la benzina del motorino. “Di quei 15 euro, a fine giornata – racconta – non rimane poi molto”. Lavorare come porta pizze non è certo economico o redditizio, basti pensare che sul conto del fattorino non grava solo il costo della benzina per le consegne, ma anche l’acquisto del motorino, il pagamento dell’assicurazione e del bollo oltre ai costi di manutenzione.
Amir, anche lui originario del Pakistan, è più giovane, ha 30 anni e consegna le pizze in motorino, lui è “più fortunato di altri – dice, perché lavora 10 ore al giorno e guadagna 35 euro”, ma anche lui deve pagarsi la benzina. Ogni volta che proviamo a parlare di contratto di lavoro, tutti i portapizze, guardati a vista dai titolari dei vari locali, spaventati assicurano di essere in regola.
E’ comodo voltare le spalle e far finta di nulla, a pagare il prezzo dello sfruttamento, sono loro, gli emigrati : invisibili per i sindacati, invisibili per l’ufficio del lavoro, sfruttati dai padroni dei locali, spesso anche loro emigrati, e per nulla sensibili alle loro pur minime necessità. Per Javed, venuto in Italia nel 2002 da Multan, in Pakistan “gli italiani sono un po’ tirchi, sono pochissimi quelli che lasciano la mancia” ed è costretto a fare altri lavori perché con “5 euro all’ora non si riesce a vivere”. Pervez ha una moglie e tre figlie in Pakistan e con gli occhi malinconici racconta di “non riuscire più a mandare soldi alla famiglia”, ha lavorato come metalmeccanico per 8 anni, finché con la crisi crescente è stato licenziato e si è trovato di colpo senza lavoro. “Ma non mi sono perso d’animo – racconta – mi sono messo a cercare lavoro, però tutte le cooperative alle quali mi sono rivolto preferivano assumere italiani, oppure cercavano gente con esperienza”. Alla fine ha dovuto cedere a rivolgersi ad una pizzeria vicino all’aeroporto, “ho comprato un motorino usato per 500 euro e ho iniziato a far consegne, certo con 15 euro al giorno riesco a malapena a pagare l’affitto della casa che condivido con altre 5 persone”.
L’esiguità delle paghe i costringe ad una vita che definire precaria è un eufemismo a partire dalla casa: convivono nella periferia della città, spesso con altri connazionali, più sono e meno pagano, questo è il lato positivo, però ovviamente, più sono e peggio stanno. Pervez però è tenace e non perde le speranze “il mio sogno – dice – è riuscire a far venire qui la mia famiglia dal Pakistan, perché un uomo che vive una vita senza famiglia non vive una vita dignitosa”, poi il pizzaiolo gli porge 5 pizze, Pervez sale in sella al suo motorino, saluta e scompare in mezzo al traffico, smettendo di essere un uomo con una storia tormentata alle spalle e ritornando ad essere un’invisibile portapizze.

[© www.lastefani.it]

Buone vacanze

Il termine vacanza allude ad uno spazio vuoto. Si dice vacanza anche per parlare di un ruolo o di una carica che nessuno ricopre. La vacanza evoca l’idea di libertà, di uno spazio da godere proprio perché libero. Il concetto moderno di vacanza nasce come risposta all’industrializzazione ed alla conseguente forte urbanizzazione. Il primo stabilimento balneare nasce nel 1822 a Dieppe, in Francia. Poche persone fino alla metà dell’Ottocento potevano permettersi di andare in vacanza, solo la borghesia più danarosa poteva mutuare dai ceti aristocratici l’idea di trascorrere in villa (in genere alle porte delle città) una parte del periodo estivo, sfuggendo alla calura dei centri urbani.
Negli anni Trenta del Novecento vengono inventate le ferie retribuite, riconosciute nei contratti di lavoro. La vacanza, da tempo dell’ozio, appannaggio solo dei ricchi, diventa un diritto stabilito dalla legge. Il boom degli anni sessanta e la diffusione dell’automobile, spinge agli esodi di massa, creando i primi giganteschi ingorghi della storia delle vacanze. Le scuole si adeguano a queste esigenze, prevedendo un periodo di vacanza nel proprio calendario e si afferma l’idea di un sosta dalla vita degli affari. Non più solo campagna: grazie soprattutto allo sviluppo delle ferrovie e poi dell’automobile, il mare comincia a entrare nei sogni di molti.
Oggi molte cose sono cambiate rispetto ai ritmi della società di massa e al clima di fiduciosa attesa che accompagnava il tempo del boom. Ritmi temporali diversi, sanciti dalla globalizzazione e consentiti dalle tecnologie erodono l’idea di vacanza come sosta collettiva e comunque la accorciano.
Ma, se diciamo vacanze, continuiamo a pensare a giorni vuoti dal lavoro, dallo studio, dai vari impegni quotidiani, giorni in cui i ritmi possono rallentare, in cui possiamo dormire di più, fare quello che ci pare. La vacanza è anche mancanza di ancoraggi, per questo il primo giorno di vacanza è spesso un po’ nervoso, per questo lo riempiamo di libri, quasi a volere sancire il nostro diritto alla distanza, il diritto ad uno spazio in cui possiamo permetterci il silenzio.
La vacanza riguarda oggi un periodo più circoscritto, per lo più caricato di attese straordinarie. Al ritorno ci preoccupiamo di confermare a noi stessi e agli altri che si è trattato di un periodo felice, esponendo i trofei fotografici, i nostri scatti migliori: tramonti, paesaggi, piedi sul bagnasciuga, serate di festa. I like ricevuti su Facebook ci compenseranno delle code in autostrada, degli inevitabili battibecchi scaturiti da un’inusuale vicinanza, delle eventuali mancanze di servizio, dei piccoli incidenti con le meduse, dei vicini di ombrellone chiassosi.
Il culto delle vacanze nasce con la società di massa che consente maggiori disponibilità economiche, apre culturalmente il diritto a lasciare i ritmi abituali per abitare temporaneamente altri luoghi. Nel tempo, quando la fatica fisica cessa di essere la dimensione prevalente del lavoro, le vacanze rappresentano soprattutto la possibilità di delocalizzarsi, mentalmente e fisicamente, dalla routine. Ben lungi dall’essere solo ozio, si caricano di bisogni di esplorazione, di esperienze, talvolta di raccoglimento o di attività fisica.
Quando la mancanza di lavoro non è forzata, un giorno vuoto da lavoro è un giorno da riempire con un’attività straordinaria e gratificante. Le vacanze sono sacre. Ci si dedica interamente al culto della vacanza, con i gadget e le attrezzature che la moda impone.
Buone vacanze dunque, con l’augurio che rappresentino l’esperienza di uno spazio per sé, un esercizio che potrebbe aiutarci al ritorno a mantenere quel pizzico di libertà in più che prescinde dalle circostanze esterne, ma che deriva dalla conquista di una interiore disposizione alla vacanza. Non coltivare solo “passioni dell’attesa”, come direbbe Spinoza: questo sì che è difficile.

Maura Franchi
Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano: i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand. maura.franchi@gmail.com

‘Il papadoro’, ovvero la strategia difensiva delle instant stories

Un libro di instant stories per “bimbi” da 0 a 120 anni, utile ai genitori per soddisfare le richieste dei propri figli: pubblicato da Claudio Strano, con illustrazioni di Chiara Barbaro, è disponibile in tre versioni (e-book e cartacea; in bianco e nero o a colori) su www.lulu.com o su amazon.it. La sera del 27 luglio, al Giardino delle Duchesse, la presentazione, nell’ambito di “La riga e il pentagramma”, iniziativa promossa da Pro Loco e altre associazioni in collaborazione con il Comune.

Il Papadoro non è un encomio o un manifesto programmatico, non è nemmeno un uccello esotico o di allevamento per quanto gli rassomigli nella fertile immaginazione di Chiara Barbaro. Il Papadoro (come nell’omonimo racconto, uno dei 17 che compongono la raccolta di Claudio Strano) è ciò che ogni padre vorrebbe essere in cuor suo prima di ritrovarsi, sotto Natale, confuso – nello stupendo linguaggio infantile – con un dolce tradizionale e banalissimo: il pandoro. O, se gli va peggio, di sentirsi cotto e cucinato come un tacchino dalla irresistibile voglia di giocare di un bambino piccolo, rimasto a casa da scuola, in attesa che arrivi “finalmente” Babbo Natale. Con la televisione rotta e la mamma fuori casa da molto, troppo tempo ormai…
In una serie di “instant stories” che invitano i genitori ad inventarsi sul momento storie per bambini (“con una morale e senza mostri”, così recita il sottotitolo), con tutto il piacere di ricamare trame partendo dalla realtà, sfuggendo in questo modo alla tirannia di streghe, orchi e supereroi, per riscoprire il gusto della fantasia al riparo dal troppo “magico imprescindibile” che circonda il mondo dell’infanzia.
Il libro, 88 pagine, illustrato magnificamente da Chiara Barbaro, è frutto di anni di esperienza maturata sul campo da un papà come tanti, non più giovanissimo ahilui, che ha pensato di coniugare il piacere del narrare con quello del collezionare “perle” (involontarie e non) lasciate dai bimbi lungo il percorso della loro crescita. Tutto questo, ovviamente, come strategia difensiva per uscire dalla loro morsa, unitamente a una finalità educativa e una trasmissione di esperienza intergenerazionale, valori questi senza i quali lo smarrimento dei cuccioli di uomo, davanti a figure genitoriali spesso sfuocate quando non del tutto assenti, sarebbe totale.

Claudio Strano, giornalista professionista, ha trascorsi nella cronaca e un presente in un mensile nazionale che si occupa di cooperazione, consumi, ambiente. È nato a Roma nel 1962 e vive a Ferrara. Laureatosi in lettere classiche a Bologna, da sempre coltiva l’interesse per la letteratura. Autore di “Borborigmi” (Poeticamente, 1986), suoi testi sono presenti su riviste italiane ed estere. In prosa ha pubblicato “Racconti di leggero astigmatismo” (Tosi Editore, 2001, prefazione di Gyózó Szabó) e “La giacca del Gundel”, romanzo ambientato tra Italia e Ungheria (Lulu editore, 2012, prefazione di Zsuzsanna Rozsnyói). Ama lo sport, soprattutto il calcio praticato in gioventù, il giardinaggio che (a quanto sostiene) lo rilassa, e la sua famiglia, che lo ha convinto a trasformare le proprie strategie di autodifesa in storie per l’infanzia.

Chiara Barbaro, illustratrice, pittrice, moglie e mamma, è nata nel 1972 a Ferrara, città in cui vive. È innamorata delle arti applicate che prova a fare amare anche ai propri allievi del Liceo artistico, dove insegna. Oltre a ciò, si occupa di Visual merchandising, sia sotto l’aspetto dell’allestimento di vetrine, sia sotto quello della docenza in corsi organizzati per le imprese del commercio. Nel suo background formativo troviamo una laurea all’Accademia delle Belle arti di Bologna, più varie specializzazioni in vetrinistica e decorazione d’interni. Adora i lavori di Felice Casorati e gli interni di Matisse. Difende a spada tratta, quando l’occasione lo richiede, la passione per il colore e l’artigianalità. Di sé dice di saper fare bene la pizza e di avere una vena ludica molto forte, anche grazie alle sue bambine che la tengono in allenamento…

Il libro è facilmente reperibile sul sito di Lulu (www.lulu.com) cliccando il titolo o l’autore (o tramite il codice bitly http://bit.ly/1h6fclU). Il formato e-book offre il vantaggio di avere un file editabile (ad esempio dai bambini che possono disegnare sulle pagine vuote) e di gustarsi le immagini a colori. Nelle due versioni cartacee c’è invece il piacere del libro da conservare e da sfogliare come da migliore tradizione: il bianco e nero con il vantaggio del prezzo e di un certo fascino delle immagini in chiaroscuro; la versione a colori, su pagine patinate, con il plus delle vivaci illustrazioni di Chiara Barbaro restituite alla loro originaria bellezza.

L’inno alla gioia e quello all’ignoranza

Nel tentativo di scegliere la notizia più offensiva apparsa sulla stampa nell’ultima settimana – e mi riferisco non alla più tragica ma a quella che maggiormente offende l’intelligenza umana e i suoi valori – certamente la peggiore risulta quella messa in atto da Farage e dai suoi seguaci che al momento della esecuzione dell’Inno alla gioia di Beethoven sul testo di Schiller eseguito nel parlamento europeo deliberatamente voltano le spalle ai musicisti non seguiti, per fortuna, in questo miserabile gesto dai deputati 5 stelle loro alleati. Ma a questa plateale e volgare affermazione di antieuropeismo risponde twittando furibondamente Grillo “Farage ha fatto bene a voltare le spalle quando c’era l’inno alla Gioia. L’inno della Gioia non è della gioia più per nessuno. Lo ha usato Hitler e lo ha usato Mao, lo hanno i usato i più grandi dittatori, i più grandi killer della storia”

Di fronte a questa dichiarazione così intellettualmente rozza mi sono sentito di postare su facebook questo commento: “Che un ometto semi nazista volti le spalle ad una delle più sublimi espressioni dell’intelletto umano, vale a dire l’Inno alla Gioia di Schiller musicato da Beethoven è già la riprova di cosa possa produrre il pensiero malato. Ma che il buffone genovese con la sua capigliatura da sciuretta lo segua con la sua vocetta isterica questa è un’umiliazione che l’Italia non si merita. Che vergogna, che pena, che schifezza!!!”. Lo ammetto, un po’ forte ma l’affermazione grillesca mi pareva degna di una ferma e chiara risposta. Apriti cielo! I commenti pentastellati arrivano a una straordinaria affermazione: “Tu sei il nulla!” che accetto di cuore pensando come mi fa osservare una cara amica fiorentina che ammesso che noi siamo il nulla, Beethoven è il tutto.
Inoltre l’assodata ignoranza del suddetto G. con la sua affermazione della scelta dei dittatori per questo altissimo momento musicale è esattamente la copia della scelta nazista di usare Wagner per la propria ideologia: come se Wagner o Beethoven fossero responsabili dell’ignoranza e follia umana (e politica) La strumentalizzazione del mito (e si pensi a Verdi e al suo impatto nel Risorgimento italiano e l’uso che si fa oggi di Va pensiero fruito da una forza politica che disconosce il processo dell’unità italiana insegna). Rozze dichiarazioni che sensibilizzano un certo tipo di elettori attratti da plateali affermazione eversive chiaramente riconoscibile nel vaffa… di triste memoria. Sono rispettoso di ogni scelta politica che non si appoggi alla violenza anche quella verbale e sono convinto che i molti milioni che hanno votato 5 stelle lo abbiano fatto convinti di rimediare un andazzo politico ormai infilatosi in un cul de sac senza fondo. Ma non si può rimanere indifferenti allo stravolgimento dei valori culturali e intellettuali su cui si fonda la civiltà dell’Occidente. E incolpare Beethoven perché la sua musica è stata oggetto di scelte dittatoriali mi sembra non combaci nemmeno con il concetto di Storia. Forse mister G. così liberal si dimentica che la musica e l’arte in genere fioriscono là dove la libertà politica è assente. Una tesi talmente vecchia che non avrebbe bisogno di commenti se non fosse la pervicace strumentalizzazione che il Capo fa di ogni aspetto della cultura a cui non sembra particolarmente sensibile.

A proposito al suo seguace che mi ha detto che sono il nulla va detto che esiste una scienza che studia la letteratura e l’arte del nulla. Quindi mi ha reso orgoglioso di essere annoverato tra gli esperti di questa difficile materia.

E per finire tutta questa assurda levata di scudi contro il Genio è proprio il nulla.

E’ sparita la barca del nostro scontento

Miracolo sulla Romea. La barca del nostro scontento è sparita, al suo posto c’è una piccola aiuola arata e un muretto di mattoni, lo sfondo di una futura scenografia? Confesso di sperare nel grande nulla proprio come Linus spera nell’avvento del grande cocomero. In ogni caso il “veliero” ha preso il largo, forse la notte, prima di diventare rosa, ha portato consiglio e ha fatto piazza pulita dello squallore di legni scrostati e di vele strappate, quello che si può definire un antidoto per proteggersi dagli effetti del turismo. Alle 10 del mattino di venerdì ai piedi del ponte tra Estensi e Porto Garibaldi c’era un furgoncino parcheggiato nel prato e un operaio operoso impegnato a sistemare la terra dove l’installazione di “malvenuto” era adagiata. Il cadavere era già stato rimosso e la scena del crimine modificata a favore di un piccolo niente molto più gradevole dello squallore elevato a “monumento”. Qualcuno, grazie al cielo, è in ascolto. E allora farebbe bene a sintonizzarsi anche sull’estetica dell’aiuola, l’erba sintetica regina dell’Acciaioli, è un insulto alla natura, se proprio manca la possibilità di irrigare, ci sono sempre ghiaia e piante grasse. Ispide ma sincere. Altro che plastica, i lidi non ne hanno bisogno, non sono un set cinematografico dove la finzione si presta a creare l’inesistente. Eppure la tentazione di farlo è forte. Deve essere il retaggio di ‘Polliywood’, con la differenza che ogni film girato nel Delta ha sempre avuto un regista professionista nelle cui scenografie non esistevano sbavature.

La frusta barca a vela posizionata in un'aiuola sulla Romea è sparita nella notte
La frusta barca a vela posizionata in in aiuola sulla Romea è sparita nella notte

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Aldrovandi, nuovo scontro tra la famiglia e i poliziotti

di Claudia Balbi

«Confonde la parola “vendetta” con la parola “giustizia”». Lino Aldrovandi risponde così al duro attacco di Franco Maccari, segretario generale del Coisp, il sindacato indipendente di Polizia, che giovedì aveva accusato la famiglia del giovane ucciso nel 2009 da quattro agenti di polizia, di cercare solo vendetta. A scatenare la polemica il provvedimento di sequestro conservativo emesso dalla sezione giurisdizionale della Corte dei Conti della Regione Emilia Romagna, notificato in questi giorni dalla Guardia di Finanza di Ferrara, con il quale si stabilisce che ai quattro agenti coinvolti vengano sequestrati un quinto dello stipendio, i beni immobili e i diritti reali immobiliari di proprietà fino al versamento complessivo di 1.870.000 euro. Paolo Forlani, Monica Segatto, Luca Pollastri ed Enzo Pontani, gli agenti responsabili del delitto del ragazzo, dovranno versare a testa 467.000 euro per corrispondere quanto pagato dal Ministero dell’Interno come risarcimento alla famiglia Aldrovandi.

«E’ quello che speravo, mi aspettavo e ritengo giusto, profondamente giusto» aveva commentato Patrizia Moretti, alla notizia del sequestro deciso della Corte dei Conti. Aggiungendo: «Mi sembra che alla fine la giustizia arrivi davvero. Il provvedimento della Corte dei conti, anche se ancora parziale e non definitivo, è il completamento giusto della sentenza di condanna per la morte di mio figlio».
«Non si possono lapidare quattro persone», ha protestato Maccari «non è giustizia chiedere a chi porta la divisa di svolgere per quattro soldi un lavoro in cui la disgrazia è in agguato assumendosi da soli le conseguenze nefaste che ne possono derivare, al di là delle loro intenzioni. Siamo e restiamo quelli che in qualsiasi contesto rischiano di più su ogni fronte, avendo le minori, quando non inesistenti, tutele». «A questo punto la famiglia Aldrovandi cerca solo vendetta», la punta avvelenata del discorso del segretario generale del Coisp. «Qui la vittima signor Maccari – risponde Lino Aldrovandi tramite un post su facebook nottettempo – è solo Federico che invoca “basta e aiuto” e subisce calci mentre è a terra bloccato dopo che era stato bastonato di brutto per mezz’ora senza aver commesso alcun reato». Non c’è pace per i familiari e la memoria di Federico.
Non è la prima polemica sollevata dal Coisp. Il 27 marzo del 2013, infatti, il sindacato aveva organizzato una manifestazione a Ferrara, in difesa degli agenti, proprio sotto l’ufficio dove lavorava Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi. La donna in quella occasione scese in piazza mostrando le foto del figlio morto.
Ed è di ieri mattina l’intervento di Carlo Giovanardi comparso su “La nuova Ferrara” in cui il senatore Ncd riflette sulle conseguenze che il sequestro di un quinto dello stipendio può avere sui poliziotti: «In questi giorni la commissione giustizia del Senato sta analizzando la proposta di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, e l’Associazione magistrati sostiene la posizione che loro non possono essere chiamati in causa neanche per dolo e colpa grave, perché altrimenti perderebbero la serenità di giudizio. Bene, pensiamo a quali conclusioni possono giungere le migliaia di poliziotti, carabinieri ed esponenti delle forze dell’ordine, dopo che dei loro colleghi a 1.300-1.400 euro al mese di stipendio, condannati per un fatto colposo, hanno prima conosciuto il carcere, e ora rischiano di finire sul lastrico con le loro famiglie. Quanti saranno disposti a correre questo rischio quando si troveranno ad intervenire con la forza?». Il senatore ha poi concluso: «in questa vicenda, a mio avviso, le vittime sono cinque: il giovane Aldrovandi, che ha perso la vita tragicamente, e i quattro poliziotti, che hanno visto distruggere la loro vita. Dopo la condanna, due di loro sono stati detenuti illecitamente per sei mesi, poiché la Cassazione ha poi sancito che sarebbero spettati anche a loro gli arresti domiciliari».

[© www.lastefani.it]

C’era una volta ‘Lamerica’

di Emiliano Trovati

Buon compleanno America. Ma all’alba del terzo millennio il prestigio del Nuovo Mondo sembra essere in declino. Nella ricorrenza del 4 luglio gli Stati Uniti d’America festeggiano la propria dichiarazione d’indipendenza dall’impero coloniale inglese. Quell’evento ha scatenato, non solo nei rapporti tra corona e colonia, un terremoto politico internazionale.
Le idee di libertà maturate oltre oceano, alle quali anche l’Italia, grazie al contributo del medico e filosofo pisano Filippo Mazzei, aveva dato un grande contributo, permearono all’interno dell’Europa monarchica e assolutista, trovando terreno fertile fra le masse e portando ai moti rivoluzionari dai quali nacquero gli Stati nazionali moderni. Dal secondo dopoguerra in poi, l’America, grazie al suo paradigma economico, sociale e culturale – l’American way of life -, affascinerà l’immaginario collettivo del vecchio continente, e del mondo intero, arrivando a ricoprire il ruolo di Paese guida, in una posizione di preminenza rispetto ai partner internazionali. Preminenza però che sembra aver imboccato la via del declino, soprattutto dall’ultimo trentennio dello scorso millennio in poi. Responsabili di questo arretramento le forti contraddizioni sociali interne, dai problemi etnici al sistema socio sanitario, che discrimina le fasce più deboli della popolazione, l’avanzata economica di Paesi come la Cina e politica dell’Unione Europea, e dal ruolo a dir poco controverso con cui l’America gestisce la sua politica estera. Di tutto questo abbiamo parlato con la professoressa di storia ed istituzioni delle Americhe, al dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, Raffaella Baritono.

Professoressa, oggi è il 4 luglio, ricorrenza della dichiarazione d’indipendenza americana. Più di due secoli dopo la sua nascita, cos’è l’America oggi?
Interessante l’utilizzo del termine America. Non è in realtà un errore così strano. Quando noi utilizziamo il termine America oppure Usa, in maniera più o meno consapevole, ci rapportiamo ad un diverso contesto. L’America evoca nell’immaginario, un’idea, una rappresentazione, è un insieme di miti e metafore, prodotte dallo sguardo europeo verso il nuovo continente. Stiamo parlando di un processo secolare avviatosi dopo la sua scoperta, che produsse un terremoto nelle coordinate mentali degli europei e quindi la necessità di dare un senso, di inserire questa cosa, di cui nessuno aveva il sentore, dentro la cultura, il modo di pensare, le coordinate geografiche e lo spazio europei. L’America prima di tutto è una proiezione, un immaginario europeo.
Quando dalla rivoluzione delle 13 colonie si produsse un nuovo Stato, gli Usa cominciarono a costruire una rappresentazione dell’America in antitesi col vecchio mondo: “Noi siamo ciò che non è l’Europa”. Si è creato così uno Stato ben preciso, con una storia significativa, costruita proiettando l’idea di essere differenti e faro della libertà, rispetto alla tirannia, all’autoritarismo o all’intolleranza del vecchio continente. Questa idea, poi, s’è caricata di valori universali e propagata man mano che gli Stati Uniti, da realtà marginale, divenivano potenza mondiale.

E allora, cosa sono gli Stati Uniti d’America oggi?
Senza dubbio sono una potenza mondiale. Una potenza di tipo globale, con interessi geopolitici non solo nel contesto Atlantico – com’è stato per il periodo della guerra fredda -, ma soprattutto nel Pacifico, dove si concentra la loro strategia di politica internazionale.
Sono ancora un Paese in grado di proiettare una visione dinamica, perché demograficamente in crescita, e mobile, se guardiamo ad esempio alle dinamiche generazionali, etniche e razziali.
Un Paese sempre meno bianco, ma fatto di minoranze che diventano piano piano maggioranza: cosa questa che costituisce un elemento significativo, soprattutto se guardiamo alle dinamiche politiche. La presidenza di Obama, infatti, non si spiega soltanto dalla sua capacità innovativa, che indubbiamente ha avuto, o dalla sua strategia, che ha saputo intercettare volontà di cambiamento radicate nella popolazione, ma si inserisce dentro questa modifica significativa della popolazione americana in termini etnico-razziali. Anche per questo l’America è un Paese sempre meno europeo e sempre più globale.

Obama a gennaio nel suo whish list ha parlato di America come di opportunity per l’Europa e per il mondo. È ancora così?
Per certi versi sì e per altri no. L’economia e la società americana sono ancora un modello aperto, è una terra d’immigrazione, nonostante i suoi problemi con l’America latina e le paure o le ansie dei conservatori. Il modello economico e sociale americano sta diventando troppo diseguale e la politica di Obama non è stata in grado di risolvere, a causa di una forte contrapposizione e polarizzazione ideologica, e politica che sta rendendo il sistema americano un sistema immobile. Lo vediamo ad esempio in merito alle battaglie sulla sanità, lavoro o alle scelte sull’ambiente.

Prima ha detto che l’America è nata sull’idea “noi siamo ciò che non è l’Europa”. Vuol dire che c’è una cesura tra i due continenti oltre quella geografica?
I due continenti hanno vissuto di relazioni molto strette ma anche molto conflittuali. Durante la guerra fredda i rapporti tra i Paesi europei e gli Stati Uniti sono stati raramente rapporti pacifici, anche se naturalmente alcuni conflitti di fondo venivano sopiti. I paesi europei hanno sempre avuto bisogno dell’ombrello di sicurezza americano, ma allo stesso tempo perseguivano interessi nazionali che spesso entravano in conflitto con quelli americani.
L’Unione Europea oggi è potenzialmente un competitor economico degli Stati Uniti, ovviamente non militare. Anche la sua configurazione politica è competitiva, per non parlare dell’Euro, che continua ad essere una moneta molto forte.
Si è molto parlato, negli anni passati, soprattutto da quando è più forte il conflitto tra Stati Uniti ed Europa – vale a dire dopo l’11 settembre e la decisione americana di intervenire in Iraq – di un presunto modello sociale europeo da contrapporre a quello sociale americano. Questo è un tema molto dibattuto: il modello di welfare europeo, ad esempio, è molto più inclusivo ed apparentemente più democratico e capace di generare sicurezza e tutele, rispetto a quello americano.
Negli ultimi anni le politiche portate avanti da Obama, mettono in evidenza come negli Stati Uniti temi come la giustizia sociale o le disuguaglianze siano un elemento chiave nel dibattito politico.

Per modello sociale americano cosa intende?
Il Novecento viene definito il secolo americano, proprio per la grande capacità degli Stati Uniti di modellare gli stili di vita e l’immaginario collettivo. Basta pensare al cinema, alla musica, all’arte, ai prodotti del consumo di massa e alla loro commercializzazione. Pensiamo ad esempio ai Walmart e ai centri commerciali.
L’America ha creato una struttura in grado di essere esportata e ha costituito un modello di riferimento. Va capito, però, come questo modello non sia mai stato biunivoco: gli Stati Uniti propongono e gli altri recepiscono passivamente, come il termine “americanizzazione” lascia intendere. Questo processo è sempre stato una elaborazione strategica: per cui venivano prese alcune questioni e rifiutate altre, o alcuni concetti e rifiutati altri, o assorbiti alcuni stili di vita o modalità culturali. Ogni scambio, comunque, veniva tradotto a seconda del contesto in cui agiva.
La grande capacità seduttiva degli Stati Uniti è stata quella di non aver proposto un unico modello egemone, dal punto di vista delle strategie culturali. Nel momento in cui veniva proposto qualcosa, ad esempio la cultura di massa, del Mall o della società dei consumi, per cui il cittadino è soddisfatto perché consumatore; allo stesso tempo lavorava su più piani, ad esempio negli anni cinquanta, dentro le strategie di diplomazia culturale americana, proprio perché ci si rendeva conto delle contraddizioni sociali – in primis il razzismo -, che avrebbero potuto metterne in discussione la capacità seduttiva, venivano organizzati concerti e i tour dei grandi jazzisti neri in Europa e in Africa. E il tutto all’interno delle strategie di guerra fredda. In modo da poter dire, anche questa è l’America. Il Jazz noi lo consideriamo espressione dei valori americani e della sua cultura.
Questo fu un progetto interessante portato avanti da Eisenhower, un presidente moderato e conservatore. Quindi l’America non è soltanto la proiezione egemonica della super potenza, ma anche altro.

Da quando questo processo ha iniziato a scricchiolare?
La capacità seduttiva del modello americano, come dicevo, s’interrompe con la guerra in Iraq. Da quel momento in poi l’America non è più stata un riferimento, soprattutto per le nuove generazioni. Negli anni sessanta i giovani guardavano ai suoi campus universitari, al movimento femminista, a quello del Black Power. Tutto questo ha risvegliato immaginari sia in Europa che nel terzo mondo: pensiamo ad esempio alla considerazione che molti leader dei movimenti anti-coloniali dei Paesi africani o asiatici avevano della dichiarazione d’indipendenza americana.
Con l’Iraq questa situazione cambia, quel modello solido, quasi incontaminato, viene meno e l’America non è stata più capace di offrire alternative. Ricordo qualche anno fa un sondaggio, fatto da un network di ricerca europea, che dimostrava come nelle generazioni giovani europee, anche dal punto di vista delle condizioni materiali di vita, gli Stati Uniti non costituiscono più un modello di riferimento. Gli Usa non sono più il modello preminente, ancorché continuino ad offrire un modello a cui guardare.

La visione che si ha dell’America però è quella di una potenza imperialista?
Si parla molto di America e sembra che sia dappertutto, accendiamo la radio, leggiamo i giornali, guardiamo un film o la televisione. Ma in realtà, soprattutto in Italia, noi conosciamo pochissimo di America. Non sappiamo quasi niente di storia americana. Le opinioni si basano molto più sui pregiudizi che sulla conoscenza vera e propria. Sono pochissimi i corsi di storia americana nelle università italiane e sono pochissimi i docenti di storia o di politica americana. Esempio, ci si può laureare in un corso di storia contemporanea e non sapere niente di Stati uniti d’America. Eppure se ne parla tanto. Tutto è basato su pregiudizi, sul sentito dire o su stereotipi, anziché sulla realtà.

Qual è il più grosso stereotipo che sente in giro?
Innanzitutto la visione onnipotente dell’America. Quando parliamo di Stati Uniti ci interessiamo quasi esclusivamente alla politica estera, sapendo pochissimo di quella interna. Non sappiamo com’è organizzato il loro sistema politico, facciamo difficoltà addirittura a distinguere il partito repubblicano da quello democratico. Non sappiamo che la loro è una cultura politica molto mobile, rispondente ai cambiamenti e alle trasformazioni sociali.
Parliamo di politica estera convinti che se ne occupi il presidente, senza conoscere le dinamiche che ci sono dietro e le complesse strategie di negoziazione. Quando parliamo di governo, non riflettiamo sul fatto che non parliamo solo di Obama, ma di un complesso meccanismo che lo vede confrontarsi con il Congresso e la Corte Suprema, che ha un peso politico molto significativo: pensiamo per esempio a tutta la questione legata ai matrimoni same-sex e al ruolo avuto per le battaglie che vanno dalla segregazione all’aborto, dai diritti sociali alle libertà civili. Inoltre la visione dell’onnipotenza non considera che, molto spesso, alcune strategie di politica estera non sono molto diverse da quelle adottate da altri Paesi. Ovviamente cambia la dimensione della potenza.
Un altro stereotipo è quello dell’individualismo e del materialismo della società americana. È vero che la cultura democratica americana è incentrata sull’individuo, che interagisce con la sua comunità però. Questo intreccio – tra individuo e comunità – dà specificità al concetto di democrazia in America. Non a caso dopo l’11 settembre, uno dei libri che fece più eco anche in Italia, scritto da uno scienziato politico, Robert Patman, che aveva studiato anche la mancanza di società civile in Italia, intitolato Bowling alone (al bowling da solo), mette in luce come l’americano, da Tocqueville in avanti, è sempre stato dentro una moltitudine di associazioni, gruppi civici, dall’università alla scuola, alle comunità di vicinato. Questo è un elemento molto significativo della partecipazione politica. Le associazioni sono state il luogo di costruzione di forme partecipative, molto più che il partito politico. L’individualismo, quindi, deve essere interpretato come un soggetto capace di autogovernarsi e di autodeterminarsi nel suo rapporto con lo Stato.

Quindi, mi sembra di capire che il ruolo di paese leader l’America è uno stereotipo?
Questo ruolo ce l’ha avuto. È tuttora un Paese leader, ma è una leadership sempre più soggetta a processi di negoziazione e meno di accettazione acritica rispetto al passato. Una leadership che deve fare i conti con un mondo che sta cambiando, con altre potenze in grado di sfidarli, soprattutto nelle strategie di carattere economico. Pensiamo alla Cina e ai Bric. C’è un enorme dibattito sul declino e fine del secolo americano: se siamo o meno in transizione verso il secolo cinese. Coloro che non ci credono, a mio avviso a ragione, ritengono che la Cina sia sì un Paese superiore economicamente all’America, ma senza un modello socio politico in grado di costruire un’egemonia culturale. È stato proprio il modello, non solo economico, ma politico e culturale americano ad aver caratterizzato il suo primato e la sua capacità di penetrare società e suscitare desideri, aspettative e bisogni.

L’avanzata di questi Paesi può portare a uno scontro culturale?
Nel Pacifico si sta già combattendo uno scontro di carattere geopolitico interessante tra Stati Uniti e Cina. Gli Usa sono presenti nella regione, non soltanto perché la Cina è il rivale più importante e perché buona parte del suo debito pubblico è in mano cinese – cosa che determina interdipendenza tra le due potenze -, ma anche perché vengono chiamati dagli altri Stati del contesto asiatico che vedono negli Usa l’unico argine ad una avanzata egemonica della Cina. Come dicevo, comunque, l’interdipendenza tra i due Paesi rende i rapporti molto più dinamici e flessibili di quanto fossero quelli tra Usa e Urss. Non si ripresenterà oggi un contesto da guerra fredda.

[© www.lastefani.it]

L’autenticità del vivere che scaccia paure ed egoismi

La rievocazione del martirio di sette monaci francesi in Algeria, nel 1996.
“Gli uccelli siamo noi, il ramo siete voi”

Per chi, come me, ha vissuto a lungo in Algeria, non è difficile immaginarsi i luoghi aspri ma verdeggianti delle montagne che circondano il Paese, i loro colori e odori, la loro pace e i loro silenzi. Luoghi bellissimi e quasi inesplorati, ma, allo stesso tempo, posti difficili e teatro di storie e misteri oscuri e inquietanti del passato, talora non svelati.
Proprio qui, è ambientata la storia di un film, il cui titolo italiano “Uomini di Dio” ha fatto subito discutere: la traduzione letterale sarebbe “Uomini e dei”, a sottolineare il rapporto tra diverse religioni e non la focalizzazione solo su “questi” uomini di Dio. Poi, però, il regista fa una scelta: racconta la vita e la tragica morte di un gruppo di monaci trappisti francesi nell’Algeria degli anni ‘90, insanguinata dalla guerra tra i terroristi del Fronte Islamico di Salvezza e il regime militare corrotto dell’epoca. E la storia ruota attorno a loro: Christian, Luc, Bruno, Célestine, Chistophe, Michel, Paul, sette dei novi monaci trappisti francesi che abitavano nel monastero di Thibirine. Sette uomini di Dio. Sette uomini, che vivono nel convento (ordinario-povero-misero), in giornate scandite da preghiere, apicoltura, lavori comunitari e chiacchiere, nella stima e riconoscenza della popolazione musulmana dei dintorni, che vede in loro un punto di riferimento e di sicurezza, dati dall’amore e dall’aiuto concreto che i monaci danno loro. Frate Luc, in particolare, dispensa assistenza e cure mediche a donne e bambini. Carità e amore ci sono per tutti. Una dichiarazione d’amore al popolo algerino.

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La locandine del film ‘Uomini di Dio’

Ma il Paese sta sprofondando in un clima di terrore: la lotta tra l’esercito governativo (“i fratelli della pianura”) e i ribelli integralisti (“i fratelli della montagna”) provoca tra la popolazione paura e smarrimento; la strage di un gruppo di operai croati cristiani, in un cantiere nei dintorni, da parte dei rivoluzionari islamici a far capire ai monaci che sono in pericolo. Per i monaci, la situazione e le intimidazioni si fanno sempre più pericolose. Nel gruppo di religiosi arriva il terrore, non tutti sono disposti ad aspettare una morte probabile, sono costretti a ripensare la loro presenza: restare sapendo di rischiare la vita o andare in un luogo più sicuro? Nonostante le avvisaglie di morte i monaci decidono di rimanere. Nella notte del 26 marzo 1996, sono presi in ostaggio, in circostanze mai chiarite. I giorni di prigionia e la loro morte restano ancora oggi avvolte nel mistero. Decapitati, i loro corpi non saranno mai ritrovati. Solo le loro teste hanno avuto sepoltura nel cimitero del monastero. Il martirio è compiuto.
Uomini di Dio ha il merito di rievocare una pagina nota a pochi (dalle prime tensioni del 1993 all’uccisione del 1996) del lungo capitolo dei martiri cristiani del ‘900. Il regista mette in luce l’umanità dei religiosi, nei quali alberga l’umana paura ma anche un amore incrollabile in Cristo e nel prossimo (anche dei terroristi, di cui non ci si augura il male: vengono curati anche loro, la morte del capo suscita compassione).
Il film non fa sconti sulla crudeltà, ma prevale comunque l’amore. Agàpe, amore divino incondizionato, ma anche amore dell’uomo per il suo simile. L’amore come tensione a quell’autenticità del vivere che consente di accantonare paure ed egoismi. Sguardi che s’incrociano e sorridono, che emanano serenità e passione, sguardi rivolti all’Infinito, che si perdono nell’eloquente melodia del canto che si fa preghiera o nell’orizzonte di una natura che ti rimanda al suo Creatore. Una vera scelta d’amore.

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Una scena tratta dal film ‘Uomini di Dio’

Un film misurato, pudico, rigoroso, determinato, composto, intenso, grave e quasi ascetico, con una splendida fotografia di Caroline Champetier.

Uomini di Dio, regia di Xavier Beauvois. Con Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin, Drammatico, Francia 2010, 120 mn.

I sette monaci uccisi erano: Christian de Chergé, 59 anni, monaco dal 1969, in Algeria dal 1971; Luc Dochier, 82 anni, monaco dal 1941, in Algeria dal 1947; Christophe Lebreton, 45 anni, monaco dal 1974, in Algeria dal 1987 ; Michel Fleury, 52 anni, monaco dal 1981, in Algeria dal 1985; Bruno Lemarchand, 66 anni, monaco dal 1981, in Algeria dal 1990; Célestin Ringeard, 62 anni, monaco dal 1983, in Algeria dal 1987; Paul Favre-Miville, 57 anni, monaco dal 1984, in Algeria dal 1989.

Corruzione ovunque: guardie o ladri

A chi è nella nomenclatura dei partiti e si occupa di politica locale, può capitare di scivolare e ricevere un avviso di garanzia quasi certo, e anche qualche condanna.
Siena e Genova, e ora anche Milano e Venezia, non sono le tappe del Giro d’Italia ma sono le ultime vergognose vicende di corruzione che potrebbero incrinare quel cambio verso del presidente Renzi, oltre alle evidenti e nascoste resistenze contro i tanti “no” che ogni giorno si incontrano e si leggono.
Il tema non è nuovo. Anche su questo quotidiano si è letto a più riprese di corruzione, affari, interessi non chiari, ruberie, falsità e di bugiardoni e la meraviglia di quel 40% e oltre è stata una sorpresa che neppure i sondaggisti e la stampa avevano previsto e compreso.
Una storia che ricorda Guardie e ladri , fatta di troppe e spudorate ipocrisie, e che ci ricorda, come recita l’editoriale di domenica 8 giugno di Corsera, che la questione è trasversale e nessuno si salva, anche se qualcuno avanza pesi e misure.
Politica ed etica non si scindono, anzi si plasmano, e a partire dai territori. Anche se sta poi a Roma discuterne con duri provvedimenti, si lascia alle lontane periferie, anche nel dopo tangentopoli del ’92, il maneggio di sofisticate tecnicalità per far sparire, nelle scatole cinesi, le brutture imperterrite dei soliti noti, ormai senza anagrafe.
Non è certamente una novità che nel nostro Paese il costo delle grandi opere pubbliche sia almeno il triplo che altrove, ma quale severità è stata attivata per bloccare lo scempio, senza escludere anche quelle piccole cose che nei Comuni e nelle aziende pubbliche locali, da anni, si esercitano nella scarsa trasparenza dei capitolati e delle minute trattative (più si spezzano i fornitori e meglio è).
Abbiamo citato Guardie e ladri, soprattutto per sostare un po’ sulle guardie: la novità di questa specie di corruzione è che va dalla Corte dei conti, all’Agenzie delle entrate, alla Guardia di finanza, al Tar e al Consiglio di stato, a qualche magistrato, vigile e geometra, come fosse un corpo d’armata disarmante nell’auditing per il rispetto delle regole e dei comportamenti pubblici.
Questo non ci esime, però, dal marcare ed indicare il dito su altri target, dagli imprenditori ai politici ed amministratori, le cui condanne debbono essere severissime e a casa con la dura pena. Ma quello che qui si vuole evidenziare è la novità della corruzione e che solo il pentimento (e per fortuna ce n’è almeno uno) ha messo in rilievo, scoprendo il coperchio, ipocrisie comprese.
Non resta molto da aggiungere, quello che ci dispiace e che c’è il rischio che fra qualche settimana tutto diventi una bufala: un essere comunque garantisti, le nebbie che avanzano, responsabilità incrociate ma innominabili e tutto finisce così.
Ora che sono terminate le elezioni europee, regionali e dei comuni basterebbe la pubblicazione analitica e precisa di come e da dove sono pervenute le risorse finanziarie (dirette, indirette, altre strade…) per poter dire che veramente è finita.
Abbiamo anche sentito dire, da qualche campo, che siamo diversi, non abbiamo capito, però, da chi; però si sappia che il denaro non ha colore, basta, forse, verniciarlo diversamente.
Non sappiamo, inoltre, se Renzi riuscirà nell’impresa di portare l’Italia in una nuova Europa e se l’elefante abbia finito di rompere i preziosi nella cristalleria; noi e quei quaranta punti (con otto di decimale) speriamo che il Presidente possa veramente andare avanti e spazzare via quel marciume che ostacola i sentieri di una nuova crescita.

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Il calvario delle riforme di papa Francesco

In un articolo su Libero il 22 giugno scorso, Antonio Socci se la prende con il neosegretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), Nunzio Galantino.
Diverse sono le dichiarazioni rilasciate dal vescovo di Cassano Jonico, la più piccola diocesi calabra, ma forse le parole che hanno fatto traboccare il vaso al vaticanista del giornale diretto da Maurizio Belpietro sono quelle rilasciate a QN il 13 maggio: “In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così … Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro”.
Apriti cielo.
Socci va giù durissimo col segretario Cei, scelto personalmente da Papa Francesco il dicembre scorso: “Galantino si è mai guardato allo specchio? Si sente un Rodolfo Valentino?”. Ma soprattutto: “Con quelle parole ha immotivatamente ferito il grande popolo della vita suscitato dal magistero di Giovanni Paolo II”.
Qui c’è un primo forte colpo di sciabola rivolto ad una strategia ecclesiale, vista come eccessivamente cedevole allo spirito secolarizzato del tempo, troppo debole nel volere “Chiedere scusa ai non credenti – sono sempre parole di Galantino riportate – perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente la sensibilità dei non credenti”.
A questo abbassare la guardia della chiesa, Socci oppone le parole di Cristo nel Vangelo di Matteo (10, 34): “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma la spada!”.
Non sono un biblista, ma mi pare che la citazione sia decisamente fuori luogo, perché quelle parole sono dette per mettere in crisi ogni forma di facile sentirsi al sicuro ed acquisito accomodamento in ambito familiare. Perciò più dirette, mi pare, ad un contesto ad intra che ad extra.
Ma non è questo il punto.
Il vero attacco sembra piuttosto rivolto non tanto al segretario della Cei, quanto a chi lo ha voluto e, quindi, a Papa Bergoglio.
Si può disquisire all’infinito sull’opportunità e sullo stile delle uscite di Galantino, ma il bersaglio vero è altrove.
E quello di Socci non è che un esempio che accanto ad altri sta formando ormai una fila lunga come davanti ad uno sportello delle Poste.
A molti non va giù l’idea che si stia chiudendo per i vescovi italiani il ventennio ruiniano, così come non sono passate inosservate le modalità con le quali si è svolta la sessantaseiesima Assemblea generale della Cei, nella quale non era mai accaduto, come scrive Il Foglio sabato 17 maggio, che fosse il Pontefice in persona a leggere il discorso d’inizio. Un gesto che è stato letto come un commissariamento di fatto della Cei. E le stesse richieste di Papa Francesco di riforma dello statuto e la sostituzione del segretario generale al posto di mons. Mariano Crociata, sembrano i segni inequivocabili di un cambio di rotta.
Molti altri, poi, sono i mal di pancia che stanno affiorando nella chiesa.
Secondo Massimo Introvigne, docente di Sociologia dei movimenti religiosi all’Università Pontificia Salesiana di Torino, i lefebvriani si starebbero dando molto da fare perché ritengono il pontificato di Francesco per loro inaccettabile “e sperano – continua il docente in un’intervista a QN il 16 ottobre 2013 – di diventare un polo di coagulazione del dissenso anticonciliare”.
Stesso mese e stesso anno, qualcuno lo ricorderà, ci fu il caso dei due collaboratori di Radio Maria, Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, allontanati dall’emittente per avere firmato un lungo commento sull’operato di Bergoglio dal titolo significativo: “Questo Papa non ci piace”. I due non avevano gradito le interviste rilasciate da Francesco, ritenute “un campionario di relativismo morale e religioso”.
Fra queste, il lungo colloquio col direttore de La Civiltà Cattolica, nel quale Bergoglio definisce la chiesa un ospedale da campo.
Frasi e dichiarazioni che fanno irrigidire Michael Novak, fra i più noti ed influenti filosofi cattolici statunitensi. “Le sue parole – così in un’intervista a La Stampa il 21 settembre 2013 – lo espongono alla strumentalizzazione da parte di chi vuole colpire la chiesa … La sinistra si sentirà incoraggiata a spingere per modifiche della dottrina”.
Lo stesso Introvigne sempre su QN (21 settembre 2013), prova a ridimensionare: “Abbagliati dalla nuova strategia pastorale e dai nuovi accenti molti si aspettano chissà quali aperture dottrinali, cadendo in questa che è una sorta di illusione ottica”.
Come dire: cambieranno anche i toni, ma la sostanza della chiesa rimane identica.
In una riflessione sulla rivista americana Commonweal il 5 giugno scorso, lo storico Massimo Faggioli, fa una disamina dettagliata del fronte oppositivo a Papa Bergoglio.
Stile e linguaggio di Francesco non sarebbero benvenuti per numerosi vescovi, molti dei quali silenziosamente resistono ai cambiamenti.
In Italia i cardinali di Venezia, Milano, Torino, Genova, Firenze, Napoli e Palermo, non sono annoverati fra i massimi estimatori dell’attuale Pontefice, mentre il cardinale di Bologna, Carlo Caffarra, non ha esitato a criticare pubblicamente le posizioni di apertura del pari porporato Walter Kasper, circa la possibilità dei cattolici divorziati e risposati di ricevere la comunione.
Nel panorama editoriale italiano giornali come Libero, Il Giornale e Il Foglio, non stanno risparmiando critiche a Bergoglio. Lo stesso Corriere della Sera – scrive Faggioli – sembra dare voce al capitalismo italiano preoccupato dal magistero papale in ambito sociale. La dura strigliata sull’inequità contenuta nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, è sentita per tanti come un campanello d’allarme.
Sandro Magister su L’Espresso, da sempre dato in quota a Ruini, non si tira indietro a dare voce a certi ambienti vaticani non proprio entusiasti della svolta bergogliana.
Si potrebbe andare avanti, per esempio, con pezzi significativi dell’episcopato e del cattolicesimo statunitense, culla delle posizioni prolife, ma ben più dell’elenco telefonico può interessare un significativo inciso di Faggioli.
Se c’è una cosa che contraddistingue da sempre la cultura conservatrice della chiesa, tanto da farne un vanto, è il rispetto incondizionato per l’ordine gerarchico, per l’autorità investita di un mandato divino.
Ora invece, diversi si sentono, per diversi motivi, minacciati da un corso ecclesiale che li spaventa e questo li porta a dimenticare una storica, e teologica, affezione e obbedienza alla figura del Papa, cadendo così in una vistosa contraddizione.
Ma che cosa irrita maggiormente chi, come anche Socci, è tuttora abituato a leggere i fatti ecclesiali all’interno del binomio angusto conservatori-progressisti, destra-sinistra?
Lo storico Alberto Melloni va bene all’osso della questione quando dice che per Wojtyla e Ratzinger era decisivo affermare e annunciare i valori cristiani nello spazio pubblico e mostrare la capacità antagonista della chiesa. Bergoglio, invece, ragiona partendo dalle persone e non dalle leggi, dai principi e dalle istituzioni.
Due cose, in fondo, stanno contraddistinguendo più di altre le parole e soprattutto i gesti del Pontefice.
Con Bergoglio la “prossimità” non è solo un atteggiamento diverso, un cambio di tono, di forma o di accenti, ma diventa la postura essenziale e fondamentale per la chiesa.
È il primato cristologico della misericordia, con il quale misurare e riparametrare tutto il resto.
In secondo luogo, Francesco vuole e chiede con insistenza la sinodalità come principio e metodo di vita e governo della chiesa. Sinodalità che richiama tremendamente alle orecchie il termine collegialità, che a sua volta significa attuazione del concilio Vaticano II.
Non sono certo novità assolute, ma sufficienti per rompere equilibri, urtare sensibilità e chiedere cambiamenti di rotta. Innanzitutto dentro la chiesa.
Così si comprende la preoccupazione che Enzo Bianchi espresse su La Stampa già il 21 settembre 2013: “Non vorrei apparire foriero di malaugurio, ma quando un cristiano – e tanto più un Papa – innalza il vessillo della croce, non come arma contro i nemici ma come cammino di sequela del Signore, può solo andare incontro a incomprensioni e contraddizioni, in una solitudine istituzionale pesante e faticosa”.

Pepito Sbazzeguti

Quella barca ‘sfinita’, allegro monumento che saluta i turisti

Elogio allo squallore. Potrebbe essere il titolo dell’installazione d’arrivederci posta ai piedi del ponte che collega il Lido degli Estensi a Porto Garibaldi. Il “monumento” non può sfuggire neppure all’occhio più distratto, è giusto collocato nello svincolo d’uscita e si mostra in tutta la sua bruttezza. E’ una barca “sfinita”, giunta a fine corsa, le vele strappate, la vernice scrostata e, fino a qualche giorno fa circondata da onde di cellophane azzurre incastrate sotto la chiglia. Risultato: un classico effetto pattumiera, con la plastica sbatacchiata dal vento come fosse un groviglio di sacchi dell’immondizia sfilacciati e abbandonati sull’erba. Una meraviglia. Quel che si dice il trionfo del buongusto, una chicca d’autore capace di solleticare la curiosità di chi passa sulla Romea. Sembra di sentirli gli automobilisti in transito dalla parte opposta dell’imbarcazione, peraltro persino più triste del monumento ai marinai caduti di via Pomposa a Ferrara. “Guarda che bella idea, quasi quasi vado a farmi un giro agli Estensi”. Se tanto mi dà tanto, c’è da mettersi le mani nei capelli. Di chi mai sarà una pensata tanto brillante, che sta alla accoglienza come una cozza (nel senso di brutto) alla bellezza. Forse l’ideatore ha voluto replicare l’Italia dei rifiuti della passata Biennale di Architettura di Venezia, lo scrivo perché sono un’inguaribile ottimista. Certi esperimenti però hanno bisogno di background altrimenti è meglio lasciare perdere. E’ meglio spendere due soldi e seguire un corso di educazione estetica, se il denaro scarseggia si può sempre lanciare una sottoscrizione purché i creativi fai da te seguano con impegno le lezioni e la finiscano di offendere la sensibilità dei passanti a colpi di oggettistica orripilante confezionata in casa. Ci sono già abbastanza villette a schiera, case e residence che gridano vendetta per quanto sono inguardabili. Un consiglio: lo squallore non aiuta la vacanza e aggiunge aria di naufragio a una località che ha conosciuto tempi migliori. Molto ma molto tempo fa.

Aggiornamento del 4 luglio – Rimossa la barca del nostro scontento [leggi]

L’amore non si cura

Il titolo del mio intervento prende spunto da uno striscione del primo pre-Pride svoltosi a Ferrara lo scorso sabato, corteo partito da Ferrara che si è successivamente unito al Pride di Bologna. La scritta “l’amore non si cura” è contro chi considera l’omosessualità una malattia, un qualcosa che vada curato perché contro natura. Sta ad indicare, come sostiene anche la psicoanalisi lacaniana, che l’orientamento sessuale è una scelta soggettiva e non qualcosa di “dato” a seconda del genere sessuale in cui si nasce. Per Lacan l’anatomia non è un destino. L’anatomia non definisce l’essere uomo o l’essere donna. Non c’è un essere un uomo o un essere una donna, ma c’è un “fare l’uomo” o un “fare la donna”. La sessuazione è un processo complesso che consiste nella soggettivazione della propria anatomia e questo comporta che la dimensione anatomica del sesso possa non corrispondere all’orientamento soggettivo della sessuazione stessa.
L’identità sessuale, quindi, implica sempre una scelta del soggetto. Non possiamo far corrispondere la sessuazione femminile al corpo di una donna, né quella maschile al corpo di un uomo. Il tempo dell’infanzia è solo un primo tempo della sessuazione a cui si deve aggiungere un secondo tempo dove si può rigiocare la partita della scelta del sesso, che è il tempo della pubertà e dell’adolescenza, ovvero il tempo dell’incontro pulsionale con la sessualità, con il corpo sessuale dell’Altro.
Il corteo pre-Pride era in contrapposizione con la manifestazione delle “sentinelle in piedi” tenutasi nello stesso giorno sempre a Ferrara. Le “sentinelle in piedi” sono un’organizzazione spontanea di cittadini nata per contrastare l’estensione della legge contro l’omofobia. Tra loro persone di tutte le età, in larghissima parte di orientamento cattolico, che conducono una battaglia ideologica contro la rivendicazione dei diritti delle persone gay, lesbiche e transessuali. Stanno in piedi, leggendo un libro, per un’ora, in silenzio. Le Sentinelle sostengono che il senso del loro manifestare è quello di “vegliare sulla libertà di espressione e opinione”, ma è una volontà che si concentra solo ed esclusivamente sul tema della negazione dei diritti per le persone omosessuali. Un movimento che sta alzando i toni contro ogni discorso e pratica di apertura nella scuola e nella società a visioni non assolutistiche della famiglia e delle relazioni umane e sessuali. Un movimento che distorce la realtà delle leggi proposte e delle misure educative che si vogliono intraprendere nelle scuole e che cerca di legittimare e giustificare la discriminazione contro le persone omosessuali, negando i più elementari e fondamentali diritti umani, che devono essere garantiti a qualsiasi persona. Mi pare una contraddizione che persone religiose, che dovrebbero dare l’esempio di tolleranza e rispetto dei diritti altrui, non siano in grado di considerarli.
L’omofobia, secondo l’Agenzia per i diritti Fondamentali dell’Unione Europea, danneggia ogni anno salute e carriera di milioni di persone. L’Italia è il Paese dell’Unione Europea con il maggior tasso di omofobia sociale, politica e istituzionale. I suicidi della popolazione gay legati alla discriminazione omofobica costituiscono il 30% di tutti i suicidi tra gli adolescenti. L’Italia è l’unico tra i Paesi dell’Unione Europea a non avere una legge anti omofobia, mentre in Europa il riconoscimento dei diritti civili è in media attorno al 65-70% con punte dell’80% nel Regno Unito e in Belgio, in Italia è fermo al 25% dopo Serbia, Kosovo e Georgia e prima dell’Azerbaigian. Occupandomi da diversi anni di omosessualità mi capita spesso di sostenere giovani omosessuali nella loro ricerca di rispetto dei propri diritti, assolutamente legittimi, come quelli di non essere discriminati sul lavoro, di avere eguali diritti di costituire una famiglia e avere dei figli, in definitiva di poter vivere con serenità la propria vita. La funzione del padre (fondamentale nella strutturazione dell’identità di un soggetto) non si identifica solo con la struttura della famiglia tradizionale. Chi è in grado di sostenere che la famiglia tradizionale compia meno danni di famiglie omogenitoriali?
L’importante è che in famiglia ci sia qualcuno che eserciti la funzione del padre, anche se ciò non necessariamente si incarna in un uomo. Il messaggio delle Sentinelle è omofobico perché, sotto slogan a difesa della vita, della famiglia e della relazioni tra i generi, alimentando un clima di pregiudizio e di discriminazione.
Sabato in concomitanza con la manifestazione, la Giunta comunale ha esposto alle finestre del Municipio il messaggio “La città di Ferrara condanna l’omofobia e la transfobia”, rendendo così manifesto il proprio impegno contro discriminazioni e la condanna di ogni forma di violenza omofoba. L’estensione della legge contro l’omofobia punisce discorsi di odio che incitano alla violenza o azioni violente, non certo le opinioni su matrimoni gay o adozioni. La legge non prevede alcuna limitazione alla libera manifestazione di idee.
Mi pare doveroso imparare a rispettare le diverse particolarità di ognuno in un tempo in cui l’educazione all’integrazione dev’essere al primo posto.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, è specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

Marattin: “Contro la crisi ora serve liquidità, ma la miglior moneta è la fiducia”

“Ci devo riflettere”. Con un’inattesa apertura di credito Luigi Marattin si impegna a riconsiderare la soluzione anticrisi prospettata da Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi nel volume “Soluzione per l’euro” e recentemente ribadita anche a Ferrara [leggi]. I due erano stati pesantemente criticati sui social network dal giovane assessore del Comune di Ferrara, docente di economia all’Università di Bologna.
Ma andiamo per ordine seguendo il filo di un dialogo possibile che si è sviluppato a partire dall’unico punto certo e condiviso: la crisi.

Ritiene efficaci e adeguate le misure adottate per contrastarla?
Partiamo dall’efficacia e cominciamo col dire che uno choc di queste dimensioni è probabilmente superiore persino a quello del ’29. La domanda da porsi non è se i provvedimenti abbiano propiziato un aumento del Pil o dell’occupazione, ma cosa sarebbe successo se non fossero stati adottati. Avremmo avuto una recessione molto peggiore…

Chiaro, ma la controprova non c’è…
L’econometria si occupa di questo, valutare e prevedere teoricamente gli effetti.

Certo, ma la previsione è fatta sulla scorta di un modello matematico coerente con il paradigma adottato, cioè con il postulato di base. Sarebbe interessante cambiare punto di vista e valutare scenari possibili che abbiano a riferimento modelli alternativi.
E l’adeguatezza? La cura a suo avviso è appropriata e deve solo essere ricalibrata?
Io non sono convinto che si sia fatto tutto ciò che si doveva nel modo giusto. Il deficit è stato ridotto solamente con l’aumento delle tasse, mentre al contrario di quel che si dice la spesa pubblica è cresciuta.

La percezione dei cittadini però è diversa.
La ‘gggente’ si lamenta dell’aumento delle tasse, al bar non c’è nessuno che imprechi per il calo della spesa pubblica.

La gente forse no, ma gli amministratori pubblici sì, a cominciare dal suo sindaco che spiega come certi interventi non si possono fare perché mancano i finanziamenti e le coperture.
E ha ragione, perché sono stati tagliati selvaggiamente i trasferimenti agli enti locali, ciononostante la spesa dello Stato è aumentata.

Insomma, è sempre colpa degli altri!
I tagli agli enti locali non sempre sono un’ingiustizia (anche se noi in percentuale siamo stati penalizzati più degli altri). Va riconosciuto che prima c’erano grandi sprechi e che i tagli hanno indotto una forzata razionalizzazione. Margini ce ne sono ancora per ridurre gli sprechi, magari non a Ferrara. Ma quel che non è accettabile è che lo Stato abbia messo a dieta gli enti locali ma abbia poi speso altrove quel che è stato risparmiato.

Quindi il difetto non è nella cura, ma nella mancanza di rigore con cui è stata applicata?
Il problema andava affrontato. Per dire: il debito pubblico è cresciuto dal 60% del 1981 al 122% del 1994. Ma un conto sarebbe stato sistemare la finanza pubblica riducendo la spesa, altro farlo alzando le tasse perché questo ha favorito la recessione.

E quindi ora come si propizia la crescita?
Contesto che si faccia solo aumentando la spesa pubblica e osservo che non esiste un solo Paese al mondo che abbia percorso con successo questa strada. Aggiungo anche che i nostri conti sfasciati hanno una storia antica e non dipendono dalla Merkel. Per ridare competitività al nostro Paese bisogna intervenire con riforme strutturali serie: della pubblica amministrazione, della giustizia, del fisco, del mercato del lavoro, della formazione professionale… E’ il pacchetto di riforme al quale lavora il governo, che può rimettere correttamente in moto il sistema e favorire la crescita.

Sul ruolo delle banche non ha nulla da eccepire? Non le pare che abbiano abdicato al loro ruolo di sostegno all’economia preferendo invece puntare su investimenti certi, funzionali ai propri interessi particolari?
La banca è un’impresa che compra e vende soldi e persegue un profitto come ogni altra impresa.

E allora non sarebbe meglio ripristinare un sistema di banche pubbliche?
Non rimpiango i tempi in cui c’erano e le nomine erano fatte a livello ministeriale per soddisfare interessi politici e per conseguenza i prestiti venivano garantiti agli amici degli amici.

Sta dicendo che un corretto meccanismo stenta a funzionare a livello pubblico?
E’ il confronto con il mercato che garantisce, nella competizione, il rispetto delle regole.

Torniamo al tema della moneta. Cattaneo e Zibordi dicono che sono necessari 200 miliardi per rimettere in moto l’economia, Corrado Passera parla di 350. Ha senso porre la questione in questi termini e, nel caso, chi ha ragione?
L’ordine di grandezza è molto superiore ai 200 e anche ai 350 miliardi. Un anno fa la Bce aveva immesso mille miliardi di nuove banconote, una somma adeguata, ma le banche li hanno utilizzati per tappare i loro buchi o per comprare titoli di Stato. Ora ha fatto un’altra operazione, con presupposti differenti: 400 miliardi per famiglie e imprese a un tasso scontatissimo dello 0,25% legato a un’intimazione alle banche stesse: se non li presti te li tolgo… Dovrebbe funzionare, ma ci vorrà un anno prima che produca effetti concreti.

Però concettualmente lei riconosce che una robusta immissione di moneta serve?
Serve eccome, l’offerta di moneta va aumentata, siamo ben distanti dal rischio di inflazione. Ma attenzione, l’iniezione di liquidità non è la panacea di tutti i mali, serve a contrastare la crisi ma non può essere permanente se non l’inflazione poi esplode…

Questo è evidente, ma oggi farebbe comodo, giusto?
Sì, ma ribadisco che gli effetti diretti non sono immediati. Ciò che invece determina un effetto immediato è il meccanismo psicologico basato sull’aspettativa, cruciale è agire su questo versante. Mi spiego: l’intervento della Bce va bene, ma si potrebbe fare di più. Per esempio, se anziché 400 avesse destinato mille miliardi a famiglie e imprese, avrebbe determinato un positivo choc e una potente iniezione di fiducia per gli operatori del mercato. Il problema è che la Banca centrale europea è frenata da vincoli ed equilibri di natura politica che hanno a che fare con le reciproche diffidenze fra i partner comunitari: è chiaro che dopo quel che è accaduto in Grecia, la Germania guardi con sospetto a un’ipotesi di eurobond. Ma il problema è evidentemente più di natura politica che di natura economica e per risolverlo servirebbe una solida leadership europea che ora manca.

Torniamo al merito della proposta Cattaneo-Zibordi per affrontare la crisi senza uscire dall’euro: l’emissione di certificati di credito fiscale a scadenza differita di almeno un paio d’anni, da attribuire come bonus a famiglie e imprese. Titoli di credito concepiti di fatto come una sorta di valuta interna che gli intestatari potrebbero eventualmente monetizzare immediatamente cedendo sul mercato i crediti ai tassi di interesse corrente…
Ci devo riflettere.

Marattin appare un poco sorpreso, come se in precedenza non avesse considerato con la dovuta attenzione questo aspetto. Ma non c’è tempo per approfondire, perché l’assessore riceve una telefonata e viene risucchiato dagli impegni istituzionali. Però la risposta arriva in differita: “Immaginiamo che io sia lo Stato e nell’economia ci siano solo due consumatori, A e B. Io emetto un titolo di 20mila euro, e lo do a B. A se lo compra per 18 mila euro. Ma se è vero che ora B ha 18 mila euro di liquidità in più, è altresì vero che A ha 18 mila euro in meno… l’effetto aggregato quindi è nullo. Come dicevo, è solo un gioco delle tre carte. Del resto anche in economia ‘nulla si crea e nulla si distrugge’ o meglio, ‘nessun pasto è gratis’.”

Avanziamo un’obiezione: è altresì verosimile che B induca A a scongelare 18mila euro che A avrebbe trattenuto come riserva, con l’effetto che sul mercato vengono immessi 18mila euro che altrimenti sarebbero rimasti immobilizzati.
Replica: “e che ne sai? E se invece A li avesse spesi? In realtà sono sempre quei soldi che il governo (o la banca centrale) ha immesso nel sistema economico all’inizio. Ma allora tanto vale ridurre le tasse per quell’ammontare (con interventi di politica fiscale) o aumentare la base monetaria per quell’ammontare (politica monetaria). Null’altro al di fuori di questo”.

Null’altro, ma ce n’è abbastanza per intavolare il confronto. L’appuntamento pubblico è per la seconda metà di luglio.

passione-politica

Democrazia, popolo, volontà: il caso italiano

Molti attribuiscono ad Oscar Wilde l’abusato adagio: “nel bene e nel male, purché se ne parli.” In verità sembra che il detto sia ancora più cinico, se non crudele: “c’è solo una cosa al mondo peggiore di essere oggetto di chiacchiere ed è non essere oggetto di chiacchiere.”

È infatti questo che ho pensato durante tutta la dotta e brillante conferenza che il giovane filosofo canadese Peter Hallwardha tenuto qualche settimana fa su “Democrazia, Rivoluzione e Volontà Politica” presso il non meno dotto e brillante berlinese Institute for cultural inquiry.

Hallward ha ripercorso con puntualità e accuratezza gli sviluppi della recente teoria politica franco-inglese degli ultimi anni, passando amabilmente dai grandi classici del pensiero greco (Platone, Aristotele) fino agli orgogliosamente celebrati teorici moderni francesi (come Deleuze, Foucault, Babiou e altri).

Manifestando una rassicurante fiducia nella democrazia (soprattutto nelle sue declinazioni anglosassoni), Hallward ci ha messo sull’avviso contro due mostri della filosofia politica: il populismo (che derubrica il popolo ad oggetto dell’azione politica, in fondo incapace di un’autentica azione politica) e il post-capitalismo (che frammenta l’idea di unità del popolo secondo il cinico principio romano del divide et impera).

La via di mezzo andrebbe trovata in una connessione virtuosa tra una concezione “unitaria” di popolo e l’espressione di una “volontà” politica. Insomma, Hallward non ha dubbi che tutti quanti, i politici in primis, dovrebbero ricordarsi che il popolo non è né oggetto né bieco insieme di individui, bensì un soggetto capace di volontà, che si è già incarnata in modi multiformi nella storia.

Eppure Hallward, dopo aver lasciato i pingui boschi del suo lontano Canada, essersi rifocillato della rassicurante teoria politica francese e infine insegnando nella democraticissima Inghilterra, è riuscito a non menzionare nemmeno una sola volta l’Italia e il ventennio berlusconiano. In effetti, è riuscito a ricostruire puntualmente una lunghissima tradizione filosofico-politica in tutto l’Occidente, da Platone fino al Sessantotto, fermandosi al Che, senza nemmeno fare qualche passo più in avanti per guardare all’Italia e alla sua recente infausta vita politica degli ultimi anni.

In fondo, non voglio peccare di superbia; non si tratterebbe nemmeno di un “dovere” rispetto ad un Paese che è stato, anche se amiamo scordarlo, uno dei Paesi fondanti dell’Unione Europea nonché una delle maggiori potenze economiche mondiali.

La miopia di questo giovane filosofo della politica nei confronti della esperienza politica italiana di questi ultimi anni è stata stupefacente ma anche preoccupante, non certo perché ci si dovrebbe appassionare della nascita, sviluppo e metamorfosi (o mutazioni) del “berlusconismo” al “renzismo” o al “grillismo,” ad esempio, ma semplicemente perché si dovrebbe purtroppo essere avvezzi all’idea che già altre volte in passato l’Italia è stato l’infausto “laboratorio politico” di esperienze che si sono diffuse altrove come una metastasi.

Chi scrive forse sa troppo poco di filosofia politica per mettere il becco, ma ha vissuto abbastanza in Italia per credere che nessuna teoria politica compiutamente moderna possa prescindere dalla (non ancora conclusa) esperienza della “videocrazia” italiana.

Renzi e l’effetto ipnotico degli annunci

Ci risiamo con il ‘metodo Renzi’! Adesso tocca alla ‘riforma della giustizia’ essere annunciata con clamore e toni da ‘anno zero’… Ha ragione Massimo Giannini (“La Repubblica” di oggi…) a sottolineare tre punti. 1) Per ciò che riguarda il metodo, sarebbe troppo facile ricordare le promesse fatte e tradite: basta confrontare il famoso ‘cronoprogramma’ annunciato il 17 febbraio (quando aveva appena ricevuto l’incarico da Napolitano…) e le ‘riforme’ realmente (non virtualmente…) approvate. 2) Ora sulla giustizia vengono annunciate le ‘linee guida’, cioè un indice generico e di buone intenzioni: le ‘dodici palle’… E i due mesi di discussione annunciati? “Più che un grande esercizio di ‘democrazia partecipata’, ha l’aria di essere un astuto escamotage per comprare tempo e per vendere (all’Europa…) una merce che non si possiede”. 3) E’ falsa e stucchevole la rappresentazione che Renzi continua a dare del ventennio berlusconiano. Non è vero che si è trattato di un ‘derby ideologico’ tra fazioni messe tutte sullo stesso piano… Si è invece consumata un’aggressione sistematica da parte di Berlusconi e della sua banda nei confronti dei principi basilari dello Stato di diritto e della Costituzione italiana, con un’opposizione incapace, inerme e spesso complice…
Ma la storia non comincia con Renzi! Durante il ventennio si è discusso e proposto. Basterebbe prendersi il tempo di studiare testi e ricostruire fatti. Ma è più efficace, dal punto di vista emotivo e comunicativo, continuare a cavalcare l’onda dell’uomo ‘del fare’ che contro gufi e un passato da gettare finalmente è arrivato per risolvere tutti i problemi ‘mettendoci la faccia’… Finchè l’opinione pubblica dà segni di ‘crederci’ è evidente che Renzi non mollerà questo ‘giochino’… Del resto, chi si è preso il tempo di andarsi a vedere i precedenti dell’esperienza politico-amministrativa di Renzi (Presidente della Provincia e Sindaco di Firenze…) ha ben chiaro che questo è lo ‘stile’ dell’uomo che ha stravinto le ultime elezioni…
Conclusione ovvia: fin che dura questo ‘effetto ipnotico’ perché dovrebbe cambiare?

Gaetano Tumiati: tutta questione di statura

Gaetano Tumiati (Ferrara, 6 maggio 1918 – Milano, 28 ottobre 2012) rappresentava per me il giornalismo di una volta, quando non c’erano computer, iphone e twitter. I giornalisti della sua generazione avevano bisogno solo di matita, block notes e macchina da scrivere. E poi, soprattutto un giornalista del suo tempo, doveva saper scrivere velocemente. Il suo amico Montanelli disse una volta: «Un giornalista scrive sull’acqua ed è fuggente come una farfalla». Cosa che anche Gaetano Tumiati pensava della sua professione. Dalla sua personalità e dalla sua biografia ho imparato molto su un’Italia che non c’è più. Apparteneva a un’illustre famiglia ferrarese (come si può leggere dalla lapide in via Palestro 31). Sulla morte del suo amato fratello Francesco (fucilato dai fascisti nel 1944 a Cantiano, nelle Marche) ha scritto un bellissimo libro Morire per vivere. Come giornalista, ha collaborato con L’Avanti! di Milano. Memorabile il suo reportage dalla Cina di Mao Tse Tung e dalla Corea del Nord. Poi ha lavorato come redattore-capo per L’illustrazione italiana, come inviato speciale per la Stampa, Panorama, il Corriere della Sera e il Secolo XIX. Ha scritto anche romanzi pieni dei ricordi sulla sua famiglia e la sua amata Ferrara. Il busto di gesso, il romanzo di un uomo che deve la dirittura morale della sua vita a tre busti di gesso: il primo, quello familiare, della borghesia di provincia negli anni venti; il secondo, la fede fascista, vissuta con l’inconscia adesione degli anni della giovinezza; il terzo, quello di un protagonista che trova nel socialismo il sogno di un mondo nuovo, fragile modello per una società più giusta e umana. Dalla sua ironia, gioia di vivere e sorridere si poteva imparare molto. Depressione era per lui una parola sconosciuta, le conversazioni con lui erano sempre vivacissime e piene di battute. Perché era un uomo di grande statura (e non solo nel senso dell’altezza, era alto 1,95 metri), ha avuto quasi l’obbligo di guardare in basso, ma mai in modo arrogante o snob, sempre con grande gentilezza e compassione per gli uomini piccoli. Tutto era per lui una Questione di statura (così il titolo di un divertissimo libro autobiografico). Ciò che Gaetano Tumiati disse a ringraziamento del Premio Stampa 1999 al ridotto del Teatro Comunale, vale ancora oggi: «Ferrara è diventata un punto di riferimento essenziale. Rispetto a sessant’anni fa, quando il benessere era riservato a poche famiglie, i progressi sono stati immensi. Vedo in giro tanta bella gente, una volta a stare bene era una élite. Certo, sento parlare di crisi. Ma per chi appartiene alla mia generazione è difficile vederla». Ora è sepolto alla Certosa, insieme ad altri morti della sua famiglia che conosco ormai benissimo anch’io per averli letti nel suo romanzo Il busto di gesso. Leggendo quel libro si diventa subito un figlio adottivo della famiglia Tumiati.

Per favore smettiamo di dare i numeri

Mentre il Censis racconta la crescente sfiducia degli italiani nella scuola, c’è ancora chi si balocca a ragionare dell’utilità dei voti.

Quando la scuola chiude e l’estate inizia, da alcuni anni torna il tormentone dei voti. I numeri con cui le scuole di mezzo mondo classificano il rendimento dei loro utenti o ne decretano la somarità.
Ora ci si mette la Francia e un gruppo di intellettuali, tra cui Daniel Pennac, perché è brutto umiliare i bambini piccoli. Per la verità brutto lo è sempre stato, ora come prima. Forse, questo dovrebbe far capire che il ragionamento andrebbe articolato meglio. Perché è chiaro a tutti che il voto è funzionale ad un certo sistema ed a una certa idea di scuola, quella stessa verso cui, ci segnalano i dati del Censis, la fiducia dei nostri giovani va sempre più scemando.
Non voglio addentrami in ragionamenti troppo complessi, poco adatti alle calure estive, di voti, del resto, ho avuto modo di scrivere altre volte. Mi piacerebbe però che il pentimento degli adulti, in materia, fosse autentico e vaccinato da possibili ricadute.
Perché questo accada, io ritengo che sia il pensiero della scuola, quello che ci portiamo appresso da generazioni, a dover mutare. Se no, avremo la solita Mastrocola di turno a ricordarci con un ossimoro che i voti sono democratici.
Non ignoro che è difficile da comprendere l’idea di spostare la lente valutativa dai ragazzi agli adulti, è come ribaltare il tavolo su cui posano, come i pezzi di un gioco, i principi dell’educazione.
Per me le gerarchie, le graduatorie non vanno compilate tra gli alunni, ma tra la qualità delle opportunità formative, formali e informali, che offriamo alle generazioni che si preparano a governare il futuro.
Quanto il successo formativo dei nostri ragazzi dipende dalla qualità del sistema scolastico che offriamo loro? È a questo che dobbiamo assegnare i voti, è questo che dobbiamo valutare rigorosamente in tutte le sue componenti, è questo che dobbiamo promuovere o bocciare se necessario.
Perché mai del rendimento scolastico dovrebbe essere responsabile il più debole, chi fatica, chi ancora sta crescendo, con la sua storia che non è quella degli altri?
Sarebbe ben altra cosa, un altro modo di ragionare e di guardare all’istruzione, assumere come prospettiva l’obbligo della Scuola e dello Stato di rendere conto di come effettivamente consentono, dalla scuola dell’infanzia all’università, ad ogni alunna e ad ogni alunno di capitalizzare saperi e competenze necessari alla propria formazione, di coniugare il proprio tempo quotidiano al futuro.
Il diritto allo studio non ha tempo e non ha tempi, non ha sbarramenti, è alimento naturale di ogni persona e su ogni persona va ritagliato, confezionato, non come bisogno educativo speciale (ultima farisaica invenzione della scuola italiana), ma come diritto che è speciale per il fatto che il suo esercizio, da parte di ognuno, richiede tutta l’attenzione, tutta la cura e tutto l’impegno dello Stato nei confronti di ogni singolo, grande e piccolo, né più né meno come il diritto alla salute e alla vita.
A questo punto, si è in grado di comprendere, io mi auguro da parte di tutti, che sulla scuola, sull’istruzione, sul sapere non si possono più giocare gare e competizioni sociali, compilare classifiche e graduatorie, selezioni, vite perse allo studio, ai saperi, vite di scarto lungo i percorsi scolastici.
Basterebbe misurarsi seriamente con simili riflessioni, per capire che è necessario mettere mano ad un’idea di scuola che non ha più nulla a che vedere con categorie che appartengono al passato. Soprattutto, abbiamo bisogno di smettere di dare i numeri, a partire dai voti, dobbiamo ragionare con una testa del tutto rinnovata nei pensieri. Se per prime sono le teste degli adulti a non essere ben fatte, sarà difficile poter contare che tali escano, come suggerisce Morin, le menti dei nostri fanciulli da questa scuola così come continuiamo a tenercela.

Come sarò da giovane?

Morcote (lago di Lugano),

in attesa di parlare di giardini e di musei in questo straordinario scenario lacustre, girandomi le ciribiricoccole ho deciso di trasformarmi per questa sera nel giovane che è in me, sperando così di ingannare l’occhiuta regola che m’impedirà in futuro di fruire della gratuità dei musei un tempo appannaggio (giusto/ingiusto?) degli over 65. Via dunque severe cravatte Ferragamo, debolezza fiorentina coltivata per contrastare l’ovvietà di quelle Hermès o di quelle di Marinella fornitore di Arcore. Via i cachemires che fanno vecchio solo a palparli, via la giacchetta stilizzata comprata a Roma in un famoso negozio di Campo Marzio.
‘Okkei!’ Sono pronto.
Maglietta Columbus al titanio; jeans Levi’s, scarpette da runner Lacoste. Invano però cerco di occultare il busto che sorregge la colonna vertebrale in pericolo di crollo.
Cosa manca? Ovviamente il formulario linguistico-gestuale. Tento di rifiutare l’orrido “assolutamente sì/no” ma è un best. Batto il 5 ai pronipoti; credo sia necessario mugugnare un po’ di heavy metal, pregando frattanto il divino Mozart di perdonarmi. Infine “last but not last” il cappelletto con visiera rigorosamente Adidas.
Ma andrà bene?
Sarò coatto o fighetto?
Per fortuna la scarsità di chioma m’impedisce la gloriosa cresta gelificata.
Questo tentativo, frattanto medito tra me e me, non vuole porre in luce una individualità ma presentarsi come modello.
E parto non prima d’aver letto il fondamentale articolo di Francesco Merlo su “La Repubblica” che analizza come fosse un’unica galleria degli orrori la situazione dei musei e dei monumenti romani. Decido d’un tratto di cancellare ogni riferimento culturale, di farmi tabula rasa, di dimenticare quel coacervo di studi, notizie, propensioni, innamoramenti culturali che, negli anni, avevo stivato nella mia mente pensando forse ingenuamente di servirmi nei pacati ozi della pensione, flaneur indolente di poesia e pittura, di musei e città d’arte. Si avverano le esortazioni, sempre da me rifiutate, degli amici insegnanti, così condite di pepato sarcasmo, che dall’alto della loro favolosa pensione da 1250 euro al mese, ormai considerata la soglia della ricchezza dal ministero competente, mi esortavano a riflettere su quel tempo sprecato nel voler perseguire l’insano proposito. Meglio, molto meglio, una sagretta con tanto di salama e fritto misto che vagare inerme tra caterve di quadri, statue, oggetti non sempre comprensibili. Va bene!
Ma da giovane che voglio fare?
Beh, un apericena, una sana discussione “tennica” sulla situazione calcistica mondiale (meglio evitare lo spinoso problema italiano…) e concludere la serata con qualche pensosa battuta sulla politica renziana. I più acculturati (forse l’hanno letto in qualche rivista di Cairo editore) sostengono che l’acconciatura della ministra Madia sia molto preraffaellita; probabilmente un riferimento alla Beatrice di Dante Gabriele Rossetti. Il silenzio sconcertatamente ammirato che segue classifica il giudizio come figo. E alta si leva l’adesione e l’entusiasmo per la promessa gratuità al museo per i giovani. Poi un attimo di perplessità: il Museo?
Ma no! Scherziamo? Cosa dice a noi giovani quel rimprovero mite e solitario che emana dai volti, dagli atteggiamenti, dalle pittate scene che come un s.o.s proviene dalle pareti, nel silenzio sacrale del vuoto museo?
Mica tutti hanno avuto la fortuna di quella ragazzetta dall’orecchino di perla capace di catalizzare attorno a sé folle di giovani pronte al selfie. O riscattare il buon vecchio Van Gogh (vero o falso che sia) o godere con gli Impressionisti. O dire Ohhhhh…. di fronte al “Cara”, affettuosa abbreviazione del Caravaggio.
Il resto che è? Giotto? Noiosetto con i suoi inferni e paradisi e la mala abitudine di rimproverare gli evasori fiscali, come quel padovano malnato dello Scrovegni.
Botticelli? Piace troppo agli stranieri e non è poi granchè sorbellarsi code estatiche per vedere poi cosa? Un quadrone con donne (anzi madonne direbbero al Palio) sorridenti e un forsennato ragazzetto che soffia come un ossesso e lo chiamano Zefiro. D’altra parte andare al museo va bene ma sarebbe opportuno, ad esempio che l’attrazione fosse consolidata con opportuni svecchiamenti. Come per quello strepitoso di Spina a Palazzo Costabili detto di Ludovico il Moro a Ferrara dove ti fai il pieno di vasi attici, di gioielli e arredi funerari ma poi è possibile ascoltare un buon concerto, sentire una conferenza curiosa vedere le evoluzioni dei ballerini e alla fine un buon ‘aperi’. Un centinaio e più di persone, qualche giovane, molti anziani. Ma se dovesse scattare la legge te lo vedi il pensionato che paga il biglietto? Almeno metà rinuncerebbe “Dit da bon”? Sussurra allarmato l’ego giovane. Rispondo con una frase passata alla storia di una mia amica tenerissima che quando le capitava qualche disagio, anche grave, inviperita alzava l’occhio al cielo e gridava “ Ci penseranno loro!!!” Mai capito quel loro, ma filologicamente potrebbe essere il ministro e i funzionari del Mibac.

Ormai tra le sponde fiorite del lago di Lugano si fa sera. Tanto per cambiare una bomba d’acqua turba la mia passeggiata non in veste giovanile ma di conferenziere stanco over 65 sulle scale ripidissime che portano alla chiesa antica. Ho sorriso e stretto mani al rappresentante della banca di Sondrio divenuta svizzera anzi ticinese, lodo la bellezza delle scarpe e borse Bailly anch’esse corse in aiuto del comune di Morcote dove il parco Scherrer costa alla comunità locale di 600 abitanti 150 mila franchi all’anno di manutenzione. Beh si sa la Svizzera non è l’Italia e loro c’hanno i danè, mi sono dato da fare per rendere “piacevole” la giornata con i miei amici giardinisti. Ho conosciuto la organizzatrice e responsabile dei Grandi Giardini Italiani che muove in Italia 120 siti giardineschi pubblici e privati per un totale di 8 milioni di visite (è una scozzese di ferro che adora l’Italia e la crede e ci crede che sia l’heimat, la patria del cuore). Ho conosciuto sua sorella l’editrice del libro che uscirà da questo convegno. E’ una deputata inglese liberal che ha presentato in Parlamento (inglese of course) una mozione per salvare dallo smembramento la biblioteca di Warburg dal suo luogo originale e che in migliaia, io compreso senza averla conosciuta, ha firmato su fb. Va bene mi rassegnerò: svesto i panni non curiali (per chi non l’ha capito è una citazione da Machiavelli) del giovane che è in me, rimetto quelli severi del conferenziere, pagherà il biglietto ma…. “Quanto è triste Venezia”.
Pardon! l’Itaglia

Chiamale se vuoi, emozioni…

Così recitava una canzone di Lucio Battisti che, all’inizio degli anni settanta, aveva catturato tutti noi, a prescindere dalle collocazioni politiche, con un testo che certo suonava estraneo al tono impegnato e per lo più aggressivo delle assemblee studentesche. Le emozioni, anche allora, erano dovunque, nello spazio privato e quello pubblico, tanto nei luoghi in cui fiorivano nuovi bisogni di intimità fuori da una famiglia controllante, quanto nei luoghi politici, densi di retorica sui destini del mondo.
Oggi sappiamo bene le ragioni per cui le emozioni hanno un assoluto predominio nella nostra vita e non solo nelle relazioni, ma in ogni scelta. Non sempre ne siamo consapevoli e, comunque, tendiamo a negarlo, spendiamo una quantità di parole per giustificare le nostre scelte, per mettere in ordine i vantaggi e gli svantaggi di ogni opzione e tentare di operare calcoli e valutazioni razionali. Per lo più ciò non accade: siamo vittime di pregiudizi e di credenze, di speranze e di paure.
Le neuroscienze ci hanno spiegato che le emozioni sono una via breve alla conoscenza, che nessuna scelta sarebbe possibile se il circuito caldo, più veloce di quello cognitivo, non fosse in grado di dare colore alle opzioni che abbiamo di fronte. Ogni scelta, da quella di un abito, a quella di un luogo per le vacanze, a quella degli amici con cui uscire, segue questa stessa legge.
Credenze e valori esercitano un ruolo decisivo nell’orientare le scelte. Quando parliamo di valori ci riferiamo all’insieme di idee del mondo che un individuo si è formato nell’ambiente in cui vive. Queste idee danno luogo ad un mondo psicologico interiore e a meccanismi di valutazione degli stimoli e delle informazioni che non sono meno importanti dei sentimenti coscienti e della valutazione analitica.
Già nel Settecento il filosofo David Hume, sosteneva, che non è il ragionamento che guida i giudizi, ma sono le emozioni e le passioni. Anche i giudizi morali sono mossi dalle emozioni, anche se noi per lo più li associamo a fondati criteri logici e razionali sul bene e sul male. Lo psicologo Jonathan Haidt (Menti tribali, Codice, 2013) negli ultimi anni ha argomentato ampiamente questo punto di vista, contribuendo alla critica di una interpretazione astratta e razionalistica del concetto di valori morali ancorché applicati alla politica.
Diverse ricerche hanno messo in luce empiricamente come i nostri giudizi morali possano essere influenzabili. Ad esempio, se le persone chiamate ad esprimere un giudizio hanno bevuto una bevanda amara anziché dolce, esprimono giudizi morali più rigidi. I giudizi morali sono influenzati dall’ambiente, ad esempio la musica allegra rende le persone più gentili e con una tazza di caffè caldo in mano gli altri ci paiono più piacevoli. Pare che persino i giudici emettano sentenze meno severe la mattina presto e dopo i pasti. L’analisi sul ruolo delle emozioni entra, quindi, nel dibattito giuridico e investe questioni procedurali, come l’opportunità di utilizzare fotografie e video durante il dibattito processuale.
Tutta la comunicazione è impregnata di adesioni emotive alle diverse posizioni in gioco: ciò accade in misura crescente via via che l’informazione si mescola alle immagini e alle interpretazioni personali. La comunicazione odierna, nei più disparati ambiti, utilizza il registro delle emozioni e anche noi lo facciamo nel portare argomenti alle nostre considerazioni. Sarebbe meglio essere consapevoli dalla nostra dipendenza dalle emozioni, non solo per avere minore sicurezza circa la nostra superiore verità ma, soprattutto, per cerare di introdurre davvero, un po’ di razionalità in più nelle nostre scelte.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano: i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand. maura.franchi@gmail.com

Dario e la bionda, una storia del Barco

Una vecchia strada del Barco, una sera di dicembre. Il buio che cala presto. Il freddo e la nebbia che avvolgono tutto. Dall’altra parte della strada intravedi le forme e le luci della grande fabbrica. Il rumore attutito dei macchinari ed il ronzio dei motori. Il suono lontano di una sirena spezza la monotonia. Qualche orto più in là ed inizia il villaggio dei marchigiani, inizia Ponte. Le pasticcerie e le vetrine del centro sono a pochi chilometri, ma è come se fosse un altro mondo. Chiudi gli occhi un istante e di colpo non sei più a Ferrara. Forse in Alabama, o Louisiana. E quel vecchio in fondo alla strada che si sta trascinando con le borse della spesa potrebbe essere Joe, presto si siederà in veranda a fumare la pipa e sputare, con il cane accucciato a terra ed il fucile a portata di mano. Stasera c’è nebbia ed è meglio essere cauti. Ti aspetti che il suono di un armonica spezzi il silenzio in ogni momento. Il Mississippi scorre calmo più a nord. È difficile capire quello che succede quando scende la nebbia, al Barco.

Dario abita qui. Pochi amici rimasti, chiusi in casa tra mogli, nipoti e acciacchi. Una vecchia passione per la caccia, in gioventù ha anche provato ad impagliare alcuni animali, senza grande talento. Trent’anni al petrolchimico e una pensione che tutto sommato fa tirare avanti. Il dottore che dice che non si può più bere e fumare, ed andare giù al bar. Questo freddo solo a guardarsi attorno fa venire voglia di stare in casa. Rosa, la moglie, da qualche giorno è tornata ad Ascoli. Ci va spesso ultimamente. La sorella, vedova da qualche anno non sta bene. Un’innocua influenza, ma anche questa volta Rosa ne ha approfittato per passare qualche giorno “a casa”, come dice lei. Dario cena da solo, ma non se ne dispiace troppo. Di quando in quando, apprezza un ritaglio di tempo per concentrarsi sui suoi interessi. Un buon film in televisione, caffè e sigaretta. Sa che non dovrebbe, ma non c’è Rosa a ricordarglielo. Una tribuna politica ed ha già fatto venire mezzanotte. Si alza e guarda fuori dalla finestra. La nebbia avvolge tutto, nella palazzina di fronte tutte le persiane sono già chiuse. Tranne una.

Lei c’è. Ne intravede la forma, che si muove velocemente dietro i vetri appannati. La sente canticchiare. Dario spegne la luce e torna alla finestra. Non vuole farsi vedere. Conosce la ragazza bionda. Assiste la vecchia Pina, ormai sorda e quasi cieca. Non che abbia interesse, ma la ragazzina, che avrà poco più di 20 anni, gli riscalda lo spirito. Quegli occhi verdi, quel corpo minuto ma che immagina forte, quel sorriso aperto ogni volta che la incrocia, e tutta una vita davanti. Hanno avuto maniera di parlare diverse volte giù in cortile. Non solo una bella ragazza, ma anche intelligente. Più matura della sua età. Si sono capiti subito. Un sorriso gli attraversa il viso ed il pensiero va indietro di 40 anni. Al primo motorino e alle notti in campagna. A quella volta che per impressionare Rosa attraversò il Po a nuoto e per poco non ci lasciò le penne.
Potrebbe passare ore a guardarla.

Il volto ridiventa serio non appena nota l’uomo appoggiato al muro, in strada. È fermo ed ha anch’esso lo sguardo puntato alla stessa finestra. Non riesce a vederne il viso nascosto nel buio, ma l’aspetto è robusto e muscolare. Ormai è l’una e adesso l’uomo lancia due fischi verso la finestra illuminata. Dario si ritrae più indietro, nel buio della stanza. Vede lo stesso la finestra che si socchiude e la bionda dire qualcosa sottovoce, l’aria intimorita. Forse dice all’uomo che è tardi, di andarsene. L’uomo risponde a monosillabi. La voce è dura, profonda. Non è uno abituato ad attendere. Con passo deciso si avvia verso il portone di ingresso, che nel frattempo é stato aperto. È allora che passa sotto la luce d’ingresso e Dario gli intravede sotto il berretto la carnagione scura, olivastra, e la grossa cicatrice che gli solca parte del viso.
Dario inizia a sentire il cuore battere più velocemente. Forse dovrebbe smettere di guardare, andare a letto. Il dottore gli ha detto quanto sia importante evitare di agitarsi. Evitare sforzi, emozioni forti. Forse dovrebbe chiamare la polizia. Ma perché poi? per dire cosa? e così continua a spiare nel buio, preoccupato. Con cautela socchiude il vetro per sentire meglio le voci. Da dietro le finestre appannate adesso può vedere anche la forma di lui. Sovrasta quella della ragazza e si muove lenta ma sicura nella stanza. Da lontano li sente discutere. Un tintinnio di bicchiere e l’ombra della ragazza che prende una bottiglia dalla credenza. Ora bevono, entrambi seduti. Dario si calma, forse è solo un vecchio amico, un parente. Ma continua a guardare, si accende un altra sigaretta. Ed è allora che vede la figura dell’uomo alzarsi, afferrare per un braccio la ragazza, spingerla nell’altra stanza. Sente un tentativo di protesta da parte della giovane donna, dei singhiozzi. Forse un urlo soffocato. E le luci che si spengono.

La notte è fredda ma la fronte di Dario è coperta di sudore. Pensieri che si accavallano. Pochi secondi per prendere una decisione. Si butta un cappotto addosso e corre giù per le scale. Un altro minuto per recuperare dalla cantina la vecchia doppietta Falco. Non si sa mai. La nasconde sotto il soprabito lungo. Ha poco tempo. Con respiro affannato esce e attraversa la strada in direzione della casa della Pina. Si ferma un attimo e si guarda intorno. La nebbia è fitta e adesso tutte le persiane sono chiuse. Le luci spente. Bene. Il portone è ancora aperto e si lancia su per le scale. Sta attento a non fare troppi rumori. È preoccupato ma non vuole svegliare i vicini. Si ferma davanti all’appartamento, un dubbio lo assale. E se avesse frainteso tutto? Ha comunque una scusa pronta… la richiesta di un medicinale che si è scordato di comperare…sì sì… Pina ne assume così tanti…
Sente il cuore scoppiare mentre bussa alla porta….

La bionda gli apre con il solito sorriso e si punta un dito sul naso. Adesso bisogna fare silenzio. Lo invita ad entrare. Tutto è andato come previsto. Dario sente la tensione sparire, rimpiazzata dalla solita felicità ogni volta che vede la bionda, ogni volta che se la trova vicino e sente il profumo dei suoi capelli. Si muovono lentamente per casa. Sarebbe un peccato se Pina dovesse svegliarsi proprio adesso e rantolare per un bicchiere d’acqua. L’uomo è in camera, steso sul letto. Un sacchetto avvolto attorno al viso. Dorme ed annaspa a fatica. Forse sta già morendo. Dario si occuperà più tardi di questo dettaglio. I potenti sonniferi mischiati alla dose di vodka gli hanno fatto perdere i sensi in pochi minuti. Non è stato difficile adescarlo. Quando il lupo pochi giorni prima in stazione ha visto la bionda, ha perso ogni cautela, passando da cacciatore a preda. Probabilmente nemmeno lui ha condiviso la conoscenza della bionda con il resto del suo gruppo, così geloso che a qualcun altro questa faccenda potesse far venire l’acquolina alla bocca. Nessuno lo verrà a cercare al Barco, così come per tutti gli altri prima di lui. Troveranno la maniera di trasportarlo nel solito posto, o Dario inizierà la lavorazione a casa di Pina come già fatto in passato.
Adesso i due si guardano con affetto reciproco, quasi amore. Rosa ne sarebbe gelosa, ma senza motivo. Per Dario la Bionda è anche un po’ come la figlia che non ha mai avuto. Lo anima un orgoglio quasi paterno. Dividono molti interessi e quando hanno parlato si sono capiti subito. Al Barco non ci sono i lupi da cacciare, e alla Bionda mancavano i pomeriggi con suo padre, che da bambina la portava dietro con sé ed i fratelli sui monti: l’emozione della fiera che fuggiva, l’eccitazione della scarica, quel colpo preciso che atterrava l’animale più feroce. Bisognava trovare un’alternativa accettabile. Si sa, i giovani sono schiavi delle loro passioni. Dario poi ha sempre desiderato trovare il tempo per migliorare le sue conoscenze di tassidermista. In cuor suo spera che la Bionda possa interessarsene un giorno, anche se non glielo ha ancora confessato.
Ma c’è tempo, e molte altre serate di nebbia, al Barco.

Vivere o sopravvivere, il dilemma di un uomo pacifico

Vivere per accumulare giorni e ricordi o vivere trasferendo le vincite di una puntata su un’altra successiva? Tony, il protagonista de “Il senso di una fine” (edizioni Einaudi, 2012) di Julian Barnes, ha una certa attitudine all’autoconservazione e alla sopravvivenza che ha dimostrato passando la vita a scansare inquietudini. Finchè, un giorno, l’inatteso arriva a sconvolgere la sua esistenza di uomo pacifico e un po’ codardo.
Un compagno di studi, Adrian, morto suicida molti anni prima, lo cita in un diario, di cui Tony può leggerne, dopo una faticosa ricerca, solo una pagina. Ma manca il seguito, la frase è monca, priva della reggente, è troncata a metà come l’amicizia che c’era stata fra di loro, come il rapporto con Veronica che fu l’anello di congiunzione fra Tony e Adrian. Un periodo ipotetico sospeso (“Dunque, ad esempio, se Tony…”) che Tony prova a completare cercando di rintracciare il senso di quello scritto e di quei quartant’anni che nel frattempo sono passati.
Non solo il cosa è accaduto nei rispettivi cammini, ma anche il come la vita sia stata vissuta. Da quella pagina del diario di Adrian, Tony, ormai uomo di mezza età, si interroga sulla cautela dietro cui si è sempre comodamente riparato, sull’accadere della vita piuttosto che sul farla accadere padroneggiandola, prendendola a due mani e giacandosela tutta.
“Pensavo alle cose che mi erano successe negli anni e a quanto poco avessi fatto succedere io”, è questa allora la differenza con la scommessa di cui parlava Adrian nel diario? Una giocata come nell’ippica, dove punti, rischi e se vinci la giocata si trasferisce e si accumula su un successivo pronostico. Quanti più, per, meno e diviso ci sono nella vita e nelle relazioni? E come si fa a non fermarsi a una semplice addizione, ma a capire che la crescita sta oltre? La crescita come sviluppo dell’accumulo è quello che Adrian aveva saputo capire giovanissimo. Ma Tony no, deve accadere (ancora una volta) qualcosa perché si metta dentro alle cose.
Il ricordo dell’amicizia con Adrian e dell’amore con Veronica, diventa, per lui, rielaborazione dell’io che restituisce una versione di sé diversa, meno conveniente perché foriera di rimorso. La memoria lo riallaccia di colpo a un passato quasi dimenticato, il tempo oggettivo e regolare non coincide più con il tempo soggettivo che è “quello che si porta sull’interno del polso, proprio accanto alle pulsazioni cardiache”, un tempo emotivo, scandito solo dall’irrompere dei ricordi.