Il prezzo della sintesi. Quando un numero vale più dell’esperienza
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Il prezzo della sintesi. Quando un numero vale più dell’esperienza
È capitato a tutti di leggere articoli che esaltano le rappresentazioni numeriche della realtà. Tali artificiose rappresentazioni hanno sicuramente il loro fascino, sono spesso sensazionali e in alcuni casi hanno anche un valore euristico, ma non sempre arrivano al nocciolo della questione.
Perché rappresentiamo realtà che si possono descrivere con le parole trasformandole in numeri, pensando che quella sia la migliore rappresentazione possibile?
Perché dietro l’uso dei numeri non si richiede l’esplicitazione delle fonti e delle modalità attraverso le quali si è deciso che quel numero rappresenta la realtà?
Perché ci sono ambiti che sembrano lontanissimi da una possibile rappresentazione numerica e poi si sviluppano proprio in quella, per una necessità comparativa o descrittiva?
La società contemporanea vive un’ossessione per la quantificazione. Sostituiamo la complessità delle parole con la rigidità matematica rispondendo così a un bisogno innato di controllo. I dati numerici offrono una sensazione immediata di ordine, la precisione metrica cancella l’ambiguità del linguaggio naturale. Questa spinta non è solo culturale ma è alimentata da una precisa struttura economica e sociologica che possiamo chiamare il “capitalismo dei dati”.
I numeri appaiono neutrali e privi di pregiudizi. Questa percezione genera un’efficace semplificazione cognitiva in quanto sintetizza i fenomeni riducendo l’ansia e l’incertezza quotidiana. Le cifre creano un linguaggio universale comprensibile ovunque anche se questa chiarezza può nascondere una perdita di qualità, perché la misurazione costante impoverisce la percezione dell’esperienza.
Solo per fare alcuni esempi: il Prodotto Interno Lordo (PIL) misura la ricchezza economica escludendo il benessere sociale, le recensioni online sintetizzano esperienze alberghiere complesse in semplici stelle, i contapassi digitali riducono la salute psicofisica a obiettivi numerici.
La sociologa Wendy Nelson Espeland nel suo saggio Commensuration as a Social Process (1998) definisce “commensurazione” ciò che traduce le qualità irripetibili in quantità standard. Azzerando le differenze di contesto originarie, succede che cose totalmente diverse diventino improvvisamente confrontabili tra loro. L’esperienza vissuta viene ridotta a un punteggio e la mente umana risparmia energia nel processo decisionale.
Un esempio molto comune nella vita di tutti riguarda le recensioni online con le stelline (da 1 a 5) su piattaforme come TripAdvisor, Amazon o Google Maps. Analizziamo due ristoranti. Il primo è un piccolo locale storico a conduzione familiare. Il servizio è lento perché la nonna cucina tutto al momento, ma l’atmosfera è calorosa e gli ingredienti sono a chilometro zero. Il secondo è un fast-food moderno e super tecnologico. Il cibo è standardizzato e industriale, ma il servizio è istantaneo, il locale è pulitissimo e il prezzo è molto basso.
Si tratta di due esperienze culinarie e umane completamente diverse, non paragonabili, però per il processo di “commensurazione” entrambi i ristoranti ottengono su una piattaforma una media di 4.2 stelline su 5. Ma cosa è successo? La storia, l’atmosfera, il tipo di cibo e l’identità dei due locali sono stati completamente azzerati. Due realtà totalmente differenti sono diventate improvvisamente confrontabili tramite un unico numero standard. Un utente frettoloso vedrà solo il punteggio “4.2” e considererà i due ristoranti qualitativamente identici sul piano del gradimento, ignorando la complessità e le differenze delle due esperienze reali.
Si può così facilmente intuire come la “commensurazione” non è una semplice operazione matematica ma costituisce una potente tecnologia di governo umano che usa i numeri come elementi strategici di riduzionismo sociale, ridefinendo costantemente i rapporti di potere tra le persone. Esistono dei meccanismi che guidano questo processo di quantificazione e che si compartano in modo sinergico e strutturato. Reattività, spoliazione ed equivalenza insieme, sradicano i contesti locali per creare astrazioni.
Tramite la “reattività” i numeri creano una nuova realtà artificiale modificando profondamente le azioni umane. Questo succede ad esempio quando gli operatori dei call center chiudono frettolosamente le telefonate senza risolvere il problema dell’utente perché il loro unico scopo è rispettare i limiti di tempo stringenti imposti dalle metriche di produttività. Succede la stessa cosa quando i chirurghi rifiutano i pazienti disperati, evitando così di peggiorare i tassi di mortalità. Questa distorsione trasforma in maniera molto evidente gli obiettivi sociali che qualunque azione dovrebbe avere e asseconda la volontà di chi ha introdotto i numeri “commisuranti” (sia un individuo, un sistema, una rete).
La “spoliazione” cancella la storia unica dei fenomeni. Questo meccanismo elimina ogni sfumatura qualitativa dall’esperienza, isolando l’informazione dal proprio ambiente d’origine. La complessità umana si riduce così a un database e ciò che non è quantificabile scompare dai radar. Attraverso la spoliazione il dolore cronico diventa un mero codice e la cartella clinica mostra solo una scala numerica. Succede la stessa cosa quando un centro d’ascolto viene valutato sui costi che ha dovuto sostenere, ignorando “i traumi umani superati”.
Infine, “l’equivalenza” collega matematicamente elementi del tutto differenti e la quantificazione inserisce oggetti unici nella medesima scala. Si annulla così il valore intrinseco delle cose, creando comparabilità forzate e artificiali. Il giudizio profondo svanisce per risparmiare energia mentale.
Questo succede, ad esempio, quando un piccolo ateneo d’arte compete con una facoltà scientifica di una grossa università ed entrambi gli istituti subiscono la stessa classifica globale delle Università. Succede anche quando viene usato il sistema di recensioni a stelle standardizzato, oppure quando un museo archeologico statale e un parco acquatico commerciale vengono giudicati ed equiparati esclusivamente in base al numero di biglietti staccati alla cassa.
Tutto ciò non significa che i numeri non vadano mai usati, né che si voglia negare il loro potere di sintesi e di spiegazione degli accadimenti della vita. Significa, più semplicemente, che andrebbero utilizzati con maggiore attenzione al contesto, al fine di non annullare il loro potenziale esplicativo e di non asservirli a un potere ingordo. Spetta quindi a noi guardare oltre il singolo dato numerico per recuperare la complessità e il valore reale delle nostre esperienze quotidiane.
Ma come possiamo “guardare oltre”?
Utilizzando le recensioni online (Ristoranti, Hotel, Prodotti) capita spesso di scegliere un ristorante solo perché ha “4.5 stelle” su TripAdvisor o Google Maps. Guardare oltre significa leggere i testi delle recensioni negative e positive. Un locale potrebbe avere 3 stelle perché il servizio è lento, ma il cibo è straordinario e fatto in casa. Un altro potrebbe avere 4.5 stelle solo perché è veloce ed economico, ma il cibo è congelato. Leggere il contesto permette di scegliere in base a ciò che si cerca davvero, non in base a una media matematica.
Non è esaustivo valutare l’intelligenza o la preparazione di uno studente solo attraverso un “7” o un “30” ma è necessario concentrarsi sul percorso di apprendimento, sulle competenze acquisite e sui punti di forza emotivi o relazionali. Un ragazzo che prende un voto basso potrebbe aver affrontato un periodo di forte ansia o aver fatto un errore di distrazione, pur avendo capito a fondo l’argomento. Valorizzare il suo metodo di studio o la sua curiosità significa guardare oltre quel voto.
Per questioni di salute e di benessere si usano in maniera sistematica contapassi e bilance ma pensare che la propria salute dipenda strettamente dal raggiungimento di “10.000 passi al giorno” o dal pesare esattamente un certo numero di chili è estremamente riduttivo, bisogna ascoltare i complessi segnali del nostro corpo perché proprio questa personale decodifica concorre in maniera significativa a valutare il benessere generale.
Una passeggiata di 5.000 passi in mezzo alla natura, fatta per rilassarsi, può avere un impatto psicofisico nettamente migliore rispetto a 12.000 passi corsi freneticamente in un centro commerciale solo per “riempire la barra” dell’applicazione dello smartphone.
Nei social media è molto diffuso valutare il successo di una persona o il valore di una foto dal numero di follower o di “mi piace” applicati e si perde di vista l’importanza e la bellezza di coltivare la profondità dei legami reali e l’autenticità dei contenuti scritti o condivisi. Un post profondo o un’opera d’arte complessa potrebbero ricevere pochissimi “like” perché richiedono tempo per essere capiti, mentre un meme banale e superficiale può diventare virale in pochi minuti. Il valore di un’opera d’arte non sta certo nella sua popolarità numerica.
Infine, è risaputamente sbagliato credere che un Paese stia bene solo perché il suo Prodotto Interno Lordo (PIL) è in crescita. Il PIL può aumentare a causa della produzione di armi o della ricostruzione dopo una catastrofe ambientale, ma questo non significa che la qualità della vita dei cittadini sia migliorata. È necessario analizzare l’indice di felicità, l’accesso alla sanità, il livello di istruzione e la distribuzione della ricchezza.
Vivere a colpi di medie matematiche ci risparmia la fatica di scegliere ma ci condanna a una grigia uniformità. A forza di quantificare tutto, rischiamo di perdere molto tempo contando le sciocchezze della nostra esistenza, dimenticandoci contemporaneamente di viverla.
Quindi, spegnete il contapassi e, per una volta, godetevi il lusso di essere deliziosamente imponderabili. Inoltre, la prossima volta che cercate una trattoria online, lasciate perdere l’algoritmo. Se leggete che “il posto è carino ma la nonna urla in cucina e il gatto dorme sulla sedia”, correte lì. Magari non avrà 4.8 stelle, ma vi lascerà un ricordo memorabile.
Dopotutto, la felicità non è una formula matematica e la nostra emotività comincia proprio là dove finiscono i decimali.
Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay
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