La rivoluzione POP di SUPERGULP
(“Ebbene sì maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!”)
La rivoluzione POP di SUPERGULP
(“Ebbene sì maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!”)
Il 31.08.2026 ci ha lasciato Guido De Maria, uno degli ideatori del programma televisivo Supergulp. Per chi non c’era ancora e anche per quei pochi “maturi” che non se lo ricordano, “Supergulp! I fumetti in TV” è stato uno dei più importanti fenomeni di trasformazione mediale nell’Italia degli anni Settanta.
Ideata da Guido De Maria e Giancarlo Governi, la trasmissione andò in onda nel 1972 come “Gulp!”, per poi diventare negli anni successivi “Supergulp! I fumetti in TV”, consacrandosi così come uno dei più importanti programma di tendenza. Fu trasmessa dal 1977 al 1981 su RAI2 in prima serata con indici di gradimento altissimi (fino all’83%).
La trasmissione consisteva in un’innovativa formula che, invece di trasmettere i classici cartoni animati, portava sul piccolo schermo i fumetti veri e propri così come apparivano sulla carta, “animandoli” attraverso un linguaggio totalmente inedito.
I conduttori ufficiali nello studio televisivo, anch’esso disegnato a cartoni, erano il celebre trio di detective composto da Nick Carter, Patsy e Ten, le cui storie aprivano e chiudevano ogni puntata. Solo nella primissima puntata sperimentale del 1972 (quando lo show si chiamava ancora solo Gulp!) ci fu una breve introduzione umana affidata ai comici Cochi e Renato.
Inoltre, dalla seconda stagione fece la sua comparsa il pupazzo animato Giumbolo, che cantava la sigla finale e interagiva con il pubblico. I “cartoni” o meglio, i fumetti in TV, che sono diventati famosi grazie alla trasmissione, si dividono in tre filoni:
- I grandi classici italiani e d’autore. Alan Ford e il Gruppo TNT, Sturmtruppen, Lupo Alberto, Corto Maltese e Cocco Bill;
- I Supereroi americani della Marvel. L’Uomo Ragno-Spider Man, I Fantastici Quattro (Mr. Fantastic, la Donna Invisibile, la Torcia Umana, la Cosa), Il Mitico Thor;
- I successi internazionali come Tintin, il giovane reporter belga creato da Hergé, sempre accompagnato dal cagnolino Milù e dal Capitano Haddock.
Credo che in molti ricordino la frase tormentone di Nick Carter che recitava così: “Ebbene sì, maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!”.
Al di là dell’effetto nostalgia, Supergulp! ha segnato una svolta cruciale per l’Italia dell’epoca, la trasmissione ha infatti guidato il passaggio da una televisione tradizionale a una più moderna civiltà dell’immagine, anticipando i linguaggi della cultura pop contemporanea.
Fino agli anni Settanta, il fumetto in Italia ha dovuto fare i conti con un profondo pregiudizio intellettuale. Veniva liquidato sbrigativamente come una lettura “per ragazzi”, spesso accusato di essere diseducativo o, nel migliore dei casi, declassato a mera sub-letteratura d’evasione.
L’arrivo di Supergulp! ha scardinato questa visione attraverso una vera e propria operazione di legittimazione istituzionale. Portando le “nuvole parlanti” in prima serata sul servizio pubblico televisivo, la RAI ha ribaltato una gerarchia culturale. Autori di avanguardia, di satira sociale o di graphic novel ante litteram – come Bonvi con il suo Sturmtruppen, Hugo Pratt con Corto Maltese, Silver con Lupo Alberto e Max Bunker con Alan Ford – si trovarono improvvisamente inseriti nello stesso prestigioso palinsesto che ospitava i grandi quiz o il teatro d’autore.
Questo passaggio ha innescato una profonda democratizzazione estetica. La trasmissione ha funzionato come un potente agente di socializzazione, distribuendo ad un pubblico vasto e transgenerazionale – capace di unire genitori e figli davanti allo schermo – codici visivi, stili grafici e narrazioni complesse che fino a quel momento erano rimasti confinati nelle edicole o nelle nicchie degli appassionati.
Sotto la lente della sociologia dei media, Supergulp! si configura come un sorprendente esperimento di “rimediazione” ante litteram. La grande intuizione del programma fu quella di rifiutare la grammatica dei cartoni animati tradizionali per inventare una formula inedita, quella del fumetto in TV.
La scelta si basava sul rigoroso mantenimento del codice espressivo d’origine. Le immagini sulla tela catodica rimanevano fisse, o venivano animate soltanto attraverso micromovimenti della telecamera e zoom mirati. I balloon, le classiche nuvolette con i testi, non venivano cancellati, ma restavano impressi sullo schermo, letti ad alta voce dai doppiatori nell’istante esatto della loro comparsa.
Questo cortocircuito visivo creava un’inedita dinamica tra il gesto della lettura e lo schermo televisivo. Invece di cullare lo spettatore nella passività tipica del mezzo televisivo, la trasmissione lo forzava a mantenere l’atteggiamento attivo e attento richiesto dalla pagina stampata, fondendo mirabilmente l’oralità della TV con la testualità della carta.
In questo modo, lo show finì per anticipare molte delle dinamiche culturali dell’epoca Postmoderna. Mescolando la serialità pop e industriale dei supereroi americani della Marvel con la raffinatezza del fumetto d’autore europeo, Supergulp! diede vita ad una ricchissima miscela espressiva, precorrendo quella frammentazione e contaminazione dei linguaggi che avrebbe dominato il panorama mediatico degli anni Ottanta.
Se si analizza il panorama televisivo italiano di quegli anni, la cosiddetta “Paleotelevisione” si presentava come un sistema rigidamente controllato dall’apparato politico dell’epoca. Eppure, proprio attraverso le maglie apparentemente leggere di Supergulp!, riuscirono a farsi evidenti visioni del mondo profondamente ironiche, ciniche e destrutturanti, capaci di essere specchio delle gravi tensioni sociali degli Anni di Piombo.
Un esempio di questo disincanto era rappresentato dalle storie di Alan Ford. Le avventure del Gruppo TNT incarnavano una feroce satira del capitalismo e della miseria, sia materiale sia morale, che era bizzarramente in sintonia con la crisi economica e le incertezze del periodo.
Parallelamente, il graffiante antimilitarismo dello Sturmtruppen di Bonvi demitizzava l’autorità, la burocrazia e la logica della guerra, intercettando con precisione i sentimenti pacifisti e i fermenti della contestazione giovanile che infiammava le piazze.
Persino la parodia delle istituzioni trovava spazio nello show grazie a Nick Carter. Insieme ai suoi fidi assistenti Patsy e Ten, il celebre detective metteva in scena la caricatura del poliziesco rassicurante. La risoluzione di ogni caso non celebrava il trionfo dell’ordine costituito, ma si risolveva immancabilmente nello smascheramento del trasformista Stanislao Moulinsky. Dietro il celebre tormentone “Ebbene sì, maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!”, la trasmissione traduceva la complessità e le finzioni della realtà sociale in un sottile gioco di simulacri, inganni e maschere.
Questo processo di emancipazione trova una sponda teorica fondamentale nelle analisi del sociologo Sergio Brancato. Nel suo testo Sociologia del fumetto pubblicato nel 2025, lo studioso evidenzia come il fumetto non sia mai stato un semplice intrattenimento infantile, quanto piuttosto un sofisticato linguaggio della modernità, dotato di una complessa grammatica visiva.
Secondo Brancato, l’esperimento di Supergulp! ha avuto il merito storico di abbattere la barriera artificiale tra “cultura alta” e “cultura bassa”, dimostrando al grande pubblico televisivo che le nuvolette potevano narrare le contraddizioni e le inquietudini del mondo contemporaneo con la stessa dignità delle arti tradizionali. Facendo convergere la pagina stampata con il mezzo audiovisivo, la trasmissione non ha tradito il fumetto, ma lo ha fatto entrare in perfetta risonanza con i ritmi e le frequenze della nascente cultura di massa italiana.
L’incredibile impatto emotivo e la familiarità che il pubblico ha sviluppato con i personaggi di Supergulp! trovano anche una profonda spiegazione scientifica nelle teorie psicanalitiche di Carl Gustav Jung (1875-1961). Nella sua celebre opera Gli archetipi dell’inconscio collettivo del 1934, lo psicanalista svizzero teorizza l’esistenza di simboli, immagini e modelli di comportamento universali ed ereditari, comuni a tutte le culture e a tutte le epoche storiche, che risiedono nella parte più profonda della psiche umana.
I personaggi presentati nella trasmissione – dai supereroi della Marvel ai detective fino alle parodie – non sono altro che la moderna reincarnazione di questi antichi archetipi. Nick Carter incarna l’archetipo dell’Eroe e del ricercatore di verità, mentre il suo eterno rivale Stanislao Moulinsky rappresenta in modo perfetto l’archetipo del “Trickster” (il Burlone o l’Impostore), colui che usa i travestimenti, l’inganno e il cambio di identità per sovvertire le regole e sfidare l’ordine costituito.
Secondo la lettura psicanalitica, la televisione degli anni Settanta, proiettando queste figure fisse nelle case degli italiani, ha risvegliato questi simboli universali, permettendo al pubblico di proiettare sul teleschermo le proprie tensioni, le paure e i desideri inconsci tipici di un’epoca complessa.
Se poi ne faccio una questione puramente personale, ciò che riaffiora con maggiore forza nella mia memoria di bambina sono proprio le storie del Gruppo TNT , perché quelle avventure strampalate mi divertivano terribilmente. Oggi, allontanandomi per un attimo dai meta-pensieri e dalle analisi sociologiche sull’impatto culturale del programma, quello che mi resta è la bellezza nuova e dirompente di quei fumetti portati in TV.
Resta il divertimento puro che quel gruppo sgangherato sapeva suscitare, capace di sorprendere ogni volta con le sue trame assurde e i suoi personaggi fantasiosi. Quell’universo, nato dal genio di Max Bunker e dai disegni inconfondibili di Magnus, poggiava su una satira ferocissima e grottesca, totalmente priva di buonismo.
Il Gruppo TNT non era altro che una sgangherata agenzia investigativa segreta, con sede in un decrepito negozio di fiori a New York e composta da agenti perennemente affamati, straccioni e sottopagati. Al vertice della piramide dominava il Numero Uno, un vecchissimo paralitico cinico e avido che intascava puntualmente tutte le ricompense, lasciando ai suoi sottoposti solo le briciole.
Accanto a lui si muovevano figure memorabili e surreali: il dandy decadente Conte Oliver, il collerico Bob Rock con il suo iconico nasone, il pigro Grunfcon le sue strambe e precarie invenzioni belliche d’epoca, e infine il candido Alan Ford, l’unico ingenuo e idealista sperduto in mezzo a quella manica di cinici.
Ciò che rendeva quelle storie straordinarie era il totale ribaltamento della retorica classica dello spionaggio alla James Bond. Nel Gruppo TNT non c’era spazio per eroi perfetti, gadget ipertecnologici o lussi sfrenati, c’era solo una comica e quotidiana lotta per la pura sopravvivenza materiale. Persino i nemici che il gruppo TNT si trovava ad affrontare erano paradossali quanto loro, a partire dall’indimenticabile Superciuk, il bizzarro supercriminale netturbino che rubava ai poveri per dare ai ricchi, la cui arma più letale era una micidiale zaffata alcolica a base di vino scadente.
A cinquant’anni di distanza, tra algoritmi imperanti e flussi digitali iper-dinamici, credo che la vera lezione eversiva dei fumetti in TV sia racchiusa proprio in quella fissa, spiazzante staticità: la dimostrazione che per catturare l’immaginario non servono effetti speciali da milioni di dollari, ma la forza rivoluzionaria di un’idea parlante. “Ebbene sì maledetto Carter, hai vinto anche stavolta!”
Cover: Foto di Soraia Sofia Geraldes da Pixabay
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