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Università, il carovita spaventa 7 studenti ferraresi su 10

da: Found Comunicazione [Il testo contiene anche informazioni di natura pubblicitaria]

Cresce la preoccupazione tra gli studenti estensi per la situazione economica sempre più precaria. Gli effetti della crisi si riflettono anche sulla sfera emotiva di molti universitari che, scoraggiati dal costante peggioramento della qualità della vita, desidererebbero un maggiore aiuto da parte del governo (51%) e più sostegno dalle aziende (35%).
Carovita, aumento del prezzo del materiale didattico, costo del trasporto pubblico in aumento, difficoltà nel trovare lavori part-time che gli permettano di mantenersi gli studi: sono queste le maggiori problematiche che affliggono gli universitari degli atenei ferraresi, sempre più scoraggiati. A peggiorare la situazione ci si mettono pure la frustrazione e la rassegnazione che questa situazione genera, e le energie da utilizzare per reagire sono sempre di meno. Per loro la situazione è piuttosto grigia: adattarsi a lavori molto umili e faticosi per resistere al carovita (51%), affidarsi al portafoglio di mamma e papà (49%) o, come ultima possibilità, sudare sette camicie sui libri per assicurarsi una sempre più rara borsa di studio (27%). E a cosa si ispirano i giovani studenti italiani, come possibile antidoto per uscire dalla crisi? Ai primi tre posti spiccano la solidarietà’ (70%), la meritocrazia (59%) e l’onestà (58%), valori ai quali aggrapparsi nei momenti di debolezza.

E’ quanto emerge da uno studio promosso da Ottica Avanzi con metodologia Woa (Web opinion analysis) condotto su circa 100 studenti universitari di Ferrara, compresi tra i 19 ed i 26 anni, attraverso un monitoraggio on line sui principali social network – Facebook, Twitter e YouTube – blog, community e forum, realizzato per verificare lo stato d’animo degli studenti residenti in città e capire le loro principali problematiche. Lo studio è stato condotto in occasione della campagna ‘Sconto al merito’ con la quale vengono premiati in maniera meritocratica gli studenti italiani attraverso uno sconto sull’acquisto di un paio di occhiali da sole, o di due confezioni di lenti a contatto, pari al voto ricevuto durante l’ultimo esame. Per ogni voto espresso in trentesimi, un punto percentuale in meno sul prezzo dell’occhiale.

Qual è l’atteggiamento dei giovani estensi rispetto al futuro che li attende? Quasi la metà (49%) si definisce pessimista, soprattutto riguardo la latitanza di stabilità. Un terzo del campione (32%) è preoccupato invece perché non riuscirà a raggiungere le aspettative di carriera che si era prefissato nel corso della scelta dell’indirizzo accademico. In costante diminuzione invece coloro che nutrono speranze nel riuscire comunque ad emergere grazie alle proprie qualità (16%) e di coloro che rimangono fiduciosi nonostante tutto nel futuro e nelle istituzioni (5%).

Cosa manca agli studenti durante il percorso di studi? Per 7 studenti ferraresi su 10 (69%) il bisogno principale è quello di una sufficiente somma di denaro. Questa necessità è da ricondurre principalmente al caro affitti (41%), all’aumento del costo dei libri (35%), alle spese di viveri e per quelle indirizzate alle attività sportive (25%) e al caro trasporti (23%). Poco più della metà (51%) pensa inoltre che il tempo libero a sua disposizione sia troppo poco. Il 44% degli studenti soffre altresì di nostalgia della famiglia e del paese natio. Questo genera, a livello di stile di vita, una forte riduzione di spese legate alla propria persona (81%), ovvero per l’acquisto di abiti (75%), scarpe (60%) e accessori vari (49%) – come borse ed occhiali – seguiti da prodotti hi-tech (39%), da regali per amici e famigliari (37%) e vacanze (29%).

Quali sensazioni e quali emozioni vengono a crearsi nella mente degli studenti? Frustrazione (44%) e rassegnazione (39%) sono le più diffuse, mentre una buona quota di universitari (30%) non si arrende di fronte ai problemi e cerca di reagire attingendo a tutte le risorse di cui può disporre, sia fisiche che mentali. Per quanto concerne invece i valori a cui gli studenti s’ispirano troviamo ai primi tre posti la solidarietà’ (70%), la meritocrazia (59%) e l’onestà (58%), valori ai quali aggrapparsi nei momenti di debolezza.

In quanti raggiungono l’indipendenza dalla famiglia durante il percorso accademico? Il 51% degli studenti della città emiliana si propone di affrontare in modo autosufficiente le spese economiche, mentre il rimanente 49% attinge ancora al portafoglio di mamma e papà. Chi si autofinanzia cerca perlopiù lavoretti part time (34%), mentre i più dediti allo studio si impegnano nell’avere voti alti per usufruire di borse accademiche (27%) o ricercano ogni giorno offerte e promozioni dedicate al mondo degli studenti universitari (18%).

Da chi si aspettano di ricevere maggior sostegno gli studenti? Se i genitori rimangono il punto di riferimento principale per la metà degli studenti (45%), una considerevole quota di milanesi ritiene che siano le aziende a doversi mostrare maggiormente sensibili verso di loro (35%). Da considerare la poca fiducia nei confronti delle istituzioni; solo il 14% degli studenti si aspetta riforme e manovre rivolte a loro.
Cosa dovrebbero fare le istituzioni per venire incontro alla difficile situazione degli universitari estensi? Le richieste avanzate dagli studenti alle istituzioni sono principalmente indirizzate verso l’aspetto economico dello studio, in primo piano in questo periodo di difficoltà legate alla crisi globale: al primo posto c’è appunto la necessità di una maggiore attenzione al diritto allo studio (51%), con particolare attenzione al numero e al valore delle borse di studio in costante calo e agli incentivi per le fasce meno abbienti, seguita dal bisogno di tutela contro gli affitti in nero (26%) e dalla richiesta di una maggiore severità finanziaria nei confronti degli atenei privati a vantaggio di quelli pubblici (21%).

L’uomo che guida col cappello

L’uomo che guida col cappello per gli altri automobilisti è da sempre emblema di pericolo. Da lui ci si può attendere di tutto: vederselo svoltare a sinistra dopo che ha diligentemente messo la freccia a destra, oppure cambiare direzione d’improvviso senza alcun segnale preventivo: nel dubbio di sbagliare meglio la freccia non usare… Vanno messi nel conto il costante presidio della linea di mezzeria, gli stop senza preavviso, l’andatura a passo d’anatra zoppa. Il top lo raggiunge al semaforo: al passaggio dal rosso al verde ha un momento (un lungo momento) di travaglio esistenziale, che fare? La decisione di mettere mano al cambio e inforcare la ‘prima’ giunge di norma in simultanea con il passaggio dal verde al giallo: egli affronta così, impavido, l’incrocio quando già si sta affollando di veicoli provenienti da ogni direzione. Ma la sua coraggiosa risoluzione è premiata, come ai matrimoni, dal soave saluto dei clacson degli automezzi rimasti per suo merito al palo (semaforico) in attesa del prossimo verde.
La spiegazione a questa bizzarra corrispondenza (cappello uguale incapacità al volante) è tutta di natura psicologica: chi porta un cappello, cosa fa appena arriva a casa? Se lo toglie. ‘L’uomo col cappello’ quando entra in macchina invece se lo tiene, in ogni stagione: è a disagio, non ha familiarità con l’auto, non si sente a casa sua, quindi si protegge. E autoprotettiva è la sua guida: preso da sgomento, ogni tanto frena, senza alcun motivo, così giusto per prudenza…

Il suo antagonista è il tizio che in macchina si comporta come se fosse in un bunker, inaccessibile persino allo sguardo. E che per questo dà spettacolo pubblico: si pettina davanti allo specchietto, si dà – con l’unghia – una ripassatina ai denti e all’occorrenza si trapana con l’indice il naso e con il mignolo l’orecchio. E’ quello che, se ha caldo, al primo semaforo si cambia al volo la camicia. Lui sì che è perfettamente a suo agio in auto, totalmente calato in un ambiente domestico e protettivo, incurante o inconsapevole della proprietà di talune materie d’esser trasparenti: la mente ha grandi inesplorati poteri e la sua lo ha convinto che quelli della sua vettura sono vetri unidirezionali…

Decerebralizzati

Il nome del signor Renzi fa parte del lessico della mia famiglia. Mio padre amava scherzare con la zia Olga, sorella della mamma, bolognese puro sangue e, ogni volta che ci s’incontrava – Natale, Pasqua, eccetera – immancabilmente papà, nel mezzo dei discorsi che si facevano, diceva “ma sai, Olga, chi ho visto e ti saluta?” e lei, incuriosita, “chi?” e papà “il signor Renzi”. Il signor Renzi non esisteva , era una semplice invenzione di mio padre per sorprendere ogni volta la zia e prenderla bonariamente in giro: “Ma Dio! – diceva la zia – basta prendermi in giro e io che ci casco sempre!” Era un modo bonario per esprimere il reciproco affetto. Infatti lo sketch finiva sempre in una risata da parte di tutta la famiglia. Con il tempo il signor Renzi è venuto a significare il signor Nessuno: chi avrebbe immaginato che sarebbe arrivato, e così in fretta, fin lassù? Ora il signor Renzi dovrà pur ringraziare chi l’ha votato, ma soprattutto dovrà ringraziare le sue due stampelle, Bugia Berlusconi e Ingiuria Grillo, chè, se non ci fossero stati loro e dargli addosso forse gli italiani non l’avrebbero votato in modo travolgente: infatti, Berlusconi è in precipitosa caduta libera e gli italiani non amano chi perde, perdere in Italia è un errore insanabile, e la precipitosa discesa del mezzo cavaliere è cominciata, io credo, proprio nel momento in cui, per imitare Ingiuria Grillo, è andato giù di testa con gli insulti, mettendo insieme (no, Mussolini non l’ha toccato) Hitler, Stalin, Robespierre, in una baraonada storico-politica che soltanto una mente non allenata allo studio avrebbe potuto immaginare. Cavoli suoi. E cavoli nostri che l’abbiamo dovuto ascoltare, nonostante una inutile, inascoltata, insolente (per noi) condanna. L’altro, Ingiuria Grillo, – confessiamolo – ha un pochino esagerato con le contumelie. Lui, Ingiuria, ha detto “non siamo violenti, ma cattivi si”, no, caro Ingiuria, non cattivo, ma poco intelligente. Non ci hai dato un solo progetto socio-politico , non ci hai detto una sola parola sulla tua idea di società: di sinistra, di destra? Ah, scusa queste sono vecchie categorie di pensiero che tu e il tuo amico, quello con tutti quei capelli (sporchi?) e il viso da funerale, avete cancellato. Basta ideali, basta partiti figli degli ideali avete detto, noi siamo il nuovo, unico verbo da ascoltare, noi siamo dio (lo scrivo con la “d” minuscola), avete puntato sulla decerebralizzazione a cui sono stati condannati negli ultimi vent’anni berlusconiani quasi sessanta milioni d’italiani. Troppo impegnati a guardarvi allo specchio e alle registrazioni televisiva, ma non vi siete accorti che il paese si era stancato anche degli insulti. Meno male.

Rock in Idro approda a Bologna, attesa per gli Iron Maiden

di Giulia Echites

A Bologna torna il Rock. Quello elettronico di Fatboy Slim e quello metal degli Iron Maiden, in città per la loro unica data italiana, ma anche il punk rock dei Pogues e l’indie dei Queens of the Stone Age.
A due anni di distanza dall’ultimo Indipendent Day, il parco Nord, oggi arena Joe Strummer, si prepara di nuovo per ospitare, da domani (venerdì 30), uno dei più importanti festival del panorama internazionale, Rock in Idro, che da quest’anno lascia Milano per approdare nel capoluogo emiliano.

E se da un lato gli organizzatori strizzano l’occhio alla tradizione festivaliera europea, dall’altro sanno quanto è difficile realizzare questo tipo di eventi in Italia; da qui la decisione di investire aggiungendo due giornate di eventi (quattro in tutto), prolungando così la durata tradizionale di un festival, e variando il genere musicale durante i quattro giorni. Il risultato è che in fase di prevendita sono stati acquistati biglietti da tutta Italia e pullman dalla Slovenia e dalla Croazia sono stati organizzati appositamente per l’evento. «Siamo vicini a raggiungere le 40mila presenze – dicono gli organizzatori – domenica, con gli Iron Maiden, riempiremo l’arena».

Quest’anno, però, nel costruire lo spazio per il Rock in Idro, si è scelto di «privilegiare comfort e qualità – come spiega Lele Roveri, direttore artistico dell’Estragon – rispetto ai grandi numeri». Dunque una capienza massima di 20mila spettatori e un’area vip riservata a chi vuole godersi lo spettacolo seduto o con un drink: una sorta di terrazzo costruito ad hoc sull’arena, che può accogliere fino a 200 persone, a cui si può accedere pagando 30 euro in più rispetto al costo del biglietto. Solo per la giornata degli Iron Maiden poi, verrà allestita un’area pit di fronte al palco che ospiterà 2700 persone. Il pacchetto aggiuntivo per l’ingresso all’area pit, acquistabile con 20 euro, è andato subito esaurito.

Sul palco (grande quasi 400 metri quadrati) saranno installati maxischermi laterali e per ogni artista sono previsti giochi di luce diversi. Alcune band, come gli Iron Maiden e i Queens of the Stone Age, provvederanno a portare parte della loro scenografia.
«Bologna sta dimostrando la sua capacità di costruire eventi musicali come questo, rilevanti a livello europeo, e più piccoli, ma comunque di qualità», commenta l’assessore alla Cultura Alberto Ronchi, che poi però aggiunge «se tutti lavorassimo nella stessa direzione e se ci fosse qualche investimento in più da parte dei privati, si otterrebbero risultati molto interessanti per la città al punto di vista dell’indotto».

[© www.lastefani.it]

acqua

H2O cresce ed emigra a Bologna

Per oltre dieci anni con cadenza biennale in questo periodo si è tenuta a Ferrara la Fiera Internazionale dell’Acqua. Il crescente successo della iniziativa ha portato gli organizzatori di BolognaFiere a spostare la prossima edizione a Bologna. Ne parliamo con il referente scientifico della parte convegnistica, l’ingegner Andrea Cirelli, già direttore di Federambiente.
Dunque H2O emigra a Bologna?
Purtroppo sì, perché era ormai da anni un appuntamento tradizionale per Ferrara e molto atteso: per i contenuti proposti e per l’ospitalità offerta dalla nostra bella città, assai apprezzata soprattutto dai relatori stranieri. Ma la rassegna di anno in anno è lievitata di importanza: l’ultima edizione, che si è tenuta subito dopo il terremoto, ha avuto oltre 7000 visitatori da tutto il mondo. Servivano spazi e servizi differenti.
Un successo che paradossalmente penalizza Ferrara che l’ha propiziato…
E’ vero, però credo che molti relatori e visitatori per l’abitudine e per la vicinanza sceglieranno ancora di pernottare e cenare a Ferrara. L’evento è riconosciuto come il principale in Italia sul tema complesso e delicato dell’acqua. Ogni edizione si arricchisce e suscita sempre maggior interesse. Anche per questo motivo, con l’obiettivo di divenire evento ancor più importante a livello nazionale ed internazionale, gli organizzatori hanno deciso di cambiare sede e date trasferendosi nel quartiere fieristico di Bologna. Quest’anno l’appuntamento è dal 22 al 24 ottobre, in concomitanza con altre due importanti manifestazioni: Smart City Exhibition, dedicata alla città e Saie dedicata al mondo delle costruzioni. Si conferma quindi essere una occasione importante per gli addetti ai lavori e gli esperti del settore.
Quali saranno i temi principali che affronterete?
Il settore dell’acqua continua ad essere di grande interesse industriale e soprattutto di grande importanza ambientale. Noi su questi temi intendiamo impegnarci sempre di più e il riconosciuto successo di H2O delle passate edizioni ci spinge a cercare di fare sempre meglio. La presenza delle maggiori associazioni di categoria e di settore, dei migliori centri studi e universitari, delle più grandi aziende del settore ci conforta. Ci saranno in contemporanea dodici sale con seminari tutti e tre i giorni e la presenza di ottocento relatori provenienti da tutto il mondo. Oltre ai temi classici di interesse generale sulla regolazione, sulle innovazioni tecnologiche e sugli aspetti economici, finanziari e gestionali. Cercheremo di approfondire alcune tematiche attuali, tra cui la attuazione della direttiva-quadro comunitaria sulle acque, il risparmio della risorsa, i beni comuni, l’analisi delle acque e la loro qualità, la dinamica degli investimenti e dei finanziamenti, la regolazione tariffaria e analisi ricorsi… Poi come sempre sono previsti dei focus specifici su protezione sistemi idrici, telecontrollo e automazione, misuratori di portata, analisi reti fognarie, gestione sistemi informativi e molto altro.
Tratterete anche il rapporto fra mondo della ricerca e impresa?
Ci aspettiamo, al riguardo, importanti contributi anche dal mondo universitario. Da sempre la facoltà di Ingegneria della Università di Ferrara offre un contributo scientifico importante per mezzo del Cssi (sempre ben coordinato dal professor Franchini) a cui fanno riferimento importanti facoltà di ingegneria di diversi atenei. Sarà affrontato il tema del rapporto tra Università e mondo dell’industria, ragionando sulle possibili collaborazioni e iniziative di trasferimento tecnologico (sui temi del risanamento ed efficienza delle reti di distribuzione attraverso la realizzazione dei distretti idrici, sulla gestione delle pressioni e delle perdite nella rete idrica, sulla diagnosi dei sistemi di adduzione nelle reti idriche mediante transitori, sul monitoraggio delle infrastrutture fognarie, sul Global Vulnerability Assessment of Water Distribution System, sul Sistema di supporto alla decisione per la gestione delle risorse idriche e molto altro ancora).
Cosa pensa del futuro del settore?
Sul tema dell’acqua molte stanno cambiando a tutti i livelli: internazionale, nazionale e regionale. Si tratta di un buon segnale che indica come stia crescendo la sensibilità generale su questo fondamentale tema. Posso provare a citare alcune questioni importanti a partire dalla constatazione che è di quest’ultimo periodo il frequente richiamo istituzionale e dell’opinione pubblica sull’emergenza idrica; è necessario avviare iniziative per ridurre i prelievi di acqua e incentivarne il riutilizzo. La situazione delle infrastrutture idriche e della gestione dell’acqua è fortemente critica; per tentare un superamento della cronica debolezza strutturale sono necessari ingenti investimenti; è opportuno valutare dove e come reperire queste risorse
Inoltre un approccio moderno e sostenibile al problema della qualità deve fare riferimento alla natura dei corpi recettori, sia in senso generale, sia in funzione della specificità degli usi; bisogna incentivare la riduzione degli sprechi, migliorare la manutenzione delle reti di adduzione e di distribuzione, ridurre le perdite, favorire il riciclo dell’acqua ed il riutilizzo delle acque reflue depurate.
E gli utenti?
Vanno sensibilizzati al risparmio nell’utilizzo dell’acqua per uso domestico, ma anche a contenere e ridurre lo spreco di acqua – anche potabile – negli usi produttivi e irriguo, in particolare bisogna incoraggiare e sostenere “anche con incentivi economici” specifiche ricerche e studi per migliorare l’utilizzo dell’acqua nei processi produttivi.
Come ci si può riuscire?
Attraverso lo sviluppo di una cultura economica dei servizi pubblici ambientali, maggiore attenzione sia a livello di costi che soprattutto di prezzi e dunque di tariffe; implica un percorso di civiltà, ma anche il necessario sviluppo di una cultura economica dei servizi pubblici locali.
E ciò comporta anche agire sulla molla delle tariffe?
Il sistema tariffario è uno degli aspetti fondamentali e forse più critici nel sistema di gestione dei servizi ambientali: il valore, il costo ed il prezzo del servizio devono essere tra loro collegati e interdipendenti.
Cosa significa?
Intendo dire che il “giusto prezzo”, dell’acqua è un importante incentivo per incoraggiare un utilizzo sostenibile dell’acqua stessa: una accurata politica tariffaria regola infatti i consumi e soprattutto da il giusto valore al bene. Nello stesso tempo bisogna trovare forme di incentivazione anche per il gestore che favorisce la riduzione dei consumi. Viceversa potrebbe essere dissuaso se il suo interesse restasse unicamente connesso al consumo dell’acqua.
Bisogna inoltre incentivare e remunerare la qualità esplicita ed implicita – con idonei strumenti tariffari – e nel contempo penalizzare ritardi e disservizi (le carte dei servizi devono diventare uno strumento contrattuale di regolazione e non servire come documento d’immagine). Gli incrementi tariffari non devono essere solo collegati alla copertura dei costi del servizio, ma anche a parametri di qualità.

Questa sera, a Ferrara, il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah apre in notturna

da: ufficio stampa Ferrara Fiere Congressi

L’apertura si tiene in omaggio alle vittime di Bruxelles ed in supporto al Museo Ebraico del Belgio. La cultura non si ferma.

Il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah apre straordinariamente la sua sede giovedì 29 maggio dalle ore 19,30 alle ore 22,00.
Il museo compie un gesto di solidarietà verso le famiglie delle vittime dell’attentato avvenuto sabato a Bruxelles, un segno di vicinanza verso il Museo Ebraico del Belgio e in particolare con i volontari che donano il loro tempo alla cultura e con gli operatori che si impegnano con passione.
L’apertura straordinaria nasce in seguito all’appello rivolto dalla Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia ha rivolto ai Musei ebraici italiani affinché aprissero le loro porte, accogliendo gratuitamente tutta la cittadinanza in un giorno di questa settimana, immediatamente precedente a quella in cui ricorrono sia la celebrazione della festa della Repubblica nata dalla Resistenza al nazifascismo sia la Festa ebraica di Shavuot, giorno in cui venne concessa la Torah al popolo ebraico.
Il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah si impegna, anche attraverso questo gesto simbolico, a testimoniare il valore della cultura nella società, conscio che l’odio si può fermare attraverso la trasmissione del patrimonio di conoscenze, idee e testimonianze sulla presenza storica degli ebrei in Italia.
Per questo motivo hanno accolto l’appello l’Assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna e Consigliere della Fondazione MEIS, Massimo Mezzetti, il Presidente della Provincia di Ferrara, Marcella Zappaterra, il Sindaco del Comune di Ferrara, Tiziano Tagliani, il Vice Sindaco del Comune di Ferrara e Consigliere della Fondazione MEIS, Massimo Maisto.
L’invito a partecipare è esteso a tutta la cittadinanza.
Giovedì 29 maggio apriranno gratuitamente al pubblico in diversi orari i musei ebraici di Firenze, Siena, Bologna, Livorno, Milano, Ferrara e Venezia con un messaggio forte e condiviso: La cultura non si ferma.

#LaCulturaNonSiFerma #OpenJewishMuseums

Per informazioni
MEIS – Fondazione Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah
0532 769137 • info@meisweb.it • www.meisweb.it
334 9138981 • comunicazione@meisweb.it

L’esperienza del cattolicesimo democratico italiano e la dottrina sociale della Chiesa

Il mensile della Lega democratica ‘Appunti di cultura e di politica’ è stato uno strumento fondamentale dei “saperi” del cattolicesimo democratico nel nostro Paese, e ha fondato le sue origini nella dottrina sociale della Chiesa, a partire dal Concilio vaticano II.

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Lorenzo Biondi

A testimoniare la validità della rivista e dell’esperienza nel suo complesso, è stato di recente presentato il libro di Lorenzo Biondi La Lega democratica. Dalla Democrazia cristiana all’Ulivo: una nuova classe dirigente cattolica* e, al riguardo, ci preme stralciare alcune considerazioni di Pierluigi Castagnetti: “La Lega democratica è stata un’associazione di intellettuali cattolici che, a dieci anni dalla conclusione del Concilio, sentirono la necessità di elaborare modalità e contenuti contemporanei di impegno nella società e nella politica.”
L’idea nacque all’interno del gruppo dei “cattolici del no”, al referendum per l’abrogazione della legge istitutiva del divorzio, nel 1974. Fu l’esito di quel referendum, e la lettura che per primo Aldo Moro ne fece al consiglio nazionale della Dc nel luglio 1974, contribuì ad illuminare la dimensione della secolarizzazione già intervenuta nella società italiana e, dunque, l’esigenza per i cattolici di prendere atto della loro minorità e della necessità di capire come poter diventare interlocutori della nuova realtà.
C’era in loro, da un lato la convinzione di aver fatto nel referendum una scelta giusta, e dall’altro la mai pienamente superata sofferenza per un gesto di disubbidienza che aveva creato amarezza e qualche incomprensione nella comunità ecclesiale. Si trattava perciò di riprendere il discorso, per dare conto delle motivazioni profonde di quel gesto e per sollecitare la necessità di pensare su basi nuove la presenza politica dei cattolici.
Nacque così la Lega, come cenacolo fra intellettuali, e tale rimase sino alla fine. I veri promotori furono Pietro Scoppola, Ermanno Gorrieri e Achille Ardigò. Scoppola, in quegli anni, stava “scoprendo” la straordinaria personalità di De Gasperi e sentiva l’esigenza di riproporne il modello di laicità-spirituale; Gorrieri riteneva di dover “approfittare” della segreteria Zaccagnini per un ultimo tentativo di rinnovamento della Dc, aiutandolo sul piano delle idee; Ardigò, interessato e conquistato dalle grandi trasformazioni sociali e scientifiche in atto, avvertiva l’esigenza di un luogo che riproducesse il clima e gli stimoli della vecchia comunità dossettiana di Cronache sociali.
Il gruppo ben presto si allargò. C’erano i bresciani (Luigi Bazoli e Leonardo Benevolo), i romani (Nicolò Lipari, Paola Gaiotti, Paolo Giuntella, Michele Dau), i bolognesi (Nino Andreatta, Paolo, Giorgio e Romano Prodi, Roberto Ruffilli, Luigi Pedrazzi), i milanesi (Luciano Pazzaglia, Piero Bassetti), i sindacalisti (Pierre Carniti, Carlo Borgomeo, Luigi Paganelli), i giovani della Fuci (Ronza, Novelli, Tonini, Ceccanti, Tognon) e tanti altri ancora.
Il dibattito era animato fondamentalmente dai tre promotori, dalle loro sensibilità ed esperienze, dalle loro ricerche, dalla loro diversa attitudine a pensare politicamente. Scoppola a me pareva particolarmente efficace nell’indicare la strada di un impegno nella storia dei cristiani, alla luce delle indicazioni conciliari e delle esperienze di De Gasperi e di Moro.
Ardigò era il più suggestivo quando indicava la necessità di una dilatazione di orizzonte per il pensiero cattolico. Gorrieri ebbe il merito di portare al centro della riflessione l’esigenza di un ampio ripensamento del modello di welfare, degenerato in forme di deresponsabilizzazione soggettiva e di profonda ingiustizia distributiva, che contribuivano alla progressiva perdita di attenzione all’interesse collettivo e all’unità del corpo sociale.
Nacque un dibattito aperto ai maggiori economisti, sociologi, sindacalisti, imprenditori (quelli che gravitavano attorno al Mulino e alla nascente Arel), che mise sotto accusa il modello di governo e di acquisizione del consenso della Dc, oltreché della sua cultura tendenzialmente socialdemocratica o tardo-dossettiana, come si diceva allora.
Sta di fatto che quei confronti a spettro culturale ampio e ambizioni riformistiche alte, generarono la legittima aspirazione ad esercitare un’influenza sul sistema politico che si realizzò solo in parte, sia per il vezzo un po’ troppo elitario di ritenere che il pensiero bastasse a cambiare le cose, sia per le altalenanti vicende congressuali della Dc che provocarono periodicamente fasi di apertura e fasi di chiusura verso tali stimoli.
De Mita sembrò il segretario del radicale rinnovamento (Scoppola e Lipari accettarono di entrare al Senato come indipendenti nelle liste della Dc), ma la sconfitta elettorale del 1983 e le vicende successive provocarono non solo una forte delusione, ma la convinzione di una certa “irreformabilità” del sistema.
L’esperienza della Lega, però, che pure durò solo dodici anni, lasciò il segno nella definizione di un impegno laicale serio e moderno sul terreno della mediazione fra cristianesimo e storia, della necessità per la politica di passare dalla cultura del progetto alla cultura della complessità, dell’accettazione da parte del credente delle contraddizioni della storia, coltivando dentro di sé una “spiritualità del conflitto”, della modalità di essere membri consapevoli e utili di quel Popolo di Dio che è Chiesa, della possibilità infine di fecondare la società con quei valori miti e solidi della tradizione cristiana che l’aiutano a diventare comunità.
Per queste ragioni, riccamente documentate da Lorenzo Biondi, nonostante l’apparente sconfitta politica, la Lega democratica restò a lungo un fecondo segno di contraddizione, contestato e osteggiato da gran parte della gerarchia e da gran parte dell’establishment politico. Ma da quei materiali sarà bene ripartire se si vuole ancora oggi dare un senso all’impegno dei credenti nella storia.
Si è pensato, nella circostanza, di richiamare lo scritto di Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario del Partito popolare italiano e cofondatore sia dell’Ulivo che del Pd, per dire che chi dice, come in questi giorni è apparso su alcuni quotidiani italiani, che il cattolicesimo democratico è una sorta di cattocomunismo, è consapevole di affermare il falso, anche se si è in tempi di campagna elettorale.
Chi lo sostiene, non ha mai incontrato e sentito qualcuno che associasse le due parole, anche perché non stanno insieme, e chi è stato apostrofato di cattocomunismo sa che non è nelle corde e neppure nei pensieri avanzati della teologia della liberazione.
Avendo, poi, frequentato molti luoghi in Strada Maggiore a Bologna, ogni riferimento ai cattocomunisti è nell’immaginazione e nella fantasia di contenuti che alla dottrina politica non risultano; ma purtroppo quando il falso viene ripetuto decine e decine di volte, si finisce per crederci e per far credere che sia una verità. Peccato.

* Lorenzo Biondi, La Lega democratica. Dalla Democrazia cristiana all’Ulivo: una nuova classe dirigente cattolica, Viella ed., Roma, 2013

Sveta, ritratto di donna

Da MOSCA – Svet in russo significa luce, e Sveta luce è, luce è stata, luce sarà.
La guardiana del mio palazzo, anziana dai capelli corti bianchi come la neve, o babushka (la nonnina, in senso affettivo) come la chiamerebbero qui, ha le mani ruvide, grinze e affaticate ma lunghe, eleganti e affusolate. Deve essere stata molto bella, da giovane.
Con lei fatico a parlare, la lingua è una barriera quasi insormontabile. Le poche parole di russo che ho imparato non mi permettono certo di avere una conversazione decente e di capire correttamente quello che vorrei sapere e chiedere. Ma la mia curiosità non ha limite. Accorsa in mio aiuto la mia amica Olga, che mi traduce tutto in inglese o francese, riesco finalmente ad avere gli elementi chiave di un ritratto che volevo fare da tempo.
Sveta ha visto la guerra, ha sofferto la fame, ha vissuto in povertà quasi tutta la vita. Durante il periodo sovietico ha raggiunto un benessere minimo, fatto di mobili marroni, di tappeti polverosi, di fiori finti e di pareti anonime ma anche di pane sicuro, di kacha molle al sapore di cereali, di patate lessate sempre dello stesso sapore, colore e odore, di carote bollite.
Era felice, allora, quando il suo Vladimir era ancora accanto a lei, quando i figli crescevano nell’allegria. Poi uno di loro, Valery, è partito per gli Stati Uniti, ed è diventato professore in una prestigiosa università americana dal nome per lei impronunciabile. E’ arrivato il successo accademico e con esso qualche soldo in più, ma la lontananza, per lei, non aveva prezzo.
Poi un giorno anche Vladimir l’ha lasciata, scivolato nel nero di una miniera. Lei si è ritrovata in cerca di lavoro. Sola. Si ricorda il pranzo in fabbrica, le giovani amiche che le sedevamo accanto e le raccontavano di fidanzati innamorati e di viaggi lontani. Si ricorda il buio e la paura.
Ma Sveta era luce e nel gabbiotto del palazzo di questa via elegante da ricchi ci si era trovata bene, immersa nell’odore di cavolo bollito che proveniva dal primo piano, nel vocio dei bambini che correvano per le scale, nel cinguettio di un canarino di una coppia anglo-finlandese, persa a guardare la televisione mentre sorseggiava un tè caldo e sgranocchiava un dolcetto.
E poi leggeva leggeva e ancora leggeva, ora poteva farlo. Anche se la vista calava ogni giorno, si perdeva nei romanzi d’amore, quelli che un tempo non si potevano leggere, immersa in quelle storie romantiche che aveva sempre sognato.
Sveta era bella, un tempo, mi mostra una foto dei suoi vent’anni a San Pietroburgo, sorridente e felice, con un vestito fiorito e un colorito roseo. E’ la settimana prima di sposarsi, ha i capelli intrecciati, biondi, avvolti sul suo capo come una corona. Una piccola Cenerentola aggraziata.
Sveta è bella, anche oggi, con i suoi capelli corti, bianchi come il latte, come la neve, come il candore della sua bontà, mentre mi sorride e mi porge un biscotto che ha sicuramente preparato domenica pomeriggio. Mi ricorda la mia nonna materna, Sveta, forse per questo le voglio bene.
Ancora un dobre utra un dasvidaniya e ogni volta che la incrocio sono felice.
Una storia come tante, forse, ma questa è sotto i miei occhi, ogni mattina, ogni sera, ogni giorno, una storia che mi accompagnerà non solo finché sarò qui ma sempre, anche quando un giorno sarò rientrata nel mio bel Paese.

Il destino secondo Tiziano Terzani

di Daniele Lugli

‘Un’idea di destino’ è una raccolta di scritti tratti dai diari degli ultimi vent’anni di Tiziano Terzani, di cui ricorre il decennale della morte. E’ l’ultimo grande dono che la moglie, Angela Staude, ha voluto condividere. Invito a leggerlo e insieme a leggere e rileggere anche altro di Terzani.

Qui abbiamo la possibilità di uno sguardo più intimo, che mette in moto pensiero e sentimento assieme. Siamo introdotti ai viaggi che Tiziano ha compiuto nei luoghi più pericolosi e sconosciuti del mondo e dell’anima. Un piccolo esercizio che Terzani ha proposto in un momento importante della vita sua e dei suoi cari: “Niente succede mai per caso. Se siamo qui deve esserci motivo. Vedere come ognuno di noi ha una ragione di esserci e rintracciare che cosa ci ha portato qui è un bellissimo esercizio di umiltà e d’ammirazione per quell’Intelligenza che tiene assieme il mondo.” E’ un esercizio che si raccomanda anche a chi su quest’Intelligenza mantiene forti dubbi.

Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo, ci ricorda Dietrich Bonhoeffer. E ad ascoltare, vedere, sentire, interpretare, Terzani era bravissimo, dovendo poi riferire, secondo la prepotente vocazione che lo caratterizza. La sua è una straordinaria applicazione delle sette regole d’oro dell’arte di ascoltare, ricordate da Marianella Sclavi:

1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più’ effimera della ricerca.
2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.
3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.
4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi.
5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze.
6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.
7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé…

Capitini mi ha insegnato (è il motto dei suoi centri di orientamento sociale) che chi può parlare ascolta più profondamente e molto profondo è l’ascolto di Terzani che sente il dovere di riferire su quanto ha direttamente sperimentato.
Anche a noi è dovuto servizio di ascoltarci profondamente. Già ne ‘L’ultimo giro di di giostra’ a questo particolare ascolto Terzani ci aveva introdotto. Il diario lo approfondisce ulteriormente. E’ un ascolto che accompagna nelle esplorazioni di Paesi vasti e sconosciuti (a me totalmente Usa e India), in percorsi tra scienza e religione, salute e malattia, medicina e guarigione, tra mondo che sta fuori e mondo, non meno misterioso e decisivo, che sta dentro.

Ci passano davanti venti anni, dai primi anni ottanta ai primi del duemila, nei quali molte speranze di una società migliore e più giusta sono ricomparse, magari in nuova veste, e assieme ricadute, dentro e fuori d’Italia. I diari si aprono con l’espulsione dalla Cina, un Paese molto amato da Terzani e ci accompagnano in Giappone, Thailandia, Birmania, Urss, Indocina, Asia centrale, India, Pakistan – e qualcosa ho di certo dimenticato – e anche negli Usa, per curarsi dal cancro, e passaggi in Italia, dove trascorrerà gli ultimi tempi. Gli stessi vent’anni terribili anche per chi non ha viaggiato. Già qui moriva la repubblica negli anni ‘70. Un poeta Mario Luzi se n’era accorto.

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta

E’ un’agonia che non sembra terminare mai, considerato anche la bassezza e volgarità che hanno caratterizzato la campagna elettorale appena conclusa. Nei diari si coglie proprio in un suo passaggio in Italia nel 2001 tutta l’indignazione e tristezza per le condizioni in cui la democrazia e convivenza sono precipitate nel nostro Paese e la tentazione di tornare ad occuparsi di politica, mentre è nel pieno di un suo percorso di ricerca spirituale sulle pendici dell’Himalaya, non più Tiziano Terzani ma Anam, il Senza nome. Ancora una volta è completamente immerso nella sua esperienza come quando, “cinese”, si chiama Deng Tiannuo. E’ una tentazione alla quale fortunatamente non resiste regalandoci le ‘Lettere contro la guerra’, preziose nel momento in cui non solo Oriana Fallaci con ‘La rabbia e l’orgoglio’ (titolo più appropriato sarebbe stato ‘L’odio e il rancore’) ma molti intellettuali sostengono e incoraggiano, dentro e fuori d’Italia, la vendetta americana nella disastrosa guerra afghana dopo l’11 settembre. Sono lettere ancora e sempre basate sulla presenza nei luoghi, nonostante il disagio, la malattia, i pericoli. Dello svilupparsi dell’estremismo islamico e delle responsabilità nell’alimentarlo in ogni modo da chi ora ne vuole l’annientamento, e invece lo rafforza, aveva da anni documentato l’ascesa.

Perché Terzani è uno straordinario giornalista, penetrante, documentato, sincero. Questo gli ha permesso di divenire un “permanentista”, secondo l’invito che l’orientalista Tucci gli aveva rivolto. I suoi primi articoli o rapporti mostrano le sue doti veramente straordinarie e precedono il mestiere di giornalista iniziato nel ’70 ne ‘Il giorno’ di Italo Pietra e Giorgio Bocca (niente a che vedere con il giornale che di quell’esperienza ha mantenuto solo il titolo).
Ho ritrovato i suoi articoli su l’Astrolabio, la modesta, straordinaria pubblicazione, diretta da Parri, nata quindicinale il 25 marzo 1963, già settimanale quando Terzani comincia a scriverci nel ’66 e tornato quindicinale quando Terzani smette alla fine del ’70. Spesso i suoi pezzi ne ispirano le copertine, a partire dal primo Rapporto dal Sud Africa: Natale negro del 25 dicembre 1966. Ricordo bene l’attesa e il piacere della lettura dei suoi articoli, una lettura proseguita poi sul Giorno e quindi su Repubblica e l’Espresso, non ahimè sul Corriere. Ho ritrovato su Astrolabio anche due articoli di Angela del 1969 e mi rammarico di non avere mai letto suoi libri. Vedrò di colmare questa lacuna.

Se il periodo de l’Astrolabio è quello delle idee belle e chiare, che permettono di capire i problemi e di individuarne le soluzioni, gli anni dei diari sono quelli della disillusione a partire dalla Cina, che si rivela non il paradiso che lo studente Terzani aveva creduto (e con lui molti altri) ma l’inferno per i lavoratori e per la grande maggioranza dei cinesi, mentre lo slogan Servire il popolo si trasforma in Arricchirsi è glorioso. Così la tragedia della Cambogia e i deludenti esiti della guerra di liberazione del Vietnam, la situazione degli altri Paesi orientali molto amati e frequentati da Terzani non sono certo incoraggianti. Un Terzani che preferisce Mao a Gandhi ha al termine del suo percorso mutato pensiero, con la capacità di dirlo in modo netto e senza che questo tolga valore alle cose dette e scritte prima, che mantengono le positive caratteristiche di cui si è detto. Rilette ci dicono di possibilità diverse che non hanno avuto sviluppo, introducono a osservazioni più approfondite, sono esperimenti con la verità, secondo la bella espressione gandhiana, utili a spezzare pregiudizi, compito più difficile che spezzare l’atomo, ammonisce Einstein. Qualche disillusione avrebbe (avremmo) potuto risparmiarcela considerando che ‘Un fine che ha bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto’. Non è Gandhi, è Marx, citato da Camus.

Il giornalista Terzani si volge al saggio, al piacere del racconto, a una scrittura, che meglio renda l’incerto mondo intravvisto al di là delle apparenze, pur tra ciarlatani, truffe e pure superstizioni, come è in ‘Un indovino mi disse’. Proprio a conclusione di qual libro sta l’incontro con John Coleman, il meditatore della Cia, maestro di vipassana che gli consegna qualcosa di più di una tecnica (posso confermare che al termine di una seduta ben condotta la lettura della ‘Lettera ai Corinti’ è particolarmente bella).
La meditazione, in varie forme, lo accompagnerà nell’incontro con la malattia implacabile, occasione di svolta radicale di cui riferisce ne ‘L’ultimo giro di giostra’. Con ‘Lettere contro la guerra’ sono questi i libri che aggiungono a ‘La porta proibita’, ‘In Asia’ e ‘Buonanotte signor Lenin’, tutti realizzati nel periodo coperto dai diari.

Dalla lettura a me sono giunte diverse suggestioni, anche molto personali, sulla malattia, la vecchiaia, nei rapporti, e nella loro difficoltà, con le persone più care. La sua ricerca spirituale, la sua visione mi ha ricordato Capitini e la compresenza, termine che ha sostituito il ‘Dio senza nome’ di primi scritti: “Ho insistito per decenni ad imparare e a dire che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza.” Non mi pare di aver trovato traccia di contatti, come invece per Balducci, La Pira, Spini, Ceronetti, a vario titolo in rapporto con Capitini. Né so se abbia avuto contatti con un altro “viaggiatore leggero” Alex Langer, con il quale pure riscontro affinità, stremato fino a morirne dallo scavalcare muri e fossati, che dividono i popoli, dal costruire ponti e rapporti, contatti rispettosi delle differenze. Così mi pare Tiziano Terzani, cinese e poi indiano, ma sempre e più profondamente “fiorentino, un po’ italiano, europeo”, di un’Europa che sappia accogliere culture diverse, nella convivenza pacifica, accogliendone anche i portatori.
L’esperienza profonda dell’Advaita, della Nonseparazione, non lo ha reso indifferente alle sorti dei suoi simili; se mai lo ha reso più sensibile alla “orribile meraviglia che è la nostra razza: l’umanità”.

L’esercizio che ho proposto all’inizio è l’avvio dei suoi appunti per il discorso del matrimonio della figlia (l’ultimo in pubblico, nel 17 gennaio del 2004). Più avanti leggiamo: “Mai il mondo si è trovato dinanzi a scelte più drammatiche. Noi, gli umani, siamo in mezzo a una fase di grande decivilizzazione. In nome della civiltà il mondo occidentale, guidato da una superpotenza che non ha ancor imparato la lezione della Storia – che tutte le superpotenze sono transitorie, impermanenti, effimere come ogni altra cosa -, sta distruggendo la pace raggiunta attraverso un incivilimento che era stato lungamente meditato e per il quale si era combattuto. Nel giro di un anno si è visto questo smantellamento, questo disfacimento delle Nazioni Unite con la crisi irachena, dell’Europa, della sua costituzione, del piano di pace per il Medio oriente, del Trattato di non proliferazione nucleare, nonché la rinuncia ai trattati che già erano stati firmati, come quello di Kyoto per la protezione dell’ambiente. In un mondo così instabile occorre che le sue componenti fondamentali siano salde. L’umanità aveva lavorato con enormi difficoltà, dopo le due più catastrofiche guerre del secolo scorso, per rendere illegale la guerra, e trovare altri modi di risolvere i conflitti internazionali, al punto che molti Stati hanno incluso questo principio nelle loro costituzioni. Oggi la guerra è tornata ad essere un fatto accettato. La guerra non è più un tabù non soltanto per coloro che hanno deciso di romperlo, ma – fatto ancora più inquietante – per i tanti cosiddetti intellettuali, diventati lacchè dei potenti, che provano gusto a lodare la guerra; o per quelli che si servono della guerra e in nome del realismo godono della sconfitta di quelli che continuano a credere nella possibilità della pace. Per loro il pacifismo è una degenerazione dell’uomo, di cui dicono che è bellicoso per sua natura, che sempre è stato e sempre sarà violento. Ma vi prego, vi prego, riflettete su tutto ciò e rendetevi conto che non c’è futuro nella violenza. Vi esorto a educare i vostri figli alla nonviolenza, a educarli al rispetto alla vita, a tutta la vita…”

Sì la nonviolenza: apertura al vivente, alla sua esistenza, alla sua libertà, al suo sviluppo. La nonviolenza è il punto di applicazione più profondo per il sovvertimento di una realtà inadeguata. Così a Verona un mese fa nel giorno della Liberazione abbiamo detto che oggi Resistenza è Nonviolenza, Liberazione è Disarmo. Non saremmo dispiaciuti a Terzani, purché poi ci comportassimo coerentemente.

L’uomo è un legno storto

Siamo ancora tutti coinvolti nell’effetto emotivo provocato dai risultati delle recenti elezioni europee. E se ne comprendono le fondate ragioni. Personalmente li considero positivi, sia per alcuni evitati pericoli, che per qualche segnale di speranza. Noto però il permanere di una generale aspettativa verso il voto di tipo palingenetico o risolutore che non si addice alla normalità di una pratica democratica. Per questo motivo vorrei dedicare qualche considerazione più distaccata al tema della democrazia.
Immanuel Kant, il fondatore della morale laica, ricordava che “l’uomo è un legno storto”. Se il Novecento avesse tenuto presente questa massima ci saremmo evitate la grandi tragedie dei totalitarismi che provarono a raddrizzare quel legno con mezzi violenti e crudeli. Dopo millenni di esperimenti sociali siamo arrivati a considerare la democrazia come il regime ideale per gli uomini e le donne considerati uguali e liberi. Il cammino è stato lungo, difficile, contrastato. Basta fare due esempi.
Nella nostra tradizione occidentale facciamo risalire la nascita della democrazia all’Atene di Pericle, nel V secolo a.C. Bisognerebbe, però, avere chiaro che le istituzioni della democrazia moderna non hanno nulla a che vedere con ciò che nella Grecia classica si designava con questo termine. Lo Stato di diritto, il pluralismo, la divisione dei poteri, i Parlamenti, la libertà e i diritti degli individui, il suffragio universale: tutto ciò era sconosciuto alla democrazia degli antichi.
Il secondo esempio riguarda il suffragio universale: non tutti sanno che esso fu realizzato quasi 2500 anni dopo la nascita della democrazia classica. E, per dare un’idea del difficile rapporto con il suffragio universale da parte di un Paese all’avanguardia nella storia del liberalismo come l’Inghilterra, è significativo registrare che dalla famosa Magna Charta Libertatum del 1215, arriva al suffragio universale soltanto nel 1928.

Torniamo al rapporto tra l’affermazione di Kant e la democrazia. Possiamo dire che, concettualmente, la democrazia comprende sia l’accettazione degli individui come sono, sia la volontà di cambiarli.
Oggi il paradosso è che la democrazia ha vinto nel mondo ma, nello stesso tempo, sta attraversando una grave crisi di consenso, perché le sue pratiche si rivelano inefficienti rispetto alla soluzione dei problemi che le società del tempo globale devono risolvere. Per evitare che la democrazia diventi un involucro vuoto, occorre prendere sul serio i motivi della disaffezione nei suoi riguardi, che poi sono riconducibili a quelle che Norberto Bobbio chiamava le “promesse non mantenute” della democrazia. Ne voglio richiamare solo una ricorrendo non ad un feroce bolscevico, ma ad uno dei padri del liberalismo costituzionale moderno: Montesquieu. Nella sua opera principale, “Lo spirito delle leggi” (1748), afferma che ogni forma politica ruota attorno a un principio che ne regge il funzionamento: nella repubblica è la virtù, nella monarchia l’onore e nel dispotismo la paura. Quale è la virtù che riguarda la repubblica democratica? Montesquieu la considera talmente importante che ne spiega il significato già nell’introduzione dell’opera: “Ciò che io chiamo virtù nella repubblica è l’amore per l’eguaglianza”. E prosegue dicendo che le leggi devono operare per mantenere l’eguaglianza, perché non appena si sviluppa la ricchezza sfacciata da una parte e la miseria dall’altra la repubblica democratica è condannata a dissolversi.
Sul tema scriverà qualche anno dopo un altro grande padre della democrazia moderna: J.J Rousseau con il suo “Discorso sull’ineguaglianza” (1754).

E’ inutile aggiungere che attorno al nodo del rapporto tra libertà ed eguaglianza si è consumata una lotta durissima nei secoli che seguiranno, alternando conquiste e tragedie. Oggi abbiamo qualche idea più chiara su come sciogliere e non tagliare questo nodo, ma è anche vero che il mondo si è fatto più complicato rispetto all’aurora della storia della democrazia. Soprattutto, abbiamo imparato che eguaglianza e libertà, diritti e doveri, non coincidono necessariamente. E che il voto in quanto tale (diritto fondamentale), ad esempio, non garantisce la libertà e può addirittura condurre alla dittatura. Mai dimenticare la vittoria di Hitler nelle elezioni del 1933 e il fatto che quel 44% dei suffragi raccolti dal partito nazista includeva un gran numero di voti di operai e impiegati che nelle elezioni precedenti avevano votato per partiti democratici, socialisti, comunisti e liberali. Per evitare questi esiti occorre l’accordo di tutti i protagonisti della vita politica nel mantenere la democrazia come una casa di vetro, in modo che ogni cittadino sia messo nelle condizioni di controllare e, se lo ritiene, partecipare con coscienza e conoscenza. In questo modo la democrazia vive tutta la settimana e non solo la domenica quando si vota.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

Tory e Labour sottobraccio alla sconfitta. In Gran Bretagna vincono gli indipendentisti

di Emilia Graziani

Da LONDRA – Queste elezioni europee segnano in Gran Bretagna un inatteso cambiamento. Apparentemente siamo stati testimoni di uno sconvolgimento così eclatante che persino i solitamente rigorosi giornali e le reti televisive della nazione si sono visti obbligati a scegliere titoli a effetto che chiamavano in causa “terremoti politici” (The Guardian), “vittorie destinate ad entrare nella storia” (BBC News) e “partiti terrorizzati dai risultati elettorali” (The Telegraph).
Quanto ci sia di vero e quanto sia stato ingigantito per dare rilevanza alla voce “Europa”, è discutibile. Che agli inglesi i dibattiti sull’Europa interessino meno delle accese discussioni su quante zollette siano ammesse per tazza di the, è ampiamente testimoniato dalla scarsa affluenza alle urne. Infatti, nonostante le elezioni europee siano state anticipate al 22 maggio per farle coincidere con le local elections e i cartelloni pubblicitari che incitavano i cittadini al voto fossero onnipresenti, solo il 36% dei 46 milioni di elettori si è effettivamente presentato ai seggi. Quasi 10% in meno della media europea.
Il risultato, però, non è sembrato affatto sconfortante ai media britannici che immediatamente hanno cantato le lodi del popolo inglese per aver alzato di ben 1,3 punti la percentuale delle elezioni 2009 e aver così spezzato la catena che vedeva l’affluenza alle europee in continuo declino dalla prima elezione nel 1979.
Famosi per il loro pungente senso dell’umorismo, gli inglesi non hanno deluso le aspettative: quei pochi che si sono interessati all’Europa, lo hanno fatto per uscirne decretando la vittoria dell’Ukip, il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito di Nigel Farage, con quasi 28 punti percentuali.
Il programma dell’Ukip prevede l’abbandono dell’unione politica con l’Europa (ma non commerciale, ovviamente), chiusura all’immigrazione, uscita dalla Corte Europea dei Diritti Umani per avere più libertà giuridica contro gli immigrati e una generica (e alquanto astrattamente motivata) riduzione delle tasse.
Sia che lo si definisca un voto di protesta o che si dia la colpa all’ignoranza inglese sulla legislazione europea il risultato parla chiaro e, ancora una volta, la Gran Bretagna si dimostra orientata verso la stretta protezionistica.
E’ un risultato forte, ma per ora solamente simbolico. Infatti, sebbene questa sia la prima volta in 100 anni che sia Tory che Labour vengono sconfitti, concretamente l’Ukip non ha una significativa rappresentanza politica nazionale potendo vantare solo tre rappresentanti alla Camera dei lord e nessuno alla Camera dei comuni.
Le conseguenze che è possibile aspettarsi dalla vittoria anti-europea dell’Ukip riguardano più che altro la direzione politica che dovranno prendere Tory e Labour per evitare che un risultato del genere si ripeta alle elezioni nazionali del 2015.
Il Primo Ministro David Cameron, leader dei Tory, dopo averlo promesso a lungo dovrà effettivamente trovare un modo per frenare l’immigrazione e sottrarsi al Parlamento Europeo senza compromettere le relazioni internazionali; mentre pare più facile il lavoro di Ed Milliband, nuova guida dei Labour, che ancora una volta dovrà far leva sul supporto degli immigrati per ottenere i voti necessari a sconfiggere Cameron.
Niente di rivoluzionario, insomma.
Un risultato elettorale del genere di certo fa notizia, ma onde non fare la proverbiale fine di Pierino col lupo sarebbe meglio valutare le conseguenze concrete di questo segnale politico prima di parlare di terremoti politici, vittorie storiche e risultati terrificanti.

Renzi e Tagliani, buon vento ai naviganti: le nubi sono già più in là

Le nubi si addensano sull’isola del sogno, ma Formentera é corrucciata non si sa per qual suo misterioso pensiero. Forse mi costringe a restare fisso a guardare la televisione con i risultati delle elezioni europee, mentre un vento circolare investe l’isola, cacciando il non piú giovane turista a trovare rifugio tra i commenti sapientucci dei nostri opinionisti intenti e volenti a dire cose perlomeno che suonino intelligenti. Ma la sera in uno splendido ristorante diretto da una signora che sembra uscita pari pari da un film di Almodovar, un discorso serio che la dama comincia e che rivela come anche qui – anzi piú che in Italia- la risposta non poteva essere che quella da molti auspicata: una necessitá di credibilitá e di fierezza contro il catastrofismo degli euro scettici e le tinte cupe di una discesa inarrestabile tra le maledizioni, i ghigni e le minacce dei 5 stelle. Diciamo che, a questo punto, la mia scelta sembra configurarsi – almeno questa é la mia convinzione – come una costante attenzione a un partito a cui va la mia fiducia e che ha espresso un leader che, pur non condividendone le scelte, ha portato a una vittoria che sembrava impossibile ottenere. Allora onore al vincitore, soprattutto perché ha salvato e rilanciato “un’idea di sinistra” o almeno il partito a cui va la mia scelta politica. E di questi tempi non é poco. Saremo vigili affinché le promesse siano mantenute e saremmo lieti se gli amici mi diranno che ho sbagliato. Ma non é questo che voglio e desidero. É ancora la necessitá di proteggere e di lottare per un’idea etica della politica. Si squarciano le nubi sopra il mare che trascolora con riflessi di perla, e mi arrivano le prime notizie di una probabile vittoria al primo turno di Tiziano Tagliani, come si scriverebbe nel vocabolario ripetititivo e poco fantasioso dei politici, “senza sí e senza ma”. Ne sono lieto e sollevato, anche perché la minaccia grillina, cosí cavalcata anche dalla “Ferrara bene”, sembra essersi sgonfiata in una protesta i cui segni si misurano nella eccessivitá degli insulti e delle urla. Fra poco non sentiró piú il vento pettinare le chiome delle palme e non vedró piú i fichi d’India carichi di fiori dai colori prepotenti e decisi; non passeggeró piú su spiagge candide e il mare – “carogna – non mi leccherá piu i piedi” (la citazione è da una frase di Pavese al confino a Brancaleone Calabro). Sará triste, anche perché il mio destino di viaggiatore é stato quello di scoprire e vedere i mari piú belli del mondo senza amarli. Questa volta é diverso. L’Eden mi ha fatto credere o illudere che la follia umana, in fondo, può placarsi in uno scatto di reni e che, purtroppo, non potremmo mai piú vivere nel paradiso. Che resta e deve restare un’utopia e una speranza.

Il triangolo di ferro

Quello che si muove nelle politiche scolastiche di casa nostra pare sempre più non essere tutta farina del nostro sacco. Il triangolo di ferro, usato come metafora per la prima volta dagli analisti politici americani, si è allargato a macchia d’olio nel mondo, fino al mercato dell’istruzione globale.

I triangoli sono i più forti, i più solidi, i più resistenti tra le forme geometriche di base. I cerchi scivolano via, i rettangoli vacillano e i parallelogrammi crollano alla minima provocazione. Ma i triangoli tengono inesorabili ad ogni cambiamento. Ecco perché lo sgabello a tre gambe è robusto, il triciclo stabile e l’antica piramide un trionfo dell’architettura. Se poi il triangolo è di ferro è ancora più duro, più forte e potente. Non a caso per gli analisti politici è la metafora del potere.
Il triangolo di ferro racchiude uno spazio che è praticamente impossibile da penetrare per la gente comune, in modo che le decisioni politiche a favore dei gruppi che contano non siano influenzate dalla pressione esterna del pubblico che ne potrebbe mettere a repentaglio l’efficace conseguimento.
Curiosamente, la metafora del triangolo di ferro è raramente applicata alla politica scolastica, all’istruzione, alla conoscenza. Ma sarebbe davvero da miopi non avvedersi dei segnali che ormai in diversa misura vanno disegnando i sistemi scolastici del mondo globalizzato, sempre più ingabbiati in un triangolo di ferro dalle dimensioni mondiali.
«Grazie del vostro interesse per il principale marchio dell’industria dell’istruzione!»
Così si presenta nel proprio sito web l’Educate, Inc. La compagnia che incorpora politici, universitari e finanzieri privati, di vario genere e provenienza, nel nuovo mondo dell’industria dell’istruzione, della conoscenza, dell’editoria e dell’informazione.
Quali sono le conseguenze dell’enorme crescita di queste compagnie multinazionali?
Solo alcuni anni fa poteva essere ancora difficile misurarne i reali effetti, limitandoci a intuire i prevedibili esiti. Oggi sono sotto gli occhi di tutti, sono quelli di un triangolo di ferro che nell’era della globalizzazione erode spazi ai governi dei singoli paesi, all’autonomia delle scuole, ai diritti degli studenti e delle loro famiglie.
Tutta l’industria della conoscenza globale manifesta chiaramente un unico e inequivocabile indirizzo, quello di uniformare il più possibile l’istruzione e la cultura, in funzione dei profitti da ricavare sul mercato scolastico, dall’uso e dalla produzione internazionale di test, di banche dati, dalla pubblicazione dei libri di testo per il mercato mondiale.
Assistiamo alla crescita di un commercio sempre più controllato dalle corporazioni del profitto scolastico. In definitiva il mercato globale della scuola, dell’editoria, dell’informazione e gli interessi delle compagnie che lo gestiscono finiscono per incidere prepotentemente sulle scelte e sulle politiche dei singoli Stati, che rischiano di restare stritolati tra i lati del triangolo di ferro.
La Pearson, multinazionale angloamericana dei media, leader mondiale dell’editoria e delle banche dati per l’istruzione, ha sede in Inghilterra. Con lo slogan ”Imparare sempre” e con oltre ventinovemila dipendenti è presente in sessanta paesi, tra cui l’Italia. Del gruppo Pearson fanno parte il Financial Times e giganti dell’editoria mondiale come Penguin, Dorling Kindersley, Scott Foresman, Prentice Hall, Addison Wesley e Longman, ampiamente conosciuti anche da noi, almeno attraverso i loro siti internet.
La Pearson fornisce test e software per l’apprendimento agli studenti di tutte le età e di tutto il mondo, esercita, inoltre, un ruolo rilevante nel mondo dell’Ocse-Pisa.
Oggi, secondo la descrizione fornita dalla stessa azienda, i suoi test servono l’industria delle tecnologie dell’informazione e della certificazione professionale, la concessione delle licenze e i controlli di mercato. Dai centri operativi degli Stati Uniti, del Regno Unito, India, Giappone e Cina, l’azienda offre una varietà di servizi per il mercato della valutazione elettronica.
Si va dai test on line per l’ammissione a college e università, ai test per la patente, fino all’occupazione, alle risorse umane e sicurezza, ai servizi finanziari, alla medicina e sanità. Ancora le assicurazioni, i servizi legali, immobiliari, perizie, controlli e monitoraggi.
La Pearson edita The Learning Curve, il rapporto annuale sull’andamento dell’apprendimento nel mondo dall’infanzia all’età adulta, redatto dall’Economist Intelligence Unit. Un’indagine comparativa condotta fra i sistemi scolastici di oltre 50 paesi.
Il valore di mercato che l’istruzione può fornire attraverso l’apprendimento delle competenze è enorme. L’ Ocse stima che la metà della crescita economica dei paesi sviluppati negli ultimi dieci anni discende dall’ aumento delle competenze. Individuare il modo migliore per fornire le abilità di base agli studenti è, quindi, per il mercato mondiale una questione di rilevante importanza.
The Learning Curve 2014, pubblicato lo scorso otto maggio, fa il punto su cosa devono apprendere i paesi per inculcare nei loro studenti le competenze rilevanti per l’economia, come mantenerle e accrescerle negli adulti.
Per il mercato sono vincenti i sistemi educativi che mandano a scuola i bambini presto e dove è alta la pressione delle famiglie e della comunità sociale sulla riuscita del loro rendimento. Anche quando l’istruzione primaria è di alta qualità, le competenze declinano in età adulta, se non sono utilizzate regolarmente. Ciò che conta sul mercato del lavoro non è il numero degli anni trascorsi sui banchi di scuola, ma la qualità delle competenze apprese, che dipende dalla preparazione degli insegnanti.
I paesi asiatici come la Corea del sud, il Giappone, Singapore e Hong Kong che hanno scalato la classifica del Learning Curve Index 2014, scalzando dalla vetta la Finlandia, hanno sistemi scolastici fondati sull’apprendimento meccanico. Gli alunni della Corea del sud, due volte a semestre, sostengono esami che per essere superati richiedono di mandare a memoria da sessanta a cento pagine di nozioni.
Di fronte a questi dati, per tornare alle vicende di casa nostra, sorge il sospetto che l’intenzione annunciata dal nostro ministro Giannini, di anticipare a cinque anni l’ingresso nella scuola primaria e quella, condivisa con il ministro Carrozza, di ridurre a quattro il curricolo delle scuole superiori, anziché essere l’esito di una rigorosa e approfondita ricerca sulle reali necessità del nostro sistema formativo, sia invece espressione della dipendenza anche del nostro Paese dal potere pervasivo del triangolo di ferro che ormai conduce il gioco dell’istruzione mondiale. Non ci resta che attendere il ritorno all’apprendimento a memoria.

Una ragionevole passione per il rinnovamento

I risultati elettorali hanno segnalato la voglia di rinnovamento senza salti nel buio e di nuove ragioni di passioni pubbliche. Non si può vivere senza un progetto, né come individui, né come comunità.
L’adesione ad un progetto di riforma della politica e di rilancio di uno sviluppo economico e sociale all’interno di uno scenario europeo, non annulla, però, né i problemi del rapporto tra politica e cittadini, né i vincoli di bilancio. Sul primo aspetto, serve onestà e trasparenza e la volontà di eliminare lo stigma di un’Italia corrotta che compromette la reputazione del nostro Paese.
Su entrambi i punti è necessaria la capacità di inventare nuove modalità di attivare risorse, finanziarie e sociali.
Di fronte alle pastoie di una burocrazia che alimenta la corruzione, la politica e le amministrazioni debbono ritrovare linfa fresca e fantasia. Servono idee prima che risorse e servono nuovi modi per sollecitare progettualità. Occorre guardare oltre il cortile di casa. La rete insegna che la condivisione può rappresentare il volano di iniziative economiche fondate sull’innovazione e sull’integrazione di competenze.
Oltre il demagogico richiamo a capacità taumaturgiche per la democrazie, Internet è una fonte di esempi virtuosi. Uno di questi è la pratica del crowdfunding, vale a dire la possibilità di raccogliere finanziamenti per progetti con una sorta di azionariato diffuso. La piattaforma più famosa è Kickstarter, un sito web che facilita l’incontro tra domanda di finanziamenti da parte di chi promuove progetti innovativi e l’offerta di denaro da parte di finanziatori che investono nei progetti stessi.
Il crowdfunding è un processo collaborativo finalizzato a sostenere progetti innovativi, è una pratica di micro-finanziamento dal basso che può essere riferita ad iniziative diverse, dal sostegno all’arte e ai beni culturali, all’imprenditoria innovativa, alla ricerca scientifica e all’educazione. Un numero crescente di soggetti istituzionali come comuni, enti se ne sta servendo per finanziare iniziative rilevanti per la comunità. Il crowdfunding supera la separazione tra le sfere del privato, del pubblico e dell’impresa, in vista di un bene comune. Emerge un’economia civile, supportata dal web, che fonde sfere tradizionalmente distinte della società civile, del mercato e dello Stato.
La collaborazione di tanti può generare servizi in modi che né il Pubblico, né il Mercato da soli sono stati in grado di realizzare. Non a caso il Festival dell’Economia di Trento e quello dell’Antropologia di Pistoia dedicano l’evento di questo anno al tema dei beni comuni.
Un piccolo esempio riguarda il coinvolgimento dei cittadini nella realizzazione di azioni che potrebbero migliorare la qualità della vita della comunità. All’uscita dei supermercati inglesi si trovano tre bussolotti trasparenti, ognuno porta una scritta che indica la finalità della donazione e che contiene le fiche che alla cassa i consumatori ricevono in proporzione alla cifra della spesa. Ad esempio, un bussolotto indica: per rinnovare le attrezzature della palestra della scuola media, un’altra dice: per aumentare la dotazione della biblioteca del quartiere, un’altra ancora: per acquistare nuove panchine nei giardini. Per inciso, nei bussolotti trasparenti sono visibili anche banconote.
Tutti progetti realizzabili con spese modeste. I consumatori trovano poi poco sopra le fotografie relative ai progetti realizzati con la raccolta dell’anno precedente. Perché non finanziare così interventi per contrastare il disagio giovanile?
Sarebbe un grande vantaggio per tutti, se non altro eviterebbe la farsa delle raccolte bollini e dei premi fedeltà che, come è noto servono solo a fare marketing e consentono alla distribuzione di guadagnare due volte, con la spesa immediata e con la cifra pagata per ricevere i premi inseriti nel catalogo.

Maura Franchi (Sociologa, Università di Parma) è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Marketing del prodotto tipico, Social Media Marketing. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

A Ferrara Tagliani fa il bis, i grillini fanno flop

Il vincitore è indubbiamente il sindaco uscente Tiziano Tagliani che, senza necessità di prove d’appello, rinnova il suo patto quinquennale con gli elettori ferraresi. La sconfitta è certamente Ilaria Morghen: aspirava a mettere fine “a settantanni di dominio democristiano” (sic) e invece si deve accontentare di un risicato 16% e del terzo posto, alle spalle di un tonico Vittorio Anselmi, l’architetto di Forza Italia che la sopravanza di oltre un punto percentuale.
E’ una vittoria piena, quella del rinnovato sindaco, che personalmente incassa il 55% dei consensi. In città, però, alle amministrative il Pd perde ben 5 punti rispetto alle europee (47 contro 52%). Per il passaggio del turno senza supplementari, pesante risulta l’apporto della neo-costituita lista “Ferrara concreta”, composta da un folto drappello di ex berlusconiani: il consenso va oltre un sorprendente 4%, che la qualifica come seconda compagine di giunta.
Fra i ‘civici’, bene Rendine che raccoglie più del 3%, verosimilmente anche per effetto di una propaganda elettorale passata non inosservata, mentre Fornaro, forse anche zavorrato da dogmi e ombre di taluni suoi sostenitori politici, si ferma un punto più sotto.

E adesso Renzi può: sguardo a sinistra e occhio al nuovo Presidente

Adesso Renzi può. E deve. Può forzare sulle riforme. E decidere di mandare a casa il Parlamento se dovesse avvertire il rischio di trappole o ricatti, forte della prospettiva di riuscire a mettere all’incasso – in termini di deputati e senatori – il plebiscito popolare emerso dalle urne europee. Saldo in Italia, emergente agli occhi del consesso internazionale, con l’impulso del semestre italiano alla guida dell’Ue, può accreditarsi anche come leader continentale, motore propulsivo del rinnovamento di strategie politiche e visioni comunitarie e persino come elemento di mediazione fra i partner, in ispecie fra tedeschi e francesi.

Ha grandi opportunità, il leader del Pd, enormi responsabilità e zero alibi. Annotazione, quest’ultima, che non dovrebbe preoccuparlo (perché a suo onore va detto che alibi non ne ha mai accampati). Fra le responsabilità che gli competono c’è anche quella di riflettere sulla composizione della sua compagine di governo. Gli elettori hanno cancellato Scelta civica e ridimensionato le ambizioni del Nuovo centrodestra. Considerando l’innaturalità di questa alleanza e il suo carattere sempre definito ‘necessitato e transitorio’, farà bene, Renzi, a cominciare a valutare intese diverse, guardando a sinistra, cioè a quel mondo di cui anche il Pd, ancorché in termini di moderazione, è e resta espressione.

In questo senso, superando sia pure a stento il quorum, il cartello di partiti, movimenti e intellettuali aggregati attorno a ‘L’altra Europa’ ha fornito un, sia pur timido, segnale di vitalità, smentendo le previsioni di coloro che ne vaticinavano il sostanziale azzeramento. Invece, in questa nuova e più mite temperie, anche le istanze radicali di cambiamento dovrebbero assumere vigore e trovare un’adeguata rilevante collocazione in un ambito di confronto che non può prescindere da urgenze dettate dalla drammaticità dei problemi in campo (il lavoro, la tutela dei diritti fondamentali di cittadinanza, la salvaguardia dell’ambiente, la riforma del sistema giudiziario, il rilancio della rete educativa e delle agenzie preposte alla trasmissione del sapere, la riaffermazione di un solido concetto di bene comune in termini coscienza civica, il recupero del valore della partecipazione e la pratica della cittadinanza attiva…). La radicalità delle istanze propugnate da chi sta a sinistra del Pd, servirà a tener ben ferma la barra di comando sull’asse valoriale e a propiziare soluzioni conformi ai bisogni e alle attese.
Con interesse andranno osservate le dinamiche interne al Movimento 5 stelle, a livello di aderenti e di rappresentanze parlamentari: anche lì ci sono risorse per ora mantenute in naftalina che si spera possano concorrere con intelligenza, onestà e passione al rinnovamento.

Per quanto riguarda lo scenario politico, la prossima mossa attesa, a questo punto, è quella delle dimissioni del capo dello Stato. Il voto del 25 maggio consegna al nostro Paese un quadro di ritrovata stabilità e una chiara indicazione di scelta da parte degli elettori.
Il (secondo) mandato straordinario di Giorgio Napolitano perde la sua ragione costitutiva. Ora il presidente della Repubblica, a volte lodato, più spesso di recente biasimato – non senza ragione – per atti talora ambigui o discutibili, può ritirarsi ottenendo, in questo clima, il plauso e la gratitudine della nazione. Fino a qualche giorno fa questa evenienza era tutt’altro che scontata, perlomeno in tempi serrati.
Chi sarà il successore? Renzi punterà di nuovo su Prodi, sapendo che i 101 con una pistola alla tempia stavolta non faranno scherzi? Oppure sceglierà una figura diversa, con una storia politica meno connotata, emblema di un’Italia che cambia? Non attenderemo molto per scoprirlo.

Un uomo solo al comando

All’apertura delle urne dopo le elezioni di domenica 25 maggio gli aggettivi si sprecano per definire i risultati. Comunque la sorpresa è grande.
In Italia si è votato per il rinnovo del Parlamento europeo, ma anche in due Regioni (Piemonte e Abruzzo), in 4.098 Comuni e 29 capoluoghi di provincia. Il dato europeo ha smentito ogni previsione e sondaggio. I motivi sono tanti e a urne ancora calde è possibile dirne solo alcuni.

Innanzitutto il dato dell’affluenza italica, con un calo di circa otto punti percentuali. Alle precedenti europee infatti votarono il 66,43 per cento, mentre ora il numero si ferma al 58,69.
Ma soprattutto ha spiazzato tutti il risultato del Pd, con il 40,81 per cento. Quasi il doppio rispetto allo spauracchio Grillo, fermatosi al 21,16, e ben più del doppio di Forza Italia che non è andata oltre il 16,8. Girano già le prime considerazioni sui flussi elettorali.

Il partito di Renzi guadagna 2,5 milioni di voti rispetto alle politiche del 2013 e in particolare ne sussumerebbe un milione da M5S, oltre un milione da Scelta civica (presentatosi come Scelta europea e ora praticamente scomparso con uno 0,71) e 430mila dal partito di Berlusconi.
Quest’ultimo riporta una secca sconfitta, perdendo per strada due milioni e 750mila voti rispetto l’anno scorso, dei quali 1,750mila sono attribuiti all’astensionismo di un elettorato che non ha creduto all’ennesimo miracolo dell’ex cavaliere, 470mila finiti all’Ncd di Alfano (fermatosi al 4,38 per cento) e, appunto, 430mila migrati verso Renzi.
Secondo diversi commentatori sarebbe la prima volta che si registra, almeno negli ultimi anni, una mobilità dell’elettorato di una certa consistenza da un fronte all’altro, rispetto ad assetti finora blindati e che, in momenti di incertezza, semmai trovavano parcheggio nell’astensione.
Rimane, più o meno, il solo direttore de Il giornale, Alessandro Sallusti, a scrivere del “miracolo di tenere in vita e in gioco il mondo dei liberali”. Il ragionamento, seguito da altri, è che se si sommano i voti di Fi, Ncd e Fratelli d’Italia (3,66), il numero è sostanzialmente identico all’ultimo PdL.

Ma così non si va all’origine delle varie divisioni e la spiegazione della corsa alle poltrone, da sola, non convince per dare ragione in profondità di un disegno che, se non si vuole arrivato al capolinea, dimostra la necessità di una decisa regolata.
Per contro il Pd di Renzi stravince, con risultati che non si vedevano dai tempi della Dc. Il paragone non è fuori luogo, visto che in molti fanno notare che è il partito del presidente del Consiglio che vince, il quale vede rafforzata la propria leadership interna e ha ora, sia pure in modo indiretto, quella legittimazione popolare che finora in molti gli hanno contestato per il modo col quale è approdato a palazzo Chigi.

E adesso? Bisognerà vedere se l’ex sindaco di Firenze vorrà passare a breve all’incasso di questo largo consenso, in buona parte personale, in chiave nazionale.
Intanto però se da un lato esce rafforzata la sua azione di governo, dall’altra ombre si infittiscono sul cosiddetto patto del Nazareno, siglato con Berlusconi per una nuova legge elettorale e la riforma della Costituzione. Accordo definito pensando che Pd e Forza Italia fossero i primi due della classe per far fuori Grillo e compagnia.
Adesso che lo spettro azzurro di retrocedere nettamente a terza forza della politica nazionale si è materializzato, tutto può tornare in altomare e a quel punto l’intera architettura istituzionale potrebbe non avere più i numeri. A meno che, nel frattempo, la secca battuta d’arresto di Grillo e Casaleggio non provochi uno smottamento nel movimento, già a partire dalle aule parlamentari.
Le frasi ripetute di chi ricorda che il comico genovese si sarebbe ritirato in caso di sconfitta potrebbero avere questo significato.

Alzando poi lo sguardo sul contesto continentale, mentre un killer semina morte al museo ebraico di Bruxelles, mentre in Polonia scompare a novant’anni il generale Jaruzelski, mentre in Ucraina perde la vita il reporter italiano Luca Santese e mentre papa Francesco in Terra Santa semina parole di pace e appoggia il capo pregando sul muro della vergogna che separa israeliani e palestinesi, le elezioni europee hanno visto rialzare la testa partiti euroscettici, populisti e xenofobi. Dal successo di Marine le Pen in Francia, alla Danimarca, fino all’ingresso in Parlamento di un esponente neonazista, eletto per la prima volta in Germania dopo l’abrogazione della soglia del 5 per cento che impediva l’accesso a Strasburgo dei partiti minori.

Il tutto mentre i dati darebbero un Parlamento europeo a trazione Ppe e con un’Eurozona sempre più stanca della sola linea dell’austerità, la quale produce alla fine questi risultati dalle urne.
E pensare che il Parlamento di Strasburgo uscito dal Trattato di Lisbona nel 2007 dà la possibilità, per la prima volta, di contare di più per la scelta del presidente della Commissione europea. Sarà sempre il Consiglio europeo ad indicarne il nome, ma adesso lo dovrà fare tenendo conto dei risultati elettorali e il candidato prescelto dovrà ottenere la fiducia del Parlamento.
È poco? È tanto? Di certo, almeno in Italia, se n’è parlato poco in una campagna elettorale all’insegna di una politica costantemente con l’amplificatore a tutto buco e intenta a misurare gli equilibri interni.
Il semestre di Presidenza italiana si avvicina e non sarebbe male mettere a frutto un risultato meno sghembo di altri contesti per guardare più lontano e contribuire a rimuovere le radici pericolose di un euroscetticismo diffuso, che per molti versi suona come un campanello d’allarme da analizzare e ascoltare molto attentamente.

Pepito Sbazzeguti

L’Europa che vorrei nel segno di Bassani, Berlinguer e Willy Brandt

Da MONACO DI BAVIERA – Devo confessare che ho, per la prima volta dopo tempo, nutrito un po‘ di paura prima delle elezione per il nuovo Parlamento europeo. La rinascita di una mentalità populistica e demagogica contro il progetto di un Europa transnazionale emersa in quasi tutti i Paesi europei ha creato dentro di me il timore forte di un grande riflusso dei sogni della mia generazione, quella che in Germania ha combattuto dure e dolorose battaglie contro l’eredità del nazismo e del fascismo.

In questi anni si è polemizzato con toni duri, aspri e devo dire spesso anche argomenti giusti contro la prepotenza economica della Germania che ha in Merkel l’emblema politico e in Mercedes, Volkswagen e Bmw le principali espressioni di un sistema basato sul capitale. Ma talvolta le polemiche sono state un po‘ forzate e poco sensibile verso quei tedeschi giovani o coloro che hanno una forte volontà di superare il micro o macronazionalismo, attraverso un progetto di un Europa aperto verso il mondo. Anche per questo il risultato delle elezioni che conferma almeno in Germania la debolezza dei partiti di estrema destra è un segno di speranza per tutta l’Europa. La gran parte dei tedeschi ha imparato la lezione sull’orrore di un nazionalismo aggressivo ed arrogante contro gli altri, minoranze etniche o Paesi più deboli che siano.

Vivo a Monaco, la capitale della Baviera, il feudo della Democrazia cristiana. Si tratta di un partito certamente democratico, ma anche sempre molto ambiguo nel rapporto e nella considerazione degli stranieri‚ e devoto agli interessi economici di Siemens, Bmw e delle grande banche. Quel partito da anni egemoniale nel ‘Bel Paese Baviera’, è europeista’ e tifa per Europa solo quando serve ai propri fini e asseconda gli interessi sociali ed economiche dei gruppi che ad esso fanno riferimento.
A queste elezioni europee ha subito un vero terremoto fra i suoi sostenitori con un notevole calo di voti. Gli elettori bavaresi hanno dato al più arrogante e prepotente partito del panorama politco tradizionale della Germania una bella manica di schiaffi. Devo ammettere che questo risultato mi ha dato sollievo.
E‘ pur vero, tuttavia, che ha vinto il Partito di destra, Alternativa per la Germania“ con un sacco di voti raccolti in tutto il Paese, inclusa la Baviera. Ma tutti gli esperti politici prevedono ora un forte confronto dentro questo nuovo partito, fra gli estremisti (anche di stampo nazionalisti sopratutto nella Germania dell’Est) e i moderati di destra. Nessuno puo dire per il momento dove si indirizzerà quel progetto di difesa degli interessi tedeschi. Personalmente ho grande fiducia nelle istituzioni democratiche della Germania e anche nella società civile’ con la sua forte immunità anti-nazista.

Deve restare nella nostra memoria, ha detto una volta Giorgio Bassani, il ricordo di quegli anni drammatici del secolo scorso, perché essa ci trasmette grandi valori umani e civili, che vanno oltre il consumismo e l’egoismo che oggi dominano la vita quotidiana in Germania come in Italia come in tutta l’Europa della cultura e della ragione. Difendere queste radici dalla barbarie di un mondo che considera l’uomo come un semplice oggetto da consumare, è il nostro compito comune». E poi, come a riassunto di tutto ciò che ho detto sull’Europa, potrei richiamare ancora Bassani, quando citava «lo spirito, insieme ebraico e cristiano, ben presente nel mio Romanzo di Ferrara… In questo libro c’è il mio messaggio all’Europa, il senso profondo del mio impegno morale e civile».
Non a caso, dopo la sua morte, la critica, anche tedesca, ha riconosciuto nell’opera di Bassani un fondamento importante della cultura europea. Forse talvolta troppo astratto e idealistico nell‘affrontare alcuni grandi problemi della contemporaneità, come l‘emigrazione di massa, la disoccupazione, la dilagante precariato in tutti i Paesi europei (fortissimo in Germania ). Ma senza sogni trascinanti, senza visioni che orientino la concretezza del fare, senza un progetto comune (che – pur con tutti i limite – è e resta l‘Europa ) non si puo fare politica. Non è solo una semplice postfazione: Berlinguer è morto durante una manifestazione del suo partito per le elezioni europei proprio trent’anni fa e Willy Brandt ha lottato tutta la sua vita per un progetto post-nazionalista e democratico dopo i disastri storici del secolo scorso. Berlinguer e Brandt restano per me rappresentanti dell‘Europa che vogliamo.

Gandhi

Gandhi: perché la gente grida

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:
“Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?”
“Gridano perché perdono la calma” disse uno di loro.
“Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?” disse nuovamente il pensatore.
“Bene, gridiamo perché desideriamo che l’altra persona ci ascolti” replicò un altro discepolo.
E il maestro tornò a domandare: “allora non è possibile parlargli a voce bassa?”
Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore.
Allora egli esclamò:
“Voi sapete perché si grida contro un’altra persona quando si è arrabbiati?
Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto.
Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare.
Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’uno con l’altro.
D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente.
E perché? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola.
A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano solamente sussurrano.
E quando l’amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E‘ questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano.”
Infine il pensatore concluse dicendo:
“Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare.”
(Gandhi)

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Videoarte e match relazionali in mostra nella Palazzina Marfisa

Si intitola “Lovers” la collettiva di opere di videoarte in mostra nella Palazzina Marfisa, a Ferrara in corso Giovecca. Un’occasione per vedere i video dedicati alle relazioni e firmati da una ventina di artisti internazionali negli spazi della dimora di Marfisa d’Este, nipote del duca di Ferrara Alfonso I. Amante delle arti e mecenate, Marfisa in questo palazzo ha abitato e scelto di restare fino alla fine dei suoi giorni nonostante la “devoluzione”, cioè nonostante il fatto che la mancanza di eredi legittimi del suo casato abbia fatto sì che Ferrara passasse dal ducato della famiglia estense al dominio dello Stato Pontificio.

Ora, stanza dopo stanza, i monitor mettono in scena ventuno video sui rapporti emotivi che fanno parte della collezione Videoinsight, firmati da video-artisti affermati. Organizzatrice della rassegna nel palazzo – ora parte del polo museale cittadino – è Rebecca Russo, psicoterapeuta, collezionista d’arte e presidente della Fondazione Videoinsight, che propone l’uso di arte e immagine video come forma terapeutica (progetto “Art for care”).

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Fotogramma del video “Io-io” di Maurizio Camerani

Sugli schermi si alternano immagini girate all’interno di paesaggi nordici, i movimenti marziali di un uomo e della sua ombra (Io-io di Maurizio Camerani), il dialogo conflittuale tra Salomè e la testa di Giovanni Battista (Together Forever di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini). Tema conduttore è sempre quello delle relazioni, che possono essere d’amore, odio o anche relazioni interiori con tra le diverse componenti di una personalità.

Quando si esce dal palazzo, vale la pena di fare una piccola passeggiata nel suo giardino. Di là dalla siepe risuona il tong-tong delle palline da tennis del confinante circolo Marfisa, frequentato già da Giorgio Bassani e Michelangelo Antonioni.

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Giorgio Bassani al Tennis club Marfisa

Due artisti che rimandano ancora all’immaginario cinematografico e al suo legame con Ferrara e, in particolar modo, con il tennis che in prossimità di questi spazi si gioca e si giocava. Il rumore della partita e il verde del parco fanno venire in mente inevitabilmente il Giardino dei Finzi Contini (1970) con la bella Micol e il fratello Alberto che giocano e si relazionano nel campo della loro villa. E il fatto di sentire il rumore dei giocatori senza poterli vedere sembra una citazione del finale di Blow up (1966), uno dei film-chiave di Michelangelo Antonioni, che si conclude proprio con la partita di tennis giocata da una compagnia di mimi, che entrano in campo senza palle né racchette, sotto gli occhi del protagonista che segue con lo sguardo la traiettoria della pallina immaginaria fino ad arrivare a sentire il rumore dei colpi delle inesistenti racchette.

Immagini in movimento e match relazionali ricchi di tante associazioni e sensazioni in questo tuffo tra arte, cinema, letteratura, storia e giardino.

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“Together forever” di Mocellin e Pellegrini

 

Le opere sono di Ivan Argote (Colombia), Maurizio Camerani (Italia), Canan (Turchia), Keren Cytter (Istraele), Nathalie Djurberg (Svezia), Mariana Ferratto (Italia), goldiechiari (Italia), Polina Kanis (Russia), Ragnar Kjartansson (Islanda), Elena Kovylina (Russia), Katarzyna Kozyra (Polonia), Petra Lindholm (Finlandia), Ursula Mayer (Austria), Masbedo (Italia), Ottonella Mocellin – Nicola Pellegrini (Italia), Agnieszka Polska (Polonia), Ra di Martino (Italia), Melati Suryodarmo (Indonesia), Eulalia Valldosera (Spagna).

“Lovers”, Palazzina Marfisa d’Este, corso Giovecca 170, Ferrara. Fino al 15 giugno, ore 9.30-13 e 15-18.

Il politologo Pasquino: “Il voto conta, l’astensione no. Fuori dall’euro? Una stupidaggine”

di Jessica Saccone

Quest’anno, per la prima volta, oltre agli eurodeputati si elegge anche il presidente della Commissione europea. Lo slogan della campagna del Parlamento europeo per invitare i cittadini a recarsi alle urne il 25 maggio è stato, infatti, “This time is different”. Perché questa volta è diverso? Qual è la portata del cambiamento? Lo abbiamo chiesto al noto politologo Gianfranco Pasquino, docente dell’ateneo bolognese.
Certamente il fatto che ci siano dei candidati alla presidenza della Commissione europea è un passaggio importante. Da quasi 15 anni molti che hanno un ruolo in Europa ritengono sia giusto che i cittadini eleggano il presidente. Questa non è una situazione di elezione diretta tuttavia, perché bisogna tenere conto dei risultati. Toccherà infatti ai vari capi di governo in sede di Consiglio europeo suggerire chi dovrà essere il presidente, poi il parlamento ratificherà. Certo, sarebbe meglio se il presidente fosse anche il capo di uno schieramento che ha già una maggioranza in Parlamento, però nessuno l’avrà, quindi ci sarà un accordo tra social democratici e democristiani.

In questa interminabile fase di crisi quali provvedimenti potrebbe e dovrebbe adottare l’Unione europea per propiziare un credibile rilancio?
La crisi non è il prodotto delle economie europee, ma solo parzialmente il risultato di errori economici di alcuni Paesi dell’Unione. La crisi, che arriva dagli Stati Uniti, ha certamente una componente economica molto rilevante, legata soprattutto alle leggi, alle direttive europee e a come sono state applicate. Non c’è una politica economica comune, sebbene ci sia l’unità monetaria. Alcune istituzioni europee sono lente nel loro funzionamento e non hanno forse sufficienti poteri nei confronti degli Stati nazionali, che vogliono mantenere una loro sovranità. I passaggi futuri dovranno essere certamente un’omogenizzazione economica e maggior efficienza delle istituzioni.

In questo periodo, in relazione all’Europa, si è dibattuto spesso di politiche di difesa centralizzate a livello comunitario e di coordinamento degli interventi di contrasto alla criminalità organizzata. Qual è il suo pensiero in merito e quali altri temi indicherebbe nell’agenda politica dell’Unione?
Bisogna riuscire ad applicare un principio tanto sbandierato: sussidiarietà. Agli Stati nazionali spetterebbero quelle competenze che sono capaci di esercitare, mentre l’Ue dovrebbe acquisire tutte le altre. Sarebbe auspicabile una concentrazione dei poteri nelle mani dell’Ue e quindi della Commissione, cioè del governo, stimolata dal Parlamento, e una diffusione delle competenze appunto ai vari Stati nazionali. Questa operazione è complessa, ma la strada della sussidiarietà è quella da percorre, in un sistema politico che credo diventerà federale.

Si avverte in giro molto scetticismo. Secondo il sondaggio dell’Istituto Demopolis , 20 milioni di italiani potrebbero restare a casa il 25 maggio: un dato senza precedenti per il nostro Paese. L’astensione dovrebbe restare più contenuta nelle regioni del Centro Nord, grazie al traino delle Amministrative, ma appare in crescita al Sud e soprattutto nelle Isole. Cosa si dovrebbe fare per contrastare questa deriva?
Votare è importante. Il voto conta, l’astensione no. Il livello di partecipazione degli elettori in questo caso è determinato dall’interesse verso l’Ue, che dovrebbe essere alimentato dai partiti. Il problema è che i partiti non sanno condurre campagne elettorali e non sanno scegliere candidati capaci di spiegare che cos’è l’Europa, facendone comprendere non solo la necessità ma soprattutto l’utilità. L’Italia senza l’Europa sarebbe già sprofondata nel Mediterraneo. Auspico nel rinsavimento degli ultimi giorni e che soprattutto gli elettori non scelgano solo se andare a votare o meno, ma anche per chi.

L’elenco dei sei candidati alla presidenza della Commissione è pronto. Non tutti i partiti appoggiano un candidato, dal momento che alcune forze (come il Movimento 5 Stelle in Italia) non hanno stretto alleanze a livello europeo. Mentre altri partiti (in primis l’Efa che fa capo a Marine Le Pen o la Lega Nord) hanno deciso di non candidare nessuno, per non legittimare un’istituzione, l’Unione Europea appunto, che non riconoscono. Come interpreta questo rifiuto?
Se fosse una posizione razionale, risponderei in maniera razionale. Dove saremmo se non ci fosse l’Europa? Chiederei loro quali sarebbero i vantaggi nel ritornare agli Stati nazionali. La sola idea evoca il nazionalismo, che è stata una forza dirompente negativamente nel contesto europeo. Bisogna perciò fare appello a valori che hanno una componente emotiva: l’Europa ha garantito la pace, la prosperità; e anche se gli ultimi 5 anni sono stati difficili, resta un polo di attrazione anche per altre realtà nazionali, è uno spazio di libertà dove non si applica per esempio la pena di morte. Ricordo a costoro che i loro figli avranno un futuro migliore anche grazie all’Europa. Se acquisiscono una istruzione adeguata possono anche sfruttarla in qualsivoglia Paese dell’Unione. Bisognerebbe perciò controbattere con argomentazioni non emotive, perché io credo la politica si faccia con la testa e non con la pancia.

Il Tribunale di Venezia ha rinviato alla Corte Costituzionale la legge elettorale per le europee per soglia di sbarramento del 4%. La ritiene una limitazione?
Penso che se non ci fosse la rappresentanza dei partiti risulterebbe eccessivamente frammentata. Dovrebbe esserci la ricerca di una maggiore coesione tra i partiti. Tutti astrattamente avrebbero diritto di essere rappresentati e di potersi esprimere, ma siamo consapevoli che è necessario ragionare nella logica delle coalizioni per garantire la governabilità. Quindi accetto la soglia come strumento che incoraggia le aggregazioni.

Secondo i sondaggi, il Pd è primo partito, inseguito da M5S e ben distante da Forza Italia, che è sotto la soglia del 20%. Secondo lei, quello per le europee sarà anche un voto sul governo?
Quando vota un elettorato nazionale, esprime anche delle valutazioni su quelle che sono le dinamiche del proprio Paese. Le conseguenze sul quadro politico sono però limitate. Non viene chiesto agli italiani se mandare a casa il presidente della Repubblica o se vogliono un nuovo governo. I partiti tuttavia ricevono dei messaggi importanti. Vedremo se il Pd sarà il primo, se Berlusconi raggiungerà il 20%, se il Movimento 5 stelle è al 25 % o addirittura sopra. Tutte queste variabili dipendono dagli elettori.

Renzi ha detto che è “sconclusionato chi vuole uscire dall’euro”. Cosa ne pensa?
Io credo che abbandonare l’euro sia una stupidaggine. Dal punto di vista politico sarebbe un messaggio pessimo all’Europa, perché diremmo che, a differenza di altri Paesi, noi non siamo in grado di funzionare con l’euro. Tornando alla lira, inoltre, avremmo una moneta esposta a speculazioni internazionali e più debole dell’euro. Perderemmo pure potere d’acquisto. E’ una proposta irrazionale, che non a caso proviene da partiti come quelli di Grillo e di Salvini, che in chiave europea sono certamente i più stravaganti.

[© www.lastefani.it]

L’economista Zamagni: “La politica torni il regno dei fini, il mercato il regno dei mezzi”

di Jessica Saccone

Queste elezioni Europee hanno evidenziato segnali di una possibile deriva populista da un lato e di una spinta radicale dall’altro. A Stefano Zamagni, ordinario di Economia politica dell’Università di Bologna, qualificato osservatore delle vicende politiche, abbiamo chiesto una valutazione degli scenari futuri.
Renzi ha già sottolineato che l’Italia non sarà ostile, ma neanche suddita dell’Ue. Significa che in futuro non ci sentiremo ripetere “l’abbiamo dovuto fare perché l’ha chiesto l’Europa”?
Il problema oggi è quello di avviare un processo per il quale la politica torni ad essere il regno dei fini e il mercato il regno dei mezzi, e non il contrario. La globalizzazione, che non è stata ben gestita, ha invece comportato un’inversione e quindi un adeguamento alle logiche di mercato. Questo non succede solo in Italia, come purtroppo la cultura provinciale diffusa porta a pensare, ma anche negli Stati Uniti e persino in Germania. Oggi, partecipare alle elezioni europee significa fare in modo che gli elettori maturino la consapevolezza che non si può andare avanti così. Le conseguenze nefaste dell’austerity che subiamo sono state determinate dalla prima e seconda battaglia di Maastricht, durante le quali vennero compiuti degli errori. Ci si era illusi, infatti, che con la moneta unica e l’integrazione economica dei mercati, sarebbero arrivate anche quella sociale e politica, ma così non è stato.

Nel secondo semestre del 2014 l’Italia presiederà il governo dell’Unione. Crede si possa prefigurare una sostanziale correzione di rotta rispetto al rigore imposto dalla Merkel?
Io penso e spero di sì. Il governo Renzi sta cercando di rovesciare il legame di causalità tra sfera economica e sfera politica. Già in questi primi tre mesi il premier sta tentando di contrastare i poteri forti della burocrazia, della finanza, ha raddoppiato la tassazione delle banche, ha falcidiato gli stipendi degli alti burocrati, ha detto no alla concertazione con i sindacati. Se Renzi riuscirà a resistere e si affermerà in Europa, rovescerà quel legame di subalternità della politica rispetto all’economia.

Il cittadino italiano ha spesso avuto un rapporto controverso con l’Ue. L’introduzione dell’Euro, la crisi, il patto di stabilità, l’inflazione da regolamentare… Ad oggi, secondo lei, che considerazione ha il cittadino italiano dell’Europa? Si sente parte di essa? O si sente succube?
Il problema è che i cittadini non sono informati. I media non dicono le cose come stanno. Il cittadino capisce perfettamente, ma si sente avulso, a causa della mancanza di investimento nella cultura e dunque nella corretta informazione.

Come valuta l’ipotesi da alcuni partiti formulata di uscire dall’euro? Un sistema finanziario che si regge su una moneta creata dal nulla, sulla quale gli Stati nazionali non hanno alcun diretto controllo è destinato a crollare prima o poi? E il sistema monetario occidentale, non legato all’oro dal 1944, è una immensa truffa, una bolla di sapone basata sul nulla come in tanti sostengono?
Quella di uscire dall’euro è l’esempio più eclatante di ignoranza di natura economica che grida vendetta. Diverso è se non si fosse entrati dall’inizio, ma dopo 15 anni significherebbe provocare conseguenze negative. Chi propone di uscire dall’euro, chiede di ritornare alla lira, con lo Stato italiano che batte moneta, noi che facciamo una svalutazione competitiva e riusciamo a dare respiro alle imprese. Questo però è un discorso demenziale, che durerebbe un anno. Le ritorsioni ci metterebbero in ginocchio.

Cosa ne pensa delle tesi del sociologo Luciano Gallino che parla esplicitamente di “golpe delle banche e dei governi”?
Gallino è un sociologo di valore. Forse per ragioni temperamentali e politiche usa un linguaggio a tinte forti. “Golpe” è un termine mutuato dalla politica. La sfera economica non fa golpe. Credo lui voglia dire, pensiero che condivido, che le grosse banche dettano la linea.

La crisi economica ha spinto l’Ue ad adottare misure sempre più stringenti di coordinamento e controllo sui bilanci degli Stati membri come anche un sistema di vigilanza sui principali operatori economici e finanziari. L’approvazione del fiscal compact a livello intergovernativo e l’operato della ‘troika’ ha però sollevato in alcuni Paesi molteplici riflessioni e proprio di recente il Parlamento italiano ha rilevato la necessità di un maggiore controllo democratico sulle scelte economiche e più poteri di indirizzo sul semestre europeo. Concretamente secondo lei cosa bisognerebbe fare?
La questione dei bilanci è legata alla situazione dei Paesi dell’Europa meridionale, cioè Italia e Grecia. Noi italiani abbiamo peccato creando il debito pubblico, cominciato alla fine degli anni ’70. L’Italia dopo la guerra ha ricostruito se stessa senza debito, anzi, si è addirittura verificato il miracolo economico. Il debito non si è creato per la crescita. E’ solo un atto di egoismo nei confronti delle generazioni giovani. L’Europa dice basta, ma dovrebbe avviare un fondo per l’occupazione, finanziandolo con la tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziare, e un fondo per la ricerca.

Ogni volta che la Bce e i governi hanno varato delle misure anticrisi, esse si sono tradotte in due sostanziali vie: maggiori aiuti alle banche e aumento delle tasse, come ad esempio l’aumento dell’Iva. Come si può avere fiducia in un sistema di questo tipo?
Bisogna fare dei distinguo. L’Iva aumenta in maniera selettiva, cioè su quelle linee di produzione e di consumo che si ritiene di dover penalizzare, mentre su altre si riduce. Nella media ponderata di tutto, complessivamente l’Iva non è però aumentata. L’aiuto alle banche è vero, anche se Draghi ha lavorato bene. Il sistema bancario ha raggiunto dei livelli tali che se va in crisi, il default europeo è assicurato. Draghi applica il principio del binormale, cioè si chiede tra due azioni negative qual è quella che produce il minor male. In prospettiva, le banche perderanno quote di potere, ma non di mercato.

Ci sono segnali abbastanza chiari sulla base dei quali si pensa la crisi si espanderà in tutta Europa, salvando solo la Svizzera e l’Inghilterra (quest’ultima infatti non a caso ha mantenuto la sua moneta, pur avendo il 17 per cento di quote nella Bce). Sarà così?
Questa è fantascienza economica. Chi ragiona così non valuta il lato reale dell’economia, cioè delle imprese. La forza delle Svizzera è legata ai flussi finanziari. Questo processo è già iniziato, dopo averle tolto il segreto bancario, perdendo miliardi. La ricchezza di un Paese dipende dalla creatività. L’Italia è il paese con il più alto tasso di creatività, ma non di innovatività.

L’esito delle elezioni europee contribuirà ad influenzare le scelte e l’assetto della futura governance europea. Anche di quella italiana?
E’ talmente legato ad una pluralità di vicende sul fronte politico, non si possono fare previsioni. Dipende per esempio dal Presidente della Repubblica se, come si vocifera, vorrà dimettersi, dall’esito stesso delle elezioni e dal modo in cui si scioglieranno i nodi all’interno del centro-destra. Credo sia opportuno rafforzare tuttavia il fronte sociale in modo che sia capace di affrontare le vicende e avversità.

[© www.lastefani.it]

Le lancette dell’amore

La notte dell’epifania capita sempre qualcosa: una bambina che nasce, un cane che arriva, i regali di compleanno. Chiamami anche se è notte (Mondadori, 2014) di Michela Monferrini è la storia di una Ragazza che nasce il 6 gennaio 1986, è la storia di vite che si affacciano e di altre che lasciano, ma mai del tutto. È una storia di cose che iniziano e di cose che finiscono, di cose che ‘iniziano perché qualcosa finisce’ di altre che ‘finiscono perché qualcosa inizi’.
Chiamami anche se è notte è scandito in blocchi di vita di Bambina che poi diventa Ragazza, in un tempo che lei misura in un modo speciale perché papà le ha insegnato che esistono orologi speciali, non tutti segnano lo stesso tempo, alcuni vanno per conto loro, seguono un ritmo diverso, si fermano e stanno ad aspettare il momento giusto che arriverà.
Ragazza cresce e si innamora di Ragazzo, è arrivato il momento di consegnare il proprio ‘sacco passato’, è pesantissimo, tutti e due se lo portano dietro da sempre, ha tutto dentro. Tra loro ‘innamorarsi era stato un dialogo così: devo fare una consegna. Anche io. Questo sacco diventa ogni anno più pesante. Anche il mio. A volte ho avuto paura di non riuscire a trovare la persona giusta a cui consegnarlo. A volte ho avuto paura di averla già incontrata e di non averla riconosciuta. Credevo di restare schiacciato sotto il suo peso […]. Volevo il tuo indirizzo e ne ho sbagliati alcuni. Aaddeessoppuuooiiddaarrllooaammee’. Si sentono più leggeri ora che si sono scambiati i fardelli, le spalle possono aprirsi come ali, il passato non è più dietro, è intorno a loro, mischiato.
E le cose che non stanno nel sacco e che hanno perso per sempre l’uno dell’altra? Come faranno a consegnarsele? Ci racconteremo tutto, risponde Ragazzo.
Il sacco passato di Ragazza è pieno di lacrime, quello di Ragazzo no perché non ha mai pianto. Ha lacrime compatte lui, non sgorgano, spuntano solo un po’, se ne stanno lì quasi per sbaglio e non scendono, non ce la fanno perché Ragazzo è un comandante che sa frenare il pianto.
Un giorno, quando Ragazza accudisce Charlie, il cane regalato dai genitori quando aveva dieci anni e che è la memoria degli ultimi quindici anni di vita di Ragazza, anche Ragazzo piange, rovescia il suo sacco di lacrime sul pavimento. Charlie è il fuori sacco, Charlie è il passato di Ragazza quando Ragazzo non c’era. Se Charlie se ne va, pensa Ragazzo, il dolore arriverebbe addosso a Ragazza, magari di notte.
E allora chiamami anche se è notte, che lo puoi dire solo se è vero, solo se sai che sarai lì a rispondere.

Il violino del Padrino e le melodie del dopoguerra

“MUSICI LEGGERI” FERRARESI
OSCAR CARBONI, CARLA BONI E PIERGIORGIO FARINA

Oscar Carboni – Considerato il decano degli interpreti della canzone melodica di origine locale, il ferrarese Oscar Carboni (1914-1996) mosse i suoi primi passi eseguendo serenate su richiesta. Naturalmente dotato di un timbro bellissimo, si impose nel 1939 al concorso per le voci nuove e intraprese la sua attività nell’orchestra di Pippo Barzizza, quindi proseguì la sua carriera alla radio e nel teatro di rivista. Nel 1942, entrò a far parte dell’entourage di Renato Rascel, l’anno successivo fondò una sua compagnia con la cantante Giorgia Valeri, che poi sposò, e alla fine della guerra si trasferì in Brasile, dove rimase sino al 1950. In seguito ha continuato ad esibirsi soprattutto nelle balere, riproponendo con successo i suoi inossidabili cavalli di battaglia: Tango delle capinere, Tango del mare, Firenze sogna, Serenata celeste, Madonna delle rose (canzone con la quale giunse secondo al festival di Sanremo nel 1951).

Carla Boni – Dopo una faticosa gavetta, durante la guerra (negli spettacoli per le truppe italiane e tedesche e successivamente nell’avanspettacolo) Carla Boni (1925-2009) ha raggiunto la notorietà vincendo il festival di Sanremo nel 1953 con la canzone Viale d’autunno. Alla quale hanno fatto seguito nuovi successi come Polvere di stelle, Scandalo al sole, Jezebel, Quando dormirai (dal film Le piace Brahms?) e altri ancora. Il suo matrimonio, nel 1958, con il popolare Gino Latilla è stato una specie di evento nazionale, basti pensare che subito dopo la cerimonia i due sposi sono intervenuti al celebre “Musichiere” di Mario Riva, per cantare insieme il brano dal titolo (appunto) Sposi. La sua più recente e importante stagione artistica risale agli anni Ottanta, con il revival del periodo d’oro della canzone melodica italiana.

Piergiorgio Farina – Nato a Goro (Fe), Piergiorgio Farinelli (1933-2008), in arte Piergiorgio Farina, ha debuttato nel 1968 al festival di Sanremo con la canzone Tu che non sorridi mai, in coppia con Orietta Berti, salendo poi sul medesimo prestigioso palcoscenico anche nel 1975 per la riesecuzione – con il suo strumento prediletto: il violino – di tutti i brani in gara. Ha collaborato con musicisti del calibro di Jean-Luc Ponty, Hengel Gualdi, Joe Venuti; fra i brani che lo hanno reso celebre al grande pubblico sono almeno da ricordare: Speedy Gonzales, Il Padrino (parte II), Diana, In the Mood, Baby Love, Stardust, Venus. Polistrumentista ma virtuoso del violino/jazz, Farina si è cimentato pure in esperienze cinematografiche, ha infatti preso parte ai film L’amore è come il sole (1969) di Carlo Lombardi e Dancing Paradise (1982) di Pupi Avati.

Non mi avete convinto

Grillo si definisce “oltre Hitler”, Berlusconi si piange “perseguitato”, Renzi proclama “il futuro siamo noi”. Molti slogan (alcuni davvero disgustosi), pochissimi ragionamenti.
Mettiamoci anche la Lega che bercia contro gli immigrati e riduce la fuga dalla crisi a un banale referendum sull’euro. E la lista ‘L’altra Europa’ che fatica a destare attenzione attorno al suo (pur solido) profilo ideale e allora s’attacca al fondoschiena della propria portavoce e all’impronunciabile nome d’un leader greco – che nessuno conosce – sperando così di ottenere visibilità.

Il fulcro del messaggio politico è ormai interamente slittato dal piano dei contenuti a quello della comunicazione. Si cercano le strategie più appropriate per persuadere e guadagnare consensi da spendere come cambiali in bianco. Mancano invece le risposte ai bisogni reali e un quadro programmatico che le contenga e definisca un orizzonte credibile verso il quale tendere.

Rimpiango l’utopia, stella polare in grado di orientare il cammino di una comunità. Non misurava la distanza dal ‘qui ed ora’ alla ‘città ideale’, ma ne indicava la direzione: serviva a tenere alta la tensione morale, a dare un senso al presente, a chiarire cosa fosse necessario fare per approssimarsi alla meta. E rendeva sensati e accettabili i sacrifici che ogni impresa impone.
Così invece appare tutto sterile e vano. Non si afferra il senso del presente, non si vede un approdo praticabile nel futuro. E monta la rabbia, per frustrazione.

Anche a livello locale si sconta la stessa incapacità di tenere insieme le due dimensioni: la concretezza e la prospettiva. Pare davvero la notte, descritta dal filosofo Hegel, in cui “tutte le vacche son bigie” e tutto appare indistinguibile e inutile. Una interminabile, spaventosa notte.
Non è rassegnazione la mia, è l’amara constatazione di un pur inguaribile ottimista. Inguaribile al punto che ancora spera, prima o poi, d’essere smentito.

 

Il video intonato: “Bianco, rosso e Verdone” (la scena del seggio elettorale): per alleggerire… perché l’ironia è la miglior medicina [vedi qui]

In questo mondo di ladri

In questo mondo di ladri d’immagini, di sentimenti, di paure, di disperazioni, di fughe, di storie vere e inventate, gli amici di Marwan sono caduti nella trappola. Sono precipitati, oserei dire, in una trappola mediatica predisposta da abili manipolatori di comunicazione e sentimenti, presi all’amo da twitteristi (pessimo neologismo ma pare si dica così…) che giocano con le emozioni. E non ci sono caduti solo gli amici di Marwan, hanno abboccato i maggiori giornali italiani che, forse, dovrebbero verificare meglio fonti e notizie, prima di ribattere ciecamente e ripetere, quasi come un pappagallo, informazioni giunte da lontano, senza toccare-verificare-capire-riflettere-pensare.

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foto Unhcr, febbraio 2014

La notizia non è attuale (risale al febbraio scorso), quando la fotografia di Marwan, un bambino di 4 anni aiutato da alcuni membri dell’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) mentre attraversa, apparentemente da solo, il confine tra Siria e Giordania, è rimbalzata da vari siti di notizie alle prime pagine di alcuni giornali (come La Stampa del 18 febbraio o il Corriere della sera). Tutti, compreso il sito di Al Arabiya, l’emittente degli Emirati arabi uniti, avevano scritto che il bambino era stato trovato da solo, al confine e senza la sua famiglia, perso nel deserto, partendo da un tweet mal interpretato (?!?). L’Unhcr aveva immediatamente chiarito, con altre foto, che il bambino stava passando il confine tra Siria e Giordania con la propria famiglia, e che era rimasto un po’ indietro, solo per qualche minuto.

Abbiamo voluto ricordare questo episodio, per riportare l’attenzione sul vero dramma di queste immagini, lontani da motivazioni legate a uno scoop o a un voler cercare la notizia a tutti costi. Se, tuttavia, questi escamotage servono a riportare il focus sul vero problema, di cui più nessuno parla, allora siamo disposti ad accettarli anche noi.
Perché il vero problema sta in questi profughi di cui pochi ormai s’interessano, se non in trafiletti quasi invisibili e defilati delle colonne dei giornali, accanto magari alla pubblicità di una macchina lussuosa o di un profumo colorato e provocante. Colonnine che riportano numeri di morti o rifugiati come se fossero una lista della spesa, cui non si fa più caso perché diventati la norma, quasi un’abitudine.

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la celebre immagine della “bambina con il palloncino rosso” di Banksy

Noi, invece, vogliamo ricordare, oggi come ogni giorno, come tre anni di guerra in Siria abbiano costretto più di nove milioni di persone alla fuga, il più grande numero di sfollati al mondo. Le dimensioni della tragedia siriana sono inimmaginabili, soprattutto se si pensa che la metà di queste persone sono bambini innocenti che hanno visto morire i genitori o i fratelli o spesso tutta la famiglia.
Ai piccoli rifugiati siriani è dedicato un video di sensibilizzazione creato dallo street artist britannico Banksy [vedi]. La celebre “Bambina con il palloncino rosso” di Banksy diventa una rifugiata siriana che vola sulle macerie del suo Paese, immersa nella più grande emergenza umanitaria degli ultimi dieci anni: la guerra in Siria.

Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, ha anche scritto una canzone per i bambini siriani, dove un figlio disabile scrive al papà. Un figlio che ha attraversato il confine dalla Siria fino al paese vicino sulle spalle di suo padre, cosa che in questi 3 anni dall’inizio del conflitto è successa spesso. E’ arrivato sano e salvo nel campo profughi ma suo papà decide di tornare indietro… e lui lo aspetta… il resto leggetelo voi, alla fine…
E poi ci sono l’allarme dell’Unicef (oltre 2.8 milioni di minorenni siriani non hanno diritto all’istruzione) e quello delle Nazioni Unite («la Siria è il paese peggiore dove essere bambini»), i dati su traumi e abusi, che sono all’ordine del giorno per i minorenni in Siria (2 milioni di bambini siriani colpiti dai combattimenti hanno bisogno di sostegno psicologico o cure). Migliaia hanno perso genitori o insegnanti, case e scuole, e molti altri sono rimasti gravemente feriti. Molti, aggiunge l’Unicef, devono crescere rapidamente: un bambino profugo su 10 sta lavorando, mentre una bambina siriana su cinque in Giordania è costretta a sposarsi prematuramente.

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disegno di Suha Wanous, giovane siriana, @ Najda Now

Marwan e i suoi amici potrebbero essere i bambini di “Najda Now”, fondazione siriana per il soccorso umanitario e lo sviluppo, che ha organizzato una mostra intitolata “Luce contro le tenebre”, finalizzata a raccogliere dipinti e sculture realizzati dai bambini profughi siriani emigrati nel campo profughi di Chatila. Nata nella cornice del programma di supporto psicologico ai bambini siriani ospiti del campo, questa mostra è frutto di un workshop di tre mesi che, trasformando ricordi dolorosi in dipinti colorati, ha inteso dare a questi bambini la possibilità di esprimere ciò che hanno dentro, aiutandoli a sanare le ferite invisibili inferte loro dalla guerra e dall’esilio, a riacquisire un senso di sicurezza e a far conoscere al mondo le loro storie, i loro sogni e i desideri. Come svelare l’altra faccia dei bambini siriani, il volto della vita, dimostrando quanto essi siano capaci di essere creativi malgrado quanto subito. Perché i bambini sono speranza e futuro, sempre.

In ognuno di questi bambini vediamo Marwan che fugge, Marwan che viene accolto, Marwan che sogna, che disegna, che spiega il dolore e se ne libera. Marwan che ha una nuova vita. Insciallah. E noi vogliamo ricordarlo, ogni giorno.

Ciao papà, canzone di Andrea Iacomini
Ciao papà, come stai? Ricordo ancora le tue mani, forti, poggiate sulle mie, ginocchia, immobili e senza vita, alzarmi e dirmi c’è una via d’uscita.
Ehi papà come stai? Sento ancora il tuo sudore sul mio viso mentre mi portavi in braccio verso il paradiso. Mi dicevi di star calmo, io dormivo. Il confine è vicino.
Ciao Papà come stai? / Ci hai lasciato qui non dormi accanto al mio cuscino. Ma sento ancora il tuo profumo, sai? / Che hai portato via da questo campo per “tornare a casa e vedere”, mi hai detto,
Se c’era ancora Il mio letto / La mia cameretta / Il mio gioco preferito / Il mio migliore amico / La mia maglietta e / Il mio nascondiglio segreto
Ciao Papà, torna presto, sono 1000 giorni che sto qui. Sono qui che ti aspetto, qui tra le tende e l’azzurro del cielo.
Ciao papà non combattere con loro, non combattere per loro, torna a stare qui, con me / qui c’è la tua casa
Una cameretta / Un cibo caldo / La mamma, Noor e Sari / E poi ci sono io.
Ciao papà, non farti crescere la barba e stai attento. Io mi siedo ogni giorno sulle rive del campo e ti aspetto, tra le nuvole del cielo e la pioggia del deserto. Qui c’è la nostra nuova casa.
La tv a colori / I sassi per giocare / La mamma Noor e Sari / E poi ci sono io / Torna papà. Mio.

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Il giardino che non c’è

Questa domenica, ‘Arch’è associazione culturale Nereo Alfieri’, fondazione Giorgio Bassani e liceo classico “Ariosto”, propongono una passeggiata letteraria sul tema “Giorgio Bassani e il giardino che non c’è”. Il titolo mi piace molto, chi ha pensato questo itinerario non è caduto nella trappola delle corrispondenze improbabili tra realtà e finzione. Come scrive il professor Gianni Venturi, per chi ha preso in mano le prime edizioni bassaniane, deve essere stato molto difficile non fare i conti con la comune “ferraresità”, quasi impossibile non andare a cercare presenze e somiglianze nei luoghi e nei personaggi per poi restarne delusi. Bassani ha affermato più volte di non voler fare dell’autobiografia, ma di usare Ferrara e il suo mondo per raccontare storie universali, nel caso del “Giardino”, una Storia per certi versi irraccontabile, quella della persecuzione degli Ebrei.
Bassani scrive con metodo scientifico, mescola realtà e invenzione per raggiungere un obiettivo altissimo: “fare poesia”, cioè trovare le parole per toccare l’anima.

Quanta realtà troviamo in questo romanzo? Di Ferrara ne troviamo abbastanza per poter tracciare un itinerario. Bellissimo quello che ha ricostruito Monica Pavani nel suo libro intitolato L’eco di Micol – itinerario bassaniano 2G ed., 2011. Monica, traduttrice e poetessa, ha capito perfettamente l’intento dello scrittore e non ha fatto delle ricostruzioni verosimili, come nel caso della trasposizione cinematografica di De Sica. Il film non piacque a Bassani. In molti aspetti il romanzo, e soprattutto i personaggi, vennero semplificati e banalizzati. Nella scelta dei luoghi delle riprese, De Sica, non trovando in città un luogo che potesse corrispondere al Giardino, scelse un parco lombardo, non credo per la corrispondenza delle descrizioni letterarie, quanto per la presenza di edifici in quello stile eclettico ottocentesco che rimandava alla “solitaria mole neogotica della magna domus”. Per la descrizione del Giardino, Bassani non si ispirò a un giardino ferrarese, ma a uno dei giardini italiani più belli e fragili: l’Oasi di Ninfa, vicino a Latina. Un paradiso in terra, proprietà della famiglia di Marguerite Caetani, fondatrice della rivista culturale “Botteghe Oscure” per la quale Bassani lavorò come redattore fino al 1959, un luogo che lo scrittore conosceva e frequentava.

Dopo più di cinquant’anni, nell’immaginario collettivo, la forma di questo giardino è veramente un impasto di luoghi veri e finti: da una parte, c’è il testo originale in cui la città è riconoscibile ma dove il giardino è inventato e rimanda alla vera Ninfa; dall’altra, il film, che non ci permette di lavorare con l’immaginazione, riprende la città reale nelle inconfondibili riprese in via Ercole d’Este, ma sposta il giardino in un altro luogo ancora.
Tutto questo disorienta e rischia di annullare quell’effetto poetico, così attentamente ricercato nelle pagine del romanzo. “Perché mandare dei poveri turisti allo sbaraglio?” scriveva ironicamente Bassani e quindi smettiamo di cercare a tutti i costi Micol al Parco Massari, riprendiamo in mano il romanzo, magari in una bella giornata che sa già di vacanza e percorriamo le Mura, annusiamo i suoi spazi e allarghiamo la vista e il cuore. La cosa straordinaria è che non troveremo solo gli echi delle risate di Micol e dei suoi giovani amici, ma ritroveremo quello che resta di un altro “giardino che non c’è”, e più precisamente, di una città in forma di giardino voluta dai nostri Prìncipi, presuntuosi, colti e visionari, che volevano sfidare il mondo con la bellezza e le arti.
Giardini perduti, paesaggi trasformati che si svelano con immutata magia attraverso scie intrecciate di parole, tra le storie Estensi e la poesia di Bassani, come scrive Silvana Onofri: “il giardino è ancora presente nella città, basta sapere dove cercarlo.”

La passeggiata letteraria è in programma per domenica 25 maggio, alle 15 ritrovo al Torrione del Barco (angolo via Porta Catena, via Bacchelli), a piedi e in bici. Accompagnano: Paola Bassani, presidente della Fondazione G. Bassani, Claudio Cazzola, critico letterario e docente (Università di Ferrara), Silvana Onofri, presidente di Arch’è Associazione Culturale N. Alfieri.
La partecipazione è libera, in caso di pioggia l’iniziativa verrà sospesa.

(immagine, dettaglio di una fotografia di Enrico Baglioni)

Il piede, straordinario modello di ingegneria biologica

I nostri piedi, dimenticati e spesso maltrattati, in realtà rappresentano uno straordinario esempio di ingegneria biologica, ma anche uno degli elementi distintivi della specie umana, alla pari del cervello.
Spesso sottovalutato, il piede ha un ruolo fondamentale nella postura e nella storia dell’evoluzione umana. Dall’appoggio del piede dipendono le strutture sovrastanti come caviglia, ginocchio, e anche tutta la colonna, fino alla base del cranio. La conquista della posizione eretta ha permesso, non solo il progressivo sviluppo del cervello, ma anche l’esigenza di comunicare con gli altri e quindi la conquista del linguaggio. Ciò è stato reso possibile proprio dalle sostanziali modifiche che ha subito il nostro arto inferiore nel corso dell’evoluzione.
Il piede, questo meraviglioso segmento corporeo, contiene numerosissimi recettori (terminazioni nervose) che rappresentano quasi un “sesto senso”. Questa si chiama “propriocettività”. Una qualità indispensabile per praticare lo sport ma anche per la vita giornaliera. Senza, l’uomo non sarebbe neanche in grado di compiere correttamente i movimenti più elementari, come camminare, parlare e afferrare un oggetto.
Se siamo in grado di avvertire una puntura di spillo, una carezza, il caldo e il freddo e di controllare molti movimenti, lo dobbiamo alla “sensibilità propriocettiva”, ossia a una rete nervosa separata da quella del tatto, del dolore e della temperatura, che raccoglie informazioni solo da tendini, muscoli ed articolazioni. Una quantità di dati che permettono di avvertire l’esatta posizione del corpo, lo stato di contrazione dei muscoli e ancora la velocità e la direzione di ogni spostamento degli arti e della testa. La propriocezione plantare (capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio), abbinata alla stimolazione visiva, aumenta di molto l’equilibrio e il benessere.
Il piede dell’uomo ha quale caratteristica distintiva la formazione di una volta plantare con tre punti specifici di appoggio, in corrispondenza del calcagno posteriormente e delle teste del 1° e 5° metatarso anteriormente. La parte mediale è incurvata verso l’alto (arco longitudinale mediale) ed assicura al nostro piede una fondamentale azione ammortizzatrice nell’impatto al suolo. Tale particolare conformazione è deputata a trasformare le spinte verticali provenienti dall’alto che si scaricano sul piede in spinte laterali, per meglio essere distribuite sulla pianta d’appoggio.
E’ straordinario come una massa relativamente ampia come quella dell’uomo riesca a mantenere l’equilibrio in posizione eretta, attraverso una superficie d’appoggio relativamente piccola come quella dei nostri piedi.
I nostri piedi, instancabili lavoratori, sostengono il peso del nostro corpo e le forze che si scaricano su di esso. Permettono il cammino e l’adattamento al terreno, una sorta di “ammortizzatore biologico”. Come un’elica, che si avvolge e si svolge per compiere la sua azione propulsiva statico-dinamica. In più, come si diceva, hanno anche una funzione recettoriale e sensitiva con migliaia di informazioni spaziali che arrivano al cervello, rappresentando uno dei principali “organi” coinvolti nel mantenimento della postura.
Attraverso la mia esperienza di osteopata, ho riscontrato che un dolore alla schiena, il bruxismo, il mal di testa, disturbi della digestione ecc. potrebbero dipendere proprio da un cattivo appoggio plantare.

Consigli pratici
Si possono effettuare semplici esercizi di flesso-estensione e prono-supinazione, da eseguire in maniera lenta e controllata, seduti a terra su un tappetino o su una sedia, per mantenere una buona mobilità delle strutture articolari e muscolari degli arti inferiori.
Nel caso in cui si avvertano dolori legati a qualche trauma, è comunque opportuno far valutare le articolazioni del piede dal vostro osteopata di fiducia, per evitare che atteggiamenti viziati del piede possano ripercuotersi su tutto il vostro corpo, anche a distanza di qualche mese.