‘Paziente uno’, ‘paziente zero’, ‘superspreader’, ‘asintomatico’ sono termini che affollano la cronaca medico-sanitaria e sono entrati prepotentemente nel nostro lessico ormai quasi quotidiano, vestendoli di una normalità impressionante, se si pensa che fino qualche mese fa appartenevano solo ed esclusivamente agli addetti ai lavori. Paziente uno di Codogno, di Piacenza, dell’isola d’Ischia, di Livorno: ogni luogo possiede il proprio, eroici simboli della lotta all’incubo per la sopravvivenza.
Caccia al paziente zero forse tedesco, forse proveniente da qualunque parte d’Europa: una realtà che supera la fantasia del film di Stefan Ruzowitzky “Paziente zero”, del 2018, in cui una pandemia trasforma il genere umano in creature violente e genera la ricerca spasmodica di una cura da parte degli ultimi sopravvissuti.
E poi ancora l’esercito di asintomatici, silenziose ‘mine vaganti’ che vengono citate tra un misto di sospetto e timore, contornate da un’aura scura.
Viene in mente la particolare e rocambolesca storia di Mary Mallon (1869-1938), giovane irlandese che emigra negli Stati Uniti da un poverissimo villaggio dell’Irlanda del Nord, ospitata a New York dagli zii e passata alla storia con il triste appellativo di “Typhoid Mary”, Mary la tifoide, perché identificata come portatrice sana della salmonella enterica, responsabile del tifo.
Una storia vera e documentata che rasenta l’incredibile, perfettamente adatta a un racconto inquietante alla E.A. Poe. La giovane Mary cominciò a lavorare nei mesi estivi presso famiglie benestanti di Manhattan, passando poi a collaborazione domestica continuativa come cuoca. Durante la sua permanenza in quelle case, alcuni membri di queste famiglie manifestarono i disturbi tipici del tifo e una lavandaia dipendente ne morì. Nel 1906 andò in servizio come cuoca presso un ricco banchiere, la cui figlia contrasse la malattia poco dopo. Vennero attivati gli accertamenti sanitari necessari su tutti i presenti ma Mary scomparve dalla casa ancor prima che si concludessero le indagini. Dopo varie ricostruzioni, fu chiaro che le famiglie colpite dal tifo erano associate alla presenza della donna, la quale cambiava continuamente nome e spariva regolarmente nei momenti di emergenza.
Mary fu rintracciata a Park Avenue, dove lavorava dopo un ennesimo cambio di identità, tradita, forse per alcol o per soldi, dall’uomo con cui viveva. I tre poliziotti e la dottoressa Baker inviati dal Dipartimento di sanità pubblica per procedere con i prelievi di feci e urine, non riuscirono a cavare di bocca alla donna una sola parola e il giorno seguente dovettero inseguirla perché fuggita da una finestra. Raggiunta, bloccata e caricata sull’ambulanza, venne portata al Parker Hospital, segnalata come persona pericolosa e inaffidabile.
Nel 1907 venne rinchiusa nell’ospedale Riverside a North Brother Island, in isolamento a tempo indeterminato. Alloggiava nella villetta dell’ex capo infermieri dell’ospedale.
Nel 1910, dopo discussioni, dibattimenti, mozioni e appelli, si presentò davanti al giudice con il suo avvocato e venne prosciolta dall’obbligo di permanenza sull’isola, definita dal magistrato stesso “sfortunata donna”.
Nonostante la diffida a continuare ad esercitare la professione di cuoca, continuò questo lavoro inventando identità fittizie come Mary Brown, Mary Breyhof; riprese il grembiule da cuoca dando l’avvio a una nuova ondata di infetti, compreso un noto ristoratore newyorchese che morì in seguito al contagio.
Nel 1915 era cuoca allo Sloane Hospital di New York, quando 25 persone furono infettate e colpite dal tifo. Allo scoppio dell’epidemia, Mary Mallon fuggì, stanata dal suo nascondiglio non molto più tardi. Questa volta non si ribellò e si consegnò all’autorità quasi con rassegnazione. Fu condotta nuovamente a North Brother Island e messa in quarantena forzata fino alla sua morte, avvenuta nel 1932, dopo che un ictus l’aveva debilitata sei anni prima.
Il tristissimo appellativo ‘Typhoid Mary’, inventato sensazionalmente dalla stampa dell’epoca, le avvalse un infausto posto tra i primati: quello della prima persona asintomatica individuata negli Stati Uniti in un caso di epidemia. Una cinquantina di persone contagiate, un ricordo inglorioso che lascia una lapide presso il St Raymond Cemetery nel Bronx, a memoria di questa donna d’altra epoca, fuggita per tutta la vita da se stessa.
“Terrificanti e dolcissimi zen cristiani”: ricorrendo a questa efficace immagine Cristina Campo definisce i Padri del deserto, le cui storie assomigliano infatti ai koan usati nello zen: frasi paradossali, racconti brevi da meditare in compagnia di un maestro, per risvegliare la coscienza profonda, il centro della persona e il rapporto con le cose. Essi fiorirono nell’arco di tre secoli, dal III al VI secolo, come reazione al “pericolo latente e mortale” ‒ così lo chiama Cristina Campo ‒ di un compromesso del cristianesimo col mondo. Se infatti nel 313 con l’editto di tolleranza di Costantino che annullò l’ordine di Commodo per il quale “i cristiani non dovevano esistere”, i credenti in Cristo ritrovarono il loro diritto di vivere, si manifestava in essi anche la tentazione di scendere a patti con il potere; un pericolo reale, sempre risorgente, che persiste tutt’oggi, anche dopo 18 secoli, di rendere senza vita, senza testimoni, irrilevante tra la gente, il bel nome cristiano.
Profezia evangelica fu dunque quel tempo nel deserto, contestazione non violenta ma radicale ‒ come all’epoca dei martiri ‒ di un potere imperiale che allora aveva cambiato faccia e religione. La lotta per la difesa del cristianesimo continuava, sebbene non dal di fuori, ma interiormente, per purificare il cuore e resistere a quelle potenze che assoggettano l’uomo e gli rubano la libertà, ovvero ‒ come scrive Giovanni nelle sue lettere (1Gv 2,16) ‒ “la superbia della vita, le concupiscenze dell’uomo vecchio e dei suoi occhi, che bramano possedere”. Il campo di battaglia non era più l’arena degli spettacoli circensi, ma le spelonche in cui questi mistici dimoravano, circondati da bestie selvatiche a figura di quel “leone ruggente”, il divisore, “che si aggira cercando una preda da divorare” (1Pt 5,8).
Da essi scaturiva una profezia ri-generativa di un nuovo inizio evangelico, di una nuova seminagione e primizia di umanità, da attendersi finalmente inclusiva e ospitale; una comunità innamorata del futuro, di quel tesoro nascosto nel campo, che cela beni invisibili non solo nella fenditura della storia, ma nell’interiorità di ogni uomo: “secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 2,13). Una comunità priva di gerarchie e distinzioni perché composta tutta da figli di pari grado: “Tutti voi infatti siete figli di Dio… vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,13).
Così Cristina Campo: “Mentre i cristiani di Alessandria, di Costantinopoli, di Roma, rientravano nella normalità dei giorni e dei diritti, alcuni asceti, atterriti da quel possibile accordo, ne uscivano correndo, affondavano nei deserti di Scete e di Nitria, di Palestina e di Siria. Affondavano nel radicale silenzio che solo alcuni loro detti avrebbero solcato, bolidi infuocati in un cielo insondabile” (C. Campo, I detti e fatti dei Padri del deserto, Milano 1975, p.13-14).
Il monachesimo nasce con Abba Antonio, l’egiziano, del quale il vescovo Atanasio di Alessandria scrisse la vita. Monaco da mónos ‘solo’, ‘in solitudine’; ma una solitudine di relazione, alimentata dalla Parola, di cui il monaco è interlocutore e interprete, sino a rendere manifesta una presenza dialogante. “Solus cum solo”: così infatti viene descritta l’esperienza eremitica e mistica, volta a ritrovare il centro profondo e unitivo della propria vita disseminata all’esterno. Una ricerca di sé stessi attraverso la ricerca di Dio, un cammino di personalizzazione nello Spirito del Cristo che accorda le differenze, libera dalle manipolazioni, guarisce dalla bulimia e anoressia spirituali risanando la ferita che tiene lontani lo spirito e le cose, riaccendendo quella brace soffocata dalla cenere del gusto di vivere.
Questo stesso Spirito, dimorando nella Parola di Dio, nei segni della fede e nei poveri, si offre all’incontro, mette in un cammino di fraternità e amicizia spirituali. Come un tappeto che continua a essere tessuto da qualcuno per qualcun altro ‒ è ancora una metafora di Cristina Campo ‒ i padri del deserto rivivono per tutti i cristiani quella provvidenza di amore: “Provvidenza” – insegna Antonio – “è il Verbo di Dio che compie sé stesso e dà forma alla sostanza che costituisce questo mondo. In questo divino tappeto è lecito all’uomo intessere sé stesso col filo magico di quell’amore che porta il nome strano di Comunione dei Santi. Tutti i portenti, tutte le conversioni, tutte le grazie di cui narrano le storie dei Padri del deserto sono largiti a qualcuno ‘per la pena che s’è assunto’ qualcuno per qualcun altro, per la privazione e l’umiliazione che qualcun altro ha accettato”. Come non pensare che così è accaduto anche per noi, poco o tanto, in ragione dell’amore che abbiamo ricevuto da qualcun altro.
Il monachesimo non è dunque fuga dalla terra per il cielo, o peggio disprezzo e distacco insensato dalla vita. Che, anzi, è presa ‘con lievi mani’, con ‘sprezzatura’ ‒ direbbe Cristina Campo negli Imperdonabili ‒ dove sprezzatura “è ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino“. E continua l’Autrice introducendo i Detti e fatti: “La contesa con le potenze tenebrose che stringono d’assedio la mente è vinta, capovolgendo tutti i metodi naturali di lotta, secondo una specie di aikido spirituale (un’arte marziale a mani nude o con armi bianche) nel quale le energie aggressive del nemico sono per così dire utilizzate anziché respinte, il loro impeto assecondato fino a rovesciarlo nel suo opposto. È la santa sprezzatura del Vangelo e di quei piccoli vangeli che sono le fiabe. A chi ti chiede la tunica, e tu dà anche il mantello; e a chi ti angaria un miglio, tu vai con lui per due. Se un uomo o un demonio ti accusa, tu raddoppia l’accusa; se un uomo o un demone ti minaccia, tu mostrati avido di una più tremenda minaccia. Vegliardo, che farai, poiché ti restano ancora cinquant’anni da vivere [e da soffrire]? Mi avete grandemente afflitto poiché mi ero preparato a vivere duecento anni” (ivi, 211).
Il monachesimo assomiglia all’evangelica vite del Cristo, quella della sua umanità, i cui tralci portano tanto più frutto quanto più vengono potati. Ne ritrovo l’immagine proprio in taluni detti dei Padri, come quello di Abba Iperechio, il quale, per aver ritrovato la vitalità delle proprie radici, affermò: “L’albero della vita è in alto e vi ascende l’umiltà del Cristo ed anche noi solo se il nostro cuore è umile”. Senza dimenticare Abba Efrem che “quando era fanciullo, fece un sogno o ebbe una visione, per la quale un tralcio usciva dalla sua bocca, si ingrandiva e riempiva ogni cosa sotto il cielo; esso era carico di grappoli. Vennero tutti gli uccelli del cielo a mangiare i frutti della vite, ma quanto più ne mangiavano, tanto più l’uva aumentava”.
Una figura particolarmente significativa di questa esperienza mistica, umana e cristiana della ricerca di un fondamento e del luogo dell’altro, per giungere alle profondità e alle estensioni del proprio cuore sparpagliato, è l’immagine ‒ cara a Michel de Certeau, che la riferiva a Pierre Favre uno dei compagni di Ignazio di Loyola ‒ dell’albero capovolto con le radici celesti e i rami in basso, le foglie disseminate che lasciano cadere i frutti sulla terra. Qui sta il luogo dove altezza e profondità, cielo e terra, si guardano negli occhi e si cingono in un abbraccio, ovvero ‒ detto con il salmista ‒ dove “misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo” (Sal 84, 11-12).
Anche nella mistica ebraica, secondo la Qabbalah, l’albero della vita assume simbolicamente la forma di un albero rovesciato su di sé, chiamato “albero sefirotico” che si compone di tre parti, simboli di altrettante vie, che sono l’amore, la compassione e la forza. I sefirot‒ nel numero di dieci ‒ sono luci, energie, emanazioni che rappresentano le qualità e gli strumenti di Dio, ed esprimono l’irradiarsi della sua energia dal cielo sulla terra, con successive e diversificate mediazioni. In alto il trascendente, l’ineffabile la cui energia fontale è rappresentata dalla prima luce che ha nome ‘Corona’, per tenerla distinta dalla Testa che è incoronata. Si arriva discendendo all’ultima delle dieci emanazioni, che ha nome ‘Regno’ e rappresenta i frutti che dai rami scendono verso terra. Esso ricorda il racconto genesiaco della scala di Giacobbe, con gli angeli ascendenti e discendenti: luogo di comunicazione tra il cielo e la terra per far udire ancora la sua fedeltà all’alleanza, la benedizione premessa e rinnovata, non solo ad Abramo e alla sua discendenza, ma attraverso di lui a una moltitudine che non si può contare, perché pari alle stelle del cielo e ai granelli di sabbia in riva al mare.
Le dieci luci, o sorgenti di grazia, aiutano coloro che cercano Dio e camminano nelle sue vie ad andare a Lui con tutto il cuore, agendo secondo la sua volontà. Lo aveva ben compreso Abba Iperechio, di cui uno dei più citati apoftegmi recita: “Abbi sempre nello spirito il Regno dei Cieli, e presto l’avrai in eredità”.
Ogni sabato mattina su Ferraraitalia, appuntamento con la rubrica di Andrea Zerbini PRESTO DI MATTINA. Per leggere gli articoli precedenti clicca [Qui]
“Scusi signora…”, mi chiede il poliziotto mentre, in auto con il suo collega, mi si affianca abbassando il finestrino.
Sono le 22.13 di una calda nottata primaverile e io sono seduta su una panchina di ferro nella piazzetta lastricata di Porta Paola. Quella dove al venerdì facevano il mercato.
In quest’epoca di coronavirus mi sono data un piccolo appuntamento serale. Come una coccola, come un amante, come le carezze prima di dormire.
Alle dieci di sera, nell’ora del coprifuoco più serrato, quando sono tutti sdraiati sui divani a smaltire l’ultimo TG con il suo inesorabile bollettino, io esco a buttare la spazzatura.
Ho ideato un sistema di sacchetti piccoli in cui stiparla, così che a fine giornata almeno uno è irrimediabilmente pieno.
Quando sono le dieci, e fuori non si ode altra voce, io esco.
Butto la spazzatura e mi vado a sedere sulla panchina di Porta Paola, che dista solo 30 passi dal mio condominio.
Sto li, annuso l’aria, guardo la luna, mi fumo una sigaretta, smanetto con il cellulare.
“Signora scusi…”, scende dall’auto il poliziotto in divisa. Bell’uomo direi, ma chissà, in questa quarantena qualsiasi uomo mi sembra desiderabile. “Cosa sta facendo seduta fuori a quest’ora della sera?”
Insieme ai riders in giro per le strade deserte, ci sono loro, i vigilanti della notte. Poliziotti, vigili, carabinieri, guardia di finanza, a far rispettare il coprifuoco a suon di denunce, perché noi esseri umani siamo troppo cretini, e un nemico minuscolo e invisibile che ci uccide alle spalle ancora non ci fa paura.
“Mm”, dico imbarazzata. “Ero andata a buttare la spazzatura ma il bidone dell’umido è pieno…guardi!”, mostro come un alibi il sacchetto maleodorante di fianco a me.
L’uomo mi guarda sorridendo, “vabbè”, mi dice come una promessa, “facciamo che io tra 5 minuti ripasso. Se la ritrovo ancora qui mi tocca farle una multa”, e si allontana strizzandomi l’occhio.
Io abbasso lo sguardo arrossendo, pur sempre sensibile alla divisa. Prendo il mio sacchetto e mi avvio verso casa, quasi contenta nonostante la tuta, la spazzatura che puzza, le sopracciglia di Frida Kahlo, i capelli raccolti con il mollettone rosa.
In quest’epoca di coronavirus basta un attimo per sentirsi ancora una donna.
Il tono è grottesco, la sostanza è reale: i matrimoni combinati si fanno ancora, e ci sono genitori che li considerano giusti per proteggere i figli (soprattutto, ma non soltanto, le figlie), oppure per fare un affare.
Matrimoni combinati
Si credeva, irriverente,
al cospetto della gente
di potersi innamorare
prima ancora di sposare!
Dove va la tradizione,
le sue leggi belle e buone?
E chi più di un genitore
sa educare con amore?
La bambina è ormai ragazza,
stia lontana dalla piazza!
E se il giudice ha rispetto,
le ripeta il mio concetto:
la famiglia ha la sua legge
quella sola ti protegge.
Che diploma? Che lavoro?
Pensa invece al tuo decoro!
L’associazione Trama di Terre di Imola, che ha su questo un’esperienza specifica e consolidata, stima che ogni anno in Italia avvengano qualcosa come 2.000 matrimoni forzati. Nella stragrande maggioranza dei casi queste unioni rimangono sommerse. Quando però i diretti interessati non sono d’accordo e riescono a chiedere aiuto attraverso un insegnante, un assistente sociale o un altro adulto di fiducia, vengono protetti dalla giustizia minorile che limita il potere dei genitori e interviene per garantire al ragazzo o alla ragazza il diritto di scegliere.
CONTRO VERSO, la rubrica delle cantilene indisponenti, le filastrocche con rime bambine rivolte al pubblico adulto, tornano su Ferraraitalia tutti i venerdi. Per vedere le puntate precedenti clicca [Qui]
“Chi è Bassani?”. Si calcola che su mille ragazzi, tre su quattro non conoscano lo scrittore ebreo, a differenza dei ragazzi del Liceo Ariosto di Ferrara, dove anche il romanziere affrontò la maturità e fra gli studenti è ben noto. Il Miur sceglie le persecuzioni razziali con Il Giardino dei Finzi Contini tra le tracce della prima prova di italiano della maturità 2018. Ai maturandi, che hanno fatto questa scelta, si chiede di analizzare un brano in cui compare la figura di Silvio Magrini, presidente della comunità ebraica di Ferrara dal 1930. Una storia vera e tragica, dove l’epilogo sarà la deportazione e la morte ad Auschwitz di tutta la sua famiglia. Prima della deportazione, Magrini racconterà l’amarezza e la rabbia nel momento in cui, a causa delle leggi razziali, verrà cacciato dalla sua amata biblioteca di Ferrara.
Il tema principale è l’antisemitismo, una scelta prevista, quella del Miur, in occasione della ricorrenza degli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia. Una giusta attenzione accompagnata forse ad un collegamento alla politica attuale? A tal proposito, ecco alcuni commenti: “Quanto mai attuale!”, “Siamo in tema direi”, “Un caso?”. Ogni giorno giornali, tv e istituzioni fanno allusioni alle leggi razziali del 1938 e alla Shoah per futili motivi politici che offendono tutti coloro che sono stati perseguitati e uccisi nei campi di sterminio. Bisognerebbe evitare manipolazioni del passato e strumentalizzazioni al presente.
Auguriamoci, invece, che la scelta della traccia possa essere un invito rivolto alle nuove generazioni, alla riflessione affinché ciò che è stato non si ripeta o, come suggerisce Ruth Dureghello, presidente della comunità Ebraica di Roma, agli studenti: “Cogliete l’occasione di comprendere meglio come si arrivò a quella tragedia e soprattutto raccogliete quel testimone per impedire che si verifichi di nuovo”.
L’antisemitismo esiste ancora e non minaccia solo Israele (che da ieri si trova sotto attacco missilistico nell’indifferenza totale dei media, italiani compresi, pronti a “colpire” solamente quando Israele reagisce e si difende), come dimostrano le violenze e le uccisioni nei confronti anche di giovanissimi in Francia e in Germania. L’unica loro ‘colpa’? Essere ebrei.
Come possiamo insegnare ai giovani il rispetto quando li costringiamo ad assistere a violente manifestazioni antiebraiche come è accaduto e continua ad accadere anche in Italia, da parte di estremisti politici antisemiti?
I giovani devono comprendere che l’antisemitismo diventa pericoloso quando in uno Stato europeo si forma una forza politica che crede che gli ebrei siano la causa di tutti i mali della società.
N.B,. Questo articolo è uscito per la prima volta su Ferraraitalia il 23 giugno 2018
Incontri, iniziative per le scuole, premi, mostre e laboratori. La Regione Emilia-Romagna lancia un bando per progetti, promossi da enti locali e terzo settore, per sostenere una cultura della pace e dei diritti.
In linea con l’obiettivo 16 di Agenda 2030, delle Nazioni Unite, dedicato alla promozione di società pacifiche ed inclusive ai fini dello sviluppo sostenibile, vengono finanziate iniziative che facilitino e promuovano la crescita di una società in questo senso, congiuntamente ad una cittadinanza consapevole e alla responsabilità sociale. Per i progetti del 2020 sono a disposizione 190 mila euro.
Nel corso degli anni, grazie ai contributi previsti dalla Legge per promuovere una cultura di pace (12/2002), sono stati realizzati importanti momenti di incontro e riflessione di rilievo regionale come il Popoli Pop Cult, incontro tra generazioni, popoli e culture attraverso la musica a Bagnara di Romagna, il Festival Francescano di Bolognaconconferenze, spettacoli, attività didattiche e momenti di spiritualità, il Festival dei Diritti di Ferrara, e ancora iniziative rivolte alle scuole, tra cui il Premio per la Pace Giuseppe Dossetti, e poi mostre, laboratori e spettacoli teatrali.
Il bando 2020, in continuità con gli anni precedenti, sostiene progetti finalizzati a sensibilizzare la comunità regionale, con particolare attenzione ai giovani, alla cultura della pace e della nonviolenza, a promuovere lo sviluppo dei diritti umani, la non-discriminazione e la valorizzazione delle diversità, a incentivare il dialogo interreligioso e promuovere una riflessione su cultura, economia ed ambiente come fattori generatori di contesti di sviluppo inclusivi e sostenibili.
Presentazione delle domande
Le domande di contributo dovranno essere presentate sulla piattaforma informatica Sfinge 2020da lunedì 22 giugno, alle ore 10, fino a lunedì 20 luglio 2020, alle ore 17.
I progetti presentati dovranno essere realizzati entro il 2020. Saranno valutate tutte le iniziative che si concludano dopo il 31 agosto e saranno ritenute ammissibili le spese sostenute nell’anno solare 2020.
Da dove entrano gli altri nelle nostre vite? Si fanno annunciare alla porta o entrano leggeri dalla finestra? Lettrici e lettori si raccontano.
ENTRARE E USCIRE
Cara Riccarda,
porta, finestra, ma cosa importa? Ti lascia sempre qualcosa. Tornassi indietro, non me lo chiederei più da dove l’altro è entrato né da dove sono entrato e uscito io.
N.
Caro N.,
mi fai pensare che a volte crediamo di entrare da un portone e poi ci ritroviamo per le scale di cantina. La settimana scorsa abbiamo parlato di come gli altri entrano nelle nostre vite, se bussando alla porta o saltando da una finestra, ma anche noi in qualche modo ci siamo infiltrati o abbiamo lasciato un piede nella porta, pur di non farla chiudere.
Riccarda
VOGLIE E BISOGNI
Cara Riccarda,
concordo che dalle finestre entrano i ladri, anche quelli di cuori. Delle persone, bisogna avere voglia, non bisogno e la pandemia ci ha aiutato a svelare chi siamo e chi abbiamo davanti.
M.
Cara M.,
la pandemia una frattura l’ha sicuramente provocata a più livelli, visibili e non. La storia di P. che abbiamo raccontato nella puntata precedente, è stato proprio questo: cogliere la non facile differenza tra il bisogno egoistico di qualcuno, e la voglia di stare con quella persona. Il bisogno di lei, nella storia di P., non ha trovato speculum nel bisogno di lui, che la differenza l’ha capita bene.
Riccarda
Vandalismo o legittimo e comprensibile atto di accusa? Il mare rabbioso della protesta ha innalzato le onde fino a travolgere quelli che sono ed erano i segni di una storia, la nostra. Le statue hanno rappresentato, nel corso dei secoli, la scena in cui l’umanità ha vissuto, ha agito, quasi fossero una popolazione in cammino esse stesse, passo dopo passo a percorrere i tempi. Le abbiamo modellate noi, attraverso i nostri scultori, commissionate e celebrate, collocate con ammirazione, rispetto e venerazione nei parchi, nelle chiese, nelle piazze, nei punti più significativi della nostra civiltà eroica o corrotta, conquistatrice o aguzzina, coraggiosa o vigliaccamente profittatrice. Sono creature nostre che prendono vita nelle nostre fucine, nel nostro immaginario e scatenano un ‘memento’ del passato che riconosciamo o tendiamo a disconoscere perché ce ne vergogniamo o avvertiamo estraneo ai nostri principi dell’attualità.
Che ci piaccia o no, sono pezzi di marmo o bronzo scalpellati e forgiati per testimoniare una storia di cui andare fieri o rinnegare e ripudiare. Rammentano un passato, una rivoluzione, un credo religioso, una vittoria bellica, una conquista, una scoperta, un merito in campo scientifico, artistico, letterario, culturale in generale. E quando disconosciamo o ripudiamo un segno visibile e potente dell’iconografia perché la storia ce lo impone, si crea inevitabilmente una crepa, un mea culpa in cui tutto viene rimesso in discussione, un indietreggiare per poi riprendere la rincorsa verso nuove idealità, lasciando alle spalle le macerie di capitoli di storia scomodi. Diventa un corto circuito che genera per un attimo oscurità, un blackout della storia che dura da sempre.
Nell’Isola di Pasqua, appartenente al Cile, una serie di statue monolitiche, circa mille moai creati presumibilmente intorno all’anno 1000 d.C., ricavate da un unico blocco di tufo si affacciano sull’Oceano Pacifico, sembrano fissarlo immutabilmente. Alcune reggono strani copricapi che ricordano il cilindro e la loro altezza, da 2,5 metri a 10 metri impressiona davvero, se si pensa che il corpo rimane completamente interrato. Furono scolpite direttamente nelle cave e trasportate inspiegabilmente nella posizione eretta, servendosi di tronchi d’albero che, presumibilmente, lasciarono l’isola completamente disboscata. Celebravano gli antenati defunti o importanti personaggi della comunità o forse erette per testimoniare credenze religiose: il mistero avvolge ancora i moai. Quello che lascia pensare a una guerra civile, uno stravolgimento sociale, una rimozione di questi stupendi simboli, oppure, ipotesi meno accreditata, un terremoto, è l’immagine di teste divelte e statue rimosse vistosamente dalla loro sede.
Passando ccn un balzo epocale alla Rivoluzione Francese, oltre alle teste umane caddero anche numerose teste di bronzo, nel nome della liberté, fraternitè, egalitè.L’ancien regime era morto per sempre attraverso, prima ancora, i suoi simboli.
Il 2001 segna tristemente la fine dei Buddha di Bamiyan, le due stupende statue scolpite da un gruppo buddista nelle pareti di roccia della valle di Bamiyan in Afghanistan, sulla Via della Seta, itinerario mercantile tra Cina, Asia Centrale, Medio Oriente ed Europa, riconosciute Patrimonio Unesco: 400 religiosi afgani, interpretando il pensiero dei talebani musulmani, decretarono l’abbattimento delle prestigiose sculture perché rappresentati di tendenze idolatre e infedeli. Ai lati delle due opere, i monaci vivevano come eremiti in piccole grotte scavate come caverne, addobbate con statue religiose e meravigliosi affreschi variopinti.
E’ IL 2003 quando una statua di Saddam Hussein viene colpita da un uomo con un grosso martello, prima di essere aggredita dalla folla. Immagine che ha fatto il giro del mondo come emblema di condanna e di svolta. Per poi ritrattare: dopo 13 anni, l’uomo ha dichiarato di essersi pentito perché il dopo-Saddam è peggiore del passato.
Nel 2014 tocca alla più grande statua di Lenin, eretta nella piazza principale di Kharkiv in Ucraina: un’altra statua di regime ‘giù per terra’, rimozione eccellente in una lotta non ancora risolta tra filorussi e dissidenza nazionalista. La stessa sorte toccata a Karl Marx nei Paesi dell’ex Unione Sovietica.
E siamo ancora qua, con la nostra voglia di abbattere, demolire, annullare traccia, ridisegnare una storia che ha subito delle svolte, non è andata come volevamo, ci ha deluso, rammaricato, infuriato.
Ora tocca a CristoforoColombo, demolito e gettato in un lago a Richmond, Virginia; tocca a Robert Milligan, deprecabile mercante di schiavi insieme a Eduard Colston. Tocca pure a Cecil Rhodes, considerato precursore dell’apartheid in Sudafrica, da cui prenderebbe nome la Rodesia.
Si arriva perfino a Wiston Churchill, la cui statua viene imbrattata, in Gran Bretagna, con l’infame scritta ‘was a racist” – era un razzista.
E poi ancora in Belgio, stigmatizzando ad Anversa il ricordo statuario di Leopoldo II, autore della sanguinosa colonizzazione del Congo nella seconda metà dell’800. Il popolo non dimentica e prima o poi ti chiede il conto. Nella nostra Italia è caduto su Indro Montanelli il peso della Storia, con il movimento ‘I Sentinelli’ che ne chiede la rimozione di ogni traccia del monumento e dell’effigie pubblica dopo che ne sono state rispolverate storia e dichiarazioni sulla campagna di Abissinia del 1935 a cui partecipò, che comprende la narrazione della 12enne acquisita come sposa etiope in un contesto di guerra.
Siamo un’umanità che ha bisogno di rivedere epocalmente la propria storia, ammettere errori, a volte mostruosità, per sopravvivere a fatti ed eventi talmente abnormi da non consentire l’assoluzione, la dignità. Sarà sufficiente l’abbattimento delle statue, segno di passaggio storico, ad alleggerirci le coscienze?
A volte vorrei essere un giornalista di Report per quella loro capacità di “scovare” carte, cartelle e quant’altro, sia nella Rete che nei documenti svolazzanti. Purtroppo, accontentandomi, digito soltanto su Google questa parola chiave: “piano di riapertura delle biblioteche di Ferrara”. Dopo circa un mese ritrovo ancora le classiche otto ore disinfestanti per la restituzione e il prestito.
Chissà perché mi immaginavo che si fosse pensato e scritto sul web un piano(forte) programmatico che comprendesse varie fasi: la prima di otto ore, poi l’apertura delle altre strutture, poi man mano l’allargamento degli altri servizi bibliotecari. Ero proprio stupidamente convinto che ci fossero date e punti fermi, ma la prima info sul web riguarda la Biblioteca Ariostea, poi seguono tutte le altre con informazioni poco limpide, ‘senza pietà’ per l’utente che desidera sapere gli orari o se il pianoforte ha ricominciato a suonare.
Se si avevano problemi prima nel districarsi tra le varie aperture giornaliere e settimanali, ora essere i funamboli del tempo diventa una necessità. Entrando nella Home Page del Servizio inizia la Jumanji degli orari. Se vuoi andare all’Ariostea ti vesti da sabato italiano, ma attenzione perché in un’altra Biblioteca va bene anche il mercoledì del lavoratore pendolare. Se hai fretta, il martedì è aperto lo Spid (che si scrive Speed) o se ti piace la movida del giovedì puoi scegliere tra varie strutture. Digitando la stessa ricerca a Bologna il risultato cambia completamente: Le biblioteche sono aperte negli stessi orari pre-zombie, ma ovviamente con le stesse modalità pandemiche: prenotazione, prestiti, rientri. Non è che Bologna è meglio di Ferrara, ma è mai possibile che il karma degli orari delle biblioteche ferraresi, sia una prerogativa anche durante il mondo a rovescio? Ma l’uniformità o la semplificazione è così difficile? Faccio un appello all’Assessore alla Cultura, non dico per fare la rivoluzione, ma per allinearsi con gli standard generali del momento, quindi aprire come prima (se più di prima, ti amerò) conservando d’accordo maschere, gel e dopobarba, nonché la distanza di due metri (usando il Bluetooth che li misura come gli pare), ma almeno evitare lo slalom orario.
E poi parliamoci chiaro: le discoteche sì e le biblioteche no? Le biblioteche non possono aprire all’utenza e le discoteche si possono mascherare da veicoli di cultura? Ma quando mai! Se il problema sono gli spazi aperti, mi risulta che l’Ariostea, la Bassani, la Luppi di Porotto abbiano punti verdi anche importanti. Questa può essere un’opportunità che riguarda non solo i pianoforti bibliotecari, ma in generale tutte le strutture e i fermenti culturali della città, che possono essere “ripristinati” e alimentati nuovamente, creando anche una sorta di “avanguardia” o punto di riferimento nazionale, sul come e sul perché puntare tutto, né sul nero, né sul rosso, ma sulla formazione intellettuale come modo sempre antico, ma sempre attuale, per cambiare l’etica del mondo.
Erano i primi mesi del 2015 quando l’Isis dichiarò guerra al patrimonio archeologico mondiale distruggendo le opere esposte nel museo di Mosul.
Tutto l’anno durò il massacro perpetrato dallo jihadista Stato Islamico: la distruzione delle antiche mura della città di Ninive, delle statue leonine alle porte di Raqqa in Siria, della Porta di Dio a Mosul, fino alla distruzione delle colonne a Palmira, e la lista potrebbe continuare.
La furia iconoclasta porta sempre al medioevo della mente e della cultura, al fanatismo delle fedi, alle anguste visioni del mondo, all’oscurantismo dell’ignoranza.
Ora le manifestazioni di piazza abbattono le statue, come se strappando le pagine di storia se ne potesse cambiare la narrazione. È ciò che abbiamo visto accadere al tramonto di regimi dittatoriali ad opera delle forze vittoriose, come segno di un potere decapitato.
Nessuna manifestazione è più benedetta di quelle contro il razzismo e per i diritti dell’uomo. Ma se l’indignazione e la protesta giungono fino al punto di scaricare la propria rabbia fino ad abbattere le statue, che a giudizio di alcuni costituirebbero la celebrazione di ciò contro cui si sta protestando, allora di fronte alla foga irruenta dei manifestanti è necessario che tutti ci fermiamo a riflettere. Perché abbattere monumenti non è molto distante da bruciare libri in piazza.
Eravamo abituati a manifestazioni che degeneravano nella rottura delle vetrine e in altri atti vandalici, ma l’abbattimento delle statue ci pone di fronte a un fenomeno nuovo, non certo per la storia, ma per il nostro tempo. Subito viene alla mente una considerazione, perché non si è fatto prima? Quelle statue hanno sfidato i secoli. Non si è fatto prima solo perché le coscienze dormivano? È un modo strano di guardare alla storia. Assolvere la propria coscienza, illudendosi che le responsabilità siano anzitutto individuali anziché collettive. Pensare che furono responsabili del colonialismo solo negrieri e mercanti di schiavi è una grande fandonia, perché secoli di civiltà e di ricchezze hanno le loro mani sporche di sangue, e di quei secoli noi siamo i discendenti.
Non serve abbattere le statue, se siamo noi a non cambiare. Il razzismo di oggi è anche responsabilità nostra, e per rendercene conto è sufficiente dare una scorsa al secolo passato e a quello presente. Allora viene da pensare che questa indignazione distruttiva non sia altro che figlia del nostro tempo, una modalità diversa di dar sfogo al populismo e all’ignoranza. Perché dietro a quegli atti violenti contro il patrimonio culturale di un luogo, di una nazione o addirittura mondiale, non si accompagna nessuna riflessione culturale, nessuna considerazione della storia, della narrazione che ha portato alla sua realizzazione, nessuna biografia dell’autore, nessuna considerazione del fatto che monumenti ed altri artefatti fanno degli spazi delle nostre città dei luoghi, anziché dei non luoghi. Molte piazze perderebbero il loro nome, la toponomastica sarebbe un racconto vuoto, senza fatti, avvenimenti, biografie, un luogo vuoto della storia.
Ogni città ha le sue pagine di storia, ogni via, ogni piazza è la convocazione del passato, come il metrò parigino di Marc Augé. L’abbattimento di una statua non è un atto di giustizia, una esecuzione della storia, ma uno sfregio ai luoghi che abitiamo, alla narrazione che altri prima di noi hanno scritto. È un atto da tribunale dell’Inquisizione, è una condanna al rogo, è una condotta tribale, è un imbarbarimento della civiltà e della cultura. È una violenza alla città e alla sua urbanistica, a come siamo e come eravamo. L’abbattimento di una statua non cancella la memoria di un uomo, ma di un’epoca e di un popolo. Se dovessimo fare pulizia delle nostre memorie, temo che ci resterebbe ben poco.
Dobbiamo impedire all’oblio di cancellare ciò che siamo stati, perché la storia dell’uomo non può essere come gli angoli della nostra mente, che contengono ricordi e pensieri che vorremmo dimenticare. La pars destruens ha il suo contraltare nella memoria, che è la pars costruens della storia, l’antidoto culturale contro i nostri errori. L’abbattimento delle statue, come degli idoli dagli altari, i sacrilegi civili, i sacrilegi contro la storia, non saranno mai la catarsi, tanto meno nei confronti del razzismo e delle morti violente, bensì un’altra catastrofe, la soluzione luttuosa di un dramma.
E’ ufficiale il via libera in Emilia-Romagna alle attività estive anche per i bambini più piccoli, fino a 3 anni, a partire da lunedì 22 giugno. Il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, ha firmato oggi una ordinanza che consente nuovamente tali attività nel rispetto del Protocollo regionale definito in stretto raccordo con il territorio. Obiettivo: assicurare la ripresa di tali strutture, fondamentali per genitori e famiglie, garantendo la sicurezza dei bambini e del personale.
In sostanza, potranno operare le strutture già autorizzate nell’ambito dei servizi 0-3 anni in grado di organizzare tali attività – all’interno o in spazi esterni – avvalendosi di educatori e educatrici professionali. Ovviamente rispettando le indicazioni regionali per la sicurezza.
Il nuovo provvedimento arriva dopo l’integrazione e adozione da parte del Governo delle Linee guida nazionali sulle attività estive per la fascia 3-17 anni, riaperte in anticipo in Emilia-Romagna, già dall’8 giugno, che vengono dunque estese ai bimbi più piccoli, recependo le proposte avanzate a fine maggio dalla Regione Emilia-Romagna in stretta collaborazione conenti locali, enti gestori, coordinamenti pedagogici territoriali, esperti universitari e la sanità pubblica.
Le principali regole introdotte
Il Protocollo definito dal tavolo regionale introduce regole per i gestori e indicazioni per le famiglie: accessi e uscite scaglionati, autocertificazione delle condizioni di salute dei bambini, pulizia e disinfezione costante degli ambienti e dei materiali.
Le attività potranno svolgersi in piccoli gruppicomposti al massimo di 5 bambini, con la presenza di 1 educatore per ogni gruppo. Tale rapporto può essere potenziato in determinati momenti della giornata o in relazione alle diverse autonomie dei bambini, aumentando la presenza di educatori con specifica qualifica professionale. Nel caso di bambini con disabilità, il rapporto dovrà essere di uno a uno.
In considerazione dell’età dei bambini è inoltre prevista un’adeguata dotazione di personale ausiliario utile a garantire lo svolgimento delle attività, anche tenendo conto dell’organizzazione necessaria al rispetto delle misure di precauzione, igiene e sicurezza. L’indicazione è quella di un rapporto minimo di 1 ausiliario ogni 15 bambini per le strutture che ospitino fino a tre piccoli gruppi, di 1 ogni 10 in quelle che ospitino da quattro gruppi in su.
Anche per i più piccoli è preferibile che le attività vengano svolte prioritariamente all’aperto; non è richiesto, considerata l’età dei bambini, l’utilizzo della mascherina.
Il mio omonimo criceto è arrabbiatissimo, anche se m’invita al ragionamento e alla calma. Tutto nasce quando dai profondi recessi della stupidità umana esplode il caso del film Via col vento, sospettato dalla distribuzione Hbo di propagare e diffondere elementi razzisti. L’allarme è lanciato dai giornali e ripreso da Fiorenzo Baratelli nella sua pagina fb. Così reagisce : “Hbo toglie dal catalogo Via col vento perché ha contenuti ‘razzisti’. Stiamo rimbecillendo?”. Immediatamente chi scrive queste note pubblica la sua reazione sull’assurdità delle vicenda riprendendo l’informazione sotto il titolo “Questa è l’idiozia che rafforza il razzismo!” M’informo cos’è Hbo e leggo che è una piattaforma in streaming distributrice di film.
Ma la decisione della piattaforma viene ulteriormente aggravata da una dichiarazione rilasciata alla famosa rivista americana Variety che così suona: “Un portavoce di Hbo Max ha dichiarato al sito Variety che Via col vento è un prodotto del suo tempo e raffigura alcuni dei pregiudizi etnici e razziali che, purtroppo, sono stati all’ordine del giorno nella società americana. Queste rappresentazioni razziste erano sbagliate allora e lo sono oggi e abbiamo ritenuto che mantenere questo titolo senza una spiegazione e una denuncia di quelle rappresentazioni sarebbe irresponsabile.” Ma allora che facciamo? Rimodelliamo la Divina Commedia perché Dante potrebbe essere considerato islamofobo? E con lui tutte le grandi opere di parola e di arte che abbiano in qualche modo testimoniato le ‘ragioni’ dei vincitori? Questo è non capire la differenza che la storia ci insegna o ci dovrebbe insegnare tra la cronaca che dà impulso a un nuovo tipo di verità e che consideriamo ‘arte’.
Una colossale cantonata che ben si confà al clima che il presidente Trump ha alimentato negli USA dopo l’assassinio di George Floyd e che si accoppia con le frange estreme della violenza antirazzista che come spesso – se non sempre – si accompagna a questi movimenti, quando si dimentica l’elemento guida dell’analisi di certe azioni e provvedimenti, che dovrebbe essere la storia. Tutto ciò porta dunque alla furia iconoclasta, che al massimo potrebbe rivolgersi ai personaggi del Museo delle cere, o ancor meglio a ciò che è non valido esteticamente. Inutile perciò l’abbattimento delle statue e la rimozione di opere, monumenti e la deturpazione di luoghi che potrebbero ricordare il passato razzista e che testimoniano, come si sarebbe portati a credere, non la verità, ma l’elaborazione artistica della verità: un’altra dimensione. Che dire poi della lettera del cardinale Viganò (che da sempre si adopera per le dimissioni di papa Bergoglio) a Trump e al suo sostegno all’azione di repressione dei moti libertari del popolo afroamericano? Da sempre l’universo cattolico americano è diviso sul nome di papa Francesco.
E assieme all’analisi storica la fondamentale capacità in tanti momenti cruciali della fisiognomica. E per farmi capire il concetto il mio criceto mi canta sulle note della celebre canzone di Morandi, La fisarmonica, il pericolo e la verità contenuta nella fisiognomica.
Ritorno ai miei ricordi semi-infantili. Via col vento l’ho visto nel 1951. Mi pare al Cinema Astra di Ferrara appena costruito. Il film è stato prodotto nel 1939 dall’omonimo libro di Margaret Mitchell uscito nel 1936 ed è l’unico romanzo della scrittrice statunitense, alla cui celebrità ha contribuito l’omonimo colossal cinematografico di Victor Fleming del 1939.
Ora l’editore Neri Pozza già da due anni ha pubblicato una nuova traduzione che superava quella degli anni Trenta; quella tutta infarcita dagli stilemi con cui si pensava allora parlassero e si comportassero i neri. Una nuova versione che appare attenta alla nuova visione storica, con cui s’interpreta il razzismo oggi di estrema attualità dopo l’assassinio di George Floyd. Non va mai dimenticato che il romanzo e il film sono ambientati entro la più grande guerra mai combattuta tra gli stati del Sud, che difendevano la proprietà del commercio dei negri e quelli del Nord che operavano per la loro liberazione (si fa per dire). E basti pensare come padri della patria come Lincoln o Jefferson si comportarono con le loro serve- amanti di colore.
Ma ritorniamo al caso della conoscenza della razza nera o semitica. Da bambini, come tutti in quegli anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale sapevamo che l’attrazione femminile o gay per quel popolo, così si favoleggiava, dipendesse dalle dimensioni del loro organo sessuale. Nel 1957 entrai alla Casa dello studente di Firenze. Lì incontrai parecchi studenti arabi iscritti a Medicina. Diventammo amici e la cosa che con riluttanza mi rivelarono era che per il loro olfatto noi puzzavamo: da morto. Ecco dunque rovesciata la dimensione chiamiamola fisiognomica. Nella realtà per loro noi puzzavamo. Da qui poi scaturiva il prendere conoscenza delle rispettive caratteristiche, che non offendevano il ‘particulare’, ma che diventavano storia. Negrieri, città costruite sul traffico dei negri, monumenti, statue, palazzi o città poggiavano su quell’immonda pratica che la storia NON può cancellare. Così potrebbe essere giusto prendere le distanze dalla vita di Rimbaud, divenuto trafficante di schiavi dopo la rottura con Verlaine, ma questo non mi deve impedire di leggere Une saison en enfer.
Cesare de Seta nel suo L’isola e la Senna porta il caso di Nantes. Scrive: “Tra Settecento e Ottocento circa la metà del traffico negriero intrapreso da armatori francesi fece campo a Nantes […]Dunque Nantes si guadagnò un primato nella tratta degli schiavi e i borghesi della città si arricchirono[…] Guillame Grou nel corso di una trentina d’anni considerati i più fruttuosi per questo commercio, nel Settecento accumulò enormi ricchezze[..] il patriarca della famiglia prima di morire volle salvarsi l’anima lasciando una fortuna all’Ospedale per gli orfanelli di Nantes. L’hotel Grou è ancora oggi una delle più eleganti dimore nell’isola Feydeau” (pp.108-109). Che facciamo? Abbattiamo tutto? E anche le parti ottocentesche della meravigliosa Cattedrale costruite con le donazioni dei cittadini negrieri?
Il caso più singolare che richiama l’odierno conflitto su Via col vento è la figura della bambinaia Mami nera e grassa interpretata magistralmente nel film da Hattie McDaniel, cantante attrice che le valse l’Oscar nel 1940, il primo concesso ad un afroamericano.
Hattie McDaniel
Come recita la sua biografia Hattie McDaniel nacque in una famiglia di ex schiavi, ultimogenita di 13 figli. Il padre, Henry McDaniel, combatté nella Guerra Civile come facente parte del 122º USCT (United States Colored Troops), le truppe composte da soldati afroamericani, mentre la madre, Susan Holbert, era una cantante di musica religiosa. Pur relegata al ruolo che le veniva imposto dalla sua figura fisica, Hattie recitò in ben 30 film, morendo nel 1952, ma non si associò mai alle manifestazione di protesta per i diritti degli afro americani.
Nella vicenda legata alla decisione di Hbo fondamentale – e come non lo potrebbe essere? – il commento della grandissima Natalia Aspesi apparso sulla Repubblica dell’10 giugno dal titolo Perdonaci Rossella ti cancelliamo. L’articolo così si concludeva: “La sera degli Oscar, tra i candidati c’era anche Hattie McDaniel, la grassa cameriera nera che adora Rossella, che concorreva per il premio alla non protagonista assieme a Olivia De Havilland, per lo stesso film: vinse Hattie, la prima donna di colore a ottenere un Oscar, che potè ritirare, senza però potersi sedere con gli altri vincitori bianchi. Negli Stati Uniti non succede più anche se c’è di peggio, ma in Italia c’è qualche eroica signora che insulta sul tram le donne di colore, obbligandole a scendere e qualche vecchio scemo che sul treno pretende di vedere se un ragazzo nero ha il biglietto.”
Il dibattito che ha provocato questa decisione supera la contingenza per affermarsi come momento fondamentale dell’elaborazione storica. La mancanza del processo storico, che è spesso una delle forme negative di quella grande nazione a confronto ad esempio con la nostra europea, forse è dovuto all’eccesso di punti convergenti della loro storia. Non a caso tutta l’epopea americana è una ‘conquista’. Il nome stesso lo dice e lo afferma. E ‘conquista’ è anche ora la reazione degli afroamericani, che dai loro conquistadores hanno imparato la tecnica dell’abbattimento di ciò che ricorda il loro passato. Una pratica pericolosa che dà la possibilità a Trump di insistere sulla necessità di una legalità che spesso potrebbe significare repressione.
Ma il criceto sbrigativamente mi ricorda “Stai ad ascoltare umarèl! Non ti va mai bene niente. Prima t’imbarazza essere attaccato perché hai espresso il tuo dissenso sulla mostra di Banksy. E cosa dovrei dire io che sono scambiato per questione fisiognomica con i suoi amati topi? Lassa perdar…Ricordati che nella tua età di diversamente giovane sei stato invitato il 16 ottobre alla Maison d’Italie a Parigi a inaugurare il convegno europeo sui 70 anni della morte di Cesare Pavese. Poi a Torino per la stessa occasione all’Università in novembre!!! Prega solo che la bestia (alias coronavirus) ci lasci in pace. Ecco Cesarito ti riporta alla missione che solum è tua: quella di studioso. E per finire ricordati che non ti mollo da solo a Parigi!”
Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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ATTESA A METZ
Sono in attesa
Sono aria sospesa
Sono in attesa
Di te
Che vieni con un cesto di fiori
Nella città fiorita
A Metz
Mi annodi il foulard
del suo fiume
Sono trasparente
Per te
Toglimi l’anima
Prendiamo
La via dei profumi
E sdraiamoci all’ombra
Delle fiamme
Sono gialle
Di girasoli
E poesia
Un articolo di Civiltà cattolica di un paio d’anni fa, ma che vedo ora, dal titolo Teologia della prosperità, su una corrente teologica neo-pentecostale evangelica e la ricorrenza della Pentecoste, mi hanno indotto a una duplice lettura. Ho imparato cose che non conoscevo – sospettavo sì: non mi stanno simpatici – sui neopentev. Ho riletto con piacere, nella vulgata latina, il brano degli Atti degli apostoli che della Pentecoste tratta.
Il nocciolo teologico sta in un Dio che assicura ai fedeli vita prospera, cioè ricca, sana e felice. Basta fare quello che dicono i pastori, che sono infatti tutti ricchi, sani e felici. Opulenza e benessere indicano la predilezione divina. Il neoliberismo economico l’accompagna.
Nasce negli Usa, ma è ben diffuso in Africa (Nigeria, Kenya, Uganda e Sudafrica), Asia (India, Corea del Sud e Cina), America (Guatemala, Costa Rica, Colombia, Cile, Argentina, Brasile). Paese che vai neopentev che trovi. Così in Corea c’è Paul Yonggi Cho, con la “teologia di quarta dimensione”, che, attraverso visioni e sogni, controlla la realtà e ottiene ogni tipo di prosperità. Leggo (non dall’articolo), di suoi guai con la giustizia coreana, assieme al figlio, per appropriazione indebita di fondi della sua chiesa. Per il figlio il carcere, per lui una multa di 4 milioni di dollari. Un sogno e una visione, e li ha recuperati tutti, credo. In Uganda a Kampala c’è la sterminata Cattedrale del Centro dei Miracoli, Sette milioni di dollari per costruirla. Non sono neanche soldi per i prosperi. Vi esercita il pastore Robert Kayanja. Scritti e video ovunque. C’è una sua pagina su Facebook, impressionante.
Negli Stati Uniti sono “gli evangelici del sogno americano”, tanti, ricchi, influenti, decisivi nell’elezione dei peggiori, a cominciare da Donald Trump. Un anno prima delle elezioni Paula White – ora consigliera spirituale del Presidente – prega per Trump e gli impone le mani. Per Kenneth Copeland, avendo Dio stabilito il patto – la prosperità è tra i lasciti – al credente la prosperità appartiene di dritto. Per Harold Hill: “I figli del re hanno diritto a un trattamento speciale perché godono di un rapporto speciale, vivente e di prima mano con il loro Padre celeste”.
Dare ai buoni pastori è un affare, assicura la predicatrice Gloria Copeland. “Dai un dollaro per l’amore del Vangelo e ti toccano già 100; dai 10 dollari e in cambio ne riceverai 1000 in regalo; tu dai 1.000 dollari e in cambio ricevi 100.000. Se doni un aereo, riceverai cento volte il valore di quell’aereo. Dai una macchina e otterrai così tante macchine che non ti serviranno più per tutta la vita”.
Donald Trump ha le idee chiare: “In God we trust”.Cioè “celebriamo le nostre convinzioni, la nostra polizia, i nostri militari e veterani come eroi che meritano il nostro pieno e costante supporto”. Quindi, in poche parole, Dio, l’esercito e il sogno americano. Tutto è semplice, come anche nell’articolo si dice. “Non c’è compassione per le persone che non sono prospere, perché, chiaramente, non hanno seguito le ‘regole’ e quindi vivono nel fallimento e, di conseguenza, non sono amate da Dio”. Joyce Meyer,con il suo programma televisivo “Godersi la vita di tutti i giorni”, raggiunge i due terzi del mondo, tradotto in 38 lingue, per portare la buona novella.
Il dono delle lingue è proprio del giorno di Pentecoste, grazie a un traduttore d’eccezione: Et repleti sunt omnes Spiritu Sancto et coeperunt loqui aliis linguis (E tutti sono pieni di Spirito Santo e prendono a parlare in differenti lingue). Questo desta grande meraviglia perché tutti a Gerusalemme, pur diversi e provenendo da luoghi differenti – Parthi et Medi et Elamitae et qui habitant Mesopotamiam, Iudaeam quoque et Cappadociam, Pontum et Asiam, Phrygiam quoque et Pamphyliam, Aegyptum et partes Libyae, quae est circa Cyrenem, et advenae Romani, Iudaei quoque et proselyti, Cretes et Arabes – “li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua, nella quale siamo nati” (propria lingua nostra, in qua nati sumus).C’è pure chi denigra: Musto pleni sunt isti. Non ci sarebbe bisogno di tradurre: Questi sono pieni di mosto. Solo il rammarico, che una lingua musicale e universale, sia stata soppiantata dall’inglese. Insorge Pietro e alza la voce: Non enim, sicut vos aestimatis, hi ebrii sunt, est enim hora diei tertia (Questi non sono ubriachi come voi ritenete, è appena l’ora terza, come dire le nove del mattino, se non mi sbaglio). Non so in Galilea, ma conosco luoghi in cui a quell’ora sarebbe possibile incontrare un dozzina di ubriachi.
Insomma possiamo convenire con i teologi della prosperità che sia meglio essere ricchi e sani, che poveri e malati. Meno ci convince la pretesa di avere una risposta ad ogni problema e che la risposta sia quella indicata. Nell’articolo si cita Gaudete et exsultate. In questa trovo che “lo Spirito Santo ci pervade con tutta la sua potenza e ci libera dalla debolezza dell’egoismo, della pigrizia, dell’orgoglio”. Servirebbe molto anche a me, ma credo dovrò continuare a provarci senza aiuti straordinari. La liberazione indicata è necessaria e da perseguire.
Ancora, trovo scritto da Papa Francesco: “Quando qualcuno ha risposte per tutte le domande, dimostra di trovarsi su una strada non buona ed è possibile che sia un falso profeta, che usa la religione a proprio vantaggio, al servizio delle proprie elucubrazioni psicologiche e mentali”. Nel caso di questi neopentev credo sia proprio così. Ho tutta un’altra idea del sogno americano, diverso dall’incubo che ci viene proposto. È quello di Martin Luther King: il sogno “sociale, inclusivo e rivoluzionario del suo memorabile discorso I Have A Dream”, come ricordano anche gli autori dell’articolo.
Questo articolo è apparso con altro titolo sull’edizione online della storica rivista del Movimento Nonviolento [www.azionenonviolenta.it]
Si dice: i bambini appartengono ai genitori, e i genitori sono sempre nel giusto perché amano i figli. Beh, a guardarli da vicino concordereste con me: non è vero.
L’Amore non basta
Bisognerà pur dire che non basta l’amore
non bastano spremute di cuore e budella.
Il bimbo strapazzato come uova in padella
va incontro alla crisi più che voi al disonore.
Per crisi io intendo il gusto di bucarsi
di sbagliare gli amori, farsi male, tagliarsi
fidarsi di nessuno, sfuggire agli abbracci
e poi perpetuare i propri catenacci.
Caricarli sugli altri, sulle persone incontrate
sui figli che verranno, sulle persone “amate”
scritte tra virgolette se riesco a spiegarmi.
Mi dico “adesso taci” ma non posso fermarmi.
La vita che ci prende è incompleta per tutti
con i suoi giorni belli, strepitosi e brutti
però un buon inizio è essenziale al cammino.
Incominciamo da qui. Dai diritti del bambino.
Se c’è una lezione che si impara, lavorando nella tutela dei minori, è che l’amore non basta. Crescere, educare un bambino non si risolve nel volergli bene, comprende il rispetto, l’ascolto, la protezione, la capacità di stimolare e accogliere come quella di dare regole. Per questo tutti i genitori vogliono bene ai loro figli – spesso anche i papà e le mamme maltrattanti – ma non tutti i genitori fanno il bene per loro.
CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario destinate a un pubblico adulto esce su Ferraraitalia tutti i venerdì.
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L’avvicinamento nell’isolamento e la carica degli ex. Settimane lontani da tutto, rubrica da scorrere avanti e indietro, noia, rigurgiti di ricordi. Più facile sentirsi che vedersi, quasi scontato buttare lì un approccio che tanto non sarà nell’immediato e che, forse, non sarebbe mai avvenuto in tempi normali. Tornano persone che si riaffacciano con un assalto debole, un po’ patetico e poco convinto, ma puntuale.
Il mio amico P., che ho ritrovato dopo anni e svariati giri (suoi) intorno al mondo, mi racconta di non esserci caduto: “L’isolamento credo abbia riaperto la finestra, ma dalla finestra entrano solo i ladri, le cose giuste bussano alla porta”.
Gli do ragione, anche se penso a quante volte l’entrata furtiva di qualcuno non annunciato, non richiesto, possa essere eccitante. “Forse mi serve questa metafora per capirmi meglio”, dice P., “quando si entra veloci e leggeri, temo che allo stesso modo poi si possa andare via”.
Mentre parla, ricordo il vanto di una persona che diceva di praticare solo rapporti free, proprio questa parola stupida usava, come elemento caratterizzante e unico del suo essere.
“Ora preferisco il toc toc alla porta, voglio essere io a dare il permesso se fare entrare e accomodare e così, quella ex, l’ho lasciata fuori”.
Non so se sia l’intuito, l’esperienza o l’essere stato molto sorpreso dalle correnti d’aria, ma P. non ha fatto fatica a chiudere porte e finestre, non ha lottato con il dubbio, nessuna scusa di rivincita con lei, né gioco di pareggio per l’autostima. “Il rischio è sigillarsi troppo, però ho imparato a capire le intenzioni, a seconda di dove uno si presenta”, dice.
E le porte girevoli dove non ci si piglia mai? Quelle mi hanno sempre disorientato, mi sembrava di essere in giostra, ma poi sbagliavo il momento giusto per uscire e facevo un altro giro, inutilmente.
Dove hanno bussato le persone che si sono affacciate alla vostra vita? E come è andata quando non hanno bussato, ma sono entrate e basta?
Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com
Per le tante lettrici e lettori affezionate/i a questa storica rubrica, e per chi la scopre solo ora, I DIALOGHI DELLA VAGINA torna puntualmente ogni mercoledì mattina. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]
Se guardo dalla mia finestra vedo l’orto di Mina incolto. Mina aveva novant’anni ed è morta di Covid-19 quest’inverno. Come tante persone anziane, purtroppo.
In questo orto incolto c’è qualcosa di triste, il ricordo di chi lo coltivava con attenzione e saggezza, ma c’è anche il fascino del cambiamento. La riappropriazione da parte della natura di uno spazio che per un po’ è stato prestato all’uomo.
L’erba sta crescendo, veloce, robusta, indifferente alle avversità climatiche, allo smog delle macchine che passano sulla strada vicina e all’antipatia degli uomini.
Ho visto un documentario sulla città di Černobyl, nel suo stato desolato e selvaggio attuale. E’ l’amplificazione dell’orto di Mina.
Il disastro di Černobyl è avvenuto il 26 aprile 1986 alle ore 1:23:45 del mattino, presso la centrale nucleare V.I.Lenin situata in Ucraina settentrionale. È stata la più grave sciagura mai verificatasi in centrali di quel tipo. Secondo Greenpeace sono sei milioni i decessi avvenuti negli ultimi trent’anni che dipendono da quel disastro e, contando tutti i tipi di tumori riconducibili all’esplosione del reattore numero quattro della centrale, si arriva ad un numero di persone ammalate o morte impressionante. Il reattore era di tipo RBMK-1000 un reattore a canali, moderato a grafite e refrigerato ad acqua.
Ciò che fa impressione guardando il documentario è vedere la Černobyl odierna piena di erba, rovi e alberi. Dove prima c’erano case, strade, scuole, centri ricreativi, aziende agricole, ore ci sono i rovi. Enormi, scuri, pungenti. Fanno impressione tanto sono grandi. Amplificano a dismisura il senso di abbandono. Sottolineano una sconfitta umana nei confronti della natura che si è ripresa i suoi spazi, nei confronti di tutto ciò che i nostri simili erano riusciti a fare in quel posto e che adesso non esiste più. Le case sono state abbandonate in seguito all’evacuazione della città e mai più riabitate. Si vedono mobili, piatti, bicchieri, giochi di bambini lasciati improvvisamente per un allontanamento tanto improvviso, quanto definitivo. Ora quei bambini, se sono sopravvissuti, hanno tra i quaranta e i cinquant’anni, chissà cosa ricordano di allora. Chissà se qualcuno si è davvero ripreso e ora sta bene. I bambini hanno sempre grandi risorse, qualcuno ce l’avrà sicuramente fatta.
Riguardo l’orto di Mina che sembra una piccola Černobyl, stanno crescendo i rovi.
Penso che trovarsi di fronte a tali evidenze, potenti nel loro potere evocatorio e anche nella loro forma e colore, aiuti a uscire da alcuni schemi mentali e da molti pregiudizi. Permetta di vedere le cose con occhi nuovi. Sia Černobyl che l’orto di Mina sono, se si dimentica la tragedia che li ha generati e ci si focalizza semplicemente sul presente, affascinanti. La natura che riconquista i suoi spazi a scapito dell’uomo è travolgente. Ha una forza disumana. Si vede la prepotenza della vegetazione che perfora il cemento, sbucano fiori sul catrame. Dai finestrini delle macchine parcheggiate a Černobyl in quella triste notte e là rimaste per sempre, crescono le stelle alpine, piccolo e inconsapevole tributo ai tanti morti.
Dalla rete dell’orto di Mina escono le dalie gialle che le piacevano tanto. Sono sopravvissute in mezzo ai rovi.
La natura sa essere selvaggia, aggressiva, incontrollata, primordiale. Lei c’era nella preistoria quando le prime scimmie si sono innamorate, quando il primo uomo ha acceso il fuoco, ha cacciato e costruito capanne. Lei c’era quando i Romani hanno conquistato un impero, quando gli Unni l’hanno invaso, quando è caduto il muro di Berlino. Lei c’era sempre.
E’ fortissima, accompagna la nostra vita, la permette e la sovrasta. Senza vegetazione non ci sarebbe ossigeno e quindi vita. Se si pensa a questo, si guarda tutto con occhi diversi, si trovano interessanti i rovi. Bisogna provare, cercare con convinzione una visione che si esaurisce nel presente, scevra dall’origine del paesaggio desolante, una rappresentazione che abbraccia il mondo vegetale per quello che è, senza addomesticamento alcuno e allora si vede la forza della vegetazione in movimento.
Ciò che resta dopo il disastro umano è spesso questa natura che non risparmia nessuno, aggredisce e porta via. Scava nei tombini, fa scoppiare le fondamenta, si aggroviglia sui tetti delle case e toglie le tegole. Vegetazione ovunque che non conosce paura. Una natura che riprende i suoi spazi.
Aggressiva e libera.
Va dove vuole, fa quello che vuole, con determinazione e senso di rivalsa. In questo c’è del fascino, si riscopre la sua vera forza e la sua longevità. E’ molto più vecchia di noi, ne sa più di noi, ci soppravviverà, deciderà del nostro futuro.
Una natura che affronta una seconda genesi e che galoppa, mangia il cemento, si mescola a terra e fango, riapre gli scoli per l’acqua, reindirizza la pioggia. Scoppia forte il fascino per ciò che nessun’uomo controlla, si vede perfettamente quanto siamo piccoli e mortali.
Riguardo l’orto di Mina e ripenso a Černobyl. Questi due drammi si mescolano sulle lenti dei miei occhiali, nel mio cuore di bambina allora, di adulta adesso. Vedo tante foglie e qualche gatto randagio che vive bene anche lì.
Oggi nella zona di Černobyl vivono circa centoquaranta persone. Sono tornate a vivere là. Un po’ per necessità un po’ per recuperare le proprie radici. Dicono che là si sta benissimo, che la vegetazione è ovunque e questo permette una vita molto piacevole. Si sono innamorati di quel posto che è diventato selvaggio. Tra gli alberi, le fogli e i ruderi delle vecchie case si è insediata di nuovo la vita umana. In quel posto c’è il fascino del passato spezzato e di un nuovo corso dell’esistere che illumina tutto.
E’ rinato un mondo con la sua voglia di evolvere, è rinato un senso di appartenenza che abbraccia ambiente e alberi, umanizzandoli, rendendoli una creazione della gente più delle case rotte e dei ricordi di ciò che è sbagliato e perduto, più della tragedia e di tanti errori umani. Di mattina rispunta il sole tra le foglie degli alberi di Černobyl. Brilla la luce, quasi acceca. Anche sull’erba dell’orto di Mina spunta il sole tutte le mattine e in questo c’è comunque la gioia di una novità che piace, c’è un calore che ritrova la via dell’inizio e dello stupore.
Sono qui e guardo quell’orto incolto cercando di cambiare prospettiva, cercando di inquadrare il mondo e la vita in maniera diversa.I disastri lasciano degli insegnamenti che posso istruire. I fiori nati sul cemento sono stupefacenti e fortissimi, sono coloratissimi e impossibili. Sanno abbagliare. Guardo l’orto di Mina e mi sembra di essere a Černobyl, di camminare in quel posto semi abbandonato, pieno di vegetazione rinata, pieno di morte passata e di vita presente. Mi sembra proprio di essere là. E allora mi siedo per terra sotto un albero, raccolgo una scodella abbandonata lì il giorno della tragedia, vedo da vicino quello che di grandioso sa fare la natura e mi sorprendo a pensare che per tutti c’è una seconda possibilità, che il mondo sa regalare sia traguardi che nuove partenze, che saremo vivi finchè ci sarà ossigeno. Saremo vivi grazie anche ai rovi.
Mi rialzo, mi risiedo e poi mi rialzo e mi risiedo e mi rialzo, non riesco ad andarmene da quella visione che è un po’ immaginata e un po’ reale, un po’ visionaria e un po’ suggestiva. Sul modo in cui la natura accompagna la nostra vita e se ne riprende con prepotenza dei pezzetti, c’è da riflette, molto da scrivere. Nasce un papavero sul cemento.
Mio fratello era morto. Era successo due anni prima che io nascessi, aveva otto anni e morì di leucemia.
Non era la prima volta che c’incontravamo io e lui. Accadeva nei miei sogni e ogni volta tutto avveniva allo stesso modo: lui arrivava, salutava e mi sorrideva.
Quella notte l’accolsi con noncuranza, come sempre, come se fossimo sempre vissuti insieme.
E fui io ad attaccar discorso. Gli volli chiedere una cosa che m’aveva sempre incuriosito, una cosa strana, bizzarra in fondo. Ma nella mia testa c’erano tante domande strampalate che esigevano risposta, e chi meglio di lui poteva chiarirmi questi misteri? Dopotutto, se non lo sapeva lui che della materia era un esperto…
Quindi ne approfittai e glielo chiesi: «Senti Nicolas, quanto pesa un’anima?»
«Quanto un pensiero!» rispose prontamente lui.
«E quanto pesa un pensiero?»
«Beh dipende… Se è buono non pesa nulla, se è cattivo pesa come il mondo!»
Ne sapevo come prima, eppure mi sentivo soddisfatto. Era il potere di mio fratello morto, che mi diceva tutto senza dirmi nulla.
Ma da quella notte, per quella vaga risposta, cercai sempre d’aver pensieri buoni.
E devo dire che, in effetti, mio fratello aveva ragione: la vita mi sembrava più leggera!
Oggi siamo andati ad appendere un manifesto in una strada. Sul manifesto c’è il volto di George Floyd, e la scritta “Per George Floyd, per Soumaila Sacko, per la giustizia sociale”. La strada è Via Ippodromo, luogo dell’uccisione di Federico Aldrovandi. In questo modo abbiamo voluto tendere un filo rosso tra la nostra città, il nostro Paese e le rivolte di popolo che in questi giorni attraversano gli Stati Uniti d’America.
La morte di George Floyd è una storia che unisce repressione, razzismo, questione di classe. Una storia che ci parla di un sistema delle forze dell’ordine che, negli U.S.A come qui da noi, non esitano a usare violenza contro i più deboli e i più poveri, non esitano a usare i mezzi anche più brutali, non esitano ad uccidere. È per questo che abbiamo voluto lasciare il manifesto proprio dove Federico è morto. È una storia che ci parla di una sistematica discriminazione sociale, economica e civile dei neri. È per questo che nell’esprimere solidarietà alle migliaia di neri, bianchi e ispanici che in questi giorni manifestano in tutte le principali metropoli degli Stati Uniti, abbiamo voluto ricordare anche chi nel nostro paese è morto solo per il suo colore della pelle, come Soumaila Sacko, bracciante maliano e sindacalista USB ucciso proprio due anni fa nelle campagne di San Calogero. Infine, la morte di George Floyd e la lotta di popolo che gli sta seguendo, ci parla delle ingiustizie di un sistema socio-economico profondamente classista, che non a caso caratterizza la nazione più avanzata nei meccanismi di sfruttamento del capitalismo. È per questo che, negli Stati Uniti come qui da noi, crediamo che l’unico modo per porre fine a repressione, razzismo e sfruttamento sia lottare per la giustizia sociale.
Abbiamo appeso un manifesto in una strada. Speriamo che quel manifesto, che è proprio vicino alla targa che ricorda Federico, vogliate passare in tanti a guardarlo, per tenere vivo il ricordo delle ingiustizie subite dagli oppressi qui come negli U.S.A. e ricordare quanto sia necessario e urgente opporvisi per costruire una società più giusta.
Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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UN RICORDO
Non mi piacerebbe
Ma lo penso
Anzi lo odierei
Che non ci vedessimo
che una volta
e mai più
Senza voltarsi
Tenere stretti nel petto
i ricordi
Sapere come eri
Come sei stata
La tua voce squillante inventata
Concedere nemmeno
ai versi
Di zampillare
No sigillare tutto
Sapere che bisogna andare
Andare via
Senza sogni
Con la sola tristezza
Sola
Come un blues
Mentre si fa l’amore
Ricordo che da ragazzino mi impressionava molto il suo modo di raccontare.
Lo ascoltavo introdurre le varie puntate dello sceneggiato televisivo sull’Odissea, e mi colpiva il suo modo di pronunciare il nome Ulisse. Così come mi coinvolgeva quando alla televisione leggeva qualche sua poesia, incarnando con esse il sentire del tempo. Ricordo per esempio quando recitò la celeberrima I fiumi, quasi descrivendo un viaggio interiore, l’avanzare sempre di nuovo, mai pago, delle ascensioni dello spirito – ma questo lo imparai molto tempo dopo. Ed era in grado, con le sue parole, di ridestare il senso della memoria, la sua itineranza come risvegliata proprio da quei paesaggi e luoghi in cui aveva vissuto: “Questo è l’Isonzo/ e qui meglio/ mi sono riconosciuto/ una docile fibra/ dell’universo/ Il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia”. Non per nulla, nel sentire nominare l’Isonzo, mio nonno coglieva l’occasione per raccontarmi della guerra sul Carso e dei fiumi che scomparivano e poi comparivano dalla terra imitando lo scorrere del tempo nascosto e svelato.
Sto parlando ovviamente di Giuseppe Ungaretti (1888-1970), del quale lunedì ricorreva il cinquantesimo dalla morte. Non è per questo però che lo ricordo, qui oggi. Ma per una sua ermetissima poesia dal titolo Casa mia, che forse per la vicinanza con la Pasqua, mi è tornata alla mente in questi giorni. Unitamente a quel suo stile narrante, che sapeva coniugare parole e mimica, attraverso l’espressione del volto e delle mani, non di rado con l’indice alzato quasi come un sacramento: verbum e signum interconnessi. Una parola – in breve – che si dà a vedere, e un segno che si fa ascoltare. Rappresentazione dell’invisibile nel visibile dell’anima sul volto, che coinvolge e trasforma anche coloro che vi partecipano con lo sguardo e l’ascolto: un narrare performativo, insomma, che fa quello che dice e dice ciò che fa. Agostino, il retore di Tagaste direbbe, Verbum visibile e signum audibile, ricordando Giovanni l’evangelista: è “quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza” (1Gv 1,1-2). Segni e parole intimamente congiunti, dove le espressioni del volto e i gesti della mano rafforzavano il realismo delle parole, e queste svelavano il segreto nascosto nell’animo, il sentire dell’esperienza che si vuol comunicare, come di testimone che ha vissuto dentro gli eventi e può dire presente, adsumus, siamo davanti.
Ecco allora il testo della poesia di Ungaretti: Sorpresa dopo tanto d’un amore, Credevo di averlo sparpagliato per il mondo.
Ho ruminato queste parole come fanno i monaci con la Scrittura santa. Finché questi pochi versi mi hanno ricordato la stessa concisione di un’altra sorpresa, anche quella di un amore perduto e ritrovato: quello annunciato dall’angelo alle donne impaurite al sepolcro il mattino di Pasqua: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto” (Lc 24, 5-6). Un annuncio, anche quello, sparpagliato per il mondo, che tuttavia raccoglie, riunisce, tiene insieme senza perdere la diversità del molteplice, senza uniformarlo né omologarlo, riuscendoci solo con l’amore. Sorpresa di un amore: quella che prende il fiato, non te l’aspetti, ma ti ruba il cuore, lo strappa dal suo luogo interiore e lo fa partire alla ricerca di colui senza il quale non può più vivere. Ed è proprio questopartire, lo strappo di una sequela, che lo destina alla sorpresa.
Il poeta è come il mistico: il suo cuore lo fa partire sempre, di nuovo. Non può fare a meno di lasciarsi sorprendere da ciò che è umano, di riscattare la bellezza che segretamente nasconde se non vuol “perdere l’amore”.
E fu proprio per non perdere l’amore nascosto nel Vangelo della Pasqua, nel tentativo di far risplendere tutta la bellezza dei suoi colori agli occhi della gente, che una domenica di quasi vent’anni fa mi venne di raccontare questa storia. E se è vero che un detto rabbinico afferma che “Dio ha creato gli uomini perché Egli – benedetto sia! – ama i racconti”, penso che con quella storia rallegrai anche il cuore di colui che ai miei occhi ha fatto il cielo e la terra.
Ma come si racconta una storia? Cerco di impararlo da un Rabbi il cui nonno era stato discepolo del Baalshem, al quale fu chiesto di raccontare una storia. “Una storia”, disse, “va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto“. E raccontò: “Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baalshem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Da quel momento guarì. Così vanno raccontate le storie”. Non ricordo più come andò quella domenica, so solo che dopo tanto tempo mi sorprende ancora.
I colori della Pasqua
In principio, quando Dio creò la luce, vide che era una cosa buona perché la terra, informe e oscura, cominciò ad illuminarsi. Quando poi separò le tenebre dalla luce nacquero il giorno e la notte. Affinché il giorno rimanesse luminoso per tutto il tempo stabilito, accese nel cielo il sole; e perché la notte non fosse troppo oscura, la illuminò con la luna e le stelle. Solo il sesto giorno, dopo avere creato l’uomo e la donna, si accorse che mancavano i colori, sia alla terra sia al firmamento. Lo capì perché l’uomo e la donna non si guardavano intorno più di tanto e non rimanevano stupiti della sua opera. Per forza! Tra la luce e le tenebre c’era un arcobaleno di grigi, o più chiari o più cupi, da mettere tristezza anche al più allegro dei suoi angeli.
Allora decise subito di rimediare e, convocati sette angeli, diede a ciascuno un colore e li mandò ad abbellire la sua creazione. E così il primo angelo dipinse, all’inizio della settimana, tutta la terra e il cielo di rosso; poi, il giorno successivo, un altro angelo passò sopra il rosso con il giallo e così di seguito fino al settimo angelo, col suo ultimo colore, sino alla fine della settimana. Ma il risultato non era stato certo dei migliori e l’uomo e la donna rimanevano stupiti sì, ma per la confusione del continuo cambiamento. Allora Dio divise con delle linee la terra e il cielo perché formassero come dei settori e inviò ancora i suoi angeli a colorare e il cielo e la terra. Ma il lavoro non era che a metà quando ordinò di sospenderlo subito. Un mondo fatto ad arlecchino, con tante pezze colorate, non piaceva neppure a Lui.
Non era certo un tipo da avvilirsi; quindi si mise a pensare velocemente poiché stava avvicinandosi il settimo giorno, il giorno del riposo, e non voleva proprio che l’uomo e la donna passassero la festa in una grande malinconia.
Dio chiamò le nubi e in un momento non furono più nere di pioggia, ma rosse, gialle, verdi, blu. Ordinò al vento di disperderle per tutta la terra e cadde così una pioggia di colori su tutta la creazione, ma le gocce, cadendo l’una sull’altra, si mescolavano tutte insieme formando un miscuglio sgradevole e disordinato, una poltiglia cupa.
Eppure l’aveva negli occhi quello stupendo arco che avrebbe posto sopra la terra dopo il diluvio: l’arcobalenocome segno di pace e di armonia fra Lui e gli uomini. Allora decise che sarebbero stati l’uomo e la donna a colorare il mondo. Li convocò alla sua presenza e fece loro dono di tutti i colori dell’arcobaleno. Ma l’uomo e la donna non incominciarono nemmeno perché non riuscivano a mettersi d’accordo: lui, le cose, le voleva colorate in un modo, lei, in un altro. Ed entrambi, per non litigare, abbandonarono i colori in un angolo del paradiso.
Ma Dio non si arrese nemmeno questa volta. Fece scendere su di loro un sonno profondo e, mentre dormivano, mise tutti i colori nei loro occhi. Al risveglio l’uomo e la donna rimasero davvero stupiti. Quando guardavano le cose o i loro volti, questi prendevano colore ed anche gli sguardi dell’uomo e della donna divenivano raggianti. Tutto si trasformava colorandosi appena veniva osservato, ma quando essi si voltavano, tutto ritornava nel grigiore e nell’oscurità. Sembrava allora che mancasse qualcosa per fissare i colori alle cose, o per far sì che, per il mutare della luce, essi non si perdessero. Ma cosa occorreva? Che cosa avrebbe fissato per sempre i colori alla terra, al cielo e sul volto dell’uomo?
Già il sole stava sorgendo sul settimo giorno, era l’alba. Dio si ricordò dei due angeli che aveva creati per annunciare alle donne, il mattino di Pasqua, la risurrezione del suo Figlio. Li chiamò a sé e li mandò a svegliare l’uomo e la donna che dormivano profondamente. Entrambi furono pieni di paura al vederli, ma appena i loro occhi si fissarono in quelli degli angeli, in loro entrò la gioia della risurrezione. “La gioia! – disse Dio – …ecco che cosa mancava!”. E nel settimo giorno Dio creò i colori perché rallegrassero gli occhi ed il cuore dell’uomo e della donna e non si spegnesse mai in loro un ardente ed irresistibile desiderio della bellezza, quella che sarebbe nata dalla gioia della risurrezione di quel silenzioso mattino di Pasqua.
L’accesso alla rete per tutti i bambini è una questione di equità, soprattutto se la scuola si può fare soltanto a distanza.
Filastrocca della lettera alla maestra
Signora Maestra, non sono a lezione
qui non mi arriva la connessione
non avevo i compiti e non ho studiato
però non mi sono dimenticato
di tutti i compagni che non ho più visto
vorrei cercarli e qualche volta insisto
mi manca soprattutto di far l’intervallo:
“Mi ha spinto! Rigore! Ha fatto fallo!”.
La mamma ripete che non posso uscire
d’accordo o no, devo solo eseguire
così la palla è nello sgabuzzino
un posto adatto per ogni bambino.
Io non so proprio dire che cosa sia
quella che tutti chiamano pandemia.
Vorrei dire a lei, lo ripeto alla mamma
son sicuro che no, non era in programma.
Il periodo di quarantena ha necessariamente comportato limitazioni per bambini e adolescenti che hanno visto compressi i loro diritti al gioco, alla socialità, all’apprendimento. La chiusura si è aggravata per chi aveva meno strumenti, innanzitutto informatici, quando la scuola si è trasferita online e non tutti hanno potuto continuare le lezioni. Secondo il rapporto Istat pubblicato il 20 aprile scorso, in Italia 1 famiglia su 3 non ha né computer né tablet e, anche quando è presente, non è detto sia a disposizione per la didattica a distanza: solo in 1 famiglia su 5 ogni componente del nucleo ha uno strumento tutto per sé. Le differenze geografiche sono molto accentuate: le famiglie senza computer salgono al 41,6% al Sud,mentre quelle con un pc personale per tutti sono 1 su 7.
CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia tutti i venerdì.
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Rubrica a cura di Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini
“La poesia è sempre diretta, nel suo insieme, ad un destinatario più o meno lontano e ignoto della cui esistenza il poeta non può dubitare senza dubitare di se stesso.” (Osip Emil’evic Mandel’stàm)
I
Alla fine ti inseguo Narciso
attraverso città di nuvole in una domenica di gennaio.
Sei leggero senza il peso dei pensieri
e guardi libero verso la linea della fortuna.
Hai lasciato vivere a te vicino la notte
con un brivido al collo fino alla schiena
prima di salire una dura ferrata
in cui tutto il cuore è avvolto di rabbia.
Hai passato ore a dimenticare l’amore
per incontrare un fantasma sconosciuto,
amica di un unico viaggio
in un pianto di parole
Dissipato il futuro
manca la dignità di piangere e ascoltare.
Tutto è gesto di morte
per lasciare la vita.
II Oggetto
Oltre la notte non hai forbici per tagliare
l’inverno negli occhi pallidi. Triste,
vivi vicino a un’ombra allontanando
il confine delle feste familiari
Rivivi i colpi di una infinita pazienza
sparsi nelle mie parole
come anni sempre possibili
raccolti in una idea semplice.
C’era tempo per una stagione felice,
adolescente in una metafora viva
con una superba grammatica di pensieri,
metodica fino a sciogliere ogni inganno
La solitudine esclama al posto del nome,
l’essere stati allontanati da un padre
e cercare un ricordo felice
ma servono garze e bende per un vuoto incolmabile.
III
Non è ancora possibile
amare
dentro un respiro tra due punti fissi:
fine e inizio del mondo.
L’onorevole resa varrebbe il ritorno
all’innocenza delle certe abitudini,
al loro appoggiarsi alla superficie delle parole
diventando sottilissima favola quotidiana.
La ruga ha cancellato in me le tracce del figlio.
Dove cercare una seconda nascita? Forse
interrompendo la causa della tachicardia
in una infinitesima preghiera nel corpo.
Ogni vantaggio è sospeso,
riceverò nel tempo solo dolore
lasciando di là dai vetri gli anniversari
dispersi da un vento autunnale.
(Oltre la notte – trilogia di poesie (2014), rappresenta una sottile linea poetica dell’essere per vivere).
Lamberto Donegà
Nel 1970 Lamberto Donegà pubblica “Domanda”, la sua prima opera. Nel 1976 ne “Il Sollievo del Sole” appare la città di Ferrara in forma bassaniana con i luoghi di un amore visivo struggente. Nel 1980 partecipa a “Poeticamente”, curando diversi numeri monografici di poeti italiani. Nel 1990 cura la messa in scena teatrale dei “Canti Orfici” di Dino Campana a Castelmassa (Rovigo). Dal 2007, l’autore pubblica numerosi libri di poesie tra cui segnaliamo “L’orlo invisibile dei versi” (anche in edizione francese), Ed. Lampi di Stampa, Milano, 2009, con la postfazione di Emanuela Calura. Dal 1980 a tutt’oggi, Lamberto Donegà segue con continuità le attività del campo psicoanalitico lacaniano di Milano e di Roma.
La rubrica di poesia Parole a capo esce tutti i giovedi su Ferraraitalia.
Una Petizione al Parlamento per rilanciare la Campagna “Un’altra difesa è possibile”
In occasione e in preparazione della Festa della Repubblica, e della sua Costituzione che ripudia la guerra, le sei Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Forum Nazionale per il Servizio Civile, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci!, Tavolo Interventi Civili di Pace) rilanciano la mobilitazione con una richiesta diretta a Camera e Senato.
Le reti dell’associazionismo italiano che si occupano di pace, disarmo, solidarietà e servizio civile rilanciano unitamente la mobilitazione che chiede riconoscimento e sostegno a chi difende i valori costituzionali senza ricorrere alle armi. La nuova fase della Campagna Un’altra difesa è possibilevuole aprire un’ulteriore interlocuzione con le istituzioni.
“Ci rivolgiamo a Senato e Camera per offrire un dialogo tra società civile e organi parlamentari sul tema attualissimo e decisivo della difesa della Patria – afferma Mao Valpiana, coordinatore della Campagna e presidente del Movimento Nonviolento, intervenendo a nome delle 6 Reti promotrici –. Abbiamo scelto di utilizzare lo strumento della Petizione, previsto dall’articolo 50 della Costituzione, per rivolgerci al Parlamento e chiedere di legiferare per l’istituzione del Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta“.
Nel corso della 17a legislatura la nostra Campagna era riuscita a raccogliere le firme sufficienti per una Proposta di Legge di iniziativa popolare, successivamente trasformata in Proposta di Legge parlamentare con più di 70 firmatari incardinata nelle competenti Commissioni della Camera dei Deputati. Con il passo odierno chiamiamo di nuovo in causa i Parlamentari della Repubblica, a partire dalla Presidente del Senato On. Maria Elisabetta Alberti Casellati e dal Presidente della Camera dei Deputati On. Roberto Fico a cui abbiamo inviato richiesta di incontro con i rappresentanti della Campagna.
In questi mesi l’intera comunità nazionale ha difeso, con costi e impegno altissimi, la salute individuale e la sanità pubblica. È stato giusto così. Non c’è bene superiore del diritto al vita per tutte e tutti, il resto viene dopo.
La difesa della Patria, cioè l’integrità della nostra comunità, è affidata dalla Costituzione ai cittadini ed è un sacro dovere che riguarda ciascuno. La difesa civile, non armata e nonviolenta è già riconosciuta da diverse sentenze della Corte Costituzionale, ed è presente nella legislazione vigente. Va implementata, va rafforzata, va finanziata; c’è bisogno di un quadro normativo e l’istituzione del Dipartimento è necessaria per avere uno strumento operativo ed efficace al fine di coordinare le varie forme di difesa civile non armata e nonviolenta: dal Servizio Civile universale alla Protezione civile, dai Corpi civili di pace ad un Istituto di ricerca per la risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Oggi il bilancio del comparto della Difesa è assorbito interamente dai costi della difesa militare armata, con tutto ciò che ne deriva a riguardo di nuovi sistema d’arma, strutture, esercizio ed anche con un impatto su import ed export militare. Noi chiediamo oggi quantomeno il riconoscimento della parità costituzionale tra difesa militare e difesa civile: pari dignità, pari legittimità. Senza chiedere ulteriori sacrifici ai cittadini, proponiamo una contrazione delle spese militari a vantaggio di maggiori finanziamenti per la difesa civile.
La nostra proposta di Legge prevede, infatti, che ai cittadini contribuenti sia offerta l’opzione fiscale, con la possibilità di scegliere se destinare il proprio contributo al finanziamento del Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta. “Il 2 giugno è la festa della Repubblica – conclude Valpiana – concepita nell’urna referendaria, quindi con il più civile dei processi democratici. Queste sono le nostre radici.La Repubblica che ripudia la guerra ha bisogno della Difesa civile non armata e nonviolenta“.
Le Dichiarazioni dei rappresentanti delle sei Reti promotrici
“Sono centinaia nel mondo gli operatori di pace italiani che oggi gestiscono progetti di riconciliazione, mediazione, dialogo tra fazioni e comunità in conflitto, accompagnamento nonviolento dei difensori dei diritti umani, monitoraggio e denuncia degli attacchi contro i civili. Salvano vite umane ogni giorno e pongono le basi per una pace sostenibile. I più giovani lo stanno facendo come Corpi Civili di Pace in un programma sperimentale del Servizio Civile Nazionale, i più esperti come cooperanti, consulenti di organizzazioni internazionali o di ambasciate di altri paesi. E’ ora che l’Italia riconosca dignità al lavoro di pace nonviolento e che lavori per organizzare a finanziare contingenti di Corpi Civili di Pace nel mondo, a sostegno della società civile locale”. Martina Pignatti Morano, co-referente Tavolo Interventi Civili di Pace
“Per reagire alle minacce alla nostra sicurezza (clima, salute, lavoro) non servono le armi, serve una difesa civile e nonviolenta. Il Servizio Civile Universale è già oggi, anche se in misura parziale, un’esperienza di difesa civile. Parziale perché per carenza di fondi solo il 50% di giovani che chiede di partecipare è poi avviato al servizio. Ma non solo di soldi si tratta. Stenta a entrare nelle istituzioni la realtà e l’attualità della difesa civile. La proposta di legge generata dalla Campagna Un’altra difesa è possibile è la risposta. Per questo sosteniamo la campagna e sollecitiamo il Parlamento a legiferare in materia, a partire proprio dalla proposta firmata da decine di migliaia di cittadini e depositata in Parlamento.” Licio Palazzini, presidente Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile
“La pandemia ha scoperto le fragilità e le contraddizioni del nostro sistema. Il 2 giugno, festa della Repubblica, ci deve far riflettere su una contraddizione oramai non più giustificabile: la mancanza di un sistema di difesa civile e nonviolenta. Oggi più che mai è indispensabile riordinare le priorità e la spesa pubblica in funzione dei bisogni delle persone e del territorio. Occorre superare un concetto di altri tempi, che vuole la difesa in funzione del nemico, della guerra, del doverci difendere da un esercito invasore, quindi, delegando e relegando la difesa esclusivamente alle armi ed al militare.
Il ripudio della guerra richiede un salto culturale e politico netto a partire proprio dal concetto e dalla pratica della difesa che sempre più deve essere a supporto ed a protezione della collettività, dei diritti umani, del lavoro, dell’ambiente, della solidarietà e della cooperazione tra i popoli”. Sergio Bassoli, segreteria Rete della Pace
“Riteniamo che prima possibile il Parlamento debba approvare una legge per l’istituzione del dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta. Serve mettersi a servizio di attività ed iniziative concrete sulla base della consapevolezza del fatto che oggi la vera sicurezza è sociale ed ambientale. Di questo abbiamo bisogno e i rischi e le minacce che vediamo minare le nostre comunità possono essere affrontati solo con impegni e investimenti nella sicurezza che la difesa non armata può portare. Proponiamo un cambiamento radicale anche nell’uso della spesa pubblica”. Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci!
“La strada che noi indichiamo con questa proposta di legge è quella di coinvolgere i cittadini in azioni di solidarietà, di educazione e promozione culturale, di impegno attivo verso la comunità e a favore dei singoli. Questo è per noi il modello di difesa più efficace, quello che si preoccupa di prevenire i conflitti sociali, di avvicinare le differenze culturali e religiose, di tutelare i diritti dei più deboli. Educando i cittadini a questo garantiremo al futuro di questo paese una pace duratura. Anche in questo caso l’Italia potrebbe mostrare all’Europa e al mondo una buona pratica innovativa”. Enrico Maria Borrelli, presidente Forum Nazionale Servizio Civile
“Siamo felici di accompagnare le altre sei Reti promotrici in questa nuova fase della nostra mobilitazione. Tutte le nostre altre campagne (per la riduzione delle spese militari, per la riduzione della produzione e commercio di armamenti) saranno completate solamente quando sarà data opportunità a tutti i cittadini e le cittadine di accedere ad una forma istituzionalizzata di difesa non armata e nonviolenta. Dobbiamo costruire una vera salvaguardia: delle persone, delle vite, della salute, dell’ambiente. Ripartiamo con grande slancio tutti insieme”. Francesco Vignarca, coordinatore Rete Italiana per il Disarmo
Per ulteriori informazioni sui contenuti della Proposta di Legge e sul tema della difesa civile non armata e nonviolenta: www.difesacivilenonviolenta.org
Mail: info@difesacivilenonviolenta.org – tel. 045/8009803 – mobile 348/2863190
Ferrara e il suo Petrolchimico, volume secondo, edito da CDS Cultura Edizioni, di Ferrara è un volume che illustra, attraverso una rappresentazione giornalistica, temi di attualità che, partendo dall’esperienza del Petrolchimico ferrarese, si irradiano in tutto il territorio.
La crisi del Covid 19 ha impedito la presentazione del libro, già programmata per il 27 febbraio u.s. presso il ristorante aziendale del Petrolchimico e riproposta per il prossimo autunno, mentre nel frattempo, allo scopo di coprire lo spazio temporale CDS Cultura ha avviato il Blog Voci dal Petrolchimico[Qui]che ripropone i temi del volume.
Lo Spheripol in costruzione – lo Splitter – 1983
Il volume, circa 600 pagine formato A4, è presentato dal Prof. Patrizio Bianchi (già Rettore di UNIFE), dal Dott. Alessandro Bratti (Direttore generale di ISPRA) e dall’Ing. Alan Fabbri (Sindaco del comune di Ferrara) ed è realizzato da circa 150 autori.
Fra gli autori 40 sono i dipendenti del Petrolchimico, 70 gli ex dipendenti e la restante quota è rappresentata da professionisti, docenti, giornalisti, amministratori, ecc.
Una numerosa gamma di interventi, oltre il 30%, è fornita da autori di genere femminile che svolgono attività professionali sia all’interno che all’esterno del Petrolchimico. Obiettivo del libro, il secondo dopo quello uscito nel 2006, è la messa in evidenza delle diverse ‘buone pratiche’ sperimentate e adottate nel Petrolchimico di Ferrara (il primo stabilimento con tale tipologia di produzioni nato in Europa), grazie anche alle propizie relazioni stabilite, pure con un confronto spesso serrato, fra le aziende e i lavoratori, sui temi cruciali dello sviluppo industriale (innovazione e ricerca, formazione continua e rapporti con la scuola e la cultura, riorganizzazioni, valorizzazione del lavoro e livelli occupazionali, risanamento ambientale) e il contributo fornito dalle Amministrazioni pubbliche e dall’Università.
E’ appunto la storia il filo conduttore del libro poiché, come comincia il manifesto sottoscritto lo scorso anno da uno storico, Andrea Giardina, una senatrice a vita, Liliana Segre e uno scrittore, Andrea Camilleri, la storia è un bene comune.
L’impianto Catalloy MPX – il primo al mondo – 1990
La storia è un bene comune vuol dire che è come l’aria, il lavoro, la democrazia e questo bene se non viene continuamente alimentato è in pericolo. Chi non conosce la storia è destinato a ripeterne gli errori, così recita un proverbio ormai dimenticato, perché la storia è anche memoria di quel che siamo stati e quel che possiamo essere. Pertanto conoscere la storia significa soprattutto non dimenticare né gli errori di chi ci ha preceduto, né i loro insegnamenti e i loro successi o le loro “buone pratiche”. È sapere da che punto siamo partiti per misurare quanto ci siamo emancipati… o quanto siamo regrediti. È una categoria dello spirito che ci ricorda quanto sia precaria, incerta e non permanente la nostra condizione. È riconoscere dove va il futuro imparando dal passato.
Queste brevi considerazioni si adattano perfettamente ad un Petrolchimico, come quello di Ferrara, che ha visto trascorrere fra le sue mura decine di migliaia di lavoratori provenienti da ogni parte d’Italia e non solo, che ha prodotto ricchezza e benessere per diverse migliaia di famiglie, ha creato mestieri, competenze, sogni e delusioni, aspri conflitti e deficit ambientali nei primi anni di vita, momenti di intensa vita democratica e culturale, ha contribuito a valorizzare il lavoro indipendentemente dal genere di chi lo esercita, a rispettare l’ambiente nel posto di lavoro e nel territorio che lo accoglie, ha concorso sostanzialmente a trasformare in positivo il territorio ferrarese, immobilizzato da secoli in un destino di drammatico sottosviluppo.
Sergio Foschi è coordinatore del progetto “Ferrara e il suo Petrolchimico” per CDS Cultura
17 settembre 2017, Modena, piazza Grande. Alle ore 18 ha inizio la lectio di Enzo Bianchi al Festival della Filosofia di Modena sul tema: “Maschio e femmina Dio li creò”. Il mio primo incontro con il fondatore della comunità di Bose non poteva pretendere scenario più suggestivo: la piazza è gremita di gente, moltissimi i giovani, i posti a sedere sono tutti occupati sin dalle prime ore del pomeriggio e, dietro il palco che accoglie i relatori, maestoso si erge il Duomo, la testimonianza più alta dell’arte romanica in Italia.
Enzo Bianchi inizia a svolgere la sua riflessione sull’inizio del libro della Genesi e colpisce immediatamente ancor prima del contenuto delle parole, il suo inconfondibile timbro di voce, profondo, robusto, che attira l’attenzione, qualunque cosa dica, sempre scandita con troppa energia. Ha detto bene il critico letterario Alfonso Berardinelli: “è una specie di ruggito, un ruggito però che rassicura invece di spaventare.”. Bianchi parla di “una relazione”, parla “della relazione”.
Wiligelmo, La creazione dell’uomo, della donna e del peccato originale, Duomo di Modena, Bassorilievo
Parla del principio di tutto, dell’inizio, in completa sintonia con quello che ha davanti a sé: le lastre della facciata del Duomo che raccontano le storie di Adamo ed Eva, opera dello scultore Wiligelmo: ancora un inizio! E’ con Wiligelmo infatti che l’uomo riappare sulla scena dell’arte moderna, prima di tutto nella scultura, qui sul Duomo di Modena dell’architetto Lanfranco tra il 1099 e il 1106, con un anticipo impressionante rispetto a quello che avverrà in pittura con Giotto! Wiligelmo allontana l’astrazione bizantina raccontando per la prima volta una storia di veri uomini, rappresentando il volume dei loro corpi, il loro lavoro, la loro sofferenza; illustra sulla pietra il loro dramma e la loro speranza.
Bianchi parla dei due racconti della creazione avendo ben presente tutto questo. Parla cioè della Vita e solo della vita! Vivere significa non solo venire al mondo, ma abitarlo, stare tra co-creature di cui gli umani devono assumersi una responsabilità. In tutta la piazza risuonano solenni le parole di fratel Enzo:
“Gli umani hanno un corpo come gli animali, sono animali, ma sono anche diversi da loro, innanzitutto nella responsabilità….L’umano è veramente tale quando vive la relazione, ma ogni relazione di differenza comporta tensione e conflitto… Solo nella relazione l’umano trova vita e felicità, ma la relazione va imparata, ordinata, esercitata…”
Proprio queste parole mi sono tornate alla mente quando, pochi giorni or sono, esattamente la sera del 26 maggio, ho letto incredulo il comunicato reso noto sul sito monasterodibose.it in cui si parla di un decreto, firmato il 13 maggio dal segretario di Stato vaticano, cardinale Parolin e approvato in forma specifica da papa Francesco che ha disposto, con sentenza definitiva e inappellabile, l’allontanamento da Bose di Enzo Bianchi, fondatore della comunità nel lontano 1965, e di altri due monaci e una monaca.
“Ho fatto un sogno chiamato Bose”
La storia di Bosecomincia nel 1965, alla fine del Concilio Vaticano II.
Enzo Bianchi allora è un giovane ventiduenne della Fuci e conseguita la laurea in Economia, decide di ritirarsi, da solo, in una cascina abbandonata di Bose, una frazione del comune di Magnano, nel Biellese.
Fratel Enzo Bianchi non ha mai voluto diventare sacerdote, ma seguire una vita monastica cenobitica, ispirata al principio del primato della comunità. Nel volgere di pochi anni altri fratelli, due giovani e una donna, arrivano a condividere quella esperienza diventata realtà ecclesiale, non senza ostacoli in verità, alla fine del novembre del’68. Enzo Bianchi vuolerisalire alle radici del cristianesimo, alla Chiesa indivisa che non conosce separazioni tra cattolici, ortodossi e protestanti, e aperta alle donne.
Bianchi scrive la «regola» sull’esempio benedettino: una vita di preghiera e lavoro — agricoltura, laboratorio di ceramica e di icone, la falegnameria, una casa editrice — scandita dagli uffici quotidiani e dalla lectio divina, caratterizzata dal dialogo ecumenico e dalla interconfessionalità. Oggi la comunità conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di cinque diverse nazionalità.
Oggi Enzo Bianchi è consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani; Membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles); collaboratore, opinionista ,recensore, titolare di rubriche per alcuni quotidiani nazionali; autore di innumerevoli volumi sulla spiritualità cristiana e sul dialogo della Chiesa e il mondo .Fu chiamato da Benedetto XVI al Sinodo dei vescovi del 2008 sulla Parola di Dio in qualità di esperto. Nel 2014 Papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Nel 2018 lo nomina uditore dell’assemblea del Sinodo dei vescovi sui giovani. Il 26 dicembre 2016 Bianchi annuncia le dimissioni da priore della Comunità di Bose, con effetto a partire dal 25 gennaio 2017.
Nel 2017 viene scelto come suo successore Luciano Manicardi, maestro dei novizi e successivamente vice priore.
L’inizio della fine?
Delineato così, seppur a grandi linee, il profilo dell’ex priore di Bose e la storia della comunità, possiamo adesso tornare all’analisi del comunicato asettico con cui veniamo informati dell’allontanamento di fratel Enzo dalla Comunità di Bose. Dalla lettura del testo si comprendono in verità solo i seguenti elementi:
1) il problema riguarda una generica preoccupazione per una situazione tesa e problematica nella nostra Comunità per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del Fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno. E per risolvere questo problema si chiede l’intervento del Vaticano. Cosi commenta uno dei più importanti teologi italiani, Giuseppe Ruggieri:
“C’è stata l’ingenuità di essersi appellati al Vaticano per dirimere una questione interna. Purtroppo sono loro ad aver legittimato un intervento che di per sé è illegittimo perché la comunità di Bose non è passibile di una visita apostolica. E’ una comunità di laici che segue soprattutto la tradizioneortodossa che al massimo ha come riferimento il Vescovo locale. L’attuale responsabile, Manicardi, e anche qualcun altro che ha autorevolezza, hanno legittimato questo intervento. Del caso ha approfittato la curia per normalizzare un’esperienza che non rientrava nei ranghi, difficile da gestire dall’esterno”.[Qui] 2) L’intervento del Vaticano si è concretizzato, come si legge nel documento, nella richiesta del Papa di una visita apostolica che si è svolta dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020. I Visitatori hanno quindi redatto una relazione fatta sulla base delle testimonianze di ogni membro della comunità.
3 ) Sulla base di tale relazione è stato emanato un decreto singolare del 13 maggio 2020 firmato dal Segretario di Stato e approvato dal Papa.
4) Le decisioni contenute nel decreto sono state comunicate in un primo tempo in forma del tutto riservata solo agli interessati.
5) Poiché i destinatari del decreto però hanno rifiutato di conformarsi alle prescrizioni ivi contenute, allora la Comunità ha dovuto esternare pubblicamente i nomi dei destinatari dei provvedimenti, tra cui in primis quello di Fr. Enzo Bianchi.
6 ) E infine viene comunicato che ai fratelli coinvolti dal provvedimento si chiede l’abbandono della Comunità.
7) Il comunicato si conclude con l’informazione della esistenza di una lettera della Santa Sede in cui sono state tracciate le linee portanti di un processo di rinnovamento per la Comunità.
Dal canto suo, Bianchi si oppone ai provvedimenti decisi dal Papa, chiede di conoscere le prove delle supposte mancanze e di potersi difendere da false accuse, con ciò accrescendo le difficoltà di una decisione che, come abbiamo già detto, il Vaticano in un primo momento aveva cercato di tenere riservata proprio per tutelare l’immagine del fondatore di Bose.
La situazione risulta paradossale e incomprensibile alla luce anche del rapporto saldissimo che c’è sempre stato, fin dalla sua elezione al pontificato, tra Francesco e Bianchi. Il fondatore di Bose, almeno finora, è stato un grande sostenitore di Bergoglio e delle sue scelte.
All’inizio di questa esperienza, Bianchi scrisse parole molto eloquenti, piene di fiducia in particolare rispetto al Papa. Ora in verità, con lo sviluppo della vicenda si sta facendo preminente in lui una sorta di larvata amarezza, come traspare nei tweet del suo seguitissimo profilo social. L’ultimo messaggio che ha lasciato su Twitter, alcuni giorni fa, suona amaro: «Ciò che è decisivo per determinare il valore di una vita non è la quantità di cose che abbiamo realizzato, ma l’amore che abbiamo vissuto in ciascuna delle nostre azioni: anche quando le cose che abbiamo realizzato finiranno l’amore resterà come loro traccia indelebile».
Il dibattito in corso
La decisione di allontanare, seppur momentaneamente, Bianchi dalla sua comunità ha lasciato intanto interdetti tutti i suoi sostenitori e ha aperto un grande dibattito sulla opportunità di una scelta del genere da parte del Pontefice.
Uno dei più importanti teologi italiani, Giuseppe Ruggieri sul Fatto Quotidiano del 30 maggio [Qui] ravvisa un cedimento del Papa ad una volontà di normalizzazione della curia che ha approfittato del caso per far rientrare una volta per tutte una esperienza anomala rispetto al quadro istituzionale durata troppo a lungo.
Il prof. Alberto Melloni su Repubblica del 28 maggio individua in quattro punti una manovra vaticana dei tradizionalisti per cui ,il caso in questione, non sarebbe che “un pezzo di quella che un saggio vescovo italiano chiama la “faida vaticana contro Francesco”: aver saputo usare la litigiosità monastica, la Segreteria di Stato e il Papa stesso per togliere di mezzo, come fu per l’allontanamento di don Dario Viganò dalla congregazione delle comunicazioni o del comandante Domenico Giani dalla Gendarmeria, persone vicine al pontefice.”[Qui] Raniero La Valle, giornalista esperto delConcilio Vaticano II, al contrario, sempre sul Fatto del 30 maggio, non ravvisa nessuna faida vaticana, ma solo un momento di crisi della comunità: “Non c’è alcuna intenzione punitiva o di repressione nei confronti di Bose. Papa Francesco ha sempre apprezzato il cammino intrapreso dalla comunitàpiemontese. Se si è resa necessaria una decisione come quella che ci ha addolorato evidentemente non è per porre fine o stroncare questo carisma ma per difenderlo, preservarlo e farlo crescere.”.
Alcune considerazioni
Lontani da ogni tentazione dell’attribuzione del torto o della ragione in modo aprioristico o ideologico, ciò di cui si avverte di più la mancanza, arrivati a questo punto, è soprattutto una certa dose di chiarezza e di coraggio di chi,diciamo, ha condotto questa operazione.
Se il problema è “l’esercizio dell’autorità del Fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno”, si tratterebbe pur sempre di questioni relazionali interne, ed è veramente troppo poco per invocare e per giustificare un intervento così profondo e di alto profilo.
E’ abbastanza chiaro, infatti, che il problema non può essere legato solo alla problematicità delle procedure regolanti i rapporti tra fondatore e successore , ma implichi scelte di fondo non chiarite, altrimenti sarebbe incomprensibile l’appello al Vaticano e l’intervento dello stesso Papa. Per questo motivo tutta la diatriba non la si può lasciare alla banalità della cronaca, ma va colta come opportunità per entrare nel vivo di una situazione generale di chiesa.
Ascoltiamo il commento di padre Alberto Simoni di Koinonia, intervento che tenta di rintracciare le ragioni della problematicità della questione in gioco:
“L’esperienza di Bose, iniziata alla chiusura del Concilio, è assurta a simbolo di rinnovamento conciliare, ed in questo senso è stata di approdo e di rifugio per tanti, dando vita al tempo stesso ad un fenomeno di eterogenesi dei fini, e quindi a contraddizioni intrinseche esplose solo ora. Ponendosi in immediata continuità col Vaticano II, forse troppo prematuramente, di fatto il fenomeno Bose nasceva in contrasto col Concilio stesso: riproponeva infatti forme di vita cristiana e spirituale datate per quanto aggiornate, simbolo di altre epoche, e cioè di quella cristianità che si voleva oltrepassare…Dunque in causa sembra esserci questo “processo di rinnovamento”: ma allora è da pensare che fosse proprio Enzo Bianchi a intralciare questo “rinnovato slancio alla vita monastica ed ecumenica” della Comunità? Che c’è di male a farlo capire?
Sarebbe l’occasione ottima per dare esempio di quella chiarezza e coraggio di cui avrebbe bisogno una chiesa in apnea senza più capacità di confronto e di dibattito… Nessuno può impedirci di pensare che siamo in presenza di una operazione di normalizzazione in cui purtroppo è coinvolto anche papa Francesco, mentre rimbomba l’assoluto silenzio della chiesa italiana, forse nel tentativo di ridurre tutto a fatto personale di giornata.”. (in Koinonia-forum, 29/5/2020)
L’accettazione
Il 1 giugno sera sul sito della comunità, nelle notizie, appare un comunicato che in verità tutti aspettavano con ansia e che pur mettendo un primo punto fermo a questa vicenda, non la chiude di certo: “All’indomani della solennità della Pentecoste, la Comunità di Bose ha accolto la notizia che il suo fondatore, fr. Enzo Bianchi, assieme a fr. Goffredo Boselli e a sr. Antonella Casiraghi hanno dichiarato di accettare, seppure in spirito di sofferta obbedienza, tutte le disposizioni contenute nel Decreto della Santa Sede del 13 maggio 2020. Fr. Lino Breda l’aveva dichiarato immediatamente, al momento stesso della notifica.A partire dai prossimi giorni, dunque, per il tempo indicato nelle disposizioni, essi vivranno come fratelli e sorella della Comunità in luoghi distinti da Bose e dalle sue Fraternità.”. Per i due confratelli e la consorella si parla di cinque anni! In Vaticano spiegano che l’allontanamento era necessario per salvare la comunità dal rischio di una spaccatura irrimediabile.
Tutto risolto quindi? Niente affatto. Mancano ancora i due elementi poco sopra invocati per continuare a sperare in una continuazione di quello spirito originario che ha fatto nascere Bose, mancano chiarezza e coraggio.
Certo dal comunicato sembra emergere che Bianchi e gli altri membri allontanati non saranno espulsi dalla comunità, e che la disposizione abbia una scadenza temporale. Ma il documento con cui il Vaticano ha deciso di allontanare Bianchi non è stato condiviso , e i suoi contenuti sono stati diffusi in parte soltanto dalla comunità di Bose. Adesso che la mediazione del vaticano è stata così legittimata, non penso potrà essere esclusa dalla definizione del futuro della comunità, con tutto quello che ne potrà conseguire.
E Bianchi? In queste ore Enzo Bianchi ha fatto ancora sentire la sua voce via Twitter: “Giunge l’ora in cui solo il silenzio può esprimere la verità, perché la verità va ascoltata nella sua nudità e sulla croce che è il suo trono – scrive –. Gesù per dire la verità di fronte a Erode ha fatto silenzio. “Jesus autem tacebat!” sta scritto nel Vangelo”. Per chi fino ad oggi ha visto in Enzo Bianchi un punto di riferimento fondamentale per la propria esperienza di fede, per la meditazione e la cura dell’anima, la prima reazione di fronte a tutto ciò è sicuramente quella di un grande dispiacere.
Tra le tante riporto quella di Massimo Faggioli, nostro concittadino emigrato in America dove insegna Storia del cristianesimo nella University of St.Thomas in Minnesota . Dice in un tweet di poche ore fa: “questa vicenda di Bose, ancora in corso ,rappresenta la lacerazione ecclesiale più grave della mia vita, anche perché il cordone ombelicale con quella comunità è una delle cose che mi ha aiutato a mantenermi in una certa forma spirituale ed ecclesiale specialmente dal 2008 in poi, Credo che questo sia un trauma con pochi precedenti anche per molti altri cattolici e non cattolici.”.
Non riesco a non pensare al senso di smarrimento che starà circolando tra le migliaia di persone che a Bose hanno volto lo sguardo in tutti questi anni; a chi considera Bose un miracolo vivente all’interno di un mondo connotato da divisioni fratricide; un luogo di incontro per le religioni di tutto il mondo. Quindi che fare? Cosa credere?
Mi ricordo di aver visto un giorno una scritta su di un muro di una casa diroccata che mi ha particolarmente colpito: “Padre nostro che sei nei cieli…stacci!” Questa provocazione sembra voler chiedere a Dio di stare lassù, buono buono, di lasciarci stare qui giù da soli, troppe volte siamo stati illusi da suoi profeti e comunità.
Per tutta la sua vita, fino ad oggi, Enzo Bianchi per chi lo ha conosciuto è stato il contrario.
Cover e immagine nel testo: Duomo di Modena, Wiligelmo, bassorilievi 1110-1130 (wikipedia commons)
Proteggersi scegliendo di rimanere all’oscuro delle cose (anche tradimenti) o affrontare tutto rischiando di perdere tutto? Riccarda e Nickname hanno interrogato i lettori su cosa farebbero se si trovassero a dover scegliere tra la luce e l’oscurità in un rapporto.
Il sesso libero dello struzzo
Cara Riccarda, caro Nickname,
non voglio sapere perché fondamentalmente non mi interessa. Entrambi tacitamente sappiamo che ci sono altre persone nelle nostre vite. Ci basta così.
C.
Caro C.,
tra il mi basta così e il me lo faccio bastare c’è una differenza che solo chi lo dice, sa. Ricordo una scena in cui lui incalzante le chiede, ti basta vero? La sventurata che non aveva il coraggio di dire no, così è troppo poco, rispondeva sì e sapeva che poi i suoi pensieri e le sue azioni sarebbero andati nella direzione contraria, attratti dall’insoddisfazione. E alla fine, aveva ragione lui perché le cose le aveva messe in chiaro sin dall’inizio e, con quella domanda, l’aveva messa nelle condizioni di non chiedere più. E farselo bastare.
Riccarda
Caro C.,
se a te basta così e a lei basta così, bene. Se invece uno dei due se la fa bastare mentendo a se stesso, prima o poi il nodo verrà al pettine. Ad ogni modo, siete entrambe persone adulte e consapevoli. Questa circostanza è fondamentale per minimizzare scrupoli o sensi di colpa. Poi, un legame non è una foto, è un film. Se diventerà un lungometraggio o rimarrà un corto, quien sabes.
Nickname
A me piace farlo a luce accesa!
Cara Riccarda, caro Nickname,
scelgo la luce, soprattutto dopo l’ombra. La discrepanza tra i dettami culturali e le attitudini antropologiche dell’uomo, ci creano qualche problema nella gestione dei rapporti umani. Credo che per istinto l’uomo vivrebbe nella luce, in chiaro e nella libertà, poi però ci si muove nell’ombra a causa della cultura sociale: se l’uomo fosse libero di amare, amerebbe molto di più e alla luce.
N.B.
Caro N.B.,
ci sono anche momenti di luce intermittente o di cortocircuiti che ci creiamo quasi apposta. Ma anche nel buio più pesto, sforzandoci, i contorni si delineano e un orientamento lo si abbozza. C’è chi preferisce adattarsi all’oscurità che può apparire per certi versi confortante e fa percepire solo poche cose, poi per vedere davvero occorre la luce.
Riccarda
Caro N.B.,
le tue considerazioni mi hanno fatto tornare alla mente Wilhelm Reich, psicoterapeuta nato negli anni Venti, freudiano e marxista, la cui teorizzazione della liberazione sessuale come fulcro della rivoluzione contro la società autoritaria e patriarcale divenne un must degli anni della contestazione (1968/1969). Devo dire che di quelle idee è sopravvissuto un precipitato modesto, potresti farti promotore della sua riscoperta.
Nickname
Quando si dice che è ‘un rito’, si intende qualcosa che stancamente ripete se stessa. Poi ci sono ‘i riti’, i riti al plurale che sono cerimonie, celebrazioni, culti con le loro liturgie, laiche e religiose. Non possiamo fare a meno dei riti, perché i riti confermano le nostre appartenenze. La famiglia ha i suoi riti, una volta legati al desco. Il corteggiamento ha i suoi riti, fino all’anello di fidanzamento e alla promessa. Il lavoro ha i suoi riti, le entrate e le uscite, le divise come paramenti sacerdotali, le ore di fatica. Anche la memoria ha i suoi riti negli anniversari. A guardarci intorno scopriamo che tutta la nostra esistenza è una costante di riti, procedure, recite, rappresentazioni, liturgie, copioni.
Poi, un giorno accade che il grande palcoscenico della vita improvvisamente prende la forma del coro del dolore e della cavea della paura. Il rito si spezza, si frantuma, il complesso delle norme che lo definiscono e lo descrivono viene meno. È accaduto in questi giorni di eccezionalità, in cui abbiamo dovuto difenderci dal rischio del contagio. I riti sono cambiati, altri ne sono stati confezionati come l’uso della mascherina e il distanziamento fisico. Altri ancora sono stati negati come la condivisione del lutto. La morte, che una volta era accompagnata dai vivi, per confermare che la vita non si ferma, è stata lasciata sola, tenuta a distanza, perché non sapevamo se la vita avrebbe continuato a scorrere, tanto la morte dominava incontrastata sui nostri timori e sui nostri rifugi.
Le comunità si riconoscono nei loro riti, che sono il racconto dei loro miti e la costruzione delle loro simbologie, le forme che abbiamo dato alla narrazione della nostra cultura. Al posto dei riti sono rimaste le autobiografie, quelle che lasciamo scritte ogni giorno sui social a cui accediamo, a cui affidiamo la trasmissione dei messaggi come parte di noi stessi, di quello che siamo. Lasciamo testimonianza della qualità delle nostre biografie. Qualcuno un giorno studierà le forme che hanno assunto i nostri racconti e i prodotti dei nostri pensieri come l’espressione di una cultura indigena.
Non ci siamo resi conto che si è aperta la porta per uscire dal rito, per uscire dalle nostre autobiografie. Che non abbiamo più nulla da celebrare. Perché quella che abbiamo vissuto non è una pausa, non è una sospensione, ma è stata una rottura delle nostre sacralità, dei riti a cui eravamo convocati, dei nostri sacerdozi. Forse l’ultimo episodio di una stagione che ha rincorso le ombre delle costruzioni che ci siamo eretti. Abbiamo dovuto dismettere le nostre anime colpite dallo stupore della sorpresa, dall’imprevedibilità dell’imperscrutabile, abbiamo scoperto di tremare, di essere come la tribù ancestrale che teme l’ira delle divinità. Abbiamo veduto e ascoltato lo sciamano pronunciare la sua preghiera agli dei, agli idola specus, nello spazio lasciato vuoto pure dal tempo, sotto le intemperie della natura.
Questa rottura è una ferita benefica che ha sollevato il velo sulla nudità che siamo, sulla fragilità delle nostre liturgie, sull’insensato abbarbicarci alle ridondanze che si infrangono contro l’inatteso e l’improvviso, e non ci sono altari da innalzare e numi da pregare. La nostra solitudine è fuori e dentro di noi, temere la solitudine è come temere se stessi, l’unica speranza è quella di non coltivare speranze per prendere la vita nelle nostre mani. Senza fingerci cammini e mete, continuare ad arare, a coltivare la terra, a piegarci alla fatica per coloro che verranno dopo di noi e forse ce ne saranno riconoscenti, come si usa, nella memoria.
Siamo usciti dai riti e dalle nostre autobiografie per ritrovare il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi. Occorre fare igiene nelle nostre menti, provvedere alla raccolta differenziata dei cascami delle nostre certezze, correre il rischio della pulizia delle nostre presunzioni. Sgombrarle dall’occupazione dei pensieri sedimentati, dagli incartamenti degli incanti. Dimenticare le usanze per far spazio alle incognite, svuotare gli abiti della zavorra di cui li abbiamo caricati, seminare per dare inizio a nuovi raccolti. Ripartire dall’interrogativo socratico Ti Esti, che cos’è? Che cos’è quello di cui parliamo, che cos’è quello che facciamo, che cos’è quello che siamo, che cos’è quello che vogliamo essere.
Il nuovo secolo ancora non aveva posto nell’urna le ceneri del venir meno del sentimento religioso, del tramonto della metafisica e della crisi delle ideologie. La dimensione globale della pandemia ci ha posto con inesorabile prepotenza innanzi al nostro Essere e al nostro Tempo, per dirla con il filosofo, alla sfida nuova, alla capacità di saperla cogliere, alla necessità di dare una svolta ermeneutica alle nostre vite, al coraggio di reinterpretare l’intera dimensione umana. E questo con ogni probabilità è solo il primo capitolo, perché altri ben presto se ne aggiungeranno, e non potremo correre se non ci libereremo delle pastoie che ancora legano le nostre menti.