Skip to main content

L’INTERVISTA
Caritas, termometro della crisi:
in 5 anni 15mila pasti in più.
Don Valenti: “Drammi sempre più frequenti”

di Giuseppe Fornaro

Settantaduemila pasti, 83 tonnellate di pacchi viveri, 54mila euro di assistenza economica attraverso il pagamento delle utenze, 150 volontari solo per la mensa. Sono i numeri della povertà. O meglio i numeri dell’assistenza fornita dalla Caritas diocesana di Ferrara-Comacchio agli indigenti e alle persone in stato di difficoltà anche temporanea.
Abbiamo provato ad aprire una finestra su questo mondo che appare così distante e invece ci sta intorno, ci è contiguo se questi, come sembra, sono i numeri. Numeri ai quali corrispondono persone con i loro drammi sempre più frequenti in un momento di crisi economica che non accenna a finire. Tutto è reso precario al punto che ciascuno è su una linea di confine e varcare quella soglia oggi, purtroppo, è sempre più facile e frequente. Basti pensare ai pasti forniti: nel 2009 erano 57mila, 15mila meno di adesso.
Abbiamo incontrato don Paolo Valenti nella parrocchia dell’Addolorata, direttore della Caritas per ventuno anni fino a gennaio scorso quando ha passato la mano ad un laico, Paolo Falaguarda. La Caritas è nata con lui proprio ventuno anni fa con la mensa e l’ambulatorio medico in via Brasavola dov’è tutt’ora.

Secondo la sua esperienza, in questi anni è cambiata la povertà e come?
È sempre molto difficile definire la povertà. C’è chi non ha niente da mangiare, chi non ha una casa, chi si trova in una situazione di mancanza di lavoro oppure di mancanza di diritti. La povertà è estremamente variegata. Oggi ci sono delle nuove povertà dettate dalla crisi che si aggiungono alla povertà precedente. In questo periodo di crisi nei centri d’ascolto abbiamo visto che la presenza di persone italiane rispetto a quelle straniere è aumentata, non perché siano diminuite quelle straniere, anche se per via della crisi molti stranieri sono tornati a casa e altre sono arrivate e ora sono in una situazione di estremo disagio. Però sono aumentate molto le povertà italiane. Questo è un dato di fatto. Quando si parla di lavoro giovanile, si pensa a quelli tra i 18 e i 30 anni, ma c’è una fascia tra i 30 e 45 anni che non ha mai avuto nemmeno una occasione di lavoro. Questa è la triste e cruda realtà. Sappiamo tutti che dopo i 30 anni trovare lavoro è un’impresa come scalare l’Everest in una situazione dove il lavoro non c’è soprattutto qui da noi e questo è un ulteriore impoverimento della città. Se uno mi chiedesse in che settore cercare lavoro direi di fare la badante, per via dell’invecchiamento della popolazione, perché è il settore dove forse si riesce di più a trovare lavoro. Non vedo altre prospettive.
Come centro ascolto della Caritas abbiamo anche situazioni relative al sovra indebitamento che seguiamo come Fondazione antiusura a livello regionale. Si lavora sulla prevenzione dell’usura, famiglie che sono sull’orlo dell’indebitamento che può portare a chiedere soldi facili. Questo è un problema di cui bisogna capire le cause. A volte sono cause relative alla perdita del lavoro, altre un imprevisto in famiglia che non ci voleva, come una malattia. Qui stiamo parlando di una fascia di persone che non è mai stata nell’ambito della povertà, non sono quelli che vengono a mangiare alla mensa della Caritas. Poi ci sono persone che proprio a causa della crisi si affidano alla fortuna. Il problema del sovra indebitamento da gioco è un problema fortissimo. Nei periodi di crisi le persone scommettono di più. Può essere il bingo, la slot machine, il gratta e vinci. C’è un aumento spropositato di questi fenomeni. Quando un anziano comincia a giocare sistematicamente e a spendere anche 50 euro alla settimana in un mese diventano 200 euro e sulla pensione quei soldi pesano forte e parliamo di 50 euro quando va bene. Anche questo ricorso al credito facile delle finanziarie o alle revolving card creano grossi problemi perché non ci si rende conto degli interessi che si vanno a pagare. Allora qui si cerca di aiutare anche attraverso dei professionisti. Se poi interviene anche la perdita del lavoro è terribile con tutte le spese da pagare: l’affitto, o il mutuo, le utenze, ecc. Nel 2013 come Caritas abbiamo pagato utenze per 54mila euro.

Quindi a differenza dell’immagine che si ha all’esterno la Caritas non fornisce solo i pasti. Che tipo di attività svolgete?
La parte più impegnativa è l’ascolto. Il centro d’ascolto è fondamentale. Devi sempre metterti in ascolto della persona che viene da noi. Non è che una persona viene e ci dice che non riesce a pagare una bolletta e noi gli diamo i soldi. Non funziona così. L’ascolto, invece, è fondamentale per capire perché la persona si trova in questa difficoltà. Spesso e volentieri su cento casi 99 sono tamponamenti di situazioni di emergenza. Se si riesce a portare una persona su cento da uno stato di difficoltà ad uno di indipendenza è un gran successo. Altrimenti si tamponano situazioni che non si sa come risolvere.
Poi ci sono servizi essenziali che vengono forniti come la mensa che l’anno scorso ha fatto 72mila pasti, pranzo e cena. Dal centro d’ascolto sono passate più di mille persone. Abbiamo distribuito pacchi viveri per 83 tonnellate. Seimila accessi per il servizio docce e distribuzione vestiti. Da quest’anno poi offriamo anche la colazione. Abbiamo aperto casa Betania. Abbiamo aperto un dormitorio femminile con dodici posti. Siamo entrati nel progetto accoglienza profughi, soprattutto donne e bambini. Abbiamo due ambulatori da dove passano tutti i profughi che arrivano prima di essere destinati alle varie associazioni che hanno dato la disponibilità all’accoglienza. Poi c’è tutto il mondo del volontariato che gira intorno.
L’ambulatorio lo abbiamo aperto nel ’95 con medici di base volontari perché allora per i clandestini non era prevista alcuna assistenza medica. I medici si costituirono in associazione, sistemammo l’ambulatorio e poi attraverso convenzioni col Comune, l’Ausl e l’Arcispedale S. Anna, l’azienda farmaceutica municipale, le farmacie private ci fu la possibilità di dare assistenza agli stranieri. Persino il dispensario si rivolgeva a noi per la prevenzione della tubercolosi perché altrimenti loro non sarebbero riusciti ad intercettarli tutti. Era un servizio di carattere sociale importante. Poi ci fu la legge voluta da Rosy Bindi che garantisce l’assistenza sanitaria a tutti. A quel punto l’ambulatorio non era più necessario. Ultimamente l’esigenza si è riproposta a seguito di quella norma che prevede l’obbligo da parte dei medici di denunciare i clandestini.

Per fornire tutti questi aiuti, da dove vengono le risorse?
Innanzitutto, dal tanto vituperato otto per mille, ma che per noi è essenziale dal punto di vista economico. Poi ci sono le offerte, i lasciti. Per noi l’offerta non è solo il denaro, ma anche il cibo. Innanzitutto c’è il banco alimentare, pur con tutte le difficoltà, e poi c’è, in collaborazione con la grande distribuzione degli ipermercati coop, il “Brutti ma buoni” cioè confezioni di cibo assolutamente commestibile, ma il cui involucro non si presenta bene e che resterebbe invenduto; c’è il last minute market; la raccolta di cibo nelle parrocchie. Questo è oro. Anche il cotto non venduto dell’Ipercoop andiamo a prenderlo tutti i giorni. Questo è un lavoro importante. Tutta questa roba andrebbe distrutta con uno spreco di risorse. L’idea del professor Andrea Segrè, inventore del Last minute market, è stata un’idea geniale grandissima. Insomma, bisogna fare in modo che lo spreco non vada a danno delle persone. Il Centro servizi al volontariato ci dà una grossa mano in questo senso nel cercare il modo di inserirsi nel circuito dei “brutti ma buoni”, del last minute market parlando con le amministrazioni dei supermercati.
A volte non pensiamo a quanto sprechiamo. Ad esempio, gli indumenti. Ci sono cassonetti della Caritas, di Humana e della Croce Rossa. Ogni settimana solo noi Caritas viaggiamo intorno ad otto-nove tonnellate di indumenti recuperati. La parte utilizzabile si riusa, tutto ciò che non si può utilizzare, che è la stragrande maggioranza, viene rivenduta a ditte di Prato per il recupero dei filati e i soldi che ricaviamo li utilizziamo per le nostre attività. Se pensiamo a quanto ciascuno di noi scarta per noi volontari ogni cambio di stagione è una manna.

Dal quadro che ha descritto mi sembra che venga fuori in questa città una rete anche istituzionale di solidarietà abbastanza solida.
La cosa bella è la grande collaborazione, non ci si fa la guerra.
La gestione delle risorse, che siano economiche o alimentari o i vestiti, deve essere razionalizzata perché noi non possiamo permetterci lo spreco. Per questo stiamo cercando di costituire una banca dati degli interventi che vengono fatti per le persone per evitare che ci possa essere qualcuno che ci marcia e che fa il giro delle diverse associazioni. Per carità, ci sta anche questo, non ci si deve scandalizzare, però dobbiamo cercare di aiutare più persone possibile. La povertà ha sempre avuto le sue strategie da quando esiste l’umanità.
Mi viene in mente quel cartello contro l’accattonaggio davanti al supermercato che fa un po’ ridere. Davanti la mia parrocchia le persone che chiedono sono aumentate anche perché le chiese chiudono (ride, ndr). Poi c’è quello che chiede e basta, c’è quello che arriva alterato dall’alcol e quello non è nemmeno controllabile e in quel caso chiami la polizia che lo allontana. Noi diciamo sempre: evitiamo di dare, perché non sai mai dando dei soldi senza una verifica se fai del bene o del male. Se si presenta una persona insistente che puzza di alcol, capisco che uno li dà per liberarsene, ma non lo stai aiutando. Per questo sono importanti i centri di ascolto per capire i bisogni delle persone.

A questo punto non possono non chiederle se anche lei crede che ci sia una sorta di racket dietro l’accattonaggio?
Dipende dal tipo di accattonaggio. Esiste indubbiamente la spartizione delle zone. Poi si sa che l’accattonaggio minorile, soprattutto tra i nomadi, è una forma di sfruttamento. Direi che in questo senso è racket. Poi se è al livello malavitoso questo non ho le competenze per dirlo.

Una domanda un po’ provocatoria, mi rendo conto, ma chiedo a lei che è un uomo di fede quanto può essere frustrante occuparsi di povertà? Perché è come voler svuotare il mare col secchiello, i poveri sono in continuo aumento.
Come dicevo prima quando si riesce a risolvere un caso su cento si esulta. Il resto si tampona. La fede ci aiuta ad avere sempre uno sguardo di speranza per dire che l’ultima parola sulla vita non ce l’ha la morte. Secondo, quello che ci dice la fede è di avere sempre un occhio particolare di attenzione verso gli altri, particolarmente verso gli ultimi. Quando parliamo di opzione preferenziale verso i poveri, parliamo di qualunque tipo di poveri. Significa che se c’è una persona in uno stato di bisogno quella ha la precedenza rispetto ad un’altra. È quello che avviene normalmente in una famiglia. Se una madre ha due figli ed uno sta male, dedicherà naturalmente più attenzioni a quello che sta male perché è in uno stato di bisogno. Questo è un atteggiamento umano normale che vivono tutte le famiglie indipendentemente dalla fede. Credo che questo atteggiamento andrebbe recuperato a livello sociale, cioè chi è in stato di necessità merita attenzione. E quindi evitare le guerre tra poveri, ma soprattutto avere l’atteggiamento di dire che se un altro riceve quello che ho ricevuto io deve prevalere un sentimento di gioia perché finalmente anche lui questa sera avrà da mangiare e in quella famiglia ci sarà almeno una serata di serenità. Ecco, questo lo dobbiamo recuperare molto. Invece, si cerca sempre di dire “prima noi poi loro”, una differenziazione che rischia di essere estremamente pericolosa perché dal punto di vista dell’attenzione verso l’altro non c’è un prima e un dopo. Chi è in uno stato di necessità non può essere lasciato da solo. Non dico che si risolva tutto. Non sono un esperto di politica economica, non sono un politico, però credo che certi principi devono essere tenuti. Anche di fronte alla polemica su “Mare Nostrum” o mare di altri come si fa a fermare un fenomeno come quello? O ti metti a sparare, ma questo non ha mai fermato nessuno, come dimostra la frontiera tra il Messico e gli Usa. A livello internazionale occorre un’altra politica. Tutti parlano di cooperazione internazionale, ma dove la vediamo? Dov’è? Dicono: aiutiamoli a casa loro. D’accordo, ma perché fino adesso non si è fatto? Perché la cooperazione internazionale non funziona? Perché si ricade sempre nei fenomeni di corruzione? Se si è così capaci di andare a bombardare, credo si abbiano anche le forze per cercare di impostare una politica anche di forza, di pressione sui governi per dire “caro mio adesso se vuoi ti aiutiamo”. Io credo anche nel commissariamento di un governo. Questo non vuol dire ledere i principi della democrazia, ma proprio per il rispetto della democrazia cercare di creare quella rete di solidarietà che è necessaria.
È chiaro che nessuno ha la bacchetta magica e sconfiggere la povertà è un sogno. Anche i nostri stili di vita incidono parecchio. Nell’uso del denaro, che vuol dire uso delle risorse, ci sta la tua mentalità di come le usi, di come sprechi. Se vai a giocartelo alle slot machine è chiaro che diventi tu un costo per la società perché devi essere curato.

Qual è l’identikit della persona in difficoltà oggi?
Più che persone singole si tratta di famiglie giovani, possono essere italiane o straniere, in prevalenza straniere che chiedono un aiuto soprattutto per le utenze, l’affitto. Famiglie giovani con due figli. Poi ce la povertà cronica.
Non dimentichiamo un altro fenomeno che è andato crescendo. Il disagio mentale. La malattia mentale, la depressione sono un altro fenomeno che non accenna a diminuire, anzi con la crisi aumenta. Parliamo di persone giovani dai trenta ai quarant’anni. Uomini e donne.

Del resto quando non c’è una prospettiva di futuro la depressione è la patologia correlata, come si dice…
Se uno perde il lavoro e ha anche dei figli non sa come fare. Nella povertà non c’è nulla di romantico. Guareschi mette in bocca a don Camillo che la povertà è un dramma. Un conto è la povertà che uno sceglie consapevolmente, la povertà religiosa alla S. Francesco, ma quella è un patto, l’ho scelta io, un altro è la povertà subita. Quello è un dramma. Comunque, l’emergenza è il lavoro perché a questo è legato tutto: la dignità della persona, il costituirsi e portare avanti una famiglia, garantire un futuro, la stabilità di una casa.

Si parla si parla si parla, quanto tempo è che si dice che ‘l’anno prossimo’ la crisi sarà passata?
Adesso si è già spostata al 2015. Anche perché tutto quello che era il risparmio dei genitori di molte famiglie ormai è stato raschiato. So di famiglie che dicono che adesso va bene perché c’è la pensione dei genitori, ma dopo? Quando non ci saranno più? Come mangeranno? Su questo mi sembra si stia battendo la fiacca. Io non ho la soluzione, se ce l’avessi la direi. Se non si riparte garantendo un lavoro che sia dignitoso. Certi tipi di contratto come i voucher sono stati una grande invenzione però stanno diventando un alibi, un lavoro a chiamata senza diritti. Una forma di caporalato. Che futuro hai davanti lavorando in questa maniera? Anche due ragazzi che si vogliono sposare cosa mettono su? Insomma, il lavoro è la priorità. A livello politico bisogna muoversi tanto su questo. A parole il mondo si cambia. Quello sono capace anch’io di farlo.

Sicuramente lei ha fatto più di molti politici…
(Si schermisce con un sorriso, ndr) Beh, insomma, la cosa bella di questi ventuno anni è stato il volontariato. La passione dei volontari. Noi non chiediamo il certificato di battesimo a nessuno che voglia fare il volontario. Quando aprimmo, i primi volontari furono quattro mormoni. Ognuno fa quello che sa fare. Ci sono tanti pensionati che sono una forza incredibile. L’ambulatorio medico fu messo su dal dottor Giancarlo Rasconi, sua moglie era la ginecologa di riferimento al Sant’Anna. Tutto queste persone hanno dato molto. C’è tanta gente che ha voglia di mettersi in gioco, bisogna dargli l’occasione e un ambiente adatto.

Questo mondo del volontariato è veramente bello e andrebbe rivalutato tanto di più e ripreso nelle motivazioni: la gratuità, il tempo dedicato, la formazione. Ferrara da questo punto di vista non è seconda a nessuno.

LA STORIA
Pittrice ti voglio parlare…

Parco di Kolomenskoe, un po’ fuori Mosca, non tanto a dire il vero, il tempo di arrivarci in circa quindici-venti minuti di metropolitana. Incredibile come qui, a poche stazioni, ci si trovi velocemente e improvvisamente immersi nel verde e nella natura.

pittrice-ti-vorrei-parlare
Chiesa della Madonna di Kazan

Sotto il sole caldo, qui gli edifici bianchi sembrano ancora più bianchi e svettano nel verde accecante del soffice e delicato prato del parco che si estende lungo la Moscova per circa 390 ettari. Residenza estiva degli zar nel sedicesimo secolo, questo posto è incantevole. Alcuni tetti sono verdi, altri turchesi, tutti degni di un’antica fiaba russa. La loro forma è oblunga o a cupola, a seconda che ci si presentino davanti agli occhi la Chiesa dell’Ascensione, le porte di pietra o la Chiesa della Madonna di Kazan. S’innalzano verso il cielo, imponenti, seri, sicuri, maestosi, severi e altezzosi.
Ci ritroviamo, sorpresi e ammirati, in un mondo a sé stante, azzurro, solitario, quasi indipendente, lontano da ogni preoccupazione e rumore (solo qualche cinguettio e miagolio), secondo alcune leggende, scenario dello scontro fra San Giorgio e il drago.
Da lontano scorgo una signora anziana, con il capo coperto da un vecchio cappellino ricamato all’uncinetto, seduta, quasi accucciata, su un seggiolino di legno che sembra quello di un bambino o di un regista di piccola statura. Proprio per questo suo essere piccolina e per la posizione assunta m’intenerisce molto. Di fronte all’imponente Chiesa ortodossa si sta immaginando quell’immenso e potente drago e forse lo disegna. Ha con sé pennelli, barattolini, vasetti, un cavalletto di legno, qualche tavolozza, una tela e tanti colori, tanti quanti quelli delle ali di quel drago. E’ stata una pittrice, da giovane, di quelle che dipingevano a Montmartre, a Piazza Navona, lungo la Stari Arbat. Ritratti, paesaggi, gatti, cani, coppie di sposi e tanti giardini e fiori. Tutto nasceva dalle sue mani, miracolosamente, come un bocciolo fiorito. Non le importava, allora, cosa disegnava, bastava guadagnare per poter vivere di arte. Per convincere i genitori, prima, e gli amici, poi, che con la bellezza si riusciva a sopravvivere.
Dopo tanti anni era riuscita a diventare una pittrice abbastanza nota, grazie anche all’aiuto di un’amica gallerista di San Pietroburgo, città d’arte e di cultura. La sua avvenenza giovanile l’aveva sicuramente facilitata ma lei, Olga, era anche molto risoluta e sicura della strada scelta. Allora era forte, fisicamente e moralmente, e per quanto piccolina di statura aveva solcato mari e monti, guidata e accompagnata solo dal suo grande sogno. Che un giorno era divenuto realtà. Per un breve periodo aveva anche vissuto in Umbria, in un piccolo villaggio medievale che le aveva regalato nuove amicizie, passioni e, ammetteva, anche un bel carnet di ricette di cucina, diventate ispirazioni di piatti finiti anch’essi sulle sue tele. Olga aveva disegnato, dipinto, ricamato, pregato, scritto, letto, sognato, amato e quasi mai odiato. Non era capace di odio, proprio no. Questo sentimento non faceva e non fa parte del suo Dna. Anche quando era stata trattata male, magari umiliata e rifiutata, aveva sempre accettato quello che la vita le portava. Sempre, e tenacemente, convinta di poter inseguire il sole come “il piccolo e anticonformista Gabbiano Jonathan, che riesce a intravedere una nuova via da poter seguire, una via che allontana dalla banalità e dal vuoto del suo precedente stile di vita, e comprende che oltre che del cibo un gabbiano vive della luce e del calore del sole, vive del soffio del vento, delle onde spumeggianti del mare e della freschezza dell’aria”.
Negli anni aveva iniziato a dipingere nuovi soggetti, era passata a immagini religiose, altari, chiese, cupole. Forse la dimensione mistica aveva guadagnato terreno con la vecchiaia, con la voglia di pace e tranquillità. Oggi Olga è in pensione, se così la si può chiamare, vista la sua misera entità, e ancora dipinge, un po’ per quell’antico piacere della bellezza, un po’ per vendere a qualche turista attirato dalla sua ancora intensa vivacità.

pittrice-ti vorrei-parlare
Parco di Kolomenskoe, aiuola di fiori

Ogni domenica prende allora i sui colori e le sue tele e cambia parco o giardino, in cerca d’ispirazione. Oggi la vediamo qui, a Kolomenskoe, domani la potremo trovare altrove. Le sue gracili spalle ricurve inteneriscono, per il peso che portano, per quanto hanno sopportato. Perché Olga, in tutto questo, aveva dovuto lasciare il suo bambino in un orfanotrofio, la bellezza non era stata sufficiente, da sola, per tutto. Quel bambino che, nascosto dietro un ramo o un tronco disegnato, compare sempre nei suoi dipinti. Guardando bene, da vicino, lo vedrete anche voi.

L’EVENTO
Internazionale a Ferrara ovvero dell’importanza di unire i puntini

Chi è Oleg? Me lo sono chiesta qualche tempo fa leggendo in rete la notizia dell’arresto di Oleg Vorotnikov in seguito a una rissa all’ex ospizio di Santa Marta di Venezia. L’articolo diceva che l’uomo è ricercato, che rischia l’estradizione in Russia, da cui è scappato con la famiglia nel 2013, e dove il processo a cui andrebbe incontro non sarebbe clemente né imparziale. Una raccolta di firme a favore dell’attivista (alcuni nomi: Zerocalcare, Andrea Lissoni, la crew di scrittori Urban Code) riesce però a farlo rilasciare dal carcere di Santa Maria Maggiore e a scongiurare l’estradizione. Della notizia e dei suoi protagonisti non si parla in modo diffuso, ma in parte conosco già la loro storia, che è anche la storia di Voina, grazie alla visione del proiezione del documenario Tomorrow realizzato da Andrey Gryazev e proposto al festival di Internazionale nel 2012.

Collettivo russo nato nel 2007, attraverso provocatorie azioni artistiche, Voina critica l’omofobia, l’autoritarismo, la strumentalizzazione della religione a fini politici, l’ormai divenuto stato di polizia russo. Con crudezza e assenza di filtri, racconta spaccati di vita dei componenti del collettivo, tra arresti, azioni sovversive, falli disegnati sul grande ponte di Mosca, rappresentazioni estemporanee, incarcerazioni e vita familiare sempre in bilico tra sostenitori e detrattori, tra filo del rasoio e le telefonate ai parenti su Skype, tra l’ammirazione di chi li sostiene e la violenza ideologica di chi li vorrebbe zitti e assenti.

Stesso posto e stesso anno. In sala Estense, poco lontano dal cinema Boldini in cui ho assistito alla proiezione, ascolto il fumettista Igort raccontare Quaderni russi, il suo nuovo lavoro a nuvolette, che diviene anche l’occasione per parlare con il pubblico di Femen, movimento femminista ucraino le cui componenti manifestano in topless contro le discriminazioni sociali e sessiste, intenzionate a scuotere le coscienze di un Paese ancora associato, nell’ottica estera, al turismo sessuale o alla delinquenza. O, ancora, delle Pussy Riot, due delle quali – Yekaterina Samutsevich e Nadezhna Tolokonnikova – cullate nell’embrione di Voina per poi prendere la propria strada.
Sono solo alcune delle storie collegate da un comune progetto o da un comune effetto, da una stessa idea e dalla stessa forza artistica, due punti uniti da una linea di pensiero chiara e originale che viene tracciata grazie alla matita di Internazionale.

Raccontare storie e persone, cercare connessioni naturali e nascoste tra eventi, soggetti, situazioni, darne una interpretazione a più voci di fronte a un pubblico, dare voce a chi e cosa una voce spesso non ce l’ha, oppure rischia di finire perduta tra le pieghe di una informazione (tema conduttore di questa edizione che inizia venerdì), nascoste in trafiletti o nell’oblio. Storie che vale la pena ascoltare e collegare, su cui riflettere. Come quelle del medico congolese Denis Mukwege, fondatore in sud Kivu di un ospedale per le donne vittime di stupro, del regista alternativo statunitense Robert Altman e del programmatore Aaron Swartz, dalla vita tanto geniale quanto drammatica, del coraggioso fotoreporter di guerra Giles Duley e del visionario presidente della multinazionale dei sogni Pixar e Walt Disney Studios Edwin Catmull, che saranno alcune delle protagoniste di questa edizione.
E chissà quale forme assumeranno i puntini che saranno uniti tra 3, 4 e 5 ottobre.

[Vedi il video di presentazione del festival]

L’OPINIONE
Considerazioni inattuali sulla politica e i suoi derivati

Da qualche tempo i quotidiani sono particolarmente polposi e le riviste che li accompagnano sembrano volumi in quarto. Quando mai tanta abbondanza? Fosse un’offensiva Marchionne-Renzi? Fossero mitragliate di twitter ed esternazioni? Fossero le dolenti note ispirate alla celebre “Melancolia” di Dürer che escono dal labbro stretto di Bersani? Macché! Sono pagine, decine e centinaia, che presentano la moda italiana per lei, per lui e per entrambi. Magnifiche confezioni presentate da stupefatte modelle/i che ti guardano con disgusto, irritazione e noia stringendo le preziose stoffe attorno alle loro gambucce, spallucce, testine, mentre avanzano con quel ritmo ondulante e artefatto che fa la gioia degli stilisti e dei fotografi. Perfetta metafora della politica italiana e dei loro protagonisti. Magnifici lavori che si adattano all’artificio di chi non sarà mai così annoiato, tetro, indifferente, scostante e falso come deve essere il comportamento dei modelli/e.

Una saturazione così evidente degli affari della politica con lo scontro gigantesco sull’articolo 18, sul job act, sulla lotta senza quartiere tra magistratura e politica tanto che ne risentono i talk show fino a ieri padroni incontrastati della serata televisiva: cadono Floris, Giannini, Santoro e le Gabbie, i Virus, le Piazze pulite. La ‘ggente’ non ne può più di esternazioni, di insulti, di veleni sussurrati a fior di labbra. Salta perfino fuori il vecchio ma sempre valido appellativo di ‘amico’ per definire il più odiato o disprezzato tra i contendenti (molto amato in area Pd). Perfino le contorsioni di De Magistris non suscitano sconcerto se non l’ironia del grande Francesco Merlo che firma uno dei suoi pezzi più strepitosi su La Repubblica: La Nemesi beffarda di Giggino ‘a manetta paladino della legalità che resiste alla legge. Le considerazioni del grande giornalista, che analizza i soprannomi di cui si riveste il sindaco di Napoli (oltre ‘a manetta, ‘o skipper, ‘o scassatore, ‘a promessa) culminano nell’ultima, a me cara perché cita un mio grande maestro Luigi Russo: Giggino Banderas è l’ultimo dei soprannomi. E’ la mamma che gli cucì la toga in 48 ore il giorno della tesi di laurea. La mamma che gli ha insegnato a tenere il Vangelo sempre sul comodino. Ma forse la mamma, che è l’erede del grande italianista Luigi Russo, mai aveva pensato a un destino di ‘ammuina populista’, di giudice ‘sciuè sciuè’. Un pezzo formidabile che pone ancora una volta in luce il carattere degli italiani a cui va la responsabilità della collezione nuova della moda e del comportamento dei politici.

Non so se dell’ammuina fa parte il comportamento del sindaco di Comacchio che sfida i rigori del grande statista a cui fa capo il suo partito. Non so se l’ammuina centri con la lotta per la conquista della presidenza della Regione Emilia-Romagna tra accuse e chiarimenti, tra rifiuti e resistenze: Bonaccini, Richetti, Balzani con il prolungamento della passerella dei modelli che sfilano fin sotto lo Scalone. Modonesi, Calvano, Zappaterra, Zaghini mentre il Sindaco s’industria, si defila e fa la voce grossa davanti alle sofferenze e ai trionfi con Marattin che parte per Roma spremendo una lacrimuccia. Non mi se ne voglia di queste parole scritte per ‘alleviare’ il cuore oppresso. Anch’io, nonostante avessi giurato mai, ieri ho votato alle primarie. Anch’io sento l’angoscia del presente. Anch’io trovo rifugio in quel benessere che solo la frequentazione della cultura alta può provocare. E ne fanno fede le sale stipate dei ferraresi e no che ieri sono accorsi all’Ariostea a sentir parlare di Matteotti e alla Pinacoteca dei Diamanti di Dosso Dossi. Poi si esce, e poco lontano già comincia la sagra europea delle bancherelle. Per favore, per favore amico Dario, fai che la cultura, i musei, non diventino sagre ma riescano a sconfiggere i modelli, con le loro facce annoiate e rivelino solo la bellezza delle stoffe dell’’ingenium’ italiano, della preziosità di un pensiero che non ha bisogno se non di riconoscere la verità e l’etica, là dove dovrebbe essere imperativo che si trovi e si frequenti: nella politica.

Fatti più in là

Rifletto sul tema del conflitto tra generazioni a partire da una infelice scorciatoia linguistica: rottamazione. Non varrebbe la pena di parlarne se questa non riflettesse una linea di azione che investe ogni mondo e istituzione, ben oltre la politica. Il conflitto tra generazioni è fisiologico, cambiano però i contenuti su cui tale conflitto si fonda, anche se assume sempre la veste di una differenza di visioni del mondo.
Negli anni Sessanta il conflitto aveva come oggetto la libertà contro l’autorità: libertà di scegliere il proprio corso di vita, di rompere i vincoli della tradizione e delle appartenenze. In una fase di espansione, di crescita dei consumi e del benessere di massa, quella generazione sentiva strette le gabbie della cultura del dopoguerra, le regole del costume e della morale corrente. Proponeva la ricerca di autenticità, comportamenti tra i sessi più paritari, il diritto di mettere in discussione istituzioni sacre come il matrimonio e la famiglia, di seguire le proprie vocazioni. Gli adulti rispondevano con inviti alla moderazione, ma vi erano, tra gli adulti, maestri venerati dai giovani, filosofi ascoltati (anche troppo talvolta) che, non a caso, hanno a volte assunto il ruolo di cattivi maestri. Il conflitto generazionale era avvertito prima di tutto sul piano privato (anche se il Sessantotto viene associato alla piazza) e si giocava in nome di una vita più libera e autentica.
Sul piano politico, anche allora la nuova generazione accusava quella precedente di avere tradito le speranze di un mondo nuovo, più giusto, e cercava nuovi modi per accelerare il corso della storia. Sul piano del lavoro, però, non vi era una rilevante divergenza di posizione tra generazioni. Gli adulti avevano un lavoro abbastanza garantito, erano immersi in un’innovazione che cambiava gradualmente le condizioni, automatizzava i processi, alleviando la fatica, migliorando i luoghi di lavoro e introducendo diritti. I giovani entravano in quel mondo senza troppa fatica, al termine di una scuola che era diventata più facile.
Qual è la differenza tra quel conflitto e quello attuale? La differenza sta nelle risorse che oggi, rispetto ad allora, sono in gioco. Vivevamo allora una fase di eccezionale crescita, i Paesi occidentali crescevano e, insieme ai tassi di occupazione, crescevano i salari e i consumi.
Se la torta non si può allargare, allora bisogna che si riduca il numero di persone chiamate al banchetto. Oggi, in questo tempo di risorse scarse, le nuove generazioni hanno fretta di liberare spazi, cercano di farsi posto: non c’è tempo di affiancare, ma si deve sostituire. Ogni persona matura, indipendentemente dalla qualità che esprime, occupa uno spazio e impedisce ad un giovane di essere occupato.
Tutto ciò ha fatto che sì che un termine come rottamazione sia diventato l’emblema dello scontro tra generazioni. Non è avvenuto solo in politica. I lavoratori maturi, in tutti i contesti, si sentono guardati con un’aria di attesa, più o meno paziente, con l’orologio in mano, più o meno come dal dottore si guarda l’orologio aspettando che arrivi più in fretta possibile il proprio turno.
Ma qual è il criterio di qualità per il ricambio generazionale? Il colore della camicia, la dimestichezza con Twitter, i centimetri di tacco? Mi si dirà che in politica una generazione compromessa deve essere sostituita con una che, in quanto giovane, non ha ancora fatto in tempo a sguazzare nella corruzione. Certo, se è così, non occorrerà molto tempo per imparare.
Il punto è che il clima di trepidante attesa con cui i più giovani guardano i più adulti affinché si tolgano dai piedi, investe anche ambiti in cui la corruzione non c’entra e su cui contano competenze, spessore culturale e perché no, esperienza.

Il brano intonato: Le sorelle Bandiera, Fatti più in là [clic per ascoltare]

Maura Franchi (Sociologa, Università di Parma)

Laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano: i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

IL FATTO
Vanno in scena
i giorni del sisma

Poche tende, un binario sul quale scorre la telecamera e una troupe di una trentina di persone che si affannano sul prato dietro le scuole materne di Mirabello. Sono iniziate le riprese di “Terremotati – La notte non fa più paura”, storia di amicizia, amore e speranza a cui lavorano, senza sosta da oltre un anno quattro giovani professionisti del cinema e un comunicatore.

Sono le tre del pomeriggio, l’attore Stefano Muroni si concentra sotto una tenda in attesa del ciack, il giornalista Samuele Govoni spedisce ai giornali le foto della mattinata, il regista Marco Cassini tiene d’occhio il monitor e Ilaria Battistella, il produttore esecutivo fa di tutto e di più. Terremotati è la loro scommessa, fatta di contenuti, passione e know-how.
“L’idea di fare il film a casa nostra mi è piaciuta fin dal primo momento, credo sia utile anche per stimolare chi come me è nato a Ferrara e ha dovuto studiare altrove per dare concretezza al proprio mestiere”, racconta Ilaria diplomata al Centro sperimentale di Cinematografia di Milano. Insieme ai suoi compagni di studi prima e di avventura poi, fa parte dell’associazione “Da Ferrara alla Luna” nata per gestire la produzione, ma anche per creare in città un piccolo centro cinematografico dedicato all’audiovisivo professionale.

La sceneggiatura, fedele al tragico incedere del terremoto, è lo specchio dei tempi nel quale gli effetti del sisma riflettono l’incertezza del lavoro, s’intrecciano con l’esperienza della morte, con i sussulti di una crisi economica e occupazionale senza precedenti. E’ una storia emiliana, ma è la storia di un Paese dove la vita non è più la stessa. Per nessuno, né per gli imprenditori né per gli operai, come dimostrano le tante testimonianze raccolte durante la preproduzione.

Terremotati rappresenta il Paese reale fotografato in corsa. “Avendo un budget risicatissimo e tenuto conto che il crowdfounding deve ancora cominciare, giriamo con ritmi serrati – spiega Ilaria – Dobbiamo fare in due settimane quanto si fa in almeno un mese e mezzo”. Sostenuta dall’entusiasmo, da alcune proposte relative alla distribuzione al vaglio dell’associazione e dall’idea di portare il film nei festival stranieri e italiani più prestigiosi, non ultimo il Giffoni con cui esiste una collaborazione, la troupe procede a passo spinto.
“E’ un piacere vederli lavorare, hanno cuore e passione. Sanno fare, possiedono strumenti e conoscenza, purtroppo quel che manca, ma non solo a loro, sono le opportunità per dimostrare il proprio talento”, dice Maria Rita Storti, l’insegnante che ha investito 20 mila euro nel progetto credendo nel suo valore sociale e umano.

A fare la differenza è proprio il contenuto, ne è convinto anche Giorgio Colangeli, il Salvo Lima del Divo e nel 2007 vincitore del David di Donatello come miglior attore non protagonista del film “L’aria salata” di Alessandro Angelini. In Terremotati, Colangeli che calca la scena dal ‘74, è Lorenzo, il padre di Leonardo- Stefano Muroni, protagonista della pellicola insieme a Giulio – Walter Cordopatri. “Mi è piaciuta la sceneggiatura – spiega – E’ un’esperienza interessante, oltre che un modo di mantenere un profilo etico alto. Con la mia presenza mi auguro di portare al progetto un po’ di visibilità. Noi tutti speriamo di lavorare per la qualità e di imboccare un percorso che porta all’estero, è un iter comune a gran parte dei film d’autore, un passaggio importante per poi imporsi in Italia con la giusta eco”.

Il problema della distribuzione, ricorda Giorgio Colangeli, riguarda quasi tutte le produzioni non commerciali, che possono comunque contare su piccole realtà indipendenti, vere e proprie agguerrite task force decise a raggiungere il risultato. Un risultato talmente cercato da meritare il tocco della fortuna per il combattivo impegno che sa conquistare chi ne percepisce l’energia.

Il dinamismo dell’economia ferrarese a cavallo tra Otto e Novecento

STORIA DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE FERRARESE (QUARTA PARTE)

Con l’Unificazione della penisola sotto la dinastia dei Savoia, si aprì per la Valle Padana un favorevole ventennio di espansione agricola e di un più vivace dinamismo economico, benché continuassero ancora a persistere diffuse zone di arretratezza. Sulle terre prosciugate dalle bonifiche, che avevano richiamato nel Ferrarese schiere di braccianti e di terrazzieri, incominciò ad insediarsi la grande azienda capitalistica, dedita alla produzione cerealicola su vasta scala e aperta al mercato nazionale e internazionale. Tuttavia, l’inizio dell’industrializzazione, con l’impianto in provincia di mulini a vapore, di zuccherifici e di canapifici, non fece che rimarcare la limitativa stagionalità dell’impiego della mano d’opera: la campagna saccarifera, ad esempio, occupava i lavoratori per non oltre sessanta giorni nell’arco di un intero anno. La conseguenza fu che non venne affatto risolto il problema della disoccupazione, anzi, il fenomeno era destinato ad aggravarsi.
Bisogna comunque ammettere che, alle soglie della Prima guerra mondiale, l’espansione produttiva era stata notevole: la produzione del frumento era passata da poco più di 500.000 a oltre 1.200.000 quintali, la nuova coltura della barbabietola da zucchero si era rapidamente affermata favorendo l’insediamento dei primi stabilimenti saccariferi, la coltivazione della canapa continuava ad espandersi. E da questa positiva contingenza traeva alimento anche l’attività industriale, infatti nel 1914 le imprese industriali della provincia di Ferrara erano diventate oltre milleseicento e occupavano quasi quindicimila lavoratori, di cui circa duemila impiegati nel settore della lavorazione dei metalli e la maggior parte dei rimanenti nelle industrie trasformatrici dei prodotti dell’agricoltura.

Briciole di un amore in sfacelo

“Cosa diavolo ti è successo?” / “Non lo so. E non mi importa”.

Rebecca Winter è stata una famosa fotografa, è stata la seconda moglie di Peter che non ha smesso di sposarsi ogni dieci anni ed è stata una newyorkese molto inserita. E a trentasei anni è stanca di raccattare briciole. “Natura morta con briciole” è la fotografia (oltre che il titolo del romanzo di Anna Quindlen, edizioni Cavallo di Ferro, 2014) di uno scorcio, sono i resti di una cena di altri e a cui non si è andati, sono i rimasugli che un marito lascia prima di andare a letto con la solita sfacciata noncuranza.
Quei bicchieri da vino sporchi e quelle forchette unte in mezzo a piatti accatastati si trovano lì per lei, sono la sua vita che, una mattina, all’alba inizia a fotograre. La luce che penetra dalla finestra la sveglia, lo scenario davanti è la notte di Peter con gli amici, la sua ennesima esclusione. Rebecca ne fa arte che i critici definiscono “un’elevazione e al tempo stesso un’accusa alla vita e al lavoro delle donne”, ma solo lei sa la stanchezza e la rabbia che c’erano state dietro a quelle immagini che diventano, giorno dopo giorno, la serie Piano da cucina. Seguono altre foto, assieme alla rabbia di Peter che non si è realizzato come avrebbe voluto e che vede la moglie farsi strada a partire dagli avanzi disordinati di una cena, mollati perché lei li sgomberasse.
Poi Peter se ne va con un’altra donna e la fortuna, si sa, ha i suoi rovesci. Rebecca lascia tutto, la città, la società, la casa e va lontano, a sessant’anni, in un cottage perso tra i boschi dove nuovi legami nascono per necessità e resistono per amore.
Rebecca continua a fotografare e si imbatte nelle tracce inquietanti di un’altra vita, chissà di chi. Queste immagini misteriose e un po’ sinistre le regaleranno una nuova stagione di celebrità nella serie di fotografie Croce bianca, proprio quando la solitudine è diventata per lei stile di vita e malattia interiore.
In una notte di tempesta capita l’irreparabile, l’amore e la morte corrono paralleli. Jim è con lei, ha quasi vent’anni di meno e una ruvidezza rassicurante. Solo Jim può sciogliere il mistero delle immagini Croce bianca perché lui è il custode di quel segreto.
Solo perché ormai nella sua vita c’è Jim, Rebecca potrà rispondere “sono felice” all’amica che le chiede cosa diavolo le sia successo.

LA STORIA
Detenuti in attesa di giudizio. Non solo marò in India

di Valerio Lo Muzio

Succede che, durante un viaggio in India, tre amici decidano di assumere dell’eroina prima di addormentarsi insieme in un grande lettone di una stanza d’albergo, succede che all’indomani malauguratamente uno dei tre non si svegli più, succede che i due amici vengano accusati di omicidio e condannati in primo grado all’ergastolo. Sarebbe l’incipit di un possibile film, ma questa purtroppo è la vera storia di Tomaso Bruno, trentenne di Albenga, che insieme con l’amica Elisabetta Boncompagni da oltre 4 anni e mezzo scontano una condanna di primo grado all’ergastolo nel carcere indiano di Varanasi.
Sulla loro vicenda un film uscirà. ‘Più libero di prima’ è il titolo, a dirigerlo sarà Adriano Sforzi, la produzione è di Articolture Bologna e Ouvert di Torino. Il giovane regista, già vincitore di un David di Donatello per il cortometraggio ‘Jody delle giostre’, dovrà affrontare una sfida non facile: non solo la storia è tortuosa da raccontare, ma le maggiori difficoltà sono date dai costi davvero ingenti: le trasferte in India costano, e i numerosi rinvii del tribunale indiano per emettere la sentenza definitiva (il processo è stato rimandato ben tre volte) mettono a repentaglio il budget. Ora la data finale della sentenza programmata dalla Corte indiana, quella che dovrebbe decidere la sorte dei due ragazzi è programmata per metà ottobre (del resto, non stupisce la lunghezza dei tempi della giustizia indiana, vedi il caso dei due marò italiani), per finanziare il viaggio finale di Sforzi ed il suo team è stata indetta una campagna di crowdfunding.
Questa triste storia inizia il 28 dicembre 2009, quando Tomaso, Elisabetta ed il suo fidanzato Francesco Montis, si recano in viaggio in India. Il giorno prima della partenza i tre giovani decidono di consumare della droga, la mattina dopo, Francesco Montis non si sveglierà più. Il referto post mortem, redatto da un oculista e non da un medico legale, parla di morte per strangolamento, nonostante non ci siano segni evidenti e nell’autopsia si faccia cenno ad un’emorragia cerebrale, alla quale non viene dato assolutamente alcun peso. Per la polizia indiana e per i giudici non ci sono dubbi: è un omicidio passionale, nonostante la sentenza affermi che non ci sono abbastanza prove per dimostrare l’omicidio: il fatto che i tre dormivano nello stesso letto (cosa inconcepibile per la cultura del luogo) è di per sé una prova valida. Ecco che impressione si è fatto il regista Adriano Sforzi.

In meno di un mese avete raccolto il 92% dei fondi per il film. Te l’aspettavi?
No, assolutamente no, non ne ero neanche convinto, perché sono ligure e conosco i liguri (scoppia a ridere, ndr) però, un po’ lo speravo perché so che i liguri sono anche persone molto di cuore. La campagna di crowdfunding, serve a finanziare quest’ennesimo viaggio in india. La produzione, Ivan Olgiati di Articolture di Bologna e Stefano Perlo di Ouvert di Torino, hanno finanziato i primi viaggi, assumendosi anche il rischio che il film non si girasse. Lo scorso anno quindi, abbiamo iniziato le riprese e c’è stato il primo rinvio in tribunale con un anno di attesa. Attorno alla storia di Tomaso ed Elisabetta si è creata una vera e propria comunità, si è pensato quindi di coinvolgerli soprattutto per tenerli uniti. Infatti una delle cose più positive che sono successe in questa storiaè che un piccolo paesino della Liguria come Albenga, si è scoperta comunità, cosa molto difficile negli anni Duemila.

A cosa serviranno questi soldi, che spese andranno a coprire?
Sul nostro sito (www.indiegogo.com) è specificato chiaramente, a cosa servono i finanziamenti. Siamo andati lì con un direttore della fotografia professionista, attrezzature professionali, ci sino da coprire le spese dei viaggi, degli spostamenti, il vitto e l’alloggio, le assicurazioni. Purtroppo tutte queste spese dovremo affrontarle di nuovo, a causa dell’ennesimo rinvio decretato dalla Corte indiana.

Ecco, parliamo di questo rinvio, il 16 settembre era prevista l’ udienza presso la Corte Suprema, poi è tutto è saltato in quanto mancava l’avvocato difensore, come affronterete queste vicende nel film?
Tutte queste vicende avranno un ruolo marginale nel film, perché vorrei rappresentare la crescita di Tomaso. Sarà principalmente un romanzo di formazione, scritto a mano da Tomaso, in quanto il film è soprattutto tratto dalle lettere che Tomaso ha scritto in questi lunghi 4 anni passati in carcere.

Cosa scrive Tomaso ai suoi genitori in queste lettere?
Nelle prime lettere, Tomaso descrive gli avvenimenti di quei giorni, ma la cosa che più mi ha colpito è che ogni volta scrive ai genitori :“State tranquilli perché questa storia finirà”. E’ sorprendente come questo giovane, rinchiuso in un carcere da 4 anni, senza acqua, senza elettricità e con altri 150 detenuti, dice agli altri di stare tranquilli. Tomaso chiude spesso le sue lettere con un “Forza Inter”, è tifosissimo e si fa spedire dalla mamma dei pacchi da 100 copie de ‘La gazzetta dello sport’ per tenersi informato sul campionato italiano. Sul muro della cella ha disegnato una classifica della serie A, questo lo tiene in Italia, lo tiene vivo, ancorato alle sue radici, e lo rimanda a quel bar dove noi vedevamo ’90 minuto.

Nella homepage del sito piùliberodiprima.it c’è una citazione di Tommaso, che recita: “Sono entrato in carcere in India come un ragazzo in perenne conflitto con se stesso. Oggi sono talmente tranquillo che non provo nemmeno un pizzico di odio verso i responsabili di questa vergognosa ingiustizia”. Insomma Tommaso pare aver acquistato una consapevolezza, cosa ha trovato secondo te? Perché è così sereno nonostante sia in carcere?
Cosa ha trovato veramente non lo so, ma credo che sia giusto raccontare come ci sia arrivato a questa serenità. Tomaso è arrivato a questa frase dopo aver passato 4 anni e mezzo in carcere per un delitto che non ha commesso. Credo fermamente che questa sua evoluzione può essere utile a tutti. Mi sono convinto a realizzare il film quando ho capito che questa, poteva essere una storia universale, utile davvero a chiunque. Mi chiedevo cosa potessi fare per Tomaso, di fronte quest’enorme ingiustizia ti senti impotente, l’unica cosa che potevo fare era raccontare in un film la sua storia.

Se nella sentenza definitiva dovessero essere condannati che farete, girerete lo stesso le scene?
E’ un’ipotesi che non prendo neanche in considerazione, il mio film finisce con Tomaso che ritorna a casa, non voglio pensare a nient’altro, perché è talmente assurda tutta questa storia, che non voglio credere che continui. Quindi ora attendiamo altro tempo, ma poi gireremo il finale come dico io, non come dicono loro.

Nel 2012 Le Iene, sono andate a Varanasi, in carcere con le telecamere e i due ragazzi hanno ammesso l’assunzione di droghe, pensi che quest’ammissione abbia contribuito a far spegnere i riflettori su questa vicenda?
Purtroppo è così, proprio in quel filmato, la serenità con cui Tommy ha ammesso di aver provato per la prima volta l’eroina è la serenità con cui io affronterò questo racconto. La droga fa parte della storia di Tomaso e purtroppo anche quelle persone che pensano che chi si droga è per forza un assassino fanno parte di questa storia. Anche perché nel referto dell’autopsia redatto da un’oculista si fa cenno ad un ematoma interno nella testa di Francesco Montis, che non è causato da nessuna botta, quindi è molto ma molto probabile che la causa della sua morte sia quella. Bastava che un qualsiasi medico valutasse quell’autopsia per dire che Checco è morto di overdose e mandare a casa quei due ragazzi.

(ha collaborato Sirio Tesori)

[www.lastefani.it]

Versailles e la Tempesta

Nel dicembre del 1999 due violenti uragani devastarono il nord della Francia. Furono eventi atmosferici straordinari e lasciarono alle loro spalle un regalo indesiderato di morte e distruzione. Una delle due fu particolarmente memorabile e i francesi quando ne parlano, non l’hanno battezzata con un nome proprio, ma usano semplicemente le maiuscole, quella è semplicemente, La Tempesta. I danni provocati dal suo passaggio furono enormi, fra i tanti, la distruzione di una quantità considerevole di alberature storiche e monumentali. Il parco della reggia di Versailles fu devastato, circa 10.000 alberi furono sradicati dalla violenza del vento, ma se guardiamo questo disastro da un altro punto di vista, si può dire che mise fine a una lunga discussione che animava il dibattito sulla sua gestione. Mi rendo conto che fare una considerazione del genere è come definire un terremoto come un nuovo piano regolatore, ma ci sono dei casi in cui l’eccesso di discussione, porta inevitabilmente ad una immobilità che può essere controproducente. Il governo francese, anche in tempi di crisi, stanzia fondi pubblici per la conservazione e il mantenimento del suo patrimonio di giardini storici che a noi italiani può sembrare fantascienza, di conseguenza il dibattito sulla gestione dei grandi parchi, anche se non diventa argomento da Bar Sport, è comunque al centro dell’attenzione pubblica e della stampa, anche per i non addetti ai lavori.
Nel caso di Versailles, il dibattito sulla sua gestione scatena sempre delle grandissime polemiche e all’avvicinarsi del cambio di secolo erano relative ad un fatto specifico: mantenere le grandi siepi che delimitavano la grande prospettiva centrale del parco o sostituirle con una nuova piantagione?
In Francia non c’è un problema di manutenzione del Verde, i nuovi impianti, soprattutto nei giardini di grande richiamo turistico, sono curati come principini, quindi la discussione riguardava i possibili cambiamenti dell’immagine storicizzata del parco. Sostituire le grandissime siepi che fiancheggiavano il “Grand Canal”, significava perdere per più di un decennio l’immagine ormai stabilizzata del parco e dare in pasto alle migliaia di turisti una cartolina diversa. La Tempesta ha messo fine alla discussione e verificare come il parco abbia cambiato la sua immagine, prima e dopo la catastrofe, è molto semplice, basta fare un giro su internet e curiosare nelle foto delle vacanze messe in rete.
È bene ricordare che nei grandi giardini formali creati da Le Nôtre nel 1600, ai tempi del Re Sole, queste lunghissime siepi potate erano una delle caratteristiche di questi luoghi, in cui la Natura, per diventare bella e degna di chiamarsi Giardino, doveva perdere ogni spontaneità ed essere regolata e dominata dalle mani e dalla ragione dell’uomo. Attraverso potature continue le piante assumevano forme geometriche e artificiali, per esempio alcune specie di alberi e arbusti di buon carattere, come i carpini e il bosso, perdevano il loro aspetto per diventare ricami, sculture e quinte di una scenografia teatrale complessa. Decenni di potature però indeboliscono le piante e in passato la loro sostituzione, per esempio nei labirinti, era considerata una prassi nella gestione della forma del parco, oggi invece, ovunque si tende a monumentalizzare le piante e a considerare il giardino storico o le cosiddette alberature storiche, come qualcosa di intoccabile. Questa vicenda mi ha sempre fatto riflettere, i giardinieri dei giardini formali, curavano le loro piante seguendo l’estetica dell’epoca, ma erano perfettamente consapevoli di maneggiare materia viva, una materia che nel tempo si ammala, cresce, invecchia, muore e rinasce, noi con la nostra cultura, sempre alla ricerca di una naturalità perduta, trattiamo i giardini come oggetti, li vogliamo eterni, come una cosa già morta.

L’APPUNTAMENTO
Lella e lo storione di Burana per un week end dedicato alla buona cucina

dalla redazione di Fuoriporta

Per assaggiare lo storione, cucinato con maestria, ma da un gruppo di amici, che non sono cuochi, ma più dei cuochi stellati ci mettono passione e amore, dovete andare nel centro sportivo di Burana, piccola frazione di Bondeno. Qui vi aspettano la Lella e tutta la sua truppa che con mestolo e pentole sono in grado di far miracoli! Mettetevi in coda e aspettate il vostro turno se non avete prenotato*.
Il centro sportivo in cui si svolge la sagra, è un luogo molto carino e accogliente ed ogni “mattoncino”, anzi tavola, perché è tutto in legno, è stata messa su dai membri dell’associazione. Mangerete storione dentro una baita in provincia di Ferrara, un’esperienza da non perdere.
Tortelloni ripieni con lo storione, ma non solo, antipasti e tanti secondi fanno parte del ricco menù che vi attende questo week end, sabato e domenica 27 al 28 settembre.
Creatura dal fascino mitologico per la capacità di donare le sue gustose uova, lo storione viene da sempre considerato il “signore del Po” perché può vivere sino a cento anni e pesare oltre 400 chili. Le sue tracce sono antichissime e si perdono negli angoli più remoti dell’Impero Romano, quando nuotava felicemente dall’Adriatico al Tirreno, finché la caccia indiscriminata ha finito per renderlo una specie rara, oggi protetta dalla convenzione di Washington Questa tradizione è da sempre fortissima nel Ferrarese, e ancora di più a Bondeno, che sorge proprio sulle rive del Po.
Oltre allo storione, non potete perdere il Museo della civiltà e della tradizione gastronomica, che in occasione della sagra sarà aperto e visitabile. Per gli amanti della cultura, oltre al grazioso centro di Burana, merita una visita Bondeno, con la splendida pinacoteca Galileo Cattabriga e la Chiesa Arcipretale dedicata alla Natività di Maria Vergine, costruita nel 1114 per donazione di Matilde di Canossa, la Rocca Possente a stella, il Duomo di Bondeno e il Campanile di Matilde di Canossa.

*Per prenotare, chiamare al numero 340 8505381

Per ulteriori informazioni vedi il sito di Fuoriporta [vedi]

L’EVENTO
Cento hacker a Ferrara
per promuovere progetti
di sviluppo sostenibile

Niente paura, i nostri sistemi informatici sono al sicuro. Il grande hackathon voluto da Alce Nero e Amnesty International parla di “Diritti alla Terra” e sceglie anche voi per discuterne.

Si riuniranno il 3 e 4 ottobre a Ferrara, al Consorzio Wunderkammer, i 100 partecipanti dell’evento  gratuito “Diritti alla Terra” voluto da Alce Nero e Amnesty International in collaborazione con Internazionale e il suo Festival.

Cento studenti e giovani professionisti (tra cui potreste esserci anche voi) si incontrano per discutere i grandi temi legati alla terra e cercare per essi una soluzione, lo faranno attraverso un nuovo modo di produrre innovazione: l’hackathon. Importati dall’America, più precisamente dalla ormai notissima Sillicon Valley Californiana, questi eventi riuniscono i loro partecipanti in maratone di 24/48 ore allo scopo di sovvertire l’approccio a grandi temi, cercando per essi soluzioni alternativi e nuove idee.

L’evento, organizzato con il supporto tecnico/scientifico di Future Food Institute, discuterà di terra, di diritti e di cibo buono: come si possono condurre progetti di sviluppo che preservino le risorse naturali e rispettino i diritti economici, sociali e culturali delle popolazioni che abitano i territori? Come si restituisce dignità al lavoro agricolo, ci si riappropria della sovranità alimentare e si ricostruisce l’idea di un cibo di relazione? Cosa si nasconde dietro al cibo con cui ci nutriamo ogni giorno?

A questi interrogativi dovranno dare risposta giovani aspiranti giornalisti, comunicatori, designer, agronomi, programmatori e perchè no, ingegneri, progettando un nuovo strumento di comunicazione, uno strumento editoriale alternativo o un prodotto alimentare simbolo di questo nuovo germogliare d’idee. A cosa potranno ambire? Alla possibilità di presentare il loro progetto pubblicamente, di fronte ad una platea interessata.

Ad arricchire la maratona ferrarese , la presenza di ospiti importanti come Simone Salvini, Cinzia Scaffidi, Giovanni Dinelli, Lucio Cavazzoni, Tom Mueller, Rossella Muroni, Jonathan Nossiter, Amalia De Simone, Gilles Luneau, Andrea Segrè, Stefano Pratesi, Rita Brugnara e molti altri ancora.

Le iscrizioni alla maratona sono ancora aperte e gratuite.
Qui tutte le informazioni, il programma e i premi in palio: www.dirittiallaterra.it.

Un ‘saluto al sole’
migliora la giornata

Tradizionalmente, il motivo principale dell’esecuzione di questa sequenza di Hatha yoga è di tipo devozionale: su Wikipedia si legge infatti che si tratta di un omaggio al sole (surya), sin dai tempi antichi identificato come colui che genera la vita con i suoi raggi energetici che fanno fiorire l’uomo e la natura. Ma lo scopo non è solo devozionale e simbolico, è anche fisico. Infatti, la pratica del saluto al sole ha il compito di sciogliere, allungare e rendere flessibili i muscoli. ‘Surya namaskara’ in lingua Sanskrita, il saluto al sole è una sequenza di 12 posizioni da realizzare in modo fluido, per massaggiare gli organi interni e ampliare la respirazione. Dato che questo saluto è composto da numerosi movimenti, è molto importante provarli in un primo tempo separatamente per acquisire familiarità con ciascuno, e poi eseguire la sequenza completa descritta di seguito.

L’ideale è alzarsi prima dell’alba, considerata l’ora del (brahman), l’ora divina, nella quale il campo energetico intorno a noi è più intenso. Per una buona pratica, si consiglia inizialmente di concentrarsi su una sola posizione (asana) al giorno. Lo yoga non è uno sport, quindi il suo scopo è cercare il rilassamento e l’armonia. Mentre si fanno gli esercizi, si deve solo pensare a lasciarsi andare e sentire il proprio respiro e il proprio corpo. E’ un momento importante, più si pratica, più si sviluppa la propria autocoscienza. Il nostro consiglio è di arrivare, piano piano, ad seguire dagli 8 ai 12 saluti al sole ogni mattina. Se hai solo 10 minuti al giorno da dedicare al tuo benessere, prova il saluto al sole!

“Mi alzo, apro gli occhi, apro le braccia innanzi a te. Mi muovo e mi sento così assorbito, la mia anima e il mio respiro sono mossi talmente dalla tua magnificenza, mi sento così umile, modesto… quando arrivo a toccare quella magnificenza è talmente immensa che mi sento così piccolo da inchinarmi fino a terra.”
Swami Veda Bharati, “Philosophy of Hatha Yoga”

La serie di asana prevede sia la fase statica della posizione, che la fase dinamica di passaggio da una asana alla successiva. Questa fase dinamica, fortemente legata alla respirazione, è importantissima per il risultato finale dell’esercizio sia dal punto di vista fisico che spirituale. Nella prima fase, si faranno gli esercizi portando avanti la gamba destra e, nella seconda fase, portando avanti la sinistra.

Spiegazione tecnica e pratica

saluto-sole1 POSIZIONE A MANI GIUNTE (PREGHIERA)
Dalla posizione della montagna (tadasana), tenere le gambe unite. Verificare che il peso del corpo sia ben distribuito sulle piante dei piedi. Inspirare e portare le mani unite all’altezza del petto, nella posizione della preghiera. Espirare.

2 POSIZIONE DELLE BRACCIA IN ALTO
Inspirando, distendere le braccia verso l’alto, poi piegarsi all’indietro, inarcando la schiena secondo le proprie possibilità e spingere le anche leggermente in avanti.

3 POSIZIONE DELLE MANI AI PIEDI
Espirando, piegarsi in avanti e portare le mani ai lati dei piedi, possibilmente con i palmi appoggiati a terra. Distendere la schiena il più possibile e, se necessario, aiutarsi piegando leggermente le ginocchia.

saluto-sole4 POSIZIONE EQUESTRE
Inspirando, portare la gamba destra indietro, appoggiando il ginocchio e il piede al suolo, guardando in avanti o in alto.

5 POSIZIONE DEL BASTONE
Trattenere il respiro, portando la gamba sinistra indietro e sostenendo il peso del corpo con le mani e con le punte dei piedi. Mantenere il corpo e la testa in asse e guardare a terra tra le mani.

6 POSIZIONE DEL SALUTO CON OTTO PARTI DEL CORPO
Espirare, mantenendo ginocchia, petto e fronte sul tappetino, tenendo il bacino sollevato e le dita dei piedi piegate.

7 COBRA
Inspirando, abbassare le punte dei piedi e il bacino, allungare i piedi e inarcare la schiena all’indietro. Guardare verso l’alto, tenendo le spalle abbassate e le gambe unite.

8 MONTAGNA
Espirando, fare pressione sulle mani, distendere le braccia e portare il bacino in alto, distendendo le gambe e portando le piante dei piedi e, possibilmente, i talloni a terra.

9 POSIZIONE EQUESTRE
Inspirare e flettere in avanti la gamba destra, portare il bacino verso il basso, poi espirare e flettere in avanti la gamba sinistra.

10 POSIZIONE DELLE MANI AI PIEDI
Distendere le gambe, mantenendo le mani al suolo, la schiena distesa il più possibile e il capo in basso.

11 POSIZIONE DELLE BRACCIA IN SU
Inspirando, sollevare gradualmente la schiena e le braccia, portando le braccia distese in avanti, poi verso l’alto, con i palmi delle mani uniti. Inarcare all’indietro, espirando e spingendo leggermente le anche in avanti.

12 POSIZIONE A MANI GIUNTE (DELLA PREGHIERA)
Tornare nella posizione eretta di partenza, mantenendo i palmi delle mani uniti.

Di seguito sono elencati alcuni dei benefici psichici e fisici:

• con l’espansione e la contrazione dell’addome, si massaggiano le viscere, questo movimento attiva la digestione elimina la costipazione e l’indigestione, rinforzando il sistema digestivo;
• rinforza la cintura addominale, mantiene gli organi al suo posto e la stagnazione sanguigna è eliminata;
• durante la pratica con la sincronizzazione del movimento dei respiro i polmoni sono ventilati;
• nei movimenti in avanti ed indietro la colonna vertebrale diviene più flessibile;
• grazie alla massiva espulsione di CO2 e altri gas attraverso le vie respiratorie, il sangue si ossigena e purifica;
• il flusso sanguigno e l’attività cardiaca sono incrementati, questo è indispensabile per ridurre l’ipertensione, le palpitazioni e riscaldare le estremità del corpo (mani e piedi) e quindi godere di buona salute;
• attraverso lo stiramento e l’elongazione della colonna vertebrale, il sistema nervoso si rafforza, regolando le funzioni del sistema nervoso simpatico e parasimatico, questo aiuta ad accrescere lo stato onirico e la memoria;
• con il movimento e la decompressione del collo, le ghiandole endocrine sono stimolate, in particolare la tiroide;
• la pelle elimina una grande quantità di tossine, ringiovanendo la pelle;
• migliora la muscolatura totale del corpo.

Prevenzione, prevenzione, e ancora prevenzione!

LA PROPOSTA
Rilanciamo la città: via delle Volte, strada delle botteghe e delle tipicità locali

Se ne parla da sempre, a parole son tutti d’accordo. Ma nulla succede. Via delle Volte, l’antica strada dei fondachi medievali, dovrebbe tornare quel che era per originaria vocazione, riadattando l’inclinazione al presente: dunque laboratorio, teatro di botteghe artigianali, emporio di prodotti tipici del territorio, spazio d’esposizione delle eccellenze d’ogni genere, dall’arte alla gastronomia, dai manufatti alle opere d’ingegno.
Meriterebbe d’essere strada brulicante di passanti, turisti e ferraresi, meta d’obbligo per chiunque venga in città. Invece è poco più di un retrobottega, nel quale i curiosi sbirciano da via San Romano o da corso Porta Reno. E’ attraente come un vestito fuori moda, a tratti risulta scalcinata e trasandata, non ispira allegria ma tenerezza. In definitiva è spenta. Nell’insieme appare senza scopo né identità.
E dire che le sue potenzialità sono enormi. Per rilanciarla e imporla come una gemma della città bisognerebbe compiere un’operazione lungimirante al pari di quella a suo tempo realizzata per il recupero delle mura estensi. Un’operazione ispirata dal compianto Paolo Ravenna e condotta dall’amministrazione del sindaco di allora, Roberto Soffritti, che di tanti peccati politicamente si macchiò, ma al quale non si può negare di aver saputo dispiegare risorse e sviluppare progetti che hanno dato grande lustro a Ferrara.

Dunque, attorno al tavolo di programmazione – con la volontà di fare e non di chiacchierare – sarebbe bene che sedessero tutti gli attori qualificati: le istituzioni, le associazioni civiche e culturali, le rappresentanze delle forze produttive, imprenditoriali e commerciali; anche le banche, se una banca ancora ci fosse in città che ragiona nell’interesse della comunità. L’intrapresa non potrebbe evidentemente prescindere da un robusto finanziamento europeo e dalla munifica benevolenza ministeriale. E perché non approfittarne proprio ora, che al dicastero siede un ferrarese?

Il percorso, nel cuore della Ferrara medievale, è pregno di storia e di suggestioni da rivificare. Il tratto centrale ha un’estensione di 600 metri fra via Boccacanale di Santo Stefano e via Gioco del Pallone. E’ stretto fra casette in mattone a vista spesso con la classica configurazione del cassero ed è tratteggiato dalle tipiche volte che danno nome alla via.
Il naturale prolungamento della strada si ha verso ovest, in direzione corso Isonzo, con via Capo delle Volte; mentre sul fronte opposto, quello est, il cammino prosegue idealmente in via Coperta, staccata da via Gioco del Pallone dai 150 metri di percorrenza obbligata sull’adiacente via Mayr, sino all’innesto in via Belfiore. In questo caso a spezzare la continuità del passeggio sono i giardini interni di due residenze private. In tutto, da un fronte all’altro della città, un’escursione di due chilometri esatti che le conferiscono un primato: risulta essere la più lunga strada medievale del mondo.

Lo spazio e l’atmosfera sono ideali per esposizioni, performance, mercatini, eventi… Serve un intervento misurato e raffinato. Signori amministratori, è tempo di passare dalle chiacchiere ai fatti.

Viaggio sola, a un passo
dalla felicità

Irene (Margherita Buy) è una donna di successo, bella, poliglotta, colta, senza figli né famiglia, libera, che ha superato i quarant’anni e svolge un lavoro insolito, divertente e coinvolgente: è “l’ospite a sorpresa” degli hotel di lusso a cinque stelle, invitato in incognito per verificare che gli standard di qualità presentati ai clienti corrispondano alla realtà, in poche parole che il prezzo elevato (spesso elevatissimo) richiesto sia in qualche modo giustificato.

viaggio-sola
La locandina del film

Per questo, gira il mondo con il suo bel taccuino prezioso, preciso-pignolo-spietato-ma onesto, controllando ogni cosa con meticolosa e maniacale attenzione. Redige le sue relazioni finali con severità e solo alla fine del soggiorno rivela la sua vera identità, con immancabile grande sorpresa e costernazione del direttore dell’albergo del momento e dei suoi collaboratori. Tutto affascinante e interessante, salvo che quando Irene rientra a casa è sola, immancabilmente e sempre molto sola. Supplisce alla mancanza di affetto e di maternità con le nipotine, figlie della sorella Silvia, ha un ex fidanzato, Andrea (Stefano Accorsi), come grande amico con cui è rimasta in sintonia e con il quale trascorre qualche momento piacevole, senza implicazioni e complicazioni di alcun genere.

viaggio-sola
Irene, nella camera di un hotel di lusso

A seguito di un fortuito incontro con l’antropologa Kate Sherman (Lesley Manville), che muore improvvisamente nell’hotel di cui lei è “ospite a sorpresa”, Irene inizierà a chiedersi se, pur conscia di essere una privilegiata, la sua possa definirsi realmente felicità, in un mondo in cui una donna di quarant’anni, single, non può sentirsi del tutto realizzata se non ha né figli né una relazione stabile e duratura. Ecco allora angoscia, ansia e paura. Lei, come Kate, è una donna saggia, agiata, ma sola. La conclusione è quella che la felicità non esiste, che essa è semplicemente un compromesso, una rinuncia inevitabile a qualcosa. Sceneggiatura (curata anche da Francesca Marciano e Ivan Cotroneo), montaggio e regia sono di ottimo livello. E poi incantano le location scelte, da un affascinante e colorato Marocco fino alle terme della Toscana, da Parigi alla Puglia, a Berlino. Gli alberghi sono veri e bellissimi. Divertente e autentico.

Viaggio sola di Maria Sole Tognazzi, con Margherita Buy, Stefano Accorsi, Fabrizia Sacchi, Gianmarco Tognazzi, Alessia Barela, Lesley Manville, Carolina Signore, Diletta Gradia, Italia, 2001, 85 mn.

LA PROPOSTA
Pensare in grande: riscopriamo il canale Panfilio per cambiare faccia al centro storico

Il castello di Ferrara è un quadrilatero con sole due facce, quella che guarda il corso Martiri e l’altra rivolta a piazza Savonarola. Gli altri due lati sono di scorrimento, sostanzialmente invisibili perché non adeguatamente valorizzati. Il prospetto che sta fra viale Cavour e corso Giovecca è sacrificato al transito automobilistico, mentre come un retrobottega è stato sempre trattato il fronte che guarda i “giardini della Standa” (tutti continuano a chiamarli così perché nessuno ha mai saputo il loro nome, che è stato recentemente cambiato in “20 e 29 maggio 2012” in memoria del terremoto).

Bene, anzi: male. La città Unesco è tale per il carattere dell’impianto urbanistico del suo centro storico e vanta alcune perle famose nel mondo: il palazzo dei Diamanti, corso Ercole d’Este (definita da Byron la strada più bella d’Europa), il duomo, palazzo Schifanoia, le vie medievali, le mura. Fra i monumenti eccelle il castello Estense. Possibile non si possa fare nulla per meglio esaltarne i pregi?
Proprio in questi giorni il deputato Alessandro Bratti ha rilanciato l’idea di chiudere l’asse Cavour-Giovecca fra l’intersezione con via Spadari (palazzo delle poste) e quella con via Bersaglieri del Po. Rendere pedonali quei 500 metri di strada darebbe un nuovo volto alla città e nuova vita all’area monumentale. Ferrara, che con Perugia ebbe per prima l’intuizione e la forza di impedire alle auto l’ingresso in centro all’inizio degli anni Settanta, deve ritrovare quello slancio e quel coraggio di scommettere su se stessa.

Ma si potrebbe fare ancora di più. Sotto viale Cavour, scorre l’antico canale Panfilio, che fino all’Ottocento conferiva al centro di Ferrara un carattere “veneziano”, con acqua e ponticelli di attraversamento. Fu creato artificialmente e progressivamente ampliato fra la fine del Cinquecento e la metà del 1600, e tombato nel 1880. Riportarlo alla luce si può!
Non è un’idea folle, è un progetto grandioso che rilancia l’ambizione di una città che nel Rinascimento fu riconosciuta capitale artistica e culturale d’Europa e che nei secoli seguenti è andata progressivamente spegnendosi, per pigrizia intellettuale, facendosi provincia di se stessa e di un provincialismo senz’anima e senza ambizioni.

In uno slancio neorinascimentale, lanciarono questa proposta anni fa lo scrittore Roberto Pazzi e lo storico dell’arte Ranieri Varese. Nonostante la loro fama e la riconosciuta autorevolezza furono sostanzialmente irrisi come sognatori fuori tempo. Invece quell’idea fu seriamente considerata e ripresa dallo stimatissimo architetto Carlo Bassi, che in un prezioso documento del 2004, dal titolo “Come sogno Ferrara fra 10 anni” (raccolta di opinioni promossa dall’associazione il Pane e le Rose), scrisse: “Demolirei viale Cavour per ritrovare il canale Panfilio. La vecchia idea di Ranieri Varese e Roberto Pazzi bocciata come una inutile fantasia di mezza estate ritengo invece che sia di grande attualità per dare un senso a questo viale ʹumbertinoʹ così estraneo, nella sua dimensione, allo spirito della città”.
In realtà non sarebbe neppure necessario smantellare la via, già basterebbe riaprire la parte di controviale fra il palazzo delle poste e il castello per conferire a quel tratto stradale, che è preludio ai tesori antichi, la funzione di suggestiva porta di accesso alle meraviglie della città estense.

IL VIDEO
Le strade della criminalità,
Varese: “Così le mafie
conquistano nuovi territori”

Tra i massimi esperti di mafie a livello mondiale, Federico Varese, sociologo ferrarese professore della Oxford University, è stato nei giorni scorsi fra i relatori al convegno nazionale “La regolazione dell’economia tra formale e informale”, organizzato dall’Associazione italiana di sociologia all’università di Milano Bicocca, che ha visto fra i partecipanti anche Nando dalla Chiesa. Per Varese si è trattato di un’occasione per ripercorrere sinteticamente il senso delle sue più recenti ricerche, in particolare in riferimento al tema delle migrazioni delle mafie nel mondo.

Qui è possibile vedere il video della sua conferenza (28 minuti) [clic per andare al filmato]

Il video è ospitato sul canale WikiMafia, libera enciclopedia sulle mafie [vedi]

L’EVENTO
Aliens, l’arte
della diversità

E’ oggi la 7a Giornata europea del dialogo interculturale. Una buona occasione per vedere la mostra “Aliens, le forme alienanti del contemporaneo” alla Casa di Ludovico Ariosto di Ferrara. Fino a domenica la rassegna con le opere di 22 artisti. Quadri, disegni, murales che danno spazio alla rappresentazione di tutto quanto può essere diverso, alieno, sovversivo.

murale-Quinto-Stato-Sfiggy-Invasion-Alessio-Bolognesi-mostra-Aliens-forme-alienanti-contemporaneo-Casa-Ariosto-Ferrara
Dipinto murale “Quinto Stato – Sfiggy Invasion” di Alessio Bolognesi, tra i curatori della mostra “Aliens” alla Casa dell’Ariosto di Ferrara

Il finissage si terrà sabato a partire dalle 18.30 e prevede la ultime quattro performance e videoproiezioni della rassegna con la presentazione del catalogo ufficiale.

In via Ariosto 67 a cura di Frattura scomposta art magazine, ingresso gratuito ore 10-12.30 e dalle 16.

LA STORIA
La bambina senza identità
che ha ritrovato i colori della vita

Ha un anno appena e già resta sola con la mamma e il fratello, di cinque anni più grande. Il papà, José Maria Molina, militante clandestino del Partito rivoluzionario dei lavoratori, viene rapito e fucilato, assieme a 15 compagni, da un organizzazione paramilitare, la cosiddetta ‘Tripla A” (Alleanza anticomunista argentina), attiva ben prima dell’avvento della dittatura. E’ il 12 agosto del 1974 e la vita di Jorgelina è già sconvolta.
Nel 1976, dopo il golpe, la situazione in Argentina precipita e tutti gli oppositori del regime sono a rischio di vita. Quando Jorgelina ha da poco compiuto i tre anni, le milizie fanno irruzione nell’appartamento dove vive, a Lanús, nella provincia di Buenos Aires. Nella notte, in sua presenza, la mamma viene sequestrata. Non la rivedrà mai più e di lei non saprà più nulla. Isabel Cristina Planas da allora è ufficialmente ‘desaparecida’, per sempre. Di quel trauma, Jor, serba lacerante memoria e ancor oggi fatica a parlare.
Qualche giorno più tardi viene condotta da una vicina di casa al tribunale per i minori che la affida a un orfanotrofio, dove rimane per sei mesi. In seguito il giudice, senza preoccuparsi di ricercare i suoi parenti, la assegna a una famiglia, probabilmente connivente con il regime militare, i Sala. Le dicono che i suoi genitori erano guerriglieri che buttavano le bombe e l’hanno abbandonata: loro sono i suoi salvatori. Magari ne sono intimamente convinti e si sentono davvero benefattori. Come in ogni guerra (e anche quella Argentina, in un certo senso, guerra è stata, sia pur non dichiarata, guerra civile ad armi impari), i carnefici hanno un rapporto ambivalente con le vittime. Si può immaginare in questo caso che la ‘salvezza’ offerta ai figli rappresentasse nella mente obnubilata dei persecutori una sorta di riscatto dalla brutalità del male ‘necessario’ inflitto ai genitori, ‘nemici della Patria’.

jorgelina-molina-planas
‘Jorgelina piange’, autoritratto di Jorgelina Molina Planas

E’ l’ottobre del 1977. Jor vive con inevitabile tormento e sofferenza la propria condizione in quella famiglia. Le dicono subito: “Non ti chiamerai più Jorgelina, il tuo nome ora è Carolina”, Carolina Maria Sala. Studia, si diploma, si iscrive all’Accademia di Belle arti. Del fratello Damiàn non sa più nulla. Nel frattempo la nonna paterna Ana Taleb de Molina, rifugiata in Svezia, la cerca disperatamente. La sostengono le ‘Abuelas de Plaza de Mayo’ e varie organizzazioni per i diritti umani. Finalmente, nel 1984, entra in contatto con la famiglia adottiva, che però non le permetterà mai di parlare con la nipote. Continuerà a scriverle sino al giorno della sua morte, ma quelle lettere non saranno consegnate. Jor ritroverà anni più tardi gli originali conservati dalla nonna.

Nel 1996 ‘Carolina’ Jorgelina ha 23 anni ed entra in convento, nella congregazione “Schiave del Sacro Cuore di Gesù”. Ci resterà sino al 2002, quando deciderà di lasciare la vita religiosa. In quegli anni, però, inizia a ricreare se stessa e comincia a colmare di senso i vuoti di un’identità tutta da costruire. Dipinge anche, ma lo fa in “in bianco e nero”, giocando sulle sfumature del grigio: rappresentano bene una vita senza colore e senza felicità.

Il riscatto avviene a poco a poco. E inizia proprio dai giorni del convento, quando le suore le permettono di ricevere la posta e le lettere di amici e congiunti, quelle che la famiglia adottiva le aveva sempre celato. Le suore l’aiutano nel processo di ricerca della sua identità. Già nel maggio del ’96 ritrova il fratello Damián e la famiglia biologica: zii, cugini e nonna materna. Così, piano piano, può prendere a riordinare i tasselli della sua esistenza e a riscoprire la sua storia. Poi incontra Antonio, l’uomo di cui si innamora e che sposa. Oggi Jor ha 41 anni, tre figli, un amore e una vita. Continua la sua attività artistica, dipinge ed espone in tutto il mondo. E le sue tele, tracce di un anima dispersa e poi riafferrata, hanno ritrovato la gioia dei colori.
Per se stessa e ufficialmente anche per il mondo, il suo nome ora è Jorgelina Paula Molina Planas.

diva-tango
La copertina del romanzo di Michele Balboni ‘La diva del tango’, illustrata da un dipinto di Jorgelina Molina Planas

“Jor” è l’autrice del dipinto riprodotto sulla copertina del romanzo “La diva del tango”, pubblicato da Faust edizioni e scritto dal ferrarese Michele Balboni. Il volume sarà presentato nell’ambito degli eventi del Festival Internazionale. Racconta di Marisol e di sua figlia Ines e narra una vicenda di fantasia, specchio delle tragedia dell’Argentina dei generali negli anni della dittatura, centrando nello specifico proprio il tema dell’appropriazione dei bambini dei desaparecidos da parte delle famiglie compiacenti con il regime. Nella postfazione del libro c’è la biografia di Jorgelina.

Venerdì 3 ottobre, per la presentazione, saranno a Ferrara anche Walter Calamita e Claudio Tognonato, promotori in Italia della “Campagna per il diritto all’identità” a sostegno dei figli dei desaparecidos argentini. L’incontro si svolgerà alle 17 alla libreria Ibs di piazza Trento e Trieste.

LA RIFLESSIONE
Reali bisogni e tutela dei beni collettivi al tempo della crisi

La società attuale si fonda sui due pilastri collegati della produzione e del consumo. Poco importa che politiche differenti privilegino l’uno o l’altro versante, il profitto o il lavoro: secondo il mainstream la crescita illimitata del consumo sembra essere ancora l’unica possibile soluzione per garantire infrastrutture e servizi che diamo ormai per scontati; ed è proprio nel nome della crescita che devono sempre essere inventate nuove opportunità per ampliare e rimodellare i bisogni: questi diventano sempre più spesso un attributo del sistema economico, una produzione della mega-macchina, una variabile della produzione piuttosto che essere una dimensione fondante del vivere civile che si appoggia innanzitutto sulle precondizioni biologiche, antropologiche e sociali della vita.

La crisi che stiamo attraversando pone drammatici interrogativi a questo modello che mostra come non mai un’autoreferenza estremamente pericolosa, che lo porta a funzionare ciecamente in base alle proprie regole interne, dissipando e distruggendo tutti quei beni comuni che sono indispensabili alla vita. L’urgenza di un cambiamento radicale rispetto a questo stato di cose si sta dimostrando tutt’altro che semplice: se cambiamento positivo ci sarà, esso non potrà che scaturire anche dal basso e passare anche attraverso una destrutturazione e uno smontaggio del concetto stesso di bisogno e del suo utilizzo corrente. E’ proprio dal modo con cui una società definisce, conosce, organizza i propri bisogni e li risolve che si misura il suo grado di civiltà. Ma quali bisogni e per quali persone?

Il bisogno si mostra sempre in due modi: come spinta all’azione, come stimolo e motivazione interna che porta a certi tipi di comportamento o di scelta; come stato di carenza, di mancanza rispetto a qualcosa ritenuto importante, possibile auspicabile, problematico o addirittura essenziale; come un problema che può essere risolto.
Dietro questa tensione tra motivazione e carenza si può intuire la presenza di un duplice meccanismo generatore di bisogni: da un lato, imprese che lavorano a pieno ritmo per individuare e strutturare nuovi bisogni, soggetti sociali impegnati a costruire sciami di consumatori perennemente insoddisfatti che inseguono l’oggetto del desiderio – beni e servizi non fa differenza – secondo i dettami delle mode e spesso all’insegna dell’usa e getta; dall’altro, legioni di esperti che, insieme ad organizzazioni pubbliche e non profit, sono impegnati nell’individuare e patologizzare sistematicamente ogni tipo di comportamento e su questo costruire sempre nuovi servizi.
Se questo meccanismo alimenta la crescita e fa crescere l’economia nel nome del bisogno, alimenta anche una spirale perversa che rischia di depotenziare sempre di più le capacità più genuine delle persone ormai ridotte a meri consumatori che possono o credono di esercitare il loro spazio di libertà solo nella scelta di beni o servizi.
Al di sopra di questo aleggia (ed è parte integrante del meccanismo) una formidabile retorica pubblica che parla di solidarietà, di libertà, di democrazia, di tolleranza che, muovendosi nel contesto ideologico della crescita a tutti i costi, non mette minimamente in discussione il meccanismo produttore del disagio; la crescita infinita e null’altro è il meccanismo che deve essere salvaguardato ad ogni costo per garantire lavoro, efficienza e quindi ulteriore consumo.
In tale contesto economico e sociale il problema dei bisogni fondamentali dell’uomo non è affatto risolto ma è diventato – in assenza di radicali cambiamenti – quasi irrisolvibile: per definizione infatti, il bisogno non deve mai essere soddisfatto definitivamente pena la fine della corsa alla crescita illimitata.
Osservata in questa prospettiva centrata sui bisogni, la situazione sociale appare in una luce decisamente inquietante, caratterizzata da una immagine riduttiva e stereotipata di uomo come essere insaziabile ancor prima che orientato in modo prettamente egoistico; una società che non sa più riprendere contatto con i valori fondativi, con l’ambiente che manipola e con la dimensione genuinamente umana dell’esistenza sostituita completamente dalla dinamica del consumo compulsivo e per certi versi obbligatorio.

Che conseguenze per il welfare attuale e per quanti si occupano professionalmente e direttamente di bisogni nel mondo dei servizi alla persona? Per quanti sono impegnati nel riconoscere ed affrontare vecchi e nuovi problemi che si riproducono incessantemente nella società del consumo?
Per tutti corre l’obbligo di muoversi in questo campo complesso con discernimento e senso della strategia aprendo spazi di riflessione e creatività finora poco frequentati.

Alcuni spunti:
– il potenziamento e il rafforzamento delle capacità dei soggetti assistiti e delle loro reti di relazioni diventa sempre più importante; infatti esiste sempre il rischio che progettando ed offrendo servizi e soluzioni venga soffocata la spinta personale a superare lo stato di bisogno, quella motivazione che consente ad ogni individuo di giocarsela e di arrangiarsi;
– operatori ed organizzazioni sociali devono diventare sempre più spesso scopritori ed organizzatori di capacità e di risorse, presenti ma spesso ignote, che finora non rientravano nelle loro attenzioni e nei loro obbiettivi;
– il riconoscimento di essere all’interno di un sistema complesso esclude che politiche e settori possano agire in modo indipendente ed autoreferenziale senza tener conto delle conseguenze per altre parti del sistema;
– ne consegue che la co-partecipazione alle scelte strategiche di pianificazione territoriale diventa particolarmente importante per affrontare alla radice meccanismi perversi generatori di disagio; infatti è necessario riconoscere che numerose scelte e non scelte politiche ed amministrative sono esse stesse potenti generatori di problemi a fronte dei quali è sempre più difficile trovare risorse adeguate;
– il tema dei determinanti della salute ampiamente intesa e del benessere sociale (non riduttivamente inteso in senso economico) devono diventare vincoli (e risorse) per qualsiasi tipo politica: l’idea di prevenzione appare infatti come un palliativo piuttosto debole che si contrappone a forze economiche ampiamente incontrollate;
– la crescente carenza di fondi costringe ad intraprendere profondi processi di cambiamento basati sull’innovazione sociale e l’utilizzo massiccio di nuove tecnologie: alla luce di questo urge capire quali tipi di bisogno sono fondamentali ed irrinunciabili e rivedere quali tipi di servizio sono strategici per affrontarli seriamente con l’unico obiettivo di soddisfarli.

In quest’ottica il riconoscimento, il recupero, la tutela e la riproduzione dei beni collettivi diventa pista di sviluppo quasi obbligata.

Si può FARE! Passaparola!

Un Festival per stomaci e fegati
a prova… di modernità

Anche quest’anno a Ferrara, l’ultimo week end di settembre, ci sarà il Festival dell’apparato digerente. Detta così, la cosa appare bizzarra; invece, a rifletterci un attimo, si capisce bene quanto sia attuale, in perfetta sintonia con i nostri tempi: per buttar giù tutto quel che si sente e si vede in giro ci vogliono certi stomaci… e certi fegati! Sono loro gli eroi contemporanei.

festival-apparato-digerente
La locandina dell’edizione 2011 del ‘Festival dell’apparato digerente’ di Ferrara

Il ‘titolo di viaggio’,
questo sconosciuto

Esistono i biglietti? So per certo che ancora resistono nella nicchia delle sale cinematografiche. I “ticket”, dall’inglese, sono quelli che paghiamo al nostro sistema sanitario nazionale.
Ma sugli autobus? Notate: auto-bus. Non come i bus americani che sono solo bus. Come se il “bus”, che collega le persone ai luoghi, (in informatica indica la comunicazione tra periferiche e componenti del sistema), non fosse di per sé “auto”.
Confesso di non essere un assiduo utilizzatore dei nostri autobus, per cui è solo per mia mancanza lo stupore che mi ha colto quando mi sono messo ad osservare, un po’ come fanno i bambini attratti dalla bellezza delle macchine, un autobus in sosta alla sua fermata e ho scoperto che per prenderlo, come comunemente si dice, occorre, c’è scritto a grandi lettere, “munirsi del titolo di viaggio”.
A parte l’inutile spreco di parole altisonanti dal sapore acidamente burocratico, “biglietto”, “munirsi del biglietto”, non era più semplice, più facile, più di diretta comunicazione?
Io so di avere delle deformazioni professionali, del resto ce le abbiamo un po’ tutti. O no?
Comunque mi sono corsi nella mente i dati che l’Ocse e l’Europa danno sul nostro paese, il 70% della nostra popolazione adulta fatica a decodificare un messaggio, figuriamoci: “Titolo di viaggio”!
Cos’è il titolo di viaggio?
In soldoni, un titolo si attribuisce alle persone, dottore, ingegnere, signora, signore, ai libri, alle opere d’arte, ai film, alla borsa, le quotazioni dei titoli.
E poi, se proprio proprio devo “munire” di un titolo il mio viaggio, sia pure breve per la città, sarà la sua destinazione. Che so: Stazione, Largo castello, Ospedale, Prospettiva, Ponte… O cosa mi propongo di fare una volta giunto a destinazione.
È questo che devo comunicare prima di salire sull’autobus? Non certo all’autista o al bigliettaio, tanto meno alla macchinetta obliteratrice, perché a quel punto sarei già salito. Insomma a chi devo andare a comunicare il titolo che ho scelto per il mio viaggio?
Non voglio pensare che quel “munirsi” con i tempi che corrono stia a significare che prima di affrontare il mio viaggio mi devo procurare “le munizioni”. E poi non è che a seconda del titolo che scelgo o delle munizioni che decido di portarmi appresso mi fanno pagare di più?
Penso agli stranieri, che ormai sono tanti. Per fortuna che c’è google traduttore. Allora digito dall’italiano all’inglese “munirsi del titolo di viaggio” e mi dà per risposta un sano, sintetico “obtain the ticket” quasi, quasi, in tempi di anglicismi correnti, di più facile comprensione dell’espressione italiana.
Se scrivo “munirsi del biglietto”: “bring your ticket”, con un tocco di personalizzazione per quel “your”.
Lo spagnolo non è da meno: “traiga su boleto”.
Ho giocato. Ma lo sconcerto mi resta. Perché “il titolo di viaggio” ha nulla a che fare sul piano direi quasi “dell’affettività sociale”, della buona relazione con il “customer”, il cliente, l’utente. È un perentorio ammonimento che se non paghi “l’imposta” non puoi usufruire del servizio di trasporto pubblico, come se di imposte non ne pagassimo abbastanza. Allora perché nascondere dietro “il titolo di viaggio” che devi pagare la tassa se vuoi prendere il tram?
Per fortuna l’abitudine e la buona educazione civica soccorrono senza la necessità di ulteriori ammonimenti, per i portoghesi si sa che è dal XVIII secolo che entrano senza invito, google comunque traduce anche per loro: «trazer o seu bilhete».

Viva gli sposi!

DA MOSCA – Cremlino e cupole dorate sullo sfondo, alberi che scorrono, collane di fiori rosa che abbracciano.
Una limousine così lunga non si era mai vista, almeno io non l’avevo mai vista. Mai.
Quella vettura da ricconi scorre piano piano, impertinente e sfacciata, lungo una delle principali strade trafficate del centro di Mosca. L’antico maneggio dello zar è lì vicino, anche lui sembra osservare stupito e incuriosito, dall’alto del suo colore bianco imponente. Bianco come quell’auto. Ma chi ci sarà mai lì dentro??? Un ricco magnate con la giovane futura moglie, un’elegante modella dalle lunghe e strepitose gambe? Un imprenditore che commercia in metalli preziosi, oro (incenso) e diamanti (e mirra…)? Una coppia indiana, magari quella del quarantatreenne mahārāja di Gwalior, Jyotiraditya Rao Scindia, con la moglie, Priyadarshini Raje Sahib Gaekwad, sposata nel 1994 e quindi accoccolati lì dentro, pronti a festeggiare il loro decimo anniversario di matrimonio? Potrebbero esserci anche il figlio (Mahanaaryaman Rao Scindia Bahadur) e la figlia (Ananya Raje Scindia), con loro… E se ci fosse invece, dietro i vetri scuri, una coppia di attori, magari Brad e Angelina? No, non è da loro, impegnati come sono nell’umanitario… Chi sarà seduto, allora, nelle tre file di sedili, delle quali le due posteriori sono spesso in configurazione vis-a-vis, ossia una di fronte all’altra? Chi si starà riposando sulla selleria in pelle o in alcantara, fra gli inserti lavorati in legno pregiato, giocherellando con il frigo-bar, il tavolino per spuntini e bibite, il televisore al plasma, il telefono girevole, l’impianto stereofonico chiassoso o il divisorio scorrevole tra autista e passeggeri posteriori? Un uomo d’affari facoltoso, una star dello spettacolo, qualche uomo politico, un malavitoso o una semplice e normale coppia che ha noleggiato quel miracolo della tecnica moderna per un breve giro turistico o in occasione del proprio matrimonio, dopo aver meticolosamente raccolto i propri risparmi e i soldi di parenti e amici? I fiori rosa, di plastica lucida e un po’ pacchiani, mi fanno pensare a un’abile operazione commerciale, ideata per coppie non ricche che, per un giorno, voglio sentirsi diverse. D’altra parte ci si sposa solo una volta nella vita (almeno nella loro tradizione e cultura…), vero? Ma è davvero questo sposarsi? E’ questo amarsi? E’ questo ciò che conta? Per alcuni forse sì… per altri no, ma anche questa è la varietà della vita, anche questa libertà di fare.
Da curiosi quali siamo, immaginiamo, come sempre, le scene di vite altrui che scorrono, i pensieri degli altri, i loro sentimenti, i loro sogni, i loro timori e le loro speranze, nascoste dietro un finestrino. E allora lì ci potrebbero essere Anna e Valery, Maria e Yuri, Sveta e Andrej, Veronica e Marco, Alessandra e Luca, Samia e Mohamed, Françoise e Hervé, Simone e Jean-Luc, Annabeth e Gunther, Annelore e Frank, Alpa e Bhanu, Manisha e Hiresh, Fatima e Abdul, Hanan e Yasir, Ana Rosa e Benito, Paula e Diego, Dave e Nora, Ai e Liang, Yulia e Alexander…

Tariffa sociale per l’acqua, si può richiedere ma pochi lo sanno

Si riconosce ormai a livello generale l’importanza del tema economico per quanto attiene i servizi ambientali e in particolare in relazione al ciclo dell’acqua e dei rifiuti. Il concetto economico di copertura dei costi richiama l’esigenza di una programmazione industriale basata sullo sviluppo degli investimenti, ma anche sulla attenzione alla crescita dei costi sociali e dei costi ambientali indotti. Oggi esiste una pericolosa proporzionalità tra reddito e consumi (anche di acqua e produzione dei rifiuti) che mal si concilia con uno sviluppo controllato dei prezzi e una crescente sensibilizzazione sui servizi erogati; serve su questo tema un passaggio culturale forte.

L’analisi delle tariffe applicate e dei costi, che i cittadini devono sostenere per questi servizi, sono un elemento crescente di criticità soprattutto per quei nuclei familiari della fascia meno agiata ed in alcuni casi al limite del livello di povertà; per tali nuclei spesso accade che la crescita dei costi dei servizi non è compensata dalla crescita del reddito e dunque aumenta il disagio sociale su servizi essenziali. L’impegno sulla efficacia ed efficienza dei servizi con particolare riguardo all’applicazione delle tariffe e alla tutela degli utenti e dei consumatori deve quindi essere una funzione prioritaria. Ripropongo dunque temi trattati un paio di anni fa nel Report Sociale scritto per la regione.

In questo contesto il tema della tariffa sociale nei servizi pubblici sta diventando una esigenza e una priorità; dove infatti vengono forniti servizi essenziali per la vita dei cittadini e devono dunque essere assicurati a tutte le famiglie sorge l’esigenza di salvaguardare quelle economicamente disagiate. Facendo una generale valutazione della spesa di una famiglia media italiana (indicativamente 23 milioni di famiglie con una spesa media annua per famiglia di circa 35 mila euro) e analizzando il paniere dei prodotti e servizi emerge che l’incidenza dei servizi ambientali sulla spesa totale ha ormai superato il 2% del totale e in particolare si basa su questi valori di stima generali: rifiuti 0,6% ; acqua 0,5% ; gas 3 % ( con una stima di spesa media annua per acqua di 190 euro e per rifiuti di 230 euro). Con una spesa in generale stimata procapite di 30 – 70 euro anno per l’acqua e di 70 -130 euro anno per i rifiuti con un totale 100 – 200 euro anno e che in generale sulla stima del livello di povertà possa superare l’8%, diventando dunque un onere critico per un livello di vita sostenibile.
Si possono, anzi si devono, allora introdurre sistemi di valorizzazione dei comportamenti dei cittadini ed anche metodiche di supporto sociale attuate tramite specifici atti di regolamentazione auspicabili in sistemi condivisi a livello di ambiti territoriali omogenei.
Il welfare state italiano destina risorse molto scarse a tutela di alcuni importanti rischi sociali, in particolare i carichi familiari e la disoccupazione. Non potendo, per ovvie ragioni, intervenire a livello di riforma complessiva del welfare state nazionale, in Emilia-Romagna in passato si decise di dare avvio all’implementazione di un sistema di tariffazione sociale sui servizi pubblici locali.
Per definizione la politica sociale comprende tutte le disposizioni e le misure volte a risolvere o alleviare situazioni di bisogno e problemi sociali (a livello individuale e collettivo) o a favorire il benessere dei gruppi più fragili della società. Individua quindi le misure che servono a combattere direttamente la povertà o a prevenirla. Tra gli strumenti utilizzati, troviamo anche le agevolazioni o contributi per l’utilizzo dei principali servizi pubblici. Con il Dpgr 49/2006, integrato dal successivo Dpgr 274/2007 e da una specifica direttiva di accompagnamento, fu introdotta in Emilia-Romagna la tariffa sociale dei servizi idrici. Era uno specifico impegno assunto con le organizzazioni sindacali ben dieci anni fa. Questa prima applicazione, che si concentrava sui servizi idrici approfittando del metodo tariffario regionale di settore, doveva anche servire come elemento di sperimentazione e messa a punto di una tariffazione sociale che sia applicabile a tutte le tariffe dei servizi pubblici locali.
Il servizio idrico integrato costituisce infatti, al pari dei servizi di fornitura elettrica, gas metano, di gestione dei rifiuti urbani e dei trasporti pubblici, un servizio pubblico essenziale per la vita dei cittadini. Così con il metodo tariffario regionale è stata introdotta, in modo sistematico per la prima volta in Italia, la tariffazione sociale nei servizi idrici.
La tariffa sociale si concentra sul sostegno da garantire ai nuclei molto deboli, ai quali viene assicurata, con un costo limitato, l’erogazione della quantità di servizio necessaria. Gli oneri di tale tariffazione sociale sono ripartiti tra tutti i soggetti che costituiscono l’intero sistema, realizzando quindi un concreto approccio solidaristico. Lo strumento adottato per l’individuazione dei soggetti in condizione socio-economica disagiata è l’Isee che ben si presta allo scopo e che ha l’innegabile pregio di essere già lo strumento principe impiegato per l’erogazione di agevolazioni, in particolare in materia di servizi sociali.
La tariffa sociale dei servizi idrici fu considerato infatti uno strumento idoneo a supportare le fasce di utenza in condizioni di disagio e dunque l’impostazione di una tariffazione sociale nei servizi idrici per migliorare l’equità complessiva del sistema.
Il principio ispiratore è stata l’accessibilità del bene acqua a prescindere dalla condizione socio-economica degli utenti ed i riferimenti di base sono la definizione di una soglia regionale (basata sull’Isee) e l’omogeneità applicativa all’interno di un territorio provinciale.

La tariffa sociale è stata applicata come un contributo di pari importo praticato in relazione ad una scala parametrica associata ad una determinata soglia Isee(Indicatore Situazione Economica Equivalente). Tale indicatore, appariva indubbiamente come lo strumento più idoneo sia per intervenire a favore delle fasce di utenza in condizioni di disagio economico-sociale, sia come elemento che concorre a migliorare l’equità complessiva del sistema.
Infatti, la direttiva regionale prevedeva un’unica soglia Isee uguale per tutta la Regione, pari a 2.500 euro, in corrispondenza delle situazioni di massimo disagio economico-sociale, e un range entro il quale ciascuna Agenzia d’Ambito Territoriale Ottimale (che ora non c’è più avendo delegato tutto a livello generale all’Atersir) poteva fissare il valore territorialmente più adatto per una seconda fascia corrispondente a situazioni di disagio non estremo. Tale seconda soglia poteva essere individuata tra cinque e diecimila euro.

Lo schema procedurale in sintesi era il seguente: l’Agenzia d’Ambito definiva la percentuale massima, di norma pari o inferiore all’1%, di incremento tariffario ammissibile per finanziare i contributi a favore delle situazioni di disagio dell’intero ambito territoriale ottimale. L’utente in possesso dei requisiti necessari, per aver accesso al contributo presentava apposita richiesta al Comune di residenza. L’erogazione del contributo poteva avvenire con due modalità, o direttamente in bolletta o attraverso il Comune (in tal caso il Gestore versa direttamente al Comune quanto di spettanza). In quest’ultimo caso può essere applicato automaticamente il contributo agli utenti aventi diritto in base a domande Isee già presentate per agevolazioni per altri servizi comunali. Il diritto all’agevolazione poteva decadere nel caso di utente non virtuoso, ossia che consuma molta acqua (come consumo eccessivo di riferimento è stato assunto un valore superiore ai 200 l/ab/g).

Al fine di rendere più efficace l’intera procedura, ovvero di garantire al tempo stesso una buona copertura delle situazioni in condizione di disagio economico e la definizione di un contributo che non avesse valore simbolico, ma che incidesse concretamente sui bilanci famigliari, agli utenti appartenenti alla prima classe (con Isee da 0 a 2500) definiti “utenti in condizioni estremamente disagiate” spettava un contributo pari al 60% del fondo derivante dall’applicazione della quota aggiuntiva, da suddividere tra le utenze che ne hanno diritto in base ai più recenti dati disponibili. Mentre gli utenti appartenenti alla seconda classe spettava un contributo pari al 40%.

Dopo le spinte iniziali, la mia impressione è che si stia andando avanti con troppa lentezza, anzi troppo piano, quasi fermi. In verità Atersir ha prodotto un regolamento e fissa il termine per la presentazione delle domande per le agevolazioni tariffarie relative all’annualità 2013 e 2014 posticipandola al 30 novembre 2014. Dunque ci stanno lavorando. Se ne sta parlando tra autorità nazionale, regolatori regionali, gestori multiservizi e associazioni di consumatori, ma non mi pare sia avvertita come una priorità. Anzi credo che l’analisi economica sia spesso disattesa. Più che i costi sembra interessino le tariffe, ovvero i ricavi. La storia si ripete, purtroppo. La stessa tassa sui rifiuti ha dimenticato i sistemi tariffari ed è un brutto segnale rispetto alla strada della trasparenza.

L’INTERVISTA
Sara Mantovani, biologico
al femminile: “I miei prodotti
in tavola e in gelateria”

E’ bio-ecologa, finito il dottorato di ricerca, nel 2007 crea un’azienda agricola biologica, utilizzando il terreno che i suoi genitori avevano acquistato anni prima come investimento.
Sara Mantovani gestisce tutto da sola: ogni giorno dà da mangiare agli animali, raccoglie il letame, cura le piante, semina, raccoglie, gestisce gli ordini e fa le consegne a domicilio. Ha passione e energia da vendere, e da un paio d’anni collabora con tre negozi di Ferrara che acquistano regolarmente i suoi prodotti. L’abbiamo intervistata perché ne apprezziamo coraggio e determinazione, e perché per coltivare biologico al 100% e per gestire l’azienda in modo onesto, non fa compromessi con nessuno.

Il fondo si chiama “Il X° Boattino” e si trova a Masi San Giacomo. Chiediamo a Sara di presentarci la sua azienda che segue scrupolosamente una filiera completa.

sara-mantovani-ferrara-biologico
l’orto invernale

Si tratta di un’azienda multifunzionale di quasi cinque ettari. Produco in prevalenza verdura, sia estiva sia invernale, non in grandissime quantità, ma cerco di avere un po’ di tutto. Oltre all’orto, ho circa un ettaro di frutteto con 500 piante coltivate con la tipologia d’impianto di una volta: ogni pianta ha 20 mq. di spazio, questo per riprendere la tradizione di quello che era il frutteto ai tempi dei nostri nonni.
Poi ho una piccola parte di terra nuda con coltivazioni variabili, a rotazione (orzo, mais, ecc.) e un altro piccolo appezzamento ad erba medica, il fieno per i miei animali. In sostanza l’azienda segue la filiera completa: dalla coltivazione del foraggio alla produzione di fertilizzante per la terra, dalla produzione di orticole e frutta alla vendita diretta e all’agriturismo.

Negli ultimi due anni ci sono state molte novità in azienda, tuo fratello Matteo non lavora più con te, hai smesso di fare le Fattorie didattiche, ma stai per diventare Fattoria sociale. Vuoi raccontarci meglio questi importanti cambiamenti?

sara-mantovani-ferrara-biologico
l’agriturismo

Sì, per due anni Matteo mi aveva dato una mano, ma dall’ottobre 2013 gestisco di nuovo tutto da sola, la terra, l’agriturismo e le consegne. Già dall’anno precedente avevamo smesso di fare le “Fattorie didattiche” perché era cambiata la gestione delle visite e non ci trovavamo più bene: prima, tutto era organizzato dalla Provincia, i cui operatori conoscevano bene il territorio e taravano le visite in base alle caratteristiche aziendali, poi la gestione è passata ad altri e sono cominciati i problemi: organizzavano le giornate mandandoci scolaresche di 100 bambini, quando nella scheda tecnica indicavamo un numero massimo di 20-30 bambini a volta. Le visite però le faccio ancora, per piccoli gruppi o per le famiglie. Prenotando per tempo, chi è interessato può venire liberamente; le visite in azienda sono consentite dalla normativa e sono gratuite.

sara-mantovani-ferrara-biologico
logo dell’ Ass. “Dalla terra alla luna”

Dal 2012 ho iniziato anche una collaborazione con l’Ass. Onlus “Dalla terra alla luna” di Ferrara a cui tengo moltissimo: alcuni dei ragazzi autistici seguiti dall’associazione passano qualche ora in azienda e partecipano alle attività in campagna, in base al loro grado di abilità. Mi piacerebbe sviluppare altri progetti del genere che trovo utilissimi; per questo ho anche seguito e concluso un corso per diventare Fattoria sociale e sto aspettando le certificazioni.

E l’agriturismo, come sta andando?

Per quanto riguarda le attività agrituristiche, ho chiuso la ristorazione perché era un’attività veramente troppo difficile da gestire a livello burocratico, avevo ricevuto una serie di multe assurde e ingiuste e non ne potevo più. Come qualunque azienda agricola, però, propongo la degustazione dei prodotti aziendali, freschi e trasformati, sempre su appuntamento, perché appunto sono da sola e mi piace organizzarmi bene per accogliere al meglio i visitatori.
Visto che la strada della ristorazione si è dimostrata poco praticabile, mi sto organizzando per fornire servizio di alloggio e prima colazione, attività che potrebbe essere esercitata sia nella forma dell’agriturismo con pernottamento sia come Bed & Breakfast, sto ancora studiando i dettagli della normativa. In ogni caso aprirò, perché di spazio ce n’è e la mia idea è sempre stata quella di un’azienda “sociale”, aperta ad ospitare e ricevere persone.

Quando prevedi, quindi, di iniziare con i pernottamenti?
I lavori stanno cominciando e vorrei inaugurare a inizio 2015, comunque massimo entro sei mesi.

Tra le novità positive, c’è il fatto che da qualche tempo rifornisci alcuni negozi in centro a Ferrara, quali?

sara-mantovani-ferrara-bologico
Sara in giro per le consegne dei suoi prodotti a Ferrara

Sì, oltre alle solite consegne a domicilio, la grande novità è che rifornisco coi miei prodotti tre negozi in centro a Ferrara: il Punto macrobiotico, Girobio e La Cremeria. Con i primi due ho cominciato nel 2012, mentre con la gelateria di via San Romano a febbraio scorso.
La collaborazione con i negozi sta andando molto bene perché abbiamo fatto una programmazione concordata che funziona: loro ricevono prodotti freschissimi e appena colti che gli consegno con le mie mani, senza bisogno di intermediari, un paio di volte a settimana; io riesco a gestirmi meglio l’orto e nel giro di nemmeno due anni ho quasi raddoppiato le vendite.

Quali prodotti ti ordinano i negozi?
Sia il Macrobiotico che Girobio comprano prodotti di stagione, da vendere sia freschi che trasformati, perché loro, oltre a rivendere, cucinano e preparano piatti pronti. Il Punto macrobiotico mi chiede anche di provare a produrre varietà antiche, come la rapa bianca o il daikon (ravanello originario dell’Asia orientale), la borragine, la pastinaca e la scorzonera (radici), che da noi non utilizza più nessuno e che invece hanno ottime proprietà nutrizionali.
Collaborare con i negozi è un ottimo motivo di crescita anche in questo senso, perché per me, che sono biologa e amo le piante, lavorare in sinergia con l’acquirente e sperimentare nuove varietà è il massimo. La Cremeria mi compra la frutta, e in particolare fragole, more, mele e pere, ma anche la zucca, la menta e il basilico.

Fanno il gelato con le tue zucche?
Sì, ed è fantastico, soprattutto l’abbinata zucca-cioccolato!

Questa notizia ci incuriosisce moltissimo e ci precipitiamo a provare il gusto “zucca di sara”. Alla Cremeria troviamo i proprietari, Matteo Feliciani e Monica Savogin, a cui chiediamo del felice rapporto che si è instaurato con la giovane fornitrice bio.

sara-mantovani-ferrara-bologico
consegna di mele e pere
sara-mantovani-ferrara-bologico
consegna delle zucche

Con Sara ci troviamo benissimo. Con le sue more facciamo una salsa che accompagniamo con il cioccolato biondo dulcey (un particolare cioccolato bianco caramellato di Valrhona), con i fichi caramellati facciamo il gelato ricotta e fichi, con le pere un sorbetto pera e vaniglia. Anche lei ci consiglia gli abbinamenti. La cosa bella è che tra di noi è nato questo scambio continuo di saperi e conoscenze: io, come artigiano del gelato, le chiedo un prodotto maturo al punto giusto, profumato e aromatico; lei, come coltivatrice e biologa, ci consegna le varietà giuste e ci sa dire esattamente le caratteristiche del frutto. Stiamo crescendo insieme e questo è molto stimolante.

Sappiamo che producete un gelato naturale, come dice il cartello esposto in vetrina. Avete iniziato subito con lo spirito del gelato naturale e del km. 0 fin dall’apertura che risale al 2010?

gelato alla zucca
gelato alla zucca
sara-mantovani-ferrara-bologico
zucca varietà provenzale

No, ci siamo arrivati con il tempo, è stata un’evoluzione. Dopo aver imparato le basi ed essere entrato nel meraviglioso mondo del gelato (Matteo è informatico e prima lavorava in tutt’altro ambiente), mi ho cercato di capire le tendenze, ad ascoltare la clientela e ho visto che per tante persone era importante il discorso del “senza saccarosio”, del naturale, del vegano e del biologico. Così, mi sono messo ad approfondire le caratteristiche delle materie prime e a contattare produttori bio. Ho fatto tutta una serie di prove e sono arrivato ad un prodotto sano, naturale e con un basso indice glicemico e calorico: dalle ultime ricette che ho sviluppato, risulta che ora il mio gelato ha fino al 35% in meno di calorie rispetto a quello che producevo due anni fa. Il gelato vegano è fatto senza l’utilizzo di prodotti di origine animale, ossia senza latte, uova e miele.

Un gelato salutistico come questo rimane sempre buono e gustoso come quello tradizionale?
Assolutamente sì, il gusto è esattamente lo stesso, se non lo sai non te ne accorgi, cambia solo la tipologia degli zuccheri: al posto degli zuccheri usati normalmente in gelateria, utilizzo il maltitolo e il fruttosio.

Quali altri prodotti biologici utilizzate?

sara-mantovani-ferrara-bologico
grosso blocco di cioccolato Criollo

Utilizziamo cioccolato Criollo proveniente dal Perù. Me lo faccio spedire da una peruviana che vive a Roma e che lo importa direttamente dal luogo d’origine. Per la ricotta ci riforniamo dalla Cavallerizza di Cona, non è biologica ma a km 0. Così come il pistacchio di Bronte Dop o la nocciola Piemonte Igp, che non sono biologici ma è il meglio che il mercato propone. Ne approfitto per dire che noi vorremmo migliorarci ancora e che siamo sempre alla ricerca di nuovi prodotti biologici e soprattutto del territorio, quindi se qualcuno si vuole fare avanti, benvenga!

So che non usate semilavorati, per fare un gelato del tutto naturale quanto tempo si impiega?

Buona domanda. Ci vuole tantissimo tempo. Faccio un esempio: per fare il cioccolato adesso ci metto tre quarti d’ora, usando i semilavorati ci si mette meno di un quarto d’ora.

sara-mantovani-ferrara-bologico
da sinistra, Matteo Feliciani, Sara Mantovani, Monica Savogin

Insomma, dopo aver mangiato un gelato così, non c’è solo da leccarsi i baffi, ma anche da ringraziare tutti coloro che lo producono con onestà e passione.

Per saperne di più del X° Boattino, visita la pagina Facebook [vedi] e il sito agrizero.it [vedi]

Per saperne di più sulla Cremeria, visita il sito [vedi] e la pagina Facebook [vedi]

La Super Estate di Baltimora

Da noi l’estate è tempo di vacanze e di centri ricreativi estivi dove appoggiare i figli quando ancora si lavora e le ferie sono lontane. È soprattutto l’idea che con la scuola si chiude, sia fisicamente che mentalmente.
La città di Baltimora, nello stato del Maryland (Usa), è invece all’avanguardia per l’apprendimento estivo. Qui la riflessione è mossa dall’attenzione e dalla preoccupazione per gli apprendimenti dei ragazzi. Certo, l’estate è un’occasione spensierata per i giovani, ma rappresenta anche un momento in cui gli studenti possono perdere saperi e importanti competenze apprese durante l’anno scolastico.
Quando tornano a scuola in autunno, impiegano, in media, un mese per recuperare il livello di preparazione a cui erano giunti alla fine dell’anno scolastico. Si verifica cioè quello che è definito come “caduta di apprendimento”.
Il fatto è che essa colpisce soprattutto gli studenti più fragili, i quali perdono almeno due o tre mesi in più rispetto agli altri, soprattutto nel recupero della lettura. Tutto ciò diviene una catena che porta ad accumulare ritardi e svantaggi che finiranno, con l’andare del tempo, per produrre insuccesso, quindi mortificazione e sfiducia in sé, fino all’abbandono scolastico.
Ma gli studenti che partecipano all’apprendimento estivo e alle altre attività di arricchimento possono trascorrere l’intera giornata nella loro scuola e progredire nell’apprendimento, così, quando inizia il nuovo anno scolastico, sono pronti per imparare e affrontare nuove sfide educative, non mancano viaggi, attività sportive e occasioni di divertimento.
L’idea che ha funzionato è stata quella di mettere insieme le risorse della città, scuole, istituzioni, privati, associazioni no-profit per migliorare e aumentare l’offerta di programmi e di servizi a disposizione dei giovani durante l’estate, dalle elementari alle superiori, di offrire loro attività di apprendimento diverse e alternative a quelle scolastiche, spesso routinarie.
L’arricchimento estivo spazia dalla alfabetizzazione alla robotica, dal recupero dei crediti, ai corsi di apprendimento accelerato.

super-estate-baltimora
Ragazzi al Baltimore super summer

A queste iniziative, patrocinate dal “Baltimore city public schools” (Bcps), oggi partecipano oltre cinquemila studenti e l’80% di questi segue programmi come “Leggi per riuscire meglio!” e “Pensare insieme”.
Le attività di “Super summer”, così si chiama l’iniziativa dell’apprendimento estivo, sono pubblicizzate durante tutto il corso dell’anno attraverso lettere a casa, manifesti e volantini, fiere dedicate all’apprendimento, pubblicità sugli autobus, spot radiotelevisivi, oltre al sito web e a un call center dedicato.
I dati delle iscrizioni, sondaggi e focus group hanno evidenziato che per i genitori ciò che più conta è la sicurezza dei figli, il controllo, il cibo e il trasporto, le relazioni socio-affettive, ma soprattutto la qualità delle esperienze di sostegno agli apprendimenti scolastici e che le attività coprono l’intera giornata.
Nel 2012, per la prima volta, sono stati offerti programmi estivi “ponte”, di preparazione cioè al passaggio dalla scuola primaria alla secondaria di primo grado, alle superiori e al college, oltre a programmi di avviamento al lavoro.
L’obiettivo di questa super estate, condivisa da tutta la città, è fare delle scuole e della esperienza scolastica dei giovani qualcosa che riguarda e appartiene a tutti. La scuola è così sempre aperta, la scuola e il successo scolastico di ogni singola ragazza e di ogni singolo ragazzo non è affare e interesse privato, ma impegno e interesse di tutta la comunità.
Il comitato Baltimore super summer, che programma e coordina l’estate d’apprendimento, inizia a cercare partner e a pianificare le proprie attività appena l’estate termina, in modo che già a marzo sia possibile l’iscrizione dei giovani.
Non solo le scuole sono importanti per la buona riuscita di questo progetto, ma negli anni è cresciuto il numero di aziende e società private che concorrono a sostenerla, offrendo attività, materiali, sponsorizzazioni.
Le attività della super estate per gli organizzatori non sono né scuola né dopo scuola, ma un modo per partire dagli interessi dei ragazzi, per favorire nuovi apprendimenti, per promuovere interazioni tra loro e scambiare informazioni, per rendere le scuole strutture pienamente disponibili, coinvolgendo genitori e insegnanti in occasioni di riflessioni sulla scuola, sulla didattica, sui curricoli.
La perfetta integrazione tra le offerte estive e i programmi delle scuole consente agli studenti di disporre per tempo di un catalogo dove poter scegliere tra le diverse opzioni di studio e di attività, inoltre la frequenza della Super summer ha dimostrato di avere un effetto positivo sulla loro frequenza scolastica per comportamento, atteggiamento e rendimento.
A noi questa Super estate di Baltimora sembra l’espressione di una buona e auspicabile alleanza tra scuola e territorio.

L’ANALISI
L’articolo e le altre parti
del discorso: elementi
per una grammatica dei diritti

Parliamoci chiaro, l’unico reale punto di discussione attorno all’art. 18 delle Statuto dei lavoratori riguarda la disciplina dei licenziamenti per motivi economici.
Non c’entra nulla la discriminazione, per il semplice motivo che le norme che la vietano in tutte le forme possibili sui luoghi di lavoro, licenziamento incluso, sono da tempo parte della legislazione comunitaria (direttiva 2000/78/Ec) obbligatoriamente recepita nel nostro ordinamento (Dlgs. 9 luglio 2003, n. 216). Licenziamenti emanati per ragioni di sesso, orientamento sessuale, razza, religione, età e convincimenti personali sono quindi nulli, anche indipendentemente dallo Statuto, e valgono per tutti i lavoratori, compresi quelli che lo Statuto non protegge.
Si tenga presente che i licenziamenti su base economica (cosiddetto giustificato motivo oggettivo), vale a dire per esempio quando una ristrutturazione aziendale rende superfluo un posto di lavoro senza che il lavoratore possa essere ricollocato altrove all’interno dell’azienda, erano possibili già prima delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto introdotte dalla legge Fornero. In caso di ricorso da parte del lavoratore è l’azienda ad avere l’onere della prova: a fronte dell’insussistenza parziale o totale delle motivazioni addotte, questa è la novità introdotta dalla legge, è il giudice a decidere se ordinare, come era in precedenza, il reintegro del lavoratore o, invece, stabilire un indennizzo economico per quest’ultimo. E’ importante ricordare questo particolare, perché praticamente tutti quelli che ora gridano alla “svendita dei diritti” che avverrebbe con l’intervento del governo, votando la legge Fornero in Parlamento, avevano già accettato il principio che il licenziamento senza giustificato motivo potesse essere compensato con un risarcimento. Oltretutto tale legge non definisce alcun criterio in base al quale il giudice “può” obbligare il reintegro, lasciando quindi la decisione esclusivamente al suo personale convincimento.
La proposta di legge del governo vuole introdurre nel nostro ordinamento, limitatamente ai nuovi assunti, il concetto di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, secondo il quale all’aumentare dell’anzianità lavorativa il costo per l’azienda del licenziamento senza giusta causa cresce. La risoluzione del rapporto di lavoro durante i primi tre anni di impiego può invece avvenire senza alcun indennizzo, fatto salvo l’obbligo per il datore di lavoro di restituire gli incentivi ricevuti per l’assunzione a tempo indeterminato, ma solo dietro congruo preavviso al lavoratore. I parametri che definiscono l’indennizzo dovranno essere stabiliti dai decreti delegati che il governo deve emanare dopo l’approvazione della legge. E’ evidente che la loro quantificazione influisce in modo significativo sull’effettivo potere deterrente della legge.
Per stabilire se questa normativa costituisca un passo avanti o meno è opportuno, oltre al piano astratto dei diritti, fare riferimento alla situazione reale del Paese. Secondo l’Istat (dati 2010) in Italia “il 95% delle imprese ha meno di 10 addetti e impiega il 47% dell’occupazione totale”, se si considera che l’articolo 18 vale per le imprese con più di 15 dipendenti si comprende come già oggi più della metà dei lavoratori non ne sia tutelata; vale a dire che, in termini pratici, possono essere licenziati in qualsiasi momento. Non godono inoltre di alcuna tutela gli oltre 3 milioni di lavoratori precari, in gran parte giovani. Detto in altri termini, a fronte di circa 22 milioni di occupati, l’articolo 18 ne tutela, con tutti i limiti visti sopra, assai meno di 10.
Inoltre, il provvedimento del governo va inserito nel contesto più generale della riforma del mercato del lavoro e del welfare, che ha l’obiettivo di introdurre in Italia per chi perde il lavoro, come ormai quasi ovunque nel mondo, strumenti attivi di sostegno, sia economici che finalizzati alla ricerca di una nuova occupazione. Questi strumenti, di carattere universale, cioè disponibili per tutti coloro in cerca di occupazione, andrebbero a sostituire le diverse forme di cassa integrazione straordinaria e in deroga, che sono invece legate ai singoli posti di lavoro, non coprono i lavoratori delle imprese più piccole e vengono decisi caso per caso con modalità a volte assai poco trasparenti. I meccanismi attuali hanno inoltre il grave limite di vincolare il destino occupazionale dei lavoratori minacciati da licenziamento alla sopravvivenza dell’azienda, innescando molto spesso lunghi e costosi quanto inutili tentativi di “salvare” realtà produttive strutturalmente destinate alla chiusura, che non di rado vanno ad arricchire speculatori senza scrupoli.

Sono tutte questioni, queste, di cui in Italia si discute in termini spesso molto accesi da qualche decennio, senza che vi sia stata la capacità di introdurre riforme sostanziali, ideate sulla base di un ripensamento dei meccanismi di tutela e del welfare che fosse più rispondente alla realtà attuale: il poco che è stato fatto è il risultato di risposte emergenziali, come la citata legge Fornero, affrettate e senza alcuna pretesa di organicità, perché concentrate su obiettivi di brevissimo periodo.

LA STORIA
La prima street artist donna di Kabul, Shamsia Hassani

Essere donna in Afghanistan non è sicuramente facile. Se poi si hanno 26 anni, bombolette spray e sogni, e si dipinge sui muri fatiscenti della città…

Classe 1988, Shamsia Hassani, vanta il primato di essere la prima donna graffitista in una realtà complessa e chiusa come quella afghana e, per questo, di essere diventata, oggi, vera e propria portavoce dei diritti delle donne.

shamsia-hassaniNata in Iran, da rifugiati afgani originari del Kandahar, Shamsia è impossibilitata a iniziare i suoi studi artistici a causa della nazionalità afghana. Rientra, allora, a Kabul, dove si iscrive, nel 2006, alla facoltà di Arte. In questo periodo, inizia anche a dedicarsi all’arte contemporanea. Nel 2009, viene selezionata come uno dei migliori dieci artisti del Paese. Il gruppo si unirà in un’associazione, Rohsd (che in arabo significa crescita), che si dedicherà all’arte contemporanea.
Shamsia ha un nome bellissimo, che significa “sole”, e sole sia allora, perché intensi raggi di luce e di speranza giungono dalle sue opere.

Questa giovane artista ha iniziato a dipingere su tela, ma, nel 2010, ha scoperto il potere comunicativo della street art, durante un workshop tenuto a Kabul da un graffitista inglese, Wayne “Chu” Edwards (classe 1971, uno dei più noti graffiti artist in 3D, attivo dagli anni ’80 e nato come sviluppatore di giochi per computer come Aladino per la Game Boy). Quell’esperienza fu per Shamsia una seducente rivelazione.

shamsia-hassaniE così, iniziò a realizzare graffiti per arrivare al cuore (e alla mente) delle persone. Come ha detto in alcune interviste, attraverso i graffiti vuole parlare al popolo mediante immagini, portare l’arte nei luoghi del degrado, sulle pareti di edifici danneggiati dalla guerra e dai bombardamenti. E lasciare che mura abbandonate e sporche accolgano la rigenerante vitalità della pittura.
I colori sono in grado di coprire i cattivi ricordi della guerra, di rimuoverli dalle menti delle persone. Secondo Shamsia inoltre, il popolo afghano – e in particolar modo quello residente a Kabul – non ha una grande cultura artistica e non è avvezzo a visitare mostre (spesso non ne ha nemmeno la reale possibilità), dunque il messaggio insito in un’opera esposta in galleria rischia di andar perso o di restare confinato a stesso, mentre un dipinto murale è qualcosa che non si può evitare di vedere, se gli si passa accanto. Arriva prima della scelta stessa di vederlo, diretto e senza chiedere. E tale immediatezza visiva era, ed è, proprio ciò che Shamsia cercava, perché le immagini sono più forti e immediate delle parole.

shamsia-hassanishamsia-hassaniNella periferia di Kabul, Shamsia ha realizzato numerosi graffiti, al fine di coprire le brutture della guerra e, allo stesso tempo, di portarle a memoria, e ha invaso la sua città di burqa color cielo, simbolo di libertà, tonalità che più la mette a proprio agio. Sui muri di Kabul giganteggiano, allora, sagome in burqa dai color vividi, fatte con spray e spesso con colori acrilici e pennelli, in assenza di bombolette di buona qualità, che sul mercato locale si trovano a fatica. L’artista progetta l’immagine da realizzare e poi, velo in testa e mascherina sulla bocca, inizia a lavorare. Rischia ogni giorno molestie o aggressioni; spesso, mentre lavora, le vengono gettati dei sassi.

shamsia-hassanishamsia-hassaniAllora si ferma, rientra a casa e rielabora al pc, in Photoshop, ogni dettaglio dell’intervento urbano momentaneamente interrotto dall’ignoranza.
“Di solito – dice in un’intervista – dipingo donne con il burqa ma in una versione più moderna. Voglio raccontare le loro storie e trovare un modo per salvarle dal buio, […] aprire le loro menti, per apportare qualche cambiamento positivo”.
Le sue figure sono imponenti, austere, arrivano fino alle nuvole e sono disegnate con una linea di contorno che curva sulla testa e si fa spigolosa in prossimità delle spalle; immagini quasi titaniche nel loro sforzo di presentarsi, dominare, farsi riconoscere e accettare. E di urlare. Accanto ai loro corpi si stagliano belle linee curve e arricciolate – quasi bolle o onde del mare (ancora l’azzurro) – che accentuano il valore simbolico del lavoro di Shamsia.

shamsia-hassanishamsia-hassaniQuei riccioli e quelle bolle sono l’emblema di parole non dette, ingoiate, taciute, che le donne afghane non hanno mai avuto il diritto di pronunciare. Donne che, in quel paese, sono ancora proprietà degli uomini, che servono principalmente a tenere in ordine la casa, a procreare, a obbedire e tacere. La corazza del burqa è imposta ma, ovviamente, la questione non è solo questa. Si tratta di combattere una mentalità di pietra, per la sua pesantezza ma anche per la sua inaccettabile e incredibile arretratezza.

shamsia-hassani
Un graffito di Hassani affianco alla ‘Bambina con il palloncino’ di Bansky
shamsia-hassani
Graffito di Hassani, donna in burqa seduta su reali gradini

Uno dei suoi graffiti più noti a Kabul ritrae una donna in burqa seduta sui reali gradini di un’abitazione diroccata.
Secondo Shamsia è la rappresentazione dell’incertezza femminile odierna che vive, quindi, l’eterna esitazione nella totale restrizione: non sa se si riuscirà a “salire” recuperando una posizione più dignitosa all’interno della società, o se subirà un più disastroso crollo.

Ma, intanto, aspetta, fiduciosa, seduta sulla sua domanda. Fiduciosa come Shamsia, che ora è docente di scultura presso la Facoltà di Belle Arti di Kabul e continua a serbare in cuore sogni e tenacia. Oggi espone in India, Iran, Germania, Italia e nelle ambasciate estere di Kabul, ma il suo più grande desiderio è quello di fondare una scuola per graffitisti per diffondere il “verbo” visivo per le strade della sua città e, un giorno, di collaborare con Banksy.

Per parlare, gridare, protestare, lottare per il bene, per la libertà, per il rispetto, cambiare le cose: perché in fondo l’arte è sempre stata questo: comunicazione e rivolta. E a volere questa rivoluzione è proprio una donna: Shamsia Hassani.