Alla biblioteca Ariostea (1391) nella sala di incontri con il soffitto ligneo affrescato nel 1600 si è parlato di eBook o meglio del libro digitale, per non dimenticare l’italiano. Lo hanno fatto Cristina Fiorentini, responsabile della rete civica del Comune, e Fausto Natali, referente del servizio biblioteche, raccontandoci cosa è, come funziona e a cosa serve. Tra informazioni e curiosità si è affrontato un tema per molti ancora non ben conosciuto, ma che nel servizio biblioteche presto avrà un ruolo e crescerà di importanza. Una promessa o una minaccia? Le tecnologie minacciano il libro? In fondo, tendiamo a dividerci su tutto tra favorevoli e contrari, senza considerare la migliore soluzione “dell’anche”. Iniziamo il confronto.
I critici dicono che i libri sono belli e soddisfa annusarli, toccarli, sentirli, guardarli sugli scaffali. I libri sono la storia, specie quelli antichi. Però occupano spazio, si impolverano, costano, ma questi non sono difetti, sono caratteristiche.
I favorevoli, invece, lo promuovono affermando che sono leggeri, sono tantissimi, anche gratis, retroilluminati. Si può ormai entrare nelle migliori biblioteche del mondo. Nel lettore se ne tengono alcune migliaia e si portano con sé senza fatica. Poi chi legge libri digitali legge di più e utilizza un altro linguaggio: store, e-reader, Kindle, IPad, eBook, cloud, opensource, Html, digital publishing, calibre.
Ma ha senso trovare un vincitore? In fondo tra carta e byte ci potrebbe essere una strategica alleanza, già ora molti libri si possono trovare nelle due soluzioni.
Il mercato del libro digitale ormai rappresenta un quota significativa (5-8%), anche se ha iniziato a svilupparsi solo da una decina di anni. Al contrario i libri di carta purtroppo calano le vendite da qualche anno in tutto il mondo e solo il 43% dei cittadini italiani legge con frequenza. Per fortuna i giovani leggono sempre di più; questo favorisce i nativi digitali e quindi l’approccio informatico. Si prevede che tra alcuni anni tra i due mercati ci sarà equilibrio (magari in Italia qualche anno dopo).
Il prezzo varia molto (in genere il digitale è inferiore alla carta, ma non come molti si aspettavano) e spesso sono i ricavi e non i costi ad avere il ruolo principale. Ormai quasi tutte le case editrici ne sono fornite.
Il mondo della scuola si sta attrezzando e la digitalizzazione ormai è alla portata di tutti.
Io (purtroppo) ho la lettura veloce e mi piace leggere di tutto e dunque anche gli eBook (ingrandendo i caratteri per non mettermi gli occhiali), ma spero che il libro classico non mi abbandoni; in fondo gli voglio bene, mi ha seguito per tanti anni e vorrei continuasse ancora. Un apprezzamento finale va dato ad iniziative come ComuneEbook, un bel progetto di editoria digitale del Comune di Ferrara, in corso di avvio.
Ogni tanto, qualcuno mi chiede cosa penso del Giardino delle Duchesse. Di solito rispondo: “Non penso”, cosa assolutamente non vera, ma che mi permette di evitare discussioni. In realtà quello che penso io è irrilevante, l’uso e la gestione di questo spazio non hanno mai scatenato i miei entusiasmi ma il fatto che ci sia di mezzo la parola ‘giardino’, mi irrita. Quando veniva usato come cortile di sgombero dei Grigioni aveva un suo scopo definito e onesto, una funzione condivisa da tutti quelli che, in barba alla storica origine del luogo, lo utilizzavano come retrobottega e ne avevano farcito le pareti con ogni sorta di tubo, grondaia, cassonetto, antenna o impianto, lasciando che muri e intonaci si scrostassero allegramente. Poi, un giorno, qualcuno si è svegliato e ha pensato, giustamente, di far resuscitare questo spazio. L’errore è stato definirlo da subito come recupero di un giardino. Il Verde a Ferrara c’è, e non mancano esempi di pregio o comunque di spazi trasformati dalla Storia, che hanno mantenuto una dignità e una riconoscibilità come tale, vedi il giardino della Palazzina di Marfisa o il giardino delle Sculture di Palazzo Massari. Quello che è rimasto del giardino usato dalle duchesse di casa d’Este, ha un valore storico indiscutibile, ma può essere conservato come documento, come atto, non può vincolare in eterno uno spazio con delle potenzialità urbanistiche del genere.
So che gli storici mi odieranno, ma le indagini storiche, filologiche, archeologiche, botaniche sui reperti dei pollini, erano analisi sensate per fornire materiale per una bella pubblicazione sui giardini di un palazzo a scala urbana come quello ferrarese, non per giustificare un investimento di ripristino. Ammettiamo che una ripulita generale e una griglia per rampicanti senza rampicante, non sono abbastanza per farlo risorgere né come giardino né come spazio pubblico, ma ci sono infiniti esempi, sparsi per l’Europa, di corti interne di palazzi antichi, dove i segni del passato convivono con nuove pavimentazioni, ingressi ben definiti, dove gli alberi sono curati e dove le pareti degli edifici svolgono il loro servizio, accogliendo senza paura, tubi e impianti, ma con quella attenzione che li rende dignitosi e sinceri, lasciando libero lo spazio per renderlo flessibile e accogliente.
Trovo sbagliato e fuorviante definire “le Duchesse” come un giardino, come viene sbandierato oggi nei messaggi di richiamo turistico. Giardino è una parola pesante, è la classica parola evocativa, cioè una parola che rimanda ad altro, una parola che solo a pensarla fa venire in mente il piacere e la bellezza. I giardini sono la forma concreta di un pensiero estetico, sono “cose” in cui si può toccare e vedere l’idea di una Natura bella corrispondente ad una cultura di un popolo o di una persona, in una data epoca. Nel Rinascimento questa idea estetica si esprimeva attraverso la geometria con cui si modellavano spazi e vegetali. Per mantenere tutto questo non mancava né il denaro né la manodopera, e comunque l’uso di questi giardini era destinato al godimento di poche persone. Il giardino è figlio di un progetto che ha bisogno di soldi per essere realizzato e poi mantenuto nel lungo termine, tutto il resto, è propaganda.
Mi costa dirlo e questo discorso non piace a nessuno, perché si vendono meglio i sogni e le promesse, ma anche il progetto più bello se viene fermato a metà strada per mancanza di soldi rimane cosa morta, e se nessuno lo cura dopo la foto di gruppo con le autorità, diventa una schifezza. Riempiamolo di vita, invece che di piante, trasformandolo veramente in un contenitore aperto, pulito, sobrio e funzionale per una sosta libera dall’obbligo di consumazione, spettacoli estemporanei, musica, mercatini, installazioni virtuali, sorprese, ecc. iniziative che vanno benissimo per valorizzare questo luogo, che per rivivere non ha bisogno delle onnipresenti opere d’arte messe a casaccio, di aiuolette sfiziose o dei tavolini di un ennesimo bar, ha bisogno di coraggio.
Si possono fare miliardi di proposte sulla carta, tutte potenzialmente realizzabili, ma progettare correttamente significa avere l’onestà di chiamare le cose con il loro nome e capire che quando non ci sono le risorse economiche è il momento di inventarsi delle alternative alle passeggiate di annoiate donzelle. Di giardini fatti male, musei all’aperto raffazzonati, bar e gazebi simil-tirolesi ne abbiamo anche troppi, quindi ben vengano progetti e idee, ma non chiamiamolo “giardino”, sarà il godere di un luogo piacevole, a far ritornare il ‘giardino’ alle Duchesse.
Ho pensato molto prima di recensire il film. Solitamente commento solo pellicole che mi sono piaciute, ma poi mi sono detta che anche quelle ‘meno apprezzate’ vanno considerate. Se non altro per spirito di uguaglianza e diritto di critica. Mi sono poi anche detta che l’impressione iniziale negativa era stata, forse, leggermente attenuata da alcune riflessioni personali successive, che però, come tali, restavano soggettive e, quindi, una mia personale interpretazione, magari nemmeno del tutto corretta.
La locandina
“American Sniper”, uscito da poco al cinema, è la storia vera del texano Chris Kyle, un U.S. Navy Seal (le Forze per operazioni speciali della marina degli Stati uniti) inviato in Iraq, nel 2003, con una missione precisa: proteggere i suoi commilitoni, i marines, che a terra “vanno a caccia di terroristi”. La sua massima precisione e il suo non mancare mai un bersaglio anche da enorme distanza (un colpo, un uomo) salvano innumerevoli vite sul campo di battaglia e mentre si diffondono i racconti del suo coraggio, Chris è soprannominato “Leggenda”. Nel frattempo la sua reputazione si diffonde anche dietro le file nemiche, al punto che una grossa taglia viene messa sulla sua testa, rendendolo il primario bersaglio per gli insorti. “Leggenda”, allo stesso tempo, combatte un’altra battaglia in casa propria, nel tentativo di essere un buon marito e padre nonostante si trovi dall’altra parte del mondo. Il famoso cecchino, come gli diceva il padre da bambino, è nato “pastore di gregge”, votato alla tutela dei più deboli contro i lupi famelici. La prima impressione che si ha, e che molti commentatori hanno avuto, è che “American Sniper” sia un film di propaganda, la biografia di un soldato americano, ossia del cecchino con più uccisioni confermate della storia d’America, un uomo che nella visione di Clint Eastwood è un vero eroe, un pastore che protegge gli altri esseri umani per vocazione, dentro e fuori dalla guerra. È anche un film con pochi dialoghi, con qualche stereotipo sul cecchino nemico (il bruno Mustafa), dove si spara sempre e, in certi punti, un po’ grossolano e kitsch.
Bradley Cooper interpreta il soldato texano Chris Kyle
Fieramente repubblicano, fieramente dalla parte dei “nostri ragazzi” e fieramente statunitense, non è facile apprezzarlo, ma, per fortuna, alla fine si rivela dalla parte dell’essere umano, dell’orrore, della bruttezza, della tragedia e dell’idiozia della guerra, nella convinzione che “fermare un cuore che batte è una cosa grossa”. In fondo, ci troviamo di fronte a una civiltà folle e persa che spesso non si comprende più e che pare davvero al capolinea, dove la guerra è guerra, per tutti, dove il cecchino di una parte è uguale a quello dell’altra, dove il mondo deve ammettere che non c’è chi ha ragione e chi torto e che il dialogo deve subentrare alle armi.
Sienna Miller interpreta la sposa del soldato
Il dramma del reduce disadattato poteva forse essere maggiormente evidenziato, tanto più che, nella realtà, è uno stesso reduce di guerra impazzito a uccidere Chris, che a questi disadattati aveva deciso di dedicarsi al rientro dai quasi tre anni di Iraq. Proprio quel tragico epilogo fa emergere tutto il nonsenso, fa affrancare dal particolare della storia e convince il regista a farne una storia universale. In fondo, Chris rimane un ragazzone semplice d’animo, violento nel cuore, ma umano. Vogliamo vederla anche così.
American Sniper, di Clint Eastwood, con Bradley Cooper, Sienna Miller, Cory Hardrict, Jake McDorman, Luke Grimes, Kyle Gallner, Owain Yeoman, Brian Hallisay, Sam Jaeger, Eric Close, Bill Miller, Max Charles, Tom Stern, USA, 2014, 134 mn.
Una scheda di presentazione per ciascun caso ‘in dibattimento’, poi brevi requisitorie con testimoni d’accusa e di difesa e infine il ‘voto popolare’. Lunedì 19 alle 17 in biblioteca Ariostea, Ferraraitalia inaugura il proprio ciclo di incontri dal titolo “Chiavi di lettura”, il cui obiettivo è porre a confronto opinioni diverse per favorire la conoscenza dei fatti e la formazione di autonomi punti di vista.
Nel primo appuntamento, in sala Agnelli si discuterà delle “controverse proposte per il rilancio della città estense”. Con tono lieve e sul filo del divertimento si cercheranno di dire cose serie sula nostra città. Il ragionamento non potrà ovviamente spaziare a tutto tondo su linee di sviluppo economiche e culturali, ma sarà circoscritto ad alcuni ambiti urbani e alla possibilità di una loro trasformazione.
I nuclei tematici in discussione riguardano l’area pedonale del centro, il Giardino delle duchesse, il canale Panfilio, il grattacielo e l’area della stazione. Al riguardo la discussione in città è sempre aperta e animata. Non a caso è stato scelto come titolo dell’iniziativa “Ferrara vs Ferrara”. Il confronto sarà accompagnato da brevi letture e proiezioni di video e immagini storiche e attuali.
Si tratta di una prima occasione di ampliamento di un dibattito che è già iniziato nei mesi scorsi sulle pagine web del nostro giornale. Sarà seguito da specifici approfondimenti con esperti e portatori di interesse.
Intanto ecco il primo round: ‘avvocati’ e ‘giudici’ sono attesi lunedì in biblioteca…
Queste le riflessioni e le proposte già avanzate da Ferraraitalia
Le recenti affermazioni del papa sulla libertà di espressione sono state accolte nel nostro Paese con entusiasmo bipartisan. Sulla prima parte, cioè che non si può uccidere in nome di Dio o, aggiungo, di qualsivoglia ideologia, visione del mondo, filosofia, eccetera credo siamo tutti d’accordo. La seconda, in cui il pontefice afferma che non è lecito irridere la religione altrui, è invece secondo me più discutibile.
Premesso che non mi piace la volgarità fine a se stessa di certe vignette o di certi articoli, quella del papa è in fondo la parafrasi del vecchio proverbio “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”, che da noi è stato legge dello Stato per molto tempo.
A mio parere, invece, chi non va mai insultato sono le persone e la loro dignità: questo è un diritto che ogni stato democratico deve tutelare a tutti i suoi cittadini. Le idee, le visioni del mondo, religioni incluse, sono un’altra cosa e nei loro confronti anche la critica più feroce deve poter essere lecita. Altrimenti, paradossalmente, si arriva al relativismo etico ed a società costruite a compartimenti stagni.
Nei paesi anglosassoni l’applicazione indiscriminata del “politicamente corretto” ha ormai fatto sì che delle questioni attinenti la sfera religiosa sia diventato molto difficile parlare e che l’omissione sia diventata la regola. Ad esempio, nessun sito o giornale americano ha pubblicato le vignette di Charlie Hebdo che hanno scatenato la furia dei terroristi. A me quello pare un modo sostanzialmente sbagliato ed ipocrita di affrontare le diversità culturali, a maggior ragione in un mondo sempre più globalizzato in cui tutto è destinato a mescolarsi ed a venire reciprocamente in contatto. E poiché il mondo è pieno di religioni e di ideologie forti, ognuna delle quali ha i suoi, grandi o piccoli, tabù, che facciamo? Si potrebbe ad esempio stilare un elenco che contiene tutti gli argomenti, le immagini, le allusioni potenzialmente problematiche e quindi da proibire per evitare che qualcuno se ne abbia a male. Naturalmente, per non discriminare nessuno, l’elenco dovrebbe essere continuamente aggiornato, tenendo conto delle nuove dottrine che nascono di continuo e delle modificazioni che subiscono quelle esistenti. Oppure, pragmaticamente, stabilire che non si può disegnare il Profeta, perché i musulmani sono tanti e menano pure, pronti ad estendere il divieto a fronte delle proteste particolarmente bellicose che venissero da altre parti.
Non c’è in ballo solo la libertà di satira, che è indubbiamente una forma estrema di espressione per sua natura, ma la possibilità stessa di poter anche solo dissentire su questioni che attengono la vita delle persone, che in una visione integralista sono di fatto indistricabili dai precetti religiosi propriamente detti.
Nella realtà le religioni, come ogni altra ideologia, si modificano nel tempo, anche se a molti dei loro seguaci non fa piacere riconoscerlo, e devono anche loro adattarsi ad un mondo plurale, che garantisce a tutti sia la libertà di culto che quella di espressione. Il cristianesimo, nelle sue diverse varianti, era un tempo intollerante quanto lo è oggi l’Islam: il dover vivere in società sempre più secolarizzate ha fatto sì che molte pretese venissero via via abbandonate. Alcune anche in tempi abbastanza recenti. Ricordo da bambino di avere assistito ad una discussione, mi pare in tv, in cui qualcuno sosteneva che il divertimento e l’allegria durante i giorni della Passione prima di Pasqua erano offensivi per i credenti e che quindi era giusto, come capitava allora, che cinema e teatri restassero chiusi e che radio e televisione trasmettessero solo musica da camera.
E’ Gaetano Sateriale il secondo ospite del ‘Think tank’ Pluralismo e dissenso, impegnato a proporre una rilettura degli ultimi 30 anni della vita pubblica ferrarese. Oggi alle 17 alla Sala della Musica (all’interno del complesso di San Paolo con accesso da via Boccaleone), dopo l’intervista a Roberto Soffritti, realizzata nel mese di dicembre, e prima di quella con il sindaco in carica Tiziano Tagliani, Sateriale, sarà intervistato da giornalisti delle cinque principali testate ferraresi. Il dibattito, moderato e introdotto da Mario Zamorani, vedrà la partecipazione di Marco Zavagli (Estense.com), Stefano Lolli (Il Resto del Carlino), Sergio Gessi (Ferraraitalia.it), Marcello Pradarelli (La Nuova Ferrara) e Stefano Ravaioli (Telestense).
L’auspicio degli organizzatori è “che evidenziando gli aspetti centrali, positivi e negativi, che hanno caratterizzato il loro mandato si riescano a indagare le dinamiche sociali, politiche, economiche, relazionali, di qualità di vita e che al termine di questa triplice occasione di dialogo e di approfondimento si possano meglio comprendere le mutazioni avvenute nella nostra città nel corso degli ultimi sei lustri”. Gli incontri sono ovviamente aperti al pubblico. I video sono visibile sul sito www.pluralismoedissenso.altervista.org. All’organizzazione ha collaborato il gruppo consiliare Sel del Comune di Ferrara.
da MOSCA – Come in molti paesi del mondo (e sicuramente l’Italia non fa eccezione), il pane è un alimento fondamentale e molto vario, da sempre. Base di ogni pasto quotidiano, ricco o povero, spesso bistrattato per calorie e lieviti, in Russia non è da meno. Qui, tuttavia, piace molto quello a base di farina di segale che, fino al XX secolo, non era solo l’alimento principale dei contadini, ma imbandiva anche le tavole dei ricchi proprietari terrieri. Questo tipo di pane è stato, per secoli, uno degli ingredienti principali della dieta russa, in particolare nei villaggi, dove si era soliti accompagnare la ‘šči’, una zuppa calda e densa a base di cavolo, con quasi un chilo di pane nero. L’impasto era preparato usando una miscela di fermenti alcolici, che attivavano naturalmente i processi di fermentazione e lievitazione, dando al pane il suo sapore leggermente acido. Si passò poi al lievito termofilo, negli anni ’40 e ’50, abbandonando il pane acido.
Oggi, invece, la Russia sta riscopre la produzione domestica del pane, senza l’aggiunta di lievito, che si dice essere poco salutare e indigesto. Uno dei più famosi tipi di pane russo (buonissimo, anche se dal sapore dolciastro), a base di segale, è il ‘borodinsky’, cotto al vapore, che oltre alla farina e al lievito contiene malto di segale (ottenuto con chicchi di orzo germinati in acqua e poi essiccati e macinati), zucchero, melassa e coriandolo. Salutare e ricco di vitamine B1 e B2.
Pane borodinsky
La sua nascita è misteriosa. Secondo la leggenda, fu sfornato per la prima volta da un gruppo di suore in un convento vicino al campo di battaglia di Borodino, dove, nel 1812, la Russia si scontrò contro l’esercito di Napoleone. I suoi semini tondi dovrebbero ricordare i bossoli dei proiettili che lacerarono il corpo del generale Tuchkov, che nella battaglia condusse il suo reggimento di moschettieri all’assalto. Non riuscendo a trovare il cadavere del marito sul campo di battaglia, la vedova del generale fece costruire sul presunto luogo della sua morte un monastero, del quale in seguito divenne badessa. Si dice che questo pane sia nato proprio nel forno del monastero di Mozhaisk, da dove la sua fama raggiunse Mosca, conquistandola. Stando a un’altra versione, il pane Borodinsky sarebbe stato inventato, invece, dal famoso professore Borodinsky, studioso di chimica e compositore di fama, che, durante un soggiorno in Italia, entrò in possesso della sua ricetta segreta. Secondo altri, infine, sarebbe stato inventato dai compagni Spredze e Zakis, due panettieri residenti a Mosca e impiegati presso il panificio N.159. Qualunque sia la sua origine, la ricetta del moderno borodinsky è stata approvata, nel 1933, dalla Panetteria centrale di Mosca. Oggi, come allora, si accompagna al ‘borsch’, fa da spuntino insieme alla vodka, combinato a filetti di aringa marinata, o può essere servito a colazione con una tazza di tè nero.
Il pane bianco a base di frumento divenne popolare in Russia solo alla fine del XX secolo, come dicevamo, e per la gente comune rimase a lungo un simbolo di ricchezza e prosperità, da consumarsi solo in occasioni speciali. Uno dei pani bianchi più famosi del Paese è il ‘kalach’, fatto con farina di frumento e modellato a forma di maniglia. Intorno al XIV secolo, i russi presero in prestito dai tartari la ricetta del pane bianco azzimo e le abili mani dei panettieri locali lo trasformarono in qualcosa di unico.
Kalach
Il kalach era preparato con farina bianca di qualità, ma la sua caratteristica era l’impasto speciale, che veniva lavorato a lungo e in un luogo fresco. I tipi più famosi di kalach erano il ‘moskovsky’ (da Mosca) e il ‘muromsky’ (da Murom, nella regione di Vladimir). Il kalach era il pane preferito dall’imperatrice Caterina la Grande, e da allora, le pagnotte decorano lo stemma araldico della città di Murom. Si ricevevano gli ospiti sull’uscio con un kalach appoggiato su un panno ricamato e una coppetta di sale, augurando loro “Хлеб да соль”, pane e sale.
Panno ricamato con l’augurio ‘pane e sale’
L’ospite doveva prenderne un pezzetto, intingerlo nel sale e mangiarlo. Con queste parole si auguravano fortuna e prosperità nella speranza che, nelle case dei nostri ospiti, non mancassero mai i prodotti considerati essenziali per la vita: il sale, indispensabile per conservare il cibo per i momenti difficili e per renderlo più gustoso e il pane, per saziare la fame. La tradizione della segale tuttavia oggi ritorna in forza. Altri pani che oggi si trovano sulle tavole russe sono, infatti, il ‘Nareznoj’, un pane a base di frumento e segale cotto nel forno a legna (Stolichnyj, Izmajlovskij, Sokolnicheskij), di forma ovale o rotonda, preparato con una miscela a base di farina di frumento e segale, e lievito naturale;
DarnickijGorchichnyBaton nareznoj
il ‘Gorchichnyj’, pane a base di farina di frumento con l’aggiunta di semi di senape o olio di senape, grazie ai quali la soffice mollica assume un colore giallastro; la classica pagnotta con la crusca; il ‘baton nareznoj’ (pane rigato), pane bianco a base di farina di frumento, di forma ovale allungata, con una mollica compatta, così chiamato per via dei caratteristici tagli che vengono realizzati sulla pagnotta prima della cottura; il ‘Darnickij’, pane a base di segale e frumento, chiamato “mattone” per la sua forma, dal caratteristico sapore acido per via dell’elevato grado di acidità dei suoi ingredienti; l’’Aromatnyj’ (Aromatico), a base di farina di frumento con l’aggiunta di malto di segale scura, burro e coriandolo, dal sapore leggermente piccante e dall’aroma speziato. L’elenco potrebbe essere ancora lungo, in un ritorno al passato e alla tradizione che caratterizza ormai molti paesi. Viva la tradizione, allora.
Lo stress è il ‘cestino’ della vita moderna. Tutti noi generiamo scorie, ma se non le smaltiamo correttamente, si accumulano e ci consumano la vita. Spesso le nostre nonne lo chiamavano “esaurimento nervoso”.
Lo stress è una risposta dell’organismo, è una risposta fisiologica ai tanti stimoli che lo colpiscono; stimoli di natura fisica, chimica e biochimica, meccanica, emozionale o proveniente dalle interazioni sociali. Il problema è che spesso condizioni di risposta allo stress a carico dell’apparato muscolo-scheletrico sono così ben mascherate da venire interpretate come difficoltà strutturali, anziché come automatismi adattivi. Di conseguenza si tende, soprattutto in ambito sportivo, a forzare la struttura, innescando dei circoli viziosi di adattamento.
LE COMPONENTI DELLO STRESS Iperattivazione somatica: squilibri fisiologici e funzionali del corpo con reazione ipotalamica dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene-timo-tiroide. Iperattivazione emotiva: alterazioni dell’umore, degli stati d’animo, delle sensazioni e delle percezioni, con conseguenti possibili effetti d’ansia, paura, angoscia, insicurezza. Iperattivazione mentale: alterazioni nella sfera immaginativa e del dialogo interiore che investe l’ambito dell’autoaffermazione, del pensiero automatico, il sistema di credenze e la semantica. Risposta comportamentale: scompensi nella performance, negli atteggiamenti, nella comunicazione e nelle relazioni.
Lo stress assume sì una funzione di difesa, di adattamento, di sopravvivenza, ma diventa causa di alterazioni somatiche particolari quando attivato troppo a lungo e troppo intensamente, senza possibilità di recupero: la cosiddetta Sindrome d’adattamento.
LA SINDROME D’ADATTAMENTO Reazione di allarme
Si tratta di una risposta difensiva di emergenza, di allerta, a breve termine perché prepara il corpo a rispondere istintivamente con la lotta e la fuga allo stimolo stressante. Ora, nella specie umana questo tipo di reazione è mutato poiché la lotta corrisponde genericamente alla risposta aggressiva, mentre la fuga corrisponde all’emozione ‘paura’ (dal greco ‘phobos’, ‘fuga’).
Vediamo ora cosa succede nel corpo a livello puramente fisiologico. Questo tipo di risposta è stimolata dal funzionamento di un canale di reazioni ormonali fra cervello e surrene. Sotto la regolazione dell’ipotalamo, l’ipofisi rilascia corticotropina che, a sua volta va a stimolare le ghiandole surrenali. In particolare, dalla parte interna di queste ghiandole (parte midollare), viene prodotta l’adrenalina, l’ormone dello stress per eccellenza. Riversandosi nel flusso sanguigno, l’adrenalina produce all’interno del corpo alcuni cambiamenti funzionali: il cuore batte più velocemente e la pressione arteriosa aumenta.
Lo stomaco e l’intestino arrestano ogni movimento e secrezione: è per questo motivo che mangiare quando si è sotto stress significa introdurre cibo in uno stomaco inattivo: ciò può essere la causa di gonfiori gastro-duodenali, di nausea, crampi allo stomaco, digestione pesante, alle volte diarrea. Il retto e la vescica tendono a svuotarsi perché, prima della ‘lotta’ o ‘fuga’, l’organismo deve liberarsi da pesi inutili.
La bocca diventa secca, sempre per evitare di inviare fluidi allo stomaco. Nel sangue si verifica un aumento della glicemia per poter disporre di un rifornimento energetico rapido.
Quando siamo sotto stress tendiamo ad aumentare l’utilizzo del caffè (stimolo alle surrenali), di cibi dolci (stimolo del pancreas), dei cibi grassi (aumento del colesterolo): questo avviene perché la nostra tendenza è quella di amplificare la reazione di stress con l’intossicazione. Spesso, anziché lavorare sulla causa dello stress, puntiamo ad aumentare la nostra resistenza ad esso, innescando queste risposte di compensazione.
Fase di adattamento o resistenza
Quando lo stimolo stressante dura a lungo, il corpo tende ad abituarsi e subentra la seconda fase. E’ una risposta a lungo termine allo stress perché prepara il corpo alla resistenza e alla sopravvivenza nel tempo. Questa reazione è stimolata dal cortisolo, un ormone prodotto dalla corteccia delle ghiandole surrenali che apporta anch’esso cambiamenti nell’organismo al fine di un buon adattamento allo stress.
La pressione arteriosa cresce lentamente con i conseguenti scompensi che ne derivano. Il sistema immunitario si indebolisce sempre più a causa del cortisolo che inibisce il funzionamento delle ghiandole linfatiche e produce un’atrofizzazione della ghiandola del timo, direttamente proporzionale all’ipertrofia del corticosurrene generata dalla continua sollecitazione. L’eccesso di cortisolo riduce la resistenza dello stomaco al suo stesso acido, con il rischio di conseguenti gastriti o ulcere gastroduodenali.
Fase di esaurimento
Se lo stress persiste, vi è un limite anche al periodo di adattamento, oltre il quale si entra nella fase di esaurimento. A questo punto l’organismo si ammala seriamente, in quanto l’accumulo di ormoni dello stress produce uno stato di elevata tossicità. Vi sono differenti livelli di sopraffazione, che vanno dal modesto senso di affaticamento, fino all’esaurimento fisico e psichico.
Già al secondo stadio, dove si attua il conflitto lotta/fuga, la sublimazione degli istinti nella società non facilita la reazione di scarica necessaria per bruciare gli ormoni dello stress accumulati. È proprio l’apparato muscolare deputato a questa funzione: per l’attività di lotta, l’organismo predispone infatti una particolare distribuzione sanguigna che nutre specialmente il volto (i muscoli espressivi) il collo e il torace. Nella soluzione di fuga, il sangue, invece, defluisce da queste zone verso gli arti per consentire appunto alla preda di scappare dal pericolo. Se il corpo subisce un trauma, la memoria di questo evento s’inscrive contemporaneamente nel corpo e nella mente.
Ogni stress lascia una cicatrice indelebile, e l’organismo paga per la sua sopravvivenza dopo una situazione stressante, diventando un po’ più vecchio (Hans Selye).
Consigli per diminuire lo stato di stress
– Saper affrontare ogni situazione difficile
– Eliminare il 50% delle preoccupazioni dovute al lavoro
– Riflettere sulle parole che possono trasformare la vostra vita
– Smettere di angosciarsi per i problemi economici
– Trovare sé stesso e essere sé stesso: nessun altro al mondo è come te
– Ignorare le critiche altrui
– Allungare di un’ora la giornata per sé stessi
– Sviluppare l’ironia
– Non tormentarsi per l’ingratitudine altrui
da PARIGI – Mercoledì 7, il primo dei pazzi giorni parigini della settimana scorsa, ero al lavoro e poco prima di mezzogiorno stavo sbirciando ripetutamente il telefono in attesa di un messaggio. Nel pomeriggio infatti, mi sarei dovuta recare nell’11° arrondissement, non distante dalla redazione di Charlie Hebdo, per incontrare la Fede (Federica Veratelli di cui abbiamo scritto qui), altra ferrarese a Parigi, e non avevamo ancora stabilito l’orario del nostro appuntamento. Quando ho
ricevuto il suo Whatsapp quindi, mi è sembrato tutto normale. Il messaggio però, non riportava un orario, come mi aspettavo. « 10 morti, guarda le notizie », diceva invece.
Così sono stata io a dare la notizia ai colleghi francesi. Sgomento.
Ho finito di lavorare e verso le 16 e mi sono incamminata in strada. Anche se ero nel 9° arrondissement, ho avuto la netta impressione che l’atmosfera fosse completamente cambiata rispetto a sole poche ore prima.
Avevo una lista di commissioni personali da svolgere, ma vi ho rinunciato. Occuparmi di qualsiasi altra cosa mi sembrava stupido e irrispettoso. Così come anche rincasare. C’era troppa tensione nell’aria, e l’11° arrondissement era così vicino, così familiare. «Vengo comunque da te Fede», ho comunicato via Whatsapp.
Sono salita sul bus, dove regnava il silenzio. Dopo poco ho prenotato la fermata e il conducente non se ne era accorto. Ha tirato dritto. «Ha saltato la fermata.», gli ho detto, indicando il segnale rosso acceso.
«Scusi » mi ha risposto, centrando in pieno la mia comprensione.
Anche la metro 9, su cui sono salita per scendere a Voltaire, nell’11° arrondissement, è arrivata che pareva neanche toccare le rotaie. Silenzio, anche qui. Risalendo le scale dell’uscita eravamo veramente tutti zitti. Tutti attenti. Gentili. Silenti ma presenti. Ce lo riconoscevamo con lo sguardo.
Ressemblement à République del 7 gennaio, ore 18.30Ressemblement à République del 7 gennaio, ore 18.45
L’idea di partecipare alla manifestazione spontanea era nata già qualche ora dopo l’accaduto. E’ stato in un tempo molto breve che le bacheche Facebook di numerose persone tra i miei contatti avevano cominciato a riportare l’adesione a questo evento, fissato per le ore 19 della stessa sera. Ressemblement de solidarité à Charlie Hebdo si chiama, ovvero Adunata di solidarietà per Charlie Hebdo. Nonostante il largo anticipo del mio arrivo sull’orario indicato, la piazza era già gremita, e molte persone continuavano ad arrivare da tutte le direzioni. E’ stata una marcia spontanea, e anche i cori erano, almeno in un primo momento, sparuti e poco organizzati. Qualcuno gridava “liberté d’expression”, altri “Charlie Charlie”. Ma più imponente di tutte le voci, era un forte e rispettoso silenzio.
Il pellegrinaggio verso la Place de la République non ha avuto sosta in questi giorni, così come l’espressione di solidarietà nei confronti della redazione e in ricordo di tutte le vittime degli attacchi. Candele, fiori, slogan, messaggi, disegni, vignette, simboli, matite, lettere luminose che sorrette una ad una compongono la scritta ‘not afraid’ o ‘solidarité’. Persino sms che invitavano a diffondere tra i propri contatti la lista dei nomi delle vittime e a manifestare con una candela accesa da posare ognuno sulla finestra di casa propria.
Il giorno dell’asserragliamento nella stamperia di Dammartin-en-Goele e della sparatoria nell’alimentari cacher di Porte de Vincennes, è stato scandito dai mille messaggi arrivatimi da amici e parenti in cerca di informazioni e di accertamenti: «Ma cosa succede realmente a Parigi?», mi chiedono, «Tu non uscire, resta in casa!». La maggior parte della città in realtà andava avanti come di consueto, anche se non era facile
capire cosa pensare, o se e come muoversi. Mentre chi vive qui cercava di mantenere la calma, più allarmanti erano invece le ricorrenti e accorate raccomandazioni di chi era lontano.
Sedili della metropolitana con la scritta ‘Rip Charlie’
Una volta tutto finito, con gli amici abbiamo discusso se fosse il caso o meno di annullare la cena che avevamo in programma, concludendo che fosse simbolicamente importante non desistere. Così ci siamo ripresi la nostra normalità, siamo usciti, siamo andati al supermercato, abbiamo preso la metropolitana.
Spostandomi mi sono accorta che il sostegno e la solidarietà della cittadinanza non si limitavano ai luoghi dell’attentato o alla Place de la République, ma che erano diffusi lungo molti luoghi della città, e in varie forme. Il nome di Charlie si era fatto strada e moltiplicato sulle insegne dei negozi, nelle vetrine, nei mezzi pubblici, alle finestre, nelle targhe con i nomi delle vie.
Avenue de la République, corte dell’11 gennaio, inizio corteoAvenue de la République, le matite guidano il popolo
La partecipazione alla manifestazione indetta per domenica pomeriggio, la Marche Républicaine, è stata notevole, senza precedenti. Il corteo ufficiale è partito da Place de la République per muoversi lentamente lungo due percorsi di circa 4 km, in direzione Sud/Sud-Est, ma anche tutti i boulevard che giungono alla piazza dalle altre direzioni e le vie adiacenti erano affollati, quasi da non distinguere che non si trattasse ancora del corteo. La marcia si è svolta senza nessuna traccia di agitazione. C’era molto silenzio, molti cartelli, bandiere, grandissime matite, vignette, e tanto tanto senso dell’umorismo.
Matite
Certo non mancano le posizioni critiche nei confronti di questa manifestazione, soprattutto in merito alla strumentalizzazione politica e all’adesione ufficiale di alcuni capi di stato che di fatto sono portatori di valori ben lontani da quelli repubblicani, ma la partecipazione immensa di circa un milione e mezzo di persone, ha
dimostrato come fosse in ogni caso un evento necessario, fondamentale per ristabilire una non ancora sufficiente quotidianità emotiva tra la gente.
I fatti dei giorni precedenti avevano seriamente aggravato lo stato di tensione generale, e ancora oggi la città, in alcuni quartieri più che in altri, vede il dispiego massiccio di polizia ed esercito, con lo stato di allerta attentati del piano Vigipirate tuttora in vigore.
La marcia si è poi conclusa in Place de la Nation, dove intorno alle ore 18 sono state liberate venti lanterne volanti, una per ogni vittima dei tragici fatti che per quattro giorni hanno fermato e messo in subbuglio Parigi
e la Francia.
* Cristina Venitucci è nata a Ferrara e da due anni vive a Parigi, dove lavora nel settore della ristorazione e dell’organizzazione eventi.
Le foto sono quelle che lei stessa ha scattato nei giorni scorsi.
Il tango più povero è stato il tango più bello. “Che un vento pampero soffi sulla piazza” aveva detto poco prima, e il Suo auspicio si è realizzato subito al termine dell’udienza: la nostra musica già nell’aria ci ha guidati verso la piazza. La voglia di ballare e stare insieme è straripata su viale della Conciliazione interrompendo il traffico, e le auto di Roma – solitamente numerose ed invasive come le cavallette – hanno deviato i loro percorsi, rispettose dei divieti e delle transenne e forse anche della nostra passione. L’emozione, la gioia, la magia non si vedono né si toccano ma esistono eccome e sono state presenze forti, anche se impalpabili, in questa piazza Pio XII. Il tango si è liberato di ogni orpello, gradevole ma comunque superfluo. L’essenziale era ballare e abbracciarsi. Era difficile mantenere l’eleganza e impossibile eseguire le figure che ci sforziamo di imparare nei corsi perché il pavimento di sampietrini non le tollerava, le bellissime scarpine femminili con i tacchi alti non potevano nemmeno essere proposte. Si ballava con i cappotti addosso e gli zainetti o le borsette sulle spalle. Poi la voglia di stare più in contatto ha avuto la meglio e in tanti abbiamo abbandonato i vestiti pesanti a terra, formando così cumuli che delimitavano una sorta di pista, dando indicazione sulla circonferenza da seguire nella ronda. Né esisteva differenza tra professionisti, maestri, ballerini bravi, principianti, finanche neofiti perché così agghindati e con quel pavimento l’unica cosa davvero praticabile era l’abbraccio a tempo di musica. E si poteva immaginare che quando è nato e cresciuto, laggiù dove le stagioni sono invertite rispetto a noi, in quegli anni d’oro, il tango fosse proprio così: tutti ballavano, uguali di fronte al tango, spontanei e liberi, e magari lo facevano per strada. La passione di tanti, l’amore per questo ballo, la voglia di vivere insieme una emozione, tutto ciò ha animato il gruppo. O forse è stato il pensiero che probabilmente Lui era là, dietro le tende del Suo studio lassù in alto a guardarci e – chissà ? – ad invidiarci, così liberi e festanti, E forse non solo Lui ci ha guardato. Venivamo da tutta Italia e anche da altre parti del mondo, eterogenei nelle abilità e negli accenti, ma uniti nella voglia di ballare un abbraccio collettivo e nell’intenzione di mandare un messaggio di pace. Le parole della nostra lettera “…dove ci sono gli abbracci, non ci sono le guerre, e l’essenza del tango è l’abbraccio: che sia un abbraccio di Pace.” sono state vere più che mai e rappresentano un messaggio che abbiamo mandato a Colui che ci ospitava. E se, come scrive Elias Canetti, la rivoluzione è la mobilitazione di energie collettive, la nostra in quel giorno, in quel luogo, al suono di quella musica, è stata una breve rivoluzione di pace, portata da quel vento della pampa. E’ stata un’ora incredibile, la mia milonga più bella da quando il tango mi ha toccato. Porterò sempre con me questo ricordo. Un ringraziamento a chi lo ha permesso e a chi era con me. Il 17 dicembre scorso in piazza San Pietro si è ballato il tango per festeggiare il compleanno di papa Francesco
Danilo Sacco è entrato a far parte dei Nomadi nel 1993, pochi mesi dopo la scomparsa del cantante storico Augusto Daolio, raccogliendo un’eredità pesante e accettando una sfida importante. L’anno successivo il gruppo emiliano pubblica “La settima onda”, il primo album con Danilo e Francesco Gualerzi alla voce, ottenendo il disco di platino. Lo stesso risultato fu confermato dal successivo “Lungo le vie del vento”.
Nel 2002 “Amore che prendi amore che dai”, spinto dal singolo “Sangue al cuore”, vola in cima alla classifica italiana. Nel 2009, dopo l’uscita di “Allo specchio”, il nuovo album del gruppo, il cantante è colto da un malore, le cui conseguenze lo porteranno a chiudere l’esperienza con i Nomadi e a intraprendere la carriera solista, non prima di avere inciso con loro “Cuore vivo”.
Due anni fa Danilo Sacco ha pubblicato “Un altro me”, il primo album da solista, poi, con la benedizione di Francesco Guccini, ha portato in giro per l’Italia il repertorio storico del cantautore di Pavana, accompagnato dai “Musici”.
La copertina del nuovo album
Il 2014 è l’anno di “Minoranza rumorosa”, il secondo lavoro da solista che raccoglie undici brani inediti. Le canzoni sono nate da situazioni vissute realmente, altre “forse sono vere”, una presa di distanza dal precedente album, necessariamente più intimista e personale.
Questo lavoro rappresenta una sorta di cronistoria, un titolo che denuncia i tempi difficili che sta vivendo il nostro Paese; l’impegno del musicista è di raccontarli, contrapponendosi alla maggioranza silenziosa che accetta in silenzio l’omologazione e l’appiattimento generale.
Le canzoni raccontano storie e personaggi veri, eroi umili e sconosciuti, come nel caso di “Da qui all’eternità” dedicata a Walter Bevilacqua, pastore della Val d’Ossola, il quale rinunciò a un trapianto che gli avrebbe salvato la vita, per lasciare la possibilità di vivere a una persona che aveva figli, mentre lui, solo al mondo, riteneva che forse il suo tempo fosse finito: “… da qui all’eternità, sono un uomo semplice, lo sai, lascio il mio posto in questo gioco a chi deve vivere, a chi merita più di me, a chi ha figli e poi, fotografie, di amori che non ho potuto mai capire o conoscere…”. “Erin” narra la storia (forse vera) di un gruppo di soldati che, fuggiti dalla Spagna conquistata dai Mori, con una nave giunsero casualmente in Irlanda, un luogo e un clima che hanno sempre affascinato Sacco: “… mille luci che si accendono, e noi, solo per noi, Erin, l’isola di verde e fuoco, l’acqua, come un verde gioco, la mia nave che, io lasciai, solo per te…”.
Danilo Sacco live
“Emilie”, racconta la storia di Charles Moulin, il pittore francese che rinunciò all’amore in nome dell’arte, ritirandosi in un eremo in Molise, alla ricerca della perfetta ispirazione: “Mi vedi, mi vedi con te, ti penso, fra pietre di aria pura e lillà, il quadro che non dipingerò più, un volto e poi, puro assenzio, oltre le nuvole e le barriere, ben oltre le comete e le bandiere, il vento che vorrei tu conoscessi, qui con me fra i miei rosai…”.
La fragilità del vivere umano è insita in “Novembre, novembre”, dove in un attimo una vita e tutte le sue certezze possono essere stravolte: “C’è sempre un motivo per ricominciare, novembre mattina, un attimo prima, ci credevi e dicevi che il mondo rideva …”.
L’anima rock di “Nati per vivere” corre tra semafori e languori, auto e ragazze di città; il tempo della notte fugge sul filo del rasoio e non c’è un attimo da perdere, in questo inno alla voglia di vivere con intensità e consapevolezza. “Ti aspetterò per sempre” è la canzone dell’amore a senso unico, lei lo aspetta da nove anni allo stesso tavolo del medesimo ristorante ed è disposta ad attenderlo per l’eternità. “Se vorrai se vuoi”, è una storia personale, uno spiraglio di luce che si apre nei momenti più difficili. La canzone è dedicata alla sua compagna. “Niente è per sempre”, titolo eloquente sulla mutevolezza delle cose, sentimenti e sogni compresi: “Niente è per sempre, nemmeno se lo vuoi …”. “Io non voglio più” incoraggia le persone a essere consapevoli dei loro diritti e a non abbassare la testa: “Dice che non si può più, costa troppo liberare il mare e l’idea poi di volare sarà fuorilegge, come pensare. Dice che non si può più, che sarà vietato anche camminare…”. “La mia lettera” racconta cosa può accadere nella mente di una persona quando riceve una lettera di licenziamento: “…solo polvere i miei anni in fabbrica, due figli che sono la mia realtà, la mia lettera, da domani sarà tutto da rifare, gli anni sprecati poi a sanguinare, fra la pietra e il carbone, fonderia o scrivania…”.
La versione in cd contiene “She said”, cover di “Non credere”, cantata insieme al rocker croato Gibonni. La musica di Gibo, così è affettuosamente chiamato in patria, unisce rock, pop moderno e tradizione dalmata, con particolare attenzione ai testi, un mix originale che nei primi anni ’90 lo resero un punto di riferimento per i giovani del suo paese.
Il nuovo album di Danilo Sacco centra l’obiettivo, musicalmente valido, trae dai testi la sua forza. L’autore è sincero e diretto, un cronista dei giorni nostri, attento a raccontare gli eroi sconosciuti, le debolezze umane, senza tralasciare la voglia di vivere e le opportunità che si possono incontrare e raccogliere.
Per saperne di più visita il sito di Danilo Sacco [vedi]
Il 17 gennaio ricorre la sua festa e nei sagrati di molte chiese è l’occasione per benedire gli animali domestici, di cui il santo è patrono. A Ferrara, fino a qualche anno fa, si faceva in quella di Sant’Antonio Abate di via Saraceno, oggi chiusa.
Secondo la sua biografia, Antonio, è vissuto nel III secolo dopo Cristo in Egitto. Nato da una famiglia benestante, dopo la morte dei genitori decise di vendere i suoi beni e di dedicarsi alla vita ascetica. Temprò la propria fede con una lunga permanenza nel deserto, dove riuscì pure a superare numerose prove alle quali lo sottoponeva il diavolo. Morì ultracentenario proprio il 17 gennaio del 356 e ben presto la sua popolarità si diffuse in tutto il mondo cristiano.
La sua consacrazione come protettore degli animali domestici nasce da una leggenda che narra la guarigione da parte del santo di un maialino malato, che lo seguirà fedelmente per tutta la vita.
Nel XI secolo le reliquie del santo arrivarono in Francia, dove fu fondato l’Ordine ospedaliero degli Antoniani, diventati famosi utilizzando il lardo di maiale per la cura dell’ergotismo, una intossicazione da alcaloidi della segala cornuta, fungo dei cereali, detta anche “fuoco di sant’Antonio” (anche se oggi con tale nome si intende l’Herpes zooster, malattia virale a carico delle terminazioni nervose). Per questo motivo all’ordine fu concessa la possibilità di allevare dei maiali per conto proprio. Queste bestie, riconoscibili perché munite di una campanella legata al collo, erano poi mantenute a spese della comunità. E’ così che, nell’iconografia popolare, oltre agli animali domestici, a sant’Antonio vengono associati, fra gli altri simboli, anche un fuoco e una campanella.
Il culto di sant’Antonio si è esteso in tutto il territorio nazionale, in particolare in ambito rurale.
Come ci ricordano Gian Paolo Borghi e Vanna Zoboli in ‘Segni di religiosità popolare a Bondeno e nell’Alto Ferrarese’ (catalogo della mostra documentaria del 2005), il 17 gennaio, oltre alla benedizione, agli animali era prestata una cura particolare: venivano abbondantemente rifocillati e sottoposti ad una non comune pulizia. Per non recare offesa al patrono, nel giorno di sant’Antonio gli animali della stalla non erano in alcun modo impiegati nei trasporti o nei lavori campestri, né venivano tanto meno macellati.
Molto nota è l’invocazione che gli era rivolta nelle nostre campagne.
Sant’Antòni dal busghìn (diminutivo di busgatt, maiale, ndr) s’an gh’è pan e s’an gh’è vin s’an gh’è légna in dal granàr Sant’Antòni cum’ égna da far?
Sant’Antonio del maialino (in alcune versioni del campanellino, ndr) / se non c’è pane e non c’è vino / se non c’è legna nel granaio / Sant’Antonio come dobbiamo fare?
A metà gennaio le riserve di cibo e di legna dell’anno precedente cominciavano a scarseggiare, per cui in una economia rurale basata quasi esclusivamente sulla sussistenza, questa fase dell’anno, in attesa dei primi raccolti primaverili, poteva essere vissuta con una certa ansia.
Il santo veniva pure invocato per ritrovare gli oggetti smarriti e, a Ferrara il 17 gennaio, ricorrenza nota anche come Vciòn, il vecchione, era il giorno in cui si facevano doni ai bambini, soprattutto ai maschi.
Maurizio Andreotti, agronomo ferrarese e studioso di agricoltura e tradizioni locali.
Sui giornali, e anche nella rete, nelle settimane scorse si è parlato con insistenza dei gettoni degli amministratori pubblici, da Roma fino alle più remote periferie dello stivale, a volte a ragione, altre un po’ meno, a volte, ancora, a torto. Se n’è parlato con insistenza, ma il dato preoccupante è che si rimane alla superficie del problema e così, dopo un po’, tutto va nel dimenticatoio e la pubblica opinione lasciata a periodiche e cicliche arrabbiature. E la questioni restano insolute.
In pochi continuano a sottolineare e a richiamare la ruggine del modello organizzativo della pubblica amministrazione, le molteplicità delle sovrastrutture nei livelli istituzionali e gli eccessi degli enti e delle società di gestione della cosa pubblica.
Infatti ci troviamo di fronte ad una mastodontica macchina pubblica quasi impossibile da gestire nei diecimila meandri in cui si sviluppa, e anche ad una periferia dei territori pieni di incongruenze, di farraginose relazioni, di spezzettamenti, di ruoli e funzioni allocati in siti impensabili e, quindi, siamo di fronte ad un marasma difficilmente dipanabile.
Anche l’informatica più avanzata, i software e gli hardware di nuova generazioni e le più avanzate strumentazioni del web non riescono quasi più ad affrontare un caos da big bang.
Non è più possibile avere più di ottomila municipi, più di ventimila municipalizzate e partecipate, decine di migliaia di consulenze, autonomie e statuti speciali disseminati ovunque, pezzi di pratiche e di procedure dormienti nei corridoi degli uffici pubblici e quegli intrecci che fanno impazzire il cittadino, ormai sfinito dal ‘pellegrinare’ da un ufficio all’altro per un certificato e un’autorizzazione.
Nel riportare questi fatti ci si ferma solo a quanti soldi prendono, se troppo o troppo poco, i tantissimi mandarini incuneatisi nelle burocrazie pubbliche, oltre alle ricollocazioni dei fine mandati di amministratori e dirigenti.
Certo non è un bel vedere, anche per le storture e i privilegi di alcune nicchie di cui si sente di questi tempi, ma quello che serve è altro. Serve alleggerire e snellire la macchina e l’organizzazione. Serve trovare la giusta dimensione per le governance, servono vere competenze, individuare gli obiettivi, un linguaggio comune, dare struttura ai costi, riallocare le risorse, avere le certezze e quanto serve per l’efficienza e per l’economicità, oltre all’efficacia.
Da non dimenticare l’auditing, e chi non ci sta può restare a casa. Parole sante, direbbero i più, ma quante volte le abbiamo sentite e dopo tutto come prima, o quasi? Ferrara, Cuneo e Verona comprese.
E’ vero che il dire spesso non sta nel fare, che resistere ormai è il tema dominante per non intaccare ataviche incrostazioni e fortezze cristallizzate, ma dobbiamo sapere tutti che se rimaniamo ancora così non ci resterà che allargare le braccia e rassegnarci al peggio.
La sfida sta nel cambiare, nel cambiare verso una strada possibile. Ma quanta fatica, anche nel nostro domestico.
Il Metodo Cosquillas, modello di apprendimento alternativo basato sul teatro, è diventato progetto europeo nel novembre 2013. Ora è al secondo anno di realizzazione e nel 2015 verrà sperimentato all’interno delle scuole e degli istituti ferraresi. Nella prima parte dell’intervista [vedi], abbiamo riportato il punto di vista degli ideatori, Massimiliano Piva e Alessia Veronese, e del direttore della Città del Ragazzo, Giuseppe Sarti, che del progetto europeo è titolare. Qui proponiamo un approfondimento ulteriore sul senso del progetto e sull’utilità pedagogica del metodo, guidati da Giovanni Fioravanti che lo sperimentò per la prima volta nel 2008, alla scuola media De Pisis.
Lei scelse di utilizzare il Metodo Cosquillas prima di ogni altro a Ferrara, cosa la spinse a cercare un nuovo modello di apprendimento da proporre ai suoi ragazzi? Occorre premettere che la scuola De Pisis di viale Krasnodar si trova in una zona molto particolare della città: zona di disagio sociale e di migranti da una parte ma, allo stesso tempo, zona molto attenta, ricca di iniziative contro il degrado gestite dalla parrocchia di Sant’Agostino e dalle associazioni lì residenti, Viale K di Don Bedin e il doposcuola l’Arcobaleno, che già allora testimoniavano un importante impegno civile e sociale rispetto ai problemi del territorio. Quando ho preso per la prima volta la dirigenza, nel 2007, mi sono ritrovato quindi in questo difficile contesto di degrado ma potendo contare su una spalla forte, un vero e proprio presidio del territorio. E, con molta pazienza, ho cercato di integrare la scuola nel territorio.
Qual era il problema più urgente da affrontare? Mi sono ritrovato con diversi ragazzini quindicenni, una dozzina, che frequentavano la terza media e che si trovavano in evidente disagio per tanti motivi: a disagio rispetto ai compagni più piccoli, per il duplice fallimento scolastico riportato, per le situazioni difficili che stavano vivendo, ma anche per la delusione nei confronti di una scuola che non aveva saputo rappresentare per loro l’occasione per crescere, per trovare risposte ai loro problemi. La scuola così come si presenta, con metodi d’apprendimento di tipo simbolico-rappresentativo, legati all’attenzione e all’ascolto della lezione frontale, non fa altro che portare questi ragazzini ad accumulare ritardi, fallimenti e sfiducia.
Come si è mosso quindi davanti a questa situazione? In buona sostanza, il nodo che abbiamo dovuto affrontare nel 2007 è stato questo: in una zona di frontiera con forti problemi di dispersione scolastica, di fronte a una scuola statale incapace di dare risposte, che cosa ci inventiamo per non perdere questi ragazzi, noi insegnanti e presidi che ci troviamo in prima linea? Allora ho convocato i consigli di classe e insieme a tutti gli insegnanti ci siamo messi a riflettere su come stabilire un dialogo, a quali proposte didattiche offrire in alternativa alle classiche cinque ore tutte le mattine, seduti al banco – che richiedono già di per sé una buona educazione disciplinare -, con professori che si alternano continuamente e che non si prendono carico del disagio, se non nella loro ora e nelle migliori delle ipotesi.
Come avete intercettato il Teatro Cosquillas, li avete cercati o si sono proposti loro?
Si sono proposti loro, al momento giusto. Quando Massimiliano Piva e Alessia Veronese ci hanno presentato il progetto, ci è sembrata subito l’occasione da cogliere, ossia di offrire una modalità di apprendimento diversa attraverso il teatro.
Perché il teatro può offrire un’alternativa didattica? Perché il teatro è completo, permette di esprimere la corporeità, la fantasia, i sentimenti, è libertà d’espressione, e permette di costruire un percorso assieme ad altre persone. Il percorso proposto dal Cosquillas nel 2008 è stato vincente per due motivi: perché abbiamo coinvolto tutti gli insegnanti nel progetto e perché il percorso si è svolto per gradi. Massimiliano e Alessia, infatti, all’inizio hanno raccolto i ragazzi, hanno cominciato a conoscerli e sono riusciti ad aprire un dialogo – cosa difficilissima perché avevano a che fare con ragazzi molto chiusi, alcuni tendenzialmente violenti. Dopodiché hanno proposto loro di vedere un film, “Central du Brasil”, che ha funzionato da collante, da centro di interesse per i ragazzi, come dovrebbe avvenire poi anche nella didattica. Piano piano, li hanno coinvolti nella realizzazione e nella partecipazione ad un progetto condiviso: dalla ricerca del materiale allo studio interdisciplinare, dall’elaborazione dei contenuti alla scrittura del copione. Si sono impegnati in ricerche geografiche affascinanti e stimolanti per la loro età, nella costruzione delle scenografie con l’aiuto dell’insegnante di Arte, nella scelta e nell’esecuzione delle musiche insieme alla prof. di Musica… e, infine, hanno avuto il coraggio di andare in scena di fronte agli ‘altri’.
Si ricorda il loro esame? Certo, indimenticabile. Il loro esame orale è stata la rappresentazione, un lavoro finale di altissima qualità che ha fatto un successo strepitoso. I compagni li hanno applauditi e si sono commossi; la messa in scena è stata talmente bella che ne è stata richiesta la replica per genitori e parenti. I ragazzini-attori erano contentissimi: avevano capito di aver fatto un lavoro di qualità che era stato apprezzato dagli ‘altri’ e di cui, quindi, potevano essere orgogliosi; avevano capito che il loro lavoro era prezioso.
Un’esperienza positiva dunque… Di più, per questi ragazzi il progetto del teatro ha rappresentato l’opportunità per arrivare all’esame di licenza media e superarlo; se avessero dovuto arrivarci come gli altri ragazzi, nelle loro condizioni di disagio, non ci sarebbero riusciti. L’esperienza fu talmente positiva che la ripetemmo l’anno successivo alla scuola media di Cona, che faceva parte della De Pisis, dove avevamo alcuni casi difficili e chiedemmo ad Alessia e Massimiliano di intervenire. Quella volta prepararono con i ragazzi una rappresentazione partendo dal tema del viaggio e dalla visione del film “I diari della motocicletta” ispirato ai diari di viaggio del giovane Ernesto Che Guevara, intitolati “Latinoamericana. Notas de viaje”. Il laboratorio ebbe lo stesso successo dell’esperienza condotta alla De Pisis e i ragazzi di Cona si esibirono anche davanti ai loro colleghi-alunni della scuola media Bonati.
Quale consiglio si sente di dare agli insegnanti e ai presidi che si trovano a che fare con situazioni difficili come quelle che ha incontrato lei? Quando si ha a che fare con ragazzini che soffrono, non si tratta solo di trovare una strategia per insegnare, si tratta invece di dare un’opportunità per esprimere sé stessi e, forse, scoprire anche qualcosa del proprio disagio. Ci sono tante altre strade per evitare la dispersione scolastica, per i quindicenni privi della licenza media: c’è l’educatore di corridoio, ci sono accordi tra il Ctp (Centro territoriale permamente) e la Città del Ragazzo per permettere al ragazzo di conseguire la licenzia media e allo stesso tempo di intraprendere una strada professionale… ma il teatro ha un qualcosa in più, è una forma potente di espressione che va ben oltre gli obiettivi dell’apprendimento tout-court.
Per saperne di più visita il sito del progetto Leonardo Theatre [vedi]
Alcune esperienze di percorsi didattici realizzati attraverso il metodo Cosquillas, nell’ambito del progetto europeo Leonardo Theatre, sono state documentate e sono visibili su Youtube:
primo video [vedi]
secondo video [vedi].
Le foto dei ragazzi documentano il laboratorio teatrale e lo spettacolo di fine anno, realizzato con Metodo Cosquillas alla Città del Ragazzo (a.s. 2013-2014); alcuni studenti dello IAL (Corso per estetisti) sono stati coinvolti nel progetto e hanno curato la fase del make-up dei giovani alunni-attori.
Dopo i fatti di Parigi, si prova una stanchezza insidiosa per tutto ciò che riguarda l’universo delle parole. Una sfiducia nel loro potere di fronte ai fatti che brutalmente le annullano o le convalidano, a seconda di ciò che credi o che pensi di credere. Neppure un rifugio sono più le parole.
Non tanto e non solo quelle che ripetono con sfumature e intenti diversi il “Je suis Charlie” ma quelle che non puoi pronunciare di fronte alle bambine imbottite di tritolo fatte saltare in aria o del ragazzino che uccide impassibile gli ostaggi e trionfalmente si allontana scavalcando i loro corpi. La misura dell’orrore di fronte al quale solo il silenzio sembrava l’unica risposta, nel momento della scoperta dell’inferno dei lager nazisti, sembra qui – se fosse possibile – superata nel momento in cui la sacralità della fanciullezza diventa pretesto infame per esprimere un credo e una convinzione: carne tenera, di vitellini uccisi, per rendere ancora più oscena l’avidità del potere, qualunque esso sia e dovunque esso si trovi.
Amos Oz, nel suo capolavoro “Giuda”, fa pronunciare una terribile verità al vecchio Gershom Wald: “anche se in fondo la diffidenza, la mania di persecuzione e financo l’odio per tutto il genere umano sono delitti molto meno gravi dell’amore per tutto il genere umano: l’amore per il genere umano ha un sapore antico di fiumi di sangue […] chi ama tutta l’umanità, i paladini della redenzione del mondo, che in ogni generazione ci sono piombati addosso per salvarci senza che ci fosse modo di salvarci […].” (p.33)
Ecco, quell’amore per il genere umano che in ogni fede acritica è solo rivolto a quello che si considera il proprio e, dunque, quello che si considera superiore agli altri, produce la sostanziale indifferenza per il singolo, per la persona a cui al massimo, nei casi recenti sopra esemplati, è permesso il martirio: un inconsapevole martirio. I fiumi di sangue che hanno arrossato il mondo appartengono al concetto dell’amore universale verso la nostra specie, sbandierato da chi considera o ha considerato i seguaci di altre religioni una sottospecie, il male, il nemico assoluto.
Saper coniugare la persona a una società, qualunque sia il proprio credo, è dunque la civiltà o perlomeno uno stadio evolutivo nel passaggio dalla preistoria alla storia.
Ma a questo punto bastano le parole? Quelle pronunciate da Voltaire o da Beccaria o da Spinoza? Non più purtroppo.
Le parole sembrano inquinate da una specie di mancanza di credibilità e ancora, se l’ottimismo della volontà mi/ci spinge a credere nelle possibilità del dialogo è ancora possibile dialogare? O prevale il pessimismo della ragione?
Il grande Leopardi c’insegnava che nella social catena è possibile trovare la ginestra nel deserto, Gramsci dal carcere predicava l’assoluta necessità del dialogo. Che fare?
Rinasce potente quel pensiero che Elsa Morante volle ad exergo de “La storia”: “il sonno della ragione genera mostri”.
Ma come potremo combattere i mostri? Con la guerra? Sarebbe un epilogo atroce. Benché ammorbato e contaminato dalla crudeltà, credo che la guerra sia ancora il più definitivo dei mali.
da MOSCA – Come da tradizione degli ultimi anni, si è appena tenuta a Roma, nelle sale dello sfavillante e lussuoso Hotel St. Regis, la terza edizione del Gran Ballo Russo, promosso dalla Compagnia nazionale di danza storica diretta da Nino Graziano Luca. E’ stata la letteratura russa dell’800 a fare da sfondo all’evento, quella di uno degli autori più celebri e amati di Russia, Alexander Pushkin. A lui e al suo capolavoro Eugenio Onegin, l’Italia rende omaggio in uno degli eventi più attesi a Roma, in occasione dell’Anno della letteratura in Russia.
Il ruolo di Alexander Pushkin è stato interpretato dal celebre ballerino di Ballando con le Stelle Samuel Peron, quello della moglie dello scrittore, Natalja Gončarova, dall’attrice Tania Bambaci, mentre nella parte di Eugenio Onegin ha recitato Vincenzo Bocciarelli, insieme alla giovanissima attrice russa Alena Gromova che ha interpretato Tatiana.
Lo scorso dicembre, avevo visto il balletto Onegin al Teatro Bolshoi di Mosca e devo ammettere che la trasposizione in danza di quest’opera di Pushkin è forse una delle più belle mai viste. Per chi non lo ricordi, Eugenio è un giovane dandy ozioso che si ritira in campagna e diventa amico di un poeta, Vladimir Lenskij, innamorato di Olga con la quale si è appena fidanzato. La sorella di Olga, Tatiana, s’innamora a prima vista dell’affascinante Onegin e gli scrive una lettera infiammata ma Onegin la respinge. Qualche tempo dopo, Lenskij invita l’amico al ballo in occasione dell’onomastico di Tatiana. Onegin prova a sedurre Olga che sta al gioco, con dispiacere di Lenskij che, sentendosi tradito, chiede riparazione con un duello a pistole, che si svolge il giorno dopo all’alba. Il destino vuole che Onegin uccida il suo amico trovandosi costretto a lasciare la città. Alcuni anni dopo Onegin incontra per caso un suo cugino principe e generale e lo invita a un ricevimento. Vi ritrova Tatiana, cambiata e matura, che ha sposato il principe. La sua bellezza e delicatezza provocano rimpianti a Onegin che si rende conto dell’errore commesso tempo prima rifiutandola. Le confessa il suo amore, ma è troppo tardi.
Su questo sfondo, i numerosi ospiti presenti alla serata romana (rappresentanti istituzionali italiani, diplomatici, giornalisti, intellettuali, artisti, esponenti della comunità russa, di aziende italiane e russe) hanno ascoltato la grande musica russa (Pyotr Ilyich Tchaikovsky, Nikolai Andreyevich Rimskij-Korsakov, Alexander Konstantinovich Glazunov, Alexander Porfiryevich Borodin) e danzato mazurka, valzer, contraddanza e quadriglia. Tutto rigorosamente in costume. Durante la manifestazione, infatti, è stato assegnato il premio del concorso dal titolo “Il più bel costume storico ottocentesco”, per abiti originali modellati secondo i dipinti dell’epoca e le illustrazioni delle fonti librarie. Spettacolo unico.
Sono stati letti alcuni brani dell’opera di Pushkin e, quest’anno, vi è stata anche una finalità benefica. Sono stati raccolti proventi a favore della onlus “Aiutateci a salvare i bambini” che sostiene i bambini di Donbass, grazie ad un’asta di due opere: lo schizzo “Angelo”, dal ritratto “La Madonna della Speranza”, realizzato e offerto da Natalia Tsarkova (pittrice ufficiale dei Papi e autrice del quadro emblema del Gran Ballo Russo), e la scultura “Venturo” della scultrice Paola Grizi. Avremo voluto esserci, avvolti dalla magia, dalla danza degna di Cenerentola e del suo Principe, dal profumo dei fiori, dalle parole e dalle note d’altri tempi. Sarà per l’anno prossimo?
L’evento ha il patrocinio dell’Ambasciata della Federazione Russa, del Foro di Dialogo Italo-Russo delle società civili, del Centro Russo della Scienza e della Cultura, della Fondazione “Centro per lo sviluppo dei rapporti Italia Russia”, del Comune di Roma e della “Chaîne des Rôtisseurs”.
Le fotografie, di Simonetta Sandri, sono state scattate alla rappresentazione dell'”Eugenio Onegin”, svoltasi al Teatro Bolshoi di Mosca, il 13 Dicembre 2014.
Da BERLINO – Qualche sera fa, al berlinese Institute for Cultural Inquiry, Sianne Ngai professoressa di inglese all’università di Stanford ha parlato dell’esperienza di trovare “stratagemmi letterari” (literary gimmicks) a partire dall’esperienza estetica di avere una “brutta esperienza:” ovvero, un’esperienza estetica fallimentare che non ha successo e quindi che è priva della possibilità di ottenere quel soddisfacimento finale che comunemente chiamiamo “catarsi.”
Gimmick è un termine tecnico inglese che indica una serie di cose: un indovinello, una trovata, un marchingegno, un trucco, un effetto speciale, un mossa speciale (nel wrestling) e infine un trucco magico.
Non si prenda la questione di avere una “trovata” che però è connotata negativamente come fallimentare o comunque poco consona all’oggetto estetico a cui si applica appunto solo come una “trovata” filosofica per dire qualcosa di nuovo sull’arte o letteratura. Dietro questa decisione filosofica di analizzare una “trovata” si nasconde la decisione di resistere alla tipica estetica filosofica di origine platonica di passare dal prodotto artistico alla figura dell’artista, quest’ultimo magari celebrato come l’alfiere di una particolare condizione mentale o spirituale.
Se invece si passa a parlare (o si torna a parlare) del prodotto ecco che emergono (o riemergono) nuove qualità estetiche che implicano anche una seria di particolari visioni del “lavoro artistico”.
Questo è particolarmente vero nel caso di una “trovata” in campo artistica che è caratterizzata da una serie di connotazioni negative: potenzialmente fallimentare, troppo elaborata, quindi laboriosa da decifrare, “architettata” (in ogni senso del termine), quindi fin troppo intenzionale, tradendo quasi l’impressione che l’artista ne sappia fin troppo del (futuro) spettatore della sua opera, dando quindi in fondo l’impressione di volerlo far cadere in un “tranello” (altro significato del termine gimmick). Un “trucchetto”, insomma. come se il termine gimmick fosse un’ingegnosa riscrittura del termine “magic,” magia. È infatti l’uso della magia che caratterizza degli artifici meta-narrativi particolarmente presenti nella letteratura contemporanea, persino quando non sarebbe necessario.
Se quindi passiamo alla letteratura ci sono alcuni casi dell’uso di simili “tranelli” nella scrittura, come ad esempio l’uso di una serie di “invenzioni” letterarie che sembrano superare il numero che ci si aspetterebbe in un tipo di letteratura “realista,” ad esempio. Come il caso della cosiddetta “montagna incantata” di Mann, recentemente rinominata opportunamente come la “montagna magica.”
È un tipo di magia che non vuole essere né sovrannaturale né è enigmatico bensì una sorta di artificio letterario per manipolare la forza emotiva evocata in letteratura e quindi inculcata sullo spettatore.
Esempi abbondano, secondo Ngai soprattutto quando la letteratura contemporanea usa ed abusa del termine “magia” per provocare una larga serie di effetti estetici: imbarazzo, sorpresa, illusione ecc ecc quindi in sostanza per proporre un determinato oggetto o personaggio o ambiente come qualcosa di misterioso, alieno o dotato di particolari qualità.
Violentate, picchiate, costrette a prostituirsi, strappate alla propria terra e oggi protagoniste di un nuovo inizio. Ex schiave del Terzo Millennio in cerca di lavoro, dignità e vita con un passato da marciapiede o da badanti per forza. Da riscattare. Anche attraverso la creatività: sono loro ad aver scattato le tante immagini di Patchworks. The face of freedom is female, la mostra che ancora non c’è, nata dai laboratori fotografici organizzati gratuitamente dalle fotografe Ippolita Franciosi e Letizia Rossi in diverse città italiane tra cui Ferrara. “Il progetto di lavorare con le donne vittime di violenza e tratta è partito alla fine dell’anno e ora stiamo cercando attraverso una campagna di crowdfunding e con l’aiuto delle istituzioni di realizzare una mostra per la festa della donna l’8 marzo”, racconta Ippolita Franciosi.
Tre giorni di fotografia in studio e all’aria aperta, in tutto sei, sette ore, per lasciare emergere visioni, emozioni, sensazioni . “All’inizio è stato difficile comunicare e fare entrare nel progetto le donne che vi hanno preso parte, c’era diffidenza, non capivano l’utilità di un corso del genere – continua – Tanto per fare degli esempi, sono abituate a frequentare laboratori pratici di cucito, cucina, la creatività è ben lontana dai loro pensieri”. Come dire: vietato sognare, guardare, toccare. Vietato sentire e pensare. “Molte di loro, a Ferrara soprattutto nigeriane, hanno fotografato il cancello d’accesso a un parco pubblico. E’ successo lo stesso a Torino, a Reggio Emilia, a Pisa e Pinerolo dove abbiamo tenuto il laboratori – spiega – E’ come se avessero sentito il dovere di restare in disparte, se avvertissero l’impossibilità di accedere a luoghi per loro proibiti. Sono immagini interessanti anche dal punto di vista sociologico e, suppongo, da quello psicologico”. Nel gioco di ombra e luce, del vedo e non vedo, impostato per scelta nella sezione ritratti, le fotografe dilettanti hanno catturato immagini bellissime. “A Ferrara abbiamo allestito lo studio nel Centro Donna e Giustizia, nell’occasione sono stati scattati ritratti nei quali non si vedono mai i volti, parlando di fotografia sembrerebbe una contraddizione, ma è stata una scelta a tutela della privacy, ciò non ha modificato il risultato del lavoro – spiega – Basta guardare le foto per capire quanto talento hanno alcune delle partecipanti la cui età media si aggira sui 25 anni”. Un’esperienza da moltiplicare, diffondere e soprattutto da mostrare. Ma non solo sui social network, dove su face book esiste già una pagina dedicata intitolata alla mostra, ma anche in luoghi concreti, gallerie reali dove incontrarsi, guardare e magari scambiare quattro chiacchiere tra persone con esperienze, culture e sensibilità diverse. “Abbiamo bisogno di sponsor e dell’aiuto di chi è interessato a questi delicati temi per stampare le foto – spiega – L’ambizione del nostro programma sta nell’idea di veicolare la mostra nelle città dove si sono tenuti i laboratori abbinandola alle giornate contro la violenza sulle donne e la loro tratta”. Sarebbe una soddisfazione per le ideatrici del progetto e per le partecipanti. E tutto sommato una piacevole rivelazione per il pubblico, molto spesso all’oscuro dei meccanismi del commercio di esseri umani. “Pochi sanno dell’esistenza di un traffico di badanti”, dice la Franciosi a sua volta ritratta dalle “allieve”. “Mi hanno fatto delle foto meravigliose costringendomi a posare come io ho fatto con loro, per farmi provare le loro stesse sensazioni nel momento in cui suggerivo delle pose – conclude – E’ stato un confronto dal quale ho tratto una grande forza e durante il quale non sono mancati attimi di scoraggiamento per la difficoltà di trovare una sintonia immediata”.
Resilienza ambientale, termine ancora poco usato ma molto utile, soprattutto in questi ultimi tempi. Potrei definirla come l’arte della natura di difendersi dagli attacchi che riceve dall’uomo. Una specie di capacità di adattamento. Per gli studiosi di ecosistemi è l’attitudine a ritrovare un nuovo equilibrio, insomma resistere attraverso la magica capacità di auto-adattarsi e modificarsi. Ma fino a quando? Ricordo solo che l’economia dell’ambiente è materia recente perché le risorse ambientali fino a poco tempo fa erano considerate disponibili in quantità illimitate e quindi senza valore, o meglio la natura era considerata la fonte dei valori d’uso (ricchezza reale). Ricordo anche che le normative ambientali ancora ora si basano sulla diluizione e sull’inquinamento controllato. Ci dimentichiamo del quarto principio della termodinamica: ogni processo di produzione e di consumo delle merci lascia la natura impoverita di alcuni suoi componenti, non rigenerabili e non rinnovabili.
La resilienza ambientale rappresenta dunque, per ora, un’ àncora di salvezza, in quanto unica via di uscita per cercare di sopravvivere e magari riprendersi. Con più ottimismo potrebbe essere un progetto di trasformazione di un nuovo modo di pensare.
Per gli ingegneri la resilienza è la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi, ma anche la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione.
Per gli urbanisti si discute della rigenerazione urbana come resilienza (e il terremoto è stata una importante lezione di vita). Oggi la cultura della ricostruzione si cerca di farla coincidere con la restituzione di spazi pubblici salvaguardando i centri storici. La messa in sicurezza orientata verso la messa a sistema.
Per gli economisti si potrebbe definire come la flessibilità alla recente crisi economica (che richiama la dimensione liquida dell’economia) e forse il tentativo di recuperare la recessione. In fondo, le imprese resilienti sono quelle che continuano ad evolversi e anche a crescere. Fortunatamente ci sono buoni esempi di aziende che hanno favorito grandi processi di cambiamento, modificando con la ricerca e l’innovazione i valori strategici di riferimento. La resilienza porta però con sé comunque un grande senso di incertezza. Non a caso la Bocconi ha di recente organizzato una indagine sulla resilienza e un corso di sopravvivenza per aziende sviluppato in quattro mosse (identificare il proprio livello di resilienza, sviluppare scenari di discontinuità, condurre un check-up di resilienza, modificare gli elementi critici).
Il paradigma culturale e sociale è pesantemente mutato nel modo in cui si deve affrontare il futuro. In psicologia, infatti, si usa il termine resilienza per indicare la capacità dell’uomo nel fronteggiare le difficoltà e le avversità, sviluppando le proprie risorse interiori e ripristinando il proprio equilibrio psico-fisico. Le persone con alta resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà. Fondamentale deve diventare, dunque, la resilienza collettiva, intesa come capacità di reagire alle difficoltà orientandosi al bene comune verso principi di solidarietà e collaborazione rivolta alla promozione della responsabilità sociale. Questo, in un certo senso, si collega ai concetti di benessere e di qualità della vita. Per questo si deve dare grande attenzione alla nascente normativa ISO 55000/1/2 e ai suoi standard internazionali. Nello specifico la norma ISO 55000 intende fornire una panoramica generale sulla gestione patrimoniale e stabilisce principi e terminologia (uniformi agli altri sistemi di gestione), la ISO 55001 definisce i requisiti di un sistema di gestione del patrimonio, la ISO 55002 fornisce una utile guida all’applicazione della ISO 55001 (fonte UNI).
La porta del suo studio e la scrivania in questi giorni si sono affollati di bigliettini e post-it. Tanti messaggi che esprimono l’affetto e il rimpianto per un insegnante che in tanti definiscono “straordinario” per capacità didattiche e doti umane. Per Inocencio Giraldo Silverio, deceduto a causa di un infarto mentre era in viaggio fra la sua Spagna e l’Inghilterra, i colleghi dell’università hanno organizzato una messa in suffragio programmata giovedì 22 alle 14.30 nella chiesa di San Girolamo in via Savonarola.
‘Ino’
L’annuncio della scomparsa del docente era stato dato in ateneo da Mirta Tartarini, manager didattica del corso di laurea in Scienze e tecnologie della comunicazione. “Inocencio Giraldo Silverio per tutti noi era semplicemente ed unicamente INO – è scritto nel suo toccante messaggio – ha avuto un malore, a quanto pare un infarto, mentre era in volo tra Madrid e Londra, ed è deceduto. Bravissimo Docente, ma soprattutto un Uomo e Amico, vero, unico, speciale, che sapeva trascinarti con il suo entusiasmo e positività, solare, generoso, UMANO. Ieri ho perso un amico speciale che è entrato nella mia vita come un ciclone, ma con grande signorilità, è sempre stato presente, non mi ha mai fatto mancare il suo sostegno, mi ha donato incondizionatamente la sua stima, il suo rispetto, ma soprattutto il suo grande affetto e la sua amicizia, preziosa ed inestimabile. So che quanti hanno avuto l’onore di conoscerlo, di averlo avuto come maestro, non possono non averlo stimato ed essersi affezionati a lui, ma soprattutto non possono non aver imparato ad amare la sua adorata Spagna e la sua cultura”.
Il progetto europeo di apprendimento alternativo Leonardo Theatre è al secondo anno di realizzazione e nel 2015 verrà sperimentato all’interno delle scuole e degli istituti ferraresi, promuovendo il teatro come strumento formativo, utile in particolare a debellare l’abbandono scolastico in età adolescenziale. Si tratta di un modello innovativo a livello europeo di matrice tutta ferrarese: ideato una decina di anni fa dal Teatro Cosquillas e sperimentato per la prima volta alla scuola media De Pisis nel lontano 2008, viene approvato dalla Commissione europea, grazie alla collaborazione della Città del Ragazzo come partner titolare del progetto, nel novembre 2013. Ora il metodo Cosquillas viene insegnato ed esportato anche all’estero, ai partner del progetto che sono Irlanda del Nord (The Cedar Foundation), Turchia (Bogazici University), Germania (Evangelische Akademie Bad Boll) e Polonia (Grodzki Theatre Association).
Partecipare al progetto si presenta come una grande opportunità per tutte le scuole e gli istituti della città, in particolare per proporre un’alternativa didattica a quei ragazzini con storie difficili, di disagio e di fallimenti scolastici alla spalle. Per l’importanza e la delicatezza del tema, abbiamo voluto ripercorrere il lungo percorso che ha portato all’affermazione del modello a livello internazionale, intervistando gli ideatori, il regista Massimiliano Piva e la pedagogista Alessia Veronese del Teatro Cosquillas, e coloro che per primi hanno creduto e sperimentato il loro metodo: l’ex-preside della scuola media De Pisis Giovanni Fioravanti e il direttore dell’istituto professionale Città del Ragazzo Giuseppe Sarti.
Partiamo dal principio. Alessia e Massimiliano, come è nato il metodo Cosquillas e come si sono svolte le prime sperimentazioni in ambito scolastico?
Il Progetto di apprendimento alternativo attraverso il teatro è stato elaborato nel tempo e sperimentato per la prima volta nel 2008 alla scuola media De Pisis, grazie alla disponibilità del preside di allora, Giovanni Fioravanti e la collaborazione della professoressa Simonetta Sandra Maestri. Quell’anno abbiamo lavorato con un gruppo di una dozzina di ragazzini di terza media con disagio sociale: facevano fatica a stare in classe, a stare seduti, non avevano mai scritto nulla e avevano dietro di sé storie drammatiche.
Come funziona il vostro metodo di apprendimento alternativo?
Occorre trovare un filo che leghi l’attività teatrale alla programmazione scolastica. Quella volta siamo partiti facendogli vedere il film “Central du Brasil” sui ragazzini di strada, uno spunto per cominciare ad enucleare alcuni temi. Poi il metodo prevede sempre un momento in cui ci si concentra su attività teatrali mirate alla costituzione del gruppo e alla consapevolezza di sé, per poi tornare allo spunto iniziale e contestualizzare alcune tematiche come, in quel caso, la povertà, l’analfabetismo, i vantaggi dell’apprendimento, le droghe. Alla fine ogni ragazzo ha scelto un argomento da portare all’esame: il Brasile in Storia e in Geografia, le droghe in Scienze, brani attinenti per Musica, realizzazione delle scene per Arte, ecc. E poi, importantissima, la scrittura del copione, ma non da soli, con modalità condivise.
Ha funzionato?
Benissimo. I ragazzi sono arrivati molto preparati ed è emerso che, grazie al lavoro teatrale di gruppo, avevano appreso tutte le tematiche e non solo il singolo argomento scelto. Ascoltando i propri compagni, avevano imparato moltissime cose, senza far fatica. Ma la cosa più bella è che hanno aumentato molto la stima di sé: si sono esibiti davanti ai loro compagni di classe e di fronte alla commissione d’esame, sono stati applauditi e apprezzati e, dopo la rappresentazione, sono venuti da noi e ci hanno detto: “Hai visto, anche io sono come gli altri”, “Adesso hanno capito che anch’io so fare delle cose”. Addirittura gli è stato chiesto di replicare davanti ai genitori, momento molto commovente. Proporre a questi ragazzi una metodologia di apprendimento basato sul teatro funziona perché permette loro di imparare divertendosi, di muoversi incanalando le energie fisiche, di ‘sfamare’ il loro bisogno di sentirsi uguali agli altri e capaci. Solo se si intercetta quel bisogno e ci si lavora, si può poi puntare a raggiungere obiettivi più prettamente scolastici.
Quanto durano questi laboratori?
Dipende. Il primo anno è stata un’esperienza molto intensiva: il laboratorio si è tenuto da gennaio a giugno, quattro volte la settimana, per quattro ore, tutte le mattine. Una vera e propria alternativa all’apprendimento in classe. Il secondo e terzo anno, invece, abbiamo lavorato con un’intera classe terza: gli incontri erano di due ore, si svolgevano una volta la settimana, il lavoro è stato molto meno approfondito, siamo riusciti solo a toccare alcuni temi.
Com’è nata la collaborazione con la Città del Ragazzo e come si è sviluppato il progetto Leonardo Theatre? Qui alla Città del Ragazzo noi abbiamo sempre proposto laboratori pomeridiani per ragazzini che presentano qualche difficoltà o che hanno alle spalle diversi fallimenti scolastici, proponendo le nostre tecniche per un lavoro sul gruppo e sulla consapevolezza di sé. Ma l’idea era quella di attivare il nostro progetto sull’apprendimento alternativo. Grazie alla fiducia e all’apprezzamento del direttore dell’istituto, nell’ottobre del 2013 siamo riusciti finalmente ad ottenere i finanziamenti europei del progetto Leonardo da Vinci (ora Erasmus Plus), nell’ambito del Lifelong learning programme.
Approvato dalla Commissione europea, il metodo Cosquillas diventa un modello innovativo per l’apprendimento alternativo e viene esportato all’estero. Una grande soddisfazione…
Assolutamente sì, anche perché i nostri partner sono Paesi come la Turchia, la Germania, la Polonia, e l’Irlanda che fanno esperienze importanti di teatro a diversi livelli, ma nessun progetto aveva mai incluso l’aspetto dell’apprendimento scolastico, quindi noi siamo stati di fatto i primi.
Cosa comporta il progetto per voi del Teatro Cosquillas?
Comporta stare in contatto con i partner per trasmettere il nostro metodo e formare gli insegnanti dei diversi gradi delle scuole. Siamo andati in Turchia e in Germania, la prossima formazione sarà in Polonia in aprile.
Come viene recepito il metodo da parte degli insegnanti?
Si insegna il metodo: formazione ai partner, Turchia giugno 2013Turchia 2013, nel gruppo anche Giuseppe Sarti e Massimiliano Piva
Facendo la formazione agli insegnanti ci siamo resi conto di quanto abbiano bisogno anche loro di condividere un momento, di relazionarsi come persone, spogliati del solito ruolo. Solo provandolo su di sé potranno poi a trasmetterlo anche ai ragazzini più difficili e demotivati. E questo Beppe sarti lo sa perché è stato coinvolto personalmente nel laboratorio per la formazione degli insegnanti…
Davvero direttore?
Sì, passavo per verificare come si stava svolgendo la formazione e mi hanno coinvolto: è stata un’esperienza forte, ho provato sulla mia pelle quanto sia difficile mettersi a nudo davanti ai colleghi e a stabilire una relazione autentica, a fidarsi dell’altro.
Al direttore della Città del Ragazzo Giuseppe Sarti chiediamo quali sono, secondo lui, gli elementi vincenti del metodo Cosquillas.
Da sinistra, Alessia Veronese e Giuseppe Sarti durante la prima visita a Ferrara dei partner stranieri
Abbiamo sempre investito in questo modello perché di volta in volta ne abbiamo constatato l’efficacia, sia per la disabilità che per gli aspetti legati all’apprendimento. Per spiegare quanto funziona, più che grandi discorsi io faccio sempre un esempio: avevamo un ragazzo, purtroppo non è più con noi, che in seguito ad un grave incidente stradale aveva compromesso l’area cerebrale della memoria e non si ricordava nulla di ciò che aveva appena detto e rifaceva le stesse domande reiteratamente; ma quando faceva teatro con Massimiliano e Alessia, non sbagliava una battuta. Questo mi fa dire con assoluta certezza che non si apprende solo con il cervello ma anche con il cuore, e che la motivazione, il desiderio, è una leva straordinaria per l’apprendimento. Stessa cosa per quei ragazzini che soffrono un forte disagio a seguito di una serie di sconfitte scolastiche e che sembrano destinati al fallimento: abbiamo riscontrato che lavorare con il teatro li porta a riscoprire sé stessi, a governare le proprie emozioni, a saper stare in mezzo agli altri e sviluppare un progetto di vita nuovo. Il teatro è uno strumento potente che aiuta a tirar fuori tutte quelle capacità e abilità che sembravano sopite. Far star bene i ragazzi e farli lavorare in gruppo è una precondizione affinché si crei un ambiente di apprendimento. Il beneficio è evidente soprattutto per i ragazzi che hanno fallito nel modello di scuola tradizionale; ma anche per i liceali e per chi ha capacità eccezionali a livello cognitivo, questa comunque è un’esperienza formativa fondamentale perché aiuta a conoscersi e a superare quei piccoli blocchi che bene o male ognuno di noi ha. Infine, tema purtroppo molto attuale, lavorare insieme e condividere esperienze ed emozioni, aiuta al riconoscimento ed al rispetto reciproco, indispensabili per la convivenza pacifica di persone di diversa etnia, credo religioso e cultura.
Qualche parola sulla realizzazione del progetto europeo…
Meeting con i partner in Germania, settembre 2013Meeting con i partner a Ferrara, novembre 2013
Considerando il metodo Cosquillas una buona prassi, abbiamo ritenuto utile diffonderlo partecipando ad una linea di finanziamenti europei per la formazione professionale e il trasferimento di buone prassi. Abbiamo preventivamente lanciato la proposta ad eventuali partner a livello europeo ma, per evitare di cadere nella trappola del fare le cose sempre con gli stessi soggetti, a volte in modo un po’ forzato, ci siamo rivolti a realtà totalmente nuove che ci sembrava avessero il profilo adatto per la nostra proposta. Abbiamo avuto una buona adesione, più che sufficiente per poter partecipare al bando e siamo stati finanziati per un progetto biennale, con una quota complessiva di € 300.000. Il progetto è partito a novembre 2013, quindi ora abbiamo terminato la prima annualità e siamo in attesa dello sblocco della seconda parte dei finanziamenti.
Come vi siete trovati con i vostri partner?
Si tratta di target completamente diversi dal nostro e questo è la prova che il metodo è trasferibile geograficamente e anche adattabile ai contesti: lavoriamo con l’Università di Istanbul, con un’Accademia universitaria tedesca, una scuola polacca di formazione superiore, una fondazione irlandese che si occupa solo di disabili, anche molto gravi.
Quale lavoro è stato fatto il primo anno e quale in previsione per la seconda e ultima annualità?
Il nostro compito è diffondere la metodologia agli altri partner che dovranno poi implementarla nei loro percorsi specifici. Nel 2014 tutti i partner, noi compresi, abbiamo fatto la formazione ai formatori. Nel 2015 dovremo fare tutti un salto di qualità e sperimentare il metodo nelle scuole e negli istituti, in modo che questo metodo si integri nei programmi e diventi uno strumento didattico come gli altri, coinvolgendo i consigli di classe e in particolare gli insegnanti delle discipline più culturali, di ambito civico e sociale.
Come era partito con l’esperienza alla scuola De Pisis…
Esatto, come era partito in via sperimentale.
A proposito di De Pisis, abbiamo incontrato l’allora preside Giovanni Fioravanti, l’apripista della sperimentazione, per ascoltare anche il suo punto di vista da esperto dell’apprendimento, di istruzione e formazione.
Innanzitutto, ci tengo a congratularmi con gli ideatori e con la Città del Ragazzo per aver raggiunto un risultato così importante, ampliando la progettualità a livello europeo. Per quanto riguarda l’esperienza del 2008, occorre partire dal contesto territoriale in cui la scuola De Pisis si trovava.
[1. CONTINUA]
Per saperne di più visita il sito del progetto Leonardo Theatre [vedi]
Alcune esperienze di percorsi didattici realizzati attraverso il metodo Cosquillas, nell’ambito del progetto europeo Leonardo Theatre, sono state documentate e sono visibili su Youtube:
primo video [vedi]
secondo video [vedi].
Le foto dei ragazzi documentano il laboratorio teatrale e lo spettacolo di fine anno, realizzato con Metodo Cosquillas alla Città del Ragazzo (a.s. 2013-2014).
In occasione dei settant’anni dalla morte di F.T. Marinetti, è uscito in questi giorni per i tipi di Armando editore “Marinetti 70. Sintesi della critica futurista”, raccolta di saggi, articoli e interviste curata da Antonio Saccoccio e Roberto Guerra.
Il fondatore del Futurismo continua a essere una delle figure più discusse e controverse della cultura italiana. In questa pubblicazione alcuni tra i maggiori studiosi viventi dell’artista esplorano aspetti fondamentali della sua opera: il culto della modernità, le ricerche poetiche e parolibere, i rapporti con la politica (nazionalismo, socialismo, anarchismo, fascismo), l’influenza sulle avanguardie europee, l’attualità delle sue intuizioni nel XXI secolo.
All’interno del volume contributi critici di: Gino Agnese, Giovanni Antonucci, Francesca Barbi Marinetti, Günter Berghaus, Pierfranco Bruni, Riccardo Campa, Giancarlo Carpi, Patrizio Ceccagnoli, Simona Cigliana, Vitaldo Conte, Enrico Crispolti, Giorgio Di Genova, Massimo Duranti, Roberto Guerra, Giordano Bruno Guerri, Miroslava Hajek, Massimo Prampolini, Antonio Saccoccio, Luigi Tallarico, Paolo Valesio.
Il volume è inserito nella collana “Avanguardia 21”.
Per saperne di più visita la pagina di Avanguardia 21 [vedi] e della casa editrice Armando [vedi].
Antonio Saccoccio. Teorico e attivista nel campo delle avanguardie, si occupa da un decennio di Futurismo e culture digitali. Collabora con l’Università “Tor Vergata” di Roma.
Roberto Guerra. Poeta e attivista futurista, negli anni Ottanta ha collaborato con la rivista «Futurismo Oggi». Ha già pubblicato con Armando “Futurismo per la nuova umanità” (2012).
“Storia di un’idea” è il libro autobiografico dei Camaleonti, scritto da Paolo Denti che ha raccolto con passione i ricordi, gli aneddoti e i racconti di Tonino Cripezzi e Livio Macchia, i due fondatori del gruppo.
I Camaleonti sono forse il più longevo gruppo beat italiano: 30 milioni di dischi venduti, 17 album, 39 singoli, diverse compilation e antologie pubblicate anche negli Stati Uniti, Germania e Argentina. Agli inizi degli anni sessanta suonavano per ogni tipo di pubblico, con un repertorio che comprendeva polke, mazurke, tanghi, classici americani, shake, twist e rock per i giovanissimi. Ecco spiegata l’origine del nome di questo storico gruppo.
Negli anni Sessanta e Settanta le canzoni e i cantanti erano importanti nella vita delle persone, basta guardare i filmati dell’epoca che mostrano l’affetto dei fan durante il Cantagiro. Oggi la realtà è molto diversa, si vive la musica in solitudine, tra cuffiette e smartphone, compressa in file sempre più “essenziali”. Il “racconto” inizia tra i banchi di scuola, quando il padre regala a Tonino un violino e Livio inizia a studiare il pianoforte, sino a giungere ai primi anni Sessanta e alle collaborazioni con i gruppi beat e rock milanesi dell’epoca: Beatnicks, I Demoniaci, I Marines, I Trappers, Le Ombre. Nel percorso s’incrociano personaggi quali Ricky Gianco, Mario Perego, Adriano Celentano, Teo Teocoli, Gil Ventura, Miki Del Prete, Lucio Battisti, Mogol, Paolo de Ceglie, Gerry Manzoli, Riki Maiocchi, Mario Lavezzi, Gabriele Lorenzi, gli ultimi cinque faranno parte, in periodi diversi, dei Camaleonti.
Da sinistra Paolo de Ceglie, Livio Macchia, Riki Maiocchi, Tonino Cripezzi e Gerry Manzoli
Milano, 24 giugno 1965 Vigorelli, il concerto dei Beatles in Italia, punto di riferimento e genesi dei gruppi emergenti italiani compresi i Camaleonti che un anno dopo avrebbero partecipato al Cantagiro di Enzo Radaelli. Si trattò di un’esperienza importante, la prima occasione di confronto con gli altri e l’ingresso nella scena musicale italiana.
Nel capitolo “Il grande salto” si parla del primo grande successo: “L’ora dell’amore” cover di “Homburg” dei Procol Harum, incisa in gran fretta per anticipare l’eventuale versione dei Dik Dik, che l’anno precedente avevano sbancato con “Senza luce” (A whiter shade of pale). I Camaleonti, famosi per gli scherzi, quella volta ne fecero uno di quasi due milioni di copie vendute.
Ogni parte del libro è accompagnata da una documentazione fotografica di ottima qualità, che mostra il gruppo milanese insieme ai loro colleghi, circondati dai fan, sul palco durante i concerti e in pose pubblicitarie.
Non mancano curiosità, aneddoti e riferimenti storici, come quelli legati alla fortunata incisione di “Mamma mia” scritta da Battisti-Mogol, in cui suonarono anche Dave Summer (ex-Primitives e futuro Camaleonte), Franz di Ciocco e Franco Mussida (Premiata Forneria Marconi).
L’entrata negli anni Settanta passa attraverso “la perdita dell’innocenza dell’Italia”, con la strage della Banca dell’Agricoltura di Milano, ricordata da Livio che, in quel momento, si trovava nelle vicinanze di Piazza Fontana.
All’inizio degli anni Settanta, dopo la fortunata partecipazione al Festival di Sanremo con “Eternità”, in coppia con Ornella Vanoni, il gruppo conosce un calo di popolarità, causato anche dal fenomeno del rock progressive italiano (Area, Pfm, Orme, The Trip, Banco). Il periodo di annebbiamento durerà poco, grazie al successo di brani quali “Come sei bella”, “Perché ti amo”, “Il campo delle fragole”, “Amicizia e amore”.
In quegli anni, il periodo della sperimentazione coincide con l’album “Che aereo stupendo la speranza” al cui interno furono “convinti” a inserire “Cuore di Vetro”, un brano estraneo a quel progetto innovativo.
“L’ora dell’amore”, cover di “Homburg” dei Procol Harum
Nella parte finale del “racconto” le fotografie sono a colori, si entra negli anni Ottanta e i cambiamenti sono all’ordine del giorno. Nel gruppo escono Gerry Manzoli e Dave Summer (scelte di vita) ed entra il chitarrista Vincenzo Mancuso, con Livio che “passa” al basso. Qualche anno dopo la band rinnoverà il proprio sound con l’ingresso di Massimo Brunetti alle tastiere e Valerio Veronese alla chitarra.
Nel 1993 tornarono a Sanremo insieme a Maurizio Vandelli e i Dik Dik con il brano “Come passa il tempo”, la canzone fu eliminata, ma ottenne un buon successo di pubblico e di vendite.
Nel 1969, sull’onda del grande successo di “L’ora dell’amore”, i Camaleonti sbarcarono negli Usa, ospiti d’onore allo Statler Hilton Hotel di New York, per una serata di “Buon Natale all’italiana”. Il gruppo milanese ritornò in America nel 1978, in una lunga tournée con tappe a Boston, Filadelfia, New York, Toronto, nel 2009 (Canada) e 2010.
Nel 2004, in occasione del quarantennale di attività del gruppo, fu registrato un live poi pubblicato su Dvd, purtroppo non poterono festeggiare la ricorrenza Paolo de Ceglie (il batterista) e Riki Maiocchi, scomparsi a distanza di un mese l’uno dall’altro. Massimo Di Rocco, insegnante di percussioni, fu scelto come nuovo batterista.
Da allora sono passati altri 10 anni e l’attività del gruppo è un po’ “diminuita”, non prima di avere pubblicato un doppio Cd live, avere scritto questo libro e continuato a suonare con successo in giro per l’Italia.
Tonino e Livio ci guidano nel tempo, dal 1964 sino ai giorni nostri, senza mai perdere il contatto con la realtà, grazie all’appassionante racconto della loro vita on the road: “E’ la nostra storia normale, la nostra storia di sempre … la storia di un’idea”.
Il libro contiene un’interessante appendice con “pensieri e parole” di amici e colleghi, la discografia completa e un Cd con due brani inediti: “Storia di un’idea” (musica di Alberto Ferraris e testo di Eliana Vinciguerra) e “Due ali verso un’isola” (musica di Alberto Ferraris e testo di Paolo Denti). Se avete vissuto quell’epoca o se volete conoscerla non perdetevi questo libro, forse il futuro è proprio qui.
Il Natale è passato, le feste hanno calato il loro sipario discretamente e silenziosamente. Le luci si spengono, ma non ovunque, nella città. In un bellissimo giardino di via Cassoli, piccoli gnomi dispettosi ancora si aggirano fra pini e caprifogli rosso acceso.
Non vogliono smettere di saltellare qua e là, non si rassegnano ancora alla fine di quel periodo che li aveva visti grandi protagonisti, perché, allegri e spensierati, avevano distribuito regali, pacchetti e anche qualche piccolo, ma benevolo, dispetto. Avevano fatto anche qualche scherzetto a Babbo Natale, che era cascato ingenuamente nel tranello da loro preparato all’entrata del camino scoppiettante. La Befana, invece, non ci era cascata (forse perché donna?), proprio no, dopo l’esperienza dell’anno scorso…
L’elegante e austera ghirlanda sulla porta rimane lì con loro, allora, ancora un po’, ad accogliere passanti e sognatori, a dare il benvenuto a chiunque, fermandosi anche per un attimo, abbia voglia di immaginare cosa fanno quegli gnomi del giardino. Alcune candele intarsiate e multiformi costeggiano una fontana ghiacciata, un lampione fioco ma volitivo lascia ombre quasi magiche sull’uscio accogliente. Quegli gnomi sono piccole anime che vogliono trattenere ancora un po’ di gioia e serenità, per distribuirla a chiunque ne voglia e soprattutto a chi, passando, la sappia vedere e cogliere. Per questo stanno lì ancora, per questo aspettano a ritirarsi per preparare il prossimo Natale. Corrono, si rincorrono, scherzano, giocano, ridono, mangiano, fischiettano e canticchiano. C’è tempo per andarsene, perché non aspettare un po’.
Il padrone di casa è sicuramente un uomo generoso perché lascia fare quegli esseri fiabeschi e li rende liberi, perché tiene acceso il suo giardino, perché lascia che luci d’angelo illuminino, per qualche tempo, il cammino di chi abbia ancora bisogno di una scia.
Intanto che ogni religione esca dalle nostre scuole. Sia le religioni degli dei, sia le religioni secolari del capitale. È inutile piangere, è inutile spaventarsi, è inutile recriminare. Il fanatismo si combatte con la ragione. Ma se si inculca fin dalla più tenera età che ci sono ragioni superiori alla ragione umana, allora non stupiamoci se in nome di un dio qualunque si può uccidere e dichiarare guerra, sia quello un dio divino o un dio materiale come il denaro.
La religione è da sempre nemica della scuola, perché riconosce una sola scuola, la sua: il catechismo. Ogni religione è contro l’individuo, poiché l’individuo non ha senso se la religione non glielo attribuisce. E poi ci stupiamo?
La nostra scuola è aconfessionale ma non laica, insegnamento della religione e educazione laica non possono coesistere se non in contraddizione.
Se la vita non è conoscibile attraverso la scienza ciò che si studia a scuola a cosa serve se non al secolarismo di un mondo che non conosceremo mai, che non ci appartiene, perché il mondo è un altro, è quello dello spirito, della fede, della teologia, degli dei? È questa l’impossibile coabitazione tra scuola e religione, se non a costo di compromessi che tolgono o valore alla religione o valore alla scienza.
L’aveva scritto, inascoltato, nel 1996, circa vent’anni fa, il filosofo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro “Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale”, tradotto in 39 lingue. I futuri conflitti nel mondo non saranno né economici né ideologici ma culturali, mentre gli stati-nazione resteranno gli attori principali, lo scontro sarà tra civiltà. La civiltà attraversa gli stati-nazione e rappresenta i gruppi di persone che condividono gli stessi valori culturali.
Ma Huntington fu contestato di aver sottovalutato la forza della modernità e della secolarizzazione. Altri affermarono la capacità di far trionfare i valori dell’Occidente nell’arena del mondo. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Jean Kirkpatrick osservò che i valori dell’Occidente sarebbero stati innestati in tutte le culture altre: “Huntington non considera quale monumento potente siano la modernità, la scienza, la democrazia, la tecnologia dell’Occidente e il libero mercato. Egli sa che la grande questione per le civiltà non occidentali è poter essere moderne senza essere l’Occidente.”
Ma la risposta più inquietante sul trionfo dell’Occidente venne da Gerard Piel, ex presidente del Scientific American, una delle più antiche e prestigiose riviste di divulgazione scientifica, nel suo articolo dal titolo “L’Occidente è meglio” scrive:” Tutti i popoli del mondo aspirano al modello Occidentale […] Più essi procedono alla loro industrializzazione, più essi abbracceranno il progresso e le idee occidentali di individualismo, liberalismo, costituzionalismo, diritti umani, uguaglianza, libertà, leggi, democrazia e libero mercato. L’educazione di massa, che consegue alla industrializzazione occidentale, produrrà il contributo decisivo”.
Ecco una versione dell’istruzione non laica, altrettanto confessionale quanto una religione. La religione della propria cultura e della propria civiltà. Che impedisce di guardare in faccia con gli strumenti della ragione e dell’intelligenza a quanto ci sta accadendo intorno. Un altro fondamentalismo non differente da quanti uccidono in nome del loro dio.
Da tutto ciò dobbiamo difendere le nostre scuole e i nostri giovani, far sì che mai l’intelligenza e lo sforzo alla comprensione si arenino nelle fallaci illusioni dei miti della superiorità di una religione o di una cultura, mai che tutto ciò possa schiacciare il dubbio, il bisogno di sapere e di ricercare.
È questa la laicità di una scuola, coerente in tutta la sua organizzazione e nei suoi insegnamenti con il compito di crescere generazioni autonome nel pensiero da ogni condizionamento ideologico, morale o religioso, cacciando ogni virus in grado di minacciare la libertà, soprattutto delle menti più giovani, da ogni sorte di incubo irrazionale.
Terrificante è il solo pensare di affrontare la deriva del fanatismo religioso con il fanatismo dell’Occidente, di un Occidente che si proponga di dominare sulle culture e le civiltà del mondo, di un Occidente contro tutti.
Molte delle religioni del mondo, nessuna esclusa, contengono germi di fanatismo che possono portare allo scontro di civiltà paventato da Huntington. Tutti i fondamentalismi ritengono che la modernità e la secolarizzazione degli stati siano la causa della defezione dalle dottrine religiose. Uno dei loro obiettivi è ristabilire lo stato teocratico, governato dalle leggi della religione e della teologia.
Ma occorre anche liberarci dal fanatismo della religione del capitale umano, per cui lo scopo delle nostre esistenze dovrebbe risiedere nei mercati, nell’accumulare ricchezze e nella crescita economica.
Se riflettiamo bene non è molto differente da quello delle religioni che considerano la vita come mezzo per realizzare la volontà di un dio o degli dei. Solo che il nostro dio è molto materiale e risiede nei beni di consumo.
Se questi fossero i valori, il modello di educazione che l’Occidente intende globalizzare nel mondo, dovremmo veramente preparare noi e i nostri figli ad affrontare uno scontro di civiltà.
Ma la ragione nel mare dell’irrazionalità può ancora trionfare. Dipende da noi, dalle nostre scuole.
C’è solo una religione a cui dobbiamo educare i nostri giovani, pienamente laica, una religione nel significato etimologico della parola, di unire insieme, di legame che unisce gli uomini in una comunità civile.
La religione della giustizia sociale, la religione dell’uguaglianza di tutti di fronte alla ricchezza, allo star bene, alla libertà dal bisogno e dallo sfruttamento. L’idea che il mondo e i suoi beni non sono solo di qualcuno, ma appartengono allo stesso modo a tutti. Che non abbiamo bisogno di difendere questa cultura o quella religione, ma il valore inestimabile di ogni vita che si muove su questa Terra, che lo scopo della vita non è accumulare ma condividere, distribuire tra i miliardi che siamo, perché nessuna condizione sociale di uno solo tra noi possa essere diversa da quella degli altri, far parti diseguali per essere uguali, per dirla parafrasando don Milani.
Solo questa sarà la lotta che ci potrà vedere vincenti contro ogni fanatismo, contro ogni integralismo religioso o meno.
Intanto perché non incominciamo a lasciar fuori dalle scuole dei nostri figli qualunque religione, quella degli dei e quella del capitale, insegniamogli ad essere laici, ad avere il pensiero libero da ogni ombra irrazionale.
Un pubblico attento e partecipe, composto da un centinaio di persone, ha assistito sabato all’intervista in pubblico di Massimo Faggioli (docente di Storia del cristianesimo all’Università di St. Thomas di Minneapolis) realizzata dal direttore di Ferraraitalia Sergio Gessi. L’incontro si è svolto al museo Ugo Marano e ha visto la presenza, fra gli altri, del sindaco Tiziano Tagliani e dell’assessore alle Politiche familiari Chiara Sapigni.
Pubblichiamo qui l’audio integrale dell’incontro: (per ascoltare, clic sul titolo o play sul triangolo della barra di riproduzione)
Oltre vent’anni fa l’architetto Mario Botta aveva immaginato di aprire il retro del porticato di piazza Municipale per consentire il passaggio pedonale diretto a una riqualificata piazza Cortevecchia. Qualche anno fa la proposta è stata rispolverata dal sindaco Sateriale, ma non se n’è fatto nulla.
Qualcosa però andrebbe realizzato per rendere più gradevole la piazzetta. Magari non sarà proprio quella di Botta la soluzione de adottare, ma il ragionamento va sviluppato.
In questo caso i termini della questione sono sostanzialmente diversi rispetto a quelli da noi considerati in precedenza per altri ambiti del centro come piazza Savonarola, via della Volte o il Giardino delle duchesse.
Piazza Cortevecchia è oggettivamente bruttina e non c’è un patrimonio storico-monumentale da salvaguardare. Però è uno spazio a ridosso dei principali monumenti cittadini e deve essere rivivificato. Il parcheggio è utile, su questo si può essere d’accordo. Se non c’è modo o volontà (come da anni ipotizzato) di trasferirlo, per esempio, nell’area del mercato coperto (altro contenitore da ripensare), ecco che per piazza Cortevecchia si può ipotizzare un utilizzo promiscuo che riservi alle auto uno spazio di sosta parziale o sotterraneo o limitato ai giorni feriali. Quantomeno nei week end e in occasioni particolari la piazza potrebbe magari essere adibita a spazio mercatale: per uno stabile mercatino delle erbe e della frutta che a Ferrara mancava (e si è in parte recuperato in piazza Municipale di cui Cortevecchia nel caso risulterebbe un’estensione) o per altre attività commerciali. Oppure la piazza potrebbe diventare luogo di incontro e di conferenze al’aperto durante i tanti eventi che interessano la città… Prospettive di questo tipo e le tante alternative che si possono immaginare, impongono ovviamente un maquillage preventivo in termini di arredo urbano della zona: luci, piante, installazioni, pavimentazioni…
Un progetto di trasformazione di piazza Cortevecchia nel ‘rendering’ dello studio di architettura Giuseppe Serrao
Il senso dell’operazione sta nel ricucire una cesura. Via Cortevecchia e via Garibaldi sono due fra le principali arterie pedonali di accesso al centro storico. Andrebbe chiuso il cerchio, motivando ferraresi e turisti a completare il giro, percorrendo cioè anche il secondo tratto – ora snobbato – di via Cortevecchia fino a via Santo Stefano per poi immettersi in Garibaldi.
L’idea della ‘vasca’ andrebbe prima di tutto a vantaggio dei commercianti della zona e consentirebbe al contempo un piccolo ampliamento del centro.
Operazioni analoghe, sviluppate in scala, risulterebbero significative. La vasca per eccellenza attualmente è una: corso Martiri, Listone, Bersaglieri per poi richiudere il giro in corso Giovecca perché proprio si deve (ma quel tratto del corso pedonalizzato sarebbe mille volte più attraente!).
Ma non basta: è necessario diversificare e moltiplicare i percorsi, rendendoli appetibili. Tanto per esemplificare, via Mazzini è affollatissima, ma arrivati in Terranuova si torna indietro: bisognerebbe invece indurre il passaggio verso via Scienze e via Carlo Mayr con rientro in San Romano. E sull’altro versante favorire il ritorno dalla gradevole via Contrari o da via Romei in contiguità con Voltapaletto. Analoga logica vale per Porta Reno, via Volte, via Santo Stefano…
Piazza Cortevecchia oggi
L’idea di centro, in sostanza, va dilatata coinvolgendo nella pianificazione e nell’indispensabile adeguamento degli arredi urbani le tante suggestive vie che fanno da cornice al nucleo monumentale. Gioverebbe, questo, per ridefinire l’ormai stantia configurazione dello spazio centrale e fornire nuove suggestioni di fruizione e di visita. A vantaggio della città e dei vari suoi operatori economici: negozianti, esercenti, ristoratori, artigiani…
Nell’immagine in primo piano, un’ipotesi di riassetto di piazza Cortevecchia nel ‘rendering’ dello studio di architettura Antonio Ravalli
Quella porta misteriosa si era, infine, aperta e ci eravamo ritrovati in un antico androne dal sapore di lontano e curioso mistero.
Le scale alte e ripide ci avevano introdotto in un ambiente degno di una scena dove solo Lucrezia Borgia poteva venirci incontro.
Una ragazza di altrettanta grazia e bellezza ci accoglieva, avvolta da una mantella leggera bianca di soffice lana ricamata. I lunghi capelli ricci le avvolgevano le esili spalle, un fiore fra le mani, proprio come la giovane figlia di papa Alessandro VI. Sorriso sereno.
L’androne era avvolto da un profumo particolare, una via di mezzo fra un delicato incenso orientale e un bouquet primaverile fiorito.
La giovane, che ci aveva visto fotografare il suo portone d’ingresso, ci aveva aperto incuriosita e aggraziata, pronta a svelarci cosa ci celava dietro di esso. Le spiegavamo la nostra curiosità, lei era ben felice di soddisfarla. Libri antichi riscaldavano le pareti di antica pietra, vasi di fiori e di piante accarezzavano e avvolgevano i lunghi corridoi. Alle pareti, quadri di antenati e di paesaggi lontani. Alcuni rappresentavano scene nordafricane, altri scene indiane. Nonni e bisnonni erano stati grandi viaggiatori, oltre che scrittori e poeti. Tutto sapeva di passato, di un passato magnificente. L’atmosfera era d’incanto, ci tenevamo a farvi penetrare con noi in quelle sale d’altri tempi ma così vive.
Non mancavano candelabri e candele, lampade e lampadari degni della sala da ballo di Cenerentola. E, in effetti, nell’immenso e caldo salone ci accoglieva il principe, un ragazzo elegante e raffinato, innamorato della giovane padrona di casa. Entrambi l’incarnazione della felicità, della serenità e dell’amore puro. Del bello.
Dietro quella porta c’era un altro mondo, allora, molto diverso da quello fuori, quasi un tempo fermatosi per stare solamente con se stessi. Un’isola felice. Le scale ci conducevano a una sala da pranzo finemente apparecchiata, fino a una camera da letto che si svelava unicamente ai tetti. Da lì una tenda ricamata ci apriva la mente al cielo. Potevamo sognare e immaginare quello che volevamo, da quel luogo da favola. Quello che c’era, in realtà, dietro quella porta, era una finestra sul mondo. Una finestra che si apriva solo alle sue bellezze e che si chiudeva quando il buio tentava di entrare e portare pensieri cattivi. Una finestra sempre aperta per la bellezza e la serenità e che faceva filtrare solo la luce a chi voleva vederla e trattenerla. Una finestra che accoglieva unicamente le stelle. Una finestra che lasciava fuori i malvagi, che era aperta per tutti coloro che volevano respirare e volare. Una finestra magica.