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Il tempo dell’io assoluto
La soggettività come misura di tutto e la fatica di costruire legami

Questo è il tempo dell’io assoluto, dove la soggettività diviene misura di tutto e l’emblema della fatica di costruire legami

Una borraccia, una borsa, un bracciale. Il nome inciso, ricamato, stampato. Non c’è nulla di inquietante in un’iniziale su una tazza. Ma questa piccola scena può diventare una domanda sul nostro tempo: che cosa accade quando chiediamo a tutto ciò che incontriamo di restituirci la nostra immagine?

La personalizzazione promette una risposta precisa a ciascuno: il prodotto giusto per me, la proposta adatta ai miei gusti, l’esperienza costruita sulle mie preferenze. Essere riconosciuti nella propria particolarità è una conquista.

Il problema comincia quando il riconoscimento diventa l’attesa che tutto debba corrisponderci. Quando ciò che non ci somiglia perde interesse, legittimità, diritto di parola.

Non si tratta di rimpiangere un passato in cui le differenze venivano soffocate sotto il peso delle convenzioni. La possibilità di sottrarsi a un destino assegnato, di scegliere come vivere, di prendere parola sulla propria esistenza resta preziosa.

Ma tra il diritto di esistere come soggetti e la pretesa di essere il centro di ogni situazione c’è una distanza decisiva. Difendere la propria singolarità può liberarci; doverla confermare in ogni momento può diventare una nuova prigionia.

C’è una frase che ricorre: «Io sono fatto così». Se sono fatto così, saranno gli altri ad adattarsi. Il mio modo di essere diventa un lasciapassare; gli effetti che produce su chi mi vive accanto passano in secondo piano. Una descrizione di sé viene usata come esenzione dalla responsabilità di ciò che si fa.

È qui che l’affermazione personale può irrigidirsi in esasperazione dell’io. Ciò che sento diventa immediatamente vero, ciò che desidero immediatamente dovuto, ciò che mi contraria immediatamente ingiusto.

Eppure un sentimento, per quanto autentico, non contiene da solo tutta la verità di una situazione. Posso sentirmi trascurato senza che qualcuno mi stia deliberatamente trascurando. Posso vivere la presenza dell’altro come una limitazione della mia libertà anche quando non mi sta sottraendo nulla. Tra l’esperienza e il suo significato c’è uno spazio da interrogare.

Quando questo spazio si chiude, ogni obiezione sembra una squalifica della persona. Non si discute più una scelta: si avverte di dover difendere il proprio diritto a esistere.

Il disaccordo assume una gravità sproporzionata perché tocca un’immagine di sé che non può incrinarsi. Si combatte per una questione minima con la sensazione di avere in gioco tutto.

In questa prospettiva anche l’impulso a dire la propria su qualunque argomento acquista un significato diverso. Non si interviene sempre perché si ha qualcosa da aggiungere: a volte sembra difficile consentire che un discorso prosegua senza registrarvi la propria presenza. Come sugli oggetti, bisogna apporre una firma.

Restare in ascolto può essere vissuto come sparire, riconoscere una competenza altrui come perdere valore. La conversazione si riempie di interventi; diventa più raro lasciarsi davvero raggiungere da una parola.

È in gioco la possibilità di distinguere il diritto a esprimersi dalla necessità di pronunciarsi sempre. Si può avere voce anche dicendo «non lo so», formulando una domanda, cambiando idea. Ma per farlo occorre tollerare di non presentarsi ogni volta come una figura compiuta. Occorre poter mancare di una risposta senza sentire di mancare come persone.

Il paradosso è che un io tanto impegnato ad affermarsi può essere un io poco sicuro di esistere senza conferme. La richiesta continua di attenzione non testimonia necessariamente grande consistenza interiore. Può segnalare la fatica di sostenersi quando lo sguardo degli altri si sposta.

Nessuna approvazione basta, perché deve essere rinnovata, e il bisogno di distinguersi rischia di produrre dipendenza da chi dovrebbe certificarci.

La lettura psicoanalitica invita a interrogare questa contraddizione senza farne un’etichetta diagnostica di un’intera epoca. Il soggetto non coincide con il ritratto che offre di sé. Nei lapsus, nelle scelte che ripete, nei desideri che lo sorprendono, incontra qualcosa che sfugge alla padronanza. Questa parte sconosciuta può inquietare, ma apre anche una possibilità: non essere condannati a confermare per sempre la stessa immagine. Cambiare significa anche non sapere già tutto di sé.

L’esasperazione dell’io tende invece a trasformare l’identità in un compito di manutenzione continua: bisogna raccontarsi in modo coerente, difendere le proprie scelte, rendere riconoscibile il proprio stile.

Si rischia così di spendere più energie nel sostenere il personaggio che nell’abitare la propria esperienza. Una vita troppo occupata a dichiarare chi siamo lascia poco spazio a ciò che potremmo ancora scoprire di essere.

Le conseguenze si vedono anche nei gesti comuni. Collaborare richiede che un progetto venga modificato dall’apporto di qualcun altro. In una famiglia, in un gruppo di lavoro, in un’associazione, non tutto potrà portare la nostra impronta.

Ci saranno decisioni che non avremmo preso, tempi che non coincidono con i nostri, bisogni che ci chiedono di spostarci. Se ogni modifica viene vissuta come sottrazione personale, il lavoro comune si trasforma in una trattativa estenuante per difendere il proprio posto.

Si può così desiderare di appartenere a un gruppo e, nello stesso tempo, respingere tutto ciò che rende possibile farne parte: la mediazione, l’attesa, una quota di rinuncia, la disponibilità a sostenere anche un’idea altrui.

Si cerca il riconoscimento che viene dal legame, ma si fatica ad accoglierne le condizioni. Il «noi» viene accettato finché amplifica l’io; diventa sospetto appena gli chiede di modificare qualcosa.

Anche il desiderio di essere autentici merita una domanda. Essere fedeli a se stessi non può significare consegnare agli altri ogni nostro impulso senza elaborarlo. La sincerità non cancella la responsabilità delle parole, così come un bisogno non stabilisce automaticamente chi debba soddisfarlo.

C’è un lavoro necessario tra ciò che avvertiamo e ciò che chiediamo. Saltarlo in nome della spontaneità affida a chi ci è vicino il compito di assorbire ciò che non abbiamo provato a pensare.

Forse una delle libertà da recuperare è proprio quella di non doversi affermare continuamente: partecipare a una conversazione senza dominarla, fare bene qualcosa senza reclamarne subito il riconoscimento, accettare che un pensiero maturi anche altrove. Non è modestia obbligatoria. È una forma di respiro.

Si può riconoscere il valore di qualcuno senza diminuire il proprio, contribuire a qualcosa senza possederlo, essere presenti senza occupare ogni spazio. Non si tratta di celebrare il sacrificio di sé, ma di ricordare che si può esistere anche quando qualcosa non ci corrisponde.

Forse la domanda da lasciare aperta è semplice: quanto spazio resta nella nostra vita per qualcosa che non porta il nostro nome? E che cosa temiamo di perdere se smettiamo, per un momento, di metterlo ovunque?

Cover: Foto di Andre Mouton da Pixabay 

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Chiara Baratelli

È psicoanalista, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, di questioni legate all’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.

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