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Ex pidiellini alla ricerca di un buon partito

Si contorcono, si interrogano, si domandano: e non sciolgono la riserva. Tanti, anche nel Pdl ferrarese, devono ancora decidere che strada intraprendere, da che parte andare. Ma possibile che gente così navigata, con tanta esperienza in politica, sempre così pronta a sentenziare, possa nutrire tanti dubbi circa la propria fisionomia ideologica? O magari invece stanno solo soppesando il negozio elettoralmente più propizio…

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Farmaci generici, consumatori incerti fra risparmio e prudenza

Costano meno, a volte anche la metà dei loro più blasonati concorrenti, e hanno teoricamente le stesse proprietà curative poiché impiegano i medesimi principi attivi. Ma sull’utilizzo dei farmaci generici grava ancora la zavorra della diffidenza. Così, nonostante la crisi, la gente in maggioranza preferisce indirizzarsi sui medicinali di marca, tant’è che l’Italia, secondo i dati dell’Ocse, risulta agli ultimi posti in Europa nell’utilizzo degli “equivalenti”, con un uso limitato appena all’otto per cento del totale (in termini tecnici si parla di “volumi”). I dati ufficiali sono però in parte sovvertiti da quel che emerge a Ferrara.
Carol Peretti titolare della (quasi omonima) centralissima farmacia “Perelli” che ha sede in corso Martiri sotto il palazzo comunale puntualizza: “Da noi si vendono bene, direi che almeno un 20 percento dei nostri clienti li sceglie, forse anche più. E il trend è in aumento, la crisi si fa sentire. Però non sono proprio la stessa cosa come qualcuno un po’ sbrigativamente afferma: il principio attivo è il medesimo, gli eccipienti no, quindi è differente la formulazione e questo può influire sull’assunzione e l’efficacia del farmaco”. Di ciò sembrano avere coscienza i consumatori, tant’è che per alcune patologie mostrano particolare cautela. “Quando si tratta di malattie cardiache o ipertensive in genere tutti quanti preferiscono affidarsi ai farmaci più noti e conosciuti. La delicatezza del problema suggerisce la massima prudenza”. Ed emerge anche una curiosità, relativa al Viagra. “Il brevetto è scaduto un paio di mesi fa e subito sono stati messi in commercio una serie di prodotti che costano circa il 20 per cento in meno e hanno conquistato il favore degli utilizzatori, in maggioranza individui della fascia 35-50 anni. Ma poi ne è arrivato uno che rispetto ai circa 90 euro dell’originale ne costa 22 e ha letteralmente sbaragliato il mercato…”.
Decisamente differente è la situazione se dal centro ci si sposta verso la periferia. “Qui la maggioranza dei nostri clienti sceglie i ‘generici’, parlo del sessanta, settanta per cento del totale”, afferma con convinzione Elisa Eleopra, titolare della farmacia Jublin di via Bologna, nel cuore del denso quartiere popolare della città. “La tendenza è in netto aumento in questi ultimi anni. Prima gli acquirenti erano soprattutto giovani, ora anche gli anziani hanno superato la diffidenza e arrivano qui con la ricetta o il foglietto in cui il medico ha già scritto il nome del prodotto ‘equivalente’. E’ una scelta principalmente economica, la crisi sta mettendo tutti in grande difficoltà”.
Alla luce di questa testimonianza appare in parte sorprendente il dato aggregato di vendita che ci ha comunicato la direzione di Afm, l’azienda che gestisce le farmacie comunali: si tratta del 15 per cento, pur sempre quasi il doppio della media nazionale, ma decisamente meno di quanto ci saremmo attesi.
Il ricorso ai farmaci “non griffati” resta dunque un fatto minoritario. Eppure l’uso dei “generici” nel nostro Paese è stato introdotto quasi 20 anni fa, nel 1995, ed in seguito la denominazione è stata mutata in “equivalenti” proprio per evitare che il termine “generico” potesse indurre il consumatore a ritenere che si trattasse di un medicinale meno efficace del suo più noto corrispettivo. Apparentemente l’unica differenza è che “l’originale” ha potuto giovarsi dell’assenza di concorrenza per il periodo di durata del brevetto, durante il quale è riuscito ad affermare il proprio marchio come elemento di riconoscibilità. In seguito, scaduto quel vincolo, anche i concorrenti (gli “equivalenti”) hanno potuto commercializzare i loro prodotti, formalmente analoghi. Su questa presunta analogia però non tutti concordano.
Il dottor Bruno Di Lascio, presidente dell’Ordine dei medici, precisa: “Più che di diffidenza parlerei di doverosa prudenza. Ci riferiamo a medicinali simili ma non uguali, ciascuno quindi con le proprie specificità. Siccome le peculiarità non sono evidenziate, la scelta del consumatore tende a orientarsi esclusivamente in base al prezzo. C’è un problema però. I nostri farmaci, parlo specificamente di quelli europei e di quelli italiani in maniera particolare, sono sottoposti a verifiche minuziose e controlli persino assillanti, ma utili, poiché garantiscono la qualità del prodotto. Chi mi assicura che lo stesso scrupolo sia osservato nella produzione di prodotti che arrivano per esempio dall’India, dalla Cina o da altri Paesi? Ciò che la legge prescrive è la bioequivalenza, ma qui si ferma. Quello dei controlli dunque è un aspetto rilevante. Pensi solo che di ipertensivi equivalenti attualmente ce ne sono in commercio 31 tipi: come fa il malato a districarsi se non consulta il medico? Dire che sono tutti uguali è una pericolosa forzatura. Sarebbe utile piuttosto presentare i risultati delle comparazioni anche fra i generici come già avviene in altri Paesi”.
Il risparmio per il consumatore è considerevole, si va dal 20 per cento (minimo previsto per legge) al 50 per cento, in alcuni casi anche più. Per le casse pubbliche invece nulla cambia. Lo Stato rimborsa una quota fissa per ciascun principio attivo senza discriminare fra generico e griffato.
Ma il dottor Di Lascio amplia i termini di considerazione del problema. “Al centro di tutto c’è il rapporto medico-paziente e il patto di cura che stipulano fra loro. Il primo dovere del medico è l’ascolto, quello del paziente è l’osservanza delle prescrizioni terapeutiche. Di base dunque ci devono essere il rispetto e la fiducia, se vengono meno si dissolve la loro alleanza contro la malattia. E questo capita anche quando il paziente sceglie di sua iniziativa farmaci ‘equivalenti’ senza informare il medico, perché come detto si tratta di sostanze simili ma non identiche che possono dunque alterare l’effetto terapeutico. Non c’è alcun preconcetto nei confronti di questi farmaci e rispettiamo la libertà dei nostri assistiti, però ci deve essere trasparenza e le decisioni devono essere condivise”. Al riguardo il presidente dell’Ordine non sfugge neppure allo scabroso interrogativo circa il ruolo degli informatori farmaceutici e la capacità di quelli fra loro più zelanti di orientare le scelte dei medici. “Se qualcuno mette a disposizione la marmellata e qualcun altro ci mette le dita dentro non possiamo per questo demonizzare due categorie. Ognuno fa il proprio mestiere, gli informatori con l’occhio giustamente rivolto agli aspetti commerciali, i medici con esclusivo riguardo per i malati. Ma non ci nascondiamo dietro a un dito. Chi fra noi infrange la deontologia va bastonato severamente, tanto più poi se, come purtroppo talvolta capita, oltre a privilegiare il farmaco x rispetto al farmaco y decide magari di curare una patologia di cui il paziente non soffre neppure”. E, attenzione, mette opportunamente in guardia Di Lascio, non tutto si esaurisce nel rispetto delle normative: “Ci sono anche comportamenti leciti ma moralmente riprovevoli sui quali l’Ordine non può certo soprassedere”.
Però, deviazioni a parte (“presenti in ogni ambito di vita quotidiana e in ogni categoria professionale”), il tema fondamentale resta quello della relazione fra gli individui e il rispetto delle esigenze e competenze di ciascuno. “Tornando alla buona prassi – conclude Di Lascio – il punto nodale è l’ascolto. Perché il medico che non ascolta non sarà neppure in grado di fornire risposte”.

Voto segreto, l’eccesso di riservatezza del sindaco Mucchi

Sabina Mucchi, sindaco pd di Migliarino, vota il proprio candidato alla segreteria del partito ma, richiesta dal collega Stefano Ciervo della Nuova Ferrara di dichiarare a chi ha dato la propria preferenza, testualmente risponde “non mi va di dirlo”. Ora, tutto è possibile, ma è sensato che un politico si appelli a un principio di riservatezza e rifiuti di rendere noto il proprio orientamento, oltretutto in un caso come questo, relativo alla scelta del leader del proprio partito, di colui cioè che in maniera determinante concorrerà a definire le linee programmatiche e le scelte – politiche appunto – che condizioneranno il percorso di quel movimento, dei suoi militanti e dei suoi dirigenti, fra i quali il sindaco di Migliarino? Mi domando: che idea ha della politica la signora Mucchi? Sarei felice se – fuor di riservatezza – “le andasse di dircelo”!

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La “Misericordina” e il messaggio autentico di papa Francesco

Papa Francesco mi piace molto. Moltissimo. Non mi volevo e non mi voglio far persuaso che le sue azioni, come qualcuno maliziosamente insinua, siano dettate dall’ufficio marketing. Credo alla sua sincera ispirazione.
Però devo ammettere che questa della Misericordina sa proprio di trovata pubblicitaria: un rosario racchiuso in una confezione simil-farmaceutica con sopra impresso un “corazon espinado” (potrebbe essere il gingle musicale, Santana permettendo!): 29 granelli di bontà da assumere quotidianamente…
Insomma, geniale trovata, ma operazione forse troppo smaccata che rischia di gettare sotto una differente luce i gesti quotidiani che questo papa compie e le cose importanti che dice. Che, intendiamoci, restano significative a prescindere. Significative e preziose, perché Francesco non solo predica, ma fa: dà personale e viva testimonianza del suo vangelo e impone a tutti, credenti e non credenti, una riflessione.
Per questo, Misericordina a parte, mi accontenterei che il anche nostro vescovo ogni tanto si ricordasse di papa Francesco. E ogni tanto, prima di parlare, senza necessità di consultare alcuno stratega del marketing, semplicemente pensasse a lui.

straccivendolo

L’importante è rottamare, lo stracciaio fa proseliti

Una volta passava quasi ogni mattina al strazar, lo stracciaio (a Bologna era chiamato, chissà perché, al sulfaner, il solfanaio) e il suo grido riempiva tutta la strada: “a gh’è al strazar donn!” , che traduceva subito “stracciaio!”: è una delle tante figure scomparse, sostituite da aziende più organizzate, ma quel richiamo, ricordo rauco, assieme a quello dell’uomo che vendeva il ghiaccio, “ghiaccio” urlava in tono perentorio, sono rimaste infisse indelebilmente nella memoria di chi un giorno fu giovane: e, tuttavia, il mestiere è rimasto, anzi è diventato una categoria sociale, o, meglio, politica. Oggi c’è chi si definisce “rottamatore”, ma io preferirei chiamarlo ancora stracciaio. Bisogna cambiare, dicono tanti e lasciano tutto così com’è, è più comodo urlare e non far nulla.
Per capire che cosa sia rimasto dell’antico mestiere sono andato in una laterale di via Bologna a cercare tracce di ciò che è stato buttato via: è uno degli ultimi rottamatori, non solo di auto, ma pure di altri oggetti, che la gente non vuole più, anni fa qui trovai un bellissimo cancelletto di ferro battuto per la villetta a schiera che avevo comprato ai lidi. Posso guardare? Ho chiesto al titolare, un signore molto cortese. Faccia pure, ha risposto e così ho cominciato a rovistare tra vecchi mobili ormai macerati dalla pioggia, testate in ferro di letti dei nostri nonni, valige, borsoni e tutta una cianfrusaglia di roba inservibile finché il mio sguardo si è posato su un mucchio di libri buttati lì e ho preso a scartabellare. I primi volumi che mi sono capitati in mano un “Sandokan alla riscossa” di Emilio Salgari, un libro “rosa” per attempate signorine in perenne attesa dell’amore, un romanzo della Deledda e, infine, sotto il mucchio, “Il capitale” di Marx e poi le “lettere dal carcere” di Gramsci, lo storico numero uno di “Ordine Nuovo”, firmato dallo stesso Gramsci con Terracini ,Tasca e Togliatti, i “Canti orfici” di Dino Campana, altre raccolte poetiche di scrittori anche recenti ma dimenticati: guardai stupefatto: “Ah – mi spiegò il titolare che seguiva con attenzione la mia ricerca – tutta roba ormai obliterata”, dimostrando una sapiente conoscenza della lingua. Perché obliterata?, chiesi: “roba dimenticata – rispose – cancellata. Devo sempre portare questa carta inutile al macero ma non ho mai tempo”. Ma perché?, insistei: “la gente vuole cose nuove, ma non ha idee e così butta via tutto, oblitera. Guardi qua, questo sacco contiene le idee da gettare, da rottamare”. Presi in mano il sacco nero della spazzatura, era pesantissimo. E dove le butta?, mi informai. “non so ancora – rispose noncurante – l’importante è rottamare”.

Il virtuoso Errani, l’ambizioso Calvano

Scandalo sperperi in Regione, capitolo auto blu. Paolo Calvano, attuale segretario provinciale pd di Ferrara, si prende la briga (non richiesta) di assumere la difesa del presidente della Regione Vasco Errani. Lo fa attraverso Facebook e cita, a conferma della probità del capo, il caso virtuoso di “quella volta” che il presidente, dopo una nottata di trattative a Roma in difesa dei lavoratori della Berco, rientrò con il veicolo di servizio a Bologna per poter essere puntualmente al mattino a svolgere i suoi compiti istituzionali. Cosa prova questo deamicisiano episodio spot? Nulla sulla moralità di Errani al di là dello specifico episodio; molto sulle ambizioni di Calvano che da tempo punta alla poltrona di segretario regionale del partito (ed Errani è un ottimo sponsor).

lente

ferraraitalia, il nostro punto di vista sulla città e sul mondo

Un citatissimo precetto del giornalismo anglosassone è quello che impone la netta separazione fra fatti e opinioni. Come se fosse possibile! Come se il narratore potesse d’incanto spogliarsi (solo perché lo vuole) della propria soggettività cioè del proprio modo di guardare il mondo, riponendo quasi fossero occhiali, le invisibili lenti mentali che ne condizionano la percezione e ne orientano comprensione e giudizio.
Bene, noi stiamo fuori dai confini della disputa. Il nostro quotidiano infatti non rendiconterà fatti, quindi non pubblicherà notizie in senso proprio, ma opinioni su ciò che accade e sulla realtà che viviamo. Quindi pareri, punti di vista, commenti, riflessioni. Gli avvenimenti della città troveranno rappresentazione nelle inchieste della nostra redazione.
L’obiettivo non è strettamente informare, ma cercare di capire e di comprendere. Lo faremo anche attraverso lo strumento dell’intervista, chiamando in causa personalità autorevoli o comunque esperte degli argomenti e dei temi di volta in volta in trattazione; oppure personaggi in qualche misura emblematici, o rappresentativi di realtà più ampie e complesse.
La scelta della testata “ferraraitalia” è insieme un omaggio al buon giornalismo e un’espressione programmatica. Come il celebre “Milano, italia” di Enrico Deaglio e poi di Gad Lerner ai tempi di tangentopoli assunse la città quale paradigma e specchio di un fenomeno di dimensioni e rilievo generale, così per noi Ferrara sarà il microcosmo in cui il Paese si specchia e al contempo il laboratorio che lancia segnali alla macrorealtà di cui è parte integrante e costituente.

Ai nostri lettori chiediamo comprensione e un po’ di pazienza, specialmente in queste prime fasi di lavoro: ferraraitalia come ogni nuovo prodotto ha necessità di rodarsi e di essere messo a punto strada facendo. Sconteremo inevitabilmente lacune e qualche contrattempo tecnico nonostante l’abilità di chi ci assiste per la parte informatica, gli amici di NetPropaganda. Con il massimo impegno loro e della redazione a tutto cercheremo di ovviare il più rapidamente possibile.

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Paris Photo, immagini di contemporanea solitudine

di Virginia Malucelli 

PARIGI – Il novembre parigino è essenzialmente marcato da due cose: dai lunatismi meteorologici dovuti all’incipiente inverno e dall’epidemia di fotoamatori che popola il “mese della fotografia”. Ho avuto la fortuna di accaparrarmi uno dei preziosi biglietti per l’anteprima di Paris Photo (14-17 novembre), un evento internazionale ormai divenuto di culto per gli amanti dell’arte e particolarmente della foto. Giunta alla sua terza edizione, la fiera è ospitata al Grand Palais di Parigi, che con le sue solenni vetrate illumina la piattaforma brulicante di ben 136 gallerie internazionali.
Così inizia la visita: la mia attenzione viene calamitata da una decina di persone che deambulano senza una direzione definita, calice alla mano e conversazione sui massimi sistemi pronta all’uso. Tutt’altro che contemplazione artistica.
Quindi il mio viaggio esplorativo riprende una giusta direzione e debutta sulle prime immagini: riconosco Cindy Sherman, Robert Mapplethorpe, Richard Avedon, vengo stregata dalla varietà degli sguardi sul mondo e dai soggetti deliranti di Diane Arbus. Una tale ricchezza di universi e di visioni e poi… un sentimento di solitudine incalzante. Dai fotografi più conosciuti, ai giovani, ritrovo una sorta di meta-fotografia dell’arte fotografica contemporanea, sempre più pervasa da oggetti e da figure solitarie, figure identificate dall’obiettivo ma astratte dall’ambiente circostante. Come se il fotografo, camera alla mano, volesse estrapolare la fissità di una condizione, mitificarla e mistificarla allo stesso tempo.
La mia attenzione si è poi focalizzata nella scoperta di tre fotografi che in questa galassia dell’universo fotografico autunnale parigino mi hanno colpito in maniera speciale: Sarah Moon, un’artista di esperienza, già molto apprezzata nel campo; Julien Mauve, un giovane talento di Paris Photo 2013 e Julie Blackmon, un colpo di fulmine

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Sarah Moon nel1941 nasce in Francia, nel 1960 diventa modella, nel 1970 realizza le sue prime fotografie di moda, nel 1985 comincia a sviluppare i suoi primi lavori personali nella fotografia e nel cinema.
“E’ la fotografia che mi rivela ciò che ho in mente -dice di se stessa- E nel momento in cui l’osservatore raggiunge il mio stesso pensiero, mi dico che tutto ciò fa parte di dell’inconscio collettivo”.
A lato di soggetti riguardanti la moda e il cinema, l’estetica fotografica di Sarah Moon tende verso temi come la femminilità, l’infanzia, il ricordo e la solitudine e il desiderio di distacco dalla realtà.

 

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Julien Mauve 29 anni, vive a Parigi. Ambasciatore per Sony e membro di « Alpha Team ». Le sue foto parlano della luce. La luce che illumina i dettagli. Dettagli di nature morte contemporanee quasi asettiche. Senza coinvolgimenti emotivi. Le solitudini notturne e la contraddizione della notte illuminata a giorno.

 

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Julie Blackmon (il mio vero colpo di fulmine), nata nel 1966 a Springfield, Missouri. Lavora e vive nel Missouri. I suoi ritratti sono composizioni quasi pittoriche della vita quotidiana. I personaggi e le situazioni che descrive si vestono di un’aura di teatralità, tra la tragicità e la semplicità della vita domestica.

Tre artisti molto diversi che si sono riuniti sotto lo stesso tetto per parlare del nostro mondo attuale, attraversando i temi dell’individuo nei suoi luoghi più segreti e intimi. Un viaggio nella rivelazione di diverse tecniche della fotografia che raccontano pagine di un diario della nostra storia quotidiana.
A lato di “Paris Photo”, in questo mese dedicato alla fotografia, Parigi offre un ventaglio di mostre imperdibili, dalle gallerie d’arte contemporanea alla Maison Européenne de la Photo, una buona occasione per degustare le novità in un clima autunnale bohémien… alla francese insomma !

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Magie di un cinema: “Giovane e bella” nel rilanciato Apollo

Un cinema costretto a chiudere perché i proiettori devono essere rinnovati: succede nella piccola multisala Apollo, nel cuore medievale di Ferrara. Apparentemente l’ennesima sconfitta di una sala del centro storico alle prese con le difficoltà di un settore che ha messo al buio i grandi schermi un po’ in tutte le più belle città italiane per ripresentarsi nel formato di sale gigantesche e anonime ai margini metropolitani. Ma a Ferrara, per una volta, l’esito non è quello che – qui come ovunque – sembrava ineluttabile. Una cordata di solidarietà, la scesa in campo di un’imprenditrice centese per portare a termine l’adeguamento tecnologico (con un investimento di circa 200mila euro per i nuovi proiettori digitali) e da questo autunno il cinema più antico della città che riapre i battenti. Con una programmazione multipla di nuove visioni, che nella settimana appena conclusa ha anche avuto il merito di farci vedere un film in perfetta sincronia con i fatti di cronaca più attuali: quelli legati alle minorenni-squillo portate alla ribalta dall’inchiesta di Roma.
Il film è “Giovane e bella” di François Ozon. Dalla piccola sala ferrarese, però, con analogo contrasto con i fatti dominanti, anche su questo tema viene fuori un messaggio in controtendenza, un’opera che racconta una vicenda che potrebbe essere morbosa e che invece – descritta dall’interno – risulta piena di misura, profondità e sfaccettato raziocinio, ben lontana da manie scandalistiche e voyerismo. Versione attualizzata del romanzo di formazione, con la giovane protagonista portatrice della piena bellezza del titolo e dell’età, ma anche con il garbo asciutto e poetico di una cinematografia tipicamente francese, capace di raccontare il dualismo di un animo in crescita, scostante eppure commovente: il contrasto tra l’essere schivi e il mettersi in mostra, tra l’assoluta segretezza e il clamore delle sue azioni, tra la voglia di scoprire il mondo e il disincanto per le contraddizioni della società borghese.
Perché il film dell’Apollo più che rivelarci i retroscena torbidi di ragazzine alla ricerca di griffe e notorietà, sembra essere lo strumento per scardinare i pregiudizi e l’ipocrisia di una società e di una generazione. Uno sguardo che va dentro e non dà risposte. Né vittima né carnefice, la protagonista è piuttosto spettatrice e scardinatrice di un universo sociale privilegiato, progressista e falsamente aperto, dove imperano segreti e bugie di woody-alleniana memoria. Così la sala cinematografica che resiste in controtendenza ci fa riflettere in direzione opposta a quella delle risposte banali, delle formule più o meno freudiane e dei clichè. E la nuova gestione del cinema Apollo dimostra anche di dare continuità alla programmazione che, nella scorsa stagione con la gestione dell’Arci locale, già aveva avuto il merito di portare in città l’altra poetica e illuminante storia di François Ozon, “Nella casa”, altrettanto sorprendente, non scontata ed emozionante nel rappresentare il legame che si crea tra chi scrive e chi legge . Un piccolo cinema che, anziché dare risposte, continua a insinuare dubbi e poesia.