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Il premio Nobel assegnato a Bob Dylan continua a far discutere: quale è il valore sociale dei cantautori? Quanto ancora si può differenziare la cultura alta da quella popolare?

Il premio Nobel a Bob Dylan ha sollevato un acceso dibattito: da un lato coloro che marcano la differenza ineliminabile tra letteratura degna di passare alla storia ed espressioni artistiche figlie di un certo contesto culturale, altri che hanno considerato opportuno allargare i confini del Nobel dalla letteratura accademica a quella meno nobile, ma di grande popolarità. I sostenitori della opportunità del premio hanno sottolineato che Dylan è riuscito a far arrivare la poesia dove non era mai arrivata e che attraverso la musica ha articolato gli slogan di una intera generazione: così afferma Lawrence Ferlinghetti, 97 anni, l’ultimo padre della Beat Generation.

Confesso di non avere le competenze musicali necessarie a formulare un giudizio di merito sulle canzoni di Bob Dylan. Non so se Bob Dylan sia un poeta, non vi è dubbio che ha tradotto in testi musicali temi, slogan e sentimenti di una generazione, in un certo senso è stato la colonna sonora di una fase storica. Propongo, quindi, alcune considerazioni che prescindono dal giudizio sul valore artistico del cantautore. Il premio Nobel ha certo perso la sacralità che aveva in passato anche per i fruitori delle opere d’arte che sono certo meno deferenti di quanto non fossero in passato: la cultura di massa – fatta eccezione per i campi di dominio della scienza – ha contribuito a rendere noti al pubblico molti dei nomi che formano l’ideale rosa di candidati. Inoltre, il premio non esprime più il giudizio inconfutabile degli esperti di un determinato campo artistico o letterario.

Nel merito, la scelta è in linea con il tentativo di colmare la distanza tra cultura alta e cultura popolare. Un tema non nuovo e già ampiamente discusso in Italia da Umberto Eco negli anni Settanta. Comprensibile che a Stoccolma maturi una sensibilità alle espressioni artistiche meno convenzionali. Anche per effetto delle comunicazioni di massa assistiamo ad una ampia ibridazione delle forme espressive: si mescolano i generi, i linguaggi, almeno quanto i luoghi della fruizione, nello stesso tempo la globalizzazione contribuisce a creare comunità di follower che si identificano con i personaggi più innovatori dei diversi ambiti espressivi. Ed è fuori di dubbio che la musica è un linguaggio che si presta più di altri – per l’immediatezza e per la socialità che trascina di per sé – ad essere un veicolo di identità. “Non sono solo canzonette” cantava Bennato negli anni Ottanta. Ogni generazione ha bisogno di miti per reggere la rottura con quelli del passato e la musica è un veicolo potente per diffonderli e creare risonanze e sintonie nel tempo della comunicazione globale.

La musica di Bob Dylan è stata senza dubbio la bandiera di una generazione. Ma di quale bandiera si tratta e quali valori sintetizza oggi? Vi è chi ha sostenuto che il premio a Dylan segnala la persistente vitalità di sentimenti antagonisti del movimento degli anni Sessanta. Una sciocchezza. Che cosa resta di vivo della cultura giovanile degli anni Sessanta? Non il piano della proposta politica che anzi ha generato, ben oltre l’influenza diretta del movimento studentesco, una gran parte di semplificazioni di cui paghiamo ancora oggi il prezzo. Resta invece viva la critica a concezioni della vita e della tradizioni non più compatibili con la nuova fase che gli anni Sessanta avevano aperto nel mondo, il contributo forte allo svecchiamento di modelli di costume e di vita imbalsamati in convenzioni, la messa in questione di stereotipi di genere, il principio di autodeterminazione e di libertà delle scelte personali, il diritto di ognuno alla libertà di sentimenti e di comportamenti. Tutto questo è ciò che ci resta di un movimento giovanile che ha trovato in Bob Dylan un interprete straordinario.

Maura Franchi insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia di Parma. Studia le tendenze e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana. maura.franchi@gmail.com

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Maura Franchi

È laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: le dinamiche della scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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