Tag: solitudine

“IO SO CHI SONO IO!”
Storie e voci di giovanissime/i al Banchetto dei Diritti di Arcigay

 

Come premessa

La scuola non è sempre un luogo sicuro: i “Libri Viventi” nei corpi adolescenti  dei giovani attivisti e attiviste lgbtqi+, ci raccontano di bullismo, incomprensione , discriminazione ed esclusione. Raccontano di sofferenza e solitudine accentuate dalla incapacità degli insegnanti di vedere o di intervenire ed anche dalla impossibilità di esprimersi completamente perfino in famiglia.

Non avrei mai pensato che ragazzi e ragazze tanto spigliati a presentarsi in pubblico e su temi tanto personali avessero problemi di rendimento scolastico. Eppure avrei potuto facilmente intuirlo: il bullismo è una delle cause del ritiro sociale e del rifiuto di tanti ragazzi e ragazze di andare a scuola. Dobbiamo fare tesoro delle loro esperienze e dei loro giudizi, perché quello che ci piace del nostro lavoro è la possibilità di essere facilitatori della ricerca di identità, della ricerca di senso, dell’incontro delle diversità.

In questo resoconto si leggeranno forti critiche agli insegnanti. Credo non ci si possa stupire di questo: nessuno e nessuna è attrezzata per natura a gestire situazioni, che non si possono affrontare solo con buona volontà, le buone intenzioni, il buon senso. Non bastano.

Purtroppo non basta nemmeno informarsi: nella mia esperienza di insegnante e di genitore, tante cose che ho ‘studiato’ le ho fraintese nella pratica, o applicate male, nel senso che non ne ho colto la sostanza o che ho dovuto prima fare un lavoro su me stessa per poterci arrivare con l’emozione, non con la ragione. Per questo è molto importante quello che ha detto una delle mamme: non è necessario capire, quello che è importante è esserci.
Vi rimando anche al primo post del mio blog, che vuole essere il programma di quello che scrivo: vietato rimproverare prima di avere ascoltato dovrebbe essere il nostro mantra .

Penso che sarebbe bastato questo, nei casi raccontati, per evitare tante sofferenze: interessarsi, ascoltare, credere, dare fiducia. Di questo parlerò nei miei prossimi articoli. Intanto aggiungo che sono convinta che l’ascolto serva anche a ridimensionare il bullismo, perché anche il bullo, la bulla, hanno bisogno di dire delle cose, ma devono imparare come dirle.

I Libri Viventi ci insegnano
Parlano i Libri Viventi
Il Banchetto dei Diritti di Arcigay

Al “Banchetto dei Dirittisabato 24 settembre 2022 organizzato da Arcigay Ferrara ‘Gli Occhiali d’Oro’, si è detto No alla disinformazione. É servito a tutti per la formazione e informazione sul tema dell’identità sessuale.
Abbiamo ascoltato e dialogato con giovanissimi attivisti e attiviste che hanno animato la Biblioteca dei libri viventi “perché raccontare e raccontarsi è l’unico strumento per superare stereotipi e pregiudizi. Conoscere è l’unica via per non discriminare”. Conoscere e conoscersi: “So quello che sono io” ha detto Nico, 15 anni: mi ha suscitato ammirazione per la consapevolezza che io nemmeno a più di 60 anni ho.

La consapevolezza del limite che indica la capacità di comprendere quello che c’è oltre. e di fare comprendere. È stato un pomeriggio illuminato, nonostante il grigiore, dalle voci squillanti e orgogliose di questi cuori a colori, così capaci di introspezione, così maturati dal dolore, così unici eppure così uguali nell’esperienza del bullismo, della discriminazione, dell’emarginazione.  Mi è parso che le parole e le riflessioni di questi giovanissimi e giovanissime abbiano gettato luce anche su chi sono io, chi siamo noi. 

“Io so quello che sono io. ”Gli altri vogliono rimanere ignoranti”. La consapevolezza per tutti e tre i protagonisti “Libri Viventi” (ho inventato i loro nomi) è arrivata verso i 12 anni.

Si sono dovuti documentare da soli e da sole su Internet, perché gli adulti non c’erano con loro,  prima di scoprire quale fosse la loro identità, unica, e prima di sapere dell’esistenza dell’ Arcigay, dove hanno finalmente individuato un ritrovo senza pericoli. Non è poco, visto che la loro breve vita è stata purtroppo piena di maltrattamenti e violenza fisica e psicologica, anche e soprattutto a scuola, dove non hanno trovato sempre la protezione degli insegnanti, dove hanno subito bullismo, derisioni, offese.

Fede e Ethan sono stati compagna e compagno nelle scuole medie e hanno avuto l’esperienza della bocciatura insieme. È importante avere almeno un insegnante vicino, ma per tante ore, perché se l’insegnante ha poche ore nella classe, è più un tormento che un aiuto, dicono all’unisono. Le affermazioni  risuonavano dall’una all’altro, a riportare lo stesso stato di angoscia, tristezza, frustrazione, rabbia, depressione. Ma anche di orgoglio: per essersi trovati, per avere raggiunto il proprio equilibrio e per avere il coraggio di manifestare e di manifestarsi per quello che sono, sapendo quanto valgono.

C’è stata anche la descrizione dello studio delle tattiche per manifestarsi con i compagni e compagne di scuola, con i genitori, fratelli e sorelle. E il problema con i nonni: già in famiglia inizia la solitudine e l’impossibilità di essere ciò che si è, perché i genitori non capirebbero e anche se ti ‘accettano’. Appunto, ti accettano soltanto. È anche vero, però, che ora, i genitori e anche zie, fratelli e sorelle sono venuti alla manifestazione a fare il tifo per loro.

Tante offese dai compagni e compagne di scuola, continue:
“Cambi tanto i tuoi comportamenti, dopo certi commenti mi chiudevo in camera non vedevo nessuno, non uscivo, non ero accettato, non ero benvenuto” .
“I
 commenti mi hanno formato il carattere: da timida e fragile, per via del bullismo, sono cambiata, rispondevo per le rime, come non avevo mai saputo fare”.
“I commenti mi hanno formato uno scudo, mia madre mi diceva che mi avevano tolto la luce negli occhi, mi chiudevo in camera, a volte non avevo la forza di alzarmi; mia madre e mio padre questo non lo accettavano”.

Ethan, Fede e Nico

L’anno in cui è stato bocciato, per un lungo periodo Ethan non è andato a scuola, si comportava male con i professori perché i compagni lo chiamavano con il nome e con il pronome che lui non voleva. Ethan infatti ha vissuto da bambina per i primi anni della sua vita, per poi scoprire di sentirsi un ragazzo.

Non si sentiva accettato nemmeno dai professori. Quando tornava a scuola dopo un’assenza veniva accolto con scenate perché gli insegnanti non coglievano la sofferenza che gli impediva di frequentare.  Lui rispondeva per le rime, anche sbattendo la porta.
Si sentiva triste, e solo la sua amica Fede gli dava comprensione. I compagni sapevano che stava male, ma a loro non importava niente, anzi infierivano. Ethan non accettava che ragazzi della stessa età lo insultassero e ha anche finito per aggredirli. 

Fede è stata bocciata sia per insofferenza all’ambiente ostile che per motivi di salute: i professori le hanno detto che avrebbe potuto portare il certificato medico per giustificare le assenze solo a cose fatte.  Quando Ethan aveva attacchi di panico gli insegnanti lo ignoravano, non lo lasciavano uscire dalla classe. 

Dice Nico: “Mi è caduta la motivazione e ho smesso di studiare”. Non si sentiva sicura in classe: è stata presa a pugni: lo ha detto alla coordinatrice, ma questa ha sospettato che fosse stata lei a provocare i compagni.

L’ambiente di scuola influisce enormemente sulla motivazione a studiare: la può far passare come può farla venire: “Essere bocciati è una crescita, abbiamo cambiato scuola, abbiamo imparato molto. Ai compagni non importava niente di me, prima, ma se ti trovi bene con i compagni ti viene più voglia di studiare”. 

Le parole della mamma di Ethan ci hanno commosso: sono state una dichiarazione di amore per il figlio, di fiducia, di stima, di sostegno senza se e senza ma. Un grande cuore accogliente e nessun argomento razionale. Anche se non comprende tutto, ha detto. lo sosterrà in tutto e per tutto.
Per la scuola c’è amarezza, da una parte, e gratitudine dall’altra, perché non sempre Ethan è stato accettato e protetto a scuola, ma ci sono insegnanti e presidi che lo hanno saputo accogliere.

Nico ha concluso con una riflessione: “Siamo tutti diversi nell’uguaglianza e tutti uguali nella diversità”.

Nota: Ovviamente Ethan, Nico e Fede sono nomi inventati 

ACCORDI
Spaghetti al pomodoro

A Long December (Counting Crows, 1996)

Spaghetti al pomodoro
Sulle note dei Counting Crows ho appena preso una cipolla quando K entra in cucina e mi fa «Spero sia tropea, ne basta mezza.»
«Certo certo, naturalmente!» rispondo subito.
Viviamo insieme da dieci anni, io e K, e ogni volta che mi metto ai fornelli arriva lui a controllare che faccia tutto per bene, come se non sapessi come si fa un banale sugo al pomodoro.
Allora, taglio a pezzetti sottili la mia mezza tropea, la metto in padella, ci verso l’olio…
«Alt, è extravergine spero!»
«Ovvio, è da una vita che usiamo solo quello!» faccio io.
Quindi inizio a soffriggere e…
«Mi raccomando, basta un’indorata!»
«Un’indoche?» faccio un sospiro «Sì dai che ho capito.»
Abbasso la fiamma e butto il pomodoro nel soffritto.
«Hai usato i pezzettoni? Lo sai che sono meglio della passata.»
«Ceeerto che ho usato quelli, che ti credi?», altro sospiro.
Inizio a mescolare e…
«Ricordati il dado vegetale!» insiste di nuovo. Usare il dado era stata un’invenzione di Viki.
«Senti, vuoi farlo tu?» rispondo io porgendogli il dado che avevo appena scartato «Se vuoi accomodati!»
«Ok, non parlo più.» dice lui sistemandosi in un angolo tra la tavola e il frigorifero.
Finalmente concludo la mia preparazione senza ulteriori interventi di K. Rimescolo il tutto a fiamma lenta finché il dado non s’è completamente sciolto, nel frattempo m’accorgo che l’acqua nella pentola sul fornello a fianco ha iniziato a bollire, così ci verso gli spaghetti, regolo il timer a undici minuti, metto il fuoco del sugo al minimo e aspetto.

In effetti K non ha mai parlato, ma mi piace pensare che lo faccia. Lui si limita a guardarmi con interesse, qualsiasi cosa faccio. Lo fa da sempre, lo faceva anche con Viki.
Viki manca come l’aria, a tutti e due. Da quando non c’è più, K ha preso il suo posto sul divano: sente ancora il suo profumo sul cuscino.
Ogni giorno K mi ricorda di Viki, di quando lei tornò una sera con un caldo batuffolo di pelo in braccio e me lo porse dicendomi “Ecco questo è K, è un maschietto e starà con noi per tanto tempo spero.”

“Viki, amore, K è sempre qui mentre tu te ne sei andata. Curiosa la vita eh?”

Sento squillare: la pasta è pronta!
Butto gli spaghetti nello scolapasta in una nuvola di vapore, li verso nella padella del sugo e li mescolo per bene, per finire aggiungo tre foglioline di basilico.
K esclama «Evviva si mangia!»
Ovviamente lo dice senza parlare: scodinzola e si lecca i baffi, gli occhi gli brillano di gioia.
Non ci vuole molto per capire K e quelli come lui, chi ama un cane lo sa bene.
Porto la padella in tavola, una bella spolverata di parmigiano e… buon appetito!

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La terza alba
…un racconto

La terza alba
Un racconto di Carlo Tassi

Un luogo bellissimo, una terra incantata. Ogni cosa intorno si rivela in tutto il suo insolito fascino: crepuscolare, plumbeo, tenebroso… come piace a me.
Farsi attrarre dagli anfratti più bui e misteriosi per il gusto temerario dell’ignoto, e quel piacevole, titillante brivido al richiamo di un pericolo nascosto, imminente, circostante.
Tutto questo è l’Isola di Drüme. Brulla, desolata, remota. Nessuno ci vive… a parte me.
Nessuno vorrebbe mai abitarci. La paura ne è la ragione. Ed è certamente giustificata direi!

Quando ho deciso di trasferirmi quaggiù, tentarono di dissuadermi in ogni maniera.
“Tu sei pazzo! Come puoi fare sul serio?” mi dicevano.
Molti m’avevano accennato di storie tragiche e poco chiare, successe tanto tempo fa proprio su questo roccioso costone affiorante tra le morbide dune liquide dell’oceano, quando ancora gli uomini l’abitavano. Tutti conoscevano la reputazione infausta dell’isola e alcuni ne avevano fatto le spese. E fu proprio quando ho avuto la prova della fondatezza di queste dicerie che ho scelto di venire in questo posto.
Il giorno della mia partenza, l’ultima voce umana che sentii alle mie spalle mi gridò: “Pazzo, torna indietro finché puoi!”

Un villaggio, un tempo florido e popolato da famiglie di pescatori coraggiosi, dominava il centro dell’isola che spuntava in mezzo a un mare tempestoso per gran parte dell’anno. Ma ai pescatori questo non importava, perché erano acque ricche e pescose e ogni giorno regalavano un grasso bottino di pesci, molluschi e crostacei. All’alba i pescatori partivano con le loro barche per ritornare a tarda sera, stanchi ma soddisfatti. Ogni giorno sfidavano le grandi onde, le secche improvvise e le forti correnti per rincorrere i branchi argentei dei pesci che proprio in quelle acque facevano tappa nelle loro incessanti migrazioni. Tutti i giorni, per tanti anni.
Poi un mattino comparve una nebbia fitta, un muro grigio e profondo. Così l’intera isola si trovò come immersa in un limbo spettrale, una bambagia umida e impalpabile che rendeva invisibile tutto quanto, vicino o lontano che fosse.
E il mare stesso s’intuiva soltanto dal rumore della risacca.

Ma anche quel mattino i pescatori non si arresero alla perfidia del tempo. Con coraggio e fiducia andarono alle loro barche e salparono, attraversarono il muro di bruma e subito scomparvero alla vista di chi restò a terra.
Quel giorno il villaggio rimase immobile nell’attesa. Per ore la gente non fece nulla se non aspettare il ritorno dei figli, dei mariti, dei padri. Alla sera la febbre dell’inquietudine salì inesorabile quando iniziò a far tardi e nessuna barca era ancora giunta al porto.
Per tutta la notte le donne del villaggio stettero a vegliare il buio, con lo sguardo a quel mare invisibile e la disperata speranza a scalciare nel petto.
L’alba seguente, la nebbia era entrata nell’anima stessa del villaggio, nelle case, nelle stanze, ovunque. Un silenzio tombale era sceso sull’isola, nemmeno gli uccelli marini si udivano, solo il lento, ipnotico sciabordio della risacca restava l’unico ovattato sottofondo.
Tutta la vita superstite era sospesa, tra angoscia e rassegnazione.
Arrivò la seconda notte d’assenza e d’attesa. Alcune donne vagavano con occhi smarriti tra le vie del villaggio a cercare ragione di tanto strazio. Altre, più anziane, restavano in casa a pregare il dio della misericordia. Le spose più giovani inveivano contro quel mare che le circondava e che le condannava all’infelicità e alla solitudine.
La terza alba, nel villaggio bagnato di nebbia e lacrime, s’udì il suono di un corno. I cuori sussultarono, le donne corsero al porto e videro le barche spuntare dal muro fosco. Una dopo l’altra approdarono tutte, e tutti i pescatori a bordo, esausti e assetati, giunsero a terra sani e salvi.
Poco dopo la nebbia si diradò e, da est, un sole potente cominciò ad asciugare le pietre delle case, a scaldare le anime che le abitavano. Tutto tornò a illuminarsi e a colorarsi di nuovo: prima il cielo e il mare, poi gli sguardi e i sorrisi della gente…

Questo accadde tanto tempo fa.
Ora l’isola è diventata uno scoglio deserto, frustato dalle burrasche d’inverno, avvolto dalle nebbie d’estate, evitato dagli uomini tutto l’anno.
Io ne ho fatto casa mia. Da qui posso contemplare la sublime crudeltà dei suoi elementi. Posso espiare i miei peccati godendo della più perfetta solitudine. In attesa, casomai, di qualcosa che arrivi dal mare, di un riscatto, dell’anima che ho perso…
In attesa della mia terza alba.

Spectral Mornings (Steve Hackett, 1979)

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Non arrenderti mai…
…un racconto

Non arrenderti mai…
Un racconto di Carlo Tassi

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, soverchiante come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Come polvere mossa dal vento, invisibile, libero.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre.
Ma ti ha lasciato solo, ed è questo il tuo solo pensiero.

Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Il freddo resiste anche all’estate. E resta costante, sempre, dentro di te.
Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango.
Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.

Ti butti nella mischia, lottando, imprecando, correndo alla meta.
“Non arrenderti mai” senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più.
Vorresti parlargli ancora una volta, poter incrociare il suo sguardo.
E contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Ma resta solo un foglio bianco impossibile da riempire, ormai.
E rabbia e lacrime come una cantilena imparata a memoria, controvoglia.
La vita a volte brucia come una ferita aperta.
Sanguina, s’infetta, ma poi guarisce. Che il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo!
Perché la strada è lunga e sparsa di pericolose meraviglie. Seducente e terribile, ti sfida ad ogni curva.
Corri e non fermarti. Certo, questa salita è una morsa che prende il respiro e spezza le gambe.
Ma oltre queste rocce nere, lo vedrai, le nuvole si scansano e finalmente incontrerai il sole.
E’ inevitabile, perché il sole c’è sempre, anche quando non lo vedi.

Ne vale la pena? Certo che sì: il tempo è sovrano.

Never Back Down (Novastar, 2006)

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Un accendino come nuovo

 

In realtà è un’immagine che richiama un video. L’immagine è quella di un accendino con la fiamma viva; il video è quello di un profilo di Instagram di psicologia. Si è già trattato sulle pagine di questo giornale del bonus psicologia, e che dopo la pandemia molte persone hanno avuto bisogno di un sostegno che alleggerisse le paure accumulate. Ecco, il video inizia con un accendino che si spegne. Viene tuffato in un contenitore di vetro e sommerso di acqua: tristezza, solitudine, ansia, isolamento. Quando ne esce fuori tutte le difficoltà che lo hanno spento, non gli permettono più di accendersi. L’acqua è entrata a fondo nel suo meccanismo: l’anima, l’autostima, la volontà, il cuore… sommersi.

Poi la soluzione. Per accendere una persona basta che si attorni di persone che sappiano accenderla. E così la fiamma di un accendino si avvicina al gas di quello spento e lo ri-accende. Combustione spicciola per molti, filosofia sociale per altri. Non bisogna dimenticare che chi è in difficoltà viene spesso allontanato, come se non bastasse, ancora di più. Sempre più spesso si cancella una persona e non solo da un profilo facebook. Spento definitivamente l’essere umano; per ignoranza, paura. Poi la semplicità di un accendino spento che vuole (e sottolineo vuole) farsi accendere, basta che non si isoli troppo. Basta che la solitudine non diventi routine, camuffandola per riflessione. Ma a ognuno i suoi tempi. E comunque sappiate che le fiammelle sono ovunque, preziose, silenziose, devi saperle accogliere e custodire.

Gli ultimi cinque minuti
…un racconto

Gli ultimi cinque minuti
Un racconto di Carlo Tassi

Scendo in cantina in cerca di conforto,
rovisto tra le cose messe da parte.
Forse troverò un po’ di miele,
un dolce rimpianto, per rivivere l’incanto.
Ma non basta… dura poco, fine del gioco!

Torno su.
Un cielo nero sopra la testa,
una strada infinita quanto il cammino.
Solo ricordi spenti.
Nessuna voglia, nessun domani,
niente.

Pensieri sfatti, corpi sfatti,
facce gonfie, occhi chiusi.
Ogni giorno un presente da dimenticare.
Monotonia, claustrofobia,
aria malata, il respiro fugge via.

Benvenute malattie!
Gli anticorpi son scaduti,
diritti e doveri decaduti.

Il vuoto s’allarga, mi sfiora tagliente, silente.
La carne è putrefatta, maleodorante.
La piaga affiora, il bruciore è ardente.
Vermi nella mente.

Giro le dita attorno la ruota,
sono dato per spacciato.
Lo so, lo sono stato e lo sarò.

Solo promesse, sempre le stesse.
Quotidiane come il pane.
Bugie, ipocrisie, false terapie.
Se rinasco, mi dispiace, non ci casco.

Questa vita m’appartiene?
E se magari vita non fosse?
S’accettano scommesse!

Esco fuori, cerco colore.
Raccolgo sassi e conto i passi.
Sfuggo al dolore ma ritrovo rancore.

La gente guarda tutto
e non vede niente.
Denti finti, cariati, turati,
sorrisi dipinti, mascherati.
L’aria è saccente, l’alito pesante.

Pioggia acida nel cervello.
Apro l’ombrello, stringo il cappio al collo.
Questo mondo non m’appartiene.
Solo avvoltoi, sciacalli e iene.

Come un salto senza rete,
niente più fame né sete.
Finisce l’inganno totale,
dalla nascita al funerale.
Poco male.

Sarà la storia che mi compete,
e mia soltanto l’eterna quiete.

Riot (Ruby Amanfu, 2019)

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Una mattina partirò
…un racconto

Una mattina partirò
Un racconto di Carlo Tassi

Aria fresca nei polmoni questa mattina. Lascio il cuscino e mi vesto.
Un sole velato fa capolino dalla finestra. Ancora una mezzoretta e il cielo si ripulirà dalle scorie della notte.
Il mondo è più leggero… decisamente interessante!

Poi una nuova voglia: voglia di andare, di respirare, di assaggiare. Di scoprire ciò che non ho mai visto prima.
È il momento. Chiudo la porta e scendo. Uno zaino di ricordi sulle spalle e qualche carezza rimasta nelle mani.
La priorità è cancellare il tuo viso, i tuoi occhi dai miei, la tua voce dai rumori del silenzio.
Via da queste quattro mura, calde di certezze incartate, zuccherate. Basta mal di denti e mal di testa perenni, pillole e caramelle, acidità di stomaco e film già visti, commedie e commedianti.
Prendo la moto: il metallo è di razza, il motore è caldo e il serbatoio è pieno.
Sotto le ruote sento il ruvido e il secco della strada. Parto e via senza voltarmi!

Seguirò l’istinto del lupo, oltre la collina e il suo bosco. Poi altre colline e boschi fino alle montagne del nord. Attraverserò ponti e confini, la strada non finirà mai.
Il cielo sarà mio fratello e veglierà su di me.

Starò da solo, io e i miei segreti. Libero di perdermi e di scomparire.
Scamperò alle trappole del cuore. Nessun controllo, nessun programma, nessun orario, nessun appuntamento e nessun dolore.
Soltanto aria per respirare, acqua da bere e terra per riposare.

Ecco il mio viaggio: andare avanti, lontano e altrove.
Andare via e non tornare più.

Drops of Jupiter (Train, 2001)


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PRESTO DI MATTINA
L’uomo non è solo

L’uomo non è solo.

Per la vite si avvicina il tempo della potatura: «Le lacrime sono mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre: “Dov’è il tuo Dio?”» (Sal 42/41).

Ricordo ancora mio padre intento alle viti nell’orto di casa che, quando ero di passaggio per un saluto, mi chiamava e diceva: «vieni, vieni, guarda: la vite piange». Quasi ci si specchiava in quella trasparenza delle gocce turgide e riflettenti, poco prima che cadessero nella terra, irrigandola.

Entrambi sapevamo di stare alla presenza della vita nel suo traboccamento, nella consapevolezza del suo mistero eccedente, aperto, che chiama fuori a guardare oltre.

Quelle volte ci salutavamo con un gesto silenzioso, liturgico: con il dito indice della mano destra si toccava la ferita del tralcio raccogliendo le sue lacrime trasparenti, quindi ci si faceva il segno della croce, e poi ci si bagnava gli occhi finché, ricolmi di speranza, ci salutavamo con lo sguardo.

Le lacrime, siano esse di gioia o di dolore, ci danno la consapevolezza che non siamo soli. Esse aprono al mistero dell’alterità nascosta di cui sono sacramento; dicono in silenzio di qualcun altro che ci cerca, anche quando siamo perduti e non cerchiamo più. (Sal 56, 9)

Ora so che vi era in quel gesto del toccare la vite in pianto, legata e tronca, un’affezione, un voler bene, una chiamata alla libertà a far prossimità con la gente, nella consapevolezza di colui che in segreto raccoglie le nostre lacrime nell’otre, contando i passi del nostro vagare.

«Non basta vedere, è necessario toccare il dolore delle persone − ci ha ricordato papa Francesco − quando dai l’elemosina, tocchi la mano della persona a cui la dai? Lo guardi negli occhi? Ci manca il toccare le miserie, e il toccare le miserie ci porta all’eroicità. Medici e infermieri, in questi anni di pandemia, hanno toccato il male, e hanno scelto di stare lì con gli ammalati… il tatto è il senso più completo, che ci mette la realtà nel cuore»

Il rabbino e filosofo Abraham Joshua Heschel [Qui] diceva: «Noi non viviamo soltanto nel tempo e nello spazio ma anche nella consapevolezza di Dio». I libri di questo autore furono per me una fondamentale guida quando arrivai a santa Francesca Romana, al pari della Storia di un’anima di Santa Teresa di Gesù bambino [Qui] durante gli anni del seminario.

Già i titoli dei libri di Abraham Heschel − L’uomo non è solo, Dio alla ricerca dell’uomo − alludevano a questa consapevolezza: che è una parola chiave, decisiva per lui, tanto ricorrere in quasi tutte le sue pagine. In essa si esplicita la grammatica dell’incontro con Dio, del suo e nostro cercarci l’un l’altro.

Heschel rilancia l’insegnamento del grande rabbi Baal Sem Tov [Qui], il Maestro del Nome, il quale ricordava che la “Sua” lontananza è un’illusione, che può venir dispersa da quella consapevolezza che viene agli occhi della fede, quando sono lavati e resi trasparenti e lucenti dalle lacrime:

«Come Dio conosce e scopre l’uomo quando cerca di nascondersi, così anche Dio viene scoperto quando si nasconde. Nel momento in cui ci accorgiamo che Egli si nasconde, noi Lo scopriamo. La vita è il luogo dove Dio si cela. E noi non siamo mai distaccati da Lui, che ha bisogno di noi».

Così le lacrime testimoniano che non siamo mai sopraffatti dalla solitudine fino in fondo, dispersi, versati come acqua che subito evapora nel deserto dell’eccesso del male. Le lacrime sgorgano come da una sorgente nascosta di una prossimità che non viene meno, né inaridisce.

Non è un caso, allora, che tra le pagine del libro di Heschel si trovi un racconto che narra anche delle nascoste lacrime di Dio. Egli non lo dà a verde quando piange, perché le mescola con le nostre che diventano anche sue:

«Il nipotino di rabbi Baruch giocava a nascondino con un altro bambino; dopo essersi nascosto stette nel suo nascondiglio per parecchio tempo, credendo che il suo amico lo cercasse. Infine uscì e si rese conto che l’amico se n’era andato, senza neppure cercarlo e che il suo nascondersi non era servito a nulla. Corse allora in lacrime nello studio di suo nonno, lamentandosi dell’amico. Dopo aver ascoltato il racconto, Rabbi Baruch scoppiò in lacrime e disse: Anche Dio dice: “Mi nascondo ma nessuno mi cerca”».

Nell’introduzione del libro L’uomo non è solo (Milano1970) Cristina Campo [Qui] così descrive l’autore: «Heschel colpisce al primo sguardo per quello che i giapponesi definirebbero un classico portamento hara».

Nello Zen è detto di colui che trova il centro di se stesso fuori di sé, trova forza oltre il proprio ego, non necessita di forza fisica, perché vi è nel suo centro eccentrico un’altra forza misteriosa che agisce in lui e per lui senza sforzo che lo rende nella lotta invincibile.

Sembra che qualcuno combatta per lui; simile è pure l’esperienza mistica, quasi estatica, del salmista nel salmo 35/34: «Signore, combatti chi mi combatte. Afferra scudo e corazza e sorgi in mio aiuto. Impugna lancia e scure contro chi mi insegue; dimmi: “Sono io la tua salvezza”».

E continua Cristina Campo: «Centrato sulla verticale psichica che regge tutta la persona, eretto e abbandonato insieme, riposante perfettamente in se stesso. La stessa virtù desueta emana dai suoi libri… Quasi atterrisce l’apparizione dell‘uomo la cui mente – ma assai di più, la cui vita intera – ruota, in ardente ‘quietudine’, intorno a un centro. E questo centro, come la pertica che gli indiani Achiepa portano sempre con loro e piantano nel mezzo di ogni luogo dove vadano, non è di questa terra eppure tutta la attraversa e la ordina, è in ogni punto del tempo e dello spazio e insieme è totalmente altrove», (ivi, 5).

Per Hescel la consapevolezza di Dio implica una libertà capace di affidarsi, che si alimenta «alla forza di attendere, all’accettazione del fatto che egli è nascosto, la sfida della storia». Se di Noé è detto che camminò con Dio (Gen 6,9) e Mosè mette come condizione a Dio per partire, che cammini con il suo popolo, perché ci sia consapevolezza della sua presenza continua tra loro: «Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi?» (Es 33, 14), ad Abramo, padre della fede, Dio invece dice “cammina davanti a me” (Gen 17,1).

Narra il Midrash [Qui]: «Si potrebbe paragonare Mosè all’amico di un re che si aggirava per vicoli oscuri, e quando il re guardò fuori e lo vide, gli disse: “Invece di aggirarti per vicoli oscuri, vieni e cammina con me”. Ma il caso di Abramo è paragonabile a quello di un re che stava penetrando in vicoli oscuri, e quando l’amico lo vide gli accese una luce attraverso la finestra. E questi gli disse: “Invece di illuminarmi attraverso la finestra, vieni e mostra una luce dinanzi a me”! Il mondo era coperto di oscurità, ma Abramo diede la luce che illuminò la presenza di Dio. Così le parole: “Io sono un forestiero sulla terra” (Sal 119,19) sono state attribuite a Dio. Dio è un forestiero nel mondo. La Shechinà, la presenza di Dio, è in esilio», (Dio alla ricerca dell’uomo, Borla, Torino 1969, 176-177).

Le lacrime, eccedenza e traboccamento di quel centro più interiore e intimo a noi di quanto noi lo siamo a noi stessi, portano alla nostra attenzione ciò che sta oltre la nostra comprensione.

Esse sono rivelative così di una consapevolezza “implicita”, data prima, antelucana, prima della luce del mattino che non è afferrabile con un sentire deduttivo, ragionato, ma contemplativo, mistico, che va atteso nel silenzio. Esse destano così la coscienza al senso dell’ineffabile quando sono lacrime di gioia o dello sgomento quelle scaturite dalla ferita della privazione e dell’abbandono.

Nelle poesie di Rainer Maria Rilke [Qui] traspare una consapevolezza esitante, che nel momento in cui affiora alla coscienza subito si ritrae evaporando. Ma l’invisibile volto pur disfatto nella notte, tuttavia non impedisce il respiro nel buio della terra, né l’alzarsi dello sguardo, così la sua incombente profondità crea uno slargo allo sguardo del volto su cui impalpabile si posa:

«Prodighi d’astri, cieli traboccanti/ splendono sull’affanno. Tu non piangere/ tra i cuscini, ma verso l’alto…/ Respira il buio della terra,/ respira e ancora alza lo sguardo! Ancora/ leggera e senza volto la profondità posa/ su te dall’alto. Il volto che la notte/ contiene in sé disciolto, al tuo dà spazio», (da Poesie sparse).

«Che avviene delle lacrime?» si domanda Rilke in un’altra elegia. A me viene da interpretare così: le lacrime dischiudono nell’abisso la consapevolezza che l’ineludibile non è l’ultima parola; il vuoto lasciato nell’orcio dalle lacrime versate si rivela essere uno spazio, ancora un vuoto capace di attendere l’ospite segreto a riaprire i giochi che si credevano definitivamente chiusi:

«Altri raccolgono il vino, altri raccolgono gli olii/ nella concava volta delle pareti loro./ Io, come più tenue misura e la più agile, a un altro uso mi scavo,/ in grazia d’impetuose lacrime./ Il vino s’arricchisce e nell’orcio si schiara più l’olio/ Grave mi fecero un tempo,/ e più m’hanno fatto cieco e cangiante sul fianco,/ m’hanno incrinato alla fine e m’hanno vuotato» (Orcio delle lacrime in Ultime poesie, Fussi, Firenze 1946, 37).

E un poco prima nello stesso testo: «Ch’io fossi allora – o sia: ma tu cammini/ oltre su me, buio di luce immenso./ E il sublime, che nello spazio appresti,/ accolgo, Ignoto, dentro gli occhi desti./ Notte oh! sapessi tu come io ti guardo,/ come l’essere mio si ritrae/ nella rincorsa, per osare il balzo/ fin presso a te; so come il doppio ciglio/ valica tali vortici di sguardo?» (ivi, 36).

Oso pensare che le lacrime si sprigionino dalla potenza spirituale nascosta nella nostra umanità; la potenza spirituale nel cuore stesso della materia − direbbe Teilhard − che tutto invisibilmente tiene noi nell’universo e noi in Dio.

Era un’estate in montagna di tanti anni fa. Attraversavo in solitudine i boschi del Passo della Mendola, quando lo sguardo fu attratto da un altro sguardo − doppio ciglio? − quello degli alberi su di me e in quel “vortice di sguardo” sui loro tronchi mi accorsi delle lacrime della montagna.

Le Lacrime della montagna

Gocciolanti trasudano resina
gli alberi feriti della montagna.
Lacrime che non evaporano
che non si lasciano asciugare
perché del dolore
la memoria resti.

Se t’avvicini,
le ultime versate
brillano “controsole”,
le altre come cera rappresa,
colate gialle e bianche,
trasformano in ceri
gli abeti supplici
sul candelabro della montagna.

Se le tocchi,
curioso o spensierato,
ti prendono e
come insetto ti appiccichi
a untuosa ragnatela.
Ritraendoti porti via
il contagio della morte.

Se le guardi con pietà
o le sfiori con carezze
sulla corteccia ruvida,
le mani toccheranno
grani d’incenso
come preghiere profumate.

Così la coscienza, risvegliata
a Colui che raccoglie nell’otre
le lacrime dell’Universo in attesa,
si lascerà penetrare
come da profumata mirra,
unzione profetica e primizia
di futura risurrezione.

Lacrime dell’universo,
gocce d’ambra preziosa
racchiudono incorrotta
la diafania della materia.
La sua potenza spirituale
infrangerà, o morte,
il tuo trasparente sepolcro,
trasfigurandosi
nello sguardo di Colui
il cui Volto è lavato, scavato, e reso visibile
da tutte le lacrime dell’Universo
divenute, le sue proprie lacrime.

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L’uomo del fiume
…un racconto

L’uomo del fiume
Un racconto di Carlo Tassi
dedicato a Nick Drake

L’uomo del fiume guarda oltre la riva.
Nuvole sparse all’orizzonte.
Tre gabbiani intrecciano ricami nel basso cielo.
L’acqua scorre come il tempo,
dalle montagne al mare,
ininterrottamente, eternamente.
La vita insegue, come sempre,
da un passato di ricordi
a un futuro di speranze e delusioni.
In mezzo solo dolore e gioia:
la vita non s’accorge di vivere.

L’uomo del fiume arriva al mattino presto,
si siede sulla riva e s’accende una sigaretta.
Fuma lento, guarda la corrente e aspetta.
L’aria è leggera, come i pensieri, come il vento.
L’uomo del fiume è alla sua quinta sigaretta,
unghie e barba ingiallite.

È mezzogiorno.
Un magro bottino di pesce per la sera,
quattro bocconi di pane e formaggio,
e un bicchier di vino.
Poi di nuovo sulla riva
a guardare il tempo scorrergli davanti,
spumeggiante, indomabile, indifferente.

Il giorno è passato,
come altri mille e mille ancor prima.
Altri giorni passeranno
nell’attesa che qualcosa succeda.
Perché qualcosa dovrà succedere
prima o poi.

Ma l’unica certezza è nell’acqua
che scorre e non si ferma.
L’uomo del fiume allunga una mano,
la immerge nella corrente,
sente il tempo scorrergli tra le dita,
cerca d’afferrarlo ma gli sfugge.

L’uomo del fiume guarda oltre la riva.
Non può fermare il tempo.
Tra le ombre della sera osserva la corrente
che muove il mondo e decide.

Il fiume gli ha dato tanto
e gli ha tolto tutto:
una vita di attese,
le ceneri della moglie,
un figlio troppo acerbo,
adorato e scomparso
dentro un vortice al largo.

È mezzanotte.
Un passo oltre il pontile,
un tuffo nel buio,
un abbraccio gelido e avvolgente…

L’uomo del fiume ha catturato il tempo.

Nick Drake muore suicida nel 1974, all’età di ventisei anni…
River Man (Nick Drake, 1969)

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Domenica mattina
…un racconto

Domenica mattina
Un racconto di Carlo Tassi

Mentre guidavo mille pensieri mi frullavano in testa, ma soprattutto una domanda: dove diavolo era la gente? Possibile che quella domenica fossimo usciti di casa solo io e il mio cane?
Guidavo verso il centro della città e non incrociavo nessuno. Stavo attraversando strade e piazze perfettamente deserte. Come il parco e il viale in cui ero appena stato.
Mi tornavano alla memoria i tanti film che avevo visto, quelli post-atomici o post-apocalittici. C’era sempre un post-qualcosa con cui fare i conti. Ma nonostante le tante storie più o meno fantasiose che avevo letto sull’argomento, non avevo idea di cosa potesse essere successo quel giorno… o forse non riuscivo ad accettarlo.
Il mio raziocinio e il mio innato attaccamento alla logica, alla normalità, si rifiutavano di prendere in considerazione ipotesi estreme, come quella di una catastrofe globale dalla quale ero inconsapevolmente sopravvissuto. Io e il mio cane per l’esattezza. “Questa è fantascienza, pura invenzione” mi ripetevo. “La realtà è ben diversa, assai più banale” pensavo.
Eppure un pensiero bizzarro stava emergendo. Si faceva largo scansando le varie ipotesi che avevo considerato e scartato ogni volta che giravo l’angolo e puntualmente non vedevo anima viva.
Sbirciai nello specchietto retrovisore, Kobi stava sonnecchiando sdraiato sul sedile posteriore, mentre la pioggia cadeva fitta pur senza la violenza di un temporale. Ogni manciata di secondi i lampi rompevano coi loro flash la penombra causata dalle nuvole, ed il costante, puntuale crepitio del tuono mi allontanava dall’idea di vivere un sogno ad occhi aperti.
Stavo attraversando l’ennesimo incrocio deserto, quando inchiodai di colpo la Jeep. Kobi, sbalzato in avanti, si rizzò subito in allerta.
Dalla parte opposta dell’incrocio stava un bambino.
Era in piedi, immobile, incurante della pioggia, e pareva che aspettasse qualcuno. Scesi dalla Jeep e gli corsi incontro. Il bambino fece per andarsene.
«Aspetta!» esclamai, «Bimbo sei da solo?».
Il bambino si fermò ma non rispose, guardava altrove, pareva non mi vedesse nemmeno.
Aveva sette o otto anni circa e portava un abitino nero come fosse appena uscito da una cerimonia; era fradicio ma non sembrava patire il freddo, sembrava essere indifferente ad ogni cosa, me compreso.
«Senti bimbo, se rimani qui sotto quest’acquazzone rischi d’ammalarti… Stai aspettando qualcuno? I tuoi genitori?»
Niente, non rispondeva. Sembrava proprio che per lui fossi invisibile.
«Vieni con me, ti porto sotto quella tettoia. Almeno là sotto starai all’asciutto!» insistetti. Feci per afferrargli la manina ma lui la ritrasse. Poi, finalmente, si mise a fissarmi. «Tu non dovresti essere qui, questo non è il tuo posto…» disse.
La sua era una voce di bambino, sottile e infantile. Ma quel tono…
Il suo tono di voce era tipico di un adulto, austero, distaccato e non lasciava intuire alcuna emozione o incertezza. Poi continuò: «Se sei furbo puoi ancora andartene. Devi andare via da qui, via!»

A volte non serve perdersi nel labirinto della ragione a tutti i costi per cercare un perché. Contrariamente a ciò che si crede, più una situazione sembra paradossale più esige una scelta immediata. Il tempo speso nel dubbio e nell’incertezza può fare la differenza tra la condanna e la salvezza. E quella situazione mi apparve talmente strana da farmi accettare qualsiasi cosa. Dunque decisi di stare al gioco e andai via, esattamente come aveva ordinato il bambino.
Me ne andai altrove, col mio cane, a bordo della Jeep…
Viaggiai senza fermarmi per centinaia d’anni nel passato.
Alla fine tornai a casa e andai a dormire. Di nuovo nel mio letto, come sempre.

Mi svegliai in tarda mattinata. Era un’altra domenica di pioggia, sentivo il rumore dell’acqua che scorreva nelle gronde. Scesi dal letto, accarezzai il mio cane e andai a sbirciare alla finestra. Fuori le strade erano deserte, non si vedeva anima viva…

The International (Matthew Bellamy, 2009)

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VITE DI CARTA /
Uomini da bar al “Bar dei Giostrai” di Cristiano Mazzoni

 

Nello spazio senza confini della letteratura il mio ultimo viaggio di lettrice si è fermato a Ferrara.

Provenivo da Lucca e da una storia inquietante accaduta a Davide, uno stimato neurologo dalla vita regolata e sicura: professione, famiglia, amici. All’inizio, perché si sa che ogni storia presenta una svolta prima o poi e nella sua (nel romanzo Nova di cui è autore Fabio Bacà [Qui]) il nostro neurologo incontra sconvolgimenti non da poco che lo cambiano in profondità.

A Ferrara mi aspettava Folco. Mi aspettava in una delle borgate che incontro per prime, entrando in città da sud, dalla Via Bologna. Era ad attendermi davanti alla vetrina di un bar che non c’è più, come qualche altro che è scomparso al mio paese. Restano luoghi storici e i clienti che li hanno frequentati con assiduità, quelli abituali, la cui bicicletta sapeva andare da sola fino a lì, spesso li ho sentiti chiamare uomini da bar.

Nel bel romanzo del ferrarese Cristiano Mazzoni, in cui Folco è il protagonista assoluto, si muove un gruppo di personaggi scaturiti dalla vita di borgata della Ferrara degli anni Ottanta: tipi umani la cui identità si è fatta in gran parte frequentando Il bar dei giostrai.

“Era quella l’università dove la loro generazione di figli del quartiere era cresciuta e aveva studiato, aveva fatto filotto con una boccia da biliardo, aveva bevuto uno spritz o una spuma, aveva smazzato una partita a trionfo o a bestia, aveva giocato a flipper, aveva guardato Novantesimo minuto e aveva letto il giornale a scrocco. E molto altro.”

Folco è un cliente fisso, fino dagli anni della adolescenza e la sua identità è tutta lì, nei pezzi di vita vissuti tra i tavolini presso il bancone o nel fumo della sala biliardo, più la passione per il partito comunista e per la Spal, la pesca, la scuola prima e il lavoro (precario) poi. La vita in famiglia nelle case popolari e anche un matrimonio finito col divorzio e la solitudine del dopo.

Mi sembra di vederlo, di conoscerlo. Ho circa quindici anni più di lui e ho incontrato un’altra Ferrara negli anni Settanta, andando ogni giorno al liceo, nella zona centrale e con compagni di classe della buona borghesia.

Ma al mio paese ho conosciuto gli ambienti dei bar, dove stazionavano i meno giovani conoscenti dei miei e molti ragazzi della mia età. E poi il narratore, pur usando la terza persona, assume con tanta immediatezza il punto di vista del suo personaggio che Folco diventa vivo.

Nella costruzione letteraria che l’autore ha scelto per presentarlo, noi lo incontriamo in una notte particolare. È la seconda domenica del campionato di calcio e la Spal ha battuto la sua rivale storica, il Vicenza. Folco esce dallo stadio compiaciuto e soddisfatto.

È con lui il cugino e amico storico Albi, che nel seguito della giornata e fino a notte fonda lo ascolta. Sì, perché Folco ha davanti ancora poche ore e poi nella mattina del lunedì andrà a un appuntamento per lui fatale.

Albi ascolta da lui il resoconto di quasi trent’anni di vita, ora Folco si avvicina ai cinquanta, e tutti i trent’anni vengono riassaporati in lunghi flash back, che permettono anche a noi lettori di comporre il mosaico del suo vissuto. Con l’ambiente del bar e di Ferrara all’intorno: la Ferrara dei tifosi spallini, degli attivisti del partito comunista, dei riti nella vita delle periferie.

Mentre la storia di Davide, il neurochirurgo cui accennavo prima, si svolge in senso cronologico e noi lettori lo vediamo cambiare giorno dopo giorno, Il bar dei giostrai incomincia nel presente della vita di Folco.

La finzione letteraria utilizza la memoria del personaggio per ricostruirne il vissuto; in questo modo procedono in parallelo la consapevolezza del personaggio su di sé e la nostra su di lui, sul suo passato.

Quando Folco ha finito di raccontarsi all’amico, siamo perfettamente allineati con lui e il lunedì mattina siamo pronti a condividere la tensione emotiva che ha dentro, mentre aspetta di rivedere dopo tanto tempo la donna del destino.

Il finale ha tratti fiabeschi e anche se non dovrebbe sorprendermi ormai nulla di ciò che i destini umani possono riservare, tuttavia nelle pagine conclusive ho sentito echi da La bella addormentata nel bosco e dal Principe ranocchio.

Ho rivisto in scena anche la bella Micol letteraria da Il giardino dei Finzi Contini [Qui], là irraggiungibile per chi la ama, mentre qui …

Le ultime pagine fanno lievitare un po’ magicamente il destino del protagonista: passato un numero predestinato di anni, cadono i roveti che impedivano l’accesso al castello della principessa e l’incontro con lei ed il bacio possono divenire realtà.

Ma desidero tornare al corpo di questo romanzo, alla parte precedente che è tutta realismo. Addirittura con tratti veristici e con il peso del milieu che forgia gli abitanti del quartiere, li mette di fronte alla “difficoltà di crescere sani in un ambiente spesso difficile, ma che, se sfruttato nella maniera giusta, fungeva da vaccino per tutta la vita.

Certo, non era scontato imboccare la giusta strada. Molti preferivano le scorciatoie che li portavano a cogliere i fiori del male, ben presenti agli angoli dei marciapiedi del quartiere. Ma questa era la legge della borgata: irrobustirsi e sgomitare fino a uscirne o rimanere deboli fino a restarne schiacciati”.

Il bar dei giostrai è anche una storia di tossici, che si bucano negli angoli bui e spesso muoiono in solitudine.
Qui al mio paese ne ho conosciuti. So i nomi di quelli, i più perduti, che hanno perduto la vita.

Ho conosciuto anche un altro Folco, in carne e ossa. Ero a Piacenza alcuni anni fa per l’Esame di Stato, presiedevo l’unica commissione di un Istituto Professionale in cui le due classi quinte da esaminare contavano qualcosa come dodici studenti ognuna.

Il commissario di Fisica era un ingegnere dal volto scavato e con gli occhi accesi: alto, magro, pronto a scattare per fornire di un bicchiere d’acqua il candidato sotto interrogazione, rigoroso nel fare le domande, ma pronto ad accompagnare le risposte con qualche aiutino. Un appassionato di musica rock, frontman in un gruppo che faceva serate in provincia.

Perché mi ha ricordato Folco? Aveva la stessa età quando l’ho conosciuto, e la stessa solitudine: viveva solo in una grande casa ai margini di un piccolo paese a pochi chilometri da Piacenza.

Era tornato due anni prima da New York, dove nella mattina dell’11 settembre 2001 aveva assistito alla distruzione delle torri gemelle ai piani dove si trovava il suo ufficio. Quel giorno, mentre camminava verso le torri, aveva visto crollare la sua attività professionale; al suo rientro in Italia lo aspettava una malattia grave.

Era venuto a fare gli esami quando era da poco guarito e credo fosse questa rinascita a lasciargli il segno, come di una febbre negli occhi.

Come viveva in paese? Veniva in città ogni mattina per insegnare in un Istituto Tecnico, ma il pomeriggio era dedicato al bar della piazza. Se ne stava a giocare a carte con i compaesani, e intanto dava un’occhiata ai ragazzi, mentre giocavano a flipper o chiacchieravano tra loro.

Spesso, se li vedeva starsene in ozio troppo tempo o li vedeva passare in lunghi giri davanti al locale, si alzava e li convinceva a tornarsene a casa a cercare di studiare un po’. A volte li accompagnava anche, e sempre con modi complici da fratello maggiore. O da “vecchio profe”, quando risultava più opportuno.

Si torna alle proprie radici, insomma, anche rientrando da posti lontanissimi. Oppure come accade a Folco si rimane figli di quelle radici, senza mai salire su un aereo per andare all’altro capo del mondo. Uomini da bar forever.

Poi, che sia una persona in carne e ossa, o un personaggio di carta, a restituirci un tipo umano come questo, che ha avuto e ancora ha piena cittadinanza nei nostri paesi e nelle nostre città, non mi pare discriminante. La vita parallela in cui si muove la letteratura ha a che fare con la vita. Altroché.

Nota bibliografica:

  • Cristiano Mazzoni, Il bar dei giostrai, Autodafé Edizioni, 2017

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica di Mercoledì, clicca [Qui]

Natale altrove
…un racconto

Natale altrove
Un racconto di Carlo Tassi

Albero di Natale, pacchetti sparsi sul pavimento, caramelle confezionate, scartate e buttate…
Sala d’aspetto d’ospedale: luci al neon, sedie e tavoli vuoti, pulsanti alle pareti.
Vado a prendere un te caldo al distributore, cammino lungo il corridoio. Pareti e soffitto arancio per rallegrare, luci soffuse per non disturbare. Sulla sinistra un corrimano grigio, sulla destra una porta dietro l’altra e all’interno di ognuna involucri umani giacciono in penombra, immobili, intrappolati nei loro sudari computerizzati.
È tardi, l’orario di visita è finito, un infermiere con una busta di soluzione fisiologica in mano mi passa accanto sfiorandomi, forse sono invisibile, certo vorrei esserlo. Mi pesa quest’aria viziata di disinfettante, escrementi e candeggina.
La vita si scontra con la morte, di nascosto. Avverto uno strano pudore, mentre orgoglio e dignità sono definitivamente sconfitti da bisogni e necessità. Gli umori fuoriescono, lacerazioni e piaghe purulente infiammano corpi già martoriati, umiliati.

Continuo a camminare senza fare rumore, gli occhi indugiano irrispettosi e dispiaciuti nell’intimità altrui. Un fracasso di urla sommesse mi raschia i timpani: rantoli, ansimi, lamenti bisbigliati m’inseguono anonimi lasciando solchi.
Corpi collegati a cavi e sensori, attaccati a tubi e sacche, perforati da aghi e sonde…
Intravedo cicatrici, come cerniere richiuse sulla pelle, e nervi spezzati, come le speranze.
Si vive la giornata, il dolore è come il pane quotidiano: si mangia per sopravvivere.
È rimasta poca carne in quei corpi pallidi, avvolti nei pigiami comprati in offerta, all’occorrenza.
Impulsi vitali monitorati ogni secondo. Anime e circuiti elettronici coabitano in simbiosi. L’esistenza è sospesa in un sonno indotto. Il pensiero è rarefatto. Forse è un sogno profondo, lontano, perso in altri luoghi e tempi.

Altrove sembra tutto normale: fuori le luci brillano a festa, la gente si prepara per uscire. Pizza o ristorante? Cinema o pub? Poi la messa di mezzanotte, per scambiarsi un segno di pace e rimirare il presepe coi suoi effetti scenici. Ormai satolli di cibi e vino ma non paghi di baldoria.
È Natale dopotutto.

Il Natale è altrove, penso. Eppure l’albero e gli addobbi sono qui davanti a me, in questa saletta dove quei corpi troppo fragili non possono arrivare.
No, forse mi sbaglio, il Natale è qui!

Fragile (Sting, 1987)

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Adelaide e la rabbia degli angeli – un racconto

Quello di settembre era il primo sabato che Adelaide avrebbe trascorso lontano dalla propria casa. La porta chiusa, serrata. Sono passata più volte, nessun movimento.
Esattamente quindici giorni prima, quell’anziana signora, mi aveva fermata davanti al proprio cancello mentre passeggiando mi godevo le ultime ore di sole estivo.
Mi mettono via” mi disse quella frase annuendo più volte il capo.

La guardai incredula. E’ così energica Adelaide, non si riposa un attimo: sposta le piante, stende i panni, coltiva il suo orto, gioca con il suo cane.
In una delle tante occasioni nelle quali mi ero fermata a parlare con lei, mi aveva confessato che spesso la notte faticava a dormire
– “Se sono stanca, perché magari mi muovo tutto il giorno, dormo. Non voglio prendere farmaci. A volte guardo la televisione, mi bevo un po’ di latte e anche se mi riaddormento verso mattina nessun problema, a pos star a let – mi diceva sorridendo mostrandomi le gengive e dando libero sfogo all’inflessione dialettale.

Mi mettono via e non me l’aspettavo”. Mi ripete. “Ora tocca a me. Spero di morire presto. Vado in una casa famiglia vicino ad una mia cugina che mi può venire a trovare. Poi se sarà così non lo so.

Non lo merito… ho lavorato tanto, mi sono fatta questa casa da sola. Mio marito è morto quando la casa era in costruzione, tre figli da tirar su, erano piccoli. Cosi non me l’aspettavo”. Allarga le braccia in segno di resa. A cosa si arrende? Alla decisione dei figli, alla vecchiaia, alla difficoltà di vivere in una società all’apparenza semplificata, ma in realtà sempre più complicata? Non lo so e non lo sa nemmeno lei.

Mi commuovo, sento il suo dolore. Le dico che sicuramente la porteranno ogni tanto a rivedere la sua casa. Mi dice che è meglio che non la riveda più. Se così deve andare, cosi vada.

La sera mentre preparo la cena cerco di pensare che in fondo Adelaide potrebbe anche star bene nella “Casa Famiglia”. Sono poi cose materiali che lascerà e se fosse morta le avrebbe lasciate comunque.

Ma è viva e vivi sono i ricordi e i desideri che accompagneranno le sue giornate.

Mi viene da pensare a quando a volte in casa mi guardo le foto di quando ero giovane, delle gite, delle vacanze e trovo bella la mia vita, la mia gioventù.

Penso a quando sono sola e decido di non cucinare, di mangiarmi un panino in santa pace, guardando la TV o leggendo un libro ascoltando il rumore del silenzio; o a quando canto sotto la doccia senza che nessuno si chieda se sono impazzita. A volte chiamo un’amica anche se sono le dieci di sera. Non disturbo nessuno.

Se lo fa anche lei sono piccole libertà che le mancheranno.

Volare con la mente senza la briglia degli anni, senza doverne dar conto a nessuno.

Anche Adelaide è uno spirito libero, sempre indaffarata a gestire le sue giornate. Quando era tempo di raccogliere l’uva mi preparava i “sugali** e me ne dava una ciotola. Quest’autunno mi mancherà quel gesto di ringraziamento dettato dal fatto che a volte mi fermavo a parlare con lei.

Ci si pensa tante volte al fatto che se si ha la fortuna di non morire giovani si diventa vecchi. Si pensa di arrivare a quel giorno organizzati, preparati; invece a volte qualcuno deve decidere per noi. Come si fa…? non c’è alternativa.

All’inizio della mia carriera come infermiera ho lavorato alla “Casa di Riposo”. Non ho mai visto maltrattare nessuno, però quando era ora di mangiare si mangiava, quando era ora di dormire si dormiva, quando era ora di lavarsi ci si lavava, quando era l’ora del silenzio si taceva.

Io ero destinata agli autosufficienti, ma anche per loro c’erano rituali dettati dall’organizzazione. I familiari che venivano a trovare il proprio congiunto si contavano sulle punte di tre dita. Sembravano persone senza passato, senza storia, catapultate in un mondo senza futuro. Si sarebbero potuti alzare dal loro letto, ma nessuno lo faceva, a meno che non dovesse andare al bagno.

Alzarsi e camminare, camminare per andare dove?

Oggi è tutto cambiato. Ne sono sicura.

Tre giorni prima della partenza Adelaide impreca, rompe anche dei piatti. Impreca contro il passato, contro gli anni augurandosi che ne rimangano pochi, impreca contro tutto quello che non immaginava andasse così.

La sera, leggendo, anche l’ultimo libro che ho comprato mi parla della vecchiaia. Sembra una congiura verso i miei pensieri.

“Gli ultimi sei anni di vita sono i più costosi, dolorosi e solitari, sono anni di dipendenza e, con una terribile frequenza, sono anni di povertà. Solitamente l’ultima fase è tragica, perché la società non è preparata a gestire la longevità”, scrive Isabel Allende  (Donne dell’anima mia, Feltrinelli). Circa quarant’anni fa lessi un libro di Sindney Sheldon dal titolo La rabbia degli angeli. No, non ricordo più la trama, ma mentre passo davanti a casa di Adelaide e la sento imprecare, mi viene da associare quel titolo al suo nome.

 

La drammatica attualità della paura

 

Fiorenzo Baratelli e Maura Franchi

 In questi mesi ognuno di noi ha messo in atto un grande sforzo per dare continuità alla vita di sempre, mentre il virus immerge tutti noi in un perenne stato di precarietà e paura. Paura di qualunque forma di contaminazione che sperimentiamo in ogni momento della vita. Paura del vicino in treno, benché munito di mascherina e collocato a debita distanza. Paura dell’estraneo, ma anche del noto. Ogni comportamento si accompagna ad un inconsapevole sentimento di pericolo. Il nemico potenziale è nell’amico che non vediamo da tempo e può essere persino identificato nel medico, quando scrutiamo l’attenzione con cui si sta sanificando le mani, prima di porle sul nostro corpo.

Nessuno è immune dalla paura, così la nostra vita ‘sanificata’, rischia ormai l’implosione. È una paura particolare quella generata dalla pandemia. Qualcosa di simile avevamo sperimentato con il terribile episodio delle torri gemelle quando, per ragioni sconosciute, da parte di sconosciuti, si era sgretolato il simbolo del nostro mondo sviluppato e solido.

La ripresa è stata lunga. Intanto l’episodio aveva dato vita ad una ricca serie di dispositivi di sicurezza che avevano, in una stagione, riempito le nostre case e i nostri giardini: monitor delle effrazioni, dispositivi per fronteggiare un estraneo malvagio e non prevedibile. I dispositivi ci seguivano al mare con i trilli involontari dei gatti, che segnalavano la falsa minaccia di estranei sul terrazzo. Abbiamo capito brevemente che tornare dalla Corsica era più costoso dei danni provocati dai ladri estivi.

La nostra paura è finita nel fascino di una eterna protezione, mediata da un’ampia proposta di dispositivi, pubblicizzati addirittura all’uscita del supermercato. Sembra che siano trascorsi secoli da quando una gran parte di noi trovava ragionevole interrompere le vacanze al mare per un innocuo gatto sul tetto.

La pandemia è oggi una paura più vera e più forte, testimoniata dalle migliaia di morti poste alla nostra attenzione, ogni giorno in ogni canale televisivo. La paura in questa esperienza del virus è incomparabilmente più grave, innanzitutto per gli esiti proposti. Si tratta di una paura in cui non esiste un colpevole che possa essere individuato, ma ogni esperienza che ci metta a contatto dei nostri simili rappresenta un rischio. Da qui scaturisce la qualità particolare della paura che stiamo vivendo. Da questa radicale paura del contagio scaturisce un’universale condizione di solitudine.

La distanza tra gli individui non è solo proposta da una necessità sanitaria, ma è anche l’esito di una particolare e nuova paura da contatto: tema di cui sappiamo in realtà molto poco. È difficile convivere con la contraddizione tra la domanda di un colpevole e l’impossibilità di individuarlo.

Molte opere di letteratura ci hanno indicato vicende reali simili a quelle sperimentate in questi mesi. Il primo effetto emotivo è la crescita di una domanda di capro espiatorio che ad esempio nell’episodio della peste, Manzoni individua nella figura dell’untore. Una traccia di un approccio simile lo ritroviamo nella presenza in rete di una ricca produzione di tesi complottiste. Il complottismo diventa una rassicurazione perché scarica su un colpevole vagamente identificato una rabbia impotente.

Alcuni esiti prevedibili della paura generata dall’esperienza collettiva in corso, sembrano confermare i due caratteri che il sociologo Rainer Koselleck considerava distintivi della modernità.

Il primo carattere è il fatto che durante il dispiegamento della modernità, si riduce la base dell’esperienza degli individui, cioè le tradizioni forniscono sempre meno senso e significato al presente. Si passa dall’illusione che la storia sia maestra di vita, alla constatazione che ogni evento non appartiene ad una sequenza lineare. È la fine di un certo storicismo deterministico che funziona come una garanzia di rapporto lineare tra passato-presente-futuro. È come se si fosse prosciugato un filone aureo che forniva significati e senso alle esistenze ed era in grado di orientarle verso un futuro percepito come migliore.

Il secondo carattere distintivo della modernità individuato da Koselleck, è l’abbassamento dell’orizzonte delle aspettative e delle attese. In parole semplici ciò significa sempre meno fiducia in un futuro migliore. Viviamo appiattiti nel momento puntuale del presente senza un sostegno che ci viene dal passato, né una speranza rivolta al futuro. È da meditare seriamente cosa può causare il diffondersi di ‘un comune sentire all’insegna della paura, sia in termini di perdita di energia creativa nell’immaginare una società migliore, sia in relazione ad un possibile uso che ne può fare il potere. La paura ha molte applicazioni, ma è certo uno dei piani utilizzabili per la costruzione del consenso.

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“IO CREDO NEL MISTERO DELLE PAROLE”
Un ‘Uomo di Lettere’ e il destino di essere solo

 

di Rosario Castelli

«Ce ne ricorderemo di questo pianeta»: questa frase Leonardo Sciascia l’aveva letta probabilmente da giovane in un libro de Il Borghese di Leo Longanesi. Nei folgoranti frammenti di Parliamo dell’elefante, diario dei tumultuosi anni della guerra, dal 1938 al ’46, si legge infatti: «Usciamo. Nella piazza deserta stride una civetta e i nostri passi risuonano sul selciato come quelli di un’antica ronda. La luce dell’osteria si spegne e nelle larghe pozzanghere la luna lascia riflessi d’argento. “È triste il mondo, signori miei”, disse Stefano. “Non so chi, ma qualcuno ha detto: Ci ricorderemo di questo pianeta. Sì, ce ne ricorderemo!”».

Il racalmutese, che dell’Omnibus era stato precoce e assiduo lettore, e che all’insegna di Longanesi aveva fatto nascere le sue Favole della dittatura, di quella frase si sarebbe ricordato per tutta la vita. Tanto più al tramonto e quando, al di là della sua attribuzione a una precisa fonte letteraria, gli sarebbe risuonata in testa, con il senso del rimpianto di chi affida alla memoria del proprio passaggio sulla terra la delega in bianco di un’effimera sopravvivenza: il ricordo da un lato, dunque, l’hic et nunc dall’altro a illuminare una concezione che fa del mondo una necessità e una fatalità, l’approdo di un percorso che ha salde radici nel passato e investe, nel presente, tanto l’autore che i propri contemporanei. Ovvero come l’ultima deliberata contraddizione di un uomo dalla vocazione eretica e anticonformista e che, piuttosto, avrebbe voluto che sulla propria lapide campeggiasse la frase: «contraddisse e si contraddisse».

Questa condizione lo scrittore la incarna in Voltaire, prima di volgersi all’haiku di quel Villiers de l’Isle-Adam cui un altro degli auctores sciasciani – Jorge Luis Borges – aveva dedicato un volume della Biblioteca di Babele, definendolo uno specialista in «orrori morali».
Nel 1979, in un articolo per il Corriere della Se­ra, Sciascia definiva lo scrittore argentino «il più grande teologo del nostro tempo. Un teologo ateo. Vale a dire il segno più alto della contraddizione in cui viviamo» e che suona come una sorta di auto-definizione per il tramite di uno schermo, quello del letterato sudamericano che incontrerà a Roma l’anno dopo e che è un altro polo fondamentale in cui inquadrare la vocazione del siciliano al paradoxe di diderottiana memoria, al rovesciamento cioè di ogni verità accettata in verità che appaiono inaccettabili.
Un autore che gli apparirà come un ‘classico’, il «più significativo del nostro tempo, delle nostre vertigini», tornando frequentemente a citarlo e chiosarlo, elevandolo a modello di «filologiche e filosofiche in­dagini», di «misteriose ricostruzioni di dissepolti frammenti della storia e del pensiero umano», quali erano peraltro quelle di Sciascia stesso. E tuttavia analoghe e ben più forti sollecitazioni potevano giungere da altri scrittori come Luigi Pirandello e Alberto Savinio, trovando semmai un comune denominatore nell’idea, questa sì borghesiana, della Letteratura come unica forma di conoscenza possibile della realtà, di quella realtà i cui confini con la scrittura sono labili fino al punto di confondersi.

Era questa fiducia a fargli preferire la definizione di “uomo di lettere” a quella d’intellettuale, categoria quest’ultima segnata da una sostanziale indistinzione che finisce con l’accomunare figure eterogenee, legate tra loro da un malinteso senso di compromissione con la realtà. “Intellettuale” è vocabolo che si adatta al philosophe dell’epoca dei Lumi come al poeta romantico dalle pose titaniche, all’autore compagno di strada di un partito come al militante organico a un’ideologia. Ma Sciascia non era né Voltaire né Byron né Vittorini e nemmeno uno dei tanti corifei dell’imperante intellettualità liquida profetizzata da Zygmunt Bauman.
Se a un archetipo volessimo guardare, allora, il nome che ci viene in mente è semmai quello di Émile Zola, strenuo apostolo del primato della letteratura come strumento di smascheramento dei lati occulti della retorica dominante, assertore del principio secondo cui solo le lettere «regnano eternamente […] sono l’assoluto, mentre la politica è il relativo»: lo scrittore che usa le parole per diagnosticare i mali, senza pretendere d’imporre i rimedi che competono invece a chi governa, alieno da ogni fanatismo e detentore di un capitale simbolico che è unicamente quello della parola letteraria, con il proprio bagaglio di valori universali ed eterni.
Il modello che si afferma, a partire dall’affaire Dreyfus, mira a escludere la coazione all’impegno e a restituire al letterato una funzione, la stessa che saprà incarnare Pasolini, prima di Sciascia, ma con un sovrappiù di compromissione fisica ed energica eloquenza. È il privilegio di una Verità congetturale che detiene lo scrittore che, come scrisse nel famoso Romanzo delle stragi che si legge negli Scritti corsari, «cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».

La concezione della letteratura come intatto serbatoio cui attingere per trovare un senso anche all’insensatezza della Storia, Sciascia l’aveva formulata nel racconto Il Quarantotto laddove riconosceva nella scrittura «un modo di trovare consolazione e riposo; un modo di ritrovarmi, al di fuori delle contraddizioni della vita, finalmente in un destino di verità», un’accezione che traluce anche nelle parole del protagonista dell’Antimonio quando afferma: «Io credo nel mistero delle parole, e che le parole possano diventare vita, destino; così come diventano bellezza».
La letteratura non solo conosce la verità e la rispecchia, ma la redime, pacificandola nelle sue contraddizioni sicché «l’uomo, col suo cuore vivo, per la pace del suo cuore, può legare in armonia pietra e luce, ogni cosa alzare ed ordinare al di sopra di sé stesso».

È della capacità di opporsi al conformismo, di rinunciare al balsamo delle certezze accomodanti, di smascherare le imposture del Potere, di denunciare le funamboliche piroette del trasformismo, attraverso il contravveleno dei libri e di uno scrivere non compromissorio che parlano tutte le opere di Sciascia e di cui dicono le sue prese di posizione pubblica.
È questa prerogativa che lo accomuna ad autori come Pasolini con cui sconterà, soprattutto negli ultimi anni di vita, il destino di essere ‘solo’, non assoggettato al Potere, ma in grado di attingere all’«intatta e appagata musica dell’uomo solo», come si legge in Todo modo, dell’individuo cioè capace di valutare le cose nella loro immediata e semplice evidenza, interamente scevra dal pregiudizio ideologico, come il protagonista di Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, il cui candore non ha solo una valenza etica, ma soprattutto epistemologica.
Una virtù che accomuna un’ampia genealogia di sciasciani confréres letterari: dal professor Laurana di A ciascuno il suo al don Cecè Melisenda del Quarantotto, dall’avvocato Di Blasi del Consiglio d’Egitto all’eretico Diego La Matina di Morte dell’inquisitore o al bargello Matteo Lo Vecchio della Controversia liparitana. Tutti uomini di «tenace concetto», il cui candore divinamente incauto si realizza nella fede nelle proprie idee, nella pervicace resistenza al Potere, indipendentemente dal volto che può assumere, sia esso quello del fascismo, dello stalinismo, dell’Inquisizione o della semplice e metamorfica vischiosità dell’italico trasformismo.

Sarà per questa via che Sciascia potrà rivendicare alla letteratura la capacità di farsi documento del vero, di ergersi come valore superiore in un mondo in cui imperversano sterili disvalori e fallaci utopie, e nella sua ricerca pagò alla fine il prezzo di essere, come Pasolini, un uomo ‘solo’, isolato per le scomode prese di posizione che assunse in tema, per esempio, di terrorismo o antimafia.
Uno scotto necessario, un prezzo che, dirà lui, si dev’essere sempre pronti a pagare, come fu per i suoi più alti modelli d’impegno: il cattolico Georges Bernanos che scrisse contro il franchismo e l’André Gide di Ritorno all’URSS che anticipava di vent’anni quello che avrebbe detto Kruscev. Isolati, ma in un isolamento che, pur pesante, poteva riuscire persino redentorio e che gli faceva dire: «Ecco, a momenti io mi sento preso da questa specie di allegria. Sono criticato da destra e da sinistra. Segno che non servo né la destra né la sinistra».

Rosario Castelli è professore associato di “Letteratura italiana” presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania

Sulla figura e l’opera di Leonardo Sciascia leggi su Ferraraitalia:
Sergio ReyesUN ILLUMINISTA IN SICILIA : Attualità di Leonardo Sciascia a 100 anni dalla nascita [Qui]
Giuseppe TrainaDENTRO IL GIALLO : I personaggi di Sciascia e Simenon davanti al potere [Qui]
Roberta Barbieri
, RICORDANDO SCIASCIA : Una storia semplice [Qui]
Rosalba Galvagno
IL MAESTRO E IL GIOVANE ESORDIENTE : La corrispondenza tra Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo [Qui]
Giuseppe Giglio“Ce ne ricorderemo, di questo pianeta” [Qui]

In copertina:Totò Bonanno: Ritratto di Leonardo Sciascia,1986 (wikimedia commons)

ELOGIO DEL PRESENTE
Il virus della solitudine

 

In questo lungo anno che abbiamo alle spalle abbiamo tutti sperimentato la fatica della solitudine. La solitudine può far male anche sul piano fisico. Da questa considerazione scaturiscono le iniziative che in diverse aree del mondo hanno costruito presidi per fronteggiare il problema. La solitudine è spesso un’epidemia nascosta che può colpirci in momenti di fragilità, quando si cambiano le proprie abitudini, ci si trasferisce in una nuova città o si affronta una separazione. Sentirsi soli può aumentare le probabilità di ammalarsi e di ridurre la capacità di combattere le infezioni virali.

Le persone sole possono anche sovraccaricare il sistema sanitario, facendo più ricorso all’assistenza. La politica di tagli alle politiche assistenziali e della salute non producono più equità ma emarginazione. Il danno della solitudine è difficile da curare. La solitudine non è solo un problema per le persone anziane, ma anche per le giovani generazioni, che pur legate ai dispositivi multimediali, hanno una scarsa coesione emotiva.

E in Italia? Secondo Eurostat, un italiano su otto si sente solo perché non ha nessuno a cui chiedere aiuto, non ha un amico, né un familiare con cui sfogarsi. I dati si riferiscono al 2015: il 13,2% degli italiani sopra i 16 anni sostiene di non avere una persona a cui chiedere aiuto, l’11,9% non ha qualcuno con cui parlare dei propri problemi. Dunque, la solitudine non colpisce solo gli anziani, anzi nessuna età è immune ad essa. Una recente indagine sulla popolazione dai 16 anni in su dell’UE segnala che il 6% della popolazione dell’UE non ha nessuno a cui possa chiedere aiuto in caso di bisogno.

La solitudine sta rapidamente diventando uno dei problemi sociali più importanti e insidiosi. Le conseguenze sono pesantissime per il benessere psicofisico di chi ne soffre. È stato dimostrato che l’isolamento sociale ha un effetto dannoso alla salute quanto l’obesità e il fumo di 15 sigarette al giorno. La solitudine è infatti associata alla riduzione dell’aspettativa di vita, problemi cardiaci e demenza senile. Di solitudine, insomma, si muore.

Cambiamenti demografici, tecnologia, inurbamento, famiglie e comunità che si allontanano geograficamente ed emotivamente, sono tutti elementi che contribuiscono a rendere il problema dell’isolamento sociale sempre più diffuso. Nel Regno Unito oltre 1,2 milioni di persone soffre di solitudine cronica Nella fascia di età tra 18 e 34 anni si riscontra la quota più alta di chi dichiara di patire per un senso di isolamento.
Gli italiani avvertono sempre di più il peso della solitudine, un sentimento capace di depotenziare il capitale sociale. L’epidemia acuisce la sensazione di isolamento.

Dopo mesi di lockdown più o meno totale, di misure di distanziamento, di raccomandazioni a non frequentare troppe persone, a limitare gli spostamenti, a ridurre al minimo le occasioni di incontro, psicoterapeuti discutono le conseguenze della cosiddetta ‘Covid fatigue’ e del ribaltamento della vita quotidiana. Per mesi, gran parte delle persone non ha visto che i propri partner, forse qualche familiare più stretto, il resto è stato affidato a videochiamate e altri canali di comunicazione. Adesso uno studio del Massachusetts Institute of Technology di Boston spiega che l’isolamento e la solitudine provate in questi mesi condividono una base neurale col desiderio di cibo che proviamo quando abbiamo fame. Inoltre diverse ricerche hanno associato la solitudine a un maggior declino cognitivo e a un più rapido deterioramento dello stato di salute. Uno studio appena pubblicato su JNeurosci, mostra che la solitudine ‘altera’ il cervello, modificandone le connessioni e la rappresentazione delle relazioni.

Un lavoro, pubblicato nel 2017 sulla Psychological Science Agenda, ha mostrato che la solitudine è tipicamente associata a depressione, declino cognitivo e maggior rischio di insorgenza di demenza e ipotizzando che possa essere collegata a una disfunzione nei circuiti di ricompensa del cervello.

Negli ultimi tempi, quando il lockdown ha imposto un regime di solitudine forzata, la comunità scientifica ha esplorato ulteriormente il tema. A marzo un’équipe di scienziati del Massachusetts Institute of Technology, che la solitudine da quarantena scatena nel cervello una sorta di astinenza simile a quella provocata dalla fame.
Mantenere le relazioni in questi lunghi mesi di Covid farà bene alla nostra salute.

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La prigione del Natale

Justify Me (Nate James, 2005)

Un’ora d’aria attesa giusto un anno. Luci e filastrocche come tradizione vuole, caramelle e musiche di zucchero e miele. Quieta è la notte che non porta consiglio. Solo illusioni di buone azioni, solo pensieri addomesticati, voti mai mantenuti. Fino al prossimo natale.

Dunque tutto uguale, ogni volta, ogni Santo Natale. Ma non stavolta.
Incombe la minaccia, soccombe la certezza. Solitudine forzata, festa rovinata. Non per me.

Per me che non è cambiato nulla, e sono tre anni ormai. Ogni natale è una croce dalle punte insanguinate, una lama tagliente che riapre vecchie ferite. E brucia, e tormenta queste mie piaghe mai guarite.
E questa notte, ancora una volta, ho sognato il natale insieme a te, ho sentito il tuo petto respirare accanto a me. Ho visto stelle d’argento illuminare il tuo viso, ho chiesto alla notte di cullare il tuo riposo.
Ma scende la pioggia in questo grigio mattino, e scendono lacrime su questo vuoto cuscino.
Gocce d’argento nella luce spettrale, l’ennesimo sogno d’un perduto natale.

Certo, la solitudine brucia l’anima e il vuoto tutt’intorno richiama il tuo ricordo. Eppure vorrei fermare il tempo. Vorrei che questo natale non finisse mai. Dio se lo vorrei.
Perché il tuo ricordo è una culla, perché la tua assenza mi stordisce, m’ubriaca, diventando presenza.
Perché, per quanto amara, m’è dolce questa prigione. Effimero, morbido e caldo rifugio che mi protegge, mentre la vita passa di fuori gettando avanzi, come sempre, senz’occhi e senza cuore.

Perché oggi era l’incanto, oggi soltanto. Buon Natale amore.

Demoni

Ho trovato queste parole di un narratore “nostro”, terracqueo, che tracciano un parallelismo eccentrico tra lo stato di malattia e lo stato di creatività. Non ci avevo mai pensato, ma il daimon della creatività spesso rende incompreso e solo il creatore, proprio come la malattia rende incompreso e solo il malato.

La malattia fa spesso venire una gran voglia di essere capiti. I malati all’ospedale non fanno che chiedere ai dottori di capirli. Vogliono essere capiti dalla scienza e rimessi a posto come macchine. Tutti noi malati coltiviamo questo ideale meccanico di comprensione, che ci dà qualche speranza. E gli altri naturalmente mostrano di capire la “cosa” che ci rende malati. C’è sempre un gran traffico di dicerie tra parenti e dottori, per capire la “cosa” che rende malato un malato. E i dottori la spiegano con le loro parole meccaniche, ma nessun parente e nessun malato sa di preciso di cosa parlino i dottori. Tuttavia ci scambiamo tutti occhiate e discorsi per dirci: “Hanno capito”.
La stessa situazione si trova in quelle attività che sono chiamate creative. Anche queste sono una malattia che fa venire una gran voglia di essere capiti. Si vorrebbe che gli altri capiscano la “cosa” della nostra creazione. Si vorrebbe che dicessero: “Sì, è questo, significa questo, è bello per questo”. Che soddisfazione, che stordimento e che follia, sentire di essere capiti! Come negli ospedali ci sono i dottori che spiegano la “cosa” della malattia, così in questo settore ci sono i critici che spiegano la “cosa” della creazione. E anche qui c’è un gran traffico di dicerie, per capire quale sia la “cosa” che rende una creazione interessante. E anche qui nessuno sa precisamente di cosa parlino i critici, sebbene tutti ci scambiamo occhiate e discorsi per dire: “Hanno capito”.”

Gianni Celati

Buoni consigli

Quanto ti è semplice spendere parole di conforto e dispensare buoni consigli agli altri. Nessuna di quelle parole  conforterà te, sai bene che non seguirai nessuno di quei consigli.

“Tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano.”

William Shakespeare

PRESTO DI MATTINA
Chi sono io per te

Chi sono io? Questa domanda, del tutto inattesa, risalita da non so quali profondità dell’inconscio amareggiato, si era dilagata irruente nella coscienza mentre scendevo le scale di un condominio nei pressi della parrocchia, tanto tempo fa. Una domanda scandita come un ritornello, a ogni gradino, dopo la visita a una persona inferma costretta a letto. Ero stato rimproverato per la lunga assenza dall’ultimo incontro, e avevo sentito tutta l’impotenza e l’inutilità di un ministero che ti vuole tutto a tutti. Salire e scendere le scale per incontri brevi, apparentemente insignificanti e vuoti. Mi sentivo come un pane che si disperde in tante briciole senza capacità di sfamare alcuno.

Chi sono io? Attesi un momento lunghissimo per rispondermi. Scartai subito “sono un parroco” – e i suoi equivalenti: “sono un pastore”, “un prete” – quasi a voler lucidare l’armatura ammaccata. Mi accorsi così, scendendo quelle scale, che avevo continuato, come avevo fatto salendo e arrivando in bicicletta, a pregare la preghiera del cuore. Non avevo smesso nemmeno durante l’incontro, a invocare, dentro, il nome di Gesù su quelle interminabili afflizioni di una vecchiaia esausta.
Sentii allora salire la risposta da dentro avvinta ad un sospiro lento e consolante: “sono un uomo di preghiera”. Sì. Sì mi dissi: questo sono io. Qui staziona e da qui parte e ritorna sempre di nuovo, accrescendosi come un albero dalle sue radici, il mio “io” più autentico; quello non ripiegato su sé stesso, ma aperto e disteso al futuro. Avevo ritrovato la coscienza dell’io nella preghiera come essenza e pienezza dell’umano, in quello che chiamerei un sussulto mistico, risonanza del mistero di Dio nella banalità del quotidiano, in fare pregando.

Un “io” orante è “un io sempre in relazione”. Un io che si perde e si ritrova nell’amore per l’altro, pur incontrato nei luoghi del disamore e del non umano o dell’umano finire. Un io orante è un io “in progress; diviene un “io” credente, che si fa affidandosi nella relazione, e rimane irremovibile nel luogo della dignità e nella responsabilità dell’altro, come Tommaso Moro, un credente per tutte le stagioni perché orante. Un adagio liturgico dice lex orandi è lex credendi: la forma della preghiera dà forma alla stessa fede, è legge del suo agire come amore.

Romano Guardini sottolinea un altro aspetto: “Credere con riferimento alla propria vita significa vedere sempre il tutto” (Diario, Brescia, 1983). La preghiera è allora da comprendersi come un atto totale che investe e coinvolge l’interezza dell’esistere. Non sono solo le labbra a muoversi. Le tue cellule pregano, così il tuo corpo, le tue mani, i tuoi piedi, gli occhi e le orecchie. E lo stesso vale per i tuoi gesti, sia che tu stia fermo o cammini. Ma anche il tuo muto e smarrito silenzio prega. La tua preghiera si riveste così della forma, delle parole e delle loro assenze. È nei colori, dai più cupi ai più luminosi. E dimora nei sentimenti, da quelli più tristi a quelli che illuminano il volto: arcobaleno cangiante dell’esistenza, del tuo stesso vivere in relazione o in solitudine, quando abbracci e quando ti astieni dal farlo. La preghiera, come la comprensione dell’essere in Aristotele, “si dice in molti modi”, perché non ha una essenza ma comprende tutte le essenze, e quindi tutte le forme. Essa è nascosta in ogni piega del tempo; occupa ogni spazio; sta nell’intermezzo dell’aurora e del tramonto, tra il buio e la luce ed è di casa in entrambi, di giorno come di notte. È in ogni pausa e sospiro tra le parole, nell’attimo del battito delle ciglia come del cuore, quando si recita nell’arco del giorno per tre volte l’Angelus Domini, o nelle fragilissime ali raccolte di una farfalla come mani giunte in preghiera. Essa è già tutta nel primo vagito della vita nascente ed è ancora lì nell’ultimo rantolo di un morente.

Come la sapienza di Dio la preghiera costruisce pietra dopo pietra nel mondo e in noi la sua casa (Pr 9,1). Le lacrime e i sorrisi sono le sue sette colonne, il dolore del mondo le sue fondamenta. La sua tavola imbandita è la gioia del figlio perduto e ritrovato, dello sposo del Cantico per la sposa; la gioia che scopre la perla preziosa e il tesoro del Regno. Ogni preghiera, gemito inesprimibile dello spirito, converge misteriosamente nel gemito dell’intera creazione: quello delle cerve partorienti, dell’animale preso nella rete, braccato e ferito a morte dai bracconieri, nel silenzio di una stella che si spegne, nel cammino di una cometa. Immancabilmente si fonde con la preghiera eucaristica di Gesù e della Chiesa ogni domenica, preghiera dell’Agnello condotto al macello (Is 53,7; Ger 11,19), Agnello pasquale, immolato ma vivente.

Pregare in situazione di passività è certamente esserci nello sprofondo dell’afflizione che dà angoscia. Si prega allora con “labbra chiuse” come nella preghiera di Paolo VI per la morte di Aldo Moro: “Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui”.

Pregare in ascolto del silenzio di Dio, in compagnia di questo Dio incomprensibile e silenzioso, trovando sempre di continuo il coraggio di parlargli, di parlare entro l’oscurità con fede, confidenza e calma, sebbene apparentemente non venga alcuna risposta se non la vuota eco della propria voce (Cf. K. Rahner), genera un’esperienza di unione che trasforma la solitudine in gioia. È l’esperienza dei poeti e dei mistici, e di coloro che amano perdutamente e nel perdersi incontrano la gioia dell’incontro. Lo scolpisce con un solo verso Mariangela Gualtieri: “Forse la gioia è la preghiera più alta”.
Chi prega accede alla conoscenza di sé e attende la conoscenza dell’altro, anche quella di Colui – direbbe ancora Guardini – “che ha assunto la nostra nella sua esistenza. Così l’eco di questo mistero è che egli ci concede di accogliere la sua nella nostra esistenza” (Ivi, 168-169).

Piuttosto che in lunghe preghiere, Teresa d’Avila scopre sé stessa e si conosce misurandosi nella pratica del vivere e in rapporto al fare, all’azione; e in questo metteva in pratica il detto di Gesù: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6, 7-9).
Così l’esperienza mistica per lei non è fine a sé stessa, ma deve attuarsi in una prassi, in un servizio alla vita; il culmine della preghiera non consiste nei rapimenti estatici, ma nella risposta all’altro. Così Teresa ha compreso se stessa attraverso questa esperienza di amicizia che è l’orazione aderendo alla volontà di Dio al modo di Gesù che diceva: “mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 4,34).
Ora, tutta la storia della sua vita, la sua autobiografia è stata riletta proprio attraverso quella stessa domanda che era affiorata in me: Chi sono io? Lo ha fatto in un saggio Emanuele Riu Chi sono io? Santa Teresa nel Libro della vita (in “La dimora interiore. Mistica e letteratura nel V centenario della nascita di Teresa de Avila“, rivista online, La Torre del Virrey, 2018). Scrive Riu: “La grandezza della Vida di santa Teresa sta dunque nell’illustrare al lettore la quotidianità della propria vita e nell’aprirgli la propria anima, consentendogli di partecipare ai suoi travagli più interiori e rendendolo in qualche modo partecipe di una ricerca del proprio “io”, condotta sul crinale fra l’oggettività patristica e medievale e l’inquietudine interiore tipica del soggetto moderno, acquisendo in vari modi tutti quegli spunti che dalla spiritualità medievale potessero condurla ad un rapporto con Dio in cui la propria interiorità fosse completamente in gioco” (ivi).

L’esperienza di Dio che si incontra nell’orazione è per la mistica d’Avila, non solo possibile a tutti, ma necessaria affinché ogni persona possa giungere alla coscienza autentica della propria identità, alla radice del proprio io che si sperimenta nell’alterità. Noi raggiungiamo l’autenticità della nostra umanità quando giungiamo al suo fondamento ultimo di ciò che realmente l’io è. Un io in relazione in vista dell’unione. E la preghiera è la forma dialogica e generativa di quel vincolo che tiene tutti perfettamente uniti: l’amore.

Una domanda tira l’altra. Non solo Chi sono io? ma pure Chi sono io per me? Come l’autobiografia teresiana, così Le confessioni di Agostino di Ippona costituiscono un percorso mistico, un’uscita dell’“io” da sé, alla ricerca della propria identità che è amore. Amanti e al contempo amati, fonte e destinazione di un sentimento di amore che generiamo e ci viene incontro dandoci una forma.
Si cerca nell’altro ulteriorità di senso e di vita. Ecco allora l’invocazione che cerca il volto dell’altro all’inizio delle Confessioni in forma di domande: Chi sono io per te? e Chi sei tu per me? fanno del testo di Agostino il suo itinerario mistico: la preghiera della sua vita:
“Ma chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali e il mio unico bene abbraccerei: te. Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti. Oh, dimmi per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Di’ all’anima mia: “La salvezza tua io sono!” (Agostino, Le Confessioni, 1,1.5).

Non si può, su queste ultime note, non ricordare un episodio della vita di S. Teresa raffigurato anche in un dipinto della chiesa delle sorelle Carmelitane di via Borgovado. Un giorno la santa Madre nel monastero dell’Incarnazione di Avila stava scendendo le scale e quasi inciampò in un bel bambino che le sorrideva. Suor Teresa, sorpresa nel vedere un bambino all’interno del convento, gli si rivolse chiedendogli sorridendo: “E tu chi sei?”, allora il bambino rispose con un’altra domanda: “E chi sei tu?”. La Madre disse: “Io sono Teresa di Gesù”. Il bambino, sorridendo, le disse; “Io sono Gesù di Teresa”.

Dedico questo testo all’amico Gian Franco che ha attraversato la soglia del mistero di Dio, sua nuova dimora; egli mi ha accompagnato nel ministero pastorale, spalla a spalla, dal 1983 a S. Francesca prendendosi cura della comunità nello stile silenzioso e orante di Maria e in quello schietto, familiare e laborioso di Marta.

Siamo soli

Capita di sentirsi soli senza averla scelta, la solitudine. A me capita a Natale e Ferragosto.

“Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l’impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d’amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.”

Diego De Silva

Ho paura del telegiornale

racconto di Patrizia Benetti

Sono fiorite le calle. Vedessi come sono belle, Annina! Ho tolto l’erbaccia dal nostro giardino e ho pure imparato a stirarmi le camicie. Sorridi, lo so.
Ieri sera, Alfio e Giuseppe sono venuti a prendermi e mi hanno “trascinato” al bar. Hanno detto che è dura, ma la vita continua.
Abbiamo giocato a tresette e mi sono divertito. Il tempo è trascorso veloce e l’angoscia si è placata.
Sto preparando gli arnesi: ami, esche e canne, perché domenica mattina andiamo a pescare. Una giornata all’aria aperta mi farà bene.
Alfio e Giuseppe sono i miei amici più cari, ci conosciamo da quando eravamo ragazzini e ci capiamo al volo. E’ bello poter essere se stessi, senza finzioni o forzature, soprattutto quando si soffre.
Mi manchi Annina e adesso che sono solo, la sera non riesco più a guardare il telegiornale. Mi fa paura, con tutte le sue brutture e le sue miserie.
Allora accendo la radio, cucino e penso a te.
Mi sembra di sentire la tua mano che mi accarezza e la tua voce dolce che mi sussurra:
“Coraggio Alfredo. La vita è bella!”.

Quando (Pino Daniele, 1991)

PER CERTI VERSI
La morfina

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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LA MORFINA

il dolore che invade
Un dolore enorme
Che pervade la fibra
Un dolore da delirio
Di sete e sveglie incessanti
Fiumi grandi e arsi
In gola solo oboli
Bagnati da canarini

Un dolore da soglia
Infranta e baratro
Che lascia viva la ragione
Un dolore che marchia
La memoria
Un fiotto di voce
Che mugola una tregua

Un dolore così
Da morfina

LA MORFINA II

Sembrava di volare
In un verdecalma
Remando verso il meglio
La morfina mi aveva spazzato
Da tutto il piombo operatorio
L’intero corpo liberato
Di sudore e sete
Al risveglio

FOGLI ERRANTI
SCAMPOLI DI LOCKDOWN (4)
Tana libera vecchio

di Giovanna De Simone

All’inizio lo feci per mio padre.
Poi sì, mi rinchiuse in casa Conte e me lo impose la polizia.
Ma furono le madri, i nonni, le vicine di casa ottantenni che ci fecero rispettare le misure.
Per salvarli.
Mi affaccio alla finestra di casa in questo soleggiato pomeriggio primaverile. Da oggi, per colmo, grazie all’ora legale abbiamo anche un’ora di luce in più.
Comunque sia, mi piazzo con la sedia sul balcone del mio piano attico e guardo il mondo deserto che mi si stende sotto.
Per salvarli.
Ma… cosa ci fanno quelle due anziane alla fermata del bus con il carrellino? Una avrà almeno cento anni. Ecco che adesso ne passa un altro, dagli abiti si direbbe novantenne, che arranca su una bicicletta arrugginita tirata fuori da chissà quale soffitta.
Stamattina, mentre sono andata a buttare la spazzatura, ho persino visto il mio vicino di casa centenario che si faceva un giro sulla carrozzina.
Ora che ci penso, la vecchia zitella del secondo piano, che normalmente vive murata in casa, la vedo a qualsiasi ora del giorno a portare fuori il suo decrepito cane. Passettino dopo passettino, è capace di passarsi la mattina fuori.
Ma cosa succede? Li hanno sdoganati tutti adesso gli anziani?
Chissà, penso mentre continuo ad osservare il lento via vai dei vecchi di questa città. Forse ci sono sempre stati e noi, presi dalle nostre frette, dal lavoro e dalle scadenze, non li abbiamo mai notati, perché correvano ad un ritmo diverso dal nostro, fatto di lente camminate e lunghe pause.
Eccone che passa un altro, appoggiato al bastone, con il giornale sotto braccio.
Ma cos’è? Si sono ringalluzziti solo ora? Dopo vite passate davanti a Barbara D’Urso, hanno scoperto solo ora che esiste un mondo là fuori?!?
Già, forse è proprio così. Probabilmente prima di questa pandemia, con tutto quel casino di moto, auto, scooter, monopattini, a loro gli faceva paura uscire. Ti potevano investire se non attraversavi in fretta sulle strisce pedonali, farti cadere in mezzo alla folla solo urtandoti con un gomito. Cose così.
Eh no, si sentivano troppo fragili nel mondo là fuori.
Solo ora che noi, pavidi di fronte alla morte, ci siamo rinchiusi in casa, loro hanno preso nuovamente possesso della città, delle strade, dei supermercati.
Mio padre, uno dei motivi della mia quarantena, tutte le mattine va a passeggiare lungo gli argini del Po. Poi va a comprare un panino al panificio sotto casa e al pomeriggio va al campo sportivo, di cui è il custode, a fare piccoli lavoretti. Quando ha finito, prende una busta con alcune derrate alimentari dentro, e fa finta di andare al supermercato.
Adesso io non so, forse è il delirio che causa l’isolamento, ma a me a tratti sembra che questa pandemia l’abbiano architettata a tavolino i vecchi, per liberarsi di noi almeno per un po’.

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