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“Un tempo, nel XVII e XIX secolo, fino agli inizi del nostro, esistevano i cacciatori di piante che raggiungevano i più remoti angoli della terra per collezionare, tra privazioni e fatiche, e talora anche pericoli, nuove specie da importare per i giardini d’Europa. Oggi, non più tra privazioni, fatiche e pericoli, cacciatore di piante è divenuto qualsiasi appassionato che voglia procurarsi un fiore o un arbusto non dei più comuni. È questo il caso del Clerodendro: per trovarne uno dobbiamo proprio andarlo a cercare da un orticultore specializzato.”

Con queste affascinanti parole Ippolito Pizzetti, nella Garzantina Fiori e Giardino, introduce il capitolo dedicato ai Clerodendri, piccoli alberi o grandi arbusti rustici, della famiglia delle Verbenacee, ottime piante da giardino, praticamente introvabili nei vivai. A dire la verità, nel ferrarese, una varietà di Clerodendro, il Clerodendron trichotomum (alias C. serotinum, alias Volkameria japonica) è molto diffuso nei cortili di campagna e nei vecchi giardini, e sicuramente lo avrete riconosciuto dalla foto perché i bambini della mia generazione lo usavano per fare l’inchiostro e le nostre mamme se lo ricordano ancora.
Il suo nome fu scelto da Linneo, per alludere alla sacralità che le veniva riconosciuta in antiche religioni, infatti è formato dalle parole greche kleros (clero) e dendron (albero), cioè albero dei sacerdoti; tracce legate al sacro si ritrovano nel termine comune in lingua tedesca: Losbaum (albero del destino), e al fatto che certe varietà sono collegate a usanze popolari più o meno beneauguranti.
Quando posso cerco di confermare le notizie dei manuali con la mia esperienza, quindi, avendo in cortile un bell’esemplare di circa vent’anni, posso scrivere con sicurezza che il Clerodendro è una pianta rustica che resiste alle gelate e, dopo una decina d’anni, anche alla siccità. Nei primi anni cresce lentamente, poi raggiunge un’altezza di circa tre metri per assestarsi sui quattro. Ha una bella chioma tonda, formata da foglie semplici, grandi e leggermente pelose, che spuntano alla fine della primavera. Il suo momento di gloria inizia proprio in questi giorni di fine luglio, quando comincia la fioritura che non è spettacolare, ma profumatissima, una fioritura che si trasformerà in frutti settembrini rossi e neri molto decorativi, ma non commestibili. Queste qualità lo rendono perfetto per un piccolo giardino di città. Quattro metri di altezza per una chioma larga altrettanto, sono misure ideali per un albero adatto allo spazio di una villetta a schiera, ha la forma proporzionata di un albero e praticamente non ha bisogno di potature. Essendo un grande cespuglio, nei primi anni tende a gettare molti rami principali dalla base, il suo legno è molto tenero e facile da tagliare, quindi può essere lasciato crescere con un tronco unico o con più tronchi, modellando la parte legnosa in modo personale. Il clerodendro è una pianta che mette le foglie a fine primavera; inoltre, il portamento dei tronchi e dei rami va a formare una specie di scultura all’interno del giardino, questo gli permette di avere alla sua base tutte quelle piante che fioriscono tra febbraio e aprile: il gelsomino di san Giuseppe, le bulbose come crochi e narcisi, le pervinche, ecc. Il suo difetto peggiore è la foglia autunnale che cade a novembre e che non ha proprio nessuna qualità, anzi, è decisamente brutta, difetto che, in un piccolo giardino, potrebbe essere compensato distraendo l’attenzione su qualcosa di molto colorato, come una fioritura mista di crisantemi con i fiori a forma di margherita, un’altra rustica che andrebbe usata più spesso, messa a terra come perenne, invece di essere trattata come una annuale ad uso esclusivo dei cimiteri. In pratica le piante che vi ho elencato sono perfette per un piccolo giardino di città a bassissima manutenzione. Ma non ho ancora scritto come ci si procura un Clerodendro… in realtà è molto facile, basta avere un po’ di spirito di osservazione e di faccia tosta. Individuato un bell’esemplare in un giardino, basta presentarsi a primavera e chiedere, con gentilezza, un paio di getti della pianta, visto che ogni anno ne produce una certa quantità che è meglio eliminare per non creare un boschetto. Questi getti, che hanno sempre qualche radice, vanno piantati direttamente in terra e accuditi nelle prime due estati per non farli seccare, negli anni successivi basterà controllarli nei momenti di maggiore siccità e aiutarli con qualche annaffiatura di emergenza, poi diventeranno completamente autonomi.
Di Ippolito Pizzetti vi parlerò prossimamente, intanto un consiglio: regalatevi l’Enciclopedia dei Fiori e del Giardino da lui curata per Garzanti, è la fonte principale di notizie per tutti i più comuni siti e blog che scrivono di piante, ma che troppo spesso non citano l’autore.

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Giovanna Mattioli

È un architetto ferrarese che ama i giardini in tutte le loro forme e materiali: li progetta, li racconta, li insegna, e soprattutto, ne coltiva uno da vent’anni. Coltiva anche altre passioni: la sua famiglia, la cucina, i gatti, l’origami e tutto quello che si può fare con la carta. Da un anno condivide, con Chiara Sgarbi e Roberto Manuzzi, l’avventurosa fondazione dell’associazione culturale “Rose Sélavy”.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

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Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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