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Che il nostro benessere dipenda dalle condizioni e dal clima sociale in cui viviamo è fuori dubbio. L’elenco dei numerosi fattori che inducono oggi in Italia, un clima depressivo sarebbe lungo: incertezza e smarrimento, fatica quotidiana e dubbi sul futuro, rabbia e rassegnazione sono sentimenti diffusi. Queste percezioni si riflettono sulle graduatorie che confrontano Paesi europei: su 34 Paesi dell’area Ocse l’Italia è dallo scorso anno scivolata molto in basso, al 29esimo posto, vicino alla Grecia, devastata socialmente dall’austerità. Tra gli indicatori: lavoro e condizioni di vita materiale, fiducia nelle istituzioni, sicurezza personale, equilibrio tra tempo di lavoro e tempo di vita.
Un rapporto di Cnel e Istat, disponibile in rete, misura il benessere “equo e sostenibile”, allargando, secondo un approccio ormai consolidato, un’idea di benessere fondata solo sul Pil, ma aperta ad altri parametri sociali e ambientali: diseguaglianza, sostenibilità, salute, istruzione, conciliazione dei tempi di vita, paesaggio, qualità dei servizi.
Le analisi sottolineano il valore di beni che non appartengono alla sfera del mercato: la densità delle reti personali, le relazioni di scambio e di aiuto quali condizioni per il benessere. Anche il tempo dedicato al volontariato ha un peso nella percezione del proprio benessere, evidentemente perché aiuta a mettere in prospettiva le proprie insoddisfazioni.
Alla base della nostra personale percezione del benessere si conferma l’assoluta centralità delle relazioni con gli altri. La nostra felicità si nutre di tanti fattori: una famiglia che ci ama, una cerchia di amici che ci sostiene emotivamente, un lavoro gratificante, la possibilità di coltivare sogni o passioni.
Una ricerca in corso su persone appartenenti a diversi contesti culturali condotta da una ricercatrice inglese, Mandy Rose (Digital Cultures Research Centre di Bristol), segnala due condizioni per cui la gente si sente felice: sapersi accontentare o sfidare se stessi. Si tratta di due motivazioni apparentemente agli antipodi, che rappresentano, con pesi diversi secondo la personalità e le fasi della vita, condizioni variamente intrecciate nelle esperienze di ognuno.
In sostanza, sul piano personale, sembrano esistere almeno due diversi fattori di felicità. Il primo ha a che fare con l’integrazione in un contesto soddisfacente, il secondo riguarda lo sguardo sul futuro, l’apertura al cambiamento, il successo in un’impresa, la scoperta di qualcosa di nuovo. Il bisogno di sicurezza ci spinge a cercare stabilità e quiete, il desiderio di sfida ci spinge verso la ricerca continua di stimoli. Trovare un equilibrio è un arte.
Lo psicologo Dan Ariely sostiene che ciò che rende felici è mettersi alla prova e sfidare le proprie capacità. Sintetizzo questo concetto con il termine di apprendimento. Personalmente considero questa seconda strada decisiva, anzi imprescindibile, ancorché, talvolta, faticosa.
Sull’attitudine alla sfida e alla crescita individuale il contesto sociale ha un’importanza decisiva: può sostenere la fiducia e la spinta ad investire in un proprio progetto (che resta una condizione individuale) o, al contrario, deprimere energie e chiudere la speranza di futuro. La felicità, quindi, non è solo una faccenda privata e, soprattutto, i suoi frutti si riversano sul benessere di una società.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: la scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

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Maura Franchi

È laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: le dinamiche della scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.

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Pescando un pesce d’oro
5 titoli evergreen dall’archivio di 50.000 titoli  di Periscopio

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

Periscopio è  proprietà di un azionariato diffuso e partecipato, garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano. Si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

Nato quasi otto anni fa con il nome Ferraraitalia già con una vocazione glocal, oggi il quotidiano è diventato: Periscopio naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Non ci dimentichiamo però di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno si fabbrica il giornale. e Ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto. 
Oggi Periscopio ha oltre 320.000 lettori, ma vogliamo crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma soprattutto da chi lo legge e lo condivide con chi ancora non lo conosce. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante.  Buona navigazione a tutti.

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Francesco Monini
direttore responsabile


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