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Best seller negli Stati Uniti, “Il trionfo della città” di Edward Glaeser, professore di economia all’università di Harvard è stato pubblicato in Italia nel 2012 dalla Bompiani. Glaeser ci conduce in un viaggio lungo i secoli e attraverso i continenti, per rivelarci i volti nascosti della “più grande invenzione dell’uomo”, la città. La dimensione urbana è la culla di miracoli fisici, economici e culturali. Per progredire, le città devono attrarre la gente in gamba e far sì che essa possa lavorare collaborativamente, solo così si può ripetere un evento come fu, nella storia delle città e del mondo, il Rinascimento a Firenze.
Insomma, al termine della lettura appare con tutta evidenza che sono le nostre città il punto migliore da cui partire per il rilancio del nostro Paese.
Non manca un manifesto programmatico, proposto in dieci paragrafi. A noi interessa quello intitolato “Presta una mano al capitale umano” e da questo attingiamo ampiamente per sostenere ancora una volta le ragioni della “Città della Conoscenza”.
È famosa la frase di Rousseau che “le città sono l’abisso della specie umana”, ma poi sappiamo che lui vedeva le cose esattamente all’opposto, a partire dall’istruzione.
Dell’istruzione scrive l’economista Glaeser riportando indagini e statistiche. Innanzitutto affermando che l’istruzione è l’indicatore più affidabile della crescita urbana, perché il prodotto pro capite cresce nettamente se la città offre buona istruzione, altrimenti no. Poiché città e scuole si integrano a vicenda, la politica dell’educazione è un ingrediente vitale del successo urbano.
È sufficiente confrontare il reddito annuale dei laureati con quello dei diplomati della scuola media superiore, anche se in Italia le differenze non sono così marcate come altrove, per rendersi conto che è conveniente studiare.
Tra le nazioni, un anno in più di scolarizzazione – si pensi che da noi si parla di ridurre di un anno la secondaria di secondo grado – si accompagna a un 37% in più di reddito pro capite che è un dato rimarchevole, dato che un anno in più di scolarizzazione fa crescere generalmente le remunerazioni individuali del 20%. Le ricadute che si hanno a livello di Paese dalla scolarizzazione sono alte proprio perché esse includono anche tutti i benefici indotti dall’avere concittadini istruiti, compreso governi locali e nazionali più affidabili.
Scrisse Thomas Jefferson che “Se una nazione pensa di restare ignorante e libera, in una condizione di civiltà, si aspetta una cosa che non è successa mai e mai succederà”.
Il legame tra istruzione e democrazia è forte, non tanto perché le democrazie investono di più sull’educazione, ma perché la conoscenza genera democrazia.
Secondo uno studio condotto sulle leggi dell’istruzione obbligatoria attraverso i vari Stati, gli individui che ricevono più scolarizzazione in virtù di queste leggi diventano più impegnati sul piano sociale.
L’istruzione non migliora semplicemente le prospettive economiche di una regione; contribuisce anche a creare una società più giusta. Dare un buona istruzione ai bambini meno fortunati può essere da solo il miglior modo per aiutarli a diventare degli adulti prosperi.
Se però è facile inneggiare all’istruzione, difficile è poi migliorare i sistemi scolastici. Trent’anni di ricerche hanno dimostrato che se si impegnano semplicemente dei soldi su questo problema, non si ottiene un granché. I più importanti risultati vengono raggiunti con interventi preventivi del tipo Head Start, il programma del Dipartimento della salute e dei Servizi alla persona degli Stati Uniti per ridurre gli svantaggi di partenza.
Ma per promuovere veramente l’istruzione c’è bisogno di una riforma sistematica, non solo di più soldi a disposizione. È ciò che a nostro avviso sembra mancare al progetto ‘la buona Scuola’ di questo governo e, se proprio ‘buona’ si deve usare, avremmo preferito ‘la buona Istruzione’.
Con abbastanza denaro a disposizione e un governo competente potremmo essere in grado di creare un accesso universale a un’eccellente istruzione puramente pubblica.
Ma la qualità dell’istruzione si gioca a partire dalle nostre città, perché il capitale umano costituito dai loro abitanti è l’ingrediente primo del loro successo.
Poiché il valore delle nostre scuole dipende dal talento dei loro insegnanti, la città su questa parte rilevante del capitale umano non può essere distratta. Le ricerche hanno dimostrato enormi divari di rendimento educativo tra gli insegnanti migliori e quelli meno buoni.
E allora prendersi cura delle proprie scuole, investire sulla loro eccellenza è il modo migliore per tutelare il futuro dei nostri figli, perché solo l’istruzione di qualità, con strutture efficienti e docenti all’altezza del compito può produrre persone sempre più capaci perché competenti.

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Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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