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pozzo deserto orme

PRESTO DI MATTINA
Il deserto e il pozzo

 

«Sono il pozzo e il deserto attorno al pozzo; traggo da me l’acqua che mi feconda. Queste parole che procedono da me, sono incapace di verificarle nella mia vita di ogni giorno. Ma io credo, io attendo ch’esse mi siano donate. Ne assumo la responsabilità. Io le bevo, poi le lascio ritornare nel silenzio» (Pierre Emmanuel,  Le desert et le puits, in Esprit, 320/9 1963, 202).

Olivier Clement [Qui]  ha scritto di Pierre Emmanuel [Qui] che egli vedeva ovunque il segno di una doppia assenza, di un duplice silenzio: quello di Dio sepolto nell’uomo che vive senza Dio, e quello dell’uomo sepolto nel pensiero che Dio è morto.

«Sole sventrato oscurità senza mistero… Il deserto grida invano un albero Signore». E tuttavia agli occhi del poeta un “sabato santo” è la storia, un vivere come «mirra nel deserto»: attesa, indugio ma anche appello, quando il desiderio di Dio presso il pozzo del suo silenzio, come presso la tomba chiusa del sabato santo, diviene per Pierre Emmanuel desiderio della Parola, esperienza del suo sorgere, del suo “sì alla Parola.

Una responsabilità verso la parola affinché non venga meno e non soccomba alla minaccia di una perenne assenza e definitivo silenzio. «Cammino nella mia parola ed essa mi aiuta ad avanzare… essa riaccende il senso «in attesa di una risurrezione inimmaginabile e forse imminente… Il mio incontro con la parola e con Dio è nel seno delle cose».

Ricorrente − soprattutto nei testi che hanno una trama biblica e alludono al pozzo di Isacco, di Giacobbe, della Samaritana − è negli scritti di Pierre Emmanuel il riferimento alla simbologia del deserto (come «silenzio di Dio») e del pozzo (ad identificare il suo mistero): «Così Giacobbe: il suo volto è l’orlo del pozzo/ Scavato da Dio nell’uomo e l’uomo in Dio, insieme», (Jacob, 90).

Nell’immaginario del deserto e del pozzo possiamo attingere così alla forma della realtà: un fuori (dehors) e un dentro (dedans) che ci consentono di scorgere il carattere simbolico della parola che accede al reale, lo apprende e infine lo comunica.

La sua è funzione di segno provvisorio che emerge dal pozzo e poi ritorna nel suo silenzio per attingerne di nuovo il senso. E in questo movimento di ascesa, discesa e risalita essa indica che c’è dell’altro, oltre, in fondo ciò che essa fa vedere alla superfice.

La parola è messaggera nell’esteriorità, il deserto del senso, di un’interiorità, il pozzo di acque feconde. Essa significa così nel fuori un dentro, eccedenza misteriosa e nascosta del senso del vivere. Ma non solo: nel suo manifestarsi la parola grida che il silenzio non è assenza, ma presenza che trasforma, fecondazione e gestazione di una nuova parola.

Per questo la realtà è “deserto” e “pozzo” insieme, un fuori e un dentro comunicanti l’uno con l’altro: «Lentamente, oscuramente, io sarò cambiato, rinnovato. Obbedirò senza nemmeno sapere al suggerimento dell’Essere: alla sua intenzione su di me che è il mio stesso essere. Voglio questa presenza profonda, questo significato di cui l’intenzione mi è nascosta. Non mi ha dato altra legge che tendere l’orecchio e dire. Ascolto e dico» (ivi).

Simile è così il poeta a Rachele al pozzo, l’unica vera amata da Giacobbe: «al limite del silenzio/ Ascolta l’enorme orecchio tutt’intorno/ Il deserto parla./ Il pozzo è una scala per il paradiso/ La tua anima è l’intero deserto, il cielo dei sogni».

Ma pure simile a Rachele è la Parola: Tu sei la strada e la scala e l’acqua nel pozzo. L’eternità, parte della Promessa»; il linguaggio è «fuoco greco» che nemmeno l’acqua può estinguere: «La tua fiamma innerva i mondi/ Senza toccare il profondo/ Distanza tra me e me/ Perché l’oceano del linguaggio/ Non è che un pozzo a cielo aperto/ di cui l’intero universo ne è il bordo e la grata/ Ma la stella in fondo al pozzo Immensità puntiforme m’intima al centro un segreto/vertigine di cui sono fatto/ Verbo senza parole o simboli/ Abisso della Parola/ voragine e battito del senso/ che mi sospende e mi trapassa/ che mi separa per sospendermi/ allo Zenith del mio nulla/fino alla roccia del mio nulla», (Evangeliaire, 30-31).

Deserto e pozzo sono i due volti, i due universi, il fuori e il dentro, il visibile e l’invisibile che connotano l’esperienza del reale, il suo mistero. Così per Pierre Emmanuel «il mistero è il senso nascosto sotto ciò che appare»; ciò che è visibile della realtà nasconde qualcosa d’altro, di cui essa diventa segno che manifesta un altrove in cui cercare.

Pertanto al fine di approcciarsi al mistero – ma sarebbe meglio dire per lasciarci avvicinare da lui − non serve essere un veggente, ma un viandante e nomade nel deserto delle apparenze. Come a dire che possiamo andare verso e attraverso l’invisibile senza abbandonare il visibile di cui è traccia, ma non senza però manifestare a questo mondo e ai suoi volti un’intima attenzione per scorgere attraverso il volto, il mistero che si illumina e si nasconde in esso.

Così per Pierre Emmanuel «credere al mistero e credere che tutto è segno e che ogni cosa compreso me stesso è figura che sempre porta un significato. O piuttosto sono io che dò significato senza distogliere lo sguardo dall’apparenza dove scelgo e dò diversa forma alle mie immagini.

Non fuoriesco mai dal mondo eppure in virtù del simbolo e della sua azione che trasforma io sono allo stesso tempo nel mistero, in sua presenza. Sono io che suscito dei segni per intendere attraverso essi l’eco che orienta la mia fuga: qui sta l’essenziale, il mistero è questo pensiero che di figura in figura fugge ad ogni limitazione oggettiva e gioisce presentendo l’eterno invisibile. Non posso afferrare l’impercettibile ma da lui sono preso» (Le desert et le puits, 194).

Si sperimenta la vita attraverso quel passante di valico, il duplice piano delle apparenze e del mistero, del fuori e del dentro e allo stesso tempo della loro unità. Facciamo esperienza della frammentazione e di ciò che mi manca, e tuttavia i segni e le parole ci ricordano qualcos’altro, indirizzano verso qualcuno mancante, con il quale poter formare un tutto.

Questa itineranza claudicante risponde dunque ad un’eco originaria che dal fondo del pozzo risale e sparpaglia le sue risonanze tra le dune ventose e sempre mobili, vaganti del deserto. Un’eco nella forma di un richiamo, di una vocazione che è «soffrire l’abisso di una distanza presentendone la pienezza: tale è la vocazione simbolica dello Spirito».

Ed in essa si rispecchia pure la vocazione poetica di Pierre Emmanuel: «Questa vocazione è per me essere un poeta. Essa dà alla mia poesia non solamente un linguaggio ma una destinazione. Vocazione che fa della mia poesia non è solo una lingua ma uno scopo.

Definisco poesia per quello che voglio che sia: un linguaggio orientato verso il significato nascosto – linguaggio di un essere che manca di Essere e che tende verso l’Essere pronunciando appunto questa mancanza. La poesia così intesa è un’attività singolare: la mia. Sono la mia poesia.

Ma al tempo stesso sono io e pure un altro. La mia poesia oltrepasserà sempre ciò che io sono al momento di scriverla. La poesia è Atto totale: l’Atto di chi si mette e si cerca nella sua parola. Colui che cerca se stesso si cerca al di là di se stesso mettendo il suo essere in ricerca dell’Essere ma sempre senza saperlo… Nessuna opera d’arte prende forma senza dare forma a chi lo crea», (ivi, 195; 200).

«In nome di che cosa?»

È il titolo di una comunicazione di Pierre Emmanuel al congresso della rivista Esprit fondata dal filosofo Emmanuel Mounier [Qui] (Au nom de quoi?, in Esprit, 325/2 1964).

I verbi che definiscono il linguaggio in quanto parola sono: affermare, designare, contestare, profetizzare. Infatti, scrive il nostro autore, «la parola è proiezione dello spirito creatore nell’esistenza di chi la proferisce e nel mondo in cui vive. La parola valorizza la realtà, essa incarna il linguaggio, vi introduce una presenza umana e credo pure divina come un fatto irreversibile e irriducibile» (ivi, 179).

In nome di cosa allora − si domanda il nostro autore − continuare a parlare, a scrivere ed affermare, designare, contestare e profetizzare?

La sua risposta abbastanza articolata circa il significato della letteratura in una società che dispone di nuovi mezzi di conoscenza offre una prima indicazione: «in nome della fame. Il nostro mondo della abbondanza e della sazietà non è altra cosa che il mondo della fame. La fame è l’esperienza decisiva dell’uomo “cosmico”, quella che determina ogni nostra sorte materiale e spirituale.

Perché la fame – fame organica – è diventata talmente un grido alle nostre porte che la nostra cultura occidentale viene annientata sotto i nostri occhi e che la nostra arte la nostra letteratura e anche il nostro pensiero assomigliano ai giochi alessandrini, nel vano tentativo di preservare, mentre si gioca per distruggerlo, un rituale le cui regole non hanno più senso e la carestia del copro si unisce così a quella dello spirito… La vita interiore è forse solo questa fame che è divenuta cosciente e che trasforma il mondo, sia per nutrirsene che per scavare in esso» (ivi, 187; 189).

L’altra indicazione offertaci da Pierre Emmanuel è questa: «Io parlo in nome della parola che porto dentro di me e che mi contiene, come voi la portate e siete compresi in essa. Parlo per dare fiato alle parole divenute rarefatte, per respirare in loro nello stesso respiro, insieme accrescendo la mia capacità spirituale e il loro significato.

“Dare un significato più trasparente alle parole della tribù”, rimane così la vocazione di ogni servitore del linguaggio, l’appello che ogni parola del linguaggio ci rivolge come suoi servi. Se non siamo tutti chiamati a fare poesia, siamo tutti poeti, creatori di senso – o i suoi procreatori…

La parola è dentro me, costituisce il mio essere; non è lei che mi esprime più o meno bene, sono io che sono più o meno lei. Fintantoché non comprendo questa intimità, e dimoro nel luogo segreto nella parola, non sono trasformato da essa; dal giorno in cui scopro che sono io che parlo questa parola che mi oltrepassa, che io lo attesti o no, posso solo convertirmi o rifiutarmi a lei, esserle fedele o praticare consapevolmente l’infedeltà» (ivi, 93-94).

La fedeltà alla parola trova il suo spazio interiore, la sua più intima intimità, nel cuore: luogo della trascendenza della parola perché è lì che essa sorge in comunione con l’amore: «A questa trascendenza del Cuore si dedica il poeta: alla modificazione del nostro essere che essa comporta attraverso un rinnovamento personale o interpersonale, da una nuova nascita che è un presentimento indefinitamente ampliato e l’apertura di un senso infinitamente oltre l’intimità in cui tuttavia riposa in noi.

Questo oltre infinito, questa santità del Verbo, ci mette di fronte all’estraneità sconvolgente (étrangeté bouleversante) di questa Parola: l’uomo parla e la parola di cui si serve si apre dentro un abisso, su un Verbo inesauribile, la cui pienezza sempre perseguita, eternamente inconcepibile, è l’unica giustificazione delle nostre parole e l’essere stesso della nostra adorazione» (ivi, 195).

Il deserto non senza il pozzo; il Verbo dentro il silenzio

Perché quest’uomo
Chiamato Gesù
Che visse il suo tempo e la sua ora
Mi parla così
Non dal fondo dei tempi
Ma ora e qui
Non dico più sono storie
Comprendo ciò che mi si dice
Scruto la faccia del Libro
E vedo Lui.
Voi siete tutti fratelli vostro Padre è il mio
Io sono il suo Unico
Ogni uomo è in me.
(Evangeliaire, 243)

 

Signore, insegnaci a parlarti
Il fuoco sia la nostra lingua
Affrontando la notte

Signore insegnaci
A sostenere il tuo silenzio,
Quando l’ombra s’addensa e il fuoco si spegne.

Signore insegnaci a ravvivare
D’un soffio sulle nostre ceneri
Il tuo sorgere (Ton Orient)

Signore, insegnaci a consumare l’attesa,
Per far sbocciare l’alba che ci attende.

Signore, insegnaci ad ascoltarti
Tu che sei sulle nostre labbra
Quando preghiamo

Signore, insegnaci a chiamarti Padre nostro:
una preghiera che ha il sapore del pane.
Una preghiera che sia la nostra casa
(Evangeliaire, 118)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Parole a capo
Emanuela Calura: “Sul materno” e altre poesie

 

“È lecito inventare verbi nuovi? Voglio regalartene uno: io ti cielo, così che le mie ali possano distendersi smisuratamente, per amarti senza confini.”
(Frida Kahlo)

SUL MATERNO

Volavano le stelle
ne celebravi la chiarezza
mi volevi nella tua capanna di foglie
preda della fatalità.
Mi volevi devota
alla tua fedeltà esile
rintocco ossessivo
di fragile stelo piangente
sottile tintinnio
delle porte sopra l’agile
colpo d’ala abile
a spalancare l’universo
al cielo punteggiato di stelle

(1 Gennaio 2022)

 

GUERRA E PACE

In tempo di guerra
ostile e tenace
amiamo di nuovo
il ritorno serale
a guardare le stelle.
Non celebriamo più
la distanza
né la differenza
tra il vicino e il lontano
cogliamo la nostra intima
somiglianza
con la speranza
nell’altro
universo infinito.

(26 Febbraio 2022)

 

SCRIVERE

Scrivere sembra
riconoscere l’Altro
in te più di te
e rinascere alba
rilucente stile
alla vita nuova

(28 Febbraio 2022)

 

ALL’AMORE

Amore che mi chiami
amante
da te amata
per sempre mèta
d’amore
fammi ardere fra
le tue braccia
fino in fondo
come fuoco
nella visione universale
del percepire
la tua e la mia
estasi smisurate.

(10 Marzo 2022)

 

MATRIMONI

Ti ho trovato nel volto
scavato del nobile conte
ti ho visto nelle vesti
dell’umile uomo di fatica
entrambi insieme
nelle ore della nostra vita.
Si sposarono i due giovani
nonostante le età differenti
i volti difformi
e le maniere così lontane
così vicine le mani
nell’intrecciarsi.
Sebbene i nomi siano nomi
i ragazzi che si amano
si sono incontrati con fortuna
e continueranno
ad amarsi
per sempre
nell’eternità del loro grande
volo d’amore

(21 Marzo 2022)

 

FERRARA

Affrettarsi lentamente
verso la bellezza maestosa
delle delizie estensi
dei giardini pensili
innamorarsi
delle fontane zampillanti
le acque eterne
delle cornucopie
ammirare esercitati
la città intorno a noi
così singolare
così unica.

(30 marzo 2022)

EMANUELA CALURA è stata Docente di Letteratura Italiana e Latina nei Licei di Ferrara. Ha pubblicato articoli e recensioni sul Rinascimento Fiorentino e Ferrarese nelle riviste “Intersezioni” e “Lingua e Stile” edite da “Il Mulino”. Ha recentemente pubblicato numerose recensioni sulla narrativa femminile contemporanea apparse sul quadrimestrale “Leggere Donna”. Ha pubblicato alcuni saggi su autori letterari del Novecento Italiano.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti  [Qui]

premio strega 2022

VITE DI CARTA /
Gli incontri di carta tra i giovani giurati del Premio Strega 2022

 

Siamo una trentina fra studenti del triennio, con alcuni volontari tra i piccoli del secondo anno, e docenti di Lettere. Tra queste siamo due pensionate, accolte a condividere una occasione davvero speciale. In più c’è una ex studentessa, ora laureata in Giurisprudenza, che per passione verso la lettura e verso il nostro storico gruppo Galeotto dà una mano nell’analisi dei libri da leggere e conduce la discussione con i ragazzi di poco più giovani di lei.

Siamo in circolo nella Sala di lettura dell’Ariosto e fuori, appena ci sediamo, si scatena la pioggia. Forse è proprio il temporale a rafforzare l’idea che siamo dentro una nicchia e facciamo sul serio.

L’occasione speciale è questa: discutiamo sui dodici libri semifinalisti al Premio Strega 2022, perché un gruppo di dieci studenti del Liceo fa parte della Giuria Giovani alla LXXVI edizione del Premio.

Siamo di più perché le richieste di entrare nel gruppo hanno superato ogni previsione, perciò sono stati organizzati  quattro incontri a cui possono partecipare e contribuire con le loro riflessioni tutti i magnifici volontari di maggio.

Oggi siamo in cerchio a discutere dei primi tre titoli in semifinale; gli altri nove verranno affrontati nei tre successivi incontri già messi in calendario. In questo modo i dieci votanti effettivi si misurano con altri lettori loro coetanei (tra i sedici e i diciott’anni) e con noi. Alla fine potranno inviare il loro voto di preferenza su uno solo dei romanzi in gara.

Guardo all’intorno questi giovani resi impenetrabili dalla mascherina, che solo a discussione avviata assumono posizioni più rilassate sulla loro poltrona e chiedono di intervenire a raffica. Gli interventi sono mirati a individuare le caratteristiche portanti di ogni romanzo e a darne un giudizio chiaro.

Da vecchia insegnante provo subito la meravigliosa e ben nota sensazione di essere lettori insieme, alla pari. Vedo anche spuntare dagli zaini molte copie cartacee dei libri, che vengono aperti con la guida di segnalibri colorati e lasciano intravvedere lunghe note scritte a matita. Eccole le “sudate carte” dei giurati e dei loro sostenitori. Ecco un incontro di carta.

Faccio solo un breve intervento per commentare il libro che ho letto per oggi. Sono d’accordo con la collega che coordina il gruppo relativo a Nova di Fabio Bacà: lo spazio maggiore va lasciato ai ragazzi.

Il tempo della discussione è animato e conduce a mettere a fuoco i punti di forza e i punti deboli del romanzo. Tutto ciò mi sarà utile quando insieme a Maria Calabrese presenterò il libro presso la sala Agnelli della Biblioteca Ariostea. Nel suo intervento Maria ricorda la data e l’ora ai ragazzi, il 17 maggio alle 17;  insieme li invitiamo a partecipare all’incontro e a fare interventi.

 

Ascolto poi la disamina dei due romanzi successivi, Randagi di Marco Amerighi e Mordi e fuggi.Il romanzo delle BR di Alessandro Bertante [Qui].

Intanto registro una specie di classifica su chi ha potuto già leggere il maggior numero di testi; so che la scelta è libera, ognuno di loro in autonomia legge quanto e cosa può.

Mi colpisce che un buon numero di ragazzi ne abbia già letti tre o quattro.

Tenuto conto che maggio è un mese diabolico per il carico di lavoro scolastico, le verifiche finali, le ansie di chiudere i progetti integrativi del curricolo, i viaggi di istruzione. Devo avere dimenticato qualcosa, però ho reso l’idea di quanto siano impegnative le ultime settimane di ogni anno scolastico.

Trasecolo quando una collega dice di averne letti sette. Di più quando sento chiedere a una ragazza di quinta: “Tu a che punto sei? Tu che mi batti sempre, a quanti libri letti sei arrivata?” Lei risponde otto. Otto! Prima l’ho sentita intervenire in modo puntuale sui tre libri di oggi e ho apprezzato la chiarezza di idee. È fantastica questa ragazza, che ha anche l’esame di Stato da affrontare.

Sono fantastici tutti, anche i piccoli di seconda che non rientrano nel gruppo dei dieci giurati ma intanto leggono, partecipano, si candidano fin da ora a essere nella giuria del prossimo anno.

Uscendo qualcuno mi chiede se ho già recensito Nova. Rispondo che sì, l’ho letto alla fine dell’anno scorso e ne ho scritto su questo giornale in dicembre. Di recente ho letto anche il primo romanzo che Bacà ha pubblicato nel 2019, Benevolenza cosmica, e anche su questo ho scritto alcune osservazioni due settimane fa [Qui].

Mi fa piacere che qualcuno chieda della mia rubrica, è la reazione più ovvia da parte mia. Tuttavia sento che c’è un’altra soddisfazione più implicita, che devo far venire a galla.

Mentre guido per tornare a casa la rintraccio in mezzo alle belle sensazioni che il pomeriggio mi ha lasciato. E’ questa: nessuno si è meravigliato del fatto che io abbia voluto leggere di più sull’autore che incontrerò presto qui a Ferrara.

Perché è consuetudine del gruppo di lettura Galeotto fu il libro, di cui i giovani giurati sono una costola, andare a fondo il più possibile nella conoscenza di una scrittrice o di uno scrittore. Creando uno spazio attorno al libro da presentare, leggendo i libri pubblicati in precedenza e i libri apprezzati da ogni ospite.

Non credo di avere trovato, nella mia lunga carriera di insegnante, uno stimolo più potente alla lettura. Anche oggi mi porto a casa nuovi titoli e nuove indicazioni e commenti. Non credo di avere trovato un antidoto migliore contro la superficialità.

Indicazioni bibliografiche:

  • Marco Amerighi, Randagi, Bollati Boringhieri, 2021
  • Fabio Bacà, Nova, Adelphi, 2021
  • Alessandro Bertante, Mordi e fuggi.Il romanzodelle BR, Baldini + Castoldi, 2022

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di carta, clicca [Qui]

SABATO 14 MAGGIO, ore 10-13 Unife – Dipartimento di Economia
Presentazione del libro per Pino Foschi e i 50anni del CDS

 

Con l’introduzione del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi si aprirà il seminario L’organizzazione reale della Ricerca e Sviluppo e la formazione dei novizi: Pino Foschi al CER-MONTELL, presso l’Aula Magna del Dipartimento di Economia dell’Università di Ferrara, sabato 14 maggio, dalle ore 10 alle 13. Nell’ambito dell’incontro verrà presentato il libro PER PINO, OLTRE L’ORIZZONTE – 70 anni di lotte, innovazioni, comunità di pratiche e tanta amicizia, per ricordare la scomparsa di Pino Foschi, avvenuta un anno fa, ma anche i 50 anni di attività del CDS – Centro Ricerche Documentazione e Studi Economico Sociali, inizialmente Centro di Documentazione Sindacale, che prese vita nel 1972 all’interno del Consiglio di Fabbrica della Montedison.

Il seminario verrà introdotto da Patrizio Bianchi, ministro dell’Istruzione e dagli interventi di Massimiliano Mazzanti, Direttore del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara, Angela Travagli, Assessora al Personale, Lavoro, Attività Produttive, Patrimonio, Fiere e Mercati del Comune di Ferrara e Cinzia Bracci, Presidente di CDS Cultura OdV.

Seguirà la relazione di Federico Butera, sociologo, studioso di organizzazione e architetto di organizzazioni complesse, dal 1988 al 2013 docente di Sociologia dell’Organizzazione (prima all’Università di Roma Sapienza e poi a Milano Bicocca, di cui oggi è Professore Emerito) e fondatore del Corso di Laurea in Scienze dell’Organizzazione presso l’Università di Milano Bicocca.

Presidente e fondatore della Fondazione IRSO – Istituto di Ricerca e Intervento sui Sistemi Organizzativi, inizia lavorando come operaio alla Olivetti, ma in breve ne diviene capo dell’Ufficio Ricerca e Selezione Laureati. Lascia Olivetti nel 1973. Elemento centrale della attività di ricerca di Butera è il percorso di allontanamento dal taylor-fordismo in Italia e la ricerca-intervento sull’organizzazione che, dal 1970, si sviluppò in Italia soprattutto attraverso due percorsi: da una parte la nascita della sociologia dell’organizzazione e della ricerca-intervento in Olivetti e dall’altra la nascita e lo sviluppo dell’Istituto di Ricerca Intervento sui Sistemi Organizzativi. Il tutto attraverso progetti, ricerche, pubblicazione di libri e articoli, insegnamento a giovani, quadri e dirigenti delle imprese e delle Pubbliche Amministrazioni.

Nel 1998 diviene direttore di Studi Organizzativi, una rivista scientifica interdisciplinare che pubblica studi di casi, ricerche empiriche, saggi che hanno per oggetto la nascita, la gestione, la crisi, il cambiamento delle organizzazioni complesse (imprese grandi, medie e piccole), delle reti di imprese, dei sistemi di economia regionale, delle pubbliche amministrazioni centrali e locali, delle organizzazioni no-profit. In Studi Organizzativi vengono effettuati studi critici su esempi positivi di nuove forme di organizzazione e metodologie di progettazione e gestione del cambiamento organizzativo, promuovendo inoltre programmi di ricerca e di diffusione dell’innovazione organizzativa.

La mattinata proseguirà con gli interventi di Maurizio Biolcati Rinaldi, docente Dipartimento di Ingegneria, Università di Ferrara, Pier Giovanni Bresciani, psicologo del lavoro, Università di Urbino, Luca Fiorini, Delegato sindacale LyondellBasell, Andrea Gandini, direttore Annuario Socio-Economico Ferrarese e socio CDS Cultura OdV, Giovanni Masino, Docente Dipartimento Economia e Management all’Università di Ferrara, Salvatore Mazzullo, Primo Direttore del Centro Ricerche Ambientali di Ravenna, già Dirigente di LyondellBasell, Gaetano Sateriale, già Sindaco di Ferrara, sindacalista, presidente dell’Associazione Nuove Ri-Generazioni, Paolo Vita Finzi Zalman, ingegnere presso LyondellBasell.

Il libro Per Pino, Oltre l’Orizzonte curato da Andrea Gandini e Bruno Zannoni, socio CDS Cultura OdV, narra 70 anni di lotte, innovazioni e pratiche di comunità in una grande fabbrica che è stata all’avanguardia in Italia (e in Europa) sui cambiamenti organizzativi, dei modi di lavoro e nelle innovazioni dei prodotti e dei processi tecnologici. Nel volume vengono ricordate le grandi doti umane e le qualità professionali e sociali di Pino Foschi. I lettori, in particolare i giovani e gli studenti potranno farsi un’idea di un mondo passato ma che è parte della nostra storia più recente, e prendere coscienza degli sforzi fino ad oggi compiuti per arrivare fin qui, oltre a trovare spunti e idee, del tutto attuali, per migliorare la società e renderla davvero più fraterna, uguale e libera.

Patrizio Bianchi scrive, nelle pagine di presentazione del libro, che Pino Foschi è stato per tutti noi un Maestro. Un Maestro, da cui imparavi, cioè apprendevi e facevi tuo, ad ogni parola, ad ogni tratto di penna, ad ogni pausa, un maestro esigente che ti richiedeva ogni volta di guardare oltre l’orizzonte dei tuoi pensieri, ben oltre quella linea in apparenza irraggiungibile del tuo sapere, che invece altro non era che il limite autoimposto della tua esperienza passata. Poi, più avanti, raccontandone sinteticamente l’esperienza lavorativa, scrive che Pino, dopo essere stato ai vertici della Federchimici, fu l’animatore dell’Unione regionale della CISL dell’Emilia-Romagna ed anche in quell’esperienza fu forza trainante di una visione profondamente innovatrice dell’azione sindacale, sempre capace di trovare la più avanzata relazione fra territorio, produzione e innovazione. Di questo sforzo di innovazione sociale fu dapprima testimone poi agente il CDS, luogo vero di ricerca sociale e politica. Le pubblicazioni del CDS divennero rapidamente materiali di studio sull’organizzazione della produzione e sugli impatti sociali delle trasformazioni produttive. E conclude con l’immagine del lungo filo che si svolge in oltre cinquanta anni, ma che ha sempre avuto come riferimento la continua tensione fra innovazione e educazione, il bisogno non solo di esplorare spazi nuovi, oltre l’orizzonte conosciuto, ma nel contempo di dare ad altri gli strumenti per cercare i propri spazi, per superare il proprio orizzonte.

Per quanto riguarda la storia del CDS, nel libro viene riportato un documento autografo di Pino Foschi del settembre 1977, nel quale si avanza la proposta di portare il Centro di Documentazione, fondato nel 1972, ad un modello organizzativo più strutturato e allargato a tutto il mondo del lavoro. La proposta è di trasformarlo da soggetto sostenuto sostanzialmente dai chimici in particolare del Petrolchimico in un organo a sostegno di tutte le categorie e le strutture del sindacato confederale, con la conferma della visione unitaria che si sta affermando sulla base maturata nelle fabbriche e non solo.

Dopo qualche anno CDS modifica la sua struttura organizzativa, acquisendo una piena autonomia gestionale, e trasformando la lettera “S” dell’acronimo che passerà da “sindacale” a “studi” e diventando poi, nel 1980, cooperativa con personale professionale e con un allargamento ulteriore dell’area delle collaborazioni. Dopo un trentennio di intensa attività che ha visto una continuità non comune a realtà simili, nel 2019 avviene il passaggio ad Associazione di Volontariato, CDS OdV, con un ampliamento delle aree di interesse e degli strumenti di comunicazione, alla luce dei temi nel frattempo emergenti come ambiente, parità di genere, arte, sociale, ecc., ma mantenendo obiettivi e stessa immutata autonomia e libertà di espressione del Centro di Documentazione Sindacale delle origini. E continuando a pubblicare l’Annuario Socio Economico Ferrarese.

Gian Gaetano Pinnavaia, direttivo CDS

vite di carta quando verrà di cesare manservigi

Vite di carta /
“Quando verrà” di Cesare Manservigi

Vite di carta. Quando verrà di Cesare Manservigi

Quando verrà. Cronache, racconti, pensieri è il penultimo libro che Cesare Manservigi ha pubblicato e poi donato ai tanti compaesani che lo conoscono e lo stimano, come chi scrive. Il paese è Poggio Renatico, lo stesso che di mercoledì nella grande piazza ospita il mercato, a cui si ispirano alcuni articoli di questa rubrica. Il nostro paese, vera monade di un mondo sempre più grande, composito e in continuo cambiamento..

Ho conosciuto Cesare in anni recenti e ne sono felice. E’ una conoscenza fatta di letture: sono io che ho letto i suoi libri e gli articoli che pubblica da anni sui Quaderni Poggesi. E’ una conoscenza cresciuta in occasioni più pubbliche che private: alla presentazione dei Quaderni ogni dicembre, davanti ai soci che vengono a rinnovare l’iscrizione alla Associazione Storico-Culturale Poggese; in biblioteca, mentre si conversa sui suoi racconti e lui, modesto, risponde a frasi brevi e intense. Credo però che condividiamo molto, a partire dal gusto delle parole, dialettali e non, come veicoli del pensiero e del cuore.

Ne riporto alcune dalla prefazione al libro: “Quando vado a prendere a casa dalla scuola i miei nipoti, talvolta mi capita di rimanere stordito nel vedere bambini i cui genitori provengono da chissà dove mescolarsi con naturalezza con quelli di qui. E’ l’alba del mondo di domani. Il mondo di quasi tutte le storie qui raccontate è una realtà che è esistita, una realtà che non scomparirà del tutto perché qualcosa di ciò che è stato sempre rimane nel flusso del tempo che va, rimane nelle cose e in chi vive. E’ una realtà che il tempo non può cancellare del tutto ma che non tornerà”.

La realtà che Cesare ha alle spalle si muove da lontano: nel 1943 la sua famiglia si trasferisce da Bologna, dove c’è il pericolo dei bombardamenti, a Poggio Renatico nella grande casa rossa del nonno Zanen. Cesare ha pochi anni ma i ricordi della grande famiglia che si è radunata presso i nonni sono vivaci e hanno lasciato il segno in lui. In fondo il piccolo cosmo del nostro paese che compare nella sua scrittura, così pieno di individui e delle loro storie, è come quella grande casa che si è allargata a ospitare tutti.

Si ritrova, infatti, nei racconti di questo libro come negli altri una galleria di persone che sono frutto della fantasia ma sempre verosimili, oppure che sono vissute qui e la penna gentile dello scrittore le fissa per noi con tratti decisi. Sono padri di famiglia e madri, giovani coppie di fidanzati, bambini dall’infanzia vissuta in povertà ma che hanno conosciuto il gioco e l’amicizia, giovani che si sono impegnati in politica negli anni della ricostruzione dopo la seconda guerra.

Cesare ricorda di avere incontrato queste figure, di età e condizioni diverse, mentre era bambino, poi da ragazzo durante gli anni dell’università. Altre storie le racconta con gli occhi dell’adulto, negli anni in cui è stato docente alle superiori; infine questi ultimi racconti – come dice nella prefazione – sono la nuova stesura di “cose vecchie che il mio vizio di scrivere aveva prodotto”.

Di alcuni compaesani tratteggiati da lui conoscevo le vicende per sentito dire o dalle conversazioni della mia famiglia. Trasferiti sulla carta, hanno acquistato una sostanza umana direi paradigmatica: le parole hanno cristallizzato le loro convinzioni, le abitudini o qualche loro stranezza fissandole per sempre, con i tratti di un carattere umano.

Ma c’è di più nelle pagine dei libri di Cesare: ci sono le persone con addosso la parabola della vita che hanno vissuto su questa terra e c’è la fede che tutti loro fluiscano in un tempo eterno che li riassorbe nelle braccia del Signore.
Prendiamo lo zio Pino, vero personaggio da Oscar del cinema, quello che viene assegnato agli attori non protagonisti e magari rivela dei talenti straordinari.

La cifra della sua vita viene svelata in almeno due racconti: Lo zio Pino, il primo della raccolta Un picchetto, un’osteria uscita nel 2016 e La comunione di Pino, contenuto nel volume in oggetto, uscito nel 2020, in cui si legge: “Lo zio Pino era il capofamiglia, come allora si diceva, della famiglia dei fratelli della mamma. Era calzolaio come Amedeo e aveva ereditato il mestiere dal padre…Era mite e laborioso.

Dato che i genitori erano morti ancora abbastanza giovani, aveva affrontato sacrifici per tirare su meglio che poteva i fratelli più giovani, spesso levandosi letteralmente il pane dalla bocca. Non aveva figli ma voleva bene ai nipoti come un padre”. Mi fermo qui e dico: che uomo esce da un cameo come questo? Un lavoratore, un padre di famiglia anche se non è sposato, modesto e riservato, umbratile nella sola storia d’amore che di lui si ricorda.

Nell’altro racconto viene narrata con maggiore respiro la storia del suo breve fidanzamento: una sera Pino esce per “andare a morosa” con la sua solita aria serena, torna però molto prima del solito e non sembra più lui. “Lo sguardo era perso. I lineamenti erano tirati. La schiena curva. Sembrava invecchiato di vent’anni”. Non dice nulla, anche se le sorelle preoccupate cercano di sapere cosa sia accaduto. Devono passare molti anni prima che racconti loro di quella sera, della morosa vista con i suoi occhi mentre baciava un altro.

Il testo conclude: ”Non toccò la porta a cui un attimo dopo avrebbe dovuto bussare. Né allora né mai più. Non ebbe mai più un’altra morosa e non si sposò mai. Il suo fu un trauma insuperabile. Ma la cosa più curiosa nello zio fu che quella delusione che ne cambiò la vita, nello stesso tempo in certo qual senso non lo mutò neppure di un nulla…

Era stato buono e continuò a esserlo per tutta la vita”. Mi fermo di nuovo per dare spazio alla stima che Pino mi suscita, verso il suo equilibrio straordinario. Ora leggo l’ultima frase: “Continuò a godere delle fortune altrui” e idealmente gli consegno la statuetta dell’Oscar alla magnanimità. Lo vedo salire sul palco e ricevere il prezioso premio, è un uomo “magro, piccolo e agile”: una sorta di legge del contrappasso lo ha dotato di una interna grandezza.

Nel racconto La comunione di Pino  l’autore lo ricorda tormentato da questioni metafisiche. L’episodio è ordinario ma mette di nuovo in luce una sensibilità non comune. Pino fa da testimone di nozze a una coppia di conoscenti che glielo hanno chiesto con calore e lui che “non era uomo da dire di no a chi gli chiedeva un favore” è  puntualmente all’altare accanto a loro.

“Quando giunse il momento della comunione, sia i due sposi che l’altro testimone la fecero. Rimaneva lui che non ebbe il coraggio di comportarsi in modo diverso dagli altri e si comunicò come loro. Solo che lui non si confessava da diversi anni e subito il pensiero di avere fatto una cosa moralmente illecita cominciò dapprima a fargli ombra e poi a tormentarlo. Lui era uomo scrupoloso in tutto”.

Occorrono molti interventi delle sorelle e dell’autore, allora adolescente, per alleviare la sua coscienza, e la pagina finale del testo indugia sulle ragioni di principio e sulla sensibilità con cui la famiglia riesce a dirimere i suoi scrupoli.

Anche l’autore è uomo che si interroga. Il titolo del libro contiene una affermazione – quando verrà – che è priva di soggetto: si tratta di Gesù e il tempo del suo arrivo tra gli uomini è un tempo del futuro. Quante domande si pongono i protagonisti dell’ultimo racconto, che dà il titolo alla raccolta. Una su tutte viene ripresa  dal vangelo di Luca: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” E ognuno prova a dare la propria risposta.

Torno a Cesare che prende i suoi nipoti da scuola e intanto osserva l’alba di un nuovo futuro nei bambini del mondo, quelli che sua madre, la Dirce, ha tanto amato e ancora amerebbe se fosse qui. Cesare ha fede nel futuro, ha fede.

Nelle righe che concludono il libro, prima della bella foto in cui è ritratto con la sua famiglia, risponde così a tutte le domande:” C’è chi ritiene che una sana filosofia possa aiutare a vivere anche avendo perduto le consolazioni e le speranze che vengono dalla religione. Per me è illusione. Se si perde la religione, per noi quella cristiana, si chiude il futuro per tanti uomini. E con il futuro si spegne il senso della vita. L’oggi ha un significato pieno se esiste anche il domani”.

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

La famiglia di Aldo e la vita in gioco

Aldo era il padre della mia amica Anna. Capitava a volte che mi fermassi a parlare con lei quando andavo a trovare mia mamma. Occasionalmente anche Aldo interveniva e parlava con noi. Anna era irritata, sembrava innervosita quando si intrometteva nei nostri discorsi. La vedevo scostante. Non gli rivolgeva mai la parola e nemmeno lo sguardo.
Quando eravamo bambine non era così. Sua madre lavorava tutto il giorno e, alternandosi alla nonna paterna, Aldo si occupava di Anna. Adorava quell’unica figlia frutto di un matrimonio in età non proprio giovanile. Quasi un miracolo.
Lei rideva, scherzava col padre. A volte Aldo ci portava alle giostre o al cinema.
Non capivo il cambiamento d’atteggiamento che negli anni Anna aveva avuto nei confronti del padre.
Quando Aldo morì non potei essere presente al funerale.
La chiamai la sera prima per farle le condoglianze.
Mi rispose in maniera inaspettata: non sentivo il suo dolore, solo la sua rabbia.
Non era arrabbiata con il destino che le aveva portato via il padre, però.
Era arrabbiata con Aldo.
Mi raccontò che suo padre era un giocatore d’azzardo.
Il pensiero di un giocatore è quello di vincere, vincere, vincere, ma ogni pensiero di vittoria è accompagnato dalla realtà di una sconfitta. Molto spesso il giocatore d’azzardo non riserva nessun aiuto economico alla famiglia.
Per fortuna la famiglia di Anna poteva contare sul reddito della madre che lei aveva visto lavorare anche 14 ore in un giorno.
Quando era bambina non lo sapeva del vizio del padre e a malapena giustificava i silenzi di sua madre.
Quei silenzi si concretizzavano in urla che sentiva quando stava per aprire la porta di casa. Al suo arrivo di nuovo teste chine e silenzi. Non capiva.
Poi un giorno lo scopri da sola. Un uomo di mezza età era apparso davanti al loro cancello. Aveva un atteggiamento minaccioso, cercava suo padre.
Lei aveva 14 anni. No, sua madre questa volta non poteva fare finta di niente.
La costrinse a dirle per quale motivo un uomo di quel genere, sciatto nei modi e nell’abbigliamento, con tutti i capelli in disordine e quasi sdentato, cercasse suo padre.
Non aveva nulla a che vedere con Aldo che era un bell’uomo, alto, con portamento, ordinato nei modi e nell’indossare i vestiti.
A sua madre non rimaneva altro che dirle la verità.
Quell’uomo disordinato era un creditore: suo padre giocava.
Anna cercò di affrontare l’argomento con il padre, piangendo, gridando che non poteva essere che lui gettasse tutti quei soldi al vento. Lui a sua volta l’accusò di essere egoista perché in fondo a lei non mancava nulla.
“La vita a volte è difficile” le diceva, ed era giusto avere uno svago.
Fino a circa 18 anni furono litigi continui con il padre.
Poi la rabbia lasciò posto alla speranza che il silenzio e l’evitabilità sarebbero state peggio per lui.
Non fu cosi.
Aldo pagava. Quando lavorava impegnava tutto il suo stipendio, poi, successivamente lo stipendio fu sostituito dalla pensione.
Quando sei un giocatore e paghi ti fanno credito. Ci sono persone che ti fanno credito. Se non paghi il giro s’interrompe. Anna aveva anche provato una volta a denunciare chi faceva credito a suo padre. Non era possibile.
Il credito di una persona, per la legge, poteva essere considerato l’atto di aiuto di un amico in caso di difficoltà.
Senza prove non c’era speranza. Di rivolgersi ai servizi che sono disponibili per la lotta contro le dipendenze Aldo non ne voleva assolutamente sapere. Non ne sentiva il bisogno. La moglie aveva scoperto che già da ragazzo giocava. I famigliari ne erano a conoscenza e avevano accolto di buon grado quella energica donna che inaspettatamente sarebbe entrata nella vita del loro figlio e fratello.
Aldo era fortunato. Non aveva mai avuto guai con la legge.
Un suo amico era persino stato in galera. Aveva commesso reati per procurarsi i soldi per il gioco.
Quando si può, se si può, ci si allontana da un giocatore d’azzardo anche se è un famigliare.
Quando non si può si vive l’inferno.
Anna conclude la telefonata dicendo che per fortuna suo padre non aveva fatto in tempo a imparare a giocare online. Era rimasto alle sale da gioco in presenza o ai gratta e vinci. Alla sua morte ne avevano trovati ovunque nelle sue cose personali.
Salutai Anna senza nemmeno ricordarmi che il motivo della telefonata era stato per giustificare la mia assenza al funerale del padre.
Uno dei miei film preferiti è “Il Principe delle Maree”.
Nella scena finale del film (che si può benissimo trovare su Youtube e io ogni tanto guardo e mi commuovo come sentissi quelle parole per la prima volta) a conclusione di un percorso di accettazione di un dramma famigliare, il protagonista pronuncia questa frase:
“A New York avevo imparato che dovevo amare mia madre e mio padre con tutta la loro imperfetta, vergognosa umanità e che in una famiglia non esistono crimini che non possano essere perdonati”.
Spero che Anna legga questo mio racconto e attraverso questa frase finale, questo spezzone di film, cominci ad elaborare il suo perdono.

Il cuore dove
…un racconto

Il cuore dov’è
Un racconto di Carlo Tassi

Primavera dell’Ottantadue.
Festa a casa di Marianna. Serata senza genitori e batticuore a mille.
Manca poco.
L’incognita dei baci. Baci immaginati, sognati, temuti, vietati.
Io sono pronto: polo bianca, jeans, scarpe da tennis e cinquemila lire in tasca.
Adrenalina, mal di pancia e un goccio di rhum di nascosto per carburare.

Esco.
Vado da Andrea. Alla fine della mia via giro l’angolo e sono sotto casa dei suoi. Saluto sua madre e salgo le scale. Lui mi accoglie in camera sua, si veste per la festa e mi parla di Beatrice. Mi racconta della sera prima, della sua prima volta. Mi mostra un succhiotto, mi dice tutto.

È il mio migliore amico, è giusto così.
Io l’invidio, non l’ho ancora fatto. Lui mi dice: «Senti, se non ti togli Roberta dalla testa, arriverai a vent’anni ancora vergine!», poi scoppia a ridere.

Ho con me i dischi che mi ha passato Marco. Sarà lui a stare in consolle, io gli darò una mano. A mixare e fare scalette è il più bravo di tutti, la banda si fida.
La banda siamo sempre noi: io, Marco, Andrea, Gepry, Sandro, Carion e tutti gli altri… I soliti insomma.
Poi ci sono le tipe della festa, ovvio.
Io sono cotto di Roberta, lo ammetto… Sì, lo so che a lei piace Marco, il fatto è che non riesco a non pensarla. E poi chissà, magari le è passata. Magari alla festa succederà qualcosa.
Nella testa solo fantasie e desideri. Agitazione, eccitazione, voglia d’esserci, di sognare ad occhi aperti.
Tra poco saremo al centro del mondo. Gira il mondo e gira la testa.

Penso a Roberta di continuo, è inevitabile. Forse stavolta s’accorgerà di me.
Occhi scuri come notte di tempesta, capelli lucenti come ossidiana, pallore lunare. Il viso, un ovale perfetto con una piccola cicatrice sulla fronte che fa impazzire. Il sorriso, un faro che illumina il mio mare di sogni.
Ma alla fine di tutto, il pensiero indugia sui suoi seni che mi bloccano il respiro, e scivola nel mistero celato sotto la gonna. Ultimo, sublime peccato mortale. Splendido arcano che mai riuscirò a scoprire… O forse sì.

Comincia la festa.
A pochi isolati di distanza c’è la casa di Marianna, una villetta indipendente in mezzo al verde di Villa Fulvia.
I genitori di Marianna sono fuori Ferrara. La taverna è diventata una discoteca affollata.
Io e Andrea ci diamo appuntamento là, lui prima passa a prendere Bea.
Questo sabato notte sarà completamente nostro. Siamo gli attori del nostro film preferito, siamo le star del tutto esaurito. La storia si ricorderà di noi, ne sono sicuro.

Sono arrivato.
Andrea e Beatrice si appartano in un angolo. Ruggy arriva con Elisa, stanno insieme da due mesi.
Carion mi saluta, è già mezzo ubriaco. Paola e Claudia ballano in coppia, come sempre.
Mi viene incontro Gepry. «Senti, Marco non s’è ancora visto. Ci pensi tu a mixare?» mi dice.
«Ok!» gli dico.
Vado alla consolle, un tavolino per picnic apparecchiato hi-tech. Accendo le luci strobo e inizio a metter su dischi: The Police, Simple Minds, The Cure, The Clash…
Mi guardo attorno, Roberta non è ancora arrivata.
Queen, Dire Straits, Duran Duran, The Stranglers, Culture Club…
Do you really want to hurt me… Marianna mi porta da bere. «Ciao Mary, hai visto Roberta?» chiedo.
«No, non l’ho vista» dice. Poi si mette a ballare reggae con Paola e Claudia.
Madness, The Specials, Devo, Talking Heads, The Jam, Soft Cell…
Where the heart is… Gepry mi passa accanto, occhi luccicanti e birra in mano. Lo blocco, «È arrivato Marco? Non voglio restare tutta la sera a metter dischi da solo!» gli dico.
«Dev’essere fuori in cortile… Dai, vallo a chiamare che qui ci penso io!»
«Ok grazie, vado e te lo porto!»

Esco fuori.
È buio e fa fresco. C’è una selva di vespe e motorini nello spiazzo del cortile. Mi guardo attorno, poi vedo due ombre in piedi dietro una siepe, mi avvicino.
Riconosco Marco, è di spalle e sta baciando una tipa.
Tossisco di circostanza, non voglio rovinare il momento. Marco si gira, mi vede e sorride imbarazzato. Dietro di lui c’è Roberta, abbassa lo sguardo e si sistema la camicetta.
«Ciao Carlo. Gepry m’ha detto che sei tu alla consolle. Stai andando alla grande!» dice lui.
«Beh grazie… Ti cercavo per dirti che vado a casa. Non mi sento per niente bene… devo aver mescolato troppa roba da bere», mi trema la voce, in realtà non ho bevuto quasi niente. «Mi ha sostituito Gepry, se vuoi dargli il cambio ti sta aspettando… ci sentiamo domani, ciao Marco!»

Distolgo lo sguardo e affretto il passo. Avrei mille cose da dire a Roberta. Parole che mi bruciano dentro, ma non ce la faccio. Non ho nessun diritto su di lei, lei non è la mia ragazza.
E Marco è mio amico…
M’allontano quasi di corsa, con la testa nel pallone.

Torno a casa.
Mi passo una mano sul petto. C’è un buco vuoto.
E il cuore dov’è?
È rimasto là fuori, alla festa. È caduto nell’erba… Tramortito, disseccato.

Che resti lì per un po’, per questa notte almeno, a bagnarsi di rugiada.

Where The Heart Is (Soft Cell, 1982)

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Un Po di benessere a Corte Stellata

Riceviamo e pubblichiamo

UN PO DI BENESSERE a Stellata di Bondeno a ridosso del Grande Fiume Po.

Domenica 8 maggio dalle 10.00 a.m. alle 6.30 p.m. presso il Casale “Corte Stellata”, in loc. Malcantone, luogo magico e tranquillo immerso nella natura, si terrà una giornata dedicata al Benessere Olistico, in cui 13 operatori metteranno la propria professionalità, energia e talento a disposizione dei visitatori che potranno scegliere fra numerosi trattamenti o consulenze individuali quali ad esempio la riflessologia facciale e plantare, i campi elettromagnetici pulsati, le costellazioni familiari, il Reiki o partecipare ad attività di gruppo come Yoga kundalini, Qi Gong, Bagno di Suoni con campane tibetane e canto armonico, riti di abbondanza, di purificazione della casa oppure assistere a seminari che introducono alla Medicina tradizionale Cinese fino ad arrivare ad un approccio al tema dei Registri Akashici e alla Astrologia.

Ci sarà chi illustrerà le tecniche di lavorazione dei grani antichi, la preparazione del kefir e vi sarà anche la possibilità di scegliere prodotti alimentari naturali e di qualità che sono fondamentali alla salute del nostro corpo.

Non mancheranno le pietre, i cristalli e altri oggetti artigianali realizzati con amore e creatività.

Il programma completo e i numeri telefonici sono a disposizione sulla pagina Facebook e Instagram di Corte Stellata.

In caso di pioggia l’Evento non avrà luogo.

Diabolik forever

Diabolik, il film dei Manetti Bros, girato in gran parte a Bologna (ma anche a Milano, Trieste e Courmayeur) e sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna, ha ricevuto undici candidature alla recente sessantasettesima edizione del David di Donatello (miglior sceneggiatura non originale, miglior attrice protagonista, miglior attore non protagonista, miglior compositore, migliore canzone originale, migliore scenografia, migliori costumi, migliori trucco e acconciatura e migliori effetti visivi, “David giovani”.

Un unico riconoscimento durante la bella serata del 3 maggio 2022: David di Donatello per la Miglior canzone originale con il brano La profondità degli abissi, realizzato e cantato da Manuel Agnelli. Un risultato inatteso, ci aspettavamo di meglio, la pellicola ci era piaciuta, anche se molti non ne erano altrettanto entusiasti (critica divisa, gli amici ancor di più…). Ad aprile, Miriam Leone ha vinto il Premio Anna Magnani, per la sua Eva Kant, al Bari International Film Festival 2022, ma qui a Cinecittà (dove si è tenuta la cerimonia dei David), nulla.

Diabolik è l’adattamento cinematografico del celebre personaggio dei fumetti creato da Angela e Luciana Giussani, pubblicato per la prima volta nel 1962 (l’unico film tratto dal celebre fumetto era del 1967, di Mario Bava) e che oggi vanta oltre 850 episodi. La trama riprende liberamente quella di L’arresto di Diabolik (1963), il terzo albo della prima serie, dove compare per la prima volta il personaggio di Eva Kant, e di L’arresto di Diabolik – Il remake (2012).

A vestire i panni del ladro più affascinante e spietato di tutti i tempi, è oggi Luca Marinelli, mentre Miriam Leone interpreta Eva Kant. Il determinato ispettore Ginko è Valerio Mastandrea. Il tutto nella città immaginaria di Clerville, fine anni Sessanta. Il film segue le avventure del ladro dal volto misterioso che, a bordo della sua fiammante Jaguar E-type grigia, sfugge alla polizia, facendo innamorare (e restandone stregato a sua volta) la bellissima bionda Eva Kant, ricca ereditiera, vedova di Lord Antony Kant, giunta in città con il famoso e preziosissimo diamante rosa. Splendido quanto lei. Eva, che ricorda molto la Grace Kelly di Hitchcock, è la vera protagonista del film, fra eleganza, temperamento. colori, emozioni e scene spettacoli e rocambolesche. Lei che, amata da Giorgio Caron (Alessandro Roia), spietato (e ricattatore) viceministro della Giustizia, fa evadere Diabolik salvandolo dalla ghigliottina (prima entrata in scena da salvatrice) e che, con il binocolo guarda su una baia illuminata, quella di Ghenf (che, nella realtà è Trieste), capendo che è arrivato il momento di entrare (di nuovo) in azione e aiutare il suo uomo, non certo di star ferma e buona a fare “la mogliettina”.

Tanti gli ingredienti, anche pop, come lo sono i Manetti: i travestimenti, i tunnel nascosti, la moglie ignara (Serena Rossi), gli inseguimenti delle volanti della polizia, le scenografie e gli arredi da fumetto-cartolina, la suspense pura e vibrante, l’uso del codice Morse, il gusto della sfida e dell’adrenalina, tattica e strategia, combattimenti corpo a corpo, spietatezza e crudeltà, il silenzio di Clerville spezzato dall’allarme di una banca, l’intelligente e scaltro Ispettore Ginko che, aiutato dalla sua squadra, ha messo a punto un infallibile piano per intrappolare l’abile ladro. Riuscirà Diabolik a farla franca anche questa volta?

Diabolik, di Marco e Antonio Manetti, con Luca Marinelli, Miriam Leone, Valerio Mastandrea, Alessandro Roia, Claudia Gerini, Vanessa Scalera, Serena Rossi, Italia, 2021, 133 mn.

olio astratto

Parole a capo
Stefano Tassinari: Due poesie

Qualche tempo fa, aprendo un numero de “Il cerchio di gesso”, che ho nella mia biblioteca, ho ritrovato due numeri della rivista di poesia “La tartana degli influssi”. Una specie di piccola matrioska letteraria. “Il cerchio di gesso” fu una rivista fondata a Bologna da alcuni intellettuali bolognesi come Gianni Scalia e Roberto Roversi e, tra il giugno del 1977 e il novembre del 1979 uscirono sei fascicoli. “La tartana degli influssi”, curata da Maurizio Maldini e Roberto Roversi, invece, è stata una rivista di poesia formata da un foglio unico piegato più volte. I numeri usciti sono stati 13. Torniamo a noi. Nel numero quattro di “La tartana degli influssi”  ci sono due poesie di Stefano Tassinari, operatore culturale poliedrico (scrittore, musicista, cooperatore, giornalista) di primo piano sia a Ferrara che a Bologna. Riportiamo [qui] una testimonianza significativa uscita su questo giornale mentre [qui] la pagina di Wu Ming 1. Ringrazio di cuore Maurizio Maldini  che ha dato la sua autorizzazione alla pubblicazione di questi testi di Tassinari.
(Pier Luigi Guerrini)

 

“Le città non sono solo scambi di merci: sono scambi di gesti, parole, emozioni, memorie, tempo, saperi.”
(Italo Calvino)

Turno di guardia

Il cerchio di luce-pila
si allarga
e inghiotte l’aspetto rinsecchito
della testimonianza di estraneità.
Gli occhi sollevano con la fantasia
l’ogìva di cemento sulla testa,
arcaica costruzione dissolvente di macerie corporee.
La rètina accecata distingue con fastidio
i contorni di legno sopraggiunto;
le mie scorie di astio
escono dalla bocca senza rumore,
e quando il tacco delle sue certezze stolte
sfrigola la neve della coazione a ripetere,
allora l’acqua comincia a sciogliersi
scendendo in un imbuto d’aria,
i muri vanno in avarìa
contagiando le sfuse percezioni
di un collo che resiste al cappio.
I piedi affondano con parsimonia
spegnendo il fumo dell’umiliazione;
poi il corpo torna a riverire obbligato
e la mente non concede assoluzioni.

Cervellesente

Rete perforata da incantesimi senza storia
precede l’altopiano del mio altare:
“Fate largo all’effetto di tomba!”;
stivali lucidi,
bagno schiuma che ottura i pori.
Le ali del palazzo si schiudono,
contenuto umano in viaggio
baratta giardini con polvere pirica.
Intimismo senza variazioni
è sepolto da ozio puntato nel vuoto…
il risveglio non ha la forza di alzarsi!
Poi, il rapido susseguirsi di gesti
avverte che l’incandescenza
sta arrivando su questa terra
popolata dalle pressioni impazzite.
Allontanate la coperta d’insetti
arrotolata sul mio corpo inerme!
Sul reticolato consunto,
affollato di misure d’ordine,
si spegne la traccia di ogni mia ricerca.

Stefano Tassinari (Ferrara, 24 dicembre 1955 – Bentivoglio, 8 maggio 2012) è stato uno scrittore, musicista, drammaturgo e sceneggiatore italiano. Ha pubblicato diversi romanzi e suoi racconti sono presenti in una decina di antologie, pubblicate in Italia e in alcuni Paesi stranieri.
Autore di testi teatrali, letture sceniche e di programmi radiofonici per Rai Radio 3, è stato ideatore e direttore artistico di varie rassegne letterarie, tra le quali La parola immaginata e Ritagli di tempo (ITC Teatro di San Lazzaro di Savena). È stato autore di documentari televisivi girati, oltre che in Italia, in Nicaragua, Spagna, Francia, Portogallo ed ex Jugoslavia.
Ha curato la messa in scena di decine di opere letterarie di scrittori italiani e stranieri, collaborando con attori e registi (tra gli altri: Leo Gullotta, Marco Baliani, Ottavia Piccolo, Silvano Piccardi, Antonio Catania, Matteo Belli, Ivano Marescotti, Laura Curino e Renato Carpentieri), musicisti (tra gli altri: Paolo Fresu, Riccardo Tesi, Mauro Pagani, Yo Yo Mundi, Têtes de Bois, Casa del vento, Mario Arcari, Armando Corsi, Antonello Salis, Daniele Sepe, Patrizio Fariselli, Jimmy Villotti, Paolo Damiani e Gianluigi Trovesi) e fotografi (tra gli altri: Mario Dondero, Giovanni Giovannetti, Tano D’Amico, Raffaella Cavalieri, Luca Gavagna e Dario Berveglieri).
Vicepresidente dell’Associazione Scrittori Bologna, ha scritto di letteratura su quotidiani e riviste. È stato direttore e fondatore di Letteraria (rivista semestrale di letteratura sociale), legata dapprima ai nuovi Editori Riuniti e poi dal 2010 a Edizioni Alegre. È stato prima militante di Avanguardia operaia, poi segretario della federazione ferrarese di Democrazia Proletaria, infine (dopo una parentesi nei Verdi Arcobaleno), è stato militante del Partito della Rifondazione Comunista, fondatore e animatore del circolo PRC “Víctor Jara” di Bologna. È scomparso nel 2012 all’età di 56 anni dopo una lotta contro una grave malattia durata otto anni. (da Wikipedia)

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

LO STESSO GIORNO
2 maggio 1940: rinviati i giochi Olimpici, ma li svolgeranno i prigionieri di guerra

2 maggio 1940:
vengono rinviati i giochi Olimpici, li svolgeranno i prigionieri di guerra

Tutti quanti conoscono le Olimpiadi dell’era moderna: l’evento sportivo quadriennale che racchiude i migliori campioni in quasi tutte le discipline praticate nei cinque continenti mondiali.
La competizione mondiale come la conosciamo noi si svolge per la prima volta nel 1896 nell’antica patria delle Olimpiadi, ad  Atene. Il neonato Comitato Olimpico Internazionale (CIO) radunò 241 atleti da tutto il mondo, il più grande evento sportivo mai organizzato nella storia.
Da subito un successo planetario, le Olimpiadi hanno sempre sfidato le avversità di un mondo in continua competizione, cercando di superare le avversità che nella storia hanno coinvolto i paesi di tutto il mondo.
Contrariamente alle speranze del barone De Coubertin, colui che presentò per la prima volta l’organizzazione dei giochi, in tre distinte occasioni i giochi non furono organizzati. Nel 1916 per la prima volta nella storia, a causa della prima guerra mondiale, i giochi Olimpici furono annullati. La stessa cosa avvenne a causa della seconda guerra mondiale nel 1940 e nel 1944.

Un anno dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, nel settembre 1940, la XII edizione dei Giochi Olimpici sarebbe dovuta andare in scena nella capitale Giapponese, a Tokyo.
Il Giappone era flagellato ormai da tre anni dalla seconda guerra sino-giapponese, il maggior conflitto mai scoppiato tra la Repubblica Cinese e l’Impero Giapponese. Il CIO non volle però rinunciare alla speranza di organizzare il maxi evento sportivo, convinti che potesse riunire le nazioni in un momento di altissima tensione. Fu così che nell’agosto del ’39 la sede della competizione fu spostata ad Helsinki, in Finlandia. Passano pochi mesi e nel settembre del ’39 scoppia ufficialmente la seconda guerra mondiale, coinvolgendo il suolo europeo nel grande conflitto.
I giochi non vengono annullati subito e il CIO continua ad incontrarsi in sedi neutrali e con permessi speciali per passare da un confine all’altro.
La guerra divaga in tutta Europa, sempre più nazioni vengono coinvolte e sempre più uomini vengono mandati al fronte a combattere. Tra guerra e devastazione questo stesso giorno, il 2 maggio 1940, gli ultimi rappresentanti del CIO si incontrano per l’ultima volta e decidono di sospendere l’imminente edizione dei giochi. In stessa sede si decide la sospensione a tempo indeterminato delle attività del Comitato Olimpico Internazionale, il quale si riunirà di nuovo solo nel 1946.

Mentre durante la guerra l’importanza dei giochi Olimpici passò in secondo piano, qualcosa di straordinario stava per succede. A pochi mesi dall’annullamento ufficiale della XII edizione, si celebrò un’edizione senza precedenti nella storia: nell’agosto 1940 si tennero i Giochi dei prigionieri di guerra internazionali.
Alcuni km fuori Norimberga, allo Stalag XIII-a, un campo di prigionia per prigionieri di guerra, detenuti belgi, francesi, britannici, norvegesi e polacchi si sfidarono in competizioni sportive clandestine.
Uno straccio rotto con cinque cerchi ad acquerello colorati sopra al posto del vessillo e l’inno olimpico suonato dall’armonica a bocca di Teodor Niewiadomski, una delle menti che organizzarono l’evento. Le gare che erano un insieme di spot, coraggio e furbizia, si tennero di nascosto dalle guardie. I detenuti si sfidarono in discipline come il lancio della pietra, il salto della rana ( una delle punizioni fisiche trasformate in sport) o addirittura in partite di pallavolo giocate in un campo disegnato per terra con gli indumenti degli stessi detenuti. Un parroco norvegese procurò palloni e alcuni attrezzi per le gare. Ai vincitori coppe ricavate dalle gavette, medaglie di cartone o un gagliardetto circondato da filo spinato. L’importante però non era vincere quei premi costruiti grossolanamente, quanto più avere un momento di libertà durante la spietata prigionia. Fu decisivo fare qualcosa per tenere occupata la mente, sentirsi per pochi istanti vivi e liberi.
Nel ’44 in molti campi di prigionia si replicò questa dinamica, persino con militari e carcerieri a competere con i detenuti durante le attività.

Sebbene negli annuali i Giochi Olimpici del ’40 e ’44 risultano non disputati, il museo dello sport di Varsavia in occasione dei Giochi del 2012 a Londra scrisse:
“No, furono disputate [le olimpiadi], in maniera precaria e al di fuori dei canoni classici, ma pur sempre tenute”

Cover: September 1964: A Japanese policeman checking the signs to be used during the opening parade at the Olympic Games in Tokyo. (Photo by Douglas Miller/Keystone Features/Getty Images) – licenza wikinedia commons

san giorgio e il drago paolo uccello

PRESTO DI MATTINA
San Giorgio

San Giorgio fuori le mura

San Giorgio “fuori” le mura. Non solo come avverbio geografico, ovvero per indicare il luogo in cui è stata edificata la chiesa a lui dedicata. Ma anche come preposizione storica, che allude a un valoroso defensor civitatis venuto da lontano – e precisamente dalla Cappadocia in Turchia – per approdare alle nostre terre contese da numerosi e bellicosi contendenti.

Terre che per conciliarsi necessitavano di un santo super partes; un immigrato che, arrivando dall’esterno, potremmo definire un santo neo-comunitario. Oltretutto è «un santo di punta»: il coraggio è quello di un guerriero, ma al tempo stesso il suo essere straniero lo rende sensibile e attento alla mediazione e all’integrazione delle pluralità diversificate e conflittuali, capace di conciliare i conflitti e tessitore di ciò che accomuna le parti.

Per questo fu scelto come alleato di questa chiesa e della città nella difesa delle proprie autonomie e libertà, compagno di viaggio nel processo identitario e unitario, difensore e custode, a presidio del diritto e dell’identità locali in formazione. Era un forestiero, ma è diventato cittadino a pieno diritto – civis optimo iure – in favore dei diritti e della dignità di coloro che lo hanno accolto e prediletto.

Giorgio [Qui] non è un proto-vescovo da cui si è originata la nostra chiesa, né un martire della chiesa locale, attorno al quale si raccoglie un’identità spirituale ecclesiale cittadina, perché egli è antecedente la nascita dell’una e dell’altra.

San Giorgio è un santo che precede, precursore e antecedente la chiesa locale e forse anche la stessa diocesi di Voghenza, attestata come sede vescovile a partire dal 330, da cui è nata quella di Ferrara. A metà del VII secolo la sede episcopale fu trasferita a nord dapprima a Ferrariola (Forum Alieni situato nell’attuale borgo San Giorgio, sorto sulla biforcazione del Po; di origine romana, l’abitato gravitava intorno all’attuale chiesa ove rimasero i vescovi per circa cinque secoli), quindi dal XII secolo a Ferrara.

San Giorgio è stato per la città e la chiesa locale come un innesto su in un albero selvatico, l’inserimento di un una preziosa gemma. Così come nell’olivastro viene innestato il germoglio di un ulivo buono, siamo stati uniti a lui per ferita martirale: la stessa che unì a Cristo il martirio di san Giorgio, avvenuto fuori le mura di Nicomedia, un’antica città dell’Anatolia. Così inseriti l’uno nell’altro per ferita il selvatico è divenuto albero fruttifero, di molteplici frutti oleosi.

Chi ha colto in profondità il senso di questo patrocinio ecclesiale non meno che civico è stato mons. Antonio Samaritani, storico pomposiano quanto cittadino. È una storia innovativa quella che si legge ne La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del territorio, innovativa soprattutto come taglio, in quanto protesa a tenere insieme la comunità religiosa e la comunità civile in un fruttuoso intreccio.

«Una lettura ardua – ha ricordato Ranieri Varese – che, senza rinnegare la ‘storia’ in senso tradizionale, vuole fare emergere le ‘storie’, attraverso il recupero della memoria di avvenimenti e pensieri disparati e maggiormente collegati alla quotidianità del vivere; la loro somma, più di atti e azioni eclatanti, costruisce e caratterizza quel passato che vogliamo mantenere e del quale vogliamo dare consapevolezza» (Boll. Eccl. 2004, 3).

Attraverso la ricerca storica e la narrazione di microstorie, Samaritani riscopre così la vocazione “sinecistica” della nostra gente (sunoikismós da oikos=casa e sun=con). Vocazione unificatrice di pluralità molteplici e minoranze diversificate, chiamate ad abitare insieme.

Per stile sinecistico si intende l’unificazione di entità politiche precedentemente indipendenti in una città od organizzazione statale; uno stile “al plurale”, fatto di “scambio” dunque, “consortile”, capace di mediare tra realtà divere, che si colloca “tra” e si pone “in mezzo”.

Città, la nostra, avvezza a “modularsi” e, tuttavia, non priva di inquietudine – sottolinea Samaritani – perché coinvolta in uno «sforzo di libertà da uomini e cose», ma proprio per questo, attenta alle diversità, capace così di riconoscere ciò che giova al più e meglio vivere.

Ma seguiamolo tra le pagine del testo Radici della spiritualità ferrarese, (in Boll. Eccl. 2 1993); la sua bibliografia conta 419 titoli tra libri, saggi e articoli, catalogata e digitalizzata presso il Cedoc SFR [Qui]

«San Giorgio, certissimamente, è un santo che antecede la nostra diocesi. Non è un santo da nuclei cittadini, ma da nuclei bellicosi, castrensi. È un santo dei bizantini (e noi eravamo territorio bizantino, imperiale) è un santo anche degli aggressori, dei Longobardi, di cui Ferrara ha sempre temuto l’attacco, nonostante il primo freno del 568, quando essi si stabiliscono nella confinazione sul Panaro.

Il santo patrono costituisce l’identità civica di un complesso demico: laddove non c’è un santo patrono, non ci sarebbe una coscienza religiosa specifica, una coscienza civica specifica, e questo noi lo dobbiamo mettere in conto.

Siamo una diocesi, in qualche modo, acefala nata come castrum, il castrum Ferrariae (la zona tuttora presente tra via Mayr, Ripagrande e via XX Settembre, la zona tra via Casotto, via Belfiore, via Salinguerra). Questo castrum non è una civitas, è soltanto un momento di difesa del territorio, quindi non ha raggruppato una entità di popolazione tale da sprigionare, come coscienza religiosa, un suo santo patrono.

Fra i tre castra di Ferrara, della zona nostra, abbiamo il castrum di Argenta, che ha una titolazione a S. Giorgio (castrum documentato nel 515 nel Liber Pontificalis di Agnello di Ravenna [Qui]). Nel nostro territorio abbiamo poi la pieve di S. Maria in Padovetere (sono presenti il battistero in tracciato di fondamento, e il tracciato della chiesa stessa).

Il castrum di Comacchio ha la titolazione ad un altro santo castrense: S. Cassiano [Qui], un santo che non connota una spiritualità locale, ma trasferita da altrove. È singolare questa capacità di scelta ferrarese: questa gente, che non ha le punte polemiche del mondo bizantino, non ha la bellicosità longobarda, assume un santo che sia di mediazione, di adattamento.

Il carattere ferrarese in tutti i campi, ieri, oggi e forse domani, e anche nella tipica spiritualità, ha un timbro di sintesi, non di avanguardia. S. Giorgio è un santo di punta: va bene per la dominazione bizantina, ma va bene anche per la dominazione longobarda e le vicende che hanno fatto la nascita e la morte di Voghenza, e in qualche modo anche la nascita e l’affermazione tormentata di Ferrara, sono, appunto, vicende di scontro tra Romani e Bizantini e Longobardi», (ivi, 347-348).

Ferrara: da presidio militare a città umanistica

Un tormentato e difficile passaggio fatto di mediazioni, di integrazioni, di composizioni e di aggiustamenti in vista di una sempre maggiore unità. Da castrum a civitas: la trasformazione cioè di una polarità in contrapposizione, militarmente difensiva/offensiva, ad una comunità mediatrice, conglobante, conciliatrice e innovativa. Una duplice polarità attestata – così mi sembra – anche nell’iconografica ferrarese del patrono san Giorgio.

Una prima polarità guerresca: il san Giorgio del nuovo e dell’antico duomo, all’esterno, nella lunetta del protiro il primo, sulla facciata della chiesa extra urbana il secondo. Entrambi a cavallo; uno con la spada sguainata nell’impeto dell’assalto, l’altro tutt’uno con l’impennata del suo cavallo, brandendo la lancia come un pugnale, incombente sopra il drago.

Di contro, all’interno di entrambe le cattedrali, un san Giorgio pacato, in riposo, quale segno della seconda polarità pacificante. Un san Giorgio tutto interiore, contemplativo, quello del dipinto nell’abside dell’antico duomo, opera di Maurilio Scannavini.

In quello nuovo sta invece il san Giorgio bronzeo, rinascimentale, di Domenico de Paris [Qui]; quasi senza sforzo, come appoggiato alla lancia, trafigge il drago; elegante, composto, con la mano sul fianco, con il volto disteso, perfino tranquillo. Anche il san Giorgio del Maestro delle storie di Elena è elegante, pienamente umanistico, attendista, ma vigile; tiene la spada nel fodero e vi si appoggia con delicata attenzione. Dosso Dossi [Qui] lo ritrae invece con la spada e la lancia in disarmo, il drago accucciato ai suoi piedi, quieto, la posa prospettica e l’armatura, nella sua compattezza dinamica; viene da pensare al motto di Manuzio: festina lente.

Genius loci

Proprio la designazione da parte della chiesa locale di «vivente titolare», di patrono vivo e attivo anche nella realtà di oggi, aggiunge un nuovo tassello a quel mosaico in fieri che si vuole designare con l’espressione genio cristiano del luogo: la qualifica della nostra come Chiesa georgiana.

Così Samaritani: «L’unitarietà e l’unicità del patrono “castrense” di Ferrara, san Giorgio in Ferrara legittima, l’espressione di sempre di Chiesa Georgiana per Ferrara». Due cattedrali in successione per lo stesso patrono; ma con la nuova cattedrale, gli verrà affiancato un altro martire ma vescovo, san Maurelio [Qui], per un’ulteriore e più precisa sottolineatura dell’identità ecclesiale:

«I fautori della grande riscossa dell’identità ferrarese, saranno vescovi come Landolfo (1099–1139), il “fondatore” della nuova cattedrale, e promotore di numerosi sinodi, equilibratore delle nuove forze religiose emergenti. Non sono più i monaci, ma le vicinie, le corporazioni, le parrocchie cittadine, che nascono proprio in questo periodo, a far riemergere una sigla unitaria, che è il patrono S. Maurelio, ultimo vescovo di Voghenza, proto-vescovo di Ferrara.

La diocesi di Ferrara, quando nasce ha bisogno di recepire la sua estrazione georgiana, e così si può dire: nasce ferrea, castrense, però capisce che è troppo generico il patrocinio di S. Giorgio; ha bisogno del patrocinio specifico, di un santo contrassegnato dalla lotta spirituale, dalla difesa di un’ortodossia, insidiata da Ravenna come rappresentante dell’Oriente e in qualche modo tipica di una zona nella quale fu più forte il senso della romanità che non in Roma stessa. Ma questo santo patrono ha una vita dura ed una affermazione difficile» (ivi, 348).

Così è pure la nostra quotidiana lotta spirituale, dura e difficile, transito pasquale pure dall’incredulità al credere, dal disperare alla speranza dal disamore ad una provvidenza di amore: sempre e ancora una ferita martiriale. Una condizione che mi ricorda quella dell’oleoso ulivo di Virgilio, una promessa certa di fecondità e di pace: da ferita di vomere un carico di frutti.

Non serve al contrario coltura per gli ulivi,
non richiedono il falcetto ricurvo
e la costanza dei rastrelli,
una volta che abbiano attecchito ai campi
e resistito ai venti;
la terra, se viene aperta dal dente della marra,
fornisce da sé sufficiente umidità,
se poi viene arata dal vomere,
un carico di frutti.
Coltiva per questo l’ulivo
che nella sua fecondità
è simbolo di pace.

In copertina: San Giorgio e il drago di Paolo Uccello (da: wikipedia.org)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Parole a capo
Anna Fresu: “Ponti di corda” e altre poesie

“Tutto quello che stiamo dicendo è diamo una possibilità alla pace.”
(John Lennon)
IL MARCHIO DI CAINO
Non so se fu
per colpa di Caino
però non credo
all’ineluttabilità
della violenza
intesa come marchio
a cancellare
la bontà dell’umano
la coscienza la ribellione
o il bisogno di pace
che sentiamo
come spazio d’amore
e d’armonia.
Un marchio che cancella
quella sorte comune
che ci fa tutti fratelli
nelle risa e nel pianto
nella lotta per il pane
il gioco l’allegria
nella nostalgia
di ciò che perderemo,
nella ricerca
del senso della vita.
Siamo mortali
-e questo lo sappiamo-
dunque perché non basta
il dolore di perdite e di assenze,
perché non ci aiutiamo e consoliamo
nel cammino già aspro della vita?
(in “Ponti di Corda”, Temperino rosso Edizioni, Brescia, 2018)
PONTI DI CORDA
Saranno da poeta
questi versi
un po’ sghembi
scritti a sera
con la testa
posata sul cuscino?
O sospiri
sfuggiti
al sonno
quand’è quasi
mattino?
O strascichi
di sogni
senza quasi memoria
solo un vago
ricordo
sulla pelle
un leggero tremore
in fondo al petto?
Saranno questi versi
sassolini
gettati in acqua
per farli schiarire?
Ponti di corda
fra quest’IO
e il SONO.
(in “Ponti di corda”, Temperino rosso Edizioni, Brescia, 2018)
CI SONO NEL MONDO POETI
Ci sono nel mondo poeti
che mai hanno letto
mai hanno scritto versi.
Poco sanno che sia
leggere o scrivere.
La mia lingua non parlano
ma danno il nome agli uccelli
e alle erbe del campo.
Con gli alberi conversano,
ringraziandoli per l’ombra,
ascoltandone le memorie.
Sanno il sentiero del vento
e il colore della pioggia,
il tempo della semina
e il tempo del raccolto.
Le orme delle fiere
riconoscono e vigilano.
Mai entrati in una chiesa,
pregano il Sole e la Terra.
Suonano pelli e legni
sanno canti di altre ere.
Di ogni corda conoscono i segreti.
I loro occhi nella danza guardano
la sabbia e non il cielo.
E quando infine terminano
il loro andare nei giorni,
a tutto dicono addio
senza amarezza né pena.
Perché sanno che saranno terra
luce foglie e semi
occhi di bimbo abbracci
acqua di fiume pantere.
E i versi che hanno scritto:
i loro passi nella vita,
orme di un tempo
che non conosce oblio.
(in “Ponti di Corda”, Temperino rosso Edizioni, Brescia, 2018)
ODE ALL’IMPERFEZIONE
Canto la ruga il neo la cicatrice
ogni traccia lasciata sulla carne
Canto il corpo che cambia
e la bellezza che mai non corrisponde
Canto il passo del tempo il suo fluire
le scintille disperse sulla via
la scia di ciò che fummo e il suo mutare
l’essere sempre altra il suo sfuggire
ai canoni alle leggi all’immanenza
Canto persino il dubbio l’incertezza
il pensiero che oscilla e che vacilla
che non riposa su conquiste passate
Canto l’eterno cercare indefinito
Canto l’errore il torto e il suo perdono
Canto ogni cedimento alla passione
all’ancora incompleta della nostra ragione
Canto lo sguardo che coglie e ricompone
in frammenti imperfetti l’armonia.
(in “Fluida”, Macabor editore, Francavilla Marittima, 2021)
GEOGRAFIA
Odio i confini
i muri le barriere
Non ha confini il cielo
muri il mare
Mi riconosco
solo d’acqua e d’aria
con radici sospese
all’universo.
Viandante fra il passato
ed il futuro
sostando a tratti
a cogliere il presente.
Son io e l’altro
Io vecchia, io bambina
Io la madre e la figlia
Io che leggo
e che scrivo
portando il mare
verso la montagna
mescolando le lingue
ed i colori
Io voce e orecchio
che parlo ed ascolto
Io riflesso io specchio
canto e suono
eco di ogni passante
che ho incontrato
Io polvere
Io la strada
Io l’esilio
Io la meta
e il ritorno
Io lama io gazzella
Io elicriso, olivastro
Io cactus io acacia
Io gabbiano io pesce
Io Wanfundla
e Treighino
io cicala e formica
Io fado e tango
marrabenta e anninia
Tessere
costruite e mescolate
nel gioco strano
di questa mia vita
chiusa e riaperta
dentro una valigia.
(in “Fluida”, Macabor editore, Francavilla Marittima, 2021)

Anna Fresu. Nata a la Maddalena, in Sardegna, si è laureata in Lettere e Filosofia presso l’Università La Sapienza a Roma. Ha seguito numerosi corsi di teatro, tra cui il Teatro Studio, partecipando alla creazione del teatro Spaziozero. È regista, autrice, attrice di teatro, traduttrice. Ha condotto  laboratori teatrali nelle scuole di ogni ordine e grado. È presidente dell’associazione culturale “Il Cerchio dell’Incontro” che promuove l’educazione alla pace. È stata presidente dell’associazione culturale Scritti d’Africa di cui cura attualmente la pagina Facebook.
Dal 1977 al 1988 ha vissuto in Mozambico dove ha insegnato e diretto la Scuola Nazionale di Teatro e creato e diretto, col regista e giornalista Mendes de Oliveira, il “Dipartimento di Cinema per l’infanzia e la gioventù” realizzando diversi film che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali. Il suo lavoro in Mozambico è stato premiato al Festival del Cinema per la Pace nel 1991. Sempre nel 1991 ha curato con Joyce Lussu un’antologia di poesie del poeta mozambicano José Craveirinha (Voglio essere tamburo, Centro Internazionale della Grafica, Venezia).
Nel 1996 è tornata in Mozambico come collaboratrice RAI per una serie di servizi televisivi e ha realizzato un laboratorio teatrale con i “meninos da rua”, bambini-soldato e vittime della guerra.
Nel 2013, ha pubblicato il suo libro di racconti “Sguardi altrove”, Vertigo Edizioni. Sue poesie e racconti sono presenti in diverse antologie. Collabora con alcune riviste on line e blog.  In Argentina è stata docente di Lingua e Cultura Italiana presso la Società Dante Alighieri e l’Università di Mendoza e ha partecipato a congressi sulla letteratura italiana e  realizzato diversi spettacoli teatrali. Nel 2018 ha pubblicato il  libro di poesie “Ponti di corda“, Temperino rosso Edizioni  e ha curato l’antologia poetica “Molti nomi ha l’esilio“, Kanaga Edizioni. Nel 2020, pubblica per Macabor editore la raccolta di micro-racconti “Storie di un tempo breve, anzi brevissimo”, pubblicato nel 2021 da Acercandonosediciones con la traduzione in spagnolo dello scrittore argentino Daniel Fermani Gonzáles. Nel 2021 Macabor editore pubblica la sua silloge poetica “Fluida”.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti  [Qui]
Visita la pagina Facebook del Collettivo Poetico Ultimo Rosso [Qui]
Friedensstatue donne vittime

Donne vittime di guerra

Non c’è niente di più crudo e doloroso, nella storia delle donne, della violenza gratuita, efferata, indimenticabile, spesso inenarrabile, che esse hanno subìto nel corso di guerre e occupazioni in ogni epoca. Il corpo della donna è trincea, campo di battaglia, conquista, bottino, ricompensa e la violenza su di esso viene agita per colpire il nemico, fiaccare ogni resistenza. L’arma dello stupro è vecchia quanto la guerra, fatta dello stesso odio, della stessa brutalità, e riguarda donne di ogni fronte e appartenenza, un fenomeno presente nell’antichità e non certo esclusiva della storia contemporanea.
Nell’Antica Grecia era un comportamento ritenuto socialmente accettabile nelle regole di guerra e i guerrieri consideravano le donne bottino legittimo, utili come mogli, concubine, schiave o trofei del campo di battaglia.
I soldati romani esercitavano violenza sulle donne barbare, che non riconoscevano nemmeno umane, trattandole come oggetto da possedere, vendere al miglior offerente, esibire in pubblico. La rappresentazione di alcune scene di violenza rimangono scolpite sulla Colonna Aureliana a Roma, dove le donne delle popolazioni germaniche Marcomanni, Sarmati e Quadi vengono trascinate per i capelli, denudate e trucidate dai soldati armati di pugnale.

In tempi più vicini a noi, nel XX° secolo, le violenze sessuali sono diventate parte integrante delle strategie offensive e propagandistiche degli eserciti in guerra, a cominciare dalla I^ Guerra mondiale nell’avanzata dell’esercito austroungarico in Serbia e l’esercito tedesco in Belgio, accompagnata da stupri di massa.
Del secondo conflitto mondiale, ambientati in Italia, rimangono i racconti, le testimonianze, le tracce indelebili delle cosiddette “mongolate” e “marocchinate”.
Nel primo caso parliamo delle uccisioni e degli stupri sistematici su numerose donne di paesi e villaggi avvenuti sull’Appennino ligure-piemontese-emiliano e nell’Oltrepò pavese, nell’inverno 1944, quando i nazisti schierarono tra le file del loro esercito i denominati “mongoli”, costituiti da prigionieri calamucchi, uzbechi, georgiani, ucraini, arruolati dopo la caduta di Leningrado. Dolore, vergogna, paura hanno accompagnato le donne sopravvissute agli abusi, rendendo spesso faticosa la testimonianza e il ricordo. Il termine “marocchinate” conduce alla memoria scomoda degli abusi e delle violenze sulle donne del Basso Lazio e della Toscana meridionale, ma anche in Sicilia e Campania, nel maggio del 1944, da parte dei goumiers, i combattenti del V° Corpo d’Armata francese. “Zidouh ‘Lguddem! En avant!” era il grido di battaglia dei tabors, i reparti marocchini del Corps Expèditionnaire Français en Italie che raggelava il sangue tanto ai tedeschi quanto alle popolazioni civili di quelle zone sulla linea Gustav. Più di 60.000 le vittime degli abusi e della violenza al loro passaggio, ma le cifre rimangono ancora incomplete.

Lo stupro di guerra va ben oltre l’etichetta di “effetto collaterale” che si vorrebbe appioppargli, giustificandolo con le condizioni innaturali dei soldati: esso costituisce in realtà il massimo sfregio con cui marchiare il nemico attraverso la violenza assoluta sulla sua donna, portatrice di continuità vitale, di futuro per le nuove generazioni.
Diventa annientamento, umiliazione, contaminazione e violazione per dimostrare supremazia di un popolo su un altro, un crimine che non può essere legittimato per nessuna ragione al mondo. Solo di recente, dopo le atrocità in Bosnia e Ruanda, la comunità internazionale ha riconosciuto la peculiarità dello stupro di guerra da un punto di vista giuridico, dichiarando crimine contro l’umanità le violenze alle donne in contesti bellici.
In Ruanda, tra aprile e luglio 1991, centinaia di migliaia di donne tutsi furono sottoposte a ogni sorta di violenza, massacrate a colpi di machete e bastoni cosparsi di chiodi dagli squadroni della morte hutu. Nella ex Jugoslavia lo stupro etnico fu usato su larga scala sulle donne di etnia diversa come “pulizia etnica” vergognosa.
Il riconoscimento dei crimini e stato un percorso difficile, cominciato con il lavoro dei Tribunali Penali Internazionali per la ex Jugoslavia e per il Ruanda, istituiti nei primi anni ’90, quando gli avvenimenti nei due Paesi scossero il mondo per particolare efferatezza delle indicibili violenze commesse negli stupri di massa perpetrati con premeditazione e con la finalità di annientamento delle donne e di un’intera parte della loro comunità.
Nell’aprile del 2019 il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha riconosciuto la violenza sulle donne in Paesi in conflitto come arma di guerra.

Cover: Friedensstatue, Giappone,1920 (wikimedia commons)

Pacifismo e costituzionalismo globale*
Un intervento di Luigi Ferrajoli

 

La divisione, lo scontro, la guerra, è arrivata anche in Italia.
La cronaca delle manifestazioni e contro-manifestazioni dell’ultimo 25 aprile hanno reso evidente questa realtà. Preoccupante. Ogni giorno di più, la posizione pacifista (in cui ci riconosciamo) che antepone ad ogni opzione quella della trattativa, che si oppone all’escalation bellicista e quindi all’aumento delle spese militari e all’invio di armi in Ucraina, che critica gli atti recenti e presenti della Nato, è ricacciata nell’angolo, sempre più avversata – colpevolizzata, spesso sbeffeggiata – da un vastissimo fronte politico (dal Pd a Fratelli d’Italia) come dalla propaganda dei mezzi di comunicazione mainstream. Le ragioni e le voci che chiedono “la pace subito” – compresa quella di un vecchio papa – sembrano soffocate da un folle vento di guerra.
Le notizie di ieri: la posizione super interventista di Londra,  il nuovo invio di armi con capacità offensiva deciso dal governo Draghi, le risposte minacciose della Russia, sembrano allontanare sempre più le speranze di arrivare alla pace o anche solo a una tregua. Stiamo così scivolando verso un probabile allargamento del conflitto dai contorni imprevedibili. La guerra mondiale nucleare non è più un vago scenario fantascientifico, ma una possibilità concreta. Di cui parlano ormai apertamente i Capi di Stato, ad Est come ad Ovest.
Per questo, per opporre qualche sensato ragionamento alla follia della rincorsa alla guerra, ci sembra importante far conoscere ai lettori  di periscopio questo importante e autorevole intervento di Luigi Ferrajoli, uscito il 23.04.2022 su Questione giustizia online, la rivista ad accesso libero e quotidianamente aggiornata, promossa da Magistratura Democratica.
Tra i tanti lettori, come tra i redattori e i collaboratori di questo libero quotidiano, la tragedia della guerra in Ucraina viene vissuta, commentata e giudicata in modo non univoco. Vorremmo però che, per onorare il ruolo della stampa libera, ci accostassimo ad ogni articolo e riflessione con una mente libera, senza esibire certezze di seconda o terza mano, fuori dal condizionamento che ci impone la vulgata dominante. L’esibizione di muscoli e di incrollabili certezze non servono. Al contrario, abbiamo  bisogno di ascoltare, di capire, di interrogarci. Altrimenti non sarà possibile arrivare a una qualche ragionevole conclusione. Tantomeno alla pace.
(Francesco Monini)

di Luigi Ferrajoli
ex magistrato, professore emerito di Filosofia del diritto, Università di Roma Tre

Sommario:
1. Il dovere di trattare – 2. La necessità di coinvolgere nella trattativa i paesi della Nato. Il ruolo che dovrebbero svolgere gli organi dell’Onu, convocati in seduta permanente – 3. 3. Due visioni del futuro del mondo  – 4. Per una Costituzione della Terra

Nei 77 anni che ci separano da Hiroshima e Nagasaki, il pericolo di un conflitto nucleare non è mai stato così grave e incombente come quello corso durante la guerra criminale scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Per questo il comportamento delle potenze della Nato di fronte a questo pericolo è stato, fin dall’inizio, irresponsabile. Proprio il fatto che Putin, secondo il coro unanime dei media e di tutti i governanti occidentali, è un despota feroce, dovrebbe consigliare di prendere sul serio la sua minaccia, formulata fin dal 13 marzo, di una “reazione nemmeno immaginabile”. Giacché questo despota ha già mostrato ciò che è capace di fare, è fornito di armi nucleari come ha più volte voluto ricordare ed è quindi ben possibile, se crescerà la tensione, che ne faccia uso. La sola cosa seria da fare dovrebbe essere quindi l’impegno di tutti di porre fine alla guerra e di contribuire al ristabilimento della pace.

E’ questa, del resto, la regola valida in tutte le comunità civili per far fronte alle azioni criminali in atto. Quando un bandito minaccia di sparare e poi spara su una folla se non saranno accolte le sue richieste, il dovere di quanti hanno il potere di farlo – in questo caso la comunità internazionale – è quello di trattare, trattare, trattare la cessazione della strage. Poco importa se il bandito sia considerato un criminale, o un pazzo oppure un capo politico irresponsabile che non ha visto accogliere le sue giuste ragioni e rivendicazioni. La sola cosa che importa è la cessazione dell’aggressione e della strage degli innocenti. Tanto più perché, in questo caso, la continuazione della guerra può deflagrare in una guerra nucleare. Proprio i più accaniti critici di Putin non dovrebbero dimenticare, ripeto, che ci troviamo di fronte a un autocrate fornito di oltre seimila testate nucleari, e che l’insensatezza di questa guerra, anche dal punto di vista degli interessi della Russia, non consente di escludere ulteriori, apocalittiche, insensate avventure.

Trattare è ciò che chiedono milioni di manifestanti in tutto il mondo quando domandano di “cessare il fuoco”: per porre fine alla tragedia dei massacri, delle devastazioni e della fuga di milioni di sfollati ucraini. All’inizio di aprile, come ci informa l’Agenzia Onu per i rifugiati, erano 4 milioni i rifugiati ucraini nei paesi vicini e circa 7 milioni gli sfollati interni, in gran parte donne e bambini. Gli orrori, gli stupri e le stragi di civili commessi dall’esercito russo impongono con forza, per la loro atrocità, l’impegno di tutti perché si ponga fine, quanto prima possibile, a questa tragedia. Non importa che atrocità simili sono state commesse in tante altre guerre, talune delle quali scatenate dall’Occidente. Ciò che importa è che si avverta come intollerabili le violenze contro persone inermi, che si faccia di tutto per farle cessare e che esse valgano ad aprirci gli occhi sugli orrori inevitabilmente connessi a qualunque guerra.

Sono queste le condizioni di ogni pacifismo degno di questo nome: in primo luogo stare dalla parte degli aggrediti contro i loro aggressori; in secondo luogo sostenere le loro ragioni nella trattativa diretta a far cessare quanto prima l’aggressione e le sue nefandezze.

2. La necessità di coinvolgere nella trattativa i paesi della Nato. Il ruolo che dovrebbero svolgere gli organi dell’Onu, convocati in seduta permanente

Ma in che modo si sostengono le ragioni degli aggrediti nei negoziati di pace? Chi ha il potere e, aggiungerò, il dovere di offrire questo sostegno? C’è una grande ipocrisia alla base delle politiche dei governi europei e del dibattito pubblico sulla guerra. Tutti sanno, ma tutti fanno finta di non sapere che dietro questa guerra, della quale l’Ucraina è soltanto una vittima, il vero scontro è tra la Russia di Putin e i paesi della Nato. Sono perciò gli Stati Uniti e le potenze europee che dovrebbero trattare la pace, affiancando l’Ucraina nelle trattative anziché lasciarla a trattare da sola con il suo aggressore.

Sarebbe questo il vero atto di solidarietà dell’Occidente nei confronti del popolo ucraino. Il vero aiuto alla popolazione ucraina, bombardata e massacrata dal 23 febbraio, sarebbe la partecipazione alla trattativa, a fianco dell’Ucraina, dei paesi membri della Nato, a cominciare dagli Stati Uniti, dotati di ben altra forza e di ben maggiore capacità di pressione, onde ottenere, con il minimo costo per l’aggredito, l’immediata cessazione dell’aggressione. Una simile assunzione di responsabilità delle maggiori potenze – Stati Uniti ed Unione Europea – varrebbe non solo a porre fine alla guerra, ma anche a scongiurare il pericolo di un suo allargamento incontrollato.

Per questo la sede appropriata dei negoziati, come ho già avuto occasione di sostenere, dovrebbe essere non più soltanto la sconosciuta località della Bielorussia dove si incontrano, con sempre minori capacità di accordo, le delegazioni della Russia e dell’Ucraina, ma anche l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Per due ragioni. In primo luogo perché le Nazioni Unite sono l’organizzazione la cui finalità istituzionale, come dice l’articolo 1 del suo statuto, è mantenere la pace e conseguire con mezzi pacifici la soluzione delle controversie internazionali. In secondo luogo perché nel Consiglio di sicurezza siedono, come membri permanenti, tutti dotati di armamenti nucleari, esattamente le potenze che hanno la forza e il potere per trattare la pace: la Russia, la Cina e i principali membri della Nato, cioè gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia. La trattativa si svolgerebbe così sotto gli occhi dell’intera umanità, all’interno di un’istituzione che ha per ragione sociale il conseguimento della pace. Sappiamo bene che l’Onu è sempre più debole, al punto che ne è stata dichiarata l’inutilità. Ma questa è una ragione di più perché ritrovi, di fronte a questa guerra, la sua funzione istituzionale e la sua ragion d’essere.

L’alternativa è l’escalation della guerra, con il rischio sempre maggiore della sua degenerazione in una guerra nucleare. Ma anche al di là di questa terrificante prospettiva, la continuazione di questa guerra, oltre a produrre altri massacri e devastazioni nella povera Ucraina, non potrà che far crescere e, per così dire, istituzionalizzare la logica bellica dell’amico/nemico. La decisione del nostro Parlamento di aumentare di oltre il 50% le spese militari, la terribile decisione tedesca di finanziare con 100 miliardi di euro il proprio riarmo, l’opzione di Biden per il rafforzamento militare della Nato anziché per il confronto diplomatico, il compiacimento generale per la compattezza dell’Occidente in armi raggiunta in questa logica di guerra, la crescita dell’odio verso il popolo russo e l’informazione urlata e settaria sono tutti segni e passi di una corsa folle verso la catastrofe. E’ il trionfo della demagogia e dell’irresponsabilità, il cui costo è pagato oggi dal popolo ucraino e domani, se la corsa non si fermerà, dall’intera umanità e in particolare dall’Europa.

Esiste insomma una responsabilità istituzionale dell’Onu e il dovere della comunità internazionale di fare tutto ciò che è possibile fare al fine di ottenere la pace. E ciò che l’Onu può fare, e perciò deve fare è non lasciare sola l’Ucraina al tavolo del negoziato, bensì offrire i suoi organi istituzionali, l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza, come i luoghi e i soggetti della trattativa, che ben potrebbero essere convocati in seduta pubblica e permanente fino a quando non riusciranno a porre termine alla guerra. Sarebbe un’iniziativa eccezionale, senza precedenti, dotata di un enorme valore politico e simbolico, che varrebbe a segnalare la gravità dei pericoli che incombono sull’umanità, a rilanciare il ruolo dell’Onu e a impegnare tutti gli Stati in una riflessione sul futuro del mondo e a prendere sul serio il principio della pace stabilito dallo Statuto dell’istituzione della quale sono membri.

3. Due visioni del futuro del mondo 

E’ precisamente il futuro del mondo nel dopo guerra che dovrebbe stare al centro del dibattito politico e di politiche estere responsabili. In caso di scampato pericolo nucleare, gli esiti possibili di questa guerra saranno infatti due, tra loro opposti: il riarmo o il disarmo, la corsa a maggiori armamenti, in attesa della prossima guerra e, di nuovo, del rischio nucleare, oppure un risveglio della ragione e la comune riflessione sul possibile ripetersi del pericolo atomico e perciò sulla necessità, nell’interesse di tutti, di un progressivo disarmo, fino alla denuclearizzazione dell’intero pianeta.

La prima ipotesi, purtroppo la più miope e la più probabile, si manifesta nell’aumento delle spese militari degli Stati occidentali e in una militarizzazione delle nostre democrazie: dal riarmo della Germania all’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil deciso dall’Italia e dagli altri Stati europei. «Pazzi», li ha chiamati papa Francesco, dichiarando di essersi per loro «vergognato». E’ l’ipotesi espressa dalla gara di insulti nei confronti di Putin nella quale si cimentano i leader occidentali, a cominciare dal presidente Biden – «macellaio», «criminale di guerra», «quest’uomo non può restare al potere!» –, che hanno il solo effetto di minare, o quanto meno di rendere più difficili i negoziati o peggio, essendo rivolti a un autocrate irresponsabile, di provocarlo e di indurlo ad allargare il conflitto fino a farlo precipitare in una terza guerra mondiale. Sono invettive che segnalano un intento inquietante: la volontà che la guerra prosegua per ottenere la sconfitta della Russia, o quanto meno la sua umiliazione nel pantano di una guerra fallita, per consolidare la subordinazione dell’Europa alla politica di potenza degli Stati Uniti ed anche, magari, per raccattare qualche voto alle elezioni americane di mid-term. Questa guerra diventa così l’occasione, per gli Stati Uniti e per l’apparato politico-mediatico schieratosi a suo sostegno, per un rilancio eticamente connotato dello scontro di civiltà tra democrazie e autocrazie, tra mondo libero e mondo incivile, onde ottenere la vittoria sul Male, anche a costo di mettere a rischio la sicurezza del mondo dal possibile olocausto nucleare.

La seconda ipotesi è quella pacifista, qui prospettata, dell’impegno della comunità internazionale a fermare immediatamente la guerra a qualunque, ragionevole costo: dall’assicurazione che l’Ucraina non entrerà nella Nato all’autonomia delle piccole regioni separatiste dell’Ucraina orientale, russofone e russofile, sulla base di un voto popolare nell’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione; in forza del quale, dice l’articolo 1 di entrambi i Patti internazionali sui diritti umani del 16 dicembre 1966, «tutti i popoli… decidono liberamente del loro statuto politico». Dal clima di pace generato dalla trattativa potrebbe uscire non soltanto la fine dell’aggressione all’Ucraina, ma anche una seria riflessione sul pericolo, mai così grave, del conflitto nucleare che sta correndo il genere umano. Potrebbe uscirne la consapevolezza comune della necessità di una rifondazione, mediante l’introduzione di idonee garanzie in tema di limitazioni della sovranità degli Stati, del patto di convivenza pacifica stipulato con la creazione dell’Onu. Il pericolo nucleare che stiamo correndo potrebbe inoltre indurre i paesi che ancora non l’hanno fatto ad aderire al Trattato sul disarmo nucleare del 7 luglio 2017, già sottoscritto da ben 122 paesi, cioè da più dei due terzi dei membri dell’Onu. Potrebbe, soprattutto, convincere gli Stati Uniti ad annullare il loro ritiro, deciso il 2 agosto 2019 dal presidente Trump, dal trattato del 1987 sul disarmo nucleare e indurre tutti gli Stati dotati di tali armamenti a riprendere questo graduale processo fino al totale disarmo. Oggi, nel mondo, ci sono 13.440 testate nucleari (erano 69.940 prima del trattato sul disarmo del 1987), in possesso di nove paesi: 6.375 in Russia, 5.800 negli Stati Uniti, 320 in Cina, 290 in Francia, 215 nel Regno Unito, 160 in Pakistan, 150 in India, 90 in Israele e 40 nella Corea del Nord. E’ stato calcolato che bastano 50 di queste bombe per distruggere l’umanità. Questo significa che con questi armamenti il genere umano può essere cancellato dalla faccia della Terra per ben 270 volte.

Alla discussione su queste due ipotesi non sta portando nessun contributo il dibattito pubblico, che sta svolgendosi in un clima avvelenato da contrapposizioni radicali. Non è un dibattito basato sul dialogo, sul confronto razionale e sul rispetto delle opinioni altrui, ma uno scontro fondato sull’opposizione amico/nemico, sul sospetto della malafede degli interlocutori e sulla loro squalificazione morale, o come putiniani o come guerrafondai. Del tutto assenti sono l’atteggiamento problematico, l’incertezza, il dubbio, l’interesse per le idee diverse dalle nostre, la consapevolezza della complessità e dell’ambivalenza delle questioni, che sempre dovrebbero informare la discussione pubblica.

Le questioni sulle quali il dibattito politico è stato più acceso e tra sordi sono due: quella dell’invio di armi all’Ucraina e quella dell’aumento della spesa militare fino al 2% del pil. Sono questioni diverse, che l’alternativa fra le due ipotesi sopra illustrate consente forse di affrontare con lungimiranza. La prima è un dilemma morale tra la solidarietà giustamente dovuta al popolo ucraino, i cui esponenti hanno più volte richiesto l’invio delle armi, e il prolungamento che ne seguirebbe del conflitto e delle stragi. Trattandosi di un autentico dilemma morale, non hanno senso le accuse che si scambiano i sostenitori delle due opzioni. Ci sono validi argomenti a sostegno di entrambe.

A mio parere il maggiore argomento contro l’invio delle armi consiste, oltre che nel rischio che esso possa essere inteso come cobelligeranza in un conflitto destinato a durare e a produrre altri massacri, nella sua decisione insieme a quella di un aumento delle spese militari. Questa seconda decisione è chiaramente a sostegno della logica della guerra, se non altro perché tale aumento è già avvenuto, ininterrottamente, da oltre venti anni. Rispetto al 2019 l’aumento, nel 2020, è stato del 2,6% a livello globale e ben del 7,5% in Italia. La spesa complessiva nel mondo è giunta quasi a 2000 miliardi di dollari l’anno, dei quali il 39% (776 miliardi, contro i 252 della Cina e i 62 della Russia) spesi dai soli Stati Uniti che hanno riempito il pianeta di ben 800 basi militari. A cosa serve, domandiamoci, accumulare ulteriori, inutili armamenti, se non ad alimentare il clima di guerra e ovviamente a soddisfare gli interessi del complesso militar-industriale? Entrambe le opzioni, l’invio di armi alla resistenza ucraina e l’aumento delle spese militari risultano perciò accomunate da un’opzione militarista: dall’idea suicida delle armi come unica soluzione strategica delle controversie internazionali, in letterale contrasto con l’articolo 1 della Carta dell’Onu, con l’articolo 11 della Costituzione italiana e, più in generale, con i principi della pace e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani nei diritti fondamentali. Un’uguaglianza, dobbiamo aggiungere, che continuiamo a sbandierare come un valore dell’Occidente aggredito e, insieme, a violare nei confronti dei quattro quinti dell’umanità.

4. Per una Costituzione della Terra

E’ su quest’ultimo punto che voglio soffermarmi. Non possiamo continuare a parlare decentemente di difesa della democrazia, dei principi di uguaglianza e dignità della persona e di universalismo dei diritti umani minacciati dalle autocrazie, fino a quando questi principi resteranno un privilegio dei nostri paesi – non più di un miliardo di persone su quasi otto miliardi di esseri umani – mentre per il resto del mondo non sono altro che vuota retorica. Non possiamo continuare a declamarli come i “valori dell’Occidente”, mentre quei principi, proclamati come universali da tutte le carte dei diritti, non sono garantiti a tutti gli esseri umani ma solo a una loro esigua minoranza. Giacché quei valori o sono universali, oppure non sono. Oggi le nostre democrazie sono in declino, sottoposte alla doppia minaccia dell’onnipotenza delle maggioranze politiche sradicate dalle loro basi sociali e dei poteri dei mercati globali. Ma, soprattutto, i diritti umani e i principi di uguaglianza e dignità delle persone, proclamati in tante carte costituzionali e internazionali, sono promesse non mantenute: attuate, oltre tutto malamente, in pochi paesi privilegiati e vistosamente e sistematicamente violate per il resto dell’umanità, anche a causa delle politiche di rapina, di sfruttamento e di esclusione praticate dal civile Occidente. La loro conclamata inviolabilità, come la loro indivisibilità e universalità altro non sono che parole, contraddette dalle loro violazioni sistematiche e dalla loro mancata attuazione, per mancanza di garanzie, in gran parte del mondo. In assenza di una sfera pubblica mondiale capace di garantirli, le disuguaglianze sono destinate a crescere, i poteri globali, sia politici che economici, non possono che svilupparsi in forme selvagge e distruttive, le violazioni massicce dei diritti umani non possono che dilagare e tutti i problemi globali non possono che aggravarsi.

C’è dunque una questione di fondo che questa guerra impone di affrontare. La guerra, e prima ancora la pandemia, hanno mostrato in tutta la loro drammaticità l’inadeguatezza delle istituzioni internazionali esistenti e soprattutto il pericolo rappresentato dal vuoto di garanzie nei confronti dei poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali. Le due tragedie – pandemia e guerra – sono per molti aspetti opposte. La pandemia, con i suoi 6 milioni di morti, ha mostrato l’interdipendenza e la comune fragilità dell’umanità, l’insensatezza dei confini e dei conflitti identitari e la disponibilità alla solidarietà delle pubbliche opinioni ed anche della politica. La guerra, con le sue migliaia di morti, le città devastate e più di 10 milioni di sfollati, sta generando, al contrario, odi tra popoli, logiche politiche dell’amico/nemico, lacerazioni tra nazionalità che non sarà facile rimarginare. Entrambe le tragedie sono tuttavia una drammatica conferma dell’insensatezza e della pericolosità dello stato attuale del mondo e segnalano la necessità e l’urgenza di una rifondazione dell’Onu basata su una Costituzione della Terra alla loro altezza. E’ questo il progetto del movimento “Costituente Terra” formatosi a Roma nell’assemblea del 21 febbraio 2020 e da me illustrato nel libro Per una Costituzione della Terra, pubblicato quest’anno da Feltrinelli.

Oltre alla guerra e alle pandemie, sono molte altre le sfide e i pericoli che minacciano il futuro dell’umanità e che solo un costituzionalismo globale può fronteggiare. Anzitutto l’emergenza ecologica, che la guerra sta aggravando e insieme rimuovendo dall’orizzonte della politica, ma che continua ad essere la minaccia forse più grave per il futuro dell’umanità. Per la prima volta nella storia il genere umano, a causa del riscaldamento climatico, rischia l’estinzione per la progressiva inabitabilità di parti crescenti del nostro pianeta. Da molti decenni la concentrazione nell’aria di anidride carbonica cresce in maniera progressiva: ogni anno, costantemente, viene immessa nell’atmosfera una quantità di CO2 maggiore di quella immessa l’anno precedente. E’ chiaro che fino a quando questo processo non sarà invertito, vorrà dire che stiamo andando verso la rovina.

C’è poi l’emergenza diritti. La globalizzazione, con il potere delle grandi imprese di dislocare le loro attività produttive nei paesi nei quali è possibile lo sfruttamento illimitato dei lavoratori, ha svalorizzato il lavoro a livello globale, cancellandone nei paesi avanzati le garanzie conquistate in un secolo di lotte e riducendo il lavoro, nei paesi poveri, a forme e a condizioni para-schiavistiche. A causa della miseria crescente, inoltre, muoiono ogni anno, nel mondo, otto milioni di persone per mancanza di alimentazione di base e altrettante per mancanza di cure mediche e di farmaci salva-vita, vittime del mercato, oltre che delle malattie, giacché i farmaci in grado di salvarli non sono disponibili nei loro paesi poveri, o perché brevettati e perciò troppo costosi, o perché non più prodotti per mancanza di domanda dato che riguardano malattie – infezioni respiratorie, tubercolosi, Aids, malaria – debellate e scomparse nei paesi ricchi. Di qui il dramma di decine di migliaia di migranti, ciascuno dei quali ha alle spalle una di queste tragedie. Di qui l’odio per l’Occidente, il discredito dei suoi valori politici, lo sviluppo della violenza, dei razzismi, dei fondamentalismi e dei terrorismi.

E’ chiaro che sfide globali di questa portata richiedono risposte globali: il progressivo disarmo, non soltanto nucleare, di tutti gli Stati e la messa al bando di tutte le armi come beni illeciti; il superamento degli eserciti nazionali auspicato più di due secoli fa da Kant e la realizzazione, a garanzia della pace e della sicurezza, del monopolio della forza in capo all’Onu e alle polizie locali; l’istituzione di un demanio planetario che sottragga i beni comuni e vitali – l’aria, l’acqua potabile, le grandi foreste e i grandi ghiacciai – alle appropriazioni private, alla mercificazione e alle devastazioni ad opera del mercato; l’introduzione di divieti, finalmente sanzionati, delle emissioni di gas serra e della produzione di rifiuti comunque velenosi; l’uguaglianza nei diritti e nella dignità di tutti gli esseri umani tramite la creazione di istituzioni globali di garanzia di tutti i diritti fondamentali, dai diritti di libertà ai diritti sociali alla salute, all’istruzione, all’alimentazione e alla sussistenza, come un servizio sanitario e un sistema scolastico mondiali con ospedali, farmaci, vaccini, scuole e università in tutto il mondo; l’unificazione del diritto del lavoro e la globalizzazione delle garanzie dei diritti dei lavoratori, in grado di assicurarne l’uguaglianza e la dignità contro l’odierno sfruttamento illimitato; l’istituzione di una Corte costituzionale sovrastatale, con il potere di invalidare tutte le fonti normative che violano diritti umani, e la trasformazione da volontaria in obbligatoria delle competenze della Corte di giustizia e della Corte penale internazionale; l’introduzione infine di un adeguato fisco globale progressivo in grado di finanziare le istituzioni globali di garanzia e di impedire le attuali concentrazioni illimitate della ricchezza.

Misure di questo genere, è evidente, possono essere imposte solo da una rifondazione della Carta dell’Onu ad opera di una Costituzione della Terra rigidamente sopraordinata alle fonti statali e ai mercati globali. Solo una Costituzione della Terra che introduca le funzioni e le istituzioni globali di garanzia dei diritti proclamati in tante carte e convenzioni può rendere credibili il principio di uguaglianza e l’universalismo dei diritti umani. Solo una Costituzione mondiale, che allarghi oltre gli Stati il paradigma del costituzionalismo rigido sperimentato nelle nostre democrazie può trasformare promesse ed impegni politici, come quelli presi in materia di ambiente dai G20 a Roma e poi a Glasgow, in limiti e in obblighi giuridici effettivamente vincolanti.

Non si tratta di un’utopia. Si tratta invece dell’unica risposta razionale e realistica allo stesso dilemma che fu affrontato quattro secoli fa da Thomas Hobbes: la generale insicurezza determinata dalla libertà selvaggia dei più forti, oppure il patto razionale di sopravvivenza e di convivenza pacifica basato sul divieto della guerra e sulla garanzia della vita. Con una differenza di fondo, che rende il dilemma odierno enormemente più drammatico: la società naturale dell’homo homini lupus ipotizzata da Hobbes è stata sostituita da una società di lupi non più naturali, ma artificiali – gli Stati e i mercati – dotati di una forza distruttiva incomparabilmente maggiore di qualunque armamento del passato. Diver­samente da tutti gli orrori del secolo scorso – perfino dalle guerre mondiali e dai totalitarismi – la ca­tastrofe ecologica e quella nucleare sono ir­reversibili: c’è infatti il pericolo, per la prima volta nella storia, che si acquisti la consapevolezza della necessità di cambiare strada quando sarà troppo tardi.

Neppure si tratta di un’invenzione, né di un mutamento dell’attuale paradigma costituzionale. Si tratta, al contrario, di un suo inveramento, cioè di un’attuazione del principio della pace e dell’universalismo dei diritti umani quali diritti di tutti già stabiliti nella Carta dell’Onu e in tante carte costituzionali e internazionali. La logica intrinseca del costituzionalismo, con i suoi principi di pace e di uguaglianza nei diritti umani, non è nazionale, ma universale. Gli Stati nazionali e le loro costituzioni sono d’altro canto impotenti di fronte alle sfide globali, le quali richiedono risposte e garanzie giuridiche a loro volta globali. E il patto di convivenza pacifica stipulato con la Carta dell’Onu e con le tante carte internazionali dei diritti è fallito per due ragioni: perché contraddetto dalla persistente sovranità degli Stati e dalle loro cittadinanze disuguali, e perché non sono state istituite le necessarie garanzie globali, senza le quali i diritti e i principi di giustizia pur solennemente proclamati si riducono a ingannevole ideologia.

A questa prospettiva viene contrapposta, in nome del realismo politico, l’idea del suo carattere utopistico e irrealizzabile. Io penso che dobbiamo distinguere due tipi opposti di realismo: il realismo volgare di chi naturalizza la realtà sociale e politica con la tesi “non ci sono alternative a quanto di fatto accade”, e il realismo razionalista, secondo il quale le alternative ci sono, dipende dalla politica adottarle e la vera utopia, l’ipotesi più irrealistica, è l’idea che la realtà possa rimanere a lungo come è: che potremo continuare a basare le nostre democrazie e i nostri spensierati tenori di vita sulla fame e la miseria del resto del mondo, sulla forza delle armi e sullo sviluppo ecologicamente insostenibile delle nostre economie. Tutto questo non può durare. E’ lo stesso preambolo alla Dichiarazione dei diritti del 1948 che stabilisce, realisticamente, un nesso di implicazione reciproca, quale solo una Costituzione della Terra e le sue istituzioni di garanzia possono assicurare, tra pace e diritti, tra sicurezza e uguaglianza e, dobbiamo aggiungere oggi, tra salvataggio della natura e salvataggio dell’umanità.

D’altro canto l’umanità forma già un unico popolo. Sessanta anni fa, ricordo, eravamo, sul pianeta, 2 miliardi di persone, ma quel che succedeva dall’altra parte del mondo non ci riguardava. Oggi la popolazione mondiale è arrivata a 8 miliardi, ma siamo tutti interconnessi, sottoposti al governo globale dell’economia ed esposti alle stesse emergenze e catastrofi planetarie. Siamo perciò un unico popolo, meticcio ed eterogeneo, ma unificato dagli stessi interessi alla sopravvivenza, alla salute, all’uguaglianza e alla pace, che solo la miopia dei poteri politici non è in grado di vedere e che anzi occulta con la difesa dei confini. La logica schmittiana dell’amico/nemico è una costruzione propagandistica a sostegno dei populismi e dei regimi autoritari che sta oggi contagiando, purtroppo, anche le nostre democrazie. Se i massimi governanti del pianeta, anziché impegnarsi sulla base di questa logica nelle loro miopi e miserabili politiche di potenza, fossero capaci di trarre lezioni dalla storia, questa terribile guerra in Ucraina sarebbe una fonte inesauribile di insegnamenti. Insegnerebbe – contro l’insensatezza delle guerre, delle armi, dei confini, dei nazionalismi e dei conflitti identitari – il valore razionale, nell’interesse di tutti, della pace universale e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani in dignità e diritti e la necessità delle garanzie necessarie ad assicurarle.

[ * ] Il presente contributo costituisce anticipazione del fascicolo di Questione Giustizia trimestrale, di prossima pubblicazione, dedicato ai temi della guerra e della pace.

Storia e valori della rivista Questione Giustizia
La giustizia è molto più della giurisdizione e della magistratura. In una società moderna non ci può essere giustizia senza un potere autonomo che concorre a ristabilire equilibri là dove i governanti non danno risposte giuste e là dove non sono rispettati i diritti e i doveri esistenti. Ma nessun potere può bastare a questo scopo in una società ingiusta e all’interno di un sistema istituzionale squilibrato.
Da questa consapevolezza sono nate Quale Giustizia negli anni ‘70 e Questione Giustizia nel 1982: in una società di privilegi le leggi possono diventare fattore di ingiustizia sostanziale e la Costituzione stessa può essere piegata a interessi di una minoranza potente in danno della parte restante e più debole del Paese.
Il contrasto al formalismo giuridico si è accompagnato nella storia delle due Riviste alla volontà di ricercare sempre con serietà un approccio ai problemi che sia scientifico, critico, politicamente consapevole. Di qui lo studio dedicato all’evoluzione delle istituzioni, alle istanze sociali e di promozione dei diritti, al travaglio di chi lotta per la tutela di questi e alla giurisprudenza più attenta ai valori costituzionali. Di qui la critica alle politiche, alle prassi e alle decisioni ritenute non conformi ai valori fondanti la Repubblica. Promossa da Magistratura democratica, Questione Giustizia non è mai stata strumento di un progetto maturato altrove, con la convinzione che le idee non hanno padroni e vivono in coloro che le fanno proprie, le praticano, le fanno crescere. Partendo dalla certezza che la Costituzione vive nella e attraverso la sua applicazione quotidiana, la Rivista ha cercato di fare delle prassi giudiziarie, della giurisprudenza e dei percorsi istituzionali l’oggetto privilegiato di analisi. Al non negare la politicità del lavoro del magistrato la Rivista ha affiancato analisi e riflessioni che possano aiutare i magistrati a gestirla consapevolmente e aiutare la cultura giuridica a confrontarsi con quella caratteristica senza approcci pregiudiziali e senza timori errati.
Questo la Rivista ha cercato di fare nei 33 anni della propria vita e continuerà a fare con le nuove forme editoriali e con gli strumenti che la tecnologia mette oggi a disposizione. A partire dal 2013, alla rivista trimestrale si affianca Questione giustizia online, rivista ad accesso libero e quotidianamente aggiornata.

benevolenza cosmica barca oceano via lattea

VITE DI CARTA /
Fabio Bacà: la benevolenza dell’universo

 

Ero rimasta al concetto di tyche, equivalente greca della fortuna dei Romani, nel suo volto ancipite di buona e di cattiva sorte, qualcosa di simile al caso, ma con la convinzione aggiuntiva che a determinare il corso degli eventi possiamo dare un contributo con la nostra forza di intrapresa dentro la vita. Machiavelli l’ha chiamata virtù e le ha assegnato il cinquanta per cento delle possibilità; personalmente credo che la percentuale sia fluttuante da persona a persona.

benevolenza cosmica fabio bacàOra però mi esce da un libro recente di Fabio Bacà, la sua opera prima dal titolo Benevolenza cosmica, la riflessione intrigante di Kurt O’Reilly, un ricco e giovane londinese la cui vita ha subito un deciso cambio di rotta.

Kurt si interroga sui “picchi statisticamente anomali di buona sorte” da cui si sente colpito, visto che da circa tre mesi a questa parte nulla gli va storto. Mi intrigano  le “tagliole semantiche” in cui cade, mentre cerca di capire cosa gli sta succedendo, mentre chiama in causa  parole come karma, come destino, o ancora cerca ragguagli nella statistica, nella quale è particolarmente esperto.

La narrazione in prima persona immette il lettore dentro la testa del protagonista e con questa inquadratura in soggettiva il libro procede in un viaggio strampalato fatto di incontri con terapeuti, amici e consulenti a vario titolo, a cui egli chiede aiuto.

Si dimentica perfino degli appuntamenti di lavoro, o li affronta distrattamente. Perde i contatti con la sua efficientissima segretaria, pensa poco alla moglie da cui vive separato pur occupando un piano della stessa casa.

Nella sua solitudine cerca le categorie idonee a rapportarsi con l’universo, proprio ora che la benevolenza cosmica lo ha abbracciato. Chi potrà rispondergli? Due interlocutori in particolare: una elegante psicologa dal nome fortemente simbolico, Lucia, che ha molto viaggiato, lavorando come modella e molto si è occupata di arte e letteratura. E il “vecchio professore di filosofia” che lo riceve nella propria casa.

La risposta di Lucia contiene un altro caso umano come il suo: “Parecchi anni fa, in un villaggio dell’India, ho conosciuto un uomo che mi disse di avere il suo stesso problema: da mesi la fortuna lo favoriva in maniera vergognosa. E non solo non riusciva a goderne, proprio come lei, ma si sentiva terribilmente in colpa.

Un senso di colpa che non era rivolto a un generico prossimo… bensì a un preciso individuo…legato karmicamente a lui in virtù di chissà quali precedenti incarnazioni. Qualcuno che doveva trovare a ogni costo, prima che gli opposti eccessi fossero fatali a entrambi”.

Kurt ottiene una traccia su cui camminare, dentro di sé e fuori nelle strade di Londra. Si mette alla ricerca del suo “antagonista spirituale”, colui o colei che è rimasto colpito da eventi negativi in modo speculare alle sue fortune. Per sanare la propria disperazione. Per ristabilire un equilibrio tra buona e cattiva sorte dentro le esistenze di entrambi.

Kurt dice di credere di più nel destino, “in quanto evoca un caos imperscrutabile da cui erompono accidentali premi o punizioni, esiti a cui la condotta degli esseri viventi non sarebbe direttamente collegata”.

Eppure le acque in cui nuota si intorbidano ora che inizia la ricerca dell’altro a cui lo lega un karma opposto. Il karma nel libro è definito come “la somma dei comportamenti di un essere umano e dei crediti (o debiti) spirituali che ne derivano, contabilizzati con scrupolo certosino da una presunta assise di divinità”. “Una specie di portfolio”, ho scritto in margine a queste righe. Un bel cambiamento nella bussola valoriale di Kurt.

Ora anche lui suppone che ci possano essere degli “ombrosi demiurghi, da qualche parte lassù”?

Ma c’è dell’altro. Mi intriga una riflessione che fa davanti al suo professore di filosofia, ci ritrovo l’epicentro del sisma speculativo che attraversa il libro. Il professor Lack lo ha ascoltato e ora riflette con lui sui doveri che comporta l’essere adulto, sulle responsabilità che conseguono alla fortuna che gli è capitata: la più grande sarebbe fare del bene al prossimo.

Mi pare funzionale alla storia questa idea della condivisione del bene che sgrava il protagonista dal peso troppo oneroso della benevolenza universale. Ma soprattutto mi colpiscono le parole che egli sceglie per spiegare al suo interlocutore quanto sia disumana la sua sfacciata fortuna: “Non voglio vivere una vita in cui mi sia proibito di accedere alle sensazioni limbiche di timore, angoscia, senso d’ignoto, vuoto, viltà, invidia, disprezzo, rancore e attrazione per il lato sbagliato delle cose…

E io non voglio essere qualcosa di diverso da un uomo. Non voglio svegliarmi ogni mattina con un sorriso idiota in faccia al pensiero di tutte le cose belle che accadranno, avendo la certezza che accadano. Non voglio la certezza, intendo: la speranza è già sufficiente”.

Qui sta il punto centrale della idea di umanità che conosco e qui avviene l’incontro con un altro libro, un libro che ognuno di noi conosce per avere al centro l’eroe per eccellenza della cultura occidentale, Ulisse.

Quando Calipso tenta di farlo restare con lei sull’isola di Ogigia a vivere la vita beata degli immortali, Ulisse sceglie di rimettersi in mare e di restare un mortale. Dal libro V dell’Odissea escono le parole suadenti della ninfa, che paventa per il suo amato le difficoltà del viaggio “sul mare scuro come vino” e lo vorrebbe accanto a custodire per sempre la dimora in cui si è fermato da sette lunghi anni.

Nel risponderle che sceglie di ritornare a Itaca a ritrovare la propria moglie e la casa, Ulisse rifiuta l’ultima seduzione della ninfa, rifiuta il nascondiglio nebbioso di Ogigia per affrontare il rischio della vita dei mortali. Per riappropriarsi del suo destino eroico di guerriero, di sposo, di padre, di re.

Anche per un personaggio contemporaneo come è Kurt, diseroicizzato e in conflitto con i paradossi del quotidiano, è il ritorno a casa la chiave risolutiva dei propri conflitti. Un ritorno alle persone che abitano la sua casa, con la sorpresa di avere dato inizio a un nuovo futuro.

Non dico altro, ma le mie parole lasciano intendere che Benevolenza cosmica ha un finale più che lieto. Questo non toglie spessore al viaggio che Kurt ha compiuto fuori e dentro se stesso per configurare la propria vita secondo una formula nuova.

Se Ulisse, molte pagine scritte prima di lui, ha dato inizio al prototipo dell’uomo moderno che sfugge alla determinazione divina, acquisisce consapevolezza di sé e trova margini di autodeterminazione  e di scelta, Kurt è sottoposto al potere disgregante della complessità e approda con la propria ricerca e col sacrificio di sé al ritrovamento di un equilibrio e del senso.

A stabilire un patto nuovo: una vita normale, “in balia delle mattane della statistica, del karma o del destino come chiunque altro”, ma non per sé. Per l’antagonista spirituale a cui scopre di avere dato vita, a cui riserva tutto l’amore di cui è capace.

Nel testo faccio riferimento a due testi:

  • Fabio Bacà, Benevolenza cosmica, Adelphi, 2019
  • Omero, Odissea – libro V, in Libri da leggere, Einaudi scuola, 2012, a cura di Eva Cantarella e con la traduzione dal testo greco di G.A.Privitera

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di carta, clicca [Qui]

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Radio Alice riempie Bologna di Bella Ciao

25 aprile 1976: Bella Ciao di Radio Alice

fm 100.6 Mhz. La frequenza utilizzata da Radio Alice dal 9 Febbraio 1976 fino alla chiusura da parte della polizia del 12 marzo 1977.
Erano anni di fervore giovanile e di lotta studentesca. Residui dei movimenti giovanili ed operai del sessantotto sfociarono in quel ’77 in un nuovo movimento politico giovanile. Il movimento che contestava società e politica, partiti e sindacati, che metteva in discussione la stessa tipologia delle organizzazioni studentesche ebbe tra gli scenari favoriti Bologna, detta la ‘Rossa’.
Proprio a Bologna, città famosa per l’Università e l’attivismo politico, un gruppo di amici in maggioranza studenti del DAMS e vicini all’area di Autonomia Operaia fecero nascere Radio Alice.
A metà di via del Pratello, utilizzando un trasmettitore militare appartenente a un vecchio carro armato americano della seconda guerra mondiale, il 9 febbraio 1976 per la prima volta andò in onda la radio libera di Bologna.

Radio Alice si distinse tra le tante radio libere. Non era solamente una radio politica. All’interno del suo palinsesto radiofonico infatti, si alternavano letture di poesie, discussioni filosofiche, stralci di libri, dichiarazioni d’amore, commenti ai fatti del giorno, ricette, comunicazioni sindacali. I ragazzi la ascoltavano per strada e in casa, quella frequenza che non smetteva mai di trasmettere. La radio era sempre sintonizzata anche durante le manifestazioni e gli scontri, in quella città presidiata dai militari la voce dei giovani passava sulla frequenza 100.6 MHz.
Come  l’Alice del film Disney insegue il  Bianconiglio nella sua tana e finisce in un mondo illusorio fatto di viaggi, paradossi e nonsense, così la radio bolognese scopre che la realtà non ha una sola faccia, ma esiste un mondo diverso.
Nel portare avanti il proprio messaggio di rottura Radio Alice fece delle rivoluzioni anche in campo radiofonico, prima di tutte mandare in onda le chiamate:

«Abbiamo occupato la presidenza e vi parliamo con il telefono del preside, sentite come
urla… Voleva impedirci lo scrutinio aperto e incularci nel quadrimestre»

«Siamo operaie in sciopero di due ore, vogliamo che ci trasmettiate della musica e vogliamo
parlarvi delle 35 ore, che è ora che se ne parli nei contratti»

«Sporchi comunisti ve la faremo pagare cara questa radio, sappiamo chi siete» [e subito
dopo, altra telefonata] «Siamo del comitato antifascista dell’Ospedale Rizzoli, non
preoccupatevi e chiamateci se succede qualcosa, siamo qui giorno e notte»

Chiunque poteva chiamare e dire la propria opinione o lanciare il proprio messaggio, e anzi, più volte
durante le trasmissioni gli speaker invitavano a farlo. Oggi questa pratica non sembra niente di particolare, chiunque in radio invita gli ascoltatori a chiamare. Allora però non era così. Questa grande rivoluzione interpretava a pieno il senso della radio racchiuso in poche parole nello slogan:  «dare voce a chi non ha voce». Durante i momenti di cronaca cittadina il telefono il punto di riferimento per i “cronisti di strada”, i giovani che erano scesi in piazza e spiegavano in diretta cosa stava succedendo.

Come ogni anno in questo stesso giorno, il 25 aprile 1976, a Bologna come in tante città italiane si scese in piazza e manifestare in memoria della liberazione dal nazifascismo.
Il fervore e la rabbia erano dominanti però nei giovani. La rottura e il contrasto generazionale muoveva quei ragazzi, studenti e non. Cresciuti con le storie della resistenza partigiana si sentivano traditi e non rappresentati. Aspiravano a una nuova liberazione da quella gabbia sociale, credevano in un mondo solidale ed egualitario.
Quel 25 aprile migliaia di radio si sintonizzarono sul 100.6MHz. C’era chi aveva portato la propria radio per strada, in piazza, chi aveva aperto le finestre dell’appartamento e aveva puntato le casse verso i tetti rossi, erano persino dentro le università. Erano migliaia le radio sintonizzate e tutte a pieno volume. Così, quando Radio Alice fece partire Bella Ciao, in tutta Bologna riecheggiò quel canto popolare divenuto ormai simbolo della Resistenza. A far risuonare le parole di quel canto erano proprio loro, gli studenti e i giovani lavoratori che ogni giorno scendevano in piazza aspirando a un futuro migliore.

Purtroppo quella radio innovativa e libera ebbe una vita molto più breve di quanto si meritasse.
L’11 Marzo del ’77 nuovi scontri tra militanti e forze dell’ordine vanno in scena in diverse parti della città. Dopo numerose azioni da una parte e dall’altra verso le ore 13 il culmine: un colpo di pistola sparato dal Carabiniere Tramontani uccise Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua.
Il giorno seguente ai violenti scontri successivi all’assassinio le forze dell’ordine entrarono dentro Radio Alice, arrestarono tutti i presenti, e soffocarono quella voce di speranza che la radio rappresentava.

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

La metamorfosi dei Wilco,
vent’anni fa

Faccio un po’ fatica a fidarmi di quella storiella secondo cui diamo il meglio di noi in mezzo alle avversità. A ben guardare, gli ingredienti sono gli stessi di altri luoghi comuni o slogan motivazionali: bias cognitivo, retorica dal sapore confortante e un piccolo fondo di verità, il quale andrebbe soppesato e contestualizzato con molta cautela.

Tuttavia, uno degli album indie-rock a me più cari, nonché uno dei più apprezzati e influenti degli anni ‘10, è il frutto di innumerevoli avversità: dal licenziamento di due membri della band alla vicenda legale che ne allungò i tempi di uscita, passando per le emicranie del leader Jeff Tweedy. La band in questione sono i Wilco, l’album è invece il chiacchieratissimo Yankee Hotel Foxtrot, pubblicato esattamente vent’anni fa.

Le difficoltà del quintetto di Chicago sono ben visibili in un documentario diretto dal regista e fotografo Sam Jones [Qui], il cui l’utilizzo del bianco e nero aggiunge drammaticità all’estenuante battaglia legale con la casa discografica Reprise e al conseguente slittamento della data di uscita del disco. Tra l’altro, l’ex giornalista di Billboard Chris Morris ha definito quel documentario “uno dei migliori film sull’inevitabile scontro fra arte e mercato”.

Sta di fatto che Yankee Hotel Foxtrot è un album stralunato e difficilmente inquadrabile. Sin dai primi secondi di I Am Trying To Break Your Heart, l’intento di Jeff Tweedy è piuttosto chiaro: il già atipico country-folk dei Wilco viene destrutturato e spogliato di qualsiasi cliché, e ciò che ne resta si fonde a più riprese con il prog-rock, il gospel e un po’ di musica ambient.
Tra interferenze dissonanti e voci soffuse, il senso di smarrimento è dietro l’angolo, specialmente al primo ascolto: lo stesso smarrimento che devono aver provato i Wilco nel realizzare, e poi pubblicare, quei benedetti 52 minuti di musica.

Quindi, l’esperienza dei Wilco conferma che c’è bisogno di un ostacolo, di un antagonista o di un dramma per eccellere? Può darsi, ma non facciamoci prendere la mano. Nel caso di Yankee Hotel Foxtrot è andata più o meno così; d’altronde, in War On War è lo stesso Jeff Tweedy a ripetere, quasi come se fosse un mantra, le seguenti parole.

“You have to lose
You have to learn how to die
If you want to be alive”

PER CERTI VERSI
La dittatura, la liberazione e noi

LA DITTATURA, LA LIBERAZIONE E NOI

Mio babbo
Mi ha raccontato
Ancora
Del Fascismo
Mi fa vedere
Il suo atlante
Di geografia
Razzista
Povera Africa
Spartita
I bianchi…
Poi la guerra
L’ultima cartolina
Dello zio
Dalla Yugo
Lo zio in Russia
Morto assiderato
Poi le bombe
Il rifugio
Pippo
Un solo coniglio
Se no fame
Ma era un coniglio?
Il partigiano
Licurgo Fava
Trascinato
Per Medicina
Torturato
Fucilato
Davanti alla Chiesa
Medaglia d’oro
Grazie Licurgo
A te e a tutti
Quelli e quelle
Come te
Come voi…
Poi
La Liberazione
Suo nonno esce
Dal rifugio
I cecchini fascisti
Lo freddano
L’ultima vigliaccata…
Lo portano al cimitero
Con una carriola

Chi parla di dittatura
Oggi
L’ha solo letta
Non sa cosa sia
Me compreso
Abbia cura
Di certe parole
Premura
Ricordi
Che cosa è stato

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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Sventurata è la Terra che ha bisogno di eroi (altrui)

 

Dopo la tredicesima stazione della Via Crucis con la croce portata insieme, nel silenzio, da Irina e Albina, due infermiere amiche, una ucraina, una russa (quale fosse ucraina e quale russa non aveva e non ha la minima importanza); dopo questa spoglia e muta rappresentazione di cosa è il calvario dei nostri giorni, un ossimoro pensando all’impossibilità, resa possibile da Papa Bergoglio, di celebrare la Passione in modo muto e spoglio dentro una cornice urlante e gladiatoria (il Colosseo), dentro una Chiesa magniloquente e corrotta; dopo questo, non sarebbe decoroso scrivere di guerra.

Dopo questo, tutto il chiacchiericcio inane sulla guerra combattuta dai divani suonerebbe irritante, oltraggioso; blasfemo, aggettivo che fatico a pronunciare a causa della mia difficoltà nel riconoscere la religione, ma che per Papa Francesco mi lascio sfuggire dalle labbra senza pudore. Anche perché lui ha fatto un gesto spudorato: un gesto di pace, e la pace non esiste, esiste solo una tregua, come scriveva Primo Levi. Eppure, allo stesso tempo, in questi giorni è impossibile sfuggire alla terribile fascinazione della guerra, così come lo era sfuggire alla temibile fascinazione della pandemia. La cifra comune di queste due onnivore narrazioni è sicuramente la paura. Ormai la narrazione del mondo è un romanzo distopico scritto a più mani, alcune sapienti, altre penose.

Ho paura per la sofferenza del mondo, che nella mia mente non è un concetto astratto, ma molto concreto: il posto in cui vivo io e vivranno i miei discendenti. Ho paura che la situazione bellica sfugga di mano, che per errore o disperazione omicida si inneschi una situazione che comprometta il futuro delle prossime generazioni. Ho paura che l’incertezza di questo tempo si trasformi nella certezza di sofferenze e di sacrifici. Ho paura di lasciare un luogo peggiore di quello in cui sono nato, un luogo devastato, saccheggiato, avvelenato. Una natura ostile, resa tossica e vendicativa dalle nostre scelleratezze.

Un miracolo della creazione trasformato in un pessimo posto in cui vivere, talmente rovinato da non sapere più dove scappare. Ho paura dell’avverarsi della profezia di Albert Einstein, che la quarta guerra mondiale l’avremmo combattuta con le clave. All’ombra di questi fantasmi si nasconde la orribile sensazione di avere fallito come individuo che pretenderebbe di avere una coscienza sociale, oltre al livido sospetto di stare fallendo come specie umana.

Un’ altra grande paura è quella di essere chiamato ad eseguire degli ordini manifestamente criminosi. Non li eseguirei mai, di questo sono sicuro. Sarei però terrorizzato (e lo sono già) dal clima nel quale sarebbe piombato il mio spicchio di mondo per istigarmi a questo, e avrei certamente timore delle conseguenze della mia renitenza. Penso molto in questi giorni agli uomini ucraini e russi che nel loro paese sono accusati di tradimento perché si rifiutano di combattere, perché scappano o disertano. Mi riconosco nei loro sentimenti e nelle loro scelte. Questi uomini non hanno più paura di morire di quanta ne abbiano di uccidere. Ogni essere umano non accecato dal fanatismo dovrebbe seriamente fermarsi a riflettere su questa scelta.

Quando sento parlare di “eroica resistenza degli ucraini” da parte di qualche scribacchino o politico nostrano che pensa di essere in un gioco di ruolo, penso che Brecht avesse ragione: sventurata è la terra che ha bisogno di eroi. Quando poi ha bisogno di importarli, gli eroi, la tragedia si screzia con le sfumature della farsa.

Quando sento dire “sono loro che ce lo chiedono“, mi viene in mente una citazione dal fulminante “Estensione del dominio della lotta” di Michel Houellebecq: “su un muro della stazione Sèvres-Babylone ho visto uno strano graffito: Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie, c’era scritto. Mi sono chiesto chi potesse essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di Dio“.

Ecco, io mi chiedo chi possa essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di ogni ucraino. Combattere con le armi non è obbligatorio. Uccidere in guerra non è obbligatorio. Certo, può essere disposto da uno stato di legge marziale, ma la paura delle conseguenze non ci toglie il libero arbitrio.

Pensate se ogni chiamato in guerra in nome della Patria, sia dalla parte dell’aggressore sia dalla parte dell’aggredito, si rifiutasse di farla. Pensate se non ci fossero dita disposte a premere un grilletto, a spingere un bottone, a pilotare un aereo che deve sganciare una bomba sulla popolazione. Purtroppo la responsabilità di una tirannide, di una dittatura sanguinaria, di un’aggressione bellica non è solo del tiranno, ma di tutti coloro che eseguono i suoi ordini. E in nome di cosa? Di una nuova religione: la Nazione, la Patria. Proprio la religione laica in nome della quale Putin manda i suoi giovani a uccidere e morire in un paese fratello.

Ancora una volta: la mia nazione e la mia patria non sono un’astrazione. Sono le mie radici, i miei affetti, i miei legami, i miei interessi e le mie passioni. Io non muoio per loro, io vivo per loro. Se qualcuno li vuole spazzare via con la violenza, la mia opzione sarà sempre di portarli al sicuro da qualche parte, dove possano rimanere vitali o rinascere, magari in altre condizioni. Non sarà mai di mettermi a sparare, che significa ammazzare gente abbastanza “colpevole” da meritare la morte per mano mia, ammesso che io fossi mai capace di infliggerla.

In questa allucinata contabilità dei morti di guerra, sia i sostenitori dell’eroismo altrui sia i cosiddetti (con spregio) pacifisti tendono a ragionare per grandi numeri: io invece mi domando come si faccia a parlare, dalla poltrona di casa, di mille persone morte in più o in meno, quando ogni persona morta è la distruzione di una storia, di una memoria, di una famiglia, di una madre, di un padre, di un fratello, di un amico, di un amante, di un futuro.
Che cos’è la Patria se non questo? Che cos’è una Nazione se non questo insieme di storie irripetibili, uniche, preziose, fragili? E come facciamo a non comprendere che chi ammazza per un’ idea di nazione sta ammazzando tutto ciò di cui è fatta una nazione?

Non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. La Resistenza è un fenomeno storicamente determinato, legato alle vicende dell’invasione nazifascista dell’Italia. “Ora e sempre resistenza” è un motto che mi provoca irritazione. La resistenza, in termini psicologici, è un atteggiamento deleterio. Non è resistendo alle cose che ci accadono che usciamo da un problema, ma assumendole come un dato di realtà, e riposizionandoci rispetto ad esse. Riposizionarsi può essere su un’altura, come hanno fatto i partigiani, o in un altro paese, come fanno gli esuli. Se l’altura non è raggiungibile, meglio la fuga che farsi ammazzare.
Avreste preferito che Luis Sepulveda morisse in carcere? Il suo popolo e l’umanità sarebbero stati meglio con lui morto cinquant’anni fa? Io no. Quindi non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. Andate a combattere, o tacete.

Infine. Non venitemi a dire che “per negoziare bisogna essere in due”. Se c’è una cosa che conosco, in tutte queste di cui ho parlato  – le altre non le conosco: le immagino o le percepisco, come tutti voi – è la trattativa. E’ diventato il mio mestiere. In un negoziato c’è sempre una parte più forte e una più debole. Se bastasse questo, non ci sarebbe mai alcuna trattativa. Una trattativa si fa concedendo qualcosa anche al bastardo (perché è un bastardo, solo che noi lo sapevamo, altri ci hanno fatto un sacco di affari) che se l’è presa con la forza.
Nel caso specifico potrebbe essere uno status di neutralità del paese, una autonomia amministrativa e linguistica di alcuni territori. Per caso qualcuno ha ricevuto un mandato dalla Nato o dal presidente ucraino per negoziare su queste basi? Se lo conoscete, presentatemelo. Diciamo piuttosto che per trattare bisogna che ci sia almeno uno che lo vuole realmente fare.

Io continuerò a fare un tifo sconfortato per Papa Bergoglio, purtroppo l’unico soggetto politico con la lucidità e l’autorità morale per orientare le sorti di questa guerra – no, forse solo per mostrarla nella sua nuda follia. Infatti improvvisamente sembra che il Vaticano non sia nemmeno più all’interno del territorio italiano, e lui sembra parlarci da una distanza lontanissima, altissima, siderale. Ed è solo.

albicocco fiori neve primavera

PRESTO DI MATTINA
Don Primo Mazzolari, nel 63° anniversario della sua morte

La Pasqua, nostra ostinazione

Il 10 aprile è stato il 63° anniversario della morte di don Primo Mazzolari [Qui]: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti» (Paolo VI).

Così sono andato a rileggere un articolo del mio parroco, don Piero Tollini, su don Primo, suo parroco di elezione, ed ho pure riletto la lettera, in realtà poche righe, che gli scrisse quando fu ordinato sacerdote.

Eccole: «Egregio don Mazzolari, sabato nella Cattedrale di Ferrara sarà ordinato un sacerdote di 32 anni, venuto su ed entrato nel sacerdozio colle idee e col cuore di “Adesso”. Solo a lei, dopo che a Gesù, devo la volontà di vivere l’impegno sacerdotale come una pura testimonianza, sulla “via crucis del Povero”, della passione attiva – perciò redentiva – di X.to. Le sono stato vicino nell’amore per la povera gente dal giorno che sul treno di Suzzara ho sentito alcuni poveri di Bozzolo parlare del Parroco… Ho letto “Adesso” con cuore largo perché mi sembrava si puntasse all’essenziale nella applicazione del X.mo; poi dal suo silenzio ho imparato come si serve e si ama la Chiesa».

La risposta di don Primo non fu meno incisiva: «una prima Messa, la tua, mi restituisce la freschezza di un giorno tanto lontano ma sempre presente. C’è una perennità di offerta e di cuore nel nostro incontro, preparato segretamente da Colui, che ha avuto pietà di me e di te, consacrandoci al servizio dei poveri nella sua Chiesa. Non c’è nulla di amabile in questa divina realtà che congiunge il momento del Figlio di Dio e del Figlio dell’Uomo: eppure, questo soltanto è l’Amore come noi lo possiamo toccare. In questi giorni la fedeltà al Povero mi è sembrata più costosa dell’ordinario: stamane, però, l’abbraccio su tutte le resistenze, che mi hanno spaccato il cuore, è tornato sereno e larghissimo» [Qui]

Nel suo articolo don Piero racconta di come nacque la vocazione di don Mazzolari: «Sulla porta della “cascina” nonno e nipote guardano oltre il fossato, sullo stradello polveroso, il funerale che si snoda con inconsueta frettolosità; nessuno sembra pregare, il prete, pure lui frettoloso dietro la croce che il chierichetto porta come fosse l’asta di una bandiera, biascica i salmi in un inaccessibile soliloquio.

Nonno, perché vanno così in fretta? Perché c’è un solo prete e non canta? L’altro giorno erano tanti preti e cantavano e procedevano adagio, adagio. Quello, risponde il nonno, era il funerale della Contessa; oggi portano al camposanto il nonno di Tonino, il Boaro della Ca’ Rossa. Il piccolo Mazzolari è contrariato: “se la Contessa e il Boaro sono tutti e due nelle mani di Dio perché debbono avere un così diverso trattamento? “Io, nonno, quando sarò ‘arciprete’, andrò adagio anche al funerale dei bovari e farò venire anche tutti i curati e canteremo fi no al cimitero”.

Questa “cascina”, questa terra, questa … gente, queste situazioni, sono la matrice dell’inconsueto impegno pastorale di don Primo Mazzolari, il parroco più conosciuto in Lombardia, da molti contestato, da alcuni perfino ritenuto inopportuno, ma che Giovanni XXIII indicò come la voce dello Spirito Santo della Pianura Padana». (Voce di Ferrara, 5 (1979), 3)

 

L’ostinazione mite del Risorto

«Ogni cosa che muore – scrive don Primo – come ogni cosa che incomincia a vivere nella morte, è un aspetto della Pasqua. Le donne, sull’albeggiare quando nessun Discepolo vi pensa, s’avviano con gli aromi verso il sepolcro per “imbalsamare Gesù”, omaggio pietoso verso un perduto amore, ultima testimonianza di una fede che la morte aveva cambiato in ricordo.

A nessuna delle tre, mentre camminano verso il sepolcro, canta in cuore, sia pure celato, l’alleluja della grande speranza: nessuna osa guardare di là della tomba. La pietra non era per essere l’ostacolo alla vita, ma l’impedimento per l’ultima devozione alla morte. Nessuna voce Lo chiama dal di qua: nessun grido lo invocava: neanche la Maddalena, che pur non avrebbe dovuto dimenticare le certezze affermate dal Maestro sulla tomba di Lazzaro.

Tutti avevano bisogno di vita, e nessuno s’appellava al Vivente: tutti avevano bisogno ch’Egli fosse e nessuno osava credervi. La morte era più sigillata nei cuori che nel sepolcro di Lui. L’Alleluja è nato spontaneamente dall’infinita bontà del Signore, che, invece di guardare alla nostra mancata attesa, pose il suo sguardo pietoso sul nostro bisogno di vita, come sulla croce, “per amare fino alla fine” aveva guardato “coloro per i quali moriva, non quelli che lo facevano morire”» (La Pasqua, Vicenza, 1964, 51).

Per don Primo “la Pasqua è per tutti”, è un “impegno preso”, poiché “è la Pasqua la vita dell’uomo” e “nessuno e niente la può fermare”. Per questo è soprattutto invito a cambiare se stessi.

L’attualità del suo pensiero sta nel fatto che in esso urge l’invito a una nuova testimonianza. Vi si percepisce ancora vibrante la sua vita credente e sacerdotale, il vangelo del Regno reso al vivo nella sua persona, per dirla con Paolo. È sempre di nuovo, anche oggi, una questione di testimonianza: occorre far vivere la fede, prima di proclamarla, “Poiché la fede è vita – e quale vita! – una testimonianza convincente non può esserci data che dalla vita”.

Nella visita di papa Francesco a Bozzolo nel giugno del 2017 egli riprende tre immagini: Il fiume, La cascina e La pianura:

«Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito.

Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con sé stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso…

La cascina. Al tempo di don Primo, era una “famiglia di famiglie”, che vivevano insieme in queste fertili campagne, anche soffrendo miserie e ingiustizie, in attesa di un cambiamento, che è poi sfociato nell’esodo verso le città.

La cascina, la casa, ci dicono l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari: “Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. […] Per fare molto, bisogna amare molto”.

Così diceva il vostro parroco. La parrocchia è il luogo dove ogni uomo si sente atteso, un “focolare che non conosce assenze”.

Don Mazzolari è stato un parroco convinto che «i destini del mondo si maturano in periferia», e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura.

Il terzo scenario è quello della vostra grande pianura. Chi ha accolto il Discorso della montagna non teme di inoltrarsi, come viandante e testimone, nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini. Gesù prepara a questo i suoi discepoli, conducendoli tra la folla, in mezzo ai poveri, rivelando che la vetta si raggiunge nella pianura, dove si incarna la misericordia di Dio (cfr. Omelia per il Concistoro, 19 novembre 2016).

Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente».

 

“La pace nostra ostinazione”

Tra le parole tipicamente mazzolariane (poveri, lontani, umiltà, obbedienza, impegno, coscienza, carità, laici, vocazione) troviamo quella della pace. Egli così scriveva sul quindicinale Adesso negli anni Cinquanta: «Per la Pace, più che parteggiare, direi che bisogna “agonizzare”, poiché essa è un bene uno e indivisibile come la Carità. E se uno la vuole per sé, deve domandarla per tutti: per gli stessi che non la vogliono, anche per coloro che ne sono indegni». La pace nostra ostinazione era questo il titolo di una rubrica della stessa rivista, quasi un proclama e un programma.

Nel suo libro Tu non uccidere (Vicenza 1985, 25) si legge: «Il cristiano è un “uomo di pace“, non un “uomo in pace“: fare la pace è la sua vocazione. Ogni vocazione è un seme. Il seme può cadere lungo la strada, tra le spine, in luogo sassoso o in buon terreno. C’è in ognuno di noi, indipendentemente dalla nostra fruttuosità, una pace seminale, la quale può aprirsi un varco attraverso qualsiasi resistenza. E allora, anche se i miei piedi non si muovono verso la pace, sono uomo di pace: anche se pecco contro la pace, fino a quando non rifiuto il Vangelo di pace, la pace è in agonia dentro di me».

Credere alla pace è lo stesso che credere al Vangelo, sperare nella pace è lo stesso che sperare nella Pasqua, vivendo in se stessi la novità di vita del Risorto, comunicarne i suoi segni nella forma della testimonianza.

È questa la condizione per aprire la strada e per arrivare alla pace: «Noi cristiani abbiamo fretta di vedere i segni della Pasqua del Signore, e quasi gli muoviamo rimprovero di ogni indugio, che fa parte del mistero della Redenzione.

I non-cristiani hanno fretta di vedere i segni della nostra Pasqua, che aiutano a capire i segni della Pasqua del Signore. “Un sepolcro imbiancato, che di fuori appare lucente, ma dentro è pieno di marciume”, non è un “sepolcro glorioso”.

“Chi mette insieme pesanti fardelli per caricarli sulle spalle degli altri, senza smuoverli nemmeno con un dito”, è fuori della Pasqua.

“Chi fa le sue opere per richiamare l’attenzione della gente”, invitando stampa e televisione, non vede la Pasqua.

“Chi chiude il Regno dei Cieli in faccia agli uomini” per mancanza di misericordia, non sente la Pasqua.

“Chi giura per l’oro del Tempio e non per il Tempio” non ha ancora buttato via le “trenta monete d’argento”.

“Chi paga le piccole decime e trascura la giustizia, la misericordia e la fedeltà”, rinnega la Pasqua.

“Chi lava il piatto dall’esterno, mentre dentro è pieno di rapina e di intemperanza”, non fa posto alla Pasqua.

Oggi è Pasqua, anche se noi non siamo anime pasquali: il sepolcro si spalanca ugualmente, e l’alleluia della vita esulta perfino nell’aria e nei campi; ma chi sulle strade dell’Uomo, questa mattina, sa camminargli accanto e, lungo il cammino, risollevargli il cuore?

Una cristianità che s’incanta dietro memorie e che ripete, senza spasimo, gesti e parole divine, e a cui l’alleluia è soltanto un rito e non la trasfigurante irradiazione della fede e della gioia nella vita che vince il male e la morte, dell’uomo, come può comunicare “i segni della Pasqua?”». (La Pasqua, 64-65)

Mi è parsa pure una ostinazione santa anche quella di Bertolt Brecht [Qui], comunicata attraverso i versi di una sua poesia. Nel gesto sacramentale di prendersi cura di un raggelato albicocco il mattino di Pasqua, una pietà originata dal sentire del figlio; parole testimoni di una piccola pietà, il gesto di una piccola risurrezione ma ostinata e audace, l’inizio sorgivo per far argine ad un’altra ostinazione: quella insensata ed empia di chi vuole la guerra.

Così in quel gesto di pietà è da riconoscere il sacramento pasquale: «Il nostro sacramento pasquale scrive, don Mazzolari, è ancora una volta un atto di pietà, come se il Signore avesse bisogno di piccole pietà: i morti vogliono la pietà, il vivente vuole l’audacia. «Non vi spaventate. Gesù è risorto, non è qui», (ivi, 52).

La piccola pietà: la Pasqua dell’albicocco

Oggi, mattina di Pasqua,
un’improvvisa tempesta di neve è passata sull’isola.
Tra le siepi già verdi c’era la neve. Mio figlio
mi ha portato verso un piccolo albicocco lungo il muro di casa
strappandomi a un verso in cui puntavo il dito contro coloro
che stanno preparando una guerra che
può cancellare il continente, quest’isola, il mio popolo,
la mia famiglia e me stesso. In silenzio
abbiamo messo una tela di sacco
sopra l’albero che raggelava.

(Bertolt Brecht, Primavera 1938, Raccolta Steffin, cit. in M Petazzioni, La poesia degli alberi, Luca Sossella ed. Trento 2021, 132).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Giornata della Terra
Piccole storie di educ-amore ambientale

I libri per bambini mi piacciono da sempre. Ora che sono grande ancora di più. Se sono illustrati poi la tentazione è irresistibile… la mia libreria ormai ha uno spazio tutto suo, dedicato a racconti e ad albi illustrati colorati.

Sono tantissimi i volumetti che insegnano ai bimbi a scoprire a Natura, nella sua bellezza e nel suo mistero, nei suoi profumi e colori. Nel suo pieno rispetto. Amandola fin da piccini, prendendosene cura, capendola. Eccone alcuni. I primi dieci di una serie, direi.

Lorenzo Clerici, Tutino e l’albero, Minibombo, 2014Tutino è un piccolo esploratore che ama divertirsi all’aria aperta, giocando con un albero, tra rami e foglie, ma non esce mai di casa senza indossare una buffa tuta da animaletto. Ogni giorno si traveste in maniera diversa. Il costume da lupo è quello che ci vuole per arrampicarsi su un albero e giocare tra le foglie… per giocare tra i rami ci vogliono però alcune accortezze: fare attenzione a non spezzarli, non saltare troppo in alto e non arrampicarsi mai sui pini. Per travestirsi poi bisogna cercare in casa quanto serve! Non basta che attrezzarsi e provare ad essere l’animaletto prescelto.

John Yeoman, Quentin Blake, Il picnic acquatico dell’orso, Camelozampa, 2013

Libro apparso per la prima volta in Gran Bretagna nel 1969, un piccolo capolavoro. Qui l’orso ha organizzato, per il suo compleanno, un picnic sul lago per i suoi amici più cari, maiale, riccio, gallina e scoiattolo. La zattera porterà tutti a destinazione. Splende il sole, tutto procede a meraviglia, ma il “cra cra” rumoroso delle rane, che arriva da dietro le ninfee, li infastidisce. Anche le rane vorrebbero partecipare al picnic, ma l’orso e i suoi amici non gradiscono il fracasso e si allontanano verso un posto più tranquillo. Sfortuna vuole però che la loro zattera resti incagliata… E solo le rane li potrebbero aiutare! Le nuova amiche.

Marta Bassotti, Il mio piccolo orto biologico, 2016, Kite Edizioni

Insegnare ai bambini come realizzare un orto biologico: bastano un pezzetto di terra in un giardino, un po’ di pazienza e alcuni gesti essenziali. Questa piccola guida aiuta a fare i primi passi da giardiniere, dalla preparazione del compost alla semina passando per la disposizione nel giardino delle sementi. Si può imparare ad osservare un elemento molto importante per la buona crescita delle piante: la luna! E al momento giusto, pazienza e le attenzioni saranno ricompensate dalla gioia di sgranocchiare piccole e deliziose verdure!

Peter Carnavas, L’ultimo albero in città, Valentina Edizioni, 2011

Il piccolo Edoardo ci insegna la ricetta per salvare la Terra e colorare le città: piantare alberi! Edoardo gira per i quartieri della città in sella al suo triciclo, portando in giro il suo spicchio di verde personale e seminando la speranza di un mondo più bello e pulito. Poi la natura è contagiosa: se sei alla fermata dell’autobus e ti viene incontro un albero su tre ruote, non puoi fare a meno di sorridere e trasformarti in un guerrilla gardener. Allora tutti cominceranno a piantare alberi ovunque… Mentre i Grandi discutono, i Piccoli salvano il mondo.

Eliza Saroma-Stepniewska, Piccola guida per Ecoschiappe, Sinnos, 2015

Se avete problemi con la differenziata, lasciate aperto il rubinetto mentre vi lavate i denti, preferita la vasca alla doccia, vi spostate sempre in auto e accendete molte luci, allora siete delle Ecoschiappe. Questo libriccino simpatico stigmatizza i nostri ecopeccati, ma ci assolve con una fragorosa risata. Non si diventerò magari degli eco-eroi, ma il divertimento è assicurato, nello sfogliare, con i bimbi, questo eco-galateo della vita moderna.

Franca Cicirelli, Camilla e il mondo dei giardini, La Meridiana, 2010

A casa di Camilla nascono 2 pulcini, Budino e Uovosbattuto che, appena nato, ruba la rosa posata sui capelli di Camilla e fugge via. Ma dove? Il pulcino impazzisce per gli odori e i colori di piante e fiori e quindi vola di giardino in giardino. Passa dal romantico allo zen, al reale e al mediterraneo. Si scoprono allora le caratteristiche dei diversi giardini, in una sorta di una caccia al tesoro che coinvolge tutti i sensi. Un racconto per sviluppare un sentimento di responsabilità e amore verso la natura.

Maria Romana Teramo e Laura Proietti, Nonno Albero, Glifo edizioni, 2017

Nonno albero è scritto dalla palermitana Maria Romana Tetamo, classe 1983, e illustrato da Laura Proietti, classe 1994, anch’essa palermitana, diplomatasi alla Scuola del Fumetto di Palermo. Per entrambe si tratta del primo libro, esperimento ben riuscito.

Eccoci allora di fronte al piccolo Paride, che ha sempre abitato in città, in viaggio alla scoperta di un mondo nuovo, la prima volta che va in campagna a trovare la nonna. È talmente felice che la mattina si sveglia presto per correre a esplorare quel grande giardino che la nonna cura con amore e dedizione. La difficoltà ad alzarsi dal letto che solitamente contraddistingue i bambini qui non ha alcuno spazio.

In questo luogo tranquillo ci si accorge subito che i colori del cielo sono più luminosi di quelli della città e che anche l’aria ha un odore diverso. La natura è piena di colori e odori, piante, alberi e animali. C’è una vasca con grandi pesci abitata dalle galleggianti ninfee, si vedono le api e le formiche che in fila trotterellano verso il bordo del giardino, un grande albero che abbraccia Paride con i suoi forti rami e che conosce il suo nome.

Paride si ritrova presto immerso nell’orto della nonna, un luogo magico mai visto prima.  Qui impara che le carote non hanno la forma di un dischetto arancione, che sono fonte di vitamina A, che le patate non sono bastoncini fritti, e che gli alberi… gli alberi non parlano! Almeno in un giardino normale… ma quello della nonna riserva tante sorprese.

Spinto da una grande curiosità, Paride percorre un lungo sentiero fino a un’incredibile scoperta che gli farà amare per sempre la campagna. C’è un grande signor albero alla fine, chi mai sarà? Di chi incarnerà lo spirito che protegge casa e giardino?

Un pizzico di magia che vi invito a scoprire, un finale tenero, ingrediente essenziale per incuriosire e svelare gli intimi segreti della vita. Con grande delicatezza.

Marianne Dubuc, Le case gli animali, Orecchio acerbo, 2015

Vi è sempre piaciuto aspettare la posta, perché scrivere una lettera è regalare tempo? Siete mai stati invitati a casa da un coccodrillo? Avete mai visto quella di uno scoiattolo? Seguendo Topo Postino (il Facteur Souris originale) che consegna i suoi pacchi potrete visitare le buffe dimore di tanti animali! La storia segue il giro quotidiano di consegne del nostro topino postino che alle 9 in punto, il lunedì mattina, prende il suo piccolo carretto della posta e incomincia il suo lavoro. Il lunedì in questione si preannuncia molto impegnativo: il carretto è stracolmo di pacchetti, cestini, buste… La strada grigia che solca il prato lo guida alla sua prima tappa, fino al “signor Orso che aspetta una lettera della zia Paulette”, ai coniglietti, al signor Serpente, alla signora Talpa e al signor Verme.

Marianne Dubuc disegna i singoli fili d’erba e tratteggia le nervature degli alberi, un’artista che nasconde di tutto dietro ai cespugli e sotto ai letti e che ha una spiccata vocazione decorativa, che ama minuziosamente le tendine e le giostrine che si appendono sopra le culle, che usa righe, pallini e quadretti dappertutto, ma anche cuori e cappucci di lana…

Ci sono mille dettagli da scoprire in queste case tutte diverse e molto, molto personali. E alla fine del giro, l’ultimo pacchetto… per chi mai sarà?

Marc Martin, Una foresta, Salani editore, 2017

Marc Martin è un illustratore e graphic designer australiano e lavora con acquerelli, evidenziatori, trame tessili scannerizzate e computer grafica. Trae ispirazione da ciò che lo circonda: la natura, gli animali e la città in cui vive. La foresta è il suo primo libro illustrato e inizia con “c’era una volta una foresta”: il racconto di una foresta che viene distrutta dagli uomini avidi per fare posto a una città tentacolare e afosa. La mancanza di alberi renderà l’aria irrespirabile e pesante e finirà per distruggere la città con una tempesta. Al posto della città crescerà … una nuova foresta.

Un racconto commovente e senza tempo, una storia di rigenerazione e rinascita, di quelle belle e che servono davvero tanto.

Anna Walker, Florette, Clarion books, 2018 (in inglese)

Quando la famiglia di Mae trasloca in una nuova e accogliente casa, la piccola desidera portare con sé il proprio giardino. Le mancherebbero troppo gli alberi di melo fioriti, l’arrampicarsi su di essi, l’andare a caccia di farfalle nell’erba folta e verde. Ma non c’è spazio o una stanza per un giardino in città. Oppure c’è? La storia di Mae illustrata dall’australiana Anna Walker con acquerelli più degni di un grande artista – ispirata a una foresta scoperta da Anna da una finestra parigina durante una vacanza con la famiglia – è una pura celebrazione dell’amicizia, dell’adattamento ai cambiamenti e della magia del mondo naturale. Provare (leggere) per credere.

Giornata della Terra:
Intervista a Gaia

Gaia: “si uccisero da soli, io non feci null’altro che spargere il vento, non fu colpa mia”

Intervistatore: “eppure parevano esseri intelligenti”

Gaia: “no, non era così. Si fidavano dei loro padroni, applaudivano e tifavano senza pensiero. Le loro menti ragionavano in un circuito binario, non capirono mai che era il sistema che li stava uccidendo. Democrazie e dittature correvano insieme verso l’autodistruzione.”

Intervistatore: “e lei, non fece nulla per evitare il disastro”

Gaia: “guardi che io ho miliardi di anni, quei piccoli esseri senza testa, mi camminano in capo da pochi secondi, confronto alla mia vita. Sono sempre stati loro a dipendere da me, non viceversa. Loro appena usciti dalla caverne hanno iniziato a sfruttarmi, poi a succhiare ogni mio frutto, poi a inquinare, e volevano sempre di più. Si uccidevano fra loro, per fare grandi alcuni. Più si sviluppavano e più cercavano divinità altre da me. Pensi che ai loro albori ero la loro madre e il loro padre assieme. Poi hanno pensato di non aver e più bisogno di me.”

Intervistatore: “ma ci furono tra quegli esseri elementi di spicco?”

Gaia: “si ogni tanto ne nasceva uno, ma spesso veniva deriso, o criticato e spesso ucciso. Non ebbero mai la capacità di vivere senza un padrone, senza confini, senza frontiere. Ingrassavano l’animale più crudele e col petto in fuori andavano a prendere i fendenti per lui. Esseri incredibilmente stupidi, invece di unirsi tra loro, morivano per i loro capi.”

Intervistatore: “ma poi come finì?”

Gaia: “come era naturale che finisse. Producevano, consumavano, combattevano, si uccidevano, mi uccidevano. Quando tutto fu in mano a pochi, non ne ebbero ancora abbastanza. Bombe, guerre, fumi, inquinamento. Fino a che uno o più, di loro, spinsero un bottone. Perché volevano avere, avere, avere. E io non feci altro che far soffiare il vento. Le nubi portarono i loro veleni ovunque. Io attivai le stagioni, le maree, la siccità e poi gli uragani, il caldo torrido, il freddo glaciale. Quello che ho sempre fatto nei mie milioni di anni di vita. Questa volta non servì neppure un aiuto dall’esterno. Nessun meteorite mise fine a quello strazio. Ci pensarono da soli. Piccoli esseri stupidi.”

Intervistatore: “e ora che succede?”

Gaia: “io vivo bene, assieme ai miei insetti, qualche animale robusto, qualche pesce. E pensi che ne esistono ancora di quegli esseri, vivono nudi o vestiti di stracci nelle caverne, sono deformi, pochi e senza ricordo. Vivono nella loro immensa stupidità. E forse un giorno si evolveranno di nuovo, per poi ritornare ad essere le bestie stupide che sono sempre state. Produci, consuma e muori. Questo è il loro circolo vitale, adorano feticci, baciano i piedi ai potenti. No, speriamo che questa volta non si evolvano di nuovo.”

Intervistatore: “Grazie signora.”

Gaia: “di nulla caro. Io sono sempre qua. Loro no.”

Oltre la porta chiusa
…un racconto

Oltre la porta chiusa
Un racconto di Carlo Tassi

Attraente mostruosità il desiderio e la paura di sapere.
Oltre la porta chiusa, una luce sconosciuta o soltanto il buio.
Il buio che ci segue, che ci accompagna, che ci aspetta. Eternamente presente eppure inaccessibile.
Del resto cos’è mai la luce se non una piacevole menzogna?
Una bugia data in pasto agli occhi, interpreti speranzosi di messaggi illusori… i colori.
Vibrazioni elettromagnetiche. Particelle invisibili. Energia in eterna ebollizione.
Sotto la pelle, dentro i nostri sogni, negli spazi infinitamente piccoli e negli sconfinati spazi aperti.

Non c’è mai stata ragione di vedere l’incomprensibile quando lo si può immaginare.
Forse l’unico rifugio è la follia… la sola, vera arma della mente.

Ho varcato la porta.
Sono ore che cammino nel buio. Davanti a me il fascio della torcia rivela un percorso ad ostacoli tra ammassi di rottami e rifiuti maleodoranti. È necessario avanzare con cautela. Il silenzio è rotto dall’eco dei miei passi e da un costante rumore di gocce che cadono un po’ dappertutto.
È bastato un attimo di distrazione e quasi cado inciampando contro qualcosa. Punto la torcia in basso e vedo un mucchio di stracci sudici: è un uomo!
È rannicchiato lungo la parete del tunnel, con le spalle e la testa coperte da un cartone, e pare stia dormendo. L’urto del mio piede lo sveglia e con uno scatto si leva a sedere appoggiando la schiena al muro.
È a questo punto che la luce della mia torcia gli illumina il volto, o meglio, quel poco che ne rimane…
Lo vedo e non posso far altro che distogliere subito lo sguardo. È orribile!
Un indicibile terrore comincia a impossessarsi di tutti i miei sensi. Avevo già provato qualcosa di simile in passato, ma stavolta è più intenso, straziante. Per poter restare lucido devo attingere agli ultimi barlumi di ragione che ancora conservo, solo così posso impedirmi di fuggire in preda alla pazzia.
Il volto, dal mento in su, è ridotto ad uno squarcio dal quale si distinguono chiaramente rimasugli di cervello, brandelli di pelle e ossa frantumate. Occhi, naso e bocca sono spariti. Sul mento vedo, in un groviglio sfilacciato di carne e nervi sanguinolenti, la lingua e, attorno ad essa, i pochi denti rimasti della mandibola.
Ai lati di questo scempio restano un paio d’orecchi penzolanti e qualche ciuffo di capelli intriso di sangue raggrumato a testimoniare che un tempo questa era stata la faccia di un uomo.
Quest’uomo che non riesco a guardare s’inginocchia e m’afferra un braccio con entrambe le mani, come per implorare. D’istinto tento di liberarmi. Poi sento un suono angosciante provenire dalla sua gola e vedo chiaramente la lingua vibrare in quell’assurda cornice di carne straziata. Questo poveretto senza più la faccia cerca di parlarmi e, nel farlo, posso avvertirne lo sforzo indicibile e doloroso.
Ma la visione grottesca del suo volto maciullato, se pure orribile, è nulla paragonata al suono gorgogliante e metallico delle corde vocali immerse nel sangue.
Eppure, il terrore che mi ha sconvolto fin da subito si trasforma in pietà. E di fronte a tanto dolore mi pervade un senso di vuoto assoluto, disumano, che mi fa sentire impotente, del tutto inadeguato, incapace di reagire.

Avevo fatto il mio primo incontro, oltre la porta chiusa.

Adagio in Sol minore (Remo Giazotto, 1958)

Per leggere tutti gli articoli, i racconti e le vignette di Carlo Tassi su questo quotidiano clicca sul suo nome.
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Leonard_Cohen

Poesie-canzoni contro la guerra

 

Le canzoni attraversano le nostre vite. Tutte. Che siano poesie cantate o musiche che accompagnano qualche bel verso, resta argomento di conversazione, tema irrisolto, ma forse irrilevante. Molto spesso le ascoltiamo senza prestare troppa attenzione al testo che sta abbracciato alla musica. Le usiamo come sottofondo alle attività più disparate, le canticchiamo sotto la doccia, le associamo a momenti particolari delle nostre vite, ritrovandoci come tanti Marcel ad inzuppare emozioni al semplice dispiegarsi di qualche nota o verso.

Chiunque sappia strimpellare una chitarra ha sicuramente provato a comporre una canzone, così come quasi tutti – le eccezioni esistono in ogni ambito – hanno prima o poi affidato a qualche verso “poetico” il bisogno di esprimere sensazioni, riflessioni, impressioni.

“ poi se la gente sa
E la gente lo sa che sai suonare
Suonare ti tocca
Per tutta la vita
E ti piace lasciarti ascoltare”.

Versi indimenticabili del Suonatore Jones, alias De Andrè, da cui vorrei partire per parlare di canzoni. Un pretesto per affrontare, con leggerezza, ma anche la necessaria profondità, tutto ciò che ci accade attorno, che forse diventerà storia, ma che sicuramente è la vita che ci scorre accanto e che ci propone in continuazione argomenti su cui riflettere, meditare, discutere.

Partire da una canzone per arrivare chissà dove, anche a me stesso. Prendetelo come programma di una rubrica aperiodica e anarchica. Almeno questa è l’intenzione. Se non sarò all’altezza, certamente non sarà colpa delle canzoni.

Per iniziare ho pensato a Leonard Cohen, prima poeta e poi cantante-autore. C’è la difficoltà della lingua: le traduzioni sono sempre qualcos’altro. Ma possiamo provare ad avvicinarci, con l’umiltà dei dilettanti e la passione degli amanti.

Il brano che ho scelto per parlare di guerra, è “Anthem”, che possiamo tradurre con “Inno”.

La parola però è imparentata con antiphon (antifona) e questo la riporta al suo alveo originale di composizione musicale vocale usata per accompagnare testi di natura religiosa. Aggiungiamo che l’album The Future a cui appartiene, è l’ultimo pubblicato dal nostro nel 1992, prima di un lungo ed importante ritiro dalla scena musicale.
Cohen infatti di lì a poco salì in montagna per ritirarsi in un monastero buddista, nei pressi di Los Angeles. Come raccontò “Roshi, il suo maestro zen, l’aveva cambiato: «Cucinavo per lui, ero il suo attendente. Lui non parla bene inglese, la conversazione era elementare, nessuna grande idea, nessun concetto complesso. Gli portavo la cena, lui diceva: “Questo ristorante buono”. Sono suo amico da trent’anni, nel 1993 pensai che fosse il momento di passare un po’ di tempo con lui. Sono andato nel suo monastero…” (Piero Negri,  da La Stampa del 12 novembre 2016).
Per inciso, quando ritornò alla musica e allo show-business, nei primi anni duemila, scoprì che la sua agente e per un certo periodo anche compagna, mentre lui se ne stava a meditare, lo aveva messo quasi sul lastrico, sottraendogli indebitamente parecchi soldi.

Parlare di guerra è imbarazzante, lontano dal fronte e dalla sua carneficina. Ho a suo tempo fatto obiezione di coscienza, ma l’ho fatta forse come tanti, senza dover veramente mettere alla prova la forza e la profondità della mia decisione. Ricordo che quando, poco più che diciottenne, presentai la domanda e fui chiamato in caserma per il colloquio di rito con i carabinieri che dovevano presentare la loro relazione ‘conoscitiva’ sulla mia persona e quindi sull’attendibilità della mia richiesta, ero parecchio teso. Sicuramente si trattava del primo caso per l’Arma nel mio paese, Comacchio.  In sala di attesa, ad aumentare la mia ansia per quel colloquio, mi ritrovai con un signore, probabilmente un habituè della caserma, che si lamentava perché era stato convocato per l’ennesimo controllo.

In testa mi frullavano i consigli che gli amici e alla Loc di Bologna mi avevano dato in quei mesi. “Se ti chiedono come ti comporteresti di fronte a malviventi che stanno malmenando un tuo familiare, devi rispondere che ci parleresti, ma mai useresti armi per difenderli!”.
Non ero molto convinto di quella risposta, un po’ stereotipata, ma, mi era stato detto “non puoi metterti a discutere con i Carabinieri. Alla fine conta solo quello che dici e non puoi contraddirti!”.  Il colloquio fu però molto meno pregante e il carabiniere con cui parlai si limitò a chiedermi conferma delle cose scritte nella domanda di obiezione, ripetendomi che era fatica sprecata, sicuramente mi sbagliavo, non esisteva una legge come quella da me invocata: “Vedrai che farai il militare! Non c’è niente di male.”, mi disse bonariamente.

Ho ripensato anche a queste cose davanti alla tragedia della guerra in Ucraina. Così come alla tremenda confusione che mi aveva accompagnato quasi vent’anni dopo, davanti alla carneficina nella ex-Jugoslavia. Ho ripensato alle parole di Alex Langer in occasione dei bombardamenti della Nato e mi sono ricordato di quando poco prima della sua decisione di togliersi la vita, l’ho intervistato, alla Sala Estense, ai margini di un incontro pubblico su questi temi. Alex era visibilmente stanco e provato dal suo incessante viaggiare da una parte all’altra dell’Europa, instancabile tessitore di ponti tra le persone.
Forse abbiamo dimenticato il suo attualissimo j’accuse del 1995: “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”, quando si recò a Cannes a manifestare davanti ai Capi di stato e di governo, per la Bosnia Herzegovina. “Basta con la neutralità tra aggrediti ed aggressori, apriamo le porte dell’Unione europea alla Bosnia, bisogna arrivare ad un punto di svolta!”.

La storia ovviamente non si ripete. In questo caso l’Europa non sembra neutrale, ma forse lo è stata prima, quando con l’annessione della Crimea nel 2014, la guerra tra Ucraina e Russia, anche se per interposta persona, è iniziata.
Anche in questo caso le parole di Alex sembrano profetiche:
“Penso che nella convivenza tra diversi noi sia molto importante che ognuno di questi noi non si senta in pericolo, cioè non si senta minacciato. Quando ci si sente minacciati è vicina la tentazione della violenza… Quindi credo che oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione interculturale o interetnica” (dall’intervento al Convegno giovanile di Assisi, Natale 1994).

Purtroppo la violenza è scoppiata ed ora è tremendamente difficile porvi rimedio.  Ma forse, come scrive Leonard Cohen “c’è uno spiraglio in ogni cosa” e dobbiamo assolutamente trovarla.

ANTHEM

The birds they sang                        Gli uccelli cantavano
at the break of day                          all’alba
Start again                                       ricominciamo
I heard them say                              li ho sentiti dire
Don’t dwell on what                        non soffermiamoci su ciò che
has passed away                              è passato
or what is yet to be.                         o che deve ancora essere.

Ah the wars they will                      Ah le guerre saranno
be fought again                                combattute ancora
The holy dove                                 la santa colomba
She will be caught again                 verrà ancora catturata
bought and sold                               comprata e venduta
and bought again                             e comprata di nuovo
the dove is never free.                     la colomba non sarà mai libera

Ring the bells that still can ring       Suonano le campane che ancora possono suonare
Forget your perfect offering            dimentica la tua offerta perfetta
There is a crack in everything         c’è uno spiraglio in ogni cosa
That’s how the light gets in.             ecco da dove la luce arriva

We asked for signs                           Chiediamo segni
the signs were sent:                           segni sono stati mandati:
the birth betrayed                              la nascita tradita
the marriage spent                             il matrimonio consumato
Yeah the widowhood                        sì la vedovanza
of every government                     di ogni governo
signs for all to see.                            segni che possiamo vedere tutti

I can’t run no more                            Non posso correre di più
with that lawless crowd                     con quella folla senza legge
while the killers in high places          mentre gli assassini nelle alte sfere
say their prayers out loud.                 recitano le loro preghiere a voce alta
But they’ve summoned, they’ve summoned up          ma hanno evocato, hanno convocato
a thundercloud                                                            una nube tempestosa
and they’re going to hear from me.                             e stanno per sentirmi

Ring the bells that still can ring …

You can add up the parts                 Potete sommare tutte le parti
but you won’t have the sum             ma non arriverete ad avere la somma
You can strike up the march,          potete iniziare a marciare
there is no drum                               non c’è nessun tamburo
Every heart, every heart                   ogni cuore, ogni cuore
to love will come                             arriverà all’amore
but like a refugee.                            ma come un esule

Ring the bells that still can ring…

(La traduzione è del sottoscritto, sostanzialmente un dilettante)

Cover: Leonard Cohen in concerto – foto Wikimedia Commons