Si chiamava “maturità” e in alcuni paesi dell’Europa è ancora designato come “matura”. In Irlanda “leaving certificate”, quasi a indicare che si abbandona un ciclo della vita per iniziarne un altro. Oggi è “l’esame di Stato conclusivo del corso di studio di istruzione secondaria superiore”, secondo la dizione voluta nel 1997 dall’allora ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer.
Nell’ottobre del 2014 la Società italiana di scienze matematiche e fisiche, Mathesis, tenne a Rovigo, all’Accademia dei Concordi, un convegno internazionale dal titolo “Dall’esame di Stato all’esame Europeo”, ma intanto ancora quest’anno si compie, identico a se stesso, il rito di passaggio per circa 500 mila ragazzi che concludono le Superiori, per non contare la quota altrettanto rilevante dei loro compagni quattordicenni che devono affrontare l’esame di terza media, pure esso di Stato.
Quella che era la maturità oggi costa al contribuente italiano 200 milioni di euro, cifra questa fornita dallo stesso MIUR che, nella prima bozza del disegno di legge sulla stabilità per il 2014, proponeva il ritorno a commissioni d’esame tutte interne alla scuola, fatta eccezione per il presidente, in una prospettiva di contenimento della spesa pubblica. L’idea del ministro Giannini da sola è sufficiente a denunciare l’inutilità di questo esame che ci si ostina a mantenere in vita con un accanimento terapeutico degno di miglior causa. Se a esaminarti sono gli stessi docenti che ti hanno insegnato a che serve l’esame? Delle due l’una, o sono gli insegnanti inadeguati o è l’esame che a questo punto è un controsenso. Del resto si tratta di un esame da tempo discusso, a partire dalla quantità e qualità dei 100 con lode tra Nord e Sud del paese, per non parlare delle terza prova, da sempre sospetta di taroccamenti, inoltre il voto conseguito è irrilevante per accedere all’università.
È la nostra Costituzione a dettare al quinto comma dell’articolo 33: “E` prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi […].” Ma a nessuno di quelli impegnati a ragionare della riforma della carta costituzionale gli viene in mente che sarebbe intanto necessario apportare qualche ritocco dovuto agli inevitabili segni del tempo.
Era esame di Stato pure quello di licenza elementare, intelligentemente abolito con l’unificazione in un unico ciclo di istruzione della scuola elementare e media inferiore. Evidenziando che è più facile intervenire sull’organizzazione del sistema scolastico che non sul dettato costituzionale.
Problema questo neppure preso in considerazione dagli estensori della ‘buona scuola’, perché il pensiero degli studenti e degli esami non gli ha mai attraversato lontanamente il cervello.
Nel nostro Paese, amante dei sofismi, ancora ci si gingilla tra obbligo scolastico e istruzione obbligatoria, come fossero la stessa cosa. Fortunatamente il legislatore ha sancito che “l’istruzione obbligatoria è impartita per almeno 10 anni” e che è finalizzata “al conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale”. L’obbligo, quindi, non tanto di sostare a scuola, semmai ripetendo la stessa classe per anni, ma di progredire nell’istruzione verso un traguardo preciso. E allora che ci sta a fare su questa strada l’esame di terza media? In considerazione poi del fatto che l’Europa ci chiede di certificare le competenze a sedici anni, e per questo non è richiesto un esame, anzi, nel merito, ogni istituzione scolastica ha il suo fai da te.
“Esame” è etimologicamente l’atto di pesare, di stimare, di giudicare, come “maturo” ha la stessa radice di “misura” e di “mattino”. È in gioco la crescita dei giovani, come hanno impiegato il loro tempo. Ma c’è molto di più, e non certo culturalmente e socialmente di poco conto: stabilire se è il sapere che deve essere al servizio dell’individuo o l’individuo al servizio del sapere. Certo la pratica dell’esame di Stato risponde alla seconda ipotesi. Si attendono i giovani a dar prova di sé senza mai aver consentito loro di avere un ruolo nella società, senza aver permesso loro di sperimentarsi in progetti utili alla comunità, in stage funzionali a mettersi in gioco, in stage presso le università, come in altri paesi avviene. I nostri esami sono luoghi di scritti e di orali, di passività e ripetitività, di mortificazione delle intelligenze, oltre che dell’identità e dell’esistenza di tante ragazze e ragazzi.
Basterebbe guardarsi un po’ attorno nel mondo per accorgersi che c’è anche chi ha intrapreso strade nuove. Scuole superiori dove i progressi nell’apprendimento vengono misurati attraverso valutazioni qualitative delle capacità e delle competenze, documentate da tutta l’esperienza dello studente, piuttosto che misurate su un risultato discreto.
Le valutazioni personalizzate sono una pratica regolare e quotidiana, parte del processo di apprendimento d’ogni studente, e un’attenzione peculiare è riservata alla capacità di condurre a termine piccoli e grandi progetti. Come risultato, gli studenti sanno in ogni momento quali sono i loro punti di forza, dove hanno margini di miglioramento, e come stanno affrontando i loro progressi. Questo processo prende il posto dei convenzionali esami al termine della scuola.
Allora si comprende che è la relazione tra giovani, scuola e società che va radicalmente ripensata, e che gli esami sono i residui di una cultura classista e selezionatrice, inibitrice delle intelligenze, della libertà e del diritto alla realizzazione dei nostri giovani. Retaggi della cultura gentiliana, di quella cultura che destinava agli studi superiori solo le classi agiate.
Di qui si tocca con mano quanta distanza da questi temi ancora ci sia nello sparlare di scuola che si continua a fare, un po’ da tutte le parti, dal governo, ma anche da quanti in questi mesi dicono di volere una scuola pubblica, democratica, di sana e robusta Costituzione.
Sarebbe il caso di avere il coraggio di chiedersi perché gli insegnanti, che sono la classe intellettuale più estesa del paese, non sono in grado di svolgere tale ruolo, mettendo in campo pensieri e idee nuovi e forti. Eppure la storia della nostra scuola è fatta di figure di insegnanti significative per la loro capacità di innovazione dalla parte dei ragazzi e delle ragazze, sfidando la resistenza di ogni canone tradizionale.
Il rifiuto solido urbano viene prodotto principalmente nella fase del consumo finale dei prodotti e dei servizi. Complessivamente le famiglie producono direttamente circa la metà dei rifiuti urbani mentre l’altra metà viene prodotto dagli operatori dei servizi, del commercio, dei pubblici esercizi che gestiscono tutto il sistema del consumo.
E’ importante perciò sottolineare che la famiglia, come consumatore finale, controlla solo una parte dei rifiuti urbani e pertanto le strategie della raccolta differenziata dovranno considerare il peso che questo canale ha nella produzione dei rifiuti. Nello specifico le famiglie consumano il 50% dell’organico presente nei rifiuti (si stima una produzione media giornaliera pro-capite di organico di circa 200-250 grammi), il 40% degli imballaggi (per la maggior parte primari) e insieme al terziario e servizi (uffici) circa il 90% della carta da giornali e della carta non da imballo.
E’ però anche utile fare alcune valutazioni sulle diversità dei territori. Ogni territorio, infatti, avendo la sua specificità è in grado di raggiungere obiettivi di raccolta differenziata comunque diversi rispetto a zone territoriali con caratteristiche differenti; di questo è opportuno tenere presente nella individuazione degli obiettivi e soprattutto quanto si fanno i paragoni.
Da alcune analisi, ad esempio sulla distribuzione dei materiali nei rifiuti, la percentuale più significativa dell’organico è ottenuta nei comuni di medie dimensioni (tra i 20 e gli 80.000 abitanti), mentre un terzo arriva dai comuni con meno di 20.000 abitanti. Per le città o comunque i grossi comuni il tema è delicato sia per le difficoltà di raccolta sia per la qualità del conferito; un orientamento verso la raccolta di organico del non-domestico è assolutamente da privilegiare e consolidare in queste aree. Lo stesso ragionamento è opportuno svilupparlo su tutti i materiali; le aree metropolitane e urbane maggiori producono mediamente un terzo dei materiali recuperabili presenti sul territorio.
In generale, però, per allineare l’Italia nella gestione dei rifiuti alla linea di politica ambientale dettata dalla Ue, e peraltro già affermatasi in diversi Paesi comunitari, bisogna invertire il processo in corso, e occorre procedere tempestivamente ad un ribaltamento di una situazione da tempo critica e indecisa nelle sue scelte. Per fare questo occorrono non singoli provvedimenti, ma interventi organici non dettati dall’emergenza, in armonia con le direttive comunitarie. Si ritiene dunque che su alcuni principi e riferimenti debba essere sviluppato un maggior confronto tra i vari interlocutori del sistema per ricercare soluzioni nuove e condivise. Il passaggio fondamentale è superare la generica affermazione di principio (a cui purtroppo anche qui non ci sottraiamo) con una logica basata sulla programmazione e sul raggiungimento graduale di risultati.
Anche papa Francesco ne parla nella sua enciclica “Laudato si’” uscita qualche giorno fa e che vi invito a leggere con attenzione [leggi]; si trovano principi e concetti di altissimo valore e rappresenta un appello ecologico di grandissima rilevanza, sintetizzato nel sottotitolo “Sulla cura della casa comune”.
Dell’enciclica se ne parlerà domani martedì 23 giugno, alle ore 17,30, presso il monastero Corpus Domini di via Campofranco, Ferrara, all’incontro “Laudato si’, sulla cura della casa comune – La nuova enciclica di Papa Francesco“, con Massimo Faggioli, docente di Storia del cristianesimo (University of St. Thomas – Minneapolis / St. Paul) e Piero Stefani, biblista e redattore della Rivista “Il Regno”, coordina Roberto Cassoli [vedi].
Dai giardini alla cucina alla politica politicata ai pozzi neri dell’orrore totale di Charleston alle parole del Papa agli scricchiolii del progetto Renzi. Una settimana d’angoscia e di riso se si sfogliano o si ascoltano le notizie global e local direbbero i miei pronipoti calcando molto sulle ferraresi “elle” pronunciate quasi fossero un borborigmo; difesa estrema alla pronuncia generalizzata delle parole secondo lo stile romano tra un “c’è” che diventa “cz’è” e la “carne italiana” che diventa la “garne idaliana”: parola di Gringo.
E per il glocal al di là della noiosissima querelle sulla postazione del mercato a fianco della Cattedrale, strepitosa la notizia della salama da sugo, straordinario prodotto delle terre ferraresi, offerta a Michelle Obama all’Expo e ritenuto oggetto potenzialmente pericoloso tanto da far intervenire gli agenti della sicurezza. Così la nobile salama da sugo cantata da Mario Soldati e commentata da un esperto critico della cucina come Romano Guzzinati diventa oggetto di terrore nel mondo impazzito tra digiuno e sazietà, tra “eccellenze” e fame nel mondo. Ci è voluto poco a riportare la salama alla sua funzione di grande prodotto della nostra cucina, anche se confesso con molta vergogna, che la sua consistenza non è mai stata gradita al mio stomaco e al mio gusto, ma è interessante notare come ormai qualsiasi prodotto può divenire oggetto di terrorismo o di possibilità di terrorismo o di disperazione. E se ci si sposta poi al mondo dell’arte è ormai consueto inneggiare alle magnifiche sorti e progressive degli avvenimenti che si succedono a ritmo continua nella capitale estense. Mai nulla può smentire il cammino trionfale di tutto quello che succede qui siano i palloni areostatici che i festival di musica da strada o Ferrara sotto le stelle, una manifestazione che un tempo osò portare sotto i cieli della nostra città dei grandi attori che recitavano Ariosto; uno spettacolo liberamente proposto ai cittadini senza il cappio di prenotazioni che, mi si dice, hanno lasciato fuori dalle dipinte mura di Schifanoia coloro che desideravano assistere a una rappresentazione di “Aminta” del Tasso andata esaurita per prenotazioni non previste. Ma “relata refero” e siamo tutti contenti di questi mesi di spettacoli dove regna sovrano quello che è considerata la massima delle manifestazioni: il Palio di Ferrara, affettuosamente declinato dai ferraresi come il “Paglio”. Basterebbe? No di certo, perché ormai tutto deve per forza essere accompagnato da sagre, degustazioni, mangiarini ExcelLand che possano consolare il periodo buio della nostra economia nell’anno che il cibo diventa l’assoluta priorità del Paese.
Poi uno apre il telegiornale e vede quello che succede a Ventimiglia e, immediatamente dopo, le grida e gli inni di coloro che sul prato di Pontida inneggiano alle ruspe invocate da Salvini che con quella “faccia un po’ così” strizza furbescamente l’occhio scandendo quelle parole che garantiscono che le ruspe serviranno non a radere al suolo un campo rom ma Renzi e la sua cricca.
Del resto che può dire di meglio e di più per combattere la concorrenza del poco giudizioso Grillo scrivente e non parlante che con piglio alla John Wayne vuol spazzar via sporcizia, topi e …migranti da una Roma aperta ad ogni tipo di abusi e di scandali. Certo se la deformazione prodotta da una possibile vittoria elettorale e partitica porta al continuo declinare i miserabilia di questa politica impazzita cosa pensare di quel che è accaduto a Charleston? Una città che poteva al massimo evocare un ballo di moda ai tempi di mia madre e che ora spalanca le fogne senza fondo di un razzismo impazzito e che osa ancora nel paese della democrazia proclamare che tutto questo è successo per l’imprevvidenza dei fedeli massacrati nella chiesa dal ragazzo impastato d’odio che hanno fatto una fine prevedibile in quanto non avevano portato con sé le armi per difendersi! Allora sì che si può pensare di disprezzare l’umanità senza alcuna possibilità di redenzione.
Certamente l’umanità è riscattata poi dal discorso di papa Francesco tanto più trionfante sul pensiero laico, di cui sono seguace, e che per di più sa mettere in dubbio certezze e pregiudizi. Una chiesa tra le chiese non mossa da furori teologali ma che guarda gli altri, il popolo, con misericordia; una parola che solo pochissimi sono in grado di pronunciare e che sulle labbra di Francesco ha un suono nuovo: di speranza.
Arrivati a un possibile punto di non ritorno – e domani sapremo cosa ne sarà della Grecia – tuttavia sembra che alcune luci si accendano nel buio d’inferno direbbe l’amatissimo Dante in cui brancoliamo prede di pulsioni strane e diverse.
La mostra a Casal di Principe organizzata in quel luogo infaustamente conosciuto per la mafia che gli Uffizi e il suo straordinario direttore Natali hanno voluto portare per sperimentare la forza della bellezza coniugata platonicamente con la bontà a refrigerio del cuore stanco. E bene ha fatto il ministro Franceschini ad assistere di persona alla sua inaugurazione.
L’opera nobile di chi non si è sottratto a portare un piccolo aiuto ai migranti esposti nella teca della stazione centrale di Milano o tra i sassi di Ventimiglia che compensano in parte quell’abbraccio politico e un po’ repellente tra Hollande e Renzi in visita all’Expo.
Le parole appassionate con cui gli insegnanti hanno sottolineato la loro indisponibilità alla “buona scuola”
L’entusiasmo non sopito per la socialità e i diritti tra i giovani spesso penalizzati da quelle ridicole pose che li ha resi icone e modelli della pubblicità e della moda. Per fortuna alla pur giusta e necessaria compartecipazione a forme sociali di svago che li vedono tutti barbuti e tutti con un bicchiere in mano sanno reagire con dignità e coraggio a una situazione che noi, figli della guerra, non abbiamo mai sperimentato. A noi, allora, nessuno ci ha negato un lavoro. Ora per molti di loro non resta che aggrapparsi a una speranza che diventa utopia prima di realizzarsi.
Oggi sulle pagine di “La Repubblica” Nadia Fusini commenta l’irrefrenabile passione per il giardino e per quello che esso rappresenta nell’immaginario contemporaneo. Alla sua lista avrei aggiunto altri titoli e altri autori ma quel che resta inconfutabile è che l’antico significato della parola Eden ha ancora una sua irresistibile attrattiva in un mondo dove molto spesso il deserto dello spirito prevale sulla speranza di un “paradiso” a premio sulla terra della nostra spesso colpevole infelicità umana
Finalmente ci siamo, venerdì 26 giugno arriva a Ferrara il “Giro d’Italia in 80 librerie“: percorso a tappe lungo 1200 chilometri, dal Friuli Venezia Giulia alla Puglia lungo la costa adriatica con incursioni tematiche nell’interno: arrivi e partenze sono in libreria, in biblioteca, nelle piazze e nelle scuole.
Flyer del Giro d’Italia in 80 librerie
La tappa ferrarese si svolgerà alla Biblioteca Ariostea in serata: alle 20.15 avrà luogo lo spettacolo “Chi l’ha letto?”, “il primo format di piazza della non televisione italiana”; a seguire, l’incontro coi protagonisti della tappa ferrarese, Marco Zapparoli, fondatore di Marcos y Marcos, Marco Missiroli, autore di “Atti osceni in luogo privato”, e lo scrittore ferrarese Edoardo Rosso, autore del libro “Binda, l’invincibile”. Dopo lo spettacolo prenderà il via “Il Giro di Ferrara in 80 minuti”, un suggestivo tour in bicicletta nelle vie della città con proiezioni sui muri di chiese e palazzi ad opera della “Cinebicicletta” che proietterà una sequenza di corti selezionati dal Booktrailer film festival di Brescia [vedi].
Abbiamo voluto conoscere gli organizzatori Simone Sacco e Marco Zapparoli, e li abbiamo incontrati durante la tappa ad Argenta del 12 e 13 giugno per farci raccontare come nasce l’idea del tour ciclistico-letterario.
“La bicicletta è la penna che scrive sull’asfalto” (Guy Demaysoncel)
Marco Zapparoli durante la tappa ad Argenta.
“Leggere è istruttivo, divertente, utile. Per leggere si deve oltrepassare uno scoglio, che implica lo sforzo e la fatica di applicarsi, quello che poi genera conoscenza ma anche piacere. Questo perché la lettura è fondamentale, non solo nella sua accezione più conosciuta. L’aspetto magico è la modalità ampia di interpretare i libri, allo stesso modo in cui si possono leggere la storia, o le pietre: lo scorso anno ho incontrato una archeologa che leggeva la storia nelle pietre. L’idea iniziale del Giro d’Italia in 80 librerie – racconta Marco Zapparoli, fondatore della casa editrice indipendente milanese MarcosyMarcos e co-ideatore dell’iniziativa – risale a tre anni fa, quando organizzai una staffetta ciclistica. La formula del giro è stata sperimentata per la prima volta nel settembre 2013. L’anno scorso abbiamo percorso la via Francigena. Quest’anno invece siamo partiti dal Friuli per poi arrivare a Bari, in un itinerario che mira a diffondere l’amore per i libri e la lettura, attraverso itinerari che percorrono la penisola in percorsi a prova di panorama e sostenibilità, veicolando varie forme espressive e artistiche tra cui la fotografia e la musica, oltre che la lettura.”
Biciclette fornite per il Giro da BiciDeltaPo
La bicicletta è il principale partner meccanico, e anche il tramite con la tecnologia applicata ai mezzi comunicativi. Una delle idee era creare biciclette in grado di proiettare immagini e suoni sui muri di un paese o di una città, creando un potente sistema di prodotti audiovisivi: così sono nate le biciclette parlanti, cosiddette perché portano diffusori acustici pilotati da smartphone.
“Abbiamo scelto come accompagnatori mezzi di movimento di viabilità dolce, tra cui anche gli asini, protagonisti indiscussi della tappa di Monte Grimano Terme grazie a Massimo Montanari.
Sul battello ‘Pesce di legno’ durante il laboratorio di scrittura con Michele Marziani.
La barca è il mezzo di locomozione di Libri in voga, organizzata in occasione della nostra tappa veneziana dedicata a Jack London, in cui 15 barche libere si fermavano in alcuni punti e a turno i partecipanti leggevano un brano. Proprio London, il cui viso campeggia serioso sulla maglietta bianca di Marco, è uno dei protagonisti di “Chi l’ha letto?” in cui i campioni di oggi uniscono i propri lavori ai grandi classici. Proprio quelli che rientrano protagonisti grazie alle letture scelte per l’evento, che propongono 12 classici della letteratura spariti da scaffali di librerie e biblioteche, di cui sono rimaste le effigi a mezzobusto tracciate, a mo’ di foto segnaletica, da Tuono Pettinato, poi riportate su magliette e cestini di biglie. “Obiettivo è rivitalizzare la presenza dei classici in modo scherzoso e alternativo. La lettura combatte la superficialità, la piccolezza delle cose.”
“Perché la bicicletta non importa dove porti, è tutto un equilibrio di periodi e di rapporti…” (Frankie Hi-nrg, Pedala)
Simone Sacco in sella verso il bosco.
“Leggere è un atto d’amore, ed è per tutti. Attraverso questa iniziativa contiamo di avvicinare le persone all’aspetto più aperto della lettura, sdoganandolo dagli aspetti principali che lo connotano, di silenzio e raccoglimento, senza per questo renderlo meno intimista.” Me lo racconta tra una pedalata e l’altra Simone Sacco, pedalatore rinnovabile, amante librico, membro dell’associazione Letteratura rinnovabile e socio di Marco in questa avventura, nel pomeriggio dedicato alla lettura all’Ecomuseo delle Valli di Argenta, nell’Oasi di Campotto, mèta della tappa del 12 e 13 giugno in cui sono state proposte alcune iniziative deliziose: la passeggiata con letture nel bosco di notte, dedicata ai bambini e da loro pilotata con le lanterne create da loro per l’occasione, poi i novelli Pollicini, si sono addentrati nel bosco rapiti dalle letture al lume di quella lanterna; il laboratorio di scrittura navigante sul fiume Idice con il battello “Pesce di legno”; e infine con il laboratorio di fotografia.
Costruzione delle lanterne da parte dei bambini.
Bambini in marcia per ‘Letture nel bosco. Le mille e una notte con Sharazade’.
Bambini incantati a ‘Letture nel bosco’.
Protagonisti del laboratorio di fotografia con Sergio Stignani.
“Parlando con Marco nascono idee, spunti, immaginazioni: alcune incredibili, sognanti e sognatrici che si scontrano con una loro effettiva realizzabilità; altre invece eccole, le portiamo in giro su ruote e con altri mezzi – racconta Simone – Il tutto potendo mantenere totale indipendenza tanto nella linea editoriale quanto politica dell’evento, grazie agli sponsor che ci hanno sostenuto in questa iniziativa, la Snam e la Federazione ciclistica italiana.”
Laboratorio di lettura nel bosco con Massimo Vitali.
Leggimi! Sembrano chiamarti, mentre ne peschi uno dal mazzo che propone Massimo Vitali, scrittore bolognese e mentore della tappa argentanainsieme a Michele Marziani e Sergio Stignani. Partire in bicicletta sulla ghiaia, che scricchiola sotto le ruote e scotta sotto il sole, per raggiungere un angolo di verde, una radura in cui scendere dalle compagne arancioni a due ruote uscite da un capanno in legno scuro e subito pronte ad accompagnare bipedi accaldati verso un ristoro fatto non solo di parole. Arrivati alla radura ognuno dei partecipanti trae il proprio nutrimento non dalla magia nera, ma dalle parole che premono per uscire dai fogli di carta stampati per finire dritte in pasto a famelici lettori. I quali, ben lontano dal potersi tenere dentro tanta poesia, la rimettono in circolo. Cesare Zavattini, Stefano Benni, Julio Cortázar, Giovanni Guareschi, Truman Capote, Gabriel García Márquez sono alcuni degli amici di questo sabato pomeriggio, letture suddivise in momenti topici – Poesia, Caos, Racconto; incipit storici e quasi nuovi, condivisi, partecipati e sentiti, a voce bassa o tonante, con mani ferme e teatrali o con occhi sfuggenti e chini sulla lettura. Ascolti che sono stati seguiti dagli applausi e dai silenzi, da occhi chiusi per meglio godersi il potere del suono di una parola e commentati e votati (ma non al silenzio) sotto la guida di Vitali.
Il gruppo dei ciclo-lettori
Campi nell Valli di Campotto
Massimo Vitali legge Alessandro Bergonzoni.
Il gruppo durante una lettura nel bosco
Giorgia Pizzirani di Ferraraitalia durante ‘Letture nel bosco’.
Letture nel bosco, una partecipante.
Prima – terminando la chiacchierata con Marco – parlavamo di magia: e allora ti dico che sto rileggendo “Il vagabondo delle stelle” di London, uno dei classici libri dai quali si resta letteralmente incantati. Ed è la storia di un condannato a morte che riesce, grazie alla sua mente, a uscire dalla cella in cui si trova: è la sua immaginazione a permettergli di prendere distanza dal proprio corpo e prendendo al contempo per mano il lettore sprigionando tutta la forza del patto narrativo tra scrittore e lettore.” Lui, l’arcano incantatore, è perfettamente a suo agio tra frasche e fiori selvatici, pigre e grasse lumache che tastano gli intrusi con antenne sempre all’erta, forse di qualche parola che vuole crearsi una storia per i fatti propri. E ci riesce.
È sempre difficile trovare le forze per reagire dopo una disgrazia, e lo è ancora di più se, poco tempo dopo, se ne aggiunge un’altra. Una di queste disgrazie la conosciamo in molti, il terremoto di quei maledetti giorni di tre anni fa; la seconda, dello scorso anno, è la scomparsa di Andrea Bui, cittadino di viale Krasnodar conosciuto da tutti per aver piantato oltre cento piante in circa 20 anni nell’immenso Parco dell’Amicizia.
E Viale Krasnodar è il quartiere che da queste avversità ha trovato il modo giusto di reagire e mettersi in gioco, nel segno della condivisione e della convivialità: “Un tavolo lungo un parco”, la grande cena dei residenti che dal 2013 si tiene lungo il Parco dell’Amicizia, luogo dei riversamenti in seguito alla scossa del 29 maggio e di quei primi pranzi e ritrovi “forzati” che hanno poi dato l’ispirazione e che oggi sono diventati una vera e propria tradizione.
Di venerdì scorso la terza edizione, un ennesimo successo visto il superamento del numero di partecipanti (toccata quota 400) rispetto all’anno passato, a conferma del trend positivo che ogni anno convince sempre più curiosi o interessati ad uscire dai palazzi della zona e prendere parte alla lunghissima tavolata.
Ma quest’anno i numeri sono passati in secondo piano perché, come anticipato nella scorsa edizione, lo stesso Parco dell’Amicizia è stato ufficialmente intitolato proprio ad Andrea Bui. Le tantissime persone accorse all’evento sono state infatti accolte da alcune nuove targhe poste agli estremi del parco, ognuna delle quali riportante la dedica ad Andrea Bui, ricordato semplicemente come “L’uomo che piantava gli alberi” e “Cittadino volontario”, frasi brevi che meglio non potrebbero sintetizzare le caratteristiche di quest’uomo, scomparso lo scorso anno ma ben presente nel ricordo dei suoi vicini. Un parco che se oggi è così alberato, verde ed accogliente lo si deve anche e soprattutto a lui, come ricordato durante la breve e toccante cerimonia di inaugurazione da Patrizio Fergnani, organizzatore dell’iniziativa, dell’assessore Aldo Modonesi, della moglie di Andrea Bui Mafalda e dal parroco di viale Krasnodar.
Terminata la cerimonia e impreziositi da questa bellissima novità, i quattrocento residenti hanno poi finalmente potuto aprire teglie di lasagne e bottiglie di vino, tagliare salami, condire immense ciotole di riso freddo e, per non farsi mancare niente, distribuire il cous-cous. La cena è finalmente servita, ognuno ha portato da casa tavoli, sedie e cibo: c’è chi preferisce stare seduto al proprio posto e andare sul sicuro con il proprio, chi assaggia dal tavolo di fianco, chi invece percorre il perimetro dell’intera tavolata alla caccia delle pietanze più gettonate, quelle degli abitanti storici di Krasnodar. Ai lati, schiere infinite di bambini che giocano ad ogni tipo di sport esistente senza mai stancarsi, ragazzi che improvvisano giochi e canti, altri che impugnano la chitarra.
Patrizio Fergani non aveva dubbi e si dice “veramente soddisfatto della giornata, soprattutto perché con la cerimonia dell’intitolazione del parco ad Andrea Bui la festa è stata doppia. Un desiderio nato spontaneo l’anno passato e divenuto realtà in pochissimo tempo. Anche quest’anno – continua – non possiamo che essere entusiasti di questa iniziativa che oramai viaggia da sola e vive di vita propria, ci si organizza tramite la pagina Facebook e la risposta sono tutte queste persone che in armonia si ritrovano qua ogni anno più numerose, felici di riscoprire il vero senso di comunità”.
Lo stesso entusiasmo lo si legge nei volti di alcune signore intente a distribuire i loro piatti migliori. Le saluto, mi invitano a sedermi e in pochi secondi sono circondato da cibo e bibite:“Noi nel nostro palazzo ci troviamo spesso per cenare tutti insieme e non possiamo che essere felici se la cena di tutto il quartiere ha questo successo – mi racconta una di queste – Siamo in tanti ma potremmo essere ancora di più, speriamo che nei prossimi anni si unisca anche chi ora ci guarda dalle finestre”.
E così, tirati fuori anche i dolci e gli amari, la serata prosegue in allegria. Il sole si abbassa, si accendono i lampioni e, all’imbrunire di questo nuvoloso giorno d’inizio estate, il colpo d’occhio è unico… ancora più forte l’emozione di vedere il tutto dal tetto del palazzo per fotografare la tavolata nella sua interezza: un’atmosfera di pace e amicizia, quella vera, che oggi raramente si può trovare.
Cosa spinge decine di persone adulte in un bollente sabato di giugno a vestirsi con corazze di plastica e marciare sugli insidiosi ciottoli del centro storico di Ferrara per tutto il pomeriggio, accettando pazienti una scarica continua di foto con bambini, ragazze e turisti?
I soldi? No, sono tutti volontari. La fama? No nessuno li riconosce sotto quelle maschere.
La passione? Ecco, quella si. Ce lo spiega Eleonora Frascati, che, come recita la sua polo d’ordinanza, fa parte della Rebel Legion Italian Base, il gruppo autorizzato direttamente dalla Disney e dalla Lucas Film, a indossare i costumi che replicano quelli del film Star Wars.
“Noi siamo costumer, non cosplayer – ci dice, entrando subito nel tecnico – cioè i nostri costumi sono ufficializzati dalla casa di produzione del film”.
Ieri era il primo giorno di ferie di Eleonora, che fa la commessa, e invece di correre in qualche spiaggia, si è precipitata in centro dove tra piazza Municipale, Giardino delle Duchesse, piazza Trento e Trieste e chiostro di San Paolo, è in corso la manifestazione Fe Comics & Games, che ieri e oggi propone stand, spettacoli ed incontri che riguardano il mondo del fumetto, delle serie tv, del fantasy, dei giochi da tavolo e dei videogiochi.
Il compito di Eleonora era quello di guidare la truppa imperiale che ha sfilato in costume per il centro della città, per evitare che la scarsa visibilità data dalle maschere, provocasse rovinose cadute. Per Eleonora ieri niente costume, non ha fatto in tempo a travestirsi dopo il lavoro, “ma a casa ne ho quattro, domani li indosso”, ci confessa.
“Quando ci vedono passare, alcuni ci prendono per pazzi e non capiscono il nostro amore per le trilogie di Guerre Stellari, altri invece si commuovono”. Forse perché tutti hanno bisogno di un mondo fantastico in cui perdersi, come da bambini. E loro sono riusciti a portarlo nella realtà afosa di una città spesso fin troppo reale. Che la forza sia con loro.
La manifestazione prosegue anche oggi. Il programma sul sito di Fe Comics & Games [vedi].
“Veniamo da un uovo più piccolo di una testa di spillo, e viviamo su una pietra che gira intorno a una stella nana e che, contro questa stella, prima o poi, si scontrerà. Tuttavia, siamo stati fatti di luce, oltre che di carbonio, ossigeno, merda, morte e altre cose e, in fin dei conti, siamo qui da quando la bellezza dell’universo ha avuto bisogno di essere vista da qualcuno.” (Eduardo Galeano)
Splendide righe ispirano la personale di Andrea Forlani, pittore e regista ferrarese, che si terrà oggi (12 giugno)all’Osteria dal 1997, in occasione della terza edizione di “Via de’ Romei in festa: musica in strada a Ferrara“[vedi]. L’inaugurazione si svolgerà dalle 19, e l’allestimento esterno, lungo la storica via che sarà ancora una volta animata, piena di luce e di una vita che pare caratterizzare sempre di più le rinate, creative, poliedriche e operose vie cittadine.
Andrea Forlani aveva già esposto, nel proprio studio-giardino in via Quartieri 7, il 29 maggio, ma solo per poche ore (dalle 18 alle 21.30): l’aveva definita la mostra d’arte più breve della storia, e, “a grande richiesta, per chi non l’aveva saputo, per chi avrebbe voluto esserci ma non ha potuto, per chi avrebbe potuto esserci ma non ha voluto, e per chi non verrà e per chi allegramente ci sarà, si replica”! Eccoci qui, allora, curiosi.
Andrea Forlani
Andrea, classe 1972, fondatore di Videobiografie [vedi], ama sperimentare, intuire, vivere di passioni e nuove prospettive, incontrando e collaborando con videomaker, pittori, scrittori, musicisti, architetti, ma anche con dentisti, idraulici casalinghe, esperti di pellami, preti, gommisti e babysitter. Tutti hanno idee da portare.
Ciò che l’accompagna sempre è, quindi, la grande passione per l’immagine, in tutte le sue espressioni, che lo porta a osservare la realtà attraverso la lente della telecamera ma soprattutto l’occhio attento del pittore. Nella mostra di via de Romei, fra musica, performance di vario tipo, buon ciboe un calice di vino, saranno esposti alcuni dei suoi quadri, in una sorta di galleria naturale che scorre libera e lascia immaginare. Gli abbiamo chiesto qualche anteprima e gentilmente ci ha spiegato la genesi di alcune delle opere che ci hanno maggiormente colpito e ispirato. Eccone alcune, fra quelle che potrete ammirare il 12 Giugno. Ne ha dipinte 450, in 25 anni. Tante. La selezione è sicuramente ardua.
Cicatrice
Cicatrice – Quello che pare un fiume in piena che scorre fra case e campi irrigati (a prima vista il quadro mi ricordava molto una delle fotografie di Yann Arthus-Bertrand della terra vista dal cielo) è, in realtà, un’opera intensa che fa parte di una serie chiamata “cicatrici”. Dal 1995, Andrea ha dipinto questa serie, che prende spunto da una cicatrice di 50 punti che ha su una gamba. Non ne ha un numero definito perché, come per le altre ricerche, l’artista continua a produrne, quindi più che un periodo rappresentano qualcosa da dire, non una ripetizione ma un altro pezzo di frase, nuovo.
“Per leggere correttamente quello che faccio”- dice -, “bisognerebbe iniziare a vedermi come un dissociato; infatti quando penso all’immagine del mio cervello, vedo una stanza ellittica con una dozzina di porte a perimetrare e al centro un divano circolare stile bordello francese di Toulouse Lautrec; ogni tanto, qualcuno, o più di uno, esce da queste porte, si siede, parla e…”. Vi lasciamo continuare da soli, liberi di immaginare, di mettervi i vostri pensieri e le vostre parole, come lui vorrebbe.
Magari – Vignetta realizzata dopo i fatti parigini di Charlie Hebdo. Perché questo titolo? “Semplice. Perché l’artista avrebbe preferito che gli attentatori avessero puntato su se stessi l’arma.
My Munch – Fa parte di una serie di tre opere che rileggono tre grandi classici del passato come “La Monnalisa”, “La cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso”, di Masaccio e “L’urlo di Munch”, esposte la prima volta in occasione della mostra Generazioni, collettiva generazionale di Artisti dal Dosso Dossi di Ferrara (Zanni, Guidi, Cattani, Camerani); i Collage realizzati per Vinicio Capossela per il divertente album “Canzoni a Manovella” usati nel video Marajà [vedi].
Collage P
Collage R
Collage S
L’uovo di Giorgio – Un’enorme astronave bianca che arriva dal cielo, grandissima rispetto alle dimensioni degli uomini, un quadro sognato, null’altro. Quasi un dono con una sorpresa all’interno. A voi, però, immaginare, ancora una volta.
Magari
My Munch
L’uovo di Giorgio
Mondo – Si tratta di un gioco che Andrea ha fatto e sta ancora facendo, che consiste nel chiedere alla gente di disegnare la mappa del mondo e riportare poi i loro disegni all’interno dei suoi lavori informali. Si tratta di circa 400 fogli e foglietti disegnati con mondi fatti da un campione eterogeneo di persone, molto divertente.
Mondo
Mondo
Colorbars
Colorbars o barre di colore (di cui all’immagine in copertina) – “Sono il monoscopio – spiega Andrea – ragionato come un microscopio, inizio da dove Mondrian pensava di avere finito.” I colori ci portano lontano, dove vogliamo, dove ci piace andare. Tutto è, insomma, un richiamo divertente, e quasi canzonatorio, all’oggi, un gioco con l’arte contemporanea (come si deduce già dal titolo) che unisce vari periodi e momenti dell’arte oltre che diverse visioni del mondo. Che spesso, magari, non vuole dire nulla, ma che distrae e diverte, almeno per un po’, per una serata leggera.
Una visione che merita un passaggio…
Andrea Forlani si diploma Maestro d’arte nel 1990 all’Istituto d’arte Dosso Dossi di Ferrara. Pittore e videomaker, dal 1992 è attivo nel panorama artistico Italiano. Nel 1995, espone a Palazzo ducale di Genova, partecipa alla Biennale dei giovani artisti (1996), rappresenta l’Italia alla Mostra internazionale di pittura di Veliko Turnovo in Bulgaria (1997), collabora con Vinicio Capossela a grafica e scenografie di “Canzoni a manovella” (1999, menzione speciale agli Mtv Awards Italy).
“Luca Boneschi, proclamato deputato il 12 maggio 1982, è giunto al termine del mandato 24 ore dopo. Non ha mai partecipato a una seduta parlamentare, ma gode di una pensione da 3.108 euro lordi da 32 anni. È un avvocato di prestigio e si occupa, non casualmente, di diritto del lavoro”. La notizia, pubblicata dall’Eco, di Bergamo, è stata amplificata un paio di settimane fa dal popolare programma di Rai 3 Ballarò, in occasione di una puntata dedicata ai vitalizi dei parlamentari. Nella messa in onda, l’avvocato Boneschi, pedinato dagli inviati Rai che gli chiedono spiegazioni, reagisce con stizza e rimedia una pessima figura. Sembra la conferma di quanto emerge dalla cronache: il comportamento tracotante di chi si avvinghia ai propri privilegi e rifiuta persino il confronto.
Luca Boneschi
Boneschi però non è un signor nessuno piovuto dalla luna: ha un significativo percorso professionale e politico alle spalle, si è distinto per un costante impegno volto alla tutela dei diritti civili, del diritto all’informazione e dei diritti dei lavoratori, è stato eletto in Parlamento come rappresentante del libertario partito Radicale. Lo abbiamo quindi interpellato per domandargli ragione di un atteggiamento apparso irriguardoso nei confronti dei cittadini prima ancora che dei giornalisti che lo intervistavano. “Il problema – ci ha spiegato con cortesia – è che uscire dopo dodici ore di pesante lavoro alla mia abbastanza ragguardevole età (76 anni, ndr), essere pedinato per almeno trecento metri e bloccato per strada da tre persone ‘armate’ di microfono telecamera e lampada, che si mettono a farmi domande, ma che in realtà non vogliono risposte, con date e circostanze tanto suggestive quanto fuorvianti, ed essere impedito di proseguire, oppure continuamente seguito fino in ascensore, non è cosa da poco. Ho reagito male, lo so, e me ne sono subito pentito, perché ho capito quale uso sarebbe stato fatto delle riprese e delle poche frasi che ho detto (tra l’altro, di quelle poche sono state utilizzate solo quelle che facevano comodo agli intervistatori). Anche le cifre non corrispondono alla realtà, ma fare un’inchiesta giornalistica seria è faticoso”.
L’avvocato Boneschi ai tempi del processo Masi
L’avvocato ci ha fornito una serie di documenti dai quali emergono alcuni aspetti interessanti della vicenda: le repentine dimissioni dalla carica parlamentare risultano, secondo la sua versione e stando a quanto all’epoca scrisse alla presidente della Camera Nilde Jotti per motivarle, una scelta di responsabilità. L’avvocato era a quel tempo impegnato per parte civile nel processo relativo alla morte di Giorgiana Masi, studentessa diciottenne, simpatizzante di Avanguardia operaia, uccisa a Roma durante uno scontro con la polizia nel maggio 1977 a seguito di una manifestazione in difesa dei diritti civili. Il legale si era battuto con passione e determinazione per ottenere la condanna dei poliziotti che riteneva responsabili della morta della ragazza. Il coinvolgimento fu tale da costargli una denuncia per diffamazione da parte del giudice che aveva archiviato le indagini. E proprio per non intralciare un’eventuale riapertura del procedimento, Boneschi decise di rinunciare, pur a malincuore, al seggio (che gli sarebbe toccato secondo una prassi di rotazione delle cariche all’epoca in uso nel partito Radicale) e con esso alla conseguente immunità parlamentare che avrebbe determinato un rallentamento della macchina giudiziaria. Il risultato fu beffardo: la sua condanna e la definitiva archiviazione dell’inchiesta per l’omicidio di Giorgiana Masi, i cui responsabili restarono così impuniti.
Ma con questo ricordo, Boneschi ci dice che non ci fu speculazione da parte sua in funzione del futuro vitalizio, che al contrario quelle dimissioni gli pesarono ma furono una scelta doverosa concepita in uno spirito di servizio in ossequi alla propria deontologia professionale.
Peraltro, l’avvocato precisa che il vitalizio – che una legge certo opinabile prevede anche per coloro che hanno anche solo per brevissimo tempo assunto un incarico parlamentare – fu corrisposto non dal 1983 come riportato dalle cronache, ma dal 1999. Boneschi percepisce dunque l’indennità da 16 anni e non da 32. Inoltre, per avere diritto a quel vitalizio, riconosciuto al compimento del sessantesimo anno di età, ha preventivamente dovuto versare le indennità contributive necessarie, quantificate in 91 milioni di lire.
A margine delle sue argomentazioni va detto, comunque, che il baratto resta pur sempre molto vantaggioso (poiché con appena 15 mesi di ‘pensione’ ha pareggiato la somma da lui versata in contributi) e che la legge che concede questi privilegi appare scandalosa.
Però i termini della questione assumono altri contorni. Ma proprio per questo Boneschi avrebbe fatto bene a spiegare con precisione e pacatezza a chi glielo domandava quali furono i presupposti e le motivazioni della rinuncia. “Ho cercato subito di chiarire le circostanze con Massimo Giannini, ma inutilmente – replica -. Perché ho dato le dimissioni rinunciando a una carica prestigiosa che rappresentava un traguardo ambìto, perché le ho date in quel giorno e non qualche mese dopo, come mai molti anni più tardi io abbia versato i contributi e poi percepito il vitalizio, e via dicendo. Ma tutto questo non interessa alla trasmissione perché non fa audience, non è scandalistico: e quindi si cancella tutto. Non è la prima volta che mi succede, e ormai ho capito il meccanismo. Quando c’è qualcuno che vuole parlare seriamente, non ho problemi, ma certo giornalismo attuale preferisce questi metodi: non cercano di capire, hanno una tesi e devono dimostrarla”.
Insomma, se la parte di vittima non si attaglia all’avvocato neppure quella di arrogante privo di scrupoli gli si confà. La sua vicenda è comunque la riprova di come la realtà sia sempre più complessa, sfaccettate e ricche di sfumature rispetto a come la si immagina o ci viene rappresentata. “24 ore deputato, 3mila euro da 32 anni” è indubbiamente un titolo che fa effetto e fa vendere, ma non rende piena giustizia della complessità della storia e delle ragioni dei suoi protagonisti.
Talvolta le informazioni risultano imprecise per superficialità e non per dolo. Ma mantenere l’intelletto vigile è sempre necessario, soprattutto per non cadere nelle artate trappole dei trafficanti di verità, di coloro, cioè, che intenzionalmente ci vogliono convincere del proprio punto di vista, semplificando o alterando i fatti per favorire un preciso interesse.
Mostra di Daniela Carletti, Sulla via degli aironi. ‘Prove di danza’ di Caterina Tavolini, 30 maggio 2015
Con le ali aperte sul mondo incorporeo, una macrofarfalla ci viene incontro a ritmo di danza, mentre uno stuolo di piccole ‘butterflies’ vola frusciando lentamente. Tutto intorno è aria e luce soffusa, nell’ampio spazio dell’Open box del Magi900 a Pieve di Cento.
Arrivare dalla campagna assolata, tra filari di alberi secolari, case padronali e campi coltivati con sapienza antica al museo delle eccellenze artistiche e storiche, un contenitore super moderno nato dalla volontà di Giulio Bargellini, noto imprenditore e instancabile filantropo, collezionista e mecenate, è come immergersi nelle radici stesse della tradizione dell’opulenta e laboriosa pianura emiliana.
Il Magi non è solo un museo o una galleria d’arte: è una cittadella polivalente di vita culturale pulsante, immersa nel verde, dove le arti (pittura, scultura, poesia, ecc.) si incontrano dando origine a ‘performance’ non solo artistiche ma anche didattiche e ricreative (ci sono biblioteche, sale convegni, di lettura, un fornito bookshop, caffè, bar, secondo una progettualità museale delle più avanzate).
In questa oasi di benessere culturale che possiede anche un nucleo stabile di opere di artisti del XX secolo, da Casorati a Burri, da Boccioni a Giò Pomodoro, è in corso la bella mostra di Daniela Carletti che nello spazio Open box rievoca “una stanza natura, dove sembra di sentire una sottile sintonia con le creature che popolano paesaggi rarefatti al limite del fiabesco”.
Sulla via degli aironi, 2014, cm.195×215
Farfalla nel blu 2013, cm. 195×205
La notte dell’Elfo, 2014, cm.200×200
Tredici sono le tele (senza telaio) esposte e appese alle pareti coma arazzi. Le ampie dimensioni, la capacità tecnica manuale con cui la carta giapponese è trattata, l’uso del colore e del disegno tipici dell’arazzo orientale, conferiscono uno speciale tono di raffinatezza e preziosità, tanto che lo spazio espositivo suscita ammirazione e stupore. Senza rinunciare agli effetti visivi che gli accostamenti cromatici delle tele possono sprigionare, ma, al contrario, accostando opere di tono decorativo come i pannelli con le farfalle a opere narrative – e mi riferisco a “Sulla via degli aironi” e “Alla notte dell’elfo” – più dinamiche nel racconto a sfondo naturalistico, l’evidente empatia fra l’artista e la natura nelle sue forme lineari e arcadiche è la protagonista assoluta di un dialogo che Daniela Carletti mai ha interrotto ma anzi ha perfezionato.
Così lo schema compositivo basato sul raccordo tra vegetazione e figure di animali (farfalle, airone, elfo) non è sperimentato dal vero ma frutto di un gioco di invenzioni e all’interno di esso di una ricerca di significati non allegorici quanto valoriali.
Le più recenti prove di Daniela esposte al Magi900 costituiscono un elogio della leggerezza e dell’armonia, atteggiamenti dello spirito che, come le alte canne dalle foglie laminate ‘leitmotif’ delle sue opere, si possono trovare ovunque scorra una vena d’acqua. Ma occorre lasciare libera l’immaginazione e trasmettere emozioni.
Daniela Carletti, Sulla via degli aironi Open box, museo Magi900, Pieve di Cento
Note Biografiche (dal sito del Museo MAGI900)
Daniela Carletti è nata a Ferrara dove, dal 1979 al 1989, ha frequentato corsi privati di pittura, grafica, acquerello e scultura.
Dopo esperienze nel campo della scultura con materiali diversi (terracotta, fili di ferro, vetroresina, gesso), dai primi anni ’90 ha iniziato una personale ricerca che, utilizzando la terra creta come matrice e attraverso una lenta evoluzione, l’ha portata ad elaborare un risultato d’immagine personale con tecniche e materiali tradizionali.
Nascono così opere nelle quali le erbe e le canne da lei stessa raccolte sull’argine del fiume, vengono trasformate in rilievi di gesso. Il tema è quello della natura, e protagoniste del suo lavoro diventano le canne e le erbe selvatiche che nella loro semplicità, se osservate con attenzione, ci possono stupire con la loro bellezza. Infatti anche in questo umile microcosmo possiamo cogliere lo spirito “sacro” della Natura. Sarà questa, d’ora in poi, la poetica espressa con il suo lavoro.
Dopo la frequentazione di corsi di grafica presso i laboratori della Corte della Miniera, vicino ad Urbino, e utilizzando i suoi rilievi in gesso, ha iniziato a sperimentare altre tecniche con l’uso di carte giapponesi .
Nel 2011, dopo molte mostre personali e collettive in Italia e all’estero, è stata invitata a partecipare alla Biennale di Venezia, 54° Esposizione Internazionale d’Arte, Padiglione Italia, regione Emilia Romagna.
Nel 2013, invitata da Kurt Blum, General Manager di Swiss Art Gate UAE, ha tenuto una mostra personale all’Emirates Palace, Mezzaluna, ad Abu Dhabi, poi, nel Gennaio 2014, una personale a Dubai, all’Artissima Art Gallery, con la quale da quel momento è iniziata la collaborazione, con esposizioni all’Ajman Saray Hotel in occasione del Grand Opening, al Centro del Ministero della Cultura di Umm al Quwain e all’Università di Sharjah, College of Fine Arts and Design.
Tra i prossimi eventi vi è in Maggio la partecipazione ad una mostra nella città di Fès in Marocco per la celebrazione del gemellaggio con la città di Firenze, seconda tappa dopo la mostra ospitata in marzo presso il Palazzo Rosselli del Turco a Firenze.
Ogni ricettario è una promessa: acquolina in bocca, ricordi, desideri. Come affacciarti a una vetrina di pasticceria o annusare il profumo di pane che esce da un fornaio. Forse, anzi, di più. Certo, ci devi aggiungere immaginazione, voglia di prendere in mano le cose e quel tanto di fortuna (o abilità) necessarie perché tutto riesca come deve. Resta il fatto che un libro di ricette o una guida a locali e ristoranti ti fa sempre sentire l’ebbrezza di tutto quello che – almeno potenzialmente – potresti fare. E’ come un biglietto aperto per mille viaggi, nel tempo e nello spazio.
Ecco, se adesso qualcuno va in biblioteca Ariostea, a Ferrara, può dare forma e colore quella sensazione lì. Si entra dal portone di Palazzo Paradiso, che già nel nome ricorda, non a caso, una torta molto amata da una dama estense. Vai a destra e sali lo scalone monumentale che porta alla sala di lettura di giornali e riviste, la attraversi tutta girando poi ancora a destra, fino ad arrivare nella sala dove è la tomba di Ludovico Ariosto. E, lì, ti si apre un mondo di libri e di sapori. A partire, giustamente, dal famoso Messisbugo, che ora dà il nome a un locale affollato per l’aperitivo, ma che è soprattutto il padre di tutte le raffinatezze imbandite sulle tavole degli Este e non solo.
Sala Ariosto della Biblioteca Ariostea con la mostra sul “Gusto nei libri”
Cibi tipici ferraresi in mostra in Biblioteca Ariostea per il “Gusto nei libri”
Dietro alle teche in vetro allestite da Arianna Chendi e Angela Poli ci sono i libri più preziosi e il percorso più significativo. Quello che parte, appunto, dall’elenco di pecore, maiali, vacche con cui Ludovico e Gabriele Ariosto tengono “Il conto dei contadini” tra 1517 e 1522 e passa inevitabilmente dalla celebre raccolta di piatti tramandati dallo “scalco”, cioè dal cuoco rinascimentale Cristoforo da Messisbugo, e pubblicato nel 1549. Sorprendenti per la loro attualità i volumi all’insegna del recupero. Da “Non si butta via niente!” tratto dalle “Ricette di Petronilla” ante-guerra e riproposto nel 1966 dalla società Plasmon in forma di “consigli per la massaia italiana” fino al recentissimo “La cucina degli avanzi” stampato nel 2014 da Este edition. Ma c’è anche un libro seicentesco che sembra anticipare mode vegetariane e salutistiche come “Archidipno, ovvero dell’insalata e dell’uso di essa” edito nel 1627, dove si discorre con golosità di lattuga, indivia, rucola, borragine. Non mancano testi aulici e un po’ scherzosi come il poemetto di Scipione Sacrati Giraldi d’inizio Settecento, dedicato ai molteplici usi e bontà della carne di maiale, intitolato “La porcheide”. O “La salameide” di Antonio Frizzi del 1772. C’è pure una rarità come il “Poema del pane”, scritto da Corrado Govoni per un giornale di cui la biblioteca conserva il ritaglio. Precursore di attuali riscoperte, come quella delle uova e carni di storione del Po, è Luigi Veronelli che già negli anni Sessanta se ne andava “Alla ricerca dei cibi perduti”. Lì il gastronomo rintraccia una produzione di salmone affumicato e la registra insieme con l’etichetta originale di questo come di altri prodotti, nel volume edito da Feltrinelli nel 1966. Un pannello a parte testimonia, poi l’origine ebraico-ferrarese della produzione di caviale del Po, fatta dalla Nuta con le uova di storione e che ora Slow food rilancia a Ferrara con una piccola vendita presente ogni sabato in città, al Mercato della terra.
Salama da sugo con radicchio rosso (foto di RiccardoBonfatti)
Caviale di storione (foto dal portale del Carnevale rinascimentale di Ferrara)
La cosa bella della biblioteca è che, di solito, quello che vedi, ti piace e desideri, te lo puoi portare a casa. In prestito, ovviamente. In questo caso non si può, perché tanti libri sono incunaboli antichi del Quattro e Cinquecento, e per – quelli moderni dedicati alla salama da sugo, al pampapato o anche allo storione rintracciato da Veronelli – si possono prendere in mano e sfogliare sul tavolone in fondo alle teche ma, per portarseli via, occorre aspettare che la mostra finisca. Se si è bambini o ragazzini, però, la voglia di scartabellare a casa un ricettario o qualche storia di cioccolato, zucca o riso può essere esaudita. Con clemenza i bibliotecari comunali hanno pensato bene di allestire una mini-mostra di libri sul cibo, pieni anche di bei disegni. E’ al piano terra, nel reparto dedicato ai lettori più giovani e dove ci si ritrova quando si scende lo scalone con le colonnine di marmo e i putti. Lì, bambini o meno, i libri si possono prendere e – se si è iscritti al servizio bibliotecario cittadino – ce li si può portare a casa. E via a mescolare e sperimentare tra divano e fornelli.
“Il gusto nei libri. Ricettari e usi gastronomici tra gli scaffali”, sala Ariosto della Biblioteca Ariostea, via Scienze 17, Ferrara. Fino al 30 luglio, ingresso libero, lunedì-venerdì ore 9-18,30; sabato ore 9-12,30. Visite guidate su prenotazione allo 0532 418200.
Libri di ricette e cibo anche per più piccoli alla Biblioteca Ariostea, a Ferrara (foto di Giorgia Mazzotti)
Libri di ricette e cibo al centro della mostra in corso nella Biblioteca Ariostea, a Ferrara (foto di Giorgia Mazzotti)
Quella scuola non è poi così buona. Lo pensano in tanti, tra i quali i 300 docenti, non docenti studenti e rappresentanti di comitati anti-riforma che in questo fine settimana hanno riempito le strade del centro di Ferrara. Una sfilata di “fuoco” con le fiaccole accese per dire no al Ddl ora in discussione al Senato della cosiddetta Buona scuola. Il decreto di legge per la riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione non piace per diversi motivi. Come il fatto che i presidi possano scegliere e chiamare a loro discrezione i docenti; i vantaggi riconosciuti alle scuole paritarie; il comitato di valutazione dei professori con la presenza, alle superiori, anche di genitori e studenti; i finanziamenti da parte di privati. In cima a tutte le richieste c’è poi quella che venga stralciata la norma sulle assunzioni dei precari.
Bloccati, intanto, anche gli scrutini delle elementari Poledrelli e Doro. Il blocco è stato proclamato dai sindacati confederali, Gilda e Snals, e durerà un paio di sessioni: “Alla terza il dirigente ha facoltà di chiamare al lavoro gli insegnanti, che risponderanno perché gli studenti hanno diritto di essere giudicati”, ha spiegato Hania Cattani, segretaria Flc Cgil.
Fiaccolata contro il Ddl sulla “buona scuola” a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Fiaccolata contro il Ddl sulla “buona scuola” a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Fiaccolata contro il Ddl sulla “buona scuola” a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Fiaccolata contro il Ddl sulla “buona scuola” a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Momento musicale della protesta contro il Ddl sulla “buona scuola” a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Fiaccolata contro il Ddl sulla “buona scuola” a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Intervento durante la fiaccolata contro il Ddl sulla “buona scuola” a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Sfilata in strada contro il Ddl sulla “buona scuola” a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Fiaccolata contro il Ddl sulla “buona scuola” a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Fiaccolata contro il Ddl sulla “buona scuola” a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
Fiaccolata contro il Ddl sulla “buona scuola” a Ferrara (foto Luca Pasqualini)
È tornato il Totem Arti Festival: per il terzo anno consecutivo il Parco Tito Salomoni di Pontelagoscuro torna ad animarsi dei ritmi e dei colori della tre giorni organizzata dal Teatro Nucleo.
Le parole d’ordine sono: partecipazione e contaminazione. Contaminazione fra linguaggi artistici, fra paesaggio urbano e paesaggio naturale, fra passato e presente. Partecipazione per ritrovare il piacere di passare del tempo insieme, fra una birra e un piatto vegan, per fare quattro chiacchere con gli amici e conoscerne di nuovi, riscoprire il senso dell’essere comunità. Ed ecco che il parco Tito Salomoni, cuore della Pontelagoscuro vecchia, prima dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale, diventa salotto a cielo aperto illuminato dalle installazioni luminose studiate da Franco Campioni, ma anche arena per concerti all’aperto. Proprio di fronte, il teatro Julio Cortazar apre le proprie porte a chi vuole assistere agli spettacoli di danza e di prosa, sempre all’insegna della sperimentazione e dell’innovazione.
L’inaugurazione ieri ha preso il via verso le 19, con un brindisi e un aperitivo offerto dallo staff totemico, il tutto con il sottobosco musicale – dato che siamo in un parco – del gruppo Re Cane e Suo Marito, ospitato all’interno dello spazio gestitoda Radio Strike, che anche oggi intratterrà il pubblico dalle 18.30 alle 21. Poi, tutti riuniti per assistere a “Segni particolari: un segno sul cuore”: performance conclusiva dal laboratorio itinerante condiviso “Corpo e azione in rete”, curata dalla CompagniaIris. Frutto di una serie di workshop sulla performance contemporanea e l’espressione corporea tenuti in diverse città dell’Emilia Romagna da insegnanti “itineranti”, fra i quali Natasha Czertok e Greta Marzano del Teatro Nucleo, e già presentata alla Casa del Teatro di Faenza, “Segni particolari: un segno sul cuore” ieri sera è stata riallestita appositamente per poter essere svolta all’aperto.
Alle 21 Simona Bertozzi ha inaugurato lo spazio scenico del Cortazar con “Bird’s Eye View”. La coreografia fa parte di “Homo Ludens” un progetto più ampio imperniato sul concetto di gioco in senso antropologico: uno spazio allo stesso tempo con e senza regole che l’essere umano usa per entrare in relazione con l’altro. Il corpo diventa un paesaggio che vive e cambia in ogni istante. “Bird’s Eye View” è un titolo “tecnico e simbolico insieme – come spiega Simona – perché questa è l’espressione che si usa per la visione panoramica utilizzata per creare le mappe, ma vuole significare anche un punto di vista il più ampio e aperto possibile”. Simona lavora sulle tre dimensioni della verticalità, della distanza e dell’apertura e sul gesto come tramite di visioni e significati universali che esistono a priori e che passeranno a tempi futuri: proprio qui sta il carattere totemico del suo lavoro, commistione di bios, anthropos e technè.
La prima serata del Totem Festival si è conclusa con le contaminazioni musicali di Jessica Hyde: dalla liquid drum and bass al trip hop, in un intreccio di sax, tastiera, chitarra e percussioni.
Ecco il programma di oggi: dalle 18.30 alle 21 la musica nel parco di Radio Strike con KingBean e Cold Hands; alle 21 lo spettacolo “Mio figlio era come un padre per me”, di e con Marta Dalla Via e Diego Dalla Via, vincitore Premio Scenario 2013; infine dalle 22.30 la miscela esplosiva di funky, afrobeat, jazz, afrocuban music, psichedelia e canzoni di lotta ed impegno sociale dei Voodoo Sound Club.
I Fratelli Dalla Via, Marta e Diego, sono una piccola impresa famigliare che costruisce storie: dopo aver sviluppato parallelamente una serie di esperienze formative, professionali e umane, decidono di unire la propria voce in un percorso artistico comune ripartendo da Tonezza del Cimone, il paese sulle montagne vicentine dove sono nati. Sono da sempre supportati da Roberto Di Fresco che si occupa di illuminare e musicare tutte le creazioni della piccola compagnia. “Mio figlio era come un padre per me” è la loro seconda creazione: uno studio sugli stereotipi e il territorio, la fragilità umana ed economica. Due fratelli architettano l’omicidio dei genitori. Ma “uccidere i propri padri” sembra un atto impossibile dal momento che questi hanno deciso di farla finita, lasciando in eredità assenza di futuro e consumo del passato.
Voodoo Sound Club è musica animista da ascoltare ma soprattutto da ballare in un concerto dalla forte connotazionI sciamanico- rituali. Il repertorio, composto principalmente da brani originali, ma anche da cover scelte di Manu Dibango, Fela Kuti e Jimi Hendrix, è interamente dedicato all’energia e al ballo e allo stesso tempo riesce a gratificare anche le orecchie degli ascoltatori più raffinati ed attenti. Voodoo Sound Club nel corso degli anni ha sperimentato diverse collaborazioni artistiche, da Roy Paci a Gianluca Petrella, e poi importanti percussionisti africani come Billy Konatè e Sire Doumbouya. Attualmente è in fase di realizzazione un nuovo progetto discografico e live che unisce la loro musica con la sonorità inimitabile delle bande musicali italiane, vero tesoro musicale del nostro Paese.
Si è appena conclusa la World Fair Trade Week 2015, la prima fiera del commercio equo mondiale organizzata in Europa, la seconda in assoluto dopo Rio de Janeiro 2013. L’ultimo dei sei grandi appuntamenti che si sono susseguiti per una decina di giorni è stata la Milano Fair City: si è svolta alla Fabbrica del Vapore e ha trasformato Milano nella capitale mondiale del commercio equo e solidale. E’ un modello economico che si sta affermando come alternativo scenario di produzione e distribuzione, in grado di nutrire il Pianeta in maniera sostenibile. Affiancata ma non allineata a Expo dunque, l’edizione italiana della Milano Fair City ha ottenuto un grande successo in termini di numeri con 30 mila visitatori in 4 giorni. E’ la conferma dell’interesse dei consumatori sul tema della responsabilità sociale e ambientale. I visitatori hanno potuto incontrare direttamente 180 realtà di Fair trade tra associazioni e cooperative, contadini e artigiani da 30 Paesi e 4 continenti in rappresentanza di oltre 3000 realtà produttive e un milione di lavoratori coinvolti.
Ferraraitalia si è diffusamente occupata dell’evento e, durante i preparativi, ha intervistato uno dei promotori e organizzatori, David Cambioli [vedi] e la stilista Maria Cristina Bergamini [vedi] della cooperativa di commercio equo altraQualità di Ferrara [vedi].
Abbiamo poi voluto essere presenti. Eccoci così alla Fabbrica del Vapore. Con la guida esperta di altraQualità abbiamo fatto un viaggio tra i padiglioni, incontrando nell’arco di qualche ora i principali produttori e i partner con cui sviluppano i prodotti, i più importanti esponenti del commercio equo mondiale e i rappresentanti delle Botteghe del commercio equo. Abbiamo ascoltato le loro voci, li abbiamo ritratti e ci siamo fatti raccontare qualche storia emblematica, piccoli accenni di grandi progetti che da decenni vengono tenacemente portati avanti e sui quali si sta costruendo un reale modello di economia alternativa e sostenibile in tutto il mondo.
Gonzalo Tavera Cruz di Asoprolan
Il primo produttore incontrato è Gonzalo Tavera Cruz di Asoprolan. E’ qui perché altraQualità ha messo insieme due realtà che lottano contro l’illegalità, puntando su processi virtuosi di sviluppo economico: Asoprolan, appunto, cooperativa colombiana che si occupa di convincere gli agricoltori ad abbandonare la coltivazione della coca, sostituendola con il cacao criollo di elevata qualità, e Nco (Nuova Cooperazione Organizzata) che lavora su terreni confiscati alla criminalità organizzata nelle aree del casertano. Con loro la cooperativa ferrarese sta sviluppando il progetto “Cacao e legalità”, che si sta concretizzando con la produzione di una nuova crema spalmabile, Sabrosita, un distillato di eccellenza sia dal punto di vista del prodotto che del valore simbolico che rappresenta. Durante la fiera hanno presentato il progetto e fatto un piccolo sondaggio chiedendo ai visitatori e ai rappresentanti delle Botteghe di commercio equo di votare tra due ricette, per poi proseguire con lo sviluppo del prodotto a partire dalle valutazioni raccolte.
Non ci siamo fatti sfuggire l’occasione e abbiamo intervistato Gonzalo Tavera Cruz chiedendogli com’è nato e come si è sviluppato il progetto.
Cambioli, Tavera Cruz e Andrea Ferrioli di Scambi sostenibili (partner di AQ)
Prima nella mia regione, la Montaña Santandereana, la gente coltivava coca perché non aveva alternative: non c’erano altre coltivazioni che potessero rendere abbastanza per sopravvivere, i narcotrafficanti finanziavano i coltivatori affinché seminassero la coca, le istituzioni non intervenivano e quindi c’era terreno fertile per proseguire sulla strada del narcotraffico e di un’economia dell’illegalità. Dodici anni fa, grazie al progetto di sviluppo alternativo sostenuto da Unodoc (Agenzia delle Nazioni unite per la lotta alle droghe), abbiamo cominciato a recuperare le coltivazioni di cacao che erano state abbandonate e a seminarne di nuove. Ora nella nostra regione la coltivazione di coca è stata quasi completamente soppiantata dal cacao.
In termini di occupazione e di produzione, quanto incide la produzione di cacao nell’economia della regione in cui operate?
All’inizio eravamo 39 soci, ora siamo 300; abbiamo 3000 ettari coltivati e quest’anno abbiamo fatto 400 tonnellate di cacao; le piante stanno crescendo e la produzione va migliorando di anno in anno, il problema è venderlo tutto ad un giusto prezzo, il nostro è un cacao di alta qualità quindi destinato ad un certo tipo di mercato. Oggi abbiamo un’economia totalmente legale perché oltre al cacao, che è il prodotto principale, abbiamo introdotto coltivazioni di frutta e verdura, la pescicoltura e migliorato le tecniche di allevamento. Il governo ha oltretutto migliorato la viabilità.
Le istituzioni locali e governative hanno sostenuto il vostro progetto?
Sì, nella fase iniziale abbiamo ricevuto dal governo colombiano la gestione dei terreni. Ora siamo già ben avviati, abbiamo avuto anche il supporto tecnico e formativo della Domori (Torino). Adesso ciò che ci serve è sviluppare la commercializzazione nel mercato estero del cioccolato pregiato, per garantire ai coltivatori un’entrata costante in grado di migliorare il loro tenore di vita. Solo coltivare cacao di altissima un buon prezzo di mercato può convincere i contadini ad abbandonare la coca per altre colture.
Fabbrica del Vapore, la Cattedrale
A differenza degli altri importatori che hanno scelto di posizionare gli stand dei propri produttori nella tensostruttura, Altraqualità li ha voluti vicino a sé nella Cattedrale, l’edificio principale della Fabbrica del Vapore, per evidenziare nel concreto lo stretto rapporto di cooperazione e solidarietà che li unisce e li fa coesistere. Oltre a Asoprolan ci sono Noah’s Ark – India (con Samuel Masih, la cui cooperativa produce artigianato in metallo, legno e vari materiali riciclati), Conserve – India (sono presenti Shalab, Anita Ahuja e Rakesh Singh, producono borse e accessori fatte con diversi materiali riciclati, con AQ hanno realizzato due linee di borse fiorite in pelle recuperata da scarti industriali), Sapia – Colombia (con Andrea Alvarez, la coop. produce bigiotteria in tagua e altri materiali naturali delle foreste colombiane, bigiotteria in resina e in la gomma riciclata dei tappi della birra e delle bibite, totalmente fatta a mano), Auromira – India (rappresentata da Saravanan, la coop. realizza abiti, scarpe e accessori per la casa in cotone) e Yadawee – Egitto (con Isham El Ghazar, la coop. distribuisce datteri dal presidio Slow Food dell’oasi di Siwa e produce sciarpe in cotone, viscosa, lino).
Galleria fotografica – altraqualià e i suoi produttori (Fabbrica del vapore – La cattedrale). Clicca le immagini per ingrandirle.
L’area dedicata ai produttori di altraqualità
La linea di moda etica ‘Trame di storie’ (AQ)
Maria Cristina e Beatrice di altraqualità
Equolink di prodotti alimentari (AQ-Scambi sostenibili)
Samuel Masih di Noah’s Ark
Rakesh Singh di Conserve
Andrea Alvarez di Sapia
Isham El Ghazar di Yadawee
Incontro con la responsabile di una Bottega
Accordi con Jim Kenyania di Smolart
Il designer Edoardo Perri di Who Made, collaboratore di AQ
Due chiacchiere con Simmaco Perillo di Nco
Continuiamo il viaggio e passiamo alla tensostruttura per incontrare altri produttori.
Sandra Wanduragala di Selyn
Sandra Wanduragala di Selyn dello Sri Lanka, è uno dei primi produttori con cui David Cambioli ha lavorato dai tempi di Commercio Alternativo (la prima cooperativa di commercio equo nata a Ferrara nel 1992). Selyn è una piccola azienda fondata nel 1991 che produce tessuti in cotone al 100% con telaio a mano, e dà impiego a più di un migliaio di persone, soprattutto donne, del villaggio di Wanduragala nei pressi di Kurunegala. E’ emozionante vedere quanta gioia ci sia nell’incontrarsi, mi dicono che sono amici e che si vedono una volta all’anno ad “Ambiente”, una delle maggiori fiere del settore che si svolge a Francoforte, e per il resto in Italia o in Sri Lanka.
Jim Kenyania di Smolart
Poi è la volta di Jim Kenyania di Smolart, una piccola cooperativa di Tabaka (in Kenya, a 400 km. da Nairobi) nata nel 1990 che produce piccole sculture in pietra saponaria completamente a mano. Altraqualità acquista i prodotti di Smolart da quando si è costituita nel 2003, Jim mi dice che altraQualità è il loro migliore cliente e che si vedono spesso: AQ va regolarmente ogni anno in Kenya per monitorare l’organizzazione da un punto di vista etico e per lavorare allo sviluppo di nuovi prodotti, e Jim è venuto alcune volte in Europa, ad esempio alla conferenza della Wfto a Bruxelles, passando per Ferrara nel 2012.
Antonia Moscoso di Asarbolsem
Con Antonia Moscoso facciamo un incontro speciale: boliviana, è una delle più famose esponenti del commercio equo dell’America latina, per anni si è dedicata anche all’attività politica, è stata Ministro dello sviluppo sostenibile con il governo di Evo Morales, poi ha continuato a dedicarsi alla sua attività che è sia sociale che produttiva. La sua cooperativa si chiama Asarbolsem produce maglioni di alpaca e si trova a El Alto, città che negli ultimi anni – racconta – è cresciuta a dismisura, raggiungendo e superando la capitale La Paz come dimensione e numero di abitanti, ora conta 2 milioni 900 mila abitanti censiti, per via di un grande fenomeno di migrazione interna.
Galleria fotorafica – altri produttori e altri incontri (Fabbrica del vapore – Tensostruttura). Clicca le immagini per ingrandirle.
La tensostruttura che ospita i produttori
Sandra Wanduragala di Selyn
Antonia Moscoso di Asarbolsem
Mithu Roy,
Madhya Kalikata Shilpangan
Il vino cileno della Coop. Sagrada Familia
Terroirs du Liban
La stilista Laura Strambi di Joy in visita alla fiera
Contatti con Global Mamas, Ghana
Chiudiamo con un breve commento di David Cambioli a conclusione della World Fair Trade Week.
La parola chiave dell’esperianza della World Fair Trade Week è stata “condivisione”. Mai come in questa occasione si erano potute incrociare tante storie collettive e singole e mai c’era stata la possibilità di scambiarsi i propri racconti. Produttori, operatori italiani, esperti, studiosi, volontari, giornalisti e tanto pubblico hanno dialogato di economia, di politica, di stile, di gusti, di cibo o anche semplicemente del più e del meno. Un arricchimento di cui il mondo del commercio equo aveva bisogno e dal quale credo trarrà profitto.
Isham visita Ferrara con Andrea Ferrioli di Scambi Sostenibili.
Soddisfazione campanilista, per Isham e Samuel che dopo la fiera hanno fatto un breve passaggio a Ferrara, la città è stata una scoperta ed è molto meglio di Milano! Per chi non lo sapesse, Ferrara è la culla del commercio equo in Italia, quindi perché non pensare ad una Ferrara fair city? Ne approfitto per invitare tutti a “Tutta un’altra cosa“, XXI Fiera nazionale del commercio equo e solidale, che quest’anno si sarà a Ferrara dal 2 al 4 ottobre [vedi], in Piazza Ariostea, che sarà un concentrato di ciò che si è visto alla World Fari Trade week nei giorni scorsi. Vi aspettiamo!
Video realizzato alla Milano Fair City da Ferraraitalia, con breve testimonianza di David Cambioli.
Si ringrazia Altraqualità per la disponibilità e per la traduzione dallo spagnolo.
Campagna “Fair trade organisations in Nepal need your help” – Wfto e Agices hanno indetto una raccolta fondi per sostenere i gruppi di artigiani e contadini della rete locale del commercio equo (Fair trade group – Nepal) colpiti direttamente e duramente dalla serie di terremoti iniziati il 25 aprile scorso [vedi].
Altraqualità sostiene la campagna di crowdfunding “Una redazione condivisa per Ferraraitalia” mettendo a disposizione come premi quaderni di commercio equo in pneumatico riciclato [vedi].
Continua la programmazione live del sabato al circolo Arci Zone K (in Via Santa Margherita 331 a Malborghetto di Boara) che, dopo la splendida esibizione dei Go Flamingo!, sabato 6 giugno ospita il suggestivo concerto de ‘Le Cose Rimaste’, dando così continuità al tenore “wave” delle ultime performance.
Band di recente formazione (2013), ma composta da veterani musicisti divisi tra Milano, Sesto San Giovanni e Ferrara. Andrea Biolcati Rinaldi (chitarra e voce), Leoniero Gori (chitarre) e Roberto Zampollo (batteria), con l’indispensabile aiuto della tecnologia, rinverdiscono i fasti della precedente band “Lo Stato Delle Cose”.
Con due album all’attivo, (“Dodici racconti” ed il recente “La forma dei giorni a venire”) presenteranno sabato sera il risultato della loro ultima fatica, intrisa delle sonorità inglesi anni ’80; con testi rigorosamente in italiano per veicolare i loro pensieri, ritmiche serrate ed intense, parole dirette ed avvolte in un velo di malinconia. Un percorso in cui sperimentazione e pop convivono perfettamente, elettronica e spunti elettrici si integrano tessendo trame dalle tinte crepuscolari, ma dove (ri)emergono sempre ispiratissimi spunti melodici.
Uno spettacolo di sicuro interesse, in uno spazio che si propone di essere un “megafono” importante per la scena musicale della città. L’apertura di Zone K è prevista per le 18, Le Cose Rimaste si esibiranno verso le 22:30.
Ricordiamo che il locale è climatizzato e l’ingresso è gratuito e riservato ai soci Arci.
Ascolta il brano “La forma dei giorni a venire” – Le cose rimaste
Torna a Comacchio, dove ha fatto il parroco dal 1965 al ‘75 don Giuseppe Stoppiglia, fondatore e presidente dell’associazione Macondo [vedi], la cui sezione cittadina unitamente al comitato Piazza del popolo, è promotrice dell’appuntamento di venerdì. Alle 16.30, il prete operaio che lavorò alla metalmeccanica “Riva – Calzoni” di Bologna, divenne sindacalista e poi formatore dei dirigenti della Cisl, sarà alla biblioteca Muratori di palazzo Bellini per presentare il suo libro “Vedo un ramo di mandorlo…” (ed. Macondo). Ad accompagnarlo durante l’incontro sono il docente di filosofia Gianfranco Arveda, gli studenti universitari Giovanni Teofilo T. Cavalieri, Andrea Mantovani e Serena Maria Carli.
Nella prefazione di Leonardo Boff c’è una frase rivelatrice dell’intero significato degli scritti di Stoppiglia per il quale ogni incontro “fotografato” appartiene alla “ricerca laica dell’ amore di Dio dentro l’umanità”. Cuore e spirito sono le facce di un’identica medaglia, rappresentativi di una teologia narrativa, si legge nella presentazione, commovente quanto convincente. Il sacerdote fruga nella quotidianità, fa sue storie tragiche, dedicando particolare attenzione a quelle delle donne, ne esalta il superamento e invita al rispetto dell’universo femminile, passaggio indispensabile per raggiungere quello di se stessi.
C’è tenerezza per gli ultimi, gli abbandonati, i più poveri e durezza verso il sistema consumista tanto potente da risucchiare i giovani rubandone gli ideali e sprofondandoli in una crisi di valori che ormai pervade gran parte della società. Risultato: disincanto, solitudine, disorientamento. Tre parole che ben descrivono i convincimenti del sacerdote la cui guida fece cresce in molti giovani comacchiesi il senso della cittadinanza attiva e la consapevolezza di quanto sia importante mantenere e privilegiare salde relazioni umane.
La penna di Stoppiglia non risparmia critiche alla chiesa istituzionale che stringe l’occhio al potere e alleanze con i potenti. E, allineato al pensiero di Papa Francesco, ricorda come il perdono e la misericordia siano il cuore della sua missione.
Oggi si parla sempre di più di crowdfunding, uno strumento utile che non tutti conoscono. Il crowdfunding, o finanziamento collettivo (dall’inglese crowd, “folla”, e funding, “finanziamento”), affonda le sue radici nella micro-finanza ed è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio danaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni. È, in sostanza, una pratica di micro-finanziamento dal basso che mobilita persone e risorse. Potrebbe essere riassunto con alcuni concetti base che lo caratterizzano: strumento democratico di cooperazione per produrre valore sostenendo un processo creativo, finanziamento trasparente di idee e progetti, strumento indipendente, vettore di partecipazione qualificata, luogo di scelta della comunità, voce della rete, nuova opportunità per raccontarsi in modo creativo, espressione di chi ha idee ma non sempre i mezzi, colletta strutturata, modo per fare della solidarietà un vettore di produzione e di formazione culturale, soluzione a un sogno nel cassetto, segno di fiducia, un’espressione di emozione, un riscatto, un’innovazione sociale, una nuova frontiera.
Le tipologie di crowdfunding
Le più diffuse sono le “donation-based” (donazioni senza premio) e le “reward-based” (donazioni con premio) anche se in Italia si sviluppano sempre di più quelle ibride, ossia che prendono elementi dell’una o dell’altra. Il “donation-based crowdfunding” è utilizzato principalmente da organizzazioni no profit per sostenere le proprie cause e non prevede ricompense per i donatori se non generici ringraziamenti. Il “reward based crowdfunding”, invece, viene utilizzato per finanziare progetti, idee, eventi e, in alcuni casi, anche progetti personali e prevede delle ricompense ossia premi articolati su più livelli di contributo, che vanno da pochi euro a decine, centinaia, migliaia, a seconda delle dimensioni della campagna e della cifra che si vuole raggiungere. Una campagna normale, che va dai tre ai sei mesi, prevede tra i sei e gli otto premi. Le piattaforme si distinguono poi in “all or nothing” (tutto o niente) e “take it all” (prendi quello che c’è): nel primo caso, affinché il progetto sia finanziato occorre raggiungere l’obiettivo economico prefissato, per intero; mentre, nel secondo caso, si riceve comunque l’importo raccolto durante la campagna, anche se l’obiettivo non viene raggiunto. Non basta, però, creare una bella campagna e attendere i contributi: bisogna progettarla, seguirla, promuoverla, monitorarla, insomma curarla. Servono impegno, motivazione, costanza e, soprattutto, la creazione di una “community” che non solo sostenga con un contributo economico ma che ne parli, ne discuta, suggerisca e contribuisca in modo concreto alla campagna. Un vero “brain-storming” collettivo.
La creazione della campagna stessa, inoltre, è un momento complesso. Si devono individuare bene gli obiettivi, comprendere la strategia per coinvolgere un pubblico già sommerso dai messaggi della rete, definire i tempi (giusti e precisi), scegliere premi che siano in linea con il progetto stesso, trovare chi li metta a disposizione, preparare un video di presentazione che sia accattivante e convincente, individuare la piattaforma più adatta. Anche questa scelta è molto importante. Forse una delle più importanti. Oltre ad un’assistenza base, le piattaforme più attive si stanno attrezzando per fornire attività di supporto al progettista (anche tramite dettagliata descrizione dei servizi sul sito), contatti e collaborazioni con associazioni e comunità locali, percorsi formativi, campagne di comunicazione on e offline.
Le principali piattaforme di crowdfunding
Lo studio più recente in materia (Analisi delle piattaforme italiane di crowdfunding, a cura di Daniela Castrataro e Ivana Pais, maggio 2014) indica che, nel Paese, delle 41 piattaforme attive a quella data, 19 appartengono al modello “reward-based” (donazione con premio), 7 al “donation-based” (donazione senza premio), 2 al “lending-based” prestito fra privati, ricompensati con il pagamento di interessi che s realizza attraverso le piattaforme online) e 2 all’“equity-based” (mediante un investimento effettuato online si acquisisce un tutolo di partecipazione in una società), iscritte regolarmente nell’apposito registro Consob (non abbiamo parlato di queste ultime due perché meno legate a progetti specifici e meno diffuse). Ci sono poi 11 piattaforme ibride. Il modello prevalente resta quindi il reward-based, scelto dal 40% delle piattaforme nella sua forma pura, quota che sale al 57% se si considerano anche le ibride. Il donation based crowdfunding ha subito un lieve calo: viene scelto dal 16% delle piattaforme (35% se si considera anche chi sceglie l’opzione ibrida).
Fra le piattaforme “reward-based” si possono citare “Be Crowdy” (www.becrowdy.com, arte e cultura), BookaBook (www.bookabook.it, editoria), Com-Unity (www.com-unity.it, progetti in ambiti umanitari, sociali, culturali e scientifici, Eppela (www.eppela.com, per progetti innovativi e creativi nei campi di arte, tecnologia, cinema, design, musica, fumetto, innovazione sociale, scrittura, moda, no profit), Microcreditartistique (www.microcreditartistique.com, arte contemporanea), Schoolraising (http://schoolraising.it/, scuola), Vizibol (www.vizibol.com, arti visive), WeRealize (http://werealize.i, Design).
La home page della piattaforma www.ideaginger.it
Fra quelle ibride (reward + donation), si segnalano Buona Causa (www.buonacausa.org, dedicata alle buone cause e ai progetti che richiedono sostegno), Crowdfunding Italia (www.crowdfunding-italia.com, generalista), Funditaly (www.funditaly.it, la prima piattaforma di crowdfunding cooperativo), Ginger / Gestione Idee Nuove e Geniali in Emilia Romagna, (www.ideaginger.it, territoriale: Emilia Romagna, che unisce allo strumento web del sito le consulenze del team e una rete di partnership strategiche al servizio dei progettisti), Produzioni dal Basso PdB (www.produzionidalbasso.com, la prima piattaforma di crowdfunding italiana, nata nel 2005 nell’ambito delle autoproduzioni digitali e del mediattivismo).
Il crowdfunding in Italia è nato proprio con Produzioni dal basso, nel 2005, cui hanno fatto seguito altre esperienze pionieristiche fino al 2011, l’anno di scoperta dello strumento, con l’avvio di 10 nuove attività, seguite da altre 5 nel 2012. Tra gennaio e ottobre 2013 nascono ben 24 piattaforme e la tendenza non accenna a fermarsi. La maggior parte delle piattaforme ha sede nel nord Italia, e Milano, sede legale di 8 piattaforme e operativa di 10 piattaforme, si conferma la capitale del crowdfunding italiano. Rispetto alle mappature precedenti, si segnala la crescita del numero di piattaforme basate nel Sud Italia (8) e nel Centro Italia (4). Assente Roma, almeno al maggio 2014.
Se si vuole donare, come si partecipa
Grafica delle ricompense della campagna ‘Una redazione condivisa per Ferraraitalia’
Donare è facile, basta collegarsi alla piattaforma del progetto, scegliere il proprio contributo e premio (se la campagna è di tal tipo) e effettiare il pagamento, che avviene principalmente con Paypal (utilizzato dalla maggior parte delle piattaforme) e Amazon payments. Alcuni siti accettano anche bonifici bancari o pagamenti con carte di credito. Per quanto riguarda la commissione alle piattaforme, essa è talora determinata come una percentuale ottenuta sui fondi raccolti dai progettisti.
Comunemente si tende a porre l’accento sul “funding” ma la parte più importante è proprio la “crowd”: senza di essa il crowdfunding non funziona, è tutta questione di engagement, coinvolgimento, partecipazione della “folla” al progetto. La comunità resta dunque la chiave principale del successo di ogni campagna. La squadra vince solo se è squadra.
Campagna ‘Una redazione condivisa per Ferraraitalia’
Ferraraitalia ha avviato una campagna di crowdfunding [vai] con la piattaforma Ideaginger.it
Ferrara è la città di Ludovico Ariosto, del Tasso, di Giorgio Bassani, ma Ferrara è anche la città italiana delle biciclette. Naturale perciò che “Il Giro d’Italia in 80 librerie” decida di fare tappa nella città e nel territorio estensi.
Giunto alla sua terza edizione, “Il Giro d’Italia in 80 librerie” è un viaggio nell’Italia della lettura ed è un esempio di sostenibilità, perché qualsiasi viaggio è più bello se è scandito dal lento scorrere di una narrazione e delle ruote di una bicicletta. Eventi, incontri, giochi e letture in un percorso a tappe lungo 1200 chilometri, dal Friuli Venezia Giulia alla Puglia lungo la costa adriatica con incursioni tematiche nell’interno: arrivi e partenze sono in libreria, in biblioteca, nelle piazze e nelle scuole.
Il programma ufficiale è uscito giusto venerdì e questo week-end ha preso il via anche la manifestazione: la mattina del 29 maggio la prima tappa è partita dal liceo sportivo Bachmann di Tarvisio, sabato 30 maggio la carovana è passata da Udine, mentre oggi ci si sposterà da Udine a Grado. Poi Pordenone, Portogruaro, Venezia e l’8 giugno l’arrivo ad Argenta, dove il Giro si fermerà anche il 12 e 13 giugno.
Ferrara, insieme a Udine, Rimini, Pesaro, Ancona e Bari, è una delle città in cui avrà luogo lo spettacolo “Chi l’ha letto?”, “il primo format di piazza della non televisione italiana”, come lo definiscono gli organizzatori: i protagonisti saranno undici grandi classici della letteratura internazionale – da Ariosto a Jane Austen, da Dante a Balzac, da Salgari a Goethe a Leopardi, da Cervantes a Twain – riletti, descritti e interpretati da scrittori contemporanei e non solo. Cosa li unisce? L’essere misteriosamente scomparsi dagli scaffali di biblioteche e librerie. Per ritrovarli verranno mobilitati ospiti illustri, investigatori di parole, e semplici lettori, guidati nelle ricerche da Sarah Jane Ranieri, direttamente dai microfoni di Radio Dj. Dopo lo spettacolo prenderà il via “Il Giro di Ferrara in 80 minuti”, un suggestivo tour in bicicletta nelle vie della città con proiezioni sui muri di chiese e palazzi ad opera della “Cinebicicletta”, una magica creatura de “Il Giro d’Italia in 80 librerie” e dell’Associazione Acquario della Memoria di Pisa, che proietterà una sequenza di corti selezionati dal Booktrailer Film Festival di Brescia.
Proprio come nell’originale, il Giro sarà animato dai volti e dalle voci dei “campioni”: scrittori e giornalisti, librai, musicisti, bibliotecari, fumettisti, blogger, professori. Ecco i protagonisti della tappaferrarese: Marco Zapparoli, fondatore di Marcos y Marcos, Marco Missiroli, autore di “Atti osceni in luogo privato”, e lo scrittore ferrarese Edoardo Rosso, autore del libro “Binda, l’invincibile”. L’appuntamento è per il 26 giugno a partire dalle 20.15 a Palazzo Paradiso, proprio nell’edificio che ospita la storica biblioteca comunale ferrarese frequentata anche dal giovane Bassani e la tomba di Ariosto.
Rimuovere le barriere che rendono difficoltoso acquistare o vendere prodotti e servizi fra le due sponde dell’Atlantico. E’ questo l’obiettivo del Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), negoziato commerciale bilaterale fra Stati uniti e Unione europea, in discussione ormai dal 2013. E per barriere non si intendono più solo dazi e tariffe doganali, in gioco c’è anche la rinegoziazione dei vincoli non tariffari: in altre parole, norme e regolamenti che servono a tutelare la sicurezza dei prodotti acquistati dai consumatori e i diritti-doveri di chi li produce o li vende. del tema si è discusso durante l’incontro che ha avuto luogo nell’ambito del Festival di Altroconsumo “Il Trattato Ttip: rischi e vantaggi. Sui diritti e sul cibo si può trattare?”
Barriere o tutele: una disputa ben più che lessicale, spiega Luisa Crisigiovanni, segretario generale di Altroconsumo facendo esempi molto concreti. Dalla carne contenente ormoni e antibiotici, ai cosmetici – “in Europa abbiamo censito e messo al bando 1328 sostanze perché pericolose, negli Stati uniti ne hanno mappate soltanto 11” – fino alla tutela dei dati personali. Come armonizzare due approcci al rischio così diversi, quello statunitense della sicurezza dei prodotti fino a prova contraria e quello europeo della precauzione lungo tutta la filiera?
Altra clausola molto controversa è quella sulla tutela degli investimenti, secondo cui un’azienda estera potrebbe fare causa allo Stato in cui esporta non nei tribunali ordinari, ma dinanzi a un collegio arbitrale, di fronte al quale potrebbe richiedere un risarcimento se ritenesse che i suoi investimenti vengano danneggiati dalla normativa di quello Stato.
Oltre a queste questioni di merito, c’è però una macroscopica obiezione sul metodo con cui viene discusso il trattato: riguarda la mancanza di trasparenza e l’accesso a dir poco problematico alle informazioni che lo riguardano.
Ttip, Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti
La prova provata è pensare a quanti incontri, dibattiti, servizi giornalistici avete visto o letto riguardo il Ttip. Monique Goyens, direttore generale di Beuc, associazione che rappresenta i consumatori a livello europeo, afferma che “le trattative sono portate avanti da tecnocrati non eletti” e aggiunge che “gli organi elettivi, il Congresso e il Parlamento europeo, potranno solo accettarlo o meno: prendere o lasciare tutto il testo nella sua interezza, senza la possibilità di proporre e discutere modifiche”. Tutto ciò non è molto rassicurante se si pensa al fatto che, “anche se il Ttip viene presentato come un trattato commerciale, in realtà, creando un unico mercato, avrà un impatto sulla legiferazione nei vari Stati sulle due sponde dell’Atlantico” e che, come viene apertamente detto nel dibattito pubblico statunitense, “il suo principale obiettivo è la riduzione dei costi per le aziende”, non per i consumatori. Il timore maggiore è che tale riduzione avvenga a scapito della tutela dell’ambiente o della salute e sicurezza dei cittadini europei. Proprio per fugare questo timore i suoi sostenitori dovrebbero volerne parlare maggiormente, far capire a più cittadini e consumatori possibili quali possono essere le opportunità e confutare le tesi delle associazioni come Beuc e Altroconsumo sui potenziali rischi. Perché non farlo?
È ipotizzabile che questioni di tale portata vengano “discusse a porte chiuse e si impedisca così alla società civile e ai portatori di interesse, che in questo caso sono una cosa come 800 milioni di consumatori europei e statunitensi, di conoscere se le proprie istanze vengono tenute in considerazione durante la discussione?”: a domandarselo non è solo Luisa Crisigiovanni. Ma le difficoltà di accesso non riguardano solo le associazioni dei consumatori. Monica Di Sisto, vicepresidente di Fairwatch, tra i coordinatori della Campagna Stop Ttip, rivela ai presenti che persino i nostri rappresentanti eletti “possono consultare solo i testi europei, non quelli statunitensi, nelle sale di lettura del Parlamento europeo, dove prima di entrare vengono perquisiti perché non è consentito fare nessun tipo di riproduzione. Sono permessi solo appunti su un tipo speciale di carta non fotocopiabile. Inoltre questa documentazione non comprende gli allegati tecnici”. Al Congresso le cose vanno in maniera un po’ diversa: “si è dotato di una commissione di advisors esperti che ricevono la documentazione sul proprio pc, sotto la propria responsabilità”.
A suo avviso il Ttip è “un’operazione molto poco commerciale, ma estremamente politica”, per questo “serve prima di tutto un ragionamento sulla politica economica europea e su quale modello di sviluppo vogliamo portare avanti. Dobbiamo chiarire prima fra noi europei quale ruolo vogliamo giocare, altrimenti rischiamo di uscire da questa partita solo come gregari che prendono ordini da altri”.
Il ruolo dell’avvocato difensore tocca a Simone Crolla, managing director dell’American chamber of commerce in Italia, ma (ahi lui!) l’unico argomento che riesce a trovare è il fatto che noi europei, e in particolare noi italiani, non abbiamo scelta perché siamo “l’anello debole” del mercato internazionale. “Se il Ttip non verrà approvato, le cose non rimarranno tali e quali a ora, saremo esclusi dalla seconda fase della globalizzazione. Se vogliamo difendere il nostro tenore di vita, dobbiamo rimanere agganciati al partner più forte, che farà di tutto per non perdere il suo ruolo nel mercato globale”. Appunto: gli Stati uniti difenderanno – legittimamente – il proprio ruolo; nel Ttip non c’è nessun tipo di garanzia che dovrebbe garantire anche quello dell’Europa. In più, come dice giustamente Cinzia Scaffidi, vicepresidente di Slow Food Italia, dobbiamo aprire gli occhi e capire che il mondo non è fatto solo da Europa e Stati uniti. “Per una volta nella vita – continua Cinzia – siamo più avanti noi, perché la nostra regolamentazione è costruita su standard più alti, dunque chiediamo che le trattative avvengano al rialzo partendo da questi standard, non al ribasso”.
Se essere consumatori e soprattutto cittadini consapevoli significa fare scelte consapevoli, dobbiamo pretendere che a noi, o quanto meno a coloro che eleggiamo per rappresentarci, vengano date le informazioni per poter esercitare questo diritto di scelta. Poi, con le informazioni a nostra disposizione, dobbiamo chiederci quali sono gli obiettivi del Ttip: vantaggi per la maggioranza della popolazione europea e americana o qualche punto in più di profitto per le aziende. Infine, dobbiamo pensare al futuro. Siamo sicuri di voler rinunciare alla nostra biodiversità agroalimentare, alla nostra cultura del cibo e, a quanto pare, a parte della nostra sovranità, per qualche punto in più di Pil (sempre ammesso che le previsioni degli esperti riguardo questo trattato siano attendibili)? Qualcuno molto più qualificato di me ha detto che il Pil misura tutto “eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.”
Cinzia Scaffidi è stata più prosaica e sarcastica: “Provate a triplicare la vostra produzione di rifiuti o ad andare a sbattere ogni giorno contro qualcosa con la vostra auto nuova, vedrete come crescerà il Pil”. È questo il modello economico che vogliamo continuare a portare avanti nei prossimi anni? Siamo davvero ancora convinti che il nostro attuale tenore di vita possa e debba essere non negoziabile? Può l’Unione europea continuare il suo cammino verso gli Stati uniti d’Europa provando a proporre un’alternativa?
Ferrara non ha mai detto no al cinema. Anzi, in passato specialmente è stata set privilegiato. Basti pensare a “Il Giardino dei Finzi Contini” (1970), di Vittorio de Sica, a “La Lunga Notte del ’43” (1960), di Florestano Vancini, a “Ossessione” (1943), di Luchino Visconti, a “Gente del Po” (1943), “Cronaca di un amore” (1950) e “Al di là delle nuvole” (1995), del grande Michelangelo Antonioni, o agli “Occhiali d’oro” (1987), di Giuliano Montaldo. Anche le valli di Comacchio sono state luogo di grande cinema: “L’Agnese va a morire” (1976), di Giuliano Montaldo, “La donna del fiume” (1955), di Mario Soldati, parlano da sé. Si può, dunque, passeggiare per la città seguendo e ripercorrendo le immagini e le vicende raccontate da quelle pellicole, approfondendo i temi della Ferrara nei giorni della guerra civile del 1943 o della città ebraica nel periodo delle due guerre. Si possono recuperare pagine di storia, di costume e colore locali, di letteratura. Si può vedere com’eravamo, capire da dove veniamo. Chi siamo.
‘L’Agnese va a morire’
‘La lunga notte del ’43’
‘Cronaca di un amore’
‘Riso amaro’
Giuliano Montaldo sul set de ‘Gli occhiali d’oro’
Ma molti di quei film ci riportano al passato, per quanto glorioso e di solo passato non si vive. Ferrara può essere ancora oggi teatro di grandi scene, può raccontare storie di ieri ma anche di oggi, far vivere le sue strade. La città pare vivere un bel risveglio culturale. L’onda va cavalcata, e bene. Se poi il film calamita il turismo, come ormai è chiaro a tutti, allora la città prova a essere pronta. Dico prova, perché siamo all’inizio, anche se un buon inizio.
Lo scorso 15 maggio è nata, infatti, la Ferrara Film Commission[vedi], con l’obiettivo di ridare valore alla meravigliosa città estense nell’ambito cinematografico e farvi crescere le potenzialità del territorio, trasformandola in un centro che diventi polo attrattivo per produzioni cinematografiche e audiovisive, e favorendo anche la promozione del territorio.
I soci fondatori della Ferrara film commission riuniti al museo Mario Piva (a destra Laura Rossi).
I soci fondatori sono una trentina, ci dice Laura Rossi, una delle forze motrici di questo progetto (nel vero senso della parola, perché Laura è un tornado). La sede legale dell’associazione è al museo Mario Piva, in via Cisterna del Follo 39, che Laura gestisce da tempo. Presto saranno identificati nuovi soci onorari, ordinari, sostenitori (la prossima riunione del 28 maggio sarà dedicata anche a questo). L’ideatore del progetto è Alberto Squarcia, che ne sarà il presidente e, fra i fondatori, vi sono anche Stefano e Giuseppe Muroni. Sono previste alcune collaborazioni dall’estero come quella Maximilian Law (il ferrarese Massimiliano Stroscio) da Los Angeles, fondatore del Ferrara Film Festival, che avrà la prima presentazione ufficiale il 7 e 8 Settembre in Fiera a Bologna (al convegno Fa-rete).
Massimiliano Stroscio, nome d’arte Maximilian LawE’ il fondatore del Ferrara film festival
La Ffc vuole favorire l’ambientazione a Ferrara di produzioni televisive, cinematografiche e pubblicitarie, dai film, agli spot e alle fiction. Com’è parte del ruolo di ogni Film commission, quella ferrarese costituirà anche un trait d’union con i professionisti locali del settore e non solo (artisti, costumisti, scenografi, artigiani e ogni tipo di professionalità richiesta per girare un film). Il dialogo con le produzioni nazionali e le istituzioni locali, fondamentale per ottenere supporto finanziario ma anche logistico (si pensi, ad esempio, a permessi e autorizzazioni per le riprese che, se non concessi in tempo, possono comportare importanti ritardi e costi aggiuntivi per una produzione), sarà un’altra parte fondamentale del lavoro della commissione. I soci fondatori hanno recentemente incontrato le realtà locali di Ascom, Cna, Arci ed Ecipar. Regione e Provincia dovranno sostenere, perché questo tipo di avventura non si porta avanti da soli. E l’interesse dovrebbe esserci, perché lo sviluppo dell’industria audiovisiva è uno straordinario catalizzatore di ricchezza e di attività, economiche e culturali, per qualsiasi territorio. Un’opportunità per tutti, se ben compresa e sfruttata.
‘Vacanze romane’‘La dolce vita’
Quanto alla valorizzazione del territorio, va ricordato che, negli ultimi anni, sono stati presentati numerosi studi e ricerche sulla correlazione fra l’ospitare una produzione cinematografica e i vantaggi/benefici più o meno direttamente correlati per il territorio. Certo, il fenomeno del turismo indotto dalla visione di un film o di una fiction non è recente (basti pensare al ruolo che ebbero per Roma film come “Vacanze romane” o “La dolce vita”), ma, negli ultimi anni, il tema (movie-induced film) ha ricevuto un’attenzione crescente, tanto che si è realizzata una Borsa dedicata al Turismo Cinematografico all’interno dell’Ischia Film Festival. Il cinema, infatti, può influenzare la decisione di viaggiare e così come c’è il cine-turista vero e proprio (specific film tourist), vi è anche il generico cine-turista (general film tourist) o quello che è contento di essere in un luogo dove è stato girato un film ma rimane passivo (serendipitous film tourist). Le potenzialità per il territorio ci sono. Ecco allora l’Inghilterra di Harry Potter, le Highlands di Braveheart, la Salina del Postino, la Napoli di Un posto al Sole, la campagna piemontese di Elisa di Rivombrosa, l’Umbria di Don Matteo, l’Alta Pusteria di Un Passo dal cielo, la Basilicata di Basilicata Coast to Coast. Sono sempre più numerosi (e virtuosi) gli esempi di turismo legato ai luoghi che hanno fatto da sfondo a film o fiction.
Il format in digitale terrestre Territorius, la prima puntata ‘Procida. Un’isola tutta da girare’
Anche se il tema è sicuramente da approfondire meglio, citerei alcuni studi sulla relazione cinema-territorio-turismo. Fra i più interessanti, vi sono il progetto voluto dalla Biennale di Venezia, nel 2006, realizzato da Risposte Turismo s.r.l. con il coordinamento scientifico di Francesco di Cesare, docente di marketing del turismo all’Università Ca’ Foscari di Venezia (un rapporto di ricerca sul legame cinema-turismo-territorio presentato, al Lido di Venezia, il 31 agosto 2006, durante la 63° Mostra del Cinema) e gli studi successivi dello stesso di Cesare con il ricercatore Anthony A. La Salandra e, in particolare, il loro “Film Tourism: the Backstage” (naturale continuazione del primo).
Il primo studio parte da una riflessione sul ‘destination management’ e da un inquadramento sul ‘film-induced tourism‘, analizza la complessità dei rapporti tra chi rappresenta il territorio turisticamente e non solo, e chi le società di produzione, per poi presentare una casistica internazionale che offre spunti interessanti per eventuali progetti da avviare e politiche da adottare nel nostro Paese. Una delle parti centrali del lavoro descrive e riporta i risultati della ‘web survey‘ (inchiesta sul web) condotta per indagare ruolo e capacità dei film di elevarsi a veri driver del processo di scelta e acquisto di una vacanza. I risultati di questa indagine, condotta su un campione di circa 900 individui, hanno permesso di evidenziare come, a oggi, quattro soggetti su cinque affermano di provare almeno qualche volta il desiderio di visitare i luoghi visti in un film, mentre poco più di uno su cinque dichiari di farsi influenzare costantemente dal cinema nelle scelte di consumo turistico.
Il secondo studio, del 2010, invece, apporta un’interessante riflessione al dibattito sulle ragioni per le quali in Italia, nonostante si sia, da tempo, ben coscienti delle potenzialità del binomio cinema-turismo, non si siano raggiunti ancora risultati significativi. In primis, vanno esaminate e comprese le competenze e gli ambiti specifici d’intervento dei principali soggetti in gioco: le produzioni audiovisive, le Film commission e le Dmo (Destination management organization), le organizzazioni, cioè, incaricate di gestire e promuovere turisticamente una destinazione, un territorio. Non basta realizzare movie map e individuare e segnalare in loco i luoghi nei quali uno o più film sono stati girati o possono essere girati, per ambire alla conquista di nuovi flussi di visitatori. Bisogna lavorare in modo sinergico e strategico sul film tourism. Bisogna comprendere i vantaggi immediati per un territorio dati dall’ospitare produzioni, ma anche gli effetti nel medio-lungo termine su immagine, promozione, flussi turistici, ricadute economiche e occupazionali, capire le nuove motivazioni di vacanza e, soprattutto, non dare mai per scontate le ricadute. In poche parole, i turisti vanno orientati, non solo attirati. E i tre soggetti citati devono avere uno stretto rapporto fra di loro, relazioni continue e costruttive, perché tutte sono normalmente coinvolte nella promozione turistica, nella produzione audiovisiva, o possono avere interessi diffusi e trasversali, ma ogni soggetto ha, per sua natura, uno scopo diverso. Le Dmo, in particolare, indipendentemente da struttura e forma, dovrebbero, senza voler sollevare le Film commission dal presidiare tale aspetto, essere più ricettive e sensibili al fenomeno. Dovrebbero, ad esempio, porsi una serie di domande, in un’azione di raccordo, costante e fattiva con le stesse commissioni, quali: cosa si è fatto o si fa, per creare e diffondere una notizia? Come si è operato, o non operato, per creare le condizioni per una promozione puntuale ed efficace legata al binomio cinema-turismo? Quanto si è investito per fare in modo che una domanda potenzialmente interessata trovasse facilmente informazioni sul luogo visto in un film? Quale pensiero strategico c’è alla base? Dalla risposta a queste e altre domande dovrebbe nascere un orientamento strategico e una conseguente politica operativa capaci di assicurare i risultati ricercati. Lo studio porta alcuni esempi di produzioniche non sono state seguite da azioni adeguate al suo successo e ruolo per il territorio dove era stato girato, il caso di “Letters to Juliet“, una produzione dal budget milionario con attori importanti e incassi da record, girato tra New York, Siena, Verona e Soave, con attenzione particolare a Verona, visibile nel film e anche nel trailer. Amministratori e operatori locali avevano fatto qualcosa: il 3 maggio 2010 era stata proiettata la prima visione italiana al Teatro Filarmonico di Verona, con la presenza di tutto il cast, la stampa (generalista) era stata invitata alla serata e, durante un fine settimana, molti giornalisti erano stati accompagnati in tour a Verona. Era stato indetto un concorso in associazione con riviste britanniche che metteva in palio alcuni pacchetti per arrivare e visitare Verona, l’assessorato al Turismo della città aveva acquistato spazi per poter aggiungere contenuti di natura turistica sul sito del film. Eppure dall’assessorato stesso avevano fatto sapere che non vi erano in programma altre iniziative di promozione turistica associate al film, né altri progetti simili. L’idea restava quella che il film stesso fosse lo strumento promozionale migliore per attrarre i turisti, non si notava abbastanza che, in assenza di una promozione mirata, di un “accompagnamento” dello spettatore-potenziale turista nel processo che può portarlo all’acquisto di una vacanza, saranno ben pochi i frutti da raccogliere. L’ufficio del turismo di Verona, ad esempio, all’inizio della stagione estiva non era in grado di segnalare alcuna forma concreta di fruizione del territorio ispirata al film. Lo studio parla dunque anche, e soprattutto, di questo.
Locandina della fiction ‘Un passo dal cielo’
In questo, credo, sia stata particolarmente efficiente la Regione Trentino-Alto Adige, che ha fatto della Guardia forestale e dei luoghi incantati dove si gira la fortunata fiction “Un passo dal cielo”, un autentico marchio turistico di qualità. Vedete i siti web dell’ufficio turismo dell’Alta Pusteria e capirete di cosa parlo (per fare solo alcun esempi) [vedi] [vedi]; [vedi];[vedi].
Il cambiamento e i risultati veri arriveranno, dunque, solo con strategie e idee chiare. In forte sinergia tra gli attori coinvolti. Per uno stesso fine, per uno stesso successo. Accompagnare, orientare, seguire, indirizzare. Insomma, prendersi cura del turista potenziale, dall’inizio alla fine. Perché un film si guarda e il luogo dove è girato non si dimentica. Se poi lì si trovano anche accoglienza, amicizia e cura, ci si ritorna. Il vero viaggiatore è quello che torna, perché cosi facendo si sente un po’ a casa.
Si è inaugurata sabato 23 maggio scorso la mostra bibliografica Il gusto nei libri, ricettari e usi gastronomici tra gli scaffali della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara.
In questa occasione si è potuto gustare un assaggio del famoso pampapato accompagnato da un buon bicchiere di vino offerti da Ferrara store, negozio di prodotti tipici ferraresi situato in Piazza della repubblica, 23 che ha messo gentilmente a disposizione anche una suggestiva esposizione di salami, pampapati, pane ferrarese, riso, ecc.
L’esposizione, curata da Arianna Chendi e Angela Poli, intende accompagnare il visitatore lungo un percorso, più tematico che cronologico, attinente il cibo e l’alimentazione raccontato dai libri e dai documenti presenti nelle raccolte della Biblioteca comunale Ariostea.
Il viaggio proposto parte dall’attività dei più celebri scalchi e trincianti del Rinascimento, un nome su tutti Cristoforo Messisbugo con il suo celeberrimo Banchetti, compositioni et vivande come omaggio iniziale alla Corte ferrarese; si prosegue con la presentazione di alcune delle opere classiche della cucina medievale e rinascimentale: da notare la proto-edizione del 1475 del De honesta voluptate et valetudine del Platina per l’eleganza e sobrietà dei caratteri e la freschezza e attualità delle ricette descritte o la vignetta xilografica dell’Epulario del Rosselli, raffigurante l’interno di una cucina con i lavoranti intenti alla preparazione dei cibi.
Non può mancare un riferimento al mondo agricolo attraverso la presentazione di alcuni classici trattati di agricoltura illustrati da splendide tavole.
L’atmosfera del lavoro dei campi emerge in tutta la sua concretezza dal Libro dei contadini autografo di Ludovico Ariosto: nella sala che ospita la sua tomba, è possibile far dialogare in un confronto ideale i versi dell’Orlando furioso con le più prosaiche parole dell’uomo che attende agli affari di casa, occupandosi di animali, pelli e rapporti tra i lavoranti.
Proseguendo si avrà un piccolo cenno ai trattati medico-sanitari che dispensano consigli anche sull’alimentazione, come quello del dottor Fletcher (sec. XIX) che consiglia di masticare ogni boccone cento volte.
Ancora, si segnala Il ghiottone errante, 1935 prima guida enogastronomica italiana e alcune piccole curiosità ferraresi come la Zzirudela di Ugo Vasè in occasione di un pranzo sociale nel 1921 o la Settimana del mangiarino ferrarese, concorso a premi tra i ristoranti cittadini del 1962.
Seguono vetrine dedicate ad alcuni cibi tipici: il pane e il salame; i pesci e l’anguilla tipici di un territorio un tempo prevalentemente acquatico; i prodotti orticoli e la frutta, il formaggio, il vino e il dolce per eccellenza della nostra tavola: il pampapato.
Da notare, tra l’altro, un articolo di Corrado Govoni sul pane; un divertentissimo disegno di un’anguilla pescata nelle Valli di Comacchio nel Settecento; un curioso manoscritto del bottigliere di papa Paolo III, del 1539, vera e propria disamina sulla qualità dei vini presenti sul territorio italiano; un piccolo libro del XVII secolo dedicato al cioccolato del medico spagnolo Antonio Colmenero de Ledesma dove si menziona la bevanda calda per la prima volta, solo per citarne alcune.
La mostra rimane aperta fino al 30 luglio con il seguente orario:
dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18,30; il sabato dalle 9 alle 12,30.
Visite guidate su prenotazione
0532/418200 o chendi.ariostea@edu.comune.fe.it; a.poli@edu.comune.fe.it
Schifanoia, Belriguardo, Castello del Verginese, Villa della Mensa, Mesola: attraverso la visita alle principali Delizie estensi sparse sul territorio ferrarese si cercherà di capire il carattere di un paesaggio storico che solo in minima parte si può ancora osservare. Un paesaggio cambiato profondamente nel corso dei secoli, ma che conserva ancora ben riconoscibili le tracce dell’antico ‘progetto culturale’ che ne ha determinato in modo incancellabile il volto.
Parte con un itinerario ‘extra-muros’ tra le dimore ducali il programma di iniziative di Korakoinè, una nuova associazione di promozione culturale per la tutela e la valorizzazione del territorio, nata a Ferrara nel corso del 2014. La visita alle Delizie estensi, in programma per domenica 7 giugno alla presenza dell’architetto Marco Borella, sarà il primo di una serie di momenti dedicati al paesaggio in tutte le sue accezioni (culturale, urbano e agrario) e nel rapporto con l’arte e l’educazione. Si tratta di stimoli per approfondire un tema tanto delicato quanto vasto, con la consapevolezza che il territorio è un fondamentale e imprescindibile bene comune che – oggi come non mai – necessita di essere riconosciuto, tutelato, e valorizzato.
Cenni storici
Tra la fine del medioevo e durante il secolo d’oro del rinascimento la dinastia estense edificò a Ferrara e nel territorio circostante splendide residenze di corte: le cosiddette Delizie estensi, palazzi nobiliari circondati di meravigliosi giardini e parchi, lussuose dimore di campagna munite di torri e sistemi difensivi, veri e propri castelli da cui governare il territorio.
Delizia del Verginese, Portomaggiore (foto di Roberto Fontanelli)
Da un lato, queste superbe dimore offrivano alla potente famiglia agli Este luoghi di svago e mete per sfuggire alle torride estati cittadine, dall’altro rappresentavano dei centri di potere da cui esercitare un ravvicinato controllo sull’ampio territorio deltizio e sulle sconfinate distese di paludi e acquitrini che caratterizzavano il paesaggio naturale di quei tempi.
Le bonifiche condotte dagli Estensi nei secoli della loro supremazia politica assicurarono a quelle terre nuove e più vantaggiose prospettive per gli insediamenti umani, migliorandone le condizioni di vita e consentendo l’affermarsi di pratiche agricole diffuse. Fu un progetto politico che modellò profondamente la forma fisica del territorio, che divenne così sempre più il riflesso della cultura del rinascimento sul paesaggio naturale. Un “paesaggio culturale” di cui oggi restano tracce parziali, ma che secoli fa aveva saputo combinare insieme l’ambiente, i valori storici di un’epoca, le pratiche operose delle popolazioni che in quei luoghi avevano trovato ragioni di insediamento e capacità di sopravvivenza.
Villa della Mensa, Copparo
Il paesaggio agrario e la sistemazione territoriale prodotta dai grandi interventi estensi hanno subito, nei secoli successivi al ducato, profonde trasformazioni, dettate dalle mutate condizioni di vita rurale ma soprattutto rovesciate dai nuovi sistemi produttivi novecenteschi. Quello che era stato un chiaro “disegno del mondo” in cui i valori dell’armonia e della linearità compositiva propria dei contesti urbani erano stati trasferiti extra-muros, oltre le mura dell’urbe, in un progetto di estensione e continuità tra città e campagna, è oggi un insieme interrotto e disorganico che trova nelle Delizie Estensi però i nodi residuali benché ancora significativi di quel sistema.
Castello della Mesola
In quanto centri rurali di irradiazione di questa cultura urbana e umanistica, le Delizie estensi rappresentano un precipitato di identità culturale che travalica l’interesse storico-artistico-architettonico, di cui sono peraltro importanti, quando non superbi esempi monumentali, per rievocare nella loro collocazione fluvio-padana l’appartenenza a un progetto più ampio di valore paesaggistico. Le Delizie, nel loro insieme, sono state riconosciute dall’Unesco, Patrimonio dell’umanità, quali fondamentali espressione dell’identità storico-culturale del sito “Ferrara città del Rinascimento ed il suo delta del Po”. (A cura dell’associazione Korakoinè)
Programma della giornata Domenica 7 giugno 2015
ore 9:20 – Ritrovo dei partecipanti (in via Scandiana, davanti al Palazzo Schifanoia)
ore 9:30 – VISITA DI PALAZZO SCHIFANOIA, la prima Delizia ad essere eretta alla fine del XIV secolo in una posizione che all’epoca poteva definirsi suburbana.
La mattina prosegue, raggiungendo:
LA DELIZIA DEL BELRIGUARDO A VOGHIERA, costruita nel 1436-40 in aperta campagna sull’esempio delle antiche ville romane;
IL CASTELLO DEL VERGINESE, dagli inconfondibili angolari bugnati e dalle quattro torri merlate.
ore 13:00 – Sosta per il pranzo (al sacco) a Villa Mensa, Sabbioncello San Vittore.
ore 14:30 – Il pomeriggio riprende con LA VISITA AL COMPLESSO MONUMENTALE DI VILLA DELLA MENSA, situato a ridosso della sponda sinistra del Po di Volano, e appartenuto fin dall’origine al patrimonio immobiliare dell’episcopio ferrarese;
IL CASTELLO DELLA MESOLA, eretto a partire dal 1578 da Alfonso II, a coronamento della bonifica del Polesine di Ferrara; qui il duca si recava per dedicarsi alla pesca fluviale e alla caccia nei floridi boschi circostanti.
ore 18 – Arrivo a Ferrara (in piazzale Medaglie d’Oro)
Come partecipare
L’escursione si svolgerà in pulmann (max 52 posti) che garantirà tutti gli spostamenti della giornata.
Il costo dell’iniziativa è di 23 euro, comprensivo dei biglietti di ingresso a Palazzo Schifanoia (2 euro), alla Delizia di Belriguardo (5 euro) e al Castello della Mesola (2 euro). Il pranzo è al sacco.
Per partecipare occorre iscriversi entro il 29 maggio:
– versando la quota prevista tramite bonifico bancario intestato a Korakoinè aps IBAN IT62L0312713001000000002280 (dopo avere effettuato il pagamento, si prega di inviare mail di conferma all’indirizzo korakoine@gmail.com oppure telefonando allo 340 553 3025)
– oppure presso l’Istituto di Storia Contemporanea, vicolo Santo Spirito 11, Ferrara dove l’Associazione Korakoinè è a disposizione per ogni ulteriore informazione sull’iniziativa
tutti i giorni, da giovedì 21 a venerdì 29 maggio, ore 18:00 – 19:30 (esclusa la domenica),
il sabato 23, ore 10:00 – 12:30. Avvertenza. Se alla data sopraindicata non sarà stato raggiunto il numero previsto di partecipanti, l’escursione sarà annullata e le quote versate verranno restituite. Sarà cura dell’Associazione darne comunicazione agli iscritti nel più breve tempo possibile.
La novità del voto spagnolo di ieri è la grande affermazione di Podemos, un risultato atteso ma non scontato per il giovane movimento che si ispira ai valori della sinistra e alle pratiche dei social forum. La clamorosa vittoria riportata a Barcellona e il testa a testa con i Popolari a Madrid consegna a Podemos la guida delle due principali città della Spagna, poiché nella capitale di profila un’intesa con il partito socialista.
Le elezioni amministrative hanno dunque prodotto uno sconquasso del quadro poltico. E in autunno si vota per il Parlamento.
Ferraraitalia ha di recente dedicato un’articolata analisi al fenomeno Podemos, alle sue dinamiche, ai suoi protagonisti. Ve la riproponiamo.
Climbing, jumping, growing, crowdfunding! A tredici giorni dal lancio della nostra campagna di raccolta fondi saliamo, costantemente, grazie al sostegno di tutti. Se avete guardato il nostro video [vedi] noterete che siamo in pista anche dalla Russia, che, nei nostri confronti, non si sta affatto dimostrando fredda… Non solo ci leggono gli amici italiani, oggi anche tanti russi perfezionano la lingua italiana grazie alla lettura dei nostri articoli. Il tam tam funziona, siamo arrivati anche all’ufficio stampa del Museo di Mosca, dove una delle giovani interpreti, Anna Ludina, laureata in storia dell’arte con grande passione per il nostro Paese, si congratula per la cura costante e assidua che ci prendiamo nel portare la città di Ferrara nel mondo. Le piace anche molto l’attenzione che prestiamo alla cultura di altre capitali, come Mosca, ma non solo. Per chi ama l’Italia e ne voglia conoscere gli approfondimenti culturali e di attualità, la scoperta di questo giornale è davvero interessante, mi dice Anna. Bravi! Io parlo italiano abbastanza bene, ma leggendovi lo miglioro. E per me ciò è davvero utile e stimolante. Non ci avevo ancora pensato, ma veicolare la nostra bella e ricca lingua tramite i nostri scritti potrebbe essere un’altra idea. Ora non ci resta che alimentare questa passione senza fine che i russi hanno per l’italianità.
Lettori vicini e lontani, allora, forza, unitevi a noi, per crescere, per viaggiare, per sognare.
Dalla Russia con amore. Dalla Russia con furore. Dalla Russia con splendore. Sempre.
Il 22 maggio alle ore 20.45 presso la Scuola Bonati di Ferrara chi scrive terrà la conferenza dal titolo “Imparare la gratitudine”, a chiusura del ciclo “Educare insieme” organizzate dalla scuola.
Di seguito alcuni dei punti che si cercheranno di sviluppare durante l’incontro.
La gratitudine implica il riconoscimento dell’altro e perché ciò accada occorre a propria volta essere stati riconosciuti. Quindi è un atto di reciproco riconoscimento ed è questo il suo valore nella costruzione del legame sociale e personale. Una mia paziente afferma che “la gratitudine è fondata sul saper vedere. Sapere chi si è, cosa si ha, quali ricchezze interiori (e non) ci circondano e sapere chi ha contribuito a donarcele. Tutto ciò significa trovarsi di fronte allo specchio di se stessi e sapersi vedere in tutte le diverse sfumature”.
La gratitudine non implica che il conto sia saldato e rifugge da logiche contabili. Per insegnare la gratitudine occorre educare alla gratuità dei gesti nelle relazioni affettive, cioè dare senza poi ad un certo punto della vita presentare il conto. È la consapevolezza della gratuità delle relazioni e dei sentimenti che ne conseguono che sollecita, attraverso il dono, un meccanismo di contro dono.
Il senso di gratitudine non si sollecita con i “favori”, che anzi possono avere effetti opposti, ma con il riconoscimento e l’empatia. Un altro paziente sostiene che “dire grazie agli altri presuppone l’avere riconosciuto il valore di sé e di ciò che abbiamo e l’aver riconosciuto il valore degli altri… una conferma di sé che proviene dal riconoscimento degli altri, del loro spazio, della loro importanza nella nostra vita”.
Occorre poi distinguere una gratitudine legata alla contingenza di un atto e la gratitudine come attitudine costante verso l’altro e verso la vita. Posso anche essere grato all’altro che mi permette di compiere un gesto che implica un dono e tale gesto mi fa sentire bene. Per essere grati bisogna accorgersi che un evento positivo è capitato nella nostra vita (è impossibile essere riconoscenti per qualcosa che non abbiamo nemmeno notato). Occorre rendersi conto che quell’evento è stato provocato intenzionalmente da qualcuno.
Le persone inclini alla gratitudine si distinguono per un maggiore senso di vicinanza agli altri e ciò le aiuta a costruire solide reti sociali, che sono fattore essenziale per il benessere individuale. Inoltre sono più vitali, ottimiste, empatiche e sperimentano più spesso emozioni come gioia, meraviglia e così via. La gratitudine quindi fa bene a chi la prova perché con quel gesto si sente visto e amato dall’altro, e a chi la riceve perché è riconosciuto.
Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali. baratellichiara@gmail.com
Incarichi, rimborsi, scandali, propaganda, consenso, clientele. Sono termini che ricorrono (troppo) spesso quando si parla di politica. Non da oggi, anche se l’impressione è che le cose peggiorino progressivamente, si degradino di continuo. Ma forse questa è solo una sensazione, figlia di un atteggiamento che ci induce al rimpianto di un presunto ‘bel tempo andato’, che tale in genere è solo nel ricordo. Perché il rimpianto vero che nutriamo è semplicemente quello della nostra giovinezza, di quando ancora avevamo tutta la strada dinanzi, colma di incertezza ma gravida anche di possibilità.
Di certo, però, la politica dovrebbe essere ben altro dal raccapricciante spettacolo al quale quotidianamente siamo costretti ad assistere. A contrassegnarla dovrebbero essere espressioni valoriali, perché non sulla base di appetiti individuali ma di una meta condivisa e di uno scopo degno d’essere pubblicamente dichiarato andrebbero orientati il camino e condizionate le scelte collettive da compiere.
Invece la politica è in molti suoi anfratti il regno regno dell’indicibile, del sommerso, delle tenebre che celano il malaffare. Ci sono, però, uomini e donne che con la loro vita e il loro impegno testimoniano che questa non è l’unica via e che un modello alternativo e virtuoso non solo è auspicabile ma è davvero possibile e praticabile.
Abbiamo recentemente celebrato il compleanno di due grandi protagonisti della storia politica italiana, due giganti del Novecento, due emblemi della sinistra: intelligenza, passione, pulizia morale hanno contrassegnato il loro impegno per il progresso e il riscatto delle classi subalterne. Pietro Ingrao ha festeggiato il secolo di vita, Rossana Rossanda ha fatto 91 anni: entrambi si mantengono ancora straordinariamente lucidi a dispetto dell’età e forse ancora oggi molto più giovani di chi, dalla sua, ha l’anagrafe ma non la visione.
Di recente è ricorso anche un altro – in questo caso triste – anniversario, particolarmente significativo per la nostra città e per la sua recente vicenda politica: il terzo anniversario della scomparsa di Stefano Tassinari, stroncato l’8 maggio 2012 da un male contro il quale ha tenacemente lottato per otto lunghi anni a dispetto delle previsioni dei medici che in prima diagnosi gli pronosticarono pochi mesi di vita, a conferma che la forza della volontà molto può.
Stefano è stato un intellettuale a tutto tondo, la cui reale statura a Ferrara non è mai stata compresa per intero. Ma chi lo ha conosciuto sa che l’accostamento a giganti quali Ingrao e Rossanda non è fuori luogo, perché davvero il suo intelletto spiccava. E’ stato scrittore, giornalista, poeta, critico letterario, musicista, autore teatrale, operatore culturale e “militante politico”, come amava definirsi non avendo smanie di carriera. Tracciare santini di solito genera il rischio di un effetto boomerang, perché chi non sa tende a irridere. Si può dire con certezza che è stato un politico atipico, in particolare se raffrontato a quello che è il modello oggi prevalente. Già a Ferrara e poi – a partire dagli anni Novanta – a Bologna, dove è stato compreso e apprezzato più che nella sua città natale, Tassinari è stato emblema di una nobile interpretazione dell’impegno civile e politico.
Il profilo che ne traccia Stefano Massari, regista del docufilm “Tass, storia di Stefano Tassinari” è quello di “un inesauribile motore di ‘cultura’. Un uomo governato da una coerenza radicale, ma capace di orizzonti culturali capillari e vastissimi. Un uomo di grande rigore e di generosità autentica, senza compromessi, diventato nel corso degli anni un punto di riferimento, un interlocutore cruciale per tantissimi protagonisti del mondo culturale e politico non solo bolognese. Un’eredità culturale unica, penetrata profondamente in chi ha avuto il privilegio di attraversare accanto a lui la storia culturale di Bologna nell’Italia degli ultimi vent’anni”.
Il lungometraggio, presentato la scorsa estate al Biografilm festival, raccoglie il racconto corale di artisti, intellettuali, scrittori, uomini politici che gli sono stati accanto in tantissime vicende culturali: Pino Cacucci, Mauro Pagani, Mario Dondero, Marcello Fois, Alberto Bertoni, Carlo Lucarelli, Bruno Arpaia, Marco Baliani, Claudio Lolli, Fausto Bertinotti, Filippo Vendemmiati, Luca Gavagna, Andrea Satta, Pier Damiano Ori, Concetto Pozzati e molti molti altri… Il suo spessore etico, intellettuale e politico è da tutti riconosciuto.
Va detto che quella di Stefano Tassinari non era solo un’altra stagione, ma era proprio un’altra maniera di concepire la politica: perché gli arrivismi, le scaltrezza, gli opportunismi, la corruzione c’erano allora come ora. A far la differenza erano e sono gli uomini e le loro qualità morali e intellettuali: l’onestà, l’intelligenza, la volontà di operare nell’interesse collettivo e non in funzione di un personale tornaconto, la lungimiranza, la capacità e l’avvedutezza di orientare le scelte in coerenza con un progetto e non in funzione di un risultato immediato da poter spendere subito al banco del consenso…
Stefano Tassinari non rappresenta semplicemente l’emblema di un tipo politico del quale oggi si hanno rari esempi, era un’eccezione già 30 anni fa. Che cosa lo rendeva tanto speciale? Non semplicemente la concezione della “politica come servizio”, come su usa dire ora (e per quel che si osserva in giro in termini di miserie e meschinerie già sarebbe un bel passo avanti): lui era ben oltre questo primo livello, aveva visione e agiva secondo una prospettiva e un disegno organico, consapevolmente elaborato.
A renderlo speciale e diverso erano poi alcune qualità e una serie di valori che non si limitava a predicare, ma che praticava con coerenza e tenacia. Ho avuto modo, nei giorni scorsi, di parlarne agli studenti del liceo scientifico di Argenta in occasione delle premiazioni di un concorso artistico-letterario nato lo scorso anno su impulso della professoressa Francesca Boari. La sua opera è stata il punto di riferimento per un serio lavoro di ricerca svolto dagli studenti (del liceo nel quale Tassinari concluse gli studi superiori), coordinati e stimolati da un gruppo di motivati insegnanti fra i quali Silvia Sansonetti, sostenuti da un preside, Francesco Borciani, pieno di entusiasmo e di energia, il cui desiderio di poter intitolare a Tassinari la scuola si spera possa trovar compimento.
I ragazzi hanno letto e utilizzato i testi narrativi di Tassinari come base per la realizzazione di loro elaborati realizzati in forma scritta e audiovisiva. Il tutto è culminato con una premiazione che si è tenuta sabato scorso alla presenza del sindaco Fiorentini. L’eccellente testo del racconto vincitore è pubblicato da Ferraraitalia [leggi qua].
A quei ragazzi ho voluto indicare alcuni dei valori che hanno orientato l’impegno di Stefano Tassinari, perché potessero apprezzarne la cifra e comprendere che a far la differenza contribuiscono sempre impegno e dedizione. Li ho ricondotti a quelli che, a mio avviso, meglio fotografavano la sua personalità: coerenza, passione, condivisione, conoscenza e, primo fra tutti, il rigore, di contrappunto alla superficialità. In ogni sua intrapresa pretendeva da sé e da tutti precisione, accuratezza, verifica puntuale e sistematica delle informazioni e delle fonti. A tutti riservava rispettosa attenzione e un ascolto autentico.
Era coerente con i suoi valori: lo è stato nella sua vicenda politica pur passando da Avanguardia operaia a Democrazia proletaria, di cui fu a Ferrara segretario provinciale, poi ai Verdi Arcobaleno (nati da un manifesto lanciato da Mario Capanna, Dario Fo e dall’ambientalista Virginio Bettini), quindi a Rifondazione comunista, godendo di grande considerazione da parte di Fausto Bertinotti. Ma fu un percorso idealmente lineare. E non fece ‘carriera’ pur avendo le qualità e la possibilità, semplicemente perché non gli interessava, perché non mirava alla propria affermazione ma lavorava attorno a un progetto il cui valore stava nell’approdo collettivo.
Odiava l’opportunismo. E’ stato sempre attivo e pacatamente battagliero nell’arcipelago della sinistra, con spirito libertario, ambientalista, pacifista, anticapitalista; significativamente e orgogliosamente trotzkista. Le sue scelte valoriali si riflettevano nel coerente perseguimento di una stella polare nella quale rifulgevano il senso di responsabilità e la lealtà.
Ha sempre messo in campo la passione contro l’indifferenza degli ignavi e dei qualunquisti: coinvolto e coinvolgente, metteva in gioco entusiasmo, impegno e non teneva in conto il sacrificio. Era idealmente partigiano, pur senza averlo potuto essere per ragioni anagrafiche. Il disincanto era lontano da lui anni luce, lo spirito di Gramsci invece gli era affine così come il celebre anatema contro gli indifferenti.
Concepiva l’impegno unicamente nella sua dimensione collettiva, corale, contro l’imperante individualismo: nel giornalismo (Luci della città, Rete 7, Letteraria) era lo spirito di redazione a prevalere, nel partito quello gruppo; persino da scrittore ruppe l’isolamento tipico del ruolo e si prodigò per la nascita dell’associazione (degli scrittori bolognesi) che ha preso vita grazie al suo impegno. Era consapevole che la responsabilità delle scelte è sempre individuale, ma convinto con Marx che sono le masse a cambiare il corso degli eventi perché la storia è storia di lotta di classi. Mostrava rispetto, cercava la condivisione, si esprimeva non con l’io ma col noi.
E infine, ha sempre attribuito valore centrale alla cultura e alla conoscenza. Sosteneva il dovere di studiare, di coltivare i talenti di cui si è dotati, l’inderogabile obbligo di informarsi e di leggere. Era insofferente alle cialtronate, detestava l’ignoranza, un vizio per il quale poteva mostrarsi sprezzante se frutto di incuria e disinteresse e non invece di una condizione di svantaggio culturale.
Che c’entra tutto questo con la politica? C’entra, c’entra eccome perché la politica è anche e soprattutto questo: favorire la crescita e lo sviluppo civile e culturale di una comunità. Stare seduti sui banchi di un consiglio comunale o di una giunta, del Senato o della Camera è semplicemente un’esigenza funzionale. E’ una necessità tecnica, non un obiettivo. Così la pensava e di conseguenza si è sempre regolato, anche quando ha rinunciato a incarichi prestigiosi. E non è un caso se di lui, anche chi ne ha avversato il giudizio serba il ricordo di un uomo intellettualmente onesto e politicamente corretto. Convinto delle proprie idee, ma non integralista e sempre pronto al dialogo, era rispettato e benvoluto. E su di lui davvero si faticava ad alimentare cattivi pensieri.
“Il Teatro rappresenta sul palco l’essenza dell’uomo, riflette ciascuno nei personaggi. Ed è proprio questo l’spetto più faticoso del Teatro che va amato e non capito.” Gabriele Lavia
Ricetta: Tenda Summer School. Ingredienti: una tenda di medie dimensioni, un giardino di un edificio rinascimentale nel ferrarese, un sogno di fare l’attore, tre bravi insegnanti, sé stessi, fantasia e creatività q.b. Preparazione: mescolate il tutto delicatamente, ma con energia, e il gioco è fatto.
E’ una ricetta semplice, ma particolarmente deliziosa, quella che ha preparato per noi Foné Scuola di Teatro, in collaborazione con la Escuela de Artes Escènica di Santiago di Compostela e la compagnia scozzese Teatro Replico: la Tenda Summer School. A parte il percorso in sé e il tema, molto stimolanti e interessanti per i giovani fra i 14 e i 22 anni (perché a loro è indirizzata questa scuola estiva), quello che mi ha maggiormente incuriosito è l’uso della tenda e il ricorso allo yoga.
La simbologia della tenda è varia e complessa, non vogliamo farne una storia, che lo sarebbe già di per sé, ma solo ricordarne alcuni riferimenti alle pagine evangeliche, alla tradizione degli scout, al suo ruolo nella cultura nomade mongola della steppa o nella vita quotidiana e avventurosa degli indiani d’America, per citarne alcuni. Gli studiosi del Vangelo ritengono che la tenda possa essere il simbolo dell’avventuroso rapporto tra Dio e l’umanità. Stabile e fragile insieme. Percepibile e no, oggi qui e domani là, misterioso sempre. Se, invece, ci soffermiamo a riflettere sulla tenda nel mondo scout, eccoci davanti al simbolo di una vita all’aperto, a contatto con la natura. Anche qui i gruppi scout spesso richiamano la Bibbia, se ci si ricorda della tenda e della vita all’aperto è più spontaneo pensare che tutte le nostre doti non ci appartengono ma che vanno messe al servizio degli altri. Allo stesso tempo, la tenda rappresenta la libertà, le prime notti passate fuori casa, nelle vacanze con gli amici del gruppo, il contatto puro e vero con la natura, una prova di coraggio e, magari, di critica alla società consumistica. Nella tenda si può anche essere soli con sé stessi, a contatto solo con il nostro io. In momenti preziosi di silenzio. La leggerezza di questo abitare temporaneo, efficiente, economico e facilmente trasportabile, era stata voluta e percepita da molti popoli, a partire dai nomadi della steppa del condottiero e sovrano mongolo Gengis Khan (1162-1227), fino ad arrivare agli indiani d’America nel XV secolo, che vivevano in tende chiamate “tepee” (da “te”, abitare e “pee”, usata per) fatte di pelle di bisonte conciate e dalla forma circolare. La storia sarebbe lunga (tutti da bambini abbiamo avuto una tenda colorata, soprattutto indiana) e, per rimanere alla nostra ricetta iniziale (e non portarvi troppo lontano solo con la tenda), abbiamo parlato con (il poliedrico e creativo) Massimo Malucelli, presidente di Foné Scuola Teatro e del Centro di Preformazione Attoriale, per soddisfare alcune nostre curiosità. Subito gli abbiamo chiesto come è nata l’idea della Tenda Summer School (4-8 agosto 2015) e perché si è voluto fare riferimento (e uso) proprio alla tenda. L’idea, ci ha detto, nasce per dare continuità estiva all’attività del Centro di preformazione attoriale (www.centropreformazioneattoriale.it) che ha suscitato grande entusiasmo nei ragazzi, i quali hanno richiesto di poter fare analoga esperienza durante il periodo estivo. La scuola (sette ore al giorno per 5 giorni) vuole fornire grammatiche, tecniche e approfondimenti della didattica per la scena e strumenti pre-professionalizzanti e orientativi, allenare o ‘liberare’ le proprie capacità espressive e soprattutto fare un’esperienza creativa che prepari ad affrontare la dimensione del palcoscenico. E’, dunque, pensata per offrire ai ragazzi il giusto mix tra studio e divertimento. Gli allievi avranno infatti la possibilità di lavorare con un team di docenti internazionale e contemporaneamente di svagarsi approfittando dello spazio-ricreativo e rilassante, che favorisce la condivisione e la socializzazione fra i protagonisti dell’esperienza. Perché la tenda? La tenda ha un fascino straordinario e permette di condividere con i propri compagni di corso le emozioni e le scoperte fatte durante le giornate di studio. In questo modo, si entra in una dimensione di totale immersione e magia dell’esperienza che si sta vivendo, una condivisione che passa per il contatto umano diretto, lontano, per una volta e per un periodo, dalla dimensione di condivisione spesso forzata dei social network. Ci sono poi tende e tende…
Vista la sua dimensione internazionale, il corso sarà tenuto in inglese? E come è caduta la scelta sulla splendida location rinascimentale di Villa Mensa?
Villa Mensa, delizia estense nella campagna ferrarese.
Il corso sarà tenuto in italiano, con traduzioni in inglese e spagnolo, quando necessario.
La location ci è stata proposta e l’abbiamo accettata volentieri. Come hai detto tu stessa, è bellissima, in effetti, lo scenario è davvero unico: Villa Mensa, delizia estense, campagna ferrarese, nel comune di Copparo. Edificio rinascimentale voluto nel 1480 dai Della Rovere e costruita nel 1480 dal vescovo Bartolomeo della Rovere, diventa residenza di villeggiatura vescovile dell’epoca. Ospitò Tommaso Ruffo e Ippolito d’Este. La Villa è ubicata sulla sinistra del Po di Volano, vicino a Sabbioncello, in località San Vittore, piccola frazione a otto chilometri da Copparo, sulla strada verso Formignana. E’ un complesso monumentale di grande importanza, dove soggiornarono i vescovi di Ferrara fino al tempo delle soppressioni napoleoniche (1797). La grande villa fu fatta costruire da Bartolomeo della Rovere, nipote di papa Sisto IV e fratello di papa Giulio II, tra il 1474 ed il 1495.
Villa Mensa si trova a Sabbioncello San Vittore, Copparo.
La facciata, rivolta ad occidente, si prolunga con due muraglie merlate che immettono nei cortili di servizio ai lati della villa; la muraglia verso la strada termina con una piccola cappella. Dal portone centrale ci si immette in un cortile nel quale si prospetta il porticato di sei archi, con colonne e capitelli; sul lato sinistro si eleva la torre di scolta, destinata a colombaia alla fine del XIX secolo. Da vedere). Le tende egli alunni saranno adagiate nel giardino interno, a guardare il cielo, la luna e l’antico loggiato.
“Dalla commedia dell’arte alla comicità contemporanea”, questo il titolo del corso, come mai questa scelta?
L’attore nel suo teatro
Il tema è un mio pallino. Sto partendo, infatti, per l’Università di Vigo, in Spagna, per tenere una conferenza-spettacolo e un master sul tema. Qui presenterò vari esempi di personaggi tradizionali che, legati al cinema, alla commedia e alla televisione di oggi, sono figli della commedia dell’arte. Penso a Charlot, Totò o Peter Sellers, versione moderna di Pantalone e di altri personaggi della commedia dell’arte, archetipi fondativi della nostra possibilità di raccontare storie. Credo che la comicità, e in generale il grande spettacolo, cinema compreso, si fondi su archetipi universali che affondano le radici nella commedia dell’arte. Ricordo che la commedia dell’arte è nata in Italia, nel XVI secolo. Si trattava di una diversa modalità di rappresentazione teatrale, non di un genere, si basava su canovacci o scenari, ed era tenuta, inizialmente all’aperto, con pochi oggetti a scenografia. Si parlava spesso anche di “commedia improvvisa” o “a braccio”. La definizione di commedia dell’arte si ritrova, però, per la prima volta, nel 1750, nella commedia “Il teatro comico” di Goldoni. Partire dalle radici di quella che era conosciuta, all’estero, come “commedia italiana”, e studiare quegli archetipi significa affondare in un terreno ricco di stimoli e di potenzialità per le creazioni contemporanee e dar vita a personaggi attuali forti e profondi. Dovendo tenere il corso a una facoltà di lettere, tradizionalmente più legata alla teoria di quanto non lo sia ovviamente io, partirò dal canovaccio inteso come la struttura in cui si muove il personaggio e che porta avanti la storia. Il filo conduttore. Ho dovuto proporre un compromesso. Per me resta fondamentale far comprendere come ogni personaggio rappresenti una condizione umana con il suo terrore della fine (della morte), e come il comico ribalti questo in vitalità… Ciò che davvero importa è che la commedia non scada a fenomeno di tipo folcloristico o che corrompa in una versione che non corrisponda alla sua natura originaria. La commedia è immaginazione che si fa concreta. Il corpo è la dimensione interconnessa con il pensiero, non si può prescindere da questo legame indissolubile, una distinzione che in realtà non esiste. E’ difficile perché siamo tutti mentali, molto testa e ragione.
L’attore Massimo Malucelli e Villa Mensa, luogo in cui si svolge la Tenda Summer School
Quando l’attore entra in scena, spesso basta un gesto per definirlo nel suo intero, attraverso il corpo si manifestano i prodotti della fantasia. Il corpo deve diventare qualcosa di più di un semplice strumento meccanico, mai si deve dividere tra anima e corpo. Vale la pena riprendere un concetto del regista e teorico del teatro russo, Kostantin Stanislavkskij, quello del “come se io fossi”. Sebbene Stanislavkskij fosse il teorico del metodo e del rigore (per questo mi si potrebbe prendere per un “eretico” nel fare un accostamento tanto azzardato), con poco spazio lasciato alla recitazione istintiva, il suo ruolo lasciato all’immaginazione, a una fantasia attiva e allenata e alla domanda che l’attore si deve fare “se io fossi in quella situazione”, sono un reale e importante insegnamento. Perché la libertà intellettuale creativa è nel mezzo, nel grigio. Sono grande partigiano, quindi, avrai capito, dell’unione fra le cartesiane res cogitans e res extensa. Galimberti diceva che il sorriso non è solo un insieme di muscoli, conta l’intenzione al sorriso. In questa senso la connessione fra attori e yoga. Anche quando scrivo ho sempre bisogno di visualizzare la situazione, devo vedere la scena. La Vita è fatta di eccezioni e di fluidità e il fantastico non ha limiti purché sia fisico.
Ci piacerebbe saperne qualcosa di più sul gruppo di docenti, ci incuriosisce la portata internazionale…
Escuela de Artes Escènica di Santiago di Compostela
A parte me, presidente di Foné e del Centro preformazione attoriale e insegnante internazionale di commedia dell’arte (aggiungerei laureato in filosofia con tesi sul canovaccio nella commedia dell’arte, sceneggiatore, autore teatrale, regista, attore e direttore artistico), vi saranno Marcos Grande Pazos, docente spagnolo e direttore artistico dell’Escuela de Artes Escènicas Pabulo di Santiago de Compostela [vedi] e Joe Gallagher, specialista di teatro shakespeariano, direttore della compagnia scozzese Teatro Replico [vedi].
Teatro Replico, compagnia scozzese
Marcos insegna “espressione corporale” e cerca di far apprendere agli allievi come incarnare un personaggio, come mettersi nella sua pelle, come crearlo, capirlo, essere lui. A partire dalla sua maniera di muoversi, fino al suo pensiero e al suo carattere. Il corpo è lo strumento di lavoro dell’attore, bisogna allora conoscerlo, esplorarlo, capirlo, guidarlo, modellarlo, dominarlo nel suo movimento, nella sua capacità espressiva. Perché il corpo comunica, ognuno in maniera diversa (non c’è un modello universale), ognuno con il suo, ciascuno con specificità e espressività differente.
Joe ha una vasta esperienza come attore classico, avendo lavorato con molti di primi attori e registi scozzesi. Con Teatro Replico ha prodotto presentazioni e risorse online di qualità, volte a sostenere lo studio del dramma inglese nelle scuole e nei college. E’ laureato all’University College London e ha oltre 25 anni di esperienza in teatro, tv e radio.
Molto interessante l’inizio del programma con alcune ore di yoga. Essendo yogi convinta (anche se da poco) mi piacerebbe capire perché, quale il legame…
Noi raccontiamo storie con il corpo. Tutto ciò che aiuta a percepirci come potenziale espressivo, capace di far vivere, concretamente, l’immaginario che si contrappone al nostro comune concetto di corpo versus anima (tipico del nostro Occidente dissociato), aiuta la nostra arte. Anzi, le fornisce proprio il “materiale creativo”. Ben vengano dunque yoga, Tai Chi, danza. Il ritmo è quello che conta. Gli storici delle religioni pensano poi che il termine yoga derivi dalla radice “yuj-“, unire. Ci siamo già spiegati…
Avete adesioni ad oggi e da dove? E come sta reagendo Ferrara, all’esperienza della scuola in generale?
Oltre ai nostri allievi, abbiamo già varie adesioni dall’Italia, dalla Spagna e dall’Inghilterra.
Ferrara sta reagendo molto bene, abbiamo il pieno supporto delle istituzioni a partire dal Comune. Anche la cittadinanza è partecipe; quest’anno abbiamo 22 allievi giovani per un totale di 40. Ammetto che il passaparola sta funzionando bene, il pubblico ci sta conoscendo sempre di più, anche grazie al ruolo di un mio ex allievo, oggi collaboratore, Stefano Muroni, che dalle mie aule è partito con il sogno di diventare come Benigni e che sta facendo una brillante carriera. Stefano, con il quale ho portato avanti questo progetto, ha sempre riconosciuto l’importanza dell’improvvisazione che ha sviluppato studiando con me. Brillante allievo del Centro sperimentale di cinematografia di Roma, mi ha “convinto”, dicendomi, di fronte al mio tentennamento iniziale dovuto ai tempi attuali di crisi, che questa scuola serve proprio a evitare quello che questa crisi ha portato, l’impedimento sognare. A questi giovani bisogna ridare la possibilità di farlo, con la consapevolezza che può non andare bene ma che si può e ci si deve provare. I giovani ferraresi stanno comprendendo questo messaggio, e con la scuola stanno già avendo molte opportunità: chi parte per lo stage di Marcos Grande Pazos, spesato dalla scuola stessa, e chi farà parte della giuria del Giffoni Film festival. Altri hanno già avuto esperienza con Telestense.
I giovani partecipanti alla summer school, invece, per tornare a essa, potranno produrre scene originali che saranno filmate e consegnate su Ddv, il che sarà per loro anche un buon curriculum, una sorta di provino, un capitale utile a proporsi in seguito. Le cinque migliori saranno subito presentate da Telestense, una buona occasione per vedersi e rivedersi. Una riconoscibilità mediatica che possa portare materiale da spendere in audizioni, provini, pagine web e presso compagnie e altri circuiti televisivi. Un buon inizio. Per parte nostra, solo un augurio sincero, allora: buon sogno!
I corsi inizieranno il 4 agosto e si concluderanno, con le riprese finali, l’8 agosto. Dureranno 5 giorni con il seguente orario: dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19 L’ultimo giorno sarà organizzata una serata di festa e spettacolo, con la presentazione dei personaggi creati, in forma di “work in progress” . In alcune delle altre sere vi sarà la proiezione di film inerenti il lavoro svolto e sulla dimensione della comicità (La Commedia dell’Arte nel cinema italiano e nella comicità contemporanea). Iscrizioni entro il 30 Maggio.
Carceri, ospedali psichiatrici, scuole, strutture terapeutiche: luoghi non convenzionali di messa in scena. Sono passati ormai quasi quarant’anni da quel 1976, quando il Teatro Nucleo – allora Comuna Nucleo – è arrivato in Italia da Buenos Aires, costretto all’esilio dal golpe di Videla. Fondato nel 1974 da Horacio Czertok e Cora Herrendorf, nel 1978 il Teatro Nucleo si stabilisce definitivamente a Ferrara, chiamato dallo psichiatra basagliano Antonio Slavich per collaborare nel processo di chiusura dell’ex-ospedale psichiatrico della città, che diviene anche la sua prima sede. Alla base dell’attività del Nucleo c’è la concezione del teatro non come puro intrattenimento, ma come portatore di un’etica sociale, come momento di profonda condivisione di un’esperienza fra attori e spettatori. E se, come fa il Teatro Nucleo, al centro si pone il rapporto con l’essere umano in quanto tale, il teatro diventa un potente strumento di inclusione e trasformazione sociale. È con questo spirito che negli anni sono nati spettacoli per gli spazi aperti e i tanti progetti di teatro in carcere, nelle scuole, nelle strutture terapeutiche e nelle istituzioni legate al lavoro sulla salute mentale e all’integrazione sociale. Il progetto Teatro Carcere, nel quale Horacio Czertok lavora con alcuni detenuti della Casa circondariale di Ferrara, insignito nel 2012 con la medaglia premio di rappresentanza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il progetto Arte e salute mentale con pazienti psichiatrici del Dipartimento salute mentale di Ferrara e la Scuola di formazione per operatori teatrali nel sociale, diretta da Cora Herrendorf, sono solo alcuni esempi.
Nel 1981, dopo un seminario con Horacio Czertok e Cora Herrendorf, entra a far parte del Teatro Nucleo anche Antonio Tassinari, che ne diventa da subito elemento fondamentale. È lui a ideare e coordinare il Teatro Comunitario di Pontelagoscuro, un’esperienza nata anche dai legami mai del tutto recisi del Teatro Nucleo con l’Argentina. È qui che il teatro comunitario nasce negli anni Ottanta, forma teatrale della e per la comunità, basata sull’integrazione intergenerazionale e su un’idea direcupero della memoria collettiva, non la storia scritta sui libri, ma la narrazione costituita dai ricordi delle persone che la comunità la costituiscono e la vivono.
Nel frattempo il Teatro Nucleodiventa organismo stabile riconosciuto dalla Regione Emilia Romagna e, nel 2003, riceve dal Comune di Ferrara una nuova sede a Pontelagoscuro, due anni dopo intitolata allo scrittore Julio Cortázar, in onore delle proprie radici argentine.
Teatro Nucleo, ‘Quijote!’, con Horacio Czertok e Antonio Tassinari.
Guardando indietro, a tutto ciò che ha costruito in questi quarant’anni, la cooperativa Teatro Nucleo ha pensato di festeggiare questo suo quarantesimo compleanno e di cogliere l’occasione per rendere omaggio alla memoria di Antonio Tassinari, scomparso un anno fa lasciando un grande vuoto nel mondo culturale e teatrale ferrarese e non solo. Così è nata “La Primavera del Teatro”, che arriverà al Teatro Julio Cortàzar a Pontelagoscuro da domani 22 maggio al 7 giugno 2015. Un assaggio lo si potrà avere già stasera alle 18 a Ferrara Off Teatro con la presentazione in anteprima di due volumi: “Pasado y presente de un mundo posible. Adhemar Bianchi y Ricardo Talento: del teatro independiente al comunitario”, a cura di Mónica Berman, Ana Durán e Sonia Jaroslavsky (edizioni Leviatan) e “Un’avventura utopica. Teatro e trasformazione nell’esperienza del Gruppo Teatro Comunitario di Pontelagoscuro”, a cura di Greta Marzano ed Erica Guzzo (edito da Titivillus).
‘Los Calandracas’, Circuito Cultural Barracas
Dal 22 al 31 maggio il Teatro Julio Cortázar ospiterà “L’Eredità Vivente”, progetto di formazione artistica e culturale con gruppi di spicco della scena teatrale internazionale, che in questi anni hanno intrecciato le proprie vicende e la propria ricerca con quelle del Nucleo.
Dall’Argentina saranno a Ferrara Ricardo Talento e Ana Serralta, esponenti del Circuito Cultural Barracas e del Gruppo di Teatro Catalinas Sur, due realtà con sede a Buenos Aires legate all’impegno nel Teatro comunitario.
Teatr Osmego DniaCathy Marchand
Dalla Polonia arriverà Teatr Osmego Dnia: fondato nel 1964 da un gruppo di studenti universitari della città di Poznan, con la proclamazione dello stato di assedio e la legge marziale, la sua attività viene pesantemente compromessa e una parte del gruppo nel 1985 deve emigrare, facendo tappa a Ferrara, dove viene accolto dal Teatro Nucleo. Infine in rappresentanza del Living Theatre, l’attrice Cathy Marchand, allieva dei maestri fondatori Judith Malina e Julian Beck. “Presupposto del progetto, da cui il titolo – afferma Horacio Czertok, presidente di Teatro Nucleo – è che l’eredità umana e artistica dei Maestri non possa essere sostituita dallo studio in differita sui libri di testo o altri materiali tramandati. L’unico vero spazio in cui si può ricevere un’eredità artistica, umana e spirituale come quella di cui sono portatori i gruppi invitati, è quello dell’esperienza condivisa, dell’incontro e della relazione tra allievi e Maestri”.
Teatro Catalinas Sur
Fra gli eventi aperti al pubblico al Teatro Cortàzar si segnalano: il 26 maggio alle 20:30, in anteprima nazionale, “I Dossier”, nato dalla scoperta da parte degli attori e delle attrici della compagnia Teatr Osmego Dnia, dei loro fascicoli personali redatti dalla polizia segreta tra il 1975 e il 1983, durante il regime totalitario in Polonia (ingresso a offerta libera); il 28 maggio alle 16:00 l’incontro aperto al pubblico con i maestri de “L’Eredità Vivente”, seguito dalla presentazione di “Living Theatre nelle immagini di Marco Caselli Nirmal 1977-2013”; infine il 29 maggio alle ore 21:00 il “Tributo a Judith Malina”, video e testimonianze della maestra Cathy Marchand (Living Theatre).
Dal 5 al 7 giugno toccherà poi al Totem Arti Festival animare il Teatro Julio Cortazar e il parco Tito Salomoni, luogo della memoria della Pontelagoscuro prima dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Giunto alla sua terza edizione conserva intatta la volontà di creare uno spazio di condivisione e partecipazione, per coinvolgere la comunità e i giovani avvicinandoli alla fruizione di sperimentazioni artistiche e culturali. L’inaugurazione sarà venerdì 5 alle 18:30 con aperitivo e performance nel parco: la Compagnia Iris presenterà “Segni particolari: un segno sul cuore”, l’esito del laboratorio condiviso sulla performance contemporanea, condotto in collaborazione con Alice Bariselli e A/M Project, Natasha Czertok con Greta Marzano e fannybullock. Si proseguirà alle 21 con la danza della Compagnia Simona Bertozzi/Nexus che presenta “Bird’s Eyes View”.
Sabato 6 giugno alle 21 la danza lascerà spazio alla prosa per uno spettacolo che, con profonda ironia e cinica leggerezza, affronta il dramma del futuro negato: “Mio figlio era come un padre per me” dei Fratelli Dalla Via, vincitore del Premio Scenario 2013.
Foto del Totem Arti Festival edizione 2014. Clicca sulle immagini per ingrandirle.
Foto di Daniele Monatovani.
Domenica 7alle 17Irene Guerrini terrà una lezione gratuita della disciplina circense del tessuto aereo, per tutti coloro che al circo non possono fare a meno di rimanere con il naso all’insù, affascinati da quelle figure che sembrano fluttuare nell’aria. Alle 18.30, direttamente dal Freak’s Puppet Circus delle Officine Duende, nel Parco Tito Salomoni verrà esibito, come nelle fiere d’altri tempi, il “fenomeno” delle sorelle siamesi: un unico corpo con due cuori separati o due corpi uniti da un amore unico e indissolubile? A chiudere il Totem Arti Festival sarà alle 21 “Memorie dal reparto n°6 di Teatro Nucleo/Sfumature in atto, liberamente tratto dal racconto di Anton Checov. Da venerdì a domenicail parco Tito Salomoni si riempirà di musica: dalle 19 alle 21 con Radio Strike, le sue selezioni musicali e le sue interviste agli artisti. Inoltre venerdì 5 dalle 22 nel parco si esibiranno i Jessica Hyde, mentre sabato 6 dalle 22.30 toccherà a Voodoo Sound Club.
Link correlati: Programma L’Eredità Vivente [vedi]. Programma Totem Festival [vedi].
Un solido futuro per Ferraraitalia e un’opportunità di lavoro per alcuni giovani collaboratori che con passione si sono impegnati in questi mesi nello sviluppo del progetto. Lunedì 11 maggio è iniziata l’avventura di “Una redazione condivisa per Ferraraitalia”, la campagna di crowdfunding lanciata con l’obiettivo di favorire il passaggio dalla fase del puro volontariato a quella dell’impresa, che vede nella nascita di una cooperativa una concreta opportunità occupazionale. E’ un passo importante quello che ci accingiamo a compiere, ben ponderato. Un passo, però, che necessità del contributo della nostra comunità di lettori ai quali abbiamo rivolto l’invito ad accompagnarci in questo cammino.
Dopo poche ore dall’avvio della campagna, ecco già i primi sostenitori. I contributi sono affluiti regolarmente e in appena dieci giorni di raccolta abbiamo raggiunto la ragguardevole quota di finanziamento di 1.360 euro pari al 27% del budget previsto, grazie allo slancio di 40 sostenitori.
La durata inizialmente prevista per la campagna è di 90 giorni, 80 sono quelli residui, si potrà dunque concorrere al consolidamento di Ferraraitalia sino al 9 agosto.
Versare un contributo è semplice, basta andare sulla piattaforma Ideaginger.it, cliccare sul nostro progetto [vai] e scegliere fra le ricompense definite in collaborazione con i partner che ci sostengono in questa campagna: a ognuna è associata una cifra, commisurata al valore della proposta. Oppure si può optare per una donazioni libera, svincolata da doni e importi predefiniti. Gli amici che ci affiancano sono Altra qualità, Ferrara Off, Hostaria Savonarola, Foné, Delta ciclando, Bao publishing, Holiday village Florenz.
Abbiamo denominato il progetto “Una redazione condivisa” perché immaginiamo Ferraraitalia come laboratorio aperto alla partecipazione, all’incontro e al confronto con i lettori, attento alle loro esigenze, capace dunque di orientare il proprio lavoro in un’ottica di autentica condivisione comunitaria. L’obiettivo è rafforzare la rete di relazioni che si è creata in questi mesi e irrobustire sempre più la base sociale di Ferraraitalia. Anche per questo abbiamo scelto il crowdfunding, una forma di finanziamento dal basso per sviluppare progetti di riconosciuto interesse collettivo.
Il nostro cammino interseca quello del festival di Altroconsumo, che si svolgerà in città nel fine settimana. I temi della ‘sharing economy’, fra i quali rientra anche la riflessione sul crowdfunding, saranno al centro di alcuni dei numerosi incontri del festival.“Dire, fare, cambiare”, è il titolo-slogan dell’iniziativa che esprime un orientamento che ci sentiamo idealmente di sottoscrivere. Le iniziative di questa che è la terza edizione si rivolgono principalmente ai consumatori, con lo scopo di favorire corretta informazione e consapevolezza. Ma l’intento programmatico ha un valore più ampio e generale e parla ai cittadini, al di là del loro ruolo di consumatori. Sabato 23 maggio ti aspettiamo alle 10.30 a Palazzo della Racchetta per l’incontro-caffè “L’informazione indipendente e il senso del consumo (critico)”. Rosanna Massarenti, direttore di Altroconsumo, intervisterà Maura Franchi, sociologa, esperta dei comportamenti di consumo, che per Ferraraitalia redige la rubrica “Elogio del presente”.
E poi saremo alle 17.30 al Chiostro di San Paolo, per la presentazione del libro “Mi fido di te” di Gea Scancarello sulla sharing economy, per comprendere come creare relazioni ci permette, per esempio di girare il mondo gratis. Saranno presenti i ferraresi Simone Chiesa e Anna Luciani, la cui vicenda è stata raccontata da Ferraraitalia [vedi], che esplorano il mondo utilizzando il Couchsurfing.
Durante entrambi gli eventi chi lo desidera potrà fare la propria donazione per la campagna di crowdfunding in forma semplice e diretta, senza l’ausilio di strumenti informatici.
Link correlati: “Una redazione condivisa per Ferraraitalia” [vedi] Programma del Festival di Altroconsumo a Ferrara [vedi].