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Tempo di sagre, tempo
di allargare lo sguardo
e andare oltre i localismi

Se facciamo una rapida carrellata delle decine di piccoli paesi del ferrarese, da Renazzo a Mesola, da Bova di Marrara a Tresigallo, incontriamo fitti calendari delle ormai note sagre paesane, da quelle del patrono a quelle di alcuni piatti tipici della nostra tradizione emiliano-romagnola.
Che il tutto aiuti a promuovere un posto, a valorizzare usi e costumi di un non lontano passato è fuori dubbio: eventi di interesse abbastanza diffuso, creano movimento e attivano relazioni, muovono qualche migliaia di euro e la tradizione viene tramandata alle nuove generazioni.
A dire il vero, la manifestazione “in sagra” sosta solo in loco, nei dintorni, dentro un piccolissimo perimetro, al massimo tra piccole comunità contigue, e li si ferma.
Spesso l’organizzazione incontra pluralità di soggetti, dalle parrocchie al Comune, dalla polisportiva alle Pro loco; un merito che non sottovalutiamo, anzi un compiacimento, ma andare oltre può essere lo sviluppo di questa brevissima narrativa tra sagre, sacrati, enogastronomia, iniziative e tombole, alcune giostre, un po’ di musica country e, forse, l’evento. Ed è proprio sull’evento che vorremo soffermarci un po’.
Non si tratta di richiamare le poche realtà che hanno trasformato la manifestazione paesana in un Evento, e questo basterebbe a fare le congratulazioni, ma di mettere in rete l’intera filiera dando qualità, specificità e rilevanza, oltre i confini, per attrarre e farsi attrarre dall’offerta di promuovere i territori.
Ci sono delle progettualità che l’Unione europea accompagna favorevolmente per fare cultura e turismo dei localismi, non quelli che si chiudono a volte solo per mangiare sotto un tendone polveroso vicino ad una chiesa del XIV secolo, ma per le eccellenze che l’Unesco mette in fila come patrimonio dell’umanità, e non solo.
Metà dei beni artistici e culturali nel mondo sono in Italia, spesso dimenticati e coperti da terriccio, abbiamo chiese e pievi, ville e palazzi, parchi e giardini, affreschi e dipinti sparsi ovunque, finiti nel dimenticatoio e che lasciano nel pianto milioni di mancati visitatori. E poi si dice che la cultura non fa economia e sviluppo.
Se si pensa che sui lidi di Comacchio abbiamo presenze di non pochi milioni di turisti, villeggianti e di un veloce passaggio di persone sulla strada Romea che collega Ravenna a Venezia, forse ripensare a come toglierli per alcune ore dal caldo e smuoverli dall’ombrellone, non sarebbe una cattiva idea.
Bisogna fare rete, coordinare date e calendari, fare marketing territoriale, dare qualità ai siti di interesse, coordinare i rapporti con le agenzie di viaggi e non lasciare al singolo sindaco e alla municipalità l’illusione di essere l’ombelico del mondo.
Il locale con il globale non sono solo un binomio, l’incoming non una descrizione analitica e basta, il borgo e le storie non una vetrina da spolverare, e ci fermiamo qui per non additare troppo e incontrare i mugugni di cui siamo spesso attori altezzosi, dando l’impressione di isolarci dai contesti ambientali.
Se guardiamo al Castello della Mesola con la sagra dell’asparago, alla Comacchio dei Tre ponti con la sagra dell’anguilla, a Tresigallo del ‘900 con la festa del Borgo autentico, e altre manifestazioni dell’alto ferrarese, che non siano un lungo capannone con le solite panchine, forse capiremmo e ci metteremo nella condizione che serve per cambiare verso anche su questi aspetti, nei nostri sperduti territori di estense memoria.
Il nostro ministro, che è di casa, cominci a dare la scossa, rimuova le solite incrostazioni, tolga competenze a chi non le esercita con intelligenza, faccia veramente la parte giusta che gli spetta e corra anche lui come il suo capo.
Forse stiamo insistendo troppo, ma questa testata vuole essere anche di stimolo, provocando, perché non ci piace essere tra gli ultimi, anche se alcune responsabilità si intravedono.
Facciamo sistema anche qui, e speriamo bene.

Sviluppo e investimenti
in laguna, il ruolo dei privati incrina il patto per l’ambiente

L’ultimo incontro tra il circolo Legambiente Delta del Po e l’Amministrazione comacchiese non è stato dei più rilassati. Quel patto siglato tra gli ambientalisti e il M5S prima dell’esito elettorale che li ha insediati al governo si è incrinato. La fiducia si è assottigliata nel momento in cui il Comune ha sposato l’accordo stretto tra gli imprenditori privati e il Ministero dello Sviluppo, con il benestare del Comune lagunare, della Provincia di Ferrara e il favore del Parco del Delta del Po.

Per l’Amministrazione comacchiese il patto di sviluppo, ovvero la promessa di investimenti privati nel ricettivo e 20 milioni di euro pubblici a fondo perduto che dovrebbero piovere sulla capitale del Delta del Po, è l’occasione di rilanciare economia, occupazione, guadagnare posti letto, servizi e adeguamento del sistema idrico fognario, da sempre spina nel fianco dei lidi, dove l’onda d’urto delle seconde case non è in grado di essere assorbito dalla potenzialità del sistema idraulico integrato. Per Legambiente corrisponde invece a una nuova e camuffata colata di cemento figlia del mai tramontato partito del mattone.

“L’ultimo incontro è stato piuttosto concitato anche in virtù dei progetti avanzati dagli imprenditori, più che una rigenerazione ambientale ci sembra un ritorno al passato, fatto di costruzioni con un differente uso, ma sempre di speculazione edilizia si tratta. E sempre a danno di un territorio che ha bisogno di tutt’altro – spiega Marino Rizzati, presidente del circolo Delta Po di Legambiente – Faccio un esempio, tra le richieste avanzate, c’è anche la società di Sergio Vitali, la sas Villaggio dei Pittori, che vorrebbe riprendere i lavori per ingrandire il residence Michelangelo del Lido di Spina. Eppure la vicenda giudiziaria con cui fu bloccata la costruzione non è ancora chiusa”.

Il caso delle “pinetine”, che ha visto il Comitato della parrocchia di San Paolo opporsi all’allargamento della struttura, spiega Rizzati, manca della puntata giudiziaria finale sulla quale la Cassazione si deve esprimere. “La società però è già tornata alla carica con un paio di progetti dichiarati ecocompatibili e pubblicati sul sito del Comune di Comacchio”, prosegue.

Le richieste della società nell’ambito della “rigenerazione turistica ambientale”, riferiscono di Rta ma non solo, di efficienza energetica, approvvigionamento da energia rinnovabile, di inquinamento ridotto al minimo in cambio di 70 ingaggi per realizzare l’ampliamento e 55 posti di lavoro complessivi per entrambi i progetti. Sono previste strade a uso comunale, parcheggi, sviluppo verticale degli edifici, aree verdi con moltissimi alberi e un contributo determinante per realizzare il nuovo Bosco Eliceo previsto dal Parco del Delta del Po

“Sui desiderata, ben 33, il sindaco è stato chiaro nel rimarcare, che sarà il Comune a decidere chi privilegiare – continua – Non è esattamente il metodo democratico con cui si pensava di dovere affrontare il delicato tema dello sviluppo del nostro territorio, che riguarda il futuro di noi tutti e ha nel Psc (Piano strutturale comunale) lo strumento urbanistico per disegnarlo. Noi proprio non ci stiamo”. Tra le domande presentate, ricorda, ci sono richieste di riconversione di terreni agricoli da piegare al settore ricettivo, strutture plein air, residenze turistiche alberghiere, eurohotel, poco importa la formula, sostiene Rizzati, al centro della questione c’è sempre l’apertura di cantieri edili. “E’ speculazione edilizia a cui l’istituzione provinciale ha prestato il fianco grazie alle proprie decisioni”, dice Rizzati che ha inviato una lettera alla Provincia di Ferrara ormai in via di smantellamento.

“Sono gli ultimi giorni dell’Amministrazione provinciale, gli ultimi di operatività secondo i compiti e lo storico modello di governance territoriale finora praticato, è tempo di bilanci, ma anche di alcuni ultimi atti da votare”, dicono gli ambientalisti. “Abbiamo avuto vari motivi di contrasto con le scelte dell’ente provinciale, basta pensare all’approvazione del Prg (Piano regolatore generale) di Comacchio del 2002, è ricco di contenuti illegittimi, ha previsioni edificatorie eccessive e non è stato adeguatamente controllato”. E ancora: “L’approvazione della variante al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) del 2008, che con il bel nome di Rete ecologica provinciale ha nascosto la cancellazione dalla cartografia di individuazione e tutela di almeno 20 ettari di aree boscate, comprese le pinete in area urbana di Lido Spina e Estensi, ma anche altri boschi in aree rurali, non ha giovato a Comacchio”.

Una premessa poco lusinghiera cui segue una richiesta precisa: contenere il numero di strutture da realizzare. “L’ amministrazione provinciale, oltre a non aver posto rimedio ai problemi esposti, si accinge a terminare un percorso amministrativo rispetto al quale domandiamo un ripensamento – insistono gli ambientalisti – Chiediamo di non dare seguito alla previsione contenuta nel nuovo Piano Territoriale del Parco del Delta del Po della Stazione Comacchio centro storico, con cui si intendono destinare parecchie decine di ettari alla neocementificazione”. Sarebbe una decisione ingiustificata, eccessiva, sostiene Legambiente Delta Po, una decisione che espone a rischi di inutile consumo di territorio una fascia costiera fragile, bisognosa di servizi, parchi pubblici, parcheggi, mobilità alternativa all’auto, spazi sportivi, piuttosto che di una marea di nuovi posti-letto. “Camping, villaggi, hotel e appartamenti non operano al pieno della loro capacità né come posti-letto né durante i differenti periodi dell’anno – concludono – Questo è il motivo per cui ci auguriamo che il bilancio delle azioni della Provincia si chiuda con una maggiore attenzione verso le reali esigenze di Comacchio e della sua costa”.

Il Delta del Po sprofonda
in un mare di parole

Il delta del Po scorre ignaro di esser il cuore di una disputa politica tra le differenti anime del centro sinistra emiliano romagnolo e veneto. Scorre intrappolato tra due differenti concetti di sviluppo economico e sociale. Il rinvio della sua candidatura a riserva naturale nell’ambito del programma Unesco Uomo e Biosfera, che lo avrebbe portato per certo all’Expo come riserva Mab con una ricaduta turistico-ambientale positiva, ha generato una serie di reazioni dissonanti di qua e di là dal fiume. A riconferma delle distanze tra i due parchi, regolati da leggi regionali e vincoli di tutela ambientale differenti, che potrebbero essere superati in favore di una gestione unica solo con l’istituzione di un parco interregionale o, in alternativa nazionale, come previsto dalla legge 394/91.
Dopo 26 anni di chiacchiere, le buone intenzioni sono ancora solo parole. E di parole, si sa, è lastricato l’inferno. Per il momento di reale c’è l’esame di riparazione della candidatura “apprezzata”, ma rimandata a settembre. Come ovvio, gli operatori turistici e in primis il Consorzio Visit Ferrara, si augurano un epilogo positivo tanto più, che la riserva Mab sembrava cosa fatta e già in “vendita” prima a Venezia e poi a Vigevano nell’ambito della fiera universale del 2015. Senza contare le speranze di Comacchio, in prima linea nel patto di sviluppo, 20 milioni di euro a fondo perduto, una serie di investimenti nel ricettivo alberghiero “leggero” da parte dei privati e il benestare del Comune lagunare, dell’ormai in via di scioglimento Provincia di Ferrara e dell’ente Parco emiliano-romagnolo, che hanno accompagnato l’accordo. Cosa accadrà ora? Il rinvio, sfuggito al silenzio, ha riscaldato gli animi.
Il presidente del parco veneto Geremia Gennari parla di “disinformazione e faziosità” assicurando che la candidatura va avanti e i chiarimenti sono già nelle mani di chi deve valutarli a Parigi. “Non si possono ignorare gli sforzi di valorizzazione dei territori interessati al progetto e riconosciuti a livello mondiale”, insiste Gennari, uno dei promotori della riserva. Eppure il mondo sembra finire tra le due sponde. “La Riserva di Biosfera Mab Unesco – dice Gennari – non è uno strumento che impone vincoli, delimitazioni amministrative equilibri di presidenze o di pesi politici, ma è uno strumento di condivisione territoriale al fine della tutela e valorizzazione della biodiversità a partire dai portatori di interesse (gli imprenditori, ndr)”.
Non la pensa così Graziano Azzalin consigliere regionale del Pd veneto e autore di un’interrogazione con cui chiede alla sua Regione di occuparsi dei problemi gestionali. “Dalle esternazioni dell’assessore regionale Maria Luisa Coppola e del presidente del Parco del Delta del Po del Veneto Geremia Gennari, si capisce come i rilievi sui problemi di governance mossi dall’International Advisory Committee for Biosphere Reserves del programma Mab-Unesco e confermati dal Consiglio internazionale di Coordinamento siano assolutamente fondati”, spiega. “Secondo l’assessore di tutti i veneti, infatti, l’aver reso noti i rilievi e la bocciatura che si era ben guardata dal menzionare – prosegue – è un non riconoscere la bontà di un progetto portato avanti da una maggioranza di sindaci”. E ancora. “Da queste parole si capisce quale sia il problema, che non è sfuggito ai rappresentanti dell’Unesco: la visione politicizzata, la gestione clientelare e la difesa di posizioni di rendita. I personalismi sono ciò che hanno impedito la costruzione di una prospettiva per il Parco del Delta del Po. Le careghe (seggiole, ndr), l’assessore dovrebbe rendersene conto, in un momento come questo in cui si cerca di semplificare in tutti settori, dalle Camere di Commercio al Senato, non sono la priorità”.
Ben diversa la posizione della Provincia di Ferrara, che attraverso l’architetto Moreno Po, nomen omen, dirigente dei Servizi Piani territoriali, minimizza il problema. “C’è l’evidente manipolazione della realtà nelle dichiarazioni degli esponenti ambientalisti che hanno provocato i titoli giornalistici e molti dei commenti di questi giorni sulla vicenda della candidatura Mab – scrive – si vuole ostacolare il processo in corso, inventandosi fantasiose chilometriche liste di errori nella compilazione e di stroncature nei giudizi della Commissione”. Insiste: “Chi si è preso il disturbo di leggere nel merito le considerazioni espresse dalla Commissione Iacibr sulla candidatura del Delta del Po, avrà trovato scritto testualmente: Il Comitato Consultivo ha apprezzato la proposta di candidatura”. Certo, ma non è l’unica valutazione.
La commissione riporta in otto punti i motivi del rinvio tra cui la poca chiarezza sullo status e la gestione dell’area di stretta protezione naturalistica (core), del processo decisionale all’interno dell’organo istituzionale di coordinamento, della governance piuttosto complessa e non gestibile, della mancanza di visione comune per la riserva e della mancanza di discussione sulla qualità delle acque in presenza delle coltivazione agricole e delle zone umide.
Tutti d’accordo con l’affermazione di Moreno Po secondo cui si cerca di punture “sulla proiezione futura di un’area di valore mondiale, che vuole uscire per sempre dalla mancanza di visione internazionale e dalle angustie delle questioni di (piccola) politica locale”. Ci si chiede allora come mai il parco non sia ancora interregionale o nazionale, proposta rilanciata di recente dal presidente emiliano romagnolo Massimo Medri. E come mai in tutti questi anni non si sia data la giusta valorizzazione ai due siti Heritage Unesco, le chiese paleocristiane di Ravenna e Ferrara città del Rinascimento e il suo Delta del Po, che rientrando in gioco avrebbero avuto un peso tale da evitare i guai di oggi con una candidatura che rischia di provocare pesanti delusioni. Un peccato, tanto più che ci si ritrova a dover fare gli esami di riparazione. E a parlare ancora una volta di “localismi politici” per rintuzzare una posizione espressa all’interno della coalizione di centrosinistra, non si può non rilevare la dissonanza tra le parole della consigliera regionale Gabriella Meo, del gruppo Verdi-Sel e quelle spese dalla Provincia ferrarese. Stessa casa visioni opposte, la Meo ha etichettato la vicenda Mab come “un’operazione di marketing turistico-territoriale avviata in pochi mesi in vista dell’Expo del prossimo anno, un’operazione di corto respiro che non ha tanto a cuore la conservazione della biodiversità e l’uso sostenibile delle risorse, quanto l’utilizzo di una ventina di milioni di euro di fondi pubblici”.
In tempi di crisi come ovvio il denaro è il nocciolo di ogni preoccupazione. Gli operatori economici cercano di uscire dall’impasse, proprio per questo sono stati presentati al settore alberghiero e extralberghiero quattro progetti per far crescere e rafforzare  l’identità del Delta, considerato il futuro del business turistico. I piani illustrati, finanziati dall’Europa (Asse 4 – Por Fesr nel periodo 2007 – 2013) sono stati messi a punto per accrescere l’offerta turistica nel Delta del Po. “L’obiettivo – spiega Massimo Biolcatti presidente di Ascom Codigoro – è valorizzare i progetti, conoscerli e presentarli agli operatori e dunque ai turisti”. Marketing. “E’ essenziale anche per il futuro poter usufruire dei fondi europei, che possono permettere di allentare i rigidi vincoli di spesa imposti dal Governo e necessari per realizzare sinergie tra enti pubblici e operatori del settore turistico”, aggiunge Marco Finotti, assessore al Bilancio del Comune di Codigoro.
L’appuntamento, promosso dall’Emilia Romagna con il supporto organizzativo del Centro di Assistenza Tecnico della  Confcommercio regionale e di Ascom Ferrara si è concentrato sulla realizzazione in tutta la regione e in particolare su quattro iniziative a Comacchio, Mesola e Goro  finanziate con oltre 4 milioni di euro. A Davide Duo, segretario di Ascom Codigoro il compito di tracciare un bilancio: “Dobbiamo avere una maggiore consapevolezza della ricchezza e dell’identità territoriale del parco del Delta che si sviluppa su due regioni e su tre province, Ferrara, Rovigo e Ravenna”. Da qui l’esigenza di  accelerare senza indugi la creazione di un unico Parco del Delta.

Tutti per il parco unico e la tutela della biodiversità. Nel frattempo ai suoi confini ravennati, dove la protezione – pur con sfumature diverse – è prevista, è nato lo zoo-safari Parco tematico Le Dune del Delta. Bisonti, zebre e giraffe. Che dire? I fenicotteri rosa volano, scelgono dove riprodursi, ma le zebre no di certo. Appare chiaro come sulla biodiversità e la sua valorizzazione le idee siano assai confuse.

Mostruosità contemporanee

Nella posizione etica e professionale in cui mi trovo non posso non commentare la terrificante tragedia avvenuta qualche giorno fa vicino a Milano. Una donna e due bambini uccisi ferocemente dal loro padre, marito della donna, perché di ‘intralcio’ al corteggiamento di un’altra donna.
E’ facile cadere in semplificazioni legate all’uso di categorie onnicomprensive, evocate su molti quotidiani.  In questi casi i media fanno ricorso ad ogni tipo di ‘malattia mentale’, all’incapacità di intendere e di volere dell’omicida o ad un suo “raptus”. Le angosce dell’uomo contemporaneo, cresciuto nel mito dell’eterna giovinezza garantita dall’avvento della chimica, in un mercato che presenta la morte, le malattie e la vecchiaia come eventi procrastinabili, produce la richiesta insistente della ‘garanzia di follia’ rispetto a simili gesti altrimenti difficilmente comprensibili.  Ciò che può uccidere, oggi, è controllabile. Con le analisi del colesterolo, con la mappatura genetica, con gli screening di massa. Lo sono le polveri sottili, gli uragani, le onde elettromagnetiche, ma non la mano dell’uomo. Si è chiesto vanamente alla psicologia e alla psichiatria di convalidare il tranquillizzante senso comune che vuole il “male” spesso collocato nell’altro.
Il gesto estremo di quest’uomo fa invece presupporre che alla base ci sia una struttura perversa di personalità. Il perverso, secondo la lezione dello psicoanalista Jacques Lacan, può diventare una macchina, un automa capace di perseguire un obbiettivo a qualunque costo. Nella logica del perverso, qualsiasi cosa può diventare un ostacolo al perseguimento del suo fine: siano essi beni materiali, cose, uomini. E di ciascuno di essi ci si può sbarazzare in maniera sbrigativa, con una ferocia banale, metodica e studiata.
Potremmo definire ciò che è accaduto un omicidio della banalità. Hannah Arendt nell’analizzare la ‘banalità del male’ mostra quello che la psicoanalisi mette bene in luce: la totale assenza di senso di colpa, di Super Io. Il perverso non ha null’altra morale che il proprio disegno, il proprio scopo, e in nome di questo ritiene logico e normale mettere in atto ogni azione che possa farlo giungere all’obbiettivo. La sua capacità di assolversi è la cifra che lo caratterizza, testimoniata da come riesce a vivere i momenti dopo l’omicidio: andando a vedere la partita, scendendo in piazza e incolpando qualcun altro per distogliere l’attenzione da lui successivamente mettendo in scena una rapina. C’è da credere che l’omicida abbia realmente esultato ai gol di Marchisio e Balotelli. In quest’uomo la sensazione di malessere che si prova quando si commette qualcosa di sbagliato manca completamente, non c’è alcun senso di colpa appunto. Il suo solo limite è incappare nella legge, la sola capace di fermarlo nel suo illimitato bisogno di raggiungere quel che vuole senza il fastidio del limite. A tal proposito alcuni serial killer affermano che se non fossero stati fermati avrebbero continuato all’infinito. Per il perverso l’oggetto, in quanto tale è intercambiabile. Ecco allora che ‘volendo un’altra donna’, vi era la necessità di togliere  di mezzo l’ostacolo, rappresentato in questo caso oltre che dalla moglie, anche dai figli. Si può presumere che la frase scatenante pronunciata dall’altra donna sia stata: “non ne voglio sapere, hai una famiglia!”. E da lì l’obbiettivo principale che ha guidato la terrificante azione: l’eliminazione dell’ostacolo, la famiglia intera appunto.
Di fronte a simili tragedie è difficile accettare che tale violenza omicida sia stata compiuta da un nostro simile, un uomo sino a quel momento normale. Uccidere senza un ‘vizio’ di mente non può appartenere al senso comune senza spaventare. Si deve individuare una torsione dell’animo, una turba della psiche, insomma, qualcosa che ci permetta di non scorgere nell’omicida quella normalità che fa parte di noi.
Episodi come questo ci costringono a fare i conti con un’inaccettabile realtà: ci si uccide tra simili, in modo abbastanza naturale e  non prevedibile. Per denaro, per invidia. Inoltre, simili tragedie fanno riflettere sulla difficoltà odierna di dare valore alla vita, di riflettere sulla conseguenza delle proprie azioni e sull’incapacità di autocontrollo. Purtroppo è un caso estremo di una tendenza che esiste nella nostra società e non un episodio isolato. Per questi motivi si rende necessario e indispensabile un lavoro di sensibilizzazione nelle scuole e di educazione alle emozioni a partire dall’infanzia per crescere adulti in grado di esprimere e padroneggiare i propri sentimenti in modo civile e non dannoso a sé e agli altri.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

Pesi, misure e colore della pelle

Un anno fa, quando il ghanese Kabobo uccise per strada tre persone a picconate, la Lega tuonò evocando la pena di morte. Avete sentito qualche leghista in queste ore esprimersi su Massimo Giuseppe Bossetti – bergamasco – accusato di essere l’assassino di Yara Gambirasio o su Davide Frigatti – milanese – che, come Kabobo, ha ammazzato per strada, senza motivo, un uomo e ne ha accoltellati altri due? Nessuno ha fiatato.

Internet non è responsabile della morte dei giornali

da: Ilary Bottini

Pensiamo tutti che Internet abbia ucciso il commercio tradizionale della carta stampata, giusto? In fondo, fino a che la popolazione non ha iniziato ad interagire con il web a partire dalla metà degli anni ’90, il settore dei giornali era all’apice, e offriva ai lettori articoli, servizi e pubblicità di ottimo livello.
Ma una ricerca pubblicata di recente rivela che potremmo sbagliarci riguardo al ruolo di Internet nel declino dei giornali. Secondo lo studio del professor Matthew Gentzkow della University of Chicago Booth School of Business, le idee sul giornalismo si basano su tre presupposti sbagliati.
Nella sua recente pubblicazione “Trading Dollars for Dollars: The Price of Attention Online and Offline,” pubblicata nel numero di maggio della American Economic Review, Gentzkow nota che il primo errore consiste nel pensare che i costi delle pubblicità online siano inferiori a quelli della carta stampata, così che i mass media tradizionali devono adottare un modello di business meno redditizio che non riesce a ripagare adeguatamente i giornalisti. Il secondo presupposto è che il web avrebbe reso il mercato della pubblicità più competitivo, facendo calare le tariffe e, di conseguenza, i ricavi. La terza idea errata è che Internet sia responsabile del declino del settore dei giornali.
“Questa idea che le pubblicità online siano meno costose si deve al fatto che solitamente si fanno dei calcoli basandosi su unità non raffrontabili tra loro” spiega Gentzkow. Le tariffe delle pubblicità online sono solitamente valutate sulla base del “numero di visitatori unici mensili”, mentre i dati sulla circolazione determinano le tariffe dei giornali.
Vari studi hanno dimostrato che le persone trascorrono più tempo a leggere rispetto a quello speso dal visitatore medio mensile online, rendendo i dati che emergono del tutto fuorvianti.
Confrontando la quantità di tempo trascorso a guardare una pubblicità, Gentzkow ha scoperto che il prezzo dell’attenzione per consumatori assimilabili risulta superiore sui media online. Nel 2008, ad esempio, i giornali Usa hanno guadagnato 2,78 dollari all’ora di attenzione nella carta stampata, e 3,79 dollari all’ora di attenzione online. Entro il 2012, il prezzo dell’attenzione nei giornali stampati era sceso a 1,57 dollari, mentre il prezzo per l’attenzione online era salito a 4,24 dollari.
Inoltre Gentzkow spiega che la popolarità dei giornali era già calata in modo significativo tra il 1980 e il 1995, molto prima dell’era di Internet, ed è diminuita all’incirca nella stessa misura da allora. “Le persone non hanno smesso di leggere i giornali a causa di Internet,” conclude Gentzkow.

Ilary Bottini
* Agenzia Noir sur Blanc

Candidatura Unesco per il Delta del Po, “campagna denigratoria dei politici”

Da: Geremia Giuseppe Gennari *

Stupisce e rammarica la campagna denigratoria e di disinformazione, messa in atto da esponenti politici regionali e nazionali, che in questi giorni è stata riportata avanti dalle testate giornalistiche. La candidatura nonostante l’evidente disinformazione e faziosità operata andrà avanti. Al fine di evitare che i territori interessati dal processo ritengano, a seguito di faziosa informazione, i loro sforzi di partecipazione ed elaborazione non valorizzati e considerati a livello mondiale, si ritiene utile precisare:
La candidatura a Riserva di Biosfera Mab Unesco è stata presentata al Ministero dell’Ambiente, da questo istruita positivamente a firma del Direttore Grimaldi, nel settembre 2013. Nello stesso mese la documentazione è stata inviata al competente ufficio Unesco di Parigi per la relativa istruttoria tecnica (Iacbr).
Nella stessa data sono state presentate altre 5 nuove candidature fra cui la richiesta del Parco Nazionale della Sila che aveva nel 2012 presentato la candidatura sottoposta a richieste di chiarimento forniti nel settembre 2013 ed oggi istruita positivamente con raccomandazioni.
La Commissione Iacbr riunitasi il 17-20 marzo 2014 a Parigi ha trasmesso gli esiti delle valutazioni al Ministero Ambiente in data 27 aprile 2014. Il Ministero dell’Ambiente ha convocato per il 20 maggio 2014, riunione di coordinamento Nazionale delle aree Riserva di Biosfera – Mab, in cui fra le altre chiedeva l’invio di considerazioni/chiarimenti non troppo estese rispetto ai quesiti richiesti dallo IACBR. I primi chiarimenti, così come richiesto, sono stati inviati entro il 5 giugno 2014 al Ministero dell’ambiente ed allo IACBR di Parigi. Tali documenti fanno parte del documento che il Segretariato MaB Italiano ha inoltrato in occasione della 26° sessione ICC/MAB che si è svolta a JonKoping in Svezia il 10 – 13 giugno 2014. In tale occasione le considerazioni tecniche rappresentate dalla candidatura a Riserva di Biosfera – MAB del Delta del Po sono state illustrate dai rappresentanti del Ministero dell’Ambiente ed acquisite dall’IACBR per una più approfondita valutazione da effettuarsi nel mese di settembre 2014. Pertanto a seguito della decisione, dello Iacbr, di non provvedere a nessuna ulteriore valutazione tecnica dei chiarimenti inviati, risultano rinviate, a seguito delle richieste di chiarimenti, le seguenti candidature: Delta del Po, Alpi Ledrenesi e Judicaria; dalle Dolomiti al Garda. Viene respinta la candidatura del Corridoi Milano-Ticino. Viene approvata con raccomandazione la candidatura della Parco Nazionale del Sila , nel 2012 oggetto di chiarimenti. Entrando nel merito delle considerazioni espresse dal IACBR sulla candidatura del Delta del Po si riportano testualmente: “Il Comitato Consultivo ha apprezzato la proposta di candidatura situata in Italia settentrionale e di estensione pari a 139.000 ha (16 municipalità con 120.000 abitanti). Si riconosce l’unicità della candidatura in quanto unico delta Italiano nato dalla confluenza dei principali rami del fiume Po e caratterizzato da sistemi dunali costieri, formazione sabbiose, lagune, stagni, paludi, dune fossili, canali e pinete costiere, ampie zone salmastre e terre coltivate prevalentemente a riso. Elementi della candidatura particolarmente apprezzati:
Unicità della candidatura (unico delta in Italia);
Identità unica rilevante patrimonio di biodiversità dovuto alla varietà di habitat presenti;
Località turistica di interesse- attività di grande beneficio per le comunità locali (principale attività economica per le popolazioni residenti nell’area);
Rilevanza delle attività agricole e di pesca praticate nell’area;
Attività di coinvolgimento degli stakeholder locali nel processo di consultazione.
Ciononostante, lo IACBR raccomanda il RINVIO del sito candidato per i seguenti motivi:
1. poca chiarezza sullo status e gestione dell’area core;
2. poca chiarezza con riguardo al processo decisionale all’interno dell’Organo istituzionale di Coordinamento (apprezzato il supporto delle tavole rotonde tematiche);
3. struttura di governance piuttosto complessa e non gestibile;
4. mancanza definizione della visione comune della Riserva;
5. Il valore aggiunto della Riserva non risulta: il piano di azione citato prevede azioni che riferiscono a piani di gestione già esistenti e vincolati (Natura 2000, Piano Ambientale del Parco Regionale del Delta del Po, Piano di area del delta del Po Regione Veneto);
6. Riguardo al settore ricerca, mancano gli studi relativi alle scienze sociali nell’intera area candidata ciò rileva soprattutto in considerazione del fatto che l’area candidata si compone di sistemi agricoli;
7. mancano informazioni sui temi e sfide relativi alla gestione delle acque;
8. mancanza di discussione sulla qualità delle acque in considerazione della presenza quasi totale di coltivazioni irrigue e zone umide (informazione agli agricoltori su come evitare il peggioramento della qualità delle acque e la salvaguardare al qualità del prodotto.”
Come detto alle considerazioni sopra riportate è stato risposto puntualmente il 5 giugno 2014. A seguito della comunicazione , da parte del Ministero dell’Ambiente, dell’esito delle valutazioni del 13 giugno 2014 si provvederà a implementare, se occorre, le delucidazioni tecniche in modo da soddisfare ulteriori chiarimenti che nel corso della normale istruttoria tecnica potranno essere richiesti.
Risulta evidente come le richieste dello Iacbr sono riferite alla documentazione inoltrata che, oltre al formulario, ha come allegati: la zonizzazione, la governance ed il Piano di Azione. In particolare la zonizzazione della Riserva di Biosfera è strutturata in aree core, buffer, transition, senza distinzione di confini amministrativi regionali evidenziando la vera interregionalità del territorio del grande delta. Stessa considerazione vale per la governance della Riserva di Biosfera che è una proposta, dichiarata in evoluzione e modificabile a seguito dei tavoli tematici, che si riferisce all’area candidata unica: il Grande Delta. Risulta evidente come una commissione internazionale, Iacbr, a livello mondiale non abbia la visione localistica della gestione dell’area ma si preoccupi degli obiettivi dell’intero territorio individuato nonché come alcune criticità ambientali vengono affrontate. La Riserva di Biosfera – Mab Unesco non è uno strumento che impone vincoli, delimitazioni amministrative equilibri di presidenze o di pesi politici ma uno strumento di condivisione territoriale al fine della tutela e valorizzazione della biodiversità a partire dai portatori di interesse. A questo proposito particolarmente apprezzato, dallo IACBR, è stato il coinvolgimento dei portatori di interesse è questo che il coordinamento ritiene l’importante valore della candidatura. La candidatura presentata ha la visione di un territorio unico con una governance unica condivisa che, a seguito dell’approvazione a Riserva di Biosfera, potrà sicuramente essere semplificata ma che ad oggi ha prodotto i suoi frutti. Si è condiviso il progetto approvato per Expo 2015 che comprende i due parchi. Si è attivato il processo che ha portato alla stesura di un protocollo di intesa fra le due regioni per la promozione turistica del Grande Delta, si è proseguito nella presentazione di progetti europei che incidono su entrambi i territori dei parchi, si sono attuati e si stanno attuando progetti nell’ambito della programmazione Psr. Forse l’interregionalità paventata risulta un paravento per l’inattività e la mancanza di visione internazionale rimandando a questioni di politica locale.

Geremia Giuseppe Gennari
*Presidente Ente Regionale Veneto Parco del Delta del Po
promotore Riserva di Biosfera delta del Po Veneto Emilia Romagna.

Viaggio in pianura fra le terre risorte

Solco una strada in mezzo alla pianura, mi capita spesso negli ultimi anni. Lascio la trappola della A22 del Brennero al casello di Reggiolo, sono nella provincia di Reggio Emilia e mi dirigo ad est. Al mattino scorgo una pianura emiliana suggestiva che mi fa pensare a Luigi Ghirri e al suo tema “dell’accesso al mondo esterno, del guardare attraverso”. Il paesaggio, attraverso le sue soglie, i cancelli, le porte che aprono alle distese di terra, dà ordine allo sguardo, suggerisce una visione del mondo, e finisce per rubare tutta la mia attenzione. Mi ridesto con dentro ancora la voglia di abbandonare l’auto e infilare un campo aperto senza meta, fino a diventare un punto lontano tra le cose.

Poco oltre, sulla soglia di quasi ogni casa di campagna noto dei bambini indiani con le loro mamme, aspettano che la corriera li porti a scuola. Avevo letto del reclutamento massiccio di indiani da parte dei produttori del formaggio per la cura delle mucche da latte, ma oggi vedo i volti e gli abiti di un altro mondo. Se fosse un racconto, piuttosto che la vita, direi che l’autore ha scelto lo straniamento, invece sono miracoli della terra del parmigiano reggiano.

Proseguo e lambisco il comune di Moglia, mi accorgo di essere finito nell’oltrepò mantovano, quindi nell’estremo lembo meridionale della Lombardia che sposa l’Emilia davanti ai miei occhi, senza tesitmoni. La strada diventa tortuosa e segue gli argini del fiume Secchia, che prima d’ora avevo sentito solo per quella bizzarra opera del Tassoni intitolata La Secchia rapita. A Moglia scopro che esiste un museo a cielo aperto costituito da almeno quattordici chilometri di percorsi ciclo-pedonali sugli argini dei numerosi canali di bonifica e della Secchia. Mi ripropongo di tornarci e sostare alla trattoria che prende il nome dal fiume, a cui, separata dall’argine, quasi si appoggia.

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Uno dei chilometrici argini delle terre piane, a Concordia (foto di Sandro Abruzzese)

Una pausa. Pochi chilometri e sono di nuovo in Emilia, stavolta a Concordia sulla Secchia, uno degli ultimi paesi del modenese. Attraverso il fiume e nonostante i 35 gradi all’ombra scendo dall’auto e inizio a vagare attirato dagli ingenti danni causati dai terremoti del 2012. Mi chiedo dove sia nato il chitarrista Maurizio Solieri, cresciuto in queste strade, ma il caldo ottunde qualsiasi curiosità.

A parte due gelaterie, la città è vuota, ormai sono le sei del pomeriggio, e il centro storico ha l’aria di un reduce aggrappato alla sua stampella. Ogni palazzo puntellato porta le iniziali dei vigili del fuoco che l’hanno messo in sicurezza, ci sono le sigle di molta Italia addossate alle ferite.
Entro in un cantiere spostando le transenne e per gli operai dell’est europeo che lavorano alla ricostruzione non esisto, la mia sicurezza non è un loro problema, osservano senza vedere, uno di loro emette un peto che sa di liberazione, io scivolo verso l’argine uscendo dalla zona proibita.
Passeggiando in mezzo alla città è chiaro cosa significhi il sisma per le imprese edilizie del Paese, annoto la provenienza delle ditte: Mantova, Carpi, Padova, Modena, Bologna, ecc., intanto ricordo la risata dell’imprenditore Piscicelli alla notizia che L’Aquila era crollata addosso ai suoi ottantamila cittadini.

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In centro storico a Concordia (foto di Sandro Abruzzese)

Chiedo a una signora dove siano finiti i negozi, dove sia la gente, e lei mi indirizza in una zona nuova costruita più lontano dal fiume. Ritrovo i ragazzi che giocano a calcio e quelli che seguono l’oratorio, il comune e la chiesa nuovi di zecca, e un quartiere di containers di un grigiore degno del terremoto dell’Irpinia. A pochi metri spuntano anche le attività commerciali, raggruppate in uno spiazzo asfaltato, fatto di casette in legno stile mercatini di natale.

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La chiesa donata dalla provincia autonoma di Trento (foto di Sandro Abruzzese)

Questo itinerario mi sta insegnando ad amare la pianura. Corre sul limite attraverso due regioni, oltrepassa cinque province e ben quattro fiumi. E alterna rettilinei e curve a ridosso degli argini che seguono l’acqua, facendomi sentire una specie di funambolo che usa il confine come una corda, sempre sull’orlo, pronto a cambiare direzione alla prima oscillazione.
Mentre lascio alle spalle Concordia sulla Secchia, immagino che in passato la paura della natura in queste lande fosse caduta sempre dal cielo. Dal nero gravido arrivava l’acqua che ingrossava le vene della terra, e i fiumi esondavano dando forma ai peggiori incubi della gente. Le alluvioni.
Invece il 20 e 29 maggio la paura è sorta all’improvviso dalla terra, in due giornate assolate che avevano il coraggio di anticipare l’estate, si è capovolto un mondo.

Non resta che proseguire verso il centese, dalle terre piane a quelle d’acqua…

1 / CONTINUA

Racconti viandanti è il blog di Sandro Abbruzzese

La moda, che barba

Ultimamente mi capita sempre più spesso di uscire di casa e imbattermi in persone che stento a riconoscere. Temevo si trattasse di mia distrazione, o peggio di sintomi di incipiente senilità. Ed ero un po’ abbacchiato per questo. Invece mi sono reso conto che il problema è un altro. Hanno tutti la barba! Anche quelli che si radevano due volte al giorno. E’ per questo che fatico a mettere a fuoco volti noti, così, travisati da inedita peluria come sono, appaiono sconosciuti…
La maturata consapevolezza mi ha procurato sollievo: non sono improvvisamente rincitrullito, non più del solito almeno. D’altro canto la scoperta mi ha pure creato un po’ d’orticaria: possibile che alle mode non si riesca proprio a resistere? Persone di spirito apparentemente indipendente, che mai nella loro vita si sono sognate di rendere ispide le gote, ora che soffia il vento in quella direzione, si mostrano subito pronte a piegarsi all’ultimo “must”.
Qualcuno, a dire il vero, ci ha pure guadagnato in charme, e non è solo il caso del nostro Dario Franceschini, gratificato da Luciana Litizzetto dagli schermi di “Che tempo che fa” dell’appellativo di figoide per quell’innovazione che ha dissipato la precedente aria da chierico. Ma così non è per tutti. Altri stanno veramente male. Però, come ci ricorda Gaber, “quando è moda è moda”…
Ed è proprio questo a indispormi, al punto da rendermi invisa la mia stessa barba trentennale. Fastidi personali a parte, quel che emerge è la conferma di un bisogno diffuso di stare nel rassicurante gregge: la barba quando è richiesta; il capello lungo o corto, ispido o curato secondo tendenza; la maglietta con il logo più in voga del momento… E’ sempre più desolatamente evidente l’equazione: appaio dunque sono. O così mi illudo d’essere: travestito per (soprav)vivere.

C’è da togliere un punto ma all’ospedale di Cona manca la pinzetta

Avendo appena concluso il Trittico di Cona e avendo promesso che non avrei ulteriormente insistito sui problemi, temi, situazioni del maggior nosocomio ferrarese, il tempo, il caso, il destino mi riportano in quel luogo poco amato per un’ulteriore vicenda alla fine della quale era necessario trovare giustificazione e titolo. Mi soccorre dunque alla memoria une famosa tetralogia scritta dal grande Lawrence Durrell ( 1912-1990) che, riporto da Wikipedia, consta di “una serie di romanzi detta «Il Quartetto di Alessandria», composta da quattro romanzi (Justine, 1957; Balthazar, 1958; Mountolive, 1958; Clea, 1960) ambientati in Egitto, dove ha raccontato la stessa storia d’amore, di politica e di perversione, da quattro punti di vista diversi, per dimostrare che non solo la verità è relativa, ma la stessa personalità umana è inafferrabile ed esiste solo in funzione dell’osservatore.” Detto fatto m’immagino La tetralogia di Cona come parodia dei romanzi di Durrell, ma in fondo cercando di mettere in luce quei diversi punti di vista, fondati nella consapevolezza di vivere “sullo sfondo di una società in disfacimento”, come recita l’analisi di questi romanzi.

Lietamente contento che i temuti e catastrofici temporali promettano di risparmiare la festa matrimoniale dell’ultima nipote nubile (Ah che goduria tecnologica lo svolazzo del dito su meteo.it!) mi sveglio con un tremendo fastidio all’occhio destro che non passa nonostante la folta schiera di collirii sempre a disposizione dopo l’infelice doppia operazione della cataratta, A questo punto scatta il panico: come posso partecipare all’evento –meditavo- con quel “dolor”? Avrei potuto, vagheggino d’antan, propormi con un paio di scarpe bicolori bianche e blu degne di un museo che ho ereditato dallo zio generale, medaglia d’oro e che superando ormai gli 80 anni di confezione ( la gloriosa Zenith!) avrebbero testimoniato dei capolavori artigianali della nostra città? Mi sembrava improbabile.

Nel frattempo il “dolor” aumentava e rassegnandomi all’agonia dell’attesa, sbarco al Pronto Soccorso, accompagnato da un nipote che, tra comprensione per il male di “crazy uncle” ( così è il nome che mi ha affibbiato decenni fa) e curiosità dei miei commenti, sacrifica al riposo dei giusti la testimonianza dell’evento. E per un attimo il cuore s’apre alla speranza. Superata la soglia dantesca del Pronto soccorso metaforicamente consegnato all’abusata formula del “Lasciate ogni speranza ( di far presto) voi ch’entrate” sono ricevuto con un grazioso sorriso da una abbronzatissima e bellissima addetta al Triage che con nonchalance mi chiede la carta sanitaria e mi domanda i sintomi del male. Confuso e male in forma rispondo d’aver l’occhio destro bruciante e gonfio. Mi porge un foglio e leggo la sentenza che fa crollare ogni speranza: codice bianco! A chi -fortuna loro- non sapesse cosa significhi l’esser un pària del Pronto Soccorso, l’ho saprà solo se avrà in mano il codice bianco che presuppone “forse” malattie inesistenti o fissazioni del paziente il quale, in ogni caso, viene relegato agli ultimi posti dopo l’esaurirsi di ogni altro controllo del male codificato dagli altri colori: verde, giallo, rosso. Malinconicamente penso di tenermi e gonfiore e bruciore anche perché dopo un’ora la fatidica porta dell’ambulatorio non s’apre. Nel frattempo col nipote si passano in rassegna le cronache del nostro lungo viaggio assieme negli anni che stanno per trasformarsi in storia: la storia della nostra famiglia. Improvvidamente dalla Svizzera mi telefonano per prendere accordi sulla mia partecipazione al convegno ( c’è sempre un nesso tra allegoria e simbolo visibile a noi studiosi di Dante nel Nome), convegno che si titola Les Folies en Europe dotta e coinvolgente avventura tra le “follie” che nel tempo gli uomini disseminano nei giardini per avvicinare improbabili momenti della storia di ogni tempo e i poemi che ne sono causa: dal giardino d’Armida di Tasso alla Hypnerotomachia Poliphili, da Dante interpretato nel giardino di Bomarzo, all’Isle des peupliers dove riposa Rousseau. Ma, sciagura!, ben altra follia stava per riversarsi sull’occhio bruciante.

S’apre finalmente l’uscio proibito e esce LUI, l’artefice del mio destino oculare, che si scusa davanti a prefiche e brontolii cupi dei possessori di codici e rassicura che avrebbe “fatto” tutti: con pazienza. Aspetto un’altra ora poi esitante e umìle ( un aggettivo dantesco fa sempre fico!) espongo il mio caso al medico che mi guarda e sentenzia “ Ma è uscito un punto della cataratta! Glielo tolgo subito” Rinfrancato e baldanzoso, accolto da una gentile giovane dottoressa a cui non mi par vero di raccontare l’appuntamento matrimoniale del pomeriggio, porgo la fronte all’apparecchio che m’avrebbe tolto e spine e bruciori. S’appresta il medico alla bisogna quando vedo spandersi sul suo viso ( a 10 centimetri dal mio) imbarazzo e sconforto: “Purtroppo ho finito le pinzette adatte a togliere il punto furiuscito a causa dell’Intervento eseguito precedentemente. Avevo in dotazione QUATTRO PINZETTE STERILIZZATE, ma le ho tutte usate! Può tornare domani lunedì pomeriggio?”
Ricordando mentalmente il glorioso motto CHE FARE? tento di tenere comportamento dignitoso e di ricacciare dentro gli insulti all’organizzazione ospedaliera, a Cona, all’Asl o come diavolo si chiama. Rispondo chinando la testa e dicendo che non andrò a quell’appuntamento, sperando di trovare in altri ospedali la pinzetta introvabile e rassegnandomi a bruciar negli occhi al matrimonio della bella nipote. Ci guardiamo e…. il dottore ha uno scatto di eroismo. “Mi aspetti qui. Vado a prendere la mia pinzetta personale e speciale che tengo nel mio studio così lo togliamo” E chi non conosce Cona sa che tra Pronto soccorso e studi medici tra andata e ritorno si consumano pedibus calcantibus scarpe per circa due chilometri. Infine dopo un adeguato tempo, eccolo lo strumento d’intervento. In cinque minuti il punto è tolto; esco, mentre una folla di rassegnati di cui non conosco il codice attende fiduciosa che altre pinzette saltino fuori.

Grazie all’eroico medico, qualche ora dopo assisto commosso all’arrivo della nipote avvolte in nuvole bianche, sfoggiando le mie scarpe bicolori ( qualcuno afferma che assomiglio moltissimo a Johnny Stecchino- Benigni), le mie lenti scure da spia che viene dal freddo rivolgendo un grato pensiero al medico e alla sua pinzetta. A proposito il dottore si chiama Roberto Modestino.

A voi concludere la storia e a commentarla, sperando che La tetralogia di Cona non diventi un laico Pentateuco.

La via del sesamo

Questa settimana “La città della conoscenza” si occupa della ‘via del sesamo’, ricordate “Apriti sesamo”? È la Sesame Street, che insegna ai bambini come essere responsabili del mondo che abitano, a divenirne cittadini a pieno titolo, combattendo ingiustizie e disparità economiche. Tutto con un gioco che ha conquistato il mondo “Panwapa” e con una filosofia che non è quella dell’Ocse e della World Bank.

Pare che il sesamo abbia incredibili proprietà nutritive e vitali, che aprirebbero all’uomo le porte della forza e della vitalità. Gli antichi cospargevano di sesamo i sedili dei commensali, per scacciare i demoni che avrebbero potuto impossessarsi del loro cibo. “Apriti sesamo” è la formula magica delle fiabe della nostra infanzia, di Alì Baba e i suoi quaranta ladroni, per accedere alla caverna del loro altrettanto favoloso tesoro.
Oggi, non tutti lo sanno, esiste Sesame Street, lo potete facilmente trovare nel web. E potremmo dire che mantiene, almeno per i bambini, come lo siamo stati noi, la sua promessa di fascino e di magia. Ma questa via del sesamo, per dove promette di portare, ammalia anche noi adulti. Nel suo cartello indicatore dice di condurre là dove si diventa cittadini del mondo.
Sesame Street è un educatore mondiale che lavora in centoventi paesi, ha sempre utilizzato la televisione come medium per l’istruzione dell’infanzia nei paesi poveri e in guerra, in particolare con i bambini dell’Afghanistan.
Chi non sogna il regno della giustizia sociale? C’è qualcuno che ha voluto pensarci seriamente. L’ONU e la Fondazione Clinton, l’associazione non governativa dell’ex presidente degli Stati Uniti, con la sovvenzione della finanziaria Merrill Lynch, hanno dato alla Sesame Street l’incarico di farlo.
Così è nato Panwapa, un gioco per imparare online. Disponibile in arabo, inglese, cinese, spagnolo e giapponese.
Panwapa vuole essere il simbolo della mondialità. È il nome immaginario di un’isola galleggiante che si muove attraverso gli oceani della Terra. “Panwapa”, nella lingua Tshiluba della repubblica democratica del Congo, significa “qui su questa terra”. Poiché galleggia per il mondo, i suoi abitanti sono autentici cittadini del globo. La descrizione ufficiale del gioco enuncia: «L’isola di Panwapa è qui come in ogni luogo, e i suoi residenti appartengono semplicemente “alla Terra”. Essi sono cittadini del mondo».
L’intenzione degli ideatori del gioco è quella di formare e indurre i bambini a sentirsi cittadini responsabili del pianeta. Le proposte educative di Sesame Street sono diffuse, con adattamenti alle lingue e alle culture locali, in Bangladesh, Cina, Egitto, Germania, Israele, Giordania, Messico, Olanda, Palestina, Russia e Sud Africa. Una così vasta diffusione solleva immediatamente un interrogativo, se esista sulla Terra un significato di cittadinanza che tutti ci accomuni.
I propositi dei pedagogisti e degli psicologi che lavorano per la Sesame Street paiono non collimare con quelli della World Bank e dell’Ocse. Per questi ultimi l’educazione alla cittadinanza mondiale significa formare la forza lavoro per il mercato dell’economia della conoscenza, standardizzando i curricoli, gli strumenti di valutazione e controllando gli apprendimenti.
Non è così per l’Unesco, il Cyberschoolbus delle Nazioni Unite e il Sesame Street Workshop. Che puntano invece i loro sforzi nella direzione di una educazione per uno sviluppo sostenibile, la parità di genere, la tutela delle culture e delle lingue, la formazione di cittadinanze attive. La giustizia sociale, la lotta alla povertà, la pace, la difesa dei diritti umani, la lotta al razzismo e la promozione della cooperazione multiculturale.
La missione affidata a Cyberschoolbus e a Sesame Street è quella di produrre giochi in rete per imparare, fornire informazioni sulle culture e le lingue dei paesi del mondo, mettere a disposizione materiali per l’educazione alla pace, ai diritti umani, alla giustizia sociale, acquisire le competenze necessarie a vivere la multiculturalità della Terra, far acquisire ai bambini un’istruzione di base e modelli di comportamento positivi, oltre agli strumenti per continuare a studiare.
Navigando per il mondo, gli abitanti di Panwapa incontrano e apprendono a vivere con persone di diverse nazionalità, religioni, culture e lingue. Come questa umanità simbolica vive su questa isola senza confini nazionali, muovendosi da un oceano all’altro?
La risposta è fornita dai creatori di Panwapa, è contenuta soprattutto nel ruolo che il programma sta giocando nell’era della globalizzazione: «Media e tecnologie avvicinano le persone, l’economia mondiale è più che mai interdipendente. Tutte queste circostanze ci inducono a pensare in modo nuovo ai bisogni delle generazioni più giovani del mondo».
Così l’agenda di Panwapa prevede di formare abitanti della Terra che sappiano cavarsela con i loro simili di culture e di lingue differenti. La consapevolezza del mondo esterno, il riconoscimento del vasto spazio in cui viviamo. In altre parole, gli utenti vengono educati a pensare globalmente. Il primo obiettivo del gioco è proprio quello di collegarsi con altri bambini sia a livello locale che mondiale.
Ciò che rende le finalità educative di Panwapa veramente differenti da quelle perseguite dai teorici del capitale umano come capitale lavoro, è il focus sulle ineguaglianze economiche.
Nel contesto di questo obiettivo, il gioco rivendica di insegnare che tutti gli uomini vivono di bisogni e prepara i bambini ad imparare come aiutare il prossimo e a superare le disparità economiche.
Panwapa è la continuazione in internet del programma televisivo creato dalla Sesame Street per un pubblico prescolare, con l’intento di combattere la povertà, di promuovere una società mondiale pacifica e multiculturale, insegnando nel contempo i numeri, l’alfabeto e le parole. Ora il programma attraversa l’intero globo, portando il suo messaggio a tutti i bambini.
La scelta della televisione come mezzo è del consulente del programma, Gerard Lesser, professore di pedagogia e di psicologia dello sviluppo ad Harvard. La televisione, secondo Lesser, ha dei vantaggi che la scuola non ha. Perché a scuola l’alunno è sottoposto al controllo dell’insegnante e dei compagni, a mortificazioni pubbliche, alla paura di sbagliare. L’apprendimento televisivo non contiene nessuno di questi elementi. Di fronte alla televisione il bambino apprende senza il timore dell’errore e dell’insegnante. Non è punitiva e fornisce un rifugio sicuro allo stress emotivo.
Diversamente dalla cattiva maestra di Karl Popper, Lesser pensa che una grande quantità di apprendimenti possa essere diffusa attraverso questo strumento, aiutando ad avere una visone umana della vita.
Di fronte al successo di Sesame Street nel mondo, almeno le mete promesse meritano che anche noi proviamo ad incamminarci per la via del sesamo, se non altro per deliziarci del suo profumo.

Delta del Po, per i Verdi “la bocciatura Unesco è un’occasione persa”

da: ufficio stampa Verdi

“Una grande occasione persa per incrementare la conoscenza ed il rilievo internazionale del territorio protetto del Delta del Po emiliano-romagnolo e veneto.”

Con queste parole la consigliera regionale dei Verdi Gabriella Meo ha commentato la bocciatura da parte dell’Unesco della proposta avanzata dalle due Regioni adriatiche di inserire il Delta del Po nel network mondiale delle Riserve della Biosfera.

“Il Comitato Internazionale di Coordinamento dell’Unesco, che riunisce ogni anno i rappresentanti di 34 stati membri, ha evidentemente ritenuto poco credibile l’intenzione di gestire in maniera unitaria un’area naturale molto vasta in cui, secondo la Legge quadro sui Parchi (L. 394/91), le due Regioni avrebbero dovuto istituire un Parco interregionale già nel 1993 o, in mancanza di questa intesa, il Ministero dell’Ambiente avrebbe dovuto istituirvi un Parco Nazionale.”

“Invece – continua Meo – si è preferito realizzare due distinti Parchi regionali con norme di protezione differenti e con la pianificazione territoriale che, a distanza di 26 anni dalla creazione del Parco regionale in Emilia-Romagna, non è stata ancora completata. Anche un mio ordine del giorno, approvato nel 2011 e che impegnava la Giunta regionale ad aprire in tempi rapidi un tavolo di confronto con la Regione Veneto e con il Ministero dell’Ambiente per riavviare il percorso finalizzato all’istituzione del Parco interregionale del Delta del Po, è rimasto lettera morta.”

“E’ chiaro – continua l’esponente ecologista – che l’Unesco non ha valutato negativamente il Delta del Po, un’area di 139.000 ettari tra le più ricche di biodiversità a livello internazionale in cui è presente la più vasta estensione di zone umide protette d’Italia che ospitano decine di habitat e centinaia di specie floristiche e faunistiche, anche di interesse comunitario, ma le motivazioni alla base del progetto candidato dagli Enti locali.”

“Si tratta, infatti, di un’operazione di marketing turistico-territoriale avviata in pochi mesi in vista dell’Expo del prossimo anno, un’operazione di corto respiro che non ha tanto a cuore la conservazione della biodiversità e l’uso sostenibile delle risorse, quanto l’utilizzo di una ventina di milioni di euro di fondi pubblici.”

Il golfino di madame Renzi

Pronto Ada, come stai? Hai visto Renzi che bravo, è andato in missione in Vietnam, non è andato a fare la guerra, è andato a fare quelle cose strane che servono per aumentare il Pil nazionale! Ma cosa vuoi che ti dica, di questi giovani che nascono ceto medio non c’è da fidarsi. Come, va a vendere le maglier di Gucci, i cappotti di Fendi, i coordinati di Missoni, insomma va a vendere il lusso del made in Italy e si porta dietro una moglie che sembra l’infermiera del mio dentista. Carina, certo, carina, giovane, ma, benedetta ragazza, con un vestituccio giro collo un po’ a godé sopra il quale non l’ombra di un giacchino di taglio sicuro, ma un golfino stazzonato a righe forse regalo dell’ultimo Natale. Accanto a lei, nella sfilata ufficiale, la first lady vietnamita, piccolotta e obesa, era stata infilata con garbo dentro una redingote color cipria stile regina Elisabetta molto bene. Oddìo, quel golfino che pendeva da tutte le parti: io non lo indosserei neanche per guardare il Tg3. A proposito, ti piace la Bianca ? Si, la Berlinguer, lei si che sa presentarsi e, anche se non si capisce quello che dice, pazienza! Però ha un bel décolleté. Sempre giusta e di buon taglio. E’ bella florida la Bianca, che sia anche culona? Ma tanto in tivù non si vede. Ti confesso che spesso, quando guardo i nostro eroi di famiglia passare sul video, mi sorprendo a pensare al loro culo. Il sedere è una cosa buona, una cosa innocente! Chissà che bel culone rubicondo ha papa Bergoglio, che catastrofe il culo punteggiato di nei di Bruno Vespa!Come sarà il culo dei nani?, mi chiedo guardando Brunetta… Non importa: bianco, di latte, di panna il culo Berlinguer li stende tutti.

Guerra e Pace ai tempi di Paperzukoff

Da MOSCA – Ebbene sì, in questi giorni, dopo aver festeggiato il compleanno di Paperino, e visto che ci troviamo sempre in terra di Russia, ci pareva carino un ulteriore omaggio a questo amico pennuto che attraversa liberamente i disegni della storia e, perché no, anche della letteratura.

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Alcune strisce del fumetto

Abbiamo infatti scoperto, con piacevole sorpresa, che anche Paperino è legato alla Russia e ad alcuni dei suoi capolavori letterari. Un modo come un altro di spiegare e insegnare ai nostri ragazzi alcuni classici di non semplice e immediata lettura, con la simpatia e la leggerezza che solo un bel fumetto può avere. Eccoci, allora, tornando un attimo indietro al 1986, e precisamente al numero 1604 di Topolino, che ci si imbatte in Lev Tolstoj, in una bella parodia del celeberrimo capolavoro russo Guerra e Pace, disegnata da Giovan Battista Carpi, considerata fra le sue migliori opere, per la cura e la raffinatezza dei disegni. Diciamo subito che Carpi è considerato uno dei maggiori fumettisti italiani, nato e morto a Genova, rispettivamente nel 1927 e nel 1999. Perfezionista, preciso, amante dei dettagli, approda alla Mondadori nel 1953 e subito si contraddistingue per lo stile personale e particolare, quello stile dinamico e forte che, soprattutto nelle storie dei paperi, riuscirà a mantenere fino alla fine della sua carriera. Anche se ottiene i migliori risultati stilistici con Paperino & co., resterà sempre profondamente legato anche al mondo di Topolino. Carpi sarà anche il padre di uno dei personaggi di maggior successo tra quelli creati dalla scuola italiana di Disney: Paperinik, il diabolico vendicatore, storia che fa esordire l’alter ego di Paperino sui numeri 706 e 707 di Topolino. Ma il nostro abile disegnatore è soprattutto uno dei principali interpreti della saga delle Grandi parodie Disney, ovvero quelle storie che reinterpretano, utilizzando i personaggi Disney, i capolavori della letteratura, del cinema e dell’opera lirica, o semplicemente storie in costume. Nascono, così, Paperino fornaretto di Venezia del 1964, Paperino e il vento del Sud del 1982, Guerra e Pace del 1986, Il mistero dei candelabri del 1989, Paperina Butterfly del 1994. Crediamo, con un po’ di sano orgoglio nazionale, che solo un disegnatore italiano, per la sua innata predisposizione alla bellezza, nonché alla convivenza quotidiana con essa, potesse conciliare disegno, fantasia, storia e cultura. Eccoci, dunque, al nostro Guerra e Pace. Data l’ampiezza e la complessità dell’originale, ovviamente la storia di Carpi richiama solo in alcuni punti la trama del romanzo di Tolstoj. Il protagonista è Paperino Paperzukoff, giovane squattrinato e scapestrato nipote del “papero più ricco di tutte le Russie”, il principe Paperon De Paperzukoff. La vicenda si apre con il ritorno forzato a Mosca di Paperino, che lo zio non intende più mantenere a Pietroburgo. Il fedele segretario Platon porta quindi Paperino al cospetto dello zio, che lo obbliga al fidanzamento con la ricca, ma insopportabile, Helène Kuraghin. Il legame va presto a monte per il carattere lunatico e pestifero della ragazza e Paperon manda il nipote a lavorare in fonderia come operaio. Ecco allora che la scena si sposta nelle fredda e rigida Siberia: qui i Bassotti della Steppa evadono dal Penitenziario Statale Villa Fiorita, e si dirigono verso il loro vecchio e acerrimo nemico Paperzukoff. Quest’ultimo, avvertito, prepara le difese della sua villa, sistemando davanti al portone un gigantesco cannone di un “tris-tris-trisavolo”. Casualmente, una spia francese vede la “superarma” e avverte direttamente Napoleone, che richiede un incontro con lo zar Alessandro I. Venti di guerra iniziano, intanto, a spirare sull’Europa. Paperon pensa, quindi, a come proteggere il suo oro da Napoleone, nell’eventualità di un’invasione, oltre che dai Bassotti. Paperino suggerisce di fonderlo e bagnarlo nel piombo dandogli l’aspetto di palle di cannone; l’idea viene realizzata e i Bassotti tratti in inganno e, per ricompensa, Paperino viene nominato direttore delle fonderie Paperzukoff. Intanto, però, la Francia ha cominciato l’invasione dell’impero zarista; a Mosca l’esercito si mobilita e Paperino deve portare al sicuro le finte palle di cannone. Ma, per un contrattempo, i proiettili vengono consegnati all’esercito diretto al fronte: Paperino, per evitare di essere “spiumato”, parte per tentarne il recupero, in sella al fedele cavallo Rasputin. Nel viaggio verso Borodino, Paperino si imbatte nella fattoria di Maria Papera Dimitrievna (Nonna Papera) e della nipote Natascia Rostof (Paperina). Il classico colpo di fulmine tra i due giovani è quasi immediato, e Paperino per qualche tempo si dimentica della missione: a richiamarlo alla realtà sono i colpi di cannone dal fronte. Raggiunto il campo di battaglia, Paperino recupera i preziosi proiettili in volo con un retino in maglia d’acciaio; riesce ad accumularne venti e a spedirli a Natascia, ma il resto è preda dei francesi vittoriosi. Dopo la sconfitta di Borodino, i moscoviti fuggono lasciando la città in fiamme. Qui Paperino viene catturato durante la notte dai francesi e incontra Platon. I due vengono liberati dai Bassotti, che hanno seguito le peripezie di Paperino e vogliono farsi condurre ai proiettili. Il mattino dopo, Paperino e Platon, nei pressi del campo delle truppe napoleoniche, trovano Natascia travestita da vivandiera francese. Con il suo aiuto, riescono a recuperare la partita di palle di cannone; durante il viaggio verso la lussuosa dacia di Paperon, riescono anche ad avere la meglio sui Bassotti e a catturarli. Questi ultimi vengono poi sparati con il supercannone verso la loro vecchia prigione. Dopo poche settimane, Mosca viene liberata e i paperi possono tornare a casa. Pare che tutto sia finito bene, ma le sorti della guerra sono ancora in bilico. Prima che il principe Paperzukoff possa fondere di nuovo il suo oro, un inviato del Maresciallo Kutuzov si presenta trafelato e gli fa sapere che l’esercito russo è a corto di munizioni: i proiettili del principe potrebbero quindi essere decisivi per salvare la patria. Pur disperato e piangente, Paperon accetta. Anche grazie al suo apporto, i russi riescono a sconfiggere i francesi definitivamente nella battaglia della Beresina. In Russia torna la pace: Paperino si congeda annunciando “il bacio più lungo nella storia dei fumetti” (che ricorda quello di Cary Grant e Ingrid Bergman in Notorius) ma cade svenuto. Paperon, dopo aver ricevuto un’onorificenza dallo Zar, decide di trasferirsi in America per ricostruire la sua fortuna. Tutto bene quel che finisce bene. La storia è avvincente e i personaggi riconoscibili a chi abbia letto il capolavoro di Tolstoj. Per chi lo conosce meno, invece, ecco qualche spunto. Paperino Paperzukoff è il corrispettivo del personaggio principale di Guerra e Pace, Pierre Bezuchov. I tratti in comune con il personaggio originale sono la vita sregolata da aristocratico (a differenza di Paperino, questo si dirigerà però verso la religione), la breve storia con Helène Kuraghin e l’amore per Natascia. Paperina interpreta il personaggio di Natascia Rostof, personaggio femminile importantissimo del romanzo. Nella parte finale dell’opera essa si innamora di Pierre e accetta di sposarlo. Paperon De Paperzukoff corrisponde al Conte Bezuchov, il ricco padre (adottivo) di Pierre. Platon, invece, si ispira a Platon Karataev, l’uomo da cui Pierre assimila un fondamentale messaggio di fede. Maria Dimitrievna è la zia di Natascia. Nella storia vi è anche una breve apparizione di Gastone Bolkonski (Gastone), rivale di Paperino, in partenza verso il fronte. Il personaggio originale è Andrej Bolkonski, ufficiale russo innamorato di Natascia e morto per una grave ferita. I luoghi sono quello della grande Russia. Non si può certo dire che la parodia non sia divertente e avvincente, oltre che istruttiva. Il numero di Topolino del 1986 che ospita questa storia, si può trovare su ebay o anche in una bella, antica libreria di fumetti, scartabellando fra scaffali e giornali, sicuri che troverete qualche altra sorpresa. Basta saperla aspettare.

Il Mercato della terra mette radici a Ferrara

Salumi rosa accompagnati dallo spumante Rosa di Emy (che sta per Emilia), albicocche piene di sapore, ciliegie sugose, cubetti di melone appena colto, fragranti crostini di coppie di pane preparato con farina integrale macinata a pietra sul Mulino del Po. E’ un primo assaggio di sapori, prodotti e bollicine locali e selezionati, che anticipa i contenuti del Mercato della terra, in arrivo a Ferrara da metà ottobre. Ogni sabato mattina nello spiazzo del Baluardo delle mura, dietro viale Alfonso d’Este 13, arriveranno una ventina di produttori con il meglio di quello che può essere raccolto, impastato, munto, insaccato, fermentato e preparato nella provincia di Ferrara o su un territorio che si trova entro un raggio di quaranta chilometri.

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Alberto Fabbri

Cibi tipici, e a volte anche un po’ marginali e dimenticati, troveranno uno spazio su questo spiazzo nascosto in fondo al vialetto alberato che parte dai Bagni ducali, in viale Alfonso d’Este lungo le Mura del Montagnone. Ecco allora che si potranno trovare anche il tartufo e il caviale del Po che – racconta Alberto Fabbri di Slow food – è stato recentemente recuperato da ricette antiche e si ricava dallo storione di fiume, che si punta a reintrodurre con allevamenti dedicati. Tra i banchi del mercato potranno esserci anche alcuni prodotti diversi da quelli “a chilometro zero”, nel caso in cui si tratti di “presidi Slow food”, ovvero di specialità prodotte da piccole realtà tradizionali che rischiano di scomparire e che invece valorizzano territori, recuperano antichi mestieri, salvano dall’estinzione razze autoctone e varietà di ortaggi e frutta. E’ il caso del Raviggiolo, un formaggio a pasta fresca delle colline di Forlì, ma potrebbero esserci anche la Pera cocomerina coltivata sull’Appennino di Cesena, il Carciofo violetto della laguna di Venezia o il Tiròt (focaccia morbida con la cipolla) tipica di Felonica di Mantova.

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Silvia Pulvirenti di Slow Food Ferrara

A raccontarlo sono stati sabato gli organizzatori della condotta di Ferrara di Slow food, con il presidente onorario Slow food Emilia-Romagna Alberto Fabbri e la fiduciaria ferrarese Valeria Finessi; e i rappresentanti del Comune di Ferrara che hanno sostenuto un progetto che – come spiega l’assessore alla cultura Massimo Maisto – vede in pista insieme il settore della Cultura e turismo con la funzionaria Maria Teresa Pinna e quello del Commercio, con la dirigente Evelina Benvenuti, l’assessore uscente Deanna Marescotti e il nuovo assessore Roberto Serra.
Il Baluardo delle mura è l’area dove hanno già sede associazioni culturali come quella giovanile di Sonika, del Teatro off e anche della Banda filarmonica comunale Musi, che ha dato fiato ai suoi strumenti in occasione della presentazione dell’iniziativa.
Il Mercato della terra vuole, infatti, essere un luogo conviviale, fatto di musica, cultura, cibo, che serve ad avvicinare i produttori agricoli – cioè i contadini, ma anche i vinificatori, fornai, casari – ai co-produttori, cioè ai cittadini consumatori. Con la città che lì ogni sabato mattina si avvicinerà alla terra e ai frutti della sua campagna.

Nudge regulation per migliorare le nostre scelte

Un libro di Thaler e Sunstein, tradotto in italiano nel 2009, Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità (Feltrinelli), ha contribuito a diffondere la consapevolezza che l’informazione non basta a farci compiere scelte migliori, per noi quanto per la collettività. Abbiamo stili alimentari sbagliati, sprechiamo energia elettrica, usiamo la macchina quando potremmo andare a piedi e così via. Ciò accade perché la nostra razionalità è assai limitata e perché, di fronte ad una scelta, le nostre emozioni hanno quasi sempre la meglio. Sulla base di questa considerazione, che ha alle spalle una lunga serie di studi sperimentali, ha preso il via una linea di “regolazione” che si basa sulla così detta architettura della scelta. Non siamo perfettamente razionali e siamo condizionati da troppe informazioni contrastanti, dalla complessità della vita quotidiana, dall’inerzia e dai limiti della nostra volontà. Ma ora sappiamo che il modo in cui le scelte sono presentate influenza le nostre risposte.
I responsabili delle politiche pubbliche che si trovano di fronte a riduzioni delle risorse da impiegare e a crescenti spese, dovrebbe prestare attenzione all’architettura della scelta. Scelte individuali virtuose farebbero risparmiare denaro pubblico. Ma le vie individuate si sono rivelate inefficaci, ad esempio l’aumento dei prezzi e le etichette dissuasive non hanno ridotto il fumo. In sostanza, non sembra possibile arginare i comportamenti scorretti facendo ricorso a scelte razionali. Le persone sono soggette a una serie di errori, di distorsioni cognitive ed emozioni che non consentono di compiere sempre la scelta migliore per il proprio benessere.
Poiché obblighi e divieti non sembrano funzionare, i teorici del nudging propongono di introdurre dispositivi che sollecitino buoni comportamenti. Del resto alcune applicazioni sono già diffuse: negli alberghi la chiave magnetica della porta disattiva automaticamente la luce; il fastidioso bip che si attiva nell’auto se le cinture di sicurezza non sono allacciate è assai più efficace del pensiero di una eventuale multa.
Le esperienze realizzate nel mondo sono numerose. Ne cito solo alcune. In Svezia la campagna “The Fun Theory”, è stata proposta con l’obiettivo di sviluppare buone pratiche di sostenibilità urbana; in Danimarca è stata creata un’organizzazione no profit, denominata iNudgeYou, con il fine di testare i potenziali benefici sociali del nudge. Ad esempio, a Stoccolma una scala della metropolitana è stata trasformata in un’enorme tastiera, in modo che, calpestando i gradini, si produca una gradevole armonia: da quel momento, un gran numero di persone ha preferito le scale tradizionali alle scale mobili. Un cestino sonoro ha spinto le persone a tenere più pulita la città, un raccoglitore di vetro, assegnando dei punti come accade nei videogame, ha incoraggiato la raccolta differenziata.
In California, per convincere i cittadini a risparmiare energia elettrica, trecento famiglie sono state informate della quantità di energia utilizzata in un determinato periodo e anche del consumo medio delle famiglie del quartiere. Coloro che avevano maggiori consumi hanno spontaneamente corretto il proprio comportamento, con una conseguente riduzione dei consumi energetici. Il governo inglese e quello americano hanno formato Nudge Unit e anche la Commissione Europea ha iniziato a studiare applicazioni ad integrazione dell’approccio regolatorio tradizionale. Intanto si moltiplicano le esperienze locali.

Maura Franchi (sociologa, Università di Parma) è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano: i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

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I problemi reali del Castello Estense e le pericolose drammatizzazioni

da: Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria

La segnalazione di alcuni cittadini e visitatori ha enfatizzato alcuni episodi di carente manutenzione del Castello Estense ed ha, giustamente, suscitato preoccupazione per lo stato di un monumento che è, come tutti hanno ricordato, ‘simbolo’ della città.
Un tema che è stato raccolto e che ha portato alla promozione di iniziative e a parole d’ordine diffuse dalla stampa cittadina. ‘Tutti insieme salviamo il Castello’. La Camera di Commercio fa appello alla generosità dei ferraresi e chiede a tutti di ‘adottare un mattone’, un conto corrente è stato messo a disposizione per raccogliere le offerte.
Siamo tutti lieti di una attenzione per il patrimonio della città, troppo spesso assente in passato. Tale drammatizzazione tuttavia suscita qualche preoccupazione che, come Deputazione di Soria Patria, riteniamo di dovere esprimere.
In primo luogo il Castello, nonostante gli acciacchi, non corre alcun rischio. Si tratta di continuare a curarne la manutenzione, come si è sempre fatto, magari con più attenzione. E’ un compito che spetta all’ente proprietario e non va scaricato sul volontariato. E’ un impegno permanente e istituzionale: è sbagliato volere sostituirsi a un preciso obbligo pubblico, crea confusione e non risolve criticità che esistono e sono molte.
Già durante la recente campagna elettorale le Associazioni cittadine hanno segnalato che “il problema della gestione del Castello Estense, dei contenuti, modi e forme della sua fruizione è tema che non può essere eluso.”
L’argomento che, a nostro parere, deve essere posto al centro del dibattito è quale sarà il ruolo e il significato di una presenza così forte e significativa; quale sarà l’ente gestore; quali saranno i criteri e i modi della attività; ci sarà una attività?
Durante la campagna elettorale molti candidati hanno espresso opinioni che ci sono parse, per la più gran parte, poco meditate e ancor meno argomentate: da sede di un ‘casinò’ a ‘museo del palio’.
Preoccupa anche che, nelle more, invece di predisporre progetti e proposte si consenta ad esposizioni di raccolte private, da chiunque avanzate, con implicazioni che vorremmo assenti dalla futura gestione.
Non abbiamo soluzioni; il nostro compito è presentare un ventaglio di argomenti sul quale aprire un confronto che veda partecipi non solo le istituzioni e le associazioni ma anche i cittadini; che preveda una valorizzazione turistica che confermi ed amplii l’interesse che ne fa il monumento più visitato a Ferrara (2012: 78.449 visitatori).
Il Castello è il museo di se stesso, ma non può limitarsi a questo. Nella situazione post terremoto, con parte dei musei chiusi e inagibili una scelta, contingente, potrebbe essere quella, nella zona ‘camerini’, di esporre a rotazione opere non più esposte al pubblico.
Continua memoria dell’evento e sollecitazione peer la riapertura.
Nel futuro si potrebbe pensare di destinarne una parte alla organizzazione di mostre, abbandonando gli insufficienti e inadeguati spazi di Palazzo dei Diamanti che potrebbero ritornare ad essere sede delle collezioni civiche.
Il Castello potrebbe/dovrebbe essere il punto di riferimento per chi viene a visitare Ferrara: un grande indicatore di quello che esiste in città, delle sue caratteristiche, delle tradizioni. Attraverso le moderne tecnologie un centro di comunicazione organizzato per rispondere alle variate domande dei turisti.
Le forze politiche non si sono espresse per quanto riguarda l’affidamento della gestione: è un problema che le riguarda e che non possono evitare. Potrebbero intanto dire quali sono i costi del Castello? quale e quanto il personale? quali le attrezzature? quali le prospettive?
Per quanto riguarda i fondi che si stanno raccogliendo utile sarebbe la realizzazione di una guida (non c’è) che, a costo accessibile e con testi plurilingua, diffonda l’immagine del nostro monumento. Sapendo la destinazione del monumento i fondi potrebbero essere utilizzati per adeguare le attrezzature.
Pensiamo all’uso del Castello piuttosto che alla costruzione di alibi autogratificanti.

Ravenna festival, Moni Ovadia esplora i fronti della Grande Guerra: “La memoria strumento per costruire il futuro”

“L’altra Europa con Tsipras è un progetto straordinario: parte dall’immensa opera fatta dai nostri compagni greci, che hanno dimostrato come un partito della sinistra, non del centro-sinistra, possa diventare maggioranza in un Paese europeo. Questo è il nodo centrale: finalmente all’orizzonte appare una sinistra nuova che è la sinistra, mi sono stufato dell’espressione ‘sinistra radicale’, con un potenziale elettorato del 15-20% già ora. Un giorno potrà forse anche diventare maggioranza relativa conquistando il consenso di chi, pur non riconoscendosi nella sinistra, apprezza la qualità di un progetto molto concreto che al primo posto mette il lavoro, la dignità delle persone e un sistema economico-produttivo sostenibile; non i capitali e le speculazioni finanziarie di un pugno di banche. Noi siamo il buon senso rivoluzionario”. Moni Ovadia è fra gli ospiti di spicco del Ravenna Festival. In lui arte e passione politica si fondono in un impegno a tutto tondo. Dal suo più recente slancio civico inizia la nostra chiacchierata. La cornice è prestigiosa.

Sono infatti passati ormai 25 anni da quella sera di luglio del 1990, quando il Maestro Riccardo Muti ha alzato la sua bacchetta dando inizio alla prima edizione del Ravenna Festival, manifestazione culturale che da allora non ha mai smesso di crescere sia dal punto di vista della qualità artistica degli eventi, sia per quanto riguarda la poliedricità dei cartelloni, acquisendo sempre maggiore prestigio e riscontrando l’adesione di un pubblico sempre più vario per età e provenienza. Nel corso degli anni l’antica capitale dell’Impero bizantino d’Occidente è diventata la moderna capitale della musica, della danza, del teatro. Difficile fare un elenco degli artisti, anche volendo scegliere solo i nomi più prestigiosi, che il Festival – attualmente diretto da Cristina Mazzavillani Muti, Franco Masotti e Angelo Nicastro – ha portato a Ravenna realizzando in 25 anni quasi un migliaio di eventi.

Destino vuole che questo importante traguardo del Festival coincida con un altro fondamentale anniversario della storia nazionale ed europea: il centenario della Prima Guerra Mondiale. Proprio alla Grande Guerra è dedicata questa edizione 2014 intitolata 1914. L’anno che ha cambiato il mondo.
Fra gli appuntamenti espressamente dedicati all’evento che ha dato inizio al ‘secolo breve’ c’è Doppio Fronte. Oratorio per la Grande Guerra, che vede in scena un grande protagonista del nostro teatro come è, appunto, Moni Ovadia e una grande interprete della musica popolare: Lucilla Galeazzi. Insieme a loro i quattro musicisti della Moni Ovadia Stage Orchestra (Luca Garlaschelli al contrabbasso, Massimo Marcer alla tromba, Albert Florian Mihai alla fisarmonica, Paolo Rocca al clarinetto) e un coro formato da una ventina di giovani fra i 18 e i 23 anni diretti da Manuela Marussi. A parlarcene, a poche ore dal debutto, è lo stesso Moni Ovadia, che definisce questo lavoro una narrazione “per schizzi, per flash”, composti attraverso dati storici, memorialistica dei soldati al fronte e di chi era rimasto a casa a lottare per sopravvivere, cartoline di guerra, brani di grandi autori come Gadda o Ungaretti, canzoni popolari e antimilitariste di tutte le nazionalità, assemblati dalla struttura drammaturgica in “una gradazione di emozioni”.

E’ la prima volta che affronta il tema della Grande Guerra?
Sì è la prima volta che mi occupo in modo organico della Prima Guerra Mondiale. Il merito va a Lucilla Galeazzi, grandissima cantante e interprete della nostra canzone tradizionale e non solo, che mi ha voluto coinvolgere in questo progetto nato da una sua idea. Lo stesso titolo “Doppio fronte” nasce dalla sua volontà di portare alla luce un aspetto poco frequentato: quello della condizione delle donne, che durante quegli anni affrontarono condizioni durissime.

Può spiegarci meglio? Quanti sono i fronti che esplorate durante lo spettacolo?
I fronti sono stati diversi: quelli degli eserciti opposti, quello degli uomini e delle donne… Se vuole le posso citare un passo dello spettacolo che le chiarirà le idee: “Doppio fronte! Alleati e Imperi centrali. Doppio fronte! Interventisti e pacifisti. Doppio fronte! Nazionalismo e Internazionalismo. Doppio fronte! Generali e soldati. Doppio fronte! Borghesi e proletari. Doppio fronte! Uomini e donne. Come vede i doppi fronti sono stati molti e noi abbiamo cercato di raccontarli”.

Nonostante gli anni trascorsi, la Prima Guerra Mondiale è ancora lontana dal cadere nell’oblio o dal suscitare indifferenza.
L’antimilitarismo nasce con la Prima Guerra mondiale, la prima guerra moderna, con un enorme dispiegamento tecnologico: le mitragliatrici, i cannoni a lunga gittata, ma soprattutto le armi più sinistre e più vigliacche, i gas. L’uomo con la sua fragilità si trova di fronte a queste armi micidiali, davanti alle quali lui è veramente carne da cannone. Questa espressione è vera. Il generale Cadorna diceva: “Per conquistare un nido di mitragliatrici basta calcolare quanti uomini riescono a uccidere quelle mitragliatrici e mandarne di più. I soldati sono gli unici proiettili che non mi mancano”. È chiaro che siamo di fronte ad una sistematica logica delle decimazioni, con i generali che fanno sparare sui loro soldati quando si ritirano. È eclatante la sproporzione fra la brutalità tecnologica delle armi e la fragilità dei soldati, nella maggior parte dei casi contadini. Non è un caso che proprio qui nasca il cosiddetto shall-shock, che noi invece chiamavamo scemi di guerra: i soldati traumatizzati dai cannoni e dalle granate. Senza contare la condizione disumana delle trincee: vivere quotidianamente nel fango, tormentati dai topi e non solo. La Prima Guerra Mondiale è il primo vero massacro di massa: gli uomini non hanno più una propria individualità, sono massa da far macellare. Oggi dobbiamo ricordare la Grande Guerra perché fu presentata come la guerra che avrebbe fatto finire tutte le guerre e invece ha preparato i conflitti più micidiali, come la Seconda Guerra Mondiale. La memoria è uno strumento per costruire presente e futuro, oltre che una forma di cultura straordinaria.

Doppio Fronte. Oratorio per la Grande Guerra è una produzione Ravenna Festival e Mittelfest e andrà in scena in prima assoluta lunedì 16 giugno alle 21 al Teatro Alighieri di Ravenna.

Il programma del Ravenna Festival è consultabile al sito www.ravennafestival.org

La vita attraverso

Nadia ha vissuto spiando le vite degli altri senza mai vivere la propria. Spettatrice di tutto e protagonista di nulla, finisce in carcere per avere partecipato a un crimine, commesso da altri.
La protagonista di “Voi non la conoscete” di Cristina Comencini (Feltrinelli 2014) è una donna che non si spiega, in lei rotolano furia e inadeguatezza e solo dal carcere nascerà il primo approccio verso se stessa.
Nadia moglie e madre porta le camicette bianche, accarezza i figli, abbraccia Giorgio, suo marito, senza conoscerlo. Il loro amore è filtrato da “una porta chiusa” che non si spalanca mai, solo qualche fessura quando serve. Nadia vive un’esistenza di emulazione perchè nulla le appartiene, è ospite anche tra le mura di casa dove gioca a fare la moglie e la madre. Passa la vita a sentirsi esclusa dall’amore e un giorno, un giovedì pomeriggio, inizia a vivere un’altra vita, di nascosto, una vita per caso, furtiva e opposta. Conosce Pietro e Lara, li segue, li aiuta, imbocca la loro strada malavitosa continuando a essere una moglie insospettabile e quando torna a casa le pare “finalmente” di abitare con Giorgio e i due bambini.
In carcere Nadia non è più Nadia, il suo corpo cambia, si indurisce per difendersi da tutto. Quanto hanno scritto di lei nel verbale, le sembra riguardare un’altra donna, un’altra storia, tutto si stacca da lei, si solleva e rimane sospeso. Smette di andare dall’analista che la segue durante la detenzione, tornerà al posto suo un’altra donna senza identità che non si chiama più Nadia, non ha un nome, ma sa solo che è diversa, Nadia era come “una formina vuota, la riempiono di sabbia, la capovolgono: eccola, finchè un’onda non la cancella”. Nadia era convinta che nessuno la osservasse davvero, che nessuno avesse interesse a scrutarla dentro dove c’era tutta quella rabbia, pensava che nemmeno l’analista la vedesse.
Questa nuova donna sa parlare al dottore, guardarlo in faccia senza timore e chiedergli cosa lui abbia capito di Nadia che sembra ormai lontana. Il dottore non può risponderle, tutto quello che ha da dire, solo una “donna” potrà comprenderlo, non questo simulacro di femmina che ha preso il suo posto. Nadia deve tornare, c’è quest’uomo che vuole conoscerla, è il primo. Quanto ci vorrà? Tempo e pazienza, dice il dottore che ha già ottenuto dal giudice di poterla incontrare due volte alla settimana.

Ultimi bagliori estensi
a Ferrara
poi l’oscurantismo papalino

AMMINISTRAZIONE DEGLI ESTENSI A FERRARA/3

«Quando Ercole I d’Este sul finire del Quattrocento decise di ingrandire Ferrara raddoppiandone la cinta muraria con quella Addizione che da lui prese il nome, probabilmente non pensava di poter riempire di uomini il vasto spazio agricolo […]. Una cerchia muraria di sette miglia rappresentava per una città di quell’epoca una dimensione quasi spropositata. Eppure l’ingrandimento della capitale dello Stato estense, che comprendeva i feudi imperiali di Modena e di Reggio e altri territori, aveva dietro di sé la chiara percezione che tanto la città quanto le campagne del Ferrarese stavano rapidamente ripopolandosi dopo la grave contrazione demografica dei secoli XIV e XV e che, dunque, anche la vita economica, la produzione agricola, i commerci erano di nuovo in espansione»*.
La corte divenne sempre più polo di attrazione per funzionari, diplomatici, affaristi, imprenditori. Il mercato cittadino intanto si vivacizzava, i fondi agricoli intensificavano la produzione. Anche le corporazioni di arti e mestieri (prevalentemente di tipo artigiano e manifatturiero), soppresse da Obizzo d’Este nel 1288, in parte si riassestarono e ripresero lentamente a funzionare. Senza contare i prodotti agricoli e gli allevamenti nei vastissimi spazi extraurbani, alle cui bonifiche gli Estensi si dedicarono con efficacia soprattutto a partire, come si è detto, dall’epoca di Leonello: dagli interventi di Casaglia cominciati nel 1447-48 a quelli della Sanmartina, dai lavori nella Diamantina alla grande bonificazione deltizia voluta da Alfonso II.
La dominazione papale è quasi unanimemente considerata come il periodo più oscuro di Ferrara per molte ragioni, una fra tutte la ghettizzazione degli Ebrei. Ma naturalmente vi sono pure altri sostanziali motivi, il più preponderante dei quali è il fatto che, con la partenza di Cesare d’Este per Modena, il cospicuo flusso fiscale che la corte incamerava dalle comunità dello Stato e che, in qualche modo e sebbene in piccola parte, ritornava alle comunità sotto forma di investimenti di vario genere o, meglio ancora, sotto forma di incentivazioni agli investimenti e all’imprenditoria, si sarebbe con il trasferimento della capitale estense riversato nelle casse della nuova sede emiliana. E inoltre buona parte dei gentiluomini, dei maggiori mercanti, nonché un abbondante numero di ebrei con le loro invidiabili competenze, ritennero più opportuno e conveniente seguire gli Estensi a Modena, lasciando Ferrara impoverita di dinamismo imprenditoriale e di risorse umane.

* F. Cazzola, L’agricoltura nel XIV-XVI secolo, in F. Bocchi (a cura di), La storia di Ferrara, Poligrafici Editoriale, Bologna 1995, p. 177.

Giardini in guerra

Il giardino è il luogo del possibile e ogni giardino ha una storia da raccontare. Ecco perché l’immagine di una donna musulmana che annaffia fiori coltivati dentro oggetti che sembrano scheletri di bombe, mi ha molto colpito. L’ho trovata in rete, qualche giorno fa, ma la notizia è dell’anno scorso e riguarda un giardino piantato nel villaggio di Bilin, nella zona del West Bank in Israele, come gesto di protesta pacifica e come ricordo delle vittime provocate da quelle stesse granate a gas che, una volta esaurite, sono state usate come vasi. È un gran bel paradosso pensare di fare un giardino, luogo recintato per eccellenza, per protestare contro la costruzione dell’ennesimo muro di divisione fra israeliani e palestinesi, ma va benissimo, indipendentemente dal finale di questa storia. Ovunque, l’idea che qualcuno si opponga a qualcosa di mostruoso con un gesto ironico, piccolo e immensamente simbolico, è sempre commovente e pieno di speranza, se tutto questo accade nei luoghi tragici del Medio Oriente, i pensieri corrono e vanno a mille. Queste terre aride e pietrose sono la culla del nostro giardino, qui ogni pianta rubata alla sabbia e ai sassi è una preghiera. Qui nasce l’idea del giardino come luogo perfetto per la vita, chiamato appunto paradiso. Ma forse il paradiso non ha gusto se non è strappato al deserto, è così diventa paradiso in terra, l’oasi in mezzo al nulla che trasforma il regalo divino nel principio generatore di un’agricoltura estrema e sapiente che ha reso spettacolari le colture dei paesi aridi.
Forse è stato questo pensiero che ha suggerito alla mia amica Olga di vedere il bellissimo film “Il giardino dei limoni”. Il riferimento è preso un po’ alla larga, ma in effetti una donna che bagna delle piantine in un giardino fatto con i residui di un conflitto, riporta ad altre storie vissute in questa guerra come quella raccontata con grande intensità in questo film. La pellicola, del 2008, opera del regista Eran Rikli, racconta la storia di Salma, una vedova palestinese, la cui unica ricchezza e fonte di sostentamento è un limoneto. È una donna sola, la famiglia lontana, che vive con grande dignità in una casa poco più solida di una baracca, coltivando limoni nel frutteto piantato dal padre. Per sua sfortuna il ministro della difesa israeliano si insedia nella villa confinante e per motivi di sicurezza – le chiome degli alberi potrebbero nascondere eventuali attacchi dei terroristi – dà ordine di eliminare il limoneto. La donna si oppone e attraverso l’aiuto di un giovane avvocato fa causa al ministro. Questa è la storia, ma nel film c’è molto di più. Ad una prima lettura, c’è l’incontro di due solitudini, quello della vedova e della moglie del ministro. Le due donne non si parlano mai, ma si capiscono attraverso gli sguardi, sguardi che vorrebbero andare oltre la Storia. Al centro di tutto le piante di limoni, un frutteto che diventa notizia, e alla violenza della distruzione fisica si aggiunge la violenza dell’invasione dei mezzi di comunicazione nella vita privata della protagonista e dello sfruttamento di chi userà la “notizia” per fare carriera. Ma cos’hanno di speciale questi limoni? le piante ricrescono, è solo questione di tempo, ma un frutteto di limoni cresciuto nel deserto è un concentrato di simboli, è comunque un paradiso, e Salma viene scacciata dal suo paradiso senza aver peccato.

Stoppato il Delta come eccellenza Unesco: Expo si allontana

Scende sotto zero la febbre da Expo per il Parco del Delta del Po, il tentativo delle due Regioni Emilia-Romagna e Veneto, di candidare il delta come area ambientale di pregio irripetibile non ha dato i risultati sperati. Ancora una volta l’identità amministrativa ha avuto la meglio e il delta è stato escluso dalla rosa delle riserve ambientali candidate al programma dell’Unesco Uomo e biosfera (Mab) 2013-14. Lo ha deciso l’International Advisory Committe for Biosphere e Reserves, che ne ha rinviato l’esame d’ammissione. Sembra così allontanarsi la possibilità di partecipare all’esposizione universale del 2015 con un’operazione di marketing turistico-territoriale avviata fin da marzo, quando Emilia-Romagna, Veneto e in particolare la nostra Provincia, avevano annunciato di volere gestire in modo unitario la riserva candidata Mab. Un’affermazione che si è scontrata con la complessità ambientale di un’area molto vasta tanto da non aver convinto Unesco e che non tiene conto della legge del ’91, la 394, che prevede per la gestione unitaria un parco interregionale o nazionale.

L’annuncio del superamento delle pastoie burocratiche dato in primavera dalla presidente della Provincia Marcella Zappaterra era stata salutata con entusiasmo dal Consorzio Visit Ferrara e da molti operatori turistici il cui intento è aumentare le 100 mila presenze denunciate. Speravano di farlo con l’ausilio di un parco unico, più facile da “vendere” all’estero, approfittando della vetrina veneziana e di quella Expo di Vigevano dedicata alle riserve naturali eccellenti. Il luogo ideale per fare valere la strategia slow e naturalistica giocata sull’unicità dell’ambiente tra terra e acqua, su ciclo e pesca-turismo, sulle tipicità di terra e mare come riso, vongole, cozze e anguilla. Ma il progetto resta un sogno nel cassetto. Per gli operatori e la presidente della Provincia.

Il Parco del Delta del Po, diviso in due, con tanto di leggi diverse che ne regolano il funzionamento, arranca nel disegnare una nuova e più produttiva identità, che tenga conto della salvaguardia dell’habitat e di uno sviluppo sostenibile a beneficio dell’economia e di conseguenza degli imprenditori locali i quali hanno aderito al patto di sviluppo, 20 milioni di euro di fondi pubblici, con l’intenzione di investire nella costruzioni di villaggi “leggeri” per ospitare i turisti e con l’impegno di contribuire all’adeguamento idraulico-fognario di Comacchio. L’operazione è andata in porto con il benestare di Comune di Comacchio, Provincia e Ente per la biodiversità poco dopo l’annuncio dell’unitarietà di gestione relativa alla riserva Mab.

I 139 mila ettari di superficie, le 16 municipalità coinvolte e raccolte attorno all’unico delta italiano, le località turistiche, l’importanza delle attività agricole, di pesca e il coinvolgimento degli stakeholders non ha spostato di una virgola il giudizio finale del Consiglio Internazionale di coordinamento Mab. La candidatura resta al palo. Quali sono i motivi? A quando pare non c’è chiarezza sulla gestione delle aree ad alta naturalità, definite “core”, e nemmeno sul coordinamento del parco la cui governace è talmente complicata da risultare poco gestibile. C’è di più: la visione di riserva naturale del versante emiliano romagnolo differisce da quello veneto, senza contare che sia da una parte che dall’altra sono in vigore piani di gestione tanto vincolanti da azzerare il valore aggiunto della riserva. Un altro tasto dolente è l’assenza di una strategia per gestire le acque e la loro qualità proprio in un’area dove le coltivazioni sono presenti in modo massiccio. In poche parole: parco rimandato. Con buona pace di chi sperava di raccogliere i frutti di una primavera di grandi accordi. Evidentemente non si sono fatti i conti con Unesco e, a dirla tutta, neanche con l’Europa da cui vengono molti dei finanziamenti utili a ristabilire i fragili equilibri di un habitat manomesso dalle attività dell’uomo al punto di comprometterne non solo il paesaggio, ma anche la sopravvivenza.

Ecomafie: Emilia-Romagna un paradiso per la ‘ndrangheta

di Gerardo Muollo

In Italia si contano quasi 30.000 infrazioni alla normativa ambientale all’anno, per un giro criminale da 15 miliardi di euro. Solo in Emilia Romagna si registrano più di 800 infrazioni, oltre 1200 denunce e 237 sequestri. Sono i numeri di Ecomafia 2014, il dossier di Legambiente che fotografa la situazione dei reati ambientali. L’Emilia è la seconda regione per segnalazioni di matrice ‘ndranghetista e la quarta per numero di operazioni bancarie sospette. Un po’ a sorpresa il rapporto dell’ associazione ambientalista rivela che la regione governata da Errani è uno dei tessuti in cui la ‘ndrangheta riesce a infiltrarsi meglio e a portare avanti le proprie attività illecite in materia ambientale. A Bologna “tutte le organizzazioni criminali nazionali – scrive la Dna (Difesa, natura, animali) – operano in una situazione di pacifica convivenza, con specifico riferimento al campo degli affari. Cioè investimenti di proventi delittuosi, acquisizione di appalti pubblici e commesse private, gestione del gioco d’azzardo”. Legambiente parla addirittura di un “banchetto” talmente abbondante che è “più conveniente spartirselo, piuttosto che contenderselo”.
La camorra ha invece trovato terreno fertile in Romagna, dove il clan dei Casalesi “si è organizzato ai massimi livelli”. Un altro settore che ha attirato l’attenzione delle cosche mafiose è sicuramente quello della ricostruzione post-sisma. Un business che i clan hanno fiutato fin dalle prime ore (Abruzzo docet). “Molti dei mezzi coinvolti nello smaltimento delle macerie – denuncia Giovanni Tizian per l’Espresso – apparterrebbero ad aziende legate alla mafia calabrese”.
E’ noto, infatti, che nel business del movimento terra, la ‘ndrangheta ha ormai stabilito una sorta di monopolio in regione.
“Reati ambientali e corruzione sono strettamente connessi – sottolinea il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. I disegni di legge sui reati ambientali e sulla corruzione – prosegue Dezza – sono bloccati in Parlamento. E gli inquinatori festeggiano”.

[© www.lastefani.it]

Lotta per la libertà nell’Iran degli ayatollah

“Eravamo così impegnati a cercare di essere felici che non ci importava se non eravamo liberi”.

Dopo aver commentato Pollo alle prugne, torniamo indietro di qualche anno, a rivedere un film davvero particolare, a dire il vero un film d’animazione che molti hanno considerato il migliore dell’iraniana Marjane Satrapi, anche (ma non solo) per la sua qualità di manifesto femminista fra i più riusciti degli ultimi dieci anni.

persepolis
La locandina del film

Parliamo di Persepolis, film che prende il nome da Persepoli, una delle cinque capitali dell’Impero achemenide, il primo e più esteso impero dei Persiani, costituitosi intorno alla metà del VI secolo a.C.
Ricordiamo subito che questo cartone animato non ha nulla a che fare con i bambini, anzi direi che per essi non è proprio adatto. Per i temi trattati, magari, andrebbe fatto vedere nei licei, perché è un film vero, che non nasconde, che non si censura e che arriva, gradualmente e intelligentemente, al messaggio principale, il ripudio totale di ogni forma d’integralismo, a cominciare da quello islamico.
Un film tratto dall’autobiografia a fumetti, in due volumi, di Marjane Satrapi, ma realizzato a quattro mani con Vincent Paronnaud. Splendido.

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Film autobiografico, in questa striscia Marjane Satrapi da bambina col papà

Siamo a Teheran, nel 1978. Marjane è una bellissima bambina di 8 anni, che sogna di diventare un profeta che salverà il mondo. E’ fortunata perché, in mezzo a tanto isolamento, vive in una famiglia moderna, dove si può parlare di tutto e nulla si nasconde, con un nonno morto in prigione, uno zio fucilato, una nonna rivoluzionaria e combattiva, con i gelsomini nel reggiseno.
Piccola idealista, Marjane adora Bruce Lee, i Bee Gees e gli Iron Maiden, i cui dischi acquista al mercato nero e nasconde, abilmente e furtivamente, sotto il chador che è obbligata a indossare.

 

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Costretta ad indossare lo chador, Marjane ama i Bee Gees e gli Abba

La bambina vive sulla propria pelle la rivoluzione iraniana e la caduta dello Scià. Nasce la Repubblica islamica e inizia il periodo terribile dei pasdaran, che con la forza e la repressione impongono comportamenti e costumi ai cittadini. Un incubo che incarna la più assoluta mancanza di libertà. La guerra con l’Iraq di Saddam Hussein, intanto, distrugge le fondamenta di Teheran, sempre più oppressa dal potere, e Marjane, appena quattordicenne ma già rivoluzionaria, viene mandata a Vienna per evitare conseguenze peggiori. Qui, al liceo francese, cresce, scopre l’adolescenza e la rivoluzione sessuale, l’amore e il dolore che questo può portare, la solitudine e l’orgoglio delle proprie origini. Non si adatta però alla vita europea. A causa del fumo e delle notti trascorse all’aperto, Marjane rischia la vita: dopo essere stata ricoverata in ospedale ed essere guarita, chiede ai suoi genitori di poter tornare a casa, ma senza che facciano domande sugli anni passati in Austria. Tornata in Iran, si deprime sempre più perché trova il suo paese in condizioni peggiori di come lo aveva lasciato. Decide di sposarsi, ma la vita coniugale è davvero deludente, così come il ritorno nel Paese natale. Divorzio, di nuovo via da Teheran e trasferimento a Parigi.

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Una scena del film, il coraggio di opporsi al regime

Storia di fuga e di emarginazione, quindi, di paesi che non ricevono e non accolgono veramente, storia di solitudine, esilio, isolamento e diversità. Storia vera della nostra brava autrice.
Un film sorprendente, emozionante, divertente, ironico e allo stesso tempo drammatico, che porta a riflessioni importanti raccontate in modo innovativo, attraverso un bianco e nero che affascina, con rari sprazzi di colore e molte sfumature in carboncino che danno una bella e piacevole sensazione di artigianalità. Le donne sono al centro della storia, volitive, intelligenti, forti, indipendenti, profonde, commoventi, coraggiose, allegre, energiche. Donne che crescono, che lottano e vogliono, donne come tante, che cercano di sopravvivere. E che ci riescono.

di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, con Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Danielle Darrieux, Simon Abkarian, Gabrielle Lopes, drammatico, Francia, USA 2007, 95 mn

La crisi? Il problema
non è l’euro
ma la sovranità monetaria

Dentro o fuori dall’euro? Posto in questi termini l’interrogativo è fuorviante. Il problema vero, infatti, è il controllo dello Stato sulla banca centrale, condizione da cui discende la sovranità monetaria.
Quanti sanno che la Banca d’Italia è una banca di diritto pubblico – ma sostanzialmente privata – sulla quale lo Stato non ha praticamente alcun controllo? E che l’emissione di moneta e l’imposizione del tasso di interesse viene fatta da banche private al di fuori dell’autorità statale? La drammatica crisi attuale si può superare solo se lo Stato riacquisterà la prerogativa di emettere moneta nella quantità adeguata a ripagare l’operatività del sistema.
A sostenerlo, da tempo, è un gruppo di studiosi che fanno riferimento alla cosiddetta “Teoria monetaria moderna” messa a punto a fine Ottocento dall’economista tedesco Georg Friedrich Knapp con il contributo di tal Alfred Mitchell-Innes. Attorno a questa impostazione, nota come cartalismo, circola un certo scetticismo, alimentato dagli accademici del pensiero dominante. Però Knapp non doveva essere proprio uno sprovveduto se è vero che viene citato nientemeno che da Keynes nel suo “Trattato sulla moneta” e che fra i più illustri sostenitori del neo-cartalismo c’è addirittura Kenneth Galbraith, insigne economista americano, acuto critico del capitalismo moderno.

Cerchiamo dunque di comprendere la questione, scavalcando i pregiudizi.
In Italia, il problema della perdita di sovranità dello Stato nasce ben prima dell’euro e si origina nel luglio del 1981 con la separazione fra ministero del Tesoro e Banca d’Italia; un processo che si completa nel 1992 con la totale privatizzazione delle principali banche nazionali partecipate dallo Stato (Commerciale, Bnl, Banco di Roma), detentrici delle azioni della Banca d’Italia che per conseguenza – a seguito di quella che è stata definita una “svendita” – passa dal controllo statale a quello esercitato da privati che operano sul mercato: oggi i principali azionisti sono Intesa Sanpaolo, Unicredit e assicurazioni Generali.
Da oltre 20 anni lo Stato, dunque, non ha più la facoltà di decidere autonomamente quanto danaro immettere nel sistema operando, come si faceva nel passato, con le leve della politica monetaria e soprattutto non ha più la possibilità di emettere denaro di sua proprietà e quindi libero da debito ma è obbligato a prendere in prestito la stessa quantità di denaro dal sistema bancario privato indebitandosi.

Ma veniamo all’oggi e alle possibili vie di soluzione della crisi attuale. Il paradosso attuale è che c’è ampia disponibilità di merce, ma non ci sono i soldi per comperarla. C’è disponibilità di forza lavoro, ma non ci sono risorse per remunerarla. Ci sono bisogni inappagati dei singoli e delle famiglie (quindi un mercato potenziale), ma non c’è denaro per soddisfarli. Insomma, tutto ruota intorno ai soldi. Se ricominciassero a circolare, il sistema si rimetterebbe in moto: pago i lavoratori che producono merci che i consumatori acquistano ripagando i costi sostenuti dalle imprese (per materie prime e manodopera) e il surplus costituito dal profitto che giustifica la loro operatività.

Se magicamente il denaro fosse disponibile nella giusta quantità il meccanismo si alimenterebbe da sé: lavoro e produco; per il mio lavoro sono pagato e con quei soldi acquisto ciò che mi serve alimentando il mercato che dovrà continuare a produrre per soddisfare nuovi bisogni; producendo e vendendo, si genereranno altre ricchezze che assicureranno il pagamento dei lavoratori. E così via…

Ma il denaro scarseggia. E chi ci impedisce di crearlo?, domandano i sostenitori della teoria monetaria. Teoricamente nessuno. Si produce quanta moneta serve per rimettere in movimento il sistema e quando eventualmente dovesse circolarne troppa, con il rischio di inflazione, si drena attraverso l’imposizione delle tasse. Perché il problema, che potrebbe derivare dalla sovrabbondanza di liquido, è che la disponibilità di beni non sia sufficiente a soddisfare totalmente la richiesta; cioè potrebbe accadere ciò che in termini tecnici si definisce “esubero di domanda” (con corrispettiva insufficienza dell’offerta). E’ il caso in cui si verifica un rialzo dei prezzi, conseguenza del fatto che gli acquirenti hanno molti soldi e sono disposti a spendere: e quando la merce comincia a scarseggiare si determina una sorta di asta pubblica… Ecco allora che lo Stato, attraverso la leva impositiva, rimette ordine: preleva attraverso le tasse soldi da destinare a servizi e opere pubbliche e riduce gli appetiti dei singoli mantenendo i beni in circolazione a livelli di prezzo standardizzati.

Perché non si fa? Non perché c’è l’euro, ma perché c’è la Bce, la Banca centrale europea! Ma se non ci fosse la Bce, ci sarebbe la Banca d’Italia: e non cambierebbe nulla. Perché nemmeno lei, come abbiamo ricordato, è sotto il controllo dello Stato, ma risponde a logiche e interessi privati. L’unica “banca” pubblica in Italia in questo momento è la Cassa depositi e prestiti, che però non funziona come una normale banca, ma opera solo come finanziaria a supporto dello Stato e degli enti locali.

Quindi il problema, secondo questa intrigante prospettiva di analisi, è ricreare una banca pubblica e porla sotto il controllo del ministero del Tesoro, cioè dello Stato, in maniera che il Parlamento possa definire gli indirizzi e le scelte della politica economica e monetaria del Paese.
Di questo si parlerà questa sera alle 20,45 alla sala San Francesco (presso l’omonima chiesa all’angolo di via Savonarola) con Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi, autori del volume “Soluzione per l’euro” edito da Hoepli.

La fibromialgia, una ‘malattia invisibile’

Quando ti svegli la mattina, ti alzi e ti senti più stanco di quando sei andato a dormire? Hai indolenzimenti dappertutto? Ti affatichi per minimi sforzi? Spesso soffri di gastrite o colite? Hai spesso mal di testa e vertigini? Sono anni che ti lamenti di questi sintomi, ma nessuno è riuscito a trovare una spiegazione? Potresti essere una delle tantissime persone nel mondo affette da sindrome fibromialgica o fibromialgia.

La fibromialgia è una sindrome dolorosa che coinvolge muscoli, tessuto connettivo (tendini e legamenti) e articolazioni. Questa affezione è una delle malattie reumatiche in assoluto più diffuse: solo in Italia si stima che ne siano affetti dai 3 ai 4 milioni di individui, di cui la maggior parte sono donne. La fibromialgia non provoca alterazioni degli esami di laboratorio e non causa danni radiologicamente evidenziabili. Inoltre, chi è affetto da fibromialgia in apparenza non sembra ammalato, ha un aspetto sano e quindi è difficilmente preso seriamente sia dai familiari che dagli amici. I medici stessi spesso non conoscono bene la malattia, e di fronte ad un soggetto che riferisce di intenso dolore e stanchezza, che ha esami perfettamente normali, hanno la tendenza ad etichettarlo come “depresso” o “malato immaginario”. Molte persone colpite da questa malattia hanno in comune una storia pluriennale di visite ed esami di tutti i tipi e sono già state sottoposte a numerose terapie, compresi interventi chirurgici, normalmente senza esiti positivi. Queste esperienze portano gli individui a sviluppare reazioni ansiose o depressive. Per tutti questi motivi, la fibromialgia è stata definita “malattia invisibile”.

Ma entriamo nello specifico, la fibromialgia che tipo di sindrome è?
Il termine fibromialgia (FM) deriva da “fibro” che indica i tessuti fibrosi (come tendini e legamenti) e “mialgia” che significa dolore muscolare. La FM è quindi una sindrome che colpisce i muscoli, causando un aumento di tensione muscolare: tutti i muscoli (dal cuoio capelluto alla pianta dei piedi) sono in costante tensione.

Questo comporta numerosi disturbi:
1. innanzitutto, i muscoli tesi sono causa di dolore che, in alcuni casi, è localizzato (le sedi più frequenti sono il collo, le spalle, la schiena, le gambe), ma talora diffuso in tutto il corpo;
2. i muscoli tesi provocano rigidità e possono limitare i movimenti o dare una sensazione di gonfiore a livello delle articolazioni;
3. i muscoli tesi è come se lavorassero costantemente per cui sono sempre stanchi e si esauriscono con grande facilità: questo significa che chi è affetto da FM si sente sempre stanco e si affatica anche per minimi sforzi;
4. i muscoli tesi non permettono di riposare in modo adeguato: chi è affetto da FM ha un sonno molto leggero, si sveglia più volte durante la notte e la mattina si sente più stanco di quando si è coricato (si parla di “sonno non ristoratore”);
5. la tensione muscolare si riflette anche a livello di tendini (che sono strutture fibrose tramite le quali i muscoli si attaccano alle ossa) che diventano dolenti, in particolare nei loro punti di inserzione: questi punti dolenti tendinei, insieme ad alcuni punti muscolari, evocabili durante la visita medica con la semplice palpazione, sono una caratteristica peculiare della FM e vengono definiti “tender points”.

Studiando questa sindrome e trattando i suoi effetti come osteopata, ho verificato che i maggiori fattori di rischio per lo sviluppo di fibromialgia sono:

1. una storia familiare di depressione;
2. il sesso: due terzi dei malati di fibromialgia sono donne;
3. una bassa funzione tiroidea;
4. sensibilità e familiarità (personalmente non credo al fattore genetico);
5. aumento entropico cellulare a causa di fattori tossici.

Le cause che portano alla fibromialgia
La fibromialgia non ha una causa conclamata, tuttavia, di solito chi soffre di fibromialgia ha i seguenti disturbi:

– disturbi del sonno;
– bassa soglia del dolore;
– bassa funzionalità tiroidea;
– bassi livelli di serotonina;
– bassi livelli di progesterone;
– alterata funzione dell’acido lattico;
– alterata funzione del sistema immunitario;
– alti livelli tossici, intolleranze e allergie;
– basso livello del glutatione e in generale degli antiossidanti;
– stress strutturale e psicogeno come trauma non dissipato.

Cosa occorre sapere per affrontare la sindrome fibromialgica
E’ importante sottolineare che questa sindrome è caratterizzata da un grave affaticamento che potrebbe venir alleviato in primo luogo da un buon sonno, in particolare nelle fasi 3 e 4 o fase Delta, fase in cui i tessuti corporei si rilassano e si riparano.
Ogni persona ha proprie fasi del sonno che possono essere influenzate da alimentazione, sport, medicine, alcol, droghe, disturbi del sonno e mancanza di riposo. Per essere più chiari: durante lo stadio 1 il sonno è leggero, nello stadio 2 il sonno diventa sempre più profondo, negli stadi 3 e 4 (fase Delta) si raggiunge la massima profondità del sonno. In questi stadi il corpo si riposa dopo le fatiche della giornata. Lo stadio 5 del sonno, detto anche fase Rem, è caratterizzato da evidenti alterazioni fisiologiche come respirazione accelerata, maggiore attività cerebrale, rapido movimento degli occhi e rilassamento muscolare. In questa fase si sogna.
Quindi il ritmo Delta (frequenza inferiore a ca. 3 hertz) coincide col sonno profondo senza sogni e con rilassamento muscolare intenso. In questa fase si ha la massima produzione dell’ormone della crescita GH (che durante tutta la vita è indispensabile per il rinnovamento cellulare oltre che, nella prima fase, per la crescita) e si ha una massima attività del sistema immunitario.
In questo piccolo periodo di sonno delta, si rigenerano i nostri processi neuronali che producono “endofarmaci naturali“: potenti farmaci prodotti dal nostro organismo ad azione altamente specifica. Il ritmo Delta stimola l’autoproduzione di endomorfine e citochine, grazie al senso di tranquillità e all’effetto calmante del sonno.
Purtroppo i ritmi frenetici della società moderna, che ormai viaggia alla velocità di internet, inducono il cervello a restare molto attivo per eccessivi periodi di tempo. In altre parole, si riduce la capacità di rilassarsi, e di avere un sonno profondo e quindi di rigenerarsi instaurando la temibile escalation di aumento dello stress negativo, insonnia.
L’affaticamento tipico di questa sindrome, spesso viene generato da un’elevata attività cerebrale che corrisponde ad un’eccessiva attenzione verso l’esterno (supremazia dei sensi esterocettivi vista e udito), a scapito dell’ascolto dei bisogni del corpo. Si genera così una dispercezione corporea ovvero una diminuita consapevolezza del proprio “io”, in grado di agevolare pericolosamente i processi degenerativi. Apprendere e praticare attività rilassanti e propriocettive, quali ad esempio la tecnica cranio-sacrale praticata da un osteopata esperto, una corretta attività fisica e una buona nutrizione sono di primaria importanza anche per indurre ad entrare nella fase Delta, e quindi a rimodulare e rilassare tutto il sistema corporeo.

I consigli dell’osteopata
Sono tre i passaggi chiave nella lotta contro la fibromialgia: prima di tutto occorre eliminare tossine, allergeni e stress dal proprio corpo; poi si passa a ripristinare il sistema autoimmune; infine, è necessario rigenerare i tessuti corporei danneggiati, con un’alimentazione perfetta e semplice.

Di seguito alcuni consigli pratici:

1. Fare attività fisica ma senza esagerare per non produrre l’elaborazione di acido lattico. Non effettuare una routine di esercizi, concentrarsi su regimi di nutrizione che facilitino l’eliminazione di acido lattico.
2. Fare esercizi di respiro e yoga meditativo prima di dormire.
3. Fare stretching e massaggi dolci, camminate, queste sono le migliori attività per la rimozione dell’acido lattico dal corpo.
4. Assumere calcio in piccole dosi: il calcio è una forte necessità dietetica che permette al corpo di affrontare la rimozione dell’acido lattico, una tisana di santoreggia e origano con semi di anice, non zuccherata, dopo i pasti è un toccasana.
5. Assumere magnesio: il magnesio è un importante esigenza dietetica che aiuta ad aumentare la soglia del dolore e sembra impedire ai nervi di eccitarsi troppo in fretta, migliorando la soglia del dolore. Si può trovare in abbondanza nelle verdure a foglia verde (bietole, carciofi e spinaci), nella frutta secca (noci, mandorle, anacardi, arachidi, pistacchi e nocciole) e nei legumi (in particolare lenticchie e fagioli). Anche i cereali integrali contengono un’elevata dose di magnesio; il cioccolato amaro, il cacao e i funghi poi sono tra i primi della lista in quanto a magnesio contenuto. Le banane contengono tre volte tanto magnesio rispetto a prugne, arance, mele e pere.
6. Consumare alimenti che contengono triptofano e tirosina per aumentare la funzione endocrina e il livello della serotonina.
7. Aumentare l’assunzione di antiossidanti.
8. Aiutare il sistema immunitario del corpo attraverso una dieta di pulizia che gioverà al sistema immunitario nel ritrovare un funzionamento ottimale.
9. Rivolgersi all’osteopata che è in grado di esercitare correzioni e normalizzazioni delle fasce, in modo da eliminare le pressioni sui nervi.

Metaforicamente parlando, superare la fibromialgia è un po’ come ricostruire una città che è stata bombardata durante una guerra aerea: dapprincipio, occorre quindi negoziare una decisione politica per fermare i bombardamenti e rimuovere i combattenti dalla città, se il nemico è convinto che ci siano ancora “combattenti” in città, continuerà a ordinare bombardamenti.
I “combattenti” sono le tossine, gli allergeni e lo stress. Quando le tossine si depositano in una zona di tessuto, il sistema immunitario ritiene di avere un nemico, e non smette di crederlo fino a quando gli elementi “stranieri” lasciano la zona.
Quindi, il primo passo è quello di disintossicare il corpo dalle tossine. Per condurre al meglio questa operazione di “cessate il fuoco” e di rimozione dei “combattenti” ci si può aiutare con tisane particolari che puliscono l’intestino tenue, organo in cui si svolge la più alta percentuale 90% di attività immunitaria (placche del payer). Assumere antiossidanti è altrettanto utile, agiscono come la “polizia della città” per fermare i danni da radicali liberi. In sostanza, il sistema immunitario si deve rilassare e non combattere più Infine, i tessuti danneggiati devono essere ricostruiti dalla nutrizione nel modo più efficace possibile.

La fibromialgia può essere superata o nettamente migliorata se si applica la tattica di cui sopra. Non esiste un unico “proiettile” magico che uccide la fibromialgia, in quanto questa sindrome si sviluppa nel tempo, aumenta il livello di tossine e i sistemi del corpo si degradano. Può essere superata solo ricostruendo questi sistemi nel tempo. Lentamente i nostri sistemi corporei riusciranno a replicare nuove cellule ogni cinque mesi, le cellule nervose necessitano di due anni o più. Gli sforzi per superare la fibromialgia, quindi, devono essere sforzi a lungo termine, di almeno due anni.
Bisogna “accordare” il corpo, “resettare” il sistema immunitario, in modo che non sia più iperattivo. Ottimizzare il nostro corpo fino a quando non si rimuove “il fango” che si accumula all’interno e che impedisce l’assimilazione delle sostanze nutritive, che riequilibrano e portano la quiete all’intero sistema. Per concludere, potremmo quindi dire che la fibromialgia è un’ “incomprensione” tra sistema immunitario e cervello.

Ferraraitalia aveva già pubblicato un articolo su questo tema, la storia di una giovane donna affetta da fibromialgia [vedi]

Lessico poco familiare: l’anacoluto

“Ibam forte via Sacra […]”, comincia così l’epistola del grande Orazio dedicata al rompicoglioni che, incontrandolo per strada, gli attaccano un asfissiante bottone. Caro vecchio Orazio, quante volte ho invocato il tuo nome cercando di svicolare dalla stretta di uno scocciatore, di quelli che, quando tenti di andartene, ti prendono per un braccio lo stringono e ti bloccano, e allora senti una morsa allo stomaco e il cervello tuo non pensa più a nulla se non a far fuggire il povero corpo intrappolato nella morsa del nemico. Ma il pensiero che vorrei rilasciare a queste righe si riferisce ad altro: innanzitutto, non ero sulla via Sacra ma nella ben più popolare via San Romano della mia città, ero proprio all’inizio, dove i lavori continuano, il make-up della piazza è venuto proprio bene, peccato soltanto che abbiano messo la pavimentazione bianca sotto la galleria, già sporca lurida perché nessuno pulisce e i giovani, che lì quasi vivono, mangiano e bevono di giorno e di notte, inesorabili insozzano. Ero lì, dunque, quando improvvisamente, senza alcun preavviso, dalla testa mi è uscito un termine che sostava lì tra due pensieri errabondi, chissà da quanto tempo e sempre l’avevo legato a un nome: Berlusconi. Berlusconi è un anacoluto, ho sempre pensato, ma senza una ragione specifica: anacoluto è una figura retorica che significa incongruente, mancante di nessi sintattici. Avevo ragione: Berlusconi non ha mai avuto nessi sintattici e ce ne accorgiamo adesso che la sua stella sta tramontando tristemente (almeno io spero). Quando Saragat cominciò la sua salita al Colle, il grande giornalista Baldacci, fondatore de “Il Giorno”, scrisse che il nome del segretario socialdemocratico sarebbe stato sempre chiuso dentro una parentesi. E così è stato: Saragat è rimasto prigioniero della parentesi, così come Berlusconi non riuscirà mai a togliersi di dosso la figura retorica dell’anacoluto, niente da fare: politicamente il Berlusca è un anacoluto.

Ferrara sotto le Stelle 2014: il cast dell’ evento speciale con “Le Luci della Centrale Elettrica”

da: Ferrara sotto le Stelle 2014

Non sarà soltanto un semplice ritorno a casa, quello de LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA a Ferrara, il prossimo 16 luglio.

“TRA FERRARA E LA LUNA”, che si inserisce nel prestigioso programma del festival “Ferrara sotto le stelle”, sarà infatti una serata evento che insieme a Vasco Brondi porterà in città alcuni dei protagonisti della nuova scena musicale italiana.

“Mi sono immaginato una festa a cielo aperto dentro il cortile del castello – racconta Vasco Brondi – Uno dei posti più magici di questa magica città. Si chiamerà TRA FERRARA E LA LUNA che è un verso di una bellissima canzone di Lucio Dalla. Io trasalivo sempre e mi emozionavo quando sentivo nominata la mia piccola città, in un libro, in un film o in una canzone. Mi sembrava splendido e stranissimo.”

La seratà prenderà il via alle 19.30, con due concerti di apertura che vedranno sul palco una delle rivelazioni dell’ultima stagione, il cantautore Nicolò Carnesi (il suo ultimo disco “Ho una galassia nell’armadio” ha confermato tutto il bene che si diceva di lui) e la rockeuse Maria Antonietta (già sul palco con Le luci della centrale elettrica anche in occasione del concerto sold-out a Roma dello scorso aprile): “I loro dischi – scrive Brondi – sono stati la colonna sonora dei miei viaggi in furgone durante questo tour e per me sarà stupendo invece quel giorno sentirli suonare dal vivo su quello stesso palco.”

Dopo le esibizione di Nicolò Carnesi e Maria Antonietta toccherà a LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA salire sul palco per un concerto impreziosito dalla presenza di alcuni ospiti speciali: “Per questo ritorno a casa ho pensato di portarci le persone che ho conosciuto negli ultimi anni facendo questo strano lavoro, miei amici e musicisti che amo. Di portarli nella mia città, una città che continuo ad abbandonare e in cui continuo a ritornare. Ci sarà Dente che ho conosciuto proprio la prima volta che sono andato a Milano e abbiamo iniziato i nostri viaggi quasi assieme. Ci sarà Rachele Bastreghi dei Baustelle che ha una voce stupenda che mi gira sempre in testa e con la quale abbiamo anche registrato un pezzo assieme un paio di anni fa. E ci sarà Levante e sul palco ci scambieremo le canzoni. Sarà una giornata speciale e sono felice che sia a Ferrara.”

Tutte le informazioni sulla serata e sulle prevendite sono disponibili sul sito ufficiale del festival al link www.ferrarasottolestelle.it.