DELTA DEL PO: MANCAVA SOLO IL NUCLEARE !
Tempo di lettura: 5 minuti
UNA VISIONE E UNA POLITICA SBAGLIATA PER IL DELTA DEL PO
Ieri la grande fabbrica, poi il grande parco a tema, oggi la centrale nucleare. Cambiano le tecnologie e le retoriche, ma rimane l’idea che lo sviluppo debba arrivare attraverso un investimento straordinario, capace quasi miracolosamente di produrre occupazione, ricchezza e modernizzazione.
Il ritorno del nucleare nel dibattito politico italiano e l’ipotesi di localizzare una nuova centrale nel Delta del Po sollevano questioni che vanno ben oltre la produzione di energia. Riguardano il modello di sviluppo, il rapporto tra tecnologia e natura e la capacità della politica di immaginare il futuro di un territorio e delle sue comunità.
Partiamo dal nucleare. Il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi ha assunto una posizione molto critica rispetto al suo rilancio in Italia, definendolo una distrazione rispetto alle vere priorità energetiche del Paese. I nuovi reattori modulari sono ancora tecnologie commercialmente immature, i tempi di realizzazione lunghi e i costi elevati.
Nel frattempo, le energie rinnovabili, in particolare il fotovoltaico, sono sempre più competitive. Il problema non è una contrapposizione ideologica tra nucleare e rinnovabili, ma capire quali scelte possano contribuire in tempi utili alla decarbonizzazione.
A queste considerazioni se ne aggiunge un’altra, decisiva: quella territoriale. Il Delta del Po è segnato dalla subsidenza, dall’erosione costiera, dalla risalita del cuneo salino e dagli effetti della crisi climatica. Un territorio nel quale il rapporto tra terra e acqua è da sempre problematico e nel quale l’innalzamento del livello del mare rende urgente una strategia di adattamento. È ragionevole immaginare proprio qui una nuova grande infrastruttura nucleare senza interrogarsi sulle sue implicazioni ambientali e territoriali?
Inoltre il Delta è anche un territorio riconosciuto come Riserva della Biosfera nell’ambito del programma MAB UNESCO. Questo riconoscimento valorizza la relazione tra biodiversità, qualità ambientale e sviluppo sostenibile delle comunità locali mentre la pesca, la mitilicoltura, l’ostricoltura, le produzioni agricole di qualità e il turismo naturalistico vengono continuamente propagandati per il loro “valore identitario”, in grado di conferire a questi luoghi una rilevante reputazione ambientale.
La questione, dunque, non riguarda soltanto la tutela dell’ambiente o il rischio, anche soltanto percepito, di una contaminazione radioattiva. Riguarda qualcosa di più profondo: il “capitale territoriale” del Delta del Po, ovvero quell’insieme di risorse ambientali, paesaggistiche, produttive, culturali e di conoscenze locali sedimentate nel tempo, che costituiscono un patrimonio collettivo difficilmente riproducibile altrove.
Queste attività non sono economie isolate; stiamo parlando di parti di un sistema di relazioni che trova nella qualità ambientale e nell’identità del Delta il proprio valore aggiunto. Associare questo territorio all’immagine di una centrale nucleare significa introdurre un possibile conflitto con il modello di sviluppo sul quale si fondano tali economie.
Anche in assenza di contaminazioni effettive, la percezione del rischio potrebbe incidere sulla reputazione di cozze, ostriche e altre produzioni locali, sulla loro competitività e sull’attrattività del territorio. Non sono effetti da dare per scontati, ma da valutare seriamente, insieme agli eventuali benefici economici e occupazionali dell’investimento.
C’è poi una questione ancora più profonda, che riguarda la storia economica e politica del Delta del Po. Un territorio che ha conosciuto condizioni di marginalità e sottosviluppo e che sembra continuare a cercare nel grande intervento esterno la soluzione ai propri problemi strutturali.
Ieri la grande fabbrica, poi il grande parco a tema, oggi la centrale nucleare. Cambiano le tecnologie e le retoriche, ma rimane l’idea che lo sviluppo debba arrivare attraverso un investimento straordinario, capace quasi miracolosamente di produrre occupazione, ricchezza e modernizzazione.
Questa continua ricerca del grande progetto salvifico rivela, a mio avviso, una debolezza storica della cultura politica locale e la difficoltà di costruire strategie complesse, fondate sulle risorse territoriali, sulle economie locali, sulla qualità ambientale, sulla conoscenza e sull’innovazione. Strategie che richiedono politiche integrate, investimenti diffusi, capacità amministrativa e una visione di lungo periodo.
Molto più difficile che inseguire il prossimo grande investitore. Il paradosso è che, mentre si continua a cercare nel grande investimento esterno la soluzione ai problemi economici e occupazionali del Delta, si rischia di sottovalutare proprio quel capitale territoriale che potrebbe costituire la base di uno sviluppo più articolato, duraturo e radicato nelle risorse locali. Un grande investimento non coincide necessariamente con un aumento del capitale territoriale.
Naturalmente la transizione energetica è necessaria e urgente. E anche la diffusione delle energie rinnovabili pone questioni che non possono essere lasciate alle sole convenienze degli operatori privati e alle dinamiche della rendita fondiaria. L’Italia dispone di un Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima e di un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici.
Occorrerebbe però tradurli in una vera strategia pubblica e integrata di pianificazione climatica e territoriale, capace di governare anche la localizzazione degli impianti, coordinandola con la tutela degli ecosistemi, del paesaggio, dei suoli agricoli e con le politiche di adattamento.
La transizione ecologica non può ridursi alla sostituzione delle fonti energetiche. Deve diventare anche un cambiamento nel modo in cui pianifichiamo, governiamo e abitiamo il territorio. E questo vale ancora di più per il Delta del Po, che avrebbe bisogno non dell’ennesima promessa affidata a una grande infrastruttura, ma di un progetto territoriale capace di affrontare insieme crisi climatica, fragilità ambientale, declino demografico e difficoltà economiche.
Da cittadino, prima ancora che da urbanista, auspico una presa di posizione chiara e pubblica da parte delle forze politiche e delle istituzioni che governano questo territorio. Una scelta di questa portata, destinata a incidere sul futuro del Delta del Po, non può essere accompagnata da ambiguità, silenzi o dichiarazioni di circostanza. Occorre che ciascuno esprima con chiarezza la propria posizione, assumendosene la responsabilità di fronte alle comunità locali.
Non si tratta soltanto di decidere se accogliere o meno una centrale nucleare, ma di dichiarare quale idea di futuro si intende perseguire per il Delta. Forse il vero problema del Delta non è la mancanza di grandi progetti, ma la difficoltà di riconoscere che il suo futuro potrebbe essere costruito a partire dalla ricchezza ambientale e culturale che già possiede, anziché attendere continuamente qualcosa che arrivi dall’esterno. Ma serve una classe dirigente, politica, economica, culturale, capace, insomma, di governare il cambiamento e non subirlo.
Cover: Foto di Alessandro da Pixabay
Per leggere gli articoli e gli interventi di Romeo Farinella, su Periscopio clicca sul nome dell’autore













Lascia un commento