Ci può essere sviluppo senza immigrati?
Ci può essere sviluppo senza immigrati?
Paolo Costa, della segreteria di Macondo, mi ha segnalato un interessante contributo di alcuni economisti di orientamento progressista, tra cui il premio Nobel Daron Acemoglu, che ha pubblicato un paper nel luglio 2026 (Baby Busts and Growth Booms), in cui sostengono che
“il declino secolare dei tassi di natalità a livello globale negli ultimi 70 anni ha si rallentato la crescita demografica, innalzato l’età media e rimodellato i mercati del lavoro e la macroeconomia, ma non ha ridotto la crescita del PIL, la domanda aggregata, la produttività per lavoratore, i salari o i brevetti.
Contrariamente alla diffusa convinzione che queste tendenze ostacolino la crescita economica, abbiamo riscontrato che tassi di natalità più bassi sono associati a una maggiore crescita del PIL per adulto in età lavorativa in tutti i paesi e a una maggiore crescita salariale nelle aree metropolitane degli Stati Uniti, senza alcun impatto negativo sul PIL aggregato o sui redditi.
Questi modelli non sono spiegati dal miglioramento del livello di istruzione, dall’aumento della partecipazione femminile alla forza lavoro, dal declino dell’importanza dell’agricoltura o dai meccanismi neoclassici di Solow.
Sosteniamo che riflettano la risposta endogena, volta al risparmio di manodopera, della tecnologia alla scarsità di lavoratori più giovani. In linea con questa interpretazione, i paesi e le regioni con tassi di natalità più bassi presentano un maggior numero di brevetti che consentono il risparmio di manodopera e una crescente attività nel settore dell’alta tecnologia.
Si osserva inoltre una maggiore crescita della produttività totale dei fattori (PTF) in tutti i paesi e settori. Sfruttando le variazioni tra paesi nel numero di morti militari e civili durante la Seconda Guerra Mondiale, scopriamo che è stato il declino della popolazione più giovane, piuttosto che la dimensione della popolazione in sé, il fattore determinante dei nostri risultati”.

Acemoglu formalizza il meccanismo attraverso il quale la scarsità di lavoro influenza la direzione del cambiamento tecnologico, dimostrando che l’impatto sull’innovazione marginale dipende dal fatto che il cambiamento tecnologico sia un risparmio di lavoro o un complemento al lavoro.
Quando la tecnologia è un risparmio di lavoro, la scarsità incoraggia il progresso tecnologico, come ipotizzato da Habakkuk e Allen; quando è un complemento al lavoro, la scarsità scoraggia l’innovazione. Basandosi su questo quadro concettuale, Acemoglu e Restrepo (2022) sviluppano un modello di automazione e dimostrano che l’invecchiamento porta a una più rapida adozione delle tecnologie di automazione.
Utilizzando dati transnazionali e transfrontalieri, forniscono prove dettagliate del fatto che l‘invecchiamento è associato a una più rapida adozione di robot e altre tecnologie di automazione, con effetti particolarmente pronunciati nei settori che impiegano un’alta percentuale di lavoratori più giovani e di mezza età.
Questo quadro concettuale razionalizza una serie di risultati, sia precedenti che successivi. Clemens et al. (2018) dimostrano che la riduzione dell’offerta di lavoratori giovani e meno istruiti (a causa delle restrizioni all’immigrazione) induce l’adozione di tecnologie agricole più meccanizzate.
Numerosi altri studi rilevano che la scarsità o gli alti prezzi dei fattori produttivi chiave portano a uno sviluppo o a un’adozione tecnologica più rapidi. Gli autori ammettono però che “a nostra conoscenza, nessun lavoro precedente documenta empiricamente il notevole aumento a lungo termine del reddito per lavoratore che accompagna il calo dei tassi di natalità.
I due studi più strettamente correlati sono quelli di Li e Zhang (2007) e di Acemoglu e Restrepo (2017). Li e Zhang (2007) dimostrano che la politica del figlio unico in Cina, applicata solo alla maggioranza etnica Han, ha stimolato una crescita più rapida tra il 1978 e il 1998 nelle province con una maggiore maggioranza Han. Il loro studio non esplora i meccanismi ed è limitato a un breve intervallo di tempo e all’insieme intrinsecamente piccolo (28) di province cinesi”.
In linea con i nostri risultati, Acemoglu e Restrepo (2017) dimostrano che l’invecchiamento della popolazione tra il 1990 e il 2015 non è associato a una crescita più lenta nei vari paesi. Tuttavia, dato il loro periodo di campionamento precedente, non osservano il forte aumento del PIL per lavoratore che noi documentiamo. Nessuno dei due studi sviluppa le più ampie evidenze transnazionali e transfrontaliere in materia di brevetti, riallocazione settoriale e produttività, attraverso le quali colleghiamo la scarsità di lavoro alla tecnologia che consente di risparmiare manodopera.
Le nostre considerazioni
Mescolare i dati delle nazioni emergenti con le ricche occidentali (tutte in calo di natalità) porta a conclusioni sbagliate. Se da un lato è vero che il calo della natalità (e dei giovani) aumenta l’automazione, innovazioni, brevetti, a far lavorare più a lungo anziani e donne, non è vero che si nota in coincidenza col calo della natalità, una crescita del PIL Anzi, in tutte le economie emergenti (USA e Italia incluse) il Pil cala e molto.
Il PIL è cresciuto solo nelle economie emergenti in crescita demografica (ed è rimasto alto anche negli Stati Uniti proprio per la forte immigrazione) e su ciò si basano le valutazioni delle più importanti istituzioni economiche al mondo e della maggioranza degli economisti, per cui, non a caso, ora si parla di stagnazione secolare.
Dacemoglu e altri ammettono di non considerare nel loro studio proprio i flussi migratori che negli Stati Uniti (per esempio) hanno accresciuto la popolazione in modo enorme negli ultimi 60 anni (+78%, 4 volte più dell’Italia +21%).
Non considerano i flussi migratori perché –dicono- che in generale i migranti vanno verso le zone prospere.
E’ vero, ma come non vedere che proprio l’enorme afflusso di migranti in USA ha irrobustito la crescita della domanda aggregata, del PIL, delle innovazioni (Musk stesso è un sudafricano) e la produttività per lavoratore.
Se l’Italia avesse avuto lo stesso flusso netto migratorio degli USA avrebbe oggi 110 milioni di abitanti anziché 59, per far capire quanto sia stata rilevante l’immigrazione negli Stati Uniti, che ha contribuito alla sua straordinaria crescita.
Anche i dati recenti della Spagna mostrano che nel momento in cui aumenta l’immigrazione (dal 2022) il PIL esplode e diventa 2-3 volte quello della media UE e dell’Italia. Il Governo Meloni farebbe a meno dei migranti ma, costretto dalle imprese, pianifica mezzo milione di ingressi nei prossimi tre anni. Ci sarà un motivo.
La differenza tra Spagna e Italia è che la Spagna ha avuto solo l’8,4% di immigrati irregolari negli ultimi 5 anni, mentre l’Italia quasi il 40%.
L’ideale è una immigrazione regolare che eviti la concorrenza tra lavoratori producendo bassi salari per sfruttamento di irregolari senza diritti. Se l’immigrazione avviene in base al reale fabbisogno delle imprese, essa incrementa tutti i fattori (PIL, produttività per lavoratore, salari e sostiene il welfare, la spesa pubblica per pensioni, sanità e scuole).
Inoltre non va trascurata che è spesso anche la diversità culturale che favorisce l’innovazione (dallo sport alle imprese). Nel mondo occidentale non esistono paesi senza immigrati e ovunque cresce. Dove non ci sono (Cina, Russia,…) è perché ci sono migrazioni interne. La Cina usa, per esempio, circa 100 milioni di ex contadini che si inurbano illegalmente (sono quindi senza diritti, in Cina non ci si può spostare senza autorizzazione) che sono sfruttati dalle imprese, come fa l’Italia con l’immigrazione irregolare.
L’Italia è, peraltro, la dimostrazione che una bassa natalità non sempre favorisce la produttività del lavoro. Da noi la produttività è crollata proprio da quando (1992) la natalità è crollata, tantomeno siamo leader nell’innovazione, in automazione o uso dei robot ed è stata semmai la pandemia che ha spinto la digitalizzazione.
Sviluppo senza immigrati potrebbe esserci a due condizioni: a) che i cittadini decidano di ridurre i loro consumi, salari, ma anche (avendo meno entrate) tutte le spese pubbliche (pensioni, sanità e istruzione, etc.); b) sostituire la mancanza di giovani autoctoni con enormi automazioni in tutti i settori.
Se così fosse in futuro saranno proprio i paesi a più forte denatalità a crescere perché saranno i più innovativi, introdurranno automazioni e robot, faranno lavorare anziani per più tempo e tutte le donne. Quindi come Italia, secondo lo studio di Acemoglu & c, possiamo stare tranquilli.
In conclusione è vero che quando c’è scarsità di giovani e cala la natalità crescono automazione, innovazione e potrebbe crescere la produttività del lavoro e i salari, ma non è automatico. L’Italia lo dimostra.
Inoltre altri studi mostrano che se mancano troppi giovani (ed è anche il caso dell’Italia) le imprese si spostano altrove dove i giovani ci sono e poiché accanto ad un lavoratore ad alta qualificazione e produttività si creano altri 3-4 occupati a bassa e media qualificazione e non qualificati (che puliscono, danno da mangiare, trasportano, fanno case, etc.), si dà il caso che mancando i nostri giovani, siano quasi sempre immigrati. E ciò spinge la crescita.
Certo è che l’immigrazione irregolare abbassa i salari e scoraggia l’innovazione e solo una immigrazione regolare consentirà ai paesi ricchi di rimanere tali, se no non si capirebbe perché, per esempio, le multinazionali Usa (che hanno il 40% di professional immigrati), siano contrarie al blocco dell’immigrazione di Trump.
E, a parte i professional, chi pulirà, chi trasporterà i pacchi, chi svolgerà i molti lavori non qualificati? Verrà tutto automatizzato? In parte lo sarà, ma per molti servizi servono (e sono anche più utili per la qualità della vita di tutti) gli umani. Non a caso i ricchi usano solo umani e non robot.
Non credo realistico un mondo alla Vannacci col 4% max di immigrati sulla popolazione autoctona, per quanta automazione si faccia. Intanto noi non riusciamo ad aprire le case di comunità perché non abbiamo medici e infermieri e un’agricoltura tutta meccanizzata, priva di contadini, non sarà nè biologica nè sana, né capace di manutenere i territori.
Le previsioni Eurostat al 2050 indicano che la UE perderà il 10% della sua popolazione (452 milioni nel 2025) e l’Italia il 16% (quasi 10 milioni). Solo 3 regioni saranno in crescita (Trentino, Emilia-Romagna, Lombardia) tutto il resto calerà. Le mie stime indicano che per mantenere solo gli attuali occupati sarà necessario assumere un quarto di immigrati.
Automazione e AI potranno ridurre questo fabbisogno ma andrà comunque crescendo rispetto ad oggi. Non credo ci siano alternative ad una immigrazione regolare.
Per questo dobbiamo cambiare profondamente le leggi attuali. Daron Acemoglu è sempre stimolante, ma che ci possa essere sviluppo senza immigrati ne dubito (del resto anche lui non lo dice) e per ora in Occidente non ci sono paesi che l’hanno fatto.
Cover: robot banco e robot nero, immagine easy-peasy.ai su licenza creative commons
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