Skip to main content

Quella magnifica stanza che non ha più pareti

Quella magnifica stanza che non ha più pareti

Quando ero piccola, incantata a guardare le dita di Giorgio scivolare sul pianoforte, non assistevo a una semplice esecuzione, ma a una vera materializzazione di magia. Le sue mani, agili e sapienti, non erano solo carne e ossa, erano il confine sottile dove il pensiero nasce e la materia prende vita.

Ancora oggi, il ricordo di quel musicista — della sua umanità e del suo talento purissimo — mi riporta a una verità profonda, le dita sono una frontiera. Esse non si limitano a toccare i tasti, ma interrogano la realtà. Ogni contatto è una domanda che la coscienza rivolge al mondo, come se la pelle stessa cercasse conferma della propria esistenza.

C’è una saggezza profonda nel tatto, le dita ricordano ciò che la mente dimentica, perché conoscere significa, prima di tutto, sfiorare. Quando le mani producono musica — che sia attraverso il legno di un violino, l’avorio di un pianoforte o l’ottone di un sassofono — esse diventano il tramite sacro tra noi e l’arte. In quel momento, il tempo si ferma e approda a una realtà diversa, più leggera, libera dal peso della quotidianità.

Certo, non ogni suono ha questo potere, solo la musica che vibra in armonia con il nostro cuore sa annullare le distanze e rendere superflui i confini. In quell’istante, lo spartito smette di essere un limite tecnico e diventa un sentiero verso la trascendenza. L’esecutore non è più un tecnico, ma un creatore, un artista senza tempo in cui strumento e anima diventano un tutt’uno. L’atto di creare toglie il tempo al tempo. Lo rende superfluo rispetto al fluire delle emozioni, permettendo finalmente allo spirito di elevarsi sopra la gravità dei giorni e di perdersi nell’eterno presente della bellezza.

Eppure, la musica sa anche farsi polvere e strada. Ricordo nitidamente quella volta che inseguii Giorgio tra la folla, aveva dismesso le vesti del pianista per imbracciare la grancassa in una banda di paese. Sento ancora il calore dell’asfalto, i sassolini nelle scarpe leggere e la voce di mia madre che mi richiamava: “Vieni subito qui, dobbiamo andare a casa!”. Ma io ero euforica. A un certo punto, Giorgio smise di suonare, mi guardò e, con un complice occhiolino, mi permise di dare un colpo secco sulla pelle tesa della grancassa.

In quel battito, lo vidi come un Mago. Decisi, con la certezza incrollabile dei bambini, che lo avrei sicuramente sposato. Era un sogno privo di fondamento, naturalmente. Lui aveva già una moglie che avrebbe amato per sempre, a modo suo. Ma quell’amore per la grancassa è rimasto con me, trasformandosi in una passione per il ritmo della vita.

Ancora oggi, ogni volta che sento un percussionista, penso che non sia all’altezza di quel primo, primordiale battito d’ali. Amo le fanfare dei bersaglieri, l’allegria travolgente dei carnevali brasiliani, persino il richiamo dei venditori ambulanti che annunciano frutta fresca o il suono festoso del furgone dei gelati.

Quando le mani producono musica — che sia l’avorio di un pianoforte o il rimbombo di una banda — esse diventano il tramite spirituale tra noi e l’arte. In quel momento, il tempo si rarefà e si approda a una realtà più leggera, libera dalla gravità del quotidiano. L’atto di creare rende gli attimi superflui rispetto al fluire delle emozioni, permette allo spirito di elevarsi sopra la “pietra” dei giorni e di perdersi nell’eterno, vibrante presente della bellezza.

Perché la musica non è uguale per tutti, eppure abbraccia chiunque, il bambino e l’adulto, il malato e il sano, l’innamorato e il minatore. In quelle note combinate con maestria, ognuno può trovare un briciolo di serenità, forse persino un senso alla vita. Esiste nella musica una sensibilità tipicamente umana che risveglia i sentimenti migliori, la solidarietà, la voglia di condividere, l’apertura verso gli altri.

Agli antipodi di questa armonia troviamo l’invidia, la diffidenza e il desiderio di alzare mura, convinti che chi ci sta di fronte voglia solo approfittare di noi. Ecco allora che l’ascolto diventa una forma di catarsi privata. La musica è uno scudo, il suono di una melodia racchiusa in una stanza che è lì solo per noi. In quello spazio protetto, la prepotenza è chiusa fuori.

Per un istante la dimentichiamo, liberandoci dai meccanismi deleteri in cui, troppo spesso, siamo costretti a lottare o a emulare l’aggressività altrui. L’atto di creare — o di ascoltare — rende il tempo superfluo rispetto al fluire delle emozioni. Permette allo spirito di elevarsi sopra la “pietra” dei giorni difficili e di perdersi nell’eterno, vibrante presente della bellezza.

Delegando le nostre emozioni migliori alla sfera privata, racchiuse tra le mura di casa, perdiamo qualcosa. Al di fuori, nell’arena del lavoro o del bar, ci sentiamo costretti a indossare una facciata di pseudo-razionalità, fatta di luoghi comuni, pregiudizi e autoritarismi. Recitiamo una parte che crediamo piaccia agli altri, soffocando l’emozione in nome di una fredda protezione.

In questo scenario, l’ascolto della musica diventa una catarsi solitaria. Quella melodia in una stanza chiusa diventa l’unico luogo dove la prepotenza non può entrare, dove non siamo costretti a emulare meccanismi sociali deleteri. L’arte ci permette, finalmente, di elevare lo spirito sopra la pesantezza dei giorni comuni e di ritrovare, almeno nel privato, l’eterno presente della nostra umanità.

Quando ero piccola e guardavo le dita di Giorgio, non vedevo tecnica, ma magia. Le mani del musicista sono una frontiera dove la mente tocca la materia. Eppure, la musica sa anche farsi strada, come quando inseguii Giorgio tra la polvere di una banda di paese e lui, con un occhiolino, mi fece colpire la pelle tesa di quella grancassa. In quel battito primordiale vidi un Mago, e nacque in me un amore per il ritmo della musica che ancora oggi mi fa battere il cuore per una fanfara o per il grido di un venditore ambulante.

Oggi capisco che quella magia è un rifugio necessario. Come nella canzone di Gino Paoli, la musica trasforma la nostra stanza in un luogo che “non ha più pareti, ma alberi infiniti”. Quegli alberi sono l’anelito che tutti portiamo dentro, ma che ci costringiamo a soffocare. Viviamo in un’arena dove regna il profitto e dove le emozioni migliori sono delegate al privato, mentre fuori ci si maschera con una pseudo-razionalità fatta di autoritarismo e pregiudizio.

Il rischio più grande è quello di crescere i piccoli umani come “passive liane”, cercando di garantire loro una felicità materiale inesistente, mentre il mondo fuori è un cemento di relazioni abominevoli, una “mafia del quotidiano” che non riconosciamo nemmeno più. Invece, dovremmo imparare dai bambini, loro sanno essere sinceri e manifestare emozioni.

Scegliere la musica, coltivarla, significa scegliere una strada verso la serenità. È una strada che ci permette di smascherare l’inganno di una tranquilla quotidianità fatta di eventi ripetitivi che danno sicurezza, ma che sono privi di anima. Una sicurezza senza emozioni è solo la certezza di camminare con scarpe di pietra in vie di cemento che portano al consumismo e all’accumulo sfrenato.

L’arte, invece, ci restituisce quelle emozioni forti e rare che, seppur brevi, danno senso all’esistenza. Ci permette di elevare lo spirito sopra il marmo dei giorni comuni e di ritrovare quel tutt’uno tra noi e il mondo, dove l’esecutore è creatore e l’essere umano è finalmente libero.

In un’epoca che sembra aver smarrito il senso dell’invisibile, ci muoviamo in un mondo sempre più levigato, dove ogni spigolo viene smussato e ogni mistero tradotto in un’informazione utile. È il trionfo della superficie, una realtà che James Hillman avrebbe definito “senza anima”, dove l’esperienza vissuta viene sostituita dal suo simulacro, e l’imprevedibile ferocia del destino viene addomesticata da una logica di pura efficienza.

Viviamo dentro piccoli gusci, protetti da automatismi che prevedono i nostri desideri prima ancora che essi fioriscano, uccidendo il desiderio stesso nel momento in cui nasce. Questa tendenza moderna a “letteralizzare” l’esistenza — a credere, cioè, che la vita sia solo ciò che si vede, si misura e si risolve — agisce come un anestetico sulla nostra profondità.

Il Daimon, quella figura mitica che per Hillman rappresenta la nostra vocazione unica e ribelle, viene messo a tacere, rinchiuso in schemi che premiano la media, il consenso, la prevedibilità. Ma proprio dove il calcolo si fa più serrato, dove il rumore di fondo della società attuale si fa assordante, si apre una crepa luminosa, quella di una “stanza che non ha più pareti ma alberi infiniti”.

La musica non diventa così un semplice intrattenimento, ma una via iniziatica per recuperare le emozioni che abbiamo delegato al ciò che verrà. Mentre il mondo esterno ci chiede di essere funzionali, la musica ci chiede di essere vibranti. Essa è l’antitesi della logica lineare, è un evento psichico che non cerca soluzioni, ma celebra il conflitto, la nostalgia, l’estasi e il dolore.

Ascoltare — o meglio, abitare — un suono, significa rompere il guscio della superficie. In un accordo, in un improvviso silenzio tra le note, o nel graffio di una voce che si spezza, ritroviamo quella profondità poetica che la vita quotidiana tenta di cancellare. La musica è l’attrito necessario, è il sangue che torna a scorrere in un corpo intorpidito dalla comodità. Essa non ci dice chi siamo in base a ciò che abbiamo fatto ieri, ma ci rivela ciò che potremmo essere nell’istante irripetibile del presente.

Mentre la sociologia vede individui che si muovono come atomi isolati in reti invisibili, la musica crea un corpo collettivo fatto di vibrazioni comuni. È il ritorno al rito, al sacro, all’irrazionale che ci salva. In una sinfonia o nel ritmo ancestrale di un tamburo, il Daimon si risveglia: capisce che non è solo, che il suo tormento è bellezza e che la sua unicità non può essere ridotta a un dato statistico.

Uscire dal controllo, spegnere il pilota automatico della nostra esistenza e lasciarsi attraversare da un suono significa, in ultima analisi, tornare alla nostra nascita. È un modo potente per ricordarci che siamo creature abissali, fatte di armonie complesse e dissonanze necessarie, e che la nostra vera essenza inizia proprio dove il calcolo finisce.

Cover: Foto di ddgoldberg da Pixabay

sostieni periscopio

Sostieni periscopio!

Tutti i tag di questo articolo:

Catina Balotta

Sociologa e valutatrice indipendente. Si occupa di politiche di welfare con una particolare attenzione al tema delle Pari Opportunità. Ha lavorato per alcuni dei più importanti enti pubblici italiani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *