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Libertà obbligatoria e tradimento della parola

Viviamo tempi estremi. La pandemia lo ha reso evidente ma i tempi estremi erano già presenti nel passato, solo che erano invisibili ai più. Oggi però li vediamo, li tocchiamo con mano e da buoni san Tommaso non possiamo più negarli. Le parole che usiamo per raccontare la realtà che ci circonda hanno assunto significati diversi a seconda di chi le pronuncia.

E’ come se la lingua madre fosse diventata una babele e tra umani non ci comprendessimo più. Scompaginati tutti i recinti non riusciamo più a leggere i confini delle nostre dimore che, per ognuno di noi, rappresentano la sicurezza. A catena questo scatena furia e paura nelle persone.
Le accuse che continuamente ci facciamo reciprocamente, in questo mare di incomprensione, è quella di manipolare la realtà. I dati scientifici diventano il perno su cui si basano le narrazioni, e tutti dico tutti, li tirano per la giacchetta, ognuno per darne la interpretazione che vuole. Anche io faccio parte di quelli che li leggono in un certo modo, che li interpretano (perché i dati si interpretano) con le parole che per me descrivono la realtà che vedo fuori  e che sento  dentro,  una realtà che mi corrisponda nel profondo, che tenga unita la conoscenza del cuore con quella della mente, perché, per me, guardare la realtà, non è un’ osservazione asettica, priva del mio essere dentro questa realtà, ma è partecipazione attiva con tutto il mio essere.
Questa libertà di discernimento che mi concedo, che fino ad oggi era un diritto – chIssà ancora per quanto? – e che condivido con gli altri (siamo esseri comunicanti non possiamo non farlo) oggi è mal tollerata, è vista come pericolosa per la comunità di cui faccio parte. Nonostante viviamo in sistemi democratici è proprio questa libertà di interpretazione che viene messa in discussione; non si fa altro che sentire dire che solo i competenti possono esprimere il loro pensiero, agli altri è concesso pensare – dunque  dubitare – (chissà ancora per quanto?) ma non di esprimersi.
Possiamo tentare di capire chi siamo ma non possiamo dirlo perché se affermiamo il nostro pensiero e il nostro essere, se solo ci poniamo dei dubbi, se ci autodeterminiamo, azione che ha bisogno di essere messa in parole, incorriamo nella accusa di impedire all’altro la sua autodeterminazione e cosa ancora più grave manipoliamo la realtà. 
La definizione di libertà che ha caratterizzato il secolo scorso “la tua libertà finisce dove inizia la mia” mostra chiaramente quanto questo impianto filosofico alla base delle nostre democrazie attui una competizione sfrenata: il più forte vince (Charles Darwin) e ottiene le libertà e gli altri soccombono.
Mi sono chiesta come sia possibile che siamo giunti a questo cortocircuito per il quale parole fondanti le comunità come libertà, amore, dono, bene comune, siano diventate parole divisive al punto da creare una spaccatura così grande.  Curiosamente viviamo in paesi che fanno della loro bandiera il rispetto delle differenze, ma siamo giunti a cancellare le differenze proprio in nome di quel rispetto che dovrebbe renderci liberi. Addirittura oggi la libertà sembra essere diventata un brand acquistabile sul mercato (slogan tipo + vaccinati + liberi ) non fanno altro che confermare questa ipotesi.
Sappiamo bene che il concetto di libertà è continuato a cambiare nell’arco della storia e questo suo cambiare ha contribuito all’evoluzione della umanità, e dunque, in un certo senso, questo suo travaglio fa parte del grande cambiamento che stiamo attraversando, dei tempi estremi in cui siamo immersi. Certamente in nome della libertà si sono fatte grandi guerre, le più spaventose e sanguinose, e oggi siamo in guerra, non contro il virus, ma fra di noi, una guerra carsica che scava solchi profondi; ma io spero arditamente che il risveglio delle coscienze e dell’amore sia già qui, nel nuovo che sta nascendo. Dunque torno alla questione che mi sono posta: come è possibile che le parole abbiano perso un significato unificante e siano diventate armi potentissime legate a immaginari assai lontani che rischiano di deflagrare in una guerra senza confini, in una guerra che entra nelle nostre stesse case causando  grande dolore e sofferenze? Per darmi una risposta  devo andare un po’ indietro nel tempo.
Le parole non cambiano il loro significato semantico così velocemente, di solito è un processo lungo che avviene carsicamente; quando poi emerge può essere assorbito in modo  apparentemente  indolore o invece può causare stravolgimenti come quelli che stiamo vivendo. Ma quale potrebbe essere la radice dello stravolgimento semantico odierno?
Io credo di averlo individuato nella cancellazione delle madri a livello simbolico.  So che non sarà facile seguirmi nel ragionamento e so anche che incorrerò nuovamente nell’accusa di manipolare la realtà ma io voglio semplicemente percorrere la strada interiore che mi ha portato a questo discernimento. La mia non è una verità assoluta ma la verità che mi corrisponde e ognuno sarà libero di trarne le sue conseguenze. Il linguaggio umano è un mezzo molto sofisticato e “la lingua è la caratteristica nucleare che ci rende essere umani” (Noam Chomsky) ma la lingua ovunque nel mondo viene definita come lingua madre perché  ce l’abbiamo da sempre, “perché l’abbiamo ricevuta gratis da quando nasciamo“ (Valeria Gheno) ed è dunque fortemente legata al prelinguaggio ereditato dalla madre, alla lingua del territorio che ci ha visto crescere, alla terra madre, Pachamama. Certo poi quando cresciamo noi scegliamo in autonomia le parole da utilizzare per descrivere la realtà, “trasgrediamo“ la madre (Igor Sibaldi, il concetto di trasgressione[Vedi qui]) per diventare noi stessi, ma quanto conta l’immaginario sul materno nella modifica del valore semantico delle parole?
Quando parliamo di materno o maternità facciamo riferimento a un’ampissima gamma di simbolico, parliamo di concepimento, gestazione, affettività genitoriale, educazione, amore, ma anche di creatività, di maternità di idee e libri arte, maternità-natura e moltissimo altro. Per cercare di darvi un’immagine di cosa intendo con questo ampio ombrello di possibilità, utilizzo la metafora della matrioska.
La maternità è come una grande matrioska che contiene tante piccole matrioske ognuna delle quali portatrici di un sapere specifico, ma tutte connesse tra loro. Oggi, però,  facciamo i conti con una parcellizzazione dei saperi in tantissimi ambiti, da quello della salute, a quello economico a quello sociale e giuridico, culturale, che hanno perso la loro originaria unità.
La grande matrioska che conteneva le più piccole è esplosa e il tema della maternità deflagra assumendo nuovi intendimenti. La maternità negli ultimi cinquant’anni ha cambiato volto, da fatto puramente fisiologico è diventata parte integrante del processo di medicalizzazione che ha invaso la nostra società.
Da fatto naturale fortemente legato anche al mistero della vita,  a fatto programmabile e costruibile a tavolino attraverso le tecnologie riproduttive.
E badate bene quando parliamo di tecnologie riproduttive parliamo già di quell’unitarietà andata in frantumi.
La domanda dunque è legittima.
Quanto questo immaginario simbolico legato alla madre, alla unitarietà della madre che sparisce nella parcellizzazione di diversi processi impatta sul nostro vivere la realtà?
Io sono giunta alla conclusione che la lingua madre è diventata una babele, perché  si è persa la matrioska grande, quella che li contiene tutti e da cui partono le ‘trasgressioni’ che sono la via alla realizzazione di quel sé unico e irripetibile che ci caratterizza e che fa dell’essere umano quel miracolo di amore tra diversi. Il transumanesimo che si fonda sulla violazione della Madre e della sua sacralità, che cancella il pre-linguaggio che unisce l’umanità in una unica famiglia, che fa della intelligenza artificiale il nuovo Dio, (medicinali iniettati da remoto, biobag per fare bambini, identità digitali, medicalizzazione della società per rendere uomini e donne sempre “più perfetti e inattaccabili” (?),  robot sempre più intelligenti e simili agli umani) è la causa  della babele.
Ma i più non sanno cosa sia l’ideologia transumanista che ci ha portato fin qui, non sanno quanto stia correndo avanti (è stato da poco riconosciuto il diritto alla cittadinanza a Sophia , un robot donna il che significa che a breve competeremo con i diritti rivendicati dai robot) perché è un’ideologia che ha agito di nascosto, vendendo alle masse progressi tecnoscientifici come grandi opere di bene, eludendo il dibattito sulle tantissime questioni bioetiche che si celano dietro.
Ma il linguaggio della Grande Madre è più forte, la Donna Selvaggia (Clara Pinkola Estes), emerge dalle coscienze singole (uomini e donne l’hanno dentro, nasciamo tutti da donna – almeno per ora) e come un unico canto ricompatta fratelli e sorelle dispersi nel caos della babele.
Lo vediamo nelle piazze di tutto il mondo, anche se il mainstream  non gli da voce. In piazza, per le strade ci riconosciamo, a volte basta uno sguardo per capire che siamo sulla via dei canti (aborigeni australiani) alla ricerca del recupero della lingua madre. Siamo semplici donne e uomini e famiglie che sentono la voce della grande Madre e a lei rispondono.

Il programma di Festivaletteratura : 8 -12 settembre 2021

da: Ufficio stampa Festivletteratura

sul sito di Festivaletteratura (www.festivaletteratura.it) è possibile scaricare gratuitamente il programma della 25 edizione del Festivaletteratura di Mantova che dall’8 al 12 settembre 2021 tornerà ad abitare le strade e le piazze della città, con un’edizione che vede più appuntamenti dal vivo rispetto allo scorso anno, tra inediti dialoghi tra autori, confronti tra saperi umanistici e scientifici, percorsi di “trasformazione” cittadina, una casa d’arte e letteratura per bambini, riprese di format di successo e sperimentazioni avviate nel 2020.

Come da tradizione martedì 3 agosto alle ore 21.00 in Piazza Leon Battista Alberti a Mantova, il Festival presenta il programma con una serata speciale introdotta dal concerto dell’organettista Alessandro D’Alessandro, già ospite a Festivaletteratura 2019, che suonerà alcune libere interpretazioni per organetto ‘preparato’ ed elettronica, di alcuni classici di stili e tradizioni diverse. Grazie ai loope agli effetti elettronici, uno strumento tipico della tradizione popolare dialoga con altre sonorità, ritmi ed armonie, in questa straordinaria cornice cittadina.

Quest’anno per la prima volta il programma, raccogliendo l’esperienza dell’Almanacco realizzato per l’edizione 2020, si trasforma in un catalogo, un volume di 224 pagine che contiene non solo tutti gli appuntamenti dei cinque giorni – incontri con autori, reading, percorsi guidati, spettacoli, concerti con artisti provenienti da tutto il mondo – e tutte le informazioni necessarie e indispensabili per vivere questo straordinario appuntamento culturale, ma anche alcuni testi speciali che lo rendono un vero strumento di approfondimento.

Con una copertina disegnata dall’illustratore veneziano Lucio Schiavon, otto autori sono stati invitati dal festival a raccontare alcuni format o temi portanti del programma 2021, nove contributi inediti– presenti nella versione cartacea del programma – scritti appositamente per il Festival, da Abdullahi Ahmed, Elisabetta Bucciarelli, Chiara Codecà, Marco Malvaldi, Colum McCann, Laura Tripaldi, Alice Urciuolo, Giorgio Vacchiano e il collettivo eXtemporanea, per permettere al pubblico di capire meglio le trame, i rimandi, le assonanze che ne tengono insieme i pezzi più di quanto non sia visibile a occhio nudo.

Quest’anno il programma sarà stampato in un numero più contenuto di copie per sottolineare ulteriormente l’attenzione del festival alle tematiche ecologiche e al proprio impatto ambientale.

Il volume cartaceo, completo dei contributi d’autore, assenti nella versione digitale, sarà in vendita al prezzo simbolico di 3 euro, mentre i soci Filofestival ne riceveranno una copia gratuita (ritiro alla serata del 3 agosto, nei giorni successivi presso la sede di Festivaletteratura – via Baldassarre Castiglione 4, Mantova oppure presso la libreria Coop Nautilus – piazza Ottantesimo Fanteria, 19, Mantova).

Fino al 22 agosto è ancora possibile richiedere l’accredito stampa per partecipare al festival compilando il form a questo link

ATTENZIONE! A causa delle restrizioni COVID, le richieste di accredito verranno valutate singolarmente: le risposte verranno comunicate a partire da lunedì 23 agosto. Verranno prese in considerazione solo le richieste che presentano tutti i campi obbligatori compilati. Le richieste di accredito dei collaboratori devono essere corredate da una lettera del direttore o caporedattore della testata per cui chiedono l’accredito.
Per ragioni di sicurezza, gli accrediti sono nominali e non cedibili.
Per ulteriori necessità scrivere a: stampa@larafacco.com

Parole a capo
Franco Mosca: “L’età dell’amore” e altre poesie

“La poesia – Ma cos’è mai la poesia? Più d’una risposta incerta è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano.”
(
Wisława Szymborska)

l’età dell’amore

ci attraversa in ogni stagione
irragionevole gioca a rimpiattino
ci prende o ci lascia andare

ami poi tradisci e a volte
torni ad amare per sfuggire
all’effimero scorrere della vita

nel sole che va e che viene
sorseggi un calice di vino rosso
o un amaro caffè bollente

in fondo basta l’incontro d’uno sguardo
per sentirsi candidamente complici

il diritto di ascolto

a noi poeti di seconda mano
hanno tolto il diritto d’ascolto

tanti convinti dall’ineluttabile male di vivere
si sono messi a giocare con le parole

incredibili ossimori ed improbabili paragoni
conditi con l’afflato puro del nulla assoluto

ci hanno tolto il diritto di ascolto
non fate finta di non avermi sentito!

lettori impauriti da tanta presunzione
con la cera si sono tappati le orecchie

è sempre più difficile rientrare nel coro
voci ridondanti attraggono i viandanti

alcuni mettono al bando il senso del pudore
pur di stupire e di restare in pista

altri tessono la tela in attesa
di un’improbabile primavera

salvami

ho scritto di te
della tua voce
della serena armonia
al risveglio della primavera

ho scritto di te
dopo le solitudini
delle notti inquiete
cullate e ferite dalle illusioni

ho scritto di te
delle tue labbra da baciare
dei sospiri da trattenere
del caldo tepore tra le tue braccia

a C.

non so se senti la mia mano calda
sul ventre rotondo di tua madre

t’immagino accoccolata
nel mio palmo aperto a conchiglia
piccola ansa nel tuo mare natale

fragile eppure infinitamente forte
le radici pronte a bere alla fonte della vita

chissà se i tuoi sogni son già desideri
se il sorriso degli occhi miei
si specchia già negli occhi tuoi

Franco Mosca, nato a Copparo (Fe) nel 1954, vive a Ferrara, dove ha compiuto gli studi e si occupa di problemi connessi all’immigrazione straniera. Recentemente ha realizzato diverse opere pittoriche con la tecnica dell’acquerello e presentato le stesse in alcune mostre. Oltre ad essere fra gli autori inclusi in diverse antologie poetiche, ha pubblicato nel 2005 una breve raccolta di prose e poesie dal titolo “Luce zodiacale” (Este Edition) e nel 2021 una silloge di poesie dal titolo “Lo specchio dell’anima” (Albatros – Editore).

La rubrica di poesia Parole a capo esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. 
Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Germania sotto shock

 

A Monaco di Baviera siamo stati lontani dall’ epicentro dell’alluvione che ha colpito nei giorni scorsi gran parte dell’ ovest della Germania vicino al confine belga.  Ma le immagini e le notizie della “tempesta storicache ha cambiato in una notte un paesaggio talvolta favoloso, trasformandolo in una zona che sembra bombardata, sono davvero sconcertanti.

Con la pandemia Covid – che si sta allargando di nuovo in quasi tutta la Germania – adesso, un fortissimo colpo climatico scuote dalle fondamenta la finora stabile società tedesca. In aggiunta si può registrare la crescita di una forte onda populista che sconvolge l’opinione pubblica.

In Germania, negli ultimi anni, la difesa dei risultati raggiunti con l’ultimo boom economico è diventata quasi una religione che ha avuto effetti in tutta l’Europa. Adesso, con il Covid e il recente disastro climatico, si sente dappertutto il crollo di un mito. Fra poco anche gli anni doro dei governi Merkel (“la buona zia Angela”) saranno consegnati all’ archivio storico della memoria tedesca, ma nessuno sa cosa succederà nel prossimo futuro.

Nella generazione democristiana del dopo Angela non ce nessun uomo forte e carismatico come la Merkel. Anche il peso del colore rosa all’interno del partito democristiano si sente oggi molto di più a causa della passata presenza di una donna forte al vertice del partito. Ma non si vede oggi sotto il cielo democristiano una donna come possibile successore di Angela.

Molto probabilmente il prossimo cancelliere della Germania sarà Armin Laschet, il sempre allegro Presidente della Regione Nord Reno Westfalia; si tratta certo di un esperto dell’apparato politico che tuttavia non gode di una stima diffusa anche dentro il partito stesso. Cattolico nella tradizione di Adenauer, indeciso verso lala destra più dura del partito, durante la pandemia ha cambiato, talvolta da un giorno ad altro, la sua strategia.

Sicuramente i Verdi rappresentano un forte peso nella politica tedesca dei prossimi anni malgrado abbiano perso molto durante la campagna elettorale a causa degli sbagli di comunicazione e presentazione pubblica. Essi sono ben preparati e pragmatici al livello regionale e locale, ma non per guidare un colosso economico come la Germania al livello nazionale. Inoltre, poiché il partito dei Verdi ha dimostrato sempre grande competenza nel campo ecologico, il suo riconoscimento sta crescendo di nuovo dopo lalluvione di luglio.

Nonostante un bravo, serio ma anche noioso candidato (lattuale ministro per le Finanze Olaf Scholz), il partito socialdemocratico SPD non fa parte del gioco di potere nell’era dopo-Angela; il partito di Willy Brandt era un elefante nel passato ma oggi ha al massimo la forza di un cane da caccia.

In crescita sono i liberali con un leader sfacciato e un programma neo-liberalista Doc. Insomma, la Germania ha davanti a sé un futuro molto instabile dopo lera Merkel.

E quella incertezza avrà sicuramente un impatto per tutta lEuropa.

DIARIO IN PUBBLICO
Dalla Farmacia alla Libreria

Nel giorno speciale di una festa importante mi preparo a rivivere i vecchi riti che fanno parte di questo luogo e di un’antica tradizione. Fioccano a cascata gli auguri di nipoti e pronipoti, mentre attendiamo la visita di Galeazzo treenne, a cui ogni giorno dedichiamo una macchinina di Monster Truck. Ormai nel suo linguaggio lo zio viene chiamato l’Edicolante, con grande soddisfazione di Davide, il vero edicolante.

Nel frattempo, da un caro amico ricevo una puntualizzazione sul tema dei giovani e sulle loro esigenze. Così mi scrive Mario Vayra, tra i primi allievi/compagni della mia lunga carriera pedagogico-culturale: «Caro Gianni, vedo che il mare, anche se mare laido, come dici tu, ti giova … Mi sembri in forma, almeno il Gianni letterato sembra in forma … Mi viene voglia di proporti un commento. Dici delle ragazze e dei ragazzi che leggono, flirtano, giocano sulla spiaggia, come noi un tempo; anche se a loro manca qualcosa che per la mia generazione e quella successiva era essenziale: una attenzione al mondo e al sociale/politico che ha fatto parte del nostro esserci … Come fai a saperlo che a loro manca quel qualcosa? Se non ricordo male anch’io, come molti dei miei amici di allora, andavo al Lido per divertirmi, ascoltare musica, giocare a pallone possibilmente tutto il giorno, aspettando il momento magico della notte. Ricordo i giorni al mare un po’ come giorni di sospensione della realtà, in cui però non si cancellavano l’impegno, le domande, le letture fatte e le liste di quelle da fare. Io non credo che i giovani che vedi in spiaggia siano poi così diversi da come eravamo noi, non necessariamente, almeno, e, soprattutto, non tutti. Un abbraccio, Mario».

Non mi sembrava di aver scritto nulla di diverso almeno nello specifico. Anche ai tempi immemoriali della mia giovinezza, in spiaggia si andava con le stesse esigenze di oggi, tra pantaloni a gamba di elefante, foulard e capelli lunghi (gli altri o i fortunati) sul lungomare di Viareggio, ma dietro c’era la consapevolezza di un impegno che traeva forza dall’essere presente sempre e comunque.

Ci chiamavano ‘gli angeli del fango’, leggevamo la Morante anarchica, assistevamo con forza e ‘impegno’ alle terribili vicende dell’assalto allo Stato democratico, anche se tra noi c’era chi si mimetizzava per ottenere una facile ricompensa consumata tra scuole occupate e la pseudo liberazione sessuale.

Oggi tutto questo è non solo improbabile ma ‘incomprensibile’; perciò, quello di cui discutevo nel mio Diario era ed è una constatazione non un giudizio. Non si può certo qui aprire una seria disquisizione sul concetto di politica oggi, o su come viene gestita a ‘Ferara’.

Leggiamo sulle pagine dei quotidiani locali come si configura la gestione della cultura nella mia non sempre amata città; sentiamo di progetti a cui partecipano le ultime associazioni culturali ancora attive; ci stupiamo, ma non troppo, della proposta della mostra e convegno su Italo Balbo, mentre dai sotterranei della casa di mio fratello escono le foto dimenticate del matrimonio dello zio federale, con la presenza di tutti i Balbo: da Italo a Lino. Ma di questo ne ho parlato e scritto molte volte.

Ora qui agli Estensi come disinvoltamente i frequentatori e abitanti chiamano il Lido/Laido il silenzio è diventato il comun denominatore del luogo. Un silenzio cattivo, rancoroso che nemmeno la normale vita di spiaggia riesce ad infrangere. Solo l’insistente abbaiamento dei pelosi seccati rompe questa anormale mancanza di voci.

Fino a pochi anni fa, diciamo dal 2019 in poi, il chiacchiericcio e le grida rompevano il sonnolento svolgersi dei riti di spiaggia. Ci rifugiamo quindi per rintracciare il tempo perduto da Simon’s lo storico locale, che ha visto consumarsi generazioni di prime colazioni tra il continuo sfornamento di impagabili brioches.

Ora Simone viene curato affettuosamente dalle figlie, nipoti e parenti, Così si è creata una straordinaria équipe di ragazze, che con determinazione e coraggio si sono assunte il non facile compito di depositare nella storia un racconto profumato. Così sotto la guida di Fede (Federica), Patrizia, Daniela, Alessandra – per ricordare la squadra che ci accoglie al mattino – siamo accolti, coccolati, sostenuti nel ricordo, mentre i caffè e le brioches scivolano nelle due bocche voraci.

E poi lo spiegamento dei giornali appena comprati da Bruna e Davide: lei vero pilastro di una difficile e preziosa necessità di allargare il lavoro a utilissime e fondamentali attività complementari. Gentile, competente, consapevole della delicatezza del suo lavoro, mentre lui apparentemente casinista, è fondamentalmente e oggettivamente capace di svolgere il suo lavoro con dignità e valore.

Naturalmente il luogo d’incontro dell’intera comunità è la farmacia, dove si pensa a ragione, ma ci si illude anche, di trovare il rimedio tutti i nostri mali: fisici e psichici. Si arriva dunque fiduciosi in farmacia e immediatamente i soliti ben informati con piglio organizzativo dividono la folla smarrita tra i compratori al banco e coloro che si devono prenotare per il vaccino. Invano i gentili farmacisti escono per mettere ordine. I bene informati deviano le smarrite signore o i brontolanti anziani nella fila sbagliata, mentre i pelosi che accompagnano l’umano, tenuti fuori, uggiolano il loro smarrimento.

Non resisto alla tentazione e anch’io sottovoce comincio a dare consigli, mentre accarezzo la coda di un cagnolino disperato perché tenuto fuori. Dietro me una bella signora, accompagnata dalla figlia, mi racconta di questo ormai consueto bailamme che si prolunga non solo nei mesi estivi, nonostante la buona volontà dei farmacisti e tra una mezz’ora italiana e l’altra parliamo del destino del viale principale e dell’adiacente – Carducci e Le querce – del destino degli alberi, del destino del Lido.

Ancora tristezza e ricordi. Infine, golosamente munito della medicina richiesta, mi dirigo a passo svelto alla libreria, dove mi accolgono con la consueta cortesia. Chiedo notizie del libro di Calimani [Qui] e se ci fosseribo state copie dei volumi di Natasha Solomons [Qui], la grande scrittrice con il cui volume, I Goldbaum voglio concludere la mia ricerca sulle scrittrici ebree. Sono rimasto malissimo del mancato premio ad Edith Bruck [Qui] allo Strega, mentre mi rivolta lo stomaco il paragone tra no-vax e la stella gialla…..Pazienza!

Il vento scuote gli alberi, il mare non l’ho ancora visto, non voglio omologarmi ai danzatori che dai tre ai novanta scuotono chiappe e colli e tuttavia con una certa soddisfazione constato che almeno il Lido è produttore di ricordi.

 

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

TEATRO FERRARA OFF
Un’ora nei panni di soldato: come l’attrice Roberta Pazi è diventata suo nonno

“La Grande Guerra raccontata attraverso gli occhi di un giovane fante, trasposizione teatrale del suo diario di guerra”. Sulla traccia di queste indicazioni di scena ho deciso, mercoledì 4 agosto 2021, di dedicare la serata ad assistere a uno spettacolo teatrale. Un monologo, di fatto, con protagonista Roberta Pazi nei panni di questo soldato e anche coautrice della sceneggiatura. Mi pareva una cosa interessante, ancorché non la più lieta né la più divertente. Facciamolo, mi sono detta. Il film “1917” era riuscito a farmi cogliere il brivido di chi si trova a un passo dal nemico. E tanto è stato rivelatorio anche “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque, romanzo che ti fa entrare nella quotidianità, quasi assurda ma così concreta e tangibile, di un soldato tedesco durante la prima guerra mondiale. Certo, la serata era nuvolosa e la rassegna estiva al teatro Ferrara Off viene fatta all’aperto, sul retro del complesso di associazioni di viale Alfonso I d’Este a Ferrara. Tra minaccia di pioggia e rischio zanzare, le premesse non erano le più esaltanti. Ma il teatro sa riservare sorprese, mi sono detta, e perciò può valere la pena superare le titubanze.

Una volta lì, sul piazzale del cortile dietro a Ferrara Off, le luci si sono affievolite ed è entrata in scena lei, Roberta Pazi, vestita da soldato. “Ok, si comincia”: questo, ricordo, è stato l’ultimo mio, distaccato pensiero.

Poi sono stata ragazzo catapultato in una guerra e ho fatto miei per oltre un’ora i suoi pensieri e le sue sensazioni di paura e speranza, con la pioggia (vera) in testa e poi la sete in gola e il rombo dei cannoni che mi pareva facesse tremare la sedia su cui ero seduta. Sono stata soldato insieme a quel giovane di tre generazioni fa e alla sua futura nipotina, che si chiama Roberta Pazi e che – anche se lui allora mica lo sapeva – è un’attrice e ha usato la sua arte e il suo cuore per arrivare, oltre un secolo dopo, a rimettere in atto i suoi sentimenti e le sue azioni: quelli di un fante arruolato nell’esercito della Grande Guerra. La trama l’ha annotata lui, il giovane soldato Vincenzo Vaccari, che ha scritto tutto dentro a un taccuino nero portato con sé nelle varie sedi di marcia, battaglia e attività militari.

È la stessa Roberta Pazi – alla fine – a rivelare il segreto di questo risultato teatrale, così toccante e coinvolgente. Dopo l’ultima battuta scoppiano gli applausi e lei, davanti al pubblico, ringrazia la regista, il costumista, il produttore dei suoni e poi “grazie Vincenzo Vaccari per essere tornato a casa vivo. E per aver fatto arrivare questo diario alla figlia, Teresa Vaccari… Che è mia madre”.

Così è successo un po’ come se, per poco più di un’ora, una persona vivesse la quotidianità di un altro o – come accadeva nel famoso film di Robert Zemeckis “Ritorno al futuro” – si trovasse fianco a fianco a un nonno che non aveva mai incontrato, in un momento della sua giovinezza durante il quale lei, ancora, non esisteva nemmeno. Che sensazione può fare sentire nel petto il palpito del cuore di un nostro ormai lontano parente? Immedesimarsi fino a sentire la sua sete e la sua fame che attanagliano la carne e lo spirito, per giorni, in una radura di rocce? Percepire l’odore della sua paura sulla pelle, sotto ai bombardamenti, sbirciare lì, accanto a lui, un mondo di ordini e doveri militari dove l’alternativa è andare allo sbaraglio incontro al nemico o sentirsi puntare contro la pistola dai propri superiori per l’eventualità di un ammutinamento? Che effetto fa sorridere per una battuta di un nonno ventenne che, anche nel dramma, riesce a vedere il lato buffo di una situazione? È quanto accaduto, o meglio che ha fatto accadere, l’attrice Roberta Pazi, che al Teatro Ferrara Off ha debuttato con questo spettacolo nuovo e inedito, intitolato “Due ieri fa”.

È la stessa Roberta Pazi a rivelare il segreto di questo risultato teatrale così coinvolgente. Quel quadernetto di parole annotate in una caserma di reclutamento e poi sul Carso, dentro a un bosco tempestoso e in prossimità delle rive dell’Isonzo, contiene sì la formula che riporta alla luce questo cammino a ritroso nel tempo e nell’anima. Ma per realizzare il prodigio e farsi giovane militare della guerra del ’15-’18, l’attrice in realtà ha rivelato che ha fatto molto di più. Forte della sua professionalità attoriale, che comporta empatia e immedesimazione, si è fatta affiancare dal maresciallo Gaetano La Marca (presente in sala) e ha intrapreso una sorta di lungo allenamento psico-fisico per entrare in quello spirito, ma soprattutto in quelle sensazioni materiali. Ecco allora l’affiancamento al militare che le ha insegnato a marciare, a gettarsi a terra, ad arrampicarsi e a strisciare. Ore e ore di training, sudore e fatica.

Roberta Pazi in “Due ieri fa” (foto di Daniele Mantovani)

Roberta Pazi, insomma, è entrata nei panni, anzi nella divisa color verde militare, di un giovane soldato in partenza per il fronte durante la Grande Guerra. Ha marciato dentro le sue scarpe sotto il sole e sotto la pioggia, con in spalla lo zaino pesante di tutto ciò che si doveva portare quel ragazzo, nato alla fine del 1800. In quel bagaglio c’è l’attrezzatura di ogni soldato: tenda e tappetino arrotolati, borraccia, maschera anti-gas e, per lui, anche la tromba d’ordinanza del suo reparto di fanteria. L’attrice, dentro a quei panni, ci ha vissuto e da quelli è riuscita a infilarsi fin dentro la testa di chi li indossava. Un’esperienza partita tutta dalle pagine del piccolo diario che quel ventenne di allora portava nel taschino e dentro al quale – con sistematicità, passione e anche ironia – annotava aneddoti, situazioni, episodi, pensieri paure e speranze in un periodo a cavallo tra la fine del 1916 e il 1917.
“Le avventure di Vaccari Vincenzo non finiscono qui”, ha annunciato alla fine l’attrice, perché le pagine del quaderno vanno avanti ancora, fino al 15 dicembre del 1919. Non resta quindi che attendere che quella minuziosa calligrafia consenta di replicare il prodigio e che un altro pezzo di passato riprenda vita. Grazie!

“Due ieri fa”, dal diario di Vincenzo Vaccari con Roberta Pazi in scena, drammaturgia di Alice Conti e Roberta Pazi, regia di Alice Conti, sound designer Dylan Alexander Lorimer, costumi di Andrea Mangherini, voce off di Marco Trippa, produzione DestinationFilm, illustrazione di Francesco Corli.
Info sulla rassegna “The Royal Estate sul Baluardo” sul sito web www.ferraraoff.it.

Monopoli di Stato, come fumarsi le persone

La Logista è una multinazionale spagnola della logistica, particolarmente diramata nell’Europa meridionale. Una specie di Amazon dei prodotti contenenti tabacco lavorato. Logista Italia ha avuto in concessione dall’agenzia dei Monopoli di Stato la distribuzione ai punti vendita finali (le tabaccherie) dei prodotti a base di tabacco. Uno pensa: lavoro per una ditta che funge da fornitore di un servizio per lo Stato di un bene in regime di monopolio, ergo sono in una botte di ferro. Bene. Andatelo a chiedere a un addetto/a in servizio al magazzino di Logista Bologna, se si sente in una botte di ferro o in una botte di qualcos’altro. I lavoratori del magazzino sito a Bologna Interporto hanno ricevuto a fine luglio un messaggio whatsapp del seguente tenore: “da lunedì prossimo (il 2 agosto, NdA) lei è dispensato dal prestare servizio per la nostra azienda”.

https://www.fanpage.it/attualita/bologna-speranze-per-i-lavoratori-logista-stop-ai-licenziamenti-dopo-i-messaggi-whatsapp/

Molti autorevoli esponenti delle istituzioni mostrano la loro indignazione per una pagliuzza, dimenticando la trave. Il problema non è essere licenziati con un messaggino: quella è una pagliuzza, odiosa, vigliacca, impugnabile finchè si vuole per ragioni formali, ma è una pagliuzza. La trave è essere licenziati da un’azienda multinazionale che va bene, che non accusa nessuna crisi, che tra l’altro subappalta liberamente parti di produzione ad aziende terze e che, nonostante tutto questo, quando decide di licenziare lo fa. Punto. Nella rossa Bologna. E il resto del mondo (Governo, Regione, parti sociali) è costretto ad inseguire, a cercare soluzioni negoziali basate su accordi deboli, come il “Patto per il lavoro”. Perchè deboli? Perchè si basano su gentlemen agreements, protocolli di intesa, impegni presi sulla parola che si sostanziano in procedure di consultazione, concertazione, con il coinvolgimento teorico di decine di attori istituzionali e privati, al termine delle quali l’azienda può consolidare le proprie decisioni. Questo è il significato che ha assunto la parola “condivisione” nel linguaggio burocratico delle relazioni industriali: ti metto al corrente che faccio il cazzo che mi pare.

Mi dispiace ripeterlo, perchè l’ho già scritto: questo continuo inseguire decisioni già assunte in pieno arbitrio dalle aziende, per cercare almeno di mitigarne gli effetti di massacro sociale, dipende dal quadro legislativo vigente. L’Agenzia del Demanio e quella delle Accise, Dogane e Monopoli, è stata istituita dal governo D’Alema il 30 luglio 1999 con decreto legislativo n. 300, in attuazione dell’articolo 11 della legge numero 57 del 14 marzo 1997, approvata sotto il governo Prodi. Io me le sono andate a spulciare, queste leggi. In mezzo a disposizioni scritte in un italiano triste e bizantino, non ho trovato nessuna norma che stabilisse delle regole stringenti per le aziende private concessionarie di servizi di pubblico interesse, anzi di servizi afferenti a beni in regime di monopolio statale. Norme che, ad esempio, stabilissero che non si possono subappaltare pezzi di produzione per risparmiare sui costi del personale. Norme che stabilissero che un’azienda concessionaria di un servizio datole in gestione da un’agenzia statale non può decidere di chiudere lo stabilimento come e quando le pare, pena sanzioni economiche pesantissime, molto più pesanti dei soldi che l’azienda ritiene di risparmiare spostando la produzione in un altro posto, dove le maestranze costano meno, dove i diritti sono sepolti sotto una coltre di ricatti quotidiani. Sanzioni che funzionassero da deterrente nei confronti di decisioni assunte sulla base (invece) dell’ unica variabile di cui un’azienda concessionaria deve realmente tenere conto, ovvero: dove mi costa meno il personale? Poi mi tocca leggere, in uno dei rapporti ufficiali della Logista: “…, la vendita dei tabacchi è effettuata in virtù di una concessione novennale rilasciata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli all’esito di un’attenta verifica in ordine alla sussistenza, in capo all’interessato, di una serie di requisiti volti a comprovarne l’onorabilità, l’affidabilità e la preparazione professionale”.  Onorabilità? Affidabilità? Nei confronti di chi?

Queste agenzie pubbliche firmano atti di concessione che incrementano il fatturato delle multinazionali in cambio di nulla. Nessuna garanzia occupazionale, nessun vincolo a tutela dell’interesse nazionale – evidentemente perchè l’interesse a conservare il lavoro di lavoratori e lavoratrici locali non è considerato “interesse nazionale”. Mi fa male constatare che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” , art.1 della Costituzione, è una frase talmente svuotata di senso, dalla legislazione ordinaria dagli anni novanta a seguire, da essere leggibile non come un orizzonte cui tendere nell’imperfezione del presente, ma come una presa per il culo. Ma la beffa non è opera dei padri costituenti: è opera di quelle maggioranze parlamentari (per dirla alla Gaber: “che cos’è la destra, cos’è la sinistra?”) che hanno allegramente licenziato, in nome della “modernizzazione” e di privatizzazioni senza vincoli, leggi che hanno consegnato il destino di migliaia di persone nelle mani di un centinaio di amministratori delegati che giocano a Monopoli con la loro vita, trattandoli come se fossero un pacco di sigarette, senza nemmeno il “maneggiare con cura” che vediamo scritto sugli involucri.

Poi come si fa a lamentarsi del fatto che, nella attuale composizione del Parlamento, la sproporzione di forze tra “destra” e “sinistra” rende impossibile modificare certi assetti per via legislativa? Si confonde la causa con l’effetto. Infatti negli ultimi 30 anni le leggi più penalizzanti per i lavoratori (leggi che hanno reso ridicolo il divieto di appalto di manodopera, che era un pilastro di quando studiavo diritto del lavoro; leggi che hanno permesso di costruire decine di forme contrattuali al ribasso del rapporto, che hanno reso il licenziamento un puro costo d’azienda da calcolare ex ante) sono state approvate in buona parte durante governi di “centrosinistra”; per cui l’attuale assenza di rappresentanza parlamentare del mondo del lavoro non è un accidente del destino, ma la conseguenza di uno smottamento ideologico post 1989 che è diventato un’ autentica frana. Se la sinistra parlamentare ha continuato a fare alcuni progressi nel campo delle libertà civili, ha viceversa abdicato totalmente alle sue fondamenta ideali nel campo dei diritti sociali.

 

 

Nausea

E finalmente: abbiamo archiviato la pratica Olimpiadi.
Personalmente non ho proprio niente contro questa manifestazione sportiva ma: il battage patriottico d’accatto scatenatosi in questi giorni – per di più a Europei di calcio appena finiti come sappiamo – iniziava a diventare sempre più insopportabile.
Abbiamo già capito tutti che – dopo averci fatto vincere tutte ‘ste medaglie – Mario Draghi non andrà in ferie.
E al pensiero io mi sento davvero sicuro e protetto.
Immagino che anche l’Alpino Figliuolo non andrà in ferie.
Probabilmente il buon Figliuolo è già al lavoro con delle maxi-cisterne di acqua in vista del caldo record in arrivo in tutto il Paese.
Ma chi se ne frega del caldo e di tutti gli altri casini: abbiamo stabilito il record di medaglie nella storia dell’Italia alle Olimpiadi.
C’è anche questa – davvero poco puerile – perenne aria di sfottò anti-inglese ben rinvigorita dopo quest’altra medaglia vinta qualche giorno fa e insomma, niente: insieme all’orgoglio nazionale è tornato pure questo grande classico di un altro decennio marchiato ’20, è proprio vero che la storia si ripete.
Che dire quindi?
W l’Italia e buona settimana a tutti!
Cordiali saluti e via col pezzo della settimana.

Nausea (X, 1980)

PER CERTI VERSI
Il Principe dei sogni

IL PRINCIPE DEI SOGNI

Sono il principe
Dei sogni
Ricordo
Le più estreme terre
Che ho lambito
Niente di immaginabile
Di rifinito
Che stupore
Che folle libertà
Non nuoce a nessuno
Nemmeno a chi ce l’ha!

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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PRESTO DI MATTINA
La trasfigurazione, una pasqua nascosta

 

«Prese con se Pietro, Giovanni e Giacomo, salì sul monte e pregando il suo volto trascolorò, divenne altro», (Lc 9,29). Ieri abbiamo ricordato la Trasfigurazione, che è detta anche ‘Pasqua dell’estate’, quasi che tornasse a germogliare nella ferialità dimessa e umile dei nostri giorni. In realtà non si è mai allontanata da noi.

L’ho sempre sentita come la ‘piccola risurrezione’, ‘la pasqua nascosta’, come il seme raccolto dopo la mietitura che torna ad essere gettato nella terra, come il bene nascosto che la gente semina silenziosamente nelle opere e nei giorni.

Trasparenza di un volto, diafania cangiante di colori, come lampo che guizza e subito si nasconde: è così la trasfigurazione del Signore. «Dopo la luce candida e sfolgorante delle vesti una nube li avvolse, all’entrare in quella nube, ebbero paura». Discesi dal Monte Tabor per i discepoli torna il buio e la Pasqua si cela di nuovo nell’umanità terrosa di Gesù; il triplice annuncio della sua passione lascia i discepoli sbigottiti e ciechi. Ma non ci si può fermare o tornare indietro perché la Pasqua è corsa innanzi; non si è perduta, ma la si troverà solo salendo con Gesù verso Gerusalemme. Sarà là l’appuntamento.

Così ho compreso che la sua ricerca deve continuare durante tutto l’anno, andando incontro alla vita della gente, mischiandosi tra la folla compatta e cieca. Ma bisognerà guardare oltre l’apparenza di questa cecità, entravi dentro: «Cristo ogni tanto torna,/ se ne va, chi l’ascolta…/ Il cuore della città/ è morto, la folla passa/ e schiaccia – è buia massa compatta, è cecità…»,  (Giorgio Caproni, il terzo libro, Torino 2016, 77).

Occorre gridarlo sopra i tetti: Pasqua ha tante facce, è nascosta in ogni volto, in ogni vita, essa è come «l’ombra crociata del gheppio [che] pare ignota/ ai giovinetti arbusti quando rade fugace./ E la nube che vede? Ha tante facce/ la pólla schiusa», (E. Montale, Estate, in Tutte le poesie, 175).

Pólla schiusa” è l’insonne Spirito del risorto. Fessura e soffio nel suolo terroso e compatto; pollone zampillante che germoglia sull’albero della vita, dentro le viscere dell’uomo fatto di terra. Pólla deriva da pulláre, scaturire, germogliare: il sorgere dello spirito; il verbo pullulare viene da pullús, piccolo nato, un virgulto, ancora gemmato. Germogli d’acqua dischiusi nell’umanità dallo Spirito sono pure le pagine del vangelo, che con grande meraviglia scorgi zampillare nel sottosuolo di ogni persona, nelle sue buone pratiche samaritane.

Questa universalità misteriosa della Pasqua sparpagliata dallo spirito nelle profondità dell’umano vivere è pure sottolineata fortemente dal Concilio. Nella Gaudium et Spes 22 è detto che il venire associati ‒ il testo latino è “consocietur” ossia il divenire compagni, amici che dividono lo stesso pane – al mistero pasquale del Crocifisso risorto non è prerogativa esclusiva dei cristiani, ma combattendo contro il male, attraversando tribolazioni e subendo la morte, la Pasqua è per tutti; anzi è di tutti.

A tutti è possibile attingere ad essa come a segreta sorgente che zampilla in loro: «ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia… perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale».

Nel testo Il cuore del mondo il teologo di Basilea Hans Urs von Balthasar [Qui] fa parlare il Risorto con queste parole: «Non sono uno dei risorti; sono la risurrezione. Chi vive in me, chi è in me compreso, è preso da me nel suo risorgere. Io sono la metamorfosi/trasfigurazione in greco. Come cambiano pane e vino cosi cambia il mondo in me. Minuscolo è il grano di senape, ma la sua forza intima non riposa fino a quando non getterà la sua ombra sopra tutti i vegetali del mondo. Cosi la mia risurrezione non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima, e le mie forze non siano pervenute sull’ultimo ramo della creazione», (ivi, 58).

Le vie dello spirito che si intrecciano con i destini umani sono appello alla libertà, a prendere posizione di fronte a ciò che accade, persino al cospetto di destini e avvenimenti che fanno contrarre ogni espressione di libertà, imprigionando la coscienza.

Scrive Massimo Recalcati [Qui] che la libertà individuale non sta nella possibilità di fare quello che si vuole della propria esistenza a prescindere dagli altri «non è mai libertà di generarsi da sé, di decidere senza vincoli o condizionamenti del proprio destino, ma è sempre e solo la possibilità di fare qualcosa della scelta degli Altri, di fare qualcosa di quello che l’Altro ha fatto di noi», (Il grido di Giobbe, Torino 2021, 77).

Di fronte all’imporsi dell’altro, con la sua provocazione, con il suo impellente bisogno o con la sua chiamata; di fronte pure all’assurdità inesplicabile del male al quale la vita viene consegnata e imprigionata la coscienza, la libertà sta nel non rinunciare al proprio desiderio di libertà, di infinità promessa, continuando a restare in gioco, lottando, chiamando in giudizio coloro che si nascondono dietro il silenzio, si coprono il volto fosse anche Dio stesso come in Giobbe, senza stancarsi di pretendere che si venga allo scoperto, che accada una parola e mantenuta la promessa: Eccomi! ‘Saper restare accanto’ è la forma della libertà, quella del Samaritano che risponde all’inatteso dicendo: eccomi, col farsi carico, con la pratica del prendersi cura, del far argine al male.

Dico spesso in chiesa ‒ ma anche fuori incontrando la gente ‒ che il vangelo che libera e che cura è nascosto proprio nella loro vita. Affiora e viene visto quando questa diventa dedizione e si mette accanto in silenzio a chi è mortificato dal male, in famiglia e fuori o quando si fa germogliare con il bene la gioia negli altri, si è pane di crescenza.

Un vangelo è nascosto nelle persone, fosse anche solo per quella mezza paginetta di vangelo che ha messo radici nella memoria di tutti, come brace sotto la cenere. Sono le parole del Padre nostro imparate fin da piccoli in famiglia o in parrocchia e mai più dimenticate. Miniatura di vangelo è il Pater noster, il suo cuore resta ardente; basta un soffio di parole la domenica perché si levi il vento forte di voci del canto, fino a riempiere le vele dell’assemblea liturgica, così che di nuovo prenda il largo fuori dalla chiesa tra la gente.

In questi ultimi anni due haiku, brevissimi componimenti poetici della letteratura giapponese, mi hanno reso al vivo lo stile pastorale di chi vuol mettersi a cercare e ascoltare il vangelo nascosto tra la gente: “La campana del tempio tace il suono esce dai fiori“; “Spuntano i germogli al tronco di un grande albero. Poggio l’orecchio”.

Una parabola di Pasqua, è un breve testo dello scrittore dissidente russo Andrej Sinjavskij [Qui], che riporta anche alcune poesie pasquali del Samizdat: raccolta di testi e opere letterarie colpiti dalla censura, autoedizioni che circolavano di nascosto, fuori dell’editoria ufficiale a partire dagli anni ’60.

Sinjavskij fu “prigioniero di coscienza” nei gulag sovietici. “Prigionieri di coscienza” questa la definizione coniata da Amnesty International, sin dalla sua fondazione nel 1961, per le persone private della loro libertà, a causa delle loro opinioni o discriminati per motivi di etnia, sesso, genere o altra identità che non avessero usato violenza e non ne avessero invocato l’uso.

Leggendo questo testo è stato come leggere il vangelo sepolto della trasfigurazione, come scorgere nuovamente nelle vicende di questi “prigionieri di coscienza”, la Pasqua nascosta, la piccola risurrezione in cammino verso Gerusalemme. “Vedi”, sembrava mi dicessero, noi siamo internati, ma la parola di Dio non è incatenata, ma celata e libera e liberatrice in noi. È il vangelo di Gesù «placida luce, luce che mai non tramonta».

«Non è questione di legare la vita al Vangelo – scrive Sinjavskij –  La vita è già, di per sé, sempre, coniugata al Vangelo. Vivi, tiri a campare e all’improvviso senti sottopelle la nostalgia del testo evangelico, come di un tuo tessuto, di cellule costitutive di cui avverti la mancanza, come dell’ossigeno quando si soffoca

Gli eventi della storia sacra, compreso Caino e Abele, la cacciata dal paradiso, il diluvio, corrispondono in modo stupefacente alla nostra microscopica vita di uomini. Quasi ogni giorno viviamo o la cacciata, qualche volta le nozze di Cana, e perfino il miracolo del rifocillamento della folla con pochi pani. E la presentazione al tempio, e il bacio di Giuda. In questo senso il Vangelo – nonostante tutta la incommensurabilità del suo significato, la sua trascendenza e impeccabilità – si riflette in uno strano modo organico (più organicamente di altri libri e leggende) sulla nostra esistenza comune e personale. Ma anche noi, vivendo la nostra semplice vita, è come se tornassimo a rivivere, in tono minore e in forme meno attraenti, la natività di Cristo e i dileggi e le percosse dei soldati. Anche la nostra realtà racchiude misteriosamente, in forma rettratta, i semi evangelici».

Sinjavskij narra poi dei campi di concentramento della Moldavia. La Sacra Scrittura era proibita, ma essa circolava in copie clandestine scritte a mano e, se venivano requisiti quei foglietti, frammenti di vangelo, subito dopo tornavano a riapparire continuando a diffondersi, a germogliare come ‘pólle schiuse’ dallo Spirito:

«Non molto tempo dopo il mio arrivo nel lager, verso sera, un’ora prima della ritirata, mi si avvicinò un tale e mi chiese con cautela se non volessi ascoltare l’Apocalisse. Mi condusse nel locale della caldaia, dove era più facile nascondersi a delatori e carcerieri. Lì, nella penombra di quel covile simile a una caverna si erano già raccolte, e si rimpiattavano negli angoli sedendo sui talloni, alcune persone e io pensai che ora qualcuno avrebbe estratto da sotto il giubbotto il libro o il fascio di fogli, ma mi sbagliavo. Illuminato dai bagliori rossastri della caldaia un uomo si alzò e cominciò a recitare a memoria, parola per parola, l’Apocalisse. Quindi il fuochista, l’anziano contadino che qui era il padrone di casa, disse: e adesso continua tu, Fjodor! E Fjodor si alzò e recitò a memoria il capitolo successivo. …A questo punto mi resi conto che quei detenuti, tutti semplici contadini, che avevano da scontare pene di dieci, quindici, vent’anni di lager si erano suddivisi tutti i principali testi della Sacra Scrittura, li avevano imparati a memoria e, incontrandosi segretamente di tanto in tanto, li ripetevano per non dimenticarli».

Come nel romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451 [Qui], in cui i libri bruciati erano stati imparati a memoria e, di nascosto, in caverne fuori città venivano raccontati e i narratori iniziavano a parlare dicevano: “Io sono Dante”, “io Shakespeare”, “ed io sono Goethe”, così i contadini del locale della caldaia ‒ ricorda ancora Sinjavskij ‒ «avrebbero potuto dire di se stessi la medesima cosa. Uno: “Io sono l’Apocalisse, capitolo 22”. L’altro: “E io il Vangelo secondo Matteo”. E così via, in una staffetta, scandita da ciò che ognuno serbava nella memoria. E questo era cultura, nella sua successione, nella sua essenza, nella sua sopravvivenza clandestina. Sostenuta da una catena della memoria. Di bocca in bocca, di mano in mano. Da una generazione all’altra. Da un lager all’altro. Ma nondimeno cultura, e in una delle sue manifestazioni più pure ed elevate», (ivi, 15-19).

Da una poesia del Samizdat [Qui]: Attese di trasfigurazione

Non abbiamo mai avuto una luna così alta.
Le ombre si sono raccolte
ai piedi degli ulivi.
Per tutta la notte
i cani hanno ululato nel vento,
seminando d’inquietudine le vie strette.
Quali brividi percorrono
le viscere oscure della terra
se perfino i galli trattengono il canto
ora che il giorno è fermo all’orizzonte?
D’improvviso fu spezzato il tempo.
Si sciolse la luce dell’astro notturno,
segno del tuo corpo addormentato,
all’erompere violento del tuo sole.
Hai spalancato gli occhi
vestendo di trionfo l’universo
e fino all’alto regno di tuo Padre
è rimbalzato l’annuncio di vittoria.
Ora tu stai vibrante di splendori
al centro degli spazi liberati
nell’armonia della Risurrezione.

Ma sul pianeta rimane
il buio spalancato della tomba
e il mistero della tua assenza.
Avessero avuto voce
le pareti del sepolcro,
la pietra che sostenne per tre notti
il corpo irrigidito!
Quando dagli altri regni rifluì
la vita nelle tue membra, gagliarda
a vincere le porte dell’eterno,
dicono che un fremito inaudito
contorse in grido la roccia.
Ma si rapprese la chiara mattina
intorno alle donne con gl’intimi alabastri;
solo la pietra violata rivelava
il gesto gentile dei lini accolti.
La voce del nimbale messaggero
parlava di ritorni,
ridava le ali all’attesa e alla speranza.
Per tutto il giorno
abbiamo trepidato ai rari segni.
Il vuoto sepolcro ci offuscava
le concitate annunciatrici,
la fiamma certa di Maria di Magdala
intesa al suono della dolce voce,
la custodita tenerezza di tua madre
e il consapevole sorriso.
Ed ora che la sera si raccoglie
di pudore, attendiamo
il ritorno dei discepoli da Emmaus.
Ti hanno riconosciuto
allo spezzar del pane.
Anche da noi la cena è preparata.
Odora sulla mensa
un cibo fraterno da spartire
fra timori e speranze.
E fiduciosi noi stiamo in attesa.
(ivi, 23-25)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicc[Qui]

Parole a capo
Vernalda Di Tanna: “Croce e delizia” e altre poesie

“Sono certo, certissimo, che una persona che legge poesia si fa sconfiggere meno facilmente di una che non la legge.”
(Iosif Brodskij)

È in fuga da ogni tregua, ottobre

È in fuga da ogni tregua, ottobre,
conosce le coincidenze e rincorre
qualcosa che tutti possono cantare.
Siete due animali in egual specie:
tu – con le suole di chi ha fretta.
E lui – con le mani di chi afferra
il senso ristretto che ha bucato
le tasche avare dell’amore.

*
Ci sarà una lama inerme
per sbucciarti dall’attesa ancora verde
che ti completa i nervi a fior di pelle.

*
Tu immedesimata a capofitto
nella noia di una vita esausta.
La pazienza rannicchiata
negli insulti singolari del destino.

*
Nutrimento disumano

La distanza allatta ogni domanda,
spettina la pelle. E la tua lingua,
stiracchiata, sussurra una voce
disumana. Resta a galla una rete
spoglia d’acqua. Se ami il giorno,
rischi di fraintendere le stelle: il callo
della malinconia è la doppia
vita che sa fingere la nostalgia.

*
Croce e delizia

Disumano inganno un canto
semina nostalgia. È croce
l’insegna di ansiose
delizie che recano affisse
sulle vetrate le chiese
di campagna. Insistono
rossori tra i nodi:
spine, fiori tra i rovi.

*
A terra ci dispongono le stelle
disamorate della luce. Freme
e ci annotta il cielo che ci fraintende.

Vernalda Di Tanna (Vasto, 1997), laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti, è studentessa di Filologia Moderna. Nel 2017 riceve il Premio poeta emergente alla XXV edizione del “Concorso nazionale Scriveredonna”, organizzato dall’associazione Tracce di Pescara. È presente nell’antologia Alessandro Quasimodo legge I Poeti Italiani Contemporanei. Vol. 1 (Aletti Editore, 2018). Dal 2019, è redattrice del lit-blog Laboratori Poesia. Suoi inediti sono apparsi su riviste e blog, tra cui Interno Poesia, clanDestino, Poetarum Silva, Atelier, Inverso, laRepubblica – Milano (per la Bottega di poesia, a cura di Maurizio Cucchi), «GRADIVA» (n°56, Fall 2019, Leo S. Olschki Editore) e il primo blog di poesia della Rai (Poesia, di Luigia Sorrentino). Nel 2021 ha partecipato al Festival online di Bologna in Lettere.

La rubrica di poesia Parole a capo esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. 
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Voglia di normalità

Un martedì rovente a Milano, di quelli che ti fanno pensare di respirare acqua anziché ossigeno.
Piazza Leonardo da Vinci affollata, brulicante di studenti, familiari, amici e parenti pronti a festeggiare i neo laureati del Polimi – acronimo di Politecnico di Milano. Dallo storico edificio del 1863, nel quale si sono formati Renzo Piano, Carlo Emilio Gadda, Gio Ponti e intere generazioni di ingegneri, architetti e designer, emergono gruppetti di studenti  giovani, belli, vestiti a festa come circostanza impone, sorridenti e pieni di quelle fantastiche energie che si captano, si sentono.
Si posizionano nel parco di fronte all’ateneo, una folla coloratissima ed elegante intenta a seguire i riti che conosciamo: il goliardico e irrinunciabile coretto “dottore, dottore…” a cui si uniscono senza remore perfino le signore più distinte, qualche botto e fumogeno che appesantisce il respiro già messo a dura prova dall’afa, i mazzi di fiori, i calici di plastica (non c’è altra possibilità ma non importa) in cui scorrono bollicine a cascata, dolcetti, snack, le foto con la corona d’alloro sul capo e la tesi stretta tra le mani con il titolo bene in vista.
C’è chi ha portato un tavolino pieghevole da camping, su cui appoggiare teglie di squisitezze meridionali che la nonna lontana ha provveduto a mandare, chi avvia canzoni e suona una chitarra. Padri che vedono coronare il loro sogno nella realizzazione dei figli e hanno puntato i risparmi sulla loro formazione; madri premurose fino all’apprensione che seguono adoranti le figlie senza mai perderle di vista, come non fossero mai cresciute; genitori compassati degli ambienti bene, che si muovono con la sicurezza di chi ha già collocato il figlio nell’azienda o studio di famiglia; famigliole timorose che si guardano attorno incuriosite in quell’ambiente inusuale. Ma ciò che conta sono loro, i protagonisti assoluti di quel momento.

C’è tanta e legittima fierezza in questi ragazzi: è stata dura, i tempi della pandemia hanno aggravato gli sforzi e richiesto un repentino adattamento a modalità di studio non previste. E quell’istituzione, che tra i tanti meriti, nel 1953 fu il primo Centro di calcolo dell’Europa continentale e nel 1977 fu partner preziosa con CNR, Telespazio e CIA nella costruzione di Sirio, il primo satellite artificiale di produzione italiana, messo in orbita in USA da Cape Canaveral, ha riconosciuto e convalidato  il sacrificio di coloro che hanno concluso meritatamente il percorso triennale e magistrale.
Scene di quella normalità ascritta al periodo pre pandemico, quando la parola distanziamento sottintendeva una pessima situazione relazionale di conflitto e le mascherine rimandavano a scene furtive e losche. Un martedì di festa in cui un guizzo di libertà – seppure rimangano i segni insopprimibili delle restrizioni e dei timori che hanno caratterizzato le nostre vite degli ultimi due anni – sottolinea il bisogno e la voglia di stare con gli altri, condividere con loro.
E l’università è fatta soprattutto di incontri, scambio, contaminazione di culture ed esperienze, confronto. La didattica universitaria si è trasferita online: corsi, esami, sessioni di laurea, con l’impossibilità di accedere ai laboratori, di creare un ambiente relazionale di cui lo studente ha bisogno, lasciandolo necessariamente solo, data l’emergenza, con le sue paure, i suoi interrogativi, le sue frustrazioni, tante aspettative e tanta voglia di farcela. Non si può credere che il “full digital” possa rappresentare la modalità futura più accreditata e risolutiva, perché si verrebbe a perdere gran parte della produzione culturale con conseguenze preoccupanti. Una soluzione ibrida, una didattica blended – didattica mista – costituirebbe la scelta utile per affrontare questo momento di emergenza e incertezza, come ha affermato il Rettore del Polimi, prof. Ferruccio Resta, Presidente della CRUI, Conferenza dei Rettori delle Università italiane, e le università stanno già lavorando per trovare soluzioni.
Riconsegniamo ai giovani il loro presente perché la gioventù non ha né passato né futuro e riconsegniamo loro ciò che, citando Jim Morrison, è stato da sempre celebrato: la gioia di vivere, la scoperta di se stessi, la libertà.

Parole a capo
Eleonora Rossi: “Sinfonia di papaveri” e altre poesie

 

“Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio. Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.”
(Grazia Deledda)

Distanze

Ho traslocato
i pensieri
nelle distanze
del mondo

gettati a mare
come un’àncora,
recisa
definitivamente
la fune.

Ho abbandonato
crisalidi
nei deserti
nelle cicatrici
della terra

ai piedi
dell’oceano

nel canto
delle sirene

Oggi sono nastro
di sole
che riluce
negli abissi

un giorno, ippocampo
un giorno nuovo, luna

invisibile
appesa
alle estremità
dell’universo

(da E.Rossi, Le sette vite di Penelope, LietoColle, 2012)

Rideva il cuore

Rideva il cuore
impastato di terra
impazzito di fango.

Ho toccato
la mia anima
nella rugiada
tremula
di una lacrima.

Non l’ho
mai vista
così bella
così nuda.

Non mi
sono mai
sentita
vivere
come ora.

Ti bacio, Vita.
Ti bacio sulla pelle,
ti bacio sulle labbra.

Oggi ti perdóno,
Vita.

E
finalmente
perdóno
me.

(da E.Rossi, Diario di una peccatrice, ilmiolibro, 2018)

nota a piè di pagina

credevo d’essere
una nota a piè di pagina
nascosta lì, tra le righe
in fondo all’anima

ma tu mi hai vista
un giorno
e mi hai tirata fuori

sono sbocciata
nell’incanto
di una lacrima.

Ero farfalla
dalle ali
troppo fragili

e vacillavo
come sopra
a lunghi trampoli

esile stelo
per portare
quale cielo?

Ora respiro,
nei tuoi occhi
ora mi vedo.

E mentre nevica
la vita per davvero
poso le labbra

e sorridendo bevo
questo presente
randagio
dentro un fosso
quasi fosse
il bacio rosso
di un papavero

sinfonia di papaveri

ed è di nuovo
sinfonia di papaveri

brindisi
di esuli fiori
nei lunghi calici
e tintinnio
dorato
di spighe

infinita
danza di anime
che scrolla
dall’inverno
ogni inutile
paura

(da E.Rossi, ho svaligiato l’universo, Aletti, 2020)

indirizzo d’albero

indirizzo d’albero
elegìa del giorno
solco nella terra

inchiostro

lasciami
firmare
di bellezza
il mondo

Eleonora Rossi è insegnante, autrice e giornalista. È direttrice responsabile della rivista «l’Ippogrifo» e autrice dei libri Le sette vite di Penelope (LietoColle, 2012), Diario di una peccatrice (ilmiolibro.it, 2018), ho svaligiato l’universo (Aletti, 2020). Sue composizioni sono presenti in antologie poetiche e la sua scrittura è stata apprezzata in numerosi concorsi letterari. Nel 2017, dopo aver vinto il Premio Cet Aletti, si è diplomata al Corso per Autori della scuola di Mogol. Nel 2019 era tra i finalisti del Tour Music Fest,The European Music Contest. Nel 2020 l’Accademia Mondiale della Poesia (presidente di giuria Franco Arminio) le ha assegnato il secondo premio al concorso internazionale “I corpi e i luoghi”.

La rubrica di poesia Parole a capo esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. 
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Cronaca di un’emozionante non-visita ai Giardini del Casoncello

Un giardino nascosto, che fa venire molta curiosità e dal quale emana un’atmosfera sospesa di mistero, stupore, inquietudine. È questa  la sensazione emozionante che mi ha lasciato la non-visita ai Giardini del Casoncello, sull’Appennino bolognese, nella via Scascoli di Loiano. Partita per vedere quello che credevo un luogo predisposto per l’accesso del pubblico, mi sono trovata fin da subito alle prese con la difficoltà a localizzarlo. Il navigatore di Google mi annunciava che ero arrivata a destinazione, ma intorno non vedevo traccia di ingresso ai giardini. Una volta parcheggiata faticosamente la macchina su un piccolo spiazzo in salita, l’unica indicazione che (a fatica) sono riuscita a scovare è stato un cartello semi-nascosto dai rami con sopra una scritta in caratteri leziosi: “Giardini del Casoncello”. Poco oltre ho visto un cancello chiuso da una catenella con lucchetto e privo di qualunque altra indicazione.

A indurmi a restare ancora e a cercare la mia meta su questi tornanti appenninici è stato il rumore di voci femminili, provenienti da dietro un boschetto di lunghe e robuste canne di bambù. Avvicinandomi a quest’area ho scorto una donna vestita con un abito a fiori di foggia antica e più che mai fiabesca che, insieme a un’altra donna, era intenta a riporre arbusti sopra a una carriola.


Ho chiesto: “Sono questi i Giardini del Casoncello?”. E la signora dal lungo vestito in stile Holly Hobbie ha risposto: “Il giardino è aperto solo su prenotazione nei fine settimana”. Essendo domenica, e quindi effettivamente un giorno del fine-settimana, ho domandato: “Non sapevo della prenotazione, non è possibile prenotare o vederlo ora?”. “Finché ci sono queste regole limitanti – ha spiegato la signora – i Giardini del Casoncello non sono aperti al pubblico, perché sono un territorio di libertà e io ho scelto di aspettare il momento in cui, di nuovo, si potrà incontrarci senza costrizioni”.

La risposta mi lascia interdetta. Tutto il viaggio è stato quindi vano? Fortunatamente la fata-signora accenna almeno alla possibilità di avere, volendo, del materiale informativo. Dopo aver fatto una sessantina di chilometri per arrivare fin qui, accetto volentieri almeno questa possibilità di conoscenza!

“Aspettate, adesso arriviamo fuori”, spiega. E mentre sto sbirciando da un altro cancello, che nel frattempo ho scoperto più avanti e da cui penso possano uscire le due donne, sento arrivare la fata-signora da dietro le mie spalle. Con mia sorpresa invita a seguirla dalla parte opposta della strada, dove avevo visto un edificio con l’intonaco di color rosso mattone abbastanza scrostato e che avevo ritenuto in abbandono.

La signora fa strada a me e al mio compagno di ventura, oltrepassando delle siepi, dietro le quali compare un sentiero lastricato di pietre. In fondo, su per tre gradini formati da vecchi mattoni in cotto, c’è un piccolo porticato: un grosso gatto vigila sopra a un ceppo d’albero, accanto c’è un tavolo in legno con sopra dei grandi gigli bianchi a pois arancioni e dal soffitto penzolano tante belle ceste di vimini.

Entrando nell’edificio, la signora invita a seguirla, dicendo “Venite pure”. Mi guardo intorno e penso che non ha l’aria di essere il centro di accoglienza né una biglietteria, ma una casa piccola e graziosa, piena di mobili di vecchia foggia: il lampadario di vetro e ottone, la credenza di legno, una zuppiera, quadri di varie dimensioni appesi e libri in giro.


Sembra  di essere dentro una di quelle casette che vedi illustrate nei libri di favole. La signora nel frattempo entra in una porticina sulla sinistra che porta nella sua cucina, ed esce offrendo una ciotola con dentro una composta arancione, mentre dice: “Prendete, stavo proprio facendo della marmellata”. Vengo dotata di un cucchiaino e la assaggio, sentendomi non so più se come Gretel con Hänsel o Alice nel Paese delle Meraviglie. “È fatta coi rusticani”, spiega la signora. E io, mentre assaporo il gusto asprigno e dolce della confettura, mi domando se fra poco, chissà, finirò per diventare piccola piccola, ritrovandomi vicino alle zampe del gattone, o grande grande fino a toccare il soffitto con la testa.

Dall’ingresso-soggiorno la signora si sposta in un’altra stanza e io la seguo senza avere alcuna apparente trasformazione magica. Mi ritrovo, invece, in uno studiolo, pieno zeppo di libri.


Sbircio i titoli dei volumi – quasi tutti in tema di giardinaggio – mentre la signora, che sta cercando tra i suoi faldoni di carte, a un certo punto sospira soddisfatta: “Ecco ho trovato questo un bel pieghevole illustrato con la mappa del giardino”.


Lo porge e spiega: “Questi sono i disegni del giardino fatti dal mio sposo, che è un illustratore di fumetti. Ha disegnato storie di Martin Mystère e poi di Tex”. Le illustrazioni, infatti, sono molto belle. Osservo il cartoncino con un disegno pieno di fiori e di verde, in mezzo ai quali fa capolino un’immagine femminile. È evidentemente un ritratto della signora stessa, rappresentata come una fanciulla in abiti floreali dalle tinte pastello, di fattura simile a quello che indossa. La scena ha il tratto pulito e preciso di una bella tavola di fumetto.

Mi viene da pensare che forse la situazione in cui sono capitata non vada ricondotta a un’antica fiaba, ma piuttosto a una storia a fumetti, dove magari vengono sottoposti a incantesimi solo i potenziali aggressori delle evoluzioni naturali del parco e dei suoi verdeggianti dintorni. Il racconto del modo in cui questi giardini sono nati è in effetti pieno di intraprendenza e avventura, ambientato tra le liane spinose di un campo lasciato incolto per decenni e piano piano trasformato in un nuovo ambiente naturale, non più selvaggio ma nemmeno agricolo come era in origine.

I Giardini del Casoncello – che prendono il nome da un piccolo corso d’acqua che scorre accanto a quest’ettaro di terra – sono infatti spazi dove la cura delle piante è finalizzata in parte al consumo e in parte alla creazione estetica. “Una volta dipingevo quadri a tema floreale – racconta la padrona di casa, che si chiama Gabriella Buccioli – poi il mio pennello e i miei colori sono diventati quelli della natura. I tappeti di fiori e i boschetti del giardino, che hanno un aspetto molto naturale e quasi selvaggio, sono il risultato di un attento lavorio di pulitura a cui ha fatto seguito l’innesto di piante autoctone che ho raggruppato per creare composizioni floreali e particolari effetti cromatici. Si tratta per la maggior parte di piante autoctone, che già si trovavano lì e che io ho aiutato a crescere e ad espandersi (senza comunque fare mai uso di prodotti chimici) o che sono andata a raccogliere in qualche radura nelle vicinanze. In qualche caso ci sono anche inserimenti di piante esterne, donate da amici e da me particolarmente amate, come i mughetti e i non-ti-scordar-di-me, che hanno trovato qui un ambiente naturalmente adatto alle loro esigenze e che si riallacciano ai miei ricordi d’infanzia, quando già amavo trascorrere ore all’aperto, in mezzo al verde”.

Il giardino è quindi lo specchio della tenacia gentile di questa esile e flessuosa signora, affiancata dal marito e compagno nella realizzazione di un sogno che poteva sembrare impossibile. Per il momento si può solo sbirciarlo o conoscerlo attraverso le pagine del libro dove Gabriella racconta la sua creazione (“I giardini venuti dal vento”, edizioni Pendragon, 2003).
Mentre ci apprestiamo ad andarcene, salutando Gabriella e il grosso gatto di nome Giambi (che sta per Giamburrasca), lei dice: “Aspettate un momento”. Entra nella sua abitazione e ne riesce con in mano un barattolo della sua marmellata, della quale ci fa dono.

Gabriella mentre applica un’etichetta sul barattolo di marmellata da lei prodotta

Tornata a casa, apro il volume dedicato alla storia del giardino. Sfogliandolo spero che presto anche i suoi cancelli possano riaprirsi e mostrarmi le mutevoli sfumature della natura che vi è racchiusa, superando le barriere create per tener fuori i cinghiali che – ha spiegato Gabriella – “sono ghiotti di bulbi di iris e di ciclamini” e i “caprioli avidi di tutto, dai ramoscelli più teneri ai cavoli e alla bietola, senza dimenticare le belle infiorescenze, come la lunaria”.

La marmellata di rusticani fatta da Gabriella con etichetta disegnata da Lucio Filippucci

E questa marmellata, chissà, se dentro ha anche solo un pizzico di quella tenacia e determinazione che ha reso possibile alla sua artefice la trasformazione di un luogo selvaggio in un giardino incantato, potrebbe avere la magica dote di esaudire anche i miei più creativi desideri…

Per info: Maria Gabriella Buccioli, Fondazione dei Giardini del Casoncello, sito web giardinidelcasoncello.net, tel. 051 928100 o 928281.
Per sostenere i Giardini del Casoncello è possibile destinare alla sua Fondazione il 5×1000 nel momento in cui si fa la dichiarazione dei redditi indicando il Codice fiscale 91342250379

PER CERTI VERSI
Ecorequiem

ECOREQUIEM

Ogni giorno
Si Scuote
L’albero della vita
Della natura
Della Terra
Ognuno piange
I suoi disastri
Li piange localmente
Le parole
Mangiano le promesse
E viceversa
Poi
Avanti come sempre
Avanti?
Chissà
Forse indietro
Forse a tutto gas
In ogni senso
Sordi
Al dovere di invertire
La rotta Geocida
Noi viviamo
Come se
Tutte le cose
Fossero morte
Credendo
Di essere
Dei re Mida

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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CONTRO VERSO
Il ragazzo senza un contorno

 

Il ragazzo viene segnalato perché non sta a nessuna regola. Richiamato dal tribunale per i minorenni si sente in dovere di dire la cosa giusta ma chissà quanto ci crede.
Gli parli e vedi i sogni interrotti – quelli dei genitori, i suoi – vedi i tentativi non capiti, la gara a ostacoli della vita in Italia, le scorciatoie tentate e rinunciate. E ti sembra di intravedere qualcosa, per esempio che aprire gli occhi alle cose come sono e sciogliere la lingua all’italiano sarebbe un viatico di miglior futuro. Ma serve a poco, e poi come puoi prescriverla una cosa così?

Il ragazzo senza un contorno

Tutti mi dicono
un perdigiorno.
È che io sono
senza contorno.
So quel che dico.
Sulle colline
ho qualche amico,
non un confine.

Mio padre è fuori
lavora duro.
Saran dolori
questo è sicuro
se verso sera,
a casa, sfiancato,
scopre che sono
stato cacciato

da quella scuola
che non mi piace.
Lui a squarciagola
urla, lei tace.
È lui il padrone
ma non punisce.
Mi ha dato il nome,
prega, intuisce

che nelle vene
ho sangue impuro.
Niente mi tiene
e io spergiuro
se per buon vivere
vengo a firmare
che voglio smettere
di bambanare.

Sì, adolescenza,
sì, immigrazione,
sì, la mancanza
di direzione.
Disintegrato,
forse ho tradito,
forse ho sbagliato
e ora ho capito.

Perciò divago.
Non voglio imparare
quello che pago
per ritornare.

Senza un contorno sono quei ragazzi in transito tra identità diverse, che nel transito commettono errori, troppo grosso il carico di integrare parti diverse di sé.
Spesso sono italiani di seconda generazione ma non loro soltanto. Anche autoctoni spaccati tra le aspettative degli altri – ma non le stesse aspettative per tutti gli altri: gruppo, genitori, insegnanti, ecc. – e il proprio sogno su di sé. È pur fatta anche di questo l’adolescenza. L’ansia per un adulto che li osserva è sempre quella che non si facciano troppo male.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Parole a capo
Alberto Bertoni: “Abbey Road” e altre poesie

“Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.” (Alda Merini)

La memoria

Dev’essermi anche lei scivolata via
dispersa in qualche fosso
oppure fuggitiva nella scia
dell’ultima luce mattutina
che corteggia circuisce le piante
neanche loro tutte sane, tuttavia
lungo il viale di acacie
e tigli a settembre mezzo secchi
in libera fuga fino al cuore
più arido e più scuro della terra
dove precipita la pioggia
e dove tu t’immergi nella grotta
della tua coscienza
fra vecchiaia e giovinezza

Poi la chiamano Alzheimer, questa cosa
questa lingua totalmente straniera
senza più stare insieme senza
più ridere scherzare
aspettare con calma
la salvezza che cade
nella tana

Inverno e quaderno

Mi abituo a stare al freddo
e a scaldarmi scrivendo
frasi e parole senza senso
mezze firme, arzigogoli
o gomitoli d’inchiostro

Come un cappotto alla fine dell’inverno
chiudo il silenzio in un quaderno
e lo butto dopo poco nel disgelo
profilo che disegno col gessetto
rasente il muro nero
fra spirito e bisogno
giudizio e terremoto

Alla fine sulla pagina mi muovo,
scivolo cauto, riprovo
fino a quando non so
più cosa farmene di un sogno

Piazza d’Armi

Tutto, qua, è lontano e misurabile,
familiare e indifferente, meraviglioso
e triste. Cammino sulla curva
dell’antica pista di trotto
oggi parco sparuto
e parcheggio sotterraneo

Al posto della sabbia il terreno è composto
di un asfalto leggero con dentro
sfumature di nero
dove lo zoccolo appoggia sbilenco

C’è qualcosa da aggiustare nel mio passo
ma anche in questa nebbia
che invece di salire
scende col peso di un antico temporale

Modena mi piace
nel cielo di cemento e nel cotto
dei muri che sopravvivono
per le strade un po’ storte del centro
dove asfissiato avvolge il nostro tempo
un seno di pietra
mentre dal portico contemplo
quel vetro che nasconde un segreto
e l’orologio dipinto sul timpano
dell’antico Foro
segna per sempre mezzogiorno

Abbey Road

Se è questo il mio giorno fatale
o un giorno abbastanza importante
da ricordarne alba e colore
tutt’attorno delle piante
secco nelle arie
prima quasi assenti
e poi pungenti
che dobbiamo alzarci i baveri
ricoprire d’unguenti

Se è questo il giorno più importante
per occhi, nasi e sentimenti
è meglio che sia un giorno
di circostanze povere
fra salici sbilenchi
una palude di pozzanghere
questo muretto circondato di sterpaglie
e l’asfalto tutto crepe
dove riconciliarci con la sete
dei fratelli persi chissà dove

A santificare
un giorno uguale
in pegno posso offrire
le mie scarpe ormai cinquantenarie
le stesse di George Harrison
sulla copertina di Abbey Road

Ottobre del ’69
e me quattordicenne senza cielo
di reticoli di tane prigioniero
un autunno di topi nel pensiero

(Le poesie di Alberto Bertoni, qui pubblicate su autorizzazione dell’autore, fanno parte del volume “L’isola dei topi”, Einaudi, 2021)

Alberto Bertoni (Modena, 1955). Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna. Tra le sue pubblicazioni saggistiche: La poesia contemporanea (il Mulino 2012), Poesia italiana dal Novecento a oggi (Marietti 2019), Una questione finale. Poesia e pensiero da Auschwitz (Book Editore 2020). Come poeta in proprio ha pubblicato diverse raccolte confluite poi nel volume Poesie 1980-2014 (Aragno 2018).

La rubrica di poesia Parole a capo esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. 
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Cover: The Beatles, Abbey Road (Foto Flickr.com – licenza creative commons)

GLI SPARI SOPRA
«Care compagne e cari compagni».

 

«Care compagne e cari compagni».

Ecco si, il mio discorso lo inizierei così

«Perché mi abbiate scelto a rappresentarvi, al momento mi sfugge. Non capisco quali caratteristiche voi abbiate notato che a me da oltre mezzo secolo sfuggono. Ma tant’è ».
«Il mio pensiero è ottuso e tutt’altro che avanguardistico, credo testardamente nei valori e nelle ideologie del mio e del nostro passato. Ideologia termine fin troppo bistrattato, il cui significato è oltremodo semplice, complesso di idee e concetti alla base di un movimento politico. Già qui per anni ci hanno voluto far credere che il sostantivo femminile ideologia fosse in contrapposizione con il sostantivo femminile idea, non è così. Io sono comunista, forse troppo per qualcuno, forse poco per altri, sono di sinistra nell’unica accezione che io ritengo esista, sono marxista, ateo non integralista, illuminista, abbastanza democratico, femminista, sono abbastanza buono ma non buonista, antimilitarista ma forse non pacifista del tutto, mediocre, con nessuna eccellenza, non sono scrittore ma scrivo, leggo molto perché mi ricordo poco. Non credo di avere un grosso carisma, non sono un leader, non trascino le folle, credo che fare sindacato sia un mestiere mentre la politica non lo è. Ero l’ultimo della classe al liceo, un discreto difensore delle giovanili, non amo il calcio ma sono appassionato di S.P.A.L., sono certo dei miei dubbi e non russo quasi mai».

Qui forse dovrei fare una pausa, arrotolarmi le maniche della camicia, bere un sorso d’acqua e ricominciare.

«Tutti sappiamo cosa rappresenta per noi il pugno chiuso. Da una mano aperta, le cinque dita si stringono come segno di unità, non è un caso se il giornale fondato da Antonio Gramsci sia chiamasse proprio così. L’unità a sinistra però è un concetto più vacuo dell’ araba fenice, più introvabile sacro graal, più leggendario dell’Arca di Noè. La base da cui nascono tutti i movimenti di sinistra degli ultimi due secoli e mezzo è una polvere più fine della farina di riso. Da sempre ci dividiamo, dal 1800 in poi, Anarchici e Socialisti, Socialisti e Comunisti, Comunisti e Sinistra extra parlamentare. Per non parlare poi dell’oggi. Ma poi ci arrivo. Aggiungo un tema centrale di questa ricerca disperata di aggregazione e comunitarismo. Non sto parlando di centro sinistra, verso cui non si può avere un atteggiamento pregiudiziale e nemmeno additarlo come IL nemico, ma sto parlando di aggregazione oltre, molto oltre il PD. Partito verso il quale non ho grosso trasporto e che io, nelle mie classificazione novecentesche, inquadro in uno spicchio parlamentare di centro, liberale, alle volte di destra democratica, ovviamente utilizzando i mie canoni di riferimento. Ora, non distruggetevi in applausi a scena aperta, serbate i pugni nelle tasche, perché pure per noi duri e puri c’è molto da puntualizzare. La mia area politica, oramai estinta, è quella di un partito di massa, di popolo, il partito che fu la speranza di un italiano su tre. Ora nel parlamento italiano credo che l’incidenza della sinistra sia prossima al 3-4%. Poi un partito comunista dell’1% è un ossimoro, una contraddizione in termini. Nella storia recente abbiamo visto quanto le sinistre arcobaleno abbiano fallito, perché raggruppamenti elettorali, dove mille partiti volevano solo mettere i puntini sulle i ad ogni incontro, abbiano avuto vita breve. Quanti sono i partiti che in un qualche modo in Italia si rispecchiano nell’Eurocomunismo o quanto meno rispecchino una sinistra radicale? Cinque, otto, dieci? Io non lo so, ma ritengo questa disgregazione pulviscolare il punto centrale della mancanza di rappresentanza di una buona parte degli elettori della nostra fazione. Come è possibile, ancora oggi nel XXI° secolo dividersi su Lenin, Trotsky e Mao? E’ vero che sono un vetro e trinariciuto nostalgico, ma credo in una terza via. Si, come quel signore sardo che faceva della pacatezza e della calma un’arma micidiale contro il capitale».

E qui secondo me, dovrei divincolarmi, altrimenti riprenderei concetti triti e ritriti, sedimentati nella mia piccola mente.

«Io lo so che le critiche non mancheranno, i compagni mi riterranno troppo morbido, i democratici mi additeranno quale amico delle destre, perché sottraendo voti al centro sinistra la destra sarà al governo. Perché ora dov’è? Ma quello che vorrei dire a me stesso per primo è che occorre un pensiero critico, nei confronti del sistema mondo, è ora di smetterla di fare un passettino in avanti e due indietro, non c’è tempo per inquinare di meno, occorre disinquinare. Occorre de-privatizzare, almeno i beni comuni, la salute, l’ambiente, la scuola, i cimiteri. Certo i servizi cimiteriali sono a scopo di lucro, e a voi sembra normale? Non si può produrre soldi con altri soldi, eliminando la forza lavoro, il prodotto, il manufatto. Occorre risanare, ristrutturare, individuare nella grandi multinazionali il vero nemico, a cui imporre dei limiti chiari, evidenti, mondialisti. Chimica, acciaio, risorse prodotte con una vera attenzione all’ambiente e alla qualità dell’aria e dell’acqua. Non c’è più spazio, non c’è più tempo. Le risorse pubbliche rimangano pubbliche, la solidarietà ritorni ad essere un elemento cardine della società. Come possiamo noi, trucioli di falci e martelli, predicare un internazionalismo proletario quando ancora ci dibattiamo su chi abbia il diritto a fare la guardia al mausoleo di Lenin. Poi, non come primo punto, che rimane la realizzazione di una nuova e unitaria sinistra, aggregante, inclusiva, non settaria, senza niet e senza veti, senza puri (la purezza è di destra, ricordiamocelo), aperta ad un dialogo con forze diverse, si il PD e pure i 5S (o almeno quella parte che era contraria all’aggregazione con la Lega). Non saltate sulle sedie, non datemi del servo del capitale. Ho detto dopo, non prima».
«La tristezza di un mondo dove la sinistra non va più di moda, non ha più attrattiva, non aggrega più, mi disturba, mi fa sentire un fallito, mi vergogno nei confronti di mio padre, di mia bisnonna, di un popolo intero che da due secoli ha cercato di costruire un mondo migliore, per i propri figli, mentre io non l’ho fatto, non ho lottato, non mi sono realmente sacrificato. Non è giusto. Avremmo dovuto lasciare un mondo migliore, come tutte le generazioni passate hanno fatto. Noi no, e siamo ancora qui a dibattere sulla tonalità di rosso più adatta alla nostra bandiera. Che è ancora a terra e che viene sventolata solo alle manifestazioni alternative. Nessuna inclusione, solo steccati, tu si, tu no, un noi talmente tanto ridotto da essere diventato una elité, un club, un gruppo di privilegiati che abbaia ad ogni compagno difforme dalle proprie immutabili tavole della legge, su cui con lo scalpello sono scolpiti i diktat, mai di qua, mai di la, io sono più di te, io sono meglio di te. Per me compagne e compagni, il pugno chiuso è questo, l’Unità come ricerca, approdo e ideologia. Casa per casa, strada per strada (cit.) sogno per sogno».

E a questo punto, tra i pugni chiusi e le lacrime dovrebbe partire l’Internazionale suonata dagli Area.

Le storie di Costanza /
Luglio 2060 – È nato Gyanny!

19 Luglio 2060. Ieri è nato Gyanny, il secondo figlio di mio fratello Enrico. Gyanny ha i capelli neri folti, la pelle molto chiara, pesa tre chili e mezzo, è lungo cinquantadue centimetri. Per ora non si capisce il colore degli occhi, ma se sono simili a quelli di suo fratello Marlon diventeranno verdi, come quelli della zia Costanza e di mia figlia Axilla. Quel verde color foglie d’autunno ha accompagnato l’esistenza di diverse generazioni di Del Re, rendendole più bella da vedere.

La famiglia è in agitazione. In via Santoni Rosa dove abitano ancora la zia Costanza e lo zio Pietro, mia mamma Cecilia a mio padre Mario, c’è un fermento incredibile. La mamma e il papà sono diventati nonni per la quarta volta. Ora lo sono di Axilla che ha vent’anni ed è la prim-nipote (così si definisce lei), di Gianblu, di Marlon e di Gyanny.

Gli zii sono diventati prozii e lo sono ormai di dieci discendenti. Ma il più piccolo è sempre il più bello, è un circuito che si esaurisce solo così. Si sta già progettando il battesimo, facendo un sacco di ipotesi sulla data migliore. “Metà Settembre, così non fa né caldo né freddo”, “primi di Ottobre, così possiamo mettergli un bel golfino di lana bianca ricamata”, “prima di Natale, sarà come avere un Gesù Bambino in carne ed ossa” e così via.

Intanto Gyanny dorme tra le braccia di sua madre e non dà segnali di preoccupazione. “Perché non conosce ancora i Santoniani” dice Axilla. Questa storia dei Santoniani se l’è inventata Axilla e adesso anche i “mezzani” chiamano i nonni e gli zii i Santoniani (gli abitanti di via Santoni Rosa, ovviamente).

Cosmo-111 e Canali-111 vanno spesso a trovare i Santoniani con i loro umani di riferimento. Anche a loro è stato comunicata la nascita di Gyanny e i loro commenti sono stati entusiasti. “Bello, bello, i bambini sono belli, giocano, cantano e mangiano il gelato!” ha detto Cosmo-111.
“Io dopo faccio i compiti, faccio i compiti anche a Gyanny come a Marlon, io faccio il doppio dei compiti. Canali-111 bravo, bravo, bravooo!”. Ha detto l’altro mezzano.

Questo è l’effetto della novità, una grande novità. È l’inizio di una nuova vita. L’inizio di un nuovo respiro, di un nuovo cuore che batterà decine di volte al minuto, centinaia all’ora, migliaia al giorno … . E’ la maggiore sfida a qualsiasi principio di razionalità meccanicistica. E’ lo stupore  del respiro, della carne calda, del pulsare delle vene, del battito perenne del cuore.

Il cuore scandisce la vita. Batte per tutto il tempo in cui lei c’è. È il tramite tra una sensazione di tempo che ci circonda e una certezza di tempo che ci vive dentro. Il cuore che batte determina e pervade tutto, è la prova che non ci sbagliamo quando pensiamo di “essere” e non solo di “volere”. Senza l’essere non c’è volere. L’esistenza è superiore al desiderare, l’esistenza è. L’esistenza esiste, l’essere è.

Cosmo-111 guarda sul cellulare la foto di Gyanny. “Bello, bello, sembra morbido”. Dice e poi fa roteare le telecamere, che gli permettono di vedere, in modo strano, sembra stupito e pensieroso insieme. I bambini sono un po’ sproporzionati, hanno la testa e gli occhi giganti e il corpo piccolo, piangono sempre e, tra rigurgiti e altro, puzzano sempre un po’. Ma sono comunque bellissimi. Si muovono, ti guardano, reagiscono agli stimoli, riconoscono i genitori e sorridono da soli.

Siamo nel 2060 eppure non esistono apparecchiature meccatroniche con una capacità di apprendimento come quella dei bambini, nemmeno lontanamente. La cosa che più impressiona è la loro capacità di essere riflessivi. I neonati pensano, riflettono su quello che succede e, traggono da questo loro pensare, delle conclusioni. Cominciano da subito a costruire un senso a quello che succede, a spiegarsi a modo loro gli strani accadimenti di questa lunga e insidiosa vita.

Nel 2060 i bambini che nascono da una mamma “vera” sono sempre meno. Molte fecondazioni avvengono ormai in provetta e i ventri artificiali (meccatronici), dove i feti possono svilupparsi e diventare dei meravigliosi bambini, funzionano perfettamente. Se uno vuole, attraverso interventi sul sistema del DNA del feto, si può decidere il colore degli occhi e dei capelli, si possono evitare  malattie genetiche, si possono condizionare delle attitudini.

Ma niente di tutto questo è stato fatto con Gyanny. Se fosse stato concepito sessant’anni fa, sarebbe stato lo stesso. È figlio di Enrico e sua moglie, senza nessun tipo di intromissione nel suo patrimonio genetico. È autentico fino al midollo e a noi piace così.

Anche Canali-111 si avvicina e guarda la foto di Gyanny.
“Ma perché tiene gli occhi chiusi? Ci sono problemi alle sue telecamere? Chiamate il Centro-Trescia-111, portatelo in assistenza per verificarne il funzionamento. È importante.” dice.
“Ma lui è un umano!” gli risponde Cosmo-111, che è sempre il più acuto.

Abbiamo appena rimarcato la distinzione tra mondo umano e mondo mezzano e questo grazie alle considerazioni di un mezzano, che ha visto subito che Gyanny non è come lui. È bastata la fotografia del bambino. Io personalmente di questa chiara identificazione e riconoscibile appartenenza, sono contenta. Come sarebbe un mondo dove non si potesse più verificare la differenza tra mezzani e umani? Innamorarsi di un mezzano che conseguenze potrebbe avere? Credere di poter far fare le pulizie di casa a un bambino, perché collocato dagli accidenti della vita e dalla cattiveria degli uomini in un ruolo puramente esecutivo, che conseguenze potrebbe avere?

Questi scenari sembrano insieme una deriva del progresso e una regressione alle nostre origini. Una pericolosa trasmigrazione in quei mondi in cui ci sono ancora gli schiavi bambini, i guerrieri bambini, in quei  territori dove a dodici anni si coltiva la terra, si colora la stoffa, si tesse al telaio, si cuciono scarpe da ginnastica per i prepotenti abitanti dei paesi ricchi. Quei paesi dove si pensa che grazie ai soldi ci si può permettere lo sfruttamento, la sopraffazione, l’indifferenza.

Nelle spinte in avanti c’è sempre un pericolo di risucchi all’indietro. Nell’innovazione c’è insito il pericolo del disastro. Nessuna di noi donne qui sedute sul divano giallo a fiori del soggiorno della casa di via Santoni dimentica che la situazione è questa. Non si può non vedere che il progresso è necessario, utile, ma anche pericoloso, deviante, adatto a molte possibili derive. Che le traiettorie di sviluppo dell’essere umano sono tortuose, che non ci muoviamo in modo rettilineo verso il miglioramento delle condizioni di vita della specie umana, ma in una specie di circuito con gradi diversi di ricorsività che dipendono dalle scoperte, dal periodo e dalle casualità.

Dove può arrivare l’intrusione sul DNA dei feti? A cosa può portarci? Ad avere bambini più sani, più intelligenti, più propensi alla solidarietà? Forse sì, ma può anche portarci all’utilizzo strumentale della varianti genetiche. Creare bambini tutti uguali, tutti seri, tutti intelligenti, ma anche tutti egoisti, cattivi con una forte propensione all’aggressività (poi non ci resterebbe che mandarli in una arena a combattere e torneremmo nel periodo dell’Impero Romano, quando i gladiatori sbranavano vivi esseri umani come loro).Si potrà in un futuro, teorico quanto aberrante, permettersi di far vivere dei piccoli Hitler con le potenzialità di sterminare definitivamente l’essere umano.

Ma per fortuna questa è solo una possibilità e forse l’essere umano si fermerà, come è già riuscito a fare in passato, impedendo al mondo di autodistruggersi, di implodere come un buco nero che risucchia tutto e non lascia più spazio a nulla, nemmeno a se stesso.

Noi donne di via Santoni, che stiamo sedute nel soggiorno della vecchia casa e pensiamo al battesimo di Gyanny, sappiamo che questi scenari sono l’estrema conseguenza, sia in positivo che  in negativo, di quello che stiamo vivendo, di quello che abbiamo già davanti agli occhi.

Guardiamo tutte la foto di Gyanny che dorme tranquillo e sappiamo che è un bambino fino in fondo, un cucciolo umano come l’abbiamo sempre visto e immaginato, senza interventi modificatori architettati per una riparazione funzionale ad alcune necessità, ma non ad altre. A noi Gyanny piace così, poi lui della sua vita farà ciò che vorrà e anche in questo si cela una potente insidia. La libertà rende liberi, nella libertà ci sta tutto il bene e tutto il male del mondo.

Non resta che sperare nel futuro, nella capacità degli uomini di amare, nella grande possibilità che ha sempre il bene di vincere sul male. Come nelle grandi saghe, nella mitologia, nell’epica, nei sorrisi e nella gioia che trionferà. Gyanny è un piccolo essere umano che dorme e per ora non sa che un grande futuro per lui ci sarà.  Ma perché l’hanno chiamato Gyanny?
Non so, io l’avrei chiamato Emanuele.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

PER CERTI VERSI
In memoria di Armando Gasiani

IN MEMORIA DI ARMANDO GASIANI

Tornò a Bologna
Da Mauthausen
Sua mamma
Non lo riconobbe
Nessuno credeva
Ai suoi racconti
Non era possibile
Incominciò così
Il silenzio
Del deportato
Armando Gasiani
Partigiano e comunista
Un silenzio sigillato
Con le pietre di quella scala
La terribile scala di Mauthausen
Doveva essere per sempre
Poi
Poi la vita è bella
Lo fa piangere
A dirotto
Comincia a parlare
La semina del pianto
Un fiume di dolore freddo
Di morte
Tiepido di limo
Lui il nostro Nilo
Ha reso fertili le nostre coscienze
Ciò che impariamo sui libri
Divenne sangue orrore
Luce speranza
Merci Armando
Che hai reso indelebile
E vera
Tangibile
Toccante
Quella assurda
Mattanza

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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PRESTO DI MATTINA
Matteo, lo scriba discepolo

 

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo… Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un capofamiglia che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 44; 51-52).

Con questa nota in forma di parabola Matteo chiude il terzo discorso di Gesù, quello in parabole appunto. Nel discorso della montagna Gesù compie la rivelazione di Dio e della sua Parola, annunciando il Regno, il suo esserci, la sua prossimità agli uomini e alle donne delle beatitudini. Nel secondo discorso, detto missionario, l’annuncio del Regno dei cieli è condiviso con i discepoli che decideranno di accoglierlo, i quali vengono inviati a due a due. Nel terzo discorso, detto parabolico, Gesù descrive il modo in cui l’azione di Dio si presenta tra la gente: il Regno dei cieli è descritto nel suo principiare in piccolezza, una fragilità fiduciosa, una crescita apparentemente lenta e infruttuosa, ma al tempo stesso inarrestabile e irreversibile, che dà frutti di ospitalità e ristoro, come narra la parabola del granello di senape.

È Matteo, in primis, lo scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli ‒ poi anche noi, se lo vorremo. ‘Scriba’ in Egitto e in Mesopotamia indicava un funzionario pubblico che aveva il compito di redigere, copiare documenti, far di conto. In Israele gli era affidata la trascrizione dei rotoli della legge, dei libri storici, sapienziali e profetici; e dopo l’esilio l’interpretazione del libro, tanto che al tempo di Gesù gli scribi erano i maestri della Torah.

Per questo Matteo ben dimostra di conoscere le “cose antiche” e quelle “nuove”, che nel giudaismo erano rispettivamente la Legge mosaica e l’insegnamento dei rabbini. Ma per Matteo – lo scriba divenuto discepolo di Gesù, che trae fuori dal buon tesoro del suo cuore l’antico e il nuovo – queste espressioni assumono anche un nuovo significato, trattandosi di tenere insieme il primo e antico patto tra Dio e il suo popolo con il suo compiersi nella vita, nelle opere e nelle parole di Gesù. L’epifania del Regno che si avvicinava: con il Figlio il Regno dei cieli giunge e si manifesta in pienezza.

Di più. Matteo, discepolo/scrittore di buone notizie, narra come la novità del Regno sia già nascosta nell’antico. Il suo cuore segreto, l’intimità del comandamento, si manifestano attraverso una storia di alleanza nuova, che trasforma l’antica, rivelando un’eccedenza di fedeltà, di smisuratezza d’amore – il comandamento nuovo appunto – di prossimità, di familiarità inaudita, di intima amicizia tra Dio e gli uomini, germinata nella storia del Popolo di elezione e poi sparpagliata tra tutti i popoli.

Novità dischiusasi con la venuta del profeta di Nazareth, volta a dare compimento alle promesse antiche. Lo si testimonia tramite i titoli cristologici, quali ‘Messia’, ‘Figlio di Davide’, ‘Figlio dell’Uomo’, ‘Figlio di Dio’, così familiari alla fede di Israele.

Essi, per Matteo, nascondono un’eccedenza di senso, al modo che del seme che giunge a maturazione nel frutto: l’identità singolare di Gesù e la sua missione, in continuità con il cammino e le promesse dell’antico Israele, il seme; ma anche in “discontinuità di compimento”, come una frattura instauratrice di novità, il chicco pieno nella spiga.

Passaggio che per lo scriba divenuto discepolo del regno richiede una radicale conversione: come un essere generati e un nascere di nuovo, un passare all’altra riva, alle cose nuove, senza perdere quelle antiche: «Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, ti seguirò dovunque tu vada”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”». (Mt 8,18-20). Oltre, verso l’altro, protesi al Regno, verso un dove, una novità ancora nascosta che il futuro racchiude.

Lo stesso accade per lo scrivere, credo.
Colui che scrive trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. In Matteo il verbo usato ek-bállo (ek dice movimento di moto da luogo con l’aggiunta del tema verbale bállo «scagliare») e significa ‘gettare via/sospingere fuori’.

Per Matteo scrivere è espellere, scagliare fuori la multiforme ricchezza della buona notizia fatta di eventi e parole antiche che rivivono in parole nuove, quelle di Gesù: “Non sono venuto per abolire ma per dare compimento”. Una correlazione che Matteo esprime sin da subito tramite la genealogia, preludio di vicende intrecciate a quelle del popolo ebraico, fino al loro compiersi nella vicenda ed itineranza del profeta di Nazareth, che in parabole dà forma al volto nascosto e alla qualità della giustizia e degli affetti del Padre suo e Padre nostro.

Rammentando poi la parabola del seminatore, viene da pensare che scrivere per Matteo si anche ‘cavar fuori da sé’, dal proprio cuore, la fede ed esperienza apostolica per gettarle nel campo come un seme – il buon seme delle parole antiche – affinché crescendo, generino nelle spighe parole nuove. La storia antica vive in una storia e in storie nuove. Lo scriba, divenuto discepolo, riscrive nel presente della sua comunità ciò che era stato seminato e scritto in precedenza, portando nuovi frutti in Gesù.

È una rigenerazione incessante. Anche ciò che lui scrive della storia di Gesù dovrà infatti essere riscritto di nuovo, nella vita di ogni discepolo, perché ognuno è chiamato – ecco la vocazione del discepolo – a riscrivere con la propria vita il vangelo che porta dentro, concepito nel segreto della propria coscienza, e lasciare che venga alla luce.

Citando nel suo vangelo il salmo 78,2, Matteo sembra così voler far uscire anche noi allo scoperto; far nascere lo scriba/discepolo nascosto in noi, che riscrive e fa della sua vita come un corpo che dà forma e voce alle Scritture: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

«Ed ecco un uomo che aveva una mano paralizzata… Domandarono a Gesù: “È lecito guarire in giorno di sabato?” Rispose loro: “Chi di voi, se possiede una pecora e questa, in giorno di sabato, cade in un fosso, non l’afferra e la tira fuori? Ora, un uomo vale ben più di una pecora!” E disse all’uomo: “Tendi la tua mano”. Egli la tese e quella ritornò sana come l’altra. Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire», (Mt 12, 10-12). Il verbo usato da Matteo nel racconto della guarigione nella sinagoga è quello tipico della risurrezione, “egheiro”, ‘tirare fuori, destare, fare alzare, risuscitare, svegliarsi, lo svegliarsi dai morti’: in Mt 28,6 è scritto: “Non è qui, è Risorto” (egherthe).

Scrivere può divenire un’esperienza di risveglio, di guarigione, di metamorfosi e di transito verso una nuova consapevolezza di sé e degli altri. In quest’icona evangelica abbiamo uno dei tanti volti in cui si riflette e si irradia la Pasqua/ passaggio/ trasfigurazione. Piccole risurrezioni nel quotidiano: dalla malattia alla guarigione, dall’incredulità alla fede, dal disprezzo al riscatto, dalla cecità alla visione, dal peccato alla grazia, dalla morte alla vita.

Scrivere è aprire un varco al senso del vivere, del proprio vivere nel mondo; un passaggio che trasforma le cose antiche in nuove: «le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove», (2Cor 5,17). Dalla mano inaridita si passa alla mano guarita dello scriba, che così può trarre fuori da sé la buona notizia, di cui è stato testimone: “coloro che avevano deciso di rinchiudere Gesù nel passato con la morte hanno alla fine fallito”, «Il Dio della pace, ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore» (Eb 13, 20). Colui che non ha abbandonato nemmeno quella pecora caduta nel fosso in giorno di sabato, ha scritto una pagina nuova, come una porta che nessuno può chiudere. Nella disumanità una breccia si è aperta, per far passare l’umanità di Dio nella scrittura umana.

Scrivere è come lasciarsi riaprire e tendere la propria mano rattrappita dalla mano dell’Altro e degli altri con l’ascolto e la lettura delle loro scritture narranti. Ciò presuppone il desiderio di leggere prima i loro vangeli nascosti e scritti nelle loro esistenze, e poi solo in un secondo momento tendere anche la propria mano per trarre fuori, scrivendo, significati antichi e sensi nuovi. Come il narrare anche lo scrivere è generativo. Come la vita così la scrittura non è mai un generarsi da sé, ma è soltanto la possibilità di una risposta, di un rigioco di quello che è la realtà degli altri, degli eventi che hanno inscritto in te: le loro storie, le loro vite: così sempre nuovi fogli bianchi attendono scritture.

Michel de Certeau [Qui] in La scrittura della storia ricorda che la scrittura è come una cerniera. Per un verso si scrive, per fare giustizia al passato che è perduto, ma al tempo stesso per aprire uno spazio ai vivi nel presente. Una frattura instauratrice: scrivendo ci si congeda dalle cose antiche, da ciò che è sottratto definitivamente, segnando così una discontinuità, una rottura con il passato irraggiungibile.

Ma al tempo stesso la scrittura apre all’alterità del presente, ovvero introduce il passato nel presente così da renderlo accessibile alla comprensione. Il passato segna la perdita della parola: essa non può più dirsi, di essa non ne rimane traccia, ma resta qualcosa: ciò che non può più dirsi, tuttavia può essere scritto. “Prendi e leggi” direbbe Agostino. Qualcuno parla quando leggo: è qualcuno che mi parla ‘dal’ e ‘nel’ testo. Come vi è una scrittura, un segno udibile in ogni parola, così pure una parola si rende visibile nella scrittura (Jaques Derrida).

Lettrice nell’infanzia di novelle e racconti Teresa d’Avila [Qui] scrive: «[Mia madre] amava leggere libri di cavalleria e ne facilitava la lettura anche a me … Tuttavia mio padre non lo vedeva di buon occhio e noi, per leggerli, cercavamo di non essere visti da lui». Scrivere per Teresa divenne poi un entrare in empatia con i suoi lettori.

Per questo nel libro de La Vida la sua scrittura fluisce ininterrotta, come da una sorgente, per poi distendersi come un fiume. Non usa la punteggiatura, se non in casi rarissimi. Si limita a una sbarretta / all’inizio di un paragrafo. Il resto è una fonte incessante, un “flusso di coscienza” continuo ‒ direbbero gli esperti di letteratura ‒ che sgorga da sé per giungere all’altro, irrigandolo nelle sue aridità spirituali. Scrittura “dal rilievo espressivo, scolpita con vigore”, la descrive una grafologa; scrittura “cesellata” e “sciolta”, “sinuosa e austera, chiara e nitida, tortuosa e allargata in lettere e parole”, da cui traspare una personalità vigorosa nella volontà e nel pensiero.

Scrive Il castello interiore e il libro della sua vita, non solo per far conoscere qualcosa, ma per rendere partecipi della sua esperienza spirituale. Un invito ad entrare, a dimorare, ad abitare le dimore di questi luoghi abitati da Dio; e questo luogo nella coscienza è l’umanità del Cristo, la sua amicizia.

Un giorno, riordinando in biblioteca a Santa Francesca alcuni testi fuori posto, mi è capitato tra le mani un vecchio Annuario del parroco del 1970. Testi e documenti di vita sacerdotale e di arte pastorale, fondato da don Giuseppe De Luca nel 1955, presbitero, editore e saggista (1898-1962).

Annuario continuato poi da don Giuseppe Badini negli anni del post concilio. Sfogliandolo mi sono fermato incuriosito a leggere un brano dal titolo Il posto di Cristo è veramente tra i poeti. Sono rimasto sorpreso.

Di più: «Ma guarda, mi sono detto, come subito dopo il concilio l’invito ai parroci era quello di leggere e di trovare nella letteratura l’immaginazione, la creatività per traghettare la novità del concilio, per tracciare e rendere fluenti le vie di una nuova pastorale per un rinnovato annuncio evangelico e vitalità liturgica. Ecco le cose nuove e le cose antiche da trarre fuori ancora!». La citazione era tratta da una lettera di Oscar Wilde [Qui] un testo, il De profundis scritto dal carcere in cui era rinchiuso. Egli aveva descritto anche le disumanità riservate ai carcerati: «E questo so ancora che ogni carcere costruito dagli uomini è costruito con mattoni di vergogna, è sbarrato, che Cristo non veda come gli uomini straziano i fratelli» (La ballata del carcere di Reading).

Come spinto dalla memoria che si era illuminata, all’improvviso mi sono portato allo scaffale della cristologia: cercavo un libro; ne ricordavo pure la classificazione Dewey: 232 CAS VOL: Ferdinando Castelli, Volti di Cristo nella letteratura moderna, Cinisello Balsamo 1995. Ho letto così nel terzo volume il capitolo dedicato a Wilde e l’annessa antologia: «Il posto di Cristo è veramente fra i poeti. La sua intera concezione dell’umanità balza nettamente dall’immaginazione e può essere compresa soltanto da essa. C’è sempre alcunché di quasi incredibile per me nell’idea di un giovane contadino di Galilea che immagina di poter portare sulle spalle il peso di tutto il mondo: tutto ciò che era già stato fatto e sofferto, e tutto ciò che doveva ancor esser fatto e sofferto: la sofferenza di coloro il cui nome è legione e la cui dimora è fra le tombe: delle nazionalità oppresse, dei bimbi che lavorano nelle fabbriche, dei ladri, la gente nel carcere, i proscritti, coloro che sono muti sotto l’oppressione e il cui silenzio è udito solo da Dio; e non soltanto egli immagina questo, ma lo effettua, così che in questo momento tutti quelli che vengono a contatto con la sua personalità, anche se non si sono mai inchinati al suo altare né inginocchiati davanti al suo sacerdote, trovano in qualche modo che la bruttura del loro peccato è tolta, e la bellezza del loro dolore è ad essi rivelata».

E più avanti ho continuato a leggere: «Per l’artista l’espressione è l’unico aspetto sotto il quale egli può concepire la vita. Per lui ciò che è muto è morto. Ma per Cristo non fu così. Con un’ampiezza e un prodigio d’immaginazione che quasi ci colma di riverente stupore, egli prese l’intero mondo che non ha favella, il mondo senza voce del dolore, per suo regno, e fece di sé lo strumento di espressione di quel mondo […]. E sentendo, con la natura artistica di colui per il quale la sofferenza e il dolore erano aspetti per mezzo dei quali poteva effettuare la concezione del bello, sentendo che un’idea non ha valore finché non è materializzata e resa immagine, egli fece di sé l’immagine dell’Uomo del Dolore, e come tale ha affascinato e dominato l’arte come a nessun iddio greco è mai riuscito di fare».

Perché scrivere ed immaginare? Si domanda nel suo libro, uscito da pochi mesi, Massimo Colombati: “per amare le parole e le cose e animati da un sentimento di amore per chi le ha scritte”, è la risposta: «L’arte è visione. È immaginazione. Ma avere fantasia non significa immaginarsi qualcosa; significa dare importanza alle cose. Scrivendo diamo importanza massima alle cose (attribuendo massima importanza alle parole). E cosa facciamo quando diamo tutta la nostra concentrazione, attenzione, passione alle cose? Le amiamo.» (Scrivere per dire sì al mondo, Milano 2021).

Così lo scriba/discepolo dal suo tesoro continua ancora a cavar fuori “cose nuove e cose antiche”.

 

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Licenziamenti collettivi, un’alluvione senza argini

Gkn allo stabilimento di Campi Bisenzio, Whirlpool nello stabilimento di Napoli. Nel primo caso, 422 persone. Nel secondo, 356 persone. Licenziate con un tratto di penna, che nell’era della tecnologia cheap diventa un messaggio whatsapp, o una pec. Sono solo due esempi dell’alluvione che sta per allagare il tessuto sociale dopo la fine del blocco dei licenziamenti decretato a causa dell’epidemia di Covid-19. Un provvedimento tampone, seguito da un “avviso comune” Confcooperative, Cna, Confapi e Confindustria da una parte, sindacati dall’altra, con l’egida del Governo, che recita: le parti  “si impegnano a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente ed il decreto legge in approvazione prevedono in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro. Auspicano e si impegnano, sulla base di principi condivisi, ad una pronta e rapida conclusione della riforma degli ammortizzatori sociali, all’avvio delle politiche attive e dei processi di formazione permanente e continua” . Raccomandazioni, nient’altro che raccomandazioni. Con le quali infatti alcune multinazionali si sono già spazzate il didietro, procedendo a comunicare i licenziamenti con modalità che ricordano le ferriere dell’800.

La debolezza ormai storica della rappresentanza politica di quella parte del mondo produttivo che è lavoro salariato si misura in tutta la sua profondità in questa fase di “ritorno alla normalità”, la peggiore per chi si ritrova senza tutele nel momento in cui il blocco dei licenziamenti termina: evento che produce lo stesso effetto di quando togli un tappo ad una falla senza che nel frattempo sia stato creato un recipiente in grado di contenere tutta l’acqua che uscirà.

“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”   Sembra una dichiarazione burlesca, calata dentro la situazione di fatto dell’industria italiana. Invece è il testo dell’art.41 della Costituzione. La legge che dovrebbe determinare “i programmi e i controlli opportuni perchè l’attività economica possa essere indirizzata a fini sociali” nel caso di specie è la disciplina sui licenziamenti collettivi, contenuta nella legge 223 del 1991, da coordinare con la legge Fornero e poi con il Jobs Act, che non hanno fatto che accentuare il suo carattere antisociale. Faccio un’affermazione così perentoria perchè la ratio che ispira questa disciplina è l’assunto secondo il quale è l’impresa stessa, in piena autonomia, a decidere quando uno “stato di crisi” giustifica l’apertura di una procedura di riduzione del personale. Non ci sono correttivi o interventi esterni all’impresa che possano realmente mettere in discussione la fondatezza delle ragioni della chiusura o della ristrutturazione, al punto che una multinazionale che complessivamente aumenta i profitti può permettersi di dichiarare la decisione di chiudere un “ramo secco” della propria produzione senza che alcuna regola o sanzione ne possa condizionare o scoraggiare la scelta. Le uniche regole imposte riguardano il rispetto di modi e tempi della procedura di discussione con la controparte sindacale: elementi formali, burocratici, il mancato rispetto dei quali tra l’altro non comporta nemmeno la reintegra di quei lavoratori illegittimamente selezionati per il licenziamento, ma solo una tutela indennitaria (nemmeno risarcitoria: quindi, un piatto di lenticchie). Per il resto, nella migliore delle ipotesi si finisce in mobilità, con un trattamento economico che dopo 24 mesi finisce. Per chi come il sottoscritto svolge attività sindacale, questa cornice legislativa è una palla al piede, che costringe a giocare costantemente di rimessa, a inseguire gli eventi senza poterne minimamente influenzare la genesi, potendo alfine solo negoziarne gli effetti su alcuni (da salvare) rispetto ad altri (da condannare). Come corollario arriva il disprezzo bipartisan per il ruolo del sindacato, chiamato a difendere i lavoratori con armi spuntate in partenza, che ne riducono la funzione a gestore del meno peggio. Come accennavo prima, questa situazione di cornice legislativa gravemente contrastante con il dettato costituzionale è il frutto di decenni di abbandono di una cultura politica che ha trasfuso il conflitto sociale e l’idea di uguaglianza sostanziale dentro leggi cardine come lo Statuto dei Lavoratori, che infatti è vecchia ormai di cinquant’anni. Questo abdicare alla propria funzione, che avrebbe dovuto essere un imprinting della propria stessa ragion d’essere, è una gravissima responsabilità della sinistra storica scagliata nel mondo globalizzato del post 1989, topos nel quale ha mostrato una inadeguatezza di aggiornamento ideale e di comprensione dei mutamenti tumultuosi dei fenomeni sociali che l’ha resa subalterna alle logiche economiche non tanto capitalistiche, ma liberistiche; con un cedimento al liberalismo che, applicato alla vita economica e sociale, produce effetti opposti rispetto al progredire del libertarismo nel campo dei diritti civili. Un liberismo, sia detto per inciso, che non esclude affatto l’intervento dello Stato nell’economia, purchè l’intervento serva a sovvenzionare le imprese con strumenti di sostegno (La Cassa Integrazione) completamente svincolati da qualunque reale impegno dell’impresa stessa in termini di investimenti per la riqualificazione degli impianti. L’impresa prende i soldi dallo Stato e quando decide di delocalizzare lo fa, e basta. Questo, in brutale sintesi, è il risultato della libera circolazione dei capitali. Questo, in brutale sintesi, è il frutto della “iniziativa economica privata”  riguardo alla quale il legislatore ordinario degli ultimi trent’anni(di destra, di centro e di sinistra) si è ben guardato dal coniugare libertà e rispetto della dignità umana e sociale, con buona pace del dettato costituzionale.

Una soluzione a breve termine non c’è, in tasca non ce l’ha nemmeno Draghi, a prescindere dalla considerazione sul suo più o meno elevato tasso di keynesismo (sopravvalutato, a giudicare dalla scelta degli uomini in settori cardine della macchina economica dello Stato). Esiste solo la possibilità di perseguire, dentro una cornice asfittica, una serie di interventi di riqualificazione professionale che non possono, ovviamente, essere disgiunti da scelte di politica industriale che pianifichino attività di riconversione (pensiamo al settore dell’energia) prima che le decisioni di chiusura dispieghino i loro nefasti effetti sociali.

DIARIO IN PUBBLICO
E alla fine… basta!

 

Mentre la parete di alberi col suo fiato profumato mi avvolge fino dentro la camera, qui a Vipiteno, penso e constato che ormai la mia ricerca per capire l’umore degli italiani medi, le loro richieste, i loro idoli, le loro preferenze, ormai è finita.

Non più a sentire l’umidore dei pensieri di zia Mara, non più a contemplare le unghie laccate delle mani tozze di Al Bano nella sua divisa pseudo chic tra cappello, sciarpetta, e giacchetta vip; non più la seriosità esibite nelle dichiarazioni calcistiche nel frattempo sconfessate dall’urlo bestiale dei tifosi; non più a contemplare l’abbraccio decisamente non odoroso degli idoli d’oggi, convulsamente attenti a reiterare gli scaramantici gesti della loro avventura milionaria.

Si tenta di spacciare il fisico di Maldini con riferimenti erotici non indifferenti. Perfino il capo di Stato si piega al rito e al mito del calcio. Ed io alle 11 di sera, assistendo alla cerimonia di chiusura del premio Strega, mi commuovo ancora sentendo la serenità raggiunta, la qualità altissima del pensiero di Edith Bruck [Qui], la sua immensa umanità espressa in parole; quegli occhi che hanno visto e condiviso l’orrore e hanno saputo trasformarlo in dialogo, in una totale trasformazione in eticità e amore.

Ma qualcosa succede. Incuriosito dalla frettolosa cena di gala, che di solito conclude la settimana nell’hotel Zum Engel, dal frettoloso sparire degli ospiti, risalgo in camera e spingo il pulsante e m’immergo nei momenti conclusivi della partita del secolo. Non l’avessi mai fatto! Mi lascio trascinare dalle prodezze dei campioni e, per la prima volta in vita mia, vengo travolto dall’eccitazione comune.

Guardo intanto con altrettanto ribrezzo le scene mostruose che accompagnano e commentano la vittoria; sghignazzo a più non posso agli osceni strafalcioni, che vengono propinati dai commentatori. Uno per tutti. A piazza del Popolo a Roma l’eccitatissimo cronista urla come sia commovente accompagnare assieme le note “dell’inno dei  Mameli” tutti assieme!

Nella Repubblica di lunedì 12 luglio l’editoriale di Ezio Mauro così commenta: “Ancora una volta scopriamo che lo sport veicola ed esalta il sentimento nazionale come se fosse diventato l’unica espressione ancora capace di generare e legittimare democraticamente lo spirito patriottico”.

Da questo spunto invece di elaborare la recensione attesa e complessa dell’ultimo volume della scrittrice ebraica Natasha Solomons [Qui], I Tunderbaum, mi dedico all’analisi dei festeggiamenti e degli inviti al Quirinale e a Palazzo Chigi dedicati da Mattarella e Draghi alla nazionale vittoriosa e al fascinoso Matteo Berettini. E capisco che ormai senza lo sport è impossibile governare. Mi si stringe il cuore; ma così sembra debba intendersi la funzione dello sport nella totalità dei governi d’ogni tipo.

Mentre di ritorno dal Castello di Ambras ad Innsbruck [Qui], travolto dalle meraviglie guerriere di Ferdinando II, dalla Wunderkammer con le sue mostruosità fascinose, dai personaggi della nostra storia tra cui lo splendido ritratto del duca ferrarese Alfonso II e della sua sposa Barbara d’Austria, dal giardino segreto e dal pavone che urla la sua bellezza passeggiando tra le aiuole, capisco che ‘forse’ lo sport ha sempre dominato come esercizio del potere (e si veda il Gigante di Ambras che, novello Gigio Donnarumma, imponeva le sue mostruose fattezze nelle collisioni tra eserciti).

Peter e Delberta sono contenti del mio stupore e questa giornata speciale si conclude con il più spaventoso temporale a cui abbia mai assistito, mentre lo scenario delle abetaie e pinete che alzano la coda del meraviglioso abito da ballo che indossano e che indolentemente rivela cime e montagne che lasciano senza respiro.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

FANTASMI
Spettri Benzodiazepinici

GIOVEDi’6 dicembre, ore 11.58

  • John, sveglia, è quasi ora di pranzo!

Riprendo coscienza mentre cado da un palazzo di sette piani, brancolo nell’aria e d’istinto mi aggrappo al collo di questa donnona che mi squadra tra il preoccupato e l’infuriato. Cado dal sesto piano mentre mi sveglio, brancolo nell’aria e mi appiglio al collo di questa donnona immensa che mi guarda stupefatta e rabbiosa.

  • Ah guardi che mi hanno detto che la devo lavare per bene prima di mangiare eh! E lei farà il bravo vero?

Chi è, che vuole, chi sono io, dove mi trovo, perché non mi ricordo, niente di niente, ce l’avrò una famiglia, una casa, magari anche un lavoro… Tabula rasa, una vasta prateria in mezzo al vuoto cosmico. E questi post-it. Sono dappertutto. Sulla giacca del pigiama, sulla testiera del letto. Alcuni sono caduti tra le lenzuola. Sulla lavagnetta di fianco alla finestra qualcuno ha scritto LEGGI I POST IT. La scrittura è familiare, forse è la mia?

  • Allora che dice, proviamo ad alzarci? Su, su, ecco così, brrravo! Forza che ci siamo quasi in bagno, ce la fa a spogliarsi? L’aiuto io, non si vergogni, faccio l’infermiera e conosco tutte le nudità e gli umori di questo mondo e forse anche dell’altro…

“Non ti fidare di lei”. Lei chi? “Ricordati le pillole”. Che pillole?

  • Signora, non è che devo prendere delle pillole? Che ne so, per il cuore, la pressione, cose così?
  • Ah ma allora sa parlare! Che bello! E che voce tonante! Mi ricorda il mio povero marito, pace all’anima sua, quando cantava sotto la doccia, che spettacolo! Anche i vicini si affacciavano al pianerottolo. Mi chiami pure signora Maria. Le pillole, dice. Vediamo che mi ha lasciato scritto sua nuora sulle pillole. Ecco. “Non dia retta se chiede le pillole. Assolutamente non deve prendere nessuna pillola”. Bene, discorso chiuso, niente pillole.
  • Ma è sicura? Mi sembra di ricordare che prendo delle pillole.
  • Queste sono le istruzioni lasciate appositamente da sua nuora. Vanno seguite alla lettera e si è raccomandata moltissimo. Stasera sarà qui e potrà chiedere a lei.

La faccenda non quadra. Perché ho scritto delle pillole? Di chi non mi devo fidare? “Tua figlia è a Boston, numero nel primo cassetto”.

  • Ehi, dove va? Non abbiamo nemmeno incominciato a fare il bagno! E poi così, tutto nudo gira per casa? Si prenderà un bel raffreddore, a quest’ora i caloriferi sono ancora spenti. Su, per favore, torni qui, guardi che bel bagnetto caldo che sto preparando.

Maledizione, qui ci sono vari numeri di telefono, Anne, Edith, Bonzo. Bonzo? Chi diavolo si fa chiamare Bonzo? Vabbè, ne scelgo uno a caso. Clara.

  • Pronto, buongiorno, parlo con la signora Clara?
  • Sì? Oh ciao John, che piacere. Come stai?
  • Clara, ti prego, aiutami, mi stanno negando le mie pill…

La signora Maria arriva come una furia, mi strappa il telefono, lo mette giù e inizia a trascinarmi verso il bagno. C’è qualcosa di rudemente antico in tutto quello che fa, come se fosse ordinato da Matusalemme in persona e quindi inevitabile, vista l’autorevolezza del mandante.

  • Ecco, ora basta. Si torna al bagnetto. E stavolta non transigo. Guardi, John, sono abituata ad avere a che fare con pazienti molto più massicci di lei. Non le consiglio di fare altre bravate.

Sono perduto. E’ vero, non mi posso fidare di lei. Devo stare al gioco.

  • Oh bene bene. Com’è la temperatura? Un po’ caldina forse? Ma con il freddo che fa fuori un bagnetto caldo è una manna dal cielo, vero? Stia lì bello rilassato, che ci penso io a insaponarla.
  • Grazie signora Maria, sto benissimo, ma per favore mi aiuta a capire perché sono qui e cosa sono tutti questi post-it sparsi dappertutto?

La signora Maria smette di insaponarmi. Mi guarda a lungo in silenzio e poi si alza. Sembra che si accorga solo ora delle decine di post-it attaccati sulle piastrelle, sugli specchi, per terra. Il caldo della vasca intanto contribuisce a staccarne altri che cadono pigramente a terra, dimenandosi un po’ durante la caduta.

Ho un flash che mi porta indietro, indietro, sono seduto sui gradini di una casa sul bordo di un bosco e dalla grande quercia del giardino le foglie morte si staccano dopo ogni folata di vento, cadendo con quel moto tipico delle foglie che cadono, come fossero pesi di un pendolo anch’esso in caduta lenta e inesorabile. Poi mi rianimo e vedo la mia badante che raccoglie con una scopa i post-it e li mette nel cestino del bagno.

  • Ordine, bisogna fare ordine! Se no poi chi la sente sua nuora! Lei stia lì ancora un attimo, male non le farà, poi dobbiamo ancora lavare i capelli.

Suonano alla porta. Mentre va a vedere chi è, sbuffando e imprecando, ho forse il tempo di dare un’occhiata ai post-it nel cestino. “100.000 $, non uno di meno!”, “Cioccolato fondente, non al latte”, “Aiuta Clara a scappare”.  Perso, sono sempre più perso.

  • Signor Morris, c’è alla porta un signore che dice di avere un appuntamento con lei, urgente, per una fornitura di … come ha detto? Ah sì, benzodiazepine. Mi sembra.
  • Per favore, gli dica che non lo posso ricevere ora, può tornare stasera, quando ci sarà mia nuora.

La signora Maria va a riferire. Subito le voci salgono di tono e si fanno concitate. Rumore di lampada che cade sbriciolandosi e porta sbattuta. Un uomo enorme entra in bagno quasi sradicando la porta.

  • Ohohoh eccolo il signorino che si fa il bagnetto, mentre qui fuori c’è mezza città che cerca le pilloline miracolose. Allora, dove sono? Non mi costringere a usare le maniere forti.
  • Guardi ci deve essere un errore, non so di cosa sta parlando.
  • -Cosa? Un errore?

Si avvicina, attacca il phon alla presa e lo avvia, avvicinandolo all’acqua.

  • L’errore sarà vederti friggere in quella vasca se non ti sbrighi.
  • Guardi signore l’errore, intendevo, è nella mia testa: non ricordo. Neanche perché sono qui. Forse quello che cerca è scritto su uno di questi post-it. Davvero non so come aiutarla. Mi creda.
  • Mmmm e la cicciona qui? Non sa nulla?

La signora Maria lo guarda terrorizzata, poi guarda me, poi di nuovo lui. Inizia a balbettare:

  • La pre-prego mi la-lasci stare, sono so-solo la ba-ba-da-dante, chie-chieda al si-signor Morris…
  • Senti Morris, aiutami a capire, ieri sera eravamo al club di Joe e tra un bicchiere e l’altro ti ho dato un pacco di bigliettoni. Questo te lo ricordi? E non era un regalo, era l’accordo: 90000 dollari per quel carico di pillole.
  • -E’ sicuro? Una cosa me la ricordo, si era detto non meno di 100.000…
  • John, così mi fai incazzare. Fai lo smemorato e poi te ne esci con questi dettagli. A che gioco stai giocando? Ora basta, chiamo i mei uomini e ribaltiamo questo appartamento.

Si avvicina alla finestra del bagno, spintona via la signora Maria che cade a terra frignando e lamentandosi e apre la finestra che dà sulla strada.

  • Voi due! Inutili! Venite su a darmi una mano!

Ecco. Ora arrivano i rinforzi. Mi guardo intorno, la mia stessa nudità sta diventando intollerabile, come tutta questa situazione in fin dei conti. Ora basta. Mi alzo, il pisello mi sballonzola davanti e suscita la curiosità dell’omone, che scopro intento a fissarlo.

  • Senta lei, come-si-chiama, facciamola finita. Dica a quei due di starsene buoni e risolviamo la faccenda da uomini.

Poi succede. La catarsi. La porta abbattuta. La polizia che fa irruzione. Gli spari. Dopo pochi minuti è tutto finito. Bilancio, 3 morti: io, la signora Maria, un poliziotto. Un ferito grave, l’omone intruso.

 

MERCOLEDI’ 5 dicembre, ore 22.31

  • John, ti sei ricordato di chiamare la signora Maria? Guarda che poi ci resta male se ti dimentichi un’altra volta il suo compleanno.
  • – Sì sì aspetta un attimo, fammi finire di mettere a posto le medicine, che se ce le dimentichiamo poi non so come faccio a recuperarle lì, chi mi farebbe la ricetta poi…

L’aereo per Boston partiva a mezzanotte e un quarto, era l’unico che avevano trovato quando erano stati avvertiti dal marito di Edith che a sua figlia si erano rotte le acque e stava per entrare in sala parto. Chissà se sarebbero riusciti a salvare il nascituro, dopo appena 7 mesi di gestazione. John Morris chiuse il beauty case con al sicuro le benzodiazepine di cui da un paio d’anni, dalla morte della moglie, non poteva fare a meno. Sarebbe diventato nonno! Forse, vacci piano, si disse. Forse. Se i dottori riusciranno a salvare capra e cavoli. Ma perché non dovrebbero, con tutte le diavolerie che si sono inventati al giorno d’oggi? Vuoi che non riescano a fare uscire quello sgorbietto urlante?

Un quarto d’ora dopo erano in taxi in direzione Newark-Liberty. Ovviamente senza aver fatto gli auguri alla signora Maria.

  • John, chiamala ora, per favore…
  • Uff quando arriviamo la chiamo, non ora che faccio fatica pure a sentire te…

La signora Maria era stata l’insegnante di inglese di John durante le scuole superiori ed era lei che aveva spinto i suoi genitori, con pressioni oltre l’immaginabile, a tentare l’iscrizione alla Rutgers University per studiare letteratura. Il che poi gli avrebbe aperto la strada per diventare uno scrittore di successo, con milioni di copie vendute in tutto il mondo. Ora lei era l’unica cosa che restava in vita della sua giovinezza.

Mentre stava fissando un aereo in atterraggio, John sentì una improvvisa vampata di calore e un leggero stordimento. Si girò verso la sua compagna ma non riuscì a metterla a fuoco.

  • Anne, mi gira la testa. Non so cosa sta succeden…

Furono le sue ultime parole. Il venerato scrittore John Morris fu ricoverato dopo meno di un’ora al Saint Michael’s Medical Center e non riprese più conoscenza. Il giorno dopo il suo elettroencefalogramma, prima di diventare piatto, mostrò i segni di una intensa attività, che cessò come se si fosse improvvisamente staccata la corrente ad un concerto di hard rock.

Il nipote di Morris è nato e, anche se prematuro, sta benissimo.

Racconto inedito, proprietà dell’autore.

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Effetti del nuovo liberalismo del governo Draghi:
più poveri e più privatizzati

E’ stato denominato nei giorni scorsi dal Commissario dell’UE Paolo Gentiloni “ritiro selettivo degli interventi di sostegno”, un modo pudico per dire che si uscirà dalle politiche di parziale attenuazione della crisi scaturita dalla pandemia, sulla base del fatto che, sempre lo stesso, in modo decisamente azzardato, legge la prevista crescita attorno del 5% del PIL per il 2021 con una sorta di nuovo boom economico, invece che un’inversione di tendenza rispetto alla pesante caduta di quasi il 9% nel 2020.

Da qui, ad esempio, il ritiro del blocco dei licenziamenti, certamente non surrogato dal pannicello caldo dell’avviso comune tra sindacati, Confindustria e governo, ma, probabilmente anche una misura, di cui si sta parlando troppo poco, che prevede l’innalzamento delle tariffe del gas e della luce a partire dal 1° luglio, rispettivamente del 15,5% e del 9,9%. Un aggravio considerevole, che è stato stimato di più di 200 € su base annua per una famiglia media, e che sarebbe stato ancor più forte senza uno stanziamento in proposito di più di 1 miliardo da parte del governo.
Il punto è, però, che scelte di questa natura aggravano la situazione che ci sta consegnando la pandemia, e cioè quella di un Paese ancora più povero e diseguale. Altro che “ne usciremo tutti meglio” e “nessuno rimarrà indietro”, di cui favoleggia la retorica sparsa a piene mani da governo e media mainstream.
Che, ahimè, non sia così, ce lo dicono ormai tutti gli studi che sono già usciti sugli effetti nella distribuzione del reddito durante la pandemia: dall’Istat che certifica che nel 2020 il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è arrivato a ben il 9,4% rispetto al 7,7% del 2019, raggiungendo il livello più elevato dal 2005, ad un recente approfondimento uscito nelle pubblicazioni di Bankitalia che mette in luce come “la pandemia ha colpito più duramente le famiglie a basso reddito da lavoro, dove si concentrano gli occupati che hanno minori possibilità di lavorare da casa, che svolgono lavori più instabili e in settori maggiormente esposti alla crisi”.

Né si può semplicemente sostenere che questa è la situazione del punto di massima crisi e che adesso essa evolverà positivamente, se, appunto, si prendono provvedimenti che, anziché ridurre le disuguaglianze, sono invece destinate ad acuirle.
Gli incrementi tariffari, infatti, colpiscono maggiormente, in termini relativi, le famiglie a reddito medio-basso e, peraltro, non si fermano alla ‘stangata’ su luce e gas. Per quanto riguarda la tariffa sui rifiuti, il nuovo regolamento per il 2021 introdotto da ARERA, l’Autorità nazionale di regolazione per energia, reti e ambiente, stabilisce che la cosiddetta “remunerazione del capitale”, cioè il profitto garantito ai soggetti gestori, raddoppia dal 3% al 6% e, inoltre, sempre ai gestori, viene riconosciuto un ulteriore ricavo legato all’incremento della raccolta differenziata (della serie: i cittadini sono invitati ad avere comportamenti virtuosi e le imprese private guadagnano sul loro impegno).
Non parliamo poi delle vicende relative alla tariffe dell’acqua, aumentate, secondo la CGIA di Mestre, del 90% tra il 2007 e il 2017, anche grazie alla scandalosa decisione, sempre di ARERA, di contraddire l’esito del referendum del 2011 che aveva cancellato la remunerazione del capitale, ripristinandola semplicemente con un’altra dizione (riconoscimento degli oneri finanziari). 

A quest’impennata delle tariffe, poi, si associano tutta una serie di recenti decisioni che spingono verso un’ulteriore privatizzazione dei servizi pubblici locali: l’art. 177 del Codice degli appalti penalizza fortemente le aziende che sono concessionarie dei servizi di distribuzione del gas, dell’energia elettrica e dei rifiuti senza essere passate attraverso una gara, obbligandole, entro la fine del 2021, ad esternalizzare l’80% dei propri lavori; per il servizio di raccolta dei rifiuti,  viene introdotta la possibilità per le utenze non domestiche di sganciarsi dal servizio pubblico, rivolgendosi al mercato libero purché i rifiuti siano avviati al recupero, determinando un ulteriore diminuzione del gettito del servizio pubblico; per quanto riguarda il servizio idrico, nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza c’è un’indicazione esplicita di completare i processi di privatizzazione, consegnando, nella sostanza, anche il Mezzogiorno alle grandi multiutilities quotate in Borsa.

Il tutto in attesa della ‘riforma’ della concorrenza, annunciata dal governo Draghi entro la fine di questo mese, che ha proprio il compito di rendere residuale il ruolo delle aziende pubbliche anche nel settore dei servizi pubblici locali.
Del resto, non c’è da stupirsi più di tanto, visto che tutta l’azione del governo e il PNRR sono esattamente ispirate da una logica di ‘modernizzazione’, che si pensa possa essere guidata esclusivamente dal mercato. Anzi, l’idea lì dominante, per certi versi ancora più regressiva dei canoni ‘classici’ del neoliberismo, è che sia proprio l’intervento pubblico a diventare servente del mercato: un rovesciamento del ruolo dello Stato, piuttosto che la sua limitazione e, men che meno, la sua sparizione.
Le risorse significative del PNRR  vengono finalizzate proprio alloscopo di creare e costruire nuovi mercati, da quello delle piattaforme digitali a quello di una presunta ‘economia green’, in realtà viziata sin dall’origine dall’obiettivo di garantire buoni profitti ai grandi soggetti protagonisti del ricorso alle fonti fossili, in primo luogo ENI e ENEL.

Per evitare, però, di cadere semplicemente nell’elencare le decisioni sbagliate, che, alla fine, diventa una pratica autolesionista, provo ad indicare 3 questioni su cui si dovrebbe intervenire e sulle quali va costruita la mobilitazione necessaria per farlo.

La prima è l’abrogazione di ARERA
, non solo perché, a partire dalla materia tariffaria, assume i parametri del mercato e della redditività aziendale come punti di riferimento fondamentale nella propria azione. Ancor prima, però, viene il fatto di aver demandato ad un’agenzia ‘tecnica’ il ruolo di determinare scelte importanti di politica tariffaria, sottraendole alla sfera della decisione politica.
Non a caso, tale orientamento è stato consolidato dal governo Monti, fulgido esempio del primato della tecnocrazia sulla politica, di una supposta ‘neutralità’ della tecnica, in questo buon predecessore dell’attuale governo Draghi, che ha fatto di ciò una delle cifre deteriori della sua impostazione.

Poi, andrebbe completamente riscritto il PNRR: qui il ragionamento sarebbe lungo e meriterebbe un approfondimento specifico. Mi limito a dire che occorre rivederne a fondo le priorità e assumere, al posto del rilancio della crescita quantitativa e del mercato, gli indicatori della creazione di buona e piena occupazione, di un nuovo welfare della cura e dei beni comuni e della fuoriuscita rapida dal modello di sviluppo basato sull’energia fossile come quelli su cui misurare le scelte da effettuare.

Infine, bisogna rilanciare la battaglia per la ripubblicizzazione dei beni comuni e dei servizi che li erogano.
Per stare vicino a noi, ad esempio, a fine anno scade la concessione del servizio idrico a Bologna affidato a Hera. A Ferrara, la concessione del servizio di raccolta dei rifiuti urbani, sempre affidata a Hera, è scaduta alla fine del 2017 e da allora Hera continua a gestirlo in proroga.
Bene, la scadenza della concessione è il momento più favorevole, in assenza di una legge nazionale, per procedere alla ripubblicizzazione del servizio, dando vita ad aziende pubbliche partecipate dai lavoratori e dai cittadini, visto che non ci si può trincerare dietro l’alibi dei costi eccessivi per andare in tale direzione. E allora, quali ostacoli si frappongono a farlo, da parte delle Amministrazioni Locali di riferimento, se non una pregiudiziale e ideologica volontà di affermare il primato del mercato e delle grandi multiutilities, come Hera, anch’esse votate alla sua logica?
Per fortuna, movimenti e cittadini hanno già sollevato con forza, a Bologna e Ferrara, tale tema. Vale la pena che questa voce salga ancora più forte e che si allarghino le forze e i soggetti in campo. In modo tale che chi ha la responsabilità politica delle scelte non volti la testa da un’altra parte, esca dall’ormai abituale silenzio, abbia il coraggio di dire da che parte vuole stare.

Cover: Mario Draghi al World Economic Forum Annual Meeting, 2012 (Wikimedia Commons)