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LE ULTIME, TREMENDE PAROLE DI FRANCESCO.
Se anche il Papa dimentica il sacramento dell’Amore

 

Il Papa è tornato a parlare e lo ha fatto in una conferenza stampa nel viaggio di ritorno dalla Slovacchia. Ha toccato questioni delicate e complesse, con parole che mi sono giunte come pugni nello stomaco. Sentire dire che “l’aborto è un omicidio con l’aiuto di un sicario” a me, che sono madre di 4 figli, è sembrato un obbrobrio.

Per me la vita è sacra ma è altrettanto sacro il diritto all’autodeterminazione. Nel libro di Teresa ForcadesSiamo tutti diversi (edizioni Castelvecchi) che ho curato con Cristina Guarnieri, lei spiega che nel magistero la chiesa considera  il diritto alla vita un diritto fondamentale ma considera tale anche il diritto all’autodeterminazione.

Ora. nella questione complessa dell’aborto i due diritti confliggono: la domanda che sorge allora è:” chi può risolvere tale conflitto? “Per il magistero della chiesa  il diritto alla vita ha sempre la precedenza.
Per me la risposta è semplice, nessuno al di fuori del corpo/ spirito che porta in serbo quella vita, può risolvere tale conflitto.

Perché dico questo? Perché la vita umana non può essere usata in modo strumentale. La legge non sta sopra di noi ma sta davanti a noi e c’è uno spazio di libertà (anche se oggi parlare di libertà mi sembra quasi ridicolo) che si chiama coscienza/autodeterminazione, nel quale nessuno può entrare se non con il permesso.
Non riconoscere alle donne questo spazio è privarle della loro umanità.

Da millenni l’uomo maschio controlla i corpi delle donne in modo ossessivo, il controllo riproduttivo è poi il caposaldo su cui si radica il patriarcato. I figli sono del padre, a loro si dà il cognome del padre, il padre è l’autorità.
Forse oggi I padri sono meno ‘padri’ nell’immaginario collettivo, il loro ruolo si è modificato dagli anni 60′ in poi, ma il dio Padre, lo Stato Padre, il Santo Padre, i padri della scienza, continuano a dettare leggi prive di anima, negando un patto sociale che è alla base delle comunità.

Le donne di questa comunità sono parte, come tutti del resto, ma se a loro continua a venire negato il diritto all’autodeterminazione è forse possibile parlare di  comunità?
La mia amica Monaca (che non è a favore dell’aborto ma di una sua depenalizzazione, posizione che condivido) aveva risolto il caso con il magistero, ponendogli una domanda: come mai la chiesa nel caso di un padre il cui figlio abbia bisogno di un trapianto di un rene, se lo ha compatibile, non viene obbligato in alcun modo a donarlo?
Inoltrò la sua domanda al Vaticano, aggiungendo anche che la donazione di un rene ha un grado di mortalità e di complicanze ben minore di una gravidanza e di un parto. La sua domanda rimase senza risposta.

Con la stessa logica del controllo dei corpi delle donne sono, poi, le parole che Papa Francesco riserva al secco no al matrimonio di gay e lesbiche, ma a un compassionevole si ( sic) alle unioni civili. Il matrimonio è un sacramento che riguarda solo una donna e un uomo, a suo dire, perché nella teologia della complementarità il matrimonio è strettamente legato alla riproduzione. Ma non è forse vero che la chiesa non ha mai negato il matrimonio a una donna attempata che certo ha perso la sua prerogativa di riprodursi? O lo negherebbe a una donna priva di utero? O a un uomo infertile?

La teologia della complementarità, o la visione laica binaria, negano alla base l’unicità di ogni singolo essere umano, senza distinzione di sesso, perché l’ uno diventa la metà dell’altro.
Ma nella struttura sociale, e nell’immaginario che regge questa prospettiva, le donne si trovano sul gradino più in basso.

La cosa curiosa è che il sacramento del matrimonio è la manifestazione dell’amore di Dio e, l’amore di Dio lo troviamo nella trinità, e questo amore non ha nulla a che vedere con la complementarità.
Dunque, in questo caso, lo stesso Papa sembra non riuscire ad entrare in quella prospettiva trinitaria che è alla base della nostra fede cristiana.

Sempre la mia amica Teresa Forcades a questo proposito scrive: “Ecco perché sono a favore del matrimonio omosessuale. Non ritengo sufficiente che la Chiesa diventi tollerante nei confronti  degli omossessuali, né che semplicemente smetta di discriminarli o colpevolizzarli, sono a favore del sacramento dell’amore fra due persone, sia etero sia omosessuali, a patto che  fra loro vi sia un amore autentico […] il problema del matrimonio  non è se sia  etero o omosessuale, ma la qualità dell’amore che lo anima.”.

Nel 2015, in un articolo pubblicato sul blog 27ora dal titolo Il femminismo ci libererà dalla violenza sui deboli [Vedi qui], affrontavo la questione della assunzione di responsabilità alla pari delle donne nello spazio pubblico e  quanto questo mettesse in crisi gli immaginari di riferimento e le fondamenta della società patriarcale.

Scrivevo: “La venerazione per la Ragione pura che, dall’Illuminismo in poi è stato il motore del progresso in campo scientifico ma anche in quello politico sociale e culturale fino alla creazione degli Stati di diritto ai quali si deve l’abbattimento graduale di diseguaglianze e discriminazioni allora impensabili, oggi sembra in crisi e non risponde più alle esigenze di una democrazia sempre più avanzata. La ragion pura ha gradualmente spogliato l’immagine paterna, a cui l’idea di Stato è legata, della forza empatica e umana di cui era anche portatrice, trasformando la sua autorevolezza in autoritarismo, ha svuotato la parola del suo autentico senso incarnato riducendola a codice astratto privo della conoscenza esperienziale che passa per un corpo sessuato.”.

Mai come oggi queste parole mi sembrano vere!
Sembra che lo stesso Santo Padre abbia perso il senso della parola incarnata.

RUSPE E DIRITTI UMANI:
come far passare un violento sgombero come “buona pratica”

Noi di Ferraraitalia eravamo presenti allo sgombero violento del Campo Nomadi di via delle Bonifiche, abbiamo visto il Vicesindaco Lodi troneggiare su una ruspa ad uso foto-ricordo, abbiamo sentito le dichiarazioni deliranti dei nuovi padroni di Ferrara e della fedelissima claque leghista. 

Oggi, anche noi rimaniamo allibiti dalla totale falsificazione, dal travisamento dei fatti da parte di questa fantomatica Associazione 21 luglio. Che nessuno conosce, che non ha mai messo piede a Ferrara, ma che ha evidentemente sponsor (politici) potenti ed entrature importanti, tanto da venire ascoltata da una Commissione del Senato della Repubblica. Ugualmente siamo stupiti e dispiaciuti che un quotidiano come Avvenire, un giornale e un corpo redazionale che abbiamo sempre stimato, si sia ‘bevuto’ la notizia falsa e pilotata politicamente, senza neppure alzare il telefono per fare le dovute verifiche.
Sotto riportiamo la risposta arrabbiata e dolente della
Associazione Cittadini del Mondo. La condividiamo parola per parola.
(Redazione di Ferraraitalia)

A Roma qualche giorno fa, alla Camera dei Deputati – apprendiamo da Avvenire.it del 13/9/21 –  l’Associazione “21 luglio”  ha presentato il libro “Oltre il campo : superamento dei campi rom in Italia”.  Il presidente dell’associazione Carlo Stasolla ha messo in evidenza le pratiche virtuose di 8 città, tra le quali Ferrara, che hanno superato i campi “integrando le persone e rispettandone la dignità”, insomma esempi virtuosi da indicare nelle linee guida.
Questo fatto sorprendente di citare il metodo ‘positivo’ ferrarese con le ruspe si è  ripetuto più volte nonostante varie smentite delle organizzazioni locali.

Già nel febbraio 2020 il Comune di Ferrara, su indicazione di Stasolla, era stato invitato, tra le Amministrazioni virtuose, alla Commissione per i diritti umani del Senato. In quell’occasione abbiamo scritto ai giornali e alla stessa Associazione 21 luglio portando anche testimonianze fotografiche del violento sgombero del campo.

Naomo Lodi con Ruspa
L’attuale vicesindaco fi Ferrara Nicola Naomo Lodi in posa sulla ruspa

Una storia alla rovescia che ha visto in successione: manifestazioni xenofobe sfociate nell’intervento immediato dopo-elezioni con il vicesindaco leghista – già noto in campagna elettorale per la sua maglietta “+ rum – Rom” – in bella posa su una ruspa; consiglieri comunali che invitavano ad usare mezzi ‘trincia-rom’; sostenitori  della Lega che si facevano fotografare con lanciafiamme contro i rom.

Ora anche la beffa: ci viene detto durante la stessa presentazione che Ferrara avrebbe “speso solo 12mila euro per superare l’area di via delle Bonifiche abitata da decenni da 44 sinti italiani”. Informazione chiaramente a scopo elettorale, di per se numericamente ridicola, forse questa è stata la spesa delle ruspe!

Corteo Lega contro campo nomadiNella realtà cittadina, abbiamo assistito ad una esplosione di fanatismo che ha coinvolto 44 persone, italiane, che hanno perso buona parte dei loro averi e sono state sparpagliate, sistemate provvisoriamente nella lontana periferia della città, in appartamenti comunali ripristinati per l’occasione e che hanno dovuto essere riforniti di tutto poiché quasi niente si è salvato del precedente insediamento dopo l’intervento delle ruspe (sempre presumibilmente con i 12mila euro di cui sopra).

Il diritto ad una casa dignitosa è fondamentale per tutti, per questo ci siamo sempre opposti a questo sgombero propagandistico che non ha mai prospettato una soluzione abitativa stabile, né inserimenti lavorativi, né miglioramenti di nessun genere.

Alcune organizzazioni di volontariato si sono preoccupate di tamponare gli effetti dello sgomberogarantire la scuola ai bambini e di mantenere, se non l’unità del gruppo, almeno l’unità di alcune famiglie. Questo intervento umanitario ha fatto comodo anche all’Amministrazione comunale che, con l’impegno degli altri, può vantarsi di non avere avuto gli sfollati per strada.

In questo quadro risulta incomprensibile il reiterato elogio dell’Associazione di Stasolla a queste pratiche violente, un tentativo di normalizzare una politica che ha poco in comune con l’integrazione e la dignità umana.

CITTADINI DEL MONDO
Ferrara, 16/09/2021 

Cover: L’attuale sindaco Alan Fabbri e il Vicesindaco Nicola Lodi (detto Naomo) guidano il corteo di sostenitori e simpatizzanti leghisti, per dare avvio allo sgombero. 

                                                                

I PICCOLI Contadini Libertari sfidano i GRANDI del G20.
Firenze, 18 settembre: Marcia per la Terra.

 

Sono passati già 10 anni da quando a Parigi si sono incontrati, per la prima volta, i ministri dell’agricoltura dei 20 Paesi ‘grandi’ della Terra per affrontare i problemi della Agricoltura con la A maiuscola, l’agricoltura globalizzata.
Il 17 e 18 settembre il G20 dell’Agricoltura – a presidenza italiana – si terrà a Firenze [qui il sito ufficiale del ministero]
. Giovedì sera, al Teatro della Pergola, il ministro dell’agricoltura Patuanelli aprirà i lavori con l’Open Forum [per seguirlo in streaming].

Purtroppo bisogna riconoscere che da quel primo incontro del 2011, nonostante i meeting internazionali che sull’argomento, dal 2015 in avanti, si sono susseguiti con cadenza annuale, il panorama dell’agricoltura mondiale non è migliorato un granché. Come la pandemia e le crisi migratorie originate dal cambiamento del clima ci testimoniano, i terreni sono sempre più sfruttati dall’agricoltura industriale e si impoveriscono, la desertificazione di vastissime aree del pianeta per il riscaldamento globale, i disboscamenti della foresta pluviale per far posto a coltivazioni intensive, gli incendi ecc.  Intanto, il problema della fame nel mondo è ben lontano dal trovare una soluzione.

In verità, i problemi negli anni si sono ulteriormente aggravati e di nuovi se ne sono aggiunti, vedi il passaggio sempre più frequente di forme batteriche e virali dagli animali all’uomo (l’encefalopatia spongiforme altresì detta Mucca Pazza nei primi anni 2000, l’ HPAI o Influenza Aviaria ad Alta Patogenicità nel 2009/2010 e nel 2019 il Covid, che si dice sia arrivato  dai pipistrelli venduti nei mercati cinesi). Perché la ricerca e la scienza non sono intervenute tempestivamente? Non hanno forse capito in tempo cosa stava succedendo? E i 20 Grandi cos’hanno fatto finora? Si sono riuniti … e poi?

Come sostengono i piccoli e piccolissimi agricoltori della rete Genuino Clandestino  [Qui] e di Terra Bene Comune [Qui] le questioni sono state affrontate, e continuano ad essere affrontate, dal punto di vista sbagliato.
Per i contadini che si ribellano all’industrializzazione sempre più spinta dell’agricoltura e alla mentalità del profitto ad ogni costo, che vede l’agricoltore come lo sfruttatore della terra e della natura: la Terra è un Bene Comune e come tale va difesa e conservata con cura; la Terra è di tutti, non deve essere accaparrata, non deve servire all’arricchimento di qualcuno, ma al mantenimento e al benessere delle comunità che vivono su quella Terra.
La Terra è un complesso di forme viventi e non viventi che vanno rispettate e quindi rigenerate, perché la Terra stessa è un Unicum vivente Generatrice di vita. L’agricoltura industriale ne causa l’impoverimento, la sterilità e la morte.

Tornando al G20 di Firenze, i 2 temi all’ordine del giorno, i focus dei seminari saranno: la Resistenza Antimicrobica (AMR), che si stima causi circa 700 000 decessi umani all’anno a livello globale, e Agricoltura e Cambiamento Climatico [Vedi qui].
Per fare un po’ di luce su queste due importantissime questioni, riporto informazioni e valutazioni espresse da una fonte difficilmente contestabile, l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) .  Ecco quanto si legge nel loro sito:
“… la resistenza agli antimicrobici (AMR) è la capacità dei microrganismi di resistere ai trattamenti antimicrobici. L’uso scorretto o l’abuso di antibiotici sono considerati le cause della crescita e della diffusione di microorganismi resistenti alla loro azione, con conseguente perdita di efficacia delle terapie e gravi rischi per la salute pubblica.”.

L’Autority Europea continua a studiare, consigliare, raccomandare…
2007 – L’EFSA  pubblica istruzioni per il monitoraggio armonizzato della resistenza agli antimicrobici in due importanti batteri zoonotici (Salmonella e Campylobacter) in animali e alimenti.
Aprile 2008 – Gli esperti dell’EFSA esaminano in che modo il cibo può diventare un veicolo per la trasmissione all’uomo di batteri resistenti e formulano raccomandazioni per prevenirne e controllarne la trasmissione.
Novembre 2009 – L‘EFSA, l’ECDC, l’EMA e il Comitato scientifico della Commissione Europea per i rischi sanitari emergenti e di nuova individuazione (SCENIHR) pubblicano congiuntamente il parere  in cui è trattato il tema delle infezioni: joint scientific opinion on AMR focused on infections that can be transmitted to humans from animals and food (i.e. zoonotic diseases che possono essere trasmesse dagli animali e dagli alimenti all’uomo (ovvero le malattie zoonotiche).

Ma soltanto nel giugno 2017 la Commissione partorisce il Piano d’azione sanitario unico dell’UE contro l’AMR [Vedi qui], come richiesto dagli Stati membri nelle conclusioni del Consiglio del 17 giugno 2016.
Luglio 2017 – Una relazione dell’EFSA,EMA ed ECDC presenta nuovi dati sul consumo di antibiotici e sulla resistenza agli antibiotici. I dati evidenziano un miglioramento della sorveglianza in tutta Europa. Il rapporto conferma il nesso tra consumo di antibiotici e resistenza agli antibiotici sia nell’uomo sia negli animali destinati alla produzione di alimenti.

EFSA conclude: “…per contrastare la resistenza agli antimicrobici occorre un approccio OLISTICO e multisettoriale che coinvolga diversi settori (medicina umana, medicina veterinaria, ricerca, zootecnia, agricoltura, ambiente, commercio e comunicazione)…”[leggi dal sito ufficiale].
Questo approccio olistico manca completamente nell’agricoltura industrializzata, mentre è alla base dell’agricoltura biologica e naturale, quella praticata dalle piccole aziende dagli agricoltori e i contadini che curano la loro terra senza sfruttarla.

I grandi numeri negli allevamenti intensivi, le monocolture, le monosuccessioni colturali impediscono l’applicazione della visione olistica della produzione agricola, che spesso si riduce ad una sola e unica fase di produzione, in cui la terra rappresenta solo ‘un substrato’. e dove l’operatore agricolo non conosce nemmeno il processo che sta a monte e a valle del proprio ‘pezzo di produzione’. Proprio come in una catena di montaggio.

Il secondo argomento all’ordine del giorno al G20 è Il cambiamento climatico.
Così recita il trafiletto di presentazione del seminario sul sito ufficiale:E’ una delle più grandi sfide del nostro tempo e i suoi impatti negativi indeboliscono la capacità di raggiungere uno sviluppo sostenibile e minacciano la resilienza (sostantivo diventato di gran moda dal governo Draghi in poi, N.d.r.) del settore agricolo. Per questo motivo, sono necessari un forte impegno politico, investimenti nella ricerca e il trasferimento dei risultati agli agricoltori affinché essi possano trovare strategie e soluzioni efficaci per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico”

La stragrande maggioranza degli esperti individua nell’agricoltura “industrializzata” e nell’allevamento intensivo una delle cause principali dell’emissione in atmosfera di gas serra:  Lo sostiene, ad esempio, un documento che trovo nel sito ufficiale della Confederazione Svizzera: “i più importanti [fattori che concorrono all’emissione di gas serra] sono il metano (CH4), il protossido di azoto (N2O) e l’anidride carbonica (CO2). Essi derivano dalla digestione dei ruminanti, dai concimi azotati o dalla combustione di carburanti e combustibili fossili per macchine ed edifici agricoli. La CO2 viene anche assorbita o liberata dai terreni agricoli tramite il loro utilizzo (lavorazione del suolo, concimazione, avvicendamento delle colture)” [Qui].

Se guardiamo all’Italia, l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) valuta che il settore agricoltura concorra per il 7% circa alle emissioni nazionali di gas serra, al 94% delle emissioni nazionali di ammoniaca. Sempre l’ISPRA sostiene che esistono delle tecniche agricole che ne permettono una sensibile diminuzione, purtroppo “a differenza di altri settori, le emissioni derivanti dall’agricoltura, proprio per la peculiarità del settore, cioè di produrre cibo, sono in parte incomprimibili e pertanto diventerà sempre più rilevante il contributo di questo settore alle emissioni di gas serra”. https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/eventi/2020/04/il-quadro-emissivo-in-italia 

Peculiarità del settore”? “Emissioni incomprimibili” ???
In realtà la produzione di cibo nei Paesi avanzati (G20) è ampiamente superiore alla domanda. A dispetto dell’enorme quantità di spreco alimentare nelle società cosiddette avanzate, c’è lo strozzinaggio che la rete commerciale che la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) impone ai produttori agricoli in generale per raggiungere un reddito decente dell’impresa.
P- per inciso, dalla fine degli anni 80′ non si parla più, infatti, di contadini, ma di imprenditori agricoli, che possono anche non sporcarsi le mani con la terra, ma strizzano il lavoro degli operai agricoli i dipendenti e vivono sul profitto dell’impresa – che li obbliga a produrre sempre maggiori quantità di prodotti che devono vendere a prezzi sempre più bassi.
Insomma, una impresa agricola industrializzata funziona nel medesimo modo di una impresa industriale.

Al ricatto del prezzo di mercato si ribellano gli agricoltori della rete Genuino Clandestino e Terra Bene Comune . Dicono No alla logica del profitto, allo sfruttamento della Terra, degli animali, e delle persone: i lavoratori, gli operai agricoli. E vogliono essere ascoltati e riconosciuti, chiedono spazi di terra e di vita.
Sabato 18 settembre alle ore 13,00 i contadini libertari di Genuino Clandestino e Mondeggi Bene Comune, insieme ai simpatizzanti della Terra e ai difensori della Natura, si troveranno in Piazza Poggi a Firenze per dire basta alle falsità dei 20 grandi della Terra e riaffermare il diritto ad un’agricoltura veramente rispettosa della Terra, ad un cibo sano non malato all’origine, a una vita in armonia con la natura. La marcia partirà alle 14,00.

Su questo quotidiano potete leggere il testo integrale dell’Appello dei contadini libertari che convocano la Marcia per la Terra [leggi Qui].
Per partecipare alla Marcia – scherza uno dei giovani organizzatori – non è però necessario essere un contadino, lavorare la terra o coltivare un orto. La Marcia è aperta a tutti, perché la salute, l’ambiente e la giustizia sociale riguardano tutti.”.

VI GARDEN FESTIVAL: COLTIVA IL TUO GIARDINO INTERIORE
Nei Centri di Giardinaggio AICG di tutta Italia, dal 18 settembre al 17 ottobre 2021

 

VI Edizione Garden Festival:  COLTIVA IL TUO GIARDINO INTERIORE
Eventi, mostre e verdi connessioni
Nei Centri di Giardinaggio AICG di tutta Italia
dal 18 settembre al 17 ottobre 2021

Da sabato prossimo anche in provincia di Ferrara torna il Garden Festival d’Autunno

 “Il faut cultiver notre jardin” scriveva Voltaire, la vita va alimentata plasmando la nostra esistenza e gli ambienti dove viviamo.
E mai come dedicarsi al giardinaggio, mettere le mani nella terra, prendersi cura dell’orto – piccolo o grande che sia, in un campo o su un balcone – può influire positivamente sulla salute, rimettendo in moto e facendo rinascere il nostro mondo interiore. Un cervello va nutrito come è necessario nutrire le radici di un albero.

L’edizione 2021 del Garden Festival d’Autunno – promosso da AICG, Associazione Italiana Centri Giardinaggio nei Garden Center aderenti di tutta Italia – intende proprio far riflettere sulle connessioni strette che ci sono tra Natura e mente. Ecco che la grande ricchezza di sollecitazioni offerte nei Centri di Giardinaggio in Autunno aiuterà i visitatori ad ampliare le proprie conoscenze e prospettive sul mondo vegetale, animato da esseri intelligenti che applicano strategie di cooperazione, a trovare energie nuove per vestire la propria casa, il balcone, il terrazzo, il giardino, di quel riflesso di benessere interiore e di rinnovati ideali di vita.

Nei Centri di Giardinaggio AICG dunque si potranno trovare speciali angoli che racconteranno lo stretto legame esistente tra uomo e natura, partendo da una selezione di piante di produzione rigorosamente italiana.  Saranno molti gli stimoli proposti, ma tutti con un unico comune denominatore: l’abbinamento delle piante alle sfumature cromatiche per ciascun ambiente del vivere quotidiano, sia in casa che all’aperto. Questi angoli – di fatto dei moodboard o tavole di stile – saranno costruiti come una vera e propria narrazione visiva, dove nulla è lasciato al caso, con il preciso scopo di stimolare suggestioni e restituire una particolare atmosfera, uno stile di giardino interiore che può essere più o meno incolto, selvaggio, formale, ordinato, creativo.

Saranno angoli che racconteranno le piante e la loro infinita bellezza, evidenziando la magnificenza dei colori e delle vegetazioni, procureranno emozioni e regaleranno suggerimenti di attività tipicamente autunnali da svolgere per comprendere quanto importante sia questa stagione, spesso associata al letargo, ma che invece è una stagione del fare e del sapere per organizzarsi ed anticipare la rinascita.

Saranno anche angoli-scenografia dove i visitatori potranno sostare per fare selfie e shooting e poi condividere con hashtag universali come #autunnoingarden #gardenfestival #aicg.
In questi angoli, ognuno dedicato ad uno specifico ambiente della casa interna ed esterna, si potranno trovare:

  • Collezioni di piante
  • Tavolozza dei colori di tendenza
  • Complementi d’arredo
  • Consigli di lettura, con una selezione di titoli che interpretano il messaggio introspettivo di questa edizione
  • La guida ad un’attività da svolgere in Garden con i consigli sapienti del personale qualificato o a casa propria attraverso un piccolo manuale illustrato.
  • Attrezzature, nutrienti, terricci e vasi

Il tutto per sensibilizzare riflessioni sulla profonda esigenza del nostro tempo di un vivere sostenibile: conoscere la natura che ci circonda, di cui siamo parte, e generare benessere.

In settembre il progetto «Piantiamo Italiano» di AICG patrocinato da Ministero delle Politiche Agricole si fonde con il Garden Festival d’Autunno, ponendo l’accento sulla vasta e varia produzione delle piante aromatiche nel nostro Bel Paese; in ottobre promuovendo la produzione vivaistica italiana di piante da siepe e la sorprendente arte topiaria che ci ammirano in tutto il mondo. Il Progetto Piantiamo Italiano punta a sensibilizzare i consumatori ad un acquisto consapevole, attento all’impatto ambientale e al risparmio energetico a sostegno della filiera florovivaistica italiana. 

Il colore rosa sarà ancora una volta uno dei leitmotiv del Garden Festival d’Autunno: anche quest’anno, infatti, proseguirà la collaborazione con l’Associazione Italiana Ricerca sul Cancro e il Ciclamino AIRC ravviverà di rosa i nostri giardini interiori che si alimentano di solidarietà.

Il ciclamino, robusta e generosa pianta autunnale, in fiore anche per tutto l’inverno, sarà disponibile in molte varietà e sfumature di colore ma sarà, appunto, il ciclamino rosa a farla da padrone: dopo i risultati positivi dell’iniziativa “Margherita per AIRC” che ha consentito di finanziare cinque annualità di una borsa di studio per giovani ricercatori, AICG ha scelto nuovamente di sostenere, nell’ambito del Garden Festival d’Autunno, una Campagna AIRC quella del “Nastro Rosa AIRC”. Per tutto il mese di ottobre e per ogni vaso di ciclamino di colore rosa venduto, i Centri Giardinaggio aderenti devolveranno 1 euro a sostegno della ricerca contro il cancro al seno dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.

Le sorprese in ogni Centro Giardinaggio
In ogni singolo Garden ci saranno anche aiuole dimostrative e didattiche, occasione preziosa per ricevere consigli dagli esperti sulle tecniche colturali migliori per le piante d’Autunno. Si troverà anche uno speciale QR code per approfondire conoscenze, creare connessioni con il mondo green di AICG e trovare guide da consultare anche da casa, sulle attività pratiche, sulle piante e sulle letture consigliate.
Il QR code verrà esposto nei cartelli dentro ai singoli corner dedicati al tema dentro al punto vendita.

Infine, poiché ogni Centro di Giardinaggio che aderisce al Garden Festival d’Autunno avrà la libertà di interpretare la Festa d’Autunno come meglio ritiene (anche in virtù delle normative Covid che si dovranno rispettare), saranno numerosissime le idee, le novità, i suggerimenti, le atmosfere, le ambientazioni che troveremo. Ma tutte saranno finalizzate a farci riflettere sull’importanza della riconnessione con la Natura, alla ricerca di ritmi più lenti e relazioni più trasparenti, di una vita più sostenibile a livello ambientale e sociale.

Su www.autunnoingarden.it si potrà visualizzare la mappa interattiva con l’elenco di tutti i Centri di Giardinaggio che partecipano al Garden Festival d’Autunno, divisi per regione.

A tavola in compagnia: la condivisione di un tempo di qualità
Il suggerimento su come decorare la tavola autunnale; da ricordare che ogni pianta può avere più usi per la circolarità dei prodotti; la lettura consigliata per questo periodo è “Come coltivare le erbe aromatiche. L’arte e la scienza di coltivare le proprie erbe aromatiche” di Holly Farrell; i consigli di piantumazione: Echeveria agaoides, orion e metallica, Monarda hibryda “Pink Supreme”, Muscari latifolium, Narciso tete a tete, Perovskya lancey blue, Viola cornuta.

AICG
È un ente senza scopo di lucro costituito nel 2012 per sviluppare un’identità professionale e un processo virtuoso di sviluppo delle aziende che operano nel settore specializzato del giardinaggio e florovivaismo (centri di giardinaggio o Garden Center),
L’Associazione ha lo scopo di tutelare, qualificare, promuovere e sviluppare la cultura del verde, con una particolare attenzione alle piante italiane, all’interno dei centri giardinaggio.

Per informazioni:
AICG Associazione Italiana Centri Giardinaggio
www.aicg.itsegreteria@aicg.it – tel. 031/301037

Ufficio stampa: Ellecistudio
Tel. 031301037
paola.carlotti@ellecistudio.itchiara.lupano@ellecistudio.it

A Ferrara dal 23 al 26 settembre 2021
TORNA LA FESTA DEL LIBRO EBRAICO

 

Torna per la XII edizione, la Festa del Libro Ebraico, uno dei principali eventi culturali ideato e organizzato dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah-MEIS di Ferrara. Attraverso presentazioni di libri, incontri, performance live, proiezioni e concerti, il festival letterario ha permesso a migliaia di persone di entrare in contatto con la ricchezza culturale dell’Ebraismo e si è confermato un appuntamento fisso per la città estense.

Dal 23 al 26 settembre il giardino del Museo ospiterà sotto la sukkah, la tradizionale capanna costruita in occasione della festa ebraica di Sukkot, decine di ospiti prestigiosi: dallo scrittore israeliano Eshkol Nevo, al Professore emerito Luciano Canfora, dal politico ed economista Romano Prodi, agli scrittori Igiaba Scego ed Alessandro Piperno.

Il tema conduttore sul quale si interrogheranno e rifletteranno i protagonisti della XII edizione della Festa del Libro Ebraico è la CASA. Forse la parola più pronunciata in questi ultimi mesi, “Casa” è un luogo ma anche uno stato d’animo, un rifugio o una trappola; può significare famiglia, stabilità, sicurezza, ma alle volte anche oppressione e insofferenza. Per l’Ebraismo, la casa è sempre stato uno strumento di elezione per la trasmissione dell’identità e dei valori; una risorsa che ha permesso la sopravvivenza di un popolo in diaspora. Il vocabolo in ebraico usato per indicarla è Bayit, la cui lettera iniziale – Bet – è la prima consonante dell’alfabeto e ha una forma chiusa su tre lati, simbolo di protezione ma anche di permeabilità culturale.

L’iniziativa ha il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune di Ferrara, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della Comunità Ebraica di Ferrara. È realizzata inoltre con la collaborazione dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara e la sponsorizzazione di Coferasta.

“La Festa del Libro Ebraico – spiega il Presidente del MEIS Dario Disegni – è da più di un decennio uno degli eventi cardine che rappresenta il cuore e la missione del Museo. Negli anni abbiamo avuto l’onore di ospitare a Ferrara autori italiani e internazionali tra i più rappresentativi della letteratura contemporanea. Per il secondo anno consecutivo, nonostante le difficoltà e i limiti imposti dalla pandemia, non abbiamo voluto rinunciare a un festival che porta con sé il valore inestimabile della cultura. Questi tre giorni saranno una vera e propria Festa di nome e di fatto, che celebra il libro, l’identità ebraica e il dialogo”.

“La capanna con il tetto di frasche nella quale, secondo la Torah, gli ebrei devono risiedere per sette giorni – aggiunge il Direttore Amedeo Spagnoletto – rappresenta la precarietà sulla quale deve riflettere l’umanità nel contesto più intimo della dimora. Ma è anche il simbolo di uno spazio aperto all’ospitalità, un luogo accogliente, proprio perché semplice ed essenziale, dove tutti possono riconoscersi e dialogare. Ambientare la Festa del Libro Ebraico in questa cornice così speciale significa, in fondo, riconoscere al testo scritto queste peculiarità. La lettura crea una relazione unica in ognuno e contemporaneamente ci apre a mondi nuovi con i quali instauriamo un contatto eterno”.

IL CALENDARIO
Si inizia il 23 settembre alle 17.00 con l’inaugurazione (evento su invito). Intervengono Dario Disegni, Presidente del MEIS; Daniele Ravenna, Ministero della Cultura; Mauro Felicori, Assessore alla cultura e paesaggio della Regione Emilia-Romagna; Alan Fabbri, Sindaco di Ferrara e Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

Alle 18.00 si apre al pubblico con un tuffo nel passato: una conversazione a più voci dedicata alla vita a Pompei, Gerusalemme e Roma nel cruciale decennio 70/80 del I secolo. Il Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli ne discute con il Professore emerito di Filologia classica all’Università di Bari Luciano Canfora (autore de “Il tesoro degli ebrei. Roma e Gerusalemme”, Laterza 2021) e Samuele Rocca (autore di “Mai più Masada cadrà”, Salerno, 2021). Modera l’archeologa e Digital Media Curator Astrid D’Eredità.

Venerdì 24 settembre, la mattinata (9.30-11) è dedicata alle scuole con “A cosa serve una casa?”, un laboratorio di filosofia per bambini a cura della filosofa, educatrice e scrittrice Sara Gomel.
Alle 12.00 si presenta il libro “Il merito dei padri. Storia de La Petrolifera Italo Rumena 1920-2020” (ed. Il Mulino, 2020) di Tito Menzani, Emilio Ottolenghi e Guido Ottolenghi: la storia di un’impresa e una famiglia, tra gli ostacoli della guerra e le leggi razziali, cadute e risalite. Guido Ottolenghi conversa con Romano Prodi (Presidente Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli) moderati dal neo Rettore dell’Università degli Studi di Ferrara Laura Ramaciotti.

Alle 16.00 il Direttore del MEIS Amedeo Spagnoletto e il Presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara Anna Quarzi presentano il libro di Edith Bruck “Il pane perduto” (La nave di Teseo, 2021), vincitore del Premio Strega Giovani e del Premio Viareggio-Rèpaci, in collegamento con l’autrice.

Sabato 25 settembre si conclude con “Il violinista sul tetto” la seconda edizione dell’ARENAMEIS “Una risata ci salverà”, il cinema all’aperto ospitato nel giardino del Museo. A precedere la proiezione del celebre musical che ha fatto la storia del cinema, una imperdibile sorpresa riservata al pubblico. Per l’occasione si potrà inoltre visitare dalle 19.30 la mostra “Ebrei, una storia italiana”, mentre l’evento e la proiezione inizieranno alle 20.30.

La festa si chiude domenica 26 con una intera giornata dedicata ai libri: alle 10.00, un laboratorio per i bambini dai 7 ai 10 anni a cura del MEIS. Alle 10.15 il Direttore del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) Gadi Luzzatto Voghera presenta il libro di Raniero Fontana “André Neher. Apertura di spirito, coraggio della fede” (Pazzini, 2020), dedicato al filosofo e teologo francese naturalizzato israeliano André Neher, grande conoscitore della Kabbalah, la mistica ebraica.

Alle 11.30 viene presentato in anteprima I-Tal-Ya Books, il progetto internazionale di censimento digitale di circa 35.000 libri ebraici, frutto della collaborazione tra l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, la National Library of Israel. Dopo i saluti di Noemi Di Segni, Presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane; Oren Weinberg, Direttore National Library of Israel; Sally Berkovic, Amministratore Delegato Rothschild Foundation Hanadiv Europe; intervengono: Yoel Finkelman, Curator Judaica collection della National Library of Israel, Francesca Bregoli, Professore Associato di Storia (Queens College, NY), Andrea De Pasquale, Direttore dell’Archivio Centrale dello Stato, e Chiara Camarda, Catalogatrice dell’I-Tal-Ya Books Project. Modera Gloria Arbib (Steering Committee I-TAL-YA Books Project e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione MEIS). Segue la TECA Digitale: dimostrazione e ricerca del Catalogo unico dei libri ebraici. Le traduzioni sono a cura dei tirocinanti della SSLMIT Università di Trieste – Pagine Ebraiche.

Alle 16.30 Shaul Bassi racconta il volume da lui curato “Il cortile del mondo. Nuove storie dal Ghetto di Venezia” (ed. Giuntina, 2021) assieme alla scrittrice Igiaba Scego, autrice di uno dei contributi contenuti nel libro. Modera la curatrice del MEIS Sharon Reichel.

Appuntamento conclusivo alle 18.00 con “Io sono la mia casa”, l’incontro che vede come protagonisti lo scrittore israeliano Eshkol Nevo, dal cui libro “Tre piani” (Neri Pozza, 2015) il regista Nanni Moretti ha tratto il suo ultimo film presentato al Festival di Cannes, e lo scrittore Premio Strega Alessandro Piperno, tornato in libreria proprio in questi giorni con il romanzo “Di chi è la colpa” (Mondadori, 2021), moderati dalla Direttrice del Circolo dei Lettori di Torino e scrittrice Elena Loewenthal.

INFO E PRENOTAZIONI
Tutti gli eventi tranne l’ARENAMEIS sono gratuiti. È consigliata la prenotazione. L’ingresso dei prenotati è consentito fino a 10 minuti prima dell’inizio dell’evento, dopo tale orario l’ingresso sarà possibile anche per i non prenotati nei limiti della capienza consentita dalla normativa Covid. Per accedere, sarà necessario esibire il Green pass. Per informazioni e prenotazioni: tel. 0532 1912039 e 342 5476621 (attivi martedì-domenica 10.00-18.00), email a meis@coopculture.it. In caso di pioggia gli eventi si terranno negli spazi interni del museo. L’ingresso all’ARENAMEIS ha il costo di 4 euro e comprende la visita alla mostra “Ebrei, una storia italiana”.

Alcuni eventi potranno essere seguiti in diretta sulla pagina Facebook del MEIS @MEISmuseum: scopri di più su meis.museum/fle2021/

LA FESTA DEL LIBRO EBRAICO IN PILLOLE
Giunta alla sua XII edizione, la Festa del Libro Ebraico è uno dei principali eventi culturali ideato e organizzato dal MEIS. Attraverso presentazioni di libri, incontri, performance live, proiezioni e concerti, il festival letterario ha permesso a migliaia di persone di entrare in contatto con la ricchezza culturale dell’ebraismo e si è confermato un appuntamento fisso per la città di Ferrara. Sono stati protagonisti delle passate edizioni ospiti internazionali del calibro di Abraham B. Yehoshua, David Grossman, Eike Schmidt e Christian Greco.
La Festa si terrà dal 23 al 26 settembre 2021 e avrà come tema conduttore il concetto di Casa. L’argomento scelto si sposa armonicamente con lo spazio nel giardino del museo che ospiterà la festa: la sukkah, la capanna costruita in occasione della festa ebraica di Sukkot, che ricorda la precarietà della vita e il valore dell’accoglienza.

IL MUSEO NAZIONALE DELL’EBRAISMO ITALIANO E DELLA SHOAH
Il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah nasce a Ferrara con la missione di raccontare oltre duemila anni di storia degli ebrei in Italia.
Da Sud a Nord, per secoli gli ebrei italiani hanno contribuito e partecipato all’evoluzione del Paese, attraversando periodi difficili, segnati dalla persecuzione e dall’isolamento e fasi di integrazione e scambio. Ciò che emerge è un’esperienza comune, che riguarda tutti. Al MEIS ognuno può riscoprire un pezzo della sua storia.

Ufficio Stampa
Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS
Rachel Silvera
+39 0532 769137
ufficio.stampa@meisweb.it

La “Civiltà” prima dei Talebani:
la feroce violenza delle truppe di occupazione USA/Nato

 

di Patrick Boylan

Il noto programma TV australiano Four Corners ha trasmesso un video di un soldato australiano mentre uccide un civile afghano a sangue freddo. Si riaccende così la polemica intorno alle ‘forze speciali’ e a come vengono addestrate.


Questo video mostra l’uccisione spietata di un civile disarmato afghano

L’indifferenza degli altri soldati della pattuglia davanti a questa uccisione spietata dimostra come essa veniva considerata ‘ordinaria amministrazione’ da almeno una parte delle truppe d’occupazione nell’Afghanistan. E questo fatto ci deve far riflettere.

Talebani preferiti alle truppe occidentali: perché?

Come mai la stragrande maggioranza degli afghani ha preferito la repressione dei Talebani all’oppressione occidentale?  I nostri mass media cercano invano di negare questo fatto evidente, facendoci sentire in TV soltanto le voci di quegli afghani pro-occidentali che rimpiangono la partenza delle truppe di occupazione. Ma si tratta di una piccola minoranza soltanto, concentrata in alcune grandi città. In tutto il resto del paese, le popolazioni hanno festeggiato la partenza delle truppe USA/NATO. Come mai?

Michael Moore ci ha fornito la spiegazione nel lontano 2004 con il suo film-documentario Fahrenheit 9/11 che fa vedere alcuni video ripresi dalle truppe USA/NATO in Afghanistan e in Iraq mentre massacrano senza pietà i civili. Il film, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2004, è visibile gratis in streaming sul sito di Moore per tutta questa settimana.

The Guardian: “un ritratto devastante del fallimento della guerra”

Julian Assange ha dato poi la stesa spiegazione nel 2010, postando sul suo sito Wikileaks il celebre Diario di Afghanistan: migliaia di documenti autentici che forniscono, nelle parole del giornale britannico The Guardian, “un ritratto devastante del fallimento della guerra in Afghanistan e una rivelazione delle ripetute uccisioni, sempre taciute, di centinaia di civili.”

Uccisione a sangue freddo di un giovane afghano disarmato

Poi nel 2020 è spuntato fuori, grazie al giornalismo investigativo del noto programma TV australiano Four Corners (simile a Report e Presa Diretta in Italia), anche un video ripreso dalla telecamera fissa sull’elmetto di un soldato australiano.  Il video – che l’emittente australiana ABC ha riproposto quest’anno in occasione del ritiro delle truppe NATO dall’Afghanistan – fa vedere l’uccisione in sangue freddo di un giovane afghano che, per non essere visto dalla pattuglia che perlustrava i suoi campi, si era nascosto nell’erba alta.

Centrato con tre pallottole alla testa mentre alzava le mani

Il cane usato dalla pattuglia ha individuato il giovane e un soldato della pattuglia, avvicinandosi a lui, l’ha centrato con tre pallottole alla testa mentre alzava le mani.  In una mano teneva l’equivalente afghano del rosario – stava pregando.  Non aveva armi.
La ferocia dell’esecuzione non sembra turbare né l’assassino né gli altri soldati – sembra, per loro, ordinaria amministrazione.  E c’è una spiegazione per questo atteggiamento così spietato.

Addestrati al gusto di uccidere

 

I soldsoldato armatoati appartenevano alle forze speciali australiane (i SAS), quelle che un’inchiesta dello stesso Ministero della Difesa australiano nel 2020 aveva accusato di avere una “cultura della violenza” (1.)  Infatti, i giovani soldati del 2° Squadrone delle SAS venivano addestrati a sparare in testa a prigionieri afghani inermi per inculcare in loro il gusto di uccidere (2.).

La cultura della violenza

In seguito allo scandalo sollevato dal servizio della ABC australiana, il 2° Squadrone è stato sciolto dal Ministro della Difesa. Ma la cultura della violenza sembra tipica, non soltanto dell’intera arma, ma di una parte significativa di tutte le truppe di occupazione, come già dimostravano i video clip che Michael Moore ha fatto vedere in Fahrenheit 9/11 e i fatti che Julian Assange ha documentato nel suo Diario di Afghanistan.

La banalità del male

Non ci deve stupire, dunque, che le nostre truppe non abbiano conquistato le menti e i cuori delle popolazioni dei paesi che occupano. Né ci deve stupire la loro “tranquilla spietatezza” nello sterminare una parte di quelle popolazioni – stermini trattati come “ordinaria amministrazione” – perché è che la stessa guerra che inculca questa mentalità. E’ la stessa guerra che produce ciò che Hannah Arendt ha definito, descrivendo l’operato del Comandante SS Adolf Eichmann, “la banalità del male”.

(1.) “Killing Field: Exposing killings and cover ups by Australian special forces in Afghanistan. Four Corners. Australian Broadcasting Corporation. 16 March 2020. Archived from the original on 7 June 2021.
(2.) “SAS soldiers made to shoot prisoners to get their first kill, 39 Afghans ‘murdered’, inquiry finds”. Doran, Matthew (19 November 2020). abc.net.au.  Archived from the original on 19 November 2020. Retrieved 9 June 2021.

Nota: questo articolo è apparso con altro titolo su PeaceLink il 13 settembre 2021.

Le donne di Shamsia Hassani sui muri di Kabul

Le donne di Shamsia Hassani sui muri di Kabul

Shamsia Hassani è nata in Iran nel 1988 dove i suoi genitori sono emigrati a causa della guerra, è rientrata in Afghanistan, il suo paese. nel 2005. Ha studiato arte all’Università di Kabul, divenendo professore associato di scultura.
Si dedica, per prima in Afhanistan, alla Street Art dal 2010, le sue opere sono diventate famose anche in Occidente. I suoi lavori mettono al centro la difficile condizione delle donne e la lotta per la loro liberazione. Le donne afgane, che spesso Shamsia Hassani rappresenta mute, senza la bocca, in queste settimane si nascondono dentro le case, cercando disperatamente un luogo sicuro per sfuggire alle violenze.

Anche Shamsia Hassani si è nascosta. Dopo il ritiro americano e la presa del potere da parte dei Talebani, anche i suoi account sono rimasti muti per alcuni giorni, facendo temere il peggio per lei, finché su Instagram non è un comparso un ultimo post nel quale l’artista ringraziava per i tanti messaggi ricevuti e faceva sapere di essere al sicuro. Ora nel suo sito si legge un arrivederci: KABUL ART PROJECT tornerà presto”.[Vedi qui]

Visto il divieto del nuovo governo fondamentalista, non potrà più mettere piede all’Università di Kabul. Ma mentre scrivo mi piace immaginarla scendere in strada, col favore della notte, per continuare a dipingere il bisogno di libertà delle donne afgane sui muri di Kabul.
In una intervista del 2013 al giornale indipendente  Art Radar [leggi il testo integrale dell’intervista], Shamsia Hassani raccontava la scelta del graffitismo e il senso della sua arte: ” Non è come in Europa, [qui] i graffiti sono qualcosa di illegale, io Io uso in modo diverso per un messaggio diverso, Voglio colorare i brutti ricordi della guerra sui muri e se colorerò questi brutti ricordi, allora cancellerò [la guerra] dalla mente delle persone.”.

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Alle lettrici e ai lettori
In questi giorni drammatici, queste stesse opere di Shamsia Hassani stanno girando per i social network. Anche io vi chiedo di condividere questa mia breve presentazione e queste splendide immagini. Sarà un modo per dar voce a tutte le donne afghane che stanno vivendo l’inferno.

NOTA: Un grazie particolare all’amico Kiwan Kiwan che mi ha segnalato le opere di Shamsia Hassani

Festivaletteratura. Giuseppe Culicchia e Giorgio Bazzega:
le prime persone da incontrare sono quelle che non vorresti incontrare

Per Ferraraitalia sono tornato al Festivaletteratura di Mantova. Mi è stata lasciata piena libertà redazionale, per cui nell’ affollatissimo programma di quella giornata (il 9 settembre) ho scelto l’ incontro con uno scrittore che continuo a seguire dalla sua prima opera (circostanza per me singolare): Giuseppe Culicchia, che scoprii leggendo nel 1994 Tutti giù per terra, la sua opera prima – una di quelle opere d’arte seminali, prive di virtuosismi e di maniera e quindi tali da spingere all’emulazione, anzichè alla semplice ammirazione. Un po’ come fece il punk, o certa pop art.

Nell’iniziativa di Mantova l’occasione era rappresentata dalla pubblicazione del suo recente Il tempo di vivere con te (Mondadori, 2021), in cui Culicchia trova finalmente, dopo più di quarant’anni, le parole per raccontare il rapporto tra se stesso bambino e suo cugino Walter, più vecchio di nove anni, di Sesto San Giovanni, una figura mitica della sua infanzia.
Un ragazzo adorabile, pieno di vita, un fratello maggiore, un modello, la persona di cui aspettava impaziente le visite estive a Grosso Canavese. Giuseppe Culicchia, come tutti (tranne la madre di Walter, che custodiva il segreto), venne a sapere che Walter Alasia, il suo amato cugino, era un brigatista rosso la notte in cui la Polizia venne a cercarlo a casa, lui aprì la porta della camera da letto sparando ai poliziotti, venne ferito a sua volta e poi finito nel giardino di casa, mentre cercava di fuggire. Era il 15 dicembre 1976.
Walter Alasia aveva vent’anni, Giuseppe Culicchia undici.
Uno dei due poliziotti morti nello scontro a fuoco con Walter Alasia era Sergio Bazzega, maresciallo in forza all’Antiterrorismo.

Ebbene, a Mantova, seduti allo stesso tavolo a parlare di Walter e degli anni di piombo, c’erano Giuseppe Culicchia, cugino di Walter Alasia, e Giorgio Bazzega, figlio del maresciallo ucciso da Walter. All’epoca dei fatti, Giorgio Bazzega aveva due anni.

Giorgio ha ricordato il padre come un figlio che non lo ha potuto conoscere in vita: attraverso una ostinata, rabbiosa a tratti, opera di ricostruzione retrospettiva della sua figura. Così abbiamo saputo da Giorgio che Sergio era uno di quei poliziotti che si batteva per la democratizzazione del corpo di Polizia, tanto da aver scritto per l’Unità un articolo su questo tema il giorno prima di venire ucciso; tanto da essere soprannominato ‘il comunista’ in caserma.
Giorgio ha poi parlato del suo percorso di ragazzo con simpatie di destra, pieno di rabbia, che avrebbe voluto ammazzare i brigatisti uno per uno.

Poi un giorno incontra Manlio Milani, presidente dell’associazione vittime della strage di Piazza della Loggia, che gli fa cambiare il punto di vista sulle cose. Come solo può riuscire a fare chi attraversa il dolore dilaniante della perdita della compagna per un’esplosione, a tre metri da te, appena dopo averci parlato. Come solo può riuscire a fare chi attraversa il senso di colpa assurdo di non averla protetta abbastanza.
Manlio Milani ha cambiato la vita di Giorgio Bazzega, avviandolo a quel percorso di ‘giustizia riparativa’ che lo ha fatto uscire dal ruolo di vittima votata alla vendetta. Percorso durante il quale ha conosciuto anche ex terroristi – perché il fine del percorso è quello di unire i lembi di un’umanità lacerata (carnefici, vittime e rispettivi parenti) – e ha scoperto che sono persone, non mostri; e ha cercato di comprendere, non di giustificare, le ragioni che li hanno condotti a compiere certi atti.

Non sto divagando: la figura centrale dell’incontro di Mantova non è stata Giuseppe Culicchia, nonostante sia stato lui a scrivere il libro. La figura centrale è stata quella di Giorgio Bazzega, che ha confessato candidamente di avere incontrato lo scrittore ad un certo punto del suo percorso, già costellato di altre conoscenze anche più ‘pesanti’.
Viceversa, Culicchia ha evidenziato che la cosa più bella che gli ha portato il libro è stata proprio la possibilità di conoscere Giorgio, e di portare in giro il libro assieme a lui. E’ parsa evidente la sommissione dello scrittore all’ esperienza raccontata con trasporto da Giorgio Bazzega: una sorta di rispetto, un passo indietro che ha sgombrato il campo da ogni possibile personalismo legato alla sua veste di narratore. Raramente mi è capitato di vedere uno scrittore di successo spogliarsi così istintivamente della propria componente narcisistica, lasciando il proscenio non a Walter, suo amato cugino, ma alle sue vittime.

Culicchia ha infine ripreso una vecchia polemica tra Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini, quando il secondo rimproverava al primo di rifiutare il confronto coi fascisti. E in un’epoca caratterizzata da persone che urlano la propria verità e rifiutano, denigrano, odiano la verità degli altri, mi hanno particolarmente colpito le parole finali di Giorgio Bazzega, quando ha detto che “le prime persone da incontrare sono quelle che non vorresti incontrare”.

La patria della democrazia e il cortile di casa

 

Un fiume di bandiere bianche, azzurre e rosse sfila sul lungomare de L’Avana. Biciclette, moto, motorini, sventolano l’orgoglio cubano manifestando contro il bloqueo di cui soffre il grande alligatore da sessanta anni.
Sei decenni, da nove anni prima della mia nascita. Un embargo sostenuto e promosso da dodici presidenti americani, democratici e repubblicani, tutti uniti contro l’avamposto del terrore bolscevico, una piccola nazione a galla nel cristallino mare dei Caraibi.

Ovvio, le sanzioni ai tempi del “simpatico” dittatore Fulgencio Batista, mica c’erano. Allora no, il massacratore e affamatore del suo popolo era un amico, l’isoletta era un ottimo bordello a buon mercato, quattro bracciate da Miami, l’attraversata la si poteva fare sul pattino. E poi i diritti umani, sono scritti sulla carta dal ’48, mica poi valgono per tutti. Ma cosa avevate capito?

Cioè uccidere svariate decine di propri connazionali durante delle azioni di polizia, mica è reato dappertutto, ma che credete? L’occidente è democratico, loro sono comunisti, noi siamo per la libertà, che importa se non tutti se la possono comprare. Abbiamo pure una statua di donna con una costituzione sotto braccio, e una torcia sul pugno, davanti al mare che inneggia al nostro sogno.

Che c’entra se la sanità da noi è pubblica solo per chi ha un lavoro, una assicurazione, un conto in banca, mica possiamo curare tutti. Abbiamo i campus, dove menti eccelse hanno creato, inventato, portato alla luce tutto lo scibile umano, quei figli di nessuno di europei sono immigrati a frotte nel secolo scorso e noi li abbiamo accolti. Magari non tutti sul tappeto rosso, abbiamo fatto due corsie: coi soldi a destra, senza a sinistra. Che importa se la scuola non tutti se la possono permettere, c’è sempre quella pubblica, quella dove non ci si annoia mai e ogni settimana c’è un mattacchione che spara. Una colt per ogni americano, non siamo mica dei banditi barbudos come loro. Anche noi abbiamo i nostri martiri per la libertà, spesso li abbiamo pure uccisi noi stessi, ma che vuol dire?

Loro avevano il terrorista Che Guevara e quel loro leader (che quei barbari chiamano lidér), che abbiamo provato ad ammazzare alcune centinaia di volte.

Come non si può? Noi siamo la patria della libertà, uccidendolo cercavamo di rendere il mondo un posto migliore, così come abbiamo fatto qualche altro migliaio di volte.

Da loro non c’è dissenso, c’è gente in galera per le proprie idee. Il fatto che da noi il partito comunista fosse fuori legge non è un caso. Inutile andare indietro di un secolo e rivangare ancora la storia di quei due anarchici italiani. Se in galera da noi il novanta per cento dei detenuti è latino o afro americano, sono loro che delinquono, che colpa abbiamo noi.

Loro volevano fare la rivoluzione, pensate bene, che orrore. Che c’entra se l’abbiamo fatta anche noi due secoli prima. Loro sono dei guerrafondai, quel loro Che Guevara era un sobillatore, in Africa, in Bolivia e poi manco era cubano.

Come? L’abbiamo ucciso noi? E chi lo dice? La CIA. Ma sì, un errore, un piccolo processo lo abbiamo pure fatto. Gli abbiamo tagliato le mani e le abbiamo inviate alla casa Bianca. Ma era per capire se aveva le unghie pulite.

Siamo stati in guerra 222 anni in 239 anni di storia? Si ma per liberare il mondo e per esportare la democrazia, che credete, mica ci fa piacere. Non ci siamo divertiti nemmeno a far ammazzare Allende, ma era un marxista a due passi da casa nostra. Perchè loro invece? Nessuna guerra? Come nessuna! E la Baia dei porci? Ah, siamo stati noi a tentare di invaderli… del resto erano talmente vicini, voi che fareste con un ladro nel cortile di casa vostra?

Guantanamo è una nostra base sull’isola, qual è il problema? Come un campo di concentramento? E chi l’ha detto? L’ONU. Il solito branco di cazzoni.

E cosa c’entrano gli indiani adesso? Non andiamo a rivangare storie vecchie di secoli.

Noi siamo morti per liberare l’Europa.

Come? Non saremmo entrati in guerra se il Giappone non ci avesse bombardato la baia? Cazzate messe in giro dai soliti musi gialli. Tutti uguali, coreani, vietnamiti. Comunisti. Il napalm? E’ un defogliante, a volte in un campo bisogna disinfestare per poi raccogliere.

Insomma basta, mi avete stancato. A Cuba non c’è né libertà né democrazia, i diritti umani non sono rispettati (cazzo c’entra Floyd, quello era negro).

Un omicidio al minuto. E’ per ringiovanire la popolazione, noi siamo la patria di Rambo.

Medici non bombe”, come non l’abbiamo detto noi. E chi l’ha detto? Fidel Castro?

Il servizio sanitario nazionale migliore di tutta l’America? Come, quello cubano? Come, l’ha messo in piedi quel terrorista di Guevara? Come, il tasso di mortalità infantile è più basso a Cuba?

Ma noi stiamo sconfiggendo il Covid. Abbiamo avuto solo cinquecentocinquantamila morti.

Noi il vaccino lo paghiamo e ce lo teniamo pure. Soberana2 è gratuito e lo cederanno gratis alle nazioni del terzo mondo? Non hanno mai avuto fiuto per gli affari.

I dannati cinesi e palestinesi hanno preparato una mozione per eliminare il blocco e le sanzioni a Cuba, quelle sacrosante sanzioni che il nostro caro ex presidente con 242 nuove misure ha pure rafforzato. . La mozione è passata con 30 voti a favore, 15 contrari e due astenuti, ma a noi che ce ne fotte, noi siamo democratici, l’ONU è solo un branco di fannulloni. Per fortuna che i nostri cari alleati, come la Giovine Italia, hanno votato per noi.

Sì, quegli stessi cubani che un anno fa fecero sbarcare una brigata di medici per aiutarli durante la pandemia.  Ma che gli frega a loro della solidarietà, gli italiani sono allineati, sono cari amici nostri. Sono un popolo libero. Abbiamo solo cinquantanove basi in quel paese del sole, del mandolino e della mafia, con tredicimila nostri valorosi marines. Mica li abbiamo occupati, anzi li abbiamo liberati.

I partigiani? E che c’entrano. Noi li difendiamo dal pericolo di una invasione. Di chi? Ma dei sovietici.

L’Unione Sovietica non c’è più? E che significa? Comunque li abbiamo liberati dai comunisti. Abbiamo anche chiesto l’aiuto di amici all’interno della loggia Propaganda 2. Care persone.

E comunque con voi comunisti non ci parlo più, volete sempre avere ragione voi. Manteniamo le sanzioni anche se la mozione è passata, perché noi siamo democratici.

 

PER CERTI VERSI
Un giorno Pericle

UN GIORNO PERICLE

Un giorno Pericle
Decise
Che la democrazia
Dovesse essere esportata
Con ogni mezzo
Nessuno più rinunciò
A questa idea
Anche quando
La democrazia
Sprofondò
Nel suo stesso sangue
Venne sostituita
Da altri termini
Guerra santa
Impero
Civiltà

A un certo punto
La democrazia
Ricomparve
E immancabile
Come fosse una merce
La sua esportazione
Con ogni mezzo
Ancora una volta
Perché ciò che è giusto
È giusto
Ci mancherebbe

Questi trapianti
Perlopiù
Finiscono col rigetto
Con nuovi nemici
Da estirpare
Con ogni mezzo

E le vite umane
La natura…
Quelle vengono dopo
Dopo quando?
Dopotutto

Con rispetto…

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

Fuoco, fiamme e gas letali contro i curdi

 

di Gianni Sartori

Un video diffuso recentemente sembra dare ulteriore conferma a quanto si vociferava da tempo. Ossia che l’esercito turco – oltre che di droni, aerei e bombe – fa uso di sostanze chimiche, gas proibiti dalla Convenzione di Ginevra. Contro i curdi, ça va sans dire.
Non è una novità naturalmente. Ankara opera in tal modo – impunemente – da qualche decennio. Ora – per la precisione dai primi di giugno – anche nel Kurdistan del Sud (nord dell’Iraq), soprattutto per colpire i tunnel scavati dai guerriglieri. Le immagini del video realizzato da elementi delle HPG (Hêzên Parastina Gel – Forze di Difesa del Popolo, braccio armato del PKK) si riferiscono alla zona di Werxelê (regione di Avasin) e appunto mostrano in maniera evidente la fuoriuscita dei gas dai tunnel dove si riparano i combattenti curdi.
Da due mesi Ankara cerca – finora invano – di impadronirsi delle aree montagnose controllate dai guerriglieri. A quanto sembra per ottenere i suoi scopi non si fa scrupolo di commettere crimini di guerra. Stando ai dati forniti dalla resistenza curda, in questi due mesi i gas (di vario genere) sarebbero stati utilizzati decine di volte. Quello dei gas è solo un elemento della guerra pressoché totale – praticamente di sterminio – condotta da Erdogan sia contro i curdi che contro la natura del Kurdistan. Un’associazione ambientalista curda quantifica in più di un milione e trecentomila dunum (unità di misura corrispondente in genere a mille metri quadri, ma che in Iraq può corrispondere a 2500 metri quadri) le aree boschive incenerite dal fuoco. Praticamente il 35% delle foreste del Kurdistan del Sud. Distruggere l’ambiente naturale, incendiare le foreste, bombardare le montagne… rientra a pieno titolo nelle pratiche criminali – propedeutiche al genocidio – adottate da Ankara per risolvere manu militari la questione curda.
Ricordiamo che dal 2015 al 2019 l’aviazione turca ha bombardato – devastandolo – il Kurdistan del Sud circa 700 volte.
E nel solo 2020 già altre 300 volte. Oltre a causare morti e feriti, gli attacchi hanno costretto migliaia di persone a fuggire altrove. Incalcolabili poi i danni subiti dall’agricoltura e dalla fauna locale.Per esempio i recenti bombardamenti sulla regione di Bencewin avevano innescato rovinosi incendi che hanno ridotto in cenere centinaia di campi con la produzione agricola indispensabile per la sopravvivenza delle persone.
Di fronte a questa aperta violazione della sovranità nazionale, il sostanziale silenzio adottato dalle autorità curde locali (sia del governo che del Parlamento del Kurdistan del Sud) appare quantomeno criticabile (se non addirittura vergognoso).

Pubblicato su www.kurdistan.it il 9 settembre 2021

CONTRO VERSO
La svergognata

 

Scegliere era un dilemma insolubile per questa ragazza. Su un piatto della bilancia l’appartenenza, le radici, la visione del mondo offerta dai genitori; sull’altro il proprio progetto di vita, per quanto imperfetto, con un ragazzo non esemplare e non musulmano ma che lei amava e con cui aveva concepito un bambino.

La svergognata

Mi ci han proprio costretto
qui, dentro casa mia.
Mi hanno dato un biglietto
per andarmene via.
Mio papà mi ha strappato
la carta di soggiorno
e così si è accertato
non facessi un ritorno.

C’è in Italia un fagotto
concepito per sbaglio
in un giorno d’agosto,
ed è stato un abbaglio.
Non dovevo sperare
che ci fosse l’amore,
non dovevo contare
su un domani migliore.

Io non sono credente
lui non è musulmano.
Il Corano è stringente
non darà la mia mano
a un ragazzo infedele
che oltretutto ha sbagliato,
mi seduce col miele
ma ha un destino segnato.

So che è stato in galera
per reati da poco.
Lui mi ha detto che aveva
cominciato per gioco.
Io lo amo ma ammetto
che è uno scavezzacollo.
Ora gli credo e lo aspetto,
il giorno dopo lo mollo.

Ho voluto abortire
ma non ero più in tempo.
Ho dovuto mentire
ed è stato un tormento.
Ero incinta quel giorno
quando m’han fidanzata.
Si è saputo al ritorno
ch’ero già svergognata.

Libertà non è data
libertà non esiste.
Sono stata avventata
e mio padre insiste
che la sua preferita
l’ha distrutto per sempre.
La sua vita è finita
e il Corano non mente.

Io l’ho ormai rovinato
demolito, travolto
con quel bimbo che è nato
di cui non so più il volto.
Non dovrebbe avvenire
che un bambino è un ingaggio.
Non dovrebbe servire
tutto questo coraggio.

Amputarmi il passato
tutto ciò a cui appartengo
o abbandonare un neonato
che è quel figlio a cui tengo?
Affrontare il rigore
l’ostracismo la rabbia
o congelare il dolore
e restarmene in gabbia?

È una scelta feroce
e ho vent’anni appena
non ho cuore né voce
e non sono serena.

Gli adolescenti stranieri di seconda generazione portano su di sé un compito gravoso. Costretti a scegliere tra identità e appartenenza, attanagliati dal senso di colpa per la sofferenza che infliggono ai genitori semplicemente osando immaginare un futuro diverso da quello pensato per loro, qualche volta vengono intercettati dalla giustizia minorile – che nella mia esperienza lavora in un’ottica di mediazione ogni volta che si può, e con un taglio netto verso comportamenti inaccettabili quando il pericolo è alto e la mediazione è rifiutata dalle persone in causa.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Se i lavoratori rialzano la testa…
Una risposta popolare all’Italia disuguale di Bonomi e Draghi

 

Il dibattito pubblico, se si eccettuano le vicende afgane, continua ad essere dominato dalle questioni legate alla sindemia [Vedi qui] e ai vaccini. Si presta, così,  troppa poca attenzione a cosa sta avvenendo in sfere fondamentali della vita delle persone. L’adagio ripetuto a più riprese che “niente sarà più come prima” viene confermato, con il rischio concreto però che “il dopo sia peggio del prima”, che non si torni alla normalità precedente, ma ad una ancora più brutta.

Ci sono alcune vicende emblematiche che ci dicono come sul tema del lavoro e dei diritti dei lavoratori il peggio sia già arrivato. La prima è senz’altro quella della GKN di Campi Bisenzio , che riguarda circa 500 lavoratori investiti da uno spregiudicato processo di delocalizzazione con conseguente chiusura da parte della proprietà, il Fondo speculativo inglese Melrose, che non si ritiene soddisfatto dei risultati aziendali e che ha aperto via WhatsApp la procedura di licenziamento per tutti i lavoratori che scade il prossimo 22 settembre.
Ora, quello che lascia interdetti, a fronte di una forte mobilitazione dei lavoratori e della creazione di un ampio fronte di solidarietà attorno ad essi, è il silenzio assordante della politica, che oscilla tra pensare a blande misure di contrasto alle delocalizzazione selvagge sulla base del modello francese (un modello che non ha funzionato per niente) e offrire qualche limitato periodo di ricorso alla cassa integrazione. L’unico che fa sentire forte la propria voce è l’immancabile presidente di Confindustria Bonomi, che spiega che questa è la normale logica di mercato e che non ci si può opporre ad essa, pena la scarsa attrattività del nostro Paese nei confronti dei capitali stranieri.
Sulla vicenda GKN e sulla grande mobilitazione in atto rimando al reportage di Marina Carli recentemente apparso su questo quotidiano. [leggi qui]

Altrettanto emblematica è la vicenda della nascitura ITA, la nuova compagnia aerea di bandiera che sta prendendo il posto di Alitalia. Qui siamo in presenza non solo di un piano industriale molto debole e di una grave mancanza di volontà di affrontare il tema dei cosiddetti ‘esuberi’, visto che la nuova società assorbirà circa 2500 addetti, 8000 in meno rispetto agli attuali 10.500 dipendenti Alitalia (a cui si aggiungono gli oltre 600 del call center Almaviva, anch’esso soggetto ad un destino di delocalizzazione ), e a cui si prospetta semplicemente un periodo più o meno lungo di ammortizzatori sociali.
In più, ITA non intende applicare il contratto nazionale del settore aereo, preferendo avvalersi di un contratto aziendale (o regolamento?) che peggiora le condizioni in essere dei lavoratori.
Non paga di tutto ciò, ITA ha chiesto a chi fosse interessato ad essere occupato a quelle nuove condizioni di mandare appositi curricula, ricevendone più di 20.000. Una scelta inequivocabile, che esprime precisamente un modo per bypassare o, perlomeno, fortemente condizionare la trattativa sindacale e per mandare in soffitta il principio basilare del passaggio dei lavoratori dall’azienda cessata a quella subentrante. 

In questo breve excursus, di cui si potrebbe dire, seguendo Agata Christie, che se due coincidenze formano un indizio, tre diventano una prova, non si può non fare riferimento al tema della mancata copertura economica nel 2021 per i lavoratori del settore privato, nel caso in cui essi siano soggetti a quarantena perché colpiti dal Covid o essere stati in contatto con essi. Oltre alla forte perdita economica (parliamo di circa 500 euro per 10 giorni), colpisce la ‘dimenticanza’ in materia da parte del governo, visto che si ragiona di una necessità di alcune centinaia di milioni di euro.
Nel momento in cui si continua a legiferare velocemente con decreti o, addirittura, a costruire soluzioni con DPCM, è solo un pensiero malevole quello che suppone che, anche qui, si voglia dire all’insieme del modo del lavoro che si può dimenticare le ‘protezioni’ di cui finora aveva goduto?

Potrei continuare, citando altre vertenze in atto, come quella che vede impegnati i lavoratori della Whirpool di Napoli, della Gianetti di Brescia o quella scandalosa della Texprint di Prato, dove la polizia ha sgomberato con la forza gli operai (stranieri) e i sindacalisti che sono ricorsi allo sciopero della fame per rivendicare l’applicazione del contratto nazionale di lavoro (8 ore per 5 giorni la settimana anziché 12 ore sette giorni su sette) – come giustamente segnalato da Nicola Cavallini su questo quotidiano [Vedi qui] – oppure ragionando sulla discussione che si sta aprendo su reddito di cittadinanza, pensioni e riforma degli ammortizzatori sociali, ma tutto ciò a me pare sufficiente per affermare che non siamo in presenza di singoli episodi, ma ad un’impostazione complessiva che guarda alla riduzione dei diritti dei lavoratori e al fatto di considerare gli stessi come merce, come tante altre, soli di fronte al mercato e ai suoi idoli.

E infatti, se ce ne fosse bisogno, ulteriore conferma arriva da quanto sta succedendo nel mercato del lavoro e rispetto all’occupazione. Da una parte, assistiamo alla celebrazione di una forte crescita nel 2021: il ministro Franco ha annunciato che siamo al +5,8% rispetto al 2020, con la possibilità di arrivare al +6%, risultato salutato come indicatore di una sorta di nuovo boom economico, anche se, molto probabilmente, non siamo di fronte a nient’altro che ad un forte rimbalzo rispetto al calo di quasi il 9% nel 2020 rispetto al 2019.
Dall’altra, la situazione dell’ occupazione appena diffusa dall’ISTAT rende conto che da gennaio di quest’anno gli occupati sono sì cresciuti di 550mila unità, ma ne mancano ancora circa 265mila per tornare ai livelli pre Covid. Soprattutto, nel periodo luglio 2020 – luglio 2021, la gran parte dei nuovi occupati, pari a 440mila, sono il prodotto di un calo dei lavoratori indipendenti e di una crescita di quelli dipendenti (+ 502mila), ma di questi ultimi solo 125mila sono contratti a tempo indeterminato, mentre ben 377mila appartengono alla categoria dei contratti a termine.
Insomma, tutte le tendenze e le scelte concrete in atto disegnano un quadro per cui i tratti della precarietà e della concorrenza tra i lavoratori diventano sempre più la normalità del lavoro, che essi segnano le modalità con le quali si affrontano le situazioni di crisi e di ristrutturazione aziendale, che lo stesso contratto nazionale va considerato uno strumento che appartiene più al passato delle relazioni industriali, destinato ad essere superato da regolamenti aziendali e dalla contrattazione tra le aziende e i singoli lavoratori.

Del resto, lo stesso scontro sulla questione del blocco dei licenziamenti aveva come posta in gioco esattamente questo: non si trattava tanto di una questione legata alla possibile devastazione di un crollo occupazionale, quanto piuttosto alla determinazione delle forze che decidono sulle dinamiche dell’occupazione e sui vincoli che la regolano. Mano libera dell’impresa e primato del mercato: sembra questo il mantra che viene ripetuto ancora oggi, dopo che esso è all’opera da molti anni, e che viene agitato con un’intenzione di arrivare ad una sorta di resa dei conti finale, scommettendo tutto sulla ripresa della crescita e sulla quantità ragguardevole di risorse pubbliche che provengono dal PNRR.
Può sembrare un paradosso, ma la più grande mole di investimenti pubblici che viene messa a disposizione da molti anni in qua è finalizzata a ricostruire la centralità del mercato e delle sue logiche. Se ci pensiamo bene, questa è la cifra del governo Draghi e del suo ‘ordoliberismo’, e cioè di un intervento pubblico volto a ricostruire e rilanciare il mercato. Peccato che esso sia destinato a produrre disastri sociali, a costruire possibilità per alcuni a prezzo della competizione tra le persone, chiamando tutto ciò meritocrazia, ma, in realtà, lasciandole sole di fronte al mercato e, soprattutto, generando situazioni in cui molte saranno ‘lasciate indietro’, a dispetto di quanto recita la propaganda ufficiale.

Fa decisamente tristezza, per non dire altro, sentire Enrico Letta dire che questo è il governo del PD.

Serve, invece, uno scatto di consapevolezza, che ad oggi manca anche anche al sindacalismo confederale, che non sembra comprendere le dinamiche che si stanno sviluppando e che non vede la necessità di unificare le varie vertenze che sono in corso.
Serve anche, un di più di ‘insorgenza’, come ci ricordano i lavoratori di GKN, che hanno ben chiaro che la loro non è una solo una lotta per la difesa dei posti di lavoro, ma una battaglia di valore nazionale – e per questo chiamano ad una giornata di mobilitazione il 18 settembre a Firenze, cui sarà bene partecipare in molti – , per la democrazia – e non a caso stanno scrivendo, con il supporto di numerosi giuristi, una legge per contrastare le delocalizzazioni -, per un altro modello sociale e produttivo.

In copertina: Campi Bisenzio (FI), 28 agosto, 2021: il palco della manifestazione davanti alla fabbrica GKN occupata (foto di Marina Carli)

ANTROPOLOGIA DEL VAXLEBANO

 

Voi siete di quelli per i quali il mondo, benché a colori, viene meglio fotografato in bianco e nero?
Di quelli che, pur consapevoli della sfuggevolezza della verità assoluta, si sentono di norma in grado di attingere con discreta sicurezza quella relativa?
Se sì, sentiamo diversamente. Più passa il tempo e più mi sembra di comprendere intimamente il senso del socratico sapere di non sapere: non la semplice ammissione del fatto che il volo della conoscenza è costellato di sistematiche turbolenze; piuttosto, l’affermazione radicale di un corto circuito tra conoscenza e consapevolezza, il cui rapporto autentico è sorretto da un ‘non’, cioè sospeso positivamente su una cavità essenzialmente incolmabile.
Immaginate, dunque, come possa sentirmi nel frastuono incontrollato del dibattito attuale su covid, vaccini, società.

Come tutti, mi auguro senz’altro che la situazione possa ben presto migliorare dal punto di vista sanitario, nonché da quello psicologico. Come tutti, spero che le vaccinazioni possano effettivamente avvicinare questo traguardo, e che altri strumenti possano concorrere nella stessa direzione.
Mi sento dunque molto lontano dai cosiddetti no-vax, ovvero da quelle persone che rifiutano le vaccinazioni per convinzioni a priori sottratte a ogni ragionevole dubbio.
Me ne sento lontano sulla questione specifica – le vaccinazioni – e almeno altrettanto sull’insensibilità di fondo verso il più longevo e forse nobile strumento del pensiero occidentale: quel dubbio radicale anch’esso edificato su una cavità, come il logos socratico.
Per fortuna, i veri no-vax sono piuttosto pochi, e il loro conflitto fideistico contro il dubbio sfocia nel clamore stridulo del settarismo.
A qualcuno però, nella situazione della pandemia, questa esiguità pare dar fastidio. Qualcuno sente l’esigenza di moltiplicare il numero dei no-vax, vedendone ovunque. Il meccanismo è semplice: chiunque nutra in qualsivoglia modo un dubbio a proposito delle vaccinazioni anti-covid è, ipso facto, no-vax.

Si tratta di una manipolazione alla quale si è dedicato lo stesso Ministero dell’Istruzione quando, in una pagina del sito istituzionale (si spera ora rivista) ha definito appunto ‘no-vax’ gli oltre centomila lavoratori della scuola ai quali non risultava ancora somministrato il siero anti-covid.
Indubbiamente, tra questi centomila vi saranno anche dei veri no-vax, ma la grande maggioranza è certamente composta da persone che, in circostanze diverse, si sono sottoposte a pratiche vaccinali e hanno ad esse sottoposto i propri figli, ma che dubitano, magari a torto, del reale beneficio degli specifici prodotti in questione.
In conseguenza della manipolazione, l’espressione di un dubbio determinato, e dunque a certe condizioni oltrepassabile, viene stigmatizzata e ingigantita nella professione di una fede superstiziosa e oscurantista.
Ciò che ci si rifiuta di esporre al dubbio è il dogma biopolitico della provvidenzialità dei vaccini anti-covid. Qualsiasi esitazione o riflessione in proposito sconfina di per sé nella blasfemia, nel quadro di una reazione allergica verso il dubbio equiparabile a quella che offusca l’autentico no-vax.

A questi sembra dunque opporsi, nel nostro tempo asfissiante, il devoto vaccinale, l‘integralista del siero: il vaxlebano.
Il vaxlebano contrappone instancabilmente a ogni proposizione di dubbio la mozione autoritaria: come fai a dirlo tu, che non sei virologo? Dimentica di non esser virologo neanche lui, ma soprattutto che la Costituzione italiana non assicura solo ai medici la facoltà di decidere dei trattamenti sanitari che riguardano la propria persona, perché la democrazia è diversa dalla tecnocrazia – e in particolare dalla iatrocrazia – in quanto, laddove la legge non disponga diversamente, i cittadini sono liberi di abitare il proprio corpo e di prendersene cura in base a convinzioni e sentimenti soggettivi.
Il vaxlebano si fa un selfie con dei cucchiaini da caffè rovesciati sugli occhi e un ghigno alieno. Poi, naturalmente, posta il tutto, irridendo nel commento il dubbio eretico (coltivato anche dall’EMA) sugli effetti indesiderati a medio e lungo termine e, nel contempo, le non poche persone che di reazioni avverse gravi, persino mortali, hanno sofferto anche nell’immediato.
Il vaxlebano lancia anatemi sui non vaccinati perché per colpa loro non si raggiungerà mai l‘immunità di gregge. Quando si fa chiaro che l’immunità di gregge è un sogno, lancia anatemi ancor più densi, perché i non vaccinati sono il cardine della diffusione del contagio. Quando si fa chiaro che il passaggio del virus non è così frenato dall’avvenuta vaccinazione, escogita anatemi supremi ed esige che il non vaccinato non usurpi il posto in terapia intensiva di chi se lo è guadagnato onestamente fumando due pacchetti al giorno, sfondandosi di superalcolici o cibandosi forsennatamente di grassi saturi. E, se proprio lo deve occupare, almeno se lo pagasse di tasca sua! (Quest’ultima, purtroppo, non è di un vaxlebano anonimo, bensì dell’Assessore alla Sanità della Regione Lazio).

A proposito di quattrini, il vaxlebano arriva a chiedere persino forme di persecuzione tributaria. Ho visto con i miei occhi sui social post in cui si proponeva di avviare accertamenti fiscali a tappeto sui non ancora vaccinati, quindi no-vax, .
Il vaxlebano plaude al fatto che un quattordicenne sia messo, a scuola, nella posizione di chi impedisce al resto della classe di eliminare la mascherina, determinandone una condizione di etichettamento che, se discendesse da ragioni razziali o di orientamento sessuale, farebbe giustamente inorridire il vaxlebano stesso.
Il fatto, poi, che se il quattordicenne in questione vivesse nel Regno Unito, il paese che più tempestivamente e forse più intensamente di tutti ha pigiato sull’acceleratore delle vaccinazioni, non verrebbe oggi ‘immunizzato’ [vedi l’articolo su La Stampa] non riconcilia minimamente il vaxlebano con il dubbio.

Perché, dunque, il vaxlebano non dovrebbe anche plaudere al fatto che il suo vicino di casa o sua cugina vengano privati del lavoro, del reddito e, quindi, della dignità, per non essersi sottoposti a un trattamento sanitario al momento facoltativo secondo la legge?
Dunque, si plaude. Così, se il no-vax vero genera il clamore stridulo del settarismo, il vaxlebano produce il fragore sinistro del conformismo nichilistico, il quale di solito accompagna il passo della massa.
Speriamo non sia così, speriamo che anche i vaxlebani siano meno di quel che appaiono nel caleidoscopio mediatico, perché se no la domanda sarebbe: ne usciremo in questo modo?
Perdonatemi il vizio: ne dubito.

Parole a capo
Roberto Paltrinieri: “L’amore delle donne innamorate” e altre poesie

“Coloro i quali affermano che la parola, il suo profilo, il suo aspetto fonico condizionano lo sbocciare della poesia hanno diritto di vivere. Costoro hanno scoperto la strada che conduce all’eterna fioritura della poesia.“
(Vladimir Vladimirovic Majakovskij)

L’AMORE DELLE DONNE INNAMORATE

Le donne innamorate
ti guardano
appena sveglie
al primo mattino
con occhi che ridono di sogni
La risacca del mare
è la loro voce
riempie le orecchie
Come il frangersi
di spumose onde
su alte scogliere
sommerge l’anima
il loro amore
Sanno del profumo
di asfalto bagnato
dalla pioggia d’estate,
di erba falciata,
del corpo
appena fatto l’amore
Trattengono nei pugni chiusi
sempre la stessa innocenza
della prima volta
Le senti ridere
di giorno
fino nella pelle
ma non senti mai
il sale delle lacrime
asciugate in tutta fretta
di notte
Il loro amore
vince anche il Tempo…
quando amano
e quando lasciano
è per sempre.

GRAZIE PER L’ AMORE

Grazie per l’amore
che scende
a sigillare tutte le fessure
Grazie per le mani aperte
strette
sull’ultimo saluto
per i piedi che scappano
noia e banalità
Per le parole sempre nuove
per quelle della notte
non trattenute
Grazie per le passeggiate
nel bosco dei silenzi
Per gli accostamenti
di sospiri
Per la casa senza specchi
senza porte
Grazie perché invecchi
Perché ti fermi
per farti trovare sempre
sui battiti del cuore

GIULIETTA E ROMEO
(out of order)

Ho perduto la mia Giulietta
è rimasto solo
il tuo Romeo
I dottori hanno tentato
ma nulla han potuto contro
il pugnale del tuo male
Te lo avevo promesso
con mille baci
tenendoti per mano
in ospedale
non ti lascio sola
ti raggiungo subito
dovunque andrai
Ma poi dopo di te
mi son perduto
anch’io
e non mi rimane che
aspettare tutto il giorno
fuori nella via
il tuo impossibile ritorno
Nella notte
il cuore
rimbalza sempre più forte
sul pavimento
e sbatte sul soffitto
al pensiero di te
adesso cosi lontana
Perdonami Giulietta
non sono stato un buon Romeo
non ho avuto il tuo coraggio
non sono riuscito a bere
il mio veleno
E diventar vecchio
senza di te
mi è insopportabile
Adesso i baci
li posso mettere solo
nelle parole
per far baciate
almeno queste rime
mentre provo
a ritrovare coraggio
con questa poesia
per te

PUOI ENTRARE QUANDO VUOI

Sarò fuori
ma è sempre aperto
La porta è solo accostata
puoi entrare quando vuoi
Ho messo da parte
i tuoi colori preferiti
quelli sfumati
quelli del cielo
Sono accanto
alle essenze
dei profumi fioriti
dal bosco ricavati
Di silenzio poi
ne trovi quanto ne vuoi
Appena arrivo
travolgimi
abbracciami
raccoglimi
Vorrei farti subito
ridere di gusto
prima che il tuo sguardo
si faccia triste
come sempre
al calar della sera
Lo so
si è fatto tardi
Non dimenticarti
i tuoi colori preferiti
e i tuoi profumi fioriti
ma non chiudere
accosta solo
prima di partire…
è il mio cuore
non c’è nulla
da rubare

IL PIU’ BEL COMPLEANNO

Nel giorno del tuo
più bel compleanno
ti auguro
la Notte di Natale
Ti auguro un amico
che porti  gentilezza
Ti auguro l’aurora
Ti auguro i vespri cantati
e subito dopo il silenzio
Ti auguro di perderti
e poi perduto di ritrovare
le follie fatte per amore
Ti auguro
una lunga camminata
Ti auguro una mano stretta
ma stretta forte
Ti auguro che ti manchi
sempre qualcosa
e pochi soldi per comprarlo
Ti auguro davanti a te un padre
e a fianco una madre
di avere dei figli
per sapere che esiste qualcosa di più del sole
Ti auguro di non rubare nulla
Ti auguro di non venderti mai
e di perdonare sempre
di non conoscere la violenza
di essere di aiuto almeno
per un po’
Ti auguro di essere buono
o di diventarlo presto
Ti auguro di girarlo questo mondo
ma anche di stare bene a casa tua
Ti auguro di accontentarti
Ti auguro di accompagnare i sentimenti
con le parole
e ti auguro di usarle con Dio
di sentirlo vicino
e quando non lo sentirai più
di essergli vicino tu

Roberto Paltrinieri (1958), docente di scuola superiore a Ferrara, collabora a Ferraraitalia scrivendo articoli, racconti e poesie.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

“Il punto di dio”?
Spirito e ragione, da che parte pende la bilancia

 

Pare che abbiamo “il punto di dio”: non dimostrerebbe l’esistenza di un dio, ma spiegherebbe perché abbiamo la tendenza a porci le cosiddette “domande ultime”.

Secondo le ricerche condotte alla fine degli anni Novanta da un team dell’Università della California esisterebbe nel nostro cervello un “punto di dio”, una sorta di centro spirituale, incorporato tra le connessioni neurali nei lobi temporali del cervello. Il punto si attiva alla menzione di dio, ma le reazioni variano tra Occidente e Oriente, tra Cristiani, Buddisti e Musulmani a seconda dei simboli significativi per ciascuno.

Al punto di dio si aggrappano i sostenitori del SQ, il quoziente di intelligenza spirituale. Il secolo scorso si era aperto con la scala Binet-Simon [Qui] per misurare il QI, il quoziente di intelligenza. Da allora è stato tutto un misurare le intelligenze fino al blasonato Mensa [Qui].

Con la metà degli anni ’90, però, i neuroscienziati hanno complicato le cose, scoprendo che l’EQ, il quoziente di intelligenza emotiva, è altrettanto importante del QI. Anzi, secondo Daniel Goleman [Qui], autore di “L’intelligenza emotiva”, l’EQ è un requisito fondamentale per un uso efficace del QI. Insomma, non ci sarebbe ragione senza cuore, come scrive l’autore del Piccolo principe: “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

Già Howard Gardner [Qui] ci aveva spiegato che le intelligenze sono multiple, almeno sette, ma pare che non sia del tutto così. Ora un libro, che ha inaugurato il secolo nuovo, SQ.Spiritual Intelligence.The Ultimate Intelligence di Danah Zohar [Qui] e Ian Marshall ci spiega che c’è uno stato più alto di intelligenza che comprende sia il QI che l’EQ, si tratta dell’SQ: l’intelligenza spirituale.

L’intelligenza con cui collochiamo le nostre azioni e le nostre vite in un contesto più ampio, ricco, dotato di significato, l’intelligenza con cui attribuiamo valore al nostro agire. SQ è la base necessaria per il funzionamento efficace sia del QI che dell’EQ. È la nostra ultima intelligenza.

Il Dizionario Webster, quello di Noah Webster [Qui], considerato il padre dell’educazione e della scuola americana, definisce lo spirito come “il principio animatore o vitale; ciò che dà vita all’organismo fisico in contrasto con i suoi elementi materiali; il soffio della vita “. Gli esseri umani sono essenzialmente creature spirituali, perché sono spinti alla ricerca dei significati fondamentali della loro vita.

Alcuni antropologi e neurobiologi sostengono che è stata questa ansia di significato a premere sull’evoluzione, a spingere gli esseri umani a lasciare gli alberi circa due milioni di anni fa. Il bisogno di significato, dicono, ha dato origine all’immaginazione simbolica, all’evoluzione del linguaggio e alla straordinaria crescita del cervello umano.

L’intelligenza spirituale non ha nulla a che fare con la religione, ci sono atei con un SQ molto alto e religiosi con un SQ molto basso. Si può testare il proprio SQ. Un’intelligenza spirituale altamente sviluppata include la capacità di essere flessibili, attivamente e spontaneamente adattivi. Un alto grado di consapevolezza di sé. La capacità di affrontare e utilizzare la sofferenza, di affrontare e trascendere il dolore, essere ispiratiti da visioni e valori, insomma una sorta di ‘Giovanna d’Arco’.

C’è la riluttanza a causare danni inutili, che evidentemente non è una qualità spirituale particolarmente diffusa nella nostra epoca. Avere una visione olistica delle cose, essere in grado di creare connessioni. Possedere una marcata tendenza a porre domande ‘Perché?’ o ‘E se?’, a cercare risposte agli interrogativi fondamentali, lavorare contro le convenzioni.

Pare che una persona con un alto SQ sia anche un servant leader, custode di visioni e valori superiori, capace di mostrare agli altri come usarli, in altre parole una persona che ispira gli altri. Magari Gandhi, Martin Luther King, ma poi basta, il SQ deve essersi esaurito.

Uno si chiede come curare i suoi tre Quozienti. Passi per QI che puoi allenare con i giochini di logica e la Settimana Enigmistica, ma per gli altri due, quello Emotivo e Spirituale le cose si complicano.

La società moderna in cui viviamo risulterebbe avere un SQ piuttosto basso, la nostra cultura sarebbe spiritualmente stupida. Secondo i sostenitori del SQ ad essere spiritualmente stupido è soprattutto il mondo occidentale.

A detta del drammaturgo americano John Guare [Qui] manchiamo di immaginazione, scrive nel suo Six Degrees of Separation: “Una delle grandi tragedie dei nostri tempi è la morte dell’immaginazione. Perché cos’altro è la paralisi? Credo che l’immaginazione sia il passaporto che creiamo per portarci nel mondo reale. È un altro modo di esprimere ciò che è più singolare in noi. Per affrontare noi stessi…. l’immaginazione è il luogo in cui stiamo tutti cercando di arrivare …”

Detta così l’intelligenza spirituale non sembra tutta questa novità. L’élan vital di Bergson [Qui] è qualcosa di simile, ritorna in auge con il New Age, il prana, il Ki, delle filosofie orientali, energie fondamentali dell’universo, energie residuali della creazione, che si trovano in ogni essere umano.

Tra i tre Quozienti quartum non datur. QI, EQ e SQ, non contemplano necessariamente il QR che non è quello del code. Il QR è il Quoziente Razionale, che è quello che pare mancarci più di tutti, la propensione al pensiero riflessivo, ovvero la capacità di fare un passo indietro rispetto al nostro modo di pensare usuale, per correggere le tendenze difettose.

Intelligenza e razionalità sono attributi cognitivi separati, con il vantaggio che la razionalità, se esercitata, si migliora e ci migliora, aiutandoci a non cadere nelle fallacie cognitive.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

PER CERTI VERSI
8 Settembre

8 SETTEMBRE
Otto settembre
Tutte le volte
Con intonsa
Puntualità
Il rigurgito
Acido
Gastroesofageo
Si certo
L’apogeo
Della meschinità

Cover. Korfu, soldati italiani dopo l’8 settembre 1943 (Foto Cuno, licenza Wikimedia Commons)

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

… a Mantova … al Festivaletteratura!
Un’emozionante lezione en plen air

 

Apre oggi la 25° edizione del Festivaletteratura di Mantova [qui il programma completo]. Di festival è ormai piena l’Italia, ogni borgo e città si inventa una materia, un argomento, e chiama a raccolta scrittori, critici e professori di chiara fama. Il Festivaletteratura è qualcosa di più e di diverso. E non solo perché è il capostipite, il primo di tutti i festival sorti sulla scia del suo successo, o per l’inarrivabile ricchezza degli appuntamenti in programma, ma per quello che ci sta dietro. Non uno scaltro manager culturale, o un assessore in cerca di gloria riflessa, ma un gruppo di lavoro appassionato e competente. Da qui nasce un’offerta culturale – sociale e culturale – che riesce a parlare tante lingue per tanti pubblici diversi: lettori resistenti, appassionati di libri, bibliotecari, studenti, insegnanti, adolescenti, fino ai piccoli e piccolissimi.
Si va a Mantova per assistere a quel particolare incontro, evento, reading, per ascoltare dal vivo l’autore preferito, per partecipare a un’intrigante iniziativa collaterale. Ma si va, e si ritorna ogni anno, anche per respirare un’aria tutta particolare, un garbato profumo di cultura che sembrava scomparso, fagocitato dal divismo o dallo sciocchezzaio dei media.
Roberta Barbieri, assieme ad altri due redattori inviati di
Ferraraitalia, seguiranno il festival nei prossimi giorni. Ma Roberta è una veterana, per oltre 10 anni ha partecipato attivamente al Festivaletteratura, andando regolarmente a Mantova assieme ai suoi studenti del liceo. Ecco il suo racconto.
( Francesco Monini)

– Arrivati! Forza ragazzi, bisogna scendere.  L’ho detto per molti anni di seguito all’arrivo a Mantova, o l’ho sentito dire alla mia collega, ogni volta che siamo sbarcati dal treno alla stazione ferroviaria. Sempre di mercoledì, nella tarda mattinata del primo giorno del Festival.
– E’ lontana la palestra, profe?
– No, ci carica i bagagli un pulmino dell’accoglienza volontari che è già fuori dalla stazione. Noi lo seguiremo con le bici fino al Piazzale Gramsci, la palestra è lì vicino. Ci staremo poco, il tempo di sistemare le nostre borse; poi dobbiamo passare in Piazza Leon Battista Alberti a ritirare la lista dei nostri servizi per i cinque giorni e di corsa in mensa, che non è vicina. Qualcuno di noi potrebbe avere già il primo servizio oggi nel primo pomeriggio. Coraggio.
– Chi ci dirà cosa dobbiamo fare, profe?
– Il vostro capo squadra vi darà gli incarichi. In genere si accoglie il pubblico stando all’entrata, si  gestisce la cassa, oppure si rassetta la platea ogni volta e la si prepara per l’incontro seguente. Cose così. Chiamate pure se avete bisogno, ma vedrete che vi inserirete bene nella squadra a cui sarete assegnati.

Volontari Festivaletteratura
Mantova, settembre 2019: Foto ricordo di un gruppo di ragazzi volontari del Festivaletteratura

Il gruppo si muove, in media sono quindici tra ragazze e ragazzi del nostro Liceo, che anche quest’anno abbiamo scelto con fatica tra i tanti che si sono candidati, più noi due docenti che li accompagnamo. Lo dico meglio: ogni anno, almeno dal 2003, siamo diciassette appassionati di lettura, che vengono qui a fare i volontari, con la voglia di essere dentro agli ingranaggi del Festival:  incontrare autori già conosciuti tramite le letture, oppure autori nuovi e chiedere loro un contatto telefonico o una mail per invitarli a venire a scuola durante l’anno scolastico, fare la conoscenza di altri relatori e delle loro idee sul mondo e di altri giovani volontari, perché no.
C’era da dormire (poche ore) sui letti di cartone pressato nella palestra che ci veniva assegnata ogni anno; tutti insieme a esibire i nostri pigiamini leggeri per le prime notti fresche di settembre; a darci il cambio per le docce con spugne e biancheria di ricambio tra le mani. Non ricordo che ci fosse tutto questo imbarazzo: si parlava fitto fitto di eventi già avvenuti e di come era andata.
Chi aveva avuto incontri carismatici, o era rimasto folgorato da un autore nuovo non la finiva più di dare dettagli. L’anno in cui ci venne dato un buono acquisto per i libri esposti in piazza Castello, sotto il tendone della libreria del Festival, fu tutto un citare titoli o mostrare gli acquisti già fatti, anche se era la mezzanotte passata e alcuni crollavano per la stanchezza accumulata in dieci ore di servizio, più le lunghe corse in bici per spostarsi in città.

Non ricordo alcuna lamentela. L’unica, ma è successo di rado, quando la postazione assegnata a qualcuno di noi era un po’ defilata e non dava l’opportunità di fare grandi incontri. Una volta mi sono lamentata io perché mi era toccato il servizio all’evento delle 5.30 al Campo Canoa e la sveglia andava puntata alle 4.30. La sera, però, ho dovuto ritrattare il mio disappunto. Avevo visto sorgere il sole dietro le torri della città, una meraviglia, attraversando a piedi il ponte sul Mincio insieme al gruppo dei visitatori. Molti, in realtà, venuti in quella mattina di settembre del 2008 ad assistere a Sottosopra Mantova e a seguire la guida mirabile di Stefano Scansani.

Voglio ricordare così tutti i ragazzi che sono venuti a Mantova insieme a me, come dei lettori appassionati e adulti e voglio sperare che abbiano percepito noi docenti come delle giovani e appassionate lettrici.
Avevano sedici anni o poco più. Scavalcate le ansie delle famiglie, che prima di partire chiedevano dove dormirete, dove mangerete, starete insieme o sarete sparsi per la città; superate le enormi difficoltà del viaggio per ferrovia, neanche Mantova fosse di là da un oceano; trovate in loco o portate in qualche modo le bici da Ferrara, i cinque giorni del Festival, dal mercoledì alla domenica della prima o seconda settimana di settembre, erano un intenso tempo magico, uno spazio magnetico, in cui ad avere importanza erano prima di tutto gli eventi.

Qualcuno posso ricordarlo.
Per esempio quella volta al Blurandevù, di sera tardi. Tutti di corsa verso la Piazza Virgiliana sulle bici stanche come noi alla fine dei rispettivi servizi in diverse postazioni nella città.
C’è David Grossman [Qui] e due delle nostre ragazze sono nel gruppo che ha preparato l’intervista. Arriviamo e ci sediamo a terra, ai margini della siepe che il pubblico ha formato con le schiene accalcate. E comincia un dialogo intenso tra lui e i giovani che gli fanno domande, un dialogo che ascoltiamo nel silenzio totale che si è fatto.
Grossman estrae uno alla volta dei bigliettini da un’urna di vetro che i suoi intervistatori hanno preparato: ogni foglietto contiene una parola chiave, che diventa una domanda. Quando l’ospite risponde alla parola pace siamo tutti rapiti dalla profondità delle sue parole, dalla semplicità con cui si apre a noi.

Era forse l’edizione del 2006: ricordo a flash che parlando della situazione in cui si trovava l’area arabo palestinese si disse molto preoccupato per i suoi figli; che lo scrivere romanzi gli permetteva di allontanarsi dalla sua città, Gerusalemme, e dalla bruttezza del mondo circostante e di cercare nella dimensione dell’immaginario la propria identità. Ricordo la sua intensità nel dare le altre risposte su parole come amicizia, diritti e altre così. Alla fine fu un applauso liberatorio per tutti, lungo e bello. Che bravi i ragazzi a fare così l’intervista, continuavamo a dirci nel fresco della notte tornando più tardi del solito, tutti in fila indiana verso la palestra.

Per esempio quella volta che ritrovai nel ruolo di capi squadra, nonché responsabili della postazione al teatro Ariston, due ragazzi che erano venuti inizialmente col nostro gruppo dell’Ariosto, poi avevano ‘fatto carriera’ e ora da universitari continuavano ogni anno a esserci. Che bei ricordi abbiamo rispolverato insieme, ricordando gli aneddoti della loro prima volta al Festival.
Poi non posso non ricordare in parata le esperienze del mio servizio presso il Cortile della Cavallerizza, quando era ancora agibile, e in seguito a Palazzo San Sebastiano. Lì ho conosciuto e ascoltato tanti intellettuali, scrittrici e scrittori, economisti, giornalisti, attori e interpreti bravissimi, che hanno non solo fatto la traduzione simultanea in italiano, ma hanno animato il dialogo tra ospite e pubblico.
E un compositore, che mi avevano tanto invidiato i ragazzi; avevo l’incarico di raccontare come si era svolto l’evento per filo e per segno, al rientro in palestra. Era Giovanni Allevi [Qui], di cui poi ho ascoltato quasi tutto.

Festivaletteratura volontari
Mantova, settembre 2019: Foto ricordo di un gruppo di ragazzi volontari del Festivaletteratura

Non posso tacere dei pranzetti alla mensa, e perché no delle cene. Quando si arrivava alla spicciolata e ci si cercava con lo sguardo se i posti liberi erano sparsi tra i tavoloni che occupavano il cortile della scuola alberghiera. Quando si mise al tavolo accanto al nostro Stefano Rodotà [Qui], che aveva appena finito di parlare in Piazza Castello. Fu un momento: ci vide preparare le mani per applaudirlo e con un cenno ci fece no, continuate a mangiare. Vengo a pranzo dove pranzate voi. E i ragazzi per primi lo lasciarono essere uno di noi, che mangiava alla mensa del Festival.
Devo chiudere con due ricordi personali, ai quali tengo particolarmente. Del primo non so dire la data: finisco il mio ultimo servizio la domenica mattina e mi precipito a sentire Gianni Clerici [Qui], che parla della sua carriera di commentatore sportivo e di scrittore. Trovo anche posto a sedere ed è da lì che verso la fine, quando la parola passa al pubblico, mi vedo alzare la mano e mi sento dire che leggo da talmente tanti anni i suoi articoli sul tennis nella pagina sportiva di Repubblica da avere assorbito alcuni suoi modi di dire. Il che fa di lui nella mia carriera di lettrice un compagno di viaggio, e di questo vorrei ringraziarlo. Si alza e si mette la mano sul cuore guardando nella mia direzione. La gente applaude. Mi alzo e sul cuore metto la mia. Quando viene portato il microfono a Beppe Severgnini, che si è prenotato dopo di me, non sento quello che dice e non sentirò nient’altro fino alla fine dell’incontro.

Dell’ultimo ricordo dico invece luogo, data e ora esatta: Teatro Bibiena, ore 11.30 di sabato 6 settembre 2008. Una delle sue allieve, Elia Malagò [Qui], dialoga con Ezio Raimondi [Qui] “della sua avventura di insegnante e dell’ininterrotta pratica della lettura”, così recita il programma. Che dice anche: “Ezio Raimondi è uno dei pochi intellettuali italiani di respiro davvero europeo”.

Sono cose che so dal primo giorno in cui ho seguito la sua lezione delle 9.00 alla Facoltà di Lettere di Bologna, all’aula 2 del primo piano. Erano gli ultimi anni Settanta e io per due anni accademici mi sono seduta in prima fila: arrivavo con grande anticipo, dopo avere preso un treno all’alba e riguardavo gli appunti della lezione precedente mentre aspettavo.

Mentre ci parlava e ci affascinava (e ci dava saggi su saggi da leggere, tanto da venire soprannominato il libridinoso) le lunghe mani del professore si muovevano davanti a me. Gliele ho anche strette: il giorno della laurea quando ha proclamato il mio voto e una volta per strada a Ferrara, molti anni dopo. Era venuto per una Lectura Dantis alla Biblioteca Ariostea, nell’incontro casuale che ne era seguito lungo la Via Mazzini mi aveva riconosciuta e salutata. E ora ero qui, seduta ad applaudirlo nel teatro gremito di suoi ex allievi, in una atmosfera così struggente da essere elettrica. Durante l’applauso finale che non finiva mi sono scese due belle lacrime e le ho lasciate scorrere.

Di mercoledì, quest’anno il giorno 8 settembre, comincia l’edizione n.25 del Festivaletteratura e io, anche se da un anno non insegno più e non posso portarci i ragazzi, non posso nemmeno mancare.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

#INSORGIAMO
Si allarga la lotta degli operai licenziati GKN:
il 18 settembre a Firenze la Manifestazione Nazionale

 

Sono passate diverse settimane da quando, in prima pagina o in modo meno evidente, tutti i giornali hanno riportato il caso degli operai di GKN Driveline, cioè la vergognosa comunicazione della chiusura dello stabilimento di Campi Bisenzio (FI) ai 422 lavoratori attraverso il messaggio email del 9 luglio scorso. [Vedi qui] la cronaca sul giornale La Nazione di Firenze.
Non sempre però è stata riportata la grande reazione dei lavoratori, non solo degli operai metalmeccanici, ma di tutti i lavoratori coinvolti: le operatrici delle pulizie, gli addetti alla mensa, gli attrezzisti, gli elettricisti, eccetera:  80 persone tutte coinvolte nella chiusura dello stabilimento e oggi impegnate nell’occupazione della fabbrica. Fabbrica che non ha mai smesso di essere “a regime e perfettamente funzionante, pronta per riprendere la produzione in qualsiasi momento”, come riferiscono gli stessi lavoratori occupanti.
Da quel 10 luglio scorso in cui tutti i lavoratori dello stabilimento di Campi Bisenzio hanno deciso di occupare immediatamente la fabbrica senza più abbandonarla, come prima e spontanea reazione alla lettura della mail del padrone, le ragioni e gli obiettivi della lotta sono stati subito chiari: il ritiro dei licenziamenti e necessità d’imporre un cambio di passo nelle scelte della politica aziendale. 

Campi Bisenzio (FI), 28 agosto, 2021: il palco della manifestazione davanti alla fabbrica GKN occupata

La maledetta mail è partita a seguito del provvedimento di sblocco dei licenziamenti approvato con il con Decreto Legge del 30/06/2021 [Qui], dettato dalla linea confindustriale di Bonomi e fatto proprio dal governo Draghi senza colpo ferire, come se fosse inevitabile e necessario, come se fosse terminata l’emergenza pandemica. grazie anche – occorre dirlo – il benestare dei sindacati confederali che in cambio hanno preteso una inutile (e naturalmente inascoltata) “raccomandazione” sull’attivazione di tutti gli ammortizzatori sociali esistenti.
Quando, puntualmente, è arrivata la raffica di licenziamenti, tutti (governo, sindacati confederali, perfino Confindustria) si sono detti sorpresi e indignati (Sic!) per i licenziamenti a sorpresa. Lacrime di coccodrillo? No, non credo che nessuno dei firmatari di quell’accordo scellerato abbia versato una lacrima.
Sui licenziamenti e gli effetti scellerati della globalizzazione liberistica vedi il bellarticolo di Nicola Cavallini, pubblicato qualche giorno fa su questo giornale [Qui]

Intanto la GNK ha fatto subito scuola. In una gara di velocità, impressionante ma prevedibilissima, diverse aziende dislocate nelle diverse aree industriali del Paese, naturalmente più a nord che a sud, senza distinzione di stile, cioè quasi sempre con comunicazioni rigorosamente ‘a distanza: la Henkel a Lomazzo, la Gianetti Ruote a Ceriano Laghetto, la Whirlpool a Napoli, la Shiloh a Verrès, in Valle d’Aosta, eccetera [vedi servizio su Internazionale].
Da subito le manifestazioni di solidarietà con gli occupanti la fabbrica GKN sono state numerose. I primi a farsi avanti sono stati i lavoratori che maggiormente hanno risentito del lockdown per la pandemia, come i lavoratori dello spettacolo, sempre presenti a tutte le iniziative, ma anche i disoccupati, i lavoratori atipici e precari, gli studenti, i cittadini impegnati, i pensionati e gli amministratori pubblici locali. Ognuno ha dato il suo contributo alla riuscita della lotta.
Ma per capire e condividere gli obiettivi concreti e le modalità che stanno caratterizzando tutte le iniziative del Collettivo di Fabbrica della GKN, abbastanza atipiche nel panorama delle lotte sindacali che normalmente vengono messe in atto in casi analoghi, bisogna andare a parlare con loro, con gli occupanti, partecipare ai momenti di lotta e di presidio dello stabilimento, raccoglierne le testimonianze e le preoccupazioni.

festa operaia
Campi Bisenzio (FI), 28 agosto 2021. Il gruppo fiati in azione: quando la lotta diventa una festa

Per questo sabato 28 agosto sono andata con la mia bicicletta alla stazione di Borgo San Lorenzo e con un biglietto treno+bici sono arrivata a Firenze S. Maria Novella. Poi ho proseguito pedalando verso Careggi e da lì tutto a diritto fino a superare il ponte sul torrente Marina  per entrare nel territorio di Campi Bisenzio, in prossimità del Centro Commerciale I Gigli, proprio a fianco dello stabilimento GKN.
Quando sono arrivata davanti alla fabbrica occupata, nel piazzale di via Fratelli Cervi, c’era già moltissima gente e dal palco eretto al centro grazie alla collaborazione volontaria dei lavoratori dello spettacolo. Dario Salvetti introduceva la serata di musica e di lotta animata da 4 gruppi musicali e dalle testimonianze dei lavoratori e delle lavoratrici, dei sindacalisti della RSU della fabbrica e delle realtà solidali, che sono l’altra anima della lotta [Vedi qui],
Poteva essere l’occasione ideale per porre alcune domande ai protagonisti della serata. Il primo con cui ho parlato è Claudio, operaio GKN, che riassume gli antefatti e mi spiega l’origine del motto “insorgiamo” che ha dato significato fin dall’inizio questa lotta. Ecco la storia: nell’agosto 1944, dopo 20 anni di regime, i partigiani si ribellarono all’occupazione fascista di Firenze e liberarono la città chiamando tutti i lavoratori, i cittadini e le cittadine, tutte le forze antifasciste a partecipare attivamente a quella che sarà in seguito ricordata come “la battaglia di Firenze”  a lottare contro il nazifascismo, proprio  al grido: INSORGIAMO!  Oggi, mi dice Claudio, dopo 20 anni di leggi e decreti con cui tutti i governi, indistintamente, non hanno fatto altro che favorire gli interessi e i profitti della grande imprenditoria a scapito dei diritti dei lavoratori che sono andati via via riducendosi progressivamente, abbiamo pensato a quell’antica storia, e come allora i partigiani difesero le fabbriche dalla distruzione nazista, oggi tocca a noi, agli operai, lottare per difendere le fabbriche dall’attacco padronale che le vuole chiudere per delocalizzare.

Claudio spiega come la mossa di Melrose industries PLC, la finanziaria inglese che 3 anni fa ha acquistato la GKN Driveline, sia del tutto speculativa: la produzione di componentistica per auto (il settore di produzione dello stabilimento fiorentino) non è un settore in crisi; ha subito alti e bassi, come tutto il comparto auto, ma a periodi di cassa integrazione hanno fatto seguito periodi di contrattazione per straordinari. GKN Driveline non versa in difficoltà economiche e non ha fatto alcuna segnalazione relativa alla Unità di Crisi del lavoro della Regione Toscana. Anzi, di recente ha acquistato, anche con l’aiuto pubblico, macchinari nuovi e nuovo software, pertanto le prospettive non erano certo quelle di chiudere lo stabilimento.
Quindi, se GKN ha goduto di fondi pubblici, la soluzione del contenzioso non può essere che lo Stato metta a disposizione altro denaro per sostenere i lavoratori che poi diventano disoccupati. L’avviso di chiusura dello stabilimento è arrivato del tutto inaspettato per tutti, la modalità di prendere e scappare in pochissimi giorni testimonia la volontà della proprietà di voler semplicemente delocalizzare la produzione in un altro Paese, magari dell’Est-europeo, dove i vantaggi fiscali, gli stipendi  bassi e le normative che regolano i rapporti di lavoro sono ancora, se possibile, più vantaggiosi per la proprietà, che vedrebbe accrescere i profitti contraendo semplicemente le spese.
Del resto una finanziaria è fatta per garantire profitti sempre più alti agli azionisti e non certo per condurre al meglio gli impianti industriali.  Alla proprietà non importa  se i risultati dello stabilimento di Campi Bisenzio sono stati raggiunti con un sostanzioso contributo pubblico, cioè di tutti, operai compresi, non importa che la chiusura dello fabbrica causerebbe una ferita grave a tutto il tessuto sociale della zona, oltre che al comparto automobilistico italiano.
Chi invece dovrebbe cambiare strada dovrebbe essere il governo e le sue scelte di politica economica. Ma perché questo succeda, cioè che si cambi direzione e si metta al primo posto la difesa dei posti di lavoro e le condizioni di tutti i lavoratori,  la lotta dovrà continuare e diventare sempre più diffusa. Non sarà un percorso facile, qui alla manifestazione ne sono tutti consapevoli. Ma. si sente nell’aria, si legge nella faccia della gente, da qui può davvero incominciare una nuova stagione di lotta.

manifestazione operaia
Campi Bisenzio (FI), 28 agosto 2021. Davanti al palco della manifestazione contro i licenziamenti alla GKN

Ad esempio,  c’è bisogno di una legge  che penalizzi la delocalizzazione, che preveda congrue sanzioni per le aziende che vengono sul territorio, incassano aiuti pubblici e poi scappano, che imponga un giusto preavviso da parte delle imprese quando intendono chiudere. Il Collettivo dei lavoratori GKN sta già lavorando con giuristi ed esperti costituzionalisti ad una proposta in questo senso, “per scrivere una legge con le proprie teste, e non subire una legge sulle proprie teste!”

“Per la prima volta –  racconta Claudio –  non siamo stati noi operai a doverci muovere per andare a Roma a trattare, ma abbiamo chiesto ed ottenuto che fosse il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico) a venire qui per seguire la vertenza. Questo è solo un piccolo esempio per far capire cosa intendiamo per il ‘cambiamento di passo’ che pretendiamo dalla politica. Il MISE si è incontrato con l’azienda a Firenze in prefettura una prima volta il 14 luglio, quando abbiamo chiesto il ritiro dei licenziamenti, a cui è seguito un nulla di fatto, e una seconda volta il 5 agosto, quando a seguito di una trattativa lunga ed estenuante GKN ha chiesto alcune ore di riflessione. La riflessione è tuttora in corso. Nel frattempo abbiamo fatto iniziative importanti, come la manifestazione in piazza S.Croce, quella del 14 agosto in piazza della Signoria proseguita con il corteo di 3000 persone sui lungarni; tanti gli incontri e le assemblee per coagulare le realtà vicine e solidali con la nostra lotta. Vogliamo stimolare gli amministratori pubblici a prestare maggiore attenzione  a quello che sta succedendo nel mondo del lavoro in generale, non ci interessa solo il nostro caso ma vogliamo dare voce a tutti i problemi e alle diverse situazioni in giro per l’Italia: durante la pandemia sono stati persi almeno 1.000.000 di posti di lavoro, vogliamo evitare che le aziende prendano e chiudano dall’oggi al domani e lascino per strada i lavoratori. La nostra lotta non vuole rimanere chiusa dentro i cancelli della GKN ma la vogliamo portare dappertutto in Italia e far convergere su di essa tutte le realtà perché la lotta sarà vincente se coinvolgerà tutte e tutti le lavoratrici e i lavoratori.”.

Lasciato Claudio al suo compito di servizio d’ordine della manifestazione, incontro Giovanna, un’amica mugellana, pensionata ex lavoratrice dell’azienda urbana di raccolta rifiuti, anche lei sempre presente alle diverse lotte dei lavoratori e cittadini dell’area metropolitana di Firenze. Condivido con lei l’impressione positiva sull’affluenza di persone di tutte le età alla manifestazione. Ci sono anche le famiglie dei lavoratori e delle lavoratrici al completo dei bambini, che si addormentano appesi al collo dei babbi e delle mamme,  cascati nel sonno nonostante il rumore della folla e la musica ad alto volume, mentre altri, i più grandicelli, ballano e si scatenano seguendo il ritmo dei fiati o della batteria. E’ una serata eccezionale per loro, ma anche per noi che, armati di mascherina, ci aggiriamo tra i banchetti di libri e di gadget partecipando alla festa.
A serata inoltrata, quando, nonostante sia tardi, diverse persone stanno ancora arrivando (in fondo è l’ultimo sabato sera di agosto) mi avvio al parcheggio, per rientrare a casa.

Due giorni dopo la manifestazione, Il 31 agosto, l’incontro per l’avvio della fase amministrativa della procedura di licenziamento collettivo avviata da GKN Driveline, convocato dal Ministero del lavoro, e a cui hanno partecipano l’azienda, Fiom, Fim e Uilm, il MISE e la Regione Toscana, si conclude con un niente di fatto: sindacati e Regione continuano a chiedere il ritiro dei licenziamenti, l’azienda ribadisce la volontà di chiudere lo stabilimento e accusa i sindacati di fare muro. [cronaca del 1 settembre, La Nazione]  
Il tempo stringe, il 22 settembre scadono i 70 giorni previsti per il primo tavolo dove si sta trattando. Dopo, se non verrà decisa una proroga, partiranno le lettere ufficiali di licenziamento.
Gli operai di GKN danno appuntamento a tutti i lavoratori e le lavoratrici per unire le vertenze in atto e proseguire assieme la lotta, perché solo uniti si può cambiare il corso delle cose, il 18 settembre a Firenze per una grande Manifestazione Nazionale.
Cover: Striscione all’ingresso dalle fabbrica occupata GKN, Campi Bisenzio (FI)

Non governare la globalizzazione: quando le persone diventano cose

“Governare la globalizzazione” è un proposito che, in Italia, non viene nemmeno preso in considerazione dalle politiche industriali. Gli esempi si stanno snocciolando davanti ai nostri occhi. L’ultimo:  Andrea Ghezzi è l’AD della Gkn Italia (produzione assi e semiassi per auto). Ha appena confermato alla stampa il licenziamento di tutti i dipendenti dello stabilimento di Campi Bisenzio. Vi prego di guardare questo video natalizio di un minuto, nel quale fa gli auguri ai lavoratori “per un 2021 ricco di soddisfazioni e salute” dopo averne lodato l’opera che ha permesso di garantire la “sostenibilità finanziaria” dell’impresa:

guarda qui

Ghezzi quindi a dicembre 2020 conferma l’equilibrio finanziario della GKN, e a luglio 2021 annuncia il licenziamento di tutti e la chiusura dello stabilimento di Campi Bisenzio. Contestualmente chiede 12 mesi di cassa integrazione per chiusura attività e propone un advisor per la riconversione industriale del sito. Con chi, per fare cosa, sono dettagli fastidiosi. Il giornalista gli chiede perché nel bilancio di responsabilità scrivono di mettere al primo posto il benessere dei dipendenti e poi tagliano tutti i posti di lavoro, e lui risponde: “considero responsabilità sociale proprio il piano proposto al sindacato che va ben oltre quanto previsto dalla legge”. Tradotto: per la legge noi possiamo fare quello che ci pare, ma siccome siamo buoni, proponiamo di mettere a casa tutti con un anno di stipendio (tagliato e pagato dallo Stato), ma con una adeguata formazione vedrete che saranno tutti ricollocabili. Dove, presso chi e per fare cosa, ancora una volta, sono dettagli fastidiosi. Poi smentisce che la decisione sia della Melrose, il fondo che detiene il controllo dell’azienda: “Le motivazioni sono indicate nella lettera trasmessa a sindacati e istituzioni e hanno carattere industriale. Il riferimento a Melrose non è pertinente”.

Quindi uno pensa: se la scelta è locale e i problemi sono localizzati, sarà lo stabilimento di Campi ad essere stato amministrato male. Il primo a rimetterci le penne dovrebbe essere proprio il suo Amministratore Delegato. Invece Ghezzi non solo resta in sella, ma si permette di rilasciare interviste contrite dichiarando la decisione della chiusura “dolorosa” (per chi?) ma definitiva. Il motivo è semplice: la decisione non è locale, ma è centrale. Ghezzi si limita a fare la sua parte in commedia, e probabilmente per questo sicariato verrà anche ricompensato. Ha una grave responsabilità, sia chiaro, quella di eseguire ordini manifestamente criminosi, almeno sotto il profilo sociale: ma si tratta della responsabilità di un luogotenente della globalizzazione, uno dei tanti. La globalizzazione in nome della quale alla Texprint di Prato (stamperia tessile) la polizia sgombera con la forza gli operai (stranieri) e i sindacalisti che fanno sciopero della fame chiedendo l’applicazione del contratto nazionale di lavoro (8 ore per 5 giorni la settimana anziché 12 ore sette giorni su sette); lavoratori che, per inciso, incassano l’ostilità di molti impiegati della stessa azienda, preoccupati che la conflittualità non faccia uscire la merce e faccia crollare gli ordinativi.

“Governare la globalizzazione” è un proposito che, in Italia, non è mai stato preso in considerazione dalle politiche industriali, ora come in passato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: guerra tra poveri. Indeterminatezza dei padroni. Totale arbitrio nelle scelte strategiche aziendali. Precarietà sistematica del proprio lavoro. Frattura tra lavoratori. Tavoli di crisi funzionali al meno peggio, non al meglio. La stragrande maggioranza delle forze politiche che compongono il Parlamento ed il Governo stesso, davanti a questi focolai di crisi sociale, reagiscono in piena continuità con il presupposto ideologico che ha prodotto la legislazione sul lavoro a partire dagli anni novanta: le imprese devono essere libere di fare i loro comodi, altrimenti aprono altrove, oppure chiudono quello che c’è. Ma come è possibile pensare che l’unico modo per stare nella catena globale della produzione sia quello di lasciare mano completamente libera alle imprese, demolire gli istituti di stabilizzazione del lavoro, continuare a sussidiarle senza alcun vincolo di strategia industriale? Come è possibile che nel dibattito su questo le istanze radicali siano confinate nel territorio di Sinistra Italiana? (leggi qui ). Dov’è finito il Draghi libero dall’incarico in BCE che scrive sul Financial Times articoli keynesiani sull’uscita dalla crisi epidemica mondiale?

leggi qui

Tutti immaginiamo quanto sia più semplice scrivere ricette economiche su un foglio di giornale piuttosto che governare un Paese. La distanza tra le due imprese è incolmabile, e tuttavia l’autorevolezza riconosciuta all’attuale premier è un elemento che il medesimo dovrebbe spendere in prima persona per orientare scelte economiche e gestire situazioni calde. Per adesso, la sensazione è che di quel Draghi visionario di maggio 2020 si sia visto ben poco. Si vede invece Giorgetti, il suo ministro dello Sviluppo Economico, dichiarare con candore che le imprese “vogliono evitare fastidi e confusioni sindacali e quindi vanno a investire in qualche terreno vergine”. Vergine di cosa? Di diritti per chi lavora, evidentemente. Sembra passato un secolo – in realtà solo nove anni – da quando l’AD di Ikea Italia affermava che l’art.18 non è un problema, ma è “l’incertezza dei tempi della burocrazia e della politica” a rendere difficile investire in Italia. Se l’epidemia mondiale da Covid-19 doveva costituire l’occasione per ripartire utilizzando parametri nuovi per lo sviluppo economico, sul fronte dei diritti per chi lavora sembra di moda un salto all’indietro: la concorrenza si gioca sul massimo ribasso dei costi e delle tutele per i lavoratori. Una battaglia non solo scellerata, ma destinata alla sconfitta: quando milioni di lavoratori nel mondo (in Cina, in India) si stanno appena affacciando sulla soglia dei diritti minimi, appare chiaro che l’unico modo che ha l’Italia di non perdere il proprio tessuto industriale non è quello di abbassare salari e diritti al loro livello, ma quello di creare filiere di produzione di qualità. Invece si continua a perseverare sulla strada della riduzione delle tutele e dei diritti, fino a prendersela addirittura col reddito di cittadinanza, come se il problema fosse garantire cibo agli indigenti, anziché restituire dignità e giusto salario al lavoro.

DIARIO IN PUBBLICO
La scomparsa di Fiamma Nicolodi

 

Mi giunge la notizia della scomparsa di una cara amica: Fiamma Nicolodi, grande musicologa e studiosa. Le due sorelle Nicolodi, Fiamma e Daria erano tra le personalità più in vista della Firenze colta. La loro villa era tra i luoghi frequentati dalla cultura fiorentina. Di Fiamma sono onorato in questo Diario di postare il ricordo che la professoressa Anna Dolfi ha composto e che qui riproduco:

Fiamma Nicolodi, una presenza senza età
di Anna Dolfi

Fiamma Nicolodi
Fiamma Nicolodi nel novembre 2017

” Era una strana scuola la media Carducci di via Borgo Pinti. Di sicuro una delle più quotate di Firenze, con professori che brillavano, non so se per bravura, certo per severità e per un’acuta sensibilità al ceto sociale. Non c’è dunque da stupirsi che fosse frequentata per lo più da rampolli di famiglie importanti, che vivevano in classe e fuori in una complicità che fatalmente funzionava ad excludendum.
Solo un paio di ragazze di quel gruppo facevano eccezione, e Fiamma era tra queste. Il suo distacco non aveva niente di intenzionale, legato com’era a una specie di svagatezza, a una naturale eleganza, a una precoce urbanità alimentata da una storia di cui niente si sapeva, ma che si intuiva difficile.
Incontrandola con sorpresa e piacere quasi vent’anni dopo in casa di amici, scoprii che anche lei non aveva amato quegli anni, e che il nostro giudizio su insegnanti e compagni non era molto diverso. Non fu dunque sul ricordo di un mondo, ma per la distanza da quello, che cominciammo a incontrarci con piacere, a parlare di università e di cultura, di libri, di città, di vacanze, di musica.
Soprattutto di musica: dei concerti ai quali le capitava di invitare me e Laura, specie se con programmi e con intrepreti di nicchia da andare poi magari a trovare in camerino, o delle prime al Comunale o al Teatro del Maggio dove era facile incontrarla, sì che la si cercava con lo sguardo raggiungendola durante gli intervalli quando passava sorridendo da un’autorità all’altra.
E poi la si vedeva in Facoltà, o per le strade di Firenze, dove sfrecciava sulla sua bicicletta con cestino, muovendosi dalla bella casa di S. Niccolò – piena di libri e di dischi, dove non mancava uno splendido pianoforte a coda – per andare in centro, ai teatri, a lezione.
Laura, mia sorella, che era stata compagna di scuola di Daria, l’aveva frequentata piuttosto a partire dagli anni di Salerno e mi portava lo spaccato di un pendolarismo universitario faticoso, attenuato proprio dalla condivisione. Così eravamo in due a lanciare il suo nome quando si organizzava una cena con amici che si pensava potessero piacerle. Anche la mamma era contenta di vederla: Fiamma, che aveva avuto una madre difficile e lontana, aveva nei suoi confronti un’attenzione tutta particolare, che diceva molto della sua sensibilità.
Ma se penso oggi a qualche giorno o momento del passato legato a lei, mi tornano a mente in particolare un pomeriggio e una serata a Forte dei Marmi, con i suoi racconti di un mondo semi scomparso di esuli e di spiagge deserte, conclusosi con una cena in una sala poco illuminata della mitica Villa Elena; una grigliata settembrina da noi, a Viareggio, che ci siamo riproposte più volte di ripetere, e alcuni incontri parigini in presenza, ma perfino in assenza, visto che mi capitò di entrare notte tempo, su suo incarico, munita solo di una torcia elettrica, in un appartamento chiuso che aveva in affitto a due passi da Notre Dâme per recuperarle, in un secretaire dai molti cassetti, documenti che le erano rimasti a Parigi.
Abbiamo scherzato a lungo su quella mia impresa da agente segreto e su altre, letterarie e no, nelle quali tentavo di coinvolgerla. Mi piace ricordarla così, con il suo serio sorriso, perennemente giovane, nonostante le vicissitudini di salute, equilibrata, talmente incapace di lamentarsi da sparire all’improvviso in una notte di agosto, portando con sé la sua straordinaria capacità di leggere come pochi gli spartiti, non solo della musica, ma della vita.”.

A questa figura è inevitabile associare quella della sorella Daria, la dark Lady delle scene italiane, compagna e attrice in tanti film di Dario Argento e madre di Asia, anche lei attrice. Per la biografia di Daria Nicolodi (1950-2020) [Vedi qui].
Fiamma fu talvolta suggestionata dall’avventurosa esperienza di vita e di lavoro della sorella, ma la sua straordinaria formazione culturale le impedì di essere coinvolta in questo giro, anzi! si rafforzò la sua acribia filologica e la sua severa ma appassionata difesa dei valori di una cultura di cui fu esempio straordinario.

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

PRESTO DI MATTINA
Il vento raggiante del tuo linguaggio

 

Il «vento raggiante del tuo linguaggio» – che sale dalle profondità cosmiche dell’universo e della coscienza umana, che ha percorso le distese sconfinate dei deserti e degli oceani per spazzare via la chiacchera delle parole inautentiche – resta un «cristallo di fiato», capace di testimoniare con chiarezza la diafania della tua esistenza: «In fondo al crepaccio dei tempi, presso il favo del ghiaccio attende, cristallo di respiro, la tua irrefutabile testimonianza», (Paul Celan [Qui], Poesie, Milano 1998).

In quel pellegrino dell’assoluto che è stato Pierre Teilhard de Chardin [Qui], il linguaggio assume i lineamenti di una metafora dell’esistenza; anzi ne è la sua trasparente diafania. L’esistenza viene da lui colta nell’atto dell’attraversamento, del viaggio, della cura, della ricerca di un senso. Il linguaggio ne assume le espressioni, i tratti, le luci e le ombre; ne penetra la densità materiale, ne sonda il mistero profondo. Si contrae e si espande come i ritmi del suo cuore, esplode o implode, avanza o si ritira, assecondando i tempi e gli spazi, i pieni e i vuoti dell’azione o delle passività. Esso esprime l’esigenza di comunione o di distacco in base alla scoperta e all’orientamento trascinante della “più vita”, della “super-vita”: ne condivide il gusto o l’amarezza secondo che ci sia da condividere il pane o il calice amaro.

Il linguaggio, per Teilhard, è una mimesi. Imita, riproducendole creativamente, l’intuizione e la visione interiore, manifestandole attraverso le realtà simboliche del mondo. È specchio dell’interiorità nel suo schiudersi, immagine del pensiero nel suo scaturire. Attraverso la creazione di segni e immagini simboliche, dell’esperienza interna ed esterna, offre alla persona la possibilità di conoscere e riconoscersi, di sperimentare e sperimentarsi, comunicandosi così al di fuori di sé nella narrazione. Il linguaggio, pertanto, è dimensione dell’esperienza itinerante, della sua vita “vagabonda”, nel suo andare sempre oltre se stessa. È trama ed insieme sforzo per rigenerare il senso della vita, la sua comprensione e le nuove scoperte.

Non è solo imitazione creativa, mimesi appunto. Il linguaggio ha pure una sua singolarità, possiede una sua realtà ed oggettività: è cultura, è dono che viene alla persona nell’atto stesso di esperire la realtà, o meglio – come direbbe Guardini [Qui] – «costituisce il disegno preliminare per il verificarsi dell’incontro personale, […] spinge alla realizzazione dell’incontro io-tu» (R. Guardini, Mondo e persona, 168).

In Teilhard il linguaggio riflette i movimenti del cuore, intelligenza senziente, per modularli su quelli di un universo sentito dappertutto in formazione, in evoluzione, sicché, trascinato in un’ascesa irresistibile verso il personale, diventa, in modo significativo, linguaggio che orienta e stimola la libertà verso l’azione.

È sentito non solo come mezzo, come tecnica, ma come un vissuto nell’atto di esprimersi, di affidarsi ad altri; come un’esistenza nell’atto di dire se stessa, come lo spazio in cui si formano e si dànno l’intuizione, il pensiero, il senso del vivere, il lavoro intellettuale e spirituale. L’intero esercizio dello spirito e il sentire della coscienza si attuano e si dicono nell’evento del linguaggio.

Il linguaggio, in Teilhard, si origina, plasma ed è plasmato nell’esperienza della sua vita; l’interiorizza, la riflette e insieme la comunica; è l’esperienza delle battaglie nelle foreste dell’Aisne ed a Verdun, nella prima Guerra mondiale, a cui partecipa come portaferiti, passando sotto il filo spinato, vicino alle trincee nemiche per recuperare i soldati colpiti dopo ogni assalto (Genèse d’une pensée, 1914-1919).

È l’esperienza dei suoi viaggi tra gli altipiani, nei deserti, nelle steppe dell’Asia (Lettres de voyage 1923-1955) e quella profondissima del suo mondo interiore, spirituale e mistico scritta ai suoi amici (Lettres d’Egypte 1905-1908 e Lettres intimes. À Auguste Valensin, Bruno de Solages, Henri de Lubac, André Ravier, 1919-1955 e Accomplir l’homme, 1926-1955; Lettres à Léontine Zanta e a Jeanne Marie Mortier).

Le sue parole si riempiono di stupore, si svuotano nella lotta, sono messe alle strette nelle fatiche. Sono parole che si piegano e gemono nelle trincee – egli scrive, tra il fango delle trincee, appunti e racconti da cui poi nasceranno i suoi testi – parole che passano sotto i reticolati, scavalcano le fortificazioni, sussultano tutte e trattengono il respiro al sibilo dei proiettili e al fragore delle esplosioni; vibrano insieme alla terra e imparano così a dire cosa siano l’assalto e il ritirarsi, il coraggio e la paura, la vita che irrompe, quella ferita e quella che si nasconde, si rialza o che muore.

Teilhard scopre tra i morti e i feriti, a migliaia lungo la linea del fronte, l’essenzialità di parole che cercano un varco e una direzione verso la vita, le mescola al grido, al rantolo di vite immolate e ferite, immergendole nell’onda d’urto della prima linea, e su tutto intravede compiersi il mistero della croce. Impara ad affrontare il rischio dell’amore e ad esprimerlo; innestato agli altri linguaggi per ferita, egli così entra ogni volta nella morte per risorgere vivo.

«Questa volta ci hanno dunque spediti sulla riva destra tra Thiaumont e Fleury; e in questa terribile zona siamo rimasti per una decina di giorni. Mi è vietato qui scendere nei particolari delle operazioni a cui ho assistito, ma ti posso rivelare se non altro che laggiù ho passato ore insieme penose e straordinarie, funzionavo si può dire come una macchina, ero quasi spersonalizzato. La cornice è quella dei peggiori campi di battaglia di Verdun. Oltre gli avvallamenti dove si trovano ancora tracce di boschi e dove gli alberi sono ridotti a pali, rimane un po’ d’erba. Al di là, non c’è praticamente vegetazione; ma solo pietrame sconvolto o, più spesso argilla che sembra arata fino a due o tre metri di profondità: un vero paesaggio lunare. È una zona dove non esistono più trincee, dove ci si nasconde nelle buche fatte dalle granate collegate alla meglio; e tante volte per entrarci bisogna prima tirar fuori il cadavere di un tedesco o di un francese. […] In compenso i bombardamenti, gli attacchi, i tiri di sbarramento, erano continui. Ho passato due giorni in una buca, bersagliato per ore da granate che cadevano fino a meno d’un metro da me. In questo genere di vita, i nervi diventano un po’ tesi. NS, tuttavia, ha tenuto alto il mio morale», (Genesi di un pensiero, 23.8.1916, 101).

Il linguaggio in Teilhard è pure come mulattiera impervia tra le montagne della Cina; è distesa e spazio aperto, possibilità di infinite vie in cui provare ad orientarsi nell’altopiano desertico degli Ordos in Mongolia; è orizzonte sconfinato in navigazione in mezzo all’oceano, unica guida le stelle. Imparando la scienza del tempo e della durata, diventa anch’esso un martello come quello che egli usava per aprire le rocce e dischiudere fossili, pure mano sapiente, attenta e premurosa per raccogliere selci e indizi preziosi per la storia dell’uomo nel passato; egli dirà di quella stagione della sua vita: «Il Passato mi ha rivelato la costruzione dell’Avvenire» (Lettere di viaggio, 8.9.1935, 151-152).

Linguaggio, il suo, che sperimenta l’obbedienza della fede come la necessità di un ascolto profondo e che attende nel silenzio operoso la riuscita finale; dice ancora la fedeltà e la dignità dell’amicizia come la sua propria dignità, vive l’amore alla Chiesa con parole di dialogo e di pazienza, nonostante essa non comprenda anzi rifiuti il suo sforzo di declinare insieme fede e scienza; egli continuerà a riconoscendola come il vincolo necessario per «amorizzare il mondo e salvare la sua stessa vita».

Un linguaggio che porta alla luce una «fede che opera»; si nutre della Provvidenza operante nell’universo che lo istruisce sulla sua piccolezza aperta all’infinitamente grande ed insieme lo rassicura, portandolo, amorevole, in un più grande abbraccio di sicura speranza di buon futuro. Linguaggio che impara così l’armonia nel raccoglimento e, nei ritiri spirituali, è messo di fronte all’unica grandezza necessaria: è posto in seno a Dio sempre più grande, al quale egli chiede che gli conceda di «udire e far udire fino all’ebbrezza l’immensa musica delle cose».

«L’aria e il mare; spesso lenzuolo vivente, dove formicola e scivola la vita, fluida e densa come l’ambiente che la contiene… Le sere acquistano un incanto delizioso nel mezzo di questo vasto lago senza sponde. Ieri non mi stancavo di guardare ad est l’uniformità lattiginosa del mare, verde di un’opalescenza dove nulla traspare, chiaro più del fondo del cielo. D’un tratto, sull’orizzonte, un nembo diffuso s’è tinto di rosa, e allora le piccole ondulazioni oleose dell’oceano, restando opaline da una parte e trascolorando dall’altra nel lilla, hanno trasformato per qualche istante l’intero mare in un serico moerro (moir soyeuse). Poi la luce s’è spenta e le stelle hanno cominciato a specchiarsi intorno a noi, quietamente, come nelle acque di un bacino tranquillo…

Lasceremo questi boschi; prevedo che rimpiangerò un rifugio così adatto a farci sentire immersi nel fitto delle esistenze. Nella foresta di Compiègne ci sono alberi ad alto fusto persino più belli che in quella di Laigue: si può vagare per ore tra un colonnato interminabile di tronchi diritti e lisci su un tappeto di foglie secche e sotto vere e proprie ogive di rami. Non è possibile immaginare tempio migliore per il raccoglimento. Ho sentito spesso al pari di te che la Natura dà più inquietudini che soddisfazioni: la Natura è palesemente la base di Qualcosa d’indefinibile, la faccia di Qualcuno non definibile e non ci potremo riposare in lei, almeno io sento così, se non si arriva al Termine nascosto», (Dalle Lettere di viaggio).

Da queste frequentazioni e visioni ardenti il linguaggio di Teilhard riparte rigenerato, aurorale, capace di una resistenza nuova quella della rinascita, che conosce la meraviglia e la gioia della scoperta e del possesso della vita che avanza, nascosta tra le pietre e le pieghe del tempo. Pure essa immersa in Colui che è all’origine di tutte le cose, presente alla nascita e allo sviluppo dell’apprendimento e di ogni linguaggio in esse. La Parola: potenza spirituale della materia che ne provoca la comprensione, nell’atto di plasmare con le sue mani la creazione e l’uomo in essa.

È linguaggio così che si riveste dell’attesa di un compimento, di futuro, si protende verso la luce di un volto e l’intravede, prolungando in avanti le profondità del passato che ha scoperto. Si bagna nell’attraversamento dei fiumi e impara così l’immergersi nella realtà, l’avvolgersi in essa e l’uscirne fuori. Si nutre del silenzio delle vette, si forgia sperimentando l’aridità dei deserti nel caldo torrido e nel raggelante freddo delle steppe attraversate nella famosa Crociera Gialla.

È linguaggio che vive “cosmicamente” il Fenomeno umano con un «interesse palpabile grande quanto il cuore». È linguaggio che narra le profondità, le altezze, l’ampiezza dell’«Ambiente divino e mistico» abbracciante, dentro e fuori, abbracciante il Fenomeno umano. Non rifugge neppure la complessità, anzi la riconosce come la sua sfida: il compito di attraversare il deserto della modernità, ricostruendo i frammenti che la scienza scopre e analizza nel passato in una sintesi nel Cristo-universale. Le sue parole sono un «Inno alla Materia», un «Inno all’Universo» e «al Cristo, sempre più grande» in essi.

Il linguaggio di Teilhard è “vento raggiante” perché in-formato dalla Scrittura e dallo Spirito in essa; incarnandosi nella sua vita, genera in lui il “suo” vangelo e la “sua” missione. Prende la forma di “preghiere nella durata”, ne innerva la vocazione, informa e forma, in una sintesi prospettica sempre aperta, intuizioni, pensieri e riflessioni, appunti e schemi annotati su taccuini, durante le soste forzate o le traversate in mare, come trama segreta e offertorio del mistero della fede celebrato e vissuto: un’occasione, un accadere “permanente” per comunicare con il Cristo attraverso tutte le forze della terra, quelle di crescita e quelle di diminuzione, che mortificano e che vivificano.

Un lessico di parole – infine – per il rendimento di grazie, per trasformare la vita in celebrazione, e la celebrazione in vita: una “messa sul mondo” in un chiesa senza pareti, oltre e al di là di ogni confine e orizzonte; rendimento di grazie per prolungare di nuovo la grande eucaristia della creazione, convergente nel corpo del Cristo mistico e cosmico che continua a formarsi attraverso tutti gli accrescimenti e le diminuzioni, le gioie e le speranze, i lutti e le angosce di un universo in evoluzione:

«Poiché ancora una volta, o Signore, non più nelle foreste dell’Aisne ma nelle steppe dell’Asia, sono senza pane, senza vino, senza altare, mi eleverò al di sopra dei simboli sino alla pura maestà del Reale; e Ti offrirò, io, Tuo sacerdote, sull’altare della Terra totale, il lavoro e la pena del Mondo. Lì in fondo, il sole appena incomincia ad illuminare l’estremo lembo del primo Oriente. Ancora una volta, sotto l’onda delle sue fiamme, la superficie vivente della Terra si desta, vibra e riprende il suo formidabile travaglio. Sulla mia patena, porrò, o Signore, la messe attesa da questa nuova fatica e, nel mio calice, verserò il succo di tutti i frutti che oggi saranno spremuti. Il mio calice e la mia patena sono le profondità di un’anima ampiamente aperta alle forze che, tra un istante, da tutte le parti della Terra, si eleveranno e convergeranno nello Spirito. Vengano pertanto a me il ricordo e la mistica presenza di coloro che la luce ridesta per una nuova giornata», (La Messa sul Mondo, in Inno dell’universo).
Anche oggi: “presto di mattina” appunto.

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