Passa al contenuto principale

IN DIFESA DEL PAESAGGIO

IN DIFESA DEL PAESAGGIO

Un paio di notazioni, tra le tante, mi hanno colpito riprendendo in mano a distanza di tempo un libro che molti non conoscono: la raccolta Italia da salvare, che riunisce in un volume Feltrinelli di 300 pagine (a riprova della serietà e costanza d’impegno) i testi dei discorsi e degli interventi giornalistici di Giorgio Bassani, Presidente di Italia Nostra nel periodo dal 1965 al 1980.

Mentre denunciava l’abbandono nel quale versava il patrimonio artistico e paesaggistico nazionale, un patrimonio che tutti dovrebbero sentire come “sacro”, “da preservare nella sua straordinaria varietà e particolarità, totalmente”, legato com’è all’identità nazionale e al rapporto con la propria cultura, il grande scrittore ricordava che il piccolo gruppo che nel 1955 aveva fondato l’Associazione destinata ad avere un ruolo di peso nella difesa e tutela del paesaggio (paesaggio inteso come risultato della fusione di natura e intervento umano) era per lo più costituito da intellettuali e “da persone che avevano tutte partecipato in diversa maniera alla Resistenza”.

Intellettuali nel senso più alto e nobile del termine, troppo spesso dimenticato e/o praticato, intellettuali guidati dalla passione e dalla morale, e resistenti. Indicava così, oltre una scelta necessaria fatta in anni difficili, un nuovo, civico ruolo che l’avrebbe condotto, assieme a tutti i componenti di Italia Nostra, a porsi sempre in difesa del pubblico contro gli interessi di parte e a contestare l’insensibilità di una classe dirigenziale e politica che per decenni dopo la fine della guerra non si era preoccupata di formare una coscienza collettiva e per incuria, avidità e corruzione aveva permesso lo scempio del patrimonio culturale e storico del paese.

Prendeva la parola su tutto, il nostro Bassani, sui sassi di Matera come su Comacchio e le valli intorno al delta del Po, sul parco di Migliarino, sugli arenili italiani, sulla Liguria, il Monferrato, la costa amalfitana e quella Smeralda…, rivolgendosi a politici, amici, tenendo conferenze, scrivendo sui giornali. Chiedeva che i nuovi edifici si intonassero all’ambiente, che fosse preservato e creato il verde pubblico, che si desse vita e si facessero rispettare leggi su parchi nazionali e riserve naturali.

Consapevole della fragilità del territorio, si indirizzava ai ministri dei Beni culturali e agli amministratori delle città (stigmatizzandone molti, ma riconoscendo i meriti e gli interventi dei più ricettivi e sensibili) chiedendo nuovi provvedimenti legislativi, mentre tornava con insistenza a domandare interventi per luoghi a lui particolarmente cari: la sua Ferrara, con le mura di Biagio Rossetti, Venezia…

Un’occasione bastava per accendere l’attenzione: delle colonne antiche abbandonate su un terreno incolto lo inducevano a invocare un nuovo museo per la Messina della bellissima Resurrezione di Lazzaro del Caravaggio (alla quale, da sensibilissimo allievo di Longhi qual era, avrebbe dedicato una lettura mirabile), mentre la vecchiaia incipiente lo portava a schierarsi, oltre che dalla parte degli umani, da quella degli animali (in uno splendido testo che avrebbe poi dato il titolo alla sua raccolta di saggi: Di là dal cuore).

Nel corso di un’intervista del febbraio dell’86 incentrata sul contributo di Italia Nostra ricordava l’occasione personale che lo aveva indotto a decidere di impegnarsi in quell’“avventura” e citava due donne d’eccezione: Elena Croce e Marguerite Caetani.

Se alla Principessa di Bassiano avrebbe dovuto anche l’impegno nella redazione di una delle riviste più belle e cosmopolite del dopoguerra (Botteghe oscure) e la frequentazione del parco di Ninfa, che avrebbe giocato un ruolo determinante nell’ideazione dell’inesistente spazio abitato dai protagonisti del suo Giardino dei Finzi-Contini, a Elena Croce sarebbe stata legata la segnalazione del manoscritto di uno scrittore fino ad allora sconosciuto di cui Bassani avrebbe fatto uno dei più grandi successi letterari degli anni Sessanta: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Chi voglia sapere di più di queste sue straordinarie amiche, oltre alla biografia di Laurie Dennett (La principessa americana. La vita straordinaria di Marguerite Chapin Caetani, mecenate d’arte, giardiniera a Ninfa, Milano, Allemandi, 2020), che traccia l’affresco di un mitico e affascinante mondo artistico e culturale scomparso tra America, Francia ed Italia, può leggere ora un libro di grande interesse di Alessandra Caputi, In nome del paesaggio. Una battaglia legale della famiglia Croce contro la speculazione edilizia (1957-1967) (Prefazione di Vezio De Lucia, Napoli, Rubbettino, 2026).

L’autrice ricostruisce la lunga e tenace battaglia condotta da Adele, moglie di Benedetto Croce, e dalle figlie (in primis Elena e Ada) per impedire e rimediare lo scempio paesaggistico provocato da un edificio di 30 metri fatto costruire, in clamoroso abuso edilizio, dal banchiere Quinto Quintieri a pochi passi dal parco vincolato  di villa Ruffo, proprietà della famiglia Croce, in deroga al piano regolatore del 1939 (di cui non era stato riconosciuto il valore normativo) e alle complici licenze edilizie rilasciate, in palese contraddizione della legge, dalla giunta Lauro.

La contesa, iniziata nel 1957, avrebbe preso più di un decennio con ripetute vertenze legali e il ricorso finale all’Avvocatura dello Stato e alla Corte di Cassazione (ogni tappa è puntualmente ricostruita nel volume), ma avrebbe portato, grazie all’attenzione del Ministro Mancini, alla legge ponte di riforma edilizia del 1967 e successive integrazioni che aveva l’obiettivo di ostacolare la prosecuzione del disastro causato, oltre che nel resto d’Italia (in particolare al Sud), nella città di Napoli (su cui anche un film del 1963 di Francesco Rosi intitolato significativamente Mani sulla città).

Nel ’67, dopo defatiganti passaggi, per la prima volta sarebbe stata autorizzata la demolizione per abuso edilizio di parte almeno (gli ultimi piani) di un edificio complessivamente abusivo, vincendo resistenze di ogni tipo, comprese minacce, tentativi di corruzione, proposte di conciliazione profumatamente remunerate.

La Caputi, ricercatrice indipendente che da anni si occupa di lotte in difesa dell’ambiente e di bene comune e privatizzazione a Napoli, seguendo la vicenda, sottolinea come l’abuso edilizio contro il piano regolatore e la legge urbanistica non fosse stato perpetrato in quell’occasione da un palazzinaro illetterato, ma da un imprenditore che avrebbe avuto tutti gli elementi di cultura e agio sociale per muoversi ad ostacolare piuttosto che a favorire la devastazione della città.

Il libro, la cui lettura rappresenta un significativo momento di risveglio della coscienza civile, ci parla dei 600.000 vani in quegli anni illegittimamente costruiti a Napoli anche tramite la falsificazione della tavole di zonizzazione, degli intrighi, finanziari  e politici, che avevano portato a mutare aree agricole in aree edificabili fino ai dintorni della Reggia di Capodimonte, del non rispetto dei vincoli edilizi, della colpevole tolleranza degli illeciti, dell’assenza di una cultura della tutela. Parla anche della fermezza di una famiglia che fa valere il prestigio del suo nome per una vertenza che è di pubblica utilità.

Insomma si deve a famiglie e personaggi come questi, a Italia Nostra, alle associazioni che via via sono nate in difesa del paesaggio, ma soprattutto (se si crede all’importanza delle origini) a quel primo manipolo di intellettuali (ai quali nel tempo se ne sono aggiunti altri: basti il solo nome di Salvatore Settis, che non si stanca di illustrare e difendere con importanti pubblicazioni e conferenze l’articolo 9 della nostra Costituzione) se la parola paesaggio è diventata patrimonio comune e la speculazione edilizia (su cui un romanzo di Italo Calvino pubblicato nel ’63, ma uscito significativamente in prima battuta nel ’57 sulla rivista di Marguerite Caetani diretta da Giorgio Bassani) appare sempre di più a tanti come un reato contro ciascuno di noi e l’abitabilità del mondo nel quale viviamo.

Foto nel testo prodotte dall’autrice

In copertina: Foto di mfacchinetti da Pixabay

Per leggere gli articoli di Anna Dolfi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

sostieni periscopio

Sostieni periscopio!

Tutti i tag di questo articolo:

Anna Dolfi

Anna Dolfi, professore emerito dell’Università di Firenze (dove ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana moderna e contemporanea), è Socio Nazionale dell’Accademia dei Lincei. Tra i maggiori studiosi di Leopardi, leopardismo, ermetismo, narrativa e poesia del Novecento, ha progettato e curato volumi di taglio comparatistico dedicati alle “Forme della soggettività” sulle tematiche del journal intime, della scrittura epistolare, di malinconia e malattia malinconica, di nevrosi e follia, di alterità e doppio nelle letterature moderne, e raccolte sul tema dello ‘stabat mater’, sulla saggistica degli scrittori, la riflessione filosofica nella narrativa, il non finito, il mito proustiano, le biblioteche reali e immaginarie, il rapporto tra notturni e musica, letteratura e fotografia, ebraismo e testimonianza. Dopo due libri su Tabucchi (“Antonio Tabucchi, la specularità, il rimorso”, 2006; “Gli oggetti e il tempo della saudade. Le storie inafferrabili di Antonio Tabucchi”, 2010), ha curato per la Feltrinelli l’ultimo, postumo libro di saggi dello scrittore (“Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema”, 2013). Su Bassani imprescindibili i suoi libri che ne leggono l’intera opera alla luce della malinconia e delle strutture e proiezioni dello sguardo (“Giorgio Bassani. Una scrittura della malinconia”, 2003; “Dopo la morte dell’io. percorsi bassaniani ‘di là dal cuore’”, 2017). A sua cura l’edizione critica e commentata delle “Poesie complete” di Bassani (Feltrinelli, 2021). Recenti i suoi “Declinazioni della voce e forme dell’io nella letteratura moderna” (Vallecchi, 2024) e “Il paesaggio fra le righe. Percorsi con gli scrittori della modernità” (Olschki, 2026).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *