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Voragini d’azzurro

Voragini d’azzurro 

Voragini d’azzurro (Interno Libri 2025) di Adriana Tasin è un libro di poesia che ha avuto e continua ad avere un grande successo di pubblico e di critica (Premio letterario Zeno, Premio Internazionale Mario Arpea, Premio Tra Secchia e Panaro, per menzionare solo i primi premi raggiunti).

Delle tre sezioni (Che cosa c’è al di là?; C’è una cattedrale che scende e un lago che sale; Forse gli abissi d’azzurro, pozzi di fuoco) le ultime due portano titoli che sono tratti dalla raccolta Illuminazioni di Rimbaud e, in particolare, dalla sua suite più lunga Infanzia in cui si esalta il potere visionario e onirico della fanciullezza d’afflato simbolista.

L’associazione che però fa Tasin è senz’altro originale: l’arrampicata diventa il basso continuo delle sue liriche, diventa la metafora e il Leitmotiv dominante per raccontare i momenti della vita in cui restiamo sospesi, in bilico tra la vita e la morte, appesi con le gambe penzolanti nel baratro ad ammirare lo schianto della luce tra le rocce. Ed è qui che si spiega il legame con Rimbaud: entrambi hanno la stessa capacità di descrivere questi quadri colorati (coloured plates era appunto l’originario sottotitolo di Illuminazioni), la stessa capacità del poeta veggente di sondare l’ignoto, di sintonizzarsi con l’Assoluto.

Oltre ai termini tecnici dell’arrampicata, segnalati con perizia da L’altrove, rivista diretta da Daniele Leone cui rimandiamo (Vedi Qui), io qui mi soffermerei su una tecnica tipografica che rende al massimo l’idea di verticalismo: non il componimento-torre di memoria ungarettiana, bensì il trattino separatore che raggiunge uno scopo duplice, cioè quello appunto di dare l’idea del verticalismo, e quello di creare ambiguità tra termini contigui o anche libere associazioni. Questo trattino crea infatti uno spazio da consegnare al lettore, che può completare il senso attraverso la sua interpretazione – può dunque ancora sognare.

le montagne a guardarle dal centro città

paiono celesti, e blu le più vicine, mai

diresti che sono di un altro colore e, quando

svaniscono al tramonto, restano a separare:

le radure | le case | i treni | i mari |

le pianure | l’autostrade | l’ade | 

 

Copertina: Foto di hartono subagio da Pixabay

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Claudia Mirrione

Claudia Mirrione (1985) laureata in Scienze dell’antichità, ha proseguito gli studi di antichistica conseguendo un dottorato in Filologia classica all’Humboldt Universität zu Berlin ed è tuttora impegnata in attività di ricerca concernente le antiche teorie del corpo e della materia nell’antichità classica e postclassica. Docente di lettere e latino nei licei di Ferrara, ha al suo attivo diverse collaborazioni con alcuni blog di letteratura e cultura contemporanea e con riviste specializzate (Nazione Indiana, ImperfettaEllisse, Comparatismi). Fa parte della redazione di Laboratori critici (Samuele Editore), semestrale di critica e percorsi letterari. Fa parte della giuria del concorso di Poesia e Narrativa “Guido Gozzano”

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