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L’USO DELLA TECNOLOGIA PER LE PERSONE ANZIANE
PIN E PUK NON SONO DUE SCOIATTOLI

L’uso della tecnologia per le persone anziane. Pin e Puk non sono due scoiattoli 

Per le persone anziane, l’avvento della tecnologia non ha semplificato la vita, ma ha trasformato la quotidianità in una complicata corsa a ostacoli. Azioni un tempo automatiche, come pagare una bolletta o ritirare un farmaco, oggi richiedono competenze digitali che molti di loro semplicemente non possiedono, creando un profondo senso di esclusione e frustrazione.

Il primo grande scoglio è rappresentato dalla burocrazia e dalla sanità digitale. Lo SPID e la Carta d’Identità Elettronica, nati per velocizzare i servizi pubblici, sono diventati barriere d’accesso difficili da superare. Per un anziano, l’idea che per entrare nel proprio Fascicolo Sanitario serva un codice temporaneo OTP che scade in trenta secondi genera come minimo ansia. Le password si dimenticano, gli account si bloccano e la gestione delle ricette elettroniche via SMS esclude chi possiede ancora vecchi telefoni a tasti. Così, anche leggere il referto di un’analisi diventa un’impresa che richiede l’aiuto di figli, nipoti o vicini di casa.

Anche la gestione economica domestica è diventata una fonte di stress. Con la progressiva scomparsa dei bollettini cartacei e la digitalizzazione delle banche, molti anziani si sentono smarriti. Le applicazioni di home banking cambiano spesso grafica e layout, disorientando chi memorizza i passaggi in modo visivo. Questo costringe molti di loro a recarsi fisicamente agli sportelli, affrontando file e pagando commissioni più alte pur di avere la sicurezza di una ricevuta di carta stampata tra le mani.

A questo scenario già complesso si aggiunge il pericolo costante delle truffe digitali, oggi diventate sofisticate e quasi invisibili. Gli anziani sono i bersagli preferiti di malintenzionati che utilizzano SMS ingannevoli o messaggi WhatsApp che simulano richieste d’aiuto da parte di finti figli o parenti.

I loghi delle banche o di Poste Italiane vengono clonati alla perfezione e i messaggi giocano sempre sulla paura e sull’urgenza, minacciando il blocco del conto corrente. Senza gli strumenti culturali per riconoscere un link malevolo, cadere in queste trappole è purtroppo facile, con conseguenze economiche e psicologiche importanti.

Dal punto di vista delle politiche sociali, la digitalizzazione forzata rappresenta una involuzione della tutela dei diritti delle persone fragili. La transizione tecnologica ha di fatto catapultato le fasce più vulnerabili della popolazione in un’arena digitale complicata, privandole degli strumenti necessari per comprendere i nuovi meccanismi e difendersi dai rischi della rete.

Si consuma così un paradosso sistemico: proprio i cittadini che necessitano della massima protezione vengono lasciati a sé stessi davanti a uno schermo e a un problema da risolvere. Uno Stato sociale degno di questo nome ha tra i suoi cardini irrinunciabili il dovere di proteggere i più deboli e garantire l’accessibilità universale ai servizi essenziali, ma quando la tecnologia diventa un prerequisito obbligatorio, la burocrazia smette di servire il cittadino e si trasforma in un fattore di disuguaglianza ed esclusione.

Si consuma così un paradosso privo di ogni giustificazione logica e morale, proprio le fasce di popolazione che avrebbero diritto a maggiori tutele, bonus e agevolazioni sociosanitarie, ne rimangono irrimediabilmente escluse. Questa privazione non deriva da una mancanza di requisiti, ma dall’impossibilità oggettiva di districarsi tra le procedure telematiche necessarie per richiederli. In molti casi, la mancanza di un canale informativo diretto fa sì che gli anziani ignorino persino l’esistenza di tali benefici, convincendosi che ogni prestazione sanitaria o sociale sia ormai a pagamento.

In questo vuoto istituzionale, il nucleo familiare assume un ruolo centrale: i figli e i nipoti – ormai rari e sporadici come rose in pieno inverno – si trasformano negli unici, involontari garanti di diritti fondamentali. Prestazioni costituzionalmente garantite, che la politica non si sognerebbe mai di abolire per via legislativa, vengono così di fatto cancellate nei fatti dall’invalicabile barriera di una password, lasciando i più soli privi di difese.

Facciamo un esempio, un dramma che si consuma davanti a un computer, per un’operazione banale, scaricare un referto medico. Tua madre non ha lo SPID. Per farlo, serve un numero di cellulare che lei non possiede e che si rifiuta di avere, rivendicando con orgoglio il diritto a una vita analogica.

Pur di risolvere la situazione, decidi di usare il tuo numero, accettando il rischio latente di mandare in confusione i tuoi stessi dati sanitari. Poi serve una mail: la tua è già associata ad altri servizi, quindi ne crei una nuova, dal nulla. Per questa nuova mail inventi una password sul momento, una sequenza astratta di lettere e cifre che scrivi su un foglietto. Lo consegni a tua madre, ma lei lo perde nel giro di un’ora perché, per la sua mente, quell’insieme di caratteri non ha alcun significato.

A quel punto si avvia il calvario del recupero credenziali. Generi una seconda password, compili un secondo foglietto e tua madre comincia a guardarti con sospetto. Cerchi di spiegarle cos’è una password e, per eccesso di zelo, le dici che per sicurezza andrebbe cambiata ogni mese. Lei ti fissa, sempre più allibita e distante da questo mondo alieno. Alla fine, ti arrendi, decidi che la password la custodirai tu, la salvi da qualche parte sul tuo telefono e speri solo di non dimenticarla, diventando ufficialmente il guardiano invisibile dei suoi diritti.

E avanti così, ogni singolo giorno, in un’arena digitale dove la tutela dei dati personali sembra paradossalmente diminuire all’aumentare di codici, cifre e algoritmi. L’apice del labirinto burocratico si raggiunge con i codici PIN e PUK — che, nonostante i nomi, non sono affatto due simpatici scoiattoli dei cartoni animati, ma spietati guardiani d’accesso.

La vera complicanza del sistema sta nella modalità di consegna: una metà del codice arriva per posta cartacea, l’altra via e-mail, oppure ti viene consegnata allo sportello da un funzionario pubblico frustrato fino all’inverosimile, che maledice insieme a te tutti gli utenti del mondo. A quel punto, basta un attimo di distrazione, sbagli a trascriverli, scambi la prima metà del PIN con la seconda del PUK, e il dramma si è consumato. Il sistema si blocca. Da quel momento in poi, l’accesso è negato per sempre, e tu rimani fuori dal tuo stesso intento e da quello di tua madre che ti eri prefisso di garantire.

Per invertire questa tendenza ed evitare che l’innovazione si traduca in esclusione, è urgente implementare soluzioni concrete che rimettano al centro la persona. Da un lato, lo Stato e gli enti locali devono garantire il mantenimento di canali fisici alternativi e di sportelli di prossimità sul territorio, dove personale qualificato possa guidare i cittadini meno tecnologici nello svolgimento delle pratiche. Gli uffici devono essere senza barriere architettoniche, senza necessità di prenotazione on-line (perché altrimenti si ritorna nel circuito appena descritto) e dotati di personale preparato a intrattenere scambi operativi con persone fragili.

Dall’altro, è fondamentale investire in percorsi di alfabetizzazione informatica su misura per la terza età, focalizzati sia sull’uso pratico dei dispositivi, che sulla sicurezza. Solo affiancando alla digitalizzazione dei servizi un’efficace rete di facilitatori digitali e di tutoraggio familiare sarà possibile restituire autonomia ai cittadini più fragili, trasformando la tecnologia da barriera insormontabile a reale strumento di cittadinanza attiva.

Va inoltre specificato che gli strumenti tecnologici e le modalità di accesso protette non costituiscono una barriera per tutti i cittadini. Al contrario, per i nativi digitali queste piattaforme rappresentano la normalità quotidiana, canali fluidi e ormai imprescindibili per gestire l’intrattenimento, i rapporti professionali e le relazioni con la rete di protezione sociale, che in questo modo si rivela spesso efficace e ampiamente accessibile.

Tuttavia, i nativi digitali appartengono a fasce di popolazione giovani, dinamiche, efficienti e flessibili nell’adattarsi ai continui mutamenti tecnologici. Di conseguenza, non sono certamente loro a rientrare in quelle categorie vulnerabili che richiedono tutele prioritarie e interventi di salvaguardia da parte dello Stato.

Questo paradosso sistematico trova una solida chiave di lettura nelle tesi del sociologo Manuel Castells, che già all’inizio degli anni duemila, nella sua celebre pubblicazione The Internet Galaxy: Reflections on the Internet, Business, and Society (2001), analizzava i rischi profondi della transizione verso quella che definiva la “società in rete”.

Secondo il sociologo, la rete non rappresenta un semplice strumento tecnologico, ma l’infrastruttura stessa su cui si regge e si organizza la vita moderna, dai servizi pubblici ai rapporti economici. Castells avverte che in un simile contesto l’esclusione digitale non può più essere liquidata come un semplice disagio passeggero. Al contrario, essa si trasforma in una condanna all’invisibilità sociale.

Quando lo Stato sposta le sue funzioni vitali — come la sanità o la previdenza — esclusivamente online, chi non possiede i mezzi o le competenze per connettersi viene sistematicamente scollegato dai flussi della comunità. Per la terza età, dunque, il divario digitale non è solo una questione di alfabetizzazione informatica, ma diventa una vera e propria perdita dei diritti civili fondamentali, in cui l’incapacità di usare uno schermo coincide drammaticamente con l’esclusione dall’esercizio della propria cittadinanza.

Nella speranza che il sistema sociale si riassesti raddrizzando le falangi estreme di questo disuso sistemico e ingiusto, per non rischiare una definitiva esclusione sociale a causa di un blocco di sicurezza improvviso, l’unica vera scialuppa di salvataggio per la terza età resta il caro vecchio Post-it giallo attaccato sul frigorifero.

Lì, scritto rigorosamente a penna per non farsi tracciare dagli algoritmi, giace l’unico database analogico a prova di hacker: una sfilza di codici indecifrabili e password impenetrabili che, quasi per legge di natura, seguono tutti lo stesso identico schema di sicurezza generazionale, ossia il nome del primo nipote e poi del secondo, e poi del terzo, scritti in maiuscolo e seguiti, immancabilmente, dalla loro data di nascita. E per chi non ha nipoti restano le date di nascita di cani, gatti e canarini.

Evviva quindi i Post-it anche nelle varianti rosa pallido, verde sbiadito e azzurro cielo, li attacchi sul frigorifero e il giorno dopo li trovi ancora lì.

Cover: Foto di Chris0223 da Pixabay

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Catina Balotta

Sociologa e valutatrice indipendente. Si occupa di politiche di welfare con una particolare attenzione al tema delle Pari Opportunità. Ha lavorato per alcuni dei più importanti enti pubblici italiani.

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