L’ultimo soldato del Grappa
(un racconto)
L’ultimo soldato del Grappa
(un racconto)
Pensare di scrivere qualcosa di nuovo è un’illusione o una menzogna. Si scrive per ripetere, per riflettere parole già lette, per rimettere in circolo pensieri entrati dentro di noi e che non ci abbandonano. Così questo racconto del sottosuolo deve molto al romanzo “La penultima verità” di Philip K. Dick, al racconto “La guerra invernale nel Tibet” di Dürrenmatt e a “La tana” di Kafka. La preghiera al lettore è di leggerli (o rileggerli) solo dopo aver affrontato questo mio imperfetto racconto.
Cara Mamma, da quasi otto anni non ricevo notizie tue e nessuna di amici e parenti. Non so più niente di quanto succede nel mondo di sopra, la radiolina è muta anche se la tengo ancora in tasca dei pantaloni aspettando un suo impossibile risveglio. State tutti bene? Siete ancora a Bologna? Ma c’è ancora Bologna o è solo un cumulo di macerie? Il mio recapito è sempre lo stesso, la posta qui sotto non arriva più, ma tu prova lo stesso, prendi in mano la penna, sulla busta scrivi Soldato Ultimo Nappa, IV Corpo d’Armata, Reggimento d’Artiglieria Cadorna, 12° Battaglione, Ottava Compagnia del Grappa. Io sono qui, al Livello 37, dentro il Monte Grappa.
Io non ci pensavo di fare il soldato. Dormivo beato. Quella notte faccio un sogno, stavo alla finestra con i gomiti appoggiati al davanzale e guardavo in su il cielo e le stelle. In quel cielo scendevano delle strisce luminose in un perfetto silenzio. Era uno spettacolo, non avevo mai visto fuochi artificiali così belli, diversi dagli altri, che invece di salire verso l’alto, scendevano dalla cima del cielo verso terra. Mi sono svegliato e ho sentito gli scoppi, dappertutto, l’orrendo terremoto della Guerra H. Sarebbe stata la guerra finale, dove si perdeva o si vinceva per sempre, senza possibilità di rivincita. Una guerra, come ci fu detto dal primo giorno, che si sarebbe combattuta non sopra, ma sotto terra.
L’impianto di areazione va sempre peggio, dal bocchettone esce poca aria e sempre più polvere. La posta pneumatica funziona ancora ma niente lettere dall’esterno, solo gli ordini del comando. Ieri mattina il nostro tenente ci ha detto di tenerci pronti. Il Livello 37 non sembra più una postazione sicura, anche se siamo a 98 metri dalla superficie. Il nemico, così ha detto il tenente, si sarebbe dotato di nuovissime bombe di profondità e anche il Livello 37 può finire distrutto. Qui però non sentiamo nessuna esplosione, solo terra, freddo e silenzio. Il tenente, che è uomo pratico e di esperienza, ci ha promesso un nuovo alloggiamento, forse addirittura quel Livello 61 che i nostri genieri hanno appena scavato e che tutti considerano irraggiungibile.
Ho ascoltato la storia del mio commilitone Federico De Rose, il riservista calabrese arrivato qua sotto un anno dopo di me. Lui c’era durante la battaglia di superficie, ha visto con i suoi occhi la Guerra H, il cielo che diventava rosso e poi viola e poi bianco. Metà del suo viso è bruciato e le sue parole si inceppano di continuo, parla nel suo dialetto e non è facile capire la storia che mi vuole raccontare. Lassù, dice il De Rose, il cielo è bianco come il latte, ma l’aria non ha il sapore del latte, ma di catrame. La terra e le macerie si sono fuse formando un unico mantello di vetro. Ecco cosa era diventato il nostro bel pianeta. Così, dice il De Rose, ho avuto la fortuna di essere spedito quaggiù, perché il Complesso Militare Sotterraneo del Grappa è rimasto l’unico luogo sicuro. In superficie, ripete De Rose, è tutto morto, e solo sotto, sempre più sotto, c’è la salvezza. Credo alle parole del mio compagno, ma io la superficie la sogno tutte le notti.
Stanotte ho sognato un ricordo lontano: camminavo con mio padre sulla groppa verde del Monte Grappa. Avevo 8 anni e salivo con mio padre il monte santo, lui camminava e io correvo. C’era un largo sentiero nel bosco, il sole tra gli alberi, a destra una vecchia cava abbandonata, a sinistra l’azzurra vallata del Piave. Non era una gita, o era una gita speciale, mio padre mi portava sul Grappa per andare a trovare il nonno Ultimo. Ultimo, proprio come me, morto assieme a migliaia di fanti nella seconda battaglia del Grappa. La cima non sembrava arrivare mai, lassù c’era il grande ossario dei caduti.
Cara mamma oggi è il giorno del tuo compleanno, ma è difficile misurare il tempo, il mio orologio ha smesso di funzionare e quaggiù non è possibile distinguere il giorno dalla notte. Oggi è il 14 gennaio o forse no, ma poco importa se ho sbagliato il calcolo, ti mando i miei auguri sperando tu possa riceverli. Qui al Livello 61 la nostra compagnia si è assottigliata. Ogni giorno e ogni notte qualcuno dà di matto, urla, si rotola per terra e gli esce la bava dalla bocca. Allora arriva una barella e lo portano in infermeria o non so dove. Non sappiamo dove sia e se esista ancora l’infermeria, forse è ancora più sotto, nel cuore profondo della montagna, ma dall’infermeria nessuno ritorna mai al suo posto, nessuno torna alla Ottava Compagnia di stanza al Livello 61.
Negli ultimi tempi abbiamo perso anche il nostro bravo tenente, e anche il caporale, forse almeno uno di loro tornerà, ma adesso la nostra compagnia è formata solo di soldati semplici. A comandare il Livello 61 abbiamo eletto il soldato Ennio Maini, il più anziano tra noi, alto e forte come una quercia. Ci siamo contati, siamo solo in 67, mio dio, all’inizio della guerra eravamo in 600. E non per colpa del nemico, siamo morti per pazzia, o per il freddo, o per stanchezza. In tanti si sono ammalati a forza di mangiare scatolette avariate, o hanno preso il morbo del sacchetto, la malattia mortale della profondità. Ti cresce un sacchetto tutto attorno al fegato e il fegato muore, si secca come una foglia secca.
Ma dov’è la tomba del nonno Ultimo? A un certo punto gli alberi sono finiti, siamo in cima, mio padre mi indica l’ossario. Che sembra una grande nave, una balena bianca arenata su una spiaggia d’erba. Il nonno Ultimo dovrebbe essere lì, insieme a tutti gli altri, dice mio padre, ma forse non c’è, se vuoi pregare, prega per tutti. C’è freddo dentro l’ossario e fiori tutti di plastica. Sono arrabbiato, deluso. Ma c’è o non c’è il nonno Ultimo? Magari tuo nonno è stato così intelligente da scappare. Forse il nonno era un disertore, ma Cadorna li fucilava tutti i disertori. E i resti di un disertore non hanno un posto nell’ossario. Il sole era alto quando abbiamo cominciato a scendere. Cambiava il verde degli alberi. Alla fine siamo arrivati tra gli ulivi. Sotto gli ulivi c’era un’erba tenera. Una capra si è avvicinata curiosa di noi. Mio padre le andò più vicino e lei si lasciò catturare, così la legammo a una corda e venne con noi.
Poco fa ci ha raggiunto un graduato con una tuta bianca immacolata. Sembrava un angelo o un fantasma. Noi, sporchi e sudati, ci ha fatto impressione. Ma in quale tunnel abitava quel graduato? Come faceva ad essere così pulito? Ha tirato fuori un biglietto dalla tasca e ci ha letto a voce alta il messaggio del Comando Supremo Militare. Ma era una cosa che avevamo già sentito: “Soldati, la guerra sta finendo, il nemico si ritira, ancora pochi mesi ci separano da una grande vittoria”. Abbiamo chiesto spiegazioni ma il fantasma bianco aveva una gran fretta, ci ha fatto vedere il timbro e la firma sotto il messaggio del Comandante in Capo e non ha aggiunto una parola. Si è rimesso in tasca il foglietto ed è corso via. È stato allora che il soldato De Rose si è messo a urlare. Non ci credo, ha urlato De Rose, non credo più a nessuno, nemmeno al generale, o il generale è un bugiardo, oppure quel generale non esiste proprio, è morto pure lui. Chissà da dove arrivava quel messaggio, chissà dov’era la cabina di comando, sopra o sotto il nostro tunnel? o addirittura in superficie, in cima alla montagna, dove il Comandante in Capo, il Generalissimo, guardava il nemico negli occhi. Ma noi il nemico non l’avevamo mai visto. In 8 anni non avevamo sparato un colpo.
Ieri il tunnel del Livello 61 è stato chiuso, La Ottava Compagnia o quel che ne restava, è stata trasferita più in basso, nel famoso Livello 99, nelle viscere della montagna, talmente in fondo che sotto di noi non ci sono più gallerie, solo terra e roccia calcarea. Secondo una voce corrente il Livello 99 corrisponde quindi al Livello Zero, così infatti lo chiamiamo noi che lo abitiamo. Siamo rimasti in 18, più 2 moribondi, più due enormi gattoni bianchi che ci siamo portati dalla nostra postazione precedente. Il loro nome è Gatto Uno e Gatto Due. Non sono due mascotte, fanno parte a pieno titolo della nostra Compagnia. Sono due gattoni bianchi in piena salute, belli grassi, a differenza di noi soldati effettivi che diventiamo sempre più magri e più deboli. Gatto Uno e Gatto Due sono la nostra difesa, fanno quello che devono fare e lo fanno bene. Appena la luce gialla del tunnel si spegne, dopo aver traballato per qualche minuto (per ragioni di economia o per un arcano arbitrio che alla truppa vuole concedere solo 4 ore di luce) i due gatti albini affrontano il buio e incominciano la loro meticolosa ispezione, percorrono avanti e indietro tutto il tunnel, visitano ogni anfratto, corrono, annusano, raspano e si avventano sulla preda. Quando torna la luce, attorno a noi ci sono sempre una decina di ratti sventrati, allora Gatto Uno e Gatto Due si sdraiano accanto a noi e si addormentano.
Sopra le divise lacere abbiamo messo una giacca a vento e sopra la giacca a vento un pesante cappotto di lana, ma tutta questa armatura, e gli scarponi, i guanti imbottiti, i passamontagna non sono sufficienti a vincere il freddo polare che abbiamo trovato al Livello 99. Più ci inabissiamo, più il gelo prende possesso dei nostri corpi. Durante le poche ore di luce camminiamo di continuo, percorriamo avanti e indietro la galleria. Nel buio dormiamo abbracciati in un grande mucchio. Ma siamo sfiniti. 10 di noi non ce l’hanno fatta, ora siamo solo in 8. L’unica speranza è un ordine di servizio che ci liberi. Basta, vogliamo un po’ di caldo per scaldarci le ossa, vogliamo rivedere l’erba, gli alberi, il sole, la pioggia. I dispacci del Comando continuano ad arrivare, il tubo della posta pneumatica vibra e sputa fuori una capsula grigia. Ma è un nastro che gira a vuoto, il messaggio si ripete, lo stesso testo, la stessa firma del generale, la stessa promessa di una imminente vittoria.
Quando si è accesa la luce gialla abbiamo trovato Gatto 1 morto sventrato e Gatto 2 vivo ma malandato e sanguinante, pieno di morsi di ratto. I ratti si erano moltiplicati e avevano vinto la battaglia. Ora lavoravano anche con la luce, non avevano più paura. Dopo un po’ ci siamo accorti che Gatto 2 era sparito, aveva abbandonato la Compagnia. Ho pensato che per istinto doveva aver cercato la salvezza salendo verso la superficie. Forse era l’unica buona idea da seguire. Abbiamo sentito il soffio rauco della posta pneumatica. Sembrava stanca anche lei. Il nostro caro veterano Maini ha aperto la capsula e ha letto il messaggio a voce alta. Era un testo brevissimo, perentorio, tutto a lettere maiuscole, come per alludere a un pericolo imminente. L’ordine recitava: SPOSTARSI AL LIVELLO 117. Quindi non era vero che il Livello 99 era l’ultimo, che sotto di noi c’era solo la nuda roccia, c’erano altri livelli, altre scale, altre gallerie. E forse nemmeno al Livello 117 avremo toccato il fondo, qualcuno avrebbe scavato per noi un buco ancora più profondo.
Cara mamma, non so cosa direbbe il babbo, ma ieri mi sono rifiutato di eseguire un ordine. Tecnicamente ora sono un disertore, proprio come il nonno Ultimo. Quando tutti i miei commilitoni si sono alzati in piedi e si sono messi in fila dietro il veterano Maini, io sono rimasto seduto. Mi hanno chiamato più volte prima di iniziare a scendere le strette scalette di terra, uno dietro l’altro, Maini il veterano e nostro comandante, Buzzoni, De Rose, Nagliati, Scagnolari, Vallieri, Cardinali. Li ho guardati uno per uno i miei cari compagni e ognuno di loro mi ha salutato con un cenno del capo. Non li rivedrò più da questa parte del mondo. E mentre loro scendevano verso il basso io ho preso la strada opposta.
Ho affrontato di corsa la prima scala illuminata da rade lampadine ad acetilene, facevo qualche gradino e si accendeva una nuova lampadina. Sotto i miei piedi tornava il buio. Salivo. Le scale non salivano in linea retta, ma compivano ampi giri apparentemente senza senso. Arrivavo a un livello superiore, percorrevo una nuova galleria, vuota e pulita come il fondo di un barile. Non vedevo morti né armi, non avevano lasciato nemmeno un cappello o un fazzoletto. Cercavo almeno un fantasma, lo spettro di un ricordo, chiamavo a voce alta – Dove siete? Venite fuori! Niente, correvo nel silenzio e nel vuoto.
Cara mamma, non puoi immaginare quanto è profondo il Monte Grappa. Scendere è troppo facile, basta obbedire a un ordine e scendi sempre più giù. Il difficile è quando devi risalire, quando sei solo e senti che non ce la fai, non sai cosa troverai, non sai se c’è davvero una fine, se lassù troverai la luce o un altro inferno. Ora però, dopo mille scale, con il fiatone e le gambe di laccia (le chiamavi così mamma, “gambe di laccia”), sento di essere vicino al fondo, al fondo che è la mia cima, vicino a una fine che è il mio principio, il principio dove tutto è cominciato, quando qualcuno mi ha cacciato dentro questo pozzo scuro.
Le scale adesso sono meno strette, meno ripide, le gallerie più larghe, più alte, intonacate di fresco, pitturate a calce. Questi dovevano essere i locali che ospitavano il comando di divisione, gli alti ufficiali che se la passavano molto meglio della truppa. Ma non c’era nessun ufficiale, nessuno di nessuno, tutto vuoto. Allora mi è montata una gran rabbia e ho gridato – Dove sei Generale, dove sei scappato? Niente, era uscito fuori per affrontare il nemico all’arma bianca? Ma allora perché non ha avvertito l’Ottava Compagnia? Perché ci ha dimenticati nel buco freddo alla montagna?
Il grande tunnel del Livello 1 è appena sotto la superfice, solo cinque metri di terra e sei già fuori. Stavo con le orecchie tese per sentire gli scoppi delle esplosioni, i colpi dei mortai, il sibilo di un caccia in picchiata, il fischio leggero di un drone, aspettavo un suono, un suono qualunque, ma non sentivo nulla. Sembrava il luogo dei morti. Allora ho imboccato l’ultima scala, sono salito fino all’ultimo gradino, sopra la mia testa c’era una botola d’acciaio con impresso lo stemma del reggimento. Ho afferrato con la mano destra la botola di acciaio e mi sono fermato. Ho contato fino a dieci, fino a cento, senza il coraggio di aprirla. Mi sono seduto e senza accorgermi ho preso sonno. Ho fatto sempre quel sogno, il Monte Grappa nel vento di primavera. È stato un suono a svegliarmi, leggero, persistente, quasi allegro. Ho attaccato l’orecchio alla botola, veniva da là, da sopra, ho giurato che fossero gocce. Sul Monte Grappa pioveva.
Alti debiti:
– l’incontro con la capra viene direttamente da La casa di Hilde di Francesco De Gregori.
– La Guerra H è evocata nel Dottor Futuro di Philip K. Dick.
– Anche il “morbo del sacchetto” come sindrome letale della profondità viene da un’intuizione de La penultima verità di Dick, anche se nel mio racconto viene associato a una diversa patologia.
In copertina: Sacrario Militare di Cima Grappa – immagine del sito del Ministero della Difesa
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Bel racconto…” …ieri mi sono rifiutato di eseguire un ordine…” e ‘ una rivoluzione alla Camus: “ Mi rivolto quindi …siamo” troppo pochi, ancora. Chissà. E chissà se sopra Kiev, Gaza, Teheran …sta per spiovere!