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IL FATTO
Brescello: primo comune in Emilia Romagna sciolto per infiltrazioni mafiose

La notizia è di poche ore fa: Brescello non sarà più noto solo come il paese di Peppone e don Camillo, ma anche come primo comune in Emilia Romagna sciolto per mafia.
Il comune in provincia di Reggio Emilia (la stessa città sede dello storico processo Aemilia che sta mettendo alla sbarra la ‘ndrangheta in Regione) era già commissariato da gennaio, da quando l’ex sindaco Marcello Coffrini si era dimesso dopo la conclusione dell’indagine della commissione prefettizia che ha indagato sulle infiltrazioni mafiose in seno al Comune.
Sullo sfondo: l’inchiesta Aemilia del gennaio 2015 coordinata da Roberto Alfonso, che ha portato all’omonimo processo contro la ‘ndrangheta in Emilia Romagna. E ancora prima, nel 2014, le dichiarazioni di Coffrini su Francesco Grande Aracri, figlio del boss della ’ndrangheta Nicolino, in carcere al 41bis, ai ragazzi dell’Associazione Cortocircuito di Reggio Emilia che stavano svolgendo l’inchiesta “La ‘ndrangheta di casa nostra”. Sindaco di Brescello dal 2014 e prima ancora (dal 2005 al 2014) assessore con deleghe a Urbanistica, Edilizia e Sicurezza, Marcello Coffrini aveva detto su Francesco Grande Aracri, condannato in via definitiva per mafia nel 2008 e considerato dai magistrati uno dei ‘reggenti’ della cosca: “E’ gentilissimo, è uno molto tranquillo… è molto composto, educato, ha sempre vissuto a basso livello. Hanno un’azienda… con cui fanno i marmi… mi fa piacere che siano riusciti a ripartire”. Recentemente è emerso anche che Ermes Coffrini, padre di Marcello e anch’esso sindaco di Brescello per alcuni anni, è stato l’avvocato della famiglia Grande Aracri dal 2002 fino al 2006.

A chiedere al Ministro dell’Interno lo scioglimento del comune in riva al Po, per “il concreto pericolo che ci siano state infiltrazioni mafiose all’interno dell’apparato amministrativo”, era stato il Prefetto di Reggio Emilia, Raffaele Ruberto, al termine dei lavori della commissione di accesso nominata nel giugno 2015 e dopo le consultazioni con forze dell’ordine e magistrati. La commissione (formata dal vice prefetto Adriana Cogode, dal capitano dell’Arma di Castelnovo Monti Dario Campanella e da Giuseppe Zarcone) ha lavorato per mesi negli uffici del comune della Bassa, incrociando dati e documenti. Nella relazione finale, di oltre 300 pagine, si parlerebbe di dipendenti comunali a tempo determinato riconducibili alla famiglia Grande Aracri, di appalti e subappalti ‘sospetti’, di cambi di destinazione d’uso di terreni, soprattutto per quanto riguarda la zona dove, tra gli altri, vive Francesco Grande Aracri.
Il ministro dell’Interno Alfano, valutati gli atti, ha deciso di chiedere al Consiglio dei Ministri lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose e questa mattina il cdm ha deciso in questo senso: è la prima volta nella nostra regione. Ora per Brescello la legge prevede un commissariamento di almeno un anno.

Guarda l’inchiesta dell’Associazione CortoCircuito di Reggio Emilia “La ‘Ndrangheta di casa nostra. Radici in terra emiliana”

VIDEOCONFERENZA
Magistratura e politica, una difficile dialettica

“L’Italia non è un paese normale”, “basta pensare al fatto che tre Presidenti del Consiglio negli ultimi anni sono stati indagati o condannati per fatti gravissimi: Giulio Andreotti, su cui pendeva l’accusa di associazione a delinquere andata prescritta, Bettino Craxi accusato di corruzione e morto latitante o esule che dir si voglia, e Silvio Berlusconi, condannato per frode fiscale”.

Bastano queste parole del magistrato Leonardo Grassi a dare la misura della delicatezza e dell’attualità del tema affrontato nel quarto appuntamento del ciclo “Chiavi di lettura, opinioni a confronto sull’attualità”, organizzato da Ferraraitalia nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea: “Il potere dei giudici: diritto e rovescio dell’intangibilità dei magistrati”.
Grassi è presidente di sezione della Corte d’Assise d’appello del tribunale di Bologna, in passato si è occupato fra gli altri dei casi giudiziari relativi alle stragi dell’Italicus e della stazione di Bologna; insieme a lui, nel ruolo di “provocatore” – come lo ha definito Andrea Vincenzi di Ferraraitalia nell’introduzione al dibattito – Gian Pietro Testa, inviato speciale del Giorno negli anni Settanta, poi all’Unità, ad Avvenimenti, direttore del quotidiano napoletano Senza prezzo, direttore dell’emittente televisiva Ntv, scrittore e poeta.
Alla domanda di Gian Pietro “Chi è il giudice oggi in Italia?”, Grassi ha risposto: “E’ una domanda difficile. I giudici non dovrebbero occuparsi di tutto, dare un contributo alla formazione dell’opinione pubblica, in Italia però la situazione è diversa. Nel corso degli anni c’è stata una sovraesposizione della magistratura, che ha anche esercitato un ruolo di supplenza rispetto al deficit di altre Istituzioni”.
Il rapporto conflittuale con la politica è iniziato per lui “dai tempi dell’arresto di Calvi, negli anni Settanta, perché già allora la magistratura è andata a intaccare gli ambiti di un potere politico distorto”; “il governo dei giudici però non c’è mai stato – ha continuato Grassi – i magistrati hanno governato una serie di processi che hanno avuto un effetto mediatico e anche sul contesto politico contingente, l’esempio emblematico è stato Mani Pulite”. “Ma allora – ha chiesto Testa – come rimettere ordine?”, “Forse non è ancora il momento di mettere ordine, perché non sì è ancora espressa un’onesta intelligenza organizzativa per una riforma organica” del sistema giudiziario italiano. “Quello di cui mi rammarico – ha concluso il magistrato – è che il potere politico non ha saputo affrontare in modo razionale ed efficace i problemi che il lavoro della magistratura portava alla luce. Per questo ci troviamo ancora oggi in un groviglio di situazioni opache”.
Fra i temi sollevati nel corso del pomeriggio anche il dibattito interno alla magistratura su “una gestione costituzionalmente e socialmente orientata” del proprio mestiere e lo spinoso nodo della responsabilità civile dei giudici. Quest’ultima ripetterebbe un principio di equità, ma potrebbe anche essere anche un’arma a doppio taglio, perché da una parte si salvaguarda il principio della responsabilità individuale delle proprie azioni, dall’altra però si introduce un potenziale elemento di pressione sui magistrati, un freno in particolare per le azioni condotte nei confronti di imputati ‘eccellenti’.
Gian Pietro Testa ha dato voce a un’autocritica del giornalismo a questo proposito: “quanto influisce su questo dibattito il giornalismo, che intuisce o ipotizza dove bisognerebbe andare a parare e insiste in quella direzione? Ormai qui si va avanti a forza di scandali, non di problemi”. Secondo Grassi questo è un tema “affrontato spesso con spirito di rivalsa”, mentre l’obiettivo dovrebbe essere “trovare un punto di equilibrio fra le due esigenze di affermare la responsabilità in caso di errore e di salvaguardare il magistrato, pubblico ministero o giudice, da richieste risarcitorie pretestuose”.

ECOLOGICAMENTE
Ecolabel e Emas

L’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato il “Rapporto Benefici ed incentivi a livello locale per l’adesione a Ecolabel UE. Analisi dello stato dell’arte, valutazione di efficacia e buone pratiche” (vedi) e le “Linee Guida in materia di informazione, assistenza e controlli verso organizzazioni richiedenti la registrazione Emas o in possesso della stessa” (vedi).

II rapporto presenta lo stato dell’arte in Italia per quanto riguarda i provvedimenti agevolativi adottati dalle pubbliche amministrazioni a livello locale per incentivare le organizzazioni registrate Emas e i prodotti certificati Ecolabel Ue. Sulla base del quadro degli incentivi adottati il documento effettua dei confronti tra diverse realtà regionali, individuando sia buone pratiche da valorizzare sia eventuali disparità territoriali rispetto alle quali definire interventi di mitigazione.
Dagli esiti dell’analisi emerge l’opportunità di concentrare gli sforzi sia in ambito regionale sia nazionale per favorire interventi integrativi che mirino a sostenere l’adozione di sistemi agevolativi snelli, in termini attuativi, stabili, cioè capaci di dare garanzia nel medio-lungo periodo ai soggetti destinatari e leggeri, cioè sostenibili per i bilanci regionali.
In sintesi il rapporto:
• effettua dei confronti tra diverse realtà regionali individuando sia buone pratiche da valorizzare sia eventuali disparità territoriali rispetto alle quali definire interventi di mitigazione;
• contiene un’analisi delle diverse tipologie di provvedimenti agevolativi adottati che, attraverso la predisposizione di specifiche schede, ne definisce l’efficacia, i punti di forza e di debolezza al fine di fornire utili indicazioni di natura operativa ai soggetti ‘programmatori’.

Una segnalazione importante: la nostra regione è di gran lunga la più attenta a questa strategia di certificazione.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Scuola: alt, polizia

Può darsi che tutelare i nostri giovani da pericoli come il consumo di droghe non abbia prezzo. Ma non è così naturale che a scuola entrino le forze dell’ordine. È successo in questi mesi un po’ in tutta Italia, a Roma come a Ferrara. Dobbiamo capire dove inizia e dove finisce il confine invalicabile di ogni istituto scolastico, perché la scuola non può rinunciare a essere luogo per eccellenza della tutela e dell’accompagnamento di bambini, adolescenti, giovani. Spazio di protezione e ascolto di chi tra noi è più fragile, più esposto a sbagliare. Per questo, là dove si educa, non possono subentrare carabinieri e cani poliziotto. Non si tratta di democraticismo pedagogico, di sottrarre gli studenti alle loro responsabilità, alla legalità e all’educazione. Ma ci devono essere aree protette, tra queste, prima di tutto, le scuole e gli ospedali. Non significa extraterritorialità, neppure zona franca, ma semplicemente attenzione, comprendere la scala degli obiettivi, le priorità che non possono venire meno.
Coordinare gli sforzi volti a prevenire e contrastare lo spaccio di droga, come altri fenomeni di devianza sociale tra i giovani in età scolare, non può che incontrare la piena condivisione delle famiglie e degli istituti scolastici, ma ciò non può avvenire a prescindere dalla considerazione che, prima di impressionare e punire, è indispensabile comprendere e recuperare, tenere aperta la strada della confidenza, della fiducia, del dialogo. Si tratta di non guardare la persona al presente, ma in prospettiva.
Al liceo Virgilio di Roma l’arresto, durante la ricreazione, di un ragazzo sorpreso a vendere hashish a un compagno, ha prodotto la protesta di genitori e di centinaia di studenti, non certo per sottovalutazione, ma semplicemente per il motivo che la scuola, in quanto luogo sociale protetto, richiede modalità di approccio e di intervento ben diverse dalla messa in scena dello spiegamento di forze della polizia. Un’esibizione nutrita dall’idea che solo l’intimidazione e la punizione possano far desistere la fragile personalità degli adolescenti dall’intraprendere la strada della droga e della devianza sociale. Un modo sbrigativo per affrontare una questione complessa che compete anche alla scuola come luogo di relazioni, di scambi, di processi formativi, di fiducie e di attese, senza blitz, cani poliziotto e forza armata.
Per nessun motivo può venire meno la piena coscienza che le scuole sono luoghi particolari, altamente delicati, perché luoghi di tutela, cura, sostegno e dialogo per le giovani generazioni.
Se la scuola, in virtù di un ruolo male inteso, non assolvesse a queste prerogative, rischierebbe di tradire la fiducia dei suoi utenti, fondamento di ogni relazione educativa, condizione prima per lasciare aperta ogni possibilità alla confidenza e alla comunicazione tra alunni e docenti, protagonisti di quei complicati e delicati atti ad alta intensità educativa che ogni giorno si concretizzano nelle aule scolastiche del nostro Paese.
Mancare su questo terreno comprometterebbe ogni speranza di successo nella lotta contro i comportamenti devianti, con la conseguenza di lasciare spazio e voce solo alla condanna, all’etichettamento, all’emarginazione, con il risultato di aver fallito nello svolgere il compito formativo e, in particolare, nei confronti dell’educazione alla legalità, al rispetto di sé e degli altri.
Ogni istituzione scolastica è chiamata a esercitare i propri compiti nell’ambito sancito dalla nostra Carta Costituzionale e dalla legislazione di uno Stato di diritto, senza travalicare mai questi confini, a tutela del rispetto delle singole competenze istituzionali e del ‘valore’ che è ogni ragazza e ogni ragazzo per il presente e per il futuro della nostra società.
Per esperienza quanti operano nelle scuole sanno bene che la devianza giovanile è il prodotto di un dis-agio, di un non-logos, di un non-senso della vita. Chi è in crescita, chi ‘crea se stesso’, come le nostre ragazze e i nostri ragazzi, ha tutto il diritto di frequentare una scuola che garantisca di poter ricercare, con a fianco l’adulto insegnante, l’agio, il logos e il senso da dare alla propria esistenza, i ‘significati’ di cui ha bisogno, di cui sente la mancanza, anche se inconsapevolmente. Ciò deve avvenire in un ambiente disinteressato, sereno e sinceramente rassicurante, tutelato e protetto da ogni possibile minaccia che possa vanificare per sempre i non facili sforzi e più spesso i tormentati percorsi di ogni singolo.
Garantire una fattiva, leale e doverosa collaborazione tra istituzioni scolastiche e le forze dell’ordine che operano sul territorio, richiede attenzione, sensibilità, intelligenza, capacità di valutazione per non tradire l’ambito dei doveri che la legge assegna a ciascuna istituzione, con particolare riguardo alla tutela e al rispetto prezioso dello sviluppo della persona umana.

NOTA A MARGINE
Lucio Battisti era fascista? Ecco le prove!

In questi giorni si è tornato a parlare di un ipotetico “Lucio Battisti fascista” e puntualmente è riesplosa la polemica. Il dilemma ricorre da decenni, irrisolto. E’ un fatto che nei testi delle sue canzoni si ritrovino espressioni quantomeno ambigue, come “boschi di braccia tese” su cui planare (“La collina dei ciliegi”) o “Mare nero, mare nero tu eri chiaro e trasparente come me” (“La canzone del sole”). Ma c’è un brano in particolare che più degli altri si presta all’equivoco (se di equivoco si tratta) o che suona a conferma delle congetture dei ‘maliziosi’: si tratta di “Il mio canto libero”, che ci siamo divertiti a interpretare e commentare strofa per strofa avallando l’idea di un Lucio Battisti nostalgico di Mussolini e della sua ideologia. Ecco, dunque, la nostra ‘rilettura’.

Il mio canto libero (testo analizzato e commentato)

In un mondo che
Non ci vuole più

E’ il mondo nuovo nato dopo il 25 aprile, quello della Liberazione dal nazifascismo, che respinge l’ideologia cara al cantante

Il mio canto libero sei tu

Il faro e il riferimento resta comunque lui: il Duce, Mussolini

E l’immensità
Si apre intorno a noi

Resta un mondo tutto da riconquistare, un orizzonte da ricostruire

Al di là del limite degli occhi tuoi

Mussolini è morto, giustiziato dopo la cattura da parte dei partigiani. Ma il limite temporale della morte non spegne la fiamma dell’ideale, viva nonostante tutto

Nasce il sentimento
Nasce in mezzo al pianto
E s’innalza altissimo e va

Sono momenti di smarrimento e di disperazione, ma anche di orgoglio e di ansia di riscatto

E vola sulle accuse della gente
A tutti i suoi retaggi indifferente
Sorretto da un anelito d’amore
Di vero amore

Dopo la Liberazione, il fascismo è additato come causa dei mali dell’Italia per averla trascinata in guerra e averne determinato la distruzione. E per avere confiscato le libertà individuali, perseguitato i dissidenti (le “accuse della gente”). Ma coloro che hanno servito l’ideale sanno la verità e restano perciò “indifferenti”, forti del sentimento puro (“vero amore”) che li anima

In un mondo che (pietre un giorno case)
Prigioniero è (ricoperte dalle rose selvatiche)
Respiriamo liberi io e te (rivivono ci chiamano)

Le antiche case custodi degli ideali sono crollate (restano pietre, coperte però da rose selvatiche che ancora ne testimoniano la purezza incontaminata). Mentre al contrario il mondo nuovo è prigioniero di falsi miti. Il cantante – in uno slancio vitale – intimamente rinsalda il proprio credo a quello del Duce ispiratore (“respiriamo liberi io e te”) e avverte l’ansia di ricominciare in nome dell’ideale ferito.

E la verità (boschi abbandonati)
Si offre nuda a noi e (perciò sopravvissuti vergini)
E limpida è l’immagine (si aprono)
Ormai (ci abbracciano)

I sentieri percorsi, quelli dell’ideologia, i “boschi abbandonati” ai quali molti hanno voltato le spalle non scalfisce la consapevolezza (“limpida è l’immagine”) dei superstiti che, nonostante la sconfitta, non hanno perso la fede negli ideali (“sopravvissuti vergini”) e ne coltivano la purezza pronti (“ormai”) a riprendere la lotta.

Nuove sensazioni
Giovani emozioni
Si esprimono purissime
In noi

La risoluzione di ricominciare tutto daccapo, di ricostruire, nonostante la sconfitta e i tradimenti, genere un’immediata energia catartica (“nuove sensazioni” e “giovani emozioni” che galvanizzano i nuovi apostoli (“noi”) eredi degli ideali e portatori di verità

La veste dei fantasmi del passato
Cadendo lascia il quadro immacolato
E s’alza un vento tiepido d’amore
Di vero amore

I fantasmi del passato sono quelli della disfatta e degli scontri fratricidi, ma appaiono appunto “fantasmi” travisati da dubbi ormai risolti, che si dissolvono a fronte della risoluzione di riprendere il cammino. Il quadro degli ideali è immacolato e il percorso dei nuovi eletti è accompagnato da “un vento tiepido d’amore”

E riscopro te
Dolce compagna che
Non sai domandare ma sai
Che ovunque andrai
Al fianco tuo mi avrai
Se tu lo vuoi

Ed ecco dunque che l’autore infine riscopre nell’ideologia “la dolce compagna” che nulla pretende ma tutto può, e della quale egli s’offre d’esser servitore (“se tu lo vuoi”), riaffermando definitivamente il proprio credo

L’oro nero non è più d’oro, o forse no: quale futuro ci aspetta

Probabilmente nessuno nel non lontano 2008, quando il prezzo del petrolio schizzava a 146 dollari al barile, si sarebbe mai immaginato di vedere meno di un decennio dopo il suo valore ridotto di 120 dollari. Ma ciò che più ci avrebbe stupiti all’epoca, stremati dalle notizie che promettevano devastanti aumenti dei prezzi di tutte le merci destinate a entrare nelle nostre case, sarebbe stato non solo l’oscillare dei prezzi fra i 26 ed i 40 dollari al barile, ma addirittura l’essere in qualche modo allarmati da queste cifre.

Il petrolio è la fonte di energia più utilizzata del pianeta e i suoi derivati diventano carburante per la stragrande maggioranza di veicoli in circolazione a livello mondiale. È dunque chiaro perché le sue variazioni di prezzo si ripercuotano sugli andamenti delle economie di tutto il mondo. Ma come mai, ora che il prezzo è basso, gli economisti sembrano essere allarmati come un tempo? E soprattutto, perché il prezzo si è ridotto a meno di un quinto di quello a cui sembravamo doverci abituare in passato?
Partendo dalla storia, bisogna dire che se da un lato il fabbisogno energetico è aumentato notevolmente nell’ultimo decennio a livello mondiale, la domanda di petrolio è rimasta tutto sommato stabile. Questo a causa soprattutto della maggiore presenza sul mercato di energia ricavata da fonti alternative, non necessariamente rinnovabili, quali il gas naturale, il nucleare e le diverse energie verdi che, anche se non ancora mature, si affacciano con sempre maggior vigore sul mercato. Una domanda stagnante però, di per sé, non basta a giustificare un simile tracollo dei prezzi: la principale causa di tutta questa instabilità è data da quella che potrebbe essere la fine della leadership sul mercato di uno dei più grandi cartelli della storia: l’Opec.
Recentemente, infatti, in America sono andate affermandosi nuove tecniche di estrazione del greggio tramite il fracking, in grado di utilizzare lo scisto bitumoso per estrarre da giacimenti le cui caratteristiche ne rendevano impossibile lo sfruttamento con i metodi tradizionali. Come se non bastasse, si sta scoprendo che di petrolio (che si diceva dover finire entro cinquant’anni), soprattutto nelle Americhe, ce n’è molto di più di quanto non si pensasse. Il fracking ha un unico problema: anche quello ‘di nuova generazione’, rispetto ai metodi tradizionali, è più costoso. Di quanto? Fino a poco tempo fa di molto e l’Opec ha cercato di strozzare la concorrenza sul nascere, abbassando i prezzi al punto da rendere del tutto sconveniente la produzione. O almeno ci ha provato: se fino a giugno 2014 il prezzo del petrolio era di 106 dollari al barile, un anno dopo era già più che dimezzato, anche se, stando a quanto era stato preventivato dagli esperti del settore, sarebbe bastato un prezzo attorno ai 60 dollari al barile per accompagnare fuori dal mercato la concorrenza. Quello che i produttori arabi probabilmente non si aspettavano è che i frackers fossero così duri a mollare l’osso: anziché desistere, i produttori americani hanno fatto grandi investimenti nel miglioramento dell’efficienza delle tecniche di estrazione e, almeno per il momento, sopravvivono anche grazie alla spinta degli aiuti di Stato per l’estrazione di petrolio, negli Usa di gran lunga maggiori di quelli offerti per la ricerca e sviluppo di energie rinnovabili. D’altra parte la posta in palio è colossale, come colossali sono le ripercussioni che avranno gli esiti di questa guerra economica negli equilibri geopolitici mondiali. Per adesso l’accanimento a ribasso dell’Opec e la perseveranza dei frackers, a cui si sommano il recente rallentamento (con conseguente diminuzione di domanda energetica) dell’economia cinese e gli investimenti in fonti alternative, hanno portato a un eccesso di offerta di greggio sui mercati internazionali e questo non fa che abbassarne ulteriormente il prezzo. Se un paese come l’Arabia Saudita è in grado di guadagnare dalle esportazioni di petrolio fino ad un prezzo minimo di vendita di 10 dollari al barile, è anche vero che questa strategia a ribasso l’ha portata a bruciare, per non incasso, una media di 2 miliardi di dollari a settimana da quasi un anno a questa parte.

È lecito chiedersi cosa ci riservi il futuro. Tutto è possibile nel breve periodo con oscillazioni che potrebbero portare il prezzo da 10 a 60 dollari al barile (verosimilmente più contenute, da 20 a 50 direi). Se poi i produttori americani dovessero desistere sotto i colpi di questi ribassi concorrenziali, il petrolio schizzerebbe in alto, tornando circa a 100 dollari al barile; leggermente più contenuti sarebbero se fossero i produttori arabi a dover accettare definitivamente sul mercato la presenza dei frackers: a questo punto i prezzi salirebbero sì, ma sarebbero tenuti a bada dalla concorrenza. Sempre ammesso che frackers e Opec non formino una sorta di giga-cartello internazionale volto a mantenere i prezzi a livello di monopolio, in questo caso sarebbe davvero difficile intervenire legalmente non esistendo una figura di antitrust intercontinentale. A tutto ciò si sommano altre infinite variabili quali la domanda futura generale e l’andamento delle singole economie. Sono in forte aumento gli investimenti in ricerca e sviluppo per metodi di sfruttamento delle fonti di energia rinnovabili le quali, ancora assolutamente insufficienti a livello di efficienza a sostituire il combustibile fossile, rappresentano inevitabilmente il futuro del mercato energetico. Nel frattempo si sta affacciando con grandissima decisione sul mercato del greggio l’Iran, il quale, oltre che sul nucleare, per il suo sviluppo punta a portare entro il 2021 da 2,7 a 4,1 milioni di barili la sua produzione annua di petrolio e questo andrà ad aggiungere merce in un mercato già di per sè saturo. Si tratta di fattori che inevitabilmente andranno ad incidere sul prezzo del petrolio ed in generale sugli equilibri economici mondiali del futuro.

Un quadro complesso e bizzarro si presenta quindi ai mercati internazionali, inermi di fronte a questa guerra di prezzi. Ciò che più preoccupa è l’imprevedibilità degli andamenti futuri del petrolio nel breve periodo, i cui sbalzi improvvisi possono rivelarsi deleteri per un’enorme vastità di attività, ma non è tutto: un prezzo troppo basso, oltre a mandare in crisi le aziende produttrici (comprese quelle nostrane) e a creare un forte disincentivo all’investimento sulla ricerca di fonti energetiche rinnovabili, va ad alimentare la stagnazione deflativa che affligge i mercati occidentali. I prezzi continuerebbero a calare insomma. Senza un’inflazione leggermente maggiore si rischia di eliminare gli stimoli a ogni tipo di investimento in quanto il denaro aumenta “automaticamente” il proprio valore nel tempo. Sembra un’assurdità, ma in una società totalmente dipendente dalle fonti di energia fossile come quella odierna, se queste improvvisamente si trovano a essere abbondanti e a prezzi convenienti, si porrebbe avere l’effetto di frenare la crescita più che di sospingerne la corsa.

Con la Biennale Donna torna anche il Padiglione di Arte Contemporanea

Il giardino all’ingresso al Padiglione d’Arte Contemporanea è gremito di gente, tutti in attesa di poter visitare la XVI edizione della Biennale Donna, inaugurata ieri dopo due anni di sospensione a causa del terremoto. Il Padiglione non aveva subito ingenti danni durante il terremoto, eppure i controlli e i ritocchi necessari ne avevano richiesto la chiusura; ieri, in un caldo sabato pomeriggio, i ferraresi hanno potuto riaccedervi, riconquistando uno spazio amato dalla cittadinanza.

Il vicesindaco Massimo Maisto, presente all’inaugurazione, ha sottolineato l’importanza dell’appuntamento della Biennale Donna, la cui prima edizione fu nel 1984. Perché Ferrara non è solo il suo illustre passato, messo in risalto da mostre come quella sulla Videoarte o su Ariosto (“Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”, in arrivo al Palazzo Diamanti dal 24 settembre), ma è anche un territorio fatto di grandi professionalità.

“Cultura e arte rappresentano la memoria della storia”. Con questa citazione di Ana Mendieta, artista cubana le cui opere aprono la mostra, la curatrice Silvia Cirelli ha presentato l’esposizione, intitolata “Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina”. Silencio Vivo, due parole scelte con attenzione per il loro significato, lo stesso sia nella lingua spagnola che in quella portoghese, rappresenta il corpus del lavoro delle artiste esposte. “Quando abbiamo ideato l’esposizione abbiamo scelto di non limitarci all’arte contemporanea degli ultimissimi anni, ma di andare più indietro nel tempo. Le opere, che vanno dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta, sono rappresentative del periodo drammatico delle dittature militari, che ha influenzato le varie generazioni nel tempo”, ha spiegato Silvia. “Il Padiglione dell’Arte Contemporanea di Milano, importante centro di cultura riconosciuto a livello internazionale – ha aggiunto l’altra curatrice Lola G. Bonora – ci ha contattate per chiederci di presentare l’esposizione da loro. Ferrara torna a essere un centro importante non solo per il suo passato, ma anche per l’arte contemporanea”.

Le voci si perdono nel cortile, le persone sono troppe perché la presentazione della mostra raggiunga tutti, ma il concetto sembra essere chiaro a chiunque sia presente: come la fenice che risorge dalle ceneri, anche Ferrara si rialza, riappropriandosi dei suoi spazi. Il Padiglione si riempie di passi, di voci, di sguardi. Non è facile muoversi all’interno senza urtarsi a vicenda. Le opere che danno il benvenuto ai visitatori sono di Ana Mendieta, giovane artista cubana scomparsa prematuramente, che usava il proprio corpo come strumento per veicolare la propria arte. Legata alla natura, alle tradizioni e agli elementi dei rituali cubani, come il sangue o la polvere da sparo, le sue opere denunciano la violenza e stringono i legami del binomio vita/morte. Ad attirare l’attenzione è un filmato in cui l’artista, di cui non si vede mai il corpo, riprende i passanti che percorrono un marciapiede su cui lei ha versato del sangue. La performance è la loro reazione: gente distratta che non si sofferma, abituata alla violenza, non si domanda chi possa essersi ferito in tal modo, ma passa avanti, indifferente.
L’uso del corpo è presente anche nei lavori di Anna Maria Maiolino, artista di origini italiane vissuta in Brasile, dove si trasferì negli anni Sessanta e visse da protagonista l’affermarsi della dittatura. Proprio uno dei suoi lavori è stato scelto come immagine simbolo della Biennale: una strada ricoperta di uova, simboleggianti la vita, ma anche la fragilità degli esseri umani, percorsa dall’artista. Come personificazione della dittatura, si muove cercando di non schiacciarle ma, se non è possibile, le distrugge senza pensarci. Artista poliedrica, col passare degli anni allontana la fisicità dai suoi lavori, esponendo non più se stessa, ma ciò che il suo corpo può creare, scegliendo di non combattere più il senso di alienazione e fragilità ma di accettarlo come parte dell’esistenza dell’essere umano. Esposte in mostra le sue opere degli ultimi anni, realizzate tra il 2014 e il 2015, in cui utilizza materiali di difficile lavorazione come le ceramiche raku o facili da plasmare come l’argilla.

Salendo al piano superiore, l’occhio cade subito sul lavoro inedito di Teresa Margolles, artista messicana che con crudo realismo parla per chi non ha più voce. L’artista sabato mattina era presente al Padiglione e ha raccontato lei stessa il lavoro dietro le sue opere. “Questi sono i manifesti che i famigliari di queste ragazze scomparse appendono in giro per le città del Messico. Alcune sono sparite da così tanto tempo che anche le immagini sono usurate. È il sintomo di una scomparsa ulteriore, una doppia perdita. La gente è talmente abituata a vedere questi manifesti appesi per la città che non ci fa più troppo caso, su alcuni volti ci sono i segni di chi ha contribuito alla loro distruzione, colorandoci sopra o creando delle caricature con i volti di queste ragazze”. Questo enorme collage, riadattato per gli spazi del Padiglione, si intitola “Pesquisas”, ovvero ricerca, che risulta essere spesso vana perché le uniche volte che si ritrovano queste giovani donne sono ormai corpi morti. “Non siamo davanti alla morte – ha specificato Teresa – perché quella fa parte del ciclo della vita. Qui dobbiamo riflettere e discutere su una morte violenta, un assassinio”. La morte violenta è sempre presente nelle opere dell’artista messicana, prende forma e acquista fisicità. Così per l’installazione “Aire”: in una piccola stanza sono presenti due piccoli umidificatori attivi e l’acqua che respiriamo lì proviene dagli obitori di Città del Messico, utilizzata per lavare i corpi di chi è stato assassinato.
La censura, la violenza, la fragilità degli esseri umani ci accompagnano per tutto il percorso espositivo, fino alle opere dell’argentina Amalia Pica che, utilizzando vari tipi di media, dalla performance alla scultura, riflette sulle varie forme di linguaggio, la sua evoluzioni, i suoi limiti e gli eccessi. La ridondanza e la quantità di messaggi che ci inonda quotidianamente sembra portare sulla strada dell’alienazione piuttosto che al dibattito e alla condivisione. Così realizza dei tappi per le orecchie, in bronzo, rame, oro e argento, ma invita anche a riflettere sui modi di dire, comuni tra Italia e Argentina, permettendo al famoso “cavallo bianco” di divenire tale.
Le sale sono affollate e, tra i commenti positivi e quelli stupiti (“Aire” di Teresa Margolles ha avuto un forte impatto sul pubblico) in molti torneranno, per visitarla con più calma o per accompagnare gli assenti.

La XVI edizione della Biennale Donna di Ferrara sarà visitabile al Padiglione d’Arte Contemporanea dal 17 aprile al 12 giugno.

Alcune opere in mostra. Clicca sulle immagini per ingrandirle.

Leggi anche
Alla Biennale Donna gli esperimenti sulla comunicazione di Amalia Pica

INSOLITE NOTE
Una foto con Lucio, ora si può

di Lucia Casadio e William Molducci

“All’amico Lucio”, la statua realizzata da Carmine Susinni, già esposta nel decumano di Expo 2015, il 4 marzo scorso è finalmente arrivata a Bologna, posizionata in Piazza De’ Celestini, sotto il balcone della casa di Lucio Dalla, dove resterà sino a fine aprile.
Lo sguardo innocente, un sorriso accennato e un braccio disteso sulla panchina. Lucio Dalla ci invita su questa panchina come se fossimo dei vecchi amici con i quali scambiare due chiacchiere e ricordare qualche vecchia canzone. Chiunque passi da Piazza De’ Celestini non può fare a meno di sedersi al suo fianco per una foto: si fermano tutti, anche chi su quella panchina vede solo un buffo signore con un paio di occhialetti tondi, un berretto in testa e un sacchetto di cibo in mano. In realtà, l’atmosfera è davvero magica in questa piazzetta nel cuore di Bologna, qui Lucio Dalla vive ancora, quasi che non fosse mai andato via da casa sua.
La sensazione è di entrare in uno spazio incontaminato: la sua musica risuona dal balcone, la sua ombra suona il sax sulla parete e al suo fianco, sulla panchina, Lucio sembra ci stia cantando una delle sue canzoni più conosciute: “Io i miei occhi dai tuoi occhi non li staccherei mai, adesso anzi me li mangio tanto tu non lo sai”. Se poi partono proprio le note di “Canzone” quando vi sedete per la vostra foto ricordo, può darsi che vi scappi un sorriso, o forse una lacrima.
Piazza De’ Celestini fa angolo con Via D’Azeglio, dove abitava Dalla, ora sede della Fondazione che porta il suo nome. Le sue canzoni sono trasmesse in tutta la zona, come in “Anna bello sguardo”, il cortometraggio di Vito Palmieri, nato da un’idea elaborata insieme alla classe II C della Scuola Secondaria Testoni Fioravanti di Bologna.

Fotografie di Lucia Casadio. Clicca sulle immagini per ingrandirle

Alessio, il protagonista del film, è un adolescente con la passione del basket che non riesce a giocare con i suoi coetanei perché ritenuto basso di statura. Un giorno, mentre si trova nel ristorante della nonna, trova una vecchia fotografia di Lucio Dalla insieme con Augusto Binelli, il pivot della Virtus Bologna.Ha inizio un percorso che consentirà al ragazzo di comprendere che la statura non è importante per realizzarsi nella vita, riuscendo anche a conquistare la simpatia di Anna, la compagna di scuola preferita. Alessio, insieme alla ragazza, correrà per le strade di Bologna sino a giungere in Via D’Azeglio, in tempo per ascoltare “Anna e Marco”, il motivo conduttore del film e forse della loro adolescenza.

“Anna bello sguardo”, cortometraggio di Vito Palmieri, in versione integrale.

ECOLOGICAMENTE
Morire per l’ambiente

Bertha Caceres è stata uccisa in Honduras poco più di un mese fa, il 3 marzo 2016. Era un’attivista che si batteva in difesa dell’ambiente opponendosi alla costruzione di una diga. L’anno scorso aveva vinto il premio Goldman “Environmental Prize”: premio assegnato annualmente agli attivisti ambientalisti di ogni continente, lo stesso che nel 2013 aveva vinto un italiano, Rossano Nicolini, maestro elementare ecologista di Capannori che diffonde sul territorio la comunicazione a proposito dell’incenerimento.

Bertha Caceres è stata uccisa a casa sua durante una rapina, almeno così dice la polizia. Coordinava il Consiglio dei popoli indigeni dell’Honduras ed era molto scomoda per le autorità così come molti altri sono stati scomodi in molte parti del mondo. Negli ultimi anni sono stati quasi un migliaio i morti uccisi perché attivisti ambientali. Da dieci anni a questa parte è quasi triplicato il numero di omicidi degli attivisti per l’ambiente: è quanto si legge nell’indagine “Deadly Environment” condotta dall’organizzazione Global Witness e riportata dal Guardian.
Brasile, Perù, Filippine e Thailandia sono i paesi più colpiti, tra quelli che si conoscono, ma forse della situazione di molte altre parti di Africa e Asia non si sa niente. Spesso sono persone comuni, che difendono la loro terra e che si oppongono a sfruttamenti di risorse naturali e inquinamenti ambientali. E gli autori di questi crimini, che spesso fanno comodo anche ai governi e alle grandi aziende, restano impuniti.

Che tristezza: i difensori dell’ecosistema sono spesso sconosciuti, anonimi e pagano nel silenzio con la loro vita. Questo perché i nomi e il numero dei morti assassinati per aver tentato di salvaguardare i propri diritti opponendosi allo sfruttamento industriale del proprio territorio ci suona spesso come un tema lontano e non come una questione che ci tocca da vicino. Ma è davvero così?

Per approfondire:

La notizia dell’omicidio su Il Corriere della Sera

Difendere l’ambiente può costare la vita (Internazionale)

La difesa dell’ambiente: un mestiere pericoloso

Un 2015 di violenze sui giornalisti ambientali

Omicidi ambientali: le cifre di una pulizia etnica

 

LA LETTURA
La valigia di Sergej

“… Ma anche così, Russia mia, sei la terra a me più cara …”. (Aleksandr Blok)

Una sorpresa, questo Sergej Dovlatov (1941-1990), una scoperta in una grande libreria moscovita mentre cercavo, con impazienza, un libro in italiano (qui non sono tanti). Eccomi incappare, fortuitamente e fortunatamente, nella traduzione di “La valigia”, un libriccino edito da Sellerio che qui costa quasi il doppio del suo prezzo di copertina in Italia, ma che mi incuriosisce e mi tenta troppo. Mi porta alle prime pagine e poi alla cassa.
Percorrerò strade attraverso gli oggetti, tante vite e storie. Quella che ho fra le mani (e che leggerò in una domenica d’un fiato), è una raccolta di 8 racconti, con tanto di premessa, che ruotano intorno ad altrettanti oggetti. Quelli che Dovlatov, scrittore ebreo russo emigrato negli Stati Uniti, mise nella sua valigia alla partenza dal suo paese e custodì per lungo tempo prima di ri-accarezzarli e percorrere la loro storia, e con essi la propria. A ogni episodio corrispondono un oggetto e un personaggio della sua vita diventata vagabonda quando, alla partenza da Leningrado, di fronte al funzionario dell’Ufficio espatrio che gli indicava di poter prendere con sé al massimo tre valigie, si rese conto che a lui ne bastava solo una. Pensò “ma davvero è tutto qui? E risposi: sì, è tutto qui”.
Eccoci allora alle prese con i calzini finlandesi, la “roba occidentale” che si tentava di trafficare, in periodi difficili, per guadagnare qualche rublo in più, o con le scarpe del sindaco di Leningrado, rubate sotto il tavolo durante l’inaugurazione della stazione della metropolitana intitolata a Lomonosov. A far sorridere ci pensa ancora il bel vestito scuro a doppio petto, regalato allo scrittore (a suo dire vestito malissimo) dal direttore del giornale presso il quale lavorava, per partecipare a cerimonie funebri a o spettacoli al Kirov. La cintura da ufficiale proviene dalla sua esperienza come sorvegliante nei campi di lavoro, la camicia di popeline dalla moglie Elena che gliela regala prima di lasciarlo ed emigrare in Israele. Il colbacco di gatto giunge a seguito di una rissa, i guanti da automobilista da una festa di fine anno organizzata dai colleghi di redazione. Grottesco della vita mescolato con una bizzarra natura filosofica dei suoi simpatici personaggi.
Una valigia di ricordi e pensieri sparsi, pezzi di vita di un simpatico squattrinato all’epoca dell’Unione Sovietica, con le sue abitudini, qualche ubriacatura e molte critiche alle stranezze e alle miserie del regime. Il tutto filtrato da un incredibile e coinvolgente humour. “Questa valigia”, commenta Laura Salmon nella postfazione, “così personale e unica, diviene una metafora della diasporica condizione umana. … Rispetto al tempo siamo tutti emigranti. Tutti emigriamo nella nostra giovinezza, da un passato fatto di persone, di immagini, di episodi e sentimenti che il ricordo ha la forza di resuscitare e immortalare. A dispetto della falsa sicurezza che ci ispira la fisicità dei luoghi, il tempo cancella inesorabile la fisionomia delle case, dei quartieri, delle città”. Uno scrittore originale, un  “dissidente dalla vita”, dotato di un atteggiamento di vita amaro e dissipatore, che nella sua immensa bravura ricorda Carver e Cechov. Da leggere.

Sergej Dovlatov, La valigia, Sellerio editore, 2014, 191 p.

ALTRI SGUARDI
La rivoluzione del museo del ministro Franceschini: eclissi o rinascita della cultura?

di Maria Paola Forlani

La religione dell’arte ha i suoi proseliti e i suoi luoghi di culto: i musei. Destinati a ospitare la bellezza, essi stessi divengono spesso belli ancor più delle opere che ospitano, non solo per l’insieme delle collezioni, ma per il connubio delle stesse con l’architettura, la luce, lo spazio, la decorazione e l’atmosfera dell’ambiente.

Questa capacità dominante dell’architettura, o comunque del luogo, è stata particolarmente percepita nell’epoca contemporanea, dando luogo alla costruzione di edifici nei quali il progetto architettonico prevale sulle opere che contiene. L’esempio lampante tra molti è il Museo Guggenhem di Bilbao di Frank Gehry.
Tra i musei del passato però, la cui qualità architettonica peraltro è sempre rilevante, ve ne sono non pochi il cui fascino non proviene solo dall’architettura o solo dalle opere, bensì dal felice rapporto fra contenitore e contenuto. L’importanza delle modalità espositive è sempre stata sentita e lo è sempre di più. Sta anzi divenendo una disciplina a sé stante e nel visitare un’esposizione non si giudicano più soltanto le opere esposte, ma anche, talvolta soprattutto, il modo in cui sono esposte. Autore (o autori), regia (o sceneggiatura) e scenografia assumono quindi pesi quasi equivalenti, in un’esposizione o nell’allestimento di un museo come in uno spettacolo teatrale.
Luoghi di contemplazione, i musei risentono dell’aura mistica di luoghi in qualche modo sacri: cattedrali dell’arte, monasteri di bellezza. E nei casi frequenti in cui essi sono stati in origine abitazioni di collezionisti o di artisti riescono a documentarci anche una condizione di vita perduta, assumendo uno straordinario significato storico ed evocativo che sarebbe pressochè impossibile ricostruire. Il museo spesso, è stato detto, è l’orfanotrofio delle opere d’arte, nate per altre destinazioni e a queste sopravvissute, qui trovano protezione e visibilità. Malgrado questo traumatico cambiamento di vita, talora esse riescono a ristabilire con il nuovo ambiente un armonioso quanto miracoloso rapporto e a ricostruire l’aura del luogo di provenienza, palazzo, chiesa, casa, atelier e così via. Non a caso spesso erano e sono edifici storici a venire adibiti a musei.
Il convegno “La “rivoluzione del Museo” tra eclissi e rinascita della cultura?”, tenutosi all’edizione appena conclusa del Salone del Restauro nell’ambito del progetto internazionale “La città dei musei” (a cura di Letizia Caselli), ha posto il problema di come il museo dinamico possa essere proteso alla ricerca.
Il progetto “La città dei musei. Le città della ricerca” presentato nel 2015, si propone di affrontare in modo costruttivo e propositivo l’argomento della ricerca nei musei con alcuni puntuali riflessioni. La recente riforma Franceschini ha riorganizzato il sistema museale italiano dal punto di vista amministrativo e giuridico con la costituzione di venti musei autonomi e di una rete di diciassette Poli Regionali che dovrà favorire il dialogo continuo fra le diverse realtà museali pubbliche e private del territorio, ma ha affondato le radici in problemi complessi e di lunga data.
Una riforma che ha suscitato non poche reazioni e perplessità, quando non di aperta contrarietà, sia da parte di esperti della cultura italiana sia di alcune componenti degli stessi apparati ministeriali.
Le ‘antiche’ e diverse questioni riguardano innanzitutto il ruolo, la funzione e lo status effettivo dell’istituto museale, la sua autonomia scientifica e formativa, in un momento di debolezza e cambiamento del concetto tradizionale di cultura e delle categorie culturali e in un contesto di risorse drasticamente ridotte, personale scientifico insufficiente, terziarizzazione spinta, non solo dei servizi, ma anche della produzione culturale.

Ѐ necessaria una nuova visione. Visione in cui istituzioni, università e musei dovranno innanzi tutto formarsi e formare per poter affrontare una realtà che richiede figure diversamente formate rispetto a quelle di oggi e nella quale vanno declinati e focalizzati modi specifici di ricerca, poi condivisi tra paesi diversi, in allineamento con le tendenze che si stanno affermando nelle principali città europee, anche in funzione di finanziamenti e progetti concreti.
Tuttavia il convegno “La “rivoluzione del Museo” tra eclissi e rinascita della cultura?” ha risentito, nel dibattito e nelle relazioni, proprio di tutte le ambiguità della nuova riforma e della pesante alleanza con il privato per il recupero di nuove risorse, auspicate dal Ministro come ‘unica salvezza’ del patrimonio artistico. In realtà le sedicenti verità sui privati, spesso privi di finalità umane e di vera crescita, si scontrano con il metro della Costituzione. L’articolo 9, e i suoi nessi con gli altri principi sui quali è stata fondata la Repubblica, ha spaccato in due la storia dell’arte, rivoluzionando il senso del patrimonio culturale. La Repubblica tutela il patrimonio per promuovere lo sviluppo della cultura attraverso la ricerca (art.9) e questo serve al pieno sviluppo della persona umana e per la realizzazione di un’uguaglianza sostanziale (art.3).
Oltre al significato universale del patrimonio, questo sistema di valori ne ha creato uno tipicamente nostro: il patrimonio appartiene a ogni cittadino – di oggi e di domani, nato o immigrato in Italia – a titolo di sovranità, una sovranità che proprio il patrimonio rende visibile ed esercitabile. Il patrimonio ci fa nazione non per via di sangue, ma per via di cultura e, per così dire, iure soli: cioè attraverso l’appartenenza reciproca tra cittadini e territorio antropizzato. Perché questo altissimo progetto si attui è necessario, però, che il patrimonio culturale rimanga un luogo terzo, cioè un luogo sottratto alle leggi del mercato. Il patrimonio culturale non può essere messo al servizio del denaro perché è un luogo dei diritti fondamentali della persona. E perché deve produrre cittadini: non clienti, spettatori o sudditi.

La conoscenza è l’unica medicina capace di curare, fermare, forse vincere questa epidemia di disumanizzazione. Nella nuova riforma Franceschini il dominio dei privati è destabilizzante, i nuovi direttori, come reali ‘dittatori’ senza nessun approccio reale con le sovrintendenze (ormai sparite), creano fantasmi nei collaboratori silenziosi, i più giovani sono privi di possibilità di entrare come veri protagonisti di una vera collaborazione o ‘ricerca’ retribuita, ma restano sudditi senza possibilità di uno spiraglio di un lavoro in prospettiva.
I privati hanno creato, spesso, vere dispersioni di capitali e oltraggi architettonici ormai incurabili. Mi riferisco alle violenze strutturali della dimora del conte Vittorio Cini, in via Santo Stefano a Ferrara, che ha perduto i suoi contorni medioevali per la bramosia di ‘ipotetici’ acquirenti della diocesi che hanno trasformato un luogo di cultura e d’arte in un ambiguo ‘condominio’, mentre le biblioteche e la collezione d’arte sono scomparse.

ELOGIO DEL PRESENTE
Una generazione in salita

Con un titolo emblematico, “Generation Uphill”, l’Economist del gennaio scorso segnalava le difficoltà di una generazione che nonostante le opportunità – impensabili per le precedenti – rischia di vedere disperso un patrimonio di intelligenza e di risorse. In tutto il mondo sono 1 miliardo e 8 milioni i giovani tra i 15 e i 30 anni, circa un quarto della popolazione totale. Anche se le differenze tra i paesi sono ovviamente rilevanti la loro situazione è straordinariamente simile: sono cresciuti nell’era degli smartphone e all’ombra di un disastro finanziario globale; vivono la difficoltà di ottenere una buona istruzione, un lavoro stabile, di avere una casa e di farsi una famiglia.
Per certi aspetti i giovani non sono mai stati così bene: vivranno più a lungo rispetto a qualsiasi generazione precedente. Sui loro smartphone possono trovare tutte le informazioni immaginabili, godono di libertà che i loro predecessori avrebbero a malapena potuto immaginare. Sono anche più scolarizzati, i punteggi medi sui test di intelligenza sono aumentati da decenni in molti paesi, grazie a una migliore nutrizione e all’istruzione di massa.
Eppure, gran parte del loro talento è sperperato. Nella maggior parte dei paesi hanno almeno il doppio delle probabilità di essere disoccupati. Oltre il 25% dei giovani residenti in paesi a reddito medio e il 15% dei residenti nei ricchi sono fuori dall’istruzione/formazione e dall’occupazione. L’istruzione è diventata così costosa che molti studenti sono costretti ad accumulare debiti pesanti per ottenerla, d’altra parte il mercato del lavoro in cui stanno per entrare non è mai stato così competitivo. Anche la casa è costosa, soprattutto nelle grandi città globali dove le opportunità di lavoro sono migliori.
Per entrambi i sessi il percorso verso l’età adulta, dalla scuola al lavoro, al matrimonio e ai figli, è diventato più lungo e complicato. Molti giovani oggi studiano fino a 25 anni e formano famiglie più tardi in attesa di posizioni più stabili e sicure. Purtroppo, l’orologio biologico non si adatta a queste esigenze della vita lavorativa e le conseguenze sulla natalità sono pesanti.
Inizia ad emergere un conflitto inedito tra generazioni. Da sempre gli anziani hanno sostenuto finanziariamente i più giovani, all’interno delle famiglie i trasferimenti intergenerazionali scorrono quasi interamente dai nonni ai nipoti. Ma nei paesi ricchi il flusso ha già iniziato ad invertirsi, per i vincoli della spesa pubblica in larga parte dedicata alle pensioni e all’assistenza sanitaria.
Le democrazie faticano ad ascoltare i giovani e questi votano sempre più raramente. Solo il 23% degli americani di età compresa tra 18-34 ha partecipato alle elezioni del 2014, rispetto al 59% degli over 65. Nel 2015 in Gran Bretagna ha partecipato alle elezioni solo il 43% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, mentre ha votato il 78% degli over 65. In entrambi i paesi il partito favorito dagli elettori più anziani ha ottenuto una vittoria evidente. I giovani esprimono del resto un forte interesse per cause politiche, ma una mancanza di fiducia nei partiti politici. Sempre secondo i dati dell’Economist, in tutti i paesi i giovani sono delusi: solo il 10% degli intervistati cinesi ritiene che le prospettive di carriera dei giovani si fondino sul lavoro o le qualità personali e non sui legami derivati dalla posizione familiare.
Tutti i paesi, quindi, hanno bisogno di porsi il problema delle opportunità di futuro per i giovani. Se ciò non accadesse, i talenti un’intera generazione potrebbero essere sprecati.

Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

INTORNO A NOI
Il mondo del lavoro in un concorso: Libération in supporto ai giovani

Anche quest’anno si svolge il concorso lanciato dal quotidiano francese Libération dedicato ai giovani artisti. Se parlate francese quanto basta, avete meno di 30 anni e un progetto nel cassetto legato alla fotografia, a un’immagine o a un reportage dedicati al mondo del lavoro, questo annuncio fa al caso vostro. “Sguardi sul lavoro” e il suo mondo, è il tema del concorso lanciato dall’Apaj (Association pour l’aide aux jeunes auteurs, sito) per documentare la vita lavorativa di ogni giorno, negli uffici, nei campi, nelle miniere, nelle fabbriche.
Ci sarà allora chi è avvolto dalla routine o, al contrario, chi è totalmente appagato dal lavoro che ama, come un artigiano, un pittore, un artista, un ricercatore. Oppure chi non ha scelto ma è stato costretto a imboccare una certa carriera. Ci saranno i colori dei mercati o dei negozi, dei souk, dei fioristi o dei fruttivendoli. Si potrà immortalare il rapporto con le macchine, con gli utensili, con i computer e le calcolatrici, gli animali, gli altri. A voi scegliere.
A valutare una grande giuria composta dallo scrittore francese, membro dell’Académie Française, Erik Orsenna, da David Caméo, direttore del Museo parigino des Arts Décoratifs, da Irène Omélianenko, di France Culture, oltre che da importanti reporter e giornalisti di Libération. Le categorie sono quattro: “testo” (un reportage in formato word di 4 pagine, 6000 caratteri spazi compresi con almeno una fotografia), “quaderni di viaggio” (una serie di almeno 10 disegni, massimo 20, in formato jpg, larghezza 1024 pixel, ma anche pdf), “fotografia” (una serie di almeno 10 immagini, 20 massimo, formato jpg, larghezza 1024 pixel) e “suono” (reportage o creazione audio di almeno 4 minuti da mettere in soundcloud, inviare il link).
Si può partecipare a più categorie, inviando il tutto a f.drouzy@liberation.fr. I termini per l’invio? Il 6 giugno per la categoria “testi”, il 12 settembre per le altre. La giuria si riunirà a fine ottobre e la consegna dei premi, con relativa esposizione dei lavori finalisti, avverrà nel mese di Dicembre. I premi? 8 borse intitolate a “Erwan Donnelly” (giovane autore scomparso prematuramente), di 1200 euro per i primi e di 800 per i secondi. A essere privilegiati saranno a scrittura, la sensibilità, lo stile, il senso dell’umorismo, l’originalità, la sincerità. Provare per credere.

Fonte Immagini: Libération

Per vedere i termini del concorso clicca qui

ECOLOGICAMENTE
Trivelle sì, trivelle no, forse non è solo questo il problema

Le trivelle servono per perforare estraendo del materiale e creando un pozzo. Questa tecnologia viene usata anche nel campo degli idrocarburi e anche in mare: le cosiddette trivellazioni offshore.
Il 17 aprile ci sarà un referendum per eventualmente abrogare la richiesta di autorizzazioni per trivellare entro le dodici miglia marine e realizzare delle piattaforme per recuperare idrocarburi con concessioni per tutta la durata del giacimento. Il referendum è stato promosso da nove regioni (inizialmente le regioni erano dieci: Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. L’Abruzzo si è poi ritirato).
La data non permette di fare il referendum insieme alle elezioni amministrative: qualcuno sostiene e che così si ostacola il quorum. Il referendum è previsto dall’articolo 75 della Costituzione: può essere proposto da 500 mila elettori o da almeno cinque Consigli Regionali per abrogare, totalmente o parzialmente “una legge o un atto avente valore di legge”. Dopodiché, prima di arrivare al voto vero e proprio, i quesiti devono passare una serie di controlli tecnici e devono essere dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale.
Io mi limito a chiedermi se sappiamo cosa siamo chiamati a valutare o se, invece, ci ritroviamo nella situazione di mancata o parziale informazione già vissuta con il passato referendum sull’acqua.

Il quesito è relativo alla durata delle autorizzazioni per le esplorazioni e le trivellazioni dei giacimenti in mare già rilasciate: abrogazione dell’articolo 6 comma 17 del Codice dell’Ambiente [vedi]. Il comma in questione prevede che le trivellazioni per cui sono già state rilasciate delle concessioni non abbiano una scadenza. Il referendum vuole, invece, limitare la durata delle concessioni alla loro scadenza naturale, chiudere dunque definitivamente i procedimenti in corso e evitare proroghe. Sembra una questione marginale, ma in verità si tratta di questione di fondo che ci riporta alla politica energetica nazionale dei prossimi anni.
Il tema petrolio è complesso e non si può certo affrontare in un articolo, come anche la complessa politica energetica nazionale. Alla base anche una questione di rapporti tra governo centrale e regioni. Il Piano delle Aree, introdotto dal decreto Sblocca Italia definisce quali siano le aree in cui avviare dei progetti di trivellazione con uno strumento di pianificazione e razionalizzazione che prevedeva la partecipazione attiva delle regioni. Il Piano è però stato abrogato dal governo nella legge di stabilità. Un conflitto di attribuzioni. Tutto chiaro? Non credo. Non a caso viene anche definito il referendum dell’assurdo. Un’opportunità persa.
Persa la grande occasione di discutere di politica energetica e di fonti rinnovabili. Azzardo un’ipotesi: se il quorum viene raggiunto si deve ripensare la politica del petrolio. La strategia energetica nazionale si basa su 700 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) di riserve di idrocarburi ritenute insufficienti. Ma forse il problema non si risolve trivellando il mare.

Credo che non andranno a votare in molti e dunque che si sia soprattutto persa la grande occasione di valorizzare uno strumento democratico di partecipazione come il referendum (come già accaduto per l’acqua pubblica). Peccato. Se però in molti voteranno si valorizzerà un diritto.

VIDEOCONFERENZA
Tra crisi dei partiti e semplificazione mediatica della politica ecco l’avanzata populista

Un vizio che conquista: è il populismo. Un vizio che ha antiche radici, un modo di pensare, di parlare, di agire, oggi sempre più diffuso nelle dinamiche politiche italiane e non solo. “Populismo, un vizio che conquista: la politica dei pifferai” è stato il titolo scelto per il terzo appuntamento della rassegna Chiavi di Lettura, il ciclo di conferenze organizzato da Ferraraitalia in Biblioteca Ariostea.
Relatori dell’evento: il sociologo Fiorenzo Baratelli, direttore dell’Istituto Gramsci, e gli esperti di comunicazione Luca Foscardi (fondatore di Dinamica Media) e Michele Travagli (fondatore di Kuva), moderati dalla giornalista di Ferraraitalia Ingrid Veneroso.

Una parola, ‘populismo’, che il linguaggio politico odierno rischia di “banalizzare come già fa con altri termini”, ha spiegato da Baratelli in apertura. E’ importante ricordare che “il populismo ha accezioni sia positive sia negative, è letteralmente la parola del popolo e per questo non ha etichette né di destra né di sinistra”. Per questo è un termine e un fenomeno che va analizzato “all’interno del contesto democratico – ha continuato Baratelli – poiché il populismo stesso nasce dentro la democrazia”.
Perché oggi il populismo è così in voga? Secondo il direttore del Gramsci le cause sono principalmente la crisi dei sistemi di mediazione politica (sfociata nella crisi dei poteri e dello Stato-nazione) e gli effetti della globalizzazione: “siamo entrati nella democrazia del pubblico”, inteso naturalmente come audience dei mezzi di comunicazione di massa, e come in circolo vizioso questo ha accresciuto ancora di più la mediatizzazione, la personalizzazione e la banalizzazione del discorso politico.
Una dinamica che si può invertire solamente grazie ad un maggior funzionamento delle istituzioni e della classe politica ma, soprattutto, in seguito alla ricostruzione di un’opinione pubblica oggi “spappolata e incapace di riorganizzassi”, ha detto Baratelli. E questo può avvenire solo restituendole uno spazio pubblico in cui i cittadini si possano di nuovo formare le proprie opinioni in maniera consapevole e non seguendo, appunto, l’uomo forte, il pifferaio di turno.

Chi la comunicazione politica la vive da vicino da anni è Luca Foscardi, che ha individuato una delle cause principali della recente grande ondata populista nell’altissimo tasso di analfabetismo funzionale: “in Italia sfiora il 35% della popolazione”. Inoltre l’esperto di comunicazione ha segnalato il “grande cambiamento delle dinamiche e dei focus dei media che, contemporaneamente alla crisi dei partiti, a partire dai primi anni Novanta ci ha fatto assistere a una crescente mediatizzazione della politica. Politici come Renzi e Berlusconi – ha continuato – sono due grandi artisti, interpreti del proprio tempo, hanno avuto e continuano ad avere così tanto successo mediatico perché abili a dettare l’agenda politica”.
Dove stiamo andando quindi? Foscardi ha concluso ricordando a tutti che oggi viviamo “in una campagna elettorale permanente, governata da un’esigenza sempre maggiore di comunicare da parte della politica, l’azione senza la comunicazione non funziona più, oggi quello che si fa va comunicato immediatamente, altrimenti è come non averlo fatto”.

“E’ sbagliato accostare sempre il populismo alla democrazia”, ha affermato Travagli, ammettendo poi che “siamo noi esperti di comunicazione in primis a dover semplificare le cose”, soprattutto in un mondo dove “tutto cambia così velocemente da non riuscire a starci dietro”. Travagli ha sottolineato anche come, in questa veloce evoluzione, stia cambiando la genetica stessa del mondo del lavoro: un esempio emblematico è il caso di Pizza Bo, la start-up di recente ‘trasferita’ dal capoluogo emiliano a Milano.
“Siamo tutti complici di questa enorme semplificazione politica” ha concluso Travagli, indicando come unica vera soluzione all’avanzata populista il “rivoluzionare completamente le scuole, ripartire proprio dalle basi, dalle radici, perché non è più possibile basarsi su modelli scolastici arretrati e ancora ottocenteschi”.

Guarda il video integrale dell’incontro “Populismo, un vizio che conquista: la politica dei pifferai”

EVENTUALMENTE
Alla Pinacoteca di Brera Raffaello e Perugino dialogano sullo Sposalizio della Vergine

di Maria Paola Forlani

La mostra “Primo dialogo, Raffaello e Perugino attorno a due Sposalizi della Vergine” dà il via a una nuova epoca per la Pinacoteca di Brera che, sotto la direzione di James Bradburne, mette fine alla pratica delle grandi mostre e inaugura una serie di appuntamenti volti alla valorizzazione della collezione permanente.
L’eccezionale prestito a Brera dello “Sposalizio della Vergine” di Perugino, proveniente dal Musée des Beaux-Art di Caen, e la sua collocazione accanto allo “Sposalizio della Vergine” del giovane Raffaello (capo d’opera della pinacoteca milanese) si presentano fino al 27 giugno 2016, per la prima volta nella storia, in un confronto unico.

Ai due capolavori è stata accostato poi un terzo Sposalizio della Vergine: quello dipinto da Jean-Baptiste Wicar nel 1825. Da quest’ultima versione nasce l’incipit narrativo di tante storie diverse: quella di un grande maestro (Perugino) e del suo talentuoso allievo (Raffaello), quella di un capolavoro sottratto alla sua patria e della fortuna in terra francese del suo autore, e infine quella del Santo Anello, che secondo la tradizione l’apostolo Giovanni avrebbe ricevuto dalla Vergine in persona, divenuto sacra reliquia fu l’oggetto per cui nei secoli si scatenarono agguerrite passioni municipali e nacquero grandi capolavori.

“Lo Sposalizio della Vergine” è la prima opera di Raffaello datata e firmata, della quale il pittore, poco più che ventenne, ha quindi pienamente riconosciuto la paternità. È anche la prima nella quale siano riconoscibili le derivazioni e, al tempo stesso, l’autonomia.
La composizione nasce da un’idea di Perugino: un gruppo di personaggi, divisi in due schiere, davanti a un vasto spiazzo chiuso sul fondo da un tempio a pianta centrale.
Il precedente peruginesco più noto è la “Consegna delle chiavi” della Cappella Sistina (1482). Ma i rapporti, più che con questo affresco – che Raffaello non poteva avere visto direttamente, non essendo ancora andato a Roma, ma poteva conoscere solo attraverso i disegni del maestro – devono essere stabiliti con lo “Sposalizio della Vergine”, che Pietro Vannucci, detto il Perugino, aveva dipinto poco prima: l’opera era stata commissionata dalla confraternita di San Giuseppe per la Cappella del Santo Anello nel Duomo di San Lorenzo a Perugia, perciò il giovane allievo e collaboratore doveva averla visto nascere giorno per giorno.
Le somiglianze sono indubbie, iniziando dalla forma della tavola, verticale e arcuata. In ambedue i casi il sacerdote, al centro, sostiene i polsi degli sposi mentre Giuseppe infila l’anello nel dito di Maria. Dal lato del primo sono gli uomini (uno dei quali spezza la bacchetta non fiorita), dall’altro le donne; tuttavia le posizioni degli uni e delle altre sono speculari. La piazza è pavimentata a scacchi, in modo da indicare, con esattezza geometrica, la prospettiva, secondo la tradizione fiorentina. Al tempio poligonale si sale mediante una scalinata e si accede da una porta, mentre, al di là, un’altra porta lascia vedere una porzione di cielo e di paesaggio.

In realtà però i due quadri sono profondamente diversi.
Raffaello interpreta e trasforma il modello creando una composizione non soltanto originale, ma molto più moderna di quella di Perugino, e soprattutto di maggior valore artistico, perché l’opera d’arte nasce non dalla scelta di un certo soggetto, ma dal modo in cui esso è reso a seconda della personalità dell’autore.
L’elemento determinante è il tempio, che Perugino immagina ottagono, con un prònao su quattro lati, del quale, senza ragione compositiva, taglia la cupola con il limite della tavola: un tempio massiccio, statico, che chiude lo spazio come un fondale scenico.
In Raffaello il tempio ha sedici lati, così da equipararsi quasi a una pianta circolare, ha una peristasi di archi sostenuti da colonne e la cupola, libera, riprende coerentemente la forma della cornice. Ha una certa somiglianza con il Tempietto di San Pietro in Montorio che il Bramante proprio in quegli anni sta elevando a Roma.
Anche senza accettare la tesi del Vasari per la quale esisterebbe una parentela (che non risulta da nessun documento), vi sono certo rapporti di amicizia fra il giovane Raffaello e l’anziano Bramante, ambedue urbinati; perciò Raffaello, anche senza aver visto direttamente l’edificio bramantesco a Roma, può averne conosciuto i progetti.
Da Bramante, Raffaello riprende l’idea cinquecentesca dell’edificio centrale intorno a cui ruota lo spazio.
Il tempio si alleggerisce innalzandosi sugli scalini e articolandosi perimetralmente con il porticato (entro il quale circola l’aria) raccordato al nucleo principale con eleganti volute.
La sua forma (coordinata per elementi salienti successivi, alla cupola), stagliandosi contro il cielo terso e trasparente, fa sì che lo sentiamo non come fondale, ma come centro di uno spazio che gli si estende egualmente intorno, di qua come di là e ai lati.
A ciò contribuisce in gran parte la pavimentazione della piazza, le cui linee prospettiche coincidono sul davanti con ciascuno spigolo della base poligonale formata dai gradini.
La convergenza ottica, dovuta alla prospettiva, fa sì che queste direttrici fondamentali sembrino non parallele fra loro, come sono nella realtà immaginata dal pittore, ma disposte a raggiera in concomitanza con i lati del tempio, che tanto più ne ricava centralità. Con questa impostazione sono coerenti anche le figure in primo piano, le quali facendo perno sul sacerdote si dispongono secondo due semicerchi, uno aperto verso lo spettatore, l’altro verso il tempio. Sono figure sciolte negli atteggiamenti, forse ancora un po’ leziose per la lieve inclinazione delle teste di origine peruginesca. Ma se ne riscattano se considerate nella complessa composizione, ossia inserite in uno spazio razionale, dominato dalla luce chiara, non immemore di Piero della Francesca, una luce che conferisce alla tavola un senso di serena meditazione sul fatto sacro.

BORDO PAGINA
Sognare lo spazio attraverso la musica

La lombarda Elena Cecconi è una donna con lo spazio in testa. E’ infatti uscito recentemente il suo ultimo album “Sognando lo Spazio” per Urania Records, diretta di Noemi Manzoni, in collaborazione con il noto pianista inglese Tim Carey. Lavoro particolare e atipico, secondo lo stile della musicista nota a livello internazionale nell’ambito della musica contemporanea, con all’attivo concerti in tutto il mondo, per esempio in Usa nel 2015.
Elena Cecconi, inoltre è art director dell’Associazione culturale e futuribile Space Renaissance, fondata dall’ingegnere umanistico Adriano Autino e che in Italia può contare su promotori quali Gennaro Russo e altri gravitanti da anni nell’area dell’Agenzia Spaziale Italiana.
Musica, spazio e futurismo nell’accezione anglosassone indicano così il percorso musicale specifico della Cecconi, di matrice classica, reinventata secondo direzioni originali e tutt’uno con l’azione culturale di Space Renaissance. Elena ha dichiarato in una recente intervista il Blog della Musica: “Il cd “Sognando lo Spazio” con il pianista inglese Tim Carey, vuole essere  percorso della mente e delle emozioni. Attraverso brani stilisticamente diversi, evocando mondi e soggetti lontani dalla nostra quotidianità, eppure così vivi e vicini alla nostra vita psichica. Attraverso i brani mi ripropongo di avvicinare le persone ed il grande pubblico alla musica in generale, e alle tematiche di Space Renaissance in particolare”. “Casta Diva” dalla Norma di Bellini apre il viaggio con un’invocazione alla luna e poi ci si inoltra attraverso il mondo delle creature mitologiche di “Prelude à l’après-midi d’un faune” di Debussy e la drammaticità del mondo antico di “Chant de Linos” di Jolivet. Attraverso il linguaggio musicale Elena ci narra la nostra appartenenza al cosmo.  Il racconto continua con Undine, creatura acquatica e quindi in qualche modo aliena: folclore germanico, rievocata con fascino, dal linguaggio romantico di Reinecke. Infine una sorta di trilogia che guarda allo spazio: “Dreaming land” di Paola Devoti, composto per Space Renaissance; “Moon slow” di Howard Buss dedicato alla stessa Elena; “Across the stars” di John Williams, da Star Wars. Questi tre brani entrano l’uno nell’altro con un linguaggio colto e moderno, ma anche semplice e comprensibile. Musica percussiva con elementi jazz e futuristici.
Questo concept album dunque ci parla del “rapporto dell’essere umano con ciò che è alieno da noi”, continua Elena: la Luna invocata di Norma, ma anche quei riflessi lunari densi e ammalianti pennellati da “Buss in Moon slow”. La Terra dei Sogni di Devoti che guarda alle stelle e Williams che, infine, le stelle ce le fa attraversare con la magia del suo brano evocativo: “siamo già altrove….nello Spazio e nel Futuro!”, conclude la musicista lombarda.

Più nello specifico, il sound di  Elena Cecconi, potenziato virtuosamente da Carey, attraversa una certa matrice contemporanea, tra la musica cosmica del tedesco Klaus Schulze e lo stesso Glenn Gould, e presenta nello stesso tempo una sorta di minimalismo come nuovo pop virtuoso e postclassico. Dai numerosissimi lavori di Schulze, per esempio, a parte la naturale sincronia siderale, ricordiamo l’album “X” con minisinfonie esplicitamente dedicate a scrittori e filosofi a modo loro metamusicisti (Nietzsche, Trackl), e un neoromantismo tedesco che avvicina lo stesso Schulze al “citazionismo” di Reinecke performato dalla Cecconi. Dell’avanguardistico Gould citiamo le celebri elaborazioni di Mozart.
Nel disco la cover di John Williams da “Guerre Stellari” segnala una certa ormai ‘antitradizione’ nella musica pop al quadrato – dagli stessi tedeschi Tangerine Dream e i primi Kraftwerk agli stessi (pur in modulazioni diversissime) Brian Eno (“Music for Films”, “Music for Airport” e”Apollo”) e il francese J. M. Jarre – sia certo ‘sperimentalismo’ comunicativo (echi anche del jazz “matematico” di A. Braxton), che mirano a creare veri e propri soundtrack del nostro tempo informatico e spaziale. Tale spartito significante verso l’”assoluto” nuovo è rievocato da un lato nello specifico dai brani di  Debussy e Jolivet,  espanso nella peculiarità femminile in quello del Bellini  lunare, amplificato dal tributo di H. Buss e dagli “spaziogrammi” inediti di P. Devoti; dall’altro affiora il grande archetipo di Pitagora stesso e della musica come cosmo vibrante, segno per eccellenza dello spirito umano, quasi riconnettendosi al volo di Space Reinassance, come catturare il suono ritmico delle cosiddette Stringhe della Fisica contemporanea.

Info su www.elenacecconi.it e http://www.elenacecconi.it/1/curriculum_it_en_2536301.html

 

LA SEGNALAZIONE
A Ferrara Off impronte corporee per lasciare traccia delle metamorfosi della vita

Si può fermare la trasformazione, la metamorfosi della vita? Si può fissare in modo artificiale uno stadio o uno stato dell’esistenza, un pensiero, un ricordo? Se sì, quale sceglieremmo e quale significato avrebbe quella traccia?
“Le età della vita. Tracce di metamorfosi” è il progetto di ricerca creativa che Stefano Babboni intraprende per questo aprile 2016 durante la propria residenza artistica nello spazio bianco dell’Associazione Ferrara Off. Un progetto e una ricerca ai quali tutti coloro che lo desiderano sono invitati a partecipare e a dare il proprio contributo, attraverso i laboratori (divisi in fasce d’età) e gli incontri che per un mese circa trasformeranno lo spazio bianco inaugurato a fine 2015 in vero e proprio atelier aperto al pubblico.

Cresciuto “nella patria degli anarchici, ereditandola tutta”, mi dice al telefono sorridendo, dalla sua Carrara si è poi trasferito in Emilia Romagna e vive e lavora tra Bologna e Ferrara. Stefano è un danzatore classico e contemporaneo e un tanguero, un educatore e un artista visivo: tutti tasselli che si riflettono e si compenetrano l’un l’altro andando a formare il suo processo creativo. Dal 2005 ha iniziato a realizzare quelle che lui definisce “azioni corporee su tele”: un tentativo di ri-appropriarsi di presenze, di fissare la “permanenza”. Stefano stende sulle tele trattate con fondi bianchi smaltati una sostanza chiamata fusaggine, cioè legno di salice carbonizzato. Il corpo poi si adagia a terra lasciando la sua impronta in negativo e successivamente, mediante un procedimento in togliere, vengono asportate alcune tracce o ritoccati alcuni particolari, per creare maggiori contrasti tra zone bianche e zone scure. Terminato questo processo in levare, vengono applicati fissativi.
Il suo lavoro che si muove su diverse soglie, tra tangibile e intangibile, visibile e invisibile, pensiero e materia: è “un lavoro di passaggio tra la vita e la morte, rendere esistenziale la morte come passaggio vitale e non concepirla come una fine, una finitezza, ma anzi come un inizio, come l’infinito della vita. La vita non è fatta di sola materia e io cerco di rendere visibile questo: il passaggio vitale della morte”.
L’ho intervistato alla vigilia dell’inizio di questa nuova avventura a Ferrara Off.

Stefano tu sei artista visivo e danzatore: come si compenetrano i due mondi, i due linguaggi artistici? Cosa c’è della danza nelle tue opere corporee e cosa c’è delle tue opere corporee nella tua danza?
La pittura è quello stadio di conoscenza della fantasia e dell’intelletto, dell’intangibilità da rendere tangibile attraverso l’opera d’arte che rimane nel tempo; invece la danza è l’arte che si compie concretamente attraverso il corpo, la persona e la sua esistenza, per vedere la danza bisogna vedere la persona, l’artista. Nella pittura si vede concretizzato il pensiero dell’artista, non l’artista stesso; nella danza è il contrario: c’è il movimento intangibile che non può essere fermato, che non si fermerà mai, che esiste solamente nel momento in cui il danzatore, corpo reale ed esistente lo crea, poi non esiste più.
Nel mio lavoro cerco di accostare queste due realtà: far vivere insieme il pensiero e il corpo, creando come opera d’arte il corpo stesso attraverso una matrice, non una sua riproduzione attraverso la pittura, e nel momento in cui si compie questa azione corporea diventa danza.

Come sei arrivato a questa tecnica pittorica?
È una tecnica allo stesso tempo antichissima e contemporanea. L’uso della cenere e della povere di legno carbonizzato risale penso ai graffiti rupestri, quando già c’era la necessità di lasciare un segno della propria esistenza. L’altra componente, quella contemporanea, sono le antropometrie di Yves Klein, nelle quali l’artista dipingeva il corpo delle modelle e le adagiava su fogli di carta lunghissimi. Il contributo fondamentale però è stato quello di Giovanni Manfredini, che lavora in togliere: lui annerisce con nerofumo da lampade a petrolio tavole preparate con la perlite e poi crea l’impronta del suo corpo. Io faccio più o meno la stessa cosa, ma lavoro con tele nude e stendo fusaggine, cioè legno arso, realizzando delle sindoni. L’effetto è diverso perché la mia matrice materica è molto più terrosa.

Parliamo di “Le età della vita. Tracce di metamorfosi”, allo stesso tempo una residenza artistica e un progetto partecipato di creazione…
Oltre che artista, faccio anche l’educatore, quindi per me è importantissimo pormi in relazione con gli altri e mettere la mia opera al servizio degli altri. Ho lavorato con bambini di tutte le età, con i ragazzi delle superiori insegnando danza, con gli adulti ai quali insegno tango. Con questo progetto ho deciso di metterli insieme tutti per poter ognuno raccontare la propria metamorfosi, il proprio stadio di esistenza, e per poterli mettere a confronto fra loro e con il pensiero di ognuno.

I laboratori sono strutturati per età (6/11, 12/20, 21/64, over 65) e ciascuno prevede tre incontri, ci spieghi quale sarà il tuo approccio?
In questi tre giorni proveremo a riconoscere e superare l’illusione, l’illusione che può dare la materia nella sua finitezza, comprendere il fatto che la nostra naturale deformazione è costruire contenitori finiti, quando si parla della società, della materia, ma anche di pensieri e ricordi. Tenteremo di andare oltre l’invenzione.
Il primo giorno gli argomenti di indagine saranno la memoria e la vista, i mezzi saranno il corpo e la scrittura: vedere lo spazio in cui siamo, dare un nome a quello che vediamo e provare attraverso quel nome a richiamare accadimenti fisici o meno nella memoria. Quindi fare una specie di ricostruzione della memoria attraverso la vista e al tempo stesso crearne una, iniziare a immaginare di vivere le stesse azioni che la persona ricorda in quello spazio. I partecipanti possono dire o non dire qual è l’accadimento, ma sono indotti a riprodurlo fisicamente con il corpo e con la scrittura, scrivendo parole per loro significative di quel ricordo, che poi verranno assemblate a creare frasi. Avremo, infatti, due quaderni a disposizione: il primo sarà la tela, impareremo a fare un’imprimitura di una tela, il secondo sarà di carta per fissare pensieri, nomi di ciò che faremo, direzioni di movimento. Ciò che mi preme passi è che anche il pensiero è una cosa concreta.
Il secondo giorno parleremo di possibile e impossibile: andremo a fondo sulla memoria che è diventata un’immagine e proveremo a trasformarla. Nel primo giorno ne avremo vissuto le conseguenze emotive, nel secondo incontro proveremo a risolverla in senso positivo per la persona: cercheremo una strategia di trasformazione emotiva delle parole e dei gesti.
Terzo incontro: nel corpo e nel pensiero il gesto visibile e in permanente. In altre parole l’impronta corporea, che le persone arriveranno a produrre dopo tutto il processo degli incontri precedenti. Avranno la consapevolezza che la traccia che lasciano di sé in realtà non è altro che un’impronta sulla polvere non permanente: noi decidiamo chimicamente di renderla permanente attraverso lacche fissative. Questo sarà un gesto di responsabilità, la persona fisserà permanentemente qualcosa che non si può fissare: la nostra vita. Esiste il gesto corporeo, esiste l’immagine che noi vediamo riflessa nella tela, ma potremmo passarci sopra distruggendola, sarebbe comunque esistita e continuerebbe a esistere nella memoria, ma la necessità di concretizzarla e renderla visibile per più tempo e per gli altri ci porta a doverla fissare con un agente chimico, con un gesto del quale ci si prende la responsabilità. Anche per questo non tutte le immagini verranno fissate, alcune verranno distrutte.
Ti posso anticipare che con i bambini l’esperienza esistenziale sarà ludica, passerà attraverso il gioco, l’invenzione di storie e la scrittura di canzoni, senza contare quanto per loro sia divertente l’imbrattarsi con una tela.

Per finire la domanda forse più difficile o forse la più semplice: cosa cerchi e cosa ti aspetti da questa esperienza?
Cerco conoscenza, il senso del conoscere più che il senso del sapere e, più che aspettarmi qualcosa, spero che lasci alle persone che faranno questa esperienza una possibilità in più di salvarsi, che faccia loro intravedere la possibilità di salvarsi.

A Ferrara Off aprile sarà un mese “In itinere”, nel quale l’associazione aprirà le porte al pubblico e gli offrirà l’occasione di sbirciare dietro le quinte del processo di creazione artistica: non solo con la residenza artistica e i laboratori di Stefano, ma anche con le prove aperte dei lavori di fine stagione degli allievi di Roberta Pazzi e Caterina Tavolini

Info su “Le età della vita. Tracce di metamorfosi”
Info su “In itinere”

La SEGNALAZIONE
Parma nel Cinquecento: la scuola di Correggio e Parmigianino

di Maria Paola Forlani

Fino al 26 giugno rimarrà aperta a Roma alle Scuderie del Quirinale la mostra “Correggio e Parmigianino. Arte a Parma nel Cinquecento”, a cura di David Ekserdjian (catalogo SilvanaEditoriale): attraverso più di cento capolavori per la prima volta vengono messi a confronto i due grandi artisti emiliani, uno il pittore degli affetti, l’altro sofisticato intellettuale.

Correggio, cittadina della Pianura Padana, è stata per lunghi secoli, dal XII al XVII, feudo della nobile famiglia che da essa trae il nome. Seppur non paragonabile certo ad altri grandi centri italiani (da Milano a Venezia, da Mantova a Ferrara, da Firenze a Roma), era capitale di uno Stato e sede di una piccola corte che, fra Quattrocento e Cinquecento, ha assunto una propria importanza culturale, sotto la guida del conte Gilberto e soprattutto per la presenza della moglie, la nobile poetessa Veronica Gàmbara (1485 – 1550): colta, intelligente, seguace del petrarchismo di Bembo, ammirata da letterati illustri contemporanei, quali Ariosto, Bernardo Tasso o Pietro Aretino, abile reggitrice dello stato dopo la morte del marito.
Qui, sul finire del Quattrocento, è nato il più importante pittore emiliano del medio Rinascimento, Antonio Allegri (Correggio, Reggio Emilia, 1489 c.-1534), noto come il Correggio, piuttosto che con il nome vero o con quello di Antonio Laetus, che ne è la traduzione latina secondo l’uso umanistico. Dopo i primi rudimenti appresi da mediocri maestri locali, Correggio si reca a Mantova, dove si suppone che possa essere stato giovanissimo allievo di Mantegna: nel 1506 morto il grande pittore si trova a lavorare, appena diciasettenne, nella decorazione della cappella funebre del maestro.
Dalla scuola di Mantegna Correggio apprende l’amore per l’antichità classica e per il mito, che interpreterà però in maniera del tutto diversa. Tempera la solennità del maestro con la dolcezza emiliana che gli deriva da Francia e da Costa ed estende le sue conoscenze alle opere di Leonardo e di Giorgione, delle quali comprende non soltanto il significato atmosferico, ma anche, e soprattutto, la concezione moderna del rapporto fra uomo e natura.
Anche se mancano prove documentarie, oggi la critica è concorde nel ritenere che nel 1518 si sia recato a Roma: senza la visione diretta della volta della Cappella Sistina e delle Stanze Vaticane non si spiegherebbero, né concettualmente né formalmente, le maggiori creazioni correggesche posteriori a questa data.
La delicatezza della gamma cromatica e la fresca naturalezza del comporre, sempre variata, si evincono fin dalla sua prima produzione nella quale si dedica a temi religiosi: splendida la “Madonna Barrymore” e il “Noli me tangere” con un magnifico paesaggio agreste sul fondo. Il “Martirio dei quattro santi” è di una drammaticità icastica; affronta temi mitologici e presto s’impone con ritratti mondani. Seguono le grandi imprese pittoriche, come la decorazione della Camera della Badessa nel Convento di san Paolo. Nel verde della cupola si aprono occhi ovali, al di là dei quali, contro l’azzurro del cielo, alcuni putti giocano con elementi venatori.
La piccola Camera della Badessa, pur partendo da uno spunto religioso, è un ambiente eminentemente profano, adatto all’intellettualismo correggesco, comprensibile a pochi eletti. Tuttavia anche quando, nelle cupole di San Giovanni Evangelista e del Duomo di Parma, il Correggio affronta temi sacri in spazi vasti, persegue ugualmente nella mutata la scala proporzionale il proprio ideale di bellezza.

La mostra si apre con le monumentali ante d’organo di Santa Maria della Steccata di Parmigianino, a cui seguono due sale dedicate agli esordi giovanili dei due pittori.
Francesco Mazzola, detto il Parmigianino (Parma, 1503 – Castelmaggiore, Cremona, 1540), spirito inquieto come altri artisti del suo tempo, si forma nella città natale sulla grande arte del Correggio, più che su quella modesta dei suoi primi educatori, gli zii Michele e Pier Ilario. All’ariosa, luminosa, esuberante pittura del maestro, il giovane Parmigianino sostituisce però una ricerca di stilizzazione, che condurrà sempre avanti fino alle ultime creazioni. Indicativo è l’“Autoritratto allo specchio”. La scelta dello specchio circolare convesso, deformante, è un mezzo per togliere alla propria immagine la luce proveniente dalla finestra che si intravede in alto a sinistra. Forse ha ragione il Vasari quando dice che lo fece “per investigare le sottigliezze dell’arte”, tenendo però presente che non si tratta di una semplice esercitazione accademica, di un pezzo di bravura, ma del tentativo di trovare una strada che conduca fuori dalle “secche” del classicismo.

Nel percorso della mostra, in un continuo confronto dei due artisti, ecco la bellissima “Fuga in Egitto con San Francesco” di Correggio: sorprende lo straordinario gioco di luci che piovono su Giuseppe, il bambino e Maria, mentre Francesco inginocchiato appena emerge dal buio con la testa e le mani. Si riverbera la luce, in altra chiave, nella “Madonna di San Zaccaria” di Parmigianino. Entrambe le composizioni sono di una superba maestria, ma quest’ultimo quasi sembra sfondare la tela con la grande figura di vecchio in primo piano di forza michelangiolesca.
“Antea” è uno dei più superbi ritratti del Rinascimento per la compostezza del volto e la sontuosità dell’abito, mentre l’enigmatica bellezza della “Schiava Turca”, dal sorriso malizioso e ironico – immagine icona della mostra – il cui sguardo tranquillo incontra quello dell’osservatore. Entrambi sono due straordinari capolavori di Parmigianino.
Seducente per l’esibita sensualità, è la “Danae” del Correggio, parte dell’ultimo ciclo dedicato agli “Amori di Giove”. Viene spontaneo il paragone con quella più tarda di Tiziano che deriva da questa. I due autori compongono il quadro in maniera simile, eppure giungono a conclusioni del tutto diverse. Mentre in Tiziano la bella donna nuda giace distesa sul letto, attendendo con calma l’unione col dio, qui la giovane, appoggiata ai cuscini, si solleva, seguendo con gli occhi lo svolgersi dell’evento straordinario, il sorriso sulle labbra, le membra mosse, quasi nervosamente vigili, mentre si accinge a ricevere la pioggia d’oro.

Un’ampia selezione di opere su carta mette in evidenza la profonda diversità dell’approccio alla pratica del disegno da parte dei due artisti: quello sostanzialmente funzionale di Correggio è accostato alla produzione più ricca e varia di Parmigianino, artista mosso da un bisogno ossessivo di disegnare.
Bellissimo il dialogo silenzioso tra due piccoli dipinti, il primo un olio su tavola “Matrimonio mistico di Santa Caterina con San Giacomo Minore”, opera del Parmigianino che arriva dal Louvre di Parigi, posto accanto all’olio su tavola del Correggio “Matrimonio mistico di santa Caterina”, arrivata dal Museo di Capodimonte di Napoli,.
Imponente il monumentale olio su tela (3x2m), “San Rocco con il donatore Baldassarre della Torre da Milano”, dipinto dal Parmigianino per la Basilica di San Petronio a Bologna nel 1527. Nella biografia di Parmigianino, Giorgio Vasari afferma che questa pala d’altare fu la prima opera intrapresa dall’artista a Bologna.
La “Conversione di Saulo” databile al 1527, proviene dal Kunsthistoriches Museum di Vienna. L’esattore romano Saulo è appena caduto da cavallo quando uno squarcio luminoso nel cielo segna la sua illuminazione divina e conversione al cristianesimo. Il protagonista, sguardo estatico, è semisdraiato con le braccia spalancate, di cui una appoggiata al suolo, le gambe divaricate con il cavallo bianco che lo sovrasta. Un cavallo che sembra un’apparizione fantastica, del tutto irreale, nella raffinata stesura grigio-argentea con cui si offre alla luce, nella tensione della testa che si staglia sul grigio del cielo, imbrigliata dal prezioso nastro d’oro che cade serpeggiante lungo il collo.

IL FATTO
Il caso del clarinettista multato in stazione finisce al Parlamento europeo

Finisce al Parlamento europeo il caso di Marco Fusi, clarinettista di fama internazionale multato in un sottopassaggio della stazione ligure di Bordighera, mentre per ingannare il tempo suonava all’aperto nell’attesa di esibirsi in un concerto. Duemila euro di sanzione in base a un regio decreto del 1931 ormai decaduto che prevede l’iscrizione a uno specifico registro per poter suonare. Nell’ammettere l’errore il sindaco Giacomo Pallanca e la polizia municipale hanno portato la multa a 5mila euro per accattanaggio e vendita illegale di materiale audiovisivo. Insomma un servizio all’arte e agli artisti nel paese della cultura. L’episodio, accaduto alla metà di marzo, si è consumato davanti agli occhi di due giornalisti che con la loro testimonianza hanno dato manforte a Fusi nella contestazione delle accuse contenute nella sanzione. Da lì all’interrogazione al parlamento europeo, dove tra l’altro il musicista si è esibito nel 2012 nell’ambito dello spettacolo “Eclisse della Democrazia” con Vittorio Agnoletto, è stato breve. In meno di una settimana quattro deputati, Barbara Spinelli, Curzio Maltese, Marie Christine Vergiat e Eleonora Forenza, hanno ravvisato nella multa una “palese violazione della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” il cui articolo 19 tutela la libertà di espressione in ogni sua forma, compresa quella artistica, della Cedu (Convenzione europea dei diritti dell’uomo) e della Carta di Nizza (Carta dei diritti della UE). Un tris del diritto, che nella libertà di espressione, inclusa quella artistica, ha uno dei suoi fondamenti. Portata l’attenzione sul caso Fusi, i parlamentari hanno chiesto all’Europa quali iniziative intenda assumere nei confronti della vicenda. “Mi auguro che questa storia – dice il clarinettista – serva ad aprire una riflessione a favore di un movimento di opinione in difesa dell’arte e della musica che sono libertà d’espressione”.

LA SEGNALAZIONE
Alla riscoperta di Umberto Boccioni, il futurista

di Federico Di Bisceglie

Nei primi anni del Novecento la storia dell’arte mondiale fu caratterizzata da una serie di movimenti ideologico-artistici che influenzarono tutto il corso degli eventi successivi: le avanguardie.
Sono avanguardie artistiche il Cubismo, con i due principali esponenti riconosciuti in Braque e Picasso, il Surrealismo, l’Espressionismo, ma il movimento avanguardistico per eccellenza, il più complesso e più ‘estremo’ fu il Futurismo. Filippo Tommaso Marinetti il 20 febbraio 1909 pubblica il manifesto del movimento futurista sul giornale francese “Le Figaro”, esponendo in undici punti una serie di idee e progetti che saranno destinati a mutare profondamente la visione del mondo e a diffondere le idee futuriste fra le persone.
Il Futurismo è sostanzialmente una frattura radicale con il passato, sia dal punto di vista ideologico che dal punto di vista pratico. Ciò che l’avanguardia futurista esalta maggiormente è l’idea del dinamismo e del ‘nuovo’, frutto di una società in progressivo mutamento, che ambisce a qualcosa di diverso rispetto alle idee del passato, che secondo i futuristi ingabbiano la progressione dell’umanità. Secondo la concezione futurista la frenesia della città rappresenta in maniera autentica la condizione dell’uomo, ne delinea gli aspetti migliori. Secondo il manifesto dell’architettura futurista, stilato da Antonio Sant’Elia nel 1914, la figura dell’architetto deve essere profondamente cambiata e i materiali impiegati devono essere: cemento armato, legno, vetro, e quindi porsi in netta contrapposizione con l’architettura e le forme dei palazzi antichi. Il più rivoluzionario dei manifesti futuristi è però quello sulla pittura, stilato nel 1910 da Carlo Carrà, Giacomo Balla, Gino Severini, Luigi Russolo e Umberto Boccioni. Proprio lui è in assoluto il più produttivo e il più radicalmente futurista tra i firmatari, sebbene la sua produzione artistica sia limitata alla durata di dieci anni.

Le tappe della formazione e della realizzazione artistica di Umberto Boccioni sono diverse e talvolta non nettamente riconoscibili. La mostra “Umberto Boccioni (1882-1916): genio e memoria”, organizzata a Palazzo Reale a Milano in occasione del primo centenario della morte del pittore futurista (dal 23 marzo al 10 luglio), ripercorre le tappe della vita dell’artista prematuramente scomparso a causa di una caduta a cavallo nel 1916, attraverso l’esposizione di quasi 300 opere. Quelle di produzione giovanile, all’interno delle quali sono riscontrabili gli stilemi tradizionalmente riconosciuti futuristi, e quelle di produzione più tarda, che denunciano una tendenza alle caratteristiche di opere ascrivibili al cubismo. Frutto di un progetto di ricerca curato dal Gabinetto dei Disegni della Soprintendenza del Castello Sforzesco, la mostra è prodotta e organizzata da Castello Sforzesco, Museo del Novecento e Palazzo Reale, con la casa editrice Electa.
Questa esposizione costituisce un’importante manifestazione culturale, per approfondire e riscoprire le radici di un movimento e di un’artista assolutamente fondamentale per la storia dell’arte. Un’occasione unica per scoprire i più importanti dipinti e sculture dell’artista, ma anche dei principali protagonisti della cultura a lui contemporanea, insieme a un’eccezionale selezione di 60 disegni di Boccioni provenienti dal Castello Sforzesco di Milano, che rappresentano il vero cuore dell’esposizione. Inoltre in mostra si potranno ammirare opere provenienti da importanti istituzioni museali e collezioni private di tutto il mondo, tra cui la Pinacoteca di Brera, le Gallerie d’Italia di Milano, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la Peggy Guggenheim Collection di Venezia, il Metropolitan Museum of Art di New York, e la Getty Foundation di Los Angeles, il Musée Picasso e il Musée Rodin di Parigi, il Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Tutte le info sul sito di Palazzo Reale

NOTA A MARGINE
Edward Hopper: il pittore della solitudine in mostra a Bologna

Le luci all’interno della sala cinematografica trasmettono un clima di piacevole tepore. Gli spettatori, seduti in comode poltrone rosse, fissano lo schermo davanti a loro, ma noi non riusciamo a capire cosa osservano, quale pellicola venga mostrata. Poco più in là, visibile ai nostri occhi, ma separata dalla sala da un muro e da una colonna lavorata che divide nettamente la scena, una maschera scruta dentro di sè. Bionda e slanciata, sembra avere gli occhi chiusi e, con gesti accentuati, scenici, posa per chi la osserva, ignorandolo.
La gestione degli spazi e le caratterizzazioni dei personaggi hanno attribuito a Edward Hopper la fama di pittore della solitudine americana. La scena descritta rappresenta un’opera del 1939,”New York Movie”, ed è un esempio di quella che sarà gran parte dell’arte del pittore.
Nato a Nyack, località nello Stato di New York, alla fine dell’Ottocento, trascorre la sua vita privata con la stessa regolarità con cui affronta quella artistica. Durante il suo periodo in Europa e l’obbligatorio soggiorno parigino, non si lascia tentare dalla vita sregolata dei suoi colleghi. La Parigi dei primi del Novecento è una città in continua mutazione, voluttuosa e viva, che vede tra i suoi più illustri cittadini Pablo Picasso, Gino Severini e Amedeo Modigliani, e il giovane artista americano avrebbe potuto essere facilmente risucchiato dal vortice degli artisti maledetti. Apprende molto, la formazione ricevuta dai suoi studi in quegli anni caratterizza le sue prime opere, nelle quali sono presenti lo stile degli espressionisti, le figure di Degas e i colori di Manet, ma da questi si distacca durante il primo periodo del rientro in America, in cui emerge quella che sarà la sua identità, immutata fino alla fine dei suoi giorni. Fondamentale la conoscenza, che porta al matrimonio, con l’artista Josephine Nivison, pittrice che ha avuto meno successo del marito, a cui ha fatto da manager, da musa e da compagna.
Edward Hopper si ritrova coinvolto in un processo artistico essenziale per la storia della sua patria. Fino ai primi del Novecento, infatti, non si poteva parlare di una vera e propria arte americana, gli artisti si trasferivano in Europa, vivevano a Parigi per qualche anno e, al loro rientro, aprivano Accademie in cui primeggiava lo stile tipico europeo, lontano dall’arte folcloristica fino ad allora rappresentativa del territorio americano. Tornato a New York, Hopper si focalizza proprio su questo concetto nazionalistico, mostrando nelle sue opere la realtà americana.
Ponti, case in stile vittoriano, appartamenti cittadini, ferrovie sono solo alcuni degli elementi da lui ritratti, emblema della contraddizione tra civilizzazione e natura, tra ciò che l’uomo aveva costruito e quello di cui la natura voleva rimpadronirsi. Per questo case immerse nei campi assumono aspetti del paesaggio che li circonda, le mura si colorano con i toni della terra e l’azzurro tenue del cielo conquista le tegole dei tetti.
Lo spettatore osserva queste contrapposizioni da una prospettiva nuova, come se ciò che viene raffigurato fosse il frammento di un’immagine, qualcosa guardato da un treno in corsa. Lo scopo è far sentire spaesato chiunque guardi le opere.
Diverse sono le rappresentazioni degli interni, in cui appaiono le figure umane. Assorte, spesso annoiate, distratte da qualcosa al di fuori del dipinto, che seguono con lo sguardo, lasciando allo spettatore la sensazione di essere un voyeur. Hopper rappresenta donne in momenti di intimità, senza lascivia e senza l’intento di renderli oggetti sessuali. E’ lo studio della natura umana, esseri forti e fragili al contempo, come “Una donna al sole”, intenta a fumare una sigaretta accanto ad un letto disfatto, esposta al sole, pensosa e malinconica. Anche vestite, rappresentate in luoghi di ritrovo come caffè, ristoranti o teatri, le figure di Hopper restano misteriose, con la mente altrove, lasciando che il corpo esibisca la loro semplice presenza fisica.
In tutte le situazioni lo spettatore non è invitato a partecipare ai momenti rappresentati, è l’osservatore silenzioso di parte della scena, osserva i personaggi, ma non quello che ne cattura l’attenzione, come se le finestre fossero quadri all’interno del quadro stesso, rendendo le figure osservate spettatori, a loro volta, di qualcosa che a noi è negato.
Più volte nella sua carriera, il pittore americano ha affermato la difficoltà nel dipingere contemporaneamente un ambiente interno e un esterno, perché per creare una rappresentazione del reale si deve conoscere con attenzione ciò che si vuole mostrare. Così riaffiora alla memoria una casa del suo quartiere, gli alberi che osservava da bambino attraverso una finestra, una delle città in cui ha vissuto.
Lo studio degli spazi gli ha permesso di realizzare i doppi ambienti, fatti di interni ed esterni, grazie alla tecnica della parete penetrabile: vetrate immense che dividono lasciando la scena visibile. In alcune opere lo spettatore deve concentrarsi su ciò che guarda per poter vedere questo muro invisibile, posizionato con una prospettiva tale da sembrare inesistente: in realtà stiamo osservando la scena proprio spiando attraverso la vetrata. In altri quadri, l’enorme elemento separatore diviene oggetto fondamentale per la scena, così come nel celebre “Nottambuli”, del 1942, in cui tre persone, sedute al bancone di un bar situato all’angolo di una via, si perdono nei loro pensieri, osservati a distanza dallo spettatore voyeur, escluso dalla scena.
Nell’arte di Hopper tutto è contrasto: le grandi città, opposte ai piccoli borghi di campagna, donne e uomini, che condividono gli spazi senza che le loro singole identità si tocchino mai, assenti e inespressivi anche nello stessa camera da letto, natura e civiltà. Anche con temi così contrastanti tra loro, le opere non si mostrano mai schierate o politicizzate, l’obiettivo di Hopper, che lui stesso dichiarò irraggiungibile per le sue capacità, era mostrare la realtà nella sua accezione più pura, eliminando ogni tecnica artificiale. Il suo desiderio era realizzare un’opera che shoccasse gli spettatori per la sua rappresentazione così perfetta da sembrare viva.
Le opere dell’artista considerato tra i più importanti del XX secolo, colui che raffigurava la solitudine americana, da oggi sono in mostra al Palazzo Fava, fino al 24 luglio, in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York. Sono esposte più di sessanta opere, partendo dagli acquerelli parigini fino agli scorci americani realizzati olio su tela, che doneranno una visuale completa della sua concezione artistica e del percorso creativo. La mostra “Edward Hopper”, curata da Barbara Haskell, responsabile della sezione dipinti e sculture dell’istituzione museale americana, e Luca Beatrice, è organizzata in sei sezioni cronologiche che raggruppano i temi centrali dell’arte di Hopper, tra ambigui personaggi e ambientazioni quasi cinematografiche.

Sito ufficiale della mostra

ALTRI SGUARDI
Alba, dolce e creativa alba

La brezza all’alba ha segreti da dirti. Non tornare a dormire. (Rumi)

Ferrara è bella questa mattina, particolarmente bella. Si risveglia in un’alba avvolta di rosa, quasi petali leggeri cadessero dal cielo, una lacrima di un giovane angelo commosso davanti a tanta bellezza. Sembra una bella addormentata distesa su petali lilla che dolcemente apre gli occhi dopo un lungo sonno. Forse Lucrezia sta vegliando sulla città, con la sua divina eleganza. Forse Ercole si compiace della leggerezza dei passi sui ciottoli di una delle vie più misteriose e avvolgenti d’Europa, che come per magia (e che onore) porta proprio il suo nome. Magari Borso guarda all’ingiù, compiaciuto di tante stradine brulicanti di musica, di poesia e di pensieri, di voltini antichi che avvolgono i turisti, di piccioni che zampettano alla ricerca di bambini che ormai non danno più loro alcun chicco croccante di granoturco. Certo che stamane Ferrara è davvero bella.

Dalla bianca tenda ricamata si intravvedono i tetti addormentati, le nuvole si confondono con quei ricami leziosi e preziosi, preziose esse proprio come loro. In un lungo abbraccio senza fine, quei pizzi e quel cielo rosato si perdono all’orizzonte. Quasi si confondono. Si avvicina la primavera, i peschi sono già in fiore, rosa anch’essi, l’erba spunta irrispettosa e cristallina fra le pietre antiche. Il campanile della cattedrale, alto, elegante e meravigliosamente diritto, saluta il cielo, come ogni mattina, nebbia o non nebbia, sole o pioggia, vento o sereno, da lontano mi da il benvenuto. Ancora, sempre, ogni volta che rientro. Immancabile, puntale, sicuro, certo. Rosa. Sempre. Il solito piccione curioso si affaccia sul davanzale di marmo, sembra aver dimenticato le poche lucciole che ieri sera cercavano spazio. Il rumore dei vetri svuotati dai cassonetti sembra un tintinnio lontano, non da fastidio, in fondo è una sveglia allegra dopo una notte baldanzosa che, nella via, ha salutato amici che se ne tornano a casa. Dopo una bella e profumata birra artigianale e qualche spensierata chiacchiera in più. Gioia, poca noia. Aromi.

Tutto profuma di rosa. Il cielo, il letto, le lenzuola, il divano, la camicia da notte, il balcone. Tutto sa di bello, tutto sa di felicità. Sono io o questo cielo? Magari lo siamo insieme, felici. L’ultimo lampione si è appena spento, piano piano, lasciando spazio alla luce del sole. Ora lui non serve più, almeno fino a un’altra notte, quella che, preceduta da un altrettanto splendido tramonto rosa, lascerà spazio ai sogni. Buongiorno Este, buongiorno città che necessiti di una piccola sveglia, buongiorno storia, anche la mia.

Che il rosa vi avvolga.

Fotografie di Simonetta Sandri

ECOLOGICAMENTE
La pianificazione urbana per rispondere alla sfida del cambiamento climatico

“Le città italiane alla sfida del clima”: è il titolo di un recente dossier di Legambiente, elaborato in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. L’aspetto più interessante sta nel fatto che propone nuove strategie e politiche di adattamento per rispondere all’emergenza climatica. Nell’ultimo quinquennio, infatti, si sono registrati in molte città impatti rilevanti legati a fenomeni atmosferici estremi: allagamenti, frane, esondazioni, con danni alle infrastrutture o al patrimonio storico. Richiamo alcuni passaggi del rapporto.

I cambiamenti climatici in atto richiedono nuove forme di risposta alle emergenze e ai pericoli che incombono anche sulle nostre città. Nuove forme di pianificazione e di gestione delle aree urbane sono necessarie per mettere in sicurezza i cittadini e ridurre gli impatti sui quartieri e sulle infrastrutture dei centri urbani. Secondo gli esperti, infatti, saranno proprio le aree urbane a pagare i costi sociali maggiori del ‘global warming’ in particolare nell’area del Mediterraneo. Le città sono il cuore delle sfida climatica in tutto il mondo perché è nelle aree urbane che si produce la quota più rilevante di emissioni ed è qui che l’intensità e la frequenza di fenomeni meteorologici estremi sta determinando danni crescenti, mettendo in pericolo vite umane e provocando gravi danni a edifici e infrastrutture.

In Italia sono diverse le ragioni per cui l’adattamento al clima deve diventare una priorità nazionale. L’81,2% dei comuni è in aree a rischio di dissesto idrogeologico, con quasi 6 milioni di persone che vivono in zone a forte rischio. Le città quindi devono poter affrontare la sfida dei cambiamenti climatici, dell’aumento dei fenomeni meteorologici estremi e degli impatti sociali che, proprio nelle aree urbane, determinano conseguenze spesso drammatiche. Per riuscire in questo intento e ridurre rischi e impatti, occorre attuare strategie di adattamento mirate, gestite a livello nazionale e locale.
Per Legambiente una politica idonea deve prevedere l’elaborazione di Piani Clima delle città, cioè di uno strumento che consenta di individuare le aree a maggiore rischio, di rafforzare la sicurezza dei cittadini anche in collaborazione con la Protezione Civile, in modo da elaborare progetti di adattamento di fiumi, delle infrastrutture, dei quartieri.
Gli esempi di interventi di adattamento raccontati in questo dossier (da Copenaghen a Bologna, ad Anversa) dimostrano come sia possibile realizzare progetti capaci di dare risposta ai rischi climatici in una prospettiva di miglioramento della vita nelle città: mettendo in sicurezza un fiume, restituendo spazi alla natura e alla fruizione dei cittadini, creando quartieri vivibili, anche quando le temperature crescono, grazie agli alberi e all’acqua, a materiali naturali che permettono di ridurre l’effetto isole di calore. L’adattamento al clima è la vera grande sfida del tempo in cui viviamo. Per vincerla, dobbiamo rendere le nostre città più resilienti e sicure, cogliendo l’opportunità di farle diventare anche più vivibili e belle.

Il dossier riporta le informazioni raccolte nella mappa interattiva relative ai danni provocati in Italia dai fenomeni climatici dal 2010 a oggi, con particolare attenzione alle città. Nella mappatura, a ogni episodio sono associate informazioni che riguardano sia i danni che gli episodi precedenti avvenuti nello stesso comune, per contribuire a chiarire i caratteri e l’entità degli impatti provocati, individuare le aree a maggior rischio, registrare dove e come i fenomeni si ripetono con maggiore frequenza per cominciare a evidenziare, laddove possibile, il rapporto tra accelerazione dei processi climatici e problematiche legate a fattori insediativi o infrastrutturali nel territorio italiano.

More info: www.planningclimatechange.org/atlanteclimatico

Per leggere il rapporto clicca qui

NOTA A MARGINE
Con don Ciotti e Libera per costruire ponti verso un futuro di legalità

Dagli oltre 30.000 di Messina agli 8.000 di Reggio Emilia. Oltre 350.000 persone si sono ritrovate ieri in piazza in diverse città d’Italia, per celebrare da Nord a Sud la XXI Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti di tutte le mafie, quest’anno intitolata “Ponti di memoria. Luoghi d’impegno”: per costruire un’Italia che non si limita a dire cosa non va ma si mette in gioco per farle andare. Da Messina, scelta perché il paese ha bisogno non di grandi opere, ma di “ponti che allargano le coscienze e traghettano le speranze”, a Reggio Emilia, la città dei fratelli Cervi e del processo Aemilia, perché è necessaria “l’opera quotidiana di cittadini responsabili” per tradurre “la speranza di cambiamento in forza di cambiamento”. Tutti insieme, dalle 11 in poi per 40 minuti, hanno letto l’elenco di circa 900 nomi di padri, madri, figli, figlie, fratelli e sorelle uccisi dalle mafie nella storia dell’Italia. A Messina nella lettura si sono alternati giovani e famigliari, un ponte di memoria fra adulti e nuove generazioni. Contro “l’anestesia delle coscienze”, “la caduta del senso etico”, una memoria “non di circostanza”, ma “condivisa”, come ha affermato don Luigi Ciotti aprendo il suo discorso, che “non si limita a ricordare le vittime innocenti, ma si impegna a realizzare gli ideali per i quali sono vissute”. Ponti per il futuro costruiti con ideali e parole: scuola, cittadinanza, inclusione, partecipazione, dignità, responsabilità e libertà.

“Nessun ragazzo sia escluso dalla scuola”, una scuola che deve fornire “la competenza alla cittadinanza”, per imparare a “riconoscersi uguali cittadini e diversi come persone” e a comprendere come “la libertà sia il più prezioso dei doni e la più esigente delle responsabilità”. Responsabilità, impegno e partecipazione, perché “le mafie non sono un corpo estraneo, sono i parassiti” che distruggono la nostra società. Noi stessi li alimentiamo, quando non denunciamo un sistema che non rispetta la dignità di milioni di persone, siano esse alle prese con la povertà materiale e culturale, di diritti e di valori, con il ricatto delle mafie e del lavoro nero, o siano gli immigrati “oggetto di accordi umilianti come quello fra Europa e Turchia, frutto dell’ipocrita distinzione tra profugo di guerra e migrante economico – ha denunciato don Ciotti – come se la guerra non fosse combattuta soprattutto con armi economiche e non fosse essa stessa fonte di profitto”. E poi c’è la dignità dell’ambiente in cui viviamo, una questione che secondo don Ciotti riguarda “il bene comune”, non “gli orientamenti personali”: a proposito delle trivellazioni e del referendum del prossimo 17 aprile ha parlato di “diritto delle popolazioni a opporsi allo scempio della propria terra”.
Un’altra parola per costruire ponti è “inclusione”, che “sta alla base della democrazia”. “Le mafie e la corruzione non troveranno spazio in comunità solidali, inclusive”, se “insieme sapremo vincere l’egoismo, l’indifferenza, l’opportunismo”, definiti da don Ciotti “i peccati più grandi della nostra epoca”.
Un ricordo agli amministratori, ai magistrati e alle forze di polizia che fanno il proprio dovere con coraggio, ai giornalisti che raccontano l’Italia che resiste e che si impegna, a Ignazio Cutrò e a Tiberio Bentivoglio, che con la loro testimonianza di dignità sono diventati parole di carne, ai “giovani dell’area penale della giustizia minorile”, che devono essere aiutati “a prendere coscienza delle proprie responsabilità”. Infine il richiamo alla Costituzione come “primo testo antimafia del nostro paese”, “bisogna amarla e applicarla”, “dobbiamo farla diventare costume e cultura”. In essa sono sanciti i “diritti sociali” senza i quali non si possono esercitare i diritti politici e civili.
Don Ciotti però non ha omesso le preoccupazioni che intralciano la costruzione di questi ponti di memoria, di impegno, di libertà: sull’iter della legge istitutiva del 21 marzo, che ha appena passato la prima lettura in Senato, e riguardo i beni confiscati, “uno strumento non usato in tutte le sue potenzialità”. Per giocare questa partita decisiva “occorre un’agenzia nazionale più attrezzata”, “un maggior coinvolgimento degli enti locali”, “occorre evidenziare il valore etico e sociale” delle esperienze di riutilizzo sociale e rimettere al centro “il problema delle aziende: il grande fallimento di questi anni”.

Il 21 marzo a Ferrara
Anche a Ferrara il 21 marzo è iniziato con il nome di una vittima innocente delle mafie: Roberto Mancini. Mancini, come ricordato dal referente del Coordinamento provinciale di Ferrara di Libera Donato La Muscatella, è morto nell’aprile 2014, a 53 anni, per cause di servizio: è l’investigatore che con le sue indagini, all’inizio degli anni Novanta, ha anticipato di 15 anni Gomorra e la Terra dei Fuochi. Da quelle indagini alla fine è stato avvelenato.
A Ferrara questo 21 marzo si è parlato di ecomafie, dei nuovi strumenti per combatterle e di come riconoscerne i primi sintomi, con l’incontro “A munnezza è oro. Una strage silenziosa. Società civile e diritto nel contrasto alle ecomafie” – presso il dipartimento di Giurisprudenza – e la presentazione del libro di Daniela De Crescenzo “Così vi ho avvelenato. Il grande affare dei rifiuti tossici raccontato da un boss della camorra” (Sperling and Kupfner) alla libreria Feltrinelli. Entrambi gli eventi sono stati organizzati in collaborazione da Comune di Ferrara, Coordinamento Provinciale di Ferrara di Libera, Laboratorio MaCrO del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, Regione Emilia Romagna e Avviso Pubblico – Enti Locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie.
Alessandro Bratti, presidente della commissione parlamentare ecomafie – che quest’anno compie vent’anni, come la legge sulla confisca e il riutilizzo sociale dei beni della criminalità organizzata – nel suo intervento ha sottolineato la stretta connessione fra ecomafie e corruzione e come i reati ambientali rappresentino un vulnus non solo per l’ambiente, ma anche per la salute e l’economia di un territorio. E non è detto che il territorio sia solo quello campano. La distrazione di risorse economiche dall’economia legale e la creazione di una competizione distorta, sbilanciata a favore di chi non rispetta le regole, per non parlare degli enormi introiti che poi vengono riciclati in altre attività, sono tutte conseguenze dei fenomeni di “illegalità ambientale”, termine secondo Bratti preferibile al più evocativo ‘ecomafie’, che coinvolgono tutto il nostro paese. Gli eco-reati, come il traffico e lo smaltimento illegale di rifiuti, sono un vantaggiosissimo business per i clan; anche per questo c’è ormai una vera e propria internazionalizzazione, con direttrici che portano soprattutto verso Cina, Albania e Romania.
Bratti ha spiegato poi come ad aver favorito l’illegalità sia stato anche il fenomeno dei “commissariamenti”: agendo in deroga alle leggi ordinarie, la gestione del ciclo dei rifiuti è avvenuta “in regime emergenziale”, per esempio con affidamenti diretti senza gare. E questo non ha giovato alla trasparenza e alla legalità. Per quanto riguarda l’amministrazione, l’onorevole ha puntato il dito contro “la gestione clientelare del consenso”, attraverso “assunzioni nelle società” per la gestione della raccolta e dei trasporti dei rifiuti.

Anche alla Feltrinelli si è parlato della pervasività geografica degli eco-reati. Non si tratta solo del fatto che i rifiuti smaltiti illegalmente venivano dalle imprese del Nord Italia. Daniela Di Crescenzo, autrice di “Così vi ho avvelenato”, ha rivelato che in realtà “non possiamo sapere fino in fondo dove siano finiti i rifiuti”. Il suo libro si basa sulle rivelazioni del pentito di Camorra Gaetano Vassallo, che racconta come in molti casi non avesse mai visto il materiale da smaltire, ma avesse “solo venduto la bolla”, cioè “la ricevuta delle spese di smaltimento”. Per Daniela il veleno dei rifiuti è anche il veleno morale della corruzione, che contagia e contamina le coscienze di amministratori, tecnici, imprenditori, “tutto per denaro”. “In Campania come in Veneto” il meccanismo è lo stesso, ha affermato Bratti. E ora, concordano i due, con “500 milioni circa messi a disposizione del sistema”, il rischio è che si crei un nuovo business: “quello delle bonifiche”. In altre parole “il rischio è che oggi bonifichino le stesse persone che prima hanno inquinato”, ha detto Di Crescenzo.
Tuttavia qualcosa è cambiato: dal maggio 2015 con la legge n°68 il Parlamento ha introdotto i reati ambientali nel Codice Penale e il bilancio fra guadagni e rischi delle attività illegali nel settore ambientale non è più così vantaggioso. La legge è un “passaggio importante”, perché fattispecie come inquinamento e disastro ambientale, abbandono illecito e impedimento del controllo, sono ora punibili penalmente e perché si è dato “specifico rilievo alle connessioni fra criminalità organizzata e crimini ambientali”, ha spiegato Costanza Bernasconi di Unife. Anche gli interventi di Giuseppe Battarino, consulente della Commissione Parlamentare Ecomafie, e di Antonio Pergolizzi, dell’Osservatorio nazionale ambiente e legalità di Legambiente, si sono focalizzati sulla nuova legge sugli eco-reati del maggio 2015. Pergolizzi ha parlato di “strumenti più efficaci per perseguire questi crimini odiosi”, come dimostra anche il dossier che verrà presentato proprio oggi da Legambiente sui “primi dieci mesi di applicazione” delle nuove norme: i numeri parlano di “1000 notizie di reato” e “784 prescrizioni” comminate.

A margine delle iniziative, abbiamo chiesto all’onorevole Bratti – che riveste anche la carica di presidente degli Ecologisti democratici ed è coordinatore dei parlamentari Ecodem – un commento sul referendum sulle trivellazioni, al quale anche don Ciotti aveva accennato in mattinata durante la manifestazione di Messina. La sua posizione è netta: “noi riteniamo che questo sia un referendum assolutamente inutile e fuorviante, perché che vinca il sì o che vinca il no, il giorno dopo non succede assolutamente nulla. Detto questo, dato il valore simbolico insito in ogni referendum, riteniamo si debba andare a votare ed esprimere il proprio voto. Però deve essere chiaro che questo referendum non cambia, se non di pochissimo, lo sfruttamento delle risorse fossili autoctone. Il tema vero è la rivisitazione della strategia energetica nazionale”.

Il 21 marzo a Reggio Emilia e a Ferrara (clicca sulle immagini per ingrandirle)

La manifestazione di Reggio Emilia

La manifestazione di Reggio Emilia

L’incontro a Giurisprudenza

La presentazione alla Feltrinelli

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Ponti di giustizia e legalità

Guarda il video della piazza di Messina

LA BELLEZZA CI SALVERÀ
Visitare Cuba… in attesa di un’altra Rivoluzione

I nostri mesi invernali sono ideali per visitare I’area Caraibica.
Piove a tratti e con intensità, siamo ai tropici, ma quando i giorni sono soleggiati si possono toccare i 35°, ottimi per un fantastico bagno nel Mar Caraibico.
Cuba è l’umanità carnosa che conosciamo, è la vegetazione che deborda, è il ballo e il canto, è ‘el ron’ (o rum), i cocktail sulle auto americane, è il coloniale e il barocco, il sole, il mare, l’Hemingway Special e la Revolucion o, perlomeno per chi vuol vedere, quel sogno drammaticamente infranto che ha ubriacato diverse generazioni e alimenta ancora qualche nostalgico – molti italiani – che si aggira per L’Avana nel nome del Che e di Fidel. Cuba è unica nell’universo caraibico per quel clima decadente che si respira per le vie di L’Avana. Palazzi oggi fatiscenti che lasciano immaginare una città superlativa e ricca al tempo della borghesia e dei mercanti di tabacco, di caffè, della canna da zucchero, coltivate da quei diversi milioni di schiavi neri forzatamente imbarcati dall’Africa.
Cuba ha capi orgogliosi, ma è rassegnata nella gran parte della popolazione: è in ginocchio, ha un’economia senza finanza e con nessun punto di forza, salvo il turismo per stranieri, che però può contare su pochissime strutture accettabili di ricezione. Minima la conoscenza dell’inglese (ostacolato), si parla solo spagnolo quindi un italiano si arrangia, ma sempre lì si finisce: “come va con il modello Fidel?” Con molta diffidenza e riluttanza i cubani ne parlano, senza dimenticare che fra canti, musica, danze in ogni angolo, ci troviamo nel pieno di una dittatura comunista, che opprime gli oppositori con i metodi usuali.
Viaggiare attraverso Cuba in auto è piacevole, gli autisti negoziano i costi dei percorsi e potete scegliere fra auto americane Dodge, Chevrolet, Ford, Pontiac dal ‘50 fino al ‘58 (con nuovi motori Hyunday, Mitshubishi). Le buche non vengono chiuse, il vero dramma dei driver è che rischiano i semiassi ogni volta che escono, mentre sul ciglio stradale troneggia martellante la propaganda politica del Che e di Fidel: “El pueblo unido jamás será vencido”.
Le vallate delle piantagioni del tabacco, un vero paradiso naturale, ospitano in condizioni per noi europei perlopiù inaccettabili, una popolazione all’apparenza serena; i mezzi di locomozione più popolari sono i piedi, il calesse, il cavallo. Le case dell’interno sono estremamente povere e contrastano con quelle eleganti del quartiere abitato dalla nomenclatura di L’Avana, l’area Miramar: pulita, ariosa con ville e parchi destinati ai politici locali e agli ospiti internazionali.
Trinidad deve essere visitata: un gioiello di città con cinquecento anni di vita, con case coloniali barocche intorno alla Plaza Mayor e dove, dalle finestre aperte, si possono ammirare con invidia arredi coloniali e liberty quasi fossero negozi di antiquari illuminati dai meravigliosi lampadari con cascate di gocce di cristallo.
I musei sono chiusi, tranne quello della Rivoluzione, dove si celebra la vittoria nella Baia dei Porci.
Le verdi campagne a fianco delle strade sono ricchissime d’acqua, ma non sono coltivate. I cubani ci dicono che se uno lancia un seme dopo un giorno già cresce qualcosa, ma nessuno è incoraggiato a coltivarle.
Un universo multietnico che oggi pare viva un’integrazione felice in un equilibrio sperimentale fra bianchi, di colore, mulatti, meticci e i pochi Indios salvatisi dall’occupazione spagnola.
I cubani, liberati dalla dittatura di Batista nel 1959 dalla rivoluzione castrista, sono stati poi costretti dallo stesso Castro in una camicia di forza con la quale non è consentito conoscere il mondo e che oggi intrappola e condanna al silenzio la generazione digitale.

Un paese purtroppo orientato verso un destino incerto e senza obiettivi, a meno che qualcosa non succeda.
Ed ecco apparire Obama e la soluzione, a poche miglia marine verso la Florida, nel passato via di fuga dei perseguitati da Castro e oggi orizzonte di nuove opportunità, ma che viaggiano in direzione opposta. Da ieri, per la prima volta dopo 88 anni, un Presidente Usa è in visita nell’isola caraibica, per una tre giorni di carattere politico e…commerciale: una compagnia alberghiera americana ha appena firmato un accordo per la gestione di tre strutture a L’Avana.
Le diverse sfumature con le quali i cittadini cubani vivono le aspettative, nell’attesa di una seconda rivoluzione, non limitano il loro guardare verso Nord, verso quella terra a stelle e strisce che potrebbe rappresentare la nuova frontiera per intraprendere un nuovo cammino e realizzare nuovi sogni in una nuova rivoluzione che, è un augurio, non li spogli di una cultura secolare e di una identità originale.
Ci hanno detto “la teoria della rivoluzione è una cosa, la pratica purtroppo è diversa”.
Cuba è affascinante, visitatela subito. Miami è troppo vicina.

IL FATTO
Clara, la nuova frontiera della raccolta dei rifiuti in provincia di Ferrara

Si chiamerà “Clara – Servizi Ambientali per il Territorio” la Newco nata dall’unione delle società Area Copparo e Cmv, le due multiutility in-house specializzate nella raccolta rifiuti e servizi, che conta fra i soci 22 comuni della provincia di Ferrara. Nome, logo e sede sono stati svelati ieri mattina in conferenza stampa in comune a Copparo; al tavolo dei relatori il sindaco di Cento, Piero Lodi, e quello di Copparo, Nicola Rossi, l’amministratore unico di Cmv Raccolta, Nicoletta Bologna, e Gian Paolo Barbieri, attuale presidente di Area.
“Abbiamo voluto svelare logo e nome con sei mesi di anticipo rispetto alla chiusura della procedura di fusione fra le aziende – ha spiegato Barbieri – per dare la possibilità ai nostri utenti di abituarsi al nuovo nome, per imparare a conoscerci.”
Azzurro e verde, il logo della Newco riprende i colori che hanno caratterizzato per tanti anni le due aziende e diventa il marchio di una nuova realtà del territorio che non intende perdere il contatto con i cittadini.
“In rappresentanza di tutti i comuni soci di Cmv sono felice di poter dire che questa giornata è un punto di approdo, per il duro lavoro fatto in questi mesi, ma è anche un nuovo inizio – ha spiegato il sindaco Lodi – Con la nascita di Clara si apre una nuova dimensione geografica e politica: geografica perché tutti i comuni del ferrarese, eccetto Ferrara e Argenta, entrano a far parte di una stessa realtà territoriale che fornisce ai cittadini interessati un interlocutore unico, più forte e credibile. Con la nuova società facciamo un grande passo avanti verso la semplificazione, superiamo i campanili unendo luoghi e prassi per dare ai nostri cittadini una maggiore efficienza di governance. Diventiamo infatti più grandi, ma non perdiamo affatto la nostra identità locale”.
A fare eco il sindaco di Copparo: “E’ l’inizio di un nuovo percorso che sconvolge un po’ il punto di vista culturale che avevamo della raccolta dei rifiuti: si focalizzerà sul cercare la migliore risposta possibile delle comunità di riferimento. Il prossimo step sarà riuscire a creare un’azienda in grado di fare del rifiuto una risorsa. La nostra volontà è migliorare la vita e la salute dei cittadini, ma anche riuscire ad abbattere le tariffe, dopo un momento di investimento necessario sono sicuro che ci riusciremo”.
Concorda con il beneficio che la fusione porterà alla comunità anche l’amministratore unico di Cmv Raccolta, Nicoletta Bologna. “Questo percorso fatto assieme sarà assolutamente positivo per i cittadini, stiamo lavorando per questo.”
“Anche se l’iter di fusione non è ancora terminato – ha concluso Barbieri – noi stiamo interagendo e lavorando già come una sola azienda, con incontri settimanali per procedere unitariamente su tutti i fronti e le idee chiare rispetto a quello che sarà. I prossimi passi saranno innanzitutto la consegna dei bilanci consuntivi 2015, necessari per il riparto delle quote, poi la conclusione del confronto con i sindacati, per gli aspetti legati al progetto di fusione dal punto di vista della gestione dei nostri lavoratori, infine il voto del progetto di fusione in tutti i consigli comunali interessati. A settembre avremo quindi l’atto formale di fusione e la nascita di Clara.”
Il Consiglio di Amministrazione sarà composto da un rappresentante ex Area, uno ex Cmv e uno di Comacchio, visto che è atteso l’ingresso nella in-house anche del comune costiero. I nominativi dei membri del Consiglio saranno indicati dai soci.
La sede principale sarà a Copparo, nella struttura dell’ex caserma dei Carabinieri, di fianco alla sede del Municipio: l’edificio è in disuso e sarà oggetto di una ristrutturazione importante, così come potrebbe essere inglobato nel progetto la palazzina dell’ ex dispensario dell’AUSL, per la cessione del quale sono in corso serrate trattative.
“Resteranno operative le due sedi attuali, tutti gli sportelli per l’utenza e i servizi di call center – ha rassicurato infine Barbieri – Clara si presenta ai cittadini come un’azienda maggiormente efficace e competitiva, con un bacino di 120.000 clienti domestici e 13.500 aziende su un territorio di quasi 2.000 chilometri quadrati di superficie, ma vicina agli utenti”.

RIFLETTENDO
Perché gli scrittori devono essere giovani

Quant’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia!  / Chi vuole esser lieto, sia, / di doman non c’è certezza. (Lorenzo il Magnifico)

Sarò impopolare. Un po’. Forse molto. Da tempo ormai volevo scriverne e sono giunta a un momento tale della vita nel quale non mi interessa troppo il giudizio altrui. Dire quello che si pensa, sempre, ovviamente nei limiti della correttezza e puntando all’obiettività per quanto possibile, anche a costo di non piacere. Non è che non mi senta più tanto giovane, anzi. Ma a volte, forse spesso, incentivando e premiando alcuni, pur volendo ben fare, si fa torto ad altri e non si garantiscono reali pari opportunità. Mi riferisco a molti concorsi e premi di scrittura. Perché sempre per under qualcosa (di solito 30-35)? E gli altri? Non fraintendetemi, ve ne prego, non voglio dare l’idea della persona matura, per quanto soddisfatta, che non vuole dare spazio ai giovani, lungi da me. Ad essi immensi spazi prima di tutto. Mi domando però perché i talenti letterari devono sempre essere per forza under? Basta pensare al grande Camilleri: se avesse cercato visibilità e notorietà’ attraverso simili canali, probabilmente non lo avremmo mai letto. Se poi anche Meryl Streep ha fondato un laboratorio di scrittura per donne quarantenni e oltre (The Writers Lab, vedi), forse non sono la sola a pensarla così. Perché si deve sempre parlare di scrittori “giovani” emergenti e non limitarsi a un più generico e meno discriminante scrittori “emergenti”? Molti premi prestigiosi non danno solo un supporto finanziario, ma portano anche a benefici a medio-lungo termine per la carriera di scrittore. Non si tratta quindi solo di soldi, ma di una reale possibilità di emergere. Ben vengano, quindi, i riconoscimenti letterari a chi cerca di farsi conoscere, ma se essi riguardano solo giovani, a mio avviso un problema c’è. In un mondo come quello di oggi che, con internet che imperversa, si apre sempre di più a tutti, questo tipo di iniziativa è ormai datata, obsoleta. E, anche se non intenzionalmente, è anche un po’ discriminatoria. Essere scrittori emergenti significa semplicemente essere scrittori alle prime armi, indipendentemente dall’eta’. E molti lo sono verso i 40 anni, quando esperienza di vita e maturità di pensiero e di scrittura hanno fatto il loro corso. Non tutti sono geni letterati dalla nascita, la scrittura richiede tanto allenamento e studio. Una palestra quotidiana, che spesso da i suoi frutti con il tempo. Scrivere da giovani e’ poi spesso un vero privilegio, non tutti possono permetterselo, se si deve lavorare e combattere con le preoccupazioni quotidiane di un’eta’ dove si iniziano a gestire molte preoccupazioni da soli. Si possono avere più lavori, figli piccoli e mille incombenze. Trovare una stanza tutta per sé non è sempre facile in quel momento. Non si tratta di istituire premi per over, ma magari, semplicemente, di togliere il requisito dell’età e focalizzarsi sul momento della vita e la fase della scrittura, emergente o meno. Forse giovane è sexy (e vende) ma emergente è rock. Almeno per me.

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