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PUNTO DI VISTA
Cittadini o consumatori: sei riflessioni sulla crescita del Pil e l’aumento inesorabile dei bisogni

Se si osserva la società dal punto di vista dei bisogni, liberi per quanto possibile dai preconcetti del pensiero unico economico che quotidianamente ci assedia con PIL, Spread, Dow-Jones, FTSE e simili amenità, il nostro sguardo si apre su prospettive e paesaggi  molto diversi da quelli che siamo abituati a vedere solitamente. Liberati un poco dal pregiudizio, da molti cliché e fors’anche da qualche strisciante ideologia, possiamo perfino immaginare che il fine della società nel suo insieme possa essere espresso con un linguaggio e con criteri differenti da quello della crescita, della riduzione del debito pubblico, dell’aumento dell’occupazione.

Possiamo ad esempio ipotizzare che il fine della società non possa e non debba essere disgiunto dalla sua capacità di risolvere i bisogni dei suoi membri, possiamo immaginare che esso non possa essere pensato come completamente indipendente dal più vasto sistema ecologico dal quale le società sono emerse e traggono sostentamento, possiamo vedere la gabbia d’acciaio che Max Weber ci ha insegnato a riconoscere e mettere in dubbio la presunta certezza di vivere in un mondo disincantato, indifferente alla sorte degli umani.

Siamo tuttavia così immersi nel brodo dell’informazione mainstream che un simile passaggio (mettere tra parentesi l’ideologia economica imperante) risulta essere molto difficile, ed è percepito dai più come un esercizio poco utile, se non completamente insensato. Cosa possiamo scoprire se osserviamo il nostro mondo da questa prospettiva particolare e, nell’osservarlo, immaginiamo di farlo assumendo diversi punti vista che possano essere rappresentativi di differenti posizioni dentro la struttura sociale?

1. Lo spirito del consumismo
All’alba del pensiero diventato oggi egemone (siamo nel 1955, l’epoca dipinta nei suoi aspetti positivi dalla situation comedy Happy Days), un economista allora molto autorevole Victor Lebow, membro del gruppo di analisti economici del Presidente degli USA Eisenhower, se ne uscì con questo asserto, che è la chiave di volta dell’intero edificio della “nostra” società del consumo:

«La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, a trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e sostituiti ad un ritmo sempre maggiore».

Questa prospettiva, nella quale viviamo oggi completamente immersi come il pesce nell’acqua, al punto di non sapere neppure più cosa si intendesse (e si intenda) con il termine consumismo, pone la nozione stessa di bisogno su una base che ne determina in buona sostanza la dissoluzione. In un contesto di sovra-produzione, tutte le vecchie nozioni che si fondavano sulla penuria di beni e i rischi derivanti da eventi esterni imponderabili, sull’esigenza di mantenere una centratura rispetto alle esigenze basilari dell’esistere, vengono messe in discussione e presto cadono nell’obsolescenza; di fatto parlare di bisogno, almeno al livello di politica economica, diventa inutile poiché la prospettiva più importante, se non unica, diventa quella del consumo.

In che modo dunque, all’interno di questa prospettiva, le nostre società rispondono al bisogno? Superata la soglia della produzione di una massa di beni statisticamente sufficiente a coprire i bisogni primari di sussistenza, sostanzialmente attraverso 7 meccanismi fondamentali il cui scopo è appunto quello di aumentare i consumi:

  • la manipolazione sistematica dei sistemi di desiderio attraverso l’educazione al consumo che inizia fin dai primi anni di vita (“consumo quindi sono”);
  • l’obsolescenza programmata delle merci prodotte (i beni devono durare poco per essere      sostituiti spesso) che si coniuga con il fascino dello sviluppo tecnologico;
  • la moda con tutte le sue implicazioni (ciò che ha ancora piena funzione d’uso deve essere rigettato in quanto non socialmente adatto);
  • lo specialismo esasperato e diffuso, dove il ruolo dell’esperto porta allo svuotamento sistematico delle capacità che possono rendere autonoma la persona e alla loro sostituzione con prestazioni a pagamento (“non so fare nulla che esca dal mio ambito ma so a chi rivolgermi”);
  • la sostituzione di attività prima svolte informalmente nelle reti comunitarie e familiari, con prestazioni specialistiche a pagamento;
  • la credenza acritica che la crescita del PIL sia l’unica via ed indispensabile per far crescere la torta da spartire, creare lavoro e quindi far entrare sempre nuovi consumatori nel sistema (è necessario crescere indefinitamente);
  • l’estensione forzosa del modello ritenuto (unico) portatore di benessere in tutto il pianeta e, con esso, dello stile di vita occidentale, ovviamente presentato come (unico) portatore di libertà e di democrazia.

2. Siamo ancora in grado di riconoscere i nostri bisogni?
Lasciamo i suggerimenti del consigliere del presidente degli anni ’50 e proviamo ora a recuperare una sana prospettiva soggettiva, cambiamo punto di vista e consideriamo il tema del bisogno (nella duplice accezione di carenza e di motivazione all’azione) secondo ciò che percepiamo e sentiamo come persone, come singoli esseri sociali dotati di corpo, di emozioni e di pensieri. Con un impegno che ci è stato insegnato dalla fenomenologia, cerchiamo di mettere tra parentesi il nostro ruolo sociale e tentiamo di individuare in cosa consistono i nostri bisogni: ne scaturirà un elenco simile al seguente, proposto da un altro economista, Manfred Max-Neef (per non citare sempre il citatissimo Maslow), un personaggio decisamente diverso da quello citato in precedenza:

  • Sopravvivenza
  • Protezione
  • Affetto
  • Partecipazione
  • Ozio
  • Creazione
  • Identità
  • Libertà
  • Spiritualità

Osserviamo questo elenco, liberi per quanto possibile da soluzioni precotte e preconfezionate, affrontiamolo in modo creativo, e chiediamoci in quali modi possa essere affrontato da singoli soggetti e in quali modi concretamente lo affrontiamo nella nostra vita. Da questo punto di vista, chiamati in causa direttamente, siamo decisamente più propensi a credere che l’economia debba servire alle persone, piuttosto che le persone servire all’economia.

3. Il marketing ovvero l’arte di vendere e costruire nuovi bisogni
In che modo la nostra società tende attualmente ad interpretare ed onorare tutti ed ognuno di questi bisogni? Secondo l’ipotesi mainstream o neoliberista, proprio e solo attraverso i mercati, la crescita forzosa del PIL e la conseguente corsa sfrenata al consumo (ben espressa dalla famosa PublicitàProgresso (!) “Fai girare l’economia”). Questa visione è esemplarmente sintetizzata in alcuni detti recentissimi (verbatim) che girano nel mondo (affascinante) del marketing, il sottosistema economico deputato per antonomasia a far crescere le vendite (e i consumi) che, sul tema dei bisogni, ha uno sguardo tanto originale quanto interessato:

    • “la pubblicità non è più l’anima del commercio, ma il commercio dell’anima”;
    • “senza sogno non c’è bisogno”;
    • “il consumatore compra emozioni, non materia: un marchio senza emozione è solo merce”;
    • “siamo ciò che compriamo”.

Considerati a prescindere dal loro appeal creativo ed attuale, questi motti esprimono perfettamente l’idea di un consumismo ormai orientato a dare risposte proprio a quelle che sembrerebbero essere le aspirazioni più alte e “spirituali” dell’uomo (il modello Marketing 3.0 dal prodotto, al cliente all’anima, discusso da P. Kotler nell’omonimo libro).

1. CONTINUA

L’APPELLO
Crowdfunding Ferraraitalia, ultimi sei giorni per contribuire alla libera informazione

Restano solo sei giorni per sostenere con il vostro contributo lo sviluppo di Ferraraitalia. Domenica termina la raccolta del crowdfunding e trarremo il bilancio di un’operazione comunque già oltremodo positiva poiché il traguardo fissato all’inizio, quello dei cinquemila euro, è già stato raggiunto e oltrepassato. Siamo a 5.230 euro e c’è ancora un po’ di tempo per migliorare ulteriormente il risultato e contribuire a dare forza alla libera informazione. Abbiamo tante nuove idee per un rilancio in grande stile del giornale, il cui tratto distintivo resterà sempre quello dell’indipendenza e dell’assoluta autonomia di giudizio. Per questo ci rivolgiamo direttamente a voi lettori. Con i contributi raccolti provvederemo a dotarci di una sede redazionale che sarà la casa di Ferraraitalia: un luogo di lavoro per la redazione e di incontro con chi ci legge e ci sostiene.

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Ecco l’elenco di chi ha finora contribuito al progetto (alcuni hnno preferito non rendere pubblico il loro nome). A ciascuno esprimiamo la nostra profonda gratitudine:

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Simonetta Sandri
Vincenzi Paolo
Claudio Ramponi
Luca Zucchi
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Anpi provinciale di Ferrara
Giuseppe Sarti
Vincenzi Eleuterio
Vincenzi Maurizio
Daniele Lugli
Associazione amici dei musei e dei monumenti ferraresi
Giovanni Fioravanti
Tito Cuoghi
Fiorenzo Baratelli
Spi Cgil Ferrara
Fabio Zangara
Paola Forlani
Anna Maria Baraldi Fioravanti
Alice Pelucchi
Fabrizio Saccenti
Federmanager Ferrara
Massimo Maisto
Carla Collina
Patrizio Fergnani
Cesare Ricchiuti
Gabriella Cavalieri
Franco Stefani
Leonardo Facchini
Leonardo Facchini
Leonardo Facchini
Gianluca Fratini
alessandra chiappini
Mario Caniatti
Patrizia Moretti
Catian Boni
Roberto Vincenzi
Alberto Pizzirani
Rolando Bellani
Giorgia Mazzotti
Carlo Alberto Cova
claudio allegra
Michele Andreotti
marco bonora
Andrea Bighi
Giuseppe Milone
Elisabetta Vincenzi
Mandini Paolo/Cardinali Paola
Stefano Pavani
Giovanni Samannà
Raffaele Rinaldi
Riccardo Pareschi
Giovanni Cocconi
Giovanni Cocconi
Lucia Marchetti
Gianni Venturi
Iris Corberi
Simonetta Sandri
Fernando Baraldi
Sara Cambioli
Camilla Ghedini
Raffaele Giordani
Paola Conconi
Andrea Boldrini
luca gavagna
Chiara Bertelli
raffaella parizzi
Ivana Cambi
Simone Ferraresi
Federico Varese
Enrico Testa
Davide Bassi
alberta e ranieri varese
maria cavalieri
Paola Bonora
Elisa Uccellatori
Leonardo Fiorentini
Francesco Ragusa
Maria Conconi
Maurizio Andreotti
Cinzia Pagnoni
Elena Tamburini
mario sunseri
Andrea cirelli

LETTURE
Quando la Natura ha i suoi diritti

Cormac Cullinan
Cormac Cullinan

Corman Cullinan, un avvocato sudafricano esperto di “governance” ambientale (socio fondatore della Cullinan&Associates Inc., studio legale di Città del Capo), firma il testo che Vandana Shiva definisce come una pietra miliare del percorso volto a garantire la sopravvivenza della specie umana e la salute della Madre Terra. La giurisprudenza creata dall’uomo non basta più, è giunto il momento di sottostare e rispettare la legge universale della Natura, pensa Cullinan.

I-DIRITTI-DELLA-NATURA
Il volume I diritti della natura

Diviso in quattro parti, il libro insiste sulla necessità di allineare il pensiero ambientalista moderno con il diritto, facendoli convergere in una visione innovativa che possa far uscire il mondo dall’emergenza ecologica e umanitaria che ci si trova a vivere oggi. Principalmente sono criticati i falsi presupposti dei nostri sistemi amministrativi, secondo i quali gli esseri umani sarebbero separati dal loro ambiente e per i quali la prosperità sarebbe indipendente dalla salute della Terra. In realtà, la nostra salute e benessere non dipendono dallo sfruttamento della Terra, ma al contrario dalla conservazione dell’ecosistema globale. Strutture di governance, giurisprudenza e leggi consolidano, invece, l’illusione della separazione e dell’indipendenza. Gli esseri umani sono, nei sistemi legali attuali, gli unici soggetti dell’universo. Bisognerebbe, invece, pensare come il professor Christopher Stoner, che già nel 1972 scriveva un articolo innovativo, “Should Tree Have Standings? Toward Legal Rights for Natural Objects”, base della riflessione sul tema dei diritti nella prospettiva di una Terra al centro di tutto. Accettare e capire che la Terra è una partecipazione di soggetti e che i diritti nascono dove nasce l’universo e non solo dalla giurisprudenza significa che non è più possibile affermare che gli esseri umani abbiano dei diritti senza concedere che anche gli altri membri della comunità Terra abbiano i loro. Questo perché i diritti esistono nel contesto delle relazioni.

La sfida della giurisprudenza della Terra sarà, allora, quella di sviluppare metodi di governo che impediscano agli esseri umani di violare i diritti fondamentali della natura. Perché, come brillantemente conclude Cullinan, c’è qualcosa di ribelle nei germogli, riservati per natura e che non si vede mai quando spuntano. E se le idee sono come i germogli, questo libro “ribelle” potrà essere il seme di una nuova filosofia. E perché anche un albero ha un diritto di denuncia…

C. CULLINAN, I diritti della natura – Wild law, Zeitgest, Piano B edizioni, Prato, 2012, p. 261.

LA BELLEZZA CI SALVERA’
Gli occhi sull’anima delle cattedrali di Firenze e di Siena

Un evento imperdibile per i cultori dell’arte medievale e per gli amanti del bello in generale, quello che si sta svolgendo nel Battistero di Firenze.

Fino all’8 settembre prossimo rimarrà esposta, e soprattutto visibile da pochi metri di distanza, la grande vetrata istoriata, legata al piombo, dell’occhio centrale della cattedrale di Santa Maria del Fiore, posta dietro il rosone centrale da oltre sei secoli e restaurata in questi ultimi mesi dalla storica ditta vetraria artistica Polloni di Firenze.

Ghiberti vetrata battistero
Vetrata di Lorenzo Ghiberti

La vetrata circolare raffigura l’Assunzione della Vergine e venne collocata sul portale principale della Cattedrale nel 1405. È un gioiello dell’arte medievale: i cartoni furono disegnati da Lorenzo Ghiberti alle fine del Trecento, come parte di un ciclo di oltre quaranta vetrate istoriate ideate fin verso la metà del Quattrocento. Nei suoi Commentari Ghiberti riporta: “Disegnai nella faccia di Santa Maria del Fiore, nell’occhio di mezzo, l’assunzione di Nostra Donna e disegnai gli altri [vetri che] sono dallato”. Il Maestro fiorentino, scultore già famoso per le formelle della porta del Battistero, creò qui un’opera in vetro destinata a brillare per secoli di luce multicolore: il rubino, il topazio, lo smeraldo, lo zaffiro si alternano in tasselli in vetro dipinto assiemati con i listelli in piombo, dall’altrettanto celebre maestro vetraio del tempo Niccolò di Piero Tedesco.

La vetrata ha dimensioni da record: oltre 6 metri di diametro, circa dieci braccia fiorentine, divisa in 28 antelli. Per questo è da sottolineare l’ardita operazione di smontaggio, considerandone anche il posizionamento in altezza, a circa quaranta metri; il delicato contesto urbano entro cui si trova la cattedrale; il peso e naturalmente la preziosità artistica.

Il restauro della vetrata si è reso necessario per fronteggiare gli aggressivi fenomeni secolari di degrado superficiale, chimico e fisico, sul vetro dell’epoca, che hanno causato la perdita delle grisaglie fissate a caldo negli incarnatie e nei panneggi e lo scurimento per deposizione di patine, che pregiudicavano la vivacità dei colori dei vetri. In aggiunta, era necessario recuperare la stabilità e la verticalità dei piombi rilassati dal vento e dai cedimenti strutturali del telaio metallico.

Al termine dell’esposizione la vetrata tornerà al suo posto, lassù a oltre quaranta metri, per illuminare e guidare, come avrebbe voluto Ghiberti, i pellegrini e i visitatori che a migliaia ancora affollano la cattedrale oggi come nel Quattrocento.

Duccio vetrata Siena
Vetrata di Duccio di Buoninsegna

A “pochi passi” dal Battistero c’è un altro gioiello medievale, unico come il primo e altrettanto imperdibile, tanto da costringere a una visita: si tratta della grande vetrata absidale istoriata del XIII secolo installata nel Duomo di Siena, attribuita definitivamente a Duccio di Buoninsegna negli anni Cinquanta del Novecento, e restaurata all’inizio del Duemila dal Maestro restauratore bolognese Camillo Tarozzi.

La vetrata circolare, gigantesca come la precedente di Ghiberti, di 6 metri di diametro e frazionata in 14 grandi antelli, raffigura le Storie Mariane: i tre pannelli centrali raffigurano la Dormitio, l’Assunzione e l’Incoronazione della Vergine, accompagnate dalla raffigurazione laterali degli Evangelisti e di Santi e Patroni locali.

Se escludiamo alcune ipotesi fatte sull’occhio absidale dell’Abbazia di San Galgano, ora testimonianza scheletrica e affascinante, la vetrata di Duccio legata al piombo da un maestro vetraio rimasto sconosciuto è nel Duecento un unicum per le sue dimensioni e i soggetti.

L’originale vetrata policroma dagli sgargianti colori giallo blu e rossi è attualmente conservata al Museo dell’Opera, a fianco della cattedrale, mentre una copia prodotta con le tecniche duecentesche domina l’abside con la propria luce prorompente e mistica e dopo secoli ancora cattura l’attenzione dei nostri occhi e della nostra anima.

Due opere senza eguali nel mondo occidentale per colori e maestria compositiva che ispireranno posteri illustri. Il sacerdote e alchimista fiorentino Antonio Neri alla fine del Cinquecento scrive: “e se bene si dice, e pare sia vero, che l’arte non può arrivare alla natura, tuttavia l’esperienza in molte cose mostra e in questa particolarmente de i colori nel vetro, che l’arte non solo arrivi e adegui la natura: ma di gran lunga la superi e passi.

BORDO PAGINA
Le donne, i sensi e il potere

“Perché Anna, la protagonista de “La ragione dei sensi”, è una donna così indipendente e serena? Vorrei che tante sognassero di essere come lei… sarebbe già uno stimolo a desiderare l’autoaffermazione e la ricerca del proprio benessere”.

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La ragione dei sensi

Grazia, “La ragione dei sensi”, una storia erotica diversamente infinita?
Più che una storia infinita sembra essere una storia sempre attuale: all’epoca della prima edizione, pubblicata nel 2010 da Rusconi, scrivere di relazioni virtuali era piuttosto innovativo perché non era ancora così diffuso l’utilizzo dei social network e dei siti per instaurare un rapporto virtual-erotico. Adesso è attualissimo! Dopo aver ripreso i diritti dalla Rusconi ho tenuto “La ragione dei sensi” nel classico cassetto, rifiutando proposte da parte di altri editori. Poi l’estate scorsa ho deciso di scrivere a Stefano Mauri, proprietario del Gruppo Editoriale Mauri-Spagnol, per una questione che definirei “affettiva”: il primo romanzo erotico che mi ha segnata, in senso letterario, è stato “Le età di Lulù” di Almudena Grandes, edito proprio da TEA, e pensare al mio romanzo con apposto quel marchio, mi dava una sensazione di completezza!
Il testo è stato valutato personalmente da Stefano Res, direttore editoriale della casa editrice TEA, ed è stato pubblicato nella veste che avevo immaginato. In TEA ho trovato professionalità e collaborazione davvero onorabili, ho fatto i miei complimenti a Stefano Mauri per la cordialità e la competenza dello staff, non perché abbiano pubblicato il mio romanzo, ma per il loro metodo lavorativo e il rapporto che hanno con gli scrittori. Davvero un’ottima esperienza.

Grazia, le donne al potere, rivoluzione o ultima beffa patricentrica?
Le donne al potere sono una farsa, salvo pochi casi eccezionali, nei quali comunque hanno ottenuto potere per concessione maschile, innegabile. Con questo chiaramente non intendo affermare che le donne non abbiano le capacità e la determinazione per arrivare, ma semplicemente che ancora oggi sono un veicolo: vengono piazzate laddove servono alla macchina del potere per aumentare consensi, dove è necessario dimostrare che si è aperti e progressisti, ma non vedo ancora un effettivo riconoscimento delle capacità femminili. D’altro canto io sono tutt’altro che comprensiva con il modo di agire delle donne, ancora troppe vivono all’ombra della comodità, non si mettono realmente in gioco e non riescono a sopraffare quel senso di inferiorità che è stato attribuito al nostro genere dalla notte dei tempi. Posso sembrare acida, ma sono anni che dico alle donne che nessuno mai andrà a cercarle per dar loro il potere, che nessuno avrà per loro riconoscimento gratuito! Prendi me: sono in tante a dirmi che sono fortunata perché ho un marito che mi lascia fare questo lavoro, perché posso parlare di sessualità senza avere problemi con la gente, che posso frequentare ambienti culturali importanti, personaggi noti e altre cose del genere. Fortuna? Vogliamo fare un’altra intervista dove racconto i miei ultimi cinque anni? Più che avere la fortuna di poter vivere queste esperienze, ho avuto il coraggio di affrontarle e anche di affrontare la fatica che ha comportato e comporta! Ferrara non mi dava spazio, sono andata a cercarmelo a Roma, a Milano, ovunque ci fosse la possibilità di guadagnare affermazione. E tutto questo avendo una famiglia, difficoltà di salute, e mettiamoci pure la situazione post-terremoto, che mi vede ancora abitare nel giardino di casa dentro un modulo abitativo, in attesa che la Regione decida se la mia casa va abbattuta o solo ristrutturata. Non mi sto lamentando, semplicemente voglio che le donne capiscano che per uscire dalla condizione in cui la società ci vuole, siamo noi a doverci impegnare perché nessuno ci verrà a cercare. Il sistema è di chiara gerenza maschile e gli uomini al potere non sono poi così interessati a favorire le donne: vorrei che questo fosse chiaro alle donne!

Grazia Scanavini
Grazia Scanavini

Grazia Scanavini, La ragione dei sensi, TEA, 2015

Per maggiori informazioni:

www.graziascanavini.com/chi-sono

www.sensualmente-sensualmind.com

GERMOGLI
Pensioni
L’aforisma di oggi

Verranno restituite con l’assegno previdenziale di agosto le somme spettanti in qualità di rimborso della mancata indicizzazione delle pensioni operata per gli anni 2012 e 2013 ai trattamenti superiori a tre volte il minimo per effetto del decreto Salva Italia (Dl 201/2011).

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Maurizio Crozza

In futuro si andrà in pensione a 80 anni, l’anno dopo aver trovato il posto fisso. (Maurizio Crozza)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

SALUTE & BENESSERE
Noi ci rilassiamo, la nostra forza vitale si risveglia

I mesi estivi sono per molti di noi l’occasione per prendere una pausa, più o meno lunga, dalla frenesia della vita quotidiana. Ci sono diversi modi di rilassarsi e ricaricarsi. Di seguito vi proponiamo alcuni semplici esercizi per mantenere e aumentare la forza vitale intrinseca nel corpo umano non solo in vacanza, ma durante tutto il tempo dell’anno. Eseguiti giornalmente, questi esercizi consentiranno una salute migliore e di aumentare la propria vitalità.

Respirazioni

Seduti diritti e confortevolmente, posizionare la lingua appena sopra i due incisivi contro il palato. Chiudere la bocca e inspirare attraverso le narici, espandendo completamente i polmoni, e mantenendo l’apnea inspiratoria per circa 7 secondi. Espirare attraverso la bocca, con il proprio ritmo, mantenendo la lingua contro il palato. Eseguire questo esercizio per 7 respirazioni due volte al giorno. Questo è l’esercizio più semplice ma è anche il più importante.

Sollevamento delle braccia

esercizi vitalità
Sollevamento delle braccia

In piedi con le gambe divaricate in linea con le spalle, braccia in fuori all’altezza delle spalle.
Palmo della mano sinistra verso l’alto, palmo destro verso il basso.
Mantenere la posizione il più a lungo possibile, eseguendo delle respirazioni ampie e profonde. La durata ideale e di 5-10 min, ma bastano anche 5-6 min.
Al termine dell’esercizio, mantenendo le braccia tese, portarle in alto passando per fuori, non permettendo alle braccia di andare in avanti; in fine abbassare le braccia.

Rotazione delle anche

esercizi vitalità
Rotazione delle anche

Supini, braccia in fuori all’altezza delle spalle con il palmo sinistro rivolto in alto ed il destro verso il basso. Prendere contatto insieme con le ginocchia distese.
Sollevare la gamba sinistra mantenendola tesa e ruotare l’anca e la gamba sinistra sopra quella destra. Mantenere entrambe le spalle a contatto del terreno e respirare profondamente fissando la posizione fino a 5 minuti o finché si avverte dolore.
Eseguire l’esercizio fino a che non si e in grado di mantenere la posizione per 5 minuti senza avvertire dolore.
Ritornare alla posizione di partenza ed eseguire l’esercizio sul lato destro. Mantenere la posizione per 5 minuti o fino alla soglia del dolore su ogni lato una volta al giorno.
L’esercizio dovrebbe essere eseguito senza provare dolore.

Stretching spinale

esercizi vitalità
Stretching spinale

Seduti su una sedia con schienale diritto, in modo che le cosce siano parallele al pavimento e le gambe perpendicolari.
Flettersi in avanti in modo che i gomiti si vengano a trovare tra le ginocchia.
Ruotare le palma delle mani in fuori da ciascun lato e piegare le dita sotto ciascun arco plantare, posizionando i pollici sulla parte superiore del piede.
Lasciare che il rachide si stiri completamente in questa posizione. Respirare lentamente e completamente fino a 5 minuti. Eseguire una volta al giorno iniziando con cautela.

Esercizio in piedi n.1

In piedi contro il muro in modo che talloni, colonna lombare, dorsale e nuca tocchino la parete.
Sollevare le braccia in avanti con i pollici che si toccano, fino all’altezza delle spalle. Poi il più lentamente possibile portare le braccia tese sopra la testa e infine, toccare il muro. Più lenti si va meglio è.
Abbassare le braccia ritornando alla posizione di partenza.
Respirare lentamente e profondamente. Eseguire una, due volte al giorno.

Esercizio in piedi n.2

In piedi, a 1 / 1.5 metri di fronte ad un muro, con i piedi a distanza delle spalle, appoggiare le palma alla parete all’altezza delle spalle.
Piegare ii piu possibile le ginocchia, mantenendo i talloni a contatto del pavimento.
Mentre le ginocchia sono piegate, respirare profondamente per un minuto. Eseguire cinque ripetizioni, una volta al giorno.

esercizi vitalità
Esercizio in piedi n.1
esercizi vitalità
Esercizio in piedi n.2

Circonduzione delle spalle

esercizi vitalità
Circonduzione delle spalle

Seduti su una sedia con la schiena diritta ed entrambi i piedi appoggiati sul pavimento.
Flettere i gomiti e appoggiare i polpastrelli sulle spalle.
Respirando lentamente e profondamente, nella fase di inspirazione sollevare i gomiti verso il soffitto e flettere in basso il capo, mentre nella fase espiratoria, ruotare i gomiti in fuori e dietro verso la posizione di partenza, sollevando indietro il capo.

Eseguire 5 ripetizioni, 2-3 volte al giorno.

STORIE IN PELLICOLA
Batignole, il macellaio buono

Parigi, estate 1942, una Francia sotto l’occupazione tedesca, con il governo collaborazionista di Vichy del maresciallo Petain, una pagina nera della storia francese, una macchia che resta per molti indelebile. Le vite dei francesi che scorrono lente, nella paura e nel sospetto del tradimento, molte che incappano in avventure che salveranno altre vite. Il caso di Edmond Batignole, simpatico macellaio titolare dell’omonimo negozio, che viene suo malgrado coinvolto dal futuro genero, arrogante e attivo collaborazionista, nell’arresto della famiglia ebrea dei Bernstein, suoi vicini di casa.

batignole
La locandina

Simon, uno dei giovani figli dei Bernstein, riesce a scappare ma, presentatosi alla soglia di casa, convinto di trovarne i genitori, scopre che Edmond e la sua famiglia ne hanno preso possesso e vivono lì. Edmond, sentendosi in colpa, decide di nascondere il ragazzo, il quale viene presto raggiunto da due cuginette i cui genitori sono stati a loro volta deportati. La permanenza dei ragazzini nella soffitta del palazzo si protrae per lungo tempo, finché Batignole decide di aiutarli nella loro fuga di salvezza verso la Svizzera, con l’aiuto dei soldi ricavati dalla vendita di un quadro di valore appartenuto al padre di Simon.
Le avventure saranno tante, con screzi, incomprensioni e divergenze ma anche con tanti divertenti scambi di battute ironiche e pungenti fra un ragazzino colto dell’alta borghesia parigina (figlio di un noto medico, Simon parla tedesco, inglese e russo, oltre a suonare benissimo il violino) e un bottegaio sempliciotto. Un film che, per certi aspetti, assomiglia a “La Vita è bella”, una tragi-commedia che sa parlare di un dramma come l’Olocausto con toni leggeri che arrivano ogni tanto anche ad avere il sapore della farsa. Simon non è in realtà la classica vittima, ma un ragazzino saccente e petulante, a volte troppo conscio della sua superiorità culturale rispetto a Edmond.

batignoleL’originalità del film sta anche nell’affrontare il tema della Shoah non dal di dentro, come spesso avviene, ovvero dalla parte del popolo ebreo, ma dal di fuori, con lo sguardo di quella piccola e media borghesia francese che vi rimase indifferente, che scelse di non voler sapere, che restò a guardare silente per non perdere i propri privilegi, preoccupata solo del quieto vivere e di mantenere una sorta di tranquillità apparente. Se Edmond era uno di loro, il film è però la storia della sua trasformazione, della sua presa di coscienza, del suo riscatto. Un eroe per caso, come ve ne sono stati tanti. Con un lieto fine e una mano leggera che risparmia sentimentalismi e immagini forti o violente.

“Monsieur Batignole”, di Gerard Jugnot, con Gerard Jugnot, Michele Garcia, Jules Sitruk, Jean-Paul Rouve, Francia 2002, 100 mn.

LA NOTA
Alla luce di un lampione

Ferrara in questi giorni è bellissima, pesantemente afosa, ma bellissima. In alcune ore della giornata è deserta, un paesaggio quasi surreale. Solo le cicale sembrano avere il fiato che manca a quelle poche anime che si aggirano accaldate per i vicoli della città. Se poi è un venerdì sera di fine luglio, l’effetto è amplificato dall’assenza di chi è scappato verso i lidi alla ricerca di un qualche refrigerio lontano.
Tornando ogni tanto, dai freschi fine settimana moscoviti, mi piace aggirarmi per i viottoli antichi da sola, in compagnia della mia fulminea macchina fotografica e del mio taccuino curioso e colorato. Anche un lampione ha la capacità di incuriosirmi e di scatenare la mia fantasia libera e leggera in questi ultimi scampoli di vacanze. Non è il caldo che dà alla testa, ma il fascino del girovagare senza pensieri. I lampioni sono tanti, pronti a illuminare la città, in attesa di lanciare qualche raggio di luce a una coppia che lì sotto si bacerà romanticamente e appassionatamente, a due amici chiacchierini che parleranno del loro futuro, a un’anziana e simpatica signora che passeggerà con il suo cocker dolorante.
Quei lampioni hanno visto tanto, storie di una città che ride e che soffre, aliti di parole di chi si è lasciato e di chi si è ripreso, al fioco bagliore di quella luce incantata. Sotto di loro domande di fidanzamento, un bacio appassionato, promesse di amore eterno. Un bambino che apre una caramella, un braccialetto donato all’amichetta dai boccoli biondi, una lettera misteriosa aperta all’improvviso, una pagina di giornale che comunica un lieto evento, un cagnolino che fa pipì. E poi una zanzara schiacciata, una mosca scacciata, un signore che cerca di pulirsi la scarpa dal chewing-gum lasciato cadere da un punk scriteriato, una carezza nell’ombra rubata al tramonto della sera. Un viaggio che si progetta, un film che è piaciuto, un libro sfogliato che ha ridato una forza perduta, un messaggio lasciato in una bottiglia di birra, un biglietto del pullman regalato a chi percorrerà centinaia di chilometri per rivedere la sorella in Ucraina. Scambi di doni, scambi di pensieri, di parole, di speranze, di gioie, di dolori, di amori, di amicizie, di giorni e di vite. Questo sono i lampioni di Ferrara. Sotto di essi il tutto. Che felicità.

INTORNO A NOI
La buona vernice: impresa etica tra utopia e realtà

“L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

(Costituzione della Repubblica Italiana, art.41).

Nel panorama della teoria e della pratica aziendale è sempre più facile imbattersi in espressioni come bilancio sociale, bilancio di sostenibilità, codice etico, accountability e certificazione degli standard di qualità dell’impresa: tutti documenti attraverso i quali l’azienda tenta di rileggittimare la propria attività, dichiarando la propria attenzione verso la comunità di riferimento, enfatizzando il proprio legame con il territorio e il proprio impegno per la sua tutela, dal punto di vista culturale e/o ambientale. In altre parole si asserisce di essere un soggetto economico che, perseguendo il proprio interesse prevalente, contribuisce a migliorare la qualità della vita dei membri della società in cui è inserito.
Salvo poi scoprire che nella realtà dei fatti spesso questi rimangono solamente documenti, dichiarazioni d’intenti formali, che non si traducono nella vita quotidiana delle aziende o, sarebbe meglio dire, di coloro i quali in quelle imprese lavorano, delle loro famiglie e dei territori sui quali avviene la produzione.
Insomma la “fabbrica per l’uomo” di olivettiana memoria rimane una bella utopia. Spesso, ma fortunatamente non sempre. Stando a “Corriere Imprese”, l’inserto economico del Corriere della Sera, in particolare in Emilia Romagna si possono contare alcuni imprenditori impegnati come l’industriale di Ivrea a “distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia”, attraverso finanziamenti per progetti sociali e istituzioni culturali e scientifiche erogati direttamente o attraverso fondazioni di impresa.
Fra questi c’è Lino Aldrovandi, ad di Renner Italia, che nel 2015 ha deciso di strutturare i propri interventi a favore del no-profit addirittura attraverso una piattaforma di responsabilità sociale: “La buona vernice”. L’elemento innovativo de “La buona vernice” è che i finanziamenti verranno erogati attraverso un sistema di votazione on-line su www.labuonavernice.it.

Il nome deriva forse dal core business di Renner: vernici all’acqua per legno. L’azienda è nata dal 2004, quando Adrovandi viene licenziato dalla multinazionale statunitense che ha acquisito l’azienda da lui amministrata. Lui non ci sta, raggiunge un accordo con gli eredi del fondatore della sua ex azienda e il maggiore azionista della Renner Sayerlack, società brasiliana detentrice di know-how nell’ambito delle vernici per il legno e leader di mercato in Sudamerica. A credere in questo nuovo progetto sono anche i ricercatori chimici e diversi dipendenti dell’altra azienda, che si dimettono per seguire Aldrovandi. In questi anni Renner è diventata la dimostrazione che business ed ecosostenibilità non sono binari divergenti; con i suoi prodotti ha restaurato gratuitamente le parti lignee dell’antica Torre Prendiparte di Bologna e ha rivestito l’Albero della Vita di Expo Milano 2015. E soprattutto ha davvero messo in pratica un sistema di produzione etico e sostenibile per l’ambiente e per i suoi dipendenti: grazie a un accordo sottoscritto con Filctem Cgil dal 2012 nelle bustepaga viene incluso anche il 50% del risparmio energetico, mentre dal 2013 ha preso il via “Uno stipendio in più per tutti” che prevede la suddivisione tra tutti i 250 dipendenti del 15% degli utili.
Dunque, a quanto pare, davvero una “buona vernice” di nome e di fatto.

La buona vernice
Una delle immagini del concorso “La buona vernice”

Dal 15 maggio su www.labuonavernice.it è stato indetto un concorso, che si concluderà martedì 1 settembre, attraverso il quale Renner destinerà una donazione complessiva di 35.000 euro a 10 progetti di rilevanza sociale presentati da organizzazioni no-profit impegnate sul territorio della provincia di Bologna in ambiti di solidarietà e servizi di assistenza, promozione della cultura, incentivazione alla pratica sportiva fra i giovani. Sono 76 le associazioni candidate al finanziamento, i cui progetti si possono consultare e votare sul sito. L’associazione Nuovamente ha per ora conseguito il maggior numero di preferenze. Propone la realizzazione di laboratori sui temi della legalità e della corruzione, con studenti delle scuole superiori e dell’università di Bologna, che diventeranno protagonisti di una campagna comunicativa per e nella comunità; Bologna Studenti vorrebbe rendere il suo doposcuola gratuito sempre più inclusivo attraverso figure specifiche che aiutino in tutte le materie e nell’insegnamento dell’italiano, per combattere dispersione scolastica e emarginazione; l’associazione SenzaSpine vuole realizzare spettacoli che includono anche la presenza di attori, ballerini ed effetti visivi e portare con la sua orchestra di under 30 la musica classica in luoghi in cui è difficile da incontrare; mentre l’associazione Banco di Solidarietà di Bologna ha presentato “1€ = 1kg” per acquistare pacchi di pasta e generi alimentari per le oltre 260 famiglie che assiste a Bologna. Questi sono solo alcuni esempi, fra i partecipanti ci sono anche Avvocati di Strada Onlus e la circoscrizione regionale di Amnesty International e molti altri.

Maggiori info su: www.labuonavernice.it

LA SEGNALAZIONE
Crowdfunding Ferraraitalia, obiettivo raggiunto.
E la raccolta continua online e alle Duchesse

Cinquemila volte grazie. Forte del sostegno dei propri lettori, Ferraraitalia ha centrato in anticipo l’obiettivo di raccolta del crowdfunding. E non è finita! Il bersaglio era decisamente ambizioso, il conseguimento per nulla scontato. Anzi, rappresentava per noi una sfida e un banco di prova. La nostra gratitudine, sincera e profonda, va a tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questo straordinario risultato: cinquemila euro già donati. Oltre novanta cittadini hanno finora aderito all’appello, sottolineando così l’affinità di valori con Ferraraitalia e il proprio apprezzamento. Non potendo citarvi uno per uno esprimiamo a ciascuno di voi la nostra autentica riconoscenza. La stessa che nutriamo per chi, nei giorni scorsi, ha contribuito in forma associativa, riconoscendo le radici di un impegno condiviso: ci riferiamo allo Spi Cgil, sindacato pensionati di Ferrara; all’Anpi, associazione partigiani provinciale ferrarese; e agli Amici dei musei e dei monumenti ferraresi.

Rimangono ancora 12 giorni per incrementare la raccolta e irrobustire le basi di questo nostro atipico quotidiano che ha scelto di praticare la strada dell’approfondimento informativo e si pone al servizio della comunità stimolando il confronto, contrastando il pregiudizio e cercando di alimentare le basi della conoscenza.
Domani sera dalle 20 saremo al Giardino delle duchesse, in occasione dell’ultimo appuntamento del ciclo Autori a corte. Sarà una bella cornice di incontro, Chi vorrà potrà versare direttamente il proprio contributo a sostegno dell’informazione libera e indipendente, quella che Ferraraitalia si impegna praticare con coerenza ogni giorno.

Nei dodici giorni restanti confidiamo lieviti ancora il budget che contribuirà all’acquisizione di uno spazio redazionale, concepito come luogo di lavoro e al contempo come punto di incontro e di riflessione condivisa con i lettori. Un surplus di cassa consentirebbe l’organizzazione di una grande conferenza pubblica alla quale pensiamo da tempo. Vorremmo ragionare, senza scontati rituali e sulla base di proposte concrete, dello sviluppo e del futuro della nostra città, riprendendo il filo sviluppato sulle nostre pagine online e intessuto già lo scorso gennaio durante il ciclo di appuntamenti alla biblioteca Ariostea.

Continuate a sostenerci (clic qua per versamento online sulla piattaforma Ginger) per scrivere insieme le pagine del nostro cammino comunitario.

[Sergio Gessi]

L’INTERVISTA
“Non solo denaro, ma relazioni e comunità”: il crowdfunding territoriale di Ginger

Quando mancano ormai pochi giorni al termine della nostra campagna di raccolta fondi dal basso “Una redazione condivisa per Ferraraitalia” (clicca qui per saperne di più progetto), torniamo a parlare dello strumento del crowdfunding e questa volta lo facciamo incontrando chi ci ha accompagnato per questo tratto di strada: Agnese Agrizzi di Ginger.

logo Ideaginger
Il logo di Ginger

Ginger, cioè Gestione Idee Nuove Geniali Emilia Romagna, è una piattaforma di crowdfunding territoriale fondata nel 2013 da Agnese, Virginia, Martina, Nicole e Caterina, cinque ragazze che hanno trovato il modo per far incontrare formazione umanistica e manageriale offrendo ad associazioni, start-up e altre realtà della nostra regione e non solo consulenze e formazione per sviluppare la propria campagna di crowdfunding. Le parole d’ordine sono territorio e comunità, mentre la filosofia che anima la loro azienda è: “Le idee non dormono mai!”

La filosofia del crowdfunding è “Non tanto da pochi, ma poco da tanti”, perché piccole somme aggregate possono fare la differenza.
Sì, la specificità dello strumento del crowdfunding, rispetto alle altre forme di finanziamento, è la richiesta di una partecipazione attiva delle persone che donano: non si tratta perciò semplicemente di chiedere una somma, ma di aprire il proprio progetto a una partecipazione collettiva, di chiedere alle persone un coinvolgimento diretto. Per questo il crowdfunding è perfetto per tutte quelle realtà che hanno non soltanto bisogno di raccogliere finanziamenti, ma anche l’esigenza di aprire le proprie porte alla partecipazione di una comunità.

Una comunità che può essere, anzi deve essere, sia sulla rete sia sul territorio di riferimento, no?
Il bello del web è appunto che non ha confini, perciò tutto il mondo virtualmente può sostenere un progetto. Allo stesso tempo nessun progetto può funzionare se rimane esclusivamente virtuale: serve un’interazione reale, la creazione di una rete di relazioni che deve uscire dal web e coinvolgere fisicamente le persone. Il crowdfunding territoriale ha dalla sua proprio questo vantaggio: può permettersi di usare sia le leve del web, sia quelle del territorio. Per questo puntiamo molto anche sugli eventi e sulla raccolta off-line nelle nostre campagne: fare eventi significa incontrare concretamente i donatori e convincerli davvero che il proprio progetto merita di essere finanziato. In altre parole, ci si mette davvero la faccia e questo è un fattore fondamentale nel crowdfunding.

Dunque il crowdfunding può essere considerato anche uno strumento per creare e consolidare il riconoscimento sociale di un progetto nella comunità di riferimento? E in questo modo diventa anche una leva di sviluppo economico e sociale…
Sì, esatto. Come Ginger in due anni abbiamo assistito alla nascita di circa 50 progetti territoriali che hanno utilizzato la nostra piattaforma per dare inizio alla propria attività, nel settore culturale e creativo ma non solo. Per farlo, hanno prima dovuto fare un’analisi di mercato confrontandosi così con quella che sarebbe stata la loro community di riferimento anche nel prosieguo della loro esistenza, hanno avuto così modo di capire quali linguaggi usare, quali domande avevano più risposta. Ecco che il crowdfunding diventa uno strumento per far iniziare un’impresa con il piede giusto, cioè una buona consapevolezza del pubblico al quale si riferisce e delle sue caratteristiche, dandole così anche maggiori opportunità di rimanere in attività sul lungo periodo.

Agnese, il crowdfunding è ancora uno strumento poco conosciuto in Italia. Da quanto è arrivato nel nostro paese?
In Italia si parla di crowdfunding da non più di tre anni. Nell’ultimo anno se ne è parlato molto più spesso, grazie anche a progetti come “Un passo per San Luca”, che abbiamo curato noi (piattaforma on-line per il finanziamento del restauro dei portici di San Luca, ndr): ha coinvolto una città intera e raccolto circa 340.000 euro, ma è anche diventato un modello di buone pratiche di cui si è parlato sui giornali e in tv. Oggi questa parola è meno straniera e più vicina alle persone, speriamo che vada sempre meglio.

Rimanendo ancora in Italia: sono più i progetti profit o no-profit a ricorrere a questo metodo di finanziamento? E qual è la quota richiesta in media?
In Italia la parte più rilevante e anche il settore che raggiunge maggiori risultati è il no-profit, quasi un progetto su due raggiunge l’obiettivo. Questo è dovuto in parte al fatto che il profit si pone spesso traguardi più difficili, mentre il no-profit riesce a sfruttare anche fattori emotivi, che per il crowdfunding sono abbastanza importanti. Per quanto riguarda la quota media di finanziamento, ti posso dire che quella dei progetti che hanno successo a livello globale è di 4.000 dollari.

A proposito, secondo te qual è il segreto perché un progetto raggiunga l’obiettivo?
Il segreto del successo è la predisposizione da parte dei progettisti ad aprire la propria idea ai donatori: più il processo partecipativo è coinvolgente, più la campagna funziona. Un altro elemento fondamentale è quanto i progettisti si divertono durante la campagna: lo noto quotidianamente, i risultati si vedono subito.

Ginger
Le ragazze di Ginger

Parliamo un po’ di voi, come e quando è nata Ginger?
Ginger è nata nel giugno 2013 a Bologna. Insieme a Virginia, Martina, Nicole e Caterina, abbiamo deciso di unirci, pur venendo da background diversi: io vengo da Lettere e filosofia, Virginia da Lingue e letterature straniere, Nicole viene dal Dams indirizzo Arte e Caterina dall’indirizzo Musica, Martina da Scienze politiche. Ci siamo conosciute durante il corso di laurea magistrale in Gestione ed Innovazione delle Organizzazioni Culturali ed Artistiche: ha un’impostazione più pragmatica che teorica, con molte esercitazioni pratiche e lavori di gruppo, quindi ci ha permesso di lavorare insieme già durante gli studi e conoscerci anche a livello professionale. Così quando abbiamo iniziato eravamo un team già testato.
La differenza rispetto ad altre piattaforme è che cerchiamo di rimanere molto vicine ai progettisti, per capire insieme a loro qual è il modo migliore di fare crowdfunding per il loro progetto. Si potrebbe quasi dire che Ginger è una sorta di progetto di ricerca perché come fare crowdfunding è una storia ancora da scrivere in Italia ed è la domanda che ci facciamo tutte le mattine andando al lavoro: poter cercare la risposta fianco a fianco con i nostri progettisti ci permette di avere una visuale molto immediata di come si stia strutturando la pratica del crowdfunding nel nostro paese. Nel giro di due anni siamo riuscite a ottenere un grado di successo di circa il 60% e ne siamo molto orgogliose: significa che 6 progetti su 10 raggiungono il finanziamento, mentre in Italia le media è del 30%.

Quanti progetti avete seguito finora? Ce ne sono alcuni ai quali siete più affezionate?
Credo siano circa una settantina in due anni, attualmente sono dieci, compreso il vostro “Una redazione condivisa”. Ammetto di sì, ad alcuni siamo più affezionate. Per esempio abbiamo curato una piattaforma di crowdfunding per conto di Fondazione Nord Est, che riunisce le tre Confindustrie del Nord Est: si chiamava Fablab a scuola e serviva per finanziare 10 fablab all’interno di 10 istituti tecnici del Nord Est.

A proposito della nostra campagna “Una redazione condivisa”, avete altri progetti ferraresi oppure legati al settore editoriale e giornalistico?
Direi che non stiamo seguendo altri progetti su Ferrara, abbiamo invece ospitato un progetto legato all’editoria: si trattava della campagna per finanziare le spese di pubblicazione di un libro inchiesta sulla morte di Francesco Lorusso. Il tema era molto sentito ed è stato un caso di grande successo.

Ora la domanda fatidica: perché avete deciso un tratto di strada insieme a noi?
Abbiamo delle perplessità rispetto al mondo dell’editoria giornalistica in Italia: dal punto di vista gestionale è un settore molto difficile, vediamo testate in difficoltà e costrette alla chiusura, mentre altre sono legate ai finanziamenti pubblici o a partiti politici. Per questo creare un gruppo libero, di qualità e legato strettamente a un territorio ci sembra una bella sfida. Se Ferraraitalia ce la farà con il crowdfunding, porrà una solida premessa per lo sviluppo delle attività della cooperativa. Insomma appoggiamo il progetto culturale, ma anche la volontà di approfondire il lavoro di squadra e il tema della comunità di lettori, tre caratteristiche fondamentali per il crowdfunding.

L’ultima domanda è sul futuro: sia per voi di Ginger, sia per quanto riguarda il crowdfunding in Italia.
I nostri obiettivi futuri sono: arrivare sempre più capillarmente nel territorio della regione, ci piace anche l’idea di poter replicare il modello Ginger su altri territori italiani, inoltre vorremmo lavorare sempre più sui beni culturali, proprio partendo dall’esperienza del Portico di San Luca, un progetto di rilievo portato avanti insieme a un’istituzione pubblica, ma che crediamo possa essere percorribile per molti altri casi. E poi c’è qualcos’altro nel cassetto a cui stiamo lavorando, ma che purtroppo non posso ancora rivelare. Per quanto riguarda il crowdfunding in Italia, io spero da un lato che aumenti la consapevolezza riguardo questo strumento da parte dei progettisti, dall’altro sono fiduciosa che la generosità degli italiani e la loro voglia di partecipare aiuterà sempre di più il successo delle campagne di crowdfunding.

Link correlati: Simonetta Sandri, Cos’è questo crowdfunding

Se vuoi partecipare al crowdfunding “Una redazione condivisa per Ferraraitalia” clicca qui.

INTORNO A NOI
Infradito da montagna

Passeggiata lungo il lago di Braies, omonima valle laterale alla Val Pusteria, il luogo incantato dove è girata gran parte della fiction Un passo al cielo per intenderci. Metà luglio, 1496 metri, un paradiso che giace ai piedi della parete rocciosa della Croda del Becco, all’interno del parco naturale Fanes-Sennes e Braies. Tanti turisti, tantissimi, molti attirati dalla casetta di Terence Hill, pochi altri guidati dall’amore per i colori di quelle acque cristalline, gli habitués che però poco alla volta scompaiono, perché travolti da masse zoccolanti e vocianti.

Lago di Braies
Il Lago di Braies

Nulla contro il turismo per tutti, per carità, ma si resta allibiti, se non basiti, di fronte a orde di turisti in infradito che percorrono i circa due chilometri di lunghezza del lago con borracce, cappellini e passeggini. Nella parte più ripida, con scalini irti degni di un colorato racconto himalayano, giovani aitanti imbracciano passeggini piegati su se stessi come poveri ombrellini stanchi e accaldati, mentre le mogli sudate (sempre in infradito dorate) portano i bambini sulle spalle. C’è anche chi carica passeggino e bambino di colpo, senza minimamente preoccuparsi dei rischi per lo stesso e per gli altri. Potete immaginare la tragedia di una caduta da un simile pendio? La mia sorpresa è grande, ma parlando con amici comprendo che i soccorsi della Val Pusteria, in particolare di San Candido, sono sempre più impegnati nel recuperare turisti avventati che affrontano impegnative ferrate con le infradito.

È apparsa su “La Repubblica” qualche giorno fa la notizia di alpinisti, avventori e famiglie che, lasciata la macchina al Pontal d’Entréves, salgono in quindici minuti di funivia sul tetto d’Europa, il Rifugio Torino sul Monte Bianco, 3466 metri. Fin qui nulla di strano, se non fosse che gli avventurieri vi arrivano senza alcuna misura di sicurezza, senza attrezzatura adeguata, ma solo con pantaloncini, scarpe da tennis e spesso sandali o infradito. Non si resiste ai selfie sul ghiacciaio, pronti a postarli su facebook agli amici che si sciolgono al caldo delle città, avvolti da umido, afa e zanzare. Ma se salire sembra facile, quasi un gioco, con il ghiaccio non si scherza e le guide alpine lanciano l’allarme: c’è chi arriva a torso nudo, armato di macchina fotografica, bibita e panino imbottito; chi vorrebbe addirittura levarsi le ciabatte, per sentire sulle piante dei piedi il freddo della neve.

“È assurdo. Noi andiamo imbragati, legati e siamo esperti, e qui la gente viene con lo stesso atteggiamento con cui andrebbe al parco giochi. Ma la montagna chiede rispetto e prudenza”, dicono alcuni esperti. Ci sono i cartelli, le avvertenze, le note informative, in molte lingue, ma a nulla servono. Ci si domanda allora, vale la pena rendere accessibile un luogo così bello ma ostile? Sì, perché tutti hanno diritto alla bellezza. Ma se volete vederlo, fatelo bene, per favore, in sicurezza, per voi e per gli altri. Non ci vuole poi tanto.

IL FATTO
Incendio della Cleprin nel casertano. Antonio Picascia: “Ma non manderete in fumo un sogno”

Abbiamo conosciuto Antonio Picascia, amministratore delegato di Cleprin, in marzo quando è venuto a parlare a Ferrara ospite della cooperativa di commercio equo altraqualità, insieme a Simmaco Perrillo di NCO-Nuova Cooperazione Organizzata: una concreta alternativa di legalità per la rinascita della provincia di Caserta (leggi l’articolo).

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Incendio alla Cleprin, fabbrica di Sessa Aurunca nel casertano (foto tratta dal sito Vita.it)

Appena due giorni fa un incendio, le cui cause rimangono per ora sconosciute ma che lasciano pensare alla pista dolosa, ha seriamente danneggiato l’impianto industriale. Come segno di solidarietà con chi quotidianamente si impegna per un cambiamento economico e culturale nella propria terra, la redazione di Ferraraitalia ha deciso di pubblicare il comunicato di Pro Loco Voghiera e del Coordinamento Provinciale di Ferrara di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, con l’impegno di continuare a tenervi aggiornati sulla situazione.

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Uno dei post pubblicati sulla pagina Facebook della fabbrica di detersivi ecocompatibili Cleprin di Sessa Aurunca.

di Prolo Loco Voghiera e Coordinamento Provinciale di Ferrara di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie

La scorsa notte un vasto incendio ha devastato l’area produttiva della Cleprin Srl, industria chimica casertana specializzata nella produzione e vendita di detersivi industriali e nella produzione di detergenti in eco-dosi idrosolubili e completamente eco-compatibili.

Quella del suo amministratore delegato Antonio Picascia e di tutti i lavoratori dell’azienda è una doppia scommessa: la riappropriazione e rigenerazione del territorio campano attraverso la creazione di un sistema economico legale ed etico, come antidoto all’economia criminale. Nonostante i tentativi prima di infiltrazione nella Cleprin e poi di estorsione da parte del clan di Sessa Aurunca, affiliato ai Casalesi, Antonio ha scelto, infatti, la propria dignità e la propria libertà di imprenditore, denunciando l’accaduto alle forze dell’ordine.

Appena una quindicina di giorni fa, lo scorso 7 luglio, la delegazione del Coordinamento di Ferrara Libera e di Pro Loco Voghiera – nel corso del viaggio in Sicilia per consegnare alla Cooperativa Rita Atria il camioncino destinato a lavorare su un bene confiscato alle mafie – aveva fatto visita all’azienda e conosciuto Antonio, che aveva trasmesso ai giovani volontari il proprio impegno quotidiano contro la criminalità organizzata.

Le cause del rogo sono ancora sconosciute e al momento nessuna pista viene esclusa.

“La notizia ci ha lasciato senza parole – afferma Elia Fantini, segretario Pro Loco Voghiera e volontario del Coordinamento di Ferrara di Libera – solo pochi giorni fa siamo rimasti sbalorditi di fronte alla professionalità, allo spirito imprenditoriale, alla competenza e alla serietà della ditta Cleprin, del suo amministratore e di tutti i suoi lavoratori. Abbiamo conosciuto persone e professionisti in grado di fare della legalità e dell’impegno i valori fondamentali della loro attività economica, dimostrando potenzialità che sono un esempio per tutti noi ragazzi”.

“Si tratta, purtroppo, dell’ennesima conferma – aggiunge Donato La Muscatella, Referente per il Coordinamento di Ferrara di Libera – di quanto le organizzazioni criminali temano la rivoluzione culturale che sviluppano sul territorio aziende come la Cleprin, proponendo un modello imprenditoriale virtuoso che promuove i diritti di tanti e non la ricchezza di pochi. Ora più che mai bisogna far sentire ad Antonio Picascia e a tutti i lavoratori che non sono soli”

Pro Loco Voghiera e il Coordinamento di Ferrara di Libera vogliono ribadire la propria vicinanza e il proprio sostegno ad Antonio, a Simmaco e a tutti i lavoratori e collaboratori di Cleprin e Nuova Cooperazione Organizzata in questo momento così difficile: la battaglia per un’economia e una cultura di legalità è lunga e difficile, ma vale la pena combatterla e noi siamo al vostro fianco.

Il CASO
Il primato verticale del Burj Kalifa

2. SEGUE – Fra le prime cinque torri commerciali, i grattacieli, nella graduatoria stilata in architettura dal World’s Tallest Skyscrapers Emporis, risultano in ordine crescente di altezza:

5° posto Taipei 101 Taipei mt 509
4° posto Freedom tower New York mt 541
3° posto Abraj al Bbait La Mecca mt 601
2° posto Shangai tower Shangai mt 632
1° posto Burj Kalifa Dubai City mt 828

Un primo posto esaltato dalla notte del record senza collocazione nel tempo, tanto attesa a Dubai City dopo cinque anni di intenso lavoro, e non poche traversie finanziarie. La grande torre, la torre del Califfo, o Burj Khalifa, viene letteralmente incendiata da una cascata di fuochi d`artificio dalla sommità alla base. Arricchita da fontane con giochi d`acqua lanciati fino a 150 metri intonanti Il “Nessun dorma” di Pavarotti come un tributo alla grandiosità, il capolavoro dell`ingegneria viene resa al mondo in tutta la sua potenza estetica con la livrea argentea luccicante come un abito da sera formato da 150.000 metriquadrati di cristalli specchianti ad altissima prestazione.
La notte ha stelle, tante stelle, ma lo spettacolo per noi occidentali è fissato sul palcoscenico regale quando lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum entra nello spazio visuale, una “Le mille e una notte”, nella sua kandhoura bianca per inaugurare il Burj che a sorpresa si chiamerà Burj Khalifa, in omaggio allo sceicco Khalifa bin Zayed Al Nahayan, anche lui presente, sovrano di Abu Dhabi e finanziatore ultimo del progetto.
Per i più distratti, la torre di proprietà di Emaar Properties e progettata dall’architetto britannico Adrian Smith, è ispirata alle forme di un fiore di Hymenocallis, molto popolare a Dubai; possiede il più veloce ascensore al mondo, manco a dirlo, che raggiunge in 50 secondi il 124° piano, circa 550 metri di altezza, l’ultimo fruibile dai visitatori. Si ipotizza che da qui si abbia un allungamento della vista fino a ottanta chilometri di fronte, ma è impressionante vedere transitare giganteschi aerei al disotto dei propri piedi posti a circa 550 metri di altezza.
Accoglie l’esclusivo Hotel Armani oltre 700 appartamenti tutti venduti, uffici, piscine e il tutto per un investimento di 1,5 miliardi di dollari. Da terra, guardando in alto, le nuvole si rincorrono e spesso gli ricoprono il puntale come un grande albero di Natale; dall`apparire del Burj Khalifa le altre torri sulla terra sono affette da nanismo, lo skyline di Dubai City ha subito un cambio senza precedenti considerato che le torri presenti nell`area misurano in altezza solo, si fa per dire, 200/250 metri.
Le critiche sulla realizzazione erano e sono taglienti. Quale sostenibilità? Contestuale-urbanistica? Ambientale? Sostenibilità sociale ? Economica?.
E` convincimento comune che oggi di una torre, vista l`importanza materica, si dovrebbe valutarne anche la virtuosità sotto il profilo dell`analisi Lca e quindi non solo misurare la propria efficienza energetica o il rapporto con le energie rinnovabili applicate, ma anche quanto abbia agito sull`ambiente la sua costruzione e quanto abbiano pesato per la sostenibilità ambientale i componenti necessari e prodotti, impiegati per la sua costruzione, nonchè la manutenzione e l`ipotetico costo energetico per la demolizione.
Si è scritto “dell’arroganza di pianificazione degli sceicchi” oppure “rappresenta un contributo difficilmente sostenibile.” “Un cattivo esempio per l’Europa che si sta concentrando sull’ ammodernamento degli edifici in chiave efficiente e sostenibile”, o ancora “un’ inutile simbolo di prestigio economico, che rappresenta solo il potere del denaro” e per altri “inevitabile la necessità di paragonare l’edificio alla torre di babele, portatrice nel libro della Genesi di odio e discordia”, fino al “monumento auto-celebrativo è un invito al disastro”.
Di certo è che nel Burj Khalifa sono state impiegate le piὺ attuali tecnologie progettuali e costruttive, tenendo anche in considerazione gli elementi ambientali come il vento pari ad una velocità di 250 km orari, le oscillazioni apicali e le differenze di temperatura fra la sommità e la base assimilabili ad un cambio di stagione. Le vetrazioni sono il meglio a disposizione, la livrea argentea del gioco pirotecnico dei cristalli specchianti è posta in funzione di un clima esterno dalle alte temperature e per le decise escursioni termiche. Un severo impegno per gli esperti del microclima avendo di fronte l`obiettivo di rendere vivibile un volume di straordinaria complessità abitativa. Ma i record, anche i piὺ estremi, hanno la prerogativa di essere abbattuti. Altre altissime torri fino a 1200 metri di altezza si stanno annunciando per i prossimi anni, in una competizione fra Paesi mediorientali, asiatici e Cina.
Sappiamo che ancora sarà un cristallo brillante e prestazionale ad oltrepassare le nuvole.
Ne seguiremo gli sviluppi aspettando la prossima notte dei record.

L’EVENTO
Ferraraitalia sono anch’io: il concorso

È arrivata l’estate e con lei gli inevitabili consigli per le letture estive da gustarsi sotto l’ombrellone o le fresche fronde di un bosco di montagna oppure seduti in un caffè durante una pausa del vostro tour in una città d’arte.

Invece di scegliere al posto vostro, noi di Ferraraitalia abbiamo pensato di chiedere a voi che ci seguite quali sono gli articoli che vi piacciono o vi sono piaciuti maggiormente in questi mesi e di consigliarli a chi come voi segue il nostro lavoro perché li possa leggere on-line dovunque si trovi quest’estate.

È un modo per tenerci in contatto ovunque siamo anche durante queste vacanze estive e dimostrarvi che per noi della redazione la vostra opinione conta. Ecco perché abbiamo scelto il titolo “Ferraraitalia sono anch’io”: da domenica fino a fine luglio ci aiuterete a scegliere gli articoli che ripubblicheremo nel mese di agosto.

Ecco come: fino al 31 luglio visitate la nostra pagina Facebook, pubblicheremo tre articoli dal nostro archivio che voi potrete votare dalle ore 7 alle ore 21 di ogni giorno semplicemente cliccando “mi piace”. Verranno conteggiati esclusivamente i “mi piace” ottenuti da ogni singolo articolo il giorno stesso della pubblicazione.

Al termine del contest, gli articoli che avranno ricevuto più voti saranno riproposti e ripubblicati sulla nostra testata durante il mese di agosto.

LETTURE
Grazie alla vita

Grazie alla vita che mi ha dato tanto
mi diede due stelle
che quando le apro
perfettamente distinguo
il nero dal bianco
E nell’alto del cielo
Il suo sfondo stellato
E tra le moltitudini
L’uomo che amo
Grazie alla vita che mi ha dato tanto (….)
Gracias a la vida”, Violeta Parra

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Le orme dell’orso

Ho atteso un po’ prima di affrontare questa lettura. Ho tentennato, ammetto, ho preso tempo. Temevo il contatto e il confronto con il dolore, con la sofferenza legata all’abbandono, con il sangue vivo di ferite non ancora ben rimarginate. Tuttavia sapevo, ne ero sicura, che vi avrei trovato coraggio, amore, ardore e passione, insieme a tanta vita vissuta intensamente e che, ancora e sempre, avrebbe cercato intensità, avventure e riscossa.
Adriana, la titolare dell’omonimo salone Valles, è tutto questo, e chi la frequenta lo sa bene. Conosco questa splendida donna da qualche anno – troppo poco – e anche per questo non osavo entrare in una simile intimità, per timore di violarla. Non osavo varcare la soglia di momenti felici e infelici, toccare la passione di qualcuno, come lei, che sfioravo ogni tanto ma che ogni volta sentivo sempre così vicino. Una corrispondenza di sentimenti e di punti d’incontro che si manifestava sempre, anche solo sfiorandosi i pensieri, scambiandosi le sensazioni di donne e di figlie. E poi ho preso il libro, mi sono decisa, mi sono detta che se Adriana aveva voluto quelle pagine era anche per dirci qualcosa, oltre che per percorrere un cammino liberatorio di pace con se stessa e i propri fantasmi. E allora l’ho sfiorato con delicatezza e con leggerezza, sottile ed esile com’era, accarezzato, girato e rigirato e… divorato. Un baleno di emozioni, un lampo luminoso di momenti unici, consapevoli, dolci e amari, autentici e indimenticabili, intensi, generosi, commoventi, toccanti, penetranti.

Ammiro Adriana per la sua bellezza, dentro e fuori, per le sue mani leggere che ti pettinano e ti fanno sentire donna, bella, elegante, sensuale, insostituibile, unica. Ogni volta che entravo nel suo salone, di rientro dai miei lunghi viaggi, avevo l’impressione di tornare a casa, di accomodarmi su una poltrona calda e comoda che qualcuno teneva li’ sempre pronta per me. E la sensazione non cambiava, anzi si ripeteva ogni volta, con sempre maggior forza. Quel salone non era e non è un luogo come tanti, qui si percepisce il calore, la complicità, la generosità, l’abbraccio, la musica, la poesia, ci si sente quasi sfiorati da una leggera bacchetta magica che accarezza i pensieri e i riflessi delle luci sui tuoi capelli. E in queste pagine abilmente ricamate dalla ferrarese Francesca Boari, subito si coglie questa voglia di Adriana di renderti unica. Perché lei stessa dice immediatamente che “mi piaceva mettere le mani tra i capelli delle donne, mi sembrava che ogni volta mi affidassero un piccolo passo verso una trasformazione, verso uno dei tanti volti che abitano in quella parte remota di noi che sveliamo piano piano, specie se riusciamo a incrociare sulle nostre strade un tramite che ci dia accesso alla nostra intimità. Le guardavo entrare nel negozio e mi piaceva ascoltare tutto quello che dicevano e anche i loro silenzi. Al lavatesta appoggiavo delicatamente le mie mani tra i loro capelli e sognavo di essere io quel tramite che le avrebbe rese anche solo per un istante felici di specchiarsi”.

La nonna Celestina illumina tutto il percorso di una donna che sa di profumo di gelsomino, di fresca acqua di colonia, di ali d’angelo. L’amore dà l’anima a tutto il resto, dal marito Sergio al figlio Giacomo, un amore per la vita stessa che accende ogni giorno a spazza via ogni nuvola. In queste pagine si percorre la bellezza, spesso messa in ombra dal grande dolore dell’abbandono materno, ma riscattatasi in un affetto ritrovato, tardi negli anni, che, in un grande abbraccio finale, avvolge magia, incanto e luce del perdono. Non una semplice storia di un salone di bellezza, nel senso più profondo della parola, ma vere meraviglie del cuore, Memorie di Adriana.

Francesca Boari
L’autrice Francesca Boari

Francesca Boari, “Le orme dell’orso”,

edizioni Esav, 2014, 63 p.

L’APPUNTAMENTO
Ferrara-New York sulle note di un pianoforte

Termina oggi il programma di Ferrara International Piano Festival, dedicato a uno degli esponenti del tardo romanticismo, il compositore russo Alexander Skriabin, di cui ricorre il centenario della morte.

logo Ferrara Piano Festival
Il logo di Ferrara Piano Festival

Ferrara Piano Festival è l’associazione fondata a New York dal pianista ferrarese Simone Ferraresi con lo scopo di organizzare annualmente il festival e rendere così Ferrara più conosciuta all’estero. Il festival, infatti, organizza masterclass con pianisti di fama mondiale per giovani talenti provenienti da Italia, Polonia, Francia, Malesia, Cina, Stati Uniti e Olanda. In contemporanea offre alla città e al pubblico ferrarese e non solo una serie di appuntamenti imperdibili per tutti gli appassionati di musica classica.

Ecco il programma di oggi:

ore 17.30 presso il Ridotto del teatro Comunale: “Alexander Skriabin, cento anni dopo”, a cura di Luigi Verdi e Roberto Becheri con interventi di Dario Favretti e Simone Ferraresi (ingresso libero).

ore 21.00 presso Palazzo Costabili, sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, Firenze Piano Duo.

In occasione del concerto di chiusura dell’International Piano Festival 2015 il Museo Acheologico Nazionale di Ferrara organizza alle ore 19.30 una visita alle raccolta museali, a cura delle archeologhe Griggio e Timossi del Progetto MiBACT “1000 giovani per la cultura”.

Per maggiori info www.ferrarapiano.org oppure cicca qui

Immagini di Ferrara Piano Festival. [Clicca sulle foto per ingrandirle]

Ferrara Piano Festival edizione 2014
Un concerto dell’edizione 2014 a Palazzo Costabili
Ferrara Piano Festival edizione 2014
Un concerto dell’edizione 2014 al Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara

SALUTE & BENESSERE
E’ tutta una questione di glutei

La sindrome emorroidale è tra le più diffuse patologie nei paesi occidentali. A favorire l’infiammazione delle emorroidi è il nostro tipico stile di vita: dieta povera di fibre, stress, cibi spazzatura, cattiva postura, obesità e scarso movimento e poca attività fisica.

Ma cosa sono le emorroidi? Ognuno di noi le ha, perché servono a migliorare la continenza anale. Sono strutture vascolari del canale anale dotate di “valvole” che, aprendosi, favoriscono l’afflusso di sangue nell’ano, parte terminale del retto, molto ricco di vasi sanguigni, arterie e capillari. Così facendo si gonfiano, chiudendo l’ano e aiutando la continenza di liquidi e gas. Le emorroidi sono sia interne, ricoperte di mucosa rettale e quindi insensibili al dolore, sia esterne, ricoperte di una strato di pelle particolarmente sensibile.

Quando c’è un malfunzionamento del sistema che regola la tensione dei cuscinetti emorroidali, questi possono rimanere gonfi per lunghi periodi e, sformandosi, non rientrare nella loro posizione originale. Non c’è una causa univoca e precisa dell’insorgenza delle emorroidi, a provocare questa patologia è piuttosto una serie di fattori legati tra loro. Alla base possono esserci fattori meccanici, che dipendono, per esempio, da un indebolimento della mucosa del canale rettale dovuto all’età oppure a stipsi cronica. Ci sono però anche altri elementi che ne possono favorire lo sviluppo:

  • familiarità o predisposizione ereditaria;
  • diarrea cronica e/o abuso di lassativi;
  • dieta povera di fibre;
  • lavoro estenuante o sforzi eccessivi;
  • obesità;
  • vita sedentaria;
  • gravidanza;
  • alcune attività sportive come ciclismo, equitazione, motociclismo.

Esiste una classificazione delle emorroidi sulla base delle manifestazioni cliniche e che deve essere sempre diagnosticata dopo un attento esame clinico da parte del medico e/o dallo specialista proctologo.

Le emorroidi hanno una serie di sintomi molto precisi, non necessariamente tutti presenti:

  • sanguinamento durante la defecazione, con perdita di sangue rosso vivo;
  • dolore, di tipo acuto o cronico, legato alle emorroidi esterne, in genere è causato dall’insorgenza di una ragade, ematomi o ascessi;
  • prolasso: le emorroidi e la mucosa rettale fuoriescono dal canale anale;
  • prurito e bruciore anale, insieme ad una produzione eccessiva di muco che può causare anche lo sviluppo di infezioni o micosi.

Nei casi meno gravi spesso è sufficiente adottare piccoli accorgimenti per prevenire le fasi acute: è consigliabile praticare attività fisica e seguire una dieta ricca di fibre, in modo da mantenere un corretto e regolare transito intestinale e, di conseguenza, limitare l’insorgenza della patologia emorroidaria. È utile anche bere almeno 1,5 – 2 litri di acqua al giorno: insieme a una dieta ricca di fibre, infatti, facilita l’evacuazione e favorisce l’equilibrio della flora batterica intestinale.

Ecco i cibi da preferire in caso di stipsi e per prevenire le emorroidi:

  • legumi freschi e secchi come fagioli, lenticchie, piselli;
  • frutta secca come prugne secche, uvetta, fichi secchi, noci;
  • pane e pasta integrale;
  • frutta e verdura fresca;
  • avena e cereali integrali;
  • yogurt

Altri consigli utili:

  • consumare i pasti senza fretta e con regolarità;
  • dedicare tempo alla colazione.
  • non fare sforzi eccessivi ed evitare una defecazione prolungata.

Infine, lavarsi con acqua tiepida e sapone acido e asciugarsi tamponando delicatamente con un panno morbido. Evitare assolutamente l’applicazione di ghiaccio, che peggiora i sintomi, meglio utilizzare alcune pomate locali, che alleviano i sintomi e aiutano il rientro spontaneo delle emorroidi.

La regolare attività fisica deve mirare a tonificare gli arti inferiori e soprattutto i muscoli dei glutei. Tra le altre attività consigliate per scongiurare l’insorgenza delle emorroidi sintomatiche ci sono: il tapis roulant, la corsa, la ginnastica posturale, lo stretching dolce, gli esercizi di fitness, lo yoga ma anche il nuoto e gli esercizi di acquagym, tutte mirno a stimolare il rilassamento e, nello stesso tempo, la tonificazione della muscolatura addominale e del pavimento pelvico, oltre a favorire una regolare circolazione del sangue. Per prevenire la formazione della patologia emorroidaria si possono poi svolgere con costanza semplici esercizi basati sulla tecnica di tensione e rilascio della muscolatura che interessa il canale rettale: consistono nello stringere i glutei per due secondi e poi rilasciarli; il movimento deve essere eseguito più volte consecutivamente, diverse volte al giorno.

LA RIFLESSIONE
Cittadini europei: tra supremazia dell’economia e dignità perduta

Chiari segnali intorno a noi raccontano della supremazia dell’economia sulla politica. La cosa è nota, palpabile, ossessivamente ripetuta in mille modi diversi dai media e a tutte le ore del giorno e per tutte le intelligenze. Diventa scontato, quindi, che un governo nulla possa contro le fluttuazioni della Borsa e, nel caso dell’Eurozona, sia pacatamente alla mercé dello Spread, della Bce e del Fmi. Ovvio anche che personaggi come Draghi o la Lagarde possano decidere della vita e della dignità di interi popoli.
Elezioni, referendum e voleri popolari sono stati del tutto accantonati in nome del dio denaro. Le politiche monetarie invadono la vita di tutti i giorni e gli umori della finanza determinano la crescita o la distruzione dei Paesi. Presidenti del Consiglio giustificano sofferenze, tagli alla spesa e ai servizi per conto dei mercati, parlano di austerità necessaria oggi per alleviare i peccati del passato in nome di una crescita futura, sempre più vaga e lontana, impalpabile ai più.
Non ricordiamo quando tutto questo sia iniziato, per i più il punto di rottura è stato il 2008 con il fallimento della Lehman Brothers ma io proverei ad andare più indietro, cercare tra le righe di innumerevoli piccole e grandi riforme che hanno visto la politica abdicare ai propri doveri. Ad esempio nel 1981 la Banca d’Italia “divorzia” dal Ministero del Tesoro ed inizia l’era del debito pubblico incontrollato. Come non ricordare il 1992 e l’allora Presidente del Consiglio Amato che in nome della salvezza della Patria regalava agli italiani le prime finanziarie lacrime e sangue insieme a un prelievo forzoso dai nostri conti correnti. E poi il Trattato di Maastricht, il Patto di stabilità e crescita, l’eliminazione della separazione delle banche commerciali e banche d’investimento, il ‘bail out’ (salvataggio delle banche attraverso l’intervento degli Stati quindi aumento del debito pubblico che pagano i cittadini) e oggi ‘bail in’ (ovvero la possibilità che anche piccoli azionisti o correntisti siano chiamati a salvare direttamente le banche, quindi pagano ancora i cittadini), limiti alla spesa pubblica e austerità a carico dei più deboli.
Comunque il 1992 fu annus horribilis. Si iniziò a interiorizzare la parola default e si partì con la storia da imparare a memoria che avevamo vissuto al disopra delle nostre possibilità e quindi iniziarono le grandi svendite del patrimonio pubblico. Ma dopo ventitré anni ancora non siamo riusciti ad espiare le nostre colpe nonostante le ricette miracolose provenienti da sinistra, destra, centro nonché dai governi tecnici. Oggi poi abbiamo una specie di ibrido al governo, dice di essere di sinistra, fa cose di destra che nemmeno alla destra piacciono ma di sicuro riceve il plauso dei grandi industriali, dei mercati e della finanza.
La gente continua ad approvare perché in fondo non c’è scelta, il dio denaro chiama e il governo deve rispondere. In natura però non è così, normalmente è l’uomo che decide come utilizzare le cose e non il contrario. In genere un metro non vive di vita propria ma ci dice esattamente quanto misura una stanza e una bilancia non impone dei chilogrammi in più o in meno all’oggetto che decidiamo di pesare. Potrebbe farlo solo se la persona che lo controlla decidesse di barare. Anche il denaro è una misura (di valore) ma sembra le abbiamo attribuito vita propria e nel nome di una misura sacrifichiamo le nostre vite, con il consenso di chi non vede altra scelta.
Ma tutto questo è una finzione, la politica non nasce subordinata all’economia o al denaro ma solo ai bisogni dell’essere umano e dei cittadini. Lo è diventata quando degli uomini hanno deciso che gli interessi di pochi dovessero prevalere sulle masse, in maniera lenta per non suscitare reazioni, abituandola attraverso proclami, gli slogan, le pubblicità ingannevoli.
Le politiche economiche e monetarie dovrebbero essere indirizzate al benessere dei cittadini, ma perché lo siano devono necessariamente essere orientate dalla politica, la buona politica, quella degli statisti che oggi purtroppo non abbiamo, ma guai a perderne del tutto la visione. Siamo in tempo per il risveglio, gli schiaffi che stanno destinando alla Grecia dovrebbero insegnarci qualcosa, aprire uno spiraglio nella nebbia dell’insofferenza e dell’accondiscendenza di questi ultimi trent’anni vissuti non al disopra delle nostre possibilità ma al disotto della nostra dignità.

Foto di Christian Hartmann/Reuters per Pri’s The World

IL FATTO
Informazione libera, gran volata per il crowdfunding

Mancano tre settimane per arrivare al traguardo del nostro crowdfunding, ma il risultato fin qui raggiunto è già un successo. Si, perché la media italiana, è di tremila euro. Noi li abbiamo oltrepassati, siamo infatti arrivati a quota tremila 150. Un bel risultato per noi e per Ferrara, che ha dimostrato davvero di essere un passo avanti. Perché il nostro è il primo esperimento di questo tipo in ambito giornalistico fatto in città e nel territorio. Speriamo di essere pionieri per altri.
Ma noi vogliamo andare oltre e arrivare entro il 31 luglio a 5mila euro. Questa è la vera sfida.

Intanto ringraziamo chi ha dato e darà il proprio contributo per un progetto di informazione libera e indipendente. Quella che a parole reclamiamo tutti e di cui oggi possiamo essere concretamente partecipi. Sostenere significa infatti partecipare. FerraraItalia nasce e vuole continuare a crescere come quotidiano che assicura ai cittadini il ‘diritto’ di essere informati e sollecita il ‘dovere’ di informarsi.

Se volete essere con noi, contribuite già oggi cliccando [qua] per un versamento online o contattandoci all’indirizzo interventi@ferraraitalia.it per un versamento diretto.
Saremo presenti con un nostro banchetto anche mercoledì 29 luglio al Giardino delle duchesse dalle 20 alle 23 nell’ambito della rassegna Autori a Corte.

FRA LE RIGHE
Dopotutto, la felicità

Spariscono le sue figlie e scompare anche lei, Irina, la mamma, assediata da una ricerca che non trova risposte. Non sa più dove siano Alessia e Livia, due gemelle di appena sei anni, partite con il padre che fa perdere le tracce. Il loro amore era finito, era finita anche quella parte di vita subìta da Irina, quando viveva le umiliazioni quotidiane di un marito che le infilava ovunque, come le più consolidate abitudine domestiche. Irina cerca le sue figlie ovunque, una madre lo fa, non cede anche quando le indagini finiscono. I minuti dell’attesa sono più lunghi degli anni passati, perché i minuti sono quel tempo in cui ti rendi conto cosa manca, specie in assenza di chi ami. Irina, questo lo pensa e lo vive ogni istante.
Poi un giorno, dall’altra parte del mondo, arriva Louis che rimette insieme i brandelli di una donna che non si riconosce più. E’ possibile che una madre sopravviva e riparta con un dolore così? Sì, è possibile. La felicità ancora esiste, Irina lo capisce quando la trova dentro di sé e non da altre parti, quando sente il tempo per quello che è: adesso, senza retrospettive, né proiezioni.
Louis è un nuovo amore che non toglie nulla a ciò che è stato, “toglie lo zaino dalle spalle quando pesa troppo”. In bilico tra ricordare (ricondurre al cuore) e dimenticare (portare lontano dalla mente), Irina trova un nuovo equilibrio, con Louis vicino.

Mi sa che fuori è primavera“, Concita De Gregorio, Feltrinelli, 2015, un libro a sostegno di Missing Children Switzerland.

IL CASO
Toccare il cielo con un cristallo

La notizia è di quelle che fanno rumore nel mondo dell`architettura, di quello industriale collegato e dei grandi record contemporanei: il principe Al-Waleed bin Talal, ricco uomo d`affari da oltre 20 miliardi di dollari e membro della famiglia reale Saudita, procederà da ora senza sosta con i lavori per la costruzione della sua futura torre in acciaio e cristallo, la Kingdom Tower, prevista a Gedda per il 2019. Una freccia scoccata nel punto più alto del mondo, pare oltre i 1000 metri, si mormora 1008 metri, ma ancora non è precisato il dettaglio finale.

toccare-cielo-cristallo
Il rendering della Kingdom Tower.

Prosegue di slancio nel terzo millennio ciò che dalla notte dei tempi è il sogno coltivato nella mente di uomini potenti, re e imperatori: ostentare attraverso il simbolo di una costruzione verticale che raggiunga e superi il cielo, oltre le nuvole, il potere inaccessibile ai più, il raggiungimento di una congiunzione tangibile fra il tempo terreno e il sovrannaturale, sospeso fra l`inquietudine, il tormento, la fama e l`insonnia degli architetti incaricati.
Gli esempi non mancano: dalla torre di Babele prepotente icona non ancora svelata appieno alta pare 90 metri, le piramidi egiziane alte oltre 140 metri o delle civiltà precolombiane nel Nuovo mondo, alle torri medievali cresciute nel tessuto urbano all`interno della competizione fra le varie famiglie nobiliari e i comitati d`affari, (a titolo di esempio fra le 100 stimate costruite in quel tempo a Bologna, la Torre degli Asinelli misura in altezza 98 metri) e, solo come modello dei tempi che stavano cambiando, la parigina Tour Eiffel alta 301 metri e simbolo dell`Esposizione Universale del 1889.
Dal XX secolo, con la costruzione delle prime torri americane, la Chrisler tower, la Trump tower, l`Empire State Building, se il successo commerciale e l`immagine rimangono la motivazione determinante, è la speculazione immobiliare che diviene trainante. Grazie al contributo delle nuove tecnologie progettuali e costruttive combinate all`innovazione dei materiali di rivestimento utilizzati nelle nuove torri, si introduce l`epopea dell`acciaio e del vetro quale abito conveniente e d`impatto, e diversi decenni dopo anche virtuoso e sostenibile.
Dagli anni Trenta del `900 le architetture verticali rappresentano i luoghi, sono i landmark per eccellenza. Archistar di tutto il mondo si sono confrontate, per la verità non sempre in modo originale, per far sì che il loro committente potesse toccare il cielo con un cristallo. Una grande emozione conquistarle queste vette e ve lo racconteremo.

Per vedere un breve video sulla costruzione delle Kigdom Tower clicca qui.

CONTINUA

L’INTERVISTA
L’AnarChic Vitaldix riporta in volo gli ‘angeli tremendi’

Vitaldo Conte/Vitaldix. Scrittore e teorico d’arte. Docente di Storia dell’arte all’Accademia di belle arti di Roma, dove vive. Come artista ha partecipato ad alcune centinaia di eventi e performance, esposizioni personali e collettive, in Italia e all’estero. Come teorico-performer ‘ri-nasce’ nel 2009 con il nome di Vitaldix.

Vitaldo, nei tuoi lavori costante l’interfaccia dell’arte contemporanea e – per dirla con lo stesso Renato Barilli o Marshall McLuhan o Carmelo Strano,dell’ estetica tecnologica? Un approfondimento?
L’arte contemporanea non può rifiutare oggi il rapporto con l’estetica, o meglio con la sinestesia tecnologica, sia in chiave di congiunzione di linguaggio e sia in chiave di riflessione critica. La tecnologia come linguaggio d’arte tende sempre più a incamerare, come nel mio lavoro teorico-artistico, le spinte visionarie e immaginali dell’essere (la spinta verso gli estremi confini del conoscibile), anche se a detrimento talvolta della sensorialità naturale che per non soccombere deve trovare in questa una propria ‘extreme extension’. Tutto ciò può divenire una meta-narrazione delle pulsioni translate nel gioco-rito della creazione.

Conte, più nello specifico, uno zoom in merito sui tuoi ultimi lavori pubblicistici?

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Opera di Vitaldo Conte

I miei attuali interessi teorici sono prevalentemente sul corpo come pagina e libro d’arte, fino alle sue estreme espressioni nel segno-ferita e nella Beauty art, presenti pure nelle sue maschere virtuali. In queste poetiche tradizione e avanguardia si congiungono nella vocazione di una scrittura che vuole evadere dai confini della pagina e tela. Un altro aspetto che sto approfondendo riguarda il Dada nelle sue molteplici anime.

Vitaldo in Vitaldix, anche costanti azioni performative, un florilegio?
Diverse sono state infatti le mie azioni performative negli ultimi tempi in rassegne varie. In queste la mia parola teorica è diventata azione-musica rituale e pulsionale di fuoriuscita espressiva, attraverso il mio avatar Vitaldix in compagnia delle T Rose. Come nel caso del mio ultimo evento: nella manifestazione sulle “Letture dell’Angelo” a Rocca Massima (Latina), ideata da Ugo Magnanti, in cui corpo e tecnologia si uniscono in un filo di una fune aerea, la più lunga del mondo, per esprimere un volo di poesia e arte. Ho dedicato il mio volo, che si svolgeva nel giorno del solstizio d’estate di quest’anno, agli “angeli tremendi” di Rilke e al Centauro auspicato da Marinetti.

Conte, riassumendo, quello che tu chiami Trans art e/o Futurdada o/e Transfuturismo, significa in un certo senso, dare un cuore e desiderio alla tecnoscienza? L’arte “elettronica” ha questo importante ruolo oggi, nonostante crisi contemporanea e economicismo dominante?
Le mie definizioni che hai citato auspicano infatti una tecnoscienza con in dotazione cuore e desiderio, che possono avere la maschera simbolica di una rosa rossa: come ho scritto in AnarChic, nel colloquio-intervista con Marco Fioramanti su NightItalia 9 (giugno 2015). Queste peculiarità sono fondamentali per esprimere una immagin/azione senza confini, che può essere un deterrente alle attuali crisi e imposizioni del cinismo economico-finanziario. La sfida alle stelle futurista può oggi essere vissuta come una reale possibilità di espressione, cercando la propria rotta nel caso come nelle vocazioni dadaiste.

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Vitaldo Conte

Fra le pubblicazioni: “Nuovi Segnali” (Antologia con audiocassetta sulle poetiche verbo-visuali e sonore italiane anni ‘70-’80, 1984); “Dispersione” (2000); “Anomalie e Malie come Arte” (2006); “SottoMissione d’Amore” (2007); “Pulsional Gender Art” (2011); “Avanguardia 21”, AA. VV.; “Marinetti 70. Sintesi della critica futurista” (a cura di A. Saccoccio e R. Guerra, Armando, 2014). Fra gli ebook: “Fuoripagina TransArt” (2014); “La Carmelina. Fra le mostre pubbliche curate: “Dispersione” (Foggia, 2000); “Malie plastiche” (Foggia, Lecce, 2002); “Anteprima XIV Quadriennale” (Palazzo Reale, Napoli, 2003-04); “Julius Evola” (Reggio Calabria, 2005-06); “Mistiche bianche” (Reggio Calabria, 2006); “DonnaArte” (Trepuzzi, 2007); “Eros Parola d’Arte” (Lecce, 2010). Poeta (lineare, verbo-visuale, video, sonoro-spettacolare) con pubblicazioni, cartelle, dvd, ecc.

Per saperne di più visita il sito di Vitaldo Conte cliccando qui.
Per vedere il video “Letture dell’Angelo” a Rocca Massima (Latina) clicca qui.

L’INTERVISTA
Simone Folletti, dalla Spal alla Juve il preparatore delle stelle

Umile e tenace, orgoglioso di aver raggiunto traguardi prestigiosi nella sua carriera. Simone Folletti è il capo preparatori atletici della Juventus. Da giovane giocava a calcio, poi è stata la pallavolo a rapirlo: “Ho fatto tutte le categorie del settore giovanile fino alla juniores in una squadra dilettantistica della provincia e poi ho virato sulla pallavolo, mi piaceva di più. La passione per lo sport me l’ha passata mio padre (giocatore di calcio a buon livello, ndr), ma fu il prof. Bellettini – mio insegnante di educazione fisica – a incoraggiarmi a lavorare nel mondo dello sport, al punto tale che già alle medie avevo in mente di fare l’Isef”. Un’idea che si è tramutata in realtà a Urbino e che si è perfezionata durante degli studi condotti al Centro biomedico diretto dal professor Conconi a Ferrara. “Ho cominciato per caso, durante il periodo universitario ho ricevuto la chiamata di un amico fisioterapista – Andrea Cavallini – e la mia avventura ha avuto inizio. Ho seguito Rudy Grazzi alla guida della Poggese. Dopo questa esperienza, e quella come coordinatore dell’attività del settore giovanile dell’Argentana, fui chiamato per svolgere la preparazione estiva alla Berretti della Spal con allenatore proprio Grazzi. Fu allora che feci colpo su Bozzao ed entrai nel settore giovanile della Spal dove ebbi modo di collaborare anche con gli Allievi nazionali guidati da Riccardo Righetti e con Fabio Mastrocinque nella stagione seguente alla Berretti… passo dopo passo sono arrivato sino alla finale di Berlino di qualche settimana fa.”
Quello del preparatore atletico è un ruolo spesso bistrattato e preso in causa solo nei momenti negativi: “È un ruolo svolto “dietro le quinte” come giusto che sia, ma spesso siamo i primi imputati quando ci sono infortuni, anche se le cose stanno lentamente cambiando. Bisogna capire che è pur sempre un incarico di supporto all’allenatore e lo considero uno dei mattoni che formano il muro di una squadra di calcio.” Un lavoro in cui Folletti crede fortemente: “Se non ci credessi non lo farei. Oltre agli aspetti tecnici, mantenere una preparazione fisica ottimale è il modo migliore per affrontare il calcio moderno che, personalmente, cerco di vivere come un gioco, pur conscio della grande responsabilità che il mio ruolo richiede. Non nego che ogni volta che indosso la divisa del club a cui appartengo le emozioni sono sempre fortissime. Mi rendo conto di far parte di una storia formata da tante storie diverse ma grandissime e sono orgoglioso di farne parte. Il ‘bambino’ in ognuno di noi è il motivo per cui ancora oggi vedo questo sport così: sono contento di condurre la mia professione in questa maniera e credo che questo si rispecchi nella quotidianità. Viviamo di emozioni e sono convinto siano queste a farci percepire l’importanza di ciò che stiamo vivendo: non è giusto abbattersi o esaltarsi nelle vicende che affrontiamo, ci vuole equilibrio”. Preparatore atletico alla vita, verrebbe da dire.
Allenare venti, trenta giocatori, e di conseguenza affrontare storie differenti non è semplice: “Abbiamo a che fare con ragazzi di estrazione e culture diverse: i più maturi capiscono e vivono l’evento sportivo nella sua totalità, altri magari faticano a capire l’utilità di uno sforzo fisico notevole e allora bisogna instaurare un rapporto di fiducia fondamentale per crescere insieme. Il contatto quotidiano con loro è il modo migliore per generare una relazione personalizzata con cui creare affettività e dar vita a legami importanti per lavorare bene. E’ un donarsi per ricevere, creando empatia. Il giusto mix, per me, è l’approccio pratico coadiuvato da conoscenze scientifiche. Le sfaccettature e i vari casi, giocatore per giocatore, si imparano strada facendo.”
La preparazione atletica rischia, di questi tempi in maniera particolare, di diventare moda: “Ogni anno sembra ci sia un nuovo modo di allenare e tutti sembrano impazzire per quello; per fare un esempio, il modo di gestione della palla degli spagnoli negli anni scorsi sembrava qualcosa di rivoluzionario. Ci sono culture che permettono un determinato tipo di preparazione con il pallone mentre credo ci debbano essere esercitazioni in cui ci sia un certo bilanciamento: lavoro con la palla e a secco, soprattutto durante la preparazione precampionato. Far fatica aiuta a sopportare le difficoltà, anche nella testa”. La parte fisica è importante, ma non bisogna dimenticare l’aspetto mentale, molto rilevante al giorno d’oggi: “E’ una delle componenti più trascurate nel quale ci sono maggior margini di miglioramento: tanti la snobbano, considerandola una debolezza, invece penso che la nostra mente abbia un potere clamoroso che nei momenti più difficili dello sforzo fisico ti possa aiutare. Il celebre motto della Juventus “fino alla fine”, nel nostro ambiente si percepisce e i giocatori l’hanno fatto loro, te lo posso garantire.“
Folletti racconta come ha variato in questi anni di lavoro pur mantenendo sempre fede alla sua indole: “L’atteggiamento professionale è sempre quello dei tempi della Spal. Quando lavoro sono un professionista e mi piace che le cose vengano fatte in un certo modo, anche se con il tempo e grazie a Mr. Allegri e Marco Landucci ho imparato ad essere più elastico: se prima imponevo un dogma, ora attraverso il dialogo con l’atleta cerco la soluzione giusta”. La capacità nel comunicare con giocatori che hanno caratteri diversi l’ha appresa col tempo: “In questo mi hanno aiutato il dott. Pecciarini e il dott. Vercelli, due esperti di psicologia applicata allo sport (in particolare quest’ultimo ha seguito atleti olimpici) che mi hanno fatto conoscere modalità e punti di vista differenti per approcciare l’atleta. È un percorso molto personale, con un continuum tra i due mental coach (prima al Milan e ora alla Juventus) che serve a me per rapportarmi meglio coi giocatori che alleno. Abbiamo trovato insieme qualche via che ci ha aiutato a raggiungere obiettivi comuni coi giocatori: quest’anno ho cercato un rapporto più personale con ognuno di loro, soprattutto con chi è predisposto alla conoscenza e si dimostra recettivo e voglioso di capire il lavoro. Credo fermamente nell’individualizzazione dell’allenamento. In base alla mia esperienza propongo esercizi personalizzati a ogni giocatore sempre nel loro interesse pur non stravolgendo coloro che hanno una tabella di marcia prestabilita da tempo che da’ loro frutti.”
Non di rado però, la preparazione atletica viene messa alla prova da fattori esterni che fanno sì che non ci sia continuità di lavoro: “Se uno potesse scegliere, credo che la montagna sarebbe il luogo più adatto: le temperature di lavoro più miti riescono a far rendere meglio gli atleti visto che sono previsti doppi allenamenti ogni giorno. Purtroppo però, gli sponsor e le tournée all’estero (sempre finalizzate ad acquisire introiti) non sempre agevolano il nostro lavoro durante la preparazione estiva. Il nostro obiettivo è mantenere un livello prestativo medio-alto per tutto il periodo della stagione: quest’anno abbiamo avuto un trend sempre positivo, testimoniato anche dal fatto che siamo stati in testa al campionato dalla prima all’ultima giornata. Non abbiamo avuto momenti particolarmente difficili, se non un lieve calo a gennaio con qualche pareggio di troppo poiché volevamo mettere benzina nella gambe dato che da febbraio avremmo giocato ogni tre giorni: abbiamo chiesto sforzi extra ai ragazzi che hanno avuto la capacità di capire che quello era il momento giusto per faticare ancora di più se volevano raggiungere risultati notevoli. Hanno caratteristiche fisico-tecniche e mentali che li rendono di un altro livello. Ci sono ragazzi che venivano da realtà (Inghilterra e Spagna) secondo cui fare la preparazione fisica non era necessario: la soddisfazione più grande è stato vedere come loro si ricredessero riconoscendo che dal lavoro, e non solo dalla parte tecnica, si raggiungono i risultati. Se riesci a piantare il seme e far crescere la pianta del lavoro dentro di te, è quello che poi ti porterà a grandi risultati per sempre: tanti sforzi e sacrifici che poi ti portano a vincere come squadra e a formarti come giocatore di livello, togliendoti enormi soddisfazioni”.
Sforzi fisici che in alcuni casi e in altre società, sono stati agevolati da sostanze non consentite: “Il doping non è una leggenda, ci sono state persone incriminate e purtroppo è, o è stata, realtà. Nelle società in cui sono stato, sarò ingenuo, non ho mai avuto sentore che ci potessero essere pasticci di questo tipo. Il reintegro idro-alimentare è normale che venga attualizzato ma che io sappia, sempre dentro la normalità delle cose”.
Riprende: “Il lavoro metabolico, legato ad un lavoro di forza, è alla base di una buona preparazione fisica. Inoltre, come club distribuiamo programmi personalizzati per prepararci al meglio durante le vacanze: ciò è frutto del lavoro di varie aree che collaborano alla gestione dei calciatori, creando un rapporto di collaborazione e sintonia. Le quattro aree principali sono: la tecnico-tattica, la performance – che è quella di cui mi occupo io – l’area medica-nutrizionale e quella mentale. Se queste aree lavorassero a compartimenti stagni il meccanismo non funzionerebbe. Anche la dirigenza all’interno del club risulta molto presente in maniera costruttiva e ciò, dal mio punto di vista, è impagabile.”
Una condivisione che, specialmente con l’allenatore, ha portato i suoi frutti: “Con mister Allegri ci basta uno sguardo per capire cosa c’è che va o che non va, la fiducia è determinante per lavorare in modo sereno. È grazie a questa che si crea affettività e di conseguenza si rende meglio anche sul lavoro. Lui è il responsabile di tutti noi collaboratori, il confronto sui programmi di lavoro è quotidiano ed è proprio durante questi incontri che si decidono le esercitazioni ed i tempi dell’allenamento.
Non c’è stato feeling immediato al suo arrivo alla Spal. Ricordo un nostro incontro in ritiro a Casole Bruzio con lui febbricitante in stanza ed io (alla prima esperienza in una prima squadra professionista) che gli spiegavo il mio modo di lavorare: da lì è stato un crescere di stima e ammirazione reciproca. Vede sempre il lato positivo delle cose – anche quando sono molto negative – e ha sempre una parola per stemperare la situazione. Io, di contro, tendo a essere iper critico in ciò che affronto e ad abbattermi un po’ e quindi ci completiamo, motivo per cui ho scelto di seguire il mister mentre qualche altro collega si lega alla società (come Tognaccini al Milan e Sassi alla Juventus). Mi piace creare rapporti con le persone e siccome ci devo lavorare a stretto contatto, non è detto che trovi sempre una persona empatica: dal momento che penso di averla trovata e lui crede in me, sono contento di rimanere dove sono, al suo fianco.”
Particolarmente carico di emozioni è stato l’anno appena passato: “Parlando di quest’anno, non abbiamo né rimpianti né rammarico: è stata una stagione straordinaria, forse irripetibile, anche se nulla è impossibile… diciamo che sarà un’altra bella sfida! Aver creato una coscienza collettiva e la convinzione di potersela giocare con tutti alla pari è stato lo ‘step’ su cui abbiamo impostato la nostra cavalcata, specialmente in Champions. Max (Allegri, ndr) ha sempre dichiarato che le potenzialità della squadra c’erano ed era fermamente convinto che potessimo arrivare fino in fondo, pur essendo l’unico all’inizio!” – ride. “E’ stato intelligente nel cambiare mentalità e gioco a piccoli passi, rendendo cosciente la squadra della propria forza giorno dopo giorno: un percorso lungo dieci mesi – probabilmente ancora più bello perché così lungo – che ci ha portato alla finale di Berlino, passando per Dortmund, vero nodo cruciale della stagione, dove abbiamo preso fiducia e abbiamo capito di essere sulla strada giusta. La sua filosofia alla squadra è piaciuta e si è visto, portando accorgimenti tattici ad un gruppo già vincente che quest’anno si è superato”.
Pur lavorando lontano da casa e avendo scisso la passione sportiva (era un tifoso del Milan) dal lavoro, Folletti ci tiene a ricordare come la Spal e la città di Ferrara siano uno dei ricordi più belli: “La Spal è sempre stata nel mio cuore, andavo allo stadio in curva ovest da ragazzo. Nella prima squadra professionista che ho allenato, ho avuto la fortuna di incontrare Ranzani e poi successivamente Bozzao che mi hanno trasmesso la storia della nostra squadra nella nostra città. Mattioli e Colombarini (membri della presidenza attuale) sono venuti a trovarci a Vinovo e poi, per uno strano caso del destino, la squadra ha inanellato le vittorie che per poco non ci hanno portato ai playoff di B. E’ una società che lavora bene e credo che alla lunga potrà portare la squadra a raggiungere risultati fino ad ora insperati. Penso che la dimensione sportiva giusta per la Spal possa essere la serie B, ma mai porre limiti ai sogni… Abbiamo avuto un grande presidente come Mazza che ha cambiato la visione del calcio moderno con l’introduzione del concetto di centro sportivo e della foresteria annessa. Quando Bozzao, mi guardò negli occhi e mi disse ‘per me sei in gamba, vuoi rimanere con noi per tutta la stagione?’ mai ci fu regalo più grande.”
Il futuro però sembra essere lontano dal calcio italiano: “Mi è sempre piaciuto viaggiare, anche con le storie dei giocatori che alleno: è un modo diverso ma pur sempre interessante per farlo. Sono molto attratto dagli sport americani, da come vivono lo sport negli States: non mi dispiacerebbe fare un’esperienza là. Mi piace il loro modo di pensare e l’opportunità di emergere che sono riusciti a dare a tante persone. Tanto è vero che la scorsa primavera, durante il periodo successivo all’esonero dal Milan, ho passato più di un mese tra Washington, Nebraska, California e Louisiana a captare qualche segreto nelle Università più importanti e nei club (soprattutto di Nba) per poter integrare la mia visione dello sport ad una modalità di lavoro perfezionista come quella americana, dove la tecnologia è più che mai al servizio dell’uomo. Se il mister venisse chiamato da quelle parti lo seguirei al volo!”, dice soddisfatto.

Foto LaPresse, si ringrazia per gentile concessione.

SALUTE & BENESSERE
Pressione alta? Consigli e suggerimenti per tenerla d’occhio

Cerchiamo di andare oltre le solite considerazioni e diamo consigli utili: è certamente importante cambiare lo stile di vita e due aspetti fondamentali sono l’esercizio motorio e un miglioramento nell’alimentazione.
L’ipertensione si associa molto spesso al sovrappeso e quindi una dieta s’impone quasi sempre. Si calcola che ogni chilo perso abbassi la pressione di 1 mm Hg. L’obiettivo è il mantenimento di un indice di massa corporea (BMI o IMC) compreso tra 18,5 e 24,9 kg/m2. Tale valore si calcola dividendo il peso in kg del soggetto con il quadrato dell’altezza espressa in metri.
Per ogni 10 chili persi, si ha una riduzione della pressione, sia massima che minima, che varia dai 5 ai 20 mmHg.
In altri termini si può considerare una riduzione di 1mmHg della pressione per ogni kg perso. Per tenere sotto controllo l’ipertensione è molto importante controllare non solo il peso corporeo totale, ma anche altri parametri come la distribuzione del grasso corporeo. Per un iperteso il grasso più pericoloso è quello che si accumula nel ventre formando il pancione tipico del sesso maschile (obesità androide o viscerale). Se questo supera i 102 cm nei maschi e gli 88 per le femmine, si può generalmente parlare di obesità androide e di conseguenza, di elevato rischio cardiovascolare.
Altro ‘must’ è limitare il consumo degli alcolici, del caffè e il fumo, anzi sarebbe meglio smettere di fumare. Le sostanze contenute nel fumo di tabacco contribuiscono a irrigidire le arterie, causando danni ai vasi sanguigni, mentre la nicotina delle sigarette provoca il restringimento dei vasi sanguigni.

Suggerimenti per una corretta alimentazione
E’ opportuna una restrizione del sodio (sale) a 4/6 grammi al giorno, ottenibile evitando di aggiungere sale nella preparazione dei cibi e insaporendoli invece con aglio, cipolla, salvia, prezzemolo, basilico, rosmarino, limone; evitare i cibi conservati e l’uso di estratti o dadi. Eliminare i salumi, i formaggi stagionati e piccanti, i cibi conservati. Certamente l’uomo moderno consuma molto più sale del passato. Ad essere in eccesso non è tanto quello che si aggiunge all’insalata e alle normali pietanze, ma quello “occulto” che si nasconde nei cibi conservati o confezionati. Addirittura anche le merendine, i cereali del mattino e altri cibi dolci di tipo commerciale contengono spesso notevoli quantità di sale. Ufficialmente si consiglia un consumo giornaliero di non oltre 5-6 g di sale, corrispondente ad un cucchiaino, mentre molti di noi viaggiano tranquillamente sugli 8-10 grammi. Infatti sappiamo che oltre la metà del sale ingerito proviene da cibi preconfezionati dalle industrie. E comunque il palato del mondo occidentale si è talmente adattato al sapore del sale, che i consumi a testa possono addirittura superare i 10 grammi al giornalieri. L’ideale sarebbe fare il sale in casa: il comune sale da tavola contiene troppo sodio, che fa trattenere i liquidi, con conseguente gonfiamento dei vasi sanguigni e innalzamento della pressione. Basta preparare allora un mix per insaporire i cibi con il 65% di sale da tavola, il 25% di sale di potassio e il 10% di sale inglese: questo cocktail può permetterti di abbassare la pressione di 6 punti, assicura uno studio australiano.

Inoltre è opportuno un buon apporto di calcio che regola la ritenzione idrica, un buon apporto di potassio che si può facilmente integrare consumando più frutta fresca e verdure (anche surgelate) e che regola la ritenzione idrica. Solitamente più alti sono i livelli di potassio nelle urine e più bassa è la pressione. Le patate o le banane ad esempio contengono potassio, un minerale che aumenta la diuresi, favorendo l’eliminazione del sodio in eccesso. Diversi studi hanno dimostrato che non è tanto un eccesso di sale alimentare (cloruro di sodio) a favorire l’ipertensione, quanto uno squilibrio del rapporto potassio/sodio nella dieta. Esiste una correlazione inversa tra l’aumento della pressione arteriosa e l’assunzione di potassio o il rapporto di escrezione urinaria sodio/potassio.
Sembra sia utile assumere magnesio. Regola la ritenzione idrica. Questo minerale contribuisce a rilassare il tessuto liscio dei muscoli situati intorno ai vasi sanguigni, consentendo a questi ultimi di allargarsi. Se prendete del magnesio, assicuratevi di prendere anche del calcio, assumendo questi integratori a un intervallo di due ore l’uno dall’altro per favorirne l’assorbimento.

Il coenzima Q-10 gioca un ruolo fondamentale nella trasformazione dei nutrienti in energia. Ogni singola cellula nel corpo necessita di questo fattore, ma le cellule dei tessuti a maggiore consumo energetico ne hanno più bisogno, come quelle del fegato, dei reni, del pancreas e del cuore.
La vitamina D stimola il corpo ad eliminare più sodio. La vitamina C aiuta a mantenere sani i vasi sanguigni messi sotto sforzo dalla maggior pressione esercitata su di essi dall’ipertensione ed è fondamentale per la salute cardiovascolare.
I bioflavonoidi riducono le emorragie cerebrali che causano la morte nelle persone ipertese. Gli omega-3 sono grassi che contrastano l’ipertensione e riducono i rischi di aritmia cardiaca. Gli Omega-3 inibiscono nel corpo la produzione di sostanze come le prostaglandine che restringono le arterie. Potete anche prendere un cucchiaio di olio di semi di lino al giorno, disciolto nel succo di frutta o aggiunto al condimento per l’insalata. Anche il pesce come nasello e merluzzo ricco di acidi grassi Omega 6 contrasta gli accumuli aterosclerotici all’interno delle arterie.
Succo di pomodoro, una ricerca che dimostra come il licopene, un antiossidante contenuto nel pomodoro, piò abbassare di 10 punti la massima e di 4 la minima nel giro di soli due mesi. Ti fa schifo il succo di pomodoro? Puoi sempre spalmare il concentrato su crostini di pane integrale: contiene il triplo del licopene del pomodoro fresco. E’ antiossidante che si trova soprattutto nei pomodori e nell’anguria.
Anche l’acido folico è utile per chi soffre di ipertensione: si trova in alimenti come piselli, carne, fagioli, frutta fresca e secca, ortaggi specie a foglia verde, etc.
La lisina e prolina sono due amminoacidi che proteggono le pareti arteriose e prevengono al formazione delle placche aterosclerotiche. La sclerosi delle pareti è spesso intimamente correlata con l’ipertensione.
L’arginina è un amminoacido che facilita l’azione di una piccola molecola chiamata ossido d’azoto, capace di aumentare l’elasticità delle pareti arteriose e aiutare a normalizzare la pressione.
Diverse preparazioni di fermenti lattici hanno mostrato effetti positivi sulla pressione e sulla prevenzione cardiovascolare. Più in generale, il consumo regolare d’alimenti fermentati è di grande aiuto nella cura e nella prevenzione dell’ipertensione.
Fare il pieno di integrali: pasta, riso, pane e corn-flakes integrali sono ricchi di fibre che abbassano il colesterolo. Dopo 8 settimane una dieta ricca di fibre consente di abbassare di quasi 2 punti la pressione (secondo le ricerche, nelle persone che già soffrono di ipertensione l’effetto è ancora maggiore: la massima scende di 6 mm/Hg e la minima di 4).
E per concludere con i consigli alimentari, un paio di rimedi della nonna: si può assumere una dose di aglio essiccato equivalente a circa 4g di aglio fresco al giorno; abbondare con le cipolle, grazie al loro contenuto di quercitina (30/50 mg per etto); e infine gustarsi un buon vino può aumentare i livelli di omega-3: all’Università di Campobasso hanno appurato che 2 bicchieri al giorno, la concentrazione degli omega-3 aumenta. Il vino, in particolare quello rosso, fa dilatare i vasi sanguigni e quindi aiuta la pressione a scendere. Oltre i due bicchieri al giorno ottieni però l’effetto opposto.

L’importanza del movimento
Per quanto riguarda il movimento, praticare un’attività fisica moderata (passeggiate, bicicletta, nuoto) è l’ideale. Le attività aerobiche come la bicicletta, il nuoto, la corsa leggera, la ginnastica dolce allenano l’organismo senza sottoporre il cuore a uno sforzo eccessivo. Sconsigliati invece tutti gli sport di potenza, che favoriscono l’aumento della pressione. Camminare, fare escursioni, nuotare, andare in bicicletta e altri sport all’aperto sono ottimi, ma se fatti con regolarità, una volta ogni tanto serve a poco.

Il consiglio dei consigli: rilassarsi ed evitare lo stress
Praticare eventuali tecniche di rilassamento. Assicurare un numero sufficiente di ore di sonno (dormire meno di 6 ore al giorno aumenta del 10 per cento il rischio di ipertensione). Seguire con costanza la terapia farmacologica prescritta dal medico e controllare periodicamente la pressione arteriosa, mantenendo uno stretto contatto con il proprio medico curante.
Infine, cercate di trovare un po’ di tranquillità: interagire con animali, che si tratti di una passeggiata con il cane, accarezzare un gatto o il solo osservare una vasca con pesciolini, porta ad un abbassamento della pressione. Gli hobby divertenti come praticare il giardinaggio, suonare uno strumento musicale o ad es. ricamare, hanno effetti benefici. Evitare di andare in giro in automobile quando c’è troppo traffico per strada: è risaputo che guidare in condizioni di traffico intenso provoca affaticamento e aumenta il livello di stress.
Si sa che lo stress cronico produce un aumento di adrenalina che è un vasocostrittore, pertanto riduce la possibilità del vaso sanguigno di dilatarsi con conseguente aumento della pressione diastolica. Stress e tensione causano la contrazione delle pareti arteriose che rimpicciolisce le arterie. Molte persone si costringono a ritmi di vita eccessivi e di conseguenza diventano ipertesi. Queste persone devono imparare ad evitare condizioni stressanti cambiando il loro stile di vita. Dovrebbero mangiare in modo tranquillo e regolare, cercare di evitare le preoccupazioni, concedersi molto tempo libero, prendere vacanze e in generale, vivere con moderazione in tutti i campi. Dovrebbero anche trovare dei modi per mitigare lo stress prolungato delle emozioni non espresse. Alcune persone, a causa delle loro caratteristiche personali, reagiscono in modo eccessivo a situazioni emotive, causando aumenti di pressione più frequenti e che durano più a lungo. Se questo fenomeno non viene corretto può provocare un’ipertensione sostenuta.

Il consiglio dell’osteopata
Provare la tecnica cranio-sacrale, basta qualche seduta per fare precipitare di 18 punti la pressione sistolica e di 8 la diastolica. Ed è anche un vero toccasana per i muscoli affaticati da sport e palestra.

 

IL RICORDO
Boldini e De Pisis in Castello: tutto iniziò con Franco Farina

di Maria Paola Forlani

Le collezioni d’Arte moderna e contemporanea di Ferrara, artefici dell’attuale evento al Castello Estense, riportano alla memoria il fondatore di tale e prestigiosa struttura: Franco Farina, e ‘l’età dell’oro’ in cui Palazzo dei Diamanti, grazie a lui, fu riconosciuto tra i musei più importanti in tutto il mondo.
Al Castello Estense di Ferrara è stata allestita una sezione di capolavori di due grandi pittori ferraresi che sono stati protagonisti della scena artistica tra Ottocento e Novecento, Giovanni Boldini e Filippo De Pisis. Il monumento simbolo della città fa da cornice alle opere dei due artisti scelte dalle collezioni delle Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Palazzo Massari a Ferrara.
“L’arte per l’arte. Il Castello Estense ospita Giovanni Boldini e Filippo de Pisis” è un evento che intende riconsegnare al pubblico il patrimonio rimasto celato in seguito al terremoto del 2012 e sottolineare il rilievo della pittura moderna ferrarese attraverso due figure di statura internazionale. L’obiettivo degli organizzatori è quello di far vivere i musei nonostante la chiusura della sede che li accoglieva. Più che una mostra, questo magnifico percorso di splendidi capolavori, diventa un allestimento semi-temporaneo che può essere visitato sino alla riapertura di Palazzo Massari, ora in corso di restauro.
Le sale, fastosamente decorate al piano nobile del Castello Estense e i celebri Camerini di Alfonso I, sono ora la sede temporanea di due percorsi monografici che raccontano la parabola creativa di Boldini e De Pisis. I musei ferraresi conservano, infatti, i più ricchi e completi fondi dei due artisti, documentando ogni aspetto della loro ricerca: olii, pastelli e acquarelli, studi e annotazioni di Boldini, e le opere depisisiane sono messe in dialogo secondo due linee di lettura che restituiscono un intenso ritratto della personalità artistiche dei due maestri.
Il percorso espositivo si sviluppa a partire dalle sale del Governo, della Devoluzione, dei Paesaggi e delle Geografie, con dipinti opere su carta e documenti appartenuti a Boldini, dando risalto al ruolo di spicco dell’artista nel rinnovamento della pittura italiana e internazionale. Innanzitutto le prove nella Firenze dei macchiaioli, invenzioni di sorprendente immediatezza come “Le sorelle Lascaraky”; poi la produzione successiva al trasferimento nella Parigi degli impressionisti, in cui spiccano brillanti evocazioni delle atmosfere della vita moderna – da “Notturno a Montmartre” alla “Cantante mondana” – testimoni del confronto con Degas; infine, le icone della ritrattistica – come il “Ritratto del piccolo Subercaseaux”, “Fuoco d’artificio”, “La passeggiata al Bois de Boulogne” o “La signora in rosa” – che sanciscono l’affermazione della cifra stilistica con cui Boldini si impone come protagonista incontestato di questo genere in Europa e oltreoceano. L’allestimento presenta, in un affascinante sequenza, i volti delle protagoniste della Belle Èpoque, da Rita Lydig alla contessa de Leusse a Olivia Concha de Fontecilla, e gli amici artisti, come Degas, Menzel e Whisler.
I Camerini, solitamente non aperti al pubblico, ospitano la seconda parte dell’allestimento, dedicata a un altro talento ferrarese attivo sul palcoscenico parigino. A raccontare il percorso creativo di De Pisis sono le opere che sono entrate a far parte della raccolta ferrarese soprattutto grazie all’attività della Fondazione Pianori e al generoso lascito di Manlio e Franca Malabotta. Aprono la narrazione preziose testimonianze del periodo giovanile, da Natura morta col martin pescatore, dipinta a Ferrara prima del trasferimento nella capitale francese, a “Le cipolle di Socrate”, rivelatore della riflessione di De Pisis su De Chirico e la pittura metafisica. Seguono i capolavori del periodo parigino che raccontano la nascita di un linguaggio altamente personale: pure invenzioni liriche, come le nature morte marine e
“Il gladiolo fulminato”, o trascrizioni pittoriche delle brucianti emozioni che l’esperienza della Ville lumiére procura al pittore, di cui un esempio è “Strada di Parigi”. Il cerchio si chiude con la produzione successiva al rientro in Italia: penetranti effigi maschili come il “Ritratto di Allegro” e poi i commoventi capolavori dell’ultima stagione – “La rosa nella bottiglia” e “Natura morta con calamaio” – nei quali la poesia delle immagini si spoglia fino all’essenziale.
Un altro fondamentale apporto alla valorizzazione del patrimonio delle Gallerie d’Arte moderna e contemporanea è, infine, offerto dalla pubblicazione dell’edizione critica della corrispondenza boldiniana conservata presso il Museo Giovanni Boldini a cura di Barbara Guidi, che rappresenta un prezioso strumento scientifico per l’evoluzione degli studi del pittore ferrarese. Quello che succederà a questo patrimonio d’arte ferrarese, la loro permanenza nel Castello Estense, lo spostamento della Pinacoteca Nazionale è tutto da vedere…

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Franco Farina con Don Franco Patruno ad una mostra al Palazzo dei Diamanti

Ma questo omaggio alle raccolte dei Musei d’arte moderna e contemporanea, permette di rammentare il fondatore e l’artefice di questa importante struttura: Franco Farina, indimenticabile direttore ed operatore culturale. Scriveva sull’Osservatore Romano del 1, marzo 2000, Franco Patruno: “Ricordo ancora l’affollamento, nella trecentesca Casa Romei, alla prima delle grandi rassegne promosse da Franco Farina: era il 1963 e nel mirabile Palazzo dei Diamanti, vera perla quattrocentesca di Biagio Rossetti, si stavano svolgendo lavori di ripulitura interna per rendere funzionali ed agibili gli spazi per future mostre […]. La mostra era quella di Giovanni Boldini, non a caso un ferrarese sprovincializzato.”

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Andy Warhol e Liza Minelli a Palazzo Diamanti nel ’75 per l’apertura della mostra ‘Ladies and Gentleman’ curata da Franco Farina.

Fu proprio Franco Farina a raccogliere il patrimonio boldiniano ed a iniziare un fulgente caleidoscopio di mostre ed eventi indimenticabili. Palazzo Massari, quando gli fu affidato, lo restaurò lui stesso con un collaboratore interno (il pittore Giovanni Bandiera) trasformandolo in struttura “polivalente” per ospitare mostre ed eventi di “genere”. Tutto questo non va dimenticato, Palazzo dei Diamanti, a quel tempo, era diventato un museo dinamico noto in tutto il mondo come il “Beaubourg” di Parigi.

Non sarà facile ritornare agli antichi splendori, soprattutto per le attuali difficoltà economiche nel mondo dell’arte, ma quella prassi di aperture a tutti i linguaggi, a tutte le correnti, all’accoglienza di artisti e di giovani attenti al mondo della cultura e della ricerca spero possa ritornare un giorno, proprio come lo aveva ipotizzato e realizzato Franco Farina, in “quella età dell’oro estense” in cui “L’Arte per l’Arte” non era solo un motto o una sigla, ma segno di amore e solidarietà e che la città di Ferrara ha vissuto grazie ad una persona illuminata come questo “grande maestro”, carico di umanità.

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RIFLETTENDO
Crisi greca: tra vendetta punitiva e enfasi retorica

Nella vita, sarà capitato a tutti di notarlo, certe parti in commedia sono più agevoli di altre, ci si cala in un attimo e con grande con facilità nel personaggio con la recitazione che immediatamente esce fluida e naturale, quasi senza bisogno di leggere il copione. Altre invece sono tremendamente più difficili e si preferirebbe lasciarle ad altri. D’altra parte siamo un popolo di commedianti e da noi la recita a soggetto è un elemento caratterizzante dell’identità nazionale, tant’è che neanche i grandi attori la disdegnano quando capita, in cui ognuno oltre a quello che pensa di questo o di quell’argomento mette in mostra se stesso, per quello che è o, soprattutto, vorrebbe essere. I personaggi sono più o meno quelli classici: il tipo sempre pronto a menare le mani, il presuntuoso Balanzone di turno, i servi più o meno sciocchi, i cavalieri senza paura e senza macchia. Nel dibattito andato in scena nei social network sulla crisi greca, tema per sua natura carico di suggestioni, li abbiamo visti tutti: schierati sia da una parte che dall’altra, ognuno vestendo i panni della propria maschera, ingaggiare lotte senza quartiere ed esclusione di colpi coi nemici.
Alcuni ruoli si addicono a ciascuno di noi meglio di altri: in questo caso sparare ad alzo zero contro l’egoismo cieco dei più ricchi, la rapacità dei banchieri e la grettezza e la scarsa lungimiranza dei politici, descrivendo a tinte forti le condizioni di disagio in cui vive una parte del popolo greco, è una parte in cui molti si sono calati; spesso anche a ragione, finché almeno non venivano superati i limiti del buon senso. Perché è fuor di dubbio che le condizioni imposte alla Grecia, forse più ancora nella forma che non nella sostanza, hanno in sé una valenza punitiva del tutto ingiustificata, che va persino oltre la logica spietata degli affari: una sorta di vendetta compiaciuta da parte delle formiche operose sulle cicale irriverenti e scialacquatrici.
C’è tuttavia nel repertorio della nostra commedia anche la figura del bastian contrario, colui cioè che spesso per solo puntiglio, ma altre volte con piena ragione (almeno così capita nelle storie), contrasta il punto di vista prevalente e ne mette in luce le contraddizioni. Devo dire che da un po’ trovo che quel ruolo mi si addica, più di quello del capitan Fracassa o del Balanzone, che semmai in altre fasi della vita mi hanno attratto maggiormente. Senilità incipiente, dirà qualcuno brandendo una clava e forse non del tutto a torto. Però se è pur da esecrare l’insensibilità delle formiche, oltretutto fin troppo attente a curare i propri interessi, è necessario che anche le cicale ammettano senza infingimenti che con il loro stile di vita non si passa l’inverno. Che le riforme vanno fatte, non solo perché lo chiedono i creditori, ma perché altrimenti non si costruisce una società moderna. Vanno perciò non solo sfamate, ma anche aiutate a mutare le loro abitudini per quel tanto che è necessario a non dover contare in eterno sulla pubblica carità, che è il nome che dopo un po’ assume la solidarietà nei confronti di chi non fa nulla per aiutarsi.
C’è invece chi, forse preso dalla foga e dall’enfasi retorica, è sembrato considerare il sistema greco quasi come un esempio ed un modello virtuoso da difendere di fronte agli attacchi della bieca finanza neoliberista. Un sistema, ricordiamolo, che è la causa principale di una situazione economica insostenibile: debito pubblico alle stelle, pubblica amministrazione inefficiente ed ipertrofica, legislazione fiscale incongrua, welfare e sanità sperequati. Il tutto in un contesto caratterizzato da un’industria quasi inesistente, un’agricoltura spesso arretrata ed un turismo sì sviluppato, ma che grazie alla fiscalità di favore ed all’evasione non contribuisce quanto potrebbe alle casse pubbliche.
E’ però fuor di dubbio che in tutto questo l’Europa ha brillato per la propria assenza, priva com’è di strutture istituzionali in grado di assumere decisioni sulle questioni più importanti. Se il Parlamento europeo non ha avuto modo di esprimersi sulla vicenda greca e se la Commissione ha svolto un semplice ruolo da notaio, ciò non è dovuto ad un golpe messo in atto da Angela Merkel e dal suo luciferino ministro dell’economia, ma al semplice fatto che questi organismi non hanno praticamente alcuna voce in capitolo. Se non si scioglie questo nodo, riprendendo cioè le fila del processo di integrazione politica interrotto dalla bocciatura nel 2005 della bozza di costituzione europea, è ben difficile poter immaginare da parte dei governi europei e, soprattutto, dei partiti che li sostengono comportamenti che non siano condizionati pesantemente dalle loro ripercussioni nella politica interna dei rispettivi Paesi. In una fase come quella attuale che vede una crescita impetuosa un po’ in tutta Europa di movimenti e partiti anti Ue e anti euro e con elezioni alle porte in alcuni paesi era ragionevolmente difficile aspettarsi qualcosa di diverso. Se c’è tuttavia un piccolo risvolto positivo in questa vicenda è che questa necessità sia stata toccata con mano anche da chi fino a ieri riteneva che il mercato e gli accordi di Maastricht fossero sufficienti per governare l’Europa.
Nota a margine. Bisogna smettere di addebitare determinate scelte “ai tedeschi” e non al governo che regge la Germania in questo momento. La differenza non è da poco e sarebbe meglio che, al contrario di quanto è successo in questi giorni, non si manifestassero altri rigurgiti di astio anti-tedesco: rinfocolare l’odio fra i popoli in Europa non credo faccia bene a nessuno. Oltretutto, ci sono milioni di tedeschi che disapprovano il comportamento del loro governo.