Bertha venuta coi cavalli
Bertha venuta coi cavalli
Non so dov’era Praga di quei tempi, so neanche quale strada si prendeva. Qualcuno mi ha detto che allora, da queste parti che sono nella bassa Lombardia, ci si poteva rivà senza mai uscire da un bosco. Forse vero, forse no; quanto basta per darci dentro col mistero di certe vite sempre in bilico tra miracolo e leggenda, con quel tanto di tribale, lingue strane, abitudini ancestrali, che mai guasta per capirci un po’ di più. Di noi stessi innanzitutto…
…Di quei tempi, tra le mani non ho niente. Niente foto, nessun oggetto, nessuna tomba, nessuna superstite traccia: solo un nome. Achille. Achille come Delio, Oreste, Annibale, Fermo, Olmo, Primo, Secondo, Duilio, Baldo, Arnoldo, Amalio, Adelmo, Anselmo, Sante, Folco, Teresio, Ermanno e Sigismondo. Nomi del temp del Carlo Codega[1], ormai del tutto ignoti, resi vento e pula marcia dalla macina incessante della Storia. Il che vuol dire andà indree de cent e passa ann[2] in queste contrade della Bassa padana.
…Inizio novecento, dunque. L’Achille è uno che di cavalli, de bara e de biròcc[3], se ne intende per davvero. Di lavoro sta di mezzo. Tra chi compra e chi li vende. Valuta, consiglia, s’intaglia degli inganni, calibra l’affare, giusta il prezzo, coglie l’occasione. Di un cavallo, l’Achille mediatore, conosce tutto. Dalla merda al galoppo più sfrenato.
L’Achille ha la terza elementare. Parla solo in dialetto. Ma, all’occorrenza, tira fuori un buon francese e il tedesco quel che serve necessario per la vita che gli tocca. Lui gli tocca girondlà[4] per le fiere dei cavalli, lungo e in largo quei millanta sentieri di sudore e di commercio che, traverso i tortuosi e spesso boschivi labirinti d’Europa, da un posto all’altro mena il sale, la carne, le vacche, muli e cavalli, per i campi di lavoro dell’eterno contadino. Che sia veneto o lombardo, slovacco, magiaro o boemo, poco importa.
Così, scarpinandole sulle piste dei sauri e dei bai, l’Achille guarda al nord, oltre l’Alpe, il confine tra le terre di pianura e le valli coltivate da Alemanni e Baiuvari, quelli che da sempre lì gh’hann faj su cà, fen e tantapaja[5]; e tra loro i molti altri: con il cielo come tetto, la strada dentro il sangue, il mestiere della vita tra le mani e in nessun luogo. E’ il popolo degli Jenische. Di loro, nulla si sa con certezza; nulla di chi siano davvero. Da quelle parti li chiamano Weise Zigeuner…zingari bianchi.
Con le loro baracche variopinte menate in giro da cavalli strapelosi, abitavano una terra sterminata: Baviera, Svizzera, Tirolo, l’Assia, l’Alsazia, i primi valli fiamminghi; una terra il cui solo confine era il germanico roco, i dialetti catarrosi dei clan che vengono dai Cimbri e dal cherusco Arminio.
Da sempre eran lì. Da sempre parlavano quel loro bislacco linguaggio, vecchio quanto il rame decorato delle loro pignatte, mestee di cui erano ambiti maestri: tedesco, sì; ma di fonema altomedioevale e in sospetto di debito col gallico lepontico; un linguaggio con dentro sbriciolate parole, qua e là perdute nei tuguri dei tempi andati.
Gli Jenische, chi li avesse partoriti, nessuno lo sapeva. Alcuni, davan loro quale madre la guerra dei trent’anni; in quella, i contadini scacciati dalle bande di bislacchi inferociti che avevan reso brusa[6]e brulla la gran parte di Germania. Altri, dicevano fossero gli estremi testimoni delle infinite carovane di tribù che, per secoli, avevano girovagato per l’Europa centrale in cerca di terre e mestieri. Nessuno ha mai dimostrato alcunché. Gli Jenische vengono dal nulla; ci vanno volentieri…
A fare il suo mestiere, l’Achille scavalca montagne, traversa pianure, su, su, di là del Danubio un bel tòcch, per rivà nella terra dei Boemi. Segue i cavalli; i denti, gli zoccoli, i muscoli, gli stinchi, il lustro del pelo. A lui non interessano chiese e monumenti. Vuole l’odore di bestia; il tanfo che solo la carne, la bava, la cacca e il nitrito, possono dare; sentirselo dentro nel sangue più fitto. Alla grande, la fiera agricola di Praga, glielo avrebbe di certo donato.
Lì ci son tutti: Sassoni e Svevi bianchi come il latte munto appena; Magiari Csikòs con le fruste che schioccano canzoni; Casciubi dai grandi cappelli di feltro; Bosgnacchi, Ruteni, Ladini, Slavoni, Slovacchi, Frisoni. Ognun d’essi è una tribù. Nessuno parla la stessa lingua, ma tutti capiscono l’altro accanto. Lì venuto dalla bassa provincia di fango, briganti e zanzare, così anche lui.
Alla pari, occhi negli occhi, man nella mano, si vendono i sauri dai crini più chiari, gli stalloni addestrati alle redini lunghe. E dopo il giorno non può che giunger la sera. Allora, si accendono i fuochi. Si mangia, si canta…
…Ed è lì che l’Achille la vede…l’ammira. Non ha ancora vent’anni la fioeula[7]: di certo è senz’uomo. Sta accanto a un fuoco in là. Intorno, sono i carri variopinti e, appena oltre, la mandria dei cavalli. Con quelli son venuti. L’Achille li riconosce. Hin singul…zingari che vanno dove meglio si può stare.
Ma zingari diversi da quelli cui è abituato. Le donne han vesti bianche e bianca hanno la pelle. Cantano gutturali che molto somigliano alla lingua delle terre in quei giorni attraversate. Suonano a passo di giga e di landler. Sono Jenishe. L’Achille el gh’ha la faccia de tòlla[8]. Presto si alza, va verso quel fuoco, batte le mani a tempo di danza, fissa la bella, lei lo ricambia. Ha lunghi i capelli e neri, grigi gli occhi di quella sorta di nebbia che al mattino si discioglie in terra nuda. Ride, beve, luccica sorrisi. Dietro di lei nitriscono i cavalli…
Il giorno dopo, l’Achille punta dritto. Comprerà dei cavalli, venderà la sua innocenza, dormirà con una donna, con lei farà dei figli. Questo vuole. Insieme ai suoi compari, si avvicina alla mandria zigana. Gli Jenische gh’han di bej cavaj, fòrt, stagn, ben piantaa coi sòccor giù per terra[9]. Li fissa, li ammira. Quanto basta per farsi crocchio, lui e quegli uomini tanto strani quanto buoni a farsi un vanto della vita. Che per loro è affatto grama. Gli Jenishe fanno ceste di vimini le migliori. Battono il rame. Lo ricamano come nessuno mai. Lavorano l’argento. Nelle feste contadine sono i benvoluti suonatori di organetto e di violino. Sono leali, indipendenti. Sono una libera tribù. Tra loro, l’Achille smiccia[10] la bella della sera appena prima. Ancora, lei ricambia. Tanto basta per chiedere del padre. Il padre si presenta. E’ un Obelix rubizzo con i baffi unti di birra e cosciotti di maiale.
Quella sera, attorno al fuoco, sfrigola la carne e tacca il taccabanda dei violini più bizzarri. La gran fera l’è ‘dree finii. Dopo aver fatto pesta la terra intorno a Praga, mille e mille zoccoli ancora si disperderanno per tutte le valli d’Europa. Ogni tribù tornerà dov’era prima, tra gli argini, i fossi, nel brugo, una accanto all’altra, stessa terra, stessi buoi, stessi zoccoli che pastrùgnano la terra da sfamarci una famiglia. Anche l’Achille l’è ‘dree ‘ndà cà[11]. Con lui, ora, ha la sua bella.
Si chiama Bertha. Crine nero ed occhi grisi, parla una lingua che nessuno la capisce. Ha dita lunghe, gambe forti che san sempre dove andare.
Quando l’Achille e la sua fioeula ritornano al paese, la voce la si sparge in un baleno.
“…L’è vegnuu indree, l’Achille l’è tornaa cà! ‘l s’è menaa ‘dree ona forèsta! L’è bella, l’è bella! Vuna inscì l’emm mai veduu!..”.
“…Ma in doe l’è che l’è andaj a toeula? Che vestii che la gh’ha su? E parlà ‘se che la dis? Sa capiss no, capiss nigòtt!..”.[12]
Ben presto, tutti capiranno tutto…
Bertha, la Jenische venuta coi cavalli, sarà amata, rispettata. Uno dietro l’altro, gli usciranno tre figli che neanche te ne accorgi. Tra loro, l’Antonio, avrà una bambina. E’ Lucia. Mia madre…
Note al testo:
[1] Di tanto tempo fa…
[2] Di cento e passa anni…
[3] Di carro e di calesse
[4] Girovagare
[5] Lì hanno la loro casa, fieno e tanta roba
[6] Arida
[7] La ragazza
[8] E’ audace
[9] Hanno dei bei cavalli, forti, robusti, ben piantata con gli zoccoli per terra.
[10] Adocchia
[11] Sta andando a casa
[12] E’ ritornato, l’Achille è tornato a casa! Si è portato dietro una straniera! E’ bella, è bella! Una così non l’abbiamo mai vista!.. Ma dove è andata a prenderla? Che vestito ha su? E cosa dice? Non si capisce niente!
Cover: Immagine da Pixabay free
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