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Negli ultimi giorni si è tornato a parlare di Afghanistan “grazie” a due attentati, per fortuna senza conseguenze, ai danni dei nostri militari della missione Nato Resolute Support (già Enduring Freedom e Isaf). Una missione che oramai è arrivata al suo diciannovesimo anno di attività e di cui è difficile tracciare un bilancio che non metta in imbarazzo gli Stati partecipanti nei confronti dei loro cittadini/contribuenti.
Il 3 dicembre del 2018, Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, affermava che “in nessuna circostanza la coalizione internazionale si sarebbe ritirata dall’Afghanistan”, il 16 dicembre il Ministro Trenta rinnovava l’impegno italiano mentre era in visita a Herat e Kabul, il 19 dicembre e al momento di annunciare il ritiro delle truppe dalla Siria, il presidente americano Trump annunciava invece un dimezzamento del contingente americano. È facile presumere che se si dovessero ritirare gli americani difficilmente rimarrebbero altri “interessi nazionali” validi per lasciare i propri militari a migliaia di chilometri di distanza dalla Patria.
Del resto l’Afghanistan ha saputo resistere per secoli ai tentativi di invasione e di ingerenza dei grandi imperi. Prima si è difesa dagli inglesi e dai russi che si cimentarono durante tutto l’Ottocento in quello che Kipling battezzò il “grande gioco” e che vide le due superpotenze dell’epoca contendersi i territori cuscinetto che si frapponevano da una parte all’espansione a sud-est dell’orso russo e dall’altra agli interessi degli inglesi di difendere i loro possedimenti in India.
Tre guerre anglo-afghane, combattute nell’arco di un secolo (tra il 1839 e il 1919), non riuscirono a piegare quelle popolazioni ma lasciarono sul terreno migliaia di soldati occidentali che in molti casi non riuscirono nemmeno ad avere una sepoltura.
Nel 1979 fu la volta dell’Urss che vi trovò il suo Vietnam e fu costretta anch’essa a lasciare quel Paese in maniera scomposta dopo 10 anni di guerra e centinaia di migliaia di morti sul terreno tra militari e civili.
Nonostante i tentativi, la strategia e l’imponenza delle forze che seppero mettere in campo inglesi e russi nei due secoli passati, e nonostante la tecnologia in possesso delle attuali forze multinazionali precipitate in Afghanistan dal 2001, sembra evidente che l’Afghanistan sia un territorio troppo ostico per qualsiasi potenza occidentale. Tutti hanno preferito nel passato lasciar perdere, e anche oggi pare che la maggior potenza in campo, per bocca del suo Presidente Trump, voglia prendere la stessa decisione al fine di evitare una sconfitta militare, e per non impantanarsi in un paese che ancora una volta sta confermando la sua proverbiale fama di “cimitero degli imperi”.
Decisione che sta maturando anche perché, nonostante (stando ai dati pubblicati dal “Liberty Report” del 21 giugno del 2018) il quantitativo di bombe lanciato dagli Stati Uniti su base giornaliera in Afghanistan sia passato da 24 bombe al giorno nel corso della presidenza di George Bush junior a 30 bombe al giorno nel corso della presidenza di Barack Obama fino a toccare quota 121 bombe al giorno nel corso dell’attuale presidenza Trump, non si sono ottenuti risultati positivi da un punto di vista militare e politico né per il governo afghano, né per gli Stati Uniti e annessa coalizione internazionale.
All’Italia il conflitto è costato in vite umane 53 morti a vario titolo, alcuni in azione altri per cause diverse, e un bel po’ di denaro come possiamo vedere dal grafico di seguito

Un totale ad oggi di 7.280.420.653 di euro calcolando però solo la spesa direttamente imputabile al capitolo Afghanistan. A questo sarebbe necessario aggiungere tante altre voci per avere un quadro più preciso, ad esempio gli stanziamenti alla voce “Personale militare impiegato negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrain, Qatar e a Tampa per le esigenze connesse con le missioni in Medio Oriente e Asia”, ovvero per missioni che esistono perché sono di supporto alla guerra in Afghanistan e che, ad esempio e solo per il 2018, sono costati 13.375.711 euro. Poi ci sono le spese per le volontarie della Croce Rossa, poi altre voci singole, come ad esempio i 1.613.595 euro stanziati a luglio per “la cessione a titolo gratuito di mezzi e attrezzature per la gestione dell’aeroporto di Herat”. Ancora, per spostare uomini e mezzi si utilizzano anche aerei di compagnie civili, e, solo nel 2014, questi spostamenti ci sono costati oltre 14 milioni di euro per il rinnovo del contratto alla compagnia sarda Meridiana del principe Aga Khan. Altra spesa poco intuibile è il costo dei “sorvoli”, cioè la spesa che bisogna affrontare ogni qualvolta si attraversa lo spazio aereo di un Paese estero. Ad esempio un aereo che parte dall’Italia per l’Afghanistan con scalo negli Eau, attraversa Egitto, Arabia Saudita, Emirati e Iran e quindi staccherà un assegno per ognuno di questi paesi per la concessione del relativo spazio aereo.
Tutto questo potrebbe portare a pensare che in fondo, e comunque la si veda, non esistono problemi di soldi ma solo un problema di scegliere cosa fare di quelli che si hanno a disposizione e questo vale per l’Italia quanto per il resto del mondo. Ma varrà davvero la pena investirli in ferro e sangue? A giudicare dal numero dei conflitti e dalla spassionata partecipazione di tutte le nazioni “civili” ai conflitti in atto, parrebbe proprio che il mondo ne sia convinto!
I nuovi dati Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) certificano per il 2017 un aumento delle spese militari dell’1,1% in termini reali, con una stima che si attesta sui 1739 miliardi di dollari.

L’Italia oltre alla partecipazione diretta in una cinquantina di missioni attive è anche il 9° esportatore di armi nel periodo 2013-17, come riporta il report Sipri del 2018, mentre “I cinque maggiori fornitori di armi (nello stesso periodo sono) Usa, Russia, Francia, Germania e Cina e rappresentano il 74 per cento del volume totale delle esportazioni a livello globale”. Dall’altra parte c’è chi compra “I cinque principali importatori di armi sono India, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Cina, che insieme rappresentano il 35 per cento delle importazioni totali”.
Insomma l’unica cosa certa delle guerre è un grande movimento di soldi che per potersi muovere hanno appunto bisogno di guerre e per questo sarebbe difficile farne a meno, ma se questo dovesse succedere tutti i numeri riportati sopra potrebbero risolvere ben altri problemi.
Considerato che i paesi membri dell’Oecd stanziano meno di 150 miliardi di dollari all’anno per la cooperazione allo sviluppo e dato che tra i Sustainable Development Goals adottati dalle Nazioni Unite rientrano la fine della povertà in tutte le sue forme e la fine della fame, obiettivo che – secondo la Fao – sarebbe raggiungibile entro il 2030 attraverso un investimento addizionale di 265 miliardi di euro, spostare una percentuale del 10% di spesa militare in investimenti contro la povertà e contro la fame potrebbe essere sufficiente per raggiungere questo obiettivo.
Insomma, bisognerebbe chiedersi se una vera missione di pace potrebbe portare maggiori benefici di centinaia di missioni di guerra camuffate da missioni di pace.

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Claudio Pisapia

Dipendente del Ministero Difesa e appassionato di macroeconomia e geopolitica, ha scritto due libri: “Pensieri Sparsi. L’economia dell’essere umano” e “L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa paura”. Storico collaboratore del Gruppo Economia di Ferrara (www.gecofe.it) con il quale ha contribuito ad organizzare numerosi incontri con i cittadini sotto forma di conversazioni civili, spettacoli e mostre, si impegna nello studio e nella divulgazione di un’informazione libera dai vincoli del pregiudizio. Cura il blog personale www.claudiopisapia.info

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