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Quello di settembre era il primo sabato che Adelaide avrebbe trascorso lontano dalla propria casa. La porta chiusa, serrata. Sono passata più volte, nessun movimento.
Esattamente quindici giorni prima, quell’anziana signora, mi aveva fermata davanti al proprio cancello mentre passeggiando mi godevo le ultime ore di sole estivo.
Mi mettono via” mi disse quella frase annuendo più volte il capo.

La guardai incredula. E’ così energica Adelaide, non si riposa un attimo: sposta le piante, stende i panni, coltiva il suo orto, gioca con il suo cane.
In una delle tante occasioni nelle quali mi ero fermata a parlare con lei, mi aveva confessato che spesso la notte faticava a dormire
– “Se sono stanca, perché magari mi muovo tutto il giorno, dormo. Non voglio prendere farmaci. A volte guardo la televisione, mi bevo un po’ di latte e anche se mi riaddormento verso mattina nessun problema, a pos star a let – mi diceva sorridendo mostrandomi le gengive e dando libero sfogo all’inflessione dialettale.

Mi mettono via e non me l’aspettavo”. Mi ripete. “Ora tocca a me. Spero di morire presto. Vado in una casa famiglia vicino ad una mia cugina che mi può venire a trovare. Poi se sarà così non lo so.

Non lo merito… ho lavorato tanto, mi sono fatta questa casa da sola. Mio marito è morto quando la casa era in costruzione, tre figli da tirar su, erano piccoli. Cosi non me l’aspettavo”. Allarga le braccia in segno di resa. A cosa si arrende? Alla decisione dei figli, alla vecchiaia, alla difficoltà di vivere in una società all’apparenza semplificata, ma in realtà sempre più complicata? Non lo so e non lo sa nemmeno lei.

Mi commuovo, sento il suo dolore. Le dico che sicuramente la porteranno ogni tanto a rivedere la sua casa. Mi dice che è meglio che non la riveda più. Se così deve andare, cosi vada.

La sera mentre preparo la cena cerco di pensare che in fondo Adelaide potrebbe anche star bene nella “Casa Famiglia”. Sono poi cose materiali che lascerà e se fosse morta le avrebbe lasciate comunque.

Ma è viva e vivi sono i ricordi e i desideri che accompagneranno le sue giornate.

Mi viene da pensare a quando a volte in casa mi guardo le foto di quando ero giovane, delle gite, delle vacanze e trovo bella la mia vita, la mia gioventù.

Penso a quando sono sola e decido di non cucinare, di mangiarmi un panino in santa pace, guardando la TV o leggendo un libro ascoltando il rumore del silenzio; o a quando canto sotto la doccia senza che nessuno si chieda se sono impazzita. A volte chiamo un’amica anche se sono le dieci di sera. Non disturbo nessuno.

Se lo fa anche lei sono piccole libertà che le mancheranno.

Volare con la mente senza la briglia degli anni, senza doverne dar conto a nessuno.

Anche Adelaide è uno spirito libero, sempre indaffarata a gestire le sue giornate. Quando era tempo di raccogliere l’uva mi preparava i “sugali** e me ne dava una ciotola. Quest’autunno mi mancherà quel gesto di ringraziamento dettato dal fatto che a volte mi fermavo a parlare con lei.

Ci si pensa tante volte al fatto che se si ha la fortuna di non morire giovani si diventa vecchi. Si pensa di arrivare a quel giorno organizzati, preparati; invece a volte qualcuno deve decidere per noi. Come si fa…? non c’è alternativa.

All’inizio della mia carriera come infermiera ho lavorato alla “Casa di Riposo”. Non ho mai visto maltrattare nessuno, però quando era ora di mangiare si mangiava, quando era ora di dormire si dormiva, quando era ora di lavarsi ci si lavava, quando era l’ora del silenzio si taceva.

Io ero destinata agli autosufficienti, ma anche per loro c’erano rituali dettati dall’organizzazione. I familiari che venivano a trovare il proprio congiunto si contavano sulle punte di tre dita. Sembravano persone senza passato, senza storia, catapultate in un mondo senza futuro. Si sarebbero potuti alzare dal loro letto, ma nessuno lo faceva, a meno che non dovesse andare al bagno.

Alzarsi e camminare, camminare per andare dove?

Oggi è tutto cambiato. Ne sono sicura.

Tre giorni prima della partenza Adelaide impreca, rompe anche dei piatti. Impreca contro il passato, contro gli anni augurandosi che ne rimangano pochi, impreca contro tutto quello che non immaginava andasse così.

La sera, leggendo, anche l’ultimo libro che ho comprato mi parla della vecchiaia. Sembra una congiura verso i miei pensieri.

“Gli ultimi sei anni di vita sono i più costosi, dolorosi e solitari, sono anni di dipendenza e, con una terribile frequenza, sono anni di povertà. Solitamente l’ultima fase è tragica, perché la società non è preparata a gestire la longevità”, scrive Isabel Allende  (Donne dell’anima mia, Feltrinelli). Circa quarant’anni fa lessi un libro di Sindney Sheldon dal titolo La rabbia degli angeli. No, non ricordo più la trama, ma mentre passo davanti a casa di Adelaide e la sento imprecare, mi viene da associare quel titolo al suo nome.

 

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Marcella Mascellani


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

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Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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