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Il colpevole perfetto
Demonizzazione, odio politico e paradossi del progressismo identitario

Il colpevole perfetto. Demonizzazione, odio politico e paradossi del progressismo identitario

C’è un paradosso al cuore del progressismo identitario contemporaneo, quello che trova espressione forte in certi aspetti della cosiddetta ideologia woke recentemente quasi ripudiata da una parte della sinistra politica (vedi Qui). Un paradosso che merita attenzione non come curiosità intellettuale, ma come segnale d’allarme per la tenuta (di quel che resta) della vita democratica.

Una parte molto rumorosa seppure minoritaria del movimento progressista, che si definisce erede dell’Illuminismo e campione universale dei diritti, ha individuato un nemico malevolo, un colpevole perfetto — il maschio bianco eterosessuale espressione del patriarcato occidentale — e, su questo nemico, ha scaricato un rancore  politico di intensità storica inusitata. Un rancore che, analizzato con gli strumenti della sociologia, della  psicologia sociale e della storia, segue schemi già visti, con esiti purtroppo già conosciuti.

Un bersaglio preciso: non il potente, ma il vicino di casa

La prima anomalia è nella scelta del bersaglio. Il “maschio bianco eterosessuale” demonizzato non è Larry Fink di BlackRock, né il CEO di Goldman Sachs, né il grande imprenditore che finanzia le fondazioni progressiste. Questi sono, spesso, alleati e finanziatori dell’agenda identitaria. Il bersaglio reale (restando in Italia) è l’artigiano bergamasco, il contadino che vive della sua piccola impresa agricola, l’operaio veneto, il contadino del Sud, il piccolo commerciante, il gestore del ristorante, il padre di famiglia cattolico praticante, il leghista di periferia, l’anziano maschio che frequenta il bar del paese (vedi Qui).

Questa precisione del bersaglio non è accidentale. Riproduce una logica che Thorstein Veblen  già un secolo fa avrebbe riconosciuto facilmente: le classi dominanti usano la cultura per disciplinare le classi subalterne, non per regolare se stesse.

La moralizzazione progressista si abbatte con forza sui comportamenti, i linguaggi, le identità delle “classi popolari” — ritenute rozze, ignoranti, irredimibili : “quelli che non hanno studiato”— mentre lascia intatta la struttura economica che produce quella rozzezza. Il “patriarcato” da abbattere è stranamente quello della classe media, dei ceti popolari, del bianco impoverito e per questo rancoroso, non quello di chi lo finanzia.

Pierre Bourdieu chiamava questo meccanismo violenza simbolica: l’arbitrario culturale di una classe si presenta come universale e naturale  e, chi lo rifiuta, appare non come portatore di una cultura diversa, da rispettare, ma come moralmente inferiore. La stigmatizzazione del “maschio bianco” delle classi popolari è, nei fatti, il modo in cui un ceto medio-alto progressista esercita il dominio culturale su chi già subisce quello economico.

“Fascista” come categoria ontologica: la teologizzazione del nemico

Il secondo elemento che merita un’ analisi è l’uso del termine “fascista” così spesso associato dai soliti noti a quello di maschio bianco eterosessuale e a quello altrettanto infamante di “razzista”. L’epiteto “fascista!” è tornato di gran moda: diffuso nei media mainstream, lanciato dagli influencer woke quasi come sinonimo di “maschio bianco eterosessuale“, urlato e scagliato contro chiunque osi dissentire dalla vulgata del progressismo identitario nelle piazze, ribadito perfino negli interventi di parlamentari ed eletti a cariche pubbliche; il termine non è più usato come categoria storica ma come categoria ontologica, come sinonimo di male assoluto.

Come categoria storica, “fascismo” descrive un fenomeno politico delimitato: il PNF, le grandi opere pubbliche del regime, le leggi razziali, la guerra, i sogni coloniali, la violenza squadrista. È verificabile, falsificabile, storicizzabile. Invece, come categoria ontologica, “fascista”  non descrive: condanna senza appello. Chi è fascista non lo è per ciò che fa, ma per ciò che è. E ciò che è non può cambiare: non c’è redenzione possibile, non c’è confessione sufficiente, non c’è azione che muti “l’essere fascista”.

Questa trasformazione semantica non è affatto innocua. Contiene una logica politica precisa: ciò che è male assoluto, per sua natura ontologica, non rientra nel perimetro dei diritti democratici.

Lo slogan “il fascismo non è un’opinione, è un crimine” — ripetuto pubblicamente, anche da figure istituzionali — afferma esplicitamente che una categoria di persone (che sembra oggi assai numerosa solamente perchè l’inquisizione sedicente progressista li scova nei luoghi più insospettabili) è fuori dal regime del diritto. Non si dialoga con il male assoluto. Non lo si tutela. Non ci si impegna a rispettarne la dignità. Lo si combatte, in qualunque mezzo e con ogni mezzo necessario (Qui)

Esiste in questo un’ironia storica precisa. Umberto Eco, nel suo saggio sull’Ur-Fascismo (Il fascismo eterno, 1997), identificò tra i tratti del pensiero fascista il pensiero qualitativo che non tollera l’ambiguità, che divide il mondo in puramente buono e assolutamente malvagio. Lo stile cognitivo con cui sedicenti democratici combattono il “fascismo” riproduce esattamente la struttura mentale che si pretende di combattere.

Come ebbe a dire Leonardo Sciascia: “Il più bell’esemplare di fascista in cui ci si possa oggi imbattere è quello del sedicente antifascista unicamente dedito a dare del fascista a chi fascista non è”.

La struttura psicologica: meccanismi di difesa collettivi

Come è possibile che persone istruite, razionali, spesso appartenenti a una classe agiata non scorgano le contraddizioni di questa posizione? La risposta non sta certo nella stupidità ma, almeno in parte, in alcuni processi indagati dalla psicologia sociale e ben radicati nella psicologia profonda di ognuno di noi occidentali. L’intelligenza può essere reclutata dalla psiche a difesa di ciò che la psiche non vuole vedere.

Il primo meccanismo è la dissonanza cognitiva e la sua risoluzione. La donna bianca colta che denuncia il privilegio bianco vive una tensione insostenibile: sono ciò che combatto. La risoluzione è elegante: “sono diversa dagli altri bianchi perché sono consapevole del mio privilegio”. La consapevolezza diventa il meccanismo di esonero dalla colpa senza richiedere – si badi bene – alcuna rinuncia materiale. Si confessa il peccato senza fare penitenza — anzi, la confessione pubblica è essa stessa la penitenza sufficiente. È la struttura dell’indulgenza medievale aggiornata.

Il secondo è la proiezione nel senso freudiano preciso: si attribuisce all’esterno ciò che non si può riconoscere nell’interno. Chi vive e lavora in strutture patriarcali, ne beneficia, le riproduce inconsciamente, non può sopportare questo riconoscimento. La soluzione psichica è proiettare il patriarcato sul capro espiatorio esterno: lui è il patriarca, io lo combatto. Quanto più veemente è l’accusa esterna, tanto meno lavoro interno è necessario.

Il terzo è la scissione descritta da Melanie Klein: il mondo diviso in assolutamente buono e assolutamente cattivo, perché la psiche non regge l’ambiguità. Il “maschio bianco”, “il fascista”, “il razzista”, diventa il contenitore di tutto il male che non si riesce a riconoscere in sé. Operazione psichicamente efficiente, cognitivamente catastrofica: impedisce infatti qualsiasi contatto reale con la complessità.

Eric Hoffer, nel suo studio sui movimenti di massa The True Believer (1951), mostrò che il fanatismo non attrae le persone perché hanno qualcosa da guadagnare, ma perché hanno un sé da cui fuggire. Il fanatismo offre identità, certezza morale, comunità di fratelli, il permesso di odiare in nome del bene. L’intensità dell’adesione è proporzionale non alla forza della causa, ma alla fragilità del sé che cerca rifugio in essa. Ammettiamolo: questo è un rischio che corre ognuno di noi.

La logica interna dell’odio: il male assoluto giustifica tutto

L’odio politico che troppo spesso viene messo in scena nelle piazze, il rancore che scorre sui social, l’odio che attraversa non solo alcuni movimenti che riempiono le piazze e anima le frange più politicizzate del femminismo e del progressismo identitaria (malgrado lo slogan love is love), ma anche quote non trascurabili dei partiti di sinistra  — la veemenza, l’intransigenza, il ricorso a slogan violenti mutuati dagli anni di piombo — non è irrazionale se si comprende bene la premessa precedente. È la conseguenza paradossalmente logica di una credenza genuina: se quello è il male assoluto, l’odio è la risposta razionale e moralmente obbligatoria.

Si tratta di un’equazione perversa che impronta lo sguardo di certa certa sinistra verso la destra etichettata come “fascista” e – specularmente –  di certa destra verso la sinistra etichettata come “comunista”. 

Nella storia del pensiero morale e religioso, il concetto di male assoluto ha sempre prodotto le stesse conseguenze pratiche. Non si dialoga con il diavolo: lo si esorcizza. Non si convertono gli eretici: li si brucia. Non si rieduca il nemico di classe: lo si elimina.

Philip Zimbardo, nel suo The Lucifer Effect, ha mostrato sperimentalmente come la deindividuazione dell’altro — la sua riduzione a categoria malevola — sia condizione sufficiente perché persone normali compiano atti atroci.

Questo percorso di de-umanizzazione collettiva ha fasi storicamente riconoscibili: prima si attribuisce all’altro una natura categoriale malevola; poi si rimuove la sua individualità; quindi si producono metafore patologiche; infine, si giustifica l’eliminazione come igiene o autodifesa.

In Italia, oggi, non siamo certo alla fase finale, ma le fasi precedenti sono riconoscibili e documentabili. Gli slogan che negano il diritto all’esistenza avanzano nella direzione dell’eliminazione come categoria concettuale, anche quando il proponente non ne trae consapevolmente le conclusioni pratiche. Attenzione perché le parole spesso anticipano e precedono i fatti.

Il paradosso di Adorno: l’autoritarismo contro se stesso

Theodor W. Adorno e i colleghi dell’Institut für Sozialforschung (la celebre Scuola di Francoforte) negli anni Cinquanta identificarono la personalità autoritaria — i tratti psicologici che predispongono al fascismo: pensiero binario, intolleranza all’ambiguità, sottomissione all’autorità del gruppo, aggressività verso i devianti, categorizzazione rigida per appartenenza demografica.

Quegli stessi tratti – per 70 anni attribuiti “scientificamente” alla destra e al maschio bianco rappresentante del patriarcato –  sono oggi, purtroppo, riconoscibili chiaramente anche nelle frange più veementi del progressismo identitario. Il pensiero binario buoni/fascisti, l’intolleranza assoluta per chi devia dalla linea, la sottomissione cognitiva alle gerarchie ideologiche, l’aggressività verso chi osa esprimere dissenso, la vigilanza ossessiva sul vocabolario usato dagli altri  — sono caratteristiche strutturali del movimento che si definisce antifascista per eccellenza.

Questo non significa – ovviamente – che siano fascisti nel senso storico del termine. Significa, come hanno ricordato sopra Adorno ed Eco, che la struttura psicologica che produce il fascismo non è esclusiva di nessun campo politico e che chi la esibisce più vistosamente è spesso chi meno se ne rende conto. Il combattente contro il drago può acquisirne la forma senza accorgersene.

La colpa ereditaria: un vero e proprio attacco all’Illuminismo

C’è un ulteriore elemento che trasforma la critica politica in minaccia strutturale a quel che resta della democrazia: l’attribuzione di una colpa ereditaria, intergenerazionale, non emendabile attraverso le azioni individuali. Non sei colpevole per ciò che fai ma per ciò che sei. Non c’è atto che possa cambiare la condanna, perché la condanna precede qualsiasi atto.

Questa struttura è antitetica all’Illuminismo che tutto il progressismo dichiara di incarnare. Locke, Kant, Beccaria avevano costruito l’intera modernità politica sul principio che la responsabilità è individuale e riguarda le azioni, non le appartenenze. Non sei colpevole per ciò che sono stati i tuoi genitori, non puoi essere punito per ciò a cui appartieni. Era la rottura radicale con il sistema feudale e con la trasmissione ereditaria del disonore.

Certo eccesso del sistema woke reintroduce esattamente ciò che l’Illuminismo aveva abolito: una colpa ereditaria, trasmessa per nascita, legata all’appartenenza di razza e sesso: l’essere appunto bianco e maschio eterosessuale. Non è la deriva della modernità: è la sua negazione nella struttura, pur mantenendone il vocabolario.

Il rischio democratico: il confine che non si può attraversare

La Costituzione italiana (che ricordiamolo, vieta la ricostruzione del disciolto partito fascista) è nata da chi aveva visto dove portava la logica della de-umanizzazione politica. L’articolo 3 non è decorativo: garantisce uguale dignità a tutti i cittadini “senza distinzione di opinioni politiche”. Questo include chi ha opinioni che troviamo ripugnanti. Non perché quelle opinioni siano buone, ma perché il principio di dignità non può essere condizionale senza autodistruggersi.

Il confine democratico non è tra le idee giuste e quelle sbagliate. È tra chi accetta le regole del conflitto civile — argomentare, convincere, votare, perdere e riprovare — e chi le rifiuta. Chiunque sostenga che una categoria di persone è ontologicamente al di fuori di questo perimetro sta attaccando non l’avversario, ma il cuore della democrazia stessa. E lo fa sempre in nome di qualcosa di buono: la giustizia, l’antifascismo, i diritti. Questo è stato sempre il metodo.

La cosa più inquietante non è l’odio in sé — l’odio politico è antico quanto la politica. La cosa più inquietante è che questo odio goda di copertura istituzionale, mediatica e accademica; che chi lo esprime non venga marginalizzato come estremista ma amplificato come coraggioso; che slogan violenti risuonino in manifestazioni senza la minima reazione delle istituzioni; che rappresentanti eletti li ripetano in sedi pubbliche senza conseguenze. Quando il sistema di controllo sociale smette di sanzionare la deumanizzazione di qualsiasi categoria, il confine verso la violenza diventa una questione di opportunità più che di principio.

Conclusione. Un richiamo allo spirito della democrazia

La democrazia è il sistema politico che si regge su una premessa antropologica precisa: ogni essere umano, anche il mio avversario più radicale, possiede una dignità irriducibile che lo rende degno non di accordo, ma di rispetto come persona. Non si condivide tutto con l’avversario democratico — si condivide il perimetro dentro cui il conflitto è possibile senza diventare sterminio.

Quando una parte del campo politico — da qualunque direzione venga — smette di riconoscere all’avversario questa dignità minima; quando lo trasforma da portatore di idee sbagliate a incarnazione del male assoluto; quando nega la sua appartenenza al consorzio umano e al perimetro dei diritti: non sta soltanto sbagliando politicamente. Sta attaccando il fondamento stesso su cui la democrazia si regge.

Il rischio non è astratto. L’Italia ha già vissuto cosa accade quando una parte del campo politico viene convinta che l’altra sia ontologicamente fuori dal consorzio umano. Gli anni di piombo non sono nati dal niente: sono nati da un terreno culturale in cui la violenza contro il nemico (vedi Qui per comprendere il meccanismo) già stata semanticamente autorizzata molto prima che diventasse fisica.

Riconoscere questo pattern — con lucidità, senza isterismi e senza l’ipocrisia simmetrica di chi lo usa per negare ogni critica legittima e giusta al patriarcato reale o al razzismo reale — è il primo atto di una responsabilità democratica disponibile. Non è una posizione di parte: è la difesa del campo entro cui qualsiasi posizione può essere giocata.

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Bruno Vigilio Turra

È sociologo laureato a Trento. Per lavoro e per passione è consulente strategico e valutatore di piani, programmi e progetti; è stato partner di imprese di ricerca e consulenza e segretario della Associazione italiana di valutazione. A Bolzano ha avuto la fortuna di sviluppare il primo progetto di miglioramento organizzativo di una Procura della Repubblica in Italia. Attualmente libero professionista è particolarmente interessato alle dinamiche di apprendimento, all’innovazione sociale, alle nuove tecnologie e al loro impatto sulla società. Lavora in tutta Italia e per scelta vive tra Ferrara e le Dolomiti trentine.

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