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Lettera Aperta ai Soldati Italiani

 

Cari soldati, care soldatesse

Come voi ho prestato servizio nelle forze armate di questo Paese. Sono uno tra gli ultimi a cui arrivò la cartolina. Per me il servizio militare è stato una parentesi. Ho avuto modo di capire che la caserma era una copia semplificata della società civile: noi soldati di truppa mandavamo avanti le officine, le mense, i trasporti, i servizi e la mastodontica burocrazia. Ma allora eravamo coscritti: i governi non potevano disporre liberamente della nostra vita per missioni di guerra oltre confine. Per farlo avrebbero dovuto assumersi la responsabilità di dichiararla, la guerra…Ed in quel caso io avrei fatto l’unica scelta per me possibile: disertare.
Perché la guerra l’avevo già vista in faccia da volontario civile, in Bosnia, e la sua puzza immonda ce l’ho ancora nelle narici.
I governi di questo Paese, per fare la guerra senza dichiararla, ignorare il diritto internazionale e la nostra stessa Costituzione, su precisa richiesta degli Stati uniti e della Nato si sono inventati i nemici di turno, “la guerra umanitaria”, “l’esportazione di democrazia” e hanno trasformato i soldati di truppa in volontari.
Che grande furbizia: quando i vostri colleghi tornano in patria in un sacco nero dalle spedizioni oltreconfine sono accolti da un grande ipocrita non detto: erano volontari, era il loro mestiere. Le responsabilità dei mandanti politici ed industriali di avventure militari fallimentari possono così sfumare.
Se invece i vostri colleghi tornano in patria e poi si ammalano gravemente o muoiono per l’esposizione all’uranio impoverito che la Nato ha riversato sui Paesi che doveva “salvare” il trattamento è ancora peggiore: “chi se ne frega” vi risponde il Ministero della difesa.
Ma che Paese è quello in cui un soldato deve sperare di andare in guerra per avere le indennità con con cui pagarsi il mutuo della casa o gli studi dei propri figli e figlie?
Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, ha detto che le missioni a cui partecipa l’Italia sono la migliore vetrina per l’industria bellica nazionale mentre il ministro della difesa Guerini sostiene che questa industria è il pilastro della nostra politica estera.
Ecco, vi lusingano dandovi degli eroi, ma è chiarissimo che per loro siete soltanto carne da cannone, da mettere in vetrina, per fare grandi affari.
Anche per questo fanno di tutto per impedire che vi possiate sindacalizzare e organizzare.
In questo momento di grande tensione internazionale in cui sono in gioco la pace e relazioni economiche, commerciali, energetiche vitali per il nostro Paese i vostri colleghi dei reparti alpini sono presenti nei Paesi Baltici, i piloti dell’aeronautica stanno in Romania con gli Eurofighter, i marinai nel Mar Nero con fregate e cacciamine ed il previsto arrivo della portaerei Cavour.
Una follia: La Russia non ci sta minacciando così come non ci minacciavano i Paesi alle cui aggressioni abbiamo partecipato. Proprio oggi, 16 febbraio, all’incontro interministeriale della Nato, il ministro della difesa metterà a disposizione altri 2000 soldati, pronto a mandarvi per l’ennesima volta allo sbaraglio.
Ma voi, soldati e soldatesse, avete giurato fedeltà alla nostra Costituzione non agli interessi dei governi statunitensi o dell’industria bellica nazionale. E proprio perché in due guerre mondiali foste mandati a crepare per soddisfare il delirio di onnipotenza di governi infami e i fatturati di un ristretto gruppo di industriali, i nostri Padri costituenti scrissero nero su bianco, nella Costituzione su cui avete giurato, che “l’Italia ripudia la guerra”.
Il 19, il 20 ed il 26 febbraio saremo nelle piazze italiane per manifestare contro i venti di guerra che vengono fatti soffiare anche dal nostro/vostro governo. Manifesteremo per ribadire che vogliamo un’Italia neutrale e di pace, per chiedere il ritiro dei nostri contingenti già presenti ai confini con la Russia e per impedire che altri di voi vengano ammassati in un’azione provocatoria ed assurda.
Manifesteremo per rappresentare l’interesse concreto della maggioranza degli italiani e quindi manifesteremo anche per voi.
di Gregorio Piccin

Responsabile pace Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Le storie di Costanza /
La piazza e il ragno

Carla mi ha detto che a Teresa è entrato un ragno in un orecchio.
È andata a dormire la sera che non aveva nulla e la mattina dopo si è alzata con un fastidioso formicolio in un orecchio. Siccome non le passava, suo fratello l’ha portata al pronto soccorso e là, dopo un’attesa interminabile perché le sue condizioni di salute non erano complessivamente preoccupanti, le hanno estratto un ragno vivo da una delle due cavità auricolari.

Oristano dice che solo a sua sorella poteva succedere una cosa del genere. Non si spiega nemmeno lui come un ragno sia riuscito a infilarsi nel tunnel dell’orecchio mentre dormiva con la testa appoggiata sul cuscino. Di fatto è successo.

Oggi siamo seduti su una panchina sotto uno degli alberi della piazza principale di Pontalba, io Oristano e Carla. Teresa non c’è perché aveva appuntamento alle diciotto dal dentista.
“Non se ne capacitavano neanche i medici di quel ragno nell’orecchio di mia sorella” dice Oristano.
“Già sembrerebbe impossibile. Ma una cosa è impossibile fino a prova contraria. Quando succede non è più impossibile” dice saggiamente Carla.

Ora a Teresa è rimasta la preoccupazione dei ragni e vuole che suo fratello controlli i muri della sua stanza prima di andare a dormire la sera.
“Devo entrare nella sua camera da letto, e guardare molto attentamente le pareti, girando su me stesso in senso orario. Poi devo guardare sotto il letto con la pila. Non solo, se ha l’impressione che io abbia guardato con meno attenzione del solito, devo ripetere tutta l’operazione due volte” dice rassegnato Oristano.
Carla ride.
“Può capitare di peggio, sopporta” gli dice.

Storie di vita quotidiana a Pontalba. Storie della gente di questo paese di pianura dove il tempo dondola invece che proseguire deciso il suo cammino, storie di tutti e di nessuno.

Guardo la piazza dove siamo adesso. Una piazza grande con un obelisco ai caduti al centro. Una costruzione di cemento con l’elenco dei nomi dei militari Pontalbesi morti durante la Seconda guerra mondiale. I nomi di quei poveri giovani sono elencati uno sotto l’altro con le lettere dei nomi e dei cognomi incollate su una piastra di marmo posizionata nella parte centrale dell’obelisco. Tutt’intorno ci sono gli alberi, le panchine sotto gli alberi e un parcheggio che circonda il ‘monumento’, (così viene chiamata in maniera impropria l’area centrale della piazza che comprende obelisco, piazzetta con sassolini bianchi, alberi e panchine).

I bambini usano come sinonimi ‘andare a giocare in piazza’ e ‘andare a giocare nel monumento’ perché si identifica in questo modo l’area centrale delimitata dalle piante e il monumento ai caduti abbraccia la vegetazione diventando un tutt’uno col resto della piazza.

A giocare nel monumento ci siamo sempre andati anche quando eravamo piccoli. Era uno dei posti privilegiati di quella generazione di bambini che adesso ha intorno ai cinquant’anni. Si poteva giocare a nascondino, a rialzo, a bandiera, a rincorrersi. Nel monumento si facevano, e si fanno tutt’ora, alcune cerimonie ufficiali. Il quattro Novembre si depone una corona d’alloro sulla tomba dei poveri caduti e il Sindaco fa un discorso commemorativo.

La lunghezza e il contenuto del discorso dipende dalla bravura del Sindaco di turno. Ne abbiamo sentiti di molto lunghi e di telegrafici, di taglio intimista e, diversamente, di fedele ricostruzione storica. A parer mio poco cambia, quella povera gente è morta, le famiglie hanno sofferto, chi è rimasto ha convissuto con il trauma della perdita fin che ha respirato. La guerra è una vicenda umana tremenda: uccide un po’ tutti, chi combatte e chi resta.

Chi nasce e chi muore si trova travolto da un tempo in cui la vita normale è alterata da una vicenda drammatica che nessuno sa né come né quando finirà. Anche nella Seconda Guerra Mondiale è stato così. A maggior ragione in Lombardia, dove ci sono stati militari giovanissimi mandati al fronte, disertori, tedeschi, traditori, partigiani da sempre e partigiani dell’ultima ora che si sono intrufolati per puro opportunismo, come fanno sempre le cattive persone.

Alcuni Sindaci hanno letto il discorso, altri lo hanno declamato, altri ancora improvvisato. A volte hanno partecipato anche i bambini della scuola elementare e alcuni di loro hanno letto qualche poesia di guerra. Quasi sempre c’è stata anche la Fanfara dei bersaglieri. In un paese piccolo come Pontalba non si possono pagare fanfare particolarmente quotate. Sono piccoli gruppi di bersaglieri in pensione che suonano i tromboni.

Non corrono molto, ma tanto a Pontalba non serve, per attraversare il paese di corsa ci vogliono dieci minuti in tutto e chiunque riesce a farlo. Anche la premiazione degli Avisini (donatori di sangue) meritevoli si svolge nel monumento e anche l’ingresso del nuovo Parroco prevede sempre una tappa all’obelisco con tanto di discorso del prete uscente, del prete entrante, del delegato del vescovo, di fra Moreno e di suor Giorgina.

Anche altre iniziative si svolgono nel monumento e la partecipazione dei Pontalbesi è sempre assidua: è un luogo all’aperto circondato da strada e parcheggio. Ognuno può andare e venire quando vuole e non si paga niente per assistere alle cerimonie. Per tutti questi motivi c’è sempre tanta gente e il giorno dopo si commenta l’accaduto nelle botteghe e negli angoli delle strade del centro storico.

Sono convinta che il ‘monumento’ sia uno dei fulcri della vita civica di Pontalba e che tale resterà ancora per un bel po’. Tutti i miei concittadini sono affezionati a questa piazza, al suo obelisco, ai sassi bianchi e alle panchine di cemento.

Quando ero piccola la temevo un po’. Era un luogo in cui si tenevano molte cerimonie ufficiali, in cui si investivano preti e sindaci, in cui si ricordava la guerra e la pace, la vita e la morte. Un luogo in cui le autorità facevano grandi discorsi che io non sempre capivo ma che mi sembravano molto importanti. Ho sempre vissuto l’ufficialità di quel luogo con molto rispetto e conseguente timore. Una specie di chiesa laica e all’aperto.

Mi sembrava che in quel luogo bisognasse sempre entrare in silenzio e che all’obelisco ci si dovesse avvicinare con devozione. A differenza di molti miei coetanei sono andata poche volte a giocare là, mi incuteva timore. Tra l’altro, quando ero piccola, pensavo che dentro l’obelisco ci fossero le ossa di quei poveri militari morti e anche questo mi impediva di giocare con serenità. Poi ho scoperto che nell’obelisco di ossa non ce ne sono.

Ci sono solo i nomi attaccati a quella lapide di marmo, freddi e statici come ciò che ricordano. Quando sono un po’ cresciuta mi è venuto il dubbio che in realtà nell’obelisco non ci fossero ossa e ho chiesto spiegazioni a mia madre. Lei si è messa a ridere: “ma Costanza non vedi come è stretto e lungo l’obelisco e quanti nomi di militati morti ci sono scritti sopra? secondo te gli scheletri potrebbero stare tutti lì dentro?”

Ho dovuto riflettere e convenire che mia madre aveva ragione.
“Forse non ci sono scheletri interi, solo qualche pezzo” le ho risposto.
“Ma no Costanza, i corpi non sono mai tornati. Questi poveri ragazzi sono stati dispersi in guerra. Chissà dove sono finti i loro resti. Non sono mai stati trovati”.

È stato così che ho definitivamente realizzato che nella nostra piazza è conservata una grande tristezza, che il nostro obelisco è la rappresentazione di un dramma eterno, di corpi restituiti alla terra chissà dove e chissà come che non hanno mai avuto una definitiva sepoltura, come succede quando una famiglia accompagna un suo caro estinto al cimitero. L’obelisco è il ricordo di un dramma, di tante vite finite in fretta. In molte altre piazze d’Italia è così, per la verità.

In questa piazza si mescola il sacro e il profano, la vita e la morte, i sassi e le piante, i bambini e i vecchi, i giochi e l’amore, la rabbia e il rancore, la notte, il giorno, l’alba e la nebbia. Una piazza importante, un luogo necessario.

Ritorno al presente e smetto di pensare alla guerra. Adesso siamo qui seduti sulla panchina. Guardo i sassi bianchi e ripenso al ragno che è entrato nell’orecchio di Teresa. Carla sta parlando al telefono e Oristano si è messo a chiacchierare con Camilla che passava in bicicletta per andare al bar Della Torre a farsi prestare un po’ di monete da un euro, perché era improvvisamente rimasta senza.

“Ma cosa avranno mai tutti oggi di arrivare con i soldi di carta?” dice Camilla.
“Non chiederlo a me” gli risponde Oristano “Ho già sufficienti guai coi ragni”.
Poi comincia a raccontare a Camilla la storia del ragno e io guardo i sassi bianchi e penso che siamo davvero fortunati a non essere nati in tempo di guerra.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

I ragazzi curdi

Un fermo immagine, un momento di pausa.
Giovani uomini e giovani donne in divisa. Parlano, sorridono e scherzano tra loro. Sguardi profondi, sinceri, sereni nonostante tutto. Nonostante la guerra tutt’intorno, la morte che incombe, le violenze subite, l’ingiustizia secolare.
Ragazzi fieri, coraggiosi, liberi, battaglieri. Amano la pace, la bellezza, la loro terra violentata. Difendono i loro vecchi e i loro bambini. Non si piegano, non scappano, combattono e muoiono!
Non sono come noi, sono meglio di noi. Sono eroi impavidi, gloriosi, eppure normalissimi. Hanno paura, amano, piangono la vita che fugge, cavalcano i loro incubi, non si arrendono!
Puliti nonostante la polvere, il fango e il sangue addosso.
Sono già morti, traditi dal resto del mondo, lasciati soli… Per questo saranno immortali!

La Grande guerra al cinema

Il 2015 ci ricorderà i 100 anni dalla nostra entrata nella Grande guerra. Un conflitto che ha segnato profondamente la storia europea, sconvolgendo assetti secolari, segnando la fine di grandi imperi, come quello austro-ungarico e di quello ottomano, ma che soprattutto ha prodotto gli orrori di un conflitto in cui eserciti ancora concepiti con strategie e concezioni ottocentesche venivano schierati e lanciati contro le moderne macchine belliche; come emblematicamente in “Uomini contro” di Francesco Rosi, dove fanti vestiti con protezioni di metallo, venivano mandati contro le mitragliatrici, con esiti catastrofici ma anche grotteschi.

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Una scena del film ‘Torneranno i prati’ di Ermanno Olmi

Nel film di Ermanno Olmi “Torneranno i prati”, tutto ciò è raccontato con lucidità e lirismo; un avamposto sulle cime innevate, quasi sempre rappresentato in notturni in bianco e nero di rarefatta suggestione visiva, dove una comunità di uomini in armi vive l’assurdità della guerra, sotto lo sconquasso di spaventosi bombardamenti, e nell’esecuzioni di missioni impossibili e suicide. Poveri Cristi dai volti antichi, in una olografia che non può non rievocare, anche, la poetica e la mitologia di Pier Paolo Pasolini, non a caso nativo del Friuli.
Un film raro e prezioso, realizzato da un uomo nel quale si ascolta e si riconosce l’eco di profonde saggezze; un film contro tutte le guerre; un film che diviene una elegia dei sentimenti più intimi dell’uomo; un film che appare come un estremo atto d’amore nei confronti di quei contadini, di quegli operai, di quei ragazzi, che a centinaia di migliaia furono mandati al macello; un film contro questi barbari riti che l’umanità non riesce a rinnegare.
Nella parte conclusiva del film vengono proiettati sullo schermo immagini di documentari originali e in parte inediti dell’Istituto Luce, nei quali emergono, come in un fantasy gotico, i più svariati e terribili cannoni, obici e mortai dalle forme e dalle dimensioni più inverosimili, e poi nubi di gas, lanciafiamme, enormi sommovimenti di terra, e piccoli uomini-formica che corrono su brulle spianate dantesche, falciati a centinaia in pochi secondi.
Immagini terribili; eppure, quasi per assurdo, le registriamo con un certo distacco, forse anestetizzati dal quotidiano orrore mediatico; mentre invece resta viva la autentica emozione e partecipazione nei confronti di quanto il film nella sua parte “fiction”, con la sua umanità e la sua tenerezza, ci ha fatto vedere e sentire. Un paradosso, come se la finzione fosse più reale del documento; ma forse è questo il merito di un grande film: quello di realizzare una rappresentazione e una narrazione che possano definire una nuova emozione e proporre una reale esperienza.
E quello di Olmi è un grande film.

TEST DI CULTURA CINEMATOGRAFICA
Proponiamo, per chi voglia, una prova sul tema dei film sulla Grande guerra. Per le risposte clicca qui.

1) Vittorio Gassman e Alberto Sordi insieme in un film del 1959, titolo e regista.

2) Il titolo di un film di Sergio Corbucci del 1963 con Franco e Ciccio, che fa la parodia dello sbarco in Normandia.

3) Un film interpretato da Grata Garbo, affascinante spia.

4) Famoso film di Jean Renoir del 1937, con Jean Gabin e Erich von Stroheim.

5) Film interpretato da Rock Hudson e Vittorio De Sica, tratto dal romanzo omonimo di Hemingway.

6) Film tratto dal romanzo di Dalton Trumbo, e dallo stesso diretto, su un soldato prigioniero del suo corpo mutilato senza membra, né occhi, né parole.

7) Il quarto film di Stanley Kubric, del 1957, interpretato da Kirk Douglas.

8) Film del 1918 interpretato e diretto da Charlie Chaplin, in cui il protagonista non era propriamente eroico.

9) Film premio Oscar del 1930, tratto dal romanzo omonimo di Erich Maria Remarque.

10) Film del 1951, diretto da John Huston e interpretato da Humphrey Bogart e Katharine Hepburn.

LA RICORRENZA
24 maggio, sparare è dovere: il dramma di seicentomila ragazzi mandati al macello

Da quando sono nato sono stato sollecitato a celebrare il 24 maggio come il giorno del riscatto italiano, che altri popoli, antipatici!, non volevano, “italiani fuori dai piedi” dicevano gli altri popoli, almeno così mi insegnavano famiglia, scuola, libri, retorica, “fuori i musicanti, fuori o sole mio, fuori i poetucoli e pittori di cartoline illustrate” e ci rappresentavano con un mandolino in mano e la bocca piena di spaghetti: insopportabili.
L’avvento del cinema consolidò questa facile rappresentazione, mandolino, spaghetti, mafia. Ma forse non era nemmeno del tutto sbagliato. E allora gli eroismi, l’attaccamento alla bandiera, l’amor patrio di cui è condita la nostra storia? Non erano falsificazioni, i poveri fantaccini, mandati a morire sul Piave, furono veri, grandi eroi: non sapevano perché gli avessero messo in spalla un fucile, non sapevano perché dovessero andare a sparare a gente che parlava quasi la stessa lingua di coloro che andavano “a liberare”, il popolo non capiva quella guerra, seicentomila ragazzi inviati direttamente al camposanto, se mai arrivavano al camposanto, più spesso rimanevano lì a bocca aperta, l’ultimo respiro, rimanevano su un zolla di terra, cuscino e pietra tombale senza nome.

La grande guerra, al di là delle retoriche falsificazioni, fu uno spaventoso genocidio, una fucilazione corale e indiscriminata, un ignobile atto di terrorismo di massa: i nostri alleati ci disprezzavano e ci dileggiavano perché eravamo guidati da un re grande come un bambino di quinta elementare. Scriveva Hemingway in “Addio alle armi”: quando, vicino alle prime linee, passa una grande macchina con dentro nessuno vuol dire che c’è il re! Eravamo i poveracci d’Europa, non sapevamo leggere né scrivere, nei primi anni del secolo al Sud i ragazzi partivano per le Americhe, una valigia di cartone, una foto della mamma o della fidanzata, andavano a costruirsi un futuro fuggendo dalle terre e dagli affetti, andavano a comprarsi un pezzo di pane, quando giunsi a Milano dopo tanti anni dalla prima grande guerra mondiale, dai treni puzzolenti di vino, sudore e fiati fetidi scendevano gli stessi ragazzi di mezzo secolo prima, giacchettine striminzite come quelle che usano adesso, barba lunga e valigia chiusa da spago, andavano alla ricerca di un letto, ma sulle porte milanesi un cartello avvertiva, o minacciava, “non si affitta a meridionali”, quei meridionali che il re aveva usato come carne da macello, che il duce, ampliando i confini della sua fame di gloria, aveva inviato a morire sulle sabbie roventi d’Africa e in mezzo ai ghiacci dell’inverno russo. Fabbriche di morte. La guerra è sempre una fabbrica di cadaveri, rimangono là, poveri giovani, rimangono là impigliati nei reticolati, carne per cornacchie e topi e sulle tombe scrivono “martire ed eroe”. Provate a chiedere alle madri dei martiri ed eroi che pensano della guerra, provate. Tutto il resto è retorica.

Quei tragici girasoli nei campi di Russia

In una settimana importante come questa, per la storia italiana, non potevamo non ricordare uno dei film che fa più riflettere su uno dei grandi drammi del nostro Paese: la campagna di Russia, durante la II Guerra mondiale, dove molti italiani hanno perso la vita o da dove sono rientrati profondamente feriti, sconvolti e cambiati.
girasoli-russiaI girasoli” è un film del 1970, realizzato pochi anni prima della scomparsa del suo grande e indimenticabile regista, Vittorio De Sica, e ricordato anche per essere stato la prima pellicola di produzione occidentale a essere girata quasi interamente in Unione sovietica, in anni in cui il regime non permetteva con troppa facilità che elementi estranei entrassero dentro i suoi confini. La sceneggiatura è di Tonino Guerra, di cui è noto il filo che lo legava all’Urss. La sua triste poetica, in una vicenda dolorosa come quella dei due protagonisti, qui si percepisce in tutta la sua forza ed emozione.
La storia è quella della bella e vivace napoletana, Giovanna, e di Antonio, dall’accento emiliano-lombardo, soldato in partenza per l’Africa che, per evitare la guerra si sposa con la giovane donna. Fintosi pazzo, e internato, scoperto l’inganno, al confino sceglie la partenza per il temibile e lontano fronte russo. I tragici esiti della storia travolgeranno anche lui: persa la memoria, quasi congelato, perso nella neve durante la campagna sul Don, verrà salvato e curato amorevolmente da Mascia, che sposerà e dalla quale avrà una figlia.

girasoli-russiaQuel momento terribile è la tragedia degli oltre 229.000 soldati italiani mandati al massacro, privi di armi moderne e di equipaggiamento, per seguire la folle avventura di Hitler che, il 22 giugno 1941, aveva infranto il patto di non aggressione russo-tedesco Ribbentrop-Molotov del 1939, lanciando una massiccia offensiva contro l’Unione sovietica (l’operazione Barbarossa), il dramma della ritirata italiana del 1943. Antonio avrebbe potuto essere parte di quell’Ottava armata italiana di Russia (l’Armir) che, con piedi gonfi dal gelo in scarpe ormai insistenti, sarebbe crollata. Antonio viene dato per disperso, ma Giovanna, lasciata sola, non si rassegna a comunicati ufficiali e silenzi. Decisa, forte e imperterrita, partirà per la Russia alla ricerca del marito perduto. Qui si vedono la Piazza Rossa, con le lunghe file di pellegrini davanti alla tomba di Lenin, le strade e le automobili di allora, i magazzini Gum, il Ministero degli Esteri, dove la Loren entra per cercare notizie dello scomparso. Scorre la Mosca di ieri e di oggi.

girasoli-russiaIl film è stato criticato per questa facilità nel ritrovare un uomo sparito in un paese tanto sconfinato, ma, aldilà dei dettagli, la ricerca sarà drammatica e altrettanto gli sviluppi. D’altra parte, le critiche non valgono poi tanto se oltre all’apprezzamento del pubblico, la pellicola ha ricevuto una candidatura agli Oscar e vinto un David di Donatello, nel 1970. Le musiche di Henry Mancini si stemperano nelle note di “Grazie dei fior”, mentre le immagini in penombra dei protagonisti si affievoliscono. Fotografia eccellente.

La Loren è brava, loquace, vivace, simpatica, festosa, “corporale”, bella, impareggiabile, espressiva e intensa come sempre. Meravigliosa in coppia con Mastroianni nella deliziosa, complessa eppure semplicissima sequenza della frittata di 24 uova dei due novelli sposi, dove grazia e spontaneità dipingono una scena rubata alla felicità di due giovani amanti felici.

girasoli-russiagirasoli-russiaDue anime vicine e profondamente unite, in una magia che solo De Sica sa creare. Meravigliosa, poi, la scena del rientro dei reduci in treno, toccanti il campo di croci nella Russia sconfinata e il riferimento ai girasoli come ai tanti italiani sepolti sotto quelle terre. I girasoli simboleggiano, infatti, i soldati morti e seppelliti in fosse comuni: ogni campo sterminato di piante che ondeggiano al vento rappresenta le vittime di una guerra terribile e assurda. Vite straziate da guerra e tragedia. Conclusione drammatica, straziante ma inevitabile. Da riscoprire.

I girasoli“, di Vittorio De Sica, con Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Lyudmila Savelyeva, Galina Andreyeva, Anna Carena, Glauco Onorato, Silvano Tranquilli, Marisa Traversi, Italia, Francia, Unione Sovietica, 1971, 107 mn.

I giorni dell’ira. L’ultima settimana di guerra dell’esercito di Mussolini

Molti i documenti inediti italiani e tedeschi, più di 200 i titoli consultati dall’esperto di storia militare Andrea Rossi che con il suo quarto saggio “Il gladio spezzato”, la mostrina dei repubblichini, ricostruisce l’ultima settimana di guerra, dal 25 aprile al 2 maggio del 1945, dell’esercito di Mussolini. Nel libro (edizioni D’Ettoris – collana Biblioteca di Storia sociale italiana), che sarà presentato il 16 aprile, alle 16.30, al Museo del Risorgimento di Ferrara, lo storico indaga tradimenti, ingenuità, voltafaccia, doppi giochi e atti di valore che ebbero come protagonisti i soldati della Repubblica di Salò, una decina dei quali vennero fucilati sulla sponda del Po dai partigiani ravennati di Bulow, Arrigo Boldrini, ad Ariano Ferrarese.

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Andrea Rossi

“Una vicenda poco nota – spiega Andrea Rossi – I repubblichini furono disarmati dai ferraresi e consegnati ai ravennati, i quali avevano diversi conti da regolare come dimostrano gli episodi drastici di cui furono protagonisti durante la risalita in Veneto. Il loro agire è da considerarsi la risposta allo squadrismo romagnolo, che era stato tra i più aggressivi”. Dal canto loro i ferraresi non s’aspettavano l’epilogo immediato e sanguinoso ordinato da Boldrini, tanto che, dice Rossi, “falsificarano il verbale di consegna per prendere le distanze dalla fucilazione”.

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La copertina del libro

In quei sette giorni morirono tra i 4-5mila repubblichini, la variabile volutamente esclusa dalle trattative di resa tra il plenipotenziario delle forze armate tedesche, Karl Wolff e Allen Dulles, del servizio segreto statunitense Oss (Office of strategic service), progenitore della Cia. I tedeschi volevano andarsene dall’Italia senza subire troppe perdite e gli Alleati erano decisi a evitare di restare coinvolti in una guerra “interna” come quella greca tra nazionalisti e comunisti. “I repubblichini erano stati abbandonati – afferma – il duce in fuga verso la Svizzera e i tedeschi indifferenti al loro destino tanto da usarli per coprirsi le spalle e arretrare verso il Brennero. E’ tutto documentato”. Il generale Eccard von Gablenz, alto ufficiale dell’organismo di difesa delle retrovie della 10° armata, si accordò per la ritirata senza farne parola agli italiani e l’esercito di Mussolini, circa mezzo milione di uomini, sprofondò nel caos di una guerra civile – diecimila morti tra militari e civili – riconosciuta come tale solo alla fine del Novecento.

Considerati traditori dal ’43, quando il Regio esercito entrò in guerra con la Germania, i repubblichini rei di aver collaborato con l’invasore tedesco e disorientati dagli eventi, cercarono la salvezza nella diserzione o nella resa ad americani e inglesi per evitare i tribunali straordinari istituiti dal Cln. Il tentativo di evitare la fucilazione non sempre diede l’esisto sperato, il caso dei soldati della Rsi bresciani, che si arresero al Cln di Lumezzane nel medesimo giorno in cui si resero responsabili di una rappresaglia, finì con la fucilazione. “Ci furono anche casi in cui si formarono alleanze dell’ultima ora tra gli alpini di Mussolini e i partigiani, successe a Gorizia dove stavano avanzando i titini e in Val d’Aosta, dove i francesi tentarono l’invasione della valle”, continua. Erano alleanze strategiche dovute alla volontà di mantenere i confini italiani inalterati. E, in qualche modo, limitarono il numero delle vittime del conflitto civile che ebbe pesanti strascichi per i militari dell’Rsi in Piemonte, dove nel Cuneese i morti furono centinaia.

Dettagli, carteggi, eventi minori si inanellano nel libro di Rossi, una vera e propria guida rivolta a chi si occupa o è appassionato di storia militare: “I 200 titoli e i documenti consultati sono un buon punto di partenza per chi desideri approfondire determinati fatti”, dice. Una guida di storia militare, sei anni di lavoro e la consapevolezza che oggi, grazie alla lente del tempo e alle sterminate possibilità di documentarsi, la qualità dei libri di ricerca sia molto più alta rispetto al passato e maggiormente esente da operazioni ideologiche.

Berlusconi, Luxuria e il machismo del soldato

Da BERLINO – In questi giorni in cui la transgender Vladimir Luxuria, nota figura televisiva ed esponente della sinistra italiana, fa visita al decaduto e nient’affatto “diversamente eterosessuale” Silvio Berlusconi, triste satiro della ahimè decadente Italia, partecipo alla conferenza non senza sorpresa piuttosto interessante di Shaka McGlotten presso l’Institute for Cultural Inquiry.

Vestito (o meglio vestita) in una giacchetta di pelle che espone il suo corpo muscoloso e tatuato, pesante maquillage e tacchi a spillo, Shaka McGlotten insegna Gender Studies alla prestigiosa Suny, la maggiore università pubblica della East Coast, e con fare gentile illustra la “via del drag queen” come un metodo radicale e certamente non rivolto a tutti per combattere quello che Foucault chiamava il “fascismo in ciascuno di noi” ovvero ciò che si materializza come amore per il Potere – più spesso anche solo il potere (minuscolo se non meschino).

Tra ironia, disincanto e passione civile McGlotten ha analizzato alcune figure di “drag queen” che sfruttano la loro figura e senz’altro la loro presenza scenica per proporre una forma di lotta politica che si incrocia con “live performances” non diversamente da come la scena inglese ospitava la musica Punk come controcultura o, più recentemente, in tutt’altra modalità Borat di Shasha Baron Cohen.

Vanno notate soprattutto due figure attive sulla scena israelo-palestinese che contestano il “machismo” tanto del “soldato oppressore” israeliano quanto quella del “civile resistente” arabo – ciascuno veicoli di una versione stereotipata, rigida e aggressiva di “mascolinità,” di cui chiara rappresentazione sono sia la politica nazionalista di Netanyahu sia il drammatico terrorismo praticato delle varie fazioni arabe.

Da un lato è stata ricordato (o ricordata) Rafaat Hattab di origine araba che in diversi spettacoli teatrali ha attaccato l’omofobia virulenti nella società israeliana presentandosi come “The bride of Palestine” che canta un inno libanese di resistenza sotto la minaccia armata di un uomo con la pistola che poi le spara.

Un’altra importante performance è quella di Liad Hussein Kantorowicz vestito (o vestita) da “domina,” con un certo gusto fetish e para-nazista, che “comanda” un ingenuo e mite cittadino israeliano che cosa e come votare, denunciando quindi l’aspetto grottesco della presunta “unica democrazia” del Medio Oriente, non certo contestandone la democraticità formale bensì esponendone il carattere morbosamente ambiguo, quando, come nota McGlotten, il servizio segreto interno (il famigerato Shin Beth) afferma che difenderà il carattere “ebraico” di Israele “ad ogni costo,” suggerendo così che anche persino la “democrazia” possa venire annoverata tra i possibili “costi.”

Si tratta di una forma di lotta politica che forse non può avere una ricaduta pratica effettiva per la maggior parte della popolazione civile ma di cui andrebbe colto e apprezzato il
carattere irrisorio, irriverente e anticonvenzionale come rimedio, magari solo temporaneo, per una vita politica, specialmente quella italiana, che non galleggia più semplicemente sull’ipocrisia ma se ne nutre.

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