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Vi chiamo, vi stringo la mano…
Un ritaglio di Libano dentro le mura di Ferrara

Tempo di lettura: 6 minuti

Vi chiamo, vi stringo la mano…
Un ritaglio di Libano dentro le mura di Ferrara

Tutti abbiamo in mente l’albero del cedro che accoglie con la sua maestosa possenza l’ingresso del Parco Massar i.Non è, però, di questa magnifica e secolare pianta ciò di cui desidero parlare.

Più di un mese fa, ormai, ho partecipato al presidio sul Libano perché, non bisogna dimenticarlo, il Sud del Libano è vittima di attacchi e occupazione, in una escalation regionale che non conosce pace. Il 10 aprile la comunità libanese di Ferrara ha realizzato un presidio contro la guerra in corso. Da allora i numeri dei morti, degli sfollati, della distruzione in atto è aumentato e, credo, non ci sarà ancora tregua.

Ed è in quella occasione che ho realizzato che dei miei concittadini provenienti o collegati con il Libano non sapevo praticamente niente.

A coordinare l’evento c’era Kiwan Kiwan , amico storico di tante battaglie politiche ma, anche in questo caso, l’ho visto come per la prima volta: la sua storia, che dal Libano lo ha portato qui a Ferrara data per scontata.

Per raggiungere il luogo del ritrovo, Piazza Savonarola, sono stata guidata alla meta da suoni di musiche arabe. La bandiera del Libano è posta sotto la statua di Savonarola, l’indice puntato verso la piazza (noi!) e una didascalia : “A Girolamo Savonarola, in tempi corrotti e servili, dei vizi e dei tiranni flagellatore”.

La leggo stupita per la sua attinenza alla storia che viviamo. Potrei immaginarmela dedicata a tutti i combattenti del medio oriente che sentono il dovere di essere i flagellatori dei vizi e dei tiranni. Disposti ad accettare il rogo ma non a diventare corrotti e servi.

Una casualità, è la mia immaginazione, lo so, che viaggia spesso per vie fantastiche.

Riprendo contatto con ciò che sta succedendo qui: mi accorgo dell’eleganza delle donne che stanno partecipando e dei gridolini dei bambini che giocano, le bimbe come le mamme, delle vere principesse.

un cartello della manifestazione

Di nuovo, più che dai contenuti vengo rapita dalle voci di chi prende parola, cadenze determinate ma garbate, eleganti, di una lingua araba gentile anche se dice cose feroci. 

Mi accorgo che è ripresa la musica e il mio amico Kiwan sta cantando una canzone. Kiwan canta! Mi avvicino, mi dice “questo è un brano famoso del cantante libanese Ahmad Kaabour”.La sua canzone più iconica, Uunadikom (“Vi chiamo”), è uno degli inni più duraturi della resistenza palestinese. Le sue prime frasi risuonano ancora attraverso le generazioni:

Vi chiamo,
vi stringo la mano.

Non sono mai stato umiliato nella mia terra natale,
né le mie spalle si sono mai piegate.
Mi sono trovato di fronte al mio oppressore
Un orfano, nudo, scalzo.
Portavo il mio sangue nel palmo della mano,
e non abbassavo mai le bandiere.
E ho protetto l’erba
sopra le tombe dei miei antenati.

Vi chiamo…
Vi stringo la mano

Scrivono gli editori del Palestine Chronicleil suo lavoro preservava l’intimità della lotta—la trama umana del desiderio, della dignità e della fermezza. (…) la sua musica funzionava come una forma di fermezza culturale—il sumud espresso attraverso la melodia.

Generazioni di palestinesi sono cresciute con la sua voce come parte del loro paesaggio emotivo”.

Kiwan mi dice che Kaabour è morto pochi giorni prima del presidio, il 26 marzo 2026, la perdita di un artista unico, ma non la fine della sua testimonianza.

Kiwan canta, la mano sul cuore.

Il presidio si scioglie sulla scia delle note della musica, si tolgono le bandiere, si arrotolano gli striscioni, si spengono i microfoni e gli altoparlanti ma “Unadikom” resta nell’aria come un’espressione distintiva di sfida e sumud, parola che abbiamo imparato con l’impresa della flottilla e che significa “resistenza” “perseveranza” “costanza”. Ma anche “solidarietà” o “resilienza”.

Kiwan Kiwan al Presidio libano di Ferrara

Mentre mi allontano decido che voglio sapere di più e invito Kiwan a fare insieme un articolo, in forma di intervista.

Ciao Kiwan, una prima risposta sulla situazione libanese e sui libanesi a Ferrara.

Nessun problema se non conosci la situazione libanese. Del Libano se ne parla poco, sia durante la pace che durante la guerra.

I libanesi arrivarono a Ferrara verso la fine degli anni settanta, per motivi di studio, inizialmente erano pochissimi, poi piano piano, negli anni ottanta, Ferrara è diventata la città preferita grazie alla sua Università e l’indicazione del Centro culturale Italiano a Beirut.Parecchi si sono laureati, principalmente in farmacia e medicina, ultimamente la maggior parte si laurea in ingegneria con vari indirizzi.

Non è mai esistita una Comunità Libanese organizzata. C’era un solo nucleo famigliare misto, italo libanese.

Verso la metà degli anni Ottanta cominciarono a formarsi numerosi nuclei famigliari finché nell’anno 1993 un gruppo formato da studenti e non fondò l’associazione Libanesi di Ferrara con il supporto dell’ARCI di Ferrara.

Come è nata ?

I libanesi arrivavano solo con un visto turistico e per regolarizzare la loro posizione occorreva spesso avere a che fare soprattutto con la questura, poi bisognava cercare alloggi ecc… Quindi sono stato il primo promotore e abbiamo costituito questa Associazione che inizialmente ha visto l’adesione di circa 95 donne e uomini libanesi.

Come dicevo la comunità libanese è costituita da studenti e famiglie, gli studenti non sono politicizzati e non fanno alcuna attività politica, studiano e cercano di svolgere dei lavori saltuari per integrare il mensile che ricevono dei genitori, hanno il diritto ad una borsa di studio da UNIFE e la maggior parte di loro la ottiene.

Poi abbiamo circa 30 famiglie, alcune interamente Libanesi e alcune miste. Maggiormente uomini libanesi e donne italiane e poche donne libanesi con uomini italiani. Sono abbastanza integrati nella società, tanti sono laureati, farmacisti, medici, ingegneri, e commercianti autonomi e i loro figli frequentano le scuole. In città ci sono alcune attività gestite da libanesi.

Questi, lavorando in Italia riescono a sostenere economicamente i genitori in Libano vista la situazione in atto.

Stiamo parlando di famiglie che hanno già tutte la cittadinanza italiana. Anche alcuni non sposati sono cittadini italiani per anni di residenza e per anni di lavoro.

Anche i nuclei famigliari non fanno alcuna attività politica, raramente scendono in piazza e in pochi, come quando avevamo promosso il presidio. Pochissimi di loro hanno un orientamento politico italiano.

La comunità dei libanesi a Ferrara è formata da Sunniti e Sciiti (musulmani) e pochissimi cristiani.

Oggi possiamo pensare a circa 200 persone.

Alcuni studenti dopo la laurea o trovano il lavoro in Italia e in Europa oppure raggiungono i genitori in Libano o all’estero”.

gli studenti non sono politicizzati e non fanno alcuna attività politica, studiano e cercano di svolgere dei lavori saltuari per integrare il mensile che ricevono dei genitori, hanno il diritto ad una borsa di studio da UNIFE e la maggior parte di loro la ottiene.

Poi abbiamo circa 30 famiglie, alcune interamente Libanesi e alcune miste. Maggiormente uomini libanesi e donne italiane e poche donne libanesi con uomini italiani. Sono abbastanza integrati nella società, tanti sono laureati, farmacisti, medici, ingegneri, e commercianti autonomi e i loro figli frequentano le scuole. In città ci sono alcune attività gestite da libanesi.

Questi, lavorando in Italia riescono a sostenere economicamente i genitori in Libano vista la situazione in atto.

Stiamo parlando di famiglie che hanno già tutte la cittadinanza italiana. Anche alcuni non sposati sono cittadini italiani per anni di residenza e per anni di lavoro.

Anche i nuclei famigliari non fanno alcuna attività politica, raramente scendono in piazza e in pochi, come quando avevamo promosso il presidio. Pochissimi di loro hanno un orientamento politico italiano.

La comunità dei libanesi a Ferrara è formata da Sunniti e Sciiti (musulmani) e pochissimi cristiani.

Oggi possiamo pensare a circa 200 persone.

Alcuni studenti dopo la laurea o trovano il lavoro in Italia e in Europa oppure raggiungono i genitori in Libano o all’estero”.

L’intervista a Kiwan sul Libano continua Periscopio domenica 14 giugno

 

In copertina: Il cedro del Libano secolare al parco Massari di Ferrara – foto di Giovanna Tonioli.

Per leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

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Giovanna Tonioli

Giovanna Tonioli da molto tempo si occupa di Dipendenze Patologiche nel servizio pubblico. A lungo, come educatrice, ha pensato di fare uno dei mestieri più belli perchè coraggioso, avventuroso, “stupefacente” come le storie delle persone. Il battesimo lo deve a Marco Cavallo e, sull’onda del pensiero della Psichiatria Democratica, le piace abbattere le porte chiuse e lottare contro tutte le forme di stigma; è testimone delle più svariate umanità. Si è laureata in Psicologia clinica, si è specializzata presso l’Istituto di Psicoterapia Espressiva di Bologna ed è socia di Art Therapy italiana. Lavora a Ferrara. L’incontro con l’arte terapia è stata una svolta importante sia personale che professionale – ma Marco Cavallo lo sapeva già – e così come libero professionista svolge l’attività di Psicoterapeuta Espressiva, dove l’arte, la creatività e l’estetica si sposano con la psicoanalisi, le neuroscienze, la mente con il cuore delle persone. Una terra di mezzo, uno spazio transizionale in cui le parole possono incontrarsi con tutte le forme espressive, il rigore con la curiosità e il gioco, la disciplina con l’immaginazione. Giovanna è anche un mezzo (e sottolinea “mezzo”) soprano, una sfocata fotografa, un’artista naif. Vive in provincia di Ferrara, precisamente alla Cuccia, una piccola casa in uno sperduto borgo di campagna, con i suoi cani che nel tempo si avvicendano, ma che, sempre, sono a loro modo grandi maestri di vita.

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