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L’INTERVISTA
Il rapimento Moro: Gotor ‘E’ il momento di cedere il passo alla ricerca storica’

Dal rapimento e dalla morte di Aldo Moro sono trascorsi ormai 36 anni. In questo arco di tempo si sono svolte ben otto inchieste giudiziarie, con un non processo ancora in corso, e hanno lavorato due Commissioni di inchiesta parlamentare, dotate di poteri inquirenti, che hanno raccolto una gran mole di testimonianze e di documenti. Miguel Gotor, docente di Storia moderna all’Università degli studi di Torino, è il curatore di “Lettere dalla prigionia”, l’edizione critica delle missive scritte dal segretario della Dc durante il suo rapimento, e autore di “Memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano”, entrambi editi Einaudi. Nella veste di senatore Pd è stato poi il relatore della legge che a maggio ha istituito una nuova commissione d’inchiesta sul caso Moro.

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Miguel Gotor

Nonostante ciò nel suo intervento al terzo appuntamento del ciclo “Passato Prossimo” [vedi] ha affermato che ormai è finito il tempo della giustizia e della politica, è arrivato il momento di cedere il passo alla ricerca storica. Abbiamo colto l’occasione per fargli alcune domande proprio sui temi della storia e della memoria sul caso Moro: “storia e memoria non devono essere identificati, sono due concetti diversi.
Se abbiamo coniato due termini così impegnativi, significa che come comunità umana siamo consapevoli che sono come i binari di un treno: corrono insieme, ma sono destinati a non incrociarsi mai, perché quando si incrociano il treno deraglia”.

Senatore, riguardo le prime ricostruzioni di quei 55 giorni cruciali per la storia italiana, lei ha parlato di una “dittatura della testimonianza” e di un Moro “prigioniero della memorialistica dei suoi carcerieri”…

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Lettera a Zaccagnini scritta da Aldo Moro durante la prigionia

È un doppio paradosso che mi ha spinto alla ricerca. Come cittadino ho notato che Moro continuava a essere prigioniero di due attitudini. La prima era quella della dietrologia, cioè un racconto sempre più fantastico, irrazionale, dove si mescolavano spesso anche in modo sapiente, cioè con finalità di depistaggio, il vero, il falso e il verosimile. Questo impediva e continua a impedire una ‘comprensione pacata’ di quella tragica vicenda e la ricostruzione di una verità storica credibile. La seconda era relativa appunto alla memorialistica: negli anni ’90 una serie di brigatisti protagonisti diretti del sequestro Moro iniziano a scrivere libri-interviste o libri di memorie, a me è sembrato che fosse come se giocassero al gatto con il topo. Essendo morto il testimone integrale di questa tragedia, cioè Moro, toccava in sorte ai suoi carnefici continuare a tenerlo prigioniero attraverso l’elaborazione di una memoria scivolosa, ambigua, reticente, in alcune parti anche falsa. Perciò mi sono detto che valeva la pena che la storia provasse a dire la sua.
C’è poi un altro tipo di prigionia: come spesso accade in Italia, si schiaccia la complessità del personaggio storico e politico sul racconto della “eccezionalità della sua morte”, come dimostra il fatto che gli studi sulla vita di Moro prima di quei terribili 55 giorni sono ancora in una fase embrionale.

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Aldo Moro

Sì, la conseguenza è stata una straordinaria rimozione del Moro che vive 62 anni da uomo libero e gli ultimi 55 giorni da prigioniero, perché non bisogna mai dimenticare la differenza di queste condizioni. Quei 55 giorni è come se continuassero a schiacciare la storia di uno dei più grandi protagonisti dell’Italia repubblicana, non solo sul piano politico, ma anche su quello della riflessione intellettuale e su quello della capacità di tenere insieme riflessione intellettuale e culturale e impegno politico, con una straordinaria attenzione a tutto ciò che di nuovo fermenta in una società tumultuosa come quella dell’Italia di quegli anni.

Giovanni De Luna nel suo volume “La Repubblica del dolore” ha parlato di ‘paradigma vittimario’, Lei condivide questa interpretazione della costruzione della narrazione memoriale in Italia, soprattutto per gli eventi del Secondo Dopoguerra?
Sì, è una riflessione molto interessante sul tema delle vittime che producono dei nuclei di pensiero che rischiano rendere più difficoltosa la conoscenza storica, ad esempio sui processi che le hanno rese tali. Il paradigma vittimario è come un gigantesco scoglio che si frappone fra la vita e la conoscenza, ma il navigatore lo deve saper affrontare perché è inevitabile: lo deve osservare con straordinaria attenzione per poi riuscire a circumnavigarlo. Nessuna vittima vive la sua vita pensando di essere tale, bisogna impegnarsi a ricostruire e comprendere il processo che le rende tali. C’è poi anche la questione che riguarda l’uso pubblico della storia: il paradigma vittimario in questo senso serve per forgiare una memoria condivisa e questa interessa moltissimo alla politica, ma riguarda la politica non la storia. Anzi il fascino della ricerca storica è proprio il riconoscimento dell’esistenza e della legittimità di memorie diverse e divise, per poi riuscire a formulare un giudizio storico unitario. È questo che fa crescere sul piano civile una comunità, non la melassa di una memoria condivisa pedagogicamente imposta.

Pochi eventi hanno potuto godere di una mobilitazione giudiziaria e politica come la vicenda Moro, lei oggi ha parlato della ricerca storica come unica strada ormai percorribile. Esiste un problema di fonti?
In questi 36 anni c’è stata una grande attenzione sia da parte della magistratura, si sta ancora svolgendo il nono processo, sia da parte della politica con diverse commissioni d’inchiesta. Secondo me la quantità della documentazione raccolta anche grazie a questo impegno è rilevante, se consideriamo che ci troviamo di fronte a un sequestro e un omicidio politico che è avvenuto mi verrebbe da dire ‘appena’ 36 anni fa, diverso è il discorso sul tema della qualità. Le carte, sul piano quantitativo, secondo me sono sufficienti per dare dignità storiografica a questa vicenda.

Con l’ultima domanda torniamo finalmente al presente. Lei ha descritto il progetto di cambiamento e di riformismo di Aldo Moro come il rafforzamento della democrazia “allargandola”. Il suo partito e il suo segretario secondo lei sono su questa linea?
Il cambiamento per il cambiamento in Italia rischia di essere una forma di gattopardismo. A me piacerebbe che quando parliamo di riforme e di cambiamento qualificassimo la direzione, la qualità, l’orientamento di quest’azione: ad esempio i diritti possono essere ristretti o allargati, è comunque un cambiamento, il punto è cosa dovrebbe fare una forza democratica, progressista, di centro-sinistra come il Partito Democratico. Mi piacerebbe che si uscisse da un’idea di Pd come grande contenitore indifferenziato, crocevia di tutte le correnti, perché il rischio è diventare due cose: luogo del consociativismo o luogo del trasformismo. Se il Pd si trasforma in un ricettore di queste due consolidate attitudini italiane, da fattore di cambiamento rischia di trasformarsi in un fattore di conservazione.

SETTIMO GIORNO
Viva il Po, il Colesterolo buono e il saluto a Max-media

IL COLESTEROLO BUONO – A volte mi capita di pensare anche guardando la televisione e questo non è bene, non pensare è la condizione ideale per accogliere le miriadi di immagini e di notizie che appaiono sul piccolo schermo, ma io sono un pessimo teledipendente e così, sfidando le orribili pene che vengono comminate a chi tenta di stravolgere le regole ferree della televisione-madre, penso. E stavo pensando due giorni fa quando improvvisamente in uno dei tanti sbrodolamenti politici mi appare, chi mi appare?, la Santanchè. Nooo, la Santanchè?, si la Santanchè, con la sua bocca larga da cui escono parole incontrollate ma, evidentemente, molto gradite ai capi, suoi e nostri, e dalla bocca larga sono uscite dichiarazioni degne non so di che cosa, ma, visto come l’ascoltavano i presenti alla trasmissione, dovevano essere degne di grande considerazione. Sintetizzando, ha detto che praticamente tutto quello che accade di male nel nostro Paese è causato dalle ideologie. Naturalmente dalle ideologie degli altri, dei suoi nemici. E allora no alla giustizia sociale, no a considerare tutti gli uomini uguali, no a trovare inammissibile che tutto l’oro del mondo sia nelle mani di uno sparuto gruppetto di ricchi assatanati. Queste sono le ideologie da eliminare, ma sono da corroborare quelle secondo le quali i ricchi devono essere ricchi, i poveri poveri, giusto che diventi ricco e potente chi è più forte, i deboli al massimo possono chiedere l’elemosina, queste sono le ideologie da santificare, sono, come direbbe un medico, il colesterolo buono della società. E vai, Santanchè!
VIVA IL PO – Viva il Po che non ha fatto come I suoi piccoli colleghi parmensi, genovasi, toscani, i quali presi da incontenibile boria e mania di grandezza sono usciti dagli argini, inondando case, fabbriche, distruggendo culture agricole. No, il Po si è comportato da grande fiume, è rimasto a braccia conserte nei suoi baluardi, smontando le ansiose attese dei colleghi tele-giornalisti, i quali erano lì, microfono in mano, a contare i centimetri che mancavano all’esondazione. Che scoop poter urlare in diretta che il grande fiume sta uscendo dagli argini, mancava soltanto che gli inviati litigassero apertamente tra loro e urlassero “il mio rischio è più grande del tuo!”, “la mia è vera esondazione” (inondazione è parola ormai arcaica) e, poi, con voce strozzata, riciclata dai telecronisti sportivo, “è gol, è gol, stupendo gol del Po!”. Niente, il fiume li ha fregati tutti, ha fatto passare, buono buono, le ondate di piena, incurante delle grida giornalistiche “ma ce n’è un’altra in arrivo, il rischio cresce!”.
MAX-MEDIA – E’ morto un mio vecchio compagno (mi si lasci usare ancora una volta questa parola prima che mi si secchi la gola). E’ morto in silenzio, era vissuto in silenzio, facendo traboccare soltanto la sua grande bontà. Il compagno Lino, Lino Malagutti, era stato un grande socialista, quand’era nella Cgil era stato mandato anche in Sicilia per tentare di aiutare le lotte degli operai, erano i tempi in cui i nobili e i signori di varia specie sovvenzionavano il banditismo (vedi Portella delle Ginestre) contro i lavoratori, con la benedizione di una Dc a cui Dio aveva già tolto il saluto. Con Lino, quando la sinistra italiana aveva cominciato a dar segni di scompenso intellettuale, avevamo gettato le fondamenta ferraresi di Rifondazione comunista. La follia ci colse una sera di freddo autunno in un locale del borgo San Luca, eravamo in quattro, Cavazza, Lino, io e un altro che non vorrei citare, eravamo colmi di vane speranze: una notte vera, mi dicevo. Ancora una volta sbagliavo. Ma con Lino continuammo nelle nostre sventurate lotte, poi, lentamente, ognuno ha preso la propria strada, forse non era la migliore. Ridevo con Lino quando diceva “tu che fai parte dei max-media…” e io “mass-media” e lui “no, Max era un nostro bravissimo compagno e quelli lì io li chiamo Max-media”. Grande Lino, hai finito di fare politica, ma, davvero, devi convincerti che non c’è più bisogno di bravi compagni. Ti saluto col pugno chiuso.

Tutta la luce che si può

Il suo nemico è Ulisse Ruiz, astuto, imbroglione seriale pronto a tutto. Lui di cognome fa Quondam che, in latino, significa un tempo indefinito. Stefano Quondam si trova a fare i conti con il suo tempo a disposizione destinato a finire troppo in fretta perché suo figlio Marco, adolescente, è affetto da progeria, una malattia che il tempo lo divora. Marco invecchia fisicamente di otto anni ogni anno. Una velocità contro natura e fin troppo misurabile, un tempo che ti si schiaccia addosso con tutta la sua pesantezza e non vola più leggero come dovrebbe essere a quell’età.
Che senso hanno avuto le corse e i traguardi di Quondam di fronte a un destino che mostra la fine poco più in là?
Il tempo per Marco si sta riducendo al lumicino, Quondam deve provare a espandere questa luce e farla diventare fiamma, bellezza e risposta alla paura di tutti e due. Quondam è un docente di letteratura greca e cerca questa risposta, assieme a Marco, in quel mondo, nei poeti lirici, in Omero e negli autori tragici che hanno saputo mettere l’uomo al centro di tutto: sentimenti umani, dolori, fughe, morte, paura, compassione. L’uomo di allora trovava se stesso in quelle liriche e vedeva se stesso rappresentato su quelle scene. Quondam sa che è ancora così, la natura umana è sempre la stessa, si vive ancora di umanità e ipocrisia, vendetta e disperazione, dolcezza e passione. Vuole lasciare un dono a Marco, “l’orgoglio di essere uomini e di vivere in questa rivelazione; perché non importa quanto si vive, ma con quanta luce dentro, senza rimpiangere e senza piangere”. Quondam legge al figlio Saffo, Alceo, Archiloco, Euripide e Omero e gli parla di Aiace, l’eroe che con coraggio percorse la sua strada di valore e con libertà si uccise.
Ma Marco chiede vita, non letteratura, chiede di non finire così presto. Quondam risponde che non può dargli cose, può solo insegnargli “la bellezza di vedere e di amare”, l’attenzione alla luce percependo il tempo attraverso le emozioni che lo possono dilatare e non nell’angoscia di uno scorrere troppo lento o troppo veloce che sia.
Dopo la morte di Marco, Quondam Aiace perderà la sua battaglia professionale con il collega Ulisse a cui è affidato un ruolo prestigioso, e come Aiace compirà la sua follia, il suo atto di coraggio e di rabbia contro tutti, preda di fantasmi, scambiando sogno e realtà.
E come è stato per Marco che, prima di morire, non ha avuto più paura, per Quondam arriva il momento di non avere più paura di vivere.

“Il mercante di luce”, Roberto Vecchioni, Einaudi, 2014

La sconcertante attualità di ‘Filumena Marturano’

STANDING OVATION: I PIU’ ACCLAMATI SPETTACOLI TEATRALI DEL XXI SECOLO
Filumena Marturano, regia di Cristina Pezzoli, Teatro Comunale di Ferrara, dal 6 al 10 dicembre 2000

Filumena Marturano è uno dei personaggi più straordinari di tutto il teatro italiano. Nata dalla penna del grande Eduardo De Filippo nell’aprile del 1945, Filumena rappresenta in qualche modo la donna-prototipo dell’emancipazione: quella autentica. E al femminile è la regia di questa nuova messa in scena allestita in occasione del centenario eduardiano: Cristina Pezzoli. La quale così commenta la propria rilettura: “Penso in primo luogo alla recitazione, ma anche allo spazio scenico e alla possibilità di sottrarlo ad un certo realismo, di provare a simbolizzare nella scenografia, con ‘leggerezza’, certi nuclei tematici profondi di scrittura: il ‘ring’ su cui si battono Filumena e Domenico assistiti dai loro ‘secondi’ Rosalia e Alfredo, nel primo atto; il ‘trasloco’ in cui incessantemente vagano tutti i personaggi del secondo atto, come se la casa perdesse la sua rassicurante identità per trasformarsi in un labirinto in cui nessun posto appartiene più per davvero a nessuno e dove non è possibile per nessuno fermarsi; l’happy end del terzo atto in cui si ricompongono, con pudore, i conflitti senza enfasi ma con struggente tenerezza e Filumena che corona con il matrimonio il suo sogno di “dignità”, come una buffa Cenerentola che arriva al ballo del principe con le scarpe nuove troppo strette”.
A distanza di molti decenni dal debutto, con l’indimenticabile Titina De Filippo nel ruolo della protagonista, la compagnia “Gli Ipocriti” ripropone il celebre dramma con l’interpretazione di Isa Danieli e Antonio Casagrande, attorniati da uno stuolo di comprimari di riguardo e assistiti per le scene e i costumi da Bruno Buonincontri, dalle luci di Cesare Accetta e con le musiche di Pasquale Scialò. Cristina Pezzoli ha il coraggio di allestirne una versione in qualche modo ‘tradizionale’, sebbene priva di vacue imitazioni e curandone quasi maniacalmente i particolari. “C’è ancora tanto da raccontare di questo testo, se si supera la “sindrome da confronto” che può originare solo il fantasma sterile e deleterio del tentativo di variazione virtuosistica”: afferma la regista di questa edizione del Centenario (della nascita di Eduardo De Filippo) di “Filumena Marturano”. Infatti, è impensabile porre termini di paragone.
Macchinose ma al contempo ingegnose ed efficaci le scene di Bruno Buonincontri, originali nel loro arrangiamento ‘contemporaneo’ le musiche di Pasquale Scialò, adeguate le luci di Cesare Accetta. Ma alla fine a spuntarla su tutto è lo strepitoso copione del grande Eduardo, un testo ancora di un’attualità sconcertante, denso di valori umani che oggigiorno, purtroppo, si ritrovano quasi solo a teatro.

L’EVENTO
Frost/Nixon: lo storico duello in scena al Teatro Comunale

di Michele Montanari

Da ieri sera a Ferrara Frost/Nixon, della compagnia Teatro dell’Elfo che celebra quest’anno i quarant’anni di attività. Nelle serate di oggi e domani è in replica al Teatro Comunale la trasposizione teatrale di uno dei più grandi eventi televisivi della storia contemporanea, segnato al suo acme, dall’ammissione di colpevolezza del dimissionario presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.

Abbiamo intervistato Ferdinando Bruni, uno dei due registi, all’indomani del debutto ferrarese.

Quali sono state le spinte verso la produzione di un lavoro tanto rischioso in termini di grande pubblico?
Siamo stati colpiti e convinti dalla forza di questo testo teatrale di Peter Morgan. Un testo formidabile scritto da un uomo di cinema e televisione alla prima prova teatrale. Come è risaputo, da quel testo è scaturito il film di Ron Howard “Il duello” del 2008, con la sceneggiatura dello stesso Morgan. Abbiamo fatto diverse riflessioni sull’attualità e le analogie del lavoro dello sceneggiatore, rispetto al presente italiano, ferme restando, ovviamente, anche le inevitabili divergenze. Il testo originale comunque non è stato modificato in alcun modo, a parte sfumature di traduzione.

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Una scena

Siamo a metà degli anni ’70, quando il giornalista britannico James Frost decide di riscattare il proprio successo negli Stati Uniti, dopo essersi fatto conoscere nella sua Gran Bretagna e in Australia come brillante e spregiudicato anchor-man. Questo l’incipit della sua caccia a Nixon.
Frost, più incline alla satira che all’approfondimento, distante quindi dal mondo della politica, cerca indefessamente il grande scoop sulla testa di Richard Nixon, fiuta il colpo di scena, e alla fine riesce nell’intento, portando oltre 45milioni di persone davanti alle sue telecamere (ancora niente a confronto dei 400milioni di spettatori americani incollati allo schermo nel 1974 davanti alle dimissioni dello stesso Nixon). Frost aveva intuito bene che la televisione e il giornalismo d’inchiesta teletrasmesso in quegli anni di scandali e rivelazioni di intrighi presidenziali avrebbero assieme creato una miscela potentissima, capace di far sobbalzare l’intera opinione pubblica degli Stati Uniti.

A questo proposito, domandiamo a Bruni se si possa parlare di un lavoro che punta a sottolineare il potere della televisione sulla politica e se questo non abbia spaventato i due registi rispetto al senso di estraneità popolare nei confronti della politica.

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Ferdinando Bruni e Elio De Capitani

Sapevamo bene di indagare sul potere mediatico della televisione in un tempo come il nostro in cui si parla di colonizzazione dell’immaginario da parte della tv stessa, e allo stesso tempo di crescente disaffezione politica di tanti ormai pronti solo a seguire gli show personalistici di politici in passerella eccetera… Ma allo stesso tempo volevamo portare una tv lontana dentro un teatro contemporaneo, volevamo seguire un testo brillante e avvincente scritto da un uomo capace di mettere il cinema dentro al teatro, e soprattutto volevamo (e ci siamo riusciti) bucare la quarta parete convertendo il palco in uno studio televisivo allegorico, rivolto con le sue voci e i suoi sguardi alla “grande telecamera” rappresentata dal pubblico di fronte. Questa è stata la nostra sfida.
Il lavoro dell’Elfo aderisce fedelmente al fortunato testo di Morgan, ed è stato altrettanto efficace nel trasporre le famose interviste tra i due mattatori. Attraverso un forsennato montaggio di dialoghi e quadri teatrali, si ricompongono viaggi, traffici di denaro, telefonate, interviste, riuscendo a rendere in poco meno di due ore la densa serie di accadimenti che anticipano il momento clou della confessione.

Se Frost aveva scommesso tutto sul volano moltiplicatore del mezzo televisivo, non avete temuto che lo sguardo del pubblico a teatro non riuscisse a restituirgli la forza di quei lunghi round televisivi?
No, eravamo convinti ripeto della forza e dell’efficacia del testo su cui si lavorava. Con otto attori in scena, otto poltrone da ufficio semoventi, diversi monitor sparsi sul palco, siamo riusciti a restituire al pubblico un concentrato vivace e a tratti furioso di una vicenda umana e mediatica durata circa due anni di ricerche, spostamenti, studi televisivi e salotti privati.

Il risultato per lo spettacolo di Morgan fu un successo acclamato da Londra fino a Broadway con ben 137 rappresentazioni: anche l’Elfo ha raggiunto un simile traguardo?
Beh, quasi. Nelle due programmazioni siamo finora riusciti a superare le 100 repliche di Frost/Nixon e ne siamo molto contenti. Ieri sera, la prima qui a Ferrara è stata una riconferma della buona risposta del pubblico ad un lavoro comunque di matrice storico-sociale, per quanto il mestiere di chi fa teatro sia di umanizzare tutto, renderlo il più possibile immaginabile e fantastico assieme.

L’Elfo mette in scena un dramma incalzante e strepitoso, un congegno perfetto alla stregua di un thriller, disseminato da una serie di dettagli, di riferimenti storici spesso simboli e allegorie, per raccontare il potere e la sua farsesca manipolazione, la politica e la sua simbiosi con i mass-media. Non crede che oggi, la sovraesposizione mediatica dei politici sia l’ultimo baluardo della loro stessa credibilità, che la cura maniacale della loro immagine e della loro retorica (pensiamo al ruolo attuale degli spin doctor) sostituiscano ormai la loro credibilità morale o quantomeno politica in senso stretto?
Sì, credo sia così e lo vediamo ogni giorno proprio attraverso la tv e i suoi derivati. Ma questo era già vero negli anni ’60 e ’70, quando un Nixon meno esteticamente credibile di Kennedy, si trovò ad ammettere che la sua sconfitta alle presidenziali fosse stata in buona parte una questione di immagine, facendo anche riferimento (nello spettacolo, ndr) alle sue sopracciglia sudate.

Qualche passo indietro. L’evento mediatico messo in scena è datato 1977; una decina di anni prima il cineasta filosofo Guy Debord aveva coniato l’espressione “società dello spettacolo”, preannunciando la mistificazione di cui la televisione è stata padrona nei confronti dei rapporti sociali ed economici almeno sui nostri paralleli. Oggi si parla di società della comunicazione digitale, di sovraesposizione mediatica da parte dei politici in brillante agonia davanti alla fine della sovranità statale, ridotti a personaggi, continuamente parlanti, onnipresenti sui social, artefici di sempre nuovi e tecnologici storytelling (compresi i tweet, le perfomance ai talk show), insomma il potere politico pare declinarsi sempre più a potere della comunicazione, della narrazione.

Crede che questo passaggio sia stato preso in considerazione nella vostra messa in scena, forse attraverso l’allegorica schiera di monitor o l’implacabile e precisa retorica dei due protagonisti?
Certamente. Abbiamo cercato di attualizzare il più possibile l’incontro tra Nixon e Frost, comprimendo i tempi delle conversazioni, mantenendo un ritmo alto e quindi volutamente televisivo (per come lo intendiamo oggi… pensi che quelle interviste duravano in realtà oltre un’ora ciascuna).

Durante lo spettacolo convergono sul palcoscenico la forza ipnotica di quelle famose interviste e la cura del dettaglio espressivo-drammaturgico, dimostrando forse che i due luoghi dell’espressione e della narrazione (tv e teatro) non sono sempre così antitetici, ma anzi, il secondo può decontestualizzare il primo, riesumarne un episodio memorabile, drammatico e spettacolare ad un tempo. E’ così?
Sì, in questo lavoro si può dire che la televisione sia in scena con gli attori o meglio, la loro telegenia sia il più possibile e al meglio drammatizzata, quindi recepita per il suo effetto scenico più che per il suo originario (e sempre discutibile) compito informativo.

Si nota un grande lavoro di finitura su due protagonisti: Elio De Capitani nel ruolo di un Nixon, tratteggiato come caimano americano, divo di gomma tronfio ed egolalico, e Ferdinando Bruni, nei panni dell’ambiguo performer da talk-show, patinato, ex comico mondano e vanitoso, interessato forse più all’audience e al jet set che all’inchiesta vera e propria. Si ha quasi l’impressione che dei due a confronto, il teatro metta in maggior risalto il lato più mostruoso, l’abbietto.

E’ vero allora che a teatro i cattivi vincono sempre?
Forse è così fino a un certo punto. Il nostro Nixon è volutamente attualizzato e quindi enfatizzato, vince per un lungo lasso di tempo, conquista pubblico e stampa, ma alla fine perde e perde tutto.

Avete arricchito e deformato i due personaggi per attualizzarli ai nostri protagonisti della politica?
Abbiamo cercato di delineare il loro carattere sulla falsariga dei biechi potenti di casa nostra, forse più seducenti e smargiassi, ma anche più pacchiani rispetto al mondo anglosassone.

Durante la pièce sono molte le risate che risuonano in platea. Come ve lo spiegate rispetto a un’ipotesi di sconcerto o disgusto davanti allo spettacolo di una disfatta morale di un presidente?
Si sa, si ride sempre del dolore altrui e comunque, ripeto, questo è un testo che sa essere esilarante ed allo stesso tempo grottesco… sono spesso risate amare generate dai lunghi giri di parole di Nixon, le funamboliche digressioni, la sua infaticabile ars retorica (le viene in mente qualcuno?) che in ultimo lo rivela appunto ridicolo.

Si è parlato di effetto farsa dello spettacolo. E’ un effetto voluto?
La trama di questa storia si basa su situazioni e personaggi stravaganti, si mostrano eventi, storie e atmosfere di quei lontani anni ’70 declinate in modo certamente grottesco e irrazionale. Anche se la farsa è prevalentemente comica e il nostro lavoro non ha l’obiettivo della comicità, si può parlare di un dramma che si conclude in farsa.

Un’ultima domanda, in questa lunga tournée italiana avete notato differenti pubblici nelle diverse città italiane?
Solo a Roma, al teatro Argentina, ci siamo trovati davanti a un pubblico con molti rappresentanti politici… lì forse, qualche silenzio in più, lo abbiamo avvertito.

“Frost/Nixon”, prodotto da Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile dell’Umbira, con Elio De Capitani/Ferdinando Bruni, regia di Elio De Capitani/Ferdinando Bruni.

Il caso Moro secondo Gotor

Miguel Gotor, protagonista del terzo appuntamento del ciclo “Passato Prossimo”, dedicato ai 55 giorni del rapimento di Aldo Moro, nella doppia veste di storico che ha dedicato alla vicenda due volumi, “Lettere dalla prigionia” e “Il memoriale della Repubblica” (entrambi editi Einaudi), e relatore al Senato della legge che ha istituito la terza Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro.

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La copertina de ‘Il memoria della Repubblica”

E’ in qualità di storico che risponde alla domanda del costituzionalista ferrarese Andrea Pugiotto sulle motivazioni che lo hanno spinto, lui storico moderno avvezzo alle storie di Papi, Santi ed eretici, a questa incursione nella storia contemporanea. Gotor si è definito “esperto degli anni ’70 del ‘500 e degli anni ’70 del ‘900”, spiegando poi che secondo lui esistono due tipi di storici “gli storici che credono al tempo e gli storici che credono ai problemi”: “Io appartengo a questa seconda genia” affezionata a “una problematicità che prescinde dal tempo cronologico”. Ad accomunare martiri ed eretici del ‘500 e la vicenda di Moro è, per Gotor, l’essere “morti carismatici, che con la propria morte violenta hanno testimoniato la moralità della propria vita”: “a me interessa studiare non tanto come gli uomini vivono ma come muoiono e come le comunità riflettono su queste morti, indagare la morte di un uomo e le sue ragioni per comprendere l’essenza della sua vita”. L’altro tema è quello del “come un potere controlla i testi”: il potere di censura dell’Inquisizione era un condizionamento paragonabile a quello che le Br esercitavano su Moro prigioniero. “Mi sono posto il problema della libertà di un autore” che è sempre condizionata “dai contesti, dalle situazioni, dai ruoli”.

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Copertina del libro “Lettere dalla prigionia”

Ed è ancora lo storico a illustrare le due principali chiavi interpretative della vicenda Moro: una è la “connotazione spionistico-informativa” del rapimento che porta a pensare che durante quei 55 giorni possano essere stati a rischio non solo la sicurezza nazionale, ma gli equilibri internazionali; l’altra è la sua peculiare natura non di “regicidio classico”, ma di vera e propria operazione di delegittimazione “della moralità del progetto di Moro”. Secondo Gotor il segretario della Dc aveva compreso sia che il sistema di governo era ormai in crisi, sia che il paese non era ancora pronto per l’alternanza, perciò “voleva provare a consolidare la democrazia italiana allargandola e facendo con i comunisti ciò che aveva già fatto con i socialisti negli anni ‘60”. Tale delegittimazione avviene, per Gotor, attraverso una “oculatissima operazione di comunicazione” volta a creare “un vero e proprio trauma: ‘non ci provate più!’ è il messaggio”.

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Miguel Gotor

È, invece, il senatore del Pd che risponde “imbarazzato” alla domanda sul perché dare vita a una nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. L’imbarazzo deriva sia dalla “evidente distonia di carattere politico fra mezzi e fini”, dato che la commissione dovrebbe lavorare con un budget di circa 14.000 euro l’anno per tre anni, ma anche dall’idea di fondo con cui ha scritto i due volumi: “dopo più di 30 anni è finito il tempo della magistratura e della politica, deve iniziare il tempo della storia”. È diventato “parte attiva di questa surrealtà” solo per modificare la proposta legislativa di alcuni deputati che avrebbero voluto “una commissione monocamerale” senza i senatori, “non perché credo che 36 anni dopo la qualità della nostra conoscenza possa aumentare grazie alla commissione”.
Non saprei dire se sia lo storico o il senatore o entrambi a lanciare l’ultimo lapidario giudizio sulla “patologia tutta italiana” che affligge i “rapporti fra cittadini, istituzioni, memoria e politica” e che sembra “far sparire dalla riflessione sul caso Moro le Br e il ‘partito armato’ per concentrarci su Dc e istituzioni. È come nella vicenda della trattativa, dove a scomparire totalmente dal radar pubblico civile sono i mafiosi”. A questo punto Gotor domanda: “a che interesse risponde ciò?”

LA RIFLESSIONE
L’aiuto: cercare il giusto incastro fra bisogni e disponibilità

Proseguirei l’analisi dei bisogni salienti della nostra comunità proponendo qualche altra occasione di volontariato nel vasto tema dei servizi alla Comunità a livello sociale, informativo, culturale, oltre a altri progetti. Bisogna allora aumentare l’area della responsabilità e sviluppare progettualità.
Mi sembra possa aiutare nella comprensione questo schema pensato dal grande storico ed economista professor Carlo Maria Cipolla di cui è famosa la frase “lo stupido è più pericoloso del bandito” e da me implementato posizionando una area della responsabilità in cui mi pare si possa individuare quella grande quantità di persone che sentono il bisogno di aiutare il prossimo anche quando questo significa sacrificio per sé stessi; non tutti per fortuna infatti agiscono solo quando ne possono avere dei vantaggi personali.
Ecco allora qualche altra possibilità di contributi volontari. In particolare nei servizi culturali e in quelli ambientali, aree che in questi ultimi anni hanno prodotto un ampio processo di trasformazione e che richiedono crescente attenzione e sensibilità collettiva.

Qualche esempio:
Educazione ambientale
Percorsi didattici e di approfondimento di tematiche ambientali da proporre a supporto della programmazione scolastica (I e II livello) ma anche presso strutture varie di cultura e di apprendimento. Possibilità di riunioni ed incontri di coinvolgimento presso circoscrizioni e altre istituzioni territoriali (aree protette, parchi, etc) per sensibilizzazione nei diversi temi della sostenibilità (ambiente, salute, mobilità, partecipazione e alimentazione).

Raccolte differenziate
Informazione e coinvolgimento dei consumatori per adeguarne il comportamento e gli atteggiamenti alle esigenze di prevenzione della produzione di rifiuti da imballaggio e partecipazione alle iniziative di recupero e riciclaggio. Lo sviluppo delle raccolte differenziate è uno dei principali temi per dare una reale svolta al difficile tema dei rifiuti, ma è anche uno degli elementi di maggiore criticità. E’ sicuramente cresciuto il livello di sensibilizzazione e di informazione, ma non basta. Bisogna migliorare i criteri di trasparenza e di corretta informazione ai cittadini nello sviluppo del riciclo, rafforzando utili sistemi di raccolta porta a porta, magari sostenendo il controllo della qualità del materiale raccolto, legandolo a verifiche di impurità e scarto, effettuando analisi di andamento nel tempo e miglioramento in continuo, analisi variabilità dei risultati tra territori, etc. Si tratta di attività a supporto del sistema di gestione, ma anche di una collaborazione più stretta tra gestore e cittadini.

Mercato last minute
Promozione di servizi sociali (soprattutto per derrate alimentari) ed iniziative di Last minute market per solidarietà e “spreco utile”. Un tema molto importante è quello relativo agli alimenti non più commercializzabili ma ancora commestibili che possono essere recuperati. Es. i pasti non consumati nelle mense (scolastiche e aziendali), le derrate alimentari non più vendibili negli ipermercati, gli scarti derivanti dalla ristorazione, gli scarti di produzione dell’industria agroalimentare. Si tratta di valorizzare il “banco alimentare” che recupera da supermercati cibi prossimi alla scadenza o non commercializzabili per altre ragioni, ma ancora perfettamente utilizzabili perchè perfettamente commestibili e dunque utili ad una distribuzione per meno abbienti.

Vigilanza sui servizi ambientali
Organizzare una rete di rilevatori per controllo territoriale. Funzioni di prevenzione e di accertamento delle violazioni, ruolo ispettivo a supporto. Si tratta di dare risposte qualificate a richieste specifiche delle Istituzioni. Deve essere garantito un codice etico che risponda a criteri, vincoli e principi predefiniti e concordati.

Affido di territori e quartieri
Crescono le esigenze dei territori nelle città (quartieri, contrade, strade commerciali, centri, etc) e aumentano le giuste esigenze dei cittadini nei confronti delle aree e dei territori che frequentano. Serve dunque garantire un livello di qualità sistematica e di un costante e continuativo strumento di vigilanza per rilevare le carenze e supportare i programmi di salvaguardia delle aree. Si pensa in generale alla pulizia del suolo, alla igienicità dei cassonetti, ai cestini, alla fruibilità di parchi e giardini, alla illuminazione pubblica, alle perdite d’acqua, alle infrastrutture presenti, alla segnaletica, ai cartelloni pubblicitari. Tale servizio di vigilanza può essere attuato per mezzo di un “affido” convenzionato con uno specifico gruppo di persone selezionate che svolgono il presidio costante e comunicano, autorizzati, tutte le segnalazioni. Nella recente riforma dei decreti del governo sono anche previsti possibili sgravi sulla tassa dei servizi a corrispettivo di servizi ambientali erogati.

Manutenzioni di “cose”
La cura di un anziano, la sua esperienza nel riparare, il rispetto delle cose, etc sono valori che nella società dell’usa e getta si stanno purtroppo perdendo. Ritrovare il valore delle cose e dunque la filosofia del recuperare può trovare valide soluzioni in questo contesto. Quanti oggetti rotti vorremmo recuperare per ricordo, per utilità, per valore e non sappiamo a chi rivolgerci. Pensiamo ad un orologio, magari a pendolo, ad un vaso di ceramica rotto, ad un utensile, ad un attrezzo domestico, etc. L’idea è di creare una officina di aggiustaggio dove recuperare le “cose”.

Infine vorrei ricordare un servizio che viene con grande impegno svolto dalla Auser di Ferrara e che mi chiedo senza il suo contributo cosa ne sarebbe delle nostre tante e belle strutture culturali:

Custodia mostre e musei
Assistenza nella fruizione dei patrimoni museali, garantendo la vigilanza e la custodia delle opere all’interno degli spazi espositivi, gestendo i flussi di accesso, fornire informazioni e assistenza alla visita. Inoltre si potrebbe offrire un sistema integrato di servizi: dalla gestione della biglietteria e bookshop alla guardiania e custodia diurna, dalle visite guidate alla realizzazione di laboratori didattici, al supporto logistico per trasporti e allestimenti.

Gestione biblioteche
Supporto al Sistema Bibliotecario delle Istituzioni per favorire il coordinamento delle attività di gestione e di archiviazione in un sistema a rete d’offerta culturale. Tale servizio potrebbe anche essere ampliato per operare meglio nella organizzazione con competenze relative alla biblioteconomia, bibliografia, archivistica, documentazione e materie correlate. Chi lavora a supporto volontario in biblioteca, a mio avviso, potrebbe essere un prezioso supporto se ha competenze in materia di organizzazione e gestione dei servizi, catalogazione, utilizzo degli applicativi specifici, gestione dell’informazione cartacea ed elettronica. Sarebbe utile collaborare nel pianificare le diverse attività, conoscere le sezioni della biblioteca, conoscere i documenti ed i sistemi di catalogazione, saper inserire i dati e gestire i servizi attraverso il software, essere in grado di promuovere i servizi.

Sono certo che molte persone possono, meglio di me, offrire contributi e soluzioni di merito. Nel vastissimo tema della cultura in generale io penso si possa arricchire la voglia di apprendere, conoscere. Si tratta di una esigenza crescente di molte persone che non ne hanno avuto il tempo e che desiderano ora imparare. Si possono sviluppare infatti interessi al di fuori della scuola, per scelta personale e senza arrivare agli impegni della università della terza età. Tenere attiva la voglia di sapere è un importante stimolo intellettuale. Alcune aree di interesse possono essere le seguenti:
a. Lezioni Arte, letteratura, storia, filosofia, etc
b. Corsi Culinari, giardinaggio, faidate, fotografia, pittura, etc
c. Ai mestieri artigiani (salvaguardia dei vecchi mestirei)
d. Laboratori lingua italiana (agli stranieri, ai turisti)
e. Supporti informatici di base (per anziani)

E molto altro ancora.

Bella e misteriosa Betty, fotografie di un’anima persa

Abbiamo recentemente recensito la Betty di Simenon [vedi], prima dell’omonimo romanzo di Roberto Cotroneo. Avevo acquistato il libricino dell’autore francese all’aeroporto romano Leonardo da Vinci. Conoscendo già l’origine credevo, dunque,di essere pronta al nuovo libro di un autore che ho sempre seguito e ammirato. Mi piace come scrive Roberto (anche se lui non vuole mai che si dica che un libro “è bello”…), la forza e l’energia che getta fulmineo alle pagine accarezzate dal vento e dalla voglia di svelare un mondo interiore complesso ma ricco ed estremamente sensibile. Una vera e propria calamita per me, per il mio modo di essere, di leggere, di scrivere e di vivere in completa empatia con i personaggi di un romanzo che, di solito, fatico a salutare alla fine di ogni storia. Se mi sono piaciuti, mi congedo da loro con estrema difficoltà, li tengo per mano fino all’ultima riga, magari rileggo le ultime pagine per salutarli ancora. E quando chiudo il libro sono sempre un po’ triste. Prima che uscisse in libreria, avevo aspettato trepidante il libro di Cotroneo.
Sinceramente, la Betty di Simenon mi aveva lasciato un po’ di amaro in bocca, questa volta mi ero congedata quasi volentieri da un personaggio difficile, criptico, scomodo e per certi versi tetro e un po’ angosciante. Volevo, allora, vedere cosa sarebbe rimasto di lei nel nuovo romanzo di questo noto scrittore piemontese. Direi, oltre al nome, molte caratteristiche principali della protagonista simenoniana, nella sua personale e infinita tragedia di vita, nelle sue profonde cicatrici e nel suo destino ciecamente ferito. Ma qui c’è molto di più. Quella giovane e bella donna misteriosa che scompare improvvisamente a Porquerolles, l’isola dove il vecchio e malato Simenon passa qualche settimana di vacanza, ci fa entrare, ancora una volta, nel mondo dei perdenti, delle esistenze segnate, sofferenti e buie, nell’abisso dell’animo umano, nella disperazione e quasi nella follia, ma lo fa come se fossimo in un quadro monocromatico o in una fotografia. Mi colpiscono, infatti, i frequenti richiami alla fotografia, che ci proiettano nel suo mondo. Immagini in bianco e nero di Betty scattate dal fotografo del paese, Marc, perché Simenon vuole il racconto di un’anima, e le anime non sono a colori, ma sono fatte di sfumature su una sola tonalità, bianca, nera o grigia. Perché Simenon ricorda che la gente pensa che le fotografie aggiungano qualcosa a ciò che vediamo, perché le prime foto scattate sono quelle prese sulla piazza dell’isola, dove le rughe in bianco e nero di uomini anziani, uomini seduti, sembrano le linee di carte geografiche, ove le tonalità di grigio sono sfumature di vita. Qui scrittore e scrittura sono soci, uno di minoranza e uno di maggioranza, uno scrittore anziano che ritrova l’intensità. L’escamotage iniziale del manoscritto ritrovato fa immedesimare ancora di più lettore, scrittore, protagonisti, tutto si mescola, tutti sono tutti, nessuno salva nessuno, tutto si confonde. Perché lo scrittore-personaggio-protagonista, alla fine, non ha “più la forza di aggiungere una sola parola a questo scritto”… come se si portasse “addosso le ferite di tutte le donne non comprese”. Perché, alla fine, “quella che chiamiamo vita non è altro che un collage di ricordi di qualcun altro. Con la morte, quel collage si disfa e ci ritroviamo con frammenti slegati, casuali, cocci o, se si vuole, istantanee”. Quelle fotografie di Marc che l’improvvisato Maigret, trovatosi suo malgrado coinvolto nella scomparsa della bella Betty, non vuole più vedere, perché “tutto è là, nel dolore degli occhi grigi di quella donna. E, conclude… nelle ferite di tutte le donne che non sono stato capace di capire e di sentire. Tutto è in quegli occhi grigi di un mondo indifeso che non sono riuscito a salvare”. La fotografia, il bianco e nero, il grigio, ossia la tonalità delle anime perse.

Roberto Cotroneo, “Betty”, Bompiani, 2013, pp. 188

IL FATTO
Notizie recenti dell’occupazione tedesca nel ferrarese

La conferenza tenuta ieri mattina nell’aula didattica Alfonso I del Castello Estense dagli storici Davide Guarnieri e Andrea Rossi per gli studenti delle classi quarte e quinte del Liceo Sociale Carducci è la dimostrazione di quanto ci sia ancora da scoprire e da studiare negli archivi italiani e non solo. Guarnieri, che da molto tempo ormai si occupa delle vicende del ferrarese durante la Seconda guerra mondiale, e Rossi, che è uno storico militare, hanno illustrato ai ragazzi e a tutti i presenti il periodo dell’occupazione tedesca nel territorio ferrarese e le sue caratteristiche, sottolineando come per molti versi si tratti di acquisizioni e di notizie abbastanza recenti: fino a pochi anni fa “non avremmo potuto dirvi molte delle cose che state sentendo”, ha specificato Rossi.
Per esempio è stata a lungo un’opinione diffusa che fra ’43 e ’45 nelle zone occupate le violenze sommarie e gli arresti venissero compiuti dalle truppe occupanti tedeschi e in molti casi è stato così: come dimenticare i tanti episodi sull’Appenino tosco-emiliano, da Sant’Anna a Montesole, o ancora la strage di Meina sul versante piemontese del Lago Maggiore. Non è stato così nel ferrarese, qui si contano solo due episodi in cui a operare furono direttamente le truppe occupanti: l’eccidio del Caffè del Doro, il 17 novembre 1944, e la precedente ritorsione di Filo di Argenta, l’8 di settembre, per vendicare la morte di un soldato tedesco. Tutte le altre azioni nel nostro territorio furono condotte da italiani contro italiani, spesso ferraresi da entrambe le parti, e anche tutti i cittadini ferraresi di origine ebraica furono arrestati da italiani. Tanto che “una percentuale così alta di azioni italiane rispetto a quelle tedesche credo non ci sia in nessuna altra provincia”, ha ipotizzato Davide Guarnieri. Per citare un episodio concreto: nel dicembre 1944, come ritorsione per un’azione di un gruppo di partigiani, a Codigoro e nelle zone circostanti furono arrestate fra le 250 e le 280, tutti i fermi furono fatti da fascisti appartenenti alle brigate nere o alla milizia repubblichina.
È curioso anche come molti ignorino che il Castello di Mesola fu “il perno per controllare l’area dall’Adige fino alla Linea Gotica”: attraversato dal Po e con accesso diretto al mare, il ferrarese era una posizione strategica fondamentale e doveva essere difesa da possibili sbarchi alleati. Il Castello di Mesola, sede del 676° battaglione al comando del Maggiore Saggau, fu anche il luogo dove i militi repubblichini veneti e ferraresi si scambiarono i prigionieri e spesso li torturarono, come avvenne a Walter Teggi. Anche la Caserma di via Bevilacqua o il Carcere di Piangipane, i principali luoghi di tortura e di violenza nella città di Ferrara, erano strutture italiane. Dunque se, come ha affermato Andrea Rossi, “quello che i tedeschi volevano per questa zona era la tranquillità” per poter svolgere “in maniera organizzata lo sfruttamento economico” del territorio, è anche vero che non importava come questa tranquillità venisse raggiunta.
La cosa forse più sorprendente, però, riguarda l’ultima fase dell’occupazione tedesca, quando alla fine del 1944 la linea del fronte passava sul Sennio, e quindi Ferrara e il suo territorio si trovavano nell’immediata retrovia. Oltre ad essere il momento di maggiore presenza dei tedeschi nel ferrarese, Rossi e Guarnieri, analizzando le carte del Bundesarchiv-Militärarchiv di Friburgo, hanno scoperto una cartina militare che mostra come, dall’autunno 1944 alla primavera 1945, il comando di tutte le truppe della decima armata e del territorio compreso fra Comacchio e Bologna si trovava a Sabbioncello San Vittore. “È incredibile come di questo non sia rimasta praticamente traccia nella memoria della popolazione”, hanno sottolineato i due storici.

LA STORIA
Quella casetta fra i fiordi

“Puoi arrivare da qualsiasi parte, nello spazio e nel tempo, dovunque tu desideri.” Il gabbiano Jonathan Livingston, Richard Bach

Ero arrivata in Norvegia in un ancor freddo mese di giugno. La luce non diminuiva mai, i raggi del sole scaldavano ogni ora del giorno e della notte. Difficile dormire. Non restava, dunque, che aggirarsi, quatti quatti, per la cittadina assonnata ma sveglia, per osservare il paesaggio, la natura, le casette degne di una fiaba. Silenziosi come gatti.
Ecco, allora, apparirmi un tetto, due camini possenti, un’antenna televisiva, mura di legno colorate di rosso arancio intenso, folti alberi intorno. Dalle finestre si vede sicuramente il mare. Da dietro le tendine si percepisce il rumore delle onde, si sente il garrito dei gabbiani reali, si vedono le loro ali imponenti volteggiare nell’aria. All’orizzonte s’intravvedono le nubi, alba e crepuscolo non si differenziano, anzi si confondono e si baciano.

casetta-fiordiUna musica dolce, a basso volume, aleggia nell’aria intirizzita. Inge e Erik danzano, sfiorandosi appena. Su quelle note si sussurrano dolci pensieri, delicate parole e sogni di una giovinezza perduta. Sono sposati da trent’anni, uniti, come due rose colorate teneramente abbracciate, inseparabili, legate, incollate, intrecciate, sempre insieme, vicine vicine. Come due amici gentili affiatati, inseparabili dai giorni dei primi banchi di scuola. Si amano da sempre, senza condizioni, senza dubbi, senza esitazioni, senza paura, senza remore, senza tregua, senza fine.

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Fiordi, cielo, mare e case

Non hanno mai lasciato quel paesino avvolto nel fiordo, o forse sì, sono andati solo un paio di giorni, qualche anno fa, nella vicina Russia, attraversando un confine labile, e solo per la curiosità di sapere cosa c’era dall’altra parte. Sempre insieme, solo loro, Inge e Erik, Erik e Inge. Senza figli, perché mai arrivati, nonostante i numerosi tentativi.
Per anni hanno vissuto di una copiosa pesca, delle notti passate a cercare di sopravvivere di merluzzi, halibut e salmoni. Erik partiva, Inge attendeva. La fioca e romantica candela era sempre presente, accesa sulla finestra, perché la luce guidasse il loro amore unico e indistruttibile, perché la speranza di giorni migliori illuminasse le loro anime comunque serene, candide e felici. Una coppia come poche.

casetta-fiordiHanno sempre contato solo su sé stessi, pochi amici, pochi svaghi, poche frivolezze. Solo lavoro, casa, fatica, impegno, dedizione, serietà. E poi giardino, alberi, orto. Sentivo quella musica, vedevo quella danza, toccavo quegli abbracci, sfioravo quei pensieri, percepivo quell’energia, attraversavo quel vortice di amore. Felice.
L’amore abitava in quella casa, lo sentivo, lo vedevo, lo immaginavo, lo sapevo. Ne ero avvolta, inebriata, confusa, stordita. Bastava, e basta, davvero poco, nella vita.
C’è casa quando c’è amore. La casa può essere anche solo fatta delle braccia della persona amata che ti accoglie. C’è casa ovunque tu lo voglia… basta saperla riconoscere. E, passeggiando per quelle stradine, con il vento fra i capelli, l’avevo riconosciuta. Improvvisamente, in un attimo fuggente che sarebbe diventato per sempre.

Fotografie di Simonetta Sandri: Kirkenes, Norvegia e Mosca, Orto botanico

LA SEGNALAZIONE
Io sto con la sposa, “la nuova estetica della frontiera”

“Scusate potreste indicarmi il binario per la Svezia?”. Questo è l’incontro alla stazione Porta Garibaldi di Milano fra Gabriele Del Grande, giornalista e scrittore, Khaled Soliman Al Nassiry, poeta ed editore, Tareq Al Jabr, poeta e traduttore, e Abdallah Sallam, studente universitario di lingua e letteratura inglese, superstite del naufragio dell’11 ottobre 2013 a Lampedusa, che li ha avvicinati sentendoli parlare in arabo.

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Al Festival del cinema di Venezia

Così inizia il viaggio di “Io sto con la sposa”, un film senza dialoghi né personaggi, un documentario che parla di un sogno, un progetto politico di disobbedienza civile. Presentato nella sezione Orizzonti – Fuori concorso alla 71° Mostra del Cinema di Venezia, si è aggiudicato tre dei premi collaterali: il Premio Fedic (Federazione italiana dei cineclub), il premio Hrns (Human rights nights award) per il Cinema dei diritti umani e il Premio di critica sociale Sorriso diverso Venezia 2014. È stato proiettato al cinema Boldini nell’ambito della rassegna “Oltre la frontiera”, ideata in occasione del 18 Ottobre, Giornata europea contro la tratta di persone, e del 25 Novembre, Giornata internazionale contro la violenza alle donne.

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Un fotogramma del film

Come aiutare un gruppo di profughi siriani e palestinesi in fuga dalla guerra a raggiungere la Svezia? Ecco l’idea: un corteo nuziale, quale poliziotto di frontiera chiederebbe i documenti a una sposa e al suo corteo nuziale? Abdallah sarà lo sposo, Tasnim, un’amica siriana con passaporto tedesco anche lei appena fuggita lasciando parenti e amici, la sposa. Nel corteo nuziale Ahmad Abed e Mona Al Ghabra, marito e moglie, Alaa Al-Din Bjermi e il figlio Manar, alcuni amici fidati dei registi che accettano di aiutarli nell’impresa e i componenti della troupe che riprenderà il viaggio per farne un film.
Il ritrovo è all’alba del 14 novembre 2013, davanti alla stazione centrale di Milano, sono tutti vestiti eleganti come se stessero davvero andando a un matrimonio. In quattro giorni attraverseranno l’Europa a piedi, in auto e in treno, per arrivare a Stoccolma esausti ma felici e pieni di speranze il 18 novembre. Il percorso non è quello solitamente seguito da chi tenta questo viaggio perché le tappe sono scelte in base ad una rete di contatti e amici disposti a ospitare l’insolita carovana: da Milano a Marsiglia, passando a piedi il confine con la Francia a Grimaldi Superiore lungo il sentiero usato quando i migranti eravamo noi italiani, poi a Bochum in Germania, Copenaghen e infine l’ultima frontiera verso Malmo e Stoccolma. Perché la Svezia? Lo spiega Valeria Verdolini, una delle invitate del corteo nuziale, sociologa del diritto, presente ieri sera in sala: “è il paese europeo dove l’iter per ottenere lo status di rifugiato politico è più veloce e, una volta ottenuto, si ha diritto a un alloggio e a un corso di svedese nonché al ricongiungimento con tutti i famigliari”. Il problema è che secondo la legislazione europea si può chiedere asilo in un solo stato dell’Unione, il primo in cui si viene identificati, per questo molti migranti sono costretti a rimanere clandestini fino al loro arrivo in Svezia, rimanendo così in balia dei contrabbandieri: “Può un uomo pagare il prezzo della propria morte?” sì chiede Ahmad.

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Una degli spostamenti in treno

“Quello che ci interessava raccontare era un viaggio condiviso, in cui non ci fosse un Altro da noi. Volevamo raccontare un’Europa diversa, dell’accoglienza”, afferma Veronica. Per cambiare le cose c’è bisogno di “un’assunzione di responsabilità”, proprio come quella di Khaled che il giorno della partenza, dopo cinque anni in Italia, riceve finalmente la nazionalità, o come quella dei 2617 produttori dal basso che attraverso la piattaforma Indiegogo hanno finanziato la produzione del film, ringraziati uno per uno nei titoli di coda. Il film centra pienamente l’obiettivo di trasformare i numeri in nomi propri, in esperienze di vita in carne e ossa, e raccontare “una nuova estetica della frontiera”: “nessuno può dirmi questo mare lui lo può attraversare, lui invece per attraversarlo deve morire”, il mare, il cielo, il sole, la luna sono unici “per tutta l’umanità”.

Il film è stato recensito da ferraraitalia in occasione della presentazione al Festival del cinema di Venezia [vedi]

La parola visiva di Federica Manfredini

A partire dagli anni Sessanta del secolo XX, tra l’ondata delle neoavanguardie (Sanguineti, Eco, Spatola, Zanzotto, il Gruppo 63, ecc.) e l’infanzia dell’era spaziale (Sputnik, Jurij Gagarin, John Glenn, la Nasa), la scrittura poetica sperimenta nuovi scenari sperimentali, in certo senso postfuturista.
Scrittura verbo-visiva l’ha definita il critico ed artista Lamberto Pinotti, oppure “Poesia Totale” (Spatola), più specificatamente si narra di poesia sonora, poesia tecnologica e poesia visiva (Perfetti, il Gruppo 70 ed altri).
La cosiddetta poesia visiva sostituisce il medium libro cartaceo con il medium quadro più parola, a volte eliminando persino le parole… Ferrara è stata una delle capitali internazionali di tale nuova poetica d’avanguardia; i vari Michele Perfetti, Federica Manfredini, Romolina Trentini, Luciana Arbizzani ed altri, lo stesso poeta sonoro Enzo Minarelli hanno operato ed operano in tale percorso, spesso mixato in modulazioni anche sonore, finanche nei bordi liminari della stessa pittura e letteratura sperimentale
Significativa fu ad esempio, in tempo reale – all’epoca – oltre alla Sala polivalente cult con diverse iniziative una rassegna Visual, a Ferrara presso la Stanza di San Giorgio, succinta ma indicativa panoramica dedicata alla poesia visiva da parte degli autori succitati, curata da Sergio Altafini: la Manfredini, in particolare, in tale mix presentò esperimenti di rara comunicazione, parole libere, riflesso della migliore neoavanguardia filtrata da un lirismo visivo-orale squisitamente femminile… e corrosivo.
Protagonista la poetessa anche in numerose pubblicazioni, come ad esempio per la rivista trimestrale Edigraf, 1985, 1989, 1995, ecc. diretta da Carla Bertola e Alberto Vitacchio.
Eloquentemente d’alta performatività, la poetessa nei suoi costanti, a suo tempo, live set, parola declamatoria e provocatoria anche, una anti-rima divertentissima.
Tra le varie pubblicazioni in tal senso, sonoro-totale, assolutamente memorabile e da ricordare, l’antologico Baobab n.21 del 1992, rivista fondata dallo stesso Spatola e Ivano Burani, su tape cassette (inclusi anche diversi altri protagonisti della scena ferrarese di cui prima).
Tutt’oggi, la compianta poetessa, scomparsa tragicamente nel 1997, splendidamente celebrata nel 2007 per la Biennale donna di Ferrara curata da Lola Bonora e Anna Maria Fioravanti dell’Udi, resta al vertice del fare poesia sperimentale, a Ferrara e non solo, postlineare, visiva e anche sonora.

Per ulteriori informazioni su mostre, cd, eventi nazionali e internazionali riguardanti Federica Manfredini, visita il sito di Ulu late 67 [vedi] e dell’Udi Biennale donna [vedi]

da “Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea”, eBook a cura di Roby Guerra (Este Edition-La Carmelina, 2012)

LA STORIA
La caleidoscopica casa delle arti animata da pittori, fotografi, architetti

In un freddo pomeriggio di metà novembre, i promotori di Rrose Sélavy ci hanno presentato i mille volti diversi di un’associazione pronta a cambiare il panorama artistico ferrarese. I loro nomi sono noti in città: il musicista Roberto Manuzzi, l’architetto Giovanna Mattioli e Chiara Sgarbi che domani alle 18 inaugura la sua mostra di illustrazioni “Im-probabile”

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La sede con volo di origami

Entrare nell’accogliente sede dell’associazione Rrose Selavy ricorda il ritorno a casa dopo una giornata stressante e faticosa. La piccola stanza dalle luci soffuse, arredata con quadri che ritraggono volti di Paesi e culture lontane, è solo uno dei dettagli pronti a conquistare chiunque si presenti in via Ripagrande 46. L’indirizzo, forse ancora poco noto ad alcuni, è ben conosciuto da chi frequenta le attività che l’associazione promuove per diffondere l’arte e la cultura in tutte le sue forme e applicazioni. Perché, mettendo in gioco fantasia e originalità, Rrose Selavy non si limita ad aprire le porte agli artisti emergenti programmando mostre e dibattiti, ma arricchisce con corsi, laboratori e incontri un programma dalle mille sfaccettature diverse. Un programma che, in un piovoso pomeriggio, mi è stato presentato dai tre promotori Giovanna Mattioli, Chiara Sgarbi e Roberto Manuzzi. Così, nell’attesa del tè caldo preparato da Giovanna che, seduta alla scrivania, mi ha accolto con gentilezza e semplicità, mi sono avventurata alla scoperta di un’Arte che i nostri sensi ‘anestetizzati’ e privi di gioia non sono più abituati a vedere…

Rsose Sélavy è un’associazione molto giovane, ma già caratterizzata da un programma amplissimo o originale. Chiara, come è nata questa idea che, in tutto il panorama ferrarese, rappresenta senza dubbio una voce fuori dal coro?

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Chiara Sgarbi e Giovanna Mattioli

Da anni avevo un sogno: desideravo creare un luogo che fosse la sede di incontri volti a condividere interessi e iniziative con le altre persone. Il mio obiettivo è sempre stato quello di curare attività a sfondo culturale e l’occasione mi è stata offerta proprio da questo spazio. Ottenere il comodato d’uso è stato il punto di partenza per l’avvio di un’iniziativa che permette a ognuno di noi di mettersi in contatto con gli altri. A dir la verità, non è stato facile cominciare: ho dovuto affrontare alcune delusioni e prendere ardue decisioni. Ma ho fatto anche scoperte interessanti. Oggi siamo rimasti in quattro, tutti accomunati dal modo di pensare: io, Giovanna, mio marito (Roberto Manuzzi, ndr) e Morena Morelli, che è un uccel di bosco.

Ma l’associazione non è il vostro impiego principale, quali attività lavorative svolgete?

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Mostra “Lo sguardo perturbante”, foto di Riccardo Rangel

Chiara – Io mi occupo di didattica e di psicologia dell’arte, organizzando laboratori nelle scuole e corsi di formazione per gli insegnanti. Collaboro con case editrici, come Artebambini, occupandomi delle illustrazioni, e faccio parte del comitato di redazione di Rivistadada. Parallelamente, però, mi immedesimo come artista e porto avanti un progetto creativo che esula dall’editoria: domani (sabato 22), per esempio, inaugurerò presso la sede di Rrose Sélavy la mia mostra personale. Morena, invece, lavora al Teatro comunale.
Giovanna – Per quanto riguarda la mia professione, sono laureata in architettura e mi occupo prevalentemente della progettazione dei giardini. In questo periodo, il mio lavoro non offre tante opportunità, ma, pur avendo diminuito il ritmo, mi capita spesso di collaborare con l’Università di Bologna. Ho seguito corsi sulla divulgazione dell’arte dei giardini e, da una decina di anni, mi occupo della rassegna cinematografica “Giardini al Cinema” promossa da Garden Club Ferrara.
Roberto – Sono un sassofonista e insegno presso il Conservatorio di Ferrara. Per molti anni ho avuto l’opportunità di impegnarmi come polistrumentista del cantautore Francesco Guccini, realizzando molti dei suoi lavori discografici.

Rrose Sélavy è un nome bizzarro, che non si dimentica facilmente. Da dove nasce questa scelta Roberta?
Si tratta dello pseudonimo con cui Marcel Duchamp era solito firmare alcune delle sue opere. L’idea nasce dalla volontà di far capire alla gente che tutto, se guardato sotto un’altra luce, può diventare arte. E’ una visione del mondo che somiglia a quella ritratta dai Dadaisti: un’immagine così forte da farci cambiare atteggiamento nei confronti della realtà, aiutandoci a cogliere l’aspetto estetico delle cose.

Un nome che mette in luce un importante obiettivo. Si può dire che, oltre all’arte e all’amore per l’estetica, la vostra associazione persegua anche uno scopo ‘sociale’?

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Laboratorio nella sede dell’associazione

Giovanna – Certo, il nostro sogno è quello di creare un rapporto con gli altri. Siamo convinti che, organizzando laboratori e incontri, si crei uno scambio di anime pronto a diventare uno scambio culturale e amichevole. Personalmente, ne ho avuto la prova durante il corso avviato per realizzare origami, dove abbiamo “lavorato” la carta in modo allegro e conviviale, riscoprendo la bellezza dello stare insieme. Inoltre, cerchiamo di dare voce a chi vuole trasmettere qualcosa alla collettività. Tuttavia, non siamo una galleria d’arte e la nostra attività è limitata. Poiché abbiamo minori disponibilità, siamo costretti a scegliere tra le proposte che ci sono avanzate da giovani artisti che desiderano farsi conoscere. Una scelta necessaria, se si pensa che ci allochiamo ogni spesa al fine di non gravare su chi bussa alla nostra porta. Proprio per questo motivo, godiamo della libertà di dire di “no” a chi vogliamo, soprattutto a chi cerca di approfittarsi della nostra disponibilità. Certo, potrebbe essere considerato discriminante, ma, non pensando al lucro, la riteniamo una ragionevole pretesa.

La vostra attività enfatizza il ruolo svolto dall’arte nella quotidianità. Quanto può influire quest’ultima sul rapporto con le persone?
Chiara – Ritengo che l’arte sia al servizio dell’uomo: arricchisce le persone, anche se talvolta può essere difficile da decifrare. Pensate all’arte contemporanea: nonostante le critiche mosse nei confronti degli artisti più recenti, è necessario ricordare che si tratta di creazioni non storicizzate. Anche dietro ai lavori più bizzarri si nascondono dei presupposti e, non a caso, sono specializzata in questo settore.

Le vostre iniziative puntano anche a riscoprire il fascino delle arti minori. Quali sono le attività che, finora, avete realizzato?
Giovanna- In questi mesi, abbiamo trovato spazio per ogni tipo di arte, come la fotografia. Hanno riscosso un grande successo gli schizzi di acquerello pubblicati da Sara Menetti, una ragazza che cura un’apposita rubrica in rete. Si tratta di strisce simili a fototessere che carpiscono eventi quotidiani ritratti sul posto e colorati successivamente. Poco tempo fa, abbiamo realizzato un apposito libro contenente gli acquerelli realizzati nel corso di un viaggio a Tokio, ma non manca l’interesse mostrato da altri giovani artisti. Certo, entrare nell’interesse dei ragazzi non è facile, ma cerchiamo di attrarli attraverso corsi e attività. Un tentativo che vorrei realizzare anche all’università, nonostante le opportunità siano minori.

Ma Rrose Sélavy si spinge oltre e la pagina Facebook pubblicizza un corso di (RI)eduzione all’ascolto, curato da Roberto Manuzzi. Roberto, quali temi saranno trattati durante questa attività?

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Roberto Manuzzi, alle spalle un’opera della mostra “Cercare l’arte”

Il corso sarà imperniato sulla musica e sull’arte del sentire. Partendo da una provocazione volta a scoprire gli elementi che accomunano Stockhausen a Lady Gaga, l’attività che proporrò presso la sede dell’associazione affronterà la fenomenologia della musica per sgombrare il campo dai pregiudizi e scoprire i parallelismi tra esperienze all’apparenza molto diverse tra loro. Tra letture e spezzoni video, racconterò realtà misconosciute assieme a fenomeni sopravvalutati, ricordando che i “generi” in quanto tali non esistono.

Anche se Rrose Sélavy non si presenta come una galleria d’arte, gli ultimi mesi hanno visto l’esposizione di molteplici mostre. Quali sono gli artisti che l’associazione ha lanciato?
Giovanna – In effetti, le mostre non sono mancate e il 2015 ci vedrà ancora impegnati in queste iniziative. Nel corso degli ultimi mesi, abbiamo esposto quadri realizzati da artisti singoli e da molteplici gruppi: dall’illustratrice Eva Montanari alle opere personali di Sonia Possentini, abbiamo dedicato grande attenzione anche all’attività svolta da Giovanni Nascinbeni, il quale ha esposto quadri a olio. Oltre agli acquerelli di Sara Menetti e Dario Grillotti, ci siamo occupati di un’altra iniziativa collettiva, che ha visto in primo piano Terry Mai e Laura Ragazzi. Recentemente, abbiamo dato spazio a Ricardo Rangel e alle sue fotografie raccolte nell’esposizione “Lo sguardo perturbante”. Si tratta di immagini che raccontano il Mozambico, terra natale dell’artista, nell’esperienza di ordinario orrore nato dalla mancanza di libertà. Rangel ha immortalato istanti della quotidianità senza voler fare spettacolarizzazione: non sono fotografie che fanno inorridire, ma nascondono una forte ironia che si percepisce grazie al ragionamento e alla tragica storia narrata. E’ la dimostrazione che lo scandalo denunciato da Ricardo non è esplicito.

Bizzarra sembra l’attività “Una sera, un giardino”, articolata in una serie di incontri tenuti da Giovanna, l’ultimo dei quali si svolgerà il 3 dicembre. Su cosa verte questa iniziativa che pone al centro dell’attenzione il giardino? Quanto influisce esso sulla nostra interiorità?
Progettare giardini è alternativo: non è piantare alberi in un campo da calcio. Il giardino racconta di noi e, attraverso questi incontri, imperniati su uno scambio di opinioni per imparare a “vedere” partendo dal “guadare”, ho intenzione di dimostrare quanto questo elemento influisca sul paesaggio. L’attività, che non vuole essere un corso accademico, partirà proprio dalla presentazione di un’opera, come Majorelle, e ognuno scoprirà qualcosa cui non ha mai fatto caso.

Infine, uno sguardo alle iniziative future promosse dall’associazione. Qual è il programma dei prossimi mesi? Sarete “aiutati” dalle istituzioni e dalla pubblicità?

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Locandina della mostra personale di Chiara Sgarbi ‘Im-probabile’

Chiara – Sabato alle 18 inaugurerò la mia mostra personale presso la sede di Rrose Sélavy, intitolata “Im-probabile”. Ma le idee future sono molte: vogliamo lanciare un workshop aperto a tutti in cui costruire un taccuino. L’iniziativa, promossa da due ragazzi di Bologna, si somma ad altri progetti che valuteremo con il solito criterio “ci piace, non ci piace”, cercando di mantenere l’impronta che ci ha sempre contraddistinto. Inoltre, mi piacerebbe avviare un corso di Arte Contemporanea, ma sarà necessario raggiungere i numeri. D’altronde, fino a oggi, abbiamo puntato sul “passaparola” perché non abbiamo avuto grande appoggio dalle istituzioni. Tuttavia, i giornali si sono resi molto disponibili. Certo, dovremmo pubblicare di più, ma, essendo molto impegnati, per ora ci riteniamo soddisfatti. Dobbiamo pazientare: per avviare un’attività servono due o tre anni.
Giovanna – In ogni caso, anche se non siamo una galleria d’arte, chiunque abbia un progetto originale che desidera condividere è il benvenuto: vogliamo chi prova, chi esperimenta. E la citazione di Kennedy incorniciata nel bagno della sede non fa che ricordare il nostro obiettivo: “C’è chi guarda alle cose come sono e si chiede “Perché?”. Io penso a come potrebbero essere e mi chiedo “perché no?”

Le foto sono dell’Associazione Rrose Sélavy (dal diario della pagina Facebook)
Per saperne di più, visita la pagina Facebook dell’associazione [vedi]

Invecchiare sani si puo’

Per invecchiare bene occorre innanzitutto considerare la vecchiaia come un’età della vita, con le sue prerogative e opportunità proprie. E’ anche vero però che più invecchiamo e più ci ammaliamo, in quanto biologicamente si assiste ad una generale riduzione del numero delle cellule (atrofia) e ad una diminuzione dell’efficienza funzionale, accompagnata da modificazioni organiche e predisposizione ad una serie di disturbi.
Ma se si riuscisse a rallentare o modulare il processo di vecchiaia, ci si potrebbe ammalare molto meno e, al giorno d’oggi, con la prevenzione si può.
Terenzio scriveva “Senectus ipsa morbus est”, la vecchiaia stessa è una malattia. Questa tesi è ancora vera dopo oltre due millenni? Personalmente credo di no. E’ una teoria arbitraria, priva di veri fondamenti scientifici e dovrebbe essere smentita anche dal fatto che oggi si invecchia sempre più in buona salute. Non si tratta certo di trovare l’elisir di lunga vita ma di rimanere sani più a lungo, eccezionalmente liberi dalle malattie. Non esistono miracoli ma buon senso.
Ci sono molte teorie sul processo di vecchiaia, una delle più accreditate è l’endocrinosenescenza. Secondo questa teoria, invecchiamo perché le ghiandole che producono gli ormoni, le ghiandole endocrine, col passare degli anni incominciano a non funzionare più correttamente.

A questo proposito si possono verificare due condizioni:

1) inversione del ritmo circadiano di produzione ormonale;
2) diminuzione relativa-assoluta della produzione ormonale.

Un ritmo circadiano è un ritmo caratterizzato da un periodo di circa 24 ore. Il termine “circadiano”, coniato da Franz Halberg, viene dal latino circa diem e significa appunto “intorno al giorno”. Esempi di ritmo circadiano sono il ritmo veglia-sonno, il ritmo di secrezione del cortisolo e di varie altre sostanze biologiche, il ritmo di variazione della temperatura corporea e di altri parametri legati al sistema circolatorio. Oltre ai ritmi circadiani sono stati identificati e studiati vari ritmi circa settimanali, circa mensili, circa annuali.
I ritmi circadiani dipendono da un sistema circadiano endogeno, una sorta di complesso “orologio interno” all’organismo che si mantiene sincronizzato con il ciclo naturale del giorno e della notte mediante stimoli naturali come la luce solare e la temperatura ambientale, ma anche stimoli di natura sociale (per esempio il pranzo in famiglia sempre alla stessa ora). In assenza di questi stimoli sincronizzatori (per esempio in esperimenti condotti dentro grotte o in appartamenti costruiti apposta) i ritmi continuano ad essere presenti, ma il loro periodo può assestarsi su valori diversi, per esempio il ciclo veglia-sonno tende ad allungarsi fino a 36 ore, mentre il ciclo di variazione della temperatura corporea diventa di circa 25 ore.
Per quanto riguarda invece la diminuzione relativa-assoluta della produzione ormonale, basti dire che ci sono persone che a partire dalle undici della sera acquistano una carica incontenibile, che non andrebbero mai a dormire e la mattina non c’è verso di tirarle giù dal letto, e pur dormendo molte ore non hanno un sonno riposante. Si svegliano stanche. Tutto questo accade perché questo tipo di persone ha un ritmo di produzione del cortisolo circadiano invertito.

Ma cosa ha di tanto speciale il cortisolo?
Il cortisolo è un ormone che viene prodotto, assieme all’adrenalina, dal surrene, una piccola ghiandola collocata sopra il rene. Entrambi gli ormoni consentono di mettere immediatamente a disposizione le nostre riserve di energia, per far fronte alle situazioni di pericolo. La nostra biologia non è mutata ed è uguale a quella dell’uomo primitivo il quale si trovava sovente in condizioni di pericolo in cui doveva prendere una decisione rapida: combattere o fuggire. Adrenalina e cortisolo – mettendoci immediatamente a disposizione le riserve di energia – servono per affrontare questo tipo di situazioni. Non a caso vengono chiamati ormoni dello stress e antistress. Se la nostra biologia non è cambiate rispetto a quella dell’uomo primitivo, sono però cambiate le condizioni esterne. L’uomo primitivo, dopo avere affrontato una situazione di emergenza, poteva tirare il fiato, riposarsi, ricostituire le riserve di energia e consentire al surrene di preparare nuove scorte di adrenalina e cortisolo. Oggi è difficile trovarsi in condizioni di pericolo come quelle vissute dai nostri lontani antenati, ma il meccanismo adrenalina-cortisolo si attiva lo stesso perché le situazioni stressanti, pur essendo meno intense, sono più frequenti, quasi continuative. Il cortisolo infatti – ma anche il testosterone, gli estrogeni e altri ormoni – viene prodotto in maggiore quantità alle otto del mattino: nel corso della giornata la sua produzione tende a diminuire fino al minimo serale che ci consente di addormentarci. Se però continuiamo a richiedere al surrene continue ‘iniezioni’ di cortisolo, arriviamo a un punto in cui questa ghiandola comincia a perdere i colpi e a produrre sempre minori quantitativi dell’ormone.

Stando così le cose, dobbiamo domandarci, possiamo assicurarci uno stile di vita tale che ci permetta di arrivare alla vecchiaia con efficienza e senza malattie? Può una vita sana condurre al benessere totale della persona? La risposta è: assolutamente sì.
Per rafforzare la nostra convinzione è bene ricordare la massima del saggio Seneca che, nel De Brevitate Vitae, dice: “La vita non è breve ma è l’essere umano a renderla tale, disperdendosi e sciupando il tempo in mille vane occupazioni […] in un mangiare disordinato e troppo abbondante e uno stress brutale”.
Anche Pablo Neruda ci dà indicazioni validissime quando dice, “Muore lentamente chi non si appassiona più, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle i, chi evita le emozioni che fanno battere il cuore.”
La vecchiaia è vita: imparare ad invecchiare è imparare a vivere.

L’OPINIONE
Vergogna: parola abusata che per l’Eternit riacquista il suo significato etico

Il nodo ti prende alla gola. “Al magòn”, come si dice nella nostra lingua materna. E assieme a questa sensazione di scoramento e di vuoto il senso di una colpa, di una grave colpa, che sovrasta un popolo che non ha saputo trovare la sua auspicata, cercata, invocata unità nazionale.
Fatti apparentemente inauditi ci martellano, ci sconvolgono. Fatti a cui non si sa dare un senso: il cerimoniale mafioso dei “santisti” sfacciatamente esibito, non nel paesino nascosto di qualche landa meridionale ma nell’altezzoso Nord dove al giuramento in cui s’invoca la luna e la notte, i santi e la connivenza fino alla morte, si mescola il ricordo di coloro che un tempo “fecero l’Italia”, gli eroi laici del pensiero nazionale.
E ancora. L’impunità del volere mafioso che nel processo in cui si giudica la persecuzione portata a Roberto Saviano e alle sue denunce, assolve “in punta di legge” il mafioso e si condanna l’avvocato.
Infine, la sentenza che assolve il/i responsabili della malefica “polvere bianca” (non la droga ma ciò che è peggio della droga, il veleno dell’amianto) che ha distrutto famiglie, persone innocenti, paesi: come una nuova e inaudita pestilenza.
Cerco una spiegazione ma non la trovo, se non una traccia, nell’accorato commento che Gad Lerner pubblica su La Repubblica: che la via per il miliardario svizzero fosse anche agevolata dal sistema giuridico italiano era ben chiara. Così, scrive Lerner: “Ci ha pensato la Cassazione, infine. I calcoli di Schimidheiny sulla malagiustizia italiana erano ben riposti. La legge del più forte ha prevalso sulla sofferenza di una comunità civile che per anni ha continuato a inalare le fibre cancerogene del suo Eternit.”
Questo nome minaccioso che rimanda a un’eternità di distruzione e di dolore…
Allora vengono in mente le parole sul garantismo, sul giudizio che può cambiare e sulla necessità di affidarsi per la definitiva assoluzione o condanna al terzo grado. E ci domandiamo “immagonati” come siamo, “Può la ragione prevalere sul sentimento?”, “Può la legge, pur applicata con rigore, trascurare la voce o meglio l’urlo di chi ha perso affetti e persone care. La prescrizione al posto dell’evidenza del male non combattuto ma assolto?”. Possono le regole imporsi sulla umanità?

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Cave nel Parco delle Alpi Apuane

La tristezza di questa ormai copiosa serie di sconfitte sul piano etico viene alleviata da un pensiero alto che s’incarna, si diceva una volta, in un “aureo” libretto scritto da Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale “Il territorio bene comune degli italiani”, introduzione di Salvatore Settis (Donzelli editore, 2014). Maddalena ha tenuto un’appassionata conferenza introduttiva (e basta col termine “lectio magistralis” talmente abusata da non significare più nulla) al conferimento del premio Bassani istituito da Italia Nostra che si è svolto a Ferrara pochi giorni orsono e che ha dichiarato vincitori un giornalista di vaglia come Francesco Erbani e un giovane economista, Luca Martinelli, che si è impegnato a portare la sua esperienza specifica nel denunciare lo scempio delle Alpi Apuane o i tristi contraccolpi sul paesaggio nella costruzione dell’autostrada Mestre-Orte. Ai due vincitori a cui s’affiancano gli altri valorosi difensori di ciò che Maddalena sottolinea già dal titolo del “Territorio bene comune degli italiani” e che vinsero le passate edizioni del premio: Antonio Mazzeo e Tomaso Montanari andrebbe di nuovo rivolta la domanda. Può il diritto in nome delle regole, mandare liberi chi si è reso colpevole non solo della morte di tante persone ma dell’avvelenamento di un paese quale Casale Monferrato?

La rigorosa disamina condotta da Maddalena vuole mettere in evidenza che il territorio italiano è non dei privati o tantomeno dei politici che governano (o dovrebbero governare) in nome del “popolo sovrano” bensì degli italiani.
Ma gli italiani si rendono conto del grandissimo privilegio-onere che dà loro la Costituzione italiana, oppure si comportano come “itagliani”? Ancora una volta “un volgo disperso che nome non ha”. Purtroppo.

LA RICORRENZA
Di genere si muore, fermiamo la violenza sulle donne

Il 25 novembre è la “Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, ma parlare di femminicidio e violenza di genere un giorno all’anno non basta, sono i numeri a dimostrarlo. È di pochi giorni fa la notizia della morte di 13 donne in India, dopo essere state sottoposte a intervento di legatura delle tube nell’ambito della campagna di sterilizzazione di massa voluta dal governo. È accaduto nello stato centrale di Chhattisgarh: più di 80 donne (una ogni due minuti) sono state operate in poche ore nell’accampamento di sterilizzazione eretto in un ospedale in disuso: circa 60 si sono sentite male, venti sono ancora in rianimazione e si teme che non riescano a farcela.

In un anno, in India, quattro milioni di donne sono state sterilizzate, contro i solo 110.000 uomini che sono ricorsi alla vasectomia: è evidente che il peso della contraccezione grava esclusivamente sulle prime, mentre gli interventi di vasectomia maschile, più semplici e meno rischiosi, sono socialmente osteggiati. A Chhattisgarh alle donne sottoposte alla procedura sono state date 1.400 rupie, circa 18 euro; altri governi locali offrono come incentivi automobili ed elettrodomestici alle donne che accettano di farsi sterilizzare volontariamente – bisognerebbe chiedersi quanto siano spinte dall’autodeterminazione e quanto dai mariti o dal bilancio famigliare.

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In Italia le scarpe rosse sono diventate il simbolo contro il femminicidio e la violenza sulle donne in genere

Ma non c’è bisogno di andare a cercare in India per trovare abusi e soprusi sulle donne. In mancanza di statistiche e di raccolta dei dati nelle sedi ufficiali, Casa delle donne di Bologna è l’unica associazione in Italia che si occupa di raccogliere i numeri sul femminicidio mediante l’esame della stampa nazionale e locale. Nell’ottava indagine, condotta per l’anno 2013, le volontarie hanno evidenziato un incremento del fenomeno rispetto agli anni precedenti, con 134 donne uccise. Questo nonostante la nuova legge di ottobre e la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. Mentre vengono confermati altri dati degli anni precedenti: i femminicidi riguardano per lo più donne italiane (70%), sono commessi da uomini italiani (70%), interessano tutte le fasce di età, anche se nel 2013 si ha un’incidenza maggiore tra i 36 e i 45 anni, mentre nel 2012 si registrava nella fascia 46-60. Secondo l’indagine questi delitti trovano origine nella relazione di genere: nel 58% dei casi l’autore è stato il partner attuale o ex della donna. Questi numeri aiutano a inquadrare e analizzare un fenomeno, ma è evidente che dietro queste cifre ci sono drammi personali e famigliari e vite scippate. Donne uccise per gelosia. Donne uccise perché avevano lasciato. Donne uccise perché maltrattate per anni. Donne uccise perché donne.
Il 25 novembre è la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” e a Ferrara le istituzioni, l’associazionismo femminile e di categoria, le società sportive, le istituzioni e le associazioni culturali e artistiche hanno creato un composito programma di iniziative dal respiro lungo, che arriverà fino a dicembre e che coinvolgerà tutto il territorio provinciale: la presentazione ufficiale alla cittadinanza sarà sabato 22 novembre alle 10 al Mercato Coperto di via Boccacanale di Santo Stefano.
Questa collaborazione e questo impegno a lungo termine sono un segnale positivo perché, come ha affermato Paola Castagnotto del centro Donne e giustizia nella conferenza stampa di presentazione del programma, “la ricorrenza è un giorno all’anno, ma se si parla di violenza di genere un giorno solo all’anno non serve a nulla: il tema è strutturale perciò serve una presenza strutturale e strutturata”. Ancora più condivisibili le parole di Castagnotto quando afferma che “non è un problema di lacrime, è un problema di responsabilità. C’è ancora molta strada da fare”.

Per maggiori informazioni e aggiornamenti sul calendario delle iniziative [vedi]

Un’asta ‘a orologeria’: il mistery psicologico di Tornatore

“E come è vivere assieme ad una donna?” “E’ come partecipare ad un’asta. Non sai mai se la tua offerta sarà la più alta”. Virgil in “La migliore offerta”, Giuseppe Tornatore.
Atmosfera intrigante e un po’ retro e un ricco e noto banditore d’asta esperto di antiquariato e di arte, che organizza i suoi intrighi con un amico di lunga data che partecipa, per lui, alle aste, non troppo lecitamente. E poi un caveau segreto blindato dove raccoglie una collezione inestimabile di opere d’arte, ritratti, soprattutto, di donne.

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Virgil, il ricco, elegante e misantropo banditore d’asta

Quelle che lui, il protagonista, Virgil Oldman (un freddo, controllato e severo, ma bravissimo, Geoffrey Rush) chiama le sue donne, donne non reali, perché Virgil, misantropo, preferisce così, quelle donne dipinte e inoffensive che l’amico (Donald Sutherland) gli procura. Virgil è colto, elegante ed eccentrico, rifiuta qualsiasi contatto umano, indossa sempre un paio di guanti e non incrocia mai lo sguardo delle rappresentanti il gentil sesso. E poi tanti enigmi.

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La locandina del film

Questi gli ingredienti principali di “La migliore offerta”, un film che ha stile, perfezione, tanta bellezza, ma anche tanta fragilità e incomprensione. Perché l’ombroso Virgil è fragile psicologicamente, in fondo: quando si confronta con la passione per una donna reale (mai provata prima), perde l’orientamento e la testa.
Tutto inizia e cambia quando, un pomeriggio, gli telefona un personaggio misterioso, la giovane ereditiera Claire, che gli rivela che i genitori le hanno lasciato una villa enorme, bellissima ma diroccata e hanno stabilito l’obbligo che a fare la perizia all’intera illustre dimora sia proprio lui. Lusingato, Virgil accetta ma l’ereditiera, sfuggente e misteriosa, si rivela un personaggio impossibile, diserta gli appuntamenti adducendo mille scuse e alla fine gli rivela di essere affetta da agorafobia, per cui vive nella villa da reclusa e non vuol essere vista da nessuno, pur essendo (si dice e si comprende) bellissima.

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La giovane e bella ereditiera

La routine è turbata e sconvolta. Il confronto con la vita e la realtà saranno distruttive per Virgil, personaggio nevrotico e ossessivo. Il finale sarà inaspettato. Intrigante tutta la storia, il mistero e i luoghi in cui il film è girato: si passa dall’accogliente e familiare Alto Adige, alla romantica Vienna fino alla magica Praga. Il mistero è alimentato dalla scoperta, durante i numerosi sopralluoghi alla villa, di alcuni ingranaggi, che si sospettano risalire all’epoca di Jacques de Vaucanson, cui la storia attribuisce la costruzione del primo automa mai realizzato.
Bella e accurata la sfilata di quadri e di opere d’arte, un’autentica meraviglia per collezionisti e conoscitori ma anche per semplici amatori. Conquistano anche le musiche, che sono di Ennio Morricone.
Un vero e intrigante giallo che tiene con il fiato sospeso, sulle spine, fino all’ultimo. Un catalogo di vite con tanto di villa dalle atmosfere hitchcockiane.

La migliore offerta, di Giuseppe Tornatore, con Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Philip Jackson, Italiua, 2012, 124 mn.

LA STORIA
Una Lanterna brilla in Emilia: l’osteria apprezzata anche da Carlo Petrini e Vandana Shiva

L’Osteria La Lanterna di Diogene di Solara di Bomporto (Modena) unisce buona tavola e impegno sociale, impegnando una dozzina di ragazzi disabili, alcuni sono anche soci fondatori. Con il loro impegno nei campi, nella stalla e nell’osteria, i ragazzi sostengono l’attività della Lanterna. Da qualche anno l’osteria, fondata nel 2006, è recensita anche nella Guida Slow Food Osterie d’Italia perché, oltretutto, utilizzano solo ed esclusivamente prodotti biologici km 0, tra cui i formaggi e lo yogurt dell’Azienda Casumaro che si trova sempre a Solara, le uova e il riso dell’Azienda Cerutti di Burana di Bondeno, nel ferrarese. Tra queste realtà imprenditoriali non si è solo instaurato un ottimo rapporto, ma è nata una grande amicizia e un tessuto di relazioni sul territorio che loro definiscono ‘casa’. Dall’amicizia all’amore il passo è breve: i produttori Elisa Casumaro e Stefano Cerutti si sono sposati a settembre 2013 e il pranzo nuziale è stato interamente preparato dai ragazzi della Lanterna. Una favola vera che vale la pena raccontare.

Siamo andati a cena alla Lanterna di Diogene con Elisa Casumaro* e Stefano Cerutti**, per ascoltare da loro questa bella storia, e dalle parole di Giovanni Cuocci che gestisce l’osteria insieme agli altri soci.

Elisa, come hai conosciuto i ragazzi della Lanterna?

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Elisa Casumaro in azienda, con una dei suoi vitellini

Mia mamma lavorava in un’azienda che ogni anno a Natale fa doni alle realtà che hanno bisogno di essere sostenute, non in denaro ma in termini di beni utili. Per anni, a dicembre, veniva a casa e chiedeva a mio papà: “Noi ce l’abbiamo un vitellino da regalare alla Lucciola per Natale?”, e l’anno dopo, “Ce l’abbiamo un maialino per la Lucciola?”. E mio padre le rispondeva sempre: “Ma cosa se ne fanno di questi animali?”. Questo una decina di anni fa, finché non abbiamo iniziato a conoscerci meglio e a collaborare in modo più consistente.


Giovanni, come si è sviluppato poi il rapporto con l’Azienda Casumaro?

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Giovanni Cuocci davanti all’entrata dell’osteria

Cercavo buoni latticini, sono andato a visitare l’azienda e ho cominciato ad utilizzare i loro prodotti per l’osteria. Fino a quando, nel 2007, Elisa ha tenuto per noi un bellissimo laboratorio su come fare il formaggio. E’ stato un momento molto intenso: per Elisa era la primissima esperienza, ora tiene regolarmente laboratori per le scuole perché l’azienda è fattoria didattica; per noi è stato come aprirci al territorio, tessere una nuova e profonda relazione. Da allora stiamo crescendo insieme.

E Stefano Cerutti, quando lo avete conosciuto?

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Stefano Cerutti durante una visita guidata alla riseria

Ecco, mi ricordo che c’è stato un momento particolare in cui Elisa ha cominciato a fare degli strani e ripetuti inviti, chiedendomi se per caso non mi servissero delle uova, se non avessimo bisogno di qualche gallina, perché lei aveva conosciuto un ragazzo che allevava le galline e produceva uova biologiche; diceva che era un ragazzo bravissimo, che dovevamo conoscerlo. Beh, di lì a poco erano fidanzati! Ed effettivamente i prodotti erano ottimi e abbiamo cominciato ad utilizzarli. Quindi ora abbiamo i formaggi bio di Casumaro, le uova e il riso bio di Cerutti… vitellini, maialini… e le famose galline! Una grande famiglia.

Entrando in osteria ho visto una foto in cui Carlo Petrini di Slow Food vi fa visita e so anche che siete recensiti nella guida di Slow Food Osterie d’Italia. Ci vuoi raccontare qualcosa a proposito?

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Visita di Carlo Petrini alla Lanterna, a seguito del terremoto in Emilia del 2011

Volentieri. Io conoscevo già Slow Food perché m’interessavo di cibo e gastronomia. Poi c’è stata l’illuminazione con il libro di Petrini “Buono, pulito e giusto”: leggendolo, sembrava che parlasse di noi, della nostra scuola, della realtà della Lucciola… era identica, tant’è che mi chiedevo come avesse fatto a scrivere di noi senza conoscerci. Da lì è nato il desiderio di incontrarlo e di portarlo alla Lanterna. L’occasione è arrivata in occasione del Convegno mondiale del biologico, nel 2008: Petrini era tra i relatori, la cena ‘clou’ si sarebbe tenuta nel ristorante di un amico, il convegno era organizzato dall’allora Assessore all’agricoltura della Provincia di Modena, Graziano Poggioli, infaticabile promotore del biologico che io conoscevo. Non c’era storia, io dovevo essere lì quella sera, a cena con loro, a costo di fare il cameriere. E così è stato, il proprietario del ristorante ha aggiunto un posto a tavola e mi sono seduto in mezzo a loro: non mi pareva vero, avevo alla mia sinistra Carlo Petrini e alla destra Vandana Shiva, la famosa attivista e ambientalista indiana. Un sogno.

Hai cenato con Carlo Petrini e Vandana Shiva? Continua, non ti fermare…

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La Lanterna di Diogene, la scultura che si trova nel giardino dell’osteria

Non solo, ma c’erano anche il filosofo ed economista francese Serge Latouche, l’allora presidente di Slow Food Italia Roberto Burdese e tutta una serie di personalità nel campo del biologico e della sostenibilità. Io non ho fiatato per tutta la serata, ascoltavo a più non posso. Alla fine, mi hanno chiesto chi ero e cosa ci facevo lì. Gli ho raccontato della Lanterna e della Lucciola, di come la scuola raccontata da Petrini fosse identica alla nostra, infine ho invitato Petrini a venirci a trovare. Lui era impegnatissimo in quei giorni e io non volevo rischiare che non venisse, così il giorno dopo ci siamo presentati al convegno, abbiamo aspettato che finisse il suo intervento, poi l’abbiamo rapito.

Avete rapito Petrini?
Sì, ho detto a Simona, una ragazza down che lavora in osteria e che è cresciuta con noi, “Simo, la macchina è in moto, lo carichiamo e ce ne andiamo.” E lei, tutta seria e presa nella parte, è andata e gli ha detto “Io sono qui per rapirti, andiamo!”. Lui si è fatto una gran risata e ha cominciato a guardarsi intorno per vedere dov’ero. Finite le interviste con i giornalisti, l’abbiamo portato qui all’Osteria e abbiamo mangiato insieme i tortelloni preparati dai ragazzi. Lui è rimasto molto contento e da quel momento non ci siamo più lasciati, tant’è che dopo il terremoto si è fatto promotore di una campagna a sostegno della nostra attività perché ne eravamo usciti distrutti [vedi]. La foto che hai visto entrando è stata scattata qualche giorno dopo il terremoto, quando Petrini e tutti i fiduciari di Slow Food sono venuti a cena qui, proprio per darci il coraggio e la spinta per ripartire. Siamo diventati una Comunità del cibo di Terra Madre e partecipiamo anche al Salone del Gusto di Torino.

Ma raccontami un po’ dei ragazzi e del gruppo che ruota attorno alla Lanterna…
Sì, finora ho raccontato qualche aneddoto simpatico ed emblematico, ma la storia della Lanterna è un’altra, è la storia di diverse persone che si sono messe insieme e che sono capaci di lavorare in gruppo. La nostra è una cooperativa, tra i soci ci sono anche alcuni ragazzi con patologia cresciuti al Centro di terapia integrata per l’infanzia La Lucciola [vedi]. Le scelte vengono fatte insieme e il mio voto vale come quello di ognuno di loro, come quello di Caterina per esempio.

Giovanni chiama Caterina che sta servendo ai tavoli. Cate ha 26 anni, lavora come aiuto cuoca e cameriera, ed è tra i soci della Lanterna. Da principio un po’ timorosa, Caterina comincia a raccontarsi, dimostrando un’incredibile consapevolezza di sé e della propria patologia.

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Caterina (a sinistra) e Carlo Petrini in visita alla Lanterna

Io sono arrivata alla Lucciola che avevo 16 anni, perché a scuola non mi trovavo tanto bene. Io venivo tutte la mattina da Bologna, perché noi abitavamo là. Poi, siccome venire alla Lucciola mi piaceva tanto, con la mia famiglia abbiamo deciso di avvicinarci e ci siamo trasferiti a San Giovanni in Persiceto. Alla Lanterna mi hanno insegnato tante cose, mi hanno insegnato a lavorare insieme e che cos’è la dignità. Qui hanno capito i miei problemi e le mie difficoltà, perché io ho avuto una vita difficile, spesso mi viene voglia di piangere per la mia patologia.

Di quali attività ti occupi qui alla Lanterna, Caterina?
Durante il giorno pulisco le verdure che verranno preparate per la cena, lavo i piatti, dò da mangiare ai maiali che sono alleviamo nel bosco, il giovedì facciamo i tortelloni di ricotta, i tortelloni di zucca, i maccheroni al pettine, le tagliatelle, ecc. La sera invece faccio la cameriera. Fare la cuoca mi piace tanto e anche stare in mezzo alla gente, tutte queste cose mi danno molta soddisfazione.

Stefano, tornando a voi, raccontaci dell’amicizia con Giovanni e di com’è nata l’idea di far preparare il pranzo del matrimonio dai ragazzi della Lanterna…
La Lanterna è il posto che ci piace di più al mondo. Qui è stato il nostro primo appuntamento. Ancora adesso, quando siamo stanchi, dopo aver girato tutta la settimana per mercati contadini e consegne, venire a mangiare qui è la cosa che più ci rappacifica col mondo. Qui troviamo degli amici e stiamo bene, finalmente tranquilli. Inoltre sono davvero bravi, si mangia benissimo e utilizzano prodotti ottimi. Per noi è una grande soddisfazione vedere che i nostri prodotti vengono valorizzati e usati al meglio. Per tutti questi motivi, ci siamo sempre detti che se mai ci fossimo sposati, avremmo fatto preparare il pranzo dalla Lanterna.

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Il caseificio di Maurizio Casumaro a Solara di Bomporto (Modena)

*L’Azienda agricola Casumaro è un’azienda a conduzione familiare che si occupa di allevamento da generazioni. Dopo un lungo percorso di conversione al biologico, nel 2010 aprono il caseificio e si certificano biologico su tutta la filiera. Elisa Casumaro è l’anima dell’azienda: figlia del proprietario, 30 anni, laureata in Ingegneria industriale, è addetta alla gestione dei mercati, degli ordini per i Gas, si occupa delle visite didattiche e del marketing.

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La risaia dell’Az. agricola Cerutti a Burana di Bondeno

**L’Azienda agricola Cerutti è un’azienda storica a conduzione familiare che negli anni è passata attraverso varie trasformazioni: da azienda frutticola, piano piano si è convertita fino a dedicarsi totalmente alla coltivazione del riso e all’allevamento di galline ovaiole. L’azienda è certificata biologica in tutto e per tutto. Stefano è l’intestatario insieme al padre, ha 37 anni, è perito agrario e si occupa principalmente della coltivazione del riso, dell’allevamento delle ovaiole, gestisce i mercati contadini e le consegne a Gas, negozi e ristoranti.

I prodotti di Cerutti e Casumaro si possono trovare anche a Ferrara: a Terraviva Bio di Dalle Molle (via delle Erbe 29) e da Bergonzini Uber (via Garibaldi 1).
I prodotti di Cerutti si trovano anche al Mercato contadino del venerdì a Porta Paola (banchetto di Io Bio), a GiroBio in via Terranuova.

Le foto in cui compare Carlo Petrini sono pubblicate nel sito di Slow Food.

Per visitare il sito della Lucciola [vedi]
Per visitare il sito della Lanterna [vedi]
Per saperne di più suo produttori, visita i siti dell’Az. Agricola Casumaro [vedi], quello dell’Az. Agricola Cerutti [vedi] e il sito Agrizero.it [vedi]

L’INTERVISTA
Paolo Rossi, Arlecchino del terzo millennio

L’anno scorso ha aperto la stagione del Teatro di Occhiobello con “L’amore è un cane blu”, “un concerto visionario popolare lirico e umoristico”, come lo definiva lui stesso nelle note di regia. Sabato 22 novembre Paolo Rossi torna nel ferrarese per mettere in scena al Teatro De Micheli di Copparo il suo “Arlecchino” del nuovo millennio: uno spettacolo che, come il costume della maschera della tradizione popolare, sembra essere un insieme variopinto di varie suggestioni. Dai suggerimenti del grande regista Giorgio Strehler, alla tradizione popolare, al romanzo “Opinioni di un clown”, la realtà quotidiana e i sogni, queste le fonti di ispirazione per uno spettacolo che ha il preciso obiettivo di essere ogni sera diverso: un assemblaggio di monologhi, canzoni in divenire, fatti personali, ricordi, sogni, storiellette e riflessioni sia sulla professione del comico oggi sia su quel che accade nel nostro Paese.

(S)punto di partenza: se andassimo in una birreria di Amburgo, come potremmo adeguare Arlecchino a quel luogo per sbarcare il lunario? Questo “Arlecchino” promette di essere una serata di delirio organizzato, in cui a farla da padrone saranno l’improvvisazione e l’interazione con il pubblico, come lo stesso Rossi ci ha anticipato nell’intervista che ci ha concesso prima dello spettacolo.

Da dove è nata l’idea di questo “Arlecchino”?

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Paolo Rossi

È una questione ‘personale’ perché anni fa Giorgio Strehler mi propose di iniziare a preparare un Arlecchino del terzo millennio suggerendomi di prendere i miei pezzi da stand-up comedian, i miei monologhi, le mie affabulazioni e riscriverli declinandoli alla forma della commedia dell’arte. Poi lui è scomparso e purtroppo non se ne è fatto nulla, però mi è stato riproposto poco tempo fa dal Centro ricerca teatrale di Milano, nella forma di una specie di esperimento in cui ci si confrontava fra i vari Arlecchino, cioè con i vari attori che hanno interpretato la maschera, fra i quali Ferruccio Soleri. Da qui poi è nato questo spettacolo in cui, com’è di solito nel mio stile, porto sul palco l’attore, cioè quello che conosce il mestiere, il personaggio, quello che interpreta o che evoca, ma anche la persona. Insomma una montagna russa tra vero e falso, tra l’inventato e il realmente accaduto: insieme ai virtuosi del Carso, che mi hanno accompagnato già in “L’amore è un cane blu”, diamo vita a una serata basata sull’improvvisazione.

In fondo però è anche una riflessione sul tuo mestiere di attore e soprattutto di attore comico: vi chiedete come adattare lo spettacolo ai vari luoghi e alle diverse occasioni in cui potrebbe essere messo in scena.
Sì, in realtà è un modo abbastanza ironico di riflettere su dove possiamo andare a lavorare durante la crisi: matrimoni, divorzi, funerali, circoncisioni. Bisogna andare a cercare il lavoro dove c’è, quindi la serata è composta di varie proposte. Alcuni sono miei brani storici che ho riscritto completamente proprio seguendo le indicazioni di Strehler, alcuni sono brani nuovissimi e poi, come dicevo prima, c’è una gran dose di improvvisazione e di interazione del pubblico

L’Arlecchino che vedremo in scena non è quindi il servitore di due padroni di Goldoni e neanche lo Zanni della commedia dell’arte italiana, sei andato a pescare una versione ancora più ‘ancestrale’?
Sempre dietro suggerimento di Giorgio Strehler ho usato come riferimento il primo Arlequin, che andava e veniva dall’aldilà. Come si va e si viene dall’aldilà? Con i sogni: è lì che si incontrano le persone che non ci sono più, le situazioni scomparse. In altre parole le proposte, le idee che presento durante lo spettacolo sono quelle che mi vengono molto spesso dai sogni.

Come il vestito della maschera della tradizione popolare, anche questo spettacolo perciò è un patchwork dei tuoi pezzi che ricuci ogni volta in maniera diversa attraverso l’improvvisazione?
Oltre ai miei vecchi pezzi, ci sono quelli totalmente nuovi, che forse sono ancora di più rispetto ai primi, ci sono canzoni inedite di Gian Maria Testa, e poi grazie all’improvvisazione ogni sera succedono cose nuove: ogni sera ci si rilancia e si inventa. Goldoni ha fissato la drammaturgia in modo da bloccare l’improvvisazione, che in quel periodo in effetti era poco professionale. Noi invece siamo professionisti dell’improvvisazione credo, quindi riprendiamo la pratica.

In “Opinioni di un clown”, un’altra delle fonti di ispirazione per il tuo Arlecchino, il clown di Böll si schiera contro un paese in pieno miracolo economico, noi ci troviamo nella situazione opposta. Le tensioni e lo scoramento che stiamo vivendo entrano in questo spettacolo? Come?
Entra in una maniera che mi è stata suggerita proprio da un sogno con un mio collega che non c’è più: il primo compito di un comico, di un saltimbanco oggi è quello di portare conforto, ma non in senso pietistico, quello che oltre a tirar su di morale – e già questo sarebbe abbastanza oggi – offre un punto di vista diverso, insinua un dubbio più che dare un messaggio, fa domande, magari quelle che si fanno tutti. Io parlo della realtà, in questo senso Arlecchino è uno spettacolo politico nel senso generale, non della satira degli anni ’90, perché non si può fare la parodia della parodia, l’imitazione di un’imitazione. Noi cerchiamo di trovare altre vie, parliamo dei problemi reali, della strada, andiamo nel piccolo e nel quotidiano, non inseguiamo i fatti eclatanti.

Qual è il suo ruolo lo hai già detto, ma chi è Arlecchino nella società contemporanea?
Lo possiamo fare in tanti, è un ruolo aperto, non c’è copyright.

Nell’ultimo periodo stai facendo laboratori con i giovani, ti sei fatto un’opinione su questa ‘famigerata’ categoria anagrafica?
Ti parlo del mio campo: personalmente non credo alle compagnie generazionali, non hanno mai funzionato in teatro. In realtà, per quanto possiamo passare per sperimentali, innovatori, trasgressivi, per esserlo fino in fondo bisogna affidarsi alla tradizione. Io credo che una compagnia debba essere trasversale, deve avere il ragazzo come il novantenne perché questa mescolanza crea esperienza.

L’anno scorso hai portato “L’amore è un cane blu” a Occhiobello, quest’anno con “Arlecchino” vai in scena a Copparo, perché questa predilezione per le realtà più ‘intime’?

Sono un saltimbanco, perciò vado ovunque mi chiamano: con questo spettacolo siamo disponibili anche per matrimoni, divorzi, eccetera. Poi, a titolo personale, vengo con grande piacere perché io ho giocato a calcio fino in prima categoria e a Copparo ho segnato uno dei più bei goal della mia vita. Me lo sogno ancora adesso: sono partito da metà campo e sono arrivato in porta, non so ancora come sono riuscito a prendere la palla e a fare quell’azione. Anzi penso proprio che andrò a vedere se quel campo esiste ancora.

Hollywood, premiati i ‘mostri’ di Federico Alotto

“Io vedo i mostri”, di Federico Alotto, è un cortometraggio horror, che si rifà al “cinema di genere” italiano. Il film è ambientato in una situazione notturna, dove il mostro, nascosto nel buio di una cantina, è pronto a scavare nelle paure più intime. Il film tiene lo spettatore col fiato sospeso, sino all’ultimo respiro, sorprendendolo nel finale.

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Locandina del film

“I see monsters” (il titolo nell’edizione internazionale) ha vinto il premio come miglior film straniero al prestigioso International Beverly Hills film festival (BHff) di Hollywood, Los Angeles. Si è trattato di un successo importante completato dal premio assegnato ad Andrea Zirio, protagonista del film, quale migliore attore.
Alotto ha frequentato il conservatorio sotto la guida del maestro Paolo Russo, ha collaborato con numerosi musicisti tra cui Elio, Baustelle, Fratelli di Soledad e l’Orchestra di Fondazione Crt. Nel 2012 ha realizzato il primo lungometraggio intitolato “L’uomo col cappello”, girato in un mese con un budget ridottissimo. Il film ha ottenuto una buona accoglienza ed è stato premiato con una menzione speciale, all’Ecologico international film festival di Gallipoli.

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Federico Alotto riceve il premio al BHff di Hollywood

“Io vedo i mostri” si può classificare con quello che fu definito “cinema di genere” (una rarità tra i cortometraggi), una cinematografia sviluppatasi tra gli anni ‘60 e ‘80, che traeva spunto dai film di maggiore successo (specialmente americani), con l’obiettivo di proporre sequel a dir poco impossibili e di creare dei veri e propri filoni. Tra gli autori più noti citiamo Enzo G. Castellari, Lucio Fulci, Joe D’Amato, Mario Bava, Umberto Lenzi, Fernando di Leo e Ciro Ippolito, quest’ultimo autore e regista di “Alien 2 sulla terra”. Questi film erano realizzati con budget ridottissimi, attori e registi sconosciuti, ma la ristrettezza economica era superata dall’ingegno e da soluzioni innovative, che ne decretarono la fortuna, sino a farli uscire dai confini nazionali.
Il ritorno di questo genere cinematografico si deve senza dubbio al regista Quentin Tarantino e alla sua fortunata produzione: “Kill Bill”, “Pulp fiction”, “Django unchained” e “Bastardi senza gloria”, il titolo è un omaggio al film del 1977 di Enzo G. Castellari “Quel maledetto treno blindato”, uscito negli Stati Uniti con il titolo “Inglorious Bastards”, che Tarantino ha storpiato in “Inglourious Basterds”.

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Immagine della pagina Fb del film

Il cortometraggio di Alotto narra la storia del piccolo Giulio e della sua paura di recarsi in cantina. La scena iniziale inquadra e caratterizza i protagonisti: un padre trasandato e poco comunicativo, un bambino timido che a fatica riesce a tagliare la sua bistecca e una madre inquietante, concentrata esclusivamente sul porre in un certo modo la bottiglia del vino sulla tavola. La buona tecnica di regia, l’ottima fotografia di Valerio Sacchetto e il perfetto sincronismo dell’azione scenica, da parte degli attori, catturano l’attenzione dello spettatore, senza rivelare in anticipo lo sviluppo della storia. Nella loro dettagliata caratterizzazione i tre protagonisti creano comunque una sorta di ‘normalità’ narrativa, bruscamente interrotta nel momento in cui il bambino si reca in cantina. Mentre questi è intento a versare il vino nella bottiglia, si rivela la presenza di un’altra persona, che vive segregata nel locale. Il finale è drammatico e svela finalmente chi siano i veri mostri.

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Il regista Federico Alotto a sinistra, il protagonista Andrea Zirio, al centro

Gli elementi tipici del cinema di genere (horror/thriller) ci sono tutti: un’ambientazione notturna, una cantina buia, il mostro nascosto nell’oscurità. Si tratta di situazioni inserite in un contesto di suspense, in grado di attirare l’attenzione dello spettatore. La storia si sviluppa in due ambienti diversi e allo stesso tempo simili. La sala da pranzo è calda e accogliente, nonostante i genitori del bambino sembrino creature mostruose, poi la scena si sposta all’interno di un locale spoglio e scarsamente illuminato, dove scarafaggi, topi e oscure creature appaiono più rassicuranti.
Valerio Sacchetto ha avuto il merito di ricreare ambienti in cui le ombre e la quasi assenza delle luci immergono lo spettatore in un’atmosfera horror, come per le scene girate nella cantina in cui si inizia a percepire la presenza di un nuovo elemento. Gli attori hanno offerto un’interpretazione convincente e credibile, caratterizzando senza eccessi i loro personaggi.

“I see monsters” ha vinto anche il Crimson screen horror film festival (best short e best cinematography), che si svolge negli Usa a Charleston in South Carolina e il premio per il migliore cortometraggio horror al “Winter film awards” di New York City. Il film è stato presentato, tra gli altri, al Torino film festival e al Film leben festival (best horror short) di Llmenau (Turingia) in Germania. E’ attualmente in concorso al “Nasicae short movie festival”, che si tiene a Castenaso (Bo) dal 22 al 23 novembre.

“Io vedo i mostri” di Federico Alotto, con Andrea Zirio, Alessia Pratolongo, Vanina Bianco Giulio Caterino, sceneggiatura Emanuela Kalb, cortometraggio, genere horror, 2013, Italia, produzione La Carboneria, con il sostegno di Rotary Club Torino Castello – Ass. Cult. Adrama

Trailer ufficiale [vedi]

L’EVENTO
Iperealismo e atmosfera d’antan nei ritratti chic di Corcos

di Anna Maria Fioravanti 

Corcos, un “artista fatto per piacere, come la sua pittura, attenta, levigata, meticolosa: donne e uomini come desiderano d’essere, non come sono”, scriveva Ugo Oietti nel 1933.
Ritrattista della ricca società internazionale e dei più importanti intellettuali dell’epoca, il livornese Vittorio Matteo Corcos (Livorno 1859-Firenze 1933) perfezionò il suo stile inconfondibile a Napoli con Domenico Morelli, poi, accanto a De Nittis e all’abile mercante Goupil a Parigi, dove soggiornò per sei anni, dal 1880 al 1886. Virtuosismo tecnico, ricerca della bellezza ideale e solida preparazione culturale plasmano fatalmente la sua attenzione per la sofisticata eleganza di un mondo femminile elitario, dove donne bellissime e di alto rango impongono un modello estetizzante, misto di realtà e finzione. Frequentazioni ‘giuste’ lo mettono in contatto con Degas, Manet, Caillebotte, Zola, Edmond de Goncourt, De Nittis, arricchendo così della lezione naturalista la tenuta figurativa, la sicurezza del tocco, gli abili accordi cromatici di ritratti femminili a pastello alla Watteau.

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Vittorio Amedeo Corcos, Autoritratto, (1913), Galleria degli Uffizi, Firenze

In realtà, i suggerimenti dell’Impressionismo non lo attirano, tanto che più volte dichiarò i propri dubbi e resistenze nei confronti dell’avanguardia francese. Al contrario, a Parigi, Corcos era considerato il “peintre des jolies femmes”, creature dalle carni rosee, dalle labbra rosse come il sangue, dai glauchi occhi lucenti, dai veli bianchi”. Se da un lato il suo realismo esasperato e quasi fotografico è alla base della lunga e fortunata carriera di ritrattista di successo, conteso dalla mondanità più esclusiva, dall’altro l’incomprensione della critica modernista sottolineava il suo stile conservatore, desideroso di compiacere i gusti del pubblico.
Verso la fine dell’Ottocento le richieste per i suoi ritratti s’intensificano, allargando il giro alla committenza imperiale (ritratti di Guglielmo II, della moglie Augusta Vittoria e di Amelia d’Orleans 1905). Qui Corcos ricorre alla tradizione aulica della ritrattistica di corte di età neoclassica attingendo a modelli di Mengs, Batoni e Giovanni Battista Lampi, perfezionando una forma di ritratto mondano adatto a celebrare principesse ed anche celebri artiste di teatro come la soprano Lina Cavalieri (1903). Ed è proprio in questo ritratto che si confronta con Giovanni Boldini, l’altro grande ritrattista interprete, più di lui, dello spirito della donna moderna, eroina letteraria ma colta con “effetto di verità” dal tocco disinvolto ed eccentrico: come Boldini, anche Corcos ha grande capacità di captare e fissare sulla tela lo ‘status’ delle sue modelle e rendere il dettaglio prezioso sia esso un tessuto o un’ambientazione.
Ma il gusto descrittivo non sempre è finalizzato ad accentuare i risvolti emotivi, psicologici e sentimentali. A smentire tale affermazione un po’ affrettata che nasce ai margini della vasta antologica (con più di 100 opere) di Padova, è il dipinto intitolato “Sogno” (1896), un quadro giudicato modernissimo fin dalla sua prima esposizione. Corcos raffigura una giovane donna, Elena Vecchi, vestita con sobria e raffinata eleganza. Seduta su una panchina dove sono posati tre libri, un cappellino di paglia e l’ombrellino, protende lo sguardo intenso verso lo spettatore. Anche la posa disinvolta con le gambe accavallate e il mento posato sulla mano, esprime tutta la sicurezza della giovane donna intellettuale moderna, che non teme di mostrarsi inquieta e appassionata come simbolicamente indicano i petali di rosa sparsi a terra.
E di nuovo vediamo l’artista attratto dal simbolismo in una grande opera “Lettura sul mare” (1910), dipinta a Castiglioncello dove risiedeva per lunghi periodi in una lussuosa villa situata a Punta Righini (quella villa sarà acquistata poi nel 1963 da Alberto Sordi). Qui è la figliastra Ada a rappresentare con sguardo malinconico le inquietudini giovanili in un chiarore abbacinante, con il mare alle spalle, in abito bianco: è seduta al centro fra due giovani ragazzi con un libro aperto sulle ginocchia: uno è sdraiato sul muretto, l’altro è seduto. Tutti sono assorti, chi nella lettura, chi in riflessioni su quanto letto.
I tre libri dalla copertina gialla delle edizioni Flammarion sono in bella vista in primo piano. Un iperrealismo magico ferma l’immagine come un fotogramma e lascia nella luce bianca sottili segni di inquietudine. Quell’inquietudine che Pascoli, Carducci e D’Annunzio, assidui frequentatori del salotto letterario fiorentino della famiglia Corcos e del cenacolo del Marzocco hanno interpretato con grande maestria.
Un deciso rinnovamento di mezzi espressivi e delle tecniche pittoriche che molto debbono alla fotografia, lo faranno emergere come protagonista nella rappresentazione della vita moderna, di quello spirito anticonformista ed elitario che caratterizzò l’epoca dannunziana del decadentismo. Monumentale è il ritratto della famiglia Moschini (1910), dove l’individuazione delle figure della madre attorniata dai quattro figli e dal padre seduto al limite della scena, contro lo sfondo del litorale livornese di Castiglioncello giunge alla traduzione fedele delle fattezze dei modelli ritratti nei loro raffinati ambiti estivi. E, come una foto d’epoca, ci restituisce il clima sentimentale e mondano in cui l’opera si cala. Nel virtuosismo di una gamma coloristica rosata che esalta gli incarnati, le vesti, la balaustra marmorea, il ritratto della famiglia Moschini rientra nell’atmosfera rarefatta preraffaellita di Lawrence Alma Tadema (1836-1912), in cui figure panneggiate all’antica sono ritratte sullo sfondo di paesaggi marini e avvolte da romantico languore e raffinata indolenza.
Tutto ciò lascia affiorare il milieu culturale dell’alta borghesia e dell’aristocrazia che amavano essere celebrate secondo un gusto nutrito di cultura letteraria e figurativa e da una sensibilità psicologica profondamente in sintonia con la temperie culturale del tempo che l’artista coglieva nello sguardo dei suoi effigiati tanto da affermare: “In un ritratto quel che conta sono gli occhi: se quelli riescono come voglio il resto viene da sé”.
Che Corcos sia stato affascinato dal gusto decadentista di Alma Tadema e dalla sua rivisitazione dell’antico come prototipo della bellezza e armonia universale lo denunciano i precisi richiami che spesso affiorano nelle sue opere come i petali di rosa, le pose sensuali e le scenografie classicheggianti. Nel bellissimo dipinto “In lettura sul mare”, il giovanotto in impeccabile abito di lino bianco disteso sulla balaustra, è citazione letterale di famose opere dell’artista anglo-olandese, cui lo univano affinità elettive per la pittura elegante e purista e per la passione idealizzante dell’universo femminile.

Corcos. I sogni della Belle Époque, a cura di Ilaria Taddei, Fernando Mazzocca e Carlo Sisi, Padova, Palazzo Zabarella, Fondazione Bano, fino al 14 dicembre.

Cinquanta sfumature di freddo

Da MOSCA – Fa freddo, ma non per tutti allo stesso modo. Per me si gela, per qualcun altro fa fresco. Al punto da meritarsi un bel bagnetto (con)gelato. Strani questi russi. Si sa che sono forti e resistenti fisicamente (e non solo), ma la passeggiata a piedi nudi sul ghiaccio mi mancava e non smetterà mai di stupirmi. Come se non bastasse, meglio mettersi anche il costume, lasciando asciugamani e ciabatte a riposarsi sulla neve fresca calpestata. Non servono. La scaletta rossa fiammante attende.
Eccoci, allora, seduti a osservare, stupiti, caldamente fasciati e avvolti in sciarpe di delicata e morbida lana di mohair, in cappotti imbottiti e scarpe adatte ai meno trenta, un aitante e muscoloso ragazzo russo che, tranquillo e disinvolto si avvicina a una pozza d’acqua ghiacciata. Brrr… Tuffo invernale, per schiarirsi le idee e riposarsi dalla movimentata e indaffarata settimana del suo ufficio nel centro cittadino. Un momento di relax, una terapia d’urto per persone sane e allenate. Molto sane e molto allenate.
I colleghi russi mi raccontano che tuffarsi nell’acqua gelida non è nulla di così spaventoso. Quando la temperatura dell’aria si aggira sui -20 e quella dell’acqua è di +2, la sensazione è come se ci si stesse immergendo nel latte appena munto. L’importante, dicono, è avvolgersi subito in un asciugamano, appena usciti dall’acqua.
Questo, almeno, è quello che dicono anche le persone che, nella notte dell’Epifania ortodossa (in gennaio), accorrono numerose per tuffarsi in un buco scavato nel ghiaccio.

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Bagno nell’acqua ghiacciata

Scoprirò, infatti, che il tradizionale bagno nell’acqua gelida di una fonte battesimale, per ricordare il Battesimo (kreshenie) di Gesù Cristo nel fiume Giordano per mano di Giovanni Battista, si effettua ogni anno, nella notte tra il 18 e il 19 gennaio e che esso è accompagnato da bagni di massa nell’acqua ghiacciata: ci si cala in apposite aperture praticate nel ghiaccio e illuminate, chiamate ‘prorub’ o ‘iordani’. Non si tratta di un rito obbligatorio per la tradizione ecclesiastica russa, ma molti lo fanno.
Il presidente dell’associazione internazionale Marafonskoe Zimnee Plavanie (Nuoto invernale di fondo), Vladimir Grebenkin, ricorda che chi decide di calarsi nello ‘iordan’, in occasione del Battesimo di Gesù, deve indossare abiti caldi prima di arrivare all’acqua, bisogna essere ben coperti: scarpe comode, calze grosse di lana, guanti di lana, cappello, maglione, biancheria termica. Il costume da bagno va indossato a casa, prima di uscire. Occorre preparare anche un sacchetto con la biancheria di ricambio, un asciugamano e delle ciabatte. Inoltre, è bene portare con sé un tappetino o un asciugamano da stendere per terra sotto i piedi. Stando alle sue parole, prima del bagno bisogna spogliarsi dal basso verso l’alto: togliere prima le scarpe. Le calze, invece, si possono togliere solo dopo che si è rimasti in costume: si mettono le ciabatte e ci si avvicina all’apertura nel ghiaccio. Se si sentono le dita delle mani o dei piedi intirizzite, è necessario muoversi un po’, fare una corsetta o qualche esercizio per riscaldarsi. Solo dopo ci si può calare in acqua. Non c’è bisogno di nuotare: se si è scesi da una scaletta o entrati in acqua camminando, fino al petto, bisogna trattenere il respiro e immergersi tre volte, facendosi il segno della croce. Si deve uscire subito dall’acqua, asciugarsi con un telo di spugna e vestirsi dall’alto verso il basso, coprendo per primo il torace e infilandosi subito le ciabatte. Da non dimenticare guanti e cappello e, dopo il bagno, bisogna asciugarsi accuratamente il corpo intero. Il tutto in massimo sette minuti, senza restare in acqua più di trenta secondi. Un rito da seguire attentamente, se non ci si vuole ammalare o prendere qualche brutto e inutile acciacco. Mistico forse, ma duro.
In questo periodo dell’anno, per tale importante rito, le vasche sono allestite all’interno di chiese o cappelle, anche se la maggior parte delle volte si tratta di semplici buchi a forma di croce praticati nel ghiaccio di fiumi o di stagni. Le celebrazioni iniziano con una funzione serale in chiesa, dopo la quale il sacerdote benedice l’acqua delle vasche. I fedeli raccolgono l’acqua benedetta in recipienti e la portano a casa, dove la utilizzeranno per lavarsi, berla o semplicemente custodirla come una reliquia. Si ritiene che l’acqua santa abbia delle proprietà uniche. L’anno scorso, a Mosca, sono state preparate oltre 40 fonti battesimali, ognuna delle quali provvista di pronto soccorso, bagnini e illuminazione, oltre che di tende riscaldate in cui cambiarsi e riscaldarsi dopo il tuffo. A beneficio dei credenti ma anche di chi vuole solo “mettersi alla prova”.
Questo signore, allora, intravvisto al parco di Serebryaniy Bor (o “spiaggia d’argento”, a nord di Mosca, dove un severo pope barbuto, armato dei suoi “instrumenta regni”, redarguì alcuni passanti che passavano e scattavano fotografie), era un semplice bagnante o si preparava al famoso rito di gennaio?

L’INCHIESTA
Partiti e partecipazione, Civati: nella politica attuale trasformismo e opportunismo

3.SEGUE – Riprendiamo la nostra inchiesta sul declino della politica. Nelle prime due puntate abbiamo considerato la crisi della partecipazione sulla base del drastico calo delle iscrizioni ai partiti, accompagnato dall’eclissi della figura del militante così come si era tradizionalmente connotato. Abbiamo poi analizzato i dati, in costante vertiginosa riduzione, di affluenza degli elettori alle urne fra il 1948 e il 2013. Oggi sentiamo una voce autorevole, quella di Giuseppe Civati, leader della minoranza pd, che a Matteo Renzi contesta, oltre a molte scelte, anche l’accentuazione del ruolo di leadership e il conseguente deficit di democrazia interna al partito. Abbiamo però mantenuto la conversazione al riparo dalle polemiche di questi mesi per considerare il tema nei suoi corretti termini strutturali.

Perché sempre meno persone sono disponibili a impegnarsi in politica?
C’è un dato di fondo significativo: l’aumento dell’astensione dal voto indica uno scollamento fra cittadini e istituzioni. Chi si sente escluso e non rappresentato tende a una sorta di autoemarginazione. E poi c’è un adeguarsi all’idea che la politica la fanno i leader nazionali, il che porta anche ad appiattirsi su un concetto molto televisivo della politica stessa.

L’idea di un contributo disinteressato appare inattuale, oggi più che chiedersi cosa posso fare io per la mia comunità a o per il mio partito si ragiona all’opposto: cosa può fare il partito per me. E’ davvero questo il meccanismo principale sulla base del quale si decide se assumere un impegno politico?
Le persone sono molto confuse. Incide anche il fatto che la politica ha perso i suoi riferimenti… Le “larghe intese” sono spiazzanti per molti. Poi c’è la sudditanza verso i mercati, la finanza, le istituzioni sovranazionali: tutto appare distante, remoto, non controllabile. C’è chi dice che bisognerebbe recuperare una connotazione più nazionalistica – in senso buono – per avere la sensazione di poter incidere nelle decisioni, altrimenti è difficile motivare all’impegno. E poi in Italia, da sempre, c’è un rapporto patologico fra cittadini e politica che è un misto fra sudditanza, ribellione, repulsione che in queste condizioni si amplifica.

Un’altra distorsione riguarda la logica decisionale: l’impressione è che sovente si agisca non nel rispetto del principio di responsabilità che il politico dovrebbe avere ben presente, ma secondo convenienza. E’ d’accordo?
C’è un vizio antico, quello del trasformismo… In politica si vive per il successo momentaneo, si opera spesso per mantenere il potere. E d’altra parte anche i giudizi tengono conto della capacità dei leader di suscitare adesione attorno alle loro proposte. La politica normalmente è valutata sulla base del consenso che è in grado di generare: quello vince quindi funziona.
Noi in Italia abbiamo un’esperienza emblematica: cito un esempio, non quello di Matteo Renzi ma Berlusconi: ha sempre stravinto, ha sempre esercitato un condizionamento psicologico su molti italiani e alla fine i risultati si sono visti: la soluzione più gradita non sempre è la migliore per il Paese. E infatti io ritengo che si debba anche essere capaci di sostenere cose impopolari motivandole; o all’opposto spiegando come la tal cosa sia molto popolare ma non sia quella giusta in quella certa fase. Si cercano semplificazioni e vie dirette, ma le cose non sono così banali, la politica è più complessa di uno spettacolo. Chi prende più applausi non è necessariamente quello che ha la soluzione giusta, se ci riduciamo a questa logica ne paghiamo il conto e pregiudichiamo il nostro futuro.

E come si possono riavvicinare i giovani alla politica quella lungimirante e responsabile?
Spiegando loro tutto questo e facendogli anche capire che le cose di cui stiamo discutendo, a cominciare dai sistemi elettorali, dal lavoro, dall’economia, alla fine avranno un’incidenza spaventosa sulle loro vite e anche sulla loro felicità. Poi c’è il problema di fondo che è quello dell’assunzione di responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Richiede a ognuno di noi la disponibilità di prendersi cura anche degli altri.

3.CONTINUA 

LEGGI LA PRIMA PARTE DELL’INCHIESTA
LEGGI LA SECONDA PARTE DELL’INCHIESTA

IL RICORDO
Piero Calamandrei, la scuola come organo vitale della Costituzione

Tanti sono stati i volti del padre costituente Piero Calamandrei che la nipote Silvia, presidente della Biblioteca Archivio Piero Calamandrei di Montepulciano, ha illustrato agli studenti dei Licei Ariosto e Roiti e degli Istituti Aleotti e Bachelet, ieri mattina in Sala consiliare. Il giovane, classe 1889, di formazione repubblicana mazziniana, che considerava il primo conflitto mondiale come “il compimento del Risorgimento”, salvo poi rendersi conto una volta al fronte che quei “fanti contadini” venivano mandati allo sbaraglio “senza saper il perché, senza neppure “chiedere il perché”.

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Piero Calamandrei

Il grande oratore capace di muovere e di commuovere, aveva scoperto questa sua capacità proprio in occasione della Grande guerra, pronunciando un discorso interventista dopo la morte dell’irredentista socialista Cesare Battisti, e poi usandolo in seguito nei suoi numerosi discorsi commemorativi per i caduti dei due conflitti mondiali e della Resistenza, uno dei quali proprio dallo scalone del municipio di Ferrara, il 15 novembre 1950, per ricordare l’eccidio del muretto del Castello. Il giurista che ha creduto nel diritto “non come questione tecnica”, ma stimolo interiore a “difendere attraverso il rispetto delle leggi uguali per tutti quella consapevolezza dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti allo spirito che è per chi ascolti la storia la conquista più alta e meno rinunciabile della nostra civiltà cristiana”. Proprio da questa consapevolezza dell’esistenza di un corpus di leggi interiori, non scritte, quelle di cui parlavano Antigone e Cino da Pistoia, deriva il suo sforzo costante per attuare la Costituzione che aveva concorso a scrivere e che, allora come oggi, è “più promessa che realizzata”.
E uno degli strumenti più forti, ma meno utilizzati, per attuare questa nostra Costituzione è la scuola. “Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà”, scrive Calamandrei nel 1950 per il suo discorso al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale. E sempre in questo discorso affermava: “se si dovesse fare un paragone fra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue, gli organi ematopoietici, quelli da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi, che portano a tutti gli altri organi giornalmente, battito per battito, la rinnovazione e la vita”. E ancora nel 1956, l’anno della sua morte, tornava a definire la scuola “un organo della Costituzione”: “non c’è dubbio che in una democrazia, se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento, della Magistratura, della Corte Costituzionale […] la coscienza dei cittadini è la creazione della scuola, dalla scuola dipende come domani sarà il Parlamento, come funzionerà domani la Magistratura, cioè quale sarà la coscienza e la competenza degli uomini che saranno domani i legislatori, i governanti e i magistrati”. Una scuola che sia veramente luogo di formazione della classe dirigente futura, non può essere che una scuola “aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”: ecco perché secondo Calamandrei l’articolo 34 era “l’articolo più importante della nostra Costituzione”.

REPORTAGE
Jazz club Ferrara, musica anche per gli occhi

Un  cartellone di appuntamenti musicali di grande rilievo quello in programma al Jazz club Ferrara. Venerdì – nella sede del Torrione di San Giovanni, via Rampari di Belfiore 167 – è in arrivo il George Cables quartet: Piero Odorici ai sassofoni, George Cables al piano, Darryl Hall al contrabbasso, Victor Lewis alla batteria. L’ingresso, dalle 21,30, è a pagamento.

Ma intanto ecco le belle immagini dell’ultimo “main concert”: quello di sabato scorso con il chitarrista di culto John Abercrombie in trio con Gary Versace (organo) e Adam Nussbaum (batteria). Entrambe le serate in collaborazione con il Bologna jazz festival. Il reportage fotografico è di STEFANO PAVANI.

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John Abercrombie al Jazz club Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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John Abercrombie al Jazz club Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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John Abercrombie organ trio (foto di Stefano Pavani)
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John Abercrombie al Jazz club Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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Adam Nussbaum alla batteria e Gary Versace all’organo (foto di Stefano Pavani)
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Adam Nussbaum alla batteria e Gary Versace all’organo (foto di Stefano Pavani)
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Gary Versace all’organo (foto di Stefano Pavani)
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Gary Versace all’organo (foto di Stefano Pavani)
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John Abercrombie al Jazz club Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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John Abercrombie al Jazz club Ferrara (foto di Stefano Pavani)
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Adam Nussbaum alla batteria e Gary Versace all’organo (foto di Stefano Pavani)
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John Abercrombie organ trio (foto di Stefano Pavani)

Sangue di Giove e Pagadebit, gli antichi vini di Romagna

La Romagna, soprattutto nella parte collinare e pedemontana delle Provincie di Forlì-Cesena e Ravenna (compresa Faenza), vanta una gloriosa tradizione vitivinicola, grazie alla posizione favorevole tra Appennino e pianura, composizione e varietà dei terreni e vitigni acclimatati da secoli.
I vini romagnoli hanno una storia che si perde nella notte dei tempi. Dei cinque che possiamo definire classici, due vitigni (Sangiovese e Trebbiano) sono i più diffusi nel territorio nazionale, padri maggioritari di molti vini, anche di grande pregio. Gli altri tre sono: Albana, Pagadebit e Cagnina.

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Grappoli di uva Sangiovese

Le prime notizie riguardanti il Sangiovese (a bacca rossa) risalgono al lontano ‘600; quando durante un banchetto tenuto nel monastero dei frati cappuccini in Santarcangelo di Romagna, alla presenza di Papa Leone XII, fu servito questo vino prodotto dagli stessi monaci. Ne fu chiesto il nome e un monaco disse che quel vino rosso si chiamava “Sunguis di Jovis”, Sangue di Giove (Sanjovese). Col passare degli anni, il Sangiovese assunse a simbolo della terra di Romagna, pur essendo diffuso in quasi tutto il territorio nazionale ed è il vitigno tradizionalmente più importante dell’areale toscano.

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Grappoli di uva Albana

L’Albana è un vitigno cosiddetto “a bacca bianca” (foglia grande e pentagonale, buccia di colore giallo intenso) ed è coltivato nelle provincie di Forlì-Cesena, Ravenna e Bologna. L’origine di quello che è definito il “biondo nettare di Romagna” sembra risalire ai tempi dei romani. Se ne trova traccia negli scritti di quell’epoca che riferiscono di Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio. Molto più probabilmente il suo nome deriva dalla qualità dell’uva chiara, che è considerata la migliore delle uve bianche, da cui “Albus” (bianco per eccellenza), Albana. Il paese di riferimento di questo vino è Bertinoro, arroccato su una piccola collina tra Forlì e Cesena. Dal 2011 è nata la nuova denominazione Romagna Albana (certificato Docg).
Il Pagadebit è un vino a “bacca bianca”, composto per l’85% dal vitigno Bombino Bianco, che resiste a qualsiasi condizione climatica. Il suo nome deriva dal fatto che i contadini, grazie alla sua resistenza riuscivano sempre a pagare i debiti contratti nell’annata vitivinicola. Una volta era usanza stipulare contratti sulla parola, detti appunto Pagadebit.
Il Trebbiano fa parte di una delle famiglie di vitigni a bacca bianca, tra i più diffusi in Italia, presente nell’uvaggio di moltissimi vini Doc. L’origine, in Romagna risale ai periodi Etrusco e Romano, dove i colonizzatori impiantarono vitigni dopo la bonifica e l’appoderamento delle terre. Col passare degli anni, dall’antico ceppo di Trebbiano ne è nata una famiglia coltivata anche negli Usa in California. Un buon Trebbiano di Romagna si sposa con tutti i formaggi freschi molli della sua zona (Robiola, Raviggiolo, Casatella e Squacquerone).
La Cagnina è un vino a “bacca rossa” di antica coltivazione, particolarmente dolce e amabile, pronto da bere subito dopo la vendemmia, che si ottiene per almeno l’85% dalle uve del vitigno “Refosco” localmente denominato “Terrano”. Di questo vino se ne parla sin dall’epoca Bizantina durante la quale fu importato dalla Dalmazia e dall’Istria, in occasione dell’acquisto di pietra calcarea per la costruzione dei monumenti storici di Ravenna. Le prime notizie di questo caratteristico vino risalgono al XIII secolo e si riferiscono alla vite e al vino friulano (barbatelle di Terrano d’Istria o del Carso, sinonimi di Refosco d’Istria o del Carso).
Nel 2013 l’Emilia-Romagna è risultata la quinta regione Italiana nell’esportazione di vino.

LA STORIA
Fotografia e arte digitale di Stefano Bonazzi: dell’amore e di altri demoni

Voglio fare lo scrittore, o il pittore, o magari tutti e due. Forse scriverò un libro e disegnerò le illustrazioni! Così la gente mi capirà.

Da sempre appassionato di grafica e design, nerd per vocazione, studente all’istituto alberghiero.
A 20 anni frequenta un corso di grafica multimediale a cui segue uno stage in agenzia, e comincia a comporre immagini e parole. A scattare fotografie; rielaborandole, aggiungendo, mescolando, per poi creare cose sue. A distruggere quei corpi armoniosi e perfetti creati al mattino, durante il lavoro di webmaster e grafico, immersi in una luce artificiale come i legami fasulli da cui rifugge.
Soggetti e scenari che conserva inizialmente per sé, nell’anonimato di un portatile sulla scrivania; che poi pubblica su Flickr e Deviantart in una parabola ascendente sino al Toca.me di Monaco di Baviera, festival di grafica di livello mondiale, in cui si classifica terzo vincendo una suite. Cominciando a creare seriamente, alla ricerca di gallerie che rappresentino il suo stile. Espone a Miami e Seoul, a Verona e Milano, in personali e collettive. I suoi sono risultati di processi di manipolazione di fotografie originali attraverso l’abbozzo con carboncino e il ritocco digitale con Photoshop, tecniche di colorazione alternativa e illustrazione di fotografie attraverso rendering e Poser per gli effetti 3D, a volte dietro lastre di plexiglass. Ricreando quello accade nella vita reale, raffigurando l’incomunicabilità del mondo contemporaneo, l’impossibilità di essere realmente se stessi in una perfezione imposta ed esasperata, traducendo lo smarrimento e l’incertezza di qualcuno che cerca a volte un altro qualcuno, a volte un altrove.

– Perché indossi quello stupido costume da coniglio?
– E tu, perché indossi quello stupido costume da uomo?

Solo maschere su corpi nudi o ben vestiti in accostamento grottesco esseri strani e alienati, solitari e talvolta soli, basiti e immobili come i paesani statici e alienati di Grant Wood, i ritratti criptici e ambigui di Mark Ryden, l’umanità dolente di Roger Bowlen, gli ansiogeni acquarelli provocatori di Gottfried Helnwein in un circo mai festoso ma alienante, decadente come in universi malati. Ma veri più che mai, questi personaggi grigi che prendono le distanze, freaks orgogliosi di esserlo, dalla finzione di una realtà che opprime con abbaglianti colori di plastica, rivelando la parte notturna dell’essere umano.

Armoniose ballerine ingessate nei tutù neri in attitudes su rocce nere; impeccabili donne-tailleur nascoste da maschere antigas e musi di animali senza vita; figure femminili fuse in bicchieri di latte o spente in una nuvola fumo, come sigarette tristi, inverni nucleari alla Gia Carangi, grotteschi manichini in abito da sera si fanno ammirare da un invisibile pubblico; dame prendono il tè sedute a un tavolino dimenticato. Viandanti con l’unica guida di girandole colorate; eleganti nobiluomini in tuba e bastone che attraversano campi di fiori, o tristi Pierrot compianti persino dall’adorata luna; bimbi sperduti in balìa di navi di carta. Distorte mescolanze tra Bianconigli e malefici Cappellai Matti che ingannano una Alice al di qua non di uno specchio ma di un armadio; gentiluomini nei frac neri prigionieri di spiagge invase da ombrelli abbandonati; violinisti in costumi barocchi intonano melodie statiche, imprigionate su una pagina patinata, che nessuno ascolterà; Forrest Gump con ventiquattrore studiano l’orologio, attendono un autobus che non passerà mai.

28 giorni, 6 ore, 42 minuti, 12 secondi… ecco quando il mondo finirà.

Composizioni statiche come i ritratti di Annie Leibovitz, che ne mantengono solo la limpidezza stilistica e ne perdono il candore del bianco e del nero; scene che disorientano lo spettatore, animali domestici che provocano disagio quanto gli insetti claustrofobici di Floria Sigismondi.
Panorami angoscianti e desolati, crudi e disturbati come le narrazioni di Lynch, onirici e fiabeschi come le storie di Tim Burton, immobili ed evocativi come i soggetti inanimati di Hiroshi Sugimoto, evanescenti e desaturati come i campi lunghi di Riccardo Varini.
Sono polverosi deserti o mondi metafisici, di un’ironia esasperata e soffocante. Cieli azzurri ma non celesti, come occhi che guardano passivi panorami accecanti. Mari color della pece e palazzi abbandonati. Sale pubbliche desolate, distorte distese d’erba. Enormi palloncini, mongolfiere sottosopra. Lampade addormentate, sedie di legno in vana attesa. Arcolai e poltrone boudoir. Ospedali deserti, arcate gotiche che raccolgono confessioni non dette.
Mondi da cui non si fa ritorno, il cui silenzio urla qualcosa che resta intrappolato nell’impossibilità di urlare il proprio nome, come imprigionato in una bolla d’acqua. Sono spiazzi desolati di un circo abbandonato, prati disseminati di piccole case sospese da fili di marionette; vagoni di metropolitane deserti e asettici che avviluppano queste caricature umane, a volte; altre le osservano maligne e silenziose, realtà pesanti e allucinatorie, il nulla che avanza inghiottendo gli abitanti di Fantasia attratti da esso morbosamente e senza chiave di accesso né uscita. Spazio ostile o interiore di chi lo occupa, che quasi lo plasma.
Plasma del mezzo che distrugge la vita ma che la ricrea, nelle visioni di qualcuno che cerca a volte un altro qualcuno, a volte un altrove.

REPORTAGE
Po, bello e spaventoso.
Nuova piena

Una nuova ondata di piena per il fiume Po è attesa in territorio ferrarese tra il pomeriggio e la serata di oggi, mercoledì 19 novembre. Non ci dovrebbero essere, però, rischi di tracimazioni degli argini. L’unico problema resta quello delle infiltrazioni, sul quale l’attenzione dell’intera struttura di coordinamento provinciale proseguirà almeno fino a domenica. Questa la sintesi del tavolo convocato ieri in Prefettura per seguire gli sviluppi della situazione.
Confermata la chiusura della pista ciclabile destra Po, che va da Stellata di Bondeno fino a Gorino passando per Pontelagoscuro, Ro, Serravalle e Mesola. L’Anas al momento assicura, invece, che non chiuderà il ponte stradale di Pontelagoscuro. L’attuale livello dell’acqua, a quota 2,68, è infatti ancora sufficientemente lontano dalla soglia dei 3,5 metri, considerati il limite di sicurezza. Anche FS (ferrovie dello Stato) esclude la chiusura del ponte ferroviario, grazie agli interventi fatti dopo la piena del 2000.

L’incontro di ieri in Prefettura, presieduto dal prefetto di Ferrara, Michele Tortora e coordinato dalla delegata della Prefettura per la Protezione civile Serena Botta, ha visto la partecipazione di Protezione civile della Provincia, Aipo, Ferrovie dello Stato, Anas, servizio tecnico di Bacino del Po di Volano, forze dell’ordine, polizia provinciale e polizie municipali, vigili del fuoco, Comuni di Ferrara e gli altri Comuni interessati, Coordinamento del volontariato della protezione civile e servizio veterinario.

Intanto una carrellata di fotografie di questo fiume, bello e spaventoso, scattate ieri da Roberto Fontanelli e Aldo Gessi.

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Acqua e terra ieri sul Po (foto Gessi e Fontanelli)
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Acqua alta sulle rive del destra Po (foto Gessi e Fontanelli)
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Acqua alta sulle rive del destra Po (foto Gessi e Fontanelli)
Lavori sulle rive del destra Po (foto Gessi e Fontanelli)
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Lavori sulle rive del destra Po (foto Gessi e Fontanelli)
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Lavori sulle rive del destra Po (foto Gessi e Fontanelli)
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Il mulino sul Po a Ro di Ferrara (foto Gessi e Fontanelli)
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Il fiume a Pontelagoscuro (foto Gessi e Fontanelli)
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Il fiume a Pontelagoscuro (foto Gessi e Fontanelli)