Presto di mattina /
Crescere, la guerra
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Presto di mattina. Crescere, la guerra
Crescere, la guerra
Quando passo per via Mazzini, preso dalla fretta e poi dall’incertezza se proseguire dritto per la via o svoltare all’incrocio con lo sguardo all’Ariostea, a volte mi ritornano le parole dette a Pietro dopo la pesca notturna e le reti vuote: “Prendi il largo e getta le reti”, e sapendo come andò a finire quella volta, mi arrischio fiducioso alla soglia della biblioteca, pescatore in un mare di libri vivi.
Nelle acque mosse del via vai dell’entrata dove sono gli scaffali delle novità, ciò che conta non è tanto la bravura del pescatore nel gettare la rete; piuttosto sta nel lasciarsi prendere dal libro stesso, quasi fosse lui il pescatore a voler infilzarti al suo amo, attirandoti anche solo con l’esca di un titolo che disorienta, misterioso interrogativo: Crescere, la guerra. E ti fermi e affiora la domanda: “Cosa nascondi?” e “cosa vuoi dirmi?”.
È questo il titolo della prima raccolta poetica di Francesca Mannocchi, giornalista, collaboratrice con diversi canali televisivi e testate giornalistiche come inviata di guerra. Lo sguardo oltre i confini, “dentro” ai conflitti di oggi e di ieri, che soffocano le persone da troppo tempo, dove «la notte è illuminata di spine» – come la sua vita del resto segnata intimamente e corporalmente dalla sclerosi multipla – nei luoghi in cui «le parole diventano come azioni» rendendo così la sua poesia “militante”, sovversiva.
Non solo inviata sul campo, ma una combattente disarmata imbracciando solo “l’Arpione della memoria”: «Mi chiedo: esiste, in chi ascolta,/ un punto dove la mia voce possa posarsi?/ Un arpione,/ minuscolo e nascosto,/ che trattenga la memoria prima che si disperda». Per sapere non basta guardare: «perché si vede sempre/ da un luogo/ e si racconta sempre/ da una ferita./ La propria: dunque l’altrui» (Crescere, la guerra, Einaudi, Torino 2026, 4-5).
Descrive bene questa situazione esistenziale il poeta Percy Bysshe Shelley (1792-1822) quando dice della poesia: «sia che cali il suo drappo istoriato, o che apra il cupo sipario della vita sullo spettacolo delle cose, in ambedue i casi essa crea per noi un essere nel nostro essere… Ci costringe a sentire ciò che percepiamo, e ad immaginare ciò che conosciamo» (In difesa della poesia, Mimesis, Milano-Udine 2013, 35).
“Una svolta di respiro” (Celan) è così la virgola del titolo,
spazio di attenzione che trattiene prima di passare oltre
È una virgola essenziale per marcare polarità oppositive, per accorgersi dell’antitesi il crescere e la guerra, un piccolo amo, congiunzione che unisce separando per non restare indifferenti, al di fuori di questo dramma.
In un’intervista è la stessa Mannocchi che ne spiega il titolo. Un minuscolo segno come la virgola posta tra le due parole rappresenta un sospiro, una pausa di respiro per elaborare il peso di ciò che si sta raccontando. Il titolo vuol indicare poi com’è la crescita dei bambini nei conflitti e come poter continuare tra le macerie e i traumi psicologici del dopoguerra provando a rialzarsi e a crescere.
Ha il senso infine di come i conflitti nascano, si sviluppino e si ingigantiscano nell’ombra, per poi squarciare la terra e dilaniare le persone, alimentati da trame di menzogna, di omissioni volute, di prepotenza inaudita; nutrite dal disinteresse pure, dall’indifferenza di tanti, di troppi, la verità ridotta ad etichetta: così «il male che non si elimina/ si attraversa./ La luce che non redime l’ombra/ la accompagna» (Crescere, 10).
Forse il male non è il contrario del bene,
ma la sua ombra.
Forse il vostro Dio ha lasciato per voi
e per tutti
una spina nel fianco del creato.
Per ricordarci che la grazia è un equilibrio instabile,
una fiamma
che brucia solo se incontra il vento.
(ivi, 11).
Come a dire che la grazia, come una fiamma, tanto più è offesa, tormentata dal vento in lotta con lei tanto più si anima, si fa vera e risplende. Così è la conoscenza di ciò che accade e che ci inquieta, ma ci tiene vivi nella memoria piuttosto di un sapere senza vita come cenere quieta. Scrive Michelangelo nelle Rime: «Come fiamma più cresce più contesa/ dal vento, ogni virtù che ’l cielo esalta/ tanto più splende quant’è più offesa» (Laterza, Bari, 1960, r 48).
Voi gente di solo giorno non sapete cos’è la notte
Samya, figlia senza infanzia
Io non vi chiamo
fratelli.
Non vi chiamo
liberatori.
Vi chiamo
spettatori.
E l’arena sono io…
Io so cos’è la notte.
La notte è un ventre dove le bambine imparano a tacere,
e le donne a non sognare più…
Voi siete stati qui,
ma non ci avete mai viste…
Voi non avete liberato
nessuno.
Avete solo allargato la gabbia.
Avete scambiato il vostro sguardo
per la mia libertà,
la vostra commozione per giustizia.
Avete creduto che il mondo
cominciasse con la vostra lingua,
che la libertà
fosse una merce da distribuire
come pane.
Ma la libertà non è un dono e non si presta.
La libertà si partorisce con dolore,
si scava come un pozzo nella roccia…
Siete voi che non sapete più guardare la ferita,
che non sapete più dare nome al male,
che vi lavate le mani
come se la vergogna fosse polvere…
Siete voi che chiamate «pace» l’oblio,
che chiamate «civiltà» la distanza.
Io non vi condanno.
No.
Siete la mia ombra che si crede luce,
la mia gabbia che si chiama aiuto…
La libertà, per voi,
è scegliere.
Per noi,
è resistere.
Per voi,
è dire tutto.
Per noi,
è sopravvivere al silenzio
(ivi, 21-24)
Memoria e parole come soglia per custodire il dolore, reclama responsabilità
Leggo nell’editoriale della redazione in quarta di copertina del libro: «E la memoria non è nostalgia né archivio, ma forza che obbliga a resistere. La poesia diventa allora soglia: il luogo in cui il dolore non viene spiegato, ma custodito; non redento, ma assunto come responsabilità. E scrivere significa non mentire, fare spazio all’altro, accettando che la ferita sia parte della forma».
Dopo la malattia è questa per Francesca Mannocchi la paura di perderla: «Domando a matita sul taccuino: perché ho così tanta paura di dimenticare? Rispondo a matita sul taccuino: perché la memoria è la mia storia, la mia storia è il mio passato, il mio passato è origine e destinazione. Aggiungo e poi cancello il punto interrogativo: È origine e destinazione? È origine e destinazione» (Bianco è il colore del danno, Einaudi, Torino, 2021, 119).
La sua poesia interroga il lettore, lo provoca a prendere posizione, a fare un passo verso, a tenere aperta la domanda su cosa sia umano e il suo contrario, a sostenere lo sguardo delle vittime, perché ciò che ci ferisce tiene desta la nostra umanità. In un’altra intervista affermava che con il suo lavoro di inviata di guerra è stata costretta a guardare in faccia l’orrore e tuttavia non ha mai smesso di continuare a credere negli esseri umani: «Non credo in Dio. Ma sono ostinatamente fiduciosa nell’essere umano».
Aspettare, abitare, restare
Un giorno ho domandato a Shahab:
«Cosa resta quando la libertà cade?»
E lui ha risposto: «Resta la pazienza».
Allora ho capito che la vera fede
non è credere,
è aspettare.
…
Abitare
è la prima forma di fede.
Prima ancora di credere in un dio,
l’uomo ha creduto in un luogo.
Ha creduto
che un muro
potesse trattenere il vento,
che un fuoco
potesse addomesticare la notte,
che una porta
potesse difendere la promessa del mattino.
Ha creduto nella casa,
come si crede nel mondo.
La casa è stata la prima continuità:
non un riparo,
ma una forma del vivere.
Un modo di dire:
«lo sono qui nel tempo,
non soltanto nel passaggio».
La guerra non distrugge le case.
Disfa l’idea di casa.
Spezza il verbo che ci fonda:
Resto, quindi sono.
…
Abitare in guerra
è dire:
«Questo luogo è mio
anche se voi lo negate».
È l’atto politico più nudo,
resistere con i gesti:
con le mani che lavano,
con il pane che manca,
con il corpo che insiste sulla terra.
Abitare è dire alla violenza:
«Non potrai svuotare lo spazio
di chi lo riempie di significato».
Abitare
è la prima forma di fede.
Restare
è la seconda.
(Crescere, guerra, 10-11; 38; 42)
Contro parole, a far argine all’oblio
Le parole sono semi.
Ma non tutti i semi sanno la primavera.
In questa terra,
molte parole sopravvivono
solo come spine…
Parole che tagliano la lingua,
che confondono il dolore con la colpa.
Parole che non interrogano,
parole che non chiedono: chi sei?
ma decidono: tu non sei…
La parola è un confine:
o custodisce
o cancella.
Ogni parola che diamo al mondo
si scrive sulla carne di qualcuno.
E il corpo non dimentica
ciò che la lingua
finge
di non vedere
(ivi, 51; 54).
Lo scenario di una guerra a pezzi riaffiora da questo testo; le parole come relitti galleggianti di un naufragio di umanità, nascondono e fanno affiorare volti e storie.
Gaza, Afghanistan, Siria e altri luoghi attraversati dalla violenza e dalla sua lunga coda entrano dentro le parole della poesia come materia viva: volti corpi, case, famiglie, parole dette e parole mancanti.
Le parole nascono dalla relazione, con lo sguardo. Le parole di Francesca sono un tutt’uno con il suo sguardo, sono soglia nell’incontro dei volti, prendono forma dal suo aver visto: un vedere che è insieme un vedersi e guardare se stessi.
E se un giorno mi chiederanno:
«Che cosa hai visto?»
Io risponderò:
«Ho visto il volto dell’Altro,
e nel suo volto
ho riconosciuto il mio».
(ivi, 3-4)
Disumanità genera l’invisibilità dei volti; Dio dimora nelle rovine di quel che resta di un volto, un nulla che resta, anche lui sfigurato, a chiedere conto ancora: “dov’è tuo fratello?”.
Il volto interroga prima della voce:
Che cosa hai fatto della tua libertà?
Che cosa hai custodito dell’umano?
Ogni volto che incontro
le stesse domande.
C’è un punto in cui la visione si spezza.
Non guardi più
sei guardata.
Non nomini più
sei nominata.
È lì che nasce l’etica.
Nel volto dell’Altro che dice non uccidere
prima del pensiero,
prima della lingua,
prima del nome che portiamo addosso.
Ma il mio Dio non ha volto.
Ho visto volti che non erano più volti.
Corpi di bambini.
Stanze d’ospedale senza luce.
Un uomo che solleva una coperta
e sotto non c’è un viso:
c’è una domanda.
Cos’è l’umano
quando il volto scompare?
Mi dico:
Non giustificarti.
Non filosofare.
Il volto dell’Altro
mi chiede chi sono.
Il volto dell’Altro
Guarda.
Resta.
Taci.
Scrivi.
è la mia misura del mondo.
E la guerra
– la guerra! –
è l’abdicazione di quella misura.
Io parlo,
ma la voce si frantuma.
Ogni sillaba inciampa.
Parlo …
e la parola mi sembra bestemmia.
Ci chiediamo se Dio abiti ancora il mondo.
lo credo che abiti nelle rovine del volto.
Nel gesto della madre che scava
e chiama il figlio per nome.
Nella mano che copre un viso
come se potesse proteggerlo ancora.
Dio – o ciò che ne resta –
è quel residuo di volto
che ancora ci reclama.
Il volto mi ha mostrato
che l’amore
non è sentimento,
ma responsabilità.
Che la compassione
non è un gesto,
ma la sua durata.
Che la verità
è un esercizio quotidiano
Ogni volto è un Altro
che mi supera
e mi convoca.
Mi chiede conto
non un possesso.
della mia stessa esistenza.
Davanti a quei corpi
ho sentito la voce muta dell’obbligo:
Non giustificarti.
Non filosofare.
Resta.
Lascia che faccia male.
Scrivi.
Se chiudo gli occhi, li vedo ancora.
Volti senza forma,
mani tese,
bocche spalancate.
Non come immagini di morte,
ma come le ultime sillabe
di una lingua in cui la parola
è prestito,
è debito,
è custodia
(ivi, 17-20).
Non chiediamo al futuro
una memoria museale,
ma una memoria viva, sporca.
Che continui a ferire quando serve.
Che non consoli, ma obblighi.
L’infinito nel volto dell’Altro:
quel richiamo che non si esaurisce,
che ci tiene desti.
Che ci faccia restare nella nostra vergogna
finché non diventi coscienza
(ivi, 68-69).
Sui banchi di scuola
Questi testi di Francesca Mannocchi non sono cronaca, ma raccontano la guerra. Narrando la vita che resiste, raccontano la sopravvivenza, una sfida alla lingua e alle parole che non sanno fino in fondo esprimere l’indicibile dell’orrore.
Nel suo libro Lo sguardo oltre il confine, De Agostini, Novara 2022, Francesca Mannocchi, per spiegare ai ragazzi i conflitti di oggi fa riferimento a una canzone di Mercedes Sosa (1935-2009) cantora popular, attivista argentina contro la dittatura, simbolo della lotta per la pace e i diritti civili nella sua terra: Sobreviviendo per descrivere la condizione psicologica e sociale dei profughi e dei superstiti delle guerre.
Per Francesca pensare la pace significa osservare il cammino lento del dopo di tutti i conflitti: significa «esercitarsi a immaginare il tempo nello spazio di una, due generazioni a venire.
La pace non è (solo) la transitoria quiete dell’oggi quando smettono di cadere bombe dal cielo, la pace è soprattutto la duratura stabilità del domani, che non può che costruirsi integrando gli esclusi, educando alla riconciliazione, consegnando strumenti per discernere il bene dal male. Non può, dunque, che iniziare sui banchi di scuola». (Pensare la pace arduo ma possibile, in Vita e pensiero, 6/2022, 20-21)
Sobreviviendo
Mi hanno chiesto come vivevo, mi hanno chiesto.
“Sopravvivendo”, ho detto, “sopravvivendo”.
Ho una poesia scritta più di mille volte,
in essa ripeto sempre che finché qualcuno
proporrà la morte su questa terra
e si fabbricheranno armi per la guerra,
io calpesterò questi campi sopravvivendo.
Tutti di fronte al pericolo, sopravvivendo,
tristi e raminghi uomini, sopravvivendo,
sopravvivendo, sopravvivendo…
È da tanto che non rido come un tempo,
e dire che io ridevo come un cardellino!
Ho una certa memoria che mi ferisce
e non riesco a dimenticare ciò che è successo a Hiroshima.
Quanta tragedia su questa terra!
Oggi che voglio ridere, riesco a malapena a farlo,
non ho più la risata di un cardellino.
Tanta miseria su questa terra!
Tutti di fronte al pericolo, sopravvivendo,
tristi e raminghi uomini, sopravvivendo,
sopravvivendo, sopravvivendo…
Se mi chiedessero cosa spero dal mondo,
dirò che spero che non sia così violento.
Voglio che l’uomo sappia che non ha il diritto
di rubare l’aria che l’altro ha nel petto.
E che il colore della pelle non conta affatto,
e che il pianeta sia di tutti e per tutti.
Tutti di fronte al pericolo, sopravvivendo,
tristi e raminghi uomini, sopravvivendo,
sopravvivendo, sopravvivendo…
Cover: Foto di abdulla alyaqoob da Pixabay
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