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Giorno: 1 Ottobre 2025

Propaganda e verità: Jacques Ellul, la Sumud Flotilla e i “racconti” di guerra

Propaganda e verità: Jacques Ellul, la Sumud Flotilla e i “racconti” di guerra

Propaganda e verità: Jacques Ellul, la Sumud Flotilla e i “racconti” di guerra

Con Propaganda pubblicato in Francia nel 1962 e recentemente tradotto in Italia da Elisabetta Ribet (Piano B Edizioni, 2023), il filosofo, sociologo e teologo francese Jacques Ellul inquadra il fenomeno della propaganda analizzandone gli aspetti sociologici come la capacità di plasmare le masse e gli individui,  convincendoli ad azioni anche eterodirette e conferendo loro un senso di gratificazione personale.

È in questo libro che per la prima volta si analizza con puntualità la centralità della propaganda e dei suoi effetti nella società contemporanea, evidenziando il fenomeno come centrale e imprescindibile nella società contemporanea e una sua pericolosa mutazione in  azione sostanzialmente antidemocratica.

Jacques Ellul sostiene che la propaganda non è solo menzogna, ma una costruzione sistemica della realtà. Essa agisce attraverso verità parziali, decontestualizzate, ripetizione e saturazione mediatica, integrazione culturale più che agitazione politica.

Ellul distingue tra propaganda di agitazione, che mobilita le masse contro un nemico, e propaganda di integrazione, che stabilizza il consenso rendendo l’individuo conforme al sistema.

Oggi, con i social media e le fake news, questa distinzione si dissolve: ogni informazione è potenzialmente propaganda, e ogni cittadino è immerso in un flusso continuo di narrazioni che modellano la sua percezione del mondo.

«La propaganda è un fenomeno necessario, che nasce dalla struttura stessa della società moderna».

Se pensiamo a tutto quello che si sta dicendo, scrivendo e mostrando su la Global Sumud Flotilla non possiamo fare a meno di citare proprio questo famoso testo e le analisi di Ellul.

Ricordiamo che la Global Sumud Flotilla nella sua primaria e fondamentale proposta si è presentata come una missione umanitaria internazionale composta da oltre 50 imbarcazioni provenienti da 44 Paesi, con l’obiettivo di portare aiuti umanitari a Gaza.

La missione si propone di far pervenire, ostinatamente, aiuti certi alla popolazione palestinese stretta nella morsa di un assedio contemporaneamente (e paradossalmente) interno ed esterno alla striscia di Gaza.

Nell’intenzione più o meno unanime dei volontari, gli aiuti dovrebbero arrivare anche a costo di forzare il blocco navale istituito dalle forze militari israeliane.

D’altra parte il termine “Sumud” non è equivocabile in quanto significa resilienza in arabo.

Gli attivisti volontari della flottiglia sono stati attaccati con droni, ordigni sonori e gas urticanti in acque internazionali. Israele ha definito la missione una provocazione al servizio di Hamas, minacciando l’arresto degli attivisti.

I media occidentali hanno minimizzato o distorto la portata dell’iniziativa, mentre gli attivisti denunciano una violazione del diritto internazionale e una campagna di disinformazione.

«La propaganda non mira a convincere, ma a saturare l’ambiente mentale dell’individuo».

Le narrazioni mediatiche dei conflitti in generale mostrano semplificazioni manichee, demonizzazioni reciproche del nemico, censura e filtro informativo.

Secondo Jacques Ellul la propaganda moderna non mira a convincere, ma a saturare, a rendere impossibile il dissenso. Questo è evidente nella copertura selettiva delle offensive militari, nella riscrittura storica e nella polarizzazione emotiva che impedisce la comprensione complessa.

«La propaganda è efficace quando riesce a impedire all’individuo di pensare autonomamente».

Nel suo testo Ellul invita a non cercare la verità nei fatti isolati, ma a comprendere le strutture della comunicazione. La propaganda è inevitabile, ma possiamo riconoscerla, analizzarla, resistere con la cultura e il pensiero critico.

La Sumud Flotilla, in questo senso, è certamente anche un atto politico ma prima di tutto è uno scarto narrativo, proponendo un racconto non necessariamente “documentale” o “giornalistico” e dove agli eventi che accadono e vengono abbondantemente “raccontati”, si aggiungono protagonisti differenti dai soliti e nuove trame antitetiche a quelle che hanno …”saturato l’etere”.

Il rischio maggiore che la Global Sumud Flotilla corre, prima ancora di arrivare nel cosiddetto teatro di guerra predisposto ad uso e consumo di Israele, è quello di essere riassorbita dalla macchina propagandistica dominante che rende impossibile il dissenso.

La sola difesa contro quest’arma di guerra chiamata propaganda è la cultura, intesa come capacità critica e riflessiva in grado di discernere tra l’ evento che accade e quello che viene raccontato da qualcuno.

Cover: immagine da DEDALO Comunicacion

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

netanyahu parla all'onu: escapismo e criminalità

Netanyahu parla all’ONU:
tra escapismo e criminalità

Netanyahu parla all’ONU: tra escapismo e criminalità

Il discorso di Benjamin Netanyahu, premier di Israele, alle Nazioni Unite va letto come una testimonianza storica, che tra qualche anno potrà essere affiancata alle autodifese o alle giustificazioni dei criminali di guerra, una volta messi alla sbarra. Con una differenza: questo discorso Netanyahu lo ha pronunciato mentre è ancora in sella, ancora al potere. Quindi gli manca la viltà piagnucolante del catturato.  In compenso possiede l’arroganza dell’impunità, e quel tipico vittimismo sionista. Molti dicono che non riescono ad arrivare in fondo, sopraffatti dal vomito.  Invece io mi sono permesso di commentarlo, in corsivo. Tanto, se sul Corriere della Sera compare un articolo in cui viene scritto che Barghouti è un esponente di spicco di Hamas, mi sento autorizzato a dire la mia con maggiore autorevolezza. Ringrazio per gli approfondimenti sulla questione palestinese, quindi, non certo il Corriere della Sera o Repubblica. Tra gli indipendenti che non vanno per la maggiore, ma che meritano di essere letti per la capacità di analisi, in Italia, a parte Alberto Negri, mi limito a citare Lavinia Marchetti. E Fanpage per il coraggio della cronaca in diretta dalla flottiglia in direzione Gaza.
“Sorprendentemente, mentre combattiamo i terroristi che hanno ucciso tanti dei vostri cittadini, voi combattete contro di noi. Ci condannate. Ci imponete embarghi e ci muovete guerra politica e legale. Questo si chiama “lawfare” contro di noi. Dico ai rappresentanti di quei Paesi: questa non è un’accusa contro Israele. È un’accusa contro di voi. È un’accusa contro leader deboli che preferiscono compiacere il male piuttosto che sostenere una nazione i cui soldati coraggiosi vi difendono dai barbari alle porte. Quelle porte sono già state penetrate.
Quando imparerete? Non si può sfuggire alla jihad con le concessioni. Non si sfugge alla tempesta islamista sacrificando Israele. Per superare quella tempesta, bisogna stare con Israele.
Ma non è quello che state facendo. Come predissero i profeti d’Israele nella Bibbia, avete trasformato il bene in male e il male in bene.”
Dall’esordio del discorso, sembra che il mondo intero abbia isolato Israele. Magari fosse così: non farti ingannare dalla pletora di dignitari che hanno abbandonato l’aula. In realtà – con l’eccezione della Spagna – non c’è alcun embargo ad opera dei paesi il cui embargo conterebbe: Stati Uniti, Germania, Italia, Cina, Irlanda, Paesi Bassi. Netanyahu parte quindi con una menzogna per legittimare il famoso vittimismo sionista. Inoltre si intesta il ruolo di difensore universale, e incompreso, dai “barbari alle porte”. Evoca lo scontro di civiltà, in cui il male (i barbari) è rappresentato dall’islam, senza distinzioni, e il bene da lui e il suo coraggioso esercito. Bene, giusto: il laicato contro le teocrazie! Neanche per sogno: l’unica religione giusta contro tutte le altre (come predissero i profeti d’Israele nella Bibbia…). Detto da uno che ha riempito le tasche di Hamas, cioè i barbari, per anni in funzione anti Fatah, è un discorso credibile. Del resto la credibilità di Netanyahu (che vuol dire “donato da Dio”, sempre per rimanere laici) inizia dal suo nome, che è falso.  Si chiama Mileikowski, è di origine polacca per parte di padre e lituano per parte di madre.  Tecnicamente non è un semita.   
“Prendiamo la falsa accusa di genocidio. Israele è accusato di colpire deliberatamente i civili. Signore e signori, la verità è l’opposto.
Il colonnello John Spencer, capo degli studi sulla guerra urbana, forse il più grande esperto mondiale in materia, afferma che Israele sta applicando più misure per ridurre le vittime civili di qualsiasi altro esercito nella storia. E proprio per questo il rapporto tra vittime non combattenti e combattenti è inferiore a 2:1 a Gaza. Un dato incredibilmente basso, inferiore a quello delle guerre della NATO in Afghanistan e Iraq. Soprattutto se si considera che Gaza è una delle aree urbane più densamente popolate al mondo, con centinaia di chilometri di tunnel sotterranei e torri terroristiche sopra il suolo, con migliaia di miliziani nascosti nelle aree civili.”
Qui Mileikowski-Netanyahu – mi viene in mente Stanislao Moulinsky, il trasformista nemico acerrimo di Nick Carter – ci introduce nella realtà parallela di Israele. Non voglio nemmeno stare a disquisire sul numero di organismi internazionali indipendenti che hanno ricostruito l’incredibile e inaudito numero di vittime civili di questo sterminio. Non perdo tempo, perché tanto il polacco wannabe semita disconosce qualunque credibilità a questi organismi: per lui sono tutti affiliati ad Hamas, dalla Croce Rossa ad Amnesty passando per The Lancet e Medici senza Frontiere. Mi limito a fare il confronto tra due fonti. La prima la cita lui, come se fosse la nuova Torah: un tale colonnello John Spencer, militare americano in pensione che ha combattuto in Iraq, il quale sostiene che l’esercito israeliano adotta le massime cautele al mondo per minimizzare le vittime civili, e cita dati statistici (che vengono smentiti da professori in economia e statistica come Michael Spagat, ma non importa). La seconda fonte è l’IDF, cioè il suo stesso esercito, e la sua intelligence: i dati provenienti da un database interno dei servizi segreti israeliani indicano che almeno l’83% dei palestinesi uccisi durante l’offensiva israeliana su Gaza erano civili. Quindi Netanyahu-Moulinsky smentisce i dati della sua stessa intelligence e del suo stesso appena glorificato “coraggioso” esercito (del quale qui puoi apprezzare il coraggio) preferendo le tesi di un “esperto” fra mille, i cui dati sono sbugiardati da numerosi accademici, fatto assurgere a unica e massima autorità mondiale. Decidi tu se inserire il polacco wannabe semita tra gli escapologisti o tra gli escapisti. 
“Se volete capire quali misure Israele prende per evitare vittime civili, guardate cosa stiamo facendo ora a Gaza City, l’ultima roccaforte di Hamas, o una delle ultime.
Per tre settimane Israele ha lanciato milioni di volantini, inviato milioni di messaggi, fatto innumerevoli telefonate, esortando i civili a lasciare la città prima che iniziassero le operazioni militari”.
Non importa cosa pensi della creazione dello Stato di Israele, della Palestina, dei palestinesi, degli ebrei e dei terroristi. Ti chiedo solo di fare con me un esercizio. Prova solo a immaginarti questa scena mentre sei a casa tua. Siccome nel tuo palazzo ipotizzo che si nasconda un criminale mafioso, e che anche tutto attorno nel tuo quartiere risiedano dei pericolosissimi mafiosi, ti mando un volantino dal cielo dicendoti che hai mezzora per andartene da casa tua, prima che io rada al suolo il tuo palazzo e tutto il quartiere circostante. Adesso, subito. Non fra un mese, non tra una settimana, non domani. Adesso. Concentrati su questa scena. Cosa porti via della tua vita in mezzora? e soprattutto dove la porti? Prova a immaginare che questo avviso arrivi dal tuo governo. Infine fai un ultimo passo:  immagina che questo preannuncio di distruzione provenga da un altro Stato, che sta occupando il tuo territorio. Ti prego, fallo questo esercizio.
“Allo stesso tempo Hamas si è piazzata in moschee, scuole, ospedali, palazzi, e costringe i civili a restare, minacciandoli con le armi se provano ad andarsene.”
Per la precisione, non è Hamas a invadere le moschee, è esattamente il contrario: è Ben Gvir con i suoi fanatici scagnozzi che invade le moschee e ivi prega il dio ebraico. Di questa invasione ci sono le testimonianze filmate (guarda qui), delle invasioni di Hamas no. Ci dobbiamo fidare della parola del polacco naturalizzato Giacobbe, che non usa mai nomi e cognomi delle persone, usa “Hamas”, entità impersonale, hydra tentacolare che si nasconde dietro le colonne delle moschee, sbuca tra le fondamenta dei palazzi. Un mostro astratto. I nomi delle persone saltano fuori solo dopo che le hanno ammazzate. 
“Per Israele ogni vittima civile è una tragedia. Per Hamas è una strategia. Hamas usa i civili come scudi umani e strumenti della sua propaganda malata, propaganda che i media occidentali assorbono senza esitazioni.
Nonostante le minacce, circa 700.000 abitanti di Gaza hanno seguito i nostri avvertimenti e si sono spostati in zone sicure.
Ora vi pongo una domanda semplice.
Un Paese che commette genocidio chiederebbe mai alla popolazione civile che intende sterminare di allontanarsi dalla zona di pericolo? Diremmo loro di andarsene, se davvero volessimo un genocidio? Israele cerca di portarli fuori, Hamas cerca di tenerli dentro.
L’accusa è assurda. Il paragone con i genocidi della storia è offensivo. I nazisti chiesero forse agli ebrei di uscire dalle loro case “gentilmente”? Gli altri genocidi della storia lo fecero? Ovviamente no. La verità viene rovesciata”.
Quindi, sostiene Mileikowski-Netanyahu, il suo governo sta chiedendo ai gazawi di sloggiare “gentilmente” (favorisco a fianco foto della gentilezza usata dal governo israeliano). Inoltre, se li sloggia mandandogli un volantino prima di buttare un missile su casa loro, significa che non li vuole ammazzare tutti. Con ciò mettendosi a fare paragoni macabri tra genocidi, e allo stesso tempo dimostrando di non conoscere le condizioni della convenzione internazionale che definiscono l’intento di pulizia etnica come uno degli elementi determinanti per configurare giuridicamente un genocidio. Ma per lui non è un problema: del resto, non è così importante conoscere regole che consideri come il cartoccio del pesce da almeno 58 anni, cioè dal 1967 – volendo, noi sì, essere gentili, e mettendo tra parentesi la Nakba del 1948, sulle cui responsabilità tuttora gli storici dibattono.  
“Hamas è un’organizzazione terroristica genocida, con una carta che invoca l’uccisione di tutti gli ebrei del pianeta. Questa organizzazione ottiene indulgenza, viene appena nominata. Israele invece, che fa di tutto per ridurre i rischi ai civili, viene messo sotto processo. Che barzelletta.
Ecco un’altra accusa ridicola: Israele sarebbe colpevole di affamare deliberatamente Gaza, quando in realtà Israele sta alimentando Gaza. Dall’inizio della guerra, Israele ha fatto entrare oltre due milioni di tonnellate di cibo e aiuti, pari a una tonnellata per ogni abitante. Circa 3.000 calorie al giorno per persona. Che politica di fame sarebbe questa?
Se alcuni a Gaza non hanno abbastanza cibo, è perché Hamas lo ruba. Hamas sequestra gli aiuti, li accumula, li rivende a prezzi esorbitanti per finanziare la sua macchina militare. Il mese scorso persino le Nazioni Unite, che non si possono certo definire sostenitrici di Israele, hanno ammesso che Hamas e altri gruppi armati hanno razziato l’85% dei camion di aiuti.
Questa è la causa della privazione. E chi diffonde le menzogne di genocidio e fame contro Israele non è diverso da chi nei secoli diffondeva menzogne antisemite, accusando gli ebrei di avvelenare i pozzi, diffondere la peste o usare il sangue dei bambini per i riti pasquali.”
Per capire quanto sia disgustosamente bugiardo questo polacco – che continuo a definire polacco non perchè disprezzi i polacchi, ma perchè costui si impadronisce da finto semita di un olocausto che non è suo – non ti mando le parole di un arabo, perchè per molti (magari anche per te) la parola di un arabo è per definizione inaffidabile. Ti faccio ascoltare un chirurgo d’urgenza caucasico bianco, Nick Maynard, che ha cercato di salvare vite negli ospedali di Gaza. Una persona per cui la parola “eroe” per una volta non è sprecata. Ascolta bene. Ascolta chi è che sequestra il latte in polvere destinato ai neonati affinchè non possano fare altro che morire di fame. Guarda e ascolta qui.
“L’antisemitismo non muore. Si ripresenta sempre, con bugie nuove e vecchie riciclate. E queste bugie hanno conseguenze.
Negli ultimi mesi, ebrei sono stati aggrediti in Canada, Australia, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi e altrove. Negli Stati Uniti, un sopravvissuto all’Olocausto è stato bruciato vivo in Colorado. Una giovane coppia dell’ambasciata israeliana a Washington è stata uccisa a colpi di arma da fuoco davanti al Museo dell’Olocausto.
Per fortuna l’amministrazione Trump sta combattendo con forza l’antisemitismo, e ogni governo dovrebbe seguirne l’esempio. Invece molti fanno l’opposto: premiano i peggiori antisemiti della terra.
Questa settimana i leader di Francia, Gran Bretagna, Australia, Canada e altri Paesi hanno riconosciuto senza condizioni lo Stato di Palestina. Lo hanno fatto dopo gli orrori del 7 ottobre, che furono celebrati da quasi il 90% dei palestinesi. Non solo sostenuti: celebrati con balli, dolci distribuiti per strada, sia a Gaza che in Cisgiordania. Esattamente come fecero l’11 settembre.
Il messaggio che hanno inviato è chiaro: uccidere ebrei paga.
E io ho un messaggio per quei leader: quando i peggiori terroristi del pianeta lodano la vostra decisione, vuol dire che avete sbagliato. Gravemente. La vostra scelta vergognosa incoraggerà terrorismo contro ebrei e innocenti ovunque. Sarà un marchio d’infamia su di voi.”
Purtroppo il polacco ha ragione nel predire che molti innocenti, tra cui molti musulmani, moriranno uccisi da futuri attentati fanatici e suicidi, come è già successo e come succederà. E questo marchio d’infamia della recrudescenza del fanatismo, non solo antisemita, ricade interamente su di lui e sui fanatici omicidi, semiti abusivi, che fanno da stampella insanguinata al suo potere.
“E poi c’è la favola della “soluzione a due Stati”. I palestinesi non hanno mai accettato questa idea. Non vogliono uno Stato accanto a Israele, vogliono uno Stato al posto di Israele. Per questo hanno sempre rifiutato le offerte di pace.
(In realtà l’ultima offerta di pace come la chiama lui è stata bombardata dal suo stesso esercito a Doha, in Qatar, il 9 settembre, nel tentativo dichiarato di ammazzare i negoziatori).
“La verità è che ciò che alimenta questo conflitto non è l’assenza di uno Stato palestinese, ma la presenza di uno Stato ebraico. E questa verità vale anche per l’Autorità Palestinese, che paga stipendi ai terroristi, intitola scuole e piazze agli assassini, insegna ai bambini l’odio verso Israele e verso i cristiani. A Betlemme, sotto controllo israeliano, gli abitanti cristiani erano l’80%. Ora sono meno del 20% sotto l’Autorità Palestinese.
Dare loro uno Stato, dopo il 7 ottobre, equivarrebbe a dare uno Stato ad al-Qaeda a un miglio da New York dopo l’11 settembre. Una follia.
E lasciatemi chiarire: Israele non accetterà mai che ci venga imposto uno Stato terrorista. In Knesset, oltre il 90% dei parlamentari ha votato contro. Questa non è solo la politica del mio governo. È la politica del popolo israeliano”.
La soluzione a due stati l’aveva firmata un altro primo ministro di Israele che aveva avuto la lungimiranza di guardare oltre, Yitzhak Rabin. Questa lungimiranza l’ha pagata con la vita, assassinato non da un fondamentalista islamico, ma da un fan di Ben Gvir (che ha praticamente rivendicato l’omicidio) e di Smotrich. Purtroppo in questa fase storica in Israele i razzisti stanno nettamente prevalendo sulle persone assennate, fatto che mi costringe a confermare come verosimile l’ultima affermazione di questo criminale di Stato. Peraltro, sul brainwashing, negazionista dell’umanità stessa palestinese, cui è soggetta la popolazione di Israele sin dall’età scolare, interessante è il lavoro della docente e studiosa ebrea Nuret Peled Elhanan (leggine qui)
La cura del viaggio: intervista a Chiara Buiarelli

La cura del viaggio: intervista a Chiara Buiarelli

La cura del viaggio.
Intervista a Chiara Buiarelli

Chiara ormai la conosciamo, almeno un po’. Lei, in sella alla sua Bianchina, per 80 giorni, 5 regioni, 1.873 chilometri e tanto dislivello, 16.000 metri a salire e 15.000 a scendere. 80 giorni, in questa strana analogia con il viaggio attorno al mondo di Jules Verne, “non tutti pedalati”, ricorda Chiara; perché i ritmi, le soste e le ripartenze, quasi mai decise a tavolino, sono piuttosto il prodotto di un lungo dialogo tra desideri, aspettative, incontri, accordi e tregue, anche con lei, quella che Chiara chiama “la mia maestra più severa”, la malattia, l’artrite reumatoide diagnosticata 4 anni fa. Del suo viaggio abbiamo i suoi racconti scritti, le sue foto [vedi in fondo a questo articolo]. A un mese di distanza, fatte riposare le gambe e depositati un poco i pensieri, proviamo a mettere in fila qualche riflessione.

Sei tornata da un mese: cosa è rimasto del viaggio, come sono le tue giornate oggi?

“Ancora cariche di emotività, mi porto dietro tutta la ricchezza e la bellezza del viaggio e degli incontri fatti; e poi, in questi giorni, sto anche scrivendo. Non so se diventerà un libro, ma questo lavoro mi permette di ripercorrere tutte le giornate, tutte le tappe, quello che è accaduto, che ho provato. Quindi cosa è rimasto? Una sensazione di essere ancora in viaggio, un viaggio che non si è ancora concluso.”

Il viaggio di Chiara ha tenuto insieme temi diversi, grandi, su cui ciascuno può trovare delle risonanze personali, degli stimoli: la malattia, il viaggio, il turismo accessibile; la solitudine, la paura e il coraggio; l’assoluto e il senso del limite; l’azione e l’accettazione; il darsi obiettivi, ma anche l’affidarsi. Una donna in viaggio per 1.873 chilometri, da sola.

Hai mai avuto paura?

“Soprattutto prima di partire, diverse paure: di cadere e farmi male, di fare brutti incontri, di non farcela, di peggiorare la mia condizione fisica, ma anche di lasciare due genitori anziani a casa. E, cosa incredibile, ho anche avuto paura di farcela. Mi è capitato soprattutto nella prima parte del viaggio: ero in Umbria, in Valnerina, un luogo che mi ha trasmesso tanto. Ero in viaggio da qualche settimana e non mi sembrava vero. Mi sentivo come se mi stessi illudendo, come se stessi prendendo in giro qualcuno. Ed è tornata la paura che ho provato quando, dopo i tempi bui della malattia, grazie alla terapia, avevo iniziato a stare meglio e non avevo il coraggio di crederci. Ho anche avuto paura di non farcela: quando ero a Firenze, ho temuto di non riuscire a proseguire il viaggio per i dolori forti e continui.

E che cosa hai fatto?

“Non riuscivo bene a capire cosa mi stesse succedendo, i dolori aumentavano, ho avuto paura di non riuscire con le mie forze a fronteggiare l’artrite; potevo rispondere con quello che sapevo, con quelli che erano i miei mezzi, le mie risorse. “Fermati quando devi, riparti quando puoi”, è il motto del mio viaggiare. E quindi mi sono fermata, ho riposato e mi sono rimessa in moto lentamente. Ho perfino pensato che avrei potuto rivolgermi alla reumatologia di Prato, all’amico Gianluca e alla dottoressa Niccoli. Alla fine, il viaggio è stato una gran bel antinfiammatorio.”

Hai raccontato di esserti sentita anche bene, molto bene

“In certi momenti ho provato una sensazione di benessere: non stavo meglio, stavo proprio bene, ero guarita! Questo mi ha mandato, paradossalmente, in crisi. Sto cercando risposte. Creo nuove occasioni per riprovare quelle sensazioni, ma non è facile. È rimasta la commozione, il ricordo della fluidità anche nella difficoltà, del senso di quello che stavo facendo, del dono, dei giorni intensi.”

La solitudine nel viaggio, una donna che viaggia da sola con le sue forze, non in auto, in treno o in aereo, ma in bicicletta, su strade asfaltate, anche molto trafficate e su piste bianche, nella natura, per boschi, alla ricerca dei boschi terapeutici, quelli che alimentano la nostra salute con maggiore forza. Viviamo un tempo di apparente grande emancipazione, una chiamata alla libertà interiore che fatica a trovare un canale di espressione. Il viaggio spesso dà voce a questa ricerca, a questa richiesta che si fa a se stessi di autenticità. Non una prova di forza, ma una scoperta di Sé. Tante donne, di tutte le età, si mettono in viaggio, superando stereotipi e confrontandosi con paure ancestrali. Essere da sole in un bosco, a piedi o in bicicletta, contando sul proprio senso dell’orientamento, sulle proprie forze, affrontando i propri fantasmi, spostando un po’ più in là i propri limiti.

“Mi piace viaggiare da sola e questo viaggio non poteva mancare di questa dimensione. Ho sentito che dovevo rendere conto solo a me stessa. Essere sola non significa sentirsi sola, anzi. Porto sempre con me in viaggio, nella mente o nel cuore, persone a me care o nuove conoscenze fatte lungo la strada. La bicicletta stessa diventa una compagna a tutti gli effetti. Quando viaggi da sola, se sei sufficientemente in ascolto, puoi percepire l’anima di un luogo, di un ambiente. Gli antichi non parlavano del Genius Loci? La solitudine ha assunto un significato più denso nei momenti di dolore, momenti di miseria o di espansione, a seconda del processo interiore che sono riuscita ad attivare e…dall’Amore. Viaggiare da soli, soffrire da soli: una solitudine che richiede di appellarsi all’Amore per essere trascesa, quell’Amore universale che è di tutti e per tutti, ma che ognuno contatta nel proprio intimo.

È stato anche un viaggio di incontri…

“Bellissimi incontri che mi hanno offerto vicinanza, affetto e amicizia. Ho incontrato tante persone con patologie reumatiche, animate dal desiderio di parlarne, di aprirsi. Avere davanti a sé una perfetta estranea, che però sa cosa stai passando, consente di aprire una varco con maggiore semplicità. Diventa un’occasione naturale per raccontare il proprio dolore, la fatica, le incomprensioni e la forza che non sempre si trova. Nella solitudine del proprio dolore spesso si ha bisogno di un testimone. Un testimone silenzioso e non giudicante che, partito il racconto, si fa ombra fino quasi a scomparire. Anche questo, lungo il viaggio, è stato il mio ruolo: il prestare ascolto e credere a queste storie. Ho testimoniato, credo, che quel racconto, quella vita, quelle difficoltà erano reali. Negli incontri pubblici in cui, durante il viaggio, ho raccontato la mia storia, mi sono sentita portatrice di un messaggio che andava oltre la mia persona. Ho portato la volontà di raccontare che si può convivere con questa malattia, anche se in noi convivono dubbi, paure, speranze. Ho imparato molto.”

Una riflessione finale?

“Che non è importante aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni, come ha detto Rita Levi Montalcini. E capire che la tua vita è connessa con tutti e Tutto.

Leggi su Periscopio il racconto di viaggio di Chiara Buiarelli: 

2 aprile 2025: Fermati quando devi, riparti quando puoi: viaggio in bicicletta per gestire l’artrite reumatoide

22 maggio 2025: Dalla malattia al movimento: viaggiare in bicicletta per gestire l’artrite reumatoide

20 giugno 2025: Comincia il viaggio: nastro di partenza la Gola del Furlo

30 luglio 2025: 800 km di concentrazione, cercando sincronicità tra corpo e mente

2 settembre 2025: Viaggiare in bicicletta per spostare il limite della malattia

Ricordi di viaggio

foto di Chiara Buiarelli

Castello di Sarteano
Assisi
Assisi, San Damiano
Spoleto, Ponte delle Torri
Valnerina, Scheggino
Arrone
Barbarano Romano, Martaranum
Veduta su Monticchiello, Pienza
Bianchina alla Sorgente termale del Bullicame, Viterbo
Pienza