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Emergenze Creative 2014: la rassegna annuale d’arte contemporanea su tematiche ambientali torna a Ravenna

da: ufficio stampa Emergenze Creative

EMERGENZE CREATIVE 2014, la rassegna annuale d’arte contemporanea su tematiche ambientali, torna nel centro storico di Ravenna e si riconferma come appuntamento fisso nella programmazione culturale della città.
Si rinnova l’interesse per il dialogo arte e ambiente, con una proposta di arte pubblica che nasce da un’attenta indagine del tessuto urbano ravennate e che invita i cittadini a partecipare attivamente all’intervento artistico, diventando da semplici fruitori a necessari protagonisti.
La rassegna è curata da Silvia Cirelli e si sviluppa come evento collaterale alla manifestazione Ravenna 2014. Fare i conti con l’ambiente, organizzata da Labelab.
Questa settima edizione è affidata all’artista bolognese Chiara Pergola, esponente di rilievo della scena contemporanea italiana. Da tempo attenta all’importanza della percezione comune e del valore condiviso dell’arte, Chiara Pergola concentra il suo lavoro sulle dinamiche del linguaggio e su quanto queste possano inserirsi in una lettura sociale e culturale di forte richiamo collettivo.
Il progetto presentato a Ravenna, dal titolo Quelchefarete, si pone in stretto dialogo con lo spazio in cui viene ospitato, trasformando alcuni luoghi del centro storico in tasselli testuali di un vero e proprio rebus, la cui misteriosa soluzione è una parola di 9 lettere, risultante dall’unione di due termini di 5 e 4 lettere. La risoluzione del gioco – un elemento di riflessione sul significato di “sviluppo ecologico” – sarà poi svelata tramite un QR code, presente sul materiale informativo, come anche nei siti di riferimento (il sito personale dell’artista, quello di Emergenze Creative e quello della manifestazione Ravenna 2014).
Lo spettatore, che avrà a disposizione una mappa con segnalati secondo un ordine preciso i tre punti del rebus (le Piazze centrali di Ravenna: Piazza Garibaldi, Piazza XX Settembre e infine Piazza del Popolo), è dunque invitato a decifrare l’enigma recandosi nei luoghi del gioco. In ciascuna Piazza dovrà cercare i due “complici” dell’artista (facilmente riconoscibili per un abbigliamento a tema) i quali, senza parlare ma solo indicando gli indizi testuali, aiuteranno il partecipante a scoprire la soluzione dell’indovinello. La scelta dell’indicalità piuttosto che l’utilizzo della parola è in accordo con la tradizione linguistica enigmistica e soprattutto in linea con il significato delle arti visive.
Il titolo dell’intervento artistico, Quelchefarete, contiene una doppia chiave di lettura, da un lato può essere interpretato come “quel che fa rete” e cioè i comportamenti collettivi che creano equilibri di relazioni fra le persone ma anche con i luoghi; dall’altro può anche essere inteso come “quel che farete”, ovvero quello che i partecipanti dovranno fare durante l’happening, ma soprattutto ciò che è giusto fare in una prospettiva di cambiamento delle nostre condizioni ambientali.
Dall’impronta volutamente ludica, con questo intervento Emergenze Creative si riconferma come opportunità di confronto fra arte e ambiente, con un progetto di richiamo collettivo che ancora una volta evidenzia quanto l’arte contemporanea possa fungere da valido strumento di comunicazione e di sensibilizzazione.
In collaborazione con: Labelab.
Con il Patrocinio di: Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Regione Emilia- Romagna, Provincia di Ravenna, Comune di Ravenna.

EMERGENZE CREATIVE 2014
Rassegna annuale d’arte contemporanea su tematiche ambientali
a cura di Silvia Cirelli
21-22-23 maggio 2014
ARTE PUBBLICA nel centro di Ravenna: happening di Chiara Pergola
Happening artistico il 21-22-23 maggio (dalle 16 alle 19)
Piazza Garibaldi (ore 16 – 17) – Piazza XX Settembre (ore 17 – 18) – Piazza del Popolo (ore 18 – 19)

Calamitati dall’isola d’oltremanica dove tutto è fervore

Da BIRMINGHAM – Il passare del tempo non si smentisce mai e rapido, anche quest’anno, tra uno scroscio di pioggia e l’altro, a Birmingham è arrivato il Summer term: peculiarità dell’Università, infatti, è che gli esami siano concentrati nel mese di maggio. A sostegno degli studenti in questo periodo di revision, la Main Library del Campus è ormai da un mese aperta 24 ore su 24 per venire incontro alle esigenze più bizzarre, notturne, diurne o festive che siano. I ragazzi paiono apprezzare, trascorrendo letteralmente giornate intere studiando tra scaffali, computer e vicini più o meno apprezzabili. L’affluenza si mantiene costantemente alta e la tensione per gli esami in vista (questa annebbiata per i più sfortunati anche da quattro o cinque in una settimana) si fa sentire, anche con singhiozzi disperati per i corridoi. Certo, può risultare stressante, ma non è un’impresa eroica… In Italia lo sarebbe?
“Non puoi sapere tutto!” è il tipico commento degli studenti inglesi avviati al sistema; difatti, uno dei punti chiave della preparazione di un buon esame d’Oltremanica non è lo studio, matto e disperatissimo, di tutto lo scibile, come tipicamente avviene nel Belpaese, bensì la tattica statistica: avendo domande aperte tra cui scegliere, nella maggior parte dei casi, si può calcolare la mole di studio da affrontare e gli argomenti da studiare in vista dell’obiettivo che si vuole raggiungere. Strategia a cui non è concessa una seconda chance per rimediare, se non per risostenere un failed exam in agosto, superandolo con il voto minimo; insomma, si rischiano anche disfatte napoleoniche, non solamente vittorie. I professori, però, sono consapevoli della situazione e si dimostrano più transigenti e tolleranti nel giudicare le risposte date in sede d’esame. Certamente un approccio simile non è l’emblema dello studente perfetto, ma è da biasimare? È meglio applicarsi e snocciolare nozioni non avendo mai sentito parlare di una lettera di presentazione o non avendo svolto attività parallele? Nel Regno Unito è normale che alla fine del primo anno gli studenti trovino già uno stage da svolgere, così da acquisire familiarità e confidenza imparando sul campo. Nessuno pretende esperienza. Per la stessa posizione aperta per un tirocinio in una multinazionale, il requisito inglese recitava “Bachelor”, quello italiano, in aggiunta a innumerevoli altri requisiti, “Laurea specialistica”; stessa azienda, stesso ruolo, diversa latitudine. Inoltre, anche le attività extracurriculari hanno un notevole peso all’interno del curriculum, dove le competenze di team-working e leadership acquisite danno lustro a chiunque, dimostrando proattività e voglia di fare.
Forse l’impostazione del sistema universitario inglese, concepito come un ambiente più orientato al mondo del lavoro, non considera la laurea come uno strumento fine a se stesso, come a volte sembra durante il percorso universitario in Italia, dove manca la visione sul lungo periodo: il voto è lo scopo, non un mezzo. Tant’è che il numero di fuoricorso in Italia è altissimo, come hanno dimostrato recenti sondaggi, mentre in Inghilterra il fenomeno è pressoché inesistente. Sarà colpa della situazione politico-economica in cui siamo impelagati da troppo tempo? Sarà questione di produttività ed efficienza lasciti di Margaret Thatcher? Come sempre, la verità giace nel mezzo, a patto che di verità si possa parlare. Il Regno Unito ha molti problemi al suo interno, dalla scalpitante Scozia agli eccessivi investimenti su Londra noncuranti delle ex città industriali, rimane, però, un Paese capace di offrire soddisfazioni a chi è meritevole, locale o straniero che sia. Magari è questo ciò che manca in Italia, lo stimolo per fare meglio, il fervore che si respira su quest’isola, dove tutto è in continuo movimento ed evoluzione, dove la quasi totalità degli studenti all’inizio del terzo anno ha già un contratto in mano.
Come sconsigliare, quindi, a un giovane italiano di partire e lasciarsi alle spalle un Parlamento che discute di come tagliare le spese risparmiando sul conio dei centesimi, quando mancano concrete misure di rilancio e spinta dell’economia? Ritengo sia inutile tagliare se mancano i presupposti per ripartire. Rimanere, o tornare, pertanto, significa essere sciocchi? Probabilmente è più corretto definirlo come una sorta idealismo che confida nel riconoscimento del merito, supportato dall’auspicio di un miglioramento generale delle condizioni; resta il fatto che tutto dipende da cosa vogliamo e cosa siamo disposti a perdere. È anche vero, però, come sottolineava Orson Welles, che “in Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassini, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”.

L’hackathon in tavola, un nuovo metodo d’indagine per parlare di cibo

Si chiamano hackathon (dalla congiunzione di “hack” e “marathon”), hanno una durata che va dalle 24 ore all’intera settimana e negli Usa sono stati adottati a partire da fine anni ’90, dagli ormai famigerati hacker informatici, all’inizio per sviluppare o ideare nuovi software, ora in ambiti più ampi come effettivi strumenti di ricerca. Gli ingredienti principali? Lavoro di squadra, condivisione e creatività, il tutto cucinato secondo le moderne tecniche di human centered design, capaci di rendere protagonista la persona e le sue qualità, ottimizzando il lavoro in team.

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Un momento della due giorni della Bipimbap food hackathon

Eventi estremamente versatili e applicabili alle più differenti tematiche, da qualche anno vengono utilizzati anche nel nostro Paese per produrre conoscenza. L’ultimo esempio è Bibimbap food hackathon che, a partire dalla metafora del piatto coreano a base di riso, verdure e carne, decide di occuparsi di cibo. Prima a Milano, durante il Salone del mobile, e l’8 e 9 maggio scorso nella vicina Bologna, con cornice la verde e affascinante location di Villa Guastavillani (sede della prestigiosa Alma Graduate School) per una due giorni dedicata al tema della ristorazione collettiva: come migliorarla, ripensarla e ridefinire soluzioni che mettano al centro la persona e le sue esigenze?

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Si sviluppano nuovi software e app a partire da condivisione e lavoro di gruppo

Un centinaio gli studenti partecipanti (da differenti indirizzi di studio e specializzazione), moltissimi i mentor, anche provenienti da oltreoceano, ancor meglio dalla conosciutissima Sillicon Valley, 48 ore il tempo per l’indagine e ad organizzarla la neonata realtà filantropica Future Food Institute, in collaborazione con Alma Graduate School. Diversi, innovativi e stimolati gli esiti: da un’app che responsabilizza il consumatore e permette di migliorare i processi di preparazione/distribuzione dei pasti all’interno di mense aziendali, scolastiche o ospedaliere; alla riprogettazione di uno spazio mensa che diventi luogo ricreativo in cui poter organizzare riunioni, godersi una serena pausa o rilassarsi attraverso massaggi di benessere, fino a un “movimento” che utilizzando i social network diffonda la cultura per poter preparare cibo vero, sinonimo di divertimento e di benessere per tutti.

Un nuovo metodo d’indagine dunque, figlio di una cultura “nerd” che contamina positivamente altri ambiti di studio e si fa importare insegnando ad una delle culle dell’umanità un nuovo modo di ripensare tematiche, anche molto serie, valorizzando il lavoro in team, la creatività e la condivisione, ambendo all’innovazione.
Ora non resta che attendere che le idee divengano realtà…

 

Per saperne di più:
Bibimbap
Alma Graduate School
Future Food Instititute

L’addio a Carolina Marisa Occari: maestra d’incisione e allieva di Morandi insegnava agli studenti l’arte di guardare

“Quali lezioni hai oggi?” / “Dopo Italiano e Scienze ho finalmente Disegno! Due ore!” / “Ma non hai mai i compiti di Disegno?” / “La Professoressa dice che il nostro compito è quello di guardare, sempre, tutto. E ricordare”.

Così il ricordo della mia professoressa di Disegno delle scuole medie, Carolina Marisa Occari, si presenta quando vengo a sapere che ci ha lasciato. Un’arte del silenzio e dell’attenzione, dei particolari naturali che pochi sanno apprezzare e riconoscere.

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Una grande fattoria ferrarese, 2004, acquaforte

Marisa Occari inizia ad ascoltare il Po a Stienta nel 1926, e se ne allontana da ragazza per studiare alla scuola d’arte Dosso Dossi di Ferrara, quindi al liceo artistico di Venezia e infine all’Accademia di belle arti di Bologna, dove è allieva di Giovanni Romagnoli e di Giorgio Morandi. Nei primi anni ’50 comincia a dedicarsi all’arte dell’incisione, ed è proprio Morandi che comprende l’energia artistica che Marisa trae dai suoi incontri con il Fiume.
Incide sulle lastre per sempre i suoi paesaggi, gli intricati borghi naturali, le piccole cose e i personaggi della sua campagna. I segni precisi, decisi, eterni che trasformano gli ambienti di bassa pianura, segnati da canali, filari, casolari, dal delta del Po, in luci ed ombre del regno di terre ed acque. Le sue opere rappresentano l’arte incisoria italiana del ‘900.

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Grande pioppo sul Po, 1999, aquaforte

In una recente intervista Marisa Occari ricorda i suoi incontri con il Fiume: “Il Po, che cosa meravigliosa! Si trasforma a seconda dell’alba e del tramonto. I tramonti poi sono unici. Mia madre mi diceva: ‘Prendi la bicicletta Marisa, corri, fai presto, vieni a vedere tutta la bellezza del tramonto’.”

“Mia mamma era preoccupata. Si lamentava con mio papà: ‘Dicono tutti, ma quella matta della Occari è sempre lì che va in giro con le sue borse, con le sottane tutte scucite (non badavo molto alla moda)’. Ed in bicicletta io correvo con le mie cose per disegnare, le chine, le matite, ero affascinata da quella cosa lì. Era il momento più creativo”.

Nel 1951, dopo la rotta del Po: “Io riuscivo ad andare da Stienta ad Occhiobello in bicicletta. Dall’argine vedevo un paesaggio lunare, gli alberi contorti, sradicati, un insieme di rovine. Ero affascinata da questo luogo. Mi ricordo la devastazione e la morte di tante persone. Il paesaggio aveva acquistato un fascino, una distesa di bellezza. La nostra campagna è bellissima. Non ne potevo fare a meno”.

“Il giorno del mio compleanno mio figlio mi ha chiesto cosa mi facesse piacere. Gli ho detto: Tu mi porti a vedere il mio Po.”

Arrivederci Marisa.

 

Le sue opere sono conservate presso:

– Istituto nazionale per la grafica, Roma
– Raccolta dei disegni e delle stampe “Achille Bertarelli”, Milano
– Gabinetto dei disegni e delle stampe degli Uffizi, Firenze
– Raccolta del Museo civico, Bassano (VR)
– Gabinetto stampe antiche e moderne, Bagnacavallo (RA)
– Gabinetto dei disegni e delle stampe di Villa Pacchiani, Santa Croce sull’Arno, Firenze
– Biblioteca Ariostea, Ferrara
– Palazzo Bonaccossi, Ferrara
– Palazzo Vescovile, biblioteca, Rovigo
– Collezione Melotti, Ferrara
– Museo Albertina, Vienna
– Gabinetto delle stampe del Museo d’arte orientale e occidentale, Odessa (UK)
– Museo d’arte nazionale, Kiev (Ucraina)

Per saperne di più [vedi il sito]

Il paesaggio ovvero amore, cura e civiltà

Che cos’è il paesaggio? tutti ne parlano, tutti lo vogliono, tutti sanno cos’è, ma chiunque ne dà una definizione diversa, allora prendiamo il testo dei testi, wikipedia, e proviamo a capirci qualcosa. È interessante notare che la prima voce presa in esame nella pagina è la definizione del paesaggio stabilita dalla Convenzione europea del paesaggio (2000 – ratificata dall’Italia nel 2006), perché in questa occasione è stata sottolineata la consistenza percettiva del paesaggio a prescindere dalle sue qualità.
Cosa significa? Innanzitutto che il paesaggio non è un oggetto che si può tenere in mano, ma è qualcosa che esiste se c’è un occhio umano che lo guarda, in pratica il paesaggio è quello che noi vediamo del territorio che ci circonda. Questo implica tantissime cose. La prima è che ogni persona vede quello che vuole e quello che può vedere: un geologo in vacanza con la famiglia, probabilmente vedrà cose totalmente diverse da un geologo durante un sopraluogo di lavoro. Se paesaggio è ciò che vediamo, questo fa crollare l’idea che il paesaggio debba essere solo bello. In questo caso wikipedia cade nella trappola e mette nella pagina solo immagini di stereotipi paesaggistici, ovvero, le cartoline. Le cartoline, sono state un mezzo straordinario per far conoscere le caratteristiche dei luoghi, ma essendo inquadrature (recinti visivi all’interno dei quali mettere o togliere quello che si vuole), hanno diffuso un modo di vedere il territorio evidenziandone solo gli aspetti positivi. Un altro esempio classico sono le foto delle vacanze: le foto più bugiarde della storia. Quante volte ho fotografato monumenti deserti svegliandomi ad ore antelucane o aspettando l’attimo in cui il mio campo visivo venisse colpito da una momentanea catastrofe che eliminasse, per un attimo, il genere umano. Tutto per illustrare stupidamente una bellezza ideale dei luoghi, che spesso non c’è più, o che semplicemente si è trasformata in qualcos’altro. La fontana di Trevi a Roma è un luogo magico, ma il paesaggio urbano e umano che chiunque può sperimentare dalle otto di mattina in poi è quello di un carnaio. Quindi è molto importante accompagnare la parola paesaggio da un aggettivo e, soprattutto, cominciare ad accettare l’idea che paesaggio sia tutto, il bello e il brutto.
La seconda osservazione sempre relativa al fatto che il paesaggio sia qualcosa di legato alla percezione, è che diventa molto difficile da progettare. Esiste la professione dell’architetto paesaggista (spesso confusa o compresa con quella di architetto di giardini), un professionista in grado di leggere la complessità di un luogo e, dopo un’accurata analisi, sapere indicare le linee per trasformarlo in modo equilibrato. Per quello che riguarda l’inserimento delle grandi infrastrutture, c’è molta attenzione per questo aspetto progettuale in Francia e in Germania; invece, per quello che riguarda l’architettura, la tendenza generale è quella di creare dei bellissimi e immensi soprammobili di design urbano che si possono stanziare in modo indifferenziato a Dubai come a Reggio Emilia. Il mio mestiere sarebbe quello di paesaggista, ma nel tempo mi sono resa conto che ogni persona è un paesaggista. Ogni gesto che facciamo, anche il più banale, incide sull’immagine del luogo. Se sporco il marciapiede o stendo i panni alla finestra, creo automaticamente una trasformazione in positivo o in negativo sul paesaggio. Il bel paesaggio è dunque una responsabilità corale. Quando mia mamma guarda la campagna intorno a casa mia, sorride e dice: “Questa è ancora una bella campagna, si vede che è una campagna amata.” Ed è vero, perché ci sono ancora tanti contadini che la curano e ne sono responsabili. Forse la salvezza dei nostri luoghi, non sarà la conservazione dei luoghi intesa come imbalsamazione del paesaggio passato com’è tramandato dalle cartoline, con lo scopo di offrirlo come carne in pasto ai turisti, ma la cura, cura della strada, della città, dei luoghi; cura che è vita, lavoro quotidiano, rispetto, responsabilità civile di tutti, l’unica cosa che fa veramente la cultura di un luogo e del suo paesaggio.

[Foto in evidenza, Ferrara – profilo della Montedison al tramonto, autore Raffaele Mosca]

I segreti del concierge: benvenuti al ‘Grand Budapest Hotel’

E’ davvero molto bello e accattivante questo film dai colori rosa tenui ma anche rosso e viola acceso, ambientato nei primi anni del novecento, che ci racconta la storia di Gustave H., il portiere di un lussuoso albergo nella lontana Repubblica di Zubrowka, un paese immaginario in Europa, e della sua amicizia con il giovane immigrato-aiutante-apprendista Zero Moustafa.

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una scena alla pasticceria Mendl’s

A colpire maggiormente lo spettatore sono l’ambientazione da favola e l’abituale cura meticolosa dei dettagli da parte del regista: dalle scatole rosa di amaretti e dolci della pasticceria Mendl’s, alla giacca viola di Gustave, fino alle stanze variopinte abitate da curiosi personaggi.
I dialoghi sono così veloci che spesso ci vuole un attimo in più per capire le battute.
Allo stesso tempo, siamo di fronte a un film pieno di sparatorie, inseguimenti, fughe e colpi di scena, percorriamo un intenso e simpatico viaggio nell’immaginazione di uno dei registi più creativi in circolazione, in un albergo leggendario simbolo di eleganza e lusso, raggiungibile solo da una teleferica in un magnifico non-luogo sospeso…
Dopo l’omicidio della duchessa Madame D (interpretata da una magistrale Tilda Swinton), anziana amante del professionale e serio Gustave (Ralph Fiennes), lui e Zero sono coinvolti nelle indagini della polizia e nella lotta per aggiudicarsi l’eredità lasciata dalla ricchissima signora.

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la locandina del film

Gustave è un uomo gentile, dai modi eleganti, delizioso, che sembra disegnato con lo zucchero filato e una siringa d’alta cucina, quasi ripieno come una caramella. I colori tenui degli ambienti ricordano la casa di Hansel e Gretel, viene voglia di mangiarli. Poi, c’è la dolce Agatha, la giovane pasticcera che sposerà Zero, con una voglia a forma di Messico sulla guancia destra.
Altri protagonisti fondamentali (e ingredienti, per restare in tema di pasticcini…) sono la delicata e signorile acqua di colonia, che Gustave, tombeur de femmes, si spruzza spesso addosso, la tenace difesa di Zero, profugo di guerra e amico, l’ironia, i flashback, un giovane scrittore (Jude Law) che prepara la storia che vediamo, i killer, l’eredità (e un prezioso quadro), le fughe rocambolesche, ma, soprattutto, l’albergo e la montagna magica su cui fiabescamente si erge.
Nei titoli di coda, Anderson confessa di essersi ispirato alle opere di Stefan Zweig, lo scrittore ebreo austriaco suicidatosi nel 1942, in Brasile. The Grand Budapest Hotel non è un film storico: non ci sono nazisti o comunisti, anche se le iniziali ZZ sulle uniformi ricordano, ironicamente, quelle delle SS. Ma ci insegna che, anche tra crimini, assassinii e ingiustizie, si nascondono sempre bontà, gentilezza d’animo e solidarietà fra gli esseri umani, e che, contemporaneamente, ovunque esista il bene, permane anche una malvagità di fondo.

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una scena del film

Le inquadrature da cartolina, uno stile inconfondibile, quasi picaresco, una storia d’amore commovente (quella di Zero e Agatha), gli effetti speciali e un cast d’eccezione completano il quadro di un film che vuole essere anche una riflessione sull’arte del narrare. Un’arte che può permettersi di parlare della realtà, approfittando di quanto di meno realistico si possa inventare.

di Wes Anderson, con Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Saoirse Ronan, Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Owen Wilson, Tony Revolori, USA 2014, 100 mn.

Vezzi e vizi antichi della mia ‘scunsciada Milàn’

La mia Milano, oh la mè Milàn ‘scunsciada’ dalle turbe di faccendieri senza morale alcuna, i quali hanno tradotto il fatidico francese “les affairs sont les affaires” nel più italico cazzi nostri e fanno tutto ciò che gli conviene, basta che gli convenga davvero.
Non si creda che questo breve scritto sia il lamento postumo di “un c’era una volta” estromesso dalla cerchia dei Navigli, per carità!, già quando misi il mio piede sinistro la prima volta sotto la Madonnina (tutta “dora”, mica come le altre innalzate nelle piazze italiane, di pregiato marmo bianco, quello usato da Michelangelo), sulle porte dei palazzoni grigi ricordo il terribile cartello “non si affitta a meridionali”, i poveri meridionali, i quali arrivavano alla buia stazione centrale con I valigioni di cartone, legati con la corda a trattenere l’odore di salame che gonfiava il coperchio marrone, odore acre misto al profumo di arance ormai schiacciate nel lungo viaggio dal sole alla nebbia.
Era una Milano già birbona, i lavori della metropolitana avevano scatenato le brame di faccendieri, imprenditori, palazzinari, politici e intellettuali d’accatto come i giornalisti, chiamati a far da megafono all’impresa grandiosa di scavare enormi buchi e oscure gallerie sotto la città: intanto, i favori s’intrecciavano, destra e sinistra si stringevano sotto i tavoli, non toccatine erotiche, di mano in mano passavano sostanziose buste cariche di zeri. Chi aveva il coraggio di denunciare o semplicemente di protestare, veniva allontanato dalla zuppa, Craxi aveva già preparato il trabocchetto per Riccardo Lombardi, “la barca va”, diceva rivolto all’amichetto Berlusconi, chiamato allora “l’imprenditore rosso”, abbiamo una buona facciata di sinistra, ideologizzava Bettino, ma abbiamo pancia capitalistica, mai più Marx a Milano, diceva, al massimo Proudhon, chissà perché. Mai più Marx.
E fu così che cominciarono gli scandalosi massacri della vecchia Milano, cancellando memoria: lo scempio di Brera, di corso Garibaldi, dove Bava Beccaris alla fine dell’Ottocento aveva massacrato la povera gente che chiedeva soltanto pane, la rovina a Porta Ticinese, case ristrutturate per farne abitazioni nuove, uffici, studi a disposizione dei nuovi intellettuali del danaro.
L’antica, nobile Milano, capitale italiana dell’arte, venne distrutta. E I vecchi abitanti dove li mettevano? E i commercianti e gli artigiani? “Foera di ball”, dicevano gli speculatori, li mettiamo nei nuovi quartieri satellite, innalzati apposta per ospitare gli sfrattati, come al Gratosoglio, che in una lunga inchiesta su “Il Giorno” definii i nuovi lager, con trapposti ai lager di lusso (Milano 2 allora in costruzione) erbetta verde all’inglese, alberi. A quelle mie affermazioni molti milanesi amici mi guardarono male, erano abituati – loro – agli affari.
Ma tutto precipitò quando il prefetto Mazza coniò il principio degli opposti estremismi e i sogni del Sesantotto precipitarono nell’orrore del sangue e dell’odio.
Si stava costruendo la nuova Italia, lasciateci lavorare. Non ci si stupisca se “Mani pulite” è naufragato nel truogoloc dei faccendieri, degli affaristi e degli speculatori, lì in quel truogolo la pappa la trovi sempre… Nel ’72 arrivò a Milano la commissione antimafia del Senato per condurre un’inchiesta (o una informativa?) sugli intrecci tra mafia e affari, mi chiamarono per avere notizie (allora ero capocronista del “Giorno”), voleva tracce veritiere sul percorso sotterraneo dei soldi e del potere. Dissi che la mafia stava mangiandosi la città, che i boss avevano stretto alleanza con gli storici imprenditori meneghini. Un nome, mi chiesero. Sindona, risposi. Uno della commissione si alzò dalla sua poltroncina nella saletta ce era stata messa a disposizione dalla Prefettura. “Mi scusi – disse – chiudo la porta”. La porta rimase chiusa per anni.
E adesso con la faccenda dell’Expo chiuderanno ancora la porta? “Chi volta el cu a Milan, volta el cu al pan”, si dice sotto la Madonnina d’oro. Boh.

Emergenza demografica: sempre di più e sempre più vecchi, si staglia lo spettro della miseria di massa

di Franco di Giangirolamo*

Una delle sfide globali del XXI secolo, di dimensione analoga a quella “ambientale”, è rappresentata dall’invecchiamento della popolazione, fenomeno che interessa sia le regioni del mondo ‘sviluppato’ che i paesi emergenti (economie in transizione) e i cosiddetti Paesi in via di sviluppo.

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Tabella 1 – Durata media della vita in alcune regioni del mondo

I determinanti fondamentali di questo fenomeno demografico globale, storicamente inedito e irreversibile, sono la riduzione della povertà, seppure accompagnata da aumento delle disuguaglianze (il trionfo dello sviluppo, secondo l’Onu), la diffusione delle cure sanitarie (effetto combinato vaccinazioni, pillola contraccettiva) e di una cultura tesa al miglioramento della qualità della vita che ha interessato prevalentemente il genere femminile [vedi tabella 1 – vedi tabella 2 e 3].

Questi fattori hanno innescato il processo di transizione demografica (bassa natalità e mortalità) che si è quasi conclusa nei paesi sviluppati e che si è avviata recentemente nei paesi emergenti con rapidissimo declino della mortalità e un calo dolce della natalità.
Dai 2,5 miliardi di abitanti che popolavano il globo nel 1950, si è passati a 5,3 miliardi nel 1990 e si prevede di raggiungere quota 8,5 miliardi nel 2025 fino a stabilizzarsi sui 10 miliardi tra mezzo secolo.

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Tabella 2 – Numero medio di figli per donna in alcune regioni del mondo

Le modifiche demografiche quantitative non sono state uniformi: si stima che nei paesi meno sviluppati l’aumento della popolazione sia cresciuto di 3 volte tra gli anni ’50 e gli anni ’90 del secolo scorso, determinando un aumento del peso relativo sulla popolazione mondiale che passa dai 2/3 degli anni ’50 ai 3/4 degli anni ’90, ai 4/5 previsti per il 2025 (al netto di improbabili migrazioni bibliche a breve, 4 persone su 5 vivranno nei paesi “poveri”).
La transizione demografica produce anche una nuova e asimmetrica (o squilibrata) distribuzione geografica della popolazione e una notevole diversificazione delle piramidi per classi di età, che permette fin d’ora di osservare una forbice tra paesi con “troppi anziani” sempre più vecchi e paesi con “troppi giovani”, con indici di dipendenza demografici di dimensione quasi doppia (Golini la definisce “devastante mutamento nella struttura per età”).
Se si combinano questi fattori con la distribuzione globale inversamente proporzionale delle risorse economiche, con i fenomeni di inurbamento che caratterizzano i paesi emergenti e il processo di femminilizzazione della popolazione anziana, si delinea un quadro abbastanza evidente delle questioni che potranno e dovranno costituire le priorità politiche dei governi nell’immediato futuro.
Oggi solo il Giappone ha il 30% di popolazione anziana, ma entro il 2050 almeno 64 Paesi, tra i quali alcuni molto popolati, saranno nelle stesse condizioni, mentre solo 1/3 dei paesi del mondo dispone di un sistema di protezione sociale che, peraltro, copre in prevalenza i rischi della popolazione attiva (che è solo la metà della popolazione mondiale).

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Tabella 3 – Numero medio di figli per donna

Se si aggiunge a questo panorama il fatto che gli ultraottantenni sono attualmente il 12% della popolazione anziana e che nel 2050 raggiungeranno il 20%, che l’età media mondiale è oggi di circa 30 anni e che nel 2050 si prevede possa arrivare a 40, si comprendono meglio gli impatti sulle politiche economiche e sociali, che non potranno essere settoriali ma globali. Garanzia di reddito, promozione della salute, diritto all’alloggio e alla mobilità, sono le questioni prioritarie che diventano vere e proprie emergenze sociali se si tiene conto che già oggi metà della popolazione mondiale non può pagare i servizi di base e che la classe media (che può pagare tasse e permettere la redistribuzione della ricchezza) esiste solo nel paesi più ricchi e anche lì si sta impoverendo piuttosto rapidamente.
Le disuguaglianze che crescono sia all’interno di ogni singolo Paese che tra i vari Paesi e l’iniqua distribuzione di risorse, non possono che aumentare gli squilibri e l’insicurezza su scala globale che produrranno anche flussi migratori sempre più complessi sia a livello continentale che locale. Inoltre, la “velocità” delle transizioni demografiche non sono accompagnate da politiche economiche e sociali di dimensione globale in grado di mitigarne gli impatti.

Invecchiamento della popolazione e nuove distribuzioni geografiche della popolazione, urbanizzazione accelerata e modifica della struttura familiare, sono il panorama del XXI secolo che fa emergere come prioritarie le seguenti politiche:

  • politiche del lavoro per la produzione egualitaria di risorse (almeno 1 miliardo di posti di lavoro “decenti” con paghe al di sopra dei 2 euro al giorno);
  • politiche di “redistribuzione solidale” della ricchezza prodotta in termini di costruzione di sistemi minimi di sicurezza sociale che permettano di affrontare la diffusione di sacche enormi di povertà;
  • politiche di redistribuzione egualitaria di risorse naturali (acqua ed energia) che riducano i conflitti politici e armati, potenziali e prevedibili, per la sopravvivenza e per prevenire disastri ambientali;
  • politiche che contrastino la diffusione di vecchie e nuove malattie infettive consentendo l’accesso ai farmaci.

Politiche che parlano di noi, anche se le problematiche sono di spessore, gravità e urgenza relativamente diverse.
È chiaro che nei Paesi poveri il problema non si pone allo stesso modo che nel nord del mondo, perché, in assenza di sistemi di sicurezza sociale, gli anziani sono già troppo “occupati” per sopravvivere. Basti pensare che il 47% degli anziani nel mondo fanno parte della forza lavoro. Il tema della più lunga permanenza al lavoro non si pone.
Diverso ma simile il tema del welfare. Già 250 milioni di anziani nel mondo hanno una qualche forma di inabilità e 35 milioni soffrono di demenze senili, cifre suscettibili di aumenti su scala logaritmica.
Lo spettro della miseria e del malessere non è così improbabile che si stagli all’orizzonte di masse sempre più imponenti di anziani, soprattutto donne, soprattutto nei paesi più poveri.
E neppure si può considerare probabile nel medio periodo l’estensione di istituzioni di welfare sul modello europeo, visto che anch’esso è stato sottoposto ad un processo di smantellamento prima ancora che diventasse (almeno in Italia) maturo rispetto agli obiettivi di universalità ed eguaglianza.
L’innovazione scientifica e tecnologica potrebbe dare un contributo notevole a mitigare gli impatti negativi sulla qualità della vita della popolazione mondiale, sempre che si riducano fino all’eliminazione le barriere alla circolazione e disponibilità della conoscenza e dello sfruttamento criminale della proprietà intellettuale.
Anche se le diversità territoriali sono grandi e spesso enormi, le strategie locali non possono che basarsi su scelte al massimo egualitarie, solidali, partecipate e sull’uso di tutte le risorse umane, culturali e materiali per fronteggiare problematiche di spessore epocale che richiedono una rimessa in discussione della vita di intere comunità e nuovi approcci culturali: nel nostro piccolo siamo anche noi chiamati a fare la nostra parte per costruire un nuovo “umanesimo globale”, attraverso il rafforzamento e la reinvenzione nella dimensione locale di modelli di vita e di società partecipati e solidali.

*(presidente Auser Emilia Romagna)

Lettori protagonisti al festival di Bologna, gli autori stavolta rispondono a loro

di Elisa Gagliardi

Discutere di intrecci e soluzioni narrative e confrontarsi direttamente con il demiurgo che ha plasmato le gesta dei propri eroi letterari corrisponde al materializzarsi di un sogno per lettori accaniti, irretiti dai segreti che popolano l’officina dei loro autori prediletti.

La formula della seconda edizione del Festival dei Lettori, rassegna che animerà le sale di 15 biblioteche comunali di Bologna sino a domenica (18 maggio), sprigiona la sua carica innovativa proprio nella tessitura di un filo diretto tra scrittori e fruitori di libri. Sono questi ultimi, infatti, organizzati in gruppi di lettura, ad essere elevati al rango di protagonisti, sia nella scelta degli autori, sia nella conduzione degli incontri.

Bologna schiererà i gruppi di lettura che gravitano attorno alle sue biblioteche di quartiere; ma, a comporre il novero dei 33 nuclei di lettori forti protagonisti della rassegna, concorrono anche appassionati provenienti dalla provincia e dal resto della regione.

Chiamati a magnificare il fascino della lettura e le virtù di una cultura libraria ancora appannaggio di pochi adepti, gli appuntamenti della rassegna, oltre agli incontri con alcune delle penne illustri del panorama letterario italiano, tra cui quelle di Stefania Bertola, Pino Cacucci, Paolo Cognetti, Marcello Fois, Lidia Ravera e Valerio Varesi, propongono nelle giornate di sabato e domenica anche tre specifici moduli di approfondimento dedicati ai gruppi di lettura e ai meccanismi della lettura condivisa.

Il primo animerà gli spazi di Salaborsa ragazzi all’insegna di “Leggere junior. Workshop per apprendisti costruttori di gruppi di lettura giovanile”. Una guida alla realizzazione di gruppi di lettura riservati ai ragazzi, che si rivolge ad educatori, bibliotecari e insegnanti. Anche il secondo appuntamento coinvolgerà la Salaborsa, ma il 18 (alle 14,30), con l’obiettivo di “Seminare e coltivare gruppi di lettura”; per lo sviluppo di esperienze di lettura condivisa capaci di cementare i legami tra lettori e biblioteche e di diffondere una più feconda consuetudine alla lettura. Sempre domenica (alle 14,30), la piazza coperta di Salaborsa farà da scenario all’incontro “Leggere in luoghi difficili”, un’occasione per indagare sulle virtù terapeutiche delle pratiche di lettura in contesti di disagio come le carceri e gli ospedali.

Nell’ambito della manifestazione, che punta a fare il pieno di partecipanti con eventi ad ingresso libero, che non richiedono iscrizione preliminare (eccezion fatta per i workshop), un occhio di riguardo sarà riservato all’intrattenimento dei giovani lettori, protagonisti della giornata del 18 maggio, dedicata a “Gli avamposti in festa”. L’appuntamento accoglierà in Salaborsa Ragazzi i cosiddetti “Avamposti di lettura”, gruppi di lettura costituiti dagli studenti delle scuole medie e superiori, cui saranno riservati due incontri: “Le storie che leggiamo e che vorremmo leggere”, una tavola rotonda con Maria Chiara Bettazzi, editor di Giunti, e “Sotto il cielo di Buenos Aires”, con Daniela Palumbo.

Sul piano tematico, il primo festival letterario d’Italia che fa a meno di intermediari e fa dialogare i lettori, nelle vesti di esperti, direttamente con i propri autori di riferimento, quest’anno si focalizzerà sugli ultimi cinquant’anni di storia italiana, con la rivisitazione di pagine di impegno sociale e civile che riaccenderanno l’attenzione attorno ad alcuni dei più brucianti e controversi capitoli della recente storia nazionale.

Dimenticato

C’è un uomo, malato da tempo, che tutti i giorni, o quasi, si aggira per il centro di Cento, in chiaro stato di difficoltà sia fisica che psicologica. Vaga per le strade e ogni tanto emette qualche grido incomprensibile. Ha rari momenti di lucidità, dà segni di irrequietezza ed è chiaramente ormai incapace di provvedere a sé stesso. È magrissimo e fuma in continuazione, le sue dita ormai sono carbonizzate. La sua sofferenza è ogni giorno sotto gli occhi di molte persone, comprese quelle che dovrebbero occuparsi di lui.
Sono anni che questa persona vive in difficoltà, ha una pensione che gli ha permesso di campare in qualche modo e un’anziana madre che non è ormai più capace di accudirlo o aiutarlo. Taccio il nome per non ledere la sua dignità.
Quest’uomo in passato ha fatto l’operaio, poi la malattia mentale ha avuto il sopravvento ed è stato costretto a smettere di lavorare. Più volte i servizi sociosanitari si sono occupati di lui, ma evidentemente non hanno potuto (o saputo) risolvere alcunché.
Non sapendo cosa fare, ho scritto più di un mese fa al sindaco di Cento, Piero Lodi, utilizzando il suo indirizzo di posta elettronica che compare nel sito del Comune, pregandolo di intervenire (o di far intervenire qualcuno) per porre rimedio a questa situazione. Non mi ha mandato nessuna risposta, neanche quella burocratica che si dà agli interlocutori che rompono le scatole. Confermando con ciò che il primo cittadino centese non è di molte parole: avrà altro a cui pensare.
Stamattina, giovedì, giorno di mercato nella civilissima Cento, ho rivisto questa persona malata passare come uno zombie in mezzo alla gente. Uno zombie. Che sta male e non interessa a nessuno. O, perché, diranno, non è un “caso urgente”.

Camere con svista, la soluzione è abolire il Senato

di Franco Bastelli

Ci sono molte ragioni che spingono al superamento del bicameralismo perfetto, fra le meno importanti le indennità dei Senatori. Si badi, non per salvaguardare i costi della politica e di tutto l’apparato politico, ma perché, o la riforma del Senato diventerà metafora del rapporto fra cittadini e Stato, o non sarà. Purtroppo che parte della discussione verta sull’elezione diretta o secondaria dei Senatori è francamente risibile. La questione da dirimere è se, il bicameralismo perfetto, sia ancora funzionale alla democrazia rappresentativa e alle esigenze di governo.
Ogni decisione che si prende, Governo o Parlamento che sia, perché sia efficace, ha bisogno di rapidità e semplicità di norme. La società reclama certezze, il bicameralismo perfetto, col suo palleggiarsi le leggi, è antitetico queste esigenze ciò sembrerebbe acquisito, ma. Rapidità, perché ogni ritardo produce altro ritardo, e ogni ritardo produce la ricerca di soluzioni eterodosse attraverso i meandri della burocrazia. La farraginosità delle norme è l’interstizio più importante in cui si fa strada la corruzione. E’ questo il vero problema, non l’indennità del Parlamentare, o l’elezione diretta. Il resto è bieca propaganda.
Ma se c’è consenso con l’obiettivo perché è tutto bloccato? Mi pare che la procedura seguita da Renzi – cambiare natura al Senato – non sia la migliore. Ma non per le ragioni che adduce Scalfari domenica 11 maggio: la supposta incompatibilità fra formazione dell’assemblea e compiti della stessa (controllo sull’operato degli enti territoriali). Scalfari sostiene che così controllato e il controllore si sovrapporrebbero e ciò sarebbe inammissibile. In astratto ha ragione, ma nella fattispecie, non mi pare pertinente (abbiamo, peraltro, già istituzioni che funzionano così: il Consiglio superiore della Magistratura, ad esempio). In Senato, i territori entrerebbero in conflitto d’interesse fra loro, soprattutto con l’attuale regime di finanza derivata e, ancor più, se dovesse prendere piede la fiscalità federata, in cui ogni territorio deve andarsi a cercare soldi dei propri investimenti. No! Questo non mi pare un pericolo, e non riesco ad immaginare territori con amministrazioni di diverso colore, che si corporativizzano fino a divenire una sorta di Stato parallelo.
Ma la soluzione non è neppure l’elezione diretta dei senatori, proposta da Vannino Chiti. Non diversamente dalla proposta Renzi, la proposta Chiti prevede che al Senato restino solo compiti marginali. Ha senso chiamare in causa direttamente il popolo per eleggere senatori nazionali senza il compito di dare la fiducia, senza il compito di approvare le leggi nazionali? Così, mentre, nella proposta del governo, avremmo nel Senato una camera “derivata”, in quella Chiti avremmo solo una camera minore.
L’errore di questa discussione sta nel cercare di “cambiare” la natura del Senato. E’ una partita in cui tutto gioca contro: dai Senatori, ai funzionari, a pezzi dei partiti. Ognuno penserà di avere il cambiamento migliore da proporre e troverà, per strada, alleanze forti, diverse e variamente intrecciate. Ed è vero che un Senato eletto in secondo grado è, oggettivamente, poco credibile anche nelle nuove funzioni di complemento. Il rischio dell’impasse è dietro l’angolo. E sarebbe un’altra occasione perduta e una vittoria per l’antipolitica.
Credo valga la pena, a questo punto, tagliare corto proponendo l’abolizione tout-court della Camera Alta. Maria Teresa Meli, a questa soluzione, oppone un’obiezione non banale: nella Costituzione sono circa 40 gli articoli che richiamano al Senato; ciò presupporrebbe una revisione profonda e difficilissima della Costituzione. Credo, però che, se si trovasse l’intesa sulla questione principale, una norma transitoria consentirebbe tempi più lunghi e sereni di revisione testuale della Costituzione evitando vuoti e conflitti costituzionali e proposte tese a bloccare tutto.
Mi si dirà, ma salterebbe il rapporto con gli enti territoriali previsto nella soluzione Renzi. La Conferenza Stato-Regioni, debitamente riformata e istituzionalizzata, potrebbe tranquillamente assolver il compito senza vuoti. Vedremo l’alba di questa riforma? Se il dibattito continuerà su questo piano ne dubito! E non si illuda Renzi, non è mutuando il linguaggio di Grillo, come qua e là emerge, che otterrà il consenso politico necessario a isolare chi ha interesse a tenere tutto bloccato.

Restare fedeli alle speranze: i personaggi dimenticati di Erich Hackl

Per cogliere il significato della parola “empatia”, ci si può affidare a un dizionario: “la volontà e la capacità di un individuo di comprendere lo stato d’animo di un’altra persona”. Per capire cosa comporta l’ “empatia” si può però anche leggere un libro dello scrittore Erich Hackl, che vive tra Vienna e a Madrid.
Lontano da tutte le mode e dalle agitazioni letterarie, Hackl sta scrivendo ormai da molti anni una grande opera composta da tanti piccoli racconti di personaggi minori, dimenticati della storia. I suoi interventi politici pubblici forse possono essere paragonati a quelli di un Antonio Tabucchi, il suo stile letterario però si muove sul confine tra l’accurata ricerca giornalistica e l’immaginazione letteraria adoperata con cura. Ci sono perfino alcune affinità con la letteratura di Giorgio Bassani, accomunati dall’enorme empatia verso le vittime della storia.
Con grande attenzione ai dettagli, in un suo racconto Hackl ci descrive la vita di una vecchia comunista che aveva costruito una sorta di fortezza di discrezione attorno alla propria vita, solo per non rivelare i propri ideali. Possiamo imparare da Hackl come si può rivelare la biografia di una persona che durante la sua esistenza avrebbe sempre e sicuramente ripudiato questo tipo di attenzioni, evitando ogni sorta di voyeurismo imbarazzante. Hackl si avvicina ai personaggi dei suoi racconti con molta riservatezza, più per le stradine che per la via principale. Un ottimo esempio è Saluto per Elisabeth Freundlich, una scrittrice austriaca, con una vita incredibilmente commovente, rimasta totalmente sconosciuta al di fuori di un piccolo giro di amici e che morì in stato confusionale in una casa di riposo a Vienna.

I nomi delle cose è un meraviglioso necrologio, nel perfetto significato della parola “empatico”, non solo di una scrittrice deceduta, ma anche di un’intera cultura, di cui al giorno d’oggi, senza i ricordi letterari di Erich Hackl, non sapremmo niente. Uno storico, con la sua ricerca sobria, non potrà mai entrare così profondamente nel modo di pensare e di sentire delle persone che in passato avevano creduto ad un grande ideale, cosa che invece ancora e sempre riesce a Hackl nei suoi racconti. Ricordandosi di quei vecchi che a loro modo hanno combattuto per un mondo più giusto, più amichevole e più umano, forse talvolta anche caricandosi di colpe come alcuni comunisti dichiarati, Hackl si distanzia anche dal “disgusto dell’Austria” di alcuni dei suoi compagni scrittori. Non gli mancano gli attacchi contro la xenofobia, contro l’arbitrarietà spesso brutale della polizia e il populismo di destra, come ad esempio contro i Rom e gli emigranti in “Felix Austria”. Ma non si addentra nelle rumorose campagne pubbliche contro una presunta egemonia conservatrice e reazionaria in Austria. Hackl, piuttosto, con i suoi racconti vuole ricordare le persone che rappresentano un’“altra Austria”, persone che ad esempio hanno combattuto nella guerra civile in Spagna o contro nazionalsocialisti e fascisti durante la Resistenza, e sempre soprattutto per un’“altra Europa”. Si deve, ha scritto una volta, “restare fedeli alle speranze e ai sogni delle persone, ma non a quello che ne è diventato”.

[Traduzione dal tedesco all’italiano di Thomas Lietfien]

Addio a Sidonie di Erich Hackl. Trad. di Emilio Picco. – Milano, Marcos y Marcos, 1991, p. 156 
(Biblioteca germanica, 23) Tit. orig.: Abschied von Sidonie

Il caso Aurora di Erich Hackl. Trad. di Fernanda Mancini e Giusi Valent. – Milano, Marcos y Marcos, 1990, p. 160 (Biblioteca germanica, 18) Tit. orig.: Aurora Anlass

Sara e Simon di Erich Hackl. Trad. di Emilio Picco. – Milano, Marcos y Marcos, 1996, p.185 (Biblioteca germanica, 32) Tit. orig.: Sara und Simon

Altroconsumo scende in piazza: il festival a Ferrara

Altroconsumo festival è a Ferrara da domani – venerdì 16 – a domenica. Tre giornate dedicate alla tutela dei consumatori con musica, spettacoli teatrali, consulenze gratuite a tu per tu con esperti, degustazioni e confronti tra prodotti più diversi, come gli smartphone, le biciclette ma anche candele e zampironi per tenere lontane le zanzare.

Il weekend dalla parte dei consumatori comincia domani alle 21,30 con il concerto di Elio e le storie tese in piazza Trento Trieste aperta a tutti, accanto al lato porticato del Duomo cittadino. Sabato e domenica mattina si può, invece, iniziare la giornata con il viaggio guidato alla degustazione dell’espesso in un bar all’ombra del castello estense. Tra le 9,30 e le 11 il tuffo tra i vari tipi di caffè e miscele per imparare qualcosa di più sul caffè italiano, sperimentando in prima persona il metodo dell’assaggio sensoriale. La partecipazione è gratuita, ma i posti sono limitati e verranno assegnati in base all’ordine di arrivo.

Per chi cerca lavoro tra sabato e domenica l’appuntamento con gli esperti all’interno del chiostro piccolo di San Paolo, con ingresso da via Boccaleone. Simulazione di colloqui di lavoro sabato (10-13 e 17,30-19) e domenica (10-11 e 15-17). Vuoi sapere come è meglio rispondere alle domande durante la selezione? E qual è il modo più efficace di presentarsi? Esperti del settore sono lì per offrire una consulenza personalizzata e gratuita, ma è necessario iscriversi perché i posti sono limitati. Per prenotare, bisogna mandare un’email a ru@altroconsumo.it indicando nome, cognome, età, percorso di studio, nome dell’evento e mettendo nell’oggetto “FERRARA 2014”. Consigli per scrivere un curriculum e impostare la lettera di accompagnamento nei laboratori di domenica (ore 11-12), dove ci sarà anche un piccolo approfondimento su come sfruttare al meglio il web senza bruciare la propria immagine.

Gioco gratuito per imparare a mangiare bene alle 12,30 di sabato e alle 10,30 di domenica nel Mercato coperto di via Boccacanale Santo Stefano, per scoprire che una porzione giusta di carne corrisponde più o meno al palmo di mano di chi la mangia e che un piatto di ceci può sostituire una bistecca. Piatti e bilancia a disposizione per chi vuole imparare a comporre un menu nutrizionalmente corretto per l’intera settimana o semplicemente a preparare la colazione giusta per i bambini. Per i bambini un test di assaggio gratuito di biscotti al Mercato coperto fino a esaurimento posti sabato alle 16,30 e domenica alle 16. Un invito per i più piccoli a dare il loro giudizio sui tanti tipi di biscotti, apparentemente uguali, ma di marche differenti. Un’opportunità per i piccoli consumatori per scoprire che, a volte, la differenza la fa molto la pubblicità, oltre agli ingredienti.
In programma anche incontri per conoscere le app più utili da usare sul telefonino (sabato alle 17,30 e domenica alle 15, chiostro piccolo di San Paolo); un vademecum contro gli abusi delle banche affidato all’imprenditore Mario Bortoletto che in un libroha raccontato come si è opposto allo strapotere dei colossi bancari che gli hanno chiesto di “rientrare” mentre era in difficoltà per la crisi economica (domenica alle 15 nel chiostro di San Paolo); incontro di confronto e scoperta dell’acqua del rubinetto, di quella minerale e filtrata in modo da capire quali caratteristiche deve avere una buona acqua da bere (sabato 10,30-11,30 e 17,30-19 e domenica 10,30-11,30 e 15 al Mercato coperto); ma anche i trucchi per risparmiare sulle tasse (sabato alle 15, chiostro piccolo di San Paolo).

Se fosse la volta buona anche per noi

Abbiamo letto con particolare interesse le intenzioni di un illustre ferrarese che di recente ha assunto il ruolo complicato e difficile di ministro della Repubblica, per di più della cultura e del turismo.
Il primo passo sembra mirato a oliare la macchina organizzativa, partendo da una sorta di “revisione della spesa”, cominciando a sfoltire seggiole e a togliere pigrizie, là dove la polvere albergava da tantissimo tempo.
Poi, il Dario (ci permettiamo di chiamarlo così con affetto e ci scuserà) si è messo a guardare cosa fanno, di meglio, in altri Paesi europei come la Francia, la Germania, la Spagna, il Regno Unito, e ha fatto un duro confronto con il nostro bel Paese.
Il ministro si è messo le mani nei capelli e, toccata la folta barba nera con alcuni spunti bianchi, il look che lo contraddistingue da qualche anno, ha pensato, subito dopo, che serviva un cambio di passo e forse di più.
Pare che l’idea del procedere di Franceschini sia presa dall’esperienza francese, dalle detrazioni e agevolazioni fiscali all’ecobonus, dal mecenatismo alle liberalità, dalle partnership pubblico-privato alle donazioni, in un quadro che coinvolga anche gli stakeholder e con l’individuazione dei siti di interesse storico-artistico e ambientale-culturale in area vasta e con una filiera predefinita.
Basterebbe elaborare un progetto di turismo “incoming”, mettendo in rete fra loro (e magari online) i punti forti dei beni culturali e le bellezze di una geografia dei territori, per richiamare i tanti turismi che la costa e il primo e secondo entroterra registrano nei classici flussi vacanzieri e nei fine settimana.
Al riguardo, la visione non può che ricadere su quella fascia ampia e lunga di una parte dell’alto Adriatico cha va da Venezia a Ravenna, e che passa per il Parco del Delta del grande fiume Po, culla di tante storie: dagli Estensi agli Etruschi, ai Romani, alla Serenissima, ai Bizantini, ai legati, solo per citarne alcune.
Pensiamo anche al nostro territorio che sta dentro al gioco delle geografie: e allora si vedono Schifanoia, i Diamanti e il Castello Estense, in città; le delizie estensi, le ville storiche e i palazzi negli itinerari delle terre di mezzo, oltre all’abbazia di Pomposa e ai Tre ponti sulla costa; ma anche un rilassante picnic nei tanti parchi e itinerari cicloturistici come quello del destra Po, a villa Giglioli.
Ma per non sognare servono strumenti e risorse: pensiamo ad una “Società veicolo” che incorpori l’utilizzo dei beni culturali ed ambientali, affidando, con una organizzazione leggera ed efficiente, regia e governance ad alti management, mentre per la gestione si dovrebbero ricercare sia gli operatori del settore, sia nuove forme di associazionismo culturale e sociale del terzo settore, e con una guida-controller dei Comuni, come stanno pensando l’Anci e alcuni Sindaci.
Attendiamo con interesse la rivisitazione del Titolo V per le competenze, funzioni e ruoli e alcuni suggerimenti dati da esperienze acquisite e da esperti, oltre all’ausilio delle letture e delle lezioni dell’Economia della cultura e del turismo che alcune università ci stanno già offrendo.
Ci permettiamo, infine, di rivolgerci anche a Ferrariae Decus, a Italia Nostra, al Cai, a Casa Cini, alle Fondazioni bancarie, agli scrittori ferraresi, al circuito delle biblioteche e dei musei e dai tanti nascosti portatori di interessi che con il sistema delle imprese, potrebbero mettersi insieme e vedere cosa ne esce.
Scusate dimenticavo le risorse. Qui Dario deve fare il miracolo, e attivare autorevolezza internazionale di Padovan, alle buone relazioni, nei paesi emergenti, di Lapo Pistelli.
Arabi, russi, indiani, cinesi e qualche americano non sanno più dove investire, non basta più la montagna di liquidità nel materasso, serve allocarla là dove c’è il più grande patrimonio culturale del mondo e dove i ritorni sono possibili e buoni.
Se il ministro ci ascolta e ha un po’ di tempo per leggerci su questo quotidiano online, e noi faremo il possibile affinché gli giunga la notizia, capirà che non è la ferraresità che si fa viva ma un’articolazione di tanti territori che si mettono insieme, che guardandosi come costa potranno muovere i trenta milioni di persone che ogni tanto lasciano l’ombrellone della spiaggia e vanno in cerca delle bellezze della nostra lunga storia tra terre e acque.
Attendiamo almeno un sms, una chiocciola o uno squillo per poter andare oltre e cambiare correndo.

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Il decalogo delle associazioni culturali: valorizzare il patrimonio della città

da: associazioni culturali ferraresi

Le forze politiche cittadine presentano, in occasione del prossimo voto amministrativo, le linee di intervento per la futura gestione della città. A queste forze le Associazioni culturali, che qui sottoscrivono, indicano alcuni temi ritenuti prioritari chiedendo di farsene carico e di proporre linee di sviluppo, non contingenti, per il settore.
Prendiamo atto che non siamo all’anno zero e che le amministrazioni passate hanno avviato a soluzione molti dei problemi.
Riteniamo sia utile che la prossima amministrazione senta, pur nella necessaria distinzione dei ruoli, il nostro motivato parere.
1) Chiediamo la creazione di un momento consultivo ove esporre le nostre opinioni e indicazioni in occasione della programmazione delle attività culturali.
2) La storia di Ferrara, in tutti i suoi momenti, oltre alla ben nota tradizione umanistica, si caratterizza per la forte presenza della cultura scientifica. Auspichiamo che anche questa venga valorizzata e recuperata. Va posta inoltre attenzione ad ogni epoca della nostra storia senza trascurare le opportunità che provengono da proposte nazionali ed internazionali.
Non è possibile dimenticare che Ferrara è stata dichiarata dall’Unesco ‘patrimonio della umanità’ proprio per le testimonianze del passato ancora presenti che meritano di essere riproposte, più di quanto oggi accada.
3) L’Amministrazione renda disponibili spazi per iniziative autogestite dalle Associazioni o da privati cittadini secondo un programma concordato con l’Amministrazione Comunale.
4) L’ Amministrazione ricerchi occasioni di concertazione con gli altri attori presenti in città, in primo luogo la Università.
5) Il problema della gestione del Castello Estense, dei contenuti, modi e forme della sua fruizione è tema che non può essere eluso.
6) La nuova Amministrazione dovrà farsi carico della istituzione di un ‘sistema museale’ come previsto dalla legislazione vigente, sull’esempio di quanto già avvenuto in molte città della regione.
7) La ‘cultura della manutenzione’, piuttosto che la ricerca della ‘eccezionalità’, deve essere elemento caratterizzante e guida per ogni intervento su luoghi ed opere.
8) E’ necessario trovare una soluzione, stabile e di prospettiva, che riconosca il ruolo delle Associazioni all’interno della città e consenta loro di operare, ognuna secondo la propria specifica vocazione.
9) Molte Associazioni nel tempo hanno cumulato documenti archivistici e bibliografici che vanno integrati nel sistema informatico delle biblioteche e archivi, statali, comunali e universitari.
10) Gli spazi delle istituzioni pubbliche (musei, biblioteche, archivi, sale di musica, di riunione, di esposizione) vanno ampliati in funzione del loro progressivo sviluppo, nel lungo periodo, per effetto di donazioni, acquisizioni, accrescersi delle attività.
Attendiamo dalle forze politiche qualche risposta.

Accademia delle Scienze
Amici della Biblioteca Ariostea
Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi
Bald’anza
Deputazione Ferrarese di Storia Patria
Ferrariae Decus
Garden
Italia Nostra

Morghen: voglio una città-parco che valorizzi le risorse locali, con i cittadini protagonisti delle scelte

Ilaria Morghen, medico anestesista del Sant’Anna, 43 anni, romana di Velletri, ferrarese adottiva dal 1997, è l’aspirante sindaco del Movimento 5 stelle.
La sua candidatura è stata per tutti una sorpresa. Lo è stata anche per lei?
In un certo senso sì, solo dallo scorso autunno sono attivista del meetup Grilli estensi e di recente sono stata selezionata dagli iscritti e poi designata per questo ruolo.
Alle spalle non ha un’esperienza politica, le posso però chiedere il suo orientamento?
Destra. Sono cresciuta in un ambiente familiare permeato da quei valori. Non ho mai militato, ma sempre considerato la politica una cosa seria e importante. Votare significa affidare a qualcuno la responsabilità di governare e decidere, per me e per la mia famiglia. Rimpiango il tempo in cui ci si poteva sedere in un tavolino del bar a Campo dei fiori per parlare con i nostri rappresentanti politici, in semplicità e senza formalismi. Era una forma di rispetto e una pratica di educazione civica. Poi tutto è cambiato, fa male ricordare quel che è successo: gli uomini a un certo punto sono spariti e al loro posto sono arrivati gli avvisi di garanzia. Ci è toccato prima Craxi col suo socialismo degradante e poi Berlusconi, un ventennio orribile…
Mai stata berlusconiana, desumo!
No no no, per carità… E quando Alleanza nazionale si è sciolta in Forza Italia è davvero finito tutto.
Nostalgia per quei tempi?
No, ora c’è il movimento 5 stelle. Abbiamo ritrovato la speranza.


Con lei sindaco, Ferrara come cambierebbe?

Metteremo su una bella squadra e faremo belle cose. Voglio subito sfatare la diceria che non saremmo preparati. Abbiamo competenze molteplici, fra noi ci sono economisti, artigiani, artisti, medici, semplici impiegati. Facciamo riunioni su riunioni, ci confrontiamo, studiamo. Abbiamo anche frequentato una scuola di amministrazione etica. Siamo pronti a portare innovazione in questa città, anche da un punto di vista tecnico. Viceversa è il Pd che mostra incapacità e continua a sperimentare sulla pelle del cittadino soluzioni inadeguate, con esiti fallimentari.
Per esempio?
Prendo il caso delle “unità per intensità di cura”, spacciate per ospedali. Esistono solo nelle regioni rosse e sono in realtà strutture assistenziali a bassa qualità, affidate a personale infermieristico, dove lo specialista passa ogni due o tre giorni. Sembrano concepite apposta per spingere il cittadino verso il privato. A Tagliani è persino sfuggita un’ammissione, quando ha riconosciuto che la ‘cronicità’ è da sempre affidata a Quisisana e Salus. Noi invece si battiamo per il potenziamento e la riqualificazione del servizio pubblico, non vogliamo cittadini di serie A e cittadini di serie B. Quello attuale è un modello che non ci sta bene perché penalizza i meno abbienti. Io consiglio di farsi assicurazioni private per essere tranquilli, ma non è giusto che sia così perché non tutti se le possono permettere.
A proposito di servizio sanitario pubblico, che ne pensa dei medici obiettori?
L’interruzione volontaria della gravidanza è un diritto che deve essere garantito.
Con l’80% di medici obiettori non è semplice. Non ravvisa anche doppiezza e ipocrisia in questa scelta?
Non conosco personalmente casi di medici che si dichiarino obiettori e poi pratichino aborti in cliniche private.


Tornando a Ferrara, ha detto che un modello virtuoso di innovazione al quale si ispira è quello di Bogotà. Non teme di spaventare qualcuno mettendo di mezzo nientemeno che la capitale della Colombia?

I miei attivisti sostengono che sono avanti vent’anni! L’esperienza del sindaco Mockus è stata qualcosa di straordinario. Diceva: “Noi non cerchiamo voti, cerchiamo voci”. E’ la nostra stessa ottica assembleare, il nostro è un programma aperto al contributo dei cittadini. In condizioni molto peggiori di queste, Mockus ha realizzato risultati eccezionali. Il fulcro della sua azione è stata l’educazione civica: trasmettere alle persona la consapevolezza del ruolo sociale di ciascuno. Qui siamo in piena anestesia partecipativa, noi vogliamo risvegliare il senso di appartenenza a una comunità.
Ma se lo spirito è quello della condivisione e del confronto come si giustificano le epurazioni dei dissidenti dal movimento?
Sono mistificazioni della stampa. Grillo e Casaleggio non si sentono mai, al punto anzi da farci desiderare qualche loro consiglio. I gruppi dirigenti sono lasciati liberi di decidere senza condizionamenti.
Le espulsioni però ci sono state, le reprimende a sindaci, deputati e senatori pure…
Ci sono solo tre regole di base: rispettare i cittadini, rispettare le leggi, non farsi manipolare. Sono norme che disciplinano la vita civica del movimento evitando danni ai cittadini e anche ai tuoi compagni. Chi non rispetta i patti viene segnalato ed eventualmente allontanato.
La sensazione però è che ci sia scarsa tolleranza per le opinioni non allineate.
E’ così quando sono espressione di ambizioni personali. Ci sono norme etiche di comportamento che vanno rispettate. Aderire è una libera scelta, prima di diventare attivisti si è sottoposti a un periodo di osservazione. Una volta dentro, le regole vanno onorate.
Una curiosità: di Grillo sappiamo tutto, ma Casaleggio che tipo è?
Affascinante, grande cultura, appassionatissimo di storia, timido e un po’ schivo.
Un carattere opposto al vostro leader. Non ritiene anche lei che i toni siano spesso sopra le righe, troppo gridati, che l’invettiva non faccia bene al confronto?
Dobbiamo gridare per farci sentire, non siamo in tv, siamo spesso censurati, i giornali dei padroni non ci vogliono. E quando sei in piazza e parli direttamente con le persone si crea un forte legame emotivo, un effetto trascinamento. Avverti la speranza e insieme la rabbia e la delusione di tanti. Abbiamo il dovere di fornire risposte a quelle domande e infondere fiducia nel cambiamento, anche per impedire che la protesta si trasformi in violenza. I toni sono una conseguenza di ciò. Ma quando la gente sente Beppe, se ne va con un sorriso e la convinzione che ancora ce la si possa fare a cambiare le cose.
Quindi anche il contestato “bastardi” che lei qualche giorno fa ha gridato dal palco di Bologna all’indirizzo del Pd è frutto di questo contesto?
Siamo arrivati sul palco arrabbiati perché ci censurano continuamente, siamo stanchi, esasperati…


Con gli altri candidati non c’è dialogo?

Ma non hanno niente da dire! Non hanno neanche presentato il programma. Un programma ce l’abbiamo io, Anselmi e poi, vabbé, il Pd che scrive le solite cose.
Nel suo programma ci sono soluzioni concrete per fronteggiare la crisi a livello locale?
Bisogna rilanciare l’economia, pensiamo a un tavolo con artigiani e imprese, dobbiamo partire dalle nostre risorse, non cercare – come fa questa amministrazione – le holding che vengono da fuori, fanno i loro interessi, lasciano le aree da bonificare e il deserto. Noi puntiamo sulle forze produttive locali. Certo, la spending review non aiuta ma siamo convinti che in ogni settore ci siano margini di espansione.
Qualche esempio di cose che vorreste fare?
La riconversione energetica degli edifici pubblici. L’apertura di un’agenzia per l’energia, come ha fatto Modena costituendo un consorzio. Ma a Ferrara ci si è rifiutati di aderire perché si volevano favorire gli interessi di Sipro. Così abbiamo perso decine di milioni di euro. E’ sempre la stessa storia, si agisce non per il bene dei cittadini, ma per compiacere gli amici. Lo stesso capita sistematicamente con Hera, che è un vero moloch: cura solo i suoi interessi e deprime la nostra economia locale. Ora si vorrebbe estendere la geotermia che non porta alcun risparmio ai cittadini ma conviene ad Hera. Entro il 19 maggio il sindaco ha la possibilità di richiedere lo spegnimento dell’inceneritore, ma se ne guarda bene. Così si continuerà a inquinare. Ma se si continua a spargere diossina sulle nostre campagne addio Doc e Igp…
E per le imprese?
Vorremmo unificare le partite Iva e avviare processi di investimento garantiti dall’amministrazione comunale per sottrarre i cittadini imprenditori alle vessazioni di Equitalia, che è il grande nemico. Vanno semplificati gli iter burocratici…
Il modello di città che lei citava all’inizio, quello del sindaco Mockus di Bogotà, si basa sostanzialmente sul concetto di learning city, cioè di comunità educativa che offre stimoli continui di crescita e occasioni di partecipazione. Come lo tradurrebbe per Ferrara?
Abbiamo in mente un piano estetico urbano che parte dalle periferie. Vorremmo fare dei grattacieli la porta di accesso della città, in versione ‘land art’, tappezzandoli di pannelli termoriscaldanti e trasformandoli in ‘green building’. E tutto intorno un esteso e diffuso parco che metta in connessione le aree cittadine.
Turismo?
Innanzi tutto un’adeguata politica dei prezzi. Tagliare la tassa di soggiorno, ridurre i costi degli hotel. Diffondere mappe digitali e cartacee. Rilanciare il ‘made in Fe’, ad esempio attraverso l’industria della bicicletta, fare promozione all’estero con la presenza di stand alle fiere del turismo. Insomma, va rivitalizzata la città che ora è tagliata fuori persino dai flussi del traffico passeggeri. Bisogna fare arrivare anche qui i treni dell’alta velocità.
Per la verità arrivano già…
C’è un frecciargento e basta. Bisogna adeguare la banchina della stazione. E’ una cosa che si fa facilmente. Abbiamo anche privati pronti a investire per il rilancio della città: imprenditori locali.
Nomi?
Per ora è meglio di no.
E le politiche culturali?
L’ottica è appunto quella della ‘land art’, vogliamo una città verde, vorremmo creare il parco ‘land’ più grande d’Europa abbracciando tutta la città, raccordando aree verdi e opere d’arte…
Questo implicherebbe un’estensione dei divieti al traffico veicolare?
Pensiamo a parcheggi scambiatori e uso di navette elettriche gratuite. Poi vogliamo ripulire la città: via i cassonetti dell’immondizia per esempio, per liberare spazio al transito delle biciclette.
Via i cassonetti nel senso che li interrereste?
No, via perché non serviranno più facendo raccolta differenziata.
Le sembra realistico? Di certo non avverrà in un giorno…
Le persone vanno educate, tutto parte dall’educazione civica, l’educazione al rispetto degli spazi e degli altri. Il cambiamento non si fa in un giorno, ma si può e si deve fare. E noi vogliamo realizzarlo.

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In gioco senza azzardi

di Alice Magnani

Il gioco d’azzardo è una piaga che coinvolge molti. La nostra regione vanta un record negativo che la pone al quarto posto in Italia per fatturato (8.534 milioni di euro nel 2012) e per spesa pro capite fra i maggiorenni della regione (1.840 euro). Quello che inizia come un gioco nel tempo libero può diventare un’ossessione che coinvolge ogni momento della quotidianità, sottraendo tempo e denaro non solo alla famiglia e agli amici ma anche al lavoro e ad abitudini più sane. Le conseguenze sono tragiche: si può arrivare alla depressione, a ricorrere all’usura o ancora a tentare il suicidio. Non mancano problemi di altro tipo come disordini familiari, micro crimini e atti contro l’ordine pubblico. Alla base di tutto enormi costi sociali per il trattamento sanitario dei casi più disperati, per la prevenzione e ancora per l’educazione nelle scuole, con l’obiettivo di proteggere le categorie più deboli, le più a rischio.

Che fare dunque contro il proliferare di queste sale giochi? È difficile per i Comuni agire da soli, dal momento in cui le autorizzazioni per le sale gioco passano dalla Questura e non dal Comune, in base a leggi nazionali. “I Comuni sono impegnati, ma deve essere la politica a farsi carico del problema con un intervento legislativo nazionale, riconoscendolo come disagio sociale ed economico. Noi ci mettiamo in gioco sia a livello locale sia a livello nazionale perché sono sempre di più le famiglie che si rovinano” sottolinea Matteo Iori, presidente Conagga (Coordinamento nazionale gruppi per giocatori d’azzardo). Un tentativo di regolamentare il gioco d’azzardo è stato già intrapreso con il “Manifesto dei sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo” che ha raccolto 32.000 firme sull’intero territorio regionale. Obiettivo: chiedere al Governo di intervenire in materia con una proposta seria, che riduca visibilmente il numero delle sale gioco e delle malattie da queste derivate.

Ora è stata lanciata campagna nazionale, “Mettiamoci in gioco”, presentata nei giorni scorsi a Bologna. Un’iniziativa a cui hanno collaborato il Comune, le associazioni e imprese del terzo settore e i sindacati dell’Emilia-Romagna per costruire un coordinamento regionale capace di agire in maniera efficace sul problema.
In vista delle elezioni amministrative, il Coordinamento regionale ha promossa anche una lettera da inviare a tutti i candidati con l’intento di far inserire il tema della prevenzione e lotta all’azzardo patologico nei programmi elettorali. A tutti gli aderenti il Coordinamento chiede di far iscrivere il proprio Comune al “Manifesto dei sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo”. L’obiettivo principale per il Coordinamento è diventare un punto di riferimento aperto per chiunque voglia attivarsi per sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica sui rischi connessi alla diffusione del gioco d’azzardo. Oltre a questo obiettivo a lungo termine, il coordinamento lavorerà su altri 14 punti del documento “Regolamentazione del gioco d’azzardo” (il manifesto lanciato nel 2013 dalla campagna “Mettiamoci in Gioco”), il cui intento è stabilire una legge che regolamenti il gioco d’azzardo in tutti i suoi punti. Per sensibilizzare l’opinione pubblica sono previste iniziative, campagne di informazione e momenti di incontro. Quello che si chiede è dare ai sindaci potere di controllo sul fenomeno nel loro territorio, ridurre l’alta variabilità attuale nella tassazione sui diversi giochi incrementando le entrate per lo Stato, inserire il gioco d’azzardo patologico nei livelli essenziali di assistenza garantiti dal servizio sanitario nazionale, vincolare parte del fatturato annuo dei giochi d’azzardo al finanziamento delle azioni di prevenzione, assistenza, cura e ricerca della ludopatia, regolamentare la pubblicità che riguarda il gioco, vincolare l’ esercizio delle concessioni nel rispetto del codice di autoregolamentazione pubblicitaria e creare un’authority di controllo esterna ad Aams (Agenzia delle dogane e dei monopoli di stato), stabilire una moratoria sull’introduzione di nuovi giochi finché non saranno esposti i risultati delle ricerche sui giochi già esistenti, adottare un registro unico nazionale delle persone che chiedono esclusione dai siti di gioco d’azzardo.

Prima iniziativa prevista dal coordinamento sarà domenica 18 maggio a Reggio Emilia nella “Festa dello sport in ambiente” in cui il fenomeno dell’azzardo verrà descritto insieme ad associazioni e cittadini, sottolineando le buone pratiche sul territorio. Passo successivo sarà la mappatura sui servizi sul gioco d’azzardo patologico attivati nelle provincie dell’Emilia-Romagna. “Vogliamo essere un punto di riferimento aperto a tutti quelli che si vogliono aggregare, soprattutto ora che il gioco d’azzardo sta conoscendo un enorme sviluppo, con infiltrazioni già documentate dei clan mafiosi come Casalesi e Schiavone” ha spiegato Fiore Zamboni, referente coordinamento ‘Mettiamoci in gioco’ Emilia-Romagna, presente alla conferenza.

Le realtà che si sono “messe in gioco” sono numerose: Acli, Ada, Adoc, Adusbef, Alea, Anci, Anteas, Arci, Associazione Orthos, Auser, Avviso pubblico, Azione cattolica italiana, Cgil, Cisl, Cna, Conagga, Ctg, Federconsumatori, FeDerSerD, Fict, Fitel, Fondazione Pime, Fp Cgil, Gruppo Abele, InterCear, Ital Uil, Lega consumatori, Libera, Scuola delle buone pratiche, Shaker, Uil, Uil pensionati, Uisp, Lag Vignola e Associazione Umanamente.

Così vicina così lontana, Londra non è (più) la terra promessa

di Emilia Graziani

Da LONDRA – Entro in uno dei pochi pub che sono rimasti autenticamente inglesi, di quelli periferici con il bancone di legno scuro, lucido, dichiaratamente appiccicoso e l’aria buia e impregnata dell’odore grasso di fish and chips, che qua è buona norma mangiare a tutte le ore. Mi siedo su uno dei tanti sgabelli che si affacciano sul bar e inutilmente cerco di attirare l’attenzione del giovane barista che sta annegando in un mare di ordini e birra.
Alla mia sinistra quattro ragazzi in jeans e maglietta parlano a voce molto alta, sono di fianco a me ma non capisco ciò che dicono se non per un occasionale vale o cerveza che li identifica come spagnoli; alla mia destra un uomo grassottello sulla cinquantina, palesemente inglese, tracanna l’ultimo sorso della sua birra mentre carica di tabacco la pipa e borbotta tra sé e sé parole a me incomprensibili.
Finalmente il barista si accorge di me. Ripasso mentalmente le regole della pronuncia e con il mio migliore accento londinese chiedo una pinta di Camden Hells. La reazione a cui ormai sono abituata non tarda ad arrivare: “Scusa, sei italiana? Ma dai, anche io. Di dove sei?”

Sono a Londra da tre mesi per seguire un corso di giornalismo e onestamente ho avuto troppe poche interazioni in inglese per rendermi conto di essere in Gran Bretagna.
Ho conosciuto e ascoltato le storie di ragazzi diplomati, laureati, specializzati che sono scappati tanto da paesini di provincia quanto dalle grandi città e si sono trasferiti in terra albionica con la speranza di fare “qualcosa, qualsiasi cosa”. La sensazione è che venire a fare il cameriere a Londra non sia più il rito di passaggio destinato a concludersi con la fine dell’estate che era fino a quattro-cinque anni fa. Oggi è una richiesta di speranza e di indipendenza a una città che inspiegabilmente sembra in grado di accogliere e dare lavoro a tutti quelli che dimostrano di avere buona volontà.
O almeno questo è quanto appare dall’esterno.

Per quanto possa suonare strano per una nazione che si è costruita su commercio e colonialismo, la Gran Bretagna si sta evolvendo in maniera nettamente protezionistica: fedeltà alla sterlina, nessun senso di appartenenza all’Europa (quante volte ho sentito i locals dire “voi europei”) e sconfinato orgoglio per il Made in Gb, che si parli di oggetti o di persone.
L’abbondante flusso di immigrati, polacchi in primis, ma di certo non mancano giovani dai Piigs, sfocia nel lavoro manuale e commerciale, che, pur essendo considerato con più rispetto che in Italia, non è l’obiettivo primario dei tanti “cervelli in fuga”.
Il messaggio negli annunci di lavoro della maggior parte delle grandi aziende inglesi è sottile, ma chiaro: per essere considerato idoneo, il candidato deve essere madrelingua e cittadino europeo. Facile dedurre che questi criteri includono unicamente gli abitanti del Regno Unito, con buona pace dei tanti laureati eccellenti dal resto d’Europa.

La buona notizia è che almeno nella terra d’Albione il tanto familiare essere “troppo qualificato/a” non pare essere un problema. Quindi, fedele al motto “fatta la legge, trovato l’inganno”, un giovane straniero, seppur con fatica e affrontando tanta competizione, può sperare di riuscire a entrare nel mondo del lavoro britannico frequentando corsi e master in Inghilterra e tentando di inserirsi nelle aziende tramite tirocini e collaborazioni “per arricchire il curriculum”.
Con questo non voglio scoraggiare nessuno dal mettere la pergamena di laurea o del diploma in valigia e imbarcarsi sul primo volo per Londra. Sarebbe terribilmente ipocrita da parte mia. Però è bene sapere che, una volta atterrati, non ci si trova nel paese dei balocchi dove tutto è facile o diverso dalla madrepatria. Più a lungo si vive in Gran Bretagna, più si notano atteggiamenti e situazioni simili al mondo del lavoro italiano.

A tutti coloro che aspirano a venire a Londra per trovare lavoro, dico: non abbiate paura a rimettervi a studiare, a offrirvi per uno stage non pagato, a proporvi per una posizione “inferiore” alla vostra qualifica o a essere il 1200esimo candidato per 4 posti di lavoro.
Londra non è la terra promessa, ma delle promesse noi italiani abbiamo imparato a non fidarci da un pezzo.

La politica non deve tacere

In questi giorni stiamo assistendo alla replica di un brutto film: nuovi scandali e nuovi arresti per corruzione. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi dice: “La politica se ne stia zitta e lasci lavorare la Magistratura!” Parole condivisibili a metà. Va bene il rispetto dell’autonomia della Magistratura a fronte del disprezzo e dileggio che la destra berlusconiana ha sempre riservato ad uno dei poteri fondamentali dello Stato di diritto. Va male se il silenzio della politica si estende a ciò che è suo dovere fare: combattere la corruzione come una delle emergenze storiche e strutturali del nostro Paese. Non è sufficiente dare vita all’ennesima Authority, o creare una task force solo dopo la scoperta della cupola milanese. La verità è che su questo fronte non registro, finora, novità da parte del governo del fare: restano in vita le sciagurate leggi ad personam; permane irrisolto il conflitto di interessi; continua da parte dei corrotti e corruttori l’uso della prescrizione per evitare le sentenze.
Vorrei, però, approfittare della dichiarazione del Presidente del Consiglio per fare chiarezza su una questione su cui viene alimentata una voluta confusione: la distinzione tra il legale-penale e il politico-morale. In Italia, da Tangentopoli in poi, la Magistratura ha fatto la sua parte. E’ la politica che non ha fatto il suo dovere. Il processo penale si muove in un ambito preciso e ristretto: è volto non a risolvere problemi sociali, ma ad accertare fatti specifici e responsabilità individuali. Spetta alla politica rendersi conto che la corruzione in Italia è da decenni corruzione sistemica, ciò che rende il nostro Paese del tutto anomalo rispetto alla corruzione fisiologica presente nelle altre democrazie occidentali.
Chi aveva investito “Mani pulite” di un’aspettativa palingenetica non aveva, evidentemente, nozione della distinzione di funzioni tra Magistratura e politica in uno Stato di diritto. Concetto, invece, presente nel rapporto dell’organismo creato dal Consiglio d’Europa per vigilare sul rispetto delle norme anti-corruzione da parte degli Stati membri, ove si afferma che: “…la necessità di elaborare una politica di prevenzione effettiva nel settore della corruzione richiede una strategia a lungo termine e un forte impegno politico, perché la lotta alla corruzione deve divenire un fatto di cultura diffusa e non solo di norme di legge.”
Ecco ciò che non ha mai fatto la politica, sia prima che dopo Tangentopoli! Solo due grandi leader politici lanciarono l’allarme agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso sulla questione morale: Enrico Berlinguer e Ugo La Malfa. E solo un sindaco, Diego Novelli, anticipò la Magistratura nel denunciare la presenza di corrotti nella sua giunta di Torino. Ma costoro furono isolati all’interno dei loro stessi partiti. Ciò è potuto accadere perché è sempre stata una favola la contrapposizione tra una società politica corrotta e una società civile sana e onesta. In verità è una minoranza la parte che chiede di assumere la lotta alla corruzione come una priorità dell’agenda politica.
Mi dispiace polemizzare con l’onesto sindaco di Milano Giuliano Pisapia, ma fa un’analisi sbagliata quando dice che la legalità in Italia è un valore per molti contrastato solo da pochi. Basterebbe chiedersi: se da oggi si praticasse un’intransigente lotta contro la corruzione, l’evasione fiscale e la pratica del lavoro nero reggerebbe il sistema-Paese? Domanda drammatica, perché ci mette di fronte al disastro causato da decenni di governi incapaci o peggio. E il dato più preoccupante è proprio un’opinione pubblica divisa tra esasperati, rassegnati e indifferenti. Basti il confronto fra due comportamenti opposti tenuti da leader politici, espressione di due opinioni pubbliche diverse: Ehud Olmert e Silvio Berlusconi. Ehud Olmert, già sindaco di Gerusalemme, fu primo ministro dello Stato di Israele dal 4 maggio 2006 al 23 gennaio 2009. Quando divenne oggetto di indagine per ipotesi di corruzione, si dimise con questa motivazione: “Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente e il fatto che restando al mio posto possa mettere in grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte perché anche il primo ministro deve essere giudicato come gli altri”.
In Italia questa forma etica di responsabilità politica che si concreta nelle dimissioni, prima e a prescindere dalla condanna in sede penale, resta sconosciuta al nostro costume civile e politico. Da noi ha vinto un garantismo peloso che non ha niente a che vedere con la salvaguardia dei diritti della persona, ma solo con la tutela dell’impunità del potente. Di più. Per Silvio Berlusconi neanche una condanna definitiva è sufficiente per escluderlo come leader politico dalla vita pubblica. Che fare? E’ impressionante come un osservatore straniero, lo scrittore tedesco Peter Schneider, fin dall’inizio dello scoppio di Tangentopoli avesse visto con lucidità la soluzione: “Non possiamo illuderci sulle possibilità di rigenerare l’Italia per la sola iniziativa della magistratura. L’idea di fare a meno della politica, dei partiti, è un errore. Un fondamentalismo che non può portare che alla distruzione della società. Contro il radicalismo dell’antipolitica bisognerà battersi, fin d’ora, in nome di un rinnovato contratto sociale e morale”. (Micromega n.4, 1993). Dopo vent’anni siamo ancora in tempo? O si preparano futuri da incubo tra incapaci, corrotti e fanatici?

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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Le suggestioni di Camerani: ombre d’artista all’ombra di Matisse

Ombre all’ombra di Matisse. Sono quelle tracciate da Maurizio Camerani, scultore e video artista, che con le sue opere dialoga con i quadri del maestro fauve francese. L’allestimento è alla Mlb home-gallery di Ferrara, che si trova lungo la stessa, bella via di Palazzo dei Diamanti dove è allestita l’esposizione di Henri Matisse: sul corso Ercole d’Este, ma una manciata di numeri civici più in su, vicino al castello del centro cittadino.

Una visita alla galleria-abitazione di Maria Livia Brunelli è un’opportunità per entrare in confidenza con l’arte minimale di Camerani, ma anche con quella ricca e variopinta di Matisse. In uno spazio che è familiare e intimo, ogni dettaglio richiama la fusione tra l’arte e la vita che è intorno. Come le piccole sagome in pasta frolla a forma di pesci, di mani e di piedi, create per il buffet da Laura Saetti: un abbraccio tra arte e materia quotidiana che – in questo caso – si può fare proprio, assaporare, masticare, digerire.

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I “Pesci rossi” di Matisse, di Camerani e del buffet

Affascinato dai momenti sospesi e dalle suggestioni che coglie nei quadri del pittore , Camerani riprende elementi delle sue stesse video-installazioni degli anni ’80 e li affianca a dettagli ricorrenti dei quadri di Matisse. Ogni opera è un assemblaggio che mette insieme un fotogramma dei suoi video con alcuni particolari matissiani, catturati sotto forma di ombra. Ecco allora il segno della matita morbida su carta, che va a comporre il riflesso che può lasciare una figura: la silhouette di un piede con la cavigliera da odalisca; la sagoma di una tazzina rovesciata; un tamburello; una rosa e una lucertola; le mani di una danzatrice; pesci rossi; foglie lobate di una pianta di filodendro che evoca vecchi appartamenti borghesi. Sono ombre, dunque, riflessi che proprio di riflessione parlano e alla riflessione portano.

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Odalisca di Matisse e opere di Camerani alla Mlb

Nella casa-galleria al primo piano del palazzo è aperto un catalogo dell’opera di Henri Matisse. Camerani indica su una pagina la riproduzione del quadro dell’odalisca addormentata con accanto una tazzina capovolta e una scacchiera. E si chiede: “Cosa sarà successo in quella stanza? Si sono amati? Hanno litigato?”. Un particolare che esce da quell’opera, così piena di colori da sopraffarci, per diventare protagonista in punta di matita sopra un foglio di carta montato su telaio. La riduzione al bianco e nero diventa un percorso di indagine, interrogazione, insinuazione di un mistero.

In un video la sagoma rossastra di una danzatrice si muove come nel celebre olio su tela intitolato “La danza” e dipinto da Matisse in varie versioni nel primo decennio del ’900. La didascalia spiega: “Aurora si muove con la sua ombra, la rincorre, la tocca, la tira verso di sè, poi la lascia libera di fluttuare”.

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La Danza di Matisse e di Camerani

In un’altra opera le sagome dei pesci riprodotte con la matita sulla carta sono come ombre create dalla luce sulla parete dietro a un acquario, con le dimensioni degli animali che variano, rimpicciolite o ingrandite mentre navigano nell’acqua a causa dell’effetto ottico del vetro e delle luci. La suggestione è completata dalla presenza di tre pesciolini veri, che nuotano in una sfera di vetro a ricordare i “Pesci rossi” dipinti da Matisse all’interno di altre stanze, vicino ad altre finestre, in momenti e luoghi passati. “La tecnica esecutiva della matita – racconta Camerani – è un intreccio di segni, che mi costringe a un tempo lungo di permanenza sull’opera. E’ quasi un mantra, un tempo riflessivo e si collega alla mia matrice minimalista nell’ambito dell’arte”. Un mantra che riporta qui e adesso l’epoca fauve della Francia d’inizio Novecento, la rivisita in chiave moderna, la spoglia e la rinnova.

La mostra “Maurizio Camerani Atelier Matisse” in corso Ercole I d’Este 3 è aperta fino al 14 settembre; fino al 29 giugno è visitabile ogni sabato e domenica dalle 15 alle 19 con ingresso libero anche senza appuntamento. Negli altri giorni info allo 346 7953757 o sul sito della galleria (www.mlbgallery.com.)

Il Primo della lista ovvero Greganti come metafora di 30 anni di storia italiana

Così come la rivoluzione francese segna convenzionalmente l’inizio dell’età contemporanea, “mani pulite” rappresenta per molti in Italia il punto di passaggio dalla prima alla seconda repubblica. I recenti fatti di Milano portano invece a chiedersi se questa dicotomia esista sul serio o se, invece, quella che noi chiamiamo seconda repubblica non costituisca né più e né meno che l’esito del processo di disfacimento della prima; rispetto al quale l’azione dei magistrati milanesi di fine anni ’80 abbia rappresentato non già l’auspicato sradicamento dell’articolato sistema corruttivo venuto alla luce, bensì la semplice potatura di alcuni rami emergenti, quando non addirittura lo strumento involontario per regolarne alcune lotte intestine.
Se così è, ripensando alla volontà rinnovatrice ed all’esigenza largamente condivisa di grandi riforme che emersero in quello stesso periodo, i 30 anni che ci separano da quelle vicende costituiscono la misura impietosa e drammatica del tempo sin qui perduto, delle occasioni mancate, della clamorosa incapacità, a volte assecondata, di iniziare quel percorso di cambiamento. Tutto questo in un mondo che nel frattempo mutava ad una velocità finora sconosciuta.
La corruzione dilagante, che ci vede agli ultimi posti delle classifiche mondiali e che nel caso dell’Expo pare essere stata elevata a modello di governance, è possibile soprattutto perché gli strumenti di controllo e di verifica funzionano male o non funzionano proprio. In tutto il mondo infatti esistono lobby e grandi gruppi economici che cercano di prevalere utilizzando mezzi più o meno leciti: solo da noi però trovano una burocrazia farraginosa e non trasparente, una giustizia civile la cui lentezza non tutela ormai più nessuno e un sistema legislativo bizantino che favorisce l’azione delle lobby e dei gruppi di interesse più disparati, con leggi che rimbalzando più volte fra i due rami del Parlamento e che si arricchiscono ad ogni passaggio di articoli e commi spuri.
In questo scenario Greganti, che da terminale operativo organico ad un partito politico diventa un libero professionista dell’intrallazzo che lavora a percentuale, sia pur mantenendo a quanto pare, se così si può dire, la medesima area di riferimento, costituisce l’emblema vivente che nulla da allora è cambiato nella sostanza. Se così non fosse infatti la sua rete di legami e conoscenze sarebbe oggi del tutto priva di valore ed altri avrebbero preso il suo posto. Spero poi nessuno voglia disquisire sulla presunta superiorità morale di chi ruba per un partito rispetto a chi lo fa per il proprio interesse personale: troppo spesso questa falsa contrapposizione è stata utilizzata per sminuire la gravità di determinati comportamenti e per coltivare illusori miti di diversità a priori. La vicenda di Primo Greganti, così come altre a noi più vicine, dimostra in realtà come fra i due ruoli non esista invece alcuna soluzione di continuità.
Essa dovrebbe inoltre togliere ogni dubbio residuo a chi ritiene che non esistano adesso le condizioni adatte per mettere finalmente mano a quelle riforme profonde che il Paese attende da 30 anni e di cui da 30 anni si discute, avendone ormai da tempo valutato e soppesato più volte tutte le opzioni e varianti possibili. Trasparenza amministrativa e giustizia efficiente, assieme ad un processo di produzione delle leggi più snello ed efficace, sembrano davvero le prime cose che occorre garantire al più presto. La seconda repubblica, che della prima dovrà ereditare valori e principi fondanti, sarà iniziata solo quando avremo ristrutturato le nostre istituzioni per renderle in grado di funzionare con efficienza, equità e trasparenza in un mondo che continua a cambiare ed in cui, per quello che ci riguarda più da vicino, emerge sempre più forte la necessità di rifondare il patto che sta alla base dell’esistenza stessa del Paese.

Dal ‘rinuncianesimo’ al curricolo delle mie brame

Il rinuncianesimo è neologismo coniato da una studentessa di Torino che intende abbandonare lo studio, lo racconta Andrea Bajani, autore dell’ultimo libro sulla scuola sfornato dall’editoria di casa nostra con il titolo provocatorio La scuola non serve a niente. Luogo comune abbastanza facile nella sua superficialità, che forse deve il suo rinverdimento a uno dei limiti più gravi della nostra classe docente, quello di non saper parlare di scuola, di istruzione, di formazione al Paese. Questi professionisti della cultura diffusa, non solo non hanno voce, ma non hanno neppure saputo prendersela, questo, al di là di tutto, credo sia il loro limite, la vera ragione della loro scarsa considerazione sociale.
Del rinuncianesimo, di nuovo conio, è inquietante soprattutto il suffisso esimo, usato negli ordinali, che immediatamente colloca questa ragazza all’ennesimo posto dei fallimenti della scuola, quantificato nel 17,6% di giovani che abbandona precocemente gli studi.
Ma il rinuncianesimo non è della studentessa di Torino che si assume la responsabilità di fare i conti con la propria vita, semmai è quello di un paese che non sa pensare alla sua scuola a partire da chi vi lavora dentro, che si riempie la bocca dei dati Ocse per continuare poi a balbettare, per finire con la politica che sull’istruzione insiste a poltrire e, quando si sveglia, non c’è di testa, non ha un sogno, ma solo incubi da scaricare sulla mal capitata scuola nazionale.
Di questo rinuncianesimo parlano i dati Ocse che sono la cattiva coscienza delle politiche per l’istruzione nel nostro paese. Ci dicono di un Paese che ancora non ha imparato a prendersi cura della sua scuola, di un Paese che non ha cura dei suoi figli, che considera le persone come sudditi anziché come risorse.

La storia nazionale della scuola non inizia certo dalla parte dei bambini e delle bambine e neppure dalla parte della massa dei diseredati dell’istruzione, ma al servizio delle esigenze politiche ed economiche dello Stato all’indomani dell’unificazione. E sono sempre queste esigenze che hanno continuato e continuano a prevalere su tutto.
La strada per costruire scuole di bambine e di bambini, di ragazze e di ragazzi, anziché alunni, allievi, scolari è ancora lunga. Ancora lunga è la strada da percorre perché lo Stato riconosca nei suoi studenti le sue figlie e i suoi figli, le risorse da difendere, da tutelare, da far crescere, da non disperdere. Credo sia questo il vero significato della società della conoscenza, di conoscenza si vive, si respira, si cresce.
Così anche il sistema nazionale di valutazione, che dovrebbe misurare per consentirci di vedere e di capire, per aiutarci a cambiare, fino ad ora è parso più al servizio dell’Ocse che dei nostri ragazzi. Quello che ci serve non è valutare se il malato è stato bravo a guarire, ma se quell’ospedale l’ha saputo guarire, in quanto tempo e con quali cure e a quali costi.

La scuola è il luogo dove si lavora sui saperi, montandoli e smontandoli, è laboratorio continuo, laboratorio come atteggiamento mentale. Da tempo la didattica dell’insegnamento avrebbe dovuto cedere il posto alla didattica dell’apprendimento. Ma pare proprio che non sia ancora così. Se non cambia l’approccio, le stesse prove dell’Invalsi potrebbero rischiare di farci tornare indietro ad un insegnamento ripetitivo, di esercizio fine a se stesso, che rischia di perdere di vista il titolare dell’apprendimento che non è il docente, non è la scuola, ma ogni singola bambina e ogni singolo bambino, ciascun ragazzo e ciascuna ragazza.
D’altra parte i nostri curricoli scolastici non sono stati concepiti avendo di mira il diritto all’istruzione delle persone, tanto meno nel significato che oggi assume nella società della conoscenza, ma avendo come esclusivo fine l’integrazione degli individui nello Stato-nazione. Questo ha trasformato le nostre scuole in tanti depositi pubblici di giovani generazioni, a studiare tutti nelle stesse maniere a fare tutti ad ogni ora pressoché le identiche cose.
I nostri curricoli continuano a riflettere una concezione del sapere frantumata in discipline che, se si poteva pensare funzionale al capitale umano di una società fondata sulla divisione del lavoro, oggi appare ampiamente superata, soprattutto rispetto alla necessità di acquisire competenze utili ad essere cittadini attivi, consapevoli di sé e dell’ambiente, capaci di tutelare la propria vita e quella degli altri, di perseguire il progetto di una esistenza felice. Da questo punto di vista non è più accettabile lo scarso interesse per le scienze sociali, indispensabili a costruire una autentica società della conoscenza, cosi come la matematica e le scienze, altrettanto trascurate nelle nostre scuole, sempre più indispensabili per preparare generazioni di donne e di uomini in grado di partecipare attivamente a tracciare il loro futuro, a creare un mondo capace di promuovere consapevolmente il benessere dell’ambiente e degli individui.
Non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nei curricoli di matematica e di scienze delle nostre scuole, tranne la loro assoluta separatezza dalla vita pratica, dal tradursi in competenze per la propria esistenza, perché separati da qualsiasi studio di indagine sull’uso di queste materie per comprendere, conoscere, governare la vita umana. La suddivisione del curricolo in discipline separate limita la prospettiva intellettuale dei nostri studenti, come l’astrazione dal contesto reale dello studio delle scienze sociali, della matematica e delle scienze si traducono esclusivamente, anziché in competenze reali, in semplici ingredienti di una generica formazione da spendere su un altrettanto generico mercato del lavoro. Un mercato del lavoro che non c’è più e, se anche c’è, sulla base dei dati riportati dall’Ocse, per cui il 70% degli italiani tra i 18 e i 64 anni ritiene che la scuola non gli abbia fornito gli strumenti per accedere al lavoro, sembra non farsene nulla nello specifico.
Il rilievo inadeguato che nei nostri programmi scolastici hanno ancora le scienze sociali, l’insegnamento della matematica e delle scienze rappresenta una sottovalutazione irresponsabile dei problemi ambientali e sanitari di dimensione mondiale che i nostri giovani dovranno affrontare, rischiando di giungere a quell’appuntamento impreparati. È questo l’umanesimo vero di cui la nostra scuola ha urgente bisogno. Sono queste le conoscenze che oggi possono liberare l’uomo, aiutarlo ad agire per difendere la qualità della sua esistenza, contro il progressivo degrado del pianeta e della sua biosfera. Oggi dobbiamo attrezzare i nostri giovani non a integrarsi nello stato-nazione con il suo sistema di mercato, ma a vivere in un mondo pulito, respirabile, umanamente migliore, che non tradisca la millenaria aspirazione delle persone ad essere felici.

L’ultima stagione del nostro scontento

Alla luce dei nuovi naufragi del sistema politico e degli scandali che animano questo tramonto della democrazia ripasso mentalmente la tormentata vicenda di 154 anni di unità nazionale, tenendo fermo il 1860 come inizio del processo. E sfilano, lividi di scandalo e di perversa attitudine al male, i protagonisti, infimi moralmente, della nostra storia. I Savoia, Mussolini, qualche presidente della Repubblica, i responsabili di Tangentopoli, Berlusconi e Scajola e Greganti, poi la nuova trionfante stagione dei mestatori dello scandalo Expo che hanno nel nome il segno di un destino, i fratelli Magnoni (la nonna ci insultava quando mio fratello ed io saccheggiavamo la dispensa al grido di “Magnun”!) che incautamente hanno lasciato nel nome la loro specificità.
Bene fecero, ai tempi loro, i fratelli Falsetti che da umili corniciai pratesi hanno costruito una delle più potenti gallerie d’arte cambiandosi però il cognome in Farsetti! Accanto, il livore e la violenza di Genny ‘a carogna, di “Gastone” o del femminicida di Firenze. Ma sembra non bastare. Si chiede fiducia per le istituzioni, s’invocano “le magnifiche sorti e progressive” per ridare fiato alla politica con la frase non so se più incosciente o compiaciuta del Matteo nazionale che chiede alla politica di stare alla finestra in silenzio finché la magistratura abbia eseguito il suo compito.

Mi domando: quale Paese del cosiddetto Occidente ha sopportato e supportato e ha scelto, nella maggior parte dei casi, la deviazione dall’etica, la frode, la violenza come metodo di governo, come in Italia? Centocinquantaquattro anni di unità nazionale la maggior parte dei quali trascorsi a scegliere il peggio. E non mi pare di mancare di fiducia nell’ottimismo della ragione. Semmai lo sposterei su un carico di fiducia nel sentimento. E penso ai bambini. Studi seri hanno dimostrato che la fanciullezza con il suo carico di egoismo e autoreferenzialità, con la mancata conoscenza del limite è la meno adatta a sviluppare il concetto di giustizia e di democrazia se non fossero, quest’ultime, affidate all’educazione e alla famiglia. Dall’altra parte la fragilità dei cuccioli umani rende questi compiti il vertice della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Non sapremo se da quei visi, da quelle menti, da quelle persone sbocceranno Einstein, Marguerite Yourcenar, Picasso oppure il mostro di Firenze o Pol Pot o qualche dittatore. O più semplicemente persone “normali” Ecco il punto.
Qual è il senso e il significato di “normalità”. Cos’è per il comune sentire la “normalità”? Lavorare con impegno durante la settimana per poi esprimersi in curve sud della violenza? Rispettare le leggi e nello stesso tempo essere indifferente alle tragedie degli altri? Comportarsi come in una riunione di condominio che nella mia, per fortuna brevissima esperienza, è il luogo specifico della banalità dell’egoismo? Si risponde di solito a questi interrogativi contrapponendovi il concetto di “eroismo”. Ma l’eroismo è di sua natura eccezione e non normalità. A meno che non si dia finalmente credito all’eroismo della normalità linfa e nutrimento della crescita della civile convivenza e quindi della possibilità di attuare la democrazia. Ma finché si irride o si truffa questa esigenza non saremo mai nazione, Stato, popolo.

Nella mia lunga carriera di docente nulla ha potuto paragonarsi all’esperienza che ho avuto qualche giorno fa con bambini di terza e di quarta elementare. Mi era sfuggito di mente che in tempi lontanissimi mi ero diplomato maestro e che questa condizione si era rafforzata nell’attenzione alla “didattiha” secondo la gorgia fiorentina a cui m’incitavano i colleghi pedagogisti del Magistero fiorentino. Naturalmente, come si richiede a un critico à la page – come mi ritenevo a causa della mia malattia non curabile: la pavonite – la propensione alla didattica era lontanissima dal mio progetto d’insegnamento. Insegnare – e tenacemente ho perseguito questo che è stato per me il primo comandamento – significava e significa prendere coscienza e consapevolezza del metodo. Solo se ci si rende conto che il progetto e il metodo stanno alla base di qualsiasi curiosità o passione, questa sì era ed è la mia didattica. In questo modo la parola non può essere mistificata così come il pensiero. Sta dicendo Papa Francesco in questo esatto momento la scuola apre la mente alla realtà. Un pensiero che può essere accettato e fatto proprio dalla laicità perché la realtà non è questione di fede ma di conoscenza. Il massimo grado della realtà è quello che viene veicolato dalle forme d’arte e d’espressione del pensiero primo fra tutti la poesia E la realtà e verità e non menzogna come ci hanno contrabbandato coloro che così male hanno preso le redini di questo paese trasformandolo nelle montaliane Stalle d’Augia tra lo strame dell’inganno e del profitto illecito.

L’esperienza con i bambini mi ha profondamente non dico commosso ma rinforzato nell’idea che un’età preziosa come la fanciullezza va preservata instillando loro il senso della bellezza come realtà. Come disvelamento della verità a cui si devono inchinare le miserie umane comprese quelle politiche. E ricordando il bacio sulla mia pelata deposto dai piccoli ascoltatori chiudo infastidito la televisione dove un urlante Grillo istiga alla violenza verbale e al disconoscimento della realtà intesa come metodo ed etica del vivere quotidiano.

vescovo Negri

Diritti della persona e diritti umani: a proposito dell’esortazione del vescovo Negri

di Piero Stefani

In vista delle prossime elezioni l’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio Luigi Negri ha rivolto ai «carissimi figli e figlie» della sua diocesi un messaggio. Monsignor Negri, in quanto vescovo, afferma che sua missione inderogabile è comunicare il Vangelo. Parte integrante di questo annuncio è trasmettere una precisa concezione dell’uomo espressa nei principi fondamentali dalla dottrina sociale della Chiesa, da essa sempre proclamati e testimoniati. Questa visione è contenuta in «principi non negoziabili» che sono «inscritti nella coscienza di ciascuno». Il primo da cui tutti gli altri discendono è «la dignità della persona umana, costituita a immagine e somiglianza di Dio». Segue il consueto elenco esteso dalla sacralità della vita umana dal concepimento alla morte naturale, alla famiglia naturale fondata sul matrimonio e ai diritti e alle libertà fondamentali della persona e così via.

Che la Chiesa abbia sempre proclamato e testimoniato i diritti e le libertà fondamentali della persona è un palese falso storico su cui non vale la pena soffermarsi. Più interessante è chiedersi chi sono coloro a cui Negri si rivolge con l’appellativo di «figli e figlie»: sono solo i credenti praticanti? Se fosse così sarebbe coerente richiamarsi ai diritti della persona creata a immagine e somiglianza di Dio; se invece quella qualifica si estende a ogni residente nella sua diocesi bisognerebbe far riferimento ai diritti umani che hanno un’altra base fondativa (qualunque essa sia) e non già a quelli della persona (per questa capitale differenza vedi D. Menozzi, Chiesa e diritti umani, il Mulino, Bologna 2012).

L’uso dell’ormai anacronistica espressione di «principio (o valori) non negoziabili» (da cui ha preso apertamente le distanze papa Francesco) lascia presupporre che monsignor Negri compia un’indebita sovrapposizione tra i diritti umani e quelli della persona. È evidente che anche il cattolico impegnato in politica crede che la persona umana sia stata creata a immagine e somiglianza di Dio; ma ciò non intacca il fatto che questo suo convincimento non vada direttamente assunto come un argomento a sostegno di decisioni pubbliche che riguardano pure individui o gruppi che non condividono la sua fede ma vivono, al pari di lui, in una società pluralista. In un contesto pubblico le argomentazioni devono essere di altra natura e vanno articolate, pur all’interno di una varietà di opzioni, facendo appello a un linguaggio condiviso (per esempio i principi della Costituzione italiana, testo che non nomina mai Dio).

Nessuno dei futuri candidati sindaco, a cominciare da Tagliani, interpellati dalla Nuova Ferrara a proposito del messaggio vescovile ha messo in rilievo questa capitale differenza. Per questo motivo ho ritenuto opportuno sottolineare la non sovrapponibilità pubblica tra diritti umani e quelli della persona.

Nemmeno l’amore è più quello di una volta

Mentre adolescenti e adulti hanno ormai assunto i social network come uno dei luoghi della vita, si moltiplicano le domande sugli effetti dei cambiamenti nelle relazioni e nei modi di comunicare. Stiamo costruendo legami fragili, connotati da un tepore uniforme e diventiamo incapaci di cercare un rapporto profondo? Sta crescendo una generazione di giovani che non sanno fronteggiare le emozioni, né esprimerle e metterle alla prova nella realtà? Forse, ma per ragioni che è improprio ricondurre all’uso degli smartphone e dei social network.
Internet ha trasformato l’antropologia dell’amore? Nella rete, come nella vita, convivono diverse declinazioni dell’amore. Troviamo una larga varietà di siti dedicati ad incontri sentimentali: dai siti per la ricerca dell’anima gemella, a quelli finalizzati ad incontri sessuali nell’arco di poche ore, ai vari social network che consentono di allargare la cerchia di amici e, certo, anche di sperimentare nuovi contatti.
La grammatica dell’amore è profondamente influenzata dalla rete, ma la rete non è l’unico fattore del cambiamento. La vita sentimentale è sempre stata segnata da un insieme di valori, istituzioni e quadri culturali che va oltre le storie degli individui. Le traduzioni istituzionali dell’amore hanno conosciuto rilevanti differenze nella storia e nei diversi contesti culturali. Tutto contribuisce oggi a ridisegnare il linguaggio dell’amore: tecnologie, economia, valori, rapporto tra i generi e stili di vita.
In Facebook i rituali amorosi si svolgono sotto lo sguardo degli altri. Ma l’amore non è mai stato un fatto esclusivamente privato. Tantomeno lo era in passato, quando la famiglia e la comunità avevano il compito di legittimare la relazione. A questo sguardo si è sostituito oggi quello degli amici.
Le reti sociali influenzano le relazioni sentimentali. Hanno cambiato le modalità di corteggiamento e di incontro, la gestione della relazione, le cause di gelosia, i vissuti che accompagnano il gioco amoroso. E’ facile mettere l’accento sui rischi di delusioni, sul pericolo di fraintendimenti, sulla caduta di investimenti impegnativi. E’ possibile commentare il rischio di virtualità di contatti mediati da uno schermo. Certo, relazioni che restano solo sullo schermo sono espressione di serie difficoltà di relazione. Ma non è così che accade nella gran parte dei casi.
L’amore resta, anche nel tempo di Internet, la ricerca di un altro che ci consenta di riconoscerci e su cui proiettare il nostro bisogno di radicamento, la nostra ricerca esistenziale di casa e di sicurezza.

Maura Franchi (sociologa, Università di Parma) è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Marketing del prodotto tipico, Social Media Marketing e Web Storytelling. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.it

Nella città della conoscenza per i giovani responsabilità concrete oltre i muri della scuola

di Lucia Marchetti

E’ stato un incontro vero tra due interlocutori che esprimevano valutazioni divergenti sulle politiche educative che hanno caratterizzato l’agire recente dell’amministrazione comunale. Su una sponda il sindaco Tiziano Tagliani sull’altra il professor Giovanni Fioravanti. L’incontro che si è tenuto venerdì alla sala dell’Arengo è stato interessante e utile per vari motivi. La premessa era un intervento di Fioravanti sulle pagine di Ferraraitalia che aveva segnalato l’inadeguatezza di quanto fatto: “La città di Ferrara da anni ha rinunciato ad avere un assessorato all’istruzione, quasi che su questo terreno non ci fossero più politiche da realizzare, ma solo servizi da fornire”, invitando a prendere esempio da altre città d’Europa che hanno messo l’idea della conoscenza diffusa al centro delle loro politiche per migliorare la qualità della vita di tutti.

Tagliani ha replicato con calore enunciando i presupposti (centralità dell’investimento educativo, raccordo fra mondo della scuola e mondo della cultura) ed elencando le numerose e diverse iniziative che il Comune ha realizzato (laboratori di educazione all’arte, urbanistica partecipata, educazione civica, sicurezza urbana, educazione ambientale, sperimentazione teatrale) sostenendo che non erano state certamente inferiori a quelle delle precedenti amministrazioni, pur essendo peggiorate le condizioni al contorno. Sembravano due posizioni abbastanza distanti, ma soprattutto sembravano scorrere su binari divergenti, l’uno a difendere la concretezza e la fatica della gestione del quotidiano, l’altro a lanciare lo sguardo oltre l’ambito territoriale, a guardare l’Europa e le nuove sfide educative che pone un mondo sempre più complesso.

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Un appassionato confronto, organizzato da ferraraitalia, su educazione, istruzione, apprendimento e formazione nella prospettiva della learning city. Hanno animato il dibattito il sindaco Tagliani, il prof. Fioravanti e un nutrito gruppo di insegnanti e operatori culturali

Il pubblico, composto in gran parte da operatori scolastici, ha stemperato i toni e gli interventi hanno riconosciuto la ricchezza delle iniziative che sono state messe in campo, molte delle quali si apprendevano in quel momento. Si suggeriva quindi di farle venire alla luce, di ricollocarle in un quadro che esprimesse l’intenzionalità formativa dell’Amministrazione, che insomma rendesse esplicito l’indirizzo culturale che stava alla base delle scelte e le orientava.

L’incontro si è rivelato interessante anche per l’approfondimento che ha favorito sui temi dell’istruzione e della conoscenza, nella prospettiva di una dimensione più ampia di fronte alla quale dobbiamo confrontarci: quella di una cittadinanza europea. E’ forse questa una chiave che potrebbe aiutarci a sviluppare le nuove politiche municipali nel campo della formazione. Tali politiche potrebbero avere due campi di riferimento: le scuole da un lato e la comunità dall’altro.
Le scuole si trovano in una condizione abbastanza difficile per realizzare gli obiettivi europei, causa politiche nazionali dissennate che hanno penalizzato i curricoli e moltiplicato gli inciampi, per cui il riferimento a una municipalità accogliente e interattiva potrebbe aiutare a far entrare i giovani nelle maglie complesse della società, per esercitare direttamente le proprie competenze di cittadinanza.

apprendimentoFioravanti dice che la città deve far sentire l’amore per le proprie scuole e io penso che sarebbe una buona cosa, nello stesso tempo penso sia necessario costruire esperienze in cui i giovani siano messi in grado di ‘prendere in mano’ la città, assumerne la responsabilità. E’ questa la cittadinanza attiva, non può essere agita se si rimane legati ai banchi di scuola.

Il secondo campo di azione delle politiche municipali è la comunità cittadina. Anche qui gli interventi hanno sottolineato la necessità di operare connessioni e di far emergere quanto si fa per migliorare la conoscenza dei meccanismi di funzionamento della città, per diffondere l’informazione in modo più capillare, per creare forme di aggregazione, per dare più potere di scelta a ciascun cittadino. Diventa quindi sempre più importante la conoscenza diffusa per esercitare una cittadinanza autentica, per poter scegliere e in sintesi per poter agire in una prospettiva di libertà per tutti.

Ferrara, secondo Fioravanti potrebbe diventare un luogo di riflessione e di raccordo delle buone pratiche su questi temi, o con un festival del tipo di quelli che si fanno in diverse città d’Italia, o con incontri cittadini: insomma tutto da inventare.
Il sindaco ha accolto con favore tutti i suggerimenti e si è detto disponibile a progettare assieme a coloro che saranno disponibili.

In conclusione può essere utile riflettere sulle parole di Martha C. Nussbaum, che ci ricorda come la democrazia non sia una realtà compiuta ma un processo in continuo divenire che va curato e sostenuto: “Dove va oggi l’istruzione? Non si tratta di una domanda da poco. Una democrazia si regge o cade grazie al suo popolo e al suo atteggiamento mentale e l’istruzione è ciò che crea quell’atteggiamento mentale… Come Socrate sapeva molti secoli fa, la democrazia è un cavallo nobile ma indolente. Per tenerla sveglia occorre un pensiero vigile. Ciò significa che i cittadini devono coltivare la capacità per la quale Socrate diede la vita: quella di criticare la tradizione e l’autorità, di continuare ad analizzare se stessi e gli altri, di non accettare discorsi o proposte senza averli sottoposti al vaglio del proprio ragionamento”.

Dal neoclassicismo alla dodecafonia l’originale parabola dell’eclettico Nielsen

“MUSICI” FERRARESI DEL PRIMO NOVECENTO
RICCARDO NIELSEN E ANGELO MERCURIALI

Riccardo Nielsen – Nato a Bologna ma ferrarese di adozione, Riccardo Nielsen (1908-1982) studiò pianoforte, violino e composizione al Conservatorio “G.B. Martini” di Bologna, dove si diplomò nel 1931. Inizialmente attratto dalla corrente neoclassica, si interessò in seguito al linguaggio dodecafonico, rielaborandone i canoni con originalissima vena creativa.
Attingendo alla propria smisurata conoscenza delle opere dei compositori italiani del XVI, XVII e XVIII secolo, ne trascrisse mirabilmente larga parte, revisionando in specie pagine notevoli del teatro musicale secentesco: Dafne di Marco da Gagliano, Incoronazione di Poppea di Claudio Monteverdi, La catena d’Adone di Domenico Mazzocchi, Didone ed Ercole amanti di Francesco Cavalli, Arianna di Benedetto Marcello, La conversione di San Guglielmo d’Aquitania di Giambattista Pergolesi e inoltre brani di Frescobaldi, Croce, Gabrieli, Scarlatti, ecc.
Durante la seconda metà degli anni Quaranta, Nielsen fu sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna e, dal 1952 in poi, assunse e tenne per oltre un ventennio la direzione dell’Istituto musicale “Frescobaldi” a Ferrara, che sotto la sua guida raggiunse il grado di Conservatorio Statale. Stimato compositore di portata europea, è collocabile a pieno diritto nell’ambito più significativo della musica italiana del secondo dopoguerra.

Angelo Mercuriali – Il cantante lirico ferrarese Angelo Mercuriali (1909-1999) è stato per trent’anni direttore del teatro La Scala di Milano, durante la sua carriera si è esibito in ben 197 opere, in 26 delle quali come primo tenore, interpretando complessivamente 228 ruoli. La sua straordinaria versatilità, la grande padronanza scenica e la facilità con cui apprendeva i copioni, gli hanno consentito di impersonare con disinvoltura, nella stessa opera (e talvolta nella stessa serata), i panni di innumerevoli personaggi.
Le sue performances non si contano: Rigoletto, Traviata, Macbeth, Falstaff, Turandot, Lucia di Lammermoor (con cui esordì, nel 1932, al teatro Verdi di Ferrara), I pagliacci, Madama Butterfly, Cyrano de Bergerac e altro ancora. Ha lavorato con artisti come Beniamino Gigli, Tito Schipa e Magda Olivero. Mercuriali è sepolto nella Certosa di Ferrara.

La meteoropatia incide sul tuo umore (e non solo)

Dal greco meteoros (alto nell’aria) e pathos (malattia), la meteoropatia è una malattia che sta ad indicare qualsiasi condizione psicologica connessa in qualche modo con le condizioni meteorologiche che ci circondano. Considerata in passato una malattia immaginaria, la meteoropatia è oggigiorno riconosciuta dai medici come una vera e propria patologia. Stando alle statistiche più recenti, un italiano su tre è sensibile alle variazioni climatiche, tanto da riuscire a percepire un temporale in arrivo quando il cielo è ancora sereno e assolato.
Le stagioni Primaverile e autunnale sono caratterizzati da disturbi e instabilità climatiche che si riflettono sull’intero corpo provocando spesso una vera e propria sindrome che si traduce in effetti su tutta la colonna vertebrale e precisamente si potranno avere … dolori alle ossa.. stanchezza ..mal di testa, irritabilità, depressione, insonnia, disturbi influenzali, tachicardia. Quando cambia il tempo, in particolare quando piove, c’è vento o caldo gli effetti meteoropatici influenzano i muscoli e le articolazioni. Esistono molti studi in campo mondiale che dimostrano l’influenza del cambiamento di tempo (in particolare associato ad una perturbazione atmosferica in arrivo) proprio sulle ossa, le articolazioni, i muscoli, i nervi e i tendini. Le condizioni meteo, specie nei cambi di stagione, si ripercuotono sui dolori reumatici, di cui soffrono milioni di persone in tutto il mondo, viene da studiosi argentini che hanno seguito, per un anno, un centinaio di pazienti affetti da osteo-artrite, artrite reumatoide e fibromialgia, confrontando le loro reazioni alle variazioni di temperatura, umidità e pressione con quelle di persone sane. Il rapporto fra tempo e dolori reumatici è stato così confermato, pur avendo registrato che l’effetto meteo varia a seconda della patologia del paziente e della sensibilità individuale al clima, ad esempio:
– la fibromialgia è correlata con bassa temperatura e alta pressione atmosferica,
– l’artrite reumatoide con bassa temperatura, alta pressione ed elevata umidità,
– l’osteoartrite è influenzata da freddo e umidità. L’altalena climatica, invece, non ha influito sui soggetti sani. Sono proprio tendini, guaine e borse a soffrire maggiormente della variazione termica e climatica, provocando fastidio in particolare all’inizio del movimento “a freddo” e causando un rallentamento dell’attività motoria, che in alcuni casi può raggiungere livelli anche notevoli. Un fenomeno che aggrava, soprattutto nei più anziani, uno stato di salute articolare magari già compromesso dall’artrosi, favorendo una tendenza all’immobilità.
Anche la riduzione della pressione atmosferica può contribuire a far sentire maggiormente i dolori. Nelle giornate instabili, più fredde o umide, il risveglio può essere veramente “pesante”.Quindi ..Un clima malsano è una forza malsana che agisce sulla nostra forza vitale alterandola. La forza vitale così alterata è la causa dei sintomi della meteoropatia. E’ anche vero che un clima molto favorevole può essere curativo e questo è noto sin dall’antichità. Per la medicina convenzionale, solo di recente la meteoropatia è stata considerata un problema di salute. Attraverso la termoregolazione la pelle percepisce sensazioni di freddo intenso e di calore eccessivo o al contrario di dilatarsi con conseguenti brividi o un’eccessiva attivazione abnorme delle cellule sudoripare e perdita di liquidi, sali minerali e oligoelementi, ecco perché le persone che tendono a soffrire di più di metereopatia sono le persone anziane e quelle con delle malattie pregresse, come cardiopatici ed infermi che vedono spesso il peggioramento della propria malattia.

Come possiamo comportarci?

– Un rimedio semplice ed efficace è quello di fare un bagno o una doccia molto calda al mattino, per “sciogliere” i muscoli.
– Inoltre è consigliabile essere ben protetti con indumenti caldi, che evitino durante il giorno il raffreddamento degli arti, del collo e della zona lombare.

Alcuni consigli per contrastare i disturbi del “mal di tempo”:

– E’ importante contenere lo stress ed imparare a gestirlo con tecniche yoga, di meditazione e tecniche cranio-sacrali…
– Uno degli accorgimenti più importanti è quello di mantenersi in moto il più possibile. Non solo passeggiate prolungate nelle ore più calde, ma anche ginnastica leggera, consigliata soprattutto ai più anziani. Oggi sono disponibili molte medicine per combattere il dolore, ma è sempre preferibile mantenere un corretto stile di vita e praticare regolarmente attività sportiva, per consentire la massima efficacia di ogni azione terapeutica.
– Anche i rimedi naturali possono rappresentare un valido sostegno; l’idroterapia, per esempio, è in grado di stimolare i meccanismi di termoregolazione. Rimedi casalinghi come l’idromassaggio e l’alternanza di caldo e freddo sotto la doccia, le spugnature fredde sono di sicuro giovamento.
-Coloro che tendono a soffrire di meteoropatia possono compiere delle regolari passeggiate all’aria aperta per attivare la produzione di serotonina ed endorfine riabituando così l’organismo a vivere all’aria aperta per chi è troppo abituato agli ambienti climatizzati.