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Donald Trump, la crisi della democrazia, la crisi della fiducia nelle istituzioni.

Il 7 Gennaio 2021 è stato un  giorno drammatico per tutte le democrazie occidentali. I “partigiani di  Trump” hanno preso in ostaggio le istituzioni della più grande democrazia del mondo. L’America è tramortita, sconvolta dalle immagini del suo Congresso invaso e occupato. Pochi minuti prima della mezzanotte, Camera e Senato degli Stati Uniti bocciano gli ultimi ricorsi contro l’elezione di Joe Biden. E’ il primo segnale di ritorno alla normalità.
Tutto questo rimanda a un tema che avevo già provato a declinare su queste pagine: la grande crisi delle democrazie occidentali.

E’ in crisi l’idea di ‘democrazia’ che ha dominato nel mondo occidentale per almeno cinquant’anni.  Democrazia (dal greco antico: δῆμος,  démos, “popolo” e κράτος,  krátos, “potere”)  significa “governo del popolo”, ovvero sistema di governo, in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo.
Si vedono, a maggior ragione oggi,  delle tendenze generali  che impressionano:
– Non ci si riconosce più nell’idea che un “governo del popolo” sia una “buona” e auspicabile forma di governo. Da qui molte derive: riproporre le oligarchie dei nobili, i governi illuminati dei magnati, le dittature della finanza e dell’esercito fino alle forme di autoritarismo monocratico e assoluto. I fanatici di Trump non conoscono il valore della democrazia e non si fidano delle sue istituzioni. Si fidano solo di quello che dice Trump, il deus ex machina che propone una “nuova verità” accettabile agli occhi di questa gente.
– Queste tendenze tendono a verificarsi quando  la popolazione si trova in un forte  stato di insicurezza e preoccupazione. La storia insegna che in tutti i momenti di forte crisi ‘sociale’ riemergono in maniera prepotente spinte all’autoritarismo. Ma non è solo quello.

Per quale motivo questa gente si fida di Trump?
– E’ più facile credere in una persona che in una istituzione. E’ più facile fidarsi di un magnate della finanza che sembra ricco, potente, invincibile piuttosto che di un sistema ramificato di partecipazione/discussione che trasmette un senso di maggiore incertezza e indeterminatezza da una parte, di inviolabilità dall’altra. “L’inviolabilità della confusione” è l’oggetto contro il quale questa gente si oppone al punto da rischiare di perdere la vita.
– “L’inviolabilità della confusione” crea un senso di impotenza e di irrealtà. L’impotenza derivata da una convinzione di fondo che non si potrà mai cambiare nulla se non saltando tutti quelli che sono gli iter democratici invasi da una burocrazia perniciosa e da una tendenza all’omeostasi  insopportabile. Se a questo si associano esperienze personali di fallimenti professionali e personali si arriva ad una situazione di insofferenza insopportabile che può avere conseguenze devastanti sull’idea di legittimità delle azioni che uno può decidere di intraprendere.
– “L’inviolabilità della confusione” porta a valorizzare altre forme di “confusione” che sono considerate paritarie e legittime al pari della prima. Ad esempio la “confusione” dei travestimenti. E’ un travestimento quello di Biden che si presenta sempre in giacca e cravatta e che, anche attraverso il suo modo di vestire, incarna l’omologazione al déjà-vu, esattamente come è un travestimento quello di Batman che, tra l’altro, è un paladino della giustizia. Allo stesso modo è un accettabile il travestimento del guerriero vichingo con le corna sulla testa. Si fa avanti una forma di partigianeria distorta che prevede anche il ricorso a maschere delle fiction televisiva e dei fumetti.  Tali “maschere” presentano un grado di “verità” non accettabile se paragonate all’abbigliamento dei parlamentari del congresso. Ma se salta l’idea che esistono delle istituzioni di cui fidarsi, di cui accettare un grado di “verità” condivisa e condivisibile, allora la loro esistenza diventa possibile e auspicabile.  Si trasmigra nel mondo dell’  “è vero ciò che io considero vero”. Se per me Batman è vero, allora Batman è vero, perché non esiste altra verità aldilà di quella che io riconosco come tale, per quanto balzana sia.
– “L’inviolabilità della confusione” porta a un ripiegamento sull’individualismo smodato, a una necessità di farsi giustizia da soli, a una allentamento di tutti i vincoli sociali che di fatto garantiscono dei comportamenti corretti. Paradossalmente questo riporta come un circuito malato alla necessità di trovare qualcuno che incarna tutto il malessere, qualcuno che rappresenta un riferimento alternativo, diverso, adatto a dei Batman che non credono più a niente, che odiano le istituzioni perché inviolabili, che detestano  i poteri democratici perché confusi. E’ abilità di pochi legittimare una nuova realtà che possa essere accettabile a dei personaggi delle fiction che prendono forma di esseri umani e invadono uno spazio fisico e simbolico che si chiama istituzione-democratica arrivando al terreno quasi-sacro del potere costituito. Trump è uno di questi e di questo suo potere bisogna prendere atto.
– L’idea di “inviolabilità della confusione” nasce anche da un profondo malessere personale. Dalla convinzione che da soli non si riuscirà mai a fare nulla di buono, che la vita sarà sempre più brutta, che mancheranno i soldi per pagarsi le medicine e la scuola dei figli, che i ricchi saranno sempre  più ricchi e i poveri sempre più poveri. Da una tendenza al nichilismo che annienta tutto e non permette di credere più a niente. Allora si diventa aggressivi per salvare prima se stessi e poi per legittimare una nuova realtà che permetterà ai vincitori di fare cose diverse, creare un mondo migliore, come tanti nuovi super-eroi del mondo nuovo. Apparentemente si vede un miscuglio tra realtà e fantasia che sembra degno di soggetti malati. Ma non è così, il travestimento è solo un modo di affermare la ricerca di una identità diversa perché si è persa la precedente. Questo, non necessariamente è un fenomeno inta-psichico malato.  Lo stigma di “malattia” è, in situazioni come queste,  il segnale di un irrigidimento del sistema delle istituzioni che si deve riprodurre sempre uguale piuttosto che la preoccupazione per una specie di deviazione collettiva verso la fantasia e l’irrealizzabilità. (Poi tutte le scienze umane insegnano che più i sistemi sociali sono rigidi e più tendono ad espellere ciò che è diverso e ciò che fa paura perché minaccia le regole di sopravvivenza del sistema in quanto tale).
– “L’inviolabilità della confusione” ha fortemente a che fare con il tema della fiducia. E’ completamente saltata in queste persone scorrette, fantasiose e aggressive l’idea che le istituzioni democratiche potranno migliorare la loro vita e quella dei loro figli. Forse lo potrà fare un non-democratico, un autoritario dai capelli gialli e dagli occhi di ghiaccio che sembra anche lui uscito da una fiction.
Ricordo che la fiducia può essere riposta nei confronti di una singola persona e nei confronti di un sistema sociale. La fiducia ha quindi una dimensione “personale” che si concretizza nel fidarsi di un’altra persona e ha una dimensione “sistemica” dipende cioè dal fatto che dei sistemi sociali diventino stabili grazie alla comunicazione intersoggettiva. Sistemi stabili riducono la complessità del mondo e permettono alla fiducia di passare dalla personalità singola al sistema, riponendo aspettative sulla correttezza e prevedibilità delle regole di funzionamento dello stesso.

E’ proprio questa previsione di “stabilità” che permette il passaggio dalla fiducia nel singolo alla fiducia nel sistema.  Un sistema stabile, utilizzando le regole che si è dato, garantisce la prevedibilità delle conseguenze di molte azioni e, facendo questo, assolve a diverse funzioni: facilita la codifica dei messaggi, semplifica le procedure, rende relativamente stabili le aspettative. In sostanza riduce la complessità del mondo. Il problema della fiducia è fortemente legato a quello della riduzione di complessità necessaria per capire e prevedere cosa succederà nel mondo. Come scrive Luhman (1989): “Il problema della fiducia è legato ad una riduzione di complessità, e in modo ancora più specifico, di quella complessità che entra nel mondo in virtù della libertà di altri individui. La fiducia ha quindi la funzione di ridurre tale complessità

Se questo avviene si passa dalla fiducia nell’azione del singolo alla fiducia nei meccanismi organizzativi del sistema, cioè la fiducia viene riposta in quelle regole che garantiranno un funzionamento prevedibile e semplice dei sistema stesso.
Ma può anche capitare che la fiducia sistemica sia tradita.  In questo caso per un po’ la fiducia viene comunque reiterata e poi si traduce in sfiducia nel sistema e nell’insieme delle regole che usa per semplificare/ridurre la complessità del mondo. E’ per questo che fiducia e sfiducia convivono in un universo esplicativo di carattere sociale. Sarebbe difficile spiegare il vero significato e le implicazioni di una se non fosse altrettanto chiaro il vero significato e le implicazione dell’altra.

La fiducia e la sfiducia incorporano meccanismi di reiterazione che sono sia riduzionistici che limitati temporalmente e quindi è possibile che a un certo punto si invertano. La fiducia tradita si trasforma in cieca sfiducia oppure, al contrario, la sfiducia assorge a una possibile fiducia retroattiva.
In questo complesso passaggio dalla fiducia nel singolo alla fiducia nel sistema e nelle sue continue trasposizioni e reiterazioni che si innesta e si spiega, a mio parere, quel che è successo ieri.
In quel gruppo di persone è completamente saltata la fiducia nel sistema ed è emersa, in maniera prepotente ed esiziale, la necessità della fiducia in un singolo individuo (Donald Trump il super-eroe invincibile) come unica e ultima strada per risuscitare quel minimo di “mondo buono” che permette di tenere lontano la disperazione più bieca.
Non c’è dubbio che tutto questo attesti una forte crisi della democrazia. Non c’è dubbio che quello che abbiamo visto è solo l’iceberg di un cambiamento sistemico che si sta muovendo da molto tempo, che è molto significativo e degno di  importanti riflessioni da parte di tutti quelli che credono nei valori proposti e sostenuti della democrazia.

Trump centra in tutto questo perchè è stato il catalizzatore di in grande malessere. La sua presenza e azione ha facilitato la retroazione della fiducia dal sistema alla singola persone. Ma anche senza Trump la situazione non sarebbe cambiata di molto. Ed è in quest’ultima consapevolezza la vera riflessione che, a parer mio,  va fatta.  Bisogna analizzare il fenomeno con molta lucidità se volgiamo salvare le nostre istituzioni e aprire la porta a un futuro di cambiamento democratico, di riforma costituzionale, di deburocratizzazione e di ricostruzione di un senso del “vero” che vada bene ai più.

 

Vite di carta /
Donne adulte

Vite di carta. Donne adulte

L’incanto delle parole scabre e possenti mi ha presa di nuovo leggendo Borgo Sud di Donatella Di Pietrantonio. Era accaduto col romanzo precedente, L’Arminuta, vincitore del Premio Campiello nel 2017, storia di una adolescente ‘restituita’ alla famiglia da una coppia benestante di parenti che l’avevano voluta crescere e poi l’avevano riportata dalla città alla povera casa dei genitori e dei numerosi fratelli, al paese in provincia di Pescara.

Ho già avuto l’occasione di parlarne in questa rubrica nello scorso mese di aprile, quando la inaspettata pandemia tentava di spazzare via le nostre certezze, l’idea di invulnerabilità che potevamo esserci fatti, ognuno a suo modo. Mi sembrava che calzasse la vicenda di questa ragazzina senza nome, che arriva col suo bagaglio di abiti costosi e con le scarpette per la danza in una casa e in una famiglia che non sapeva di avere e non trova nemmeno il letto pronto per lei. Il letto è da dividere con la sorella più piccola Adriana e con gli umori del suo corpo, nell’unica stanzetta dove dormono anche i fratelli. Il problema diveniva per lei, come per noi, operare una riduzione rispetto alla vita di prima, assegnare di nuovo il valore alle cose, collocarle in nuove gerarchie, mettere in gioco l’identità.

Ho atteso il periodo del Natale per aprire il nuovo libro fresco di stampa, sapendo, grazie al passaparola tra amiche lettrici, che si tratta del seguito di L’Arminuta e le due sorelle ora sono adulte. Ho subito pensato a L’amica geniale di Elena Ferrante, dove la vita delle due amiche protagoniste è narrata per fasi ben distinte e scandite con ogni evidenza nei quattro tomi che formano l’opera.

Mi sono chiesta cosa potesse raccontare questo nuovo libro della vita di Adriana e della sorella, che rimane ancora senza nome e assume di nuovo il ruolo di narratrice. Il romanzo di Ferrante ha una coralità ampia, una volontà di ricostruire contesti che appartiene al romanzo realistico della nostra tradizione; nell’arminuta è invece dominante la sensibilità individuale, ci sono in primo piano le dinamiche della famiglia e le scelte personali. C’è il travaglio identitario a dare spessore al racconto, e c’è la lingua precisa e potente che dicevo. La sintassi lineare che segmenta in frasi brevi il magma narrativo e lo definisce con rigore introspettivo.

Cosa può essere accaduto alle due sorelle nel corso degli anni? Cambiando il piano temporale a ogni capitolo, la narratrice ritesse le loro scelte di vita, il grande unico amore per entrambe, il rapporto tenuto a fatica con la madre e col padre. Il libro parte dal giorno del suo matrimonio, quando un acquazzone improvviso interrompe il pranzo all’aperto. Il secondo capitolo ci riporta  al presente e alla camera d’albergo, dove non le riesce di prendere sonno. Solo ieri la telefonata dall’Italia, questa sì è stata un temporale improvviso, l’ha raggiunta alla segreteria dell’Università di Grenoble e l’ha spinta a tornare a Pescara dopo anni di lontananza. Precisamente a sud della città, nel microcosmo del Borgo marinaro, che con le sue leggi radicate e la ruvida accoglienza della sua gente è divenuto lo spazio vitale della sorella.

Il tempo della notte è speso nel ricordo degli anni passati. Anche nei giorni di permanenza in albergo e durante le visite in ospedale ad Adriana, che si trova in coma dopo essere precipitata dal terrazzo di casa, la narratrice ripercorre le vite delle persone che le sono state care e della sorella prima di tutte. Ripercorre la sua. Col distacco che si è conquistata andando via dalla sua città e dal marito, dopo la loro dolorosa separazione, riesce a farne la sintesi.

Nei suoi pensieri ci sono le piccole fughe fatte con Adriana, le esperienze giovanili rubate ai ritmi della loro famiglia così povera, che le facevano sentire come le altre ragazze. Negli anni il loro rapporto si è fatto intermittente, durante gli incontri d’estate o a Natale “ci raccontavamo il meglio delle nostre vite, come si fa quando si è distanti”. Eppure nella vita di Adriana non sono mancati i dolori: i contrasti con la madre, le difficoltà economiche, il fallimento del matrimonio con Rafael che è anche il padre del suo bambino. Solo a tratti Adriana ha chiesto aiuto e si è insinuata col suo stile forte nella vita della sorella.

C’è la storia col marito Piero, fatta di devozione e amore prima reciproci, poi solo mantenuti da lei. Le ci è voluto molto tempo, le è servita l’intromissione della sorella per far venire a galla il distacco ormai senza ritorno del marito, il suo inseguire un’altra formula di vita. Piero le è vicino, ora che Adriana è in coma. La ripara dall’umidità di novembre, accompagnandola in macchina alle visite in ospedale, chiede se vuole pranzare con lui. Lei dice no: le fa bene mantenere il confortevole equilibrio costruito nella vita a Grenoble, tra l’insegnamento, qualche serata da trascorrere  in compagnia del vicino di casa, il gatto che hanno in comune. Di Piero pensa: ”Non sono mai del tutto guarita da lui, qualcosa si contrae ancora dentro di me. La sensazione di cunetta o dosso, la chiamava una mia compagna di classe facile agli innamoramenti. Ma adesso è leggera, addomesticata, solo un riflesso attenuato che non è proprio scomparso negli anni”. In queste parole si misura il cambiamento che è avvenuto in lei, quanto abbia saputo lenirsi la ferita, ma anche e soprattutto la fedeltà alla propria indole.

Ecco che spuntano di nuovo, indole e fedeltà. Quando il medico ipotizza che, se Adriana si sveglierà, dovrà comunque affrontare almeno un anno di difficile riabilitazione, lei, la sorella che giorni prima aveva giurato a se stessa di rinunciare a tutto in cambio della vita di Adriana, ora ammette: ”Immaginavo il rientro a Grenoble dopo le vacanze invernali, la neve sui prati del campus…Adesso non sono pronta a sacrificarle un anno. Sono così fragili le mie risoluzioni”. Credo proprio che a farle pensare queste parole sia il senso di colpa per non aver trovato in sé una disponibilità totale verso la sorella. Riconosco l’intransigenza con se stessa, la delusione che prova non trovandosi più in grado di performance assolute, lei che fino dai tredici anni, quando è stata ‘restituita’, ci ha messo caparbietà e impegno totali per studiare e laurearsi, per diventare quella che è, pur rimanendo dentro la sua famiglia. Dentro e fuori.

Torna nei suoi pensieri il periodo in cui ha accudito la madre sul letto di morte. L’imbarazzo di accedere alla sua nudità, la sorpresa di sentirne dentro la presenza feroce insieme alla tenerezza di passarle una tazza di brodo appena dopo l’operazione. Anche dopo tanti anni ripensando alla figura che la madre ha rappresentato per lei conclude così: “Restava in gran parte sconosciuta, non sono mai penetrata nel mistero del suo affetto nascosto. Chiuderò i conti con lei nella mia ultima ora”. Eppure ne ha scoperto alcuni lati ignoti, quando al suo funerale parenti e vicine di casa l’hanno compianta per come si era sacrificata solo e sempre pensando ai figli, dimentica di se stessa, come fosse rimasta distrutta dalla morte del figlio primogenito. Deve essere stata anche questo, pensa la narratrice, una donna che si è annullata nei doveri verso la famiglia e nelle rinunce. Ammette: “Nelle ore che hanno preceduto l’operazione sembrava contenta, forse tutti quei medici e le infermiere intorno le davano il senso inaspettato di una sua importanza almeno lì”.

Deve ripensarsi come figlia, ammettere che ha sofferto tanto per i gesti di tenerezza che non sono mai arrivati, che è stata gelosa del fratello scomparso, di quel Vincenzo a cui la madre si è votata in modo esclusivo dopo la sua morte.
Vincenzo è anche il nome del figlio di Adriana. Quanto è cresciuto,  quanta maturità dimostra di avere ora che la zia venuta dalla Francia per stare accanto a sua madre gli parla, chiede come vanno gli studi. Per dirci di lui la narrazione fa uno scatto in avanti e ci anticipa che conseguirà la laurea, ci ricorda che da sempre è stato dotatissimo in matematica. Adriana è stata una madre attenta, si è presa cura del suo bambino, anche nei periodi di difficoltà, da un certo punto in poi lo ha cresciuto da sola. Ora la narratrice, che madre non è diventata, non può che avvicinarsi come una zia premurosa al sedicenne che ha davanti, fragile e forte come sua madre. Anche lui figlio del Borgo Sud.

Nel testo faccio riferimento ai seguenti testi:

  • Donatella Di Pietrantonio, Borgo Sud, Einaudi, 2020
  • Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta, Einaudi, 2017
  • Elena Ferrante, L’amica geniale, E/O, 2011

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

DIARIO IN PUBBLICO
L’indolenza: effetto collaterale del Covid

Mi trascino di stanza in stanza, mettendo a frutto i consigli dell’amico medico di camminare almeno per 15 minuti, dopo mangiato, nell’appartamento e su e giù per le scale. Alla fine mi abbatto sulla poltrona e sono preso dall’accidia (che bello ogni tanto ricorrere a termini desueti e colti!). Avendo già letto i tre giornali quotidiani e avendo sufficientemente espresso in ululi avvelenati la mia compartecipazione al disastro politico annunciato, riguardo le immagini di qualche telegiornale, che si soffermano sulla giornaliera performance del Matteo Renzi in furore. Ed ecco una voce stupita accanto a me dice: “sembra un panzerotto”. Mai descrizione appare più efficacie: dalla gota piena e dalla ‘gorgia’, fino alla protuberanza posteriore delle natiche, il nostro appare davvero metafora del dolce, anche senza possederne virtù e bontà.

A capodanno ascolto rapito i due concerti da Venezia e da Vienna, poi degusto il cd che mi sono appena regalato di Cecilia Bartoli Queen of Baroque, in attesa dello spettacolo di Roberto Bolle che si rivela disastroso, pretenzioso e sconnesso. Ma ormai rinuncio, preso dall’indolenza, a definire anche i due concerti del nostro teatro Comunale tra Baricco e Cristicchi helas! Chissà cosa ci aspetta nel futuro.

Per un poco rifletto sulla totale differenza di metro e di giudizio della nostra generazione con quelle successive. Mi misuro con i concorrenti dell’Eredità, ormai l’unico programma televisivo che mi scuota dall’apatia, e mi trovo inesorabilmente eliminato dalle prime battute, causa la mia completa ignoranza di qualsiasi sport o di musica cosiddetta leggera. Spinto dalla curiosità tra un biscotto e l’altro mi sorbello Chiara Lubich. L’amore vince tutto di cui tacere è bello. Un’amica molto colta e rigorosa mi domanda perché mi voglio punire in questo modo. La risposta debole e indolente è che in realtà è necessario conoscere ciò che piace ai milioni di telespettatori chiusi nei loro gusci causa pandemia.

Certo che è una risposta deboluccia; ma a risollevare le sorti ecco un libro delizioso e totalmente folle che mi spedisce l’autrice Brina Maurer, Lord Glenn l’anima di Byron nel cuore d’un cane, Biblioteca dei Leoni, 2014. Non c’è male ad affrontare un simile soggetto! Così tra le quasi 800 pagine dell’Odissea di Kazantzakis e le 180 di Lord Glenn trascino la mia indolenza nel cominciare a prepararmi ad impegni importanti, quali il convegno pariniano che si terrà all’Accademia di Brera a metà aprile se… ( lascio a voi la fine del discorso.)

Mi distraggo dai temi ferraresi, sempre per indolente rinuncia che mi pone ad un bivio: lasciare tutto, non lottare per la difesa di un certo tipo di cultura che è stata ed è la ragione prima del mio contributo, piccolo o grande che sia stato alla vita dell’odioso-amata città. Con stupore o meglio con malcelato risentimento constato che bene o male tutte le biblioteche ferraresi aprono secondo moduli ben precisi. Del nostro Centro Studi Bassaniani silenzio e ancor silenzio punteggiano la sua riapertura. Nulla conta l’aver domandato spiegazioni a sindaco e assessore che non rispondono o non si fanno trovare. La mia non certo esaustiva pazienza sta per cedere, se non fosse che sarebbe uno scacco per la città se, avvenisse che, non rispettando i parametri con cui la professoressa Portia Prebys ha donato reperti preziosissimi della vita e dell’opera di Giorgio Bassani alla città, si dovesse constatare che essi non sono rispettati, per cui si decida di trasferire altrove questa fondamentale donazione. Sarebbe una vera sconfitta non per noi ma per la città.
Così l’indolenza ancora mi costringe a non esternare la mia soddisfazione per le importanti vicende canoviane che si concretizzano a Bassano e che coinvolgono l’edizione nazionale delle opere di Canova che presiedo da anni.

Indolentemente sento che scrivere ancora qualcosa mi produce fatica e quindi non mi resta che terminare e attendere fiducioso, scuotendomi dall’apatia l’arrivo da me invocato del vaccino che, come scrive il poeta, potrebbe essere rimedio unico ai mali di questo incredibile anno.

E finisco con il documentario di Barbero su Dante: brrrr….

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

GIOCHI E SCOMMESSE 2020:
Quel benedetto buco nell’erario

Lo so, è difficile trovare un angolo di allegria dentro la tragedia che stiamo attraversando, ma un comunicato stampa arrivato negli ultimi giorni in redazione mi ha fatto sorridere. Di più: mi ha allargato il cuore.
Il Comunicato di AGIPRO (che sarebbe L’agenzia Stampa Giochi e Scommesse) merita di esser pubblicato per intero.
“Effetto Covid sulla spesa e sulle entrate erariali dei giochi. La chiusura prolungata dei punti fisici nel 2020 e la crisi economica hanno portato a un calo del 35% delle giocate, con una spesa complessiva – secondo i dati dell’industria elaborati da Agipronews – crollata da 19,4 a 12,5 miliardi di euro. Il primo lockdown di marzo aveva visto la chiusura di sale giochi e scommesse su tutto il territorio nazionale per oltre tre mesi. A questo, si è aggiunto un secondo stop, scattato lo scorso ottobre e tuttora in corso. In totale, nel 2020, il settore retail (agenzie di scommesse, sale slot, Bingo) ha registrato un calo del 43%: a subire il danno maggiore sono gli apparecchi (slot e Vlt), che registrano un crollo del 54% rispetto al 2019 (a 4,7 miliardi di euro). A seguire, le scommesse, con una diminuzione del 36% della spesa, che si assesta a 800 milioni di euro, mentre lotterie e Bingo hanno perso il 25%, fermandosi a 4,4 miliardi. La chiusura del retail ha “spostato” parte dei giocatori verso l’offerta online, che registra nel 2020 un aumento della spesa del 39% a quota 2,5 miliardi. Il blocco della raccolta nei punti fisici , prosegue agipronews,si è tradotto in un drastico calo delle entrate: nel 2019 gli incassi statali dai giochi avevano superato gli 11 miliardi di euro, secondo i dati del Libro Blu dell’Agenzia delle Dogane. Considerando la chiusura dei punti gioco per oltre cinque mesi nel corso del 2020, alla fine dell’anno la stima dei ricavi fiscali per lo Stato è di poco superiore ai 7 miliardi, con un “buco” di 4 miliardi di euro.
Insomma, secondo AGIPRO: una tragedia nella tragedia: nel 2020 Lo stato Italiano incasserà dai vari giochi “poco più di 7 miliardi”, rispetto agli 11 miliardi del 2019. E meno incasseranno le società che gestiscono giochi e scommesse, Lottomatica in testa.

A me pare invece una bellissima notizia. Se potessimo uscire dal tunnel del Covid-19 senza macchinette mangiasoldi, senza roulette, senza lotterie nazionali, senza superenalotto, senza centinaia di migliaia di ludopati disperati, vorrebbe dire che a una cosa, almeno a una cosa, questa paurosa pandemia è servita.
Naturalmente è solo un sogno. Sembra che lo Stato non possa fare a meno di ‘stare al banco’ per spennare gli italiani.

Sappiamo che giocare è una grandissima e a volte diabolica tentazione. E per alcuni (tanti) una malattia, come ci racconta Fedor Dostoevskij ne Il Giocatore scritto più di 160 anni fa. Ora, come nella Russia zarista, lo Stato continua a recuperare risorse alimentando e pubblicizzando il gioco d’azzardo.
Da qui, anche da qui, il tanto lamentato senso dello Stato di cui darebbero prova i cittadini della Repubblica. Ma si può confidare in uno stato biscazziere?

FUTURO SOSTENIBILE
“LE CITTA’ SIANO IL FULCRO DELLA RIPARTENZA POST COVID”
Il rapporto Legambiente 2020

All’inizio di novembre è stato reso noto il rapporto Ecosistema urbano, curato da Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia e il Sole 24 ore: 207 pagine fitte di dati, grafici, tabelle, disegni. Quella del 2020 è la XXVII edizione del rapporto, costruito secondo 18 parametri monitorati da Legambiente e Ambiente Italia. Oltre 30mila i dati raccolti attraverso questionari inviati ai 104 Comuni capoluogo e alle informazioni di altre fonti statistiche accreditate. Il risultato è una classifica generale che, per quel che valgono le classifiche, specie in queste tematiche, è stata costruita assegnando un punteggio in centesimi sulla base dei risultati qualitativi ottenuti nei 18 indicatori relativamente alle aree tematiche aria, acqua, rifiuti, mobilità, ambiente urbano ed energia.

Osservando le prime città classificate si nota che per Trento e Mantova, che occupano i primi posti con 79,98 e 76,75 punti, non vi sono state variazioni rispetto alla classifica 2019. Tra le prime 10 città le variazioni più significative si sono registrate per Reggio Emilia, che risale la classifica di 7 posti posizionandosi al quinta, Cosenza (+6, ottava) e Biella (+10, in nona posizione). Le altre sono Pordenone terza (+1), Bolzano quarta (-1), Belluno sesta (+2), Parma settima (-2) e Verbania decima (+1) con un punteggio di 68,89, 11 in meno di Trento. Treviso, che nel 2019 era nella top ten, scende all’undicesimo posto perdendo quattro posizioni. Tra le città che hanno mostrato, in positivo, le variazioni più significative vi sono Forlì (risalita di ben 44 posizioni), Imperia (+41), Rieti (+39) e Avellino (+31), mentre tra quelle che hanno perso posizioni vi sono Potenza, che ne perde 25, seguita da Caserta (-23), Varese e Chieti (-21) e Pescara (-20). E Ferrara? La nostra città perde rispetto all’anno scorso 12 posizioni e si colloca, con 62,86 punti, al 22° posto della classifica che, su 104 città monitorate, è chiusa da Vibo Valentia con soli 23,31 punti ottenuti dalla valutazione dei parametri considerati.

Inquinamento atmosferico: Ferrara? Insufficiente

Se si va ad analizzare le classifiche per le diverse tematiche del rapporto indicate come performance ambientali, la città estense non è presente in nessuna, ad eccezione di quella relativa alla raccolta differenziata, dove invece svetta con una percentuale dell’86,2, seguita da Pordenone (86,1%) e Mantova (85,6%). Le altre classifiche riguardano le aree tematiche aria rappresentate da quelle della concentrazione in biossido di azoto (NO2), dove capeggiano Agrigento (4 µg/m3), Enna e L’Aquila.
Ferrara presenta per questo indicatore una concentrazione media di 26,2 µg/m3, collocandosi al 52° posto. Per le polveri sottili PM10 e PM 2,5 la nostra città registra rispettivamente una concentrazione media di 29,0 e 18,5 µg/m3 (72° e 68° posto); infine per quanto riguarda l’ozono (sforamento del limite di 25 giorni/anno oltre i 120 µg/m3), si colloca sessantesima. Complessivamente Ferrara, assieme a tutte le città della regione, presenta un’aria classificata come insufficiente, ultima delle cinque classi in cui sono suddivisi i centri urbani che superano per almeno due parametri i limiti della normativa comunitaria sia per PM10 e PM2,5 che per NO2 e O3. Questi, secondo l’Agenzia Ambientale Europea (EEA), sono gli inquinanti sotto osservazione che comportano un rischio per la salute umana, e che dichiara come l’inquinamento atmosferico continui ad avere impatti significativi sulla salute della popolazione europea, in particolar modo per i cittadini delle aree urbane.

Le conseguenze in Italia sono le oltre 60mila le morti premature ogni anno dovute all’inquinamento atmosferico. “In sostanza, continua il dossier dell’ufficio scientifico di Legambiente Mal’aria di città 2020, l’inquinamento atmosferico è al momento la più grande minaccia ambientale per la salute umana ed è percepita come la seconda più grande minaccia ambientale dopo il cambiamento climatico”. In una tabella del dossier [Vedi qui]  che presenta i giorni totali nelle città in cui si è registrato nel 2019 sia il superamento dei limiti del Pm10 che dell’ozono, Ferrara si trova al 18° posto con 103 giorni (Torino, prima, ne ha registrati 147, Piacenza 128, Rovigo, territorialmente molto vicina a noi, 115, Modena e Reggio Emilia 108). Bologna, trentesima con 59 giorni, è l’ultima delle città della regione e presenta il superamento dei limiti solo per l’ozono (25 giorni).
Per il solo PM10, nel 2019, sono 26 le città capoluogo di provincia che hanno superato il limite giornaliero di 35 giorni con una media superiore ai 50 microgrammi/metro cubo. Sempre prima Torino con 86 giorni di superamento. Nella classifica delle città fuorilegge ci sono quasi tutti i capoluoghi veneti (ad eccezione di Belluno), molti capoluoghi dell’Emilia Romagna, tranne Bologna e Cesena, quindi anche Ferrara, e più della metà delle città lombarde (7 su 12), a riprova della criticità espressa nelle dichiarazioni dell’Agenzia Ambientale Europea.
Altro dato ricavato da queste poco esaltanti classifiche è quello delle città che hanno superato il limite per le polveri sottili (Pm10) dal 2010 al 2019: Ferrara si ritrova nel secondo gruppo (9 anni su 10) assieme a Parma e Piacenza, tra le città emiliano-romagnole. Nel primo (10/10) sono presenti Modena, Reggio Emilia, Rimini e Rovigo (questa sempre per ragioni di affinità territoriale). Infine le altre, Ravenna, con 7 anni su 10, seguita da Bologna (6/10) e Forlì (5/10). Per ultime le classifiche dei capoluoghi di provincia che nel 2019 hanno superato con almeno una centralina urbana la soglia limite di polveri sottili in un anno (il D.lgs. 155/2010 prevede un numero massimo di 35 giorni/anno con concentrazioni superiori a 50 μg/m3) e, per l’ozono, dei capoluoghi di provincia che nel 2019 hanno superato con almeno una centralina urbana l’obiettivo a lungo termine per la protezione della salute( il D.lgs. 155/2010 prevede in questo caso un numero massimo di 25 giorni/anno – come media su 3 anni – con concentrazioni superiori a 120 μg/m3 come media massima giornaliera calcolata su otto ore). Nella prima Ferrara è al 12° posto con 60 superamenti nella centralina di Corso Isonzo, mentre nella seconda al 31° con 43 giorni di superamento.

La gestione del ciclo dei rifiuti

Tornando al rapporto [Vedi qui] tra i temi trattati non si può non prendere in considerazione quello dei rifiuti.
In una rappresentazione grafica le città monitorate vengono suddivise in 5 classi, da ottima a scarsa, in base alle modalità di gestione dei rifiuti e ai risultati ottenuti nel 2019. Ferrara si trova nel primo gruppo, anzi capeggia la classifica relativa alla raccolta differenziata, come già accennato, con un 86,2 %, superando di appena 0,1% Pordenone, che si colloca al secondo posto prima di Mantova (85,6%). Del gruppo delle città con una qualità ottima nella raccolta differenziata (quelle che separano più dell’80%) fanno parte anche Reggio Emilia e Parma. Per quanto riguarda la produzione di rifiuti urbani (kg/abitante/anno) il dato di Ferrara nel 2019 è di 650 kg, con Reggio Calabria la città che ne produce la quantità più bassa (371 kg) e Piacenza quella con il dato più alto (766 kg), e che supera di un solo kg Rimini e Ravenna (765 kg). Nel sistema di raccolta porta a porta Ferrara realizza un misero 10,3% di cittadini serviti secondo tale modalità, uno dei livelli più bassi in Italia, dove la maggior parte delle città fornisce un servizio di oltre il 90% e una quarantina arriva al 100% di cittadini serviti dalla raccolta domiciliare. Ma qui si tratta di scelte e strategie delle aziende che gestiscono questo importante servizio.

Proseguendo nell’analisi del Rapporto molti sarebbero gli indicatori che meriterebbero commenti e approfondimenti. Qui voglio solo riportare i dati che interessano Ferrara scorrendo le classifiche rispetto ai vari temi.

Acqua potabile per uso domestico

Per quello che riguarda l’acqua potabile per uso domestico Ferrara consuma 144,7 litri/abitante/giorno, in una classifica dove, oltre a Milano che primeggia con ben 269,1 litri, non sono molte le città che superano la quota dei 200 litri (Brescia, Chieti, Monza, Pavia, Reggio Calabria). La maggior parte consuma quantità che si collocano tra i 100 e i 200 litri, con l’unica eccezione di Frosinone che di litri al giorno per abitante ne consuma solo 95,2.
Altro tema che riguarda l’acqua è la dispersione della rete idrica. Ferrara presenta una differenza tra acqua immessa e consumata per usi civili, industriali e agricoli del 38,8%, con Frosinone, tra le città italiane monitorate, che per questo indicatore mostra la peggiore performance (77,8%) e Pordenone che risulta invece la più virtuosa con solo l’11,3%.
La percentuale di popolazione residente servita da rete fognaria delle acque reflue urbane vede molte città, di ogni parte d’Italia, raggiungere il massimo, cioè il 100%. Solo Pistoia (55%) e Catania (56%) mostrano dati molto bassi e preoccupanti, mentre Ferrara si colloca nella parte alta dei valori con l’88% della popolazione servita. Folto è il gruppo delle città che superano quota 90% registrando valori prossimi al 100%; infine, ad eccezione di Reggio Emilia (83%), tutte le altre città della regione realizzano percentuali che si collocano nella fascia 95-99% di popolazione raggiunta dal servizio fognario.

Mobilità urbana

Altro tema scottante trattato dal rapporto è quello della mobilità. Iniziando dall’indicatore numero viaggi/abitante/anno sul trasporto pubblico Ferrara raggiunge il livello di 70, poco oltre la metà della classifica capeggiata da Milano con 468, se si esclude Venezia (705) che, ovviamente, rappresenta un caso atipico, solo altre 6 sono le città che superano quota 200 (Genova, 413; Roma, 328; Trieste; 310 e a seguire Bologna, Torino e Brescia).
La maggior parte, Ferrara compresa come detto, si colloca ampiamente sotto quota 100 (con Vibo Valentia 2 e Sondrio 3 fanalini di coda), a riprova della criticità della problematica mobilità in Italia. Altro indicatore monitorato è l’offerta di trasporto pubblico misurata come vetture-km/abitanti/anno. Anche in questo caso la città estense non figura tra le città virtuose, riportando un valore dell’indicatore di 19: dato alquanto scarso se confrontato con quello di Milano (88) e delle altre città della parte alta della lista (Venezia, Trieste, Roma). Bologna, la migliore in Emilia Romagna, ottiene un livello di 45, con Parma che segue a 40.

Sempre in tema di mobilità gli indicatori della superficie stradale pedonalizzata in m2/abitante e delle piste ciclabili, sia come metri equivalenti ogni 100 abitanti che come Km totali.
Nel primo dei parametri Ferrara, con 0,39 m2/abitante, occupa la prima parte della classifica dove Lucca distanzia tutte le altre città con 6,73 m2/abitante. Classifica chiusa da L’Aquila e Trapani con nessuna superficie pedonale precedute con un misero 0,01 m2/abitante da Reggio Calabria.
Sulle piste ciclabili ci si aspetterebbero dati di eccellenza dalla nostra città, è così è, ma solo in parte: nella classifica dei metri equivalenti Ferrara è undicesima riportando 20,48 metri di piste ogni 100 abitanti, e viene preceduta, in ambito regionale, da Reggio Emilia, prima con un dato più che doppio (44,37 metri/100 abitanti) e da Ravenna (26,63 metri/100), mentre in quella dei Km totali scala di un posto a fronte di 101,6 Km di piste, anche in questo caso preceduta da Reggio Emilia, sempre prima,  e da Modena (174), Bologna (156,4), Parma (138,4) e Ravenna (129,3), a riprova che la definizione di città delle biciclette non è una sua esclusiva.
L’ultimo indicatore che interessa la mobilità è quello delle auto circolanti ogni 100 abitanti. Le città italiane si distribuiscono in un intervallo che va da 78, Frosinone, a 43 per Venezia, quindi una forbice non troppo ampia. A Ferrara circolavano, nel 2019, 65 auto/100 abitanti, un dato intermedio, condiviso da molte altre città: infatti nella fascia 70/60 figurano ben 65 centri urbani.

Verde pubblico

Per quanto riguarda l’indicatore verde urbano pubblico Ferrara non sfigura, anche se non tanto in termini di valori assoluti: si colloca infatti attorno al 30° posto (20 alberi/100 ab) della classifica che vede Cuneo primeggiare con 203, seguita da Modena con 114 alberi/100 abitanti.
Per l’indicatore m2/abitante di verde fruibile in area urbana la classifica è migliore (17° posto per un valore di 60 m2/abitante), ma sono Matera (997,2), Trento (406,2) e Rieti (333,6) che presentano spazi di verde urbano difficilmente raggiungibili. Tra le città emiliano romagnole solo Parma fa meglio di Ferrara per quest’ultimo parametro, mentre per il precedente tutte, esclusa Piacenza, ottengono migliori performance.

Serve una cabina di regia

A conclusione di questo lungo elenco di dati e numeri alcune riflessioni sul significato dei risultati scaturiti dal Rapporto Ecosistema urbano 2020.
La media del punteggio dei capoluoghi quest’anno si è abbassata al (53,05%), mentre era 53,51% lo scorso anno e “quota 100” non è stata raggiunta da nessuna città e nessun capoluogo supera gli 80 punti, a differenza della passata edizione in cui ci riuscirono Trento e Mantova.
“E’ necessario – afferma Mirko Laurenti, responsabile del Rapporto – dare un contributo alla riflessione globale sul futuro delle città, partendo dalle esperienze positive, da chi è riuscito negli anni a realizzare significative azioni e cambiamenti in chiave green”. L’impegno è notevole perché gli indici del Rapporto raccontano in sintesi di un Italia che si muove a singhiozzo tra le solite emergenze, con qualche luce e molte ombre. Dare allora continuità agli interventi, anche copiando dalle altre città europee. E poi far sì che il Governo istituisca finalmente una cabina di regia per le città, sostenendo e spingendo i sindaci affinché imbocchino con decisione la strada della sostenibilità, dando gambe a quei progetti che rappresentano l’unica via per un futuro più sostenibile, condiviso, salubre.

Siamo tutti la fenice

La fenice è un uccello mitologico presente in moltissime culture: dall’Egitto all’Asia, dalla Grecia al Medio Oriente, dall’India alla Russia. È divenuta anche simbolo cristiano, e la sua narrazione è talmente potente per l’uomo che ancora oggi è ampiamente usata nella cultura popolare e nel folclore. Le storie riguardo ad essa sono molto variegate, ma in genere si tratta di un animale che, dopo una longeva vita, viene bruciata mentre si trova nel suo nido; dalle fiamme, o dalle sue ceneri, si rigenera e comincia una nuova vita.
La sua morte e resurrezione simboleggiano anche tutte le piccole morti e resurrezioni che possono accadere nell’arco della vita di ciascuno. In un certo senso, è anche simbolo della resilienza, ovvero la capacità di far fronte in maniera positiva alle avversità, coltivando le risorse che si trovano dentro di noi. È il saper reagire e rialzarsi più forti di prima, adattandoci ai cambiamenti.
Il 2020 ha messo alla prova tutti, ci ha segnato intimamente. Per certi versi è stato veramente un annus horribilis. Lo abbiamo salutato volentieri, ma non dobbiamo fermarci al semplice e puro lamento, capace solo di appesantire ulteriormente l’aria. In fondo, il 2021 è solo il prosieguo del 2020, ma se cerchiamo di rinascere allora può essere davvero un anno “nuovo”. Sappiamo che non sarà tutto facile e che incontreremo di nuovo le nostre fragilità, ma non importa quante volte siamo caduti, ma quante volte ci saremo rialzati.
Allora ecco qualche atteggiamento utile per essere resilienti in questo nuovo anno:
mantenere il sorriso, accettare il cambiamento, non aver paura di prendere decisioni, saper chiedere aiuto, ascoltare se stessi, accettare se stessi, guardare il lato positivo delle cose, aprire il cuore agli altri, non stancarsi mai di imparare.

PER CERTI VERSI
Il verde olfatto

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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IL VERDE OLFATTO

La tenerezza
Non il tenero
Del secondo abbraccio
Mentre ci stringevano
Le nostre menti
In una notte
Accarezzavo
I tuoi capelli
Un brivido contratto
In una sorpresa
Noi si noi
Dopotutto
Come abbiamo fatto!?

Il rabarbaro
Verde
Olfatto

PRESTO DI MATTINA
L’arca di Noè e il Natale

Cosa c’entra l’arca di Noè con il Natale?

La domanda mi è affiorata alla mente leggendo l’inno alle lodi mattutine del giorno di Natale: «Maria Vergine Madre porta un segreto arcano nell’ombra dello Spirito». Di qui, immediatamente una prima associazione di idee: segreto arcano, arca, Noè. Ma, si sa, una parola ne attira un’altra simile, sino a generare un riconcorrersi di pensieri, immagini e simboli richiamati alla memoria da affinità e parentele. “Aria di famiglia” direbbe Amadeus ai “Soliti ignoti”, quando si tratta di scoprire il parente misterioso. E così pian piano le parole lontane si scoprono vicine, quelle estranee, sorelle, divenendo così una narrazione: di più una storia di famiglia.

Allo stesso modo sono le parole e i simboli per noi: parenti misteriosi, soliti ignoti. Così al richiamo del versetto dell’inno natalizio si è presentato quello del salmo 131: «Sorgi Signore verso il luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua alleanza». La tradizione invoca Maria con l’appellativo “Arca della nuova Alleanza”: là dove il tesoro custodito in lei non sono più le tavole della Legge, ma la vita del Figlio di Dio, Gesù, accolto come la Parola vivente in una storia di uomini e narrante il segreto arcano della storia di Dio.

Per il vangelo di Giovanni il leitmotiv, il motivo principale della venuta della parola di Dio nella nostra umanità, il Verbo incarnato, è stata quella di raccontare e far conoscere Dio, altrimenti invisibile. Si legge, infatti, alla fine del Prologo: «Dio, nessuno lo ha mai visto; il Figlio Unigenito, che è rivolto verso il Padre, lui lo ha raccontato», “exeghéomai” (Gv 1,18) interpretandolo. Il Gesù di Giovanni è il narratore di Dio Padre. E il quarto Vangelo diventa allora il Vangelo narrante, quello che racconta Gesù narratore di Dio (Valerio Mannucci, Giovanni Vangelo narrante, Bologna 1993).

Parole come simboli, segni che mettono in cammino. Ci viene ricordato che essere uomo, e ancor più credere, significa camminare, avanzare, crescere. Siamo stati creati per la libertà, di cui la strada è il grande simbolo. Ma c’è di più. Gesù ha detto: “lo sono la strada!”. E allora, ciò significa che la vera strada da percorrere non è da tracciare, da costruirsi: esiste già prima di noi ed è essa che ci viene incontro, ci conquista e ci invita a percorrerla. «I “segni” operati da Gesù, per condurre alla fede in lui, hanno bisogno della disponibilità a credere senza pregiudizi in coloro che allora “videro” e in coloro che ora “leggono” – si potrebbe dire che ‒ Gesù Cristo (…) è lui in persona che si offre come la luce, l’acqua viva, il pane di vita, la vite. L’umanità di Gesù Cristo nella sua interezza è il grande simbolo vivente e presente di Dio Padre, la “immagine” riassuntiva del Dio invisibile», (ivi, 125; 95; 100-101). Alla domanda di Filippo: «mostraci il Padre» la risposta di Gesù è: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. (Gv 14,9).

I simboli attingono alla vita, oltre che alla parola, come le metafore. Mettono insieme, confrontano, sono il riscontro tra due realtà corrispondenti: un contrassegno per identificare l’altro che lo comprovi essere l’altra metà a cui il simbolo rimanda.

I simboli «danno da pensare» ‒ dice Paul Ricoeur ‒ perché comportano una relazione con ciò che significano senza appropriarsene, sono epifania dell’invisibile senza rinchiuderlo in una forma, mediatori di alleanze sempre nuove. Essi si aprono così ad una molteplicità di significati, perché nessuna interpretazione può esaurire la pienezza di una esperienza. Il simbolo rimanda dunque all’uomo stesso, come simbolo reale, e al suo mistero come alla sua sorgente inesauribile. Posto fra ciò che conosciamo e ciò che non conosciamo il simbolo è punto d’incontro tra il finito e l’infinito. Apertura vivente e in atto dell’inesprimibile e dell’impenetrabile, e tuttavia traccia, riverbero arcano della sua presenza. Il pensiero simbolico, come la poesia, rivela e nasconde al contempo ciò che è più profondo nella realtà, ciò che ancora non è venuto alla luce, quella racchiusa nel suo intimo, il suo luminoso e arcano segreto.

In una lettera al fratello Piero che lo sollecitava a tornare a comporre poesia (12 nov. 1950) Clemente Rebora scrive: «… a me è parso avvertire questa mattina, mentre ero nel ringraziamento dopo la S. Messa … che la poesia … è uno scoprire e stabilire convenienze e richiami e concordanze tra il Cielo e la terra e in noi e tra di noi … La poesia … intesa in modo totale, ossia cattolico, è la bellezza che rende palese, come arcano riverbero, la Bontà infinita che ha sì gran braccia … Uscendo da una lettura di poesia (e qui bisognerebbe dire delle altre arti, ciascuna col suo dono sublime, e della musica che nei grandi è quasi donazione di carità) ci si potrebbe sentire incoraggiati al bene e all’eterno», (Le poesie, Milano 1994, 276).

L’arca può allora essere buon simbolo di un nuovo e più promettente inizio, quello di un ricominciare con speranza sempre di nuovo e non solo ad ogni Natale, alla ricerca di quella pace da costruire attraverso le relazioni, posta come arcobaleno, alleanza irreversibile tra Dio e gli uomini: tra la sua umanità ospitale simboleggiata nell’arca che salva dalle acque e la nostra che viene ospitata in lui. Ospitati entrambi l’uno nell’altro ‒ è proprio il caso di dire ‒ sulla stessa barca.

Arca, immagine poetica della vita nascente come luogo di libertà e di promettente e affidabile salvezza nel suo affrontare il diluvio del mondo, nei suoi sprofondi e nei suoi picchi vertiginosi di ondate spaventose. La stessa parola, anche quella incarnata, è guscio di noce nel suo prendere il largo tra le acque oscure e profonde del silenzio, o della stessa scrittura nel suo navigare nel testo che l’ha originata per giungere fino a noi e trovare un approdo credente, un porto ospitale. Interpretare un testo significa infatti farne emergere la contemporaneità che rigioca espressioni della vita fissate per iscritto: il comprendersi dell’io nel tu narrante.

C’è una vita nascosta ‒ “in uscita” direbbe papa Francesco ‒ racchiusa nell’arca come nel testo, parola scritta pure lei, come Noè salvata dalle acque della dimenticanza e dell’oblio del tempo. Perché i nostri Maestri, i grandi commentatori rabbinici, ci hanno insegnato con i loro commenti al Talmud, che l’arca non è un luogo chiuso. Così come la parola dentro ad un libro, entrambe hanno un’apertura: non diversamente dal lucernario che fa da tetto dell’arca anche il rotolo del libro si può srotolare affinché le parole tornino ad illuminare. E la copertina non è forse una porta? Basta aprirla con la mano ed entrando con gli occhi ci s’immerge poi tutto intero nel libro. Come un palazzo, un castello con tante stanze e tante porte, similmente all’arca che era costruita su tre piani.

Suggestive le interpretazioni a commento dei dialoghi durante il cantiere in costruzione dell’arca tra il carpentiere e l’architetto: «Ed ecco come la farai: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza». Disse Dio a Noè: «Farai nell’arca un’apertura e la terminerai, in alto, alla larghezza di un cubito di fianco metterai la porta dell’arca», (Gn 6,15-16). Così commenta Rashi di Troyes (Rabbi Shelomoh ben Yishaq, in Commento alla Genesi, 50): «Un’apertura. Alcuni dicono che era una finestra; altri, che era una pietra preziosa che dava loro luce. La farai a tre piani: uno in basso, un secondo e un terzo – Tre piani, uno sopra all’altro: quello in alto per gli uomini, quello di mezzo come scompartimento per il bestiame e quello in basso per i rifiuti»; un’ecologia sostenibile ante litteram?

Il Commento della Kabbala rivela ulteriori particolari «Doterai l’arca (tévah) di un’apertura luminosa» (Gen 6, 16); ovvero: «“Provvederai che ogni parola (tévah) abbia un’apertura luminosa, affinché brilli come il sole in pieno mattino», (F. Rosenzweig, Il nuovo pensiero, commento di Gershom Scholem, Venezia, 1983, 98).

Ma non è ogni natività una pietra preziosa, apertura luminosa, un venire alla luce appunto in quell’arca che custodisce il mistero nascosto in un corpo, in una vita nascente? Non dovrà, terminato il diluvio, approdare sulla terra ferma per abitare e custodire la terra? E stessa sorte non hanno forse anche le parole? Non dovranno avere anch’esse un’apertura luminosa su quel mistero arcano all’ombra dello spirito celato pure in loro? Per dire un inno alla parola quella che «nei giorni che non avevano tempo, viveva con Dio nel silenzio, fiorita in segreto all’Immesso, in lei era la forza del mondo e la vita… Nascendo poi nella storia del mondo, vedemmo tra noi la sua gloria; nel buio la luce era apparsa in un volto, l’amore ebbe il nome di un uomo. L’accoglie chi il cuore aprirà, credendo che quella Parola è la vita, Iddio per Padre avrà. Vivendo le nostre giornate, ai poveri annuncia il perdono e il suo Regno; e come un seme, per crescere grano, dovrà nella terra morire, così, per dar vita, fu uomo di croce, vivente per Dio ritornò» (Vito Valenti; Rino Farruggio).

L’arca esprime la sapienza di Dio, della sua parola che si prende cura della vita, che non rinuncia ad essa, e giunge in soccorso proprio quando è in pericolo di naufragare, per salvarla dai flutti di morte. Si legge nel libro della Sapienza: «A causa sua (Caino) la terra fu sommersa ma la sapienza di nuovo la salvò pilotando il giusto e per mezzo di un semplice legno», (10, 4)

Non sto a narrarvi però le storie attorno a questo semplice, umile legno: le innumerevoli interpretazioni dell’arca nei commentari dei Padri. Non ne usciremmo più per mesi e mesi da quella biblioteca ‒ 221 volumi ‒ raccolta da Jacques Paul Migne (1800-1875) bibliografo, presbitero ed editore francese, che ha curato l’edizione della Patrologia Latina e della Patrologia Greca, contenente tutti i testi dei Padri della Chiesa. Basti un libro: Hugo Rahner, Simboli della chiesa. Ecclesiologia dei Padri, Milano 1995 ed alcuni testi che come un bracconiere gli ho sottratto.

L’arca viene paragonata al piccolo legno della croce, luogo di salvezza per tutto il genere umano; e l’apertura in quel piccolo legno che, come la porta dell’arca, è il costato di Cristo: «Ancor oggi – scrive il vescovo Vito di Vienne – riconosco tutto ciò in nostro Signore, il quale attraverso la morte di croce giunge al suo riposo, lui e l’arca della sua santificazione, ossia la sua carne. Lo riconosco, dico, sul fianco di quest’arca il nostro ingresso in quel luogo ove la fonte dell’acqua viva si nascose nel corpo del morente. Noè è Cristo. Tu sei il secondo progenitore proveniente dalla stirpe annientata. Per mezzo della tua paternità, dopo il primo progenitore, il mondo viene nuovamente popolato» e Remigio di Auxerre: «Misticamente Noè significa l’uomo giusto e anche, secondo il nome e secondo le opere, il perfetto, il Cristo. “Aprici, o Signore, aprici la porta del tuo costato, ossia della tua arca. Tu sei il vero Noè, l’unico che Dio, tuo Padre, trovò giusto al suo cospetto. Facci penetrare in te attraverso la porta del tuo costato», (ivi, 921-923).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

Al cantón fraréś
“Al bonàno e La Vciada”

Un tempo, a fine/principio d’anno, varie erano le occasioni per offrire doni ai bambini: S. Nicola, Santa Lucia, la vigilia, il primo gennaio. Oggi è Babbo Natale che domina la scena. A capodanno, i nostri vecchi ci tenevano molto: il buon anno veniva porto dai maschi che, in cambio degli auguri, ricevevano omaggi in natura: uova, verdura, frutta.
Dalle nostre parti i regali arrivavano dalla Befana (6 gennaio), e qualcosa pure dal Befanone (17 gennaio), ovvero da la vecia e dal vción.

Un’altra usanza tipica delle campagne nostrane era la Vciada, una recita più o meno improvvisata che si svolgeva nelle prime settimane dell’anno nei cortili, nelle stalle, sotto i portici e, quando era possibile, in salette parrocchiali o teatrini. Lo scopo, oltre a divertire e divertirsi, era di raccogliere qualche salame, vino, formaggi, da consumare poi in allegra compagnia con la gente del posto.

I personaggi, che variavano secondo il numero degli “attori”, erano introdotti dal Presentadór (dit anch al Sfazà). Potevano esserci: Calzulàr, Cuntadìn, Cavadént, Fàvar (fabbro), Magnàn e/o Stagnìn, Mediatór, Moléto (arrotino), Padrón e Padróna, Pret e Ciarghìn, Sant’Antoni (S. Antonio Abate), Saracàr (quel c’al vandéva ill saràch, sarde sotto sale), Sunadór, ecc.
Altre figure rappresentavano ricorrenze del calendario: L’ann već, l’ann nóv, Carnvàl (o Cranvàl), Quarésma, Pasqua, Nadàl…

Gli ultimi spettacoli locali sono stati effettuati dalla compagnia “Esperia” di Portomaggiore e dalla compagnia “Briciole di Teatro di Ferrara” condotta da Luciano Basaglia. Di quest’ultimo gruppo riportiamo la filastrocca che proponeva “S. Antoni dal buśghìn” nel bel mezzo della Vciada, in serate nei Centri Sociali.
Auguri di buon anno.
Ciarìn

Bonànooo!… 

Bonànooo!…
Sgnóra Padróna,
la méta la pitóna!
La la méta béη béη
che st’altr’ann a turnaréη.
A turnaréη coη la cariola
a purtàr via vostra fiòla;
a turnaréη col cariulón
a purtàr via vòstar nunóη!
La guarda int al castìη
che la tróa di luvìη.
La m’iη daga zinquànta
ch’a m’iηpinìs la panza;
la m’iη daga duśént
ch’a vagh via più cuntént!
Bonànooo!!…

Bonànooo!… (trad. dell’autore)
Buon anno!… / Signora padrona, / metta (a covare) la tacchina! / La metta ben bene / che l’anno prossimo torneremo. / Torneremo con la carriola / a portar via vostra figliola; / torneremo col carriolone / a portar via vostro nonno! / Guardi nel cassettino / che troverà dei lupini. / Me ne dia cinquanta / che mi riempio la pancia; / me ne dia duecento / che vado via più contento! / Buon anno!!…

 

 

Tratto da: Vincenzi, A. Ridolfi, F. Guidetti, Vocabolario italiano-ferrarese, in appendice proverbi tipici del dialetto ferrarese per ogni mese dell’anno, Ferrara, Cartografica, 2007.

 

 

 

Sant’Antoni

Mi a sóη Sant’Antoni e i diś ch’a port furtùna,
ma chì par i puvrìt a n’iη va mai bén una,
a són al protetór d’ogni animàl
però am è più simpatich al maiàl.
La mié benedizióη la viéη źó dal ziél
la ciàpa quéi normài e quéi senza zarvèl.
Mi a banadìs tuti, specialment ogni animàl,
padrùη, sumàr, mul e anch al cavàl.
La benedizióη la sarà d’sicùr più bona
se a la fin am darì uη salàm e na pitóna,
se al salàm iηveηz al sarà piculìn
la benedizióη la cuntarà propia puchìη.
J’am mét sui lunàri d’ogni cuśìna
però mi am truvarìa mej la źó in cantina.
A pòrt i sàndal senza calzìt
e a banadìs i sgnùr e anch i puvrìt.
E intant che a digh n’Ave Maria
dem mo da bévar che po’ a m’iη vagh via.
Dèmal bel piη, rós sćèt e bóη
se a vli ch’la dura sta benedizión.
Amen.

Sant’Antonio
Sono Sant’Antonio e dicono che porti fortuna, / ma qui per i poveretti non ne va mai bene una, / sono il protettore d’ogni animale / però mi è più simpatico il maiale. / La mia benedizione vien giù dal cielo / prende quelli normali e quelli senza cervello. / Benedico tutti, specialmente ogni animale, / padroni, somari, muli e anche il cavallo. / La benedizione sarà di sicuro più buona / se alla fine mi darete un salame e una pitona, / se il salame invece sarà piccolino / la benedizione conterà proprio pochino. / Mi mettono sui lunari d’ogni cucina / però mi troverei meglio laggiù in cantina. / Porto i sandali senza calze / e benedico i signori e anche i poveretti. / E intanto che dico un’Ave Maria / datemi da bere che poi me ne vado via. / Datemelo ben pieno, rosso schietto e buono / se volete che duri questa benedizione. / Così sia.

 

 

Tratto da: La Vciada, testo di autore anonimo, a cura di Suleyka Neri e Luciano Basaglia, trascritto in dialetto da Floriana Guidetti, Ferrara, 2007.

 

Al cantóη fraréś: testi di ieri e di oggi in dialetto ferrarese, la rubrica curata da Ciarin per Ferraraitalia, esce ogni 15 giorni al venerdì mattina. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui] 

Cover: La Vciada a Contrapò nel 1987. Foto Cine Club “Il Girasole” – Voghiera

Cambiare tutti per cambiare veramente

Cambiare è una scelta di libertà e ragionevolezza

È molto preoccupante verificare che chi avrà l’onere di investire le risorse messe a disposizione dall’Europa per rilanciare lo sviluppo del nostro Paese, non abbia alcuna visione di futuro da trasformare in progetti strutturali e lungimiranti.
Questa mancanza di visione è evidente perché le proposte di soluzione fatte dalla classe politica, governo e opposizione, fino ad ora, sono legate solo all’urgenza. Infatti, non c’è ancora stato un tentativo di formulazione di un progetto di investimenti a lungo termine, se non in forma di annuncio roboante quanto indefinito. I casi sono due: o non si ha idea di una strategia o, se c’è, non è condivisa con il parlamento e con gli Italiani e questo non è democratico. Mi dispiace criticare chi ci governa, perché se cadesse il governo adesso l’alternativa sarebbe peggiore. Però non posso tacere e devo sollecitare un cambiamento reale e democratico, quindi di effettiva comunicazione e condivisione.

I giovani del mondo, con il movimento “Friday for future” hanno sollecitato i potenti a pensare non più in maniera localistica, o per settori limitati della società, ma a guardare il mondo e l’umanità come un unico soggetto che abita un unico ambiente. La crisi pandemica ha rapidamente trasformato questa dimensione globale da concetto ideale possibile in tangibile esperienza quotidiana che coinvolge tutti. L’unico documento ufficiale da parte di un capo di stato ad aver risposto a questa sollecitazione dei giovani è stata l’enciclica “Fratelli tutti” di papa Francesco che ha saputo dare una progettualità concreta a questa domanda altrettanto concreta e urgente. L’Europa e il nostro governo potrebbero prendere spunto da questo documento per iniziare la nuova realtà politica e sociale che da tempo il mondo attende.
Infatti, questa crisi non è solamente un problema ecologico, climatico o economico: è una convergenza di questi tre mondi. La pandemia, conseguenza della crisi ecologica, ha accelerato e fatto emergere il limite del pensiero unico economico-liberista, che ha svelato a sua volta e acuito le mai risolte ingiustizie sociali che impediscono l’attuazione di una vera democrazia. Ne è un esempio l’insufficienza del servizio sanitario e, forse ancora peggio, la spietata concorrenza fra i diversi gruppi di ricerca scientifica per arrivare primi alla creazione di un vaccino che ancora una volta non sarà per tutti ma vedrà alcuni gruppi di popolazioni scartati, con costi enormi economici e sociali.
Questo non vale solo per l’Italia o l’Europa: ci troviamo per la prima volta ad un punto di rottura storico che riguarda tutto il mondo. La sollecitazione a pensare in modo universale necessariamente richiede di partire da un nuovo punto di vista che abbia le stesse caratteristiche del fattore di crisi: che sia contemporaneo e globale, cioè complesso.

Il nuovo luogo da cui guardare è il futuro dell’umanità.

Dunque, si dovrà scegliere se questo futuro avrà la durata limitata a qualche decina di anni e dovrà riguardare poche migliaia di persone, abitanti una più o meno grande porzione di terra, oppure se deve riguardare l’intera umanità e la terra come pianeta nell’universo e perciò prevedere un tempo illimitato. La prima scelta richiede di mantenere l’attuale modo di vivere: in continua emergenza, cercando di arginare le conseguenze, via via sempre più profonde e complicate, sempre più impellenti e in costante accelerazione, come questi ultimi decenni ci hanno mostrato. Ci sono dati recenti che rilevano che i fenomeni dei cicloni e degli uragani che si sono verificati in Italia e nel mondo sono aumentati di frequenza e in potenza distruttiva.
Oppure si può decidere di fare un salto evolutivo: cambiare decisamente la scala di valori e mettere al primo posto la persona e la comunità come progetto comune. Questa scelta comporta il costruire una nuova qualità della vita che vede l’ambiente naturale come luogo comune di convivenza e condivisione della realizzazione delle singole potenzialità.
Questa seconda opzione non si verifica in maniera automatica: ci vogliono un atto di volontà, una visione ed un progetto. Bisogna imparare a pensare in modo nuovo e questo richiede un investimento per la formazione di tutti, per darsi gli strumenti culturali e di confronto adatti ad acquisire la consapevolezza del valore dell’essere umano che dobbiamo ancora oggi definire sia nella sua natura sia nelle sue potenzialità.

Un atto di volontà viene compiuto solo se è finalizzato a qualcosa di concretamente raggiungibile e di cui valga veramente la pena, perché quello che si deve abbandonare è la sicurezza e il conforto del già conosciuto in favore di ciò che è desiderabile ma ancora del tutto ignoto e non sperimentato. Questo atto di volontà, perché non sia un salto nel buio, deve essere ragionevole, perciò bisogna dare credito a sé stessi, ai propri desideri, che anche se incompiuti come pensiero, nascono da ciascuno di noi per cui rispecchiano la nostra stessa natura, non ci lavorano contro, non creano attrito, anzi danno forma e senso a ciò che era ineffabile e indeterminato prima di essere da noi nominato.

Così si incomincia a costruire un pensiero che origina dall’essere umano e si apre alla relazione con l’altro. In questo confronto si sviluppa il linguaggio per una nuova antropologia, non più basata sulla sopraffazione e sullo scontro, ma che si definisce nella rivelazione di sé all’altro, perché si è diversi. Si realizza nel gusto di conoscere ciò che ci è ignoto, dove la diversità e l’unicità delle persone sono la ricchezza, il valore aggiunto, pur nel desiderio della condivisione di una realtà comune.
Se si vuole rallentare fino a modificare il cambiamento climatico da noi provocato per abitudini sociali e scelte economiche incoscienti e poco lungimiranti, dobbiamo cambiare i nostri comportamenti, quindi dobbiamo usare tutte le risorse possibili e immaginabili per creare occasioni e spazi dove iniziare a sperimentare questo nuovo modo di conoscersi e relazionarsi. Questa è l’unica visione che permetterebbe di invertire il processo distruttivo dell’ambiente e di trasformare questo momento di crisi in occasione di aprire ad una nuova vita.

PAROLE A CAPO
Roberto Paltrinieri: “Amici per la vita” e altre poesie

“La poesia muore se non la si offende: bisogna possederla e umiliarla in pubblico, poi si vedrà cosa diventa”
(Nicanor Parra)

  

ASSORTO

Aspetto
all’ombra della luce
il cambio di voce
tra giorno e notte
per udir ancora
il suono
di foglie secche
staccate da un debole vento.
Ad occhi chiusi
pare proprio
quello di una pioggia leggera.
Niente è più come prima
Avido di giorni
fingendo gratitudine
ho accumulato ricordi
da raccontare
ai distratti turisti della mia vita
Sazio di tempo
ora non parlo più
non serve
Mi troverai assorto
nella nostra casa di vetro
per non perdere nulla
neppure un attimo
dei sublimi colori del cielo

 

AMICI PER LA VITA

Ti ho conosciuto quando
le stanze erano così grandi
e gli anni piccoli
quando sorpreso guardavi severa negli occhi
chi rideva di me
quando prima di addormentarti
lanciavi di nascosto
un bacio alle stelle
e tirando il panno fin sopra la testa
nascondevi le nostre paure sotto le coperte
E poi una notte
un sogno
i piedi sembrava non toccassero mai terra
mentre il respiro riempiva l’anima
leggera galleggiavi sull’aria
verde come un prato
Sei sfrecciata via
diritto
dentro una notte nera
adesso senza più fermate
Alzo il colletto
ma il freddo non è fuori

 

BEPPINO

Vestito metà di stracci
metà con abiti da festa
congeda la notte alle quattro del mattino
Ancora avvolto dal profumo di lino e di canapa
scende piano le scale
della casa silenziosa
sussurrando con pudore versi da poeta
Di tratto antico
al primo sole
lo puoi vedere già
sulla bicicletta
ondeggiare
nel giardino
tra i suoi fiori del passato
Si ferma
li saluta con la mano
uno per uno
mentre l’altra
passa leggera
sugli occhi di lago
umidi
I visi delle fotografie intorno
scaldano membra rannicchiate
dagli acciacchi mai ascoltati
e sul far della sera
tra i grandi cuscini
della vecchia ottomana
in cucina
alla fine si addormenta
prima
dell’arrivo
dei pensieri

 

QUELLI CHE RESTANO

Gli occhi profondi
di quelli che restano
sono gonfi
di lacrime
gocce salate
di un grande mare
I loro corpi barcollanti
danzano
soli
non si fermano mai
Cullano il dolce nome
nelle notti
in una tenerissima ninna nanna
mentre cercano di addormentare
pensieri rimasti svegli
per tutto il giorno
Increduli
sostano di fronte
alla stanza
in piedi per ore
Entrano
dopo aver tolto
il fiore dal cuore.

 

Roberto Paltrinieri (1958), docente di scuola superiore a Ferrara, collabora con Ferraraitalia scrivendo articoli di ordine filosofico-sociale e da oggi… con le sue poesie

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui] 

GLI SPARI SOPRA
2020, l’anno in cui non siamo stati da nessuna parte

Io sinceramente di questo 2020 non c’ho capito un cazzo, non so voi. Un anno che non passa mai, ma che è volato via come uno starnuto.
Mi viene in mente il diario del Che in Africa L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte, un mondo allo sfascio dove gli oppressi rimangono tali e gli sfruttatori pure, dove quasi tutti noi diamo il peggio di ciò che abbiamo. Dove chi lavora in prima linea combatte ogni giorno per la sopravvivenza dell’umanità, mentre nelle retrovie ci si scanna per una razione K in più.

Siamo una nazione che ragiona per opposte fazioni, Bartali e Coppi, Mazzola e Rivera, economia e salute. Prima noi e dopo gli altri, in un turbine di incongruenze, dove si parteggia per se stessi camuffandosi da popolo.
Nessuna unità d’intenti, governo e opposizioni, opposti personalismi, parole scontate (comprese le mie).

Mille domande e mille titubanze su ciò che non sappiamo, ma poi adoriamo i feticci da migliaia di anni, la mascherina ti uccide, il virus no, il vaccino non è sicuro, ma poi si calano due Viagra a weekend, tuteliamo i nostri diritti, siamo in una dittatura che ci toglie la libertà di infettarci e infettare. “Vogliamo essere sicuri, mica abbiamo l’anello al naso, ci volete fregare, diventeremo schiavi di Bill Gates, il 5G ci traccerà dappertutto” farnetica il social compulsivo mentre posta il milionesimo selfie con la bocca a culo di gallina.
Vorrei scendere da questo turbinio di notizie, dalla pletora di post copiati senza la ricerca di una minima, fottuta fonte.

Una classe politica specchio della peggior caratterizzazione razzista dell’italiano che sbarcava a Coney Island.
Nel marasma di governo e opposizione, nell’orgia di esperti e incompetenti seriali, impresari e imprenditori, operai e partite iva.
Imposte sul valore aggiunto dell’umanità.
Chi parteggia per il governo che lo rappresenta, chi parteggia per l’opposizione che lo rappresenta, io che sono rappresentato, a occhio e croce, da un quasi nulla parlamentare, credo che al netto dei tanti errori, nel tanto benaltrismo, negli innumerevoli tira e molla o apri e chiudi, se al governo ci fosse stata l’attuale opposizione i morti e la bagarre sarebbero stati di molto superiori.
Si sa, la storia non si fa con i se e tanto meno con i ma, e nulla è ovviamente più opinabile di una opinione.

A febbraio il mondo si è ritrovato all’interno di un film catastrofista di terza serie, dove un virus letale minacciava il mondo intero. Nessun Brad Pitt, era però pronto a salire su un aereo militare per scovare la fonte del contagio tra mille peripezie e salvarci da noi stessi incolpando un innocuo pangolino… mentre ci mangiamo felici uno spiedino di pipistrello.
Dopo quasi un anno abbiamo ancora la voglia ossessiva di additare il colpevole, quando il baco è nel sistema. La solidarietà è diventata motivo di vergogna, aiutare chi è in difficoltà ci pone sempre di fronte a un bivio, è dei nostri o no?
Perché se non è dei nostri, non va aiutato, anzi e lui stesso una concausa del male.

Quanto ci piacevano le lenzuolate di privatizzazioni, quanto eravamo felici nel vedere gli imprenditori fagocitare la sanità, com’era bella quell’idea del preside dirigente della scuola pubblica, in tanti gridavano “libertà!” Quando il privato si faceva finanziare con soldi pubblici.
E ora, cosa si fa? Parola torna indietro?

Non vorrei ricadere come sempre nel mio trito e ritrito slogan che pressappoco cita così: il problema non è la pandemia, ma il capitalismo.
Vorrei fermarmi prima, mi piacerebbe riconoscere, tra mille immagini farlocche, quelle vere. Mi piacerebbe che si desse più risalto a chi davvero combatte per distruggere questa torre di Babele avvelenata dalle radici.
Dopo la seconda stella a destra esisterà davvero un mondo anarchico che si dota di regole prima che gli altri le facciano per lui, saremo ancora in tempo oppure, dopo avere avvelenato l’ultimo fiume, pescato l’ultimo pesce, ucciso l’ultimo bisonte, ci ridurremo a mangiare le banconote che escono dalle banche? (Tatanka Yotanca).

Si parla di terza ondata, mentre ancora stiamo affogando nella seconda.
Politici, imprenditori e persone comuni utilizzano il termine libertà per indicare la schiavitù dell’ignoranza. Siamo disperati perché ci rubano il Santo Natale, ci tolgono la possibilità di riunirci con i parenti anche anziani, magari di infettarli, tanto sono vecchi, sono inutili, sono un prezzo consono, tanto muoiono sotto il fuoco amico.
La disumanizzazione del nemico è uno dei metodi utilizzati dagli eserciti, dai dittatori e dagli sterminatori di tutti i tempi per alleggerire l’anima dei soldati e dei carnefici. Questo metodo inconscio (o forse no), in questo mondo fetido di questo fetido 2020, viene utilizzato da una parte della classe dominante per individuare il rischio accettabile, quel pericolo per magnitudo che ben conoscono gli operatori della sicurezza quando valutano il rischio.
Cioè per ritornare a far galleggiare l’economia è ben plausibile una qualche decina di migliaia di morti in più, un po’ come quel migliaio di morti da portare al tavolo delle trattative di cui farneticava il pelato di Predappio.

Una ruota che gira a discapito di tutto e tutti, mille scuse da addurre ognuno al proprio egoismo. Non possiamo lasciar soli gli anziani quindi abbracciamoli in questa stretta mortale. Non possiamo chiudere le attività, perché poi i morti saranno mille e mille di più…
Lo sci, le piccole imprese, e il governo che fa? Studia app inapplicabili con l’aiuto di esperti che aprono e chiudono compulsivamente l’interruttore delle nostre vite.

I conti si faranno alla fine, che non mi pare imminente. Noi, ognuno inserisca la propria categoria, speriamo d’esser tra quelli che contano e non tra quelli che saran contati.

Scagionarsi dall’anonimato, senza una ragione sociale

Non ho almanacchi, almanacchi per l’anno nuovo da vendere. Anzi, i nostri sono tempi che gli almanacchi ci ingombrano, ce n’è sempre di troppi in casa e finisce che si gettano nella spazzatura.
È la metafora ormai delle nostre esistenze, non solo non torneremmo indietro, ma neppure siamo certi di andare avanti.
Se nel dialogo leopardiano tra il venditore di almanacchi e il passeggero, quel passeggero fossimo noi non diremmo: “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce, non la vita passata, ma la futura”. Le nostre parole sarebbero che l’anno che sta per passare ha fatto schifo e che il prossimo certo non sarà migliore, senza bisogno di competere con il pessimismo del poeta di Recanati. Cosa ci è successo, cosa ci succede.

Un aiuto ci può venire da quella che Jared Diamond nel suo libro, Collasso, definisce “normalità strisciante”. Scrive: “Se l’economia, le scuole, il traffico automobilistico, o qualsiasi altra realtà del vivere quotidiano peggiorano poco alla volta, è difficile riconoscere che, ogni anno che passa, la situazione diventa leggermente peggiore; di conseguenza, lo standard in base al quale definiamo la ‘normalità’ cambia in modo graduale e impercettibile. Ci possono volere decenni e una lunga sequenza di lievi cambiamenti, anno dopo anno, prima che ci si renda conto che la situazione era un tempo decisamente migliore, e che quello che ormai si accetta come normale risponde a standard assai inferiori a quelli del passato”. A cambiarci, secondo Diamond, contribuisce anche “l’amnesia del paesaggio”: è facile dimenticare quanto fosse diverso molti anni fa il territorio su cui viviamo, se il cambiamento è avvenuto in modo graduale.

Noi lo sappiamo e fingiamo di non saperlo. Non ci attendiamo nulla di nuovo dall’anno nuovo, continuiamo a vivere con la cautela della diffidenza, senza riuscire mai a notare la presenza di un problema prima che sia troppo tardi.
Più la società si fa aperta, più individualmente abbiamo l’impressione di essere esposti ai colpi del destino. Ci illudiamo di governare la rete globale dell’informazione e della comunicazione, col risultato che siamo sempre più soli di fronte alla nostra sorte. Ed è questo sorteggio che sfugge alle nostre mani a farci dubitare che il domani sarà migliore dell’oggi.
I cambiamenti si dilatano nel tempo, si fanno impercettibili per poi esplodere inaspettati. Ma noi la dimensione a lungo raggio non siamo in grado di praticarla. Sembriamo tutti figli del carpe diem a partire dalla polis che ci amministra a breve termine, in tempi contingentati.

Il problema dell’essere torna a costituire l’inquietudine della nostra esistenza, ma Platone e Aristotele non ci possono più soccorrere. Il tema dell’essere riguarda il rapporto tra una macchina moderna sempre più complessa e un uomo sempre più elementare. È come vivere al buio, senza senno, privi di forza, di occhi e di mani. Come se avessimo consumato tutto di noi stessi e non fossimo in grado di fare altro che lasciarci trascinare dagli eventi, incapaci di orientarli. Quando non si sa dove andare è difficile vivere con una prospettiva, tutto si appiattisce sul presente, sull’emergenza, sull’urgenza, non ci sarà un anno nuovo che verrà, ma solo del tempo da passare occupati a difendere la nostra sopravvivenza.

Niente programmi, niente ambizioni di lungo respiro, tutto è crisi da affrontare e da superare, armati in una guerra che arruola tutti, giovani e vecchi, da combattere con le armi del rimedio, dei tamponi, del provvisorio.
In guerra ognuno pensa a portare a casa la propria pelle. L’individualismo, l’affievolirsi dei legami umani e l’inaridirsi della solidarietà sono le monete di nuovo conio da spendere nella vita quotidiana. Ci siamo persi di vista. Abbiamo perso di vista anche noi stessi. Il nostro essere dimenticato in qualche piega o anfratto della vita, che ancora attende d’essere riscattato dagli sciamani che gli danzano intorno.

È l’esser-ci, il Da-sein, per dirla con il filosofo, il senso dell’esistenza che dovremmo rinnovare ad ogni anno nuovo, la nostra eucarestia pagana, la comunione che ci nutre. Ma abbiamo voltato le spalle al futuro, gli anni che verranno non saranno più anni, solo lunghe interminabili attese di un futuro sempre uguale se non peggiore. È questo il disturbo nostro e della nostra società per il quale ancora non abbiamo approntato i balsami.

Dai rimpasti indescrivibili di materia, estraggo residuati
fantastici, sotterro agonie di concepimenti mancati. Fra risvolti di
un’età incalcolabile, interna al passato, scavo cercando organi
appartenutimi che mi scagionino dall’anonimità.

Sono versi del poeta Valentino Zeichen.
Scagionarsi dall’anonimato. Scagionarci dalla nostra colpa d’essere anonimi, senza una ragione sociale, come può essere l’anno che viene, se verrà come un anno o come la somma d’un tempo da passare.

 

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

 

La prigione del Natale

Justify Me (Nate James, 2005)

Un’ora d’aria attesa giusto un anno. Luci e filastrocche come tradizione vuole, caramelle e musiche di zucchero e miele. Quieta è la notte che non porta consiglio. Solo illusioni di buone azioni, solo pensieri addomesticati, voti mai mantenuti. Fino al prossimo natale.

Dunque tutto uguale, ogni volta, ogni Santo Natale. Ma non stavolta.
Incombe la minaccia, soccombe la certezza. Solitudine forzata, festa rovinata. Non per me.

Per me che non è cambiato nulla, e sono tre anni ormai. Ogni natale è una croce dalle punte insanguinate, una lama arrugginita che riapre vecchie ferite. E brucia, e tormenta queste mie piaghe mai guarite.
E questa notte, ancora una volta, ho sognato il natale insieme a te. Ho sentito il tuo petto respirare accanto a me. Ho visto stelle d’argento illuminare il tuo viso. Ho chiesto alla notte di cullare il tuo riposo.
Ma scende la pioggia in questo grigio mattino, e scendono lacrime su questo vuoto cuscino.
Gocce d’argento nella luce spettrale, l’ennesimo sogno d’un perduto natale.

Certo, la solitudine brucia l’anima e il vuoto tutt’intorno richiama il tuo ricordo. Eppure vorrei fermare il tempo. Vorrei che questo natale non finisse mai. Dio se lo vorrei.
Perché il tuo ricordo è una culla, perché la tua assenza mi stordisce, m’ubriaca, diventando presenza.
Perché, per quanto amara, m’è dolce questa prigione. Effimero, morbido e caldo rifugio che mi protegge, mentre la vita passa di fuori gettando avanzi, come sempre, senz’occhi e senza cuore.

Perché oggi era l’incanto, oggi soltanto. Buon Natale amore.

PRESTO DI MATTINA
L’attesa della stella cometa

Il nascere della parola di Dio nella forma terrosa, dentro la tenda d’argilla della nostra umanità, è simile al risvegliarsi del nostro dire, l’inizio rinascente della parola dopo il silenzio della notte. Parola sorgiva, unica, irripetibile, rispetto a quelle che seguiranno. Così come irripetibile, nel giorno, è il sorgere dell’aurora: quell’istante lunghissimo di puro abbandono, un consegnarsi confidente all’oscurità che continua a ad ergersi di fronte, impenetrabile. Allo stesso modo l’incipiente parola si fa animo rompendo il generale silenzio, come germoglio che apre la terra e subito si dischiude alla parola la luce.

Così come, al momento della sua nascita, il primo balbettio di Gesù viene generato e anticipato da quell’ “eccomi” di smisurata e disarmante fiducia pronunciato dalla Madre, acclamata nella liturgia “mistica aurora della redenzione” ‒ in modo tale che lui pure, il figlio, venendo alla luce ripete, accordandosi con lei, il suo “eccomi”, al quale seguiranno, come da fonte cristallina, tutte le altre parole come una buona notizia, un vangelo ‒ parimenti avviene in noi al risveglio della parola che germina dal silenzio. È nota primigenia, cantus firmus, melodia che permane velata, come base comune in una composizione polifonica. Essa subito si sottrae, nascondendosi tra le linee del pentagramma, lasciando libero lo spartito per le altre note che seguiranno. E tuttavia di lei s’intende sempre come un’eco profonda che lascia in ogni nota la sua impronta e la sua fiducia.

Fiducia, certo: perché ci ricorda Maria Zambrano che al risveglio la parola iniziale non viene mai da sola, ma è sempre accompagnata da una fiducia radicale che per questa filosofa spagnola costituisce la radice stessa della parola nascente: «la parola si desta dentro questa fiducia radicale che si annida nel cuore dell’uomo e senza la quale egli non parlerebbe mai. E si direbbe persino che la fiducia radicale e la radice della parola si confondano tra loro, o si diano in un’unione che permette alla condizione umana di emergere. È di indole docile la parola, lo mostra nel suo destarsi quando comincia a sgorgare indecisa, come un sussurro in parole slegate, in balbettii, appena udibili, come un uccello ignaro che non sa dove andare, ma si dispone ad alzare il suo debole volo. E la parola originaria, ritiratasi in sé, torna al suo silenzioso e nascosto vagare, lasciando l’impronta impercettibile della sua diafanità. Non si perde, però. Come un balbettio, come un sussurro della fiducia inestinguibile, attraverserà la serie delle parole dettate dall’intenzione, liberandole per qualche attimo dalle loro catene. E in questa breve aurora si avverte il germinare lento della parola nel silenzio. Nel debole bagliore della resurrezione la parola finalmente si stacca lasciando intatto il suo germe, annunciato dal pallido albeggiare della libertà, un attimo prima che la realtà irrompesse. E così la realtà rimane sorretta dalla libertà e con la parola avviata a dirsi, a prender corpo. La parola e la libertà precedono la realtà estranea, che irrompe dinanzi all’essere non ancora compiutamente destatosi nell’umano» (Chiari di bosco, Milano 2004, 28-29).

Così sento il Natale del Signore, il venire della sua parola in me, come l’aurora nella mia notte che sprigiona il mio “eccomi”: parola primigenia che si affida. Se ritarda, l’attendo con fiducia, memore delle parole del profeta Abacuc: «se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fiducia» (2,3).

Si raccontano storie e si intonano canti soprattutto quando la fiducia si restringe, quando la si vuole ridestare nel cuore oppresso e appesantito dal sonno per l’attesa in una lunga veglia. Fu in simili circostanze che il vescovo Ambrogio di Milano compose i suoi inni. Era la settimana santa del 386, e Ambrogio si trovava barricato, giorno e notte, con i suoi fedeli all’interno della basilica di Milano, per difendersi dagli assalti degli ariani e delle truppe dell’imperatore. E fu proprio il canto degli inni da lui composti a infondere coraggio, a ridestare la fiducia del suo popolo mantenendo viva in loro la speranza di una riuscita. Da quel momento, grazie ad Ambrogio, nella chiesa latina si iniziarono a cantare inni e salmi secondo l’uso delle chiese orientali. Una prassi diffusa anche da Agostino che apprese da Ambrogio quell’ascoltare “la parola di dentro” che è il canto e non solo la “parola dall’esterno” recitata. Un canto scaturente da un atteggiamento interiore, orante e amante, perché «cantare ‒ egli diceva ‒ è proprio di chi ama».

Sono convinto che valga la stessa cosa per il narrare. Ed è per questo che voglio raccontarvi una storia che scrissi per un Natale di tanti anni fa, sulla necessità di attendere ciò che tarda a venire, fosse anche la Parola di Dio in questo particolare e ristretto Natale.

«Quell’anno la stella cometa giunse in anticipo a Betlemme. Aveva perso un poco della sua luce girando attorno al sole, ma aveva due code, e così era diventata più veloce. La luna era già quasi piena, e lo sarebbe diventata del tutto proprio la notte di Natale. Scese rapidamente su Gerusalemme, attraverso una densa coltre di nubi che copriva la città e si diresse subito a Betlemme.
Ma tutte le luci erano ancora spente, e quando arrivò alla capanna non trovò nessuno, nemmeno il bue e l’asinello o i fuochi dei pastori. Si sentì sola, una piccola luce in mezzo ad una grande oscurità.
Si fece coraggio e si mise ad aspettare. Ma aspetta che ti aspetta, il tempo passava e non si vedeva nessuno. Scoccò la mezzanotte ma niente ancora. Allora la cometa cominciò a dire tra sé: “visto che Erode cerca il bambino per ucciderlo, forse nascerà da un’altra parte! E i magi avranno seguito un’altra stella. Ma che tristezza essere venuta qui per niente”. “Quasi quasi me ne vado ‒ pensò dentro di sé ‒ almeno lassù in cielo avrò la compagnia delle altre stelle e della luna piena”. Aveva già puntato verso il cielo quando vide arrivare un pastore, che subito rivolgendosi alla stella disse: “ma guarda, credevo di essere in ritardo, ma non c’è ancora nessuno se non tu; meno male”.
Dimmi tu invece ‒ rispose la stella al pastore ‒ è proprio qui l’appuntamento?”, “Certo, certo rispose lui, ma non capisco questo ritardo”. Passò un’altra ora e alla stella scappò detto: “ma non verrà più, vedrai”. E continuò: “Qualche anima buona avrà ospitato Maria e Giuseppe nella propria casa”. “Ma nooo! ‒ disse un terzo pastore che nel frattempo era arrivato ‒ gli angeli non si sbagliano, hanno detto di venire proprio qui”.
E aggiunse poi che un profeta aveva scritto: “Lo splendore apparirà alla fine, e non mentirà: se tarda, attendilo, perché certo verrà e non indugerà” (Ab 2,3). “A volte le cose si dicono tanto per dire… io vado”, disse la cometa. “Aspetta” – la interruppe il primo pastore: “con noi, ora non sei più sola”; “aspetta ‒ disse il secondo ‒ le nubi si stanno diradando spinte via dal vento”. “Aspetta, aspetta, aspetta ‒ le disse il terzo ‒ ho visto tumulto a Gerusalemme e partire da essa una carovana di tre re”.
Così la cometa aspettò. E ogni pastore che arrivava le suggeriva di continuare ad aspettare e in quell’attesa, ad uno ad uno, i pastori cominciarono a raccontare le loro storie. Così il tempo passò e la cometa non si accorse nemmeno dell’arrivo dei viandanti di Nazaret. Solo gli altri pastori che vegliavano un poco più lontano il gregge videro arrivare Maria e Giuseppe e Gesù, che era già nato, avvolto in fasce, in braccio a Maria e diedero subito una voce.
Oh…” ‒ dissero ‒ “ma cos’è successo?” ‒ chiesero tutti. Allora Giuseppe raccontò che mentre erano in viaggio sentirono nell’oscurità piangere sommessamente in lontananza; lasciarono il sentiero e si addentrarono nei campi. Il pianto si fece più vicino e forte. Allora si affrettarono e scorsero, al riparo di una grotta, due persone, un uomo e una donna, con un bambino che aveva la febbre alta e le convulsioni. Ma proprio in quel momento giunse per Maria il tempo del parto e diede alla luce il suo figlio Gesù. Appena nato lo adagiò accanto a quel bambino febbricitante e Giuseppe coprì entrambi con il suo mantello. Maria iniziò a cantare un salmo e l’altra madre la seguì nel dolce canto: “Signore non si gonfia il mio cuore, superbia non turba il mio sguardo, non vado in cerca di cose grandi come bambino in braccio a sua madre; tranquillo e sereno mi sento come un bimbo svezzato su di me; è il mio cuore in Dio, speri sempre il suo popolo in lui.”
Allora la stella si riempì di grande splendore, tanto da illuminare quel luogo di una luce così splendente che la videro perfino da Gerusalemme, sino a oscurare la luce della luna piena e attirare a sé tutte le luci del cielo. Era così risplendente che quella notte sembrò un giorno radioso.
Fu allora che la stella disse ai pastori che tutta quella sua luce era tenebra al confronto di quella piccola luce che irradiava dalla famiglia di Nazaret. Maria e Giuseppe con il bambino erano in ritardo all’appuntamento perché, seguendo un’altra stella, quella parola di Dio, dono per ogni uomo che vive in questo mondo, avevano fatto un’altra strada più lunga.»

Una parola che narra di una compassione senza misura si espone per natura al ritardo. La compassione fa cambiare strada ogni volta che sente il pianto di un figlio ed Egli, ogni volta, gli va incontro attraverso il suo Figlio unigenito.
Così all’udire quelle parole i pastori compresero il versetto del salmo che dice: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino».

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

Il natale del professor Uberzeit
(QUARTA PARTE)

Dopo avere lasciato l’appartamento del professor Uberzeit Ivan e Louise si scambiarono un sorriso d’intesa. Louise sospirò: “Che uomo impossibile! Davvero non se ne poteva più!”
“Indubbiamente molto lamentoso – convenne Ivan – Il mal di testa, il mal di pancia, non mi lasciate solo, peggio di un bimbetto viziato, altroché superuomo. E quel tono solenne, quell’aria di importanza con cui profetizzava… Certo, una mente superiore, bisogna ammetterlo, diciamo pure un profeta, ma  in società bisogna pur mantenere un po’ di contegno, che diamine! Anche se, a modo suo, sapeva  essere divertente. Quella scena nel Duomo, per esempio, non era mica male. Prima o poi andrà replicata. Bè, non pensiamoci più e passiamo all’azione. Adesso temo che per un po’ dovremo dividerci, amore mio. Mi aspettano urgentemente a Baden-Baden, sai bene perché. Tu appena possibile corri a Mosca e io, entro un paio d’ore, mi farò trovare a Las Vegas. Già che ci siamo  potremmo approfittarne per sposarci lì in Nevada. Tanto per finire in bellezza.”
“Oh, che bella idea! – esclamò Louise sollevando vezzosa un piede in aria – Speravo proprio che un giorno me lo avresti chiesto” e lo leccò sull’orecchio.
“Sì, sì. Ci sposeremo e poi vivremo felici e contenti. Ma prima completiamo il lavoro. Nel giro di due giorni  l’operazione deve giungere in porto e così un giorno il mondo dirà che il patto stretto tra la Chiesa e il demonio è stato rispettato e la memoria del povero professore verrà onorata. E tutto potrà ricominciare da capo.”
Louise sorrise: “Ce la faremo, vedrai.”
“Bene. Mettiamoci all’opera.” Ivan tirò fuori dalla tasca l’oggetto che tanto aveva impressionato il povero Uberzeit, scambiò poche parole con un invisibile interlocutore e sparì a una velocità soprannaturale oltre la Mole Antonelliana. Louise salì al volo su un tram a cavalli tra la costernazione dei passeggeri, diede un bacio sulla fronte al bigliettaio e subito dopo anche lei si volatilizzò.
Dopo pochi giorni sui giornali si lesse che il casinò di Baden Baden aveva chiuso i battenti perché un misterioso giocatore, che si era spacciato per un banchiere russo di nome Ivan Karaevskij, aveva vinto alla roulette e sugli altri i tavoli da gioco lasciando a secco il banco e tutti coloro che avevano scommesso con lui. A distanza di poche ore il più grande casinò di Mosca era finito in rovina  perché un’avvenente contessa tedesca, sotto il falso nome di Margaretha Von Schiller, aveva fatto saltare il banco. Stessa cosa era accaduta a Montecarlo, a Brighton e infine a Las Vegas. Tra le pagine di cronaca era riportata la notizia dell’incendio di una nota libreria di Nizza, di proprietà di un certo Demetrio Dogliani, in seguito al quale lo stesso proprietario, sfuggito per miracolo al gigantesco rogo, aveva completamente perso la ragione.
Di per sé il fallimento delle principali case da gioco del mondo non avrebbe rappresentato un danno così rilevante se non fosse stato per la pessima abitudine dei più importanti banchieri internazionali e di molti ministri del tesoro di investire immensi capitali non solo nella proprietà dei casinò, ma nel vero e proprio gioco d’azzardo. Giocare d’azzardo coi risparmi dei clienti e con i titoli di Stato, naturalmente a insaputa della pubblica opinione, è molto pericoloso, specialmente poi se si incappa in personaggi come Ivan l’accordatore e la bella Louise. Pare addirittura che certi proprietari di casinò, vista l’aria che tirava, erano stati indotti a scommettere cifre da capogiro sul fallimento della loro stessa casa da gioco per poi reinvestire i guadagni in borsa, tranne alla fine perdere tutto quello che avevano vinto perché subito dopo era partita una speculazione gigantesca, una serie di vendite al ribasso che nessuno riusciva più a controllare. Nell’arco di una settimana aveva attaccato prima le borse e poi il dollaro e la sterlina, mentre le autorità politiche tentavano inutilmente di riportare la calma tra la popolazione. E’ facile immaginare le proporzioni della crisi finanziaria mondiale che ne derivò. Svendite selvagge, suicidi, fallimenti a catena, licenziamenti, ribellioni armate.
Alcuni politici tentarono di scaricare la colpa della catastrofe sul misterioso banchiere russo o sulla contessa Von Schiller, subito individuati come agenti di una infernale congiura giudaico-massonica. Raccontarono che quei due disponevano di diaboliche macchinette, certi strani congegni attaccati all’orecchio, che gli consentivano di comunicare a distanze intercontinentali scambiandosi  informazioni riservate. Al tempo stesso erano abilissimi nel diffondere in tempi rapidissimi informazioni false allo scopo di spargere il panico nelle borse di tutto il mondo. Altri arrivarono a dare la responsabilità del disastro mondiale a certi filosofi catastrofisti tanto di moda all’epoca, tra i quali aveva un posto di rilievo il povero professor Zeitsehen. Poi se la presero coi giornali dicendo che è il pessimismo a creare il panico e le turbolenze finanziarie, ma ormai certe verità sulle manovre losche di governanti e ministri del tesoro erano venute a galla. Dopo un momento iniziale di incredulità, di fronte al susseguirsi di prove certe e confessioni a catena, si venne a sapere che l’uso di cocaina e di oppio, insieme a una propensione patologica per il gioco d’azzardo e la frequentazione di ogni genere di prostitute, era la regola tra i governanti di quegli anni. L’opinione pubblica del mondo civilizzato ne rimase sconvolta. Nel frattempo molti di questi criminali politico-finanziari riuscirono a fuggire in paesi coloniali dell’Africa o dell’America Latina con i loro capitali sporchi di frode e di sangue.
Si respirava un’aria pesante, un’aria di linciaggi e guerre civili striscianti pronte ad esplodere. Nel frattempo diventava sempre più difficile ottenere informazioni più sicure e dettagliate su quei pazzeschi avvenimenti, perché i proprietari dei giornali erano falliti e nessuno trovava più i soldi per mandarli in stampa. Sul web si rincorrevano le voci più assurde, informazione seria e fiction, trame da romanzi fantasy si mescolavano in una totale confusione. Ormai la fantasia popolare  non conosceva più limiti. Circolavano voci assurde, leggende sul ritorno del diavolo e il trionfo dell’Anticristo. Anche la Chiesa di Roma perse ogni credibilità quando uscì la notizia che i banchieri del Vaticano avevano partecipato in grande stile al gioco d’azzardo internazionale, sia in borsa come nei casinò. Per non parlare dei sacerdoti e degli alti prelati, cattolici o protestanti che fossero, coinvolti in scandali sessuali e traffici di prostitute della più perversa natura.
‘Dio è morto’ divenne in quei giorni terribili lo slogan più popolare, insieme a una versione equivoca e molto banalizzata della filosofia del professor Uberzeit, i cui libri stavano riscuotendo grande successo. Qualcuno si spinse a tirarne fuori una canzonetta dal titolo ‘Dio è morto’.
L’esito finale di tanta confusione e di tanta improvvisa miseria poteva essere uno solo: carestie, epidemie di virus sconosciuti e pestilenze contagiosissime, guerre. Un rapido ritorno a tempi oscuri che si credevano archiviati tra le cronache di molti secoli prima. Ma questa, come si usa dire in mancanza di meglio, ormai è Storia.

(fine)

Prima parte [Vedi qui]

Seconda parte [Vedi qui]

Terza parte [Vedi qui]

Natale

Questo periodo natalizio di fine anno ci pone in una condizione cotraddittoria: se da un lato vale sempre la retorica festosa e coinvolgente che accompagna queste giornate con luminarie, addobbi, jingles, shopping troppo affollati e atmosfere inconfondibili, dall’altro ci costringe amaramente a confrontarci con una realtà che conduce a tutt’altri pensieri.
La voglia di abbandonarci alla festosità e leggerezza delle feste si scontra con il disincanto e tutto sembra stravolto, straniante, irreale. Strade deserte scintillanti di luci, serrande abbassate su vetrine popolate da ogni bendiddio, tristi tavolini spogli e sedie impilate davanti a locali che azzardano decorazioni natalizie che nessuno noterà.
E’ come calare il sipario pesante, severo, definitivo, sullo spettacolo movimentato, vivace, istrionico e colorato appena concluso, quando si ingenera quel senso di tristezza, rimpianto, voglia di continuare, e diventa difficile andarsene, riappropriarsi della propria vita e della propria realtà lontano dalle finzioni, dalle illusioni e dai diversivi delle scene.

Ma è comunque Natale, quella ricorrenza che si ripresenta puntuale ogni anno a bussare alle nostre porte, e merita l’accoglienza che le compete: un momento di raccoglimento con noi stessi e con coloro che ci è dato e permesso incontrare con una modalità o l’altra, grati che questa festa ci permetta una sospensione dagli affanni, le difficoltà e la fatica di vivere i nostri tempi. Siamo tutti piccole fiammiferaie, in questo momento, evocando la celebre fiaba di Hans Christian Andersen scritta nel 1848, che racconta  di una bambina che vendeva fiammiferi nella fredda notte di San Silvestro, tra i cumuli di neve delle strade di Copenhagen, per portare al patrigno qualche soldo ed evitare le botte. Nell’indifferenza dei passanti, la povera creatura decise di accendere i cerini per scaldarsi: nelle  fiammelle apparvero una stufa, una tavola imbandita, un albero di Natale e poi la sua nonna. Per prolungare quel senso di appagamento e felicità nel vedere l’anziana, la piccola fiammiferaia esaurì tutti i cerini. La ritrovarono senza vita accanto ai cerini bruciacchiati, vittima del gelo, degli stenti e di quei passanti indifferenti non disposti a sprecare nemmeno un penny in aiuto alla piccola.

Rischiamo anche noi il congelamento dei sentimenti, la perdita della speranza e delle nostre energie che stanno diventando ghiaccio, permettendo che le nostre esistenze raffreddino pericolosamente nella rassegnazione, vittime di un momento drammatico come questo, dove l’indifferenza e l’individualismo hanno gioco fin troppo facile. Non dobbiamo permettere che le nostre risorse vadano sprecate nelle fantasticherie, le sterili prese di posizione e le reazioni irrazionali, anziché agire per realizzarle; non sprechiamo i nostri cerini crogiolandoci nell’autocommiserazione e nell’isolamento esistenziale ma orientiamo e valorizziamo le nostre forze laddove sono accolte e valorizzate. Impegniamoci con fiducia – atteggiamento affatto facile – affinchè ristrettezze, sacrifici, precarietà, contraddizioni, incognite del presente si trasformino nel nostro momento significativo per arrivare a giorni più degni di essere vissuti, più forti e più umani. Entriamo nell’atmosfera del Natale e del Capodanno leggeri, spogliati della rabbia, l’acidità, la ciecità, l’intolleranza e l’indifferenza che ci pesano addosso, pur riconoscendo che è dura per tutti, consapevoli che tutti siamo chiamati ad assumerci la nostra parte di impegno e responsabilità  nel carosello di luci e ombre che ci avvolge. Allora sì, sarà davvero un Natale da citare e ricordare con emozione.

Il natale del professor Uberzeit
(TERZA PARTE)

Uscì dall’appartamento di Rue Lamartìne n.334 accigliato più che mai. Non solo la sua prediletta Louise, la sedicenne dagli occhi verdi e le sopracciglia folte, con la sua voce rauca da donna vissuta e i seni ancora acerbi, era stata trasferita in chissà quale orribile bordello di Marsiglia. Nessuna delle donne aveva voluto rivelargli notizie utili a rintracciarla – ovvie ragioni commerciali, c’era da aspettarselo – ma quel che è peggio lui aveva ceduto alle loro lusinghe come un miserabile omuncolo: un paio di orrende troie quasi quarantenni erano riuscite a portarselo nella camera blu, quella del sesso estremo. Senza contare il mazzo di fiori che era rimasto lì, sul tavolino dell’ingresso, mentre le troie e la stessa Madame Trichet, dopo avergli sfilato ben trecento franchi,  ridacchiavano tra loro delle romanticherie del ridicolo professore tedesco. Ripetevano in coro: “Merci pour les roses et merci pour les chrysanthèmes”, senza riuscire a trattenere un sorrisetto malizioso. E lui non avrebbe più udito quelle meravigliose, ingenue, deliziose canzoncine francesi che Louise gli cantava all’orecchio nel segreto dell’alcova.
Coi capelli in disordine, lo sguardo vitreo, pallido come un fantasma in fuga, il professor Uberzeit  ritornò verso la stazione dolorante nel corpo e nello spirito. Stringeva forte nella mano il grande libro di Dostoevskij, come se solo certi abissi dell’anima russa potessero risollevarlo da quel senso di prostrazione profonda.
Durante il viaggio di ritorno quasi non dormì. Coi pochi soldi rimasti dopo aver pagato il biglietto del treno, comprò da uno dei rivenditori ambulanti che popolano la riviera un paio delle tanto decantate focaccine liguri per placare la fame e solo dopo un paio d’ore di viaggio si accinse ad affrontare ‘I fratelli Karamazov’.  Per leggere un romanzo di oltre mille pagine, per giunta nella traduzione francese, il professore avrebbe impiegato quasi un anno, a causa della tremenda miopia e delle emicranie che lo sforzo della lettura gli procurava regolarmente. Ma lui era dotato di una speciale intelligenza selettiva, grazie alla quale da pochi indizi era in grado di risalire alla trama di qualsiasi romanzo, e con il suo intuito da grande lettore sapeva cogliere al volo le scene e i dialoghi più significativi. Nel caso in questione poi era facilitato dai titoli che illustravano ogni capitolo.
Ben presto, nonostante gli scossoni del treno sui binari e la poca luce, capì che in sostanza la vicenda era incentrata su un orribile vecchio tirchio e lascivo che era stato ucciso, così pareva, da uno dei suoi tre figli. O forse dal quarto, quello illegittimo, sul momento non ricordava. Ma il professore non era interessato a scoprire l’assassino quanto alle dissertazioni filosofiche del figlio Ivan, l’intellettuale della famiglia, il nichilista intelligente. Aveva già letto ‘I demoni’, sempre dello stesso autore, ed era rimasto impressionato dall’affinità sotterranea di certe idee con le sue, quelle  stesse idee inaudite che ormai si facevano sempre più limpide nella sua mente e che presto avrebbe proposto al mondo in una raccolta di aforismi di prossima pubblicazione. Ma certi dialoghi di Ivan Karamazov con il fratello Alesa e ancora altri brani, specialmente verso la fine del romanzo, toccavano delle vette che mai fino a quel momento altri scrittori avevano raggiunto. Quei dialoghi lo stimolavano, lo inquietavano e lo avrebbero costretto a rivedere certi suoi aforismi sulla morte di Dio e sulla potenza del caos.
Tornato a Torino, nel silenzio della sua casa, si riposò per un’intera giornata e riuscì perfino a dormire per alcune ore grazie a una potente dose di cloralio idrato, al quale ricorreva sempre più spesso per evitare di assumere dosi eccessive di oppio. Dopo essersi alzato si preparò un bricco di tè forte e sdraiato in poltrona davanti al fuoco del camino riprese a sfogliare qua e là ‘I fratelli Karamazov’. Alla fine dell’undicesimo libro, intitolato ‘Il fratello Ivan Karamazov’, si imbatté in un dialogo allucinante tra lo stesso Ivan e un personaggio che ben presto si sarebbe rivelato come una delle tante incarnazioni di Satana. Quell’apparizione lo colse di sorpresa, come fosse qualcosa che inconsciamente andava cercando da tempo, e sprofondò nella lettura.
Fu colpito soprattutto dal tono mellifluo, dalla gentilezza insinuante, che spesso scadeva in servilismo ipocrita, dell’ospite di Ivan Karamazov. Un dialogo così inquietante – bisogna dire che Uberzeit ultimamente era diventato molto, troppo impressionabile – che si vide costretto a interrompere la lettura. Anche perché il mal di testa e la miopia combinate insieme producevano uno strano fenomeno: i caratteri di stampa si curvavano e si deformavano fino a diventare illeggibili. Allora andava al vecchio pianoforte a parete che aveva preso in affitto ed eseguiva certe romanze di Wagner che conosceva a memoria o altri pezzi di sua composizione per poi riprendere la lettura.
Quando mancava poco alla fine del capitolo decise di concedersi un’ultima pausa. Ma mentre eseguiva al pianoforte una variazione del Tannhauser, ebbe l’impressione che l’accordatura non fosse perfetta. Eseguì un paio di scale e  scoprì che un la e ben due tasti neri – per l’esattezza un fa diesis e un si bemolle – emettevano un suono sordo e stridente. Decise di non lasciarsi vincere dalla malasorte – con quali soldi avrebbe mai potuto pagare un accordatore? – e ripiegò su una sua composizione degli anni universitari, una specie di inno alla giovinezza ispirato alla nona di Beethoven. Trovò anche lo spirito giusto per tentare subito dopo un’improvvisazione su un preludio di Chopin, un brano che suonava sempre da ragazzo, e si azzardò perfino a intonare con voce incerta la melodia. Era così rapito dalla musica che alcune lacrime cominciarono a scorrergli lungo le guance – gli succedeva spesso di fronte alla bellezza – ma ben presto incappò in un intero accordo di re settima diminuita completamente sballato. Imprecò in tedesco stretto contro il pianoforte e lo richiuse di botto. Non gli restava che tornare alla lettura del maledetto russo.
Ed ecco che il diavolo, o quella sua miserabile incarnazione borghese, si mette a spiegare, parodiando il povero Ivan Karamazov, che questo uomo nuovo a cui tutto è permesso, l’Uomo-Dio, dall’alto della sua superiorità potrà infischiarsene di qualunque morale nonché del bene e del male. Ma la ferocia nichilista che si abbatterà sull’umanità tutta sarà alla fine riscattata dall’avvento di una nuova era, l’era dell’amore universale. Purtroppo però, aggiunge il diavolo con un ghigno beffardo, è difficile prevedere quando questa fantastica era arriverà. E allora Ivan, sconvolto da quel ghigno, gli lancia addosso il bicchiere ricolmo di tè. Di fronte a quella scena grottesca il professor Uberzeit sobbalzò. All’improvviso gli fu chiaro fino a che punto quel mascalzone epilettico si fosse impossessato delle sue idee. Non solo, ma dopo essersene impossessato, in un certo senso gliele stava sbattendo in faccia, mettendole in parodia. Il paradosso più perverso poi stava nella trasformazione finale di quello scrittore russo in un disgustoso predicatore bigotto baciapile. Di quelli che si sdraiano in terra in chiesa e picchiano il capo sul pavimento davanti al crocifisso fino a rincretinirsi completamente.
In sostanza tra le righe gli stava dicendo: “Guarda, caro mio, che con tutte queste tue belle idee rivoluzionarie e distruttive otterrai soltanto di gettare nel panico l’umanità, in un vuoto e in un’angoscia dai quali i più crederanno di salvarsi solo con delle religioni ancora più fanatiche e superstiziose. E i politici ne approfitteranno per instaurare mostruose dittature che negheranno agli individui ogni libertà.”
Fu assalito da un’ondata di panico: qualcuno lo aveva anticipato per poi beffarlo, come se Satana si fosse scomodato a salire tra gli umani solo per dimostrare che il cosiddetto Uomo superiore non aveva capito niente e che, a ben vedere, Gesù Cristo, dalla sua scomoda posizione appeso ad una croce, in realtà era uno che la sapeva lunga. E un giorno tutti i detrattori del cristianesimo si sarebbero amaramente pentiti della loro presunzione. Quel russo, prendendo a prestito le sue idee e poi ridicolizzandole, lo aveva ridotto, lui, Uberzeit, a una specie di pagliaccio.
Tornò furioso al pianoforte, ma fin dal primo tocco uscirono dai tasti solo dei miagolii lamentosi, lugubri, che neanche un gatto sotto tortura avrebbe potuto emettere. A quel punto non poté trattenersi dall’urlare oscenità blasfeme indegne di lui, come se un essere di inimmaginabile  volgarità si fosse impadronito della sua anima. Quand’ecco che, proprio come poco prima era accaduto nel romanzo di Dostoevskij, qualcuno bussò alla porta d’ingresso.
Uberzeit riceveva pochissimi visitatori, e meno che mai a sorpresa. Si avvicinò circospetto alla porta d’ingresso e chiese chi fosse:
“Sono l’accordatore. Sono venuto per il pianoforte.” disse una voce maschile in perfetto tedesco.
“Io non ho chiamato nessun accordatore. Chi le ha detto di venire da me?” replicò il professore temendo qualche scherzo di un suo ex studente o, peggio, qualche ladro.
“Sono stato chiamato da un suo vicino di casa. Un suo ammiratore che non ne poteva più di sentire così deformata e straziata quella divina musica tedesca.”
Uberzeit si lisciò i baffi. Un suo ammiratore! Possibile che qualcuno davvero l’ammirasse? Dopo essersi sentito il pagliaccio del secolo, fu attraversato da una ondata di puerile vanità. Mise da parte ogni sospetto e aprì la porta.
“Prego, si accomodi” disse, dimenticandosi di non avere i soldi per pagare un accordatore.
Il visitatore entrò velocemente in ingresso e dopo una rapida occhiata in giro disse: “Ah, ecco qua il nostro pianoforte!” e zoppicando si diresse in salotto. Il professore lo guardò sconcertato. L’uomo indossava un vestito marrone a quadretti piuttosto logoro e striminzito e un cappello tondo dalla forma simile a un elmetto militare. A ben vedere però piuttosto che zoppicare sembrava che scivolasse sul pavimento tenendo il piede sinistro sollevato, come se stesse salendo un gradino inesistente. Non saltellava sul piede destro, come sarebbe stato naturale in quella posizione, ma piuttosto  scivolava come se pattinasse.
Ma la visione più sbalorditiva fu quella della donna al suo seguito, che l’accordatore si limitò a presentare dicendo: “Louise, la mia aiutante.”
Questa aiutante, alta più del professore, sui trent’anni, dal seno prorompente e quasi del tutto scoperto, coi capelli biondo oro che si inanellavano fino ai fianchi, indossava una tunica rossa a pieghe, simile a quella di certe ancelle greche, che arrivava appena sotto l’inguine.
“Molto lieta” disse in ottimo tedesco la donna con voce bassa, quasi virile.
I due entrarono nel salotto del professore come se fossero di casa e si piazzarono ai lati del pianoforte borbottando qualcosa di incomprensibile. L’accordatore si sedette sullo sgabello, si fregò le mani, poi si fece scrocchiare le dita una ad una e cominciò a eseguire una scala di do.
“Che disastro! – esclamò – Cosa è successo? Sembra che ci sia finito un gatto qua dentro!” e gli scappò una risatina.
Alzò il coperchio con fare prudente e si sporse sul bordo.
“Guarda, guarda… – disse, e lentamente tirò fuori da lì sotto uno strano oggetto nerastro che il professore, a causa della miopia, non riuscì a mettere a fuoco – Altroché gatto, caro Herr Professor! Questo è un topo, e per giunta un topo molto puzzolente!”
Tenendolo sollevato per la coda lo mostrò a Uberzeit, il quale alla vista di quella bestiolina martoriata dai tasti del pianoforte sembrò sconvolto.
“E’ orribile! – esclamò – Io ho fatto questo a quel povero innocente, innocuo animaletto? Come ho potuto!” e sembrava quasi sul punto di scoppiare in lacrime.
L’accordatore lo fissò sconcertato. Poi, in tono severo disse:
“Suvvia, professore! Non mi sembra il caso di prendersela così a cuore per un miserabile topo. Che per giunta non mi sembra tanto innocuo, dato l’odore che manda!” Si tappò il naso con gesto plateale e lo porse alla sua aiutante.
“Eliminalo, Louise!” ordinò. Intanto la stanza si era riempita di un fetore intollerabile, e Zeitsehen  si chiedeva come mai non si fosse accorto prima di quel tanfo così penetrante.
La donna ancheggiando aprì la finestra e tenendolo sempre per la coda lanciò il topo giù di sotto. Poi chiuse la finestra, si strofinò le mani, sorrise ai presenti e si accomodò accavallando le gambe su uno stretto divano a pochi passi dal professore. Il quale, nonostante la miopia, non poté fare a meno di intravedere qualcosa di molto femminile balenare tra le sue cosce. Evidentemente l’aiutante dell’accordatore non indossava biancheria intima. Cominciò a sudare freddo e non riuscì a dire nulla, anche se avrebbe voluto. L’emicrania gli scese giù lungo la spina dorsale e gli provocò un atroce mal di schiena.
“Vediamo ora come va” disse tranquillo l’accordatore, e con piglio sicuro attaccò la celebre sonata di Beethoven nota come ‘L’appassionata’.
Mentre ascoltava il professore pensò: “Questo non è un accordatore, questo è un pianista di talento…” e intanto si andava chiedendo chi fosse davvero quella donna, così bella e così volgare, con quella voce maschile, seduta sul suo divanetto…
“Tutto a posto, Herr Professor – esclamò l’accordatore alzandosi di scatto e dirigendosi con la mano tesa verso Uberzeit – Adesso può suonare quello che vuole, per la gioia sua e del vicinato” e mentre gli parlava lo fissò in un modo strano, come se il suo sguardo si divaricasse e le pupille finissero col concentrarsi sulle orecchie e non sugli occhi dell’interlocutore. Eppure quell’uomo non era strabico.
“Non so quanto le devo…” farfugliò il professore.
“Lei mi deve molto, ma non mi dia nulla – replicò quello sfilandosi dalla tasca dei pantaloni un paio di occhiali da sole dalla montatura di corno e indossandoli – Anch’io sono un suo ammiratore. E naturalmente anche Louise…” e sorrise di un ghigno largo e gelido. “Noi amiamo, anzi, adoriamo la musica. Specialmente quella tedesca.”
“Ma lei ha lavorato per me e appena possibile io farò recapitare il dovuto a… a chi devo l’onore?”
“Mi chiami pure Ivan l’accordatore. Sempre a sua disposizione per sistemare e intonare tutto ciò che è rotto o stonato. Ma glielo ripeto: non si preoccupi di parcelle o compensi. A me basta sapere, caro Herr professor, che lei non rinuncerà mai alla sua arte e alle sue idee e non si lascerà intimorire. Perché lei è un grande uomo, io lo so, ma pochi lo sanno. Forse lo sappiamo solo io e Louise. Soprattutto non tema l’impopolarità. Anche quando tutti la giudicheranno un pazzo, bè, quello sarà il momento della sua massima gloria.”
Gli strinse la mano e uscì scivolando sul pavimento sempre con il piede sinistro sollevato. Louise gli si avvicinò e con un inchino gli afferrò la mano e gliela baciò.
“Guten Weinachten, Herr Professor” disse augurandogli il buon natale con una splendida pronuncia tedesca. Poi, sempre ancheggiando, uscì richiudendosi la porta alle spalle.
Uberzeit si era dimenticato che era il 25 dicembre. Rimase a fissare con terrore crescente la porta d’ingresso chiusa. Era davvero dotato di capacità profetiche e capì che stava succedendo a lui quello che era successo al povero Ivan Karamazov. Non poteva sbagliarsi. Perché nulla più era affidato al caso, ma tutto era stato già prestabilito, anche il più imprevedibile degli eventi. Appoggiò la testa alla parete e poi cadde in ginocchio. Avrebbe voluto piangere, ma non ci riuscì. Invece vomitò a lungo, credendo che sarebbe morto lì, davanti alla porta d’ingresso. Ma non morì. Si trascinò fino al suo letto e si addormentò di schianto di un sonno pesante e agitato. Non riusciva a svegliarsi dai suoi incubi. Ricordi del bordello di Nizza si mescolavano con le immagini del topo morto, ma su tutto campeggiava la figura di Louise. Non la delicata puttanella dagli occhi verdi ormai perduta, ma la provocante donna dalla voce virile e dalla tunica rossa uscita poche ore prima dal suo appartamento.

(continua)

NOTTE SANTA

– Ti aspettavo, entra…- disse il Re sedendo tutta la sua stanchezza sul suo trono altissimo.

Gli occhi buoni abbracciarono il Figlio che, sorridente gli stava venendo incontro come ogni mattino per porgergli il saluto e per ricordargli la sua antica promessa

.- Da dove vieni? – chiese il Re uscendo dai suoi pensieri e volgendo lo sguardo verso il Figlio amatissimo.

– Dalla casa di Miryam e Yohsifyàh, Padre…-

Il Re all’udire quei nomi volse il capo dall’altra parte, volendo quasi celare l’espressione preoccupata che i severi lineamenti del volto avevano improvvisamente assunto.

– Ti ricordi Padre di Miriam e di Yohsifyàh? E’ tutto pronto …Padre, benedicimi adesso, perché questa è la notte santa –

Il Re guardò intensamente il Figlio. Si alzò appoggiando le sue mani ai braccioli del trono, ma fatto un passo barcollò, vacillò e subito si dovette sedere di nuovo. Quel Re forte e potente come nessun altro sulla Terra, non riusciva a tener fede alla sua promessa poiché il desiderio di trattenere presso di sé suo Figlio era troppo grande.

Sapeva bene il vecchio Re che il momento tanto atteso era alla fine giunto.

-Tu non sai di cosa sono capaci, tu non sai di cosa sono capaci…- ripetè con un filo di voce il Re –   Arrivano a me ogni giorno grida altissime da ogni dove di bambini, donne, uomini di ogni età che consumano le mie orecchie e bagnano i miei occhi, che mi legano a questo trono altissimo e che mi schiacciano il cuore. Durano tutta la notte e nel buio totale continuano fino a quando il Sole compare all’alba per chiedere il permesso di non sorgere di nuovo, scongiurandomi di porre fina a tanto dolore…Basterebbe un cenno, un solo gesto della mia mano … Tutto il creato mi guarda  in trepida attesa e freme aspettando una Giustizia che sembra non arrivare mai –

– Non ho che Te… luce dei miei occhi, vita di ogni vita… per Te lascerò questo trono altissimo, per te ho messo sotto la sabbia vendetta e potere… per te sopporto il sorriso beffardo di chi senza pietà si aggira impunito mostrandomi ogni giorno i frutti della sua malvagità –

-Ti mancherà il fiato…punterai le gambe su quello sgabello che per falsa pietà ti avranno messo sotto i piedi, solo per prolungare una agonia che avrà come esito sperato quello di farti gridare di fronte a tutti quello che tutti credono…che ti ho abbandonato…Io tuo Padre …ti ho abbandonato!-

-Sarai solo- continuò- solo come fu Rachele, Nave, Yehouda, Zeev, Ephraim,Ruth …- e il Padre li elencò tutti , uno ad uno, mostrando al Figlio le loro invocazioni  a cui non aveva potuto rispondere, neppure con una sola parola.

Il Figlio si avvicinò a suo Padre fino a sentirne il profumo dell’olio dei suoi capelli, e vide tutte le parole che aveva conservate in grembo per tutti i suoi figli lontani, per lenire le loro ferite.

– Padre buono so di darti un grande dolore ma devo portare tutte queste tue parole a chi le sta aspettando da tanto tempo… Tu sarai sempre con me, la tua luce mi arriverà sempre come arriva sulla terra la luce delle stelle anche dopo migliaia di anni dopo la loro fine –

Il Re allora si alzò maestoso e abbandonò per sempre il suo trono altissimo …

sulla terra un vagito ruppe il silenzio profondo di quella Notte santa.

PAROLE A CAPO
Silvia Tebaldi: “Verso Natale” e altre poesie

“I nomi sono parole inspiegabili, resistenti ai significati”
(Cesare Viviani)

Verso Natale 

L’avessimo stivata allora l’allegria
come susine dentro la berretta, come
fiori di zucca raccolti nel grembiale
come pastori pecore e stelle di cartone
nella scatola con scritto su Natale
come cose che si possono stivare

allora, quando ce n’era così tanta
senza un perché, fare giochi, cantare
ridere come matti, avessimo potuto
conservarla per questa invernata
per il tempo che inzeppa
i fossi che brina il cielo
tra la Ghiara e i Rampari

ora forse apriremmo il baule
e scopriremmo che era cenere, che era
foglie cadute già da allora
l’allegria
così torniamo fuori nella nebbia
tra le luci di Avvento e le finestre
che bucano la notte

se allora ci toccavamo il viso
– eccoti, sei tu! – con gli occhi chiusi
sappiamo farlo anche ora
naso e bocca coperti
e farlo anche solo col pensiero*
sappiamo ancora ridere
anche senza un perché

poi arriva il solstizio
risalirà la linfa lungo i calami
nasce la Tigre il giorno cresce
quasi un petto di gallo per Natale
un’ora per l’Epifania
poi sarà marzo e luna nuova
al torrione del Barco
agli orti della Consolazione

 

Valeria, come andarono le cose

la sagoma di un camino in rilievo
sul muro lungo via Volte
angolo con via Scienze
emerge come un trilobite
un fossile di mattoni
ci passammo Valeria e io
nel novembre del 2005
quel sole della bassa che ti scioglie
il cuore
la luce satura del tardo autunno
scattammo una foto
da qualche parte ho ancora il negativo
una stampa gliela mandai per posta
c’era
un lutto che ci univa
una reflex
un’amica
due vie che fanno angolo
due amiche
ci penso ora a quelle vie molto spesso
e da lontano
nascite attese vite geloni tregue
quella casa quei ciottoli il camino
nozze silenzi addii
chissà quanti, e la nebbia – però
fu quando ci tornai da sola
nel novembre del 2017
un’ora d’aria in mezzo allo sprofondo
solo voglia di piangere o dormire
e invece mi si aprì innanzi la bellezza
(pura contraddizione) e fu allora
fu quel camino a ricordarmi il detto
fa’ finta di essere felice
prima o poi
lo sarai

 

Visita guidata a Ferrara 

Dietro questa finestra coi gerani
che affaccia dentro il buio della volta
vecchia di più di mille anni
Teresa ascoltò tutta la faccenda
senza fiatare
poi preparò il soffritto e la vendetta
il primo fu pronto in mezz’ora
per la seconda occorsero trent’anni
entrambi riuscirono perfetti

e là, dove si fermano i turisti
a farsi i selfie e taggarsi a vicenda
ci passò Gaiba, di ritorno a notte
dal cantiere: tutto andava in malora
ma lui si mise in mezzo (e si rialzarono
tre anni) perché ogni sera
Gaiba guardava in su
lassù dove si accende
tra i cornicioni il cielo di ponente

qui vedete i Diamanti, o la bellezza
perfetta che si schiude a occidente
e a nord, dove avanza poi si perde
via degli Angeli tra le pioppe e il nulla
fiumi di inchiostro attorno a questi muri
eppure sono così bianchi, eppure sanno
ogni cambio di luce
qui un uomo si fermò a scrivere e minacciò il duca
di fermare il cantiere all’improvviso
se gli operai fossero rimasti
ancora un giorno senza paga:
si chiamava Biagio Rossetti e vedeva il tempo
i progetti il pensiero e la città
fermi e chiari, come tracciati sulla carta

e qui, dove ci siamo fermati ora,
sembra non ci sia niente, solo portici
e negozi: ma qui camminavamo
adagio mia mamma e io, di venerdì tarda mattina
la chiesa era aperta e vuota
io non credevo lei sì siamo entrate
si chiama la chiesa del Suffragio
qualcuno dentro il buio suonava l’organo
un’ora siamo state lì sedute
senza dolore senza dire nulla
dentro l’ora del mondo
poi era quasi ora di far da pranzo
e siamo come l’erba sul limitare
sull’argine del tempo

qui invece, in questo angolo remoto
qualche secolo fa
mi ha tenuto le guance tra le mani
in una sera memorabile: infatti,
come vedete, c’è un’epigrafe
solo che non si legge, tanto consumato
è il marmo
a forza di toccarlo

Silvia Tebaldi, da Ferrara. A Bologna dal 1985. Ha scritto un romanzo (Vuoto centrale, pubblicato nella collana Walkie Talkie diretta da Luigi Bernardi, Perdisa Pop, 2009) e alcuni racconti, pubblicati in antologie (la più recente è Deaths in Venice, a cura di Laura Liberale, edita da Carteggi Letterari nel 2017) e online (su «Poetarum Silva», su «Argo» e su «Malgrado le mosche»). Ha lavorato in diversi uffici, biblioteche e ospedali. Fotografa, apprendista nella scrittura in versi, calligrafa e acquarellista a tempo perso.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]  
Cover: Acquarello di Silvia Tebaldi

DIARIO IN PUBBLICO
Imitazione e verità

Ricordo in tempi paleolitici un intervento di Pasolini che, commentando la cadenza locale dei presentatori televisivi che avrebbero dovuto superare l’imperante toscanismo e fiorentinismo, poneva in guardia sulla inevitabile vittoria della cadenza romana. Cosa che si è puntualmente avverata.
Leggo oggi uno spassosissimo intervento di Aldo Grasso sul Corriere dal titolo Meloni e i draghi che stanno sulla luna, dove si commenta la performance della Meloni che si è esibita nelle vesti di Daenerys Targaryen, l’eroina di un programma Games of Thrones. Recitato nella parlata romana di cui è regina. “Sono Daenerys, nata dalla tempesta. I vostri padroni vi hanno mentito su di me o forse non vi hanno detto niente. Non importa. Non ho niente da dire a loro. Parlo solo a voi.”, che nella mia traslitterazione così suonerebbe “Zono Daenerys nada dalla dembesda. I vostri Badroni vi hanno mendido su di me o forse non vi hanno deddo niende. Non imborda. Non ho niende da dire a loro. Barlo tzolo a voi…”.

Ma ormai la cadenza regionale è diventata fondamentale, quasi un segno di riconoscimento. E se il ministro Franceschini ha saputo correggere il suo ferraresismo con una contaminazione romana, per cui le ‘essce’ ferraresi sono quasi diventate neutre ‘esse’, la violenta natura sgarbiana nella sua incidenza ferrarese e nell’atteggiamento dello spalancamento della bocca produce un ibrido non male esaltato, anche dalla tonalità rauca della emissione vocale.
I miei tentativi poi di evitare la pronuncia ferrarese nella patria della ‘zeta’ perfetta – vale a dire Firenze – hanno prodotto un misto non piacevolissimo, in cui nel luogo in cui mi trovo, sia la Toscana o l’Emilia, sembra nella maggioranza dei casi pronuncia artefatta.

Ma in questo momento pandemico colui che riesce a imitare ogni pronuncia dal Nord al Sud ovviamente è l’inimitabile Crozza, che andrebbe eletto a rappresentante vocale dell’Italia intera. Che imiti Zaia o De Luca, Conte o il Papa Bergoglio è credibile e perfetto. Quanto a Locatelli o a Zangrillo o a Galli chiunque potrebbe prenderlo per veritiero.
L’imitatio, figura fondamentale della retorica antica, è dunque quella che regge l’intero universo esplicativo della pandemia. Si imita tutto perché tutto è imitabile e tutto è replicabile. Allora nasce dal profondo dell’io una specie di scoramento sul problema della verità. La verità è imitabile: quindi l’imitazione è la realtà.
E non è un pensiero confortante.

Cerco di nuovo risposte dai libri; ma non mi rispondono. Anzi sembrano eludere la ricerca. Poi mi immergo in un testo che mi procurava sospetto L’uomo dalla vestaglia rossa di Julian Barnes. Un libro che parla d’arte e dei suoi favolosi protagonisti, in un tempo che venne chiamato la Belle  Époque e che secondo illustri critici anticipa i tempi attuali, che dal mio punto di vista sarei propenso a chiamare quella di oggi la Mauvaise Époque. Manca ogni possibilità di rapportarsi a personaggi che ne caratterizzino il tempo e il senso. Chi sarebbero oggi gli autori che ne possono sostenere il confronto nella musica, nelle arti, nella scrittura?

Comunque non è il tempo di deprimersi nonostante le furiose polemiche che scuotono la piccola città. Ricordate la canzone di Guccini?
“Piccola città bastardo posto
Appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi
Mi spinse via
Piccola città io ti conosco
Nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo.”
Ecco il mio rapporto con la Ferrara che ho vissuto e che poco mi ha dato e a cui ho dato molto. Sembra ora che l’intreccio imprevedibile le famose ‘combinaison :che non sono le combinazioni della biancheria intima (ma forse lo sono in senso metaforico).

E allora giù Ovadia, Pazzi, Sgarbi, Fabbri, Resca, e pure Lodi e dietro di lato in fondo, o in avanzamento le truppe corazzate dell’intellighenzia locale.
Però ci potrebbe essere qualcosa di peggiore. Ad esempio un coronavirus modificato in agguato.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

Vite di carta /
Il gatto con gli stivali, il violoncello e la bambina

Vite di carta. Il gatto con gli stivali, il violoncello e la bambina

Mi sono fatta prestare dai miei nipoti un loro libro di fiabe che contiene anche Il gatto con gli stivali. Lui, che ha poco più di due anni, mi ha consegnato il volume senza fare una piega. Lei, che ha due anni di più, è parsa titubante: forse sentiva in pericolo la proprietà del libro, oppure mi ha percepita per la prima volta in rapporto di concorrenza e non di condivisione nella lettura. Fatto sta che qui a casa ho riletto la storia dell’ingegnoso gatto che riesce a far diventare ricco e nobile il suo padrone.

La sua storia mi è venuta in mente per due piccoli grandi motivi. Innanzitutto nel secondo romanzo di Alice Cappagli, Ricordati di Bach, la narratrice bambina dedica delle belle immagini al gatto, che è l’animale della mia infanzia e che, tranne qualche anno in cui ho vissuto in città, ho sempre avuto accanto come un compagno di viaggio.

Nel libro la narratrice racconta la storia del suo incontro con il violoncello, che diviene lo strumento-passione della vita. Ora, immaginate la scena: il direttore della scuola di musica a cui la protagonista vorrebbe accedere esegue per lei un breve pezzo col violoncello e lei ne conosce per la prima volta la voce.

Sentite le parole: ”Un suono naturale e familiare come quello della risacca, intimo, un canto un po’ triste che ricordava davvero una voce umana. Sembrava quello dei miei pensieri, ed era tirato fuori dallo strumento da qualcuno che lo amava e lo conosceva come il proprio gatto”.

Mi colpiscono due emozioni contemporaneamente, quella di gioia per Cecilia che incontra nel violoncello i propri pensieri, quella del maestro che fa vedere alla bambina quanto intimo sia il suo rapporto con lo strumento. Lo conosce come il suo gatto. Come io conosco in ogni sfumatura la mia Emily, che è bianca e nera, onnipresente, ma soprattutto è dotata di una fine psicologia.

Nello stesso giorno in cui la storia ha il suo esordio, Cecilia ritrova nella casa del nonno un vecchio violoncello; la bambina, che ha visto quattro teneri gattini allattati dalla “micia bianca e nera” nel garage annesso alla casa, si toglie allora il tutore che le protegge da mesi la mano sinistra. Per la prima volta, dopo l’incidente d’auto e la lunga ingessatura, sente di ”poter fare qualcosa”, deve “grattare il gattino nero fra le orecchie”.

Per la zia che la osserva è un “miracolo”. Per lei è un momento  “meraviglioso”. Il gattino galeotto le ha fatto alzare solo un po’ il dito indice, ma negli anni successivi la tecnica richiesta per suonare il violoncello svilupperà in Cecilia una mobilità straordinaria. Nel punto in cui sono arrivata a leggere ha già fatto progressi impensabili con le dita della mano sinistra nel loro impatto sulle corde dello strumento.

Il violoncello, che riempie dagli otto anni in poi la vita di Cecilia, mi ha riportata alla musica, che è il secondo motivo per cui ho riletto Il gatto con gli stivali. La musica è quella dell’evento che si è tenuto al Teatro Comunale di Ferrara il 16 dicembre, giorno del duecentocinquantesimo anniversario della nascita di Beethoven.

Alessandro Baricco ha tenuto in esclusiva per le scuole una lezione-spettacolo dal titolo Ludwig van Beethoven. Cinque cose da sapere della sua musica. Mi sono collegata armata di foglio e penna come una studentessa inesperta, il che per quanto riguarda la musica classica corrisponde al vero. Ho ascoltato brani a me noti e altri sconosciuti eseguiti dall’orchestra Canova e via via commentati da Baricco con la sua consueta intensità. Una meraviglia.

Tanto che ho poi voluto riascoltare La appassionata con le indicazioni ricevute: non sono ancora riuscita a percepirvi le mie ossessioni, la dolcezza sì. Conoscevo e conosco La quinta sinfonia, ora so che può essere considerata un’opera introspettiva, in cui Beethoven ci avvia all’idea della complessità, come una delle coordinate della nostra esistenza.

Tornando al gatto che indossa un vistoso paio di stivali, mi pare che stia lì nelle pagine della fiaba a dimostrarci come possa accadere anche l’impossibile, che il figlio di un semplice mugnaio divenga ricco e sposi la figlia del re, oppure che un arto col nervo radiale danneggiato riesca a suonare il violoncello con maestria e grande espressività.

L’insegnamento è di quelli che si sentono dire in mille occasioni, nella vita e nello studio. La novità per me è sforzarmi di attuarlo anche a questa età, farlo davvero. Da qualche mese, da quando sono in pensione, capisco che il calibro degli accadimenti nella mia vita quotidiana si è ridotto: sono piccole le cose che faccio.

Capisco che si sono voltate come un calzino: c’è dentro non l’essere per gli altri, ma l’essere per me, molto più di prima. Non posso però non mantenere intatto il rigore, la qualità dell’impegno; è la spia che rivela che mi sento attiva e ho progetti su di me. L’ultimo è questo: conoscere a mia volta le opere di Beethoven come conosco la mia gatta.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

Il natale del professor Uberzeit
(PRIMA PARTE)

Lo strano natale del satanico professor Uberzeit ci porta in giro per l’Europa e per la grande letteratura. Il racconto fantastico, ancora inedito, di Sergio Kraisky comincia oggi e prosegue nei prossimi giorni. Buona lettura.
(La redazione)

La neve cadeva lenta sulla città di Torino, cadeva da due giorni e due notti. Una neve cattiva, acerba, dicembrina. Solo quando la temperatura saliva e il ghiaccio iniziava a sciogliersi, qualche essere umano sbucava da un portone per poi arrancare tra la di fanghiglia in cerca di provviste o di qualche timido svago.
Dopo un primo entusiasmo di fronte al miracolo dell’acqua che si trasforma in neve, uno spettacolo mitologico che ad ogni inizio di stagione lo riempiva di meraviglia, il professor Uberzeit maledisse quella nevicata. Perché quell’uomo aveva un disperato bisogno di passeggiare e di farlo a passo veloce, tutti i giorni, per ore e ore. Era questa la sua unica salvezza dall’emicrania, dal mal di stomaco e dall’insonnia che lo affliggevano per intere giornate, a volte per settimane. Invece quelle strade scivolose lo costringevano a una reclusione innaturale dentro il suo appartamento da studente, come lui stesso lo chiamava, nel quale da tre mesi viveva.
Aveva tentato di renderlo più luminoso appendendo alle pareti delicati dipinti ad acquerello, rivestendo di tappezzeria dai variegati colori pastello le poltrone e il divano del salottino. Ma la conformazione stessa di quell’angusto alloggio, l’ingresso come un tunnel buio, le stanze dal soffitto basso e le finestre incassate nelle pareti come feritoie vanificavano quei suoi tentativi. Non gli restava che accontentarsi, non avrebbe potuto permettersi un alloggio più costoso. In un primo momento quella  sistemazione così centrale, vicino alla splendida Mole Antonelliana, gli era sembrata un vero privilegio. Si era innamorato di Torino in una splendida giornata di fine settembre ed aveva deciso d’impulso di trasferirsi lì, ma era stato un amore di breve durata: presto si trovò a dover fare i conti con l’inverno torinese.
Ormai la sua principale ragione di vita, l’unica autentica gioia residua, erano i suoi pensieri, e se restava troppo a lungo rinchiuso in quella tana i pensieri cominciavano a gonfiarsi contro le pareti del cranio, si aggrovigliavano e poi esplodevano lasciandolo esausto, inebetito, per giorni e giorni. Passeggiando invece i pensieri si purificavano, prendevano il volo e gli regalavano lunghi attimi, a volte intere giornate, di gioia e di esaltazione. E lui aveva bisogno di esaltazione per portare a compimento la sua opera.
Sì, perché il professore era solo, malato di stomaco e di ipocondria, dolorante come un vecchio nonostante avesse solo quaranta anni, ferito nell’amore e nell’amor proprio, pieno di disprezzo per l’umanità e di compassione per se stesso. E lo sapeva, sapeva perfettamente che sbagliava a  prenderla così, leggeva Spinoza e Schopenhauer per convincersi a cambiare umore. Ma tante volte, sempre più spesso, non riusciva ad accettare con eroica gioia il suo destino, nonostante proprio questo, andando ancora oltre i grandi maestri, predicasse la sua filosofia. Anche se ogni giorno si ripeteva a voce alta che quelle erano la sua vita e la sua natura, che toccava a lui soffrire in nome della verità, che la felicità è un bene ambito solo da uomini vili, da spiriti deboli. Che l’unica gioia a lui concessa era quella di poter formulare pensieri inauditi. E se il suo destino ormai era già stato scritto, che senso aveva lamentarsi? Non restava che accoglierlo, come l’amante abbraccia l’amata alla quale tutto si perdona. Ma si sbagliava, perché non poteva certo immaginare quello che di lì a poco quello stesso destino gli aveva riservato.
Si avvicinò alla finestra e scostò la tendina. Un sole livido illuminava a tratti gli spiazzi innevati e il bagliore quasi lo accecò. Il cielo cominciava a schiarirsi, ma non abbastanza per avventurarsi in una delle sue lunghe passeggiate. Oltre l’angolo di Piazza Carlo Alberto intravide una carrozza avvicinarsi e immaginò che fossero in arrivo visite per lui. Un pensiero puerile, patetico. Aveva sparso  in giro la voce che era in viaggio per l’Italia meridionale, proprio per evitare visite e  qualunque tipo di contatto con i suoi familiari o i pochi amici. Solo due o tre persone assolutamente discrete conoscevano il suo indirizzo a Torino.
L’isolamento gli era necessario per portare a termine la sua opera, sapeva che i suoi malanni e il suo umore ne avrebbero sofferto e certe volte, soprattutto di notte, veniva sopraffatto da un doloroso bisogno di amore e di amicizia. Allora cominciava a parlare da solo, si metteva a suonare il pianoforte e a cantare. Spesso gli capitava di piangere, non sapeva se per la solitudine o se per la bellezza della musica. Dopo aver visto quella carrozza passare davanti al suo portone senza fermarsi, con uno scatto tipico del suo temperamento, decise che aveva bisogno di aria, di sole, di mare. E di carne umana. Preferibilmente fresca.
Si diresse in ingresso, indossò un pesante caffettano grigio che gli scendeva fino alle caviglie, uno sciarpone blu per coprirsi la bocca, si infilò sopra il cranio dolorante uno zuccotto di lana grezza e subito sopra, per maggiore sicurezza, un cappellone nero a larghe falde. Poi, sfidando il vento gelido che saliva dalla tromba delle scale, scese in strada. Con gesto brusco fermò la prima carrozza libera e mentre vi saliva gridò al vetturino col suo forte accento tedesco: “Alla stazione centrale!”
Era un giorno di dicembre inoltrato, nel 1888..

(continua)

Seconda parte [Vedi qui]

Terza parte [Vedi qui]

Buon Natale

E’ difficile scrivere qualcosa di originale sul Natale. E’ già stato scritto quasi tutto, anche molto bene.
Provo a ricordare dei bei racconti di Natale e me ne vengono in mente diversi.

Il Canto di Natale di Charles Dickens. E’ la storia del vecchio Scrooge e dei tre spiriti del Natale. Molto conosciuta, è stata trasposta più volte al cinema in diverse varianti. Una storia senza tempo capace di far tornare lo spirito del Natale a chiunque, anche ai più duri di cuore.
Il pianeta degli alberi di Natale di Gianni Rodari.  E’ una storia a metà tra il natalizio e la fantascienza. Si racconta di un bambino portato nello spazio da un vascello che sembra un dondolo: nell’universo incontra gli alieni che vivono nel Pianeta della Cuccagna e dedicano la loro vita allo studio delle arti, delle scienze, della politica.
Polar Express di Chris Van Allsburg. Nella notte di Natale tutta la città dorme, tutto è silenzio. Solo un bambino, per strada, decide di salire su un treno che sembra aspettare nient’altro che lui: il Polar Express che lo porta al Polo Nord. Al suo arrivo, il bambino incontra Babbo Natale che promette di donargli qualunque cosa desideri. Il piccolo chiede solo un campanello per la sua slitta ma purtroppo lo perde nel viaggio di ritorno. La mattina successiva lo ritrova, con sorpresa, sotto l’albero di Natale. Il campanello è un dono magico: solo chi crede in Babbo Natale può sentirne il suono.
Il Sarto di Gloucester di Beatrix Potter.  L’anziano sarto di Gloucester deve finire il vestito da sposo per il sindaco della città che convolerà a nozze proprio il giorno di Natale. Un vestito meraviglioso con la giacca color ciliegia arricchita da ricami di rose e viole. Purtroppo, mentre sta lavorando, il vecchio si ammala e deve smettere di cucire.  Ci penserà un gruppo di topolini ad aiutarlo.
L’albero di Natale di Hans Christian Andersen. E’ il racconto di un piccolo abete che non vede l’ora di diventare grande e maestoso come gli abeti adulti che lo circondano. Anche lui, come gli altri, desidera diventare un albero di Natale per decorare le case della città. A un certo punto ci riuscirà anche se l’esperienza si rivelerà un’autentica delusione.

Sono tutte favole, alcune a lieto fine, altre meno. Ma comunque voli di fantasia che si allontanano dalla ripetitività e dalla maestosità barocca dei nostri Natali per volare alte verso un mondo diverso, dove c’è più spazio per la riflessione, per il ripiegamento su una interiorità che impara e insegna.  Quest’anno il Covid-19 cambia molto le prospettive del prossimo Natale. A casa nostra non arriveranno le cugine Ghepardi con genitori, compagni e figli e non sentiremo troppo la mancanza di Suor Guenda, sarà un’assenza tra le tante.

Non andremo alla messa di mezzanotte e non sentiremo i cori dei bambini che cantano davanti al presepe allestito sul sagrato della chiesa parrocchiale di Pontalba.
Spenderemo meno soldi per i regali, per i pasti, per le sciate, per i viaggi necessari a raggiungere mostre di pittura e teatri. Gli spettacoli al Teatro Santelli sono stati per molti anni uno degli appuntamenti delle nostre vacanze natalizie. Negli ultimi anni, avevamo preso l’abitudine di  andare, il 26 Dicembre, ad assistere ad uno spettacolo pomeridiano per bambini. Portavamo Valeria e Enrico in un bel palco del teatro e assaporavamo la soddisfazione di vederli sorpresi e incantati. La magia del teatro riscalda sempre. Non potremo nemmeno andare il primo dell’anno allo spettacolo delle 20,30 portando Rebecca a vedere un musical. Ne abbiamo visti tanti insieme: Grease, Cats, Dirty dancing, Flashdance. Dei bei ricordi davvero.

Con cosa potremo sostituire questi rituali a cui eravamo abituati ormai da tanti anni?  Non  so.
Avremo più tempo per assaporare un Natale diverso festeggiato all’insegna della sobrietà e della riscoperta degli affetti più intimi. Avremo più tempo per un viaggio dentro noi stessi, che scavando dentro, ci porterà nuove verità, nuovi traguardi da raggiungere e nuove consapevolezze.   Ci interrogheremo forse sul senso della vita, sulla sua caducità, sulla sua fine e sulla sua eventuale resurrezione.  Avremo anche molto per cui pregare. Ognuno di noi è, a maggior ragione quest’anno, un sopravvissuto.
Qualche rito ce lo possiamo comunque ancora concedere. Addobbare l’albero con le palline colorate, i nastri luccicanti e gli angioletti dorati; fare il presepe con le vecchie statuine della nonna  e ricoprirne le stradine con il muschio vero che, a Pontalba, si trova sul tronchi dei grandi tigli che accompagnano il viale che porta al cimitero. Potremo fare la pasta in casa e il cappone ripieno, cucinare i biscotti.  Insomma un Natale in famiglia che sa di riscoperta e di tranquillità. Niente da recriminare per tutto ciò.  Anzi, credo che ci sia da ringraziare la buona sorte che ci ha garantito la salute anche quest’anno. In quella notte magica potremo sorridere alle persone a cui vogliamo bene e augurare loro tanta pace, tanta serenità.

In questi giorni ho pensato a voi che leggete le mie storie su Ferraraitalia, le riflessioni che accompagnano questa mia vita un po’ originale e un po’ buffa, un po’ divertente e un po’ preoccupante, molto realista sempre. Vorrei augurare a ciascuno di voi un buon Natale. Vorrei fare gli auguri a chi è ammalto e a chi soffre, ma ancora di più a chi ha un desiderio che non riesce a concretizzare, a chi vive un amore difficile che non può raccontare. Li vorrei fare a chi non trova la forza di cambiare strada, a chi viene schiacciato dalla mediocrità dell’abitudine e dall’oppressione di legami malsani.  Vorrei augurare a chiunque viva nell’omertà la forza di crescere, di guardare in fondo a se stesso e di provare a diventare diverso, cambiando vita. Vorrei augurare a chi subisce violenze, fisiche o psicologiche che siano, di trovare una mano amica che sappia aprire una porta verso la libertà, chiudendo l’antro di oppressione e permettendo una nuova vita sicura e protetta. Vorrei augurare a chi baratta  la sua identità  in cambio di tranquillità, la forza di rompere un argine, andare controcorrente, arrivare in un nuovo mondo, camminare su una terra nuova.

Me ne sto qui e guardo una pallina dorata, la muovo a destra e a sinistra per fare in modo che mandi dei piccoli bagliori di luce sul pavimento bianco del mio soggiorno. I piccoli fasci di luce mi piacciono molto, permettendo al tempo di restare sospeso per un po’ e di muoversi in maniera diversa, su e giù nello stesso istante. Le palline dorate sono come gocce di luce che illuminano l’abete, come tanti pensieri appesi e sospesi, come tanti baci dati e ricevuti che rivivono nella magia del Natale.  Anche io vorrei esprimere un desiderio  legato ai bagliori dorati delle palline appese all’albero, al calore che questa immagine Natalizia sta riverberando su di me. Vorrei un nuovo inizio e una nuova alba di luce, come solo un mattino a Pontalba sa regalare. Vorrei un risveglio di neve con fiocchi bianchi candidi, una mattina pulita che per noi si adagerà un po’ alla volta nel silenzio del giorno che avanza e che ricorderemo per sempre per i suoi fiocchi ghiacciati e leggeri. Vorrei che la neve candida potesse salutare ciascuno di voi, uno ad uno. Sarebbe proprio un bel modo per festeggiare questo silenzioso Natale e per pensare che anche in questo tempo difficile si può trovare, sotto l’albero, la pace.

Moni Ovadia, perché Ferrara?

Arte e cultura da sole non fanno una Città della Conoscenza, almeno per come è intesa dalla letteratura in argomento. Si può essere città d’arte e cultura senza mai giungere ad essere compiutamente una Città della Conoscenza.
Una città della Conoscenza è tale nella misura in cui è in grado di attrarre, per le opportunità che offre, talenti nell’ambito dell’arte, della cultura, della ricerca e delle scienze.
Se questo accade, non lo si può che salutare con grande soddisfazione, l’avvento non può che essere carico di promesse e la cittadinanza tutta si arricchisce di una importante risorsa.

Se un artista, uno scienziato, un ricercatore eleggono una città come luogo del loro lavoro, come ambiente più idoneo ad esprimere se stessi, significa che in quella città hanno trovato condizioni, atmosfere, relazioni, strutture e clima confacenti con il proprio impegno artistico o scientifico.
Se questo è, benvenuto allora Moni Ovadia nuovo direttore del nostro Teatro Comunale.
Vuol dire che la città ha lavorato bene nel tempo, fino a giungere ad esercitare attrazione nei confronti di artisti della caratura di questo grande “ebreo errante”, non possiamo che esserne riconoscenti ed orgogliosi al contempo.

Non è più tempo di mecenati e protettori. Anzi i ruoli si sono invertiti, i mecenati e i protettori di oggi premono per poter accedere alla corte dell’artista.
Governo e amministrazione di Genova hanno dovuto chiedere accesso alla corte dell’archistar Renzo Piano per ricostruire il ponte Morandi.
Pensare che arte, cultura, ricerca e scienza possano essere ricondotte a una parte piuttosto che a un’altra, è un’idiozia dura a morire. Qualcuno di memoria corta ha dimenticato le lezioni apprese dal ventesimo secolo relativamente al rapporto tra arte, cultura, scienza e regimi.

L’espressione del genio umano non conosce biografie e confini. Sono tempi preoccupanti questi in cui si evocano tribunali dell’inquisizione nei confronti di uomini e donne che, a prescindere dal valore delle loro opere, dal contributo dato all’intera umanità, si vorrebbero condannare all’ostracismo per le eresie della loro biografia.
I prodotti del genio umano, se pure portano un nome e cognome, sono destinati ad essere resi impersonali dallo spazio e dal tempo che se ne impossessano per trasformarli in patrimonio universale a disposizione  di tutti.
Nella produzione del genio umano c’è il capolavoro della sorpresa, della meraviglia, del passo avanti rispetto a dove eravamo, dello sguardo che improvvisamente si accorge di non vedere e altrettanto improvvisamente, per un insight, riacquista la vista.

L’epoca dell’indottrinamento, dei Concili di Trento, delle culture di destra e di sinistra, dei regimi non dovrebbe appartenerci più, neppure sfiorarci il pensiero che l’opera del genio umano possa rientrare nelle categorie di destra e di sinistra, categorie che semmai appartengono al modo di vedere dello spettatore, che non è né artista né scienziato. Di questo spettatore dobbiamo sospettare, come dei ‘muttandari’ del Giudizio universale. L’arte e la scienza sono le vittime privilegiate di personaggi come il sapiente, a cui Brecht nel suo Galileo fa dire: “Aristotele è l’autorità riconosciuta non solo da tutta l’antica sapienza, ma anche dai grandi padri della chiesa”. È qui che nasce il cancro del rapporto tra potere e cultura, tra potere e conoscenza.

Ognuno è libero di interpretare la realtà come più gli aggrada, di accarezzare le ricette che ritiene più opportune per risolvere le contraddizioni e i conflitti del mondo. Può pure pensare che essere ‘mutandaro’ è moralmente più sano e formativo del lasciare che l’opera d’arte si esprima per quello che è, come atto creativo di libertà e di liberazione.
Ma tutto questo è ininfluente, perché la forza dell’arte e della scienza non ha confini, sopravvive e si trasforma in cultura e conoscenza per nuove sfide. È il motivo per cui possiamo ammirare tranquillamente il Giudizio Universale di Michelangelo, come le opere di De Pero, che certo non è ricordato per il suo libro A passo romano, così come il palazzo dei Congressi all’Eur.

Arte e scienza, la cultura, non hanno visioni del mondo a cui aderire, perché il loro compito, per fortuna è quello di nutrire il dubbio, di saper guardare oltre le visioni del mondo che condizionano i nostri occhiali e di offrirci lenti nuove. Poi ognuno è libero di usarle o meno, ma ormai quelle lenti sono state prodotte e nonostante le censure delle proprie visioni di destra o di sinistra, quelle lenti appartengono per sempre alla umanità e alla sua storia.
Se c’è ancora qualcuno che si dilania tra una cultura di destra e una di sinistra lasciamolo alle sue pratiche autolesioniste.
Noi crediamo nel valore dei valori, nell’etica del peso della responsabilità, dove portano a far pendere la bilancia le condotte di ciascuno di noi.

C’è una domanda che ancora è senza risposta, ed è quella da cui ha preso avvio il nostro articolo. Una domanda alla quale non si trova risposta nell’intervista che Moni Ovadia ha rilasciato al quotidiano Libero. Perché Ferrara. Perché la nostra città. In sostanza che cosa della città l’ha condotto tra noi.
Una domanda che ne suscita altre.
Il Moni Ovadia ‘intellettuale’ abiterà con noi, o sarà il ‘consulente’ pendolare pagato dall’amministrazione? Contribuirà a fare della nostra città una capitale della conoscenza che dialoga con le altre capitali? Il discorso si è concluso nel triangolo Fabbri, Sgarbi, Ovadia, o è solo l’inizio per la città di una nuova dialettica?

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

Cover: Moni Ovadia a Siena, aprile 2010 (Wikicommons)

FATMA E I RAGAZZI DEL PD:
Come è rinata la politica in via Ortigara

“Il mio nome? Mio padre fece la guerra in Libia e mi raccontò che durante una giornata di riposo, una giornata caldissima, una ragazzina gli offrì una brocca di acqua. Dopo aver bevuto ed essersi così dissetato le chiese come si chiamasse. Fatma era il suo nome. Quando nacqui, il 27 aprile del 1949, volle chiamarmi così!”.

Ho incontrato Fatma per la prima volta alcuni mesi dopo le ultime disastrose elezioni comunali.
Di ritorno dalla mia abituale camminata serale, passando per via Ortigara, avevo notato infatti che la sede del Circolo del Pd era ancora aperta e dentro si trovava una distinta signora seduta dietro ad una scrivania.

Entro e dichiaro subito di non avere un bisogno particolare da soddisfare, ma di essere stato invogliato dal semplice fatto di aver visto la sede ancora aperta, spinto soprattutto dal desiderio di voler  scambiare qualche parola sull’esito della sconfitta elettorale nella competizione cittadina per il nuovo sindaco.
Fatma, questo il nome della signora dietro la scrivania, non si mostra per nulla sorpresa della mia richiesta, mi accoglie con un bel sorriso aperto e mi invita cordialmente  ad accomodarmi.

Cominciamo a parlare conversando amabilmente come se ci conoscessimo da tempo.
Dopo un veloce scambio di sarcastiche battute sull’attuale giunta e sulla consistenza dell’opposizione in consiglio comunale, il discorso si allarga fino ad arrivare alle ragioni della sua presenza lì, nel circolo del PD.

Ascolto la sua storia con grande interesse mentre racconta dell’inizio del suo impegno, a quando nel 2015 cioè il Circolo  era ancora chiuso. Mi spiega che abitando da queste parti si trovava infatti a passare qui di fronte praticamente tutti i giorni e vedere la sede del suo partito con la saracinesca perennemente abbassata proprio non riusciva ad accettarlo.
Mentre racconta, la luce dei suoi occhi mi comunicano una grande determinazione, una forza e una tenacia che le sono servite per riuscire da sola a convincere il partito a riaprire il Circolo!
Tanto fece che la sede di via Ortigara riapre i battenti nel 2015 con la sua presenza garantita inizialmente almeno per una volta alla settimana, poi per tre volte, fino ad oggi.

“Come sei venuto tu questa sera”, continua a raccontarmi, “in questi anni molte persone si sono avvicinate, hanno visto la luce accesa e sono entrate per chiedere informazioni, per scambiare opinioni o anche solo per un breve saluto.”
Nel frattempo il clima politico è cambiato, la zona GAD è diventata territorio di scontro ideologico nella città, a cui Fatma e la realtà del circolo hanno risposto con una porta aperta a tutti, compresa la comunità di extra comunitari che nel frattempo ha preso residenza negli appartamenti  intorno.

Fatma, una donna da sola, insomma è riuscita a rendere concreta una realtà che riposa nel cuore di tanti, quella della presenza continua, non urlata, che si mette a disposizione, che ascolta, facendolo col sorriso sulla bocca e con le maniche rimboccate.
Ci salutiamo promettendoci nuovi incontri.
Ieri sono ripassato.
Fatma mi presenta Maria Teresa vicino ad un lungo tavolo stracolmo di generi alimentari.

Mi spiega che grazie all’impegno di Maria Teresa e di una decina di giovani del PD  la sede di via Ortigare  ha aderito all’iniziativa Solidarietà in circolo lanciata ai primi di dicembre da Nicola Zingaretti per la raccolta di generi di prima necessità a favore di famiglie bisognose di un  aiuto in più.

Fatma ha quindi fatto trovare aperto il Circolo tutti i giorni dalle 15 alle 19 dando così la possibilità a molti cittadini di portare il proprio contributo di solidarietà. Maria Teresa e i suoi amici in queste ore stanno confezionando i pacchi che porteranno a diverse organizzazioni di volontariato della città per la distribuzione poi alle famiglie interessate.
Sarà il Natale, sarà che sto invecchiando ma vedere questi ragazzi lavorare insieme a Fatma mi ha allargato il cuore, mi riconcilia con la Politica, quella vera, quella fatta di semplici gesti  quotidiani ,concreti fatti senza secondi fini solo per ribadire che abitiamo tutti insieme la stessa Terra, giovani e vecchi, italiani e  stranieri.

Saluto, ma non so ancora che mi sta aspettando una ultima sorpresa.
Mi offro per scrivere un articolo sulla loro bella iniziativa per Ferraraitalia. Ci scambiamo i contatti. Chiedo a Maria Teresa il suo cognome per appuntarlo sullo smartphone.
“Mantovani, Maria Teresa Mantovani” mi risponde. La guardo meglio, è la figlia di due amici, vista l’ultima volta  quando era piccolissima.

Colto di sorpresa cerco di evitare in primo luogo di riportare frasi stupide del tipo “ti ho visto nascere” e, mentre penso come continuare, è lei che mi dice di aver cominciato non da molto con la politica attiva, a frequentare il Circolo, quasi a continuare l’impegno politico del padre,  un impegno seriamente e tenacemente portato avanti per tutta la vita, fino alla comparsa di un problema di salute affrontato con lo stesso spirito.

A Fatma, a Maria Teresa e ai ragazzi del Pd  un grosso…grazie!

Quattro curiosità sul Natale

Approfitto dell’uscita settimanale della rubrica “Immaginario” per fare i più sentiti auguri a tutti i lettori e per raccontare quattro curiosità sul Natale.

1)Le origini del panettone
La storia della nascita del celebre dolce natalizio sfuma con la leggenda; sono due le storie che godono di maggior credito:

–Messer Ulivo degli Atellani, falconiere, abitava nella Contrada delle Grazie a Milano. Innamorato di Algisa, bellissima figlia di un fornaio, si fece assumere dal padre di lei come garzone e provò a inventare un dolce: con la migliore farina del mulino impastò uova, burro, miele e uva sultanina, per infornare poi il tutto. Fu un grande successo e qualche tempo dopo i due giovani innamorati si sposarono e vissero felici e contenti.
–Il cuoco al servizio di Ludovico il Moro fu incaricato di preparare un sontuoso pranzo di Natale a cui erano stati invitati molti nobili, ma dimenticò il dolce nel forno e quasi si carbonizzò. Toni, uno sguattero, gli venne in aiuto e propose una soluzione: con quanto era rimasto in dispensa (farina, burro, uova, della scorza di cedro e qualche uvetta) quella mattina aveva preparato dolce. In assenza di altro, si poteva portare quello in tavola. Il cuoco acconsentì titubante e si mise dietro una tenda a spiare la reazione degli ospiti. Tutti furono entusiasti e al duca, che voleva conoscere il nome di quella prelibatezza, il cuoco rivelò il segreto: «L’è ‘l pan del Toni». Da allora è il “pane di Toni”, ossia il “panettone”.

2)Perché ci si bacia sotto il vischio
Rintracciamo le origini di questa usanza nel mondo dei Celti.
La dea Freya, protettrice dell’amore e degli innamorati, era una tra le spose di Odino. I due ebbero come figlio Baldr, il quale era bello, buono e amato fra le divinità. Sua madre decise di proteggerlo chiedendo aiuto agli agenti naturali (Aria, Terra, Acqua, Fuoco), alle piante e agli animali. Tuttavia si dimenticò di rivolgersi al vischio, proprio perché quella pianta non viveva né in cielo né in terra e non sembrava pericolosa.
Fu così che il dio maligno Loki costruì un dardo appuntito proprio con il vischio e lo usò come arma per uccidere Baldr. Freya si mise a piangere sul cadavere del figlio, le sue lacrime diventarono le bacche perlacee del vischio e Baldr tornò in vita. Da allora Freya ringrazia chiunque si scambi un bacio passando sotto al vischio, dandogli la sua protezione nella vita amorosa.
Questa storia è sopravvissuta nei secoli fino ad influenzare la tradizione natalizia, secondo la quale baciarsi sotto al vischio è simbolo di amore e fortuna. In effetti, uno dei significati del Natale è anche questo: ricordarsi che ciò che vale di più nella vita non sono tanto le cose, ma le persone che amiamo!

3)La prima canzone cantata dallo spazio
Il 16 dicembre 1965, i due astronauti Walter Schirra e Thomas Stafford partirono a bordo della Gemini VI per concludere il primo attracco della storia ad un’altra navicella, la Gemini VII. Una volta attraccati, presi dall’euforia, fecero uno scherzo alla stazione di comando, lasciando un messaggio secondo il quale avrebbero avvistato un UFO. Dopo aver svelato la verità, intonarono la celeberrima Jingle Bells con l’ausilio di un filo di campanellini. In questo modo, proprio il famoso motivetto natalizio divenne la prima canzone cantata al di fuori dell’atmosfera terrestre.

4)Il più grande regalo di Natale
Si tratta della Statua della Libertà. Ideata e realizzata tra il 1880 e il 1886 da Frédéric Auguste Bartholdi, con la collaborazione di Gustave Eiffel che ne progettò gli interni, fu donata dai Francesi agli Stati Uniti d’America nel periodo natalizio come segno di amicizia tra due popoli e di commemorazione della Dichiarazione d’Indipendenza avvenuta un secolo prima.

SCHEI
Bancari e clienti di tutto il mondo, unitevi

I pompieri di Chicago Fire, famosa serie televisiva, spengono incendi in mezzo a strade innevate, al punto che il fuoco sembra essere l’unica fonte di calore di una città altrimenti gelida. E’ curioso che le teorie monetariste, di cui Milton Friedman è la punta di diamante, e la McKinsey, principale agenzia di consulenza sui modelli di business finanziario del secolo appena trascorso, abbiano entrambe la loro origine a Chicago (James Mc Kinsey, il fondatore, insegnava all’Università cittadina). Non a caso il filone monetarista di Friedman è chiamato anche “scuola di Chicago”. Evidentemente il clima di questa città, famosa per il suoi inverni rigidi, ha influito sul carattere di alcuni dei suoi abitanti, rendendo la spietatezza un tratto antropologico distintivo di una certa concezione dei rapporti economici, che trovano un paradigma nella dinamica di certe banche. Nel testo Strategic Management: A Stakeholder Approach, Edward Freeman diede la prima definizione degli stakeholders, vocabolo che abbonda sulle bocche degli amministratori delegati e banchieri: “soggetti senza il cui supporto l’ impresa non è in grado di sopravvivere”. Si tratta di una definizione che risale ai primi anni sessanta, ampliata poi in “portatori di interessi” e successivamente oggetto di una divaricazione di senso tra estremi opposti. Ad uno degli estremi, una concezione “etica” per cui l’impresa deve tenere conto delle conseguenze che le sue scelte hanno su soggetti (persone e ambiente) che non sono direttamente coinvolti nel processo di produzione. All’estremo opposto, una concezione “privatistica” imperniata sulla società per azioni. Milton Friedman (che, ricordiamolo, nel 1976 vinse il premio Nobel per l’economia) rifiutò l’idea di una responsabilità sociale dell’impresa. Friedman affermava che i manager sono agenti per conto terzi e dipendenti dei proprietari-azionisti e che devono agire nell’interesse esclusivo di questi ultimi. Utilizzare il denaro degli azionisti per risolvere problemi sociali, anche se l’impresa ne fosse in parte la causa, significherebbe fare della beneficenza con i soldi degli altri, senza averne il permesso. In questa concezione, non solo i portatori di interessi sono tutti dentro l’impresa, ma c’è una rigida gerarchia di importanza: gli azionisti vengono al primo posto (i grandi azionisti, meglio precisare).

Non è difficile dire quale concezione abbia prevalso in questi decenni. Ha talmente prevalso che un altro Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, ha detto che se non si abbandonano le teorie di Friedman, che danno luogo ad una ossessione tossica per i risultati a breve termine, non sarà possibile combattere le crescenti disuguaglianze. Ma senza allargare troppo il campo, rimaniamo in banca. Più volte su queste pagine, nel periodo Covid, abbiamo ricordato (e in qualche modo evocato) esperienze meritorie fiorite nella disperazione, come la Bank of Italy di Amadeo Peter Giannini, nata sulle macerie del terremoto di San Francisco del 1906 come la banca che dava fiducia agli immigrati italiani rimasti senza un soldo. Lo abbiamo fatto perchè la situazione attuale è quella di una economia che ripartirà sulle macerie di un gigantesco terremoto planetario di origine biologica. Il sistema bancario, comprese le regole che ne governano i processi, procede in maniera schizofrenica, e anche questo lo abbiamo già scritto: da una parte, regole che introducono una più sensata e minore ponderazione dei rischi di credito garantiti da stipendi e pensioni (le c.d. cessioni del quinto); dall’altro un inasprimento insensato delle regole che, dopo soli 91 giorni di un modesto sconfino, rendono il debitore un “cattivo pagatore”. I banchieri italiani, dal canto loro, muovono a grandi passi le loro strutture verso aggregazioni progressive miranti alla creazione di due o tre grandi poli bancari (Intesa San Paolo che ha incorporato UBI, Bper-Bpm, forse Unicredit-Monte dei Paschi). Queste megalopoli del credito potrebbero in effetti rafforzare la solidità patrimoniale degli istituti, ma si tratta di una eterogenesi dei fini, l’effetto involontario di un’azione intenzionale. E in cosa consiste l’azione intenzionale?

L’intenzione originaria appare quella di rafforzare la posizione dominante, nella scala di interessi, degli stakeholders ai quali pensava con amorevole premura Milton Friedman: i grandi azionisti. Come se ce ne fosse bisogno. Come se non fosse già così, come se gli altri due portatori di interessi (clienti e dipendenti) non fossero già abbastanza sacrificati sull’altare dei profitti. Tutti gli indici di redditività degli ultimi tre anni delle principali banche italiane segnano un incremento importante, nonostante il basso costo del denaro ed il conseguente modesto differenziale tra tassi attivi e passivi (la tradizionale fonte di guadagno per le banche) sia un dato ormai strutturale. Come è stato possibile? Basta leggere i numeri, ma siccome è noioso, un ottimo succedaneo è il commento ai risultati di bilancio di qualche banca. Quella che citiamo è Intesa, ma potrebbe essere anche un’altra: “…miglioramento della qualità del credito, aumento dell’efficienza puntando sui ricavi commissionali come principale voce di entrata”. Canoni dei conti, commissioni di istruttoria e di incasso rata sui prestiti, costi di ingresso sugli investimenti, retrocessioni sulle polizze.

Sarebbe un prezzo che si paga anche volentieri, se garantisse in generale l’intoccabilità del capitale investito dai clienti; se fosse in generale la contropartita di un incremento dei rendimenti riconosciuti; in sostanza, se le commissioni in aumento fossero il costo che si paga per una prestazione più efficiente. Sfortunatamente, i costi sono certi, i benefici incerti. La pressione assurda, spesso vessatoria, che alcune strutture esercitano sui dipendenti per collocare ai clienti prodotti ad alto ritorno commissionale rende impossibile la vita di molti bancari, ma non migliora quella dei clienti. A questo vanno aggiunte le sempre più ricorrenti inefficienze del sistema, aggravate dal fatto che ormai si verifica una fusione all’anno, ed i problemi di allineamento tra sistemi operativi causano disservizi che si scaricano sulla clientela per settimane o per mesi. Le banche sono ormai delle strade con l’asfalto sempre in manutenzione: dei cantieri costantemente aperti. Il rapporto tra costo e qualità del servizio è spesso drammaticamente inadeguato, ed apre la strada a soluzioni mordi e fuggi, ma di maggiore efficienza e rapidità, almeno in termini di risposta iniziale, con cui molti giganti del web si apprestano a cannibalizzare parte della clientela. Poco importa se la customer care del dopo vendita sarà inesistente: purtroppo anche quella delle banche si sta pericolosamente degradando.

I dipendenti e i clienti al dettaglio delle banche, quelli più colpiti dalla crisi, quelli a volte turlupinati da prodotti opachi o da aumenti di capitale mirati a scaricare sul risparmiatore il rischio di insolvenza dell’istituto, prima o poi la dovranno smettere di guardarsi in cagnesco, di diffidare gli uni degli altri, e comprendere che devono fare un pezzo di strada insieme. Prima succede, meglio è. Prima le associazioni di tutela dei consumatori la smettono di dare dei ladri ai bancari, meglio è. Prima i sindacati dei lavoratori la smettono di considerare i consumatori e le loro associazioni come dei nemici, meglio è. Se non si troverà il modo di saldare gli interessi dei due stakeholders deboli, ovvero clienti al dettaglio (rappresentati dalle loro associazioni e anche dalle istituzioni del territorio) e dipendenti, contro lo strapotere dello stakeholder forte (il capitale di rischio), il futuro delle fusioni bancarie sarà fonte di progressive espulsioni dal mercato dei lavoratori, di ulteriori restrizioni nell’erogazione di credito e di nuovi scandali finanziari.