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PRESTO DI MATTINA /
La vita buona

 

Il bene comune, cuore della vita buona

Scrive il filosofo Charles Taylor [Qui] che l’orizzonte e la meta a cui tendono il nostro vivere non è solo quello di una vita buona in senso aristotelico. Non basterebbe, infatti, per la felicità di ogni cittadino, raggiungere il culmine dei valori a cui ciascuno aspira nelle loro giuste proporzioni.

Nell’età moderna, l’umanità scopre una nuova tappa del proprio cammino, nella quale acquista consapevolezza, che la vita buona trova nel “bene comune” la propria sorgente.

«È solo con la Riforma che si impone l’idea di ispirazione cristiana che la vita comune è il nucleo stesso della vita buona… e – prosegue Taylor – credo che questa affermazione della vita comune, per quanto tutt’altro che pacifica e spesso svolta in termini non religiosi, sia diventata una delle idee più potenti della civiltà moderna…

La percezione dell’importanza della quotidianità e, conseguentemente, della sofferenza colora di sé l’intera nostra concezione di che cosa voglia dire veramente rispettare la vita e l’integrità umana» (Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, Feltrinelli, Milano 1993, 27-28).

Non è un’intuizione, quella di Taylor, ma una constatazione difficilmente refutabile. Non si può giungere alla vita buona senza consapevolezza del bene comune o prescindendo dall’esercizio della condivisione come suo strumento di ricerca ed attuazione.

Il bene comune è così il bene stesso della vita buona: che è un bene per sua natura relazionale, in quanto si forma, cresce e matura solo dall’incontro della nostra libertà con quella dell’altro. Si verifica solo nelle relazioni interpersonali e trova il suo fine adeguato nella loro maturazione.

Già per Tommaso d’Aquino [Qui], del resto, il bene comune è il bene di tutti e di ciascuno, un bene che non sottrae l’essenziale alla persona, né impoverisce l’ambiente o la società. È quel bene che si attua negli individui per il fatto stesso della loro unione, e a cui tutti sono chiamati a partecipare.

Nel contesto dell’esperienza cristiana si esprime e si attua nell’orizzonte di una comunione e nello stile di un camminare insieme, sinodale appunto: «Il bene comune – così si esprime il Concilio − si concreta nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più pieno e più rapido della loro perfezione» (Gaudium et spes 74 b; cfr. anche 26; pure la Dichiarazione Dignitatis humanae, 6).

Con gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020, Educare alla vita buona del Vangelo la Conferenza episcopale intendeva offrire «alcune linee di fondo per una crescita concorde delle Chiese in Italia nell’arte dell’educazione».

Nel mezzo di questo cammino papa Francesco si è inserito facendo emergere un’ulteriore consapevolezza: quella che si educa alla vita buona del vangelo se si educa alla sinodalità, vivendola come stile permanente di chiesa in una convivialità delle differenze e comunione nelle diversità.

Il Cristo in noi è così speranza di vita buona, il bene comune, come pure la sua “pro-esistenza”, il suo esistere per la vita buona degli altri diventa quel bene comune a cui partecipare.

Se si fa proprio lo stesso sguardo di Gesù, questo sarà capace di aprirci ad una umanità nuova e piena: «Nel gesto della moltiplicazione dei pani e dei pesci è condensata la vita intera (vita buona) di Gesù che si dona per amore, per dare pienezza di vita (vita comune). Neppure il suo corpo ha tenuto per sé: “prendete”, “mangiate”» (EVBV, 18).

Emblematico, come uno scossone, fu l’intervento di papa Francesco nel gennaio del 2021, cinque anni dopo il Convegno ecclesiale di Firenze, in cui espresse l’urgenza di non fermarsi a quell’evento.

Egli sprona ad essere anzi solleciti nel ripartire da quell’evento per avviare un processo di conversione in stile sinodale, che testimoni la gioia di vivere, quella vita buona che scaturisce dall’annuncio e dalla pratica vicendevole del vangelo negli ambiti decisivi del proprio vivere.

Così papa Francesco: «Cruciale risulterà la sfida dell’annuncio del Vangelo in un’Italia in continuo cambiamento che fatica a incontrare la gioia di credere. Una sfida che passa dalla liturgia, dalla famiglia, dai giovani, dalla carità: tutti ambiti (quelli emersi al convegno) che entreranno nel processo sinodale. Lo sguardo verrà rivolto anche alla società: il che significa, ad esempio, toccare i temi della cultura, delle povertà, delle fragilità, della cittadinanza, del lavoro.

E idealmente il Sinodo congiungerà quasi un ventennio di vita ecclesiale italiana, recependo gli ultimi due Convegni nazionali: quello di Firenze nel 2015 e quello di Verona nel 2006 (con i suoi cinque ambiti: affettività; lavoro e festa; fragilità; tradizione; cittadinanza)».

Come realizzare questo? a partire da dove?

Questa la risposta del papa: «Al centro del cammino sinodale ci sarà l’ascolto, che vuol dire primato delle persone sulle strutture, corresponsabilità, attenzione ai variegati volti della Chiesa italiana. La CEI è ben consapevole che la comunità ecclesiale del Paese ha storie e sensibilità non uniformabili che sono, anzi, una ricchezza e lo specchio della “convivialità delle differenze” che caratterizza la vita di fede nella Penisola».

Un debito di ascolto

«Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole» (Rm 13, 8).

Nel suo libro La vita comune, Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) [Qui] scriveva: «Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo. Chi non sa ascoltare il fratello ben presto non saprà neppure più ascoltare Dio; anche di fronte a Dio sarà sempre lui a parlare» (La vita comune, Brescia, 1969, 147-149).

Dopo l’intervento del papa, nella 75ª Assemblea generale straordinaria della Conferenza episcopale italiana, il 22-25 novembre 2021, la decisione unanime fu quella di mettersi in ascolto del popolo di Dio, di tutti i battezzati, e di «aprire il cuore e l’orecchio a quanti (…) sono rimasti ai margini della vita ecclesiale», di colmare «la distanza che separa il Vangelo dalla vita», di «riorganizzare la speranza, in una società che corre veloce lasciando spesso indietro i più deboli, che subisce il fascino mutevole delle mode, che parla linguaggi nuovi e fa dell’individuo il suo centro».

Così iniziò il primo tratto di quel processo di consultazione del cammino sinodale con la consapevolezza di dover dare spazio alla creatività di ciascuno, sino a consentirgli di travalicare i confini già tracciati.

La strada da percorrere, per quanto sconcertante possa sembrare, è quella dell’ascolto, del sostegno e della vicinanza, anche da parte dei pastori al popolo di Dio: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve» (Ap 2,17).

Verso chi siamo in debito d’ascolto?

La risposta è venuta ai pastori dalle riflessioni e dagli interventi emersi nei 50.000 gruppi sinodali delle chiese e comunità cristiane, per un totale di 219 testi pervenuti alla CEI. Una cartina di tornasole che ha fornito un quadro delle aspirazioni di rinnovamento più avvertite tra i cristiani, senza risparmiare critiche al panorama ecclesiale italiano.

Così nella Sintesi nazionale della fase diocesana del cammino sinodale, pubblicata il 18 agosto 2022, si è evidenziato il fatto che la Chiesa italiana soffre di “un debito di ascolto” nei confronti di diversi soggetti, tra cui soprattutto i giovani, le vittime di abusi sessuali e di coscienza, i poveri.

È detto pure che la prassi dell’accoglienza dovrà ripartire innanzitutto dalle differenze, specie da quelle nei confronti delle quali le chiese e le comunità si sono mostrate più impermeabili. Differenze generazionali, nate da storie ferite, di genere, d’orientamento sessuale, culturali, sociali o legate alla disabilità.

Forte la sottolineatura sulla necessità di puntare alle relazioni, perché l’incontro con le persone diventi il centro stesso dell’azione pastorale, capace poi di avviare anche una trasformazione degli ambiti e dei soggetti che compongono le stesse istituzioni ecclesiali.

È proprio il lasciarsi permeare dalle differenze intra ed extra ecclesiali, che porterà alla luce il nuovo e indicherà le vie per realizzare quella “riforma della chiesa in uscita missionaria”, auspicata da papa Francesco nella Evangelii gaudium (n. 17).

In questa direzione si muove a non per caso l’intervento di apertura di papa Francesco al Congresso dei leader religiosi del mondo riuniti a Nur-Sultan in Kazakhstan a metà settembre:

«Ma come intraprendere una missione così ardua? Da dove iniziare? Dall’ascolto dei più deboli, dal dare voce ai più fragili, dal farsi eco di una solidarietà globale che in primo luogo riguardi loro, i poveri, i bisognosi che più hanno sofferto la pandemia, la quale ha fatto prepotentemente emergere l’iniquità delle disuguaglianze planetarie».

Ancora e sempre dall’ascolto verrà così la capacità di lavorare insieme nei cantieri di casa nostra: i “Cantieri di Betania”, così titola il testo che raccoglie le proposte e le indicazioni pastorali dei vescovi per il secondo anno della fase narrativa del sinodo.

Avevo già ricordato in precedenza che i cantieri sono tre: “cantiere della strada e del villaggio”, che implica l’ascolto dei diversi “mondi” in cui i cristiani vivono e lavorano, con la connessa questione dei differenti linguaggi da apprendere.

Poi quello “dell’ospitalità e della casa” (Betania casa degli amici): è questo il cantiere delle relazioni e delle strutture comunitarie da riformare e rendere vive, mettendo a tema, senza reticenze, ricchezze e limiti degli organismi ecclesiali di partecipazione.

Infine il cantiere “delle diaconie e della formazione spirituale”, che unisce la questione della corresponsabilità femminile nella comunità cristiana e l’ambito dei servizi e ministeri ecclesiali.

I Centri di ascolto

Nella proposta dei Cantieri di Betania vi è pure da svolgere un tema libero, da scegliersi in ciascuna chiesa; vedremo quale emergerà dalla nostra diocesi. Nel frattempo mi sono messo di buona lena e, dall’esperienza fatta in questi ultimi quattro anni nell’Unità pastorale di Borgovado, ho pensato che quello dei Centri di ascolto e del loro coordinamento sia un tema emergente e urgente, da focalizzare, perché capace di dare voce e fotografare non solo l’emergenza, i bisogni delle persone, la loro vita non buona e non condivisa, ma pure in grado di aprire le comunità a quel bene comune che si estrinseca in una cittadinanza solidale quale segno tangibile dell’annuncio evangelico.

Nei Centri di ascolto si prova a mettere in pratica un “ascolto attivo”, un’attitudine dialogica, in cui il momento emotivo si apre all’esperienza di un vero incontro empatico che continua nel tempo, capace di avvicinare le persone rendendole meno rigide e più permeabili di fronte alle differenze che caratterizzano questo nostro tempo.

L’ascolto attivo permette anche quelle connessioni formative e pastorali capaci di far interagire persone, ambiti e realtà diverse e di far emergere non solo la vita buona, ma pure il bene che hanno in comune.

Chiesa e territorio, parrocchie e città, visti come un unico “ecosistema” fatto di diversità che interagiscono nella ricerca e nello scambio, in vista di una vita buona per tutti.

Per le nostre comunità parrocchiali proprio la città nella sua complessità e diversità, con i suoi problemi e le sue periferie esistenziali, ma pure con le sue risorse, diventa spazio e scuola di umanità.

Ogni suo ambito, dalle università ai quartieri più poveri e marginali, può diventare uno spazio per la formazione e maturazione della coscienza personale, comunitaria ed ecclesiale, cantiere che pratica la cittadinanza e la mondialità.

Così i centri di ascolto, nella più ampio e attuale contesto del cantiere ecclesiale, possono diventare quello spazio pastorale di ospitalità, di scambio vitale che il concilio aveva indicato come luogo di evangelizzazione da attuarsi con una duplice apertura di ascolto: di Dio e dell’uomo.

Mi ha sorpreso e soprattutto incoraggiato a proseguire su questa strada l’ultimo numero dell’Osservatore di Strada, supplemento mensile dell’Osservatore Romano, voluto da papa Francesco come giornale che nasce dalla strada: “il giornale dell’amicizia sociale e della fraternità”. Il numero di ottobre è infatti tutto dedicato all’ascolto. L’editoriale di strada titola: Se non ascolti, l’elemosina la fai solo a te stesso.

«Ascolto le parole» dice il poeta Daniele Mencarelli [Qui]: «lì sta il senso della vita»; c’è un bene comune da trovare insieme perché dice ancora il poeta: «Tutto chiede salvezza».

Un volto d’uomo, un anziano che si affaccia sulla prima pagina come ad una finestra: ha preso la parola e anche le mani raccontano la sua storia.

E, appuntato lì vicino, un post-it con una poesia:

Si ascolta con gli occhi. Si parte da lì. Guardando.
Guardare chi si ha di fronte, e accogliere quello che ci sta dicendo,
ancora prima che abbia aperto bocca.
Ascoltare la sua figura, quello che ci dice il suo corpo.
Perché i corpi parlano infinite lingue.
Infine, ascoltare la sua voce.
La voce è un suono di carne.
E se la carne, o lo spirito, di chi ci sta parlando
è schiacciato dal peso del dolore, quel suono ne risente,
si incurva, spesso sprofonda,
altre volte diventa sottile come la punta di un ago.
E dice. Racconta. Rivela. O Mente. Fugge.
Ascoltare chi non ha parole, chi ne urla all’infinito,
chi ce le dice odiandoci, piangendo, chi scappando via.
Il dono, senza l’ascolto,
non è che un dare per annullare,
senza nulla aver dato veramente.
(D. Mencarelli in OdS, ottobre 2022)

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PRESTO DI MATTINA
Padre Silvio

Il chicco di grano caduto in terra

Padre Silvio Turazzi, missionario ferrarese nativo di Stellata di Bondeno, ci ha lasciato giovedì 26 maggio, memoria di san Filippo Neri, il santo della semplicità e della gioia cristiana che, come lui, visse gioiosamente in mezzo ai poveri, ai piccoli, agli emarginati.

Quel giovedì era pure la solennità dell’Ascensione, che ricorre a rigore quaranta giorni esatti dopo la Pasqua. Canta l’inno del mattino: «È asceso il buon Pastore alla destra del Padre, veglia il piccolo gregge con Maria nel cenacolo. Scende il crisma profetico che consacra gli apostoli araldi del Vangelo».

Così dopo una vita in sedia a rotelle, ma pur sempre da araldo del vangelo, pure lui, rialzato dal suo Gesù, è asceso presso il Padre, non senza la promessa di restare tra noi con il suo spirito di “fratello universale”.

Sì, quella della spiritualità di Charles di Foucauld [Qui], fratello universale, fu una delle luci che ispirò il suo stile missionario. Fratel Charles era per lui «il missionario che ascoltava Dio, che parlava condividendo la vita dei poveri nello spirito di Gesù di Nazareth».

Per questo fu molto presente nella vita di padre Silvio, anche se sentiva importante – sono le sue parole − partecipare a tutta la vita della gente: «Con questa prospettiva mi sento di vivere ovunque. Qui capisco che i sacrifici sono tanti: insicurezza, malattia, disagi, incomprensioni sono di casa. Soltanto la fede, l’appoggio su Gesù rende possibile un discorso completo sull’uomo … siamo tutti così limitati!»

Negli ultimi giorni, come la stessa consapevolezza che ebbe Gesù della propria fine, padre Silvio era entrato nei suoi tre giorni santi, nella sua Pasqua, ricordando a coloro che gli erano vicini il senso del suo soffrire e del suo morire. Lo ha fatto pronunciando le stesse parole usate da Gesù prima della sua passione.

È Edda, missionaria saveriana, che lo accompagnò per una vita, a raccontarcelo: «Martedì era voluto uscire. E davanti a un campo di grano, aveva richiesto una spiga e tenendola tra le mani aveva sussurrato: “Se il seme di grano non cade per terra e non muore non porta frutto”». È questa sua vita eucaristica, come un seme gettato nella terra, la sua vivente eredità.

Padre Silvio era entrato nei missionari severiani di Parma nel 1967, già prete, dal Seminario di Ferrara, e dopo soli due anni, nel 1969, fu vittima di un incidente stradale che gli compromise l’uso delle gambe. Ciò non gli impedì di iniziare la sua missione tra i baraccati di Roma all’Acquedotto Felice e poi a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, dal 1976 al 1994; quindi a Vicomero in una piccola fraternità missionaria vicino a Parma.

«La missione è un profondo atto di amicizia tra gli uomini»

«Portavo come un seme, una speranza oscura, il desiderio forte di incidere sul cammino del popolo per realizzare il bene comune. Mi sono ritrovato piccolo e bisognoso di imparare a leggere e capire esperienze e risposte alla vita diverse da quelle che avevo sempre incontrato. L’idea della missione mi ha provocato e sostenuto in questo incontro.

Poiché ci si riconosce in un destino comune, si prova il bisogno di comunicare le notizie che portano gioia e colmare i vuoti che gli egoismi hanno creato. È missione annunciare Gesù, Parola e impegno di Dio per la pienezza degli uomini; è missione riconoscere che la sua presenza va oltre il visibile e oltre i segni importanti e liberatori che egli stesso ci ha lasciato.

Quello che conta è il quotidiano rimettersi in cammino perché Lui, che è venuto a dichiarare la liberazione dei poveri, ci trovi impegnati a costruire, con il suo aiuto, la famiglia umana».

Quella di padre Silvio è stata così sempre di più una missione intesa e intenta a costruire la fraternità tra gli uomini: «Un altro aspetto dell’essere fratello è il legame con i fratelli sofferenti − che porta alla solidarietà. Una solidarietà che cura le ferite e si fa carico degli squilibri che la provocano; quella virtù che “è ferma e costante determinazione di lavorare per il bene comune, di donarsi per il bene del prossimo, pronti nel senso evangelico del termine a ‘perdersi’ per l’altro invece di sfruttarlo, a ‘servirlo’ anziché opprimerlo”» (Sollicitudo rei socialis, 38).

È la scelta dei poveri. È la fraternità che diventa coraggio e si fa giustizia che illumina la vita sociale sulla proiezione della proposta di Cristo. “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…. Ogni volta che l’avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt. 25,31-46).

Ne parlo come prospettiva. La mia esperienza è povera, con tanti silenzi e compromessi. Quando l’ho vissuta mi sono trovato nel Vangelo. Ricordo la risposta spontanea al direttore della prigione che aveva proibito l’entrata ai sacerdoti bianchi: “Direttore, il sangue mio e quello dei detenuti ha lo stesso colore; perché non posso vederli?”. Mi fissò, poi rispose: “Ingla (entra)”».

 

La fraternità planetaria, la sua ostinazione

Aperti e protesi verso una giustizia, una solidarietà, una cultura e comunità planetarie. Padre Silvio vedeva nell’unità del pianeta un segno dei tempi: «È tempo che l’economia, il diritto, la politica, la cultura, abbiano riferimento all’unico uomo: l’uomo cittadino del mondo.

L’umanità è cosciente dell’avventura globale della sua storia come dei suoi rischi, non altrettanto da dove attingere la forza per “crescere” in quella cultura dell’altro, chiunque e dovunque esso sia, che permetterà l’incontro, la collaborazione, la gestione comune della vita.

E’ in questo contesto che la missione, e in particolare le missioni nei vari Paesi del mondo, è chiamata ad essere segno e strumento della diaconia della Chiesa per l’unità del mondo. Noi nuovi discepoli dell’unico Maestro, lentamente impariamo ad accogliere questa nuova ricchezza del regno, la chiamata a essere e diventare figli del Padre e aprirci alla fraternità.

La vita mi ha insegnato che non c’è situazione in cui non possiamo aprirci “al di più”, alla bellezza del Regno. Se poveri impariamo ad essere capaci di vedere chi soffre, a diventare solidali con loro; ne potremo accettare passivamente che l’altro sia escluso, calpestato, privato della propria dignità. Ogni scelta, ogni relazione, perché sia umana, deve tendere alla fraternità, il frutto maturo della pace».

Così un corpo e una parola di fraternità si ostinano a procedere tra immobilità e silenzi ostili e peggio indifferenti: «Dammi l’acqua/ dammi la mano/ dammi la tua parola/ che siamo, nello stesso mondo» (Chandra Candiani [Qui]).

Come il respiro in salita, il battito del cuore in affanno, ostinati anche se le gambe non camminano e le parole sussurrate del vangelo cadono nel vuoto. Ostinazione è il carattere di chi fronteggia l’immobilità, la chiusura, il dolore, è pure lo stile di chi abita il vangelo e la vita della gente come fosse la sua scuola, la sua casa, la sua terra, il suo campo.

È l’ostinazione – aratro che solca i campi dell’umano, semina e li fa fiorire e fruttificare – un ostinato amore che va fino in fondo costi quel che costi. «Tutto è questione di fedeltà – scriveva don Primo Mazzolarie l’ostinazione è una fedeltà innamorata» (Pensieri dalle lettere, Vicenza 1978,170).

In queste parole ritrovo al vivo lo sguardo e i tratti del volto di padre Silvio, la sua fede ostinata e sorridente: “una fedeltà innamorata”.

 

«Sul Golgota il Regno di Dio non è finito»

«Il mio ritorno a Goma con Paolo ed Edda è stato come entrare in un profondo pozzo, in un tunnel buio: è ancora guerra, continuano le sparizioni di persone gli spari nella notte.

E tuttavia si percepisce in mezzo a queste realtà di morte che la gente sente il bisogno di vita. Ha fame, sete, chiede luce. Per questo Gesù ha inviato i discepoli. Quando ci uniamo nell’eucaristia gli occhi sono fissi su Gesù, non c’è altro maestro. Si annuncia l’attualità della sua persona in mezzo a noi. Noi come chiesa non viviamo appena di ricordi, ma ricordando il Gesù presente viviamo il presente e ci apriamo al futuro.

Resta la profonda angoscia delle immagini molto tristi della guerra e del dopoguerra, restano gli interrogativi del perché tanto male, anche se si sa che i motivi della guerra nella regione dei grandi laghi sono da individuarsi in una volontà di profitto, di accaparramento e sfruttamento di risorse economiche.

Ho imparato che è nella preghiera che vanno cercate se non le risposte immediate almeno una luce ed un senso che ti confermano nella certezza che sul Golgota il Regno di Dio non è finito, ma dal Golgota si è sparso nel mondo.

Nella sofferenza degli uomini il Regno di Dio non è finito. Questo pensiero mi ha illuminato ed è stato come una liberazione dall’oppressione dell’angoscia e degli interrogativi su tanto male che ancora continua.

A Goma ho visto i segni della guerra e della fame, però ho visto anche i segni di una chiesa viva. Abbiamo sentito fatti di morte, stragi e sparizioni e abbiamo sentito fatti di bontà e di donazione della vita. Tanti episodi in cui i cristiani accolgono e nascondono chi è ricercato.

Ed allora il Regno di Dio non è finito. C’è una storia di vita che continua a scorrere. È il Regno che continua, tanti hanno dato la vita per salvare quelli dell’altra tribù.

Anche i missionari che sono restati sono un segno che il Regno di Dio non si è fermato. Sono restati condividendo l’insicurezza della gente e questo restare è stato sentito come il restare stesso di Gesù.

Quando andiamo oltre le nostre paure e i limiti, quando si continua a perdonare, a credere e a condividere, anche quando le situazioni sembrano difficili, allora il Regno di Dio è presente e vivo. Un cristiano si riconoscere da come fa la “spesa” e da come è capace di accogliere la diversità, anche quando fa paura.

Tornando a casa si è rafforzata ancora di più l’idea di tenere viva la comunione con la chiesa d’Africa e chiederei anche a voi di fare altrettanto. L’eucaristia è condivisione, da essa dobbiamo trarre la forza per vivere vangelo con coerenza e continuità, perché è il vangelo che ci offre uno sguardo nuovo.

L’ascolto della missione ci porti a rinnovarci nella fede: la missione è quel dono che fa crescere la fede perché la si dona. La fede è la presenza del Signore, è lui che ci orienta, e ci apre gli occhi.

Ho celebrato la messa di Pentecoste nella cattedrale di Goma. Ho riascoltato i canti nelle diverse lingue: mushi, kinande, kinyarwanda, kiswahili, kirega. Abbiamo ascoltato esperienze di vangelo vivo, di amicizia fino a rischiare e a donare la vita per quelli dell’altra etnia.

Ci hanno raccontato la storia di due giovani (hutu e tutsi) rimasti insieme in prigione, decisi a uscire di prigione insieme, o a morire insieme. Davvero il Regno di Dio non è finito. È visibile tutte le volte che la gente sa aiutarsi, perdonarsi, condividere il poco che ha e conservare, nonostante tutto, il germe della speranza.

È accaduto sulla croce di Gesù, continua oggi nella Regione dei Grandi Laghi tra la gente semplice, nella vita di ogni giorno. È una dimensione della storia che non appare, ma è nel tessuto della vita che continua. Prego questa sera perché siamo uniti e si crei un legame con tutta la gente della terra. Per la città di Goma che è affamata io chiedo al Signore una pioggia di fagioli».

(Riflessione di p. Silvio alla veglia missionaria nel 1997, Archivio Cedoc SFR).

 

Essere una parola viva: «brace ostinatamente tesa al fuoco»

«Mi rimaneva poco della forza del mio corpo, ma avrei voluto ugualmente donare il massimo. Essere una parola viva di Dio per gli altri, in particolare per i poveri che avevo incontrato».

Sei tu parola
la mia nuda guerra,
notturna disciplina,
è tuo
lo scatto che sa
la sobrietà
della strada più lunga,
sei tu la risposta
alla pressione del cielo,
al batticuore del silenzio,
il rifugio esposto sei tu,
nell’esilio dell’anima
che non verdeggia,
non fa foresta,
tu sonaglio
in paesaggio di sola neve.
Che tu veda la mia fame
già mi sfama,
ti consegno la mia balbuzie
perché tu la dica
polvere d’ossa e semina.
Tu secchio e deriva,
tu impastata di silenzio
come acqua e frana,
parola che modella l’anima,
la istruisce
a irriducibile tenerezza,
tu brace ostinatamente tesa
al fuoco, fa’ di me memoria.
Di quale amore ho sete?
Ti amo
anche quando non so di amarti.
Parola di silenzio.
Veglia sulla mia mutezza
come il sole sull’uva
perché diventi vino
e voce.
(Chandra Candiani)

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SUM, ERGO COGITO
Essere liberi vuol dire pensare.

 

Quando sento dire, e non da ragazzi ingenui e spontanei, che l’obbligo della certificazione verde implica togliere la libertà e che rappresenta un provvedimento paragonabile alle leggi fasciste, mi sento sconfortata. Sconfortata non solo perché questo indica che si è persa la capacità di usare la logica, ma soprattutto perché dimostra che lo studio della storia come maturazione di società, cultura e umanità sta scomparendo Una storia ridotta alla sola acquisizione di un accumulo indiscriminato e una giustapposizione di dati, senza riflessione.

La creazione del green pass è stata fatta proprio per garantire la libertà di tutti: se ci fosse stato l’obbligo del vaccino questa misura non sarebbe stata necessaria, ma il governo per adempiere al suo compito democratico l’ha ideata e implementata per rispettare due diritti: la salute di tutti e la libertà.
E’ è una garanzia reciproca. Una garanzia, seppur minima, per chi è vaccinato di interagire con chi non lo è senza rischi eccessivi, e per chi non è vaccinato di non essere causa di contagio agli altri.

Considerare il green pass un modo occulto di costringere la gente a vaccinarsi, come hanno insinuato le Destre e alcuni mezzi di informazione, è una lettura malevola che non rispetta questa intenzione democratica. È una presa di posizione gratuita che la Destra ha esercitato sul governo semplicemente per mostrare il suo potere, facendo azione di disturbo. Eppure, il compito dell’ Opposizione non dovrebbe essere di andare semplicemente contro al governo, ma rappresentare i temi delle minoranze che compongono la società, rendendo più democratica l’azione del governo. L’Opposizione fine a sé stessa crea instabilità, non democrazia.

La politica e le leggi vanno interpretate secondo i valori dell’umanità: altrimenti anche i principi su cui si basava il processo di Norimberga decadono. Eichmann non doveva essere giustiziato perché pedestre esecutore di leggi scritte. E anche Carola Rackete, la comandante della Sea Watch, doveva lasciar morire decine di persone per rispettare il Decreto Sicurezza–bis.

Queste ultime sembrano affermazioni retoriche, invece è una realtà che si sta attuando, per esempio, nel caso Riace.
Sono 15 sabati consecutivi che vediamo rumorose manifestazioni contro il green pass, mentre per la condanna a tredici anni di carcere di Mimmo Lucano per aver salvato delle persone e per aver trasformato una situazione di emarginazione in un motore di innovazione e sviluppo, non ce n’è stata che una sola, pressoché ignorata dai mezzi di comunicazione. E’ una nuova conferma che la stampa non svolge un servizio alla democrazia, ma segue piuttosto le leggi di mercato. E questo dovrebbe indignarci profondamente a prescindere dal nostro schieramento politico.

Sicuramente Mimmo Lucano per realizzare un progetto di accoglienza degno di quella che storicamente è stata la cultura italiana ha dovuto forzare dei regolamenti burocratici, in un paese e in un contesto nel quale la burocrazia per mantenere il proprio potere di controllo è arrivata, come spesso accade, alla disumanità se non addirittura all’assurdo.

Sappiamo ancora cos’è la democrazia?
Ci ricordiamo che la democrazia altro non è se non il tentativo di rendere storica e permanente la capacità di un’organizzazione di armonizzare l’esercizio della libertà personale – non solo individuale – con il bene comune? Che è lo strumento che permette di trasformare gli individui da atomi separati e in contrapposizione in soggetti intercomunicanti, solidali e collaborativi? Alla fine, vogliamo chiederci se siamo esseri che si limitano ad esprimere le leggi della chimica e della fisica, oppure se siamo esseri liberi che danno senso alla vita qualificandola secondo i propri valori di condivisione e comunione?

Avvenimenti come questi fanno emergere la superficialità dei comportamenti delle persone e l’incapacità di riflettere sulla realtà che diventa sempre più complessa e sempre più esigente. Questa è una conseguenza del depotenziamento della scuola pubblica, inteso sia per quanto riguarda gli investimenti e la percentuale di spesa pubblica, sia perché il ruolo della scuola è stato reso sempre più marginale nell’organizzazione generale della società stessa. La conseguenza immediata è che non si dà più peso e tempo alla necessità di pensare.

Cosa vuol dire pensare?  Oggi la scuola non lo insegna più.
L’istruzione pubblica manca doppiamente a questo ruolo di costruzione del pensiero: prima di tutto, eliminando l’educazione civica ha privato le nuove generazioni dell’abitudine a riflettere su cosa sia la democrazia, privandole anche delle nozioni di base relative alle istituzioni che la reggono e alle loro funzioni.
Il risultato paradossale è che la gente accusa il governo di non essere democratico e poi non va a votare. Questa mancanza di elementare educazione e cultura civica ha reso possibile l’impoverimento del linguaggio tanto da permettere la confusione tra concetti quali potere, politica e partito, che vengono usati come sinonimi, quando i loro significati non sono affatto coincidenti.
Altrettanto grave è che la scuola oggi non sia più finalizzata a educare la persona a sapere chi è, chi vuole essere e dove vuole andare, ma semplicemente a essere funzionale a una logica capitalistica che ha come scopo quello di avere successo, dove il successo si identifica solo con il diventare ricchi.

Oggi la scuola non insegna che pensare è entrare dentro il significato delle conoscenze e includerle in un processo storico e all’interno di un contesto. Pensare vuol dire dare senso e significato reale alle parole, considerandole nella complessità del ragionamento in cui sono espresse. Per questo pensare ti rende libero: perché ti permette di sapere chi sei e chi vuoi essere, ti aiuta a individuare i criteri per riconoscere dove sei, sapere che ci sono gli altri e ti rende consapevole anche di possedere gli strumenti per esprimere tua soggettività mettendoti in relazione e non in contrapposizione con l’altro. Senza conflitto.

Quando la scuola tornerà ad insegnare a pensare e ad essere creativi?  Quando riconoscerà il valore profondo di ogni persona? Quando riconoscerà che la persona, proprio perché unica e libera, è la risorsa che l’umanità attende per crescere e diventare sempre più libera e capace di individuare e rispondere al desiderio di una vita felice per tutti?

Libertà obbligatoria e tradimento della parola

Viviamo tempi estremi. La pandemia lo ha reso evidente ma i tempi estremi erano già presenti nel passato, solo che erano invisibili ai più. Oggi però li vediamo, li tocchiamo con mano e da buoni san Tommaso non possiamo più negarli. Le parole che usiamo per raccontare la realtà che ci circonda hanno assunto significati diversi a seconda di chi le pronuncia.

E’ come se la lingua madre fosse diventata una babele e tra umani non ci comprendessimo più. Scompaginati tutti i recinti non riusciamo più a leggere i confini delle nostre dimore che, per ognuno di noi, rappresentano la sicurezza. A catena questo scatena furia e paura nelle persone.
Le accuse che continuamente ci facciamo reciprocamente, in questo mare di incomprensione, è quella di manipolare la realtà. I dati scientifici diventano il perno su cui si basano le narrazioni, e tutti dico tutti, li tirano per la giacchetta, ognuno per darne la interpretazione che vuole. Anche io faccio parte di quelli che li leggono in un certo modo, che li interpretano (perché i dati si interpretano) con le parole che per me descrivono la realtà che vedo fuori  e che sento  dentro,  una realtà che mi corrisponda nel profondo, che tenga unita la conoscenza del cuore con quella della mente, perché, per me, guardare la realtà, non è un’ osservazione asettica, priva del mio essere dentro questa realtà, ma è partecipazione attiva con tutto il mio essere.
Questa libertà di discernimento che mi concedo, che fino ad oggi era un diritto – chIssà ancora per quanto? – e che condivido con gli altri (siamo esseri comunicanti non possiamo non farlo) oggi è mal tollerata, è vista come pericolosa per la comunità di cui faccio parte. Nonostante viviamo in sistemi democratici è proprio questa libertà di interpretazione che viene messa in discussione; non si fa altro che sentire dire che solo i competenti possono esprimere il loro pensiero, agli altri è concesso pensare – dunque  dubitare – (chissà ancora per quanto?) ma non di esprimersi.
Possiamo tentare di capire chi siamo ma non possiamo dirlo perché se affermiamo il nostro pensiero e il nostro essere, se solo ci poniamo dei dubbi, se ci autodeterminiamo, azione che ha bisogno di essere messa in parole, incorriamo nella accusa di impedire all’altro la sua autodeterminazione e cosa ancora più grave manipoliamo la realtà. 
La definizione di libertà che ha caratterizzato il secolo scorso “la tua libertà finisce dove inizia la mia” mostra chiaramente quanto questo impianto filosofico alla base delle nostre democrazie attui una competizione sfrenata: il più forte vince (Charles Darwin) e ottiene le libertà e gli altri soccombono.
Mi sono chiesta come sia possibile che siamo giunti a questo cortocircuito per il quale parole fondanti le comunità come libertà, amore, dono, bene comune, siano diventate parole divisive al punto da creare una spaccatura così grande.  Curiosamente viviamo in paesi che fanno della loro bandiera il rispetto delle differenze, ma siamo giunti a cancellare le differenze proprio in nome di quel rispetto che dovrebbe renderci liberi. Addirittura oggi la libertà sembra essere diventata un brand acquistabile sul mercato (slogan tipo + vaccinati + liberi ) non fanno altro che confermare questa ipotesi.
Sappiamo bene che il concetto di libertà è continuato a cambiare nell’arco della storia e questo suo cambiare ha contribuito all’evoluzione della umanità, e dunque, in un certo senso, questo suo travaglio fa parte del grande cambiamento che stiamo attraversando, dei tempi estremi in cui siamo immersi. Certamente in nome della libertà si sono fatte grandi guerre, le più spaventose e sanguinose, e oggi siamo in guerra, non contro il virus, ma fra di noi, una guerra carsica che scava solchi profondi; ma io spero arditamente che il risveglio delle coscienze e dell’amore sia già qui, nel nuovo che sta nascendo. Dunque torno alla questione che mi sono posta: come è possibile che le parole abbiano perso un significato unificante e siano diventate armi potentissime legate a immaginari assai lontani che rischiano di deflagrare in una guerra senza confini, in una guerra che entra nelle nostre stesse case causando  grande dolore e sofferenze? Per darmi una risposta  devo andare un po’ indietro nel tempo.
Le parole non cambiano il loro significato semantico così velocemente, di solito è un processo lungo che avviene carsicamente; quando poi emerge può essere assorbito in modo  apparentemente  indolore o invece può causare stravolgimenti come quelli che stiamo vivendo. Ma quale potrebbe essere la radice dello stravolgimento semantico odierno?
Io credo di averlo individuato nella cancellazione delle madri a livello simbolico.  So che non sarà facile seguirmi nel ragionamento e so anche che incorrerò nuovamente nell’accusa di manipolare la realtà ma io voglio semplicemente percorrere la strada interiore che mi ha portato a questo discernimento. La mia non è una verità assoluta ma la verità che mi corrisponde e ognuno sarà libero di trarne le sue conseguenze. Il linguaggio umano è un mezzo molto sofisticato e “la lingua è la caratteristica nucleare che ci rende essere umani” (Noam Chomsky) ma la lingua ovunque nel mondo viene definita come lingua madre perché  ce l’abbiamo da sempre, “perché l’abbiamo ricevuta gratis da quando nasciamo“ (Valeria Gheno) ed è dunque fortemente legata al prelinguaggio ereditato dalla madre, alla lingua del territorio che ci ha visto crescere, alla terra madre, Pachamama. Certo poi quando cresciamo noi scegliamo in autonomia le parole da utilizzare per descrivere la realtà, “trasgrediamo“ la madre (Igor Sibaldi, il concetto di trasgressione[Vedi qui]) per diventare noi stessi, ma quanto conta l’immaginario sul materno nella modifica del valore semantico delle parole?
Quando parliamo di materno o maternità facciamo riferimento a un’ampissima gamma di simbolico, parliamo di concepimento, gestazione, affettività genitoriale, educazione, amore, ma anche di creatività, di maternità di idee e libri arte, maternità-natura e moltissimo altro. Per cercare di darvi un’immagine di cosa intendo con questo ampio ombrello di possibilità, utilizzo la metafora della matrioska.
La maternità è come una grande matrioska che contiene tante piccole matrioske ognuna delle quali portatrici di un sapere specifico, ma tutte connesse tra loro. Oggi, però,  facciamo i conti con una parcellizzazione dei saperi in tantissimi ambiti, da quello della salute, a quello economico a quello sociale e giuridico, culturale, che hanno perso la loro originaria unità.
La grande matrioska che conteneva le più piccole è esplosa e il tema della maternità deflagra assumendo nuovi intendimenti. La maternità negli ultimi cinquant’anni ha cambiato volto, da fatto puramente fisiologico è diventata parte integrante del processo di medicalizzazione che ha invaso la nostra società.
Da fatto naturale fortemente legato anche al mistero della vita,  a fatto programmabile e costruibile a tavolino attraverso le tecnologie riproduttive.
E badate bene quando parliamo di tecnologie riproduttive parliamo già di quell’unitarietà andata in frantumi.
La domanda dunque è legittima.
Quanto questo immaginario simbolico legato alla madre, alla unitarietà della madre che sparisce nella parcellizzazione di diversi processi impatta sul nostro vivere la realtà?
Io sono giunta alla conclusione che la lingua madre è diventata una babele, perché  si è persa la matrioska grande, quella che li contiene tutti e da cui partono le ‘trasgressioni’ che sono la via alla realizzazione di quel sé unico e irripetibile che ci caratterizza e che fa dell’essere umano quel miracolo di amore tra diversi. Il transumanesimo che si fonda sulla violazione della Madre e della sua sacralità, che cancella il pre-linguaggio che unisce l’umanità in una unica famiglia, che fa della intelligenza artificiale il nuovo Dio, (medicinali iniettati da remoto, biobag per fare bambini, identità digitali, medicalizzazione della società per rendere uomini e donne sempre “più perfetti e inattaccabili” (?),  robot sempre più intelligenti e simili agli umani) è la causa  della babele.
Ma i più non sanno cosa sia l’ideologia transumanista che ci ha portato fin qui, non sanno quanto stia correndo avanti (è stato da poco riconosciuto il diritto alla cittadinanza a Sophia , un robot donna il che significa che a breve competeremo con i diritti rivendicati dai robot) perché è un’ideologia che ha agito di nascosto, vendendo alle masse progressi tecnoscientifici come grandi opere di bene, eludendo il dibattito sulle tantissime questioni bioetiche che si celano dietro.
Ma il linguaggio della Grande Madre è più forte, la Donna Selvaggia (Clara Pinkola Estes), emerge dalle coscienze singole (uomini e donne l’hanno dentro, nasciamo tutti da donna – almeno per ora) e come un unico canto ricompatta fratelli e sorelle dispersi nel caos della babele.
Lo vediamo nelle piazze di tutto il mondo, anche se il mainstream  non gli da voce. In piazza, per le strade ci riconosciamo, a volte basta uno sguardo per capire che siamo sulla via dei canti (aborigeni australiani) alla ricerca del recupero della lingua madre. Siamo semplici donne e uomini e famiglie che sentono la voce della grande Madre e a lei rispondono.

PRESTO DI MATTINA
Francesco, “pastore degli sguardi”

 

Cerco il tuo felice volto,
Ed i miei occhi in me null’altro vedano
(Ungaretti, Vita d’uomo, 206).

A questo ermetico verso, che ci ricorda come il linguaggio degli occhi sia il più istantaneo, ‘primordiale’, nel riflettere l’altro e il suo mistero, è sembrato a me fargli eco un’espressione non meno ermetica e profonda, «Nei tuoi occhi è la mia parola», di quel “pastore degli sguardi” che è papa Francesco, specie quando sollecita la chiesa ad essere capace di tessere sguardi di attenzione, di prossimità e tenerezza. Egli infatti è convinto che «lo sguardo di Gesù ridoni dignità ad ogni sguardo. Gesù li aveva guardati e quello sguardo su di loro è stato come un “soffio sulla brace”; hanno sentito che c’era “fuoco dentro” e hanno anche sperimentato che Gesù li faceva salire, li innalzava, li riportava alla dignità», (Santa Marta, 21/09/2013).

E lo sguardo d’altri poi.

Dai loro occhi silenziosi scaturiscono parole nuove, vere. Un incontro di sguardi che fa rinascere le nostre parole logore; che feconda le nostre parole sterili, ripetitive, senza gioia, rendendole parole di affezione, prossimità e condivisione: e dunque credibili per annunciare la gioia del vangelo. Lo stesso che si cela nello sguardo altrui: un vangelo nascosto dentro la vita degli altri, come un tesoro nascosto una perla preziosa, dal quale occorre lasciarsi evangelizzare.

Uno sguardo evangelico lo riconosci subito. Non è uno sguardo anonimo: vive in relazione all’altro, da persona a persona, tramite sguardi di reciprocità, che si voltano quando chiamati per nome. Da loro passa la grazia e il mistero della Parola e delle parole nostre, quelle capaci di generare. Non per caso Nei tuoi occhi è la mia parola è il titolo di un libro che raccoglie le omelie di Bergoglio quando era vescovo a Buenos Aires. Ed esprime l’attenzione di papa Francesco a cercare negli occhi dell’altro le parole da rivolgergli, affinché esse ne riflettano la realtà e non già l’idea che abbiamo di lui. Più grande dell’idea che abbiamo di lui, infatti, è la realtà che parla attraverso i suoi occhi.

Questo sguardo inclusivo, che alimenta e trattiene la presenza dell’altro dentro di noi, è capace di generare parole così autentiche da diventare ‘preghiera di intercessione‘. Tanto che, anche quando non hai più l’altro davanti agli occhi, o perché egli e lontano, o perchè non lo vedi da tanto tempo, quelle parole ne ricordano la presenza accanto a te. Quando chiudi gli occhi nella preghiera, come se chiudessi, evangelicamente, la porta della tua stanza, si apre uno sguardo interiore, che continua a vedere i luoghi, i volti, gli sguardi; a sentire le parole di coloro che hai incontrato nel tempo e nello spazio. E proprio lì non si è più soli, ma vi è anche il Padre tuo che vede nel segreto ed ascolta. L’intercessione, in tutte le sue molteplici forme ed espressioni, situa te e gli altri nella sorgente della preghiera di Gesù al Padre – nei tuoi occhi di Padre le parole mie – e quelle ascoltate fermandosi con le persone incontrate lungo la via.

Durante la discussione sul documento finale di Aparecida alcuni vescovi volevano inserire all’inizio del primo capitolo l’espressione “con uno sguardo crudo sulla realtà”. Fu invece approvata la mozione di Bergoglio che sottolineava la dimensione contemplativa del discepolo missionario di fronte al mondo. Quello che non affronta in modo anonimo la realtà, che si affida a uno sguardo generalizzato privo d’anima e di relazionalità con i volti e persone reali e situazioni concrete, ma ascolta  nel profondo le narrazioni delle storie di ciascuno.

Lo sguardo della fede è sguardo in relazione, che nasce dalla contemplazione. Cresce ogni volta contemplando la Parola e praticandola nell’intreccio, o meglio nell’abbraccio con le parole altrui. Contemplativa e poetica insieme, la parola della fede si origina negli occhi del vangelo e si incarna nelle parole e negli sguardi della gente per poter “vedere”, “discernere” ed “agire” nella realtà, nella storia, aprendo strade per la condivisione dell’annuncio.

«Lo sguardo che voglio condividere con voi è quello di un pastore che cerca di approfondire la propria esperienza di credente, di uomo che crede che “Dio vive nella propria città”. Perché lo sguardo di fede scopre e crea la città. Le immagini del Vangelo che più mi piacciono sono quelle che mostrano ciò che Gesù suscita nella gente quando la incontra per la strada. Lo sguardo della fede ci porta ad uscire ogni giorno e sempre di più all’incontro del prossimo che vive nella città. Ci porta ad uscire all’incontro, perché questo sguardo si alimenta nella vicinanza. Non tollera la distanza, perché sente che la distanza sfuma ciò che desidera vedere; e la fede vuole vedere per servire e amare, non per constatare o dominare. Uscendo per strada, la fede limita l’avidità dello sguardo dominatore e aiuta ogni prossimo concreto, al quale guarda con desiderio di servire, a focalizzare meglio il suo “oggetto proprio e amato”, che è Gesù Cristo fatto carne».

Lo sguardo della fede che spera «non discrimina né relativizza perché è misericordioso. La misericordia crea la maggiore vicinanza, che è quella dei volti e, poiché vuole davvero aiutare, cerca la verità che più fa male – quella del peccato – ma per incontrare il vero rimedio. Questo sguardo è personale e comunitario. Si traduce in agenda, segna tempi più lenti di quelli delle cose (avvicinarsi ad un ammalato richiede tempo) e genera strutture accoglienti e non repulsive, cosa che esige anch’essa del tempo».

Lo sguardo della fede che ama «non discrimina né relativizza perché è sguardo d’amicizia. Gli amici si accettano così come sono e gli si dice la verità. È anche questo uno sguardo comunitario. Porta ad accompagnare, a riunire, ad essere qualcuno in più al fianco degli altri cittadini. Questo sguardo è la base dell’amicizia sociale, del rispetto delle differenze, non solo economiche, ma anche ideologiche. È anche la base di tutto il lavoro del volontariato. Non si può aiutare chi è escluso se non si creano comunità inclusive. Lo sguardo dell’amore non discrimina né relativizza perché è creativo», (Incornare Dio nella città, Omelia, 2011).

Papa Francesco riprenderà questo tema anche nell’Esortazione Evangelii gaudium del 2013: «In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario, per rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale».

“Arte dell’accompagnamento”, la chiama Francesco nello stile di Mosè che si toglie i sandali di fronte a quel roveto ardente, che è ogni persona. Uno sguardo, dunque, «rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo che sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana», (EG 169).

Così Francesco riconosce ammirato come innumerevoli siano le risorse offerte dal Signore e i carismi suscitati dallo Spirito, per dialogare con il suo popolo e renderlo partecipe della missione e del Regno: «Credo che il segreto si nasconda in quello sguardo di Gesù verso il popolo, al di là delle sue debolezze e cadute: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32); Gesù predica con quello spirito. Benedice ricolmo di gioia nello Spirito il Padre che attrae i piccoli. Il Signore si compiace veramente nel dialogare con il suo popolo e il predicatore deve far percepire questo piacere del Signore alla sua gente» (EG 141).

A una chiesa in stile sinodale e in riforma missionaria Francesco chiede anzitutto una “conversione dello sguardo”, capace dire sì alla realtà e riconoscerla come più importante dell’idea. Sì al tempo come superiore allo spazio. Sì all’unità che non si rassegna alle divisioni, ma cerca vie per ricomporre i conflitti. Sì alle diversità sapendo che le parti formano e vivono nell’orizzonte e nell’interesse del tutto che è superiore alle parti, il bene comune al di sopra degli interessi di parte.

Alla conclusione del Sinodo sulla famiglia nel 2015, che ha determinato una discussione libera tra i vescovi e per questo non priva di contrasti e conflittualità, è seguita l’esortazione di Francesco Amoris laetitia del 2016. Che si prefigge di portare avanti un processo di riforma pastorale capace di guardare con realismo alla situazione delle famiglie nel mondo attuale, così da ridare ai pastori uno sguardo e tempi lunghi per continuare ad approfondire con libertà le questioni ancora aperte. Nel documento si chiede una “conversione dello sguardo” sulle abitudini familiari, sulla dottrina matrimoniale, sul conseguente agire pastorale. Lo stile di questo discernimento è all’apparenza molto semplice: occorrerebbe adottare lo stesso sguardo che Gesù riservava alle persone che incontrava in Palestina. Ma farlo con coerenza è tutt’altro che semplice, esigendo una conversione del cuore e della vita al vangelo.

Anche per il recente sinodo regionale Pan-amazzonico del 2019, l’esortazione apostolica di Francesco, Querida Amazonia del 2020 [Qui] riprende lo stesso stile aperto, proprio di chi è consapevole di esser di fronte a un processo di coscientizzazione delle questioni problematiche emerse. La sua è un’esortazione, che incoraggia a proseguire un cammino. Non si pone come chiusura del documento finale dei vescovi, quasi fosse l’ultima parola, ma si mette accanto ad esso. È lo sguardo del Papa sull’Amazzonia, che si unisce ad altri sguardi anche non coincidenti.

Scrive: «Tanti drammi sono stati legati ad una falsa “mistica amazzonica”. È noto infatti che dagli ultimi decenni del secolo scorso l’Amazzonia è stata presentata come un enorme spazio vuoto da occupare, come una ricchezza grezza da elaborare, come un’immensità selvaggia da addomesticare. Tutto ciò con uno sguardo che non riconosce i diritti dei popoli originari o semplicemente li ignora, come se non esistessero, o come se le terre in cui abitano non appartenessero a loro. Persino nei programmi educativi per bambini e giovani, gli indigeni sono stati visti come intrusi o usurpatori. La loro vita, i loro desideri, il loro modo di lottare e di sopravvivere non interessavano, e li si considerava più come un ostacolo di cui liberarsi che come esseri umani con la medesima dignità di chiunque altro e con diritti acquisiti», (QA 12).

Francesco invita così ad una mistica degli sguardi e delle relazioni che faccia entrare nei propri occhi il mistero di Dio rivelato negli occhi dell’altro. In contemplazione dei volti delle persone concrete, che incontriamo ogni giorno. Esorta al senso della contemplazione che per lui è senso “sinodico”, che cammina insieme e insieme si intona “sintonico al senso della poesia.

«Poesia: intendendo con questa bella parola proprio il senso della contemplazione, del fermarsi e donarsi un momento di apertura verso se stessi e gli altri nel segno della gratuità, del puro disinteresse. Senza quel “di più” della poesia, senza questo dono, senza la gratuità, non può nascere un vero incontro, né una comunicazione propriamente umana. Gli uomini “comunicano” non solo perché si scambiano informazioni, ma perché provano a costruire una comunione. Le parole devono essere quindi come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita». In Fratelli tutti si afferma la possibilità di un cammino di pace tra le religioni perché «il punto di partenza dev’essere lo sguardo di Dio. Perché Dio non guarda con gli occhi, Dio guarda con il cuore» (FT 281).

Nello sguardo poetico e contemplativo di papa Francesco, la profezia del Regno e la realtà storica devono nuovamente incontrarsi come narra il salmo 85: «La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra. Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno». L’incontro inizia sempre di nuovo quando donne e uomini alzano lo sguardo per vedersi l’uno nell’altro.

Querida Amazonia ha anche inserito nel testo parole di poeti e scrittori; Francesco è convinto che l’arte della parola poetica abbia la capacità di comunicare una più alta visione del reale. «Le parole devono divenire come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita», (Nei tuoi occhi è la mia parola, Rizzoli Milano 2016).

Dove abitò la tortura

Molti sono gli alberi
dove abitò la tortura
e vasti i boschi
comprati tra mille uccisioni.
(Ana Varela Tafur, Timareo, in Lo que no veo en visiones, Lima 1992)

Esiliano i pappagalli

I mercanti di legname hanno parlamentari
e la nostra Amazzonia non ha chi la difenda […].
Esiliano i pappagalli e le scimmie […]
Non sarà più la stessa la raccolta delle castagne.
(Jorge Vega Márquez, Amazonia solitária, in Poesía obrera, Cobija-Pando-Bolivia 2009).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Helgoland: l’isola che c’è ma non si vede

Ho da poco finito di leggere Helgoland di Carlo Rovelli.  Le sue prime pagine mi hanno aperto il cuore. In questi giorni in cui tutti si riempiono la bocca della parola scienza come fosse una fede e una verità assoluta lui scrive: “Ma questo è la scienza: un’esplorazione di nuovi modi di pensare il mondo. È la capacità che abbiamo di rimettere costantemente in discussione i nostri concetti. È la forza visionaria di un pensiero ribelle e critico capace di modificare le sue stesse basi concettuali, capace di ridisegnare il mondo da zero”.
E mi sono detta: iniziamo bene. Potente e coinvolgente l’idea di Rovelli di partire dalla storia del giovane Heisenberg, della sua ricerca della solitudine in un paesaggio nordico, duro, della sua scalata su una roccia per vedere l’alba la notte in cui riesce a far tornare i conti che gli permetteranno di comunicare la sua idea sui quanti. Potente  per introdurre la spinosa e controversa teoria dei quanti.  Affascinante la sua disanima su tanti filosofi, di cui i nomi sono sconosciuti ai più, che hanno animato le discussioni nel 900. Però la teoria resta controversa.
Perché è controversa? Perché da più di 100 anni la teoria dei quanti crea accese discussioni tra gli scienziati e oggi, questo Rovelli lo  sa, anche tra la gente comune come me, proprio sull’uso delle parole che servono a illustrarla. Mentre i numeri tornano, almeno, quelli di Heisenberg continuano a funzionare e sono alla base della meccanica quantistica su cui si fonda la tecnologia odierna, non tornano le parole che danno concretezza alla realtà descritta dalla teoria.
È una teoria aperta a diverse interpretazioni, con il rischio che se ne possa anche fare scempio ‘filosofico’. È come se le parole, in questa teoria, si comportassero come i quanti: corrispondono a significanti molti diversi e costruiscono immaginari diversi in chi prova a leggerla e immaginarla. Rovelli lo ha capito bene e tenta di indirizzare i possibili significati dei significanti, perché ama troppo la sua fisica teorica per vederla strapazzata dalla gente comune.
In un certo senso crea una tabella delle parole possibili, come Heisenberg crea la tabella dei numeri possibili. È onesto Rovelli, nel suo secondo capitolo descrive tre modi diversi di raccontarla, quelli su cui gli scienziati si confrontano e litigano, tre modi che comunque presuppongono a monte un dogma e l’autore si posiziona su quella che gli corrisponde di più, ma non dice il dogma che la caratterizza.

E qui vengo al punto di rottura con  l’autore. Rovelli, a mio modo di vedere fa un errore: fatica a riconoscere che ogni tentativo di descrizione della teoria, anche la mia,  e dunque anche la realtà, è per forza legata a una idea dogmatica interna che abbiamo del mondo. Ed è qui che io sento la mia strada divergere dalla sua. Io non ho alcuna resistenza a riconoscere che le mie teorie partano da un dogma, cioè da una verità che sento dentro  di me, ma che non è spiegabile a parole, da una esperienza mistica, mentre Rovelli si arrovella scusate il gioco di parole, sul modo possibile di eludere il dogma perché se no tutto il castello della scienza illuminista fondata su logos, razionalità e dimostrazione, crollerebbe.
Mi viene da aggiungere che, da buon maschio, vuole disegnare la mappa che porta al tesoro, quella unica possibile, anche se, a me,  la teoria dei quanti  dice proprio che ognuno potrà trovare il tesoro seguendo la sua di mappa. So bene che questa mia definizione farà arrabbiare l’universo maschile, ma da buona femminista interpreto la realtà proprio sotto una lente radicale. La teoria dei quanti a livello filosofico ammette senza se e senza ma che l’osservatore modifica la realtà, e dunque fa rientrare dalla porta quello che la storia ha sempre fatto uscire dalla finestra, e cioè che di un dato fatto storico ci possono essere versioni molto differenti.
Le donne lo sanno bene: troppa storia manca della loro interpretazione. Rovelli  sa che la filosofia,  la scienza e la storia devono dialogare, che le une senza l’altra perdono di senso,  si smaterializzano , diventano solo speculazioni astratte che poi di fatto non cambiano veramente il mondo,  o lo cambiano polarizzando le ideologie al punto da creare scontri violenti, ma resta nel solco della storia lineare. L’uomo (maschio, bianco possibilmente) deve potere trovare l’elemento ultimo per spiegare le leggi che governano la natura così da assicurare il tanto bramato ‘bene comune’.
So bene che la mia accusa di maschilismo a Rovelli suonerà cattiva e ingiusta. In realtà io non credo che lui lo sia in modo consapevole, ma in due frasi del suo libro proprio mi ha fatto arrabbiare: una a pagina 55, quando nella lista  delle cose che vuole indagare e studiare ci mette anche tutte le ragazze: “quando volevo provare tutto, leggere, sapere, vedere, andare: tutti i luoghi, tutti gli ambienti, tutte le ragazze, tutti i libri, tutte le musiche…” e una alla fine del libro quando scrive “sapere che la mia ragazza obbedisce alle leggi di Maxwell non mi aiuta a farla contenta” .
So bene che estrapolare le frasi dal  loro contesto  è operazione discutibile ma  la radice del mio disaccordo con Rovelli sta proprio lì, nello sguardo sul reale, così  differente che caratterizza il mio essere donna e il suo essere uomo.

Gli esseri umani da tempo immemore cercano di trovare il loro modo di stare al mondo in armonia con il cosmo, lo fanno cercando di comunicare le leggi che governano la natura, ma in occidente, da ormai troppo tempo, lo fanno per potere sottrarre alla natura il suo potere. Le leggi cambiano e si fanno rarefatte  nei momenti di grande cambiamento, proprio come in quello che stiamo vivendo,  e la natura, sapiente, le tiene costantemente in movimento vanificando il sogno onnipotente dell’uomo, quello di governare tutto.  Antigone insegna,  tra la legge e lo stare al mondo c’è uno spazio inalienabile, lo spazio della nostra coscienza. E’ ora che la fisica, la scienza e la filosofia   riconosca quello spazio, gli dia un nome, e accetti che è uno spazio concreto e invisibile allo stesso tempo,  con un potere incorruttibile e inaccessibile a livello generale.

LA SOCIETA’ FERITA DALLA CULTURA CAPITALISTA:
e ora si raccoglie ciò che si è seminato.

E’ sconcertante constatare come la dimensione culturale sia presa se non con leggerezza, quanto meno non considerata nella sua reale valenza nel determinare i comportamenti individuali, ma soprattutto comuni, per non dire di massa.

Dalla caduta del muro di Berlino la proposta storica del socialismo reale è risultata perdente di fronte alla sfida della storia lasciando dilagare il pensiero capitalista che ha come unica finalità, come senso e valore della vita, il denaro e il suo accumulo e la competitività come suo strumento per raggiungere il successo. Il profitto come riconoscimento del merito.

A questa prospettiva si è ridotta tutta la complessità della realtà, dall’ambiente produttivo al commercio, dal mondo della ricerca al linguaggio fino al pensiero, arrivando alla qualità relazionale delle persone a partire dall’educazione. La competitività, quindi il successo personale, è diventata l’obiettivo da raggiungere, a cui dedicare ogni sforzo.

Da almeno venticinque anni i governi, soprattutto di destra, hanno costruito il loro successo elettorale inneggiando alle due parole d’ordine: produttività e competitività, smantellando lo stato sociale e privatizzando. Ora che la produttività ha portato al disastro ecologico e la pandemia virale ha fatto emergere l’errore di prospettiva della scelta capitalistica, dall’opposizione si critica la lentezza delle proposte del governo a rispondere all’urgenza della ricostruzione di una società più equilibrata e democratica.
Non si ricostruisce in un momento ciò che si è smantellato in vent’anni. Dopo aver impoverito, con l’istituzione del numero chiuso all’università, la disponibilità dei professionisti di vario genere dai medici agli insegnanti e non solo, non si può pretendere di rispondere con tempestività per quel che è necessario, alle carenze del servizio sul territorio oggi.

Oggi l’importante è capire qual è la strada da percorrere per costruire una organizzazione sul territorio adeguata alle necessità determinate da probabili ma imprevedibili nuove criticità, dovute proprio alla complessità della civiltà in cui ci siamo evoluti. Questo momento richiede la capacità di correggere scelte non adeguate, se non totalmente sbagliate, per limiti di lungimiranza rispetto alla qualità della vita umana.

La cultura inizia dalla scuola di cui noi per primi determiniamo la qualità. Non si può accusare i giovani di mancanza di rispetto e responsabilità civile, dopo che si è insegnato loro, attraverso la competitività, il successo personale come obiettivo principale.
La qualità civile di una democrazia è l’esercizio della libertà personale in un ambito di relazioni che definiscono la libertà comune come progetto di una società pacifica. L’esperienza della libertà personale nel riconoscimento della medesima qualità nell’altro è frutto di una consapevolezza che ha la profondità della storia, dalle origini dell’umanità ad oggi. Costruire questa consapevolezza è il compito della scuola in una democrazia matura, degna del suo passato. Avere cultura democratica e sapere comportarsi civilmente è frutto di una scelta e di una educazione acquisita e personale.

La civiltà è la consapevolezza di sé e del proprio valore, perché si sa da dove vieni e quante scelte e quanta fatica ci sono volute per raggiungerne la qualità attuale. Quindi, c’è da augurarsi che questa drammatica esperienza conduca a considerare la cultura come un valore da tenere in massima considerazione, irrinunciabile addirittura, su cui investire il massimo delle risorse. Il vero valore di una società è la persona consapevole di sé che sa perciò indirizzare le proprie scelte al bene comune.

Etica e sapere: le chiavi della cittadinanza

Mentre la scuola sui banchi a rotelle corre verso il collasso, a settembre tornerà in cattedra l’insegnamento dell’educazione civica dai tre ai diciott’anni. Educazione civica è un binomio che non mi piace. Non mi piace “educazione”, non mi piace “civica”. Innanzitutto perché si chiamava così già nel 1958, quando fu introdotta nell’insegnamento a partire dalle medie, lasciando fuori l’avviamento professionale e la scuola elementare, che ancora aveva la religione cattolica come “fondamento e coronamento dell’istruzione”.

Sessantadue anni dopo si presume che paese, scuola e mondo siano profondamente cambiati e con loro le categorie e i paradigmi con cui guardarsi intorno. Ci si poteva almeno preoccupare di segnare la differenza. In compenso la distanza l’ha marcata, nel frattempo, la sociologia, facendo della dimensione “materiale” della cittadinanza l’oggetto dei suoi studi.

Educazione poi richiama ‘conformismo’, ‘forgiare’ e ‘plasmare’ secondo un modello che deve rendere tutti uguali, con finalità che sono state predefinite altrove, lontano dai progetti di vita delle persone. Una dimensione da ‘educazione nazionale’, di cui la storia del secolo che ci siamo lasciati alle spalle si è già incaricata di denunciare tutti i possibili effetti deleteri.

Civica: civis, il cittadino. Il ‘civis romanus’ distingueva il cittadino romano da chi cittadino non era. La nostra Costituzione, al contrario, non compie questa discriminazione, tutela la cittadinanza anche di chi cittadino non è, perché straniero.

Cittadinanza possiede una valenza più ampia di cittadino, perché esprime l’azione dell’individuo nel contesto della comunità politica, segna la linea di demarcazione tra il cittadino passivo e il cittadino attivo. Si può essere cittadini modello, rispettosi delle leggi, delle norme e dei regolamenti e non praticare la cittadinanza, perché impedita, quella che oggi rivendichiamo come cittadinanza attiva.

Un’idea di educazione civica, dunque, troppo parente del ‘law and order’. Il sospetto è che a ispirare la legge sia stata questa preoccupazione inconfessata di fronte all’incapacità di ricomporre un tessuto sociale che si va sempre più lacerando. E poi perché tornare a irrigidire il tutto nel nozionismo e nella valutazione, come una sorta di secondo voto in condotta. Tutto era già scritto prima in Cittadinanza e Costituzione delle Indicazioni Nazionali. Una pratica alla cittadinanza da crescere e vivere con coerenza, a partire dalla organizzazione della vita scolastica e dalle relazioni al suo interno, fino alla trasversalità disciplinare e ai rapporti con il territorio e con il mondo. Non un’educazione, ma un apprendimento permanente, un modo d’ essere, di vivere da esercitare ogni giorno a scuola come in famiglia e nella società.

Non era l’educazione civica che doveva entrare a scuola, semmai era la scuola che doveva incontrare l’educazione civica fuori, nella società, nelle relazioni con il territorio, nella coerenza delle condotte, nella gerarchia dei valori, nell’organizzazione e nel modo di funzionare delle istituzioni, nel loro rapportarsi con i cittadini, a partire dai giovani. Un apprendimento diffuso nel tessuto della società e dei luoghi dell’abitare. Perché se questo manca non c’è educazione civica che possa funzionare. Mentre il cittadino è quello che rispetta le leggi, che sta alle regole, la cittadinanza è molto di più, perché la cittadinanza è anche assunzione di responsabilità.

Nella legge e nelle linee guida ministeriali per l’insegnamento dell’educazione civica non compaiono né l’etica né  il ‘bene comune’. Si parla dei “beni comuni”, ma si tace del “bene comune”, della responsabilità che ognuno porta nei confronti di sé e degli altri, il labile confine tra l’osservanza della legge e l’etica delle condotte. L’etica, terreno delicato soprattutto per il rapporto tra giovani e adulti, per la coerenza dei comportamenti di questi ultimi, la loro testimonianza, la pratica dei precetti che si intendono inculcare con l’educazione. Etica e bene comune avrebbero dovuto occupare il centro della formazione ‘civile’ dei nostri giovani. Civile in quanto educazione alla convivenza.
Ma non è così.

Forse si è trattato di un ‘lapsus freudiano’, perché avrebbero messo in imbarazzo la credibilità degli adulti e del paese. L’etica della cosa pubblica violata dalle forze dell’ordine alla magistratura, dalle istituzioni alla politica, dalla corruzione all’evasione fiscale, dove non pagare le tasse od esportare i soldi nei paradisi fiscali è da furbi. Per non parlare dei mali endemici, dai segreti di stato, alle stragi di cui ancora non si conoscono i mandanti, fino alla ‘ndrangheta, mafia e camorra e la loro connivenza con gli apparati deviati dello stato.

L’etica per Aristotele è una scienza eminentemente pratica, dove il sapere deve essere finalizzato all’agire. Il ‘sapere’. Ecco ciò che rende debole questa idea di educazione civica. Perché a fare la differenza con la società del 1958 è proprio il sapere. Quelli erano ancora gli anni della alfabetizzazione, la scuola di massa neppure era all’orizzonte.
Oggi l’educazione permanente ha superato, almeno in teoria, la scuola di massa, siamo entrati nell’epoca della “società della conoscenza”, quella che l’Europa ha proclamato vent’anni fa con il Memorandum di Lisbona, ma che legge e linee guida ministeriali ignorano.
Società della conoscenza, perché nel ventunesimo secolo il sapere è divenuto la questione centrale di ogni cittadinanza. Possedere il sapere in continua evoluzione, per essere in grado di orientarsi nella complessità che cambia rapidamente la geografia dei pensieri e del mondo, possederlo oggi è la chiave di tutte le democrazie e dell’esercizio dei diritti della persona.

Non è sufficiente ricordarsi di fare oggetto di studio l’Agenda 2030 dell’Onu, semmai citando la questione della sostenibilità ambientale per poi tacere della sostenibilità sociale, dalla parità di genere, alla lotta all’omofobia e alla transfobia, fino al fenomeno epocale delle immigrazioni. Apprendere ad essere cittadini significa innanzitutto essere culturalmente attrezzati per districarsi tra complessità e molteplicità sempre più crescenti, per governare le contraddizioni, per penetrare oltre la superficie delle cose, per essere capaci di orientare il processo di costruzione del proprio sapere.

Se la nostra scuola non sa fare questo prima di ogni altra cosa, nessuna Costituzione, per quanto robusta, come nessuna Agenda 2030 potranno colmare il vuoto di formazione, di autonomia e di libertà delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, né potranno garantire un futuro sostenibile per l’ambiente, la società e l’economia.

Gratitudine

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nella prima ora del mattino.
(La redazione)

Don Domenico Bedin non è uno di quegli uomini che aiutano per avere la riconoscenza di chi quell’aiuto riceve. Ha accolto e dato una mano a tante persone senza badare a nient’altro che al loro bisogno. E’ anche un uomo con un senso della giustizia che gli fa chiamare le cose con il loro nome. Non sarà un ingrato fra tanti grati a guastargli la vita.

“Vale la pena di sperimentare anche l’ingratitudine, per trovare un uomo riconoscente”.
Seneca

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Per leggere i germogli delle settimane passate, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
La Terra di Mezzo della Domenica delle Palme

Chissà perché il pensiero della Domenica delle Palme evoca in me la ‘Terra di mezzo‘ ideata e descritta con insuperabile creatività e realismo da J.R.R. Tolkien. Una terra abitata da figure antiche e nuove. Un luogo per un verso pacificato dalla mancanza di ombre, verso il quale convergono in alleanza diversità non oppositive, ospitali, generative di quell’amicizia che nasce dall’avere uno scopo comune. Ma al tempo stesso una zona minacciata dall’oscurità caotica, che se custodisce una promessa di vita amabile e dunque capace di nutrire la speranza nel bene che vince sul male, è nondimeno messa alla prova da una moltitudine di ombre inquietanti di tenebra e di morte.

L’immagine non è estranea al realismo della storia biblica nella tradizione giudeo-cristiana. Tanto che in un’analoga ‘terra di mezzo’, si gioca anche la sfida, l’agone della domenica (“Dov’è, o morte, il tuo Pungiglione?”). È il ‘Giorno del Signore’ che intacca la ferialità, che si fa strada nella ombrosità dei giorni. Arginando un tempo senza qualità, la domenica reca con sé un tempo qualificato dalla novità dell’incontro con il Crocifisso risorto, che riapre il sepolcro come un seno materno ed esce fuori, lasciandolo vuoto. Vuoto dalla disperazione e dall’angoscia, così da mandare i Suoi sino ai confini della terra ad accendere un fuoco, quello di Pentecoste, e ad offrire il Battesimo di nuova nascita, perché nell’incontro con il Risorto chi perde la propria vita la ritrova. “Anima mia – scrive padre David Maria Turoldo – non pensare male di Lui: gli è impossibile fare altro. E vedrai il male non vincerà!”.

Forse più di ogni altra, la Domenica delle Palme sta in mezzo come un Vado: tra la domenica della risurrezione di Lazzaro e quella della Pasqua; tra l’arrivo di Gesù al sepolcro dell’amico per farlo nascere di nuovo, e la venuta dell’Angelo di Dio. Angelo inviato dal Padre a riaprire gli occhi del Figlio amato, ripetendo per lui quelle parole che egli, il Nazzareno, già rivolgeva a tutti per le vie della Palestina: “Alzati e va , perché il pungiglione della morte nulla ha potuto e le si è rivoltato contro ripagandola della sua stessa moneta: “dov’è o morte la tua vittoria”, si dirà nella Veglia Pasquale: inghiottita dalla Risurrezione.

È questa pure la domenica dell’ ‘Osanna‘ del popolo che accoglie festante Gesù con rami di ulivo e che grida “osanna, oh sì salvaci”. Del Messia accolto nella città santa e riconosciuto come colui da cui dipendono le sorti: anzi, il ribaltamento della sorte minacciosa del male: “spezzerà le loro spade e ne farà aratri, delle loro lance farà falci” (Is, 2,4). Questa domenica vede l’alleanza tra il mondo degli alberi, la creazione tutta e quello degli uomini di fronte al pericolo del bene comune.

Ma è anche la domenica più umile: quella della gioia umile. Lo sfidante, come già vittorioso, entra nella città santa cavalcando un puledro d’asina e non su carri da guerra. Così lo descrive il profeta Zaccaria (il cui nome significa ‘Dio si ricorda’) invitando all’esultanza: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra. Quanto a te, per il sangue dell’alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua. Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza!” (Zc 9,9-12).

La domenica delle palme è proprio la piccola Pasqua, la piccola risurrezione che abita la ‘terra di mezzo’ della nostra coscienza. E non diversamente dalla piccola Speranza di Charles Peguy che tiene tra le sue mani le due sorelle, Fede e Carità, è lei, la più piccola, una bambina da nulla, che le traina entrambe, perché senza di lei non si va da nessuna parte. Ma lo stesso può dirsi di ogni domenica, che – come la piccola Speranza – ci accompagna di settimana in settimana e s’intreccia alle nostre giornate affinché nel passaggio da un giorno all’altro, da una settimana all’altra ci ricordiamo di colui che è passato oltre; che ha attraversato la morte; che ha aperto un varco nella morte: “Lui, il capofila, il pastore grande delle pecore che il Dio della pace ha ricondotto dai morti” – dice la lettera agli Ebrei 13,20 – che anche noi seguiremo nella Pasqua. Passando dal cammino quotidiano.

Tutto ciò mi ritorna in mente talvolta quando passo nel chiostro di Santa Maria in Vado davanti a una scritta di saluto rivolta ai pellegrini in cui li si chiama viatores (viaggiatori). Perché la Pasqua – sapete – è proprio questo ‘Vado’, un attraversamento che ci fa uscir fuori. O meglio nascere di nuovo. Anche per nascere infatti bisogna passare oltre, attraversare la soglia che divide il buio dalla luce, che separa l’asfissia soffocante dal soffio che ti riempie i polmoni e li apre, come vele distese al vento della vita. Pasqua è veramente un venire alla luce. Nel racconto di Lazzaro egli è richiamato fuori, alla vita. Ed è Gesù la levatrice di questa nuova vita, che grida a Lazzaro di uscire fuori, che fa slegare le bende del sudario che gli avvolgevano il volto, le mani e i piedi, così da poterlo lasciare andare. Anzi, di più. Gesù agisce, al contempo come una levatrice, favorendo la venuta alla luce dell’amico Lazzaro, ma anche come una madre che vive nel suo corpo le doglie del parto. Per questo Gesù piange l’amico Lazzaro, e con ciò la nostra umanità dolente e mortale. Come una madre, egli si strugge per infondere la vita, per far uscire dall’oscurità e far venire alla luce tutti noi, per condurci dalla morte alla Pasqua di risurrezione. È questo che ci prefigura il racconto di Lazzaro: vi si anticipa la Pasqua del Signore, tramite le quale è dato a tutti noi il dono inestimabile di poter nascere di nuovo nella sua vita.
Del resto, è Gesù stesso – nel Vangelo di Giovanni 16, 21 – che si immedesima nella donna e nell’esperienza del generare; nella madre che è nel dolore perché soffre le doglie del parto, rivelandoci così la consapevolezza che egli avvertiva del suo futuro patire per darci la vita, ma anche la consapevolezza della gioia che ne segue. La donna – dice Gesù – quando partorisce è nel dolore, perché è venuta la sua ora, ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più della sofferenza in ragione della gioia per la nascita di un uomo. Così anche voi – riferendosi ai discepoli – siete nel dolore, ma vi vedrò di nuovo, mi sentirete e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno, proprio nessuno, potrà togliervi la vostra gioia. Forse per questo un tempo in campagna, nella mattina di Pasqua, la gente usciva fuori e si bagnava gli occhi con la rugiada della notte. Rugiada memoriale del battesimo. Un gesto simbolico, che diceva della felicità di riaprire gli occhi, rivedere la luce, il cielo, gli alberi, il volto delle persone care.

Un’altra nascita a cui ebbi il dono di partecipare me la regalò Gloria, catechista in parrocchia. La incrociai infatti nel corridoio del vecchio ospedale Sant’Anna, mentre facevo un giro per visitare i malati e mi riferì che Agata, la mamma di Sofia e di William, stava per partorire. Mi disse, però, che Paul, il papà era un po’ in pensiero, perché la situazione sembrava più difficile del previsto. Così Gloria mi disse “vai, vai a trovarlo al reparto maternità”. Arrivai da lui, trovandolo seduto un po’ rannicchiato su una panchina. Era solo e mi sedetti accanto a lui in silenzio, dopo averlo salutato solo con un cenno della testa. Ogni tanto ci guardavamo, come chi non sa cosa dire, e ci stringevamo nelle braccia. Passò molto tempo, e le infermiere andavano e venivano con alcuni bambini in braccio, ma non erano il nostro. Dopo oltre due ore di attesa, iniziai a pensare a una frase di augurio e conforto con cui congedarmi da lui. Ma proprio mentre gliela stavo per dire, lui mi anticipò dicendomi: “mi fa proprio piacere e mi tranquillizza che sei qui con me”. Così io non ebbi più il coraggio di lasciarlo e rimasi con lui. Aspettai come un qualunque altro papà lasciandomi contagiare dalla sua ansia.
Finalmente dopo molto tempo uscì un’infermiera. Guardava verso di noi con lo sguardo interrogante tenendo in braccio un fagottino. Paul fu più veloce di me e prese quel fagottino tra le braccia commosso. Anzi commosso è dire poco, ma non saprei descrivere quel momento di infinita felicità che contagiò anche me. Poi all’improvviso Paul si girò, mi venne incontro di slancio, tanto che io indietreggiai mentre lui avanzava. A un certo punto però mi fermai e allungai il collo per vedere dentro la coperta, da lontano. Ma lui, accostandosi sempre di più, sollevò quel fagottino e me la mise in braccio. Nemmeno io saprei dirvi la grazia e l’emozione che ho provato nel tenere quella vita nuova appena nata tra le braccia. Fu come un nuovo battesimo: una nuova vita che mi era stata donata in quel gesto, e pensai sorridendo dentro di me che ‘ero nella gioia’ come aveva detto Gesù perché era venuto al mondo… una donna, Gloria Marica.

PRESTO DI MATTINA:
un sogno, una domanda e un “esercizio spirituale”

Buongiorno. Anche in questo sabato di silenzio che conclude una settimana di silenzi. Silenzi vivi però. Quasi a voler anticipare il Sabato Santo: il grande silenzio che avvolge tutta la terra nel giorno in cui il Signore riposa dopo la lotta vittoriosa contro il dragone.

Ho una cosa da chiedervi, anche se so già che molti già la fanno. Pregare penserete voi. Sì anche pregare, perché è importante, importantissimo farlo in questi giorni.  E ricevo numerosi messaggi di persone che m’invitano a ricordare nella preghiera le persone ammalate, quelle sole, i medici, gli infermieri, gli agenti e tutti coloro che lavorano per noi. Ed io rispondo che lo faccio sempre; e alla sera prima di entrare in parrocchia, vado fin sulla porta e sotto le finestre della comunità La luna, vi giro attorno e mentre dico il Pater tocco le pietre del muro una ad una come fossero persone.

Ho sentito anche al telefono il mio medico, che mi ha raccontato che fa il possibile, assieme ad altri suoi colleghi del gruppo medicina, per essere di aiuto a chi chiede loro assistenza. Ma ha aggiunto che i veri eroi sono i medici ospedalieri direttamente a contatto con i malati di Covid. Salutandolo gli ho detto che pregavo per loro e lui di rimando mi ha detto: “Grazie di cuore. Ne abbiamo assoluto bisogno.”.

Ma vi è un’altra cosa di cui c’è bisogno, e non è meno importante del pregare, vale  a dire mettere in pratica la Parola. Sostiene Michel de Certeau che vi è un credere originario, insito nell’umano, nella forma esistenziale: e questo credere è “praticare l’alterità, l’altro”. Quindi vi chiedo – lo chiederei anche i ragazzi del lunedì – di avviare questo esercizio spirituale, per così dire, perché in realtà l’esercizio che vi chiedo coinvolge anche il corpo: ovvero passa dal cuore, arriva allo spirito e solo alla fine affiora sulle labbra, come una risposta a chi hai di fronte.

Ricorderete che nella ricerca del santo Graal, l’unico che lo trova è Parsifal. E questo perché, in ragione della sua ‘trasparenza d’animo’, egli vede con gli occhi del cuore, sa porre la domanda giusta al guardiano che non lascia passare nessuno: e la password che gli permette l’accesso di fronte al guardino anziano e soffrente è “Che cosa ti affligge, qual è la tua sofferenza?”.

Mi ha telefonato anche il papà di Marco, per aggiornarmi sulla situazione in via Assiderato. E – sorpresa! – mi ha riferito che hanno creato una chat per quelli della via, in modo da aiutarsi l’un l’altro tra vicini; si passano le notizie e uno provvede a fare la spesa per tutti. Ecco gli esercizi, le buone pratiche di solidarietà verso coloro che sapete essere soli in casa, scoraggiati o in difficoltà, perché hanno perso il ritmo di prima, anche i giovani ne risentono. Ecco l’opportunità. Pensate a un amico. Pensate ad un vicino. Attivate l’inventiva del quotidiano; e se le strade non sono agibili, escogitate percorsi alternativi nel rispetto del bene comune che è la vita di tutti.

Vi voglio raccontare un’esperienza di tanti, tanti anni fa. Un’esperienza per me così forte che la scrissi nel mio taccuino nel lontano 2000 e poi non dissi a nessuno. Era il primo dicembre, ed ebbi un sogno suscitato da un incontro reale: un sogno che operò in me come un ‘accrescimento di coscienza e di responsabilità’.

Ve lo racconto così come l’ho appuntato.

L’altra notte – scrivevo – ho sognato di essere in un luogo indefinito, un camerone con tanta gente seduta a tavoli piccoli, che non potevi evitare di urtare mentre vi passavi in mezzo, e voltandomi mi accorsi che ad uno di essi era seduto Papa Wojtyła. Con il dito mi fece segno di fermarmi. Quindi mi mostrò un biglietto natalizio con dei lustrini luccicanti, chiedendomi cosa fosse. “Che strana domanda mi fa?”, pensai. “Perché non comprende che è un biglietto natalizio?”. Tenni tuttavia quel pensiero per me e mi fermai per spiegargli cosa fosse. Passò un attimo lunghissimo, e poi sentii come di dovergli chiedere qualcosa: una domanda che porto sempre dentro di me, anche quando dormo o non affiora alla coscienza. Ma diviene martellante, ogni volta che incontro persone imprigionate e scosse dal dolore, dalla malattia, quando ascolto il telegiornale, quando cammino in ospedale o faccio mentalmente l’elenco degli ammalati e delle persone sofferenti della parrocchia. E così chiesi al Papa con un profondo slancio interiore, quasi a voler esigere a tutti i costi una risposta, sicuro che mi sarebbe stata data, come a volermi alleggerire un poco da quella domanda, che a volte è pesante come un macigno, e chiesi – ripetendolo però più volte – “perché tanta sofferenza nel mondo? perché? perché?”. Mi veniva da piangere. Lui però non rispose. Mi alzò in piedi, prese la mia testa tra le mani e l’avvicinò alla sua in modo che le nostre fronti si toccassero. Restammo così un poco, senza guardarci, con gli occhi chini, fronte a fronte. E infine mi svegliai.

Per tutta la giornata pensai al sogno, chiedendomi cosa potesse averlo fatto nascere. Ma niente; non mi veniva una spiegazione. Anche quella sera andando a trovare la nonna di Maria Grazia, lo facevo spesso, che non parlava più a causa di una malattia che l’aveva lentamente paralizzata – tanto che rischiava ogni momento di soffocare, per via della saliva che si fermava nell’esofago oramai immobile e non andava né su né giù – le raccontai il sogno, e dopo avere riferito anche altre cose, ritornai a casa. Il giorno dopo, mentre ero sovrappensiero, ricordai però un gesto a cui non avevo fatto caso la sera prima, né le volte precedenti. E allora compresi. Quando quella signora stava male, fino a soffocare, la figlia o la nuora la sollevavano dalla poltrona mettendola in piedi: poi l’avvicinavano a loro, e fronte a fronte con la mano l’aiutavano a calmarsi e a riprendere il respiro. Ecco da dove veniva il mio sogno. Allora mi sembrò di risentire la domanda: “quanta sofferenza?” e la risposta non c’era, o meglio non era in parole, ma in un gesto piccolo piccolo, che univa due persone nella solidarietà dell’amore: fronte contro fronte, gli occhi chini finché il respiro non ritornava.

Quando morì Giovanni Paolo II, il 2 aprile 2005, mi ritornò vagamente alla memoria del sogno. A farmelo ricordare fu la grande fotografia posta sul sagrato della cattedrale. La foto che lo ritrae con la fronte appoggiata al crocifisso del suo pastorale. Fronte a fronte con il Signore.

ALLA FINE, QUALE DEMOCRAZIA RIMARRA’?
Due virus e due emergenze a confronto: Covid-19 e Terrorismo

Le immagini di piazze e strade svuotate dal Covid-19, dove, ogni tanto, si vedono forze dell’ordine che, con diverse modalità, controllano spicchi di territorio fermando passanti e automobilisti, mi rimandano alla primavera del ’78.
Era l’inizio di aprile. Mi trovavo a Roma per alcuni giorni, per la Direzione Nazionale dei giovani delle ACLI. La prima sera, con alcuni amici veneti e romani, siamo usciti per mangiare qualcosa in un’osteria. Le strade del centro erano deserte, un silenzio spettrale. Girato l’angolo di un incrocio di Via Nazionale, ci siamo quasi scontrati con un gruppetto di soldati di pattuglia che camminavano nel mezzo della strada. Eravamo in pieno rapimento dell’on. Aldo Moro e il ‘virus del terrorismo’ si stava espandendo, facendo proseliti e, purtroppo, numerose vittime. Si cercavano covi clandestini, persone ‘infettate’ dal terrorismo, si cercava di liberare l’ostaggio Moro.

Oggi sappiamo una verità molto differente ma non ancora compiuta. Nonostante numerosi processi, commissioni e soprattutto importanti e approfondite indagini giornalistiche, mancano alcuni tasselli fondamentali che possano fare chiarezza su quell’epidemia politica, sugli ‘untori’ (e mandanti), sui diversi aguzzini.

L’emergenza virale che stiamo subendo in questi giorni, per essere vinta ha bisogno di comportamenti responsabili di tutti noi italiani, di lunga o breve appartenenza a questo amato/non amato Paese. Un Paese fatto di comunità dove il triste tributo di vittime è doloroso e sempre inaccettabile. Anche se sembra impossibile, vanno evitate altre ‘unzioni’ di comodo per trarre qualche temporaneo beneficio politico e, soprattutto, c’è bisogno di tempo per far sì che la ricerca scientifica trovi il vaccino che ci porti fuori da questa pandemia.

Diverso è lo scenario per quanto riguarda il 42esimo anniversario della morte dei componenti della scorta e del rapimento e uccisione di Moro, che ricorre in questi giorni. Il fattore tempo, per chi scrive queste brevi note ed è convinto che la parte più indicibile non sia stata svelata, sembra giocare a sfavore. Più ci si allontana dai fatti e meno testimoni restano. Mi si potrà obiettare che ci sono i documenti, le carte, ma ci dovrà essere qualcuno o qualcosa che ti permetta di poterle ‘leggere’ con cura ed intelligenza. La storia degli Anni di Piombo e delle Stragi di Stato è in gran parte una pagina vuota, un buco ancora da riempire di verità.

Molti si ricorderanno che, a suo tempo, una vulgata molto gettonata affermava che i corpi e gli ambiti infetti/infedeli erano stati debellati, sconfitti. Migliaia e migliaia di pagine dissero che il terrorismo, ‘il virus’, era stato sconfitto grazie alla politica della fermezza. Tutto si era risolto per il meglio, si diceva. La cura era stata efficace e la democrazia ne era uscita rafforzata. Una democrazia fatta di rinunce quotidiane anche dure, importanti, fatte per il bene del Paese.
Il giornalista e studioso Giovanni Fasanella, che ha scavato molto fra quelle carte, nei giorni scorsi sui social ha detto che il Caso Moro non fu solo una ’influenza’ e, se portò lo Stato a sconfiggere il “Partito armato’, a disarticolarlo: “vacillò, però, di fronte a un partito più potente, quello della ‘morte politica’ di Aldo Moro, il suo uomo più lucido […] e da allora il Paese è scivolato inesorabilmente verso il baratro”. Un virus che non ci ha aiutati ad uscire dall’emergenza.

Anche in queste settimane, di fronte al Covid-19, le rinunce sono tante. Vengono chiusi molti luoghi della produzione, della socialità, dell’istruzione, dello stare e fare assieme. La democrazia sembra tenere, anche se molte libertà e molti diritti sono messi in sordina. Rimangono però sul tappeto molte domande aperte. Le persone che oggi perdono il lavoro avranno davvero il sostegno delle comunità in cui vivono, delle forze politiche e sociali, del Governo, per ritrovare una nuova stabilità economica? E, alla fine dell’emergenza, quale democrazia rimarrà? Questa situazione avrà fatto ritrovare a tutti noi il senso di essere parte di una comunità, oppure non ci avrà insegnato niente?

Immagine della cover: di Beppe Briguglio, Patrizia Pulga, Medardo Pedrini, Marco Vaccari http://www.stragi.it/index.php?pagina=associazione&par=archivio, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4490241

 

I bisogni e i desideri della gente comune

da Roberto Paltrinieri

Le considerazioni sviluppate nell’articolo ‘La stella cadente’ pubblicato su FerraraItalia lo scorso 22 maggio danno l’occasione e la possibilità di sviluppare riflessioni attorno al particolare momento di vita civile e politica che stiamo vivendo, per cercare di aiutarci reciprocamente a comprendere sempre meglio a che punto siamo del cammino.
Comincio col porre una premessa, secondo il mio parere essenziale all’analisi successiva: il vero soggetto politico che muove gli attuali equilibri non è Salvini o la nuova Destra ma è la gente comune, tutte quelle persone cioè che, nell’attuale contesto sociale, non sentono di far parte di alcun movimento, partito, sindacato e che per decenni non hanno trovato un interlocutore disposto ad ascoltare il proprio disagio, paura, timore rispetto al presente e soprattutto al futuro. La desertificazione culturale e la minimizzazione dell’istanza morale portata dall’era berlusconiana unita all’allontanamento progressivo, fino all’abbandono al loro destino, di intere fasce sociali da parte della Sinistra, hanno prodotto l’incapacità delle persone di poter dar seguito ai propri desideri, ai propri progetti di vita, fino al punto in cui oggi viene sentita minacciata la soddisfazione dei bisogni fondamentali.
La precarizzazione della vita lavorativa, l’incertezza dei rapporti relazionali a ogni livello,da quelli tra Stati fino ad arrivare a quelli familiari e identitari, non può procedere così all’infinito senza provocare lo sviluppo di un malessere che vediamo oggi sorgere già nei giovanissimi in una sorta di ansia crescente nell’affrontare i problemi legati all’esistenza quotidiana.

Non siamo solamente in mezzo ad una crisi… semplicemente sta cambiando il mondo!
Si stanno modificando i linguaggi utilizzati da sempre e le forme dello stare insieme tra le persone, comprese quelle della politica. Al posto della centralità delle istituzioni tradizionali della società, scuola e famiglia in primis, c’è il centro vuoto del virtuale.
In tale sconvolgimento dove si colloca la classe dirigente dei partiti, gruppi, delle associazioni rappresentative del pensiero cosiddetto ‘progressista’ rispetto al sentire della gente comune?
Lo schema interpretativo con cui è stata letta la precarietà della situazione attuale può essere metaforicamente paragonato a una tabella a due colonne: nella prima vengono posizionati i problemi più urgenti (il lavoro, i migranti, l’Europa), nell’altra una correlativa serie di valori di ‘sinistra’ il cui costante perseguimento porterebbe specularmente alla soluzione dei problemi stessi.
Ed ecco che politiche di solidarietà sono invocate per il superamento delle emergenze legate ai flussi migratori; misure di uguaglianza per diminuire la polarizzazione sociale; il richiamo alla responsabilità per colmare il vuoto esistente tra rappresentanti e rappresentati. Che è come dire: “noi sappiamo sempre che cosa fare, dagli altri solo demagogia!”

Il problema oggi però non riguarda il che cosa, ma il come.
In altre parole si tratterebbe di analizzare come sono state attuate nel recente passato, sotto il segno di governi amici, le politiche di solidarietà, di eguaglianza di opportunità, di responsabilizzazione e di come sarebbe possibile oggi praticarle in un contesto avverso.
Cosa ha visto di tutto ciò la gente comune in questi ultimi anni?
Ha visto la solidarietà interpretata come uno stare vicino ai lontani e uno stare lontano dai vicini.
Ha visto politiche per l’uguaglianza delle condizioni socio-economiche ottenute chiedendo continuamente sacrifici al ceto medio, di coloro cioè su cui pesa la sostenibilità fiscale del nostro paese, nella più totale impunità e intangibilità dei grandi interessi di banche e potentati vari.
E tutto questo all’interno della difesa a oltranza di vecchi privilegi, di diritti acquisiti, di rendite di posizione per una classe dirigente di sinistra mai veramente rinnovata nonostante i cambiamenti di leadership.
Così, proprio all’interno dell’animo delle persone che da sempre si riconoscono unite dalla stessa appartenenza ideale, oltre che dallo stesso impegno civile, sono cominciati a nascere sentimenti contraddittori, nella misura in cui il disagio crescente ha portato ad accettare nei fatti equazioni sommarie del tipo ‘migrante uguale delinquente’, o slogan del tipo “prima gli italiani”.
E se poi da governi lontani anni luce dalla storia della sinistra arrivano paradossalmente benefici che i leader dei governi amici hanno sistematicamente sacrificato sull’altare della salute dei conti pubblici, ecco che anche dalla fila dell’elettorato progressista vediamo oggi allungare sempre più mani aperte per almeno usufruire di quei benefici ora concessi, mentre il viso si volge dall’altra parte per non vedere da che parte provengono coloro che hanno fatto questo regalo!

In politica l’ala progressista non rappresenta più il nuovo da molti anni e il miracolo lo hanno fatto gli altri: la gente comune è andata in Parlamento! In mezzo a loro non c’è nessun potente, nessun corrotto, nessun inquisito! Anzi rinunciano anche alla loro indennità di parlamentare, mentre casomai sui nostri cellulari arrivano immagini di quel politico della nostra parte che ha accumulato due o tre pensioni o che ha un reddito per la maggior parte di noi inarrivabile.
Troppo facile invocare il populismo anche se le cose ovviamente non stanno proprio in questo modo, ma è così che viene generalmente percepito e, cosa ancor più grave, sembra che nessunofaccia nulla: nessun segnale di vera rottura con il passato e di novità verso il futuro, per far diminuire tale percezione.
Penso che anche a livello locale chi si candida a governare una città, non possa fare a meno di prendere molto sul serio quello che la gente comune sente. Riprodurre un aggiornamento del solito schema a due colonne – di qua i problemi, di là le nostre soluzioni – per quanto alta sia la loro ispirazione etica, porterebbe ancora una volta a non essere capiti. Non basta più il credere di stare dalla parte giusta, continuare ad avere la stessa fede politica o religiosa che sia, nel cambiamento. La strada da percorrere, a mio modesto avviso, è suggerita da una frase del giudice ragazzino Rosario Livatino: “L’essere credenti appartiene ad un grande mistero e che sappiamo tutti essere un dono; quello che ci è chiesto oggi è di essere credibili!

E torniamo cosi ancora al come.
Una politica coraggiosa che parta dalla realtà, senza approcci ideologici, ma senza anche l’appiattirsi su di essa, dando le risposte che si riesce a costruire insieme a tutti, concrete e condivise il più possibile. Dove prima di chiedere sacrifici, li si fa in prima persona rinunciando a diarie, privilegi, immunità e benedizioni varie.
E’ questo ‘come’ che Salvini ha interpretato e tradotto in un linguaggio compreso da tutti come vicinanza.
Questo è il significato dell’oramai famoso rosario agitato a scopi elettoralistici e che ha lo stesso significato della studiata presenza del ministro sui social: “Sono uno di voi, ho i vostri stessi bisogni, datemi il vostro voto e realizzerò i vostri desideri”.
Tutto si basa sulla realizzazione concreta di quello che si è promesso, o almeno sulla sua rappresentazione e percezione visiva sui media.
Come del resto poi aveva già fatto Berlusconi, Salvini vuole agire su un piano diverso, si rappresenta come un politico diverso. A Salvini non interessa nulla della profondità dell’appello dei missionari Comboniani, degli articoli di Civiltà Cattolica; nulla dell’indignazione di alcuni rappresentanti delle organizzazioni del volontariato solidale, né di quella di autorevoli esponenti di associazioni culturali; nulla della perplessità e preoccupazione dei principali rappresentanti delle istituzioni europee.
Il prezzo che stiamo pagando per tale impostazione è altissimo perché paradossalmente, come disse Humberto Maturana, non i giovani ma gli adulti sono il futuro. Nel senso che il futuro dei giovani dipende dalla responsabilità degli adulti. E se oggi il mondo che stanno preparando gli adulti è quello rappresentato dalla narrazione salviniana quale significato avranno domani parole come solidarietà, accoglienza, responsabilità?
Quale tipo di humanitas vogliamo lasciare in eredità?
Ricordando gli affreschi del ‘Buon Governo’ di Ambrogio Lorenzetti al Palazzo Pubblico di Siena, penso che la risposta a questa domanda ognuno di noi possa e debba trovarla nella decisione di legarsi spontaneamente a tutti gli altri per procedere così quanto mai lontano dalla tentazione sempre presente del potere, e lungo la via, pur difficoltosa e a volte controversa, che porta al bene comune.

“Dare speranza e dignità agli ultimi”: e in 284 si schierano a sostegno del volontariato

Con questa lettera intendiamo sottolineare il valore dell’impegno di coloro che, mediante le associazioni e il terzo settore, operano per dare speranza e dignità agli ultimi. Si tratta di un lavoro prezioso che si realizza in un clima sociale difficile. In questi giorni il mondo del volontariato e del terzo settore ha protestato contro l’annuncio di una tassa sulla solidarietà. La rivista dei padri francescani aveva pubblicato un editoriale con un titolo volutamente provocatorio: “Se si fa del male al bene c’è da preoccuparsi”. La pressione di una parte dell’opinione pubblica ha prodotto un primo importante risultato. Il vice presidente Di Maio ha dichiarato: “La tassa sul volontariato è sbagliata e la cambieremo dopo la manovra”. Il controllo e l’attenzione dell’opinione pubblica non devono cessare fino alla cancellazione di una misura sciagurata. C’è una lezione importante da ricavare da questa vicenda: se si reagisce in modo compatto si ottengono risultati. Intanto, i firmatari di questa lettera, manifestano gratitudine e riconoscenza per chi lavora ogni giorno per il bene comune, per una inclusione e civilizzazione dei rapporti, per chi sta dalla parte dei più deboli qualunque sia la loro condizione sociale, provenienza etnica e appartenenza religiosa. Inclusione, solidarietà, rispetto dei diritti e dei doveri, significano sicurezza e qualità della vita per tutti, oltre che attribuire un significato concreto alla parola umanità. Nei giorni scorsi si è verificato una grave episodio di intolleranza verso don Domenico Bedin. Nell’esprimergli piena solidarietà, rinnoviamo la nostra vicinanza e il nostro sostegno a tutti coloro che operano per soccorrere coloro che papa Francesco ha chiamato “gli scarti dell’umanità”. In conclusione, ci riconosciamo nelle parole pronunciate dal Presidente Sergio Mattarella: “L’accoglienza, la generosità e il confronto tra donne e uomini di culture, etnie e confessioni diverse costituiscono valori irrinunciabili, poiché solo coltivando il dialogo con l’altro siamo in grado di ampliare i nostri orizzonti, comprendere le sensibilità dei diversi popoli, riconoscere e affrontare le sfide, costruire il bene comune nelle nostre società”.

1) Accardo Paolo
2) Accorsi Emanuela
3) Albano Laura
4) Alberani Chiara
5) Alessandrini Nicola
6) Alvisi Angela
7) Andreasi Carmen
8) Andreatti Giuliana
9) Arnaldo Santoni
10) Arnoffi Sandro
11) Baio Giuliana
12) Baio Maria Beatrice
13) Baraldi Ilaria
14) Baratelli Fiorenzo
15) Barillari Antonio
16) Barone Adele
17) Bassi Beatrice
18) Bassi Valeria
19) Battista Francesca
20) Benini Eugenio
21) Berdelli Ketty
22) Boldrini Andrea
23) Bellini Anna
24) Bellini Barbara
25) Bellistracci Marco
26) Benfenati Gloria
27) Beniamino Marino
28) Benvenuti Chiara
29) Benvenuti Marinella
30) Bertocchi Andrea
31) Bertocchi Gabriele
32) Bertocchi Riccardo
33) Bertolasi Chiara
34) Bertolasi Davide
35) Bertuzzi Cassio
36) Bianchi Ilaria
37) Bianchini Patrizia
38) Bindini Giorgio
39) Bonazza Daniela
40) Bonfa’ Livia
41) Bondi Loredana
42) Bonora Fabrizio
43) Bordini Maria
44) Borelli Alessandra
45) Borgata Giovannella
46) Bosco Jean Mutamvala
47) Bosi Giuseppe
48) Bozzolan Romea
49) Bracardi Monica
50) Braglia Gabriella
51) Cacciato Manuela
52) Calanda Cristina
53) Calabrese Maria
54) Caleffi Simonetta
55) Caleffi Vittorio
56) Campi Roberta
57) Cappagli Daniela
58) Casari Andrea
59) Casaroli Rita
60) Casini Silvana
61) Cassoli Roberto
62) Castelluzzo Mario
63) Caranti Alda
64) Cariani Miriam
65) Cardinale Katia
66) Carletti Fabrizio
67) Cappellani Marco
68) Cavallini Mirko
69) Cavazzini Mauro
70) Cavicchi Claudio
71) Cavicchi Emanuela
72) Cerini Sabrina
73) Chendi Arianna
74) Chiappini Alessandra
75) Chiarioni Antonella
76) Chiarioni Fausto
77) Chiccoli Paola
78) Chieregatti Agnese
79) Chieregatti Francesca
80) Chieregatti Massimo
81) Cobianchi Biagia
82) Colaiacovo Francesco
83) Corallini Alfredo
84) Corinna Mezzetti
85) Costantini Irma
86) Cristofori Tommaso
87) Croce Eva
88) Cuoghi Tito
89) D’Aloja Maria Geltrude
90) Dal Buono Rosa
91) Da Lan Paolo
92) Del Bello Tonino
93) De Los Rios Carlo
94) De Rose Anna
95) Di Martino Agnese
96) Danieli Anna
97) Disaro’ Antonietta
98) Dugoni Gabriella
99) Faccini Anna Maria
100) Fantoni EMANUELA
101) Facchini Fausto
102) Fedeli Silvia
103) Ferraresi Chiara
104) Ferrari Annalisa
105) Ferrari Antonietta
106) Ferrari Beatriz Norma
107) Finotelli Franco
108) Fioravanti Giovanni
109) Fiorentini Leonardo
110) Fiorini Giorgio
111) Folletti Marcello
112) Folletti Nicola
113) Fornito Elisabetta
114) Francesconi Ornella
115) Gallerani Enrico
116) Gallesini Isabella
117) Gallio Rossana
118) Gallini Giuliano
119) Gallottini Riccardo
120) Gambetti Francesca
121) Gardi Gianluca
122) Garuti Susanna
123) Gasparini Marco
124) Gavioli Morena
125) Gavioli Odilia
126) Gessi Sergio
127) Ghezzo Luisa
128) Ghetti Roberto
129) Giannella Eris
130) Giorgi Dario
131) Giorgi Micol
132) Grandi Enrico
133) Grazzi Riccardo
134) Govoni Laura
135) Gualandi Cristina
136) Guarnieri Antonella
137) Guerra Guerrino
138) Guerrini Cinzia
139) Gubinelli Annamaria
140) Guidarelli Guido
141) Lavezzi Francesco
142) Libanori Daniela
143) Liguori Luca
144) Luciani Michele
145) Leonardi Gioacchino
146) Leonzi Daniela
147) Levorato Chiara
148) Lodi Fiorenza
149) Lombardi Paola
150) Lucchini Patrizia
151) Izzi Fabio
152) Kalaja Lumturi
153) Kulli Eduard
154) Maestra Katia
155) Maestri Paolo
156) Mambelli Alberto
157) Mambelli Alessandra
158) Manfredini Rodolfo
159) Mantovani Carla
160) Magagna Claudio
161) Maragna Michela
162) Marchetti Lucia
163) Marchetti Roberto
164) Marchi Massimo
165) Marchiano’ Giovanna
166) Marcolini Paolo
167) Maresca Dario
168) Martiello Noel
169) Martiello Vito
170) Marzola Luca
171) Marzola Roberto
172) Marzola Sara
173) Mascellani Mario
174) Massellani Francesca
175) Massellani Grazia
176) Massellani Marco
177) Mastrangelo Luca
178) Mazzacurati Demetrio
179) Melcesia De Michelis
180) Mencarelli Flavio
181) Mezzetti Corinna
182) Micai Laura
183) Micheli Mirco
184) Milan Claudia
185) Mingozzi Gabriella
186) Mirella Nicoletta
187) Mirolo Graziella
188) Monini Francesco
189) Montanari Ivana
190) Monti Vincenzo
191) Montosi Roberta
192) Morsucci Mascia
193) Murador Piera Francesca
194) Namari Sergio
195) Nani Davide
196) Nannini Fiorenza
197) Occhiali Mariangela
198) Oddi Corrado
199) Omuri Dora
200) Osti Alberta
201) Paganini Samuel
202) Pagnoni Beatrice
203) Paiolo Elisa
204) Palazzi Angelo
205) Paoli Paolo
206) Pardi Angela
207) Pasqualini Silvana
208) Passerini Roberto
209) Pasti Gabriella
210) Pasti Ilaria
211) Pastorello Paolo
212) Patrizi Renata
213) Patroncini Giovanni
214) Pavanelli Lina
215) Pazi Patrizia
216) Picco M.Claudia
217) Piccoli Filippo
218) Piccoli Nadia
219) Pistone Cristiano
220) Piva Giorgio
221) Piva Maria Giuditta
222) Piva Massimiliano
223) Preka Ferdinant
224) Presini Mauro
225) Pulizzi Alessio
226) Ragazzi Anna
227) Ravani Maurizio
228) Rinaldi Francesca
229) Rinaldi Raffaele
230) Rivetti Carlo
231) Rolfini Greta
232) Roncagli Laura
233) Rossi Francesco
234) Rossi Gabriella
235) Rossi Paola
236) Rotola Carmela
237) Rubele Tiziana
238) Ruzziconi Giuseppe
239) Sansoni Gabriella
240) Santolini Ennio
241) Saravalli Erica
242) Sarto Davide
243) Sammarchi Maria Teresa
244) Scanavini Roberta
245) Scaramuzza Teresa
246) Scardovi Gianfranco
247) Schlumper Laura
248) Scida Vincenzo
249) Sbarbanti Silvia
250) Siri Daniela
251) Soriani Elisabetta
252) Soriani Margherita
253) Stabellini Franca
254) Stabellini Gianna
255) Stabellini Sergio
256) Stefani Franco
257) Strozzi Velleda
258) Talassi Renata
259) TrasforiniDaniela
260) Tassinari Fabrizio
261) Tromboli Adriana
262) Tonioli Fabio
263) Tosi Ruggero
264) Turchi Marco
265) Turolla Maria Chiara
266) Turri Pietro
267) Uba Leonardo
268) Vagni Guido
269) Valenti Nazzareno
270) Vanzini Roberta
271) Venturi Gianni
272) Venturi Ivana
273) Vignolo Mauro
274) Vitali Natale
275) Vitelletti Bianca Maria
276) Zaccaria Nino
277) Zagatti Carlo
278) Zagatti Cristiano
279) Zambonati Antonella
280) Zanella Alberto
281) Zanirato Massimo
282) Zanotti Carlo
283) Zattoni Giorgio
284) Zucchini Maurizio

Che paghi il Comune

“Che paghi il Comune!”, un ben noto refrain. Eppure il Comune siamo noi. E se paga il Comune lo fa pure coi soldi nostri… Che c’è, allora, alla base di questa sindrome dissociativa che rende la casa pubblica un’entità estranea, talvolta nemica? Diffusa – e spesso fondata – è la percezione di un potere autoreferenziale, che risponde alle proprie logiche, incurante dei reali bisogni dei cittadini, e che piega le istituzioni a proprio vantaggio.

Riappropriarsi dei luoghi della democrazia – governo del popolo esercitato tramite i propri rappresentanti – significa scacciare i mercanti dal tempio e ripristinare il corretto ordine delle cose. Per riuscire nell’impresa bisogna saper scegliere e designare persone oneste, affidabili, capaci.

Il politico deve essere onesto, certo. Ma essere onesti non basta, il politico deve essere onesto e capace insieme. Il problema invece è che abbiamo molti politici disonesti e qualcuno, perdipiù, anche incapace.

L’onestà è un requisito imprescindibile, ma di per sé insufficiente a garantire il buon governo; per questo servono anche altre doti: competenza e lungimiranza, per esempio. Unite al sapere e magari al saper fare.

Ma non si può prescindere neppure dalla capacità di mediazione. Sì, perché mediare fa parte delle arti del governo (e della vita)… Su questo punto scivoloso, però, bisogna intendersi, perché il cosiddetto compromesso ha una faccia nobile e una ignobile – spesso prevalente in politica e in affari – che comprensibilmente genera un moto di ribrezzo. Troppe volte, anche in sede pubblica, gli accordi si stipulano al ribasso, in forma biecamente compromissoria, e sono finalizzati alla tutela di interessi opachi delle parti coinvolte che prescindono – quando non ostacolano addirittura – il compiersi del reale bene comune. Ma questa evidenza non può cancellare la considerazione del valore del nobile e imprescindibile compromesso, quello che ricerca un punto di equilibrio a salvaguardia di bisogni e legittime aspettative che, laddove non possono essere soddisfatti appieno, devono essere con saggezza contemperati nell’interesse di tutti e a tutela dei diritti di ciascuno. Ma dei diritti, non degli appetiti!

Compromesso è un termine degradato. Ma, respinto l’ignobile compromesso che ben ci è noto, va praticato il suo opposto: il compromesso virtuoso, spesso indispensabile per conciliare, nel limite del possibile, bisogni e aspettative differenti, limitando le ragioni di conflitto nell’ambito comunitario.

Non sempre però il compromesso è possibile, e talvolta non è neppure auspicabile. E’ lecito e opportuno solo laddove sia coerente con i valori che ispirano il patto di cittadinanza stipulato fra i membri della comunità.

Compromesso è mediazione, a tutela di ragioni, ideali e interessi diversi. Con questo spirito i padri costituenti scrissero la Carta che designa le norme fondanti del vivere comune, nel segno del rispetto e della reciproca tolleranza. Rispetto e tolleranza: concetti oggi estranei al lessico di molte forze partitiche.

La classe politica deve invece recuperare questa capacità di mediare al rialzo, non al ribasso. E deve potersi mostrare senza imbarazzi, senza necessità di maschere e belletti utili solo a celare un’immagine appannata. La politica deve tornare a risplendere nella propria limpida onestà. Valore – questo dell’onestà – imprescindibile ma, ripeto, di per sé insufficiente: tale pre-requisito politico deve infatti accompagnarsi alla visione, quindi alla lungimiranza, e insieme alla concreta arte ‘del fare’, attuata rigorosamente con modalità lecite e azioni limpide e trasparenti.

E’ stucchevole dover ribadire questi concetti e a qualcuno potrà apparire banale. Ma se oggi si rende di nuovo necessario enunciarli – e occorre farlo con forza – è perché evidentemente di queste condizioni basilari – e dei valori da cui promanano gli imperativi a cui il politico dovrebbe ispirare il proprio operato – non vi è più certezza, dacché in molti li hanno calpestati e infangati.

Da qui, dunque, si riparte, dalle basi. E solo su ‘queste basi’ è possibile riedificare un progetto politico, qualunque esso sia, degno di essere considerato. Parliamo, quindi, di una condizione pre-politica imprescindibile per chiunque, al di sopra degli specifici orientamenti: una condizione che precede la formulazione del progetto e del programma di governo, un dovere etico imprescindibile, che chiunque deve necessariamente rispettare. Su queste fondamenta nasce la politica, la bella politica, e germogliano la visione, il disegno programmatico, le linee operative e l’individuazione degli interventi concreti: il fare. L’operoso fare, che personalmente auspico a vantaggio del bene comune e a salvaguardia dei più deboli.

 

(Nella foto un’installazione della mostra “Inganni arcimboldeschi” allestita al museo Bertozzi & Casoni di Sassuolo)

Voi (quelli delle privatizzazioni)

di Cristiano Mazzoni

Scusate una domanda, ma voi non eravate quelli del privato è bello? No, non mi sto riferendo ad una categoria in particolare, centrosinistra, centrodestra, oltre, mi riferisco proprio al 99% di voi. Lasciate stare quelli come me, fuori dal tempo, sconfitti per eccellenza, bastonati dalla storia, io parlo proprio del concetto di libera impresa applicato a tutto. Mi spiego meglio, non dicevate che il privato, al contrario del pubblico – fancazzista per eccellenza, statalista, corrotto – era la salvezza e che la libera impresa ci avrebbe salvato dal pubblico bolscevismo? Non dicevate questo? Non fingete, me le ricordo le vostre parole, più imprenditori, meno zavorre, la lungimiranza italiana, la voglia di fare, l’idea, la meritocrazia (degli altri). Ma privatizzando tutto, si privatizza pure la vita, la salute, il bene comune, la scuola. Non fate finta di non averle dette o pensate queste cose. Perché non c’entra un cazzo “allora il Pd”, il “privato è bello” è uno slogan elettorale di tutti, negli ultimi trenta e passa anni. Si pure di quelli che fingono di non avere mai governato quando lo hanno fatto per vent’anni avendo, con vari ministeri incidenti e molto spesso indecenti, firmato i decreti salva-questo e salva-quello.
La “culpa in eligendo” e “in vigilando” va estesa a pioggia all’intera classe politica italiana, passata, presente e forse futura. Nemmeno gli oltre sono immuni dall’attrattiva della bellezza del privato. Veramente, pochi e vituperati dinosauri, non la pensano come voi. Eppure dai, non ditemi che ci state ripensando, non diventatemi comunisti postumi. Azienda sanitaria locale, Azienda ospedaliera, Azienda dei rifiuti e dell’acqua, Azienda delle autostrade, delle ferrovie, Azienda scolastica, ed altre mille bellissime privatizzazioni. Berlusconi, D’Alema, Bossi, Bersani, Maroni, Renzi ed altra porcheria simile, l’hanno sventolata la bandiera che voi, ora criticate. Azienda = scopo di lucro, più guadagni = meno manutenzioni, più profitto = meno salari. Individuate per bene il vostro nemico e poi baciatevi in segreto.

Io rimango ciò che sono, mentre voi continuerete ad inneggiare al privato, per poi piangerne i danni e indignarvi a tragedia avvenuta.

 

Sullo stesso tema leggi anche: “L’abbaglio delle privatizzazioni e la fine della politica” di Sergio Gessi

Indro, la sinistra e i valori perduti

Non fu chiaro subito. All’inizio ci parve un semplice moto di simpatia per il tirannicida: Indro Montanelli, “l’anticomunista” (per qualcuno addirittura “servo dei padroni”) si ribellava al suo editore, Silvio Berlusconi, alla vigilia delle elezioni che sarebbero state viatico al ventennio del Cavaliere. E lasciava – non tollerando ingerenze – la sua creatura, il suo quotidiano, quel “Giornale nuovo” fondato nell’autunno del 1974 e curato con amore paterno. Nella testa di chi lo aveva sino ad allora avversato non fu subito chiaro che l’apprezzamento per quel gesto di dignità – e di coerente riaffermazione di principi lesi – era anche riflesso di un disagio proprio, frutto dello spaesamento che percorreva il popolo di sinistra, spiazzato dalla frana delle ideologie conseguente al crollo del Muro, dalla fine del Pci e dall’appannamento dell’orgoglio di una professata “diversità” etica, determinato dalle vicende di Tangentopoli.
In un mondo, quello della sinistra, alimentato a pane, idealità e schiena dritta, quegli accadimenti della storia procurarono un terremoto esistenziale. Ed ecco, allora, che il gran rifiuto di Indro Montanelli (che pure dei “comunisti” era riconosciuto avversario), percepito e apprezzato allora essenzialmente come atto di coraggio e insubordinazione, rappresentò invece per l’inconscio ferito di chi stava perdendo i propri baluardi ideali, una coerente riaffermazione della non negoziabilità dei valori: una fulgida testimonianza di onestà intellettuale.

In principio fu Indro, dunque. E “La voce”, il quotidiano a cui diede vita esattamente 24 anni fa, il 22 marzo del 1994, che raccolse a sinistra molti lettori, marcò un tratto di cesura con la primavera delle nostre speranze, una sorta di distacco del cordone ombelicale, il prendere il largo da una riva familiare per cercare nuovi porti e coltivare nuove utopie. Non ce ne rendemmo subito conto. E ne fu prova quell’istintivo apprezzamento per il giornalista considerato sino ad allora, a sinistra, emblema della reazione, alfiere di piombo della sponda avversa, espressione della destra che si contrapponeva alle battaglie per l’emancipazione sociale degli oppressi. Se a propiziare il moto di simpatia fu il fiero distacco dal suo editore Silvio Berlusconi, nel fondo c’era il riconoscimento di una profonda onestà intellettuale che la scelta di Montanelli ribadiva, a netto contrasto con le incertezze, le ambiguità e l’incipiente declino morale di molti degli alfieri della nostra riva: nel crepuscolo della ‘rive gauche’ la sua vicenda faceva riaffiorare un tratto di dirittura morale.
Lo spirito liberto e vitale impresso nel carattere della Voce (sulla quale, fra gli altri, scrivevano Marco Travaglio, Peter Gomez, Beppe Severgnini) fu il fiore di primavera contrapposto all’autunno della decadenza dal quale la sinistra non si è più ripresa. Neppure nei rari episodi di apparente riscatto elettorale: persino alle radici del vittorioso Ulivo s’annidavano piante infestanti, velenosi innesti di colonnelli ambiziosi, dediti a spargere veleno per infiacchire la pianta e affermare i propri appetiti di dominio.
E così, fra rivalità, brame personali, appannamento delle idealità, offuscamento dell’orizzonte assiologico, oscuramento del valore della cosa pubblica e del bene comune, esaltazione dell’individualismo e trionfo del privato a tutti i livelli, si è consumata l’ultima estate della sinistra e spianata la strada alla barbarie (non della destra in quanto tale, che in seno coltivava anche personalità colte, raffinate e intellettualmente oneste come il “nostro” compianto Indro), alla protervia dell’egoismo e del rampantismo, che offusca la dimensione comunitaria e cancella il legame sociale.
E fu anche, quella del ’94, la prima e l’ultima estate della Voce. Una voce libera, espressione di valori sopiti, testimoniati per tredici mesi appena. Poi il silenzio.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
In sogno ho sognato

Per essere felici bisogna dare enfasi al futuro. È quello che ha fatto la Norvegia, a capo della classifica della felicità mondiale, investendo i propri profitti a beneficio delle generazioni future. Noi che abbiamo ipotecato il futuro di figli e nipoti dobbiamo essere di una tristezza terrificante. Secondo il rapporto mondiale sulla felicità è importante essere soddisfatti del proprio lavoro, essere felici sul lavoro rende la vita più sostenibile. Ma futuro e lavoro sono ingredienti che da noi mancano da parecchio.
Sono svaniti pure i creativi, quelli che aiutano a sognare, da troppo tempo il nostro orizzonte è grigio uniforme.
Si pensa che la gente si adatti a tutto, digerisca di tutto, quando invece cresce sempre più il numero delle persone che si chiama fuori, che non ci sta a vivere una amministrazione ragionieristica delle proprie esistenze. Di nuovi travet della politica, digitali o analogici, non ce n’è proprio bisogno. Vogliamo incontrare noi stessi, star bene con noi stessi, essere felici di vivere una vita felice, perché questo è il diritto primo di ciascuno di noi, e a mettere al mondo figli senza questa certezza non ci sta più nessuno. Sono tramontati i tempi della procreazione; i figli è già un po’ che nella coscienza delle coppie sono un investimento affettivo. Se così è, è solo la prospettiva di un futuro di felicità che li può contenere.
La cultura corre avanti, anticipa i tempi e le politiche restano indietro, costruiscono zavorre, mentre i denari per chi ce li ha crescono a danno di chi possiede solo la propria vita da gestire e i burattinai ti lasciano pendere dai tuoi fili nell’esposizione scenografica del teatro dei pupi. Non è più il momento della delega a gestire le regole del gioco che altri hanno deciso. Questo è il tema della nostra stagione.
Si muovono concetti nuovi, solo poco tempo fa impensabili. Il bene comune, ad esempio. Ciò che non è né mio né tuo, ciò che è nostro. Mettere in soffitta l’eccesso di alcuni pronomi personali dall’io, al voi, al lei, per riscoprire il noi, l’insieme degli io. Ecco il bene comune, la cui cura non si delega ma spetta a ciascuno, non nell’interesse mio o tuo o di altri, ma nell’esclusivo interesse del bene. È il principio dello sharing, della condivisione, dell’uso non consumistico ma conservativo delle risorse, dai beni all’ambiente. È l’idea che esiste ancora uno spazio per la condivisione, un modo nuovo di pensare e reinventare la partecipazione dei cittadini. C’è spazio per vivere in una città collaborativa e policentrica. Per vincere la filosofia del denaro che ha pervaso la cultura tipica delle nostre città, come scriveva Simmel. Città dove le piazze servono sempre più il mercato sempre meno l’incontro, l’interazione dei loro cittadini.
Incentivare l’energia, l’intelligenza e l’innovazione civica. Occorre consentire alle persone di coltivare se stesse, di prendersi cura degli altri e dei beni comuni, perché da questo può dipendere la felicità pubblica e privata. Non c’è città se la dimensione umana non prende il sopravvento, la dimensione umana che ci esplode intorno.
La “fioritura delle persone” per dirla con Amartya Sen, ecco un altro concetto nuovo.
La “fioritura delle persone” pare parlare dell’impossibile, non c’è luogo del tempo e della storia che la contempli. Noi però quel luogo potremmo provare a desiderarlo e a immaginarlo; ma è necessario che il domani delle nostre città sia già contenuto nell’oggi, se non vogliamo che il futuro ci divenga una terra straniera.
La felicità delle persone come imperativo di ogni città, la città come luogo in cui lo star bene di ciascuno è una realtà. Amartya Sen ha spiegato che la condizione di non benessere o di disagio si determina ogni qualvolta viene negata alle persone la libertà di svilupparsi pienamente, di affermare la propria dignità e valorizzare i propri talenti. Non sarà il salario di cittadinanza a salvare le nostre esistenze, ma amministrare le nostre città in modo da promuovere la “fioritura delle persone”, ciò che per Amartya Sen costituisce il vero fulcro della felicità, l’unico valore da misurare per saggiare il reale benessere di una comunità.
Una città capace di dare senso al tempo della vita dei suoi cittadini, una città capace di unire etnie e generazioni, culture e idee, vite ed esistenze. Una città altra che non è più quella che abitiamo. Occorrono altre lunghezze d’onda, innovazione e talento, immaginare che un’altra umanizzazione è possibile e che anche un’altra città è possibile.
Il futuro doveva avere il volto rassicurante del progresso, di una umanità più umana, ora ha il volto dell’ansia, dell’angoscia, della paura, dell’incerto.
Si può invertire la rotta a partire dalle nostre città: “In sogno ho sognato, vedevo una città / inattaccabile da tutto il resto del mondo, / ho sognato che era la nuova città degli Amici, / nulla v’era colà di più grande del tipo d’amore / robusto, che dominava su tutto, / si rivelava ogni istante negli atti degli uomini / di quella città / nei loro sguardi e parole”. Sono i versi di Walt Whitman.

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Acqua: bene comune e gestione industriale, visioni complementari non contrapposte

Il settore dell’acqua continua a essere di grande interesse industriale e soprattutto di grande importanza ambientale. Sul tema dell’acqua molte cose sono avvenute sia a livello nazionale sia a livello regionale: si tratta di un buon segnale, che indica come stia crescendo la sensibilità generale su questo fondamentale elemento. Proviamo a capire ed elencare cosa serve. Ecco alcune questioni importanti.

E’ di quest’ultimo periodo il frequente richiamo istituzionale e dell’opinione pubblica sull’emergenza idrica; è necessario avviare iniziative per ridurre i prelievi di acqua e incentivarne il riutilizzo. Non si può essere sensibili al tema solo quando si è in crisi idrica come in questo periodo perché tra poco ci occuperemo (senza decidere nulla) di inondazioni.
Ora però dobbiamo approfondire il tema delle perdite idriche perché rappresentano attualmente anche una perdita di credibilità. Le perdite di rete del sistema idrico sono un gravissimo problema. I dati sono drammatici: i bravi gestori si attestano sul 30%, i peggiori sul 60%. Sì, purtroppo si butta la maggior parte dell’acqua potabile. Ci siamo ormai abituati a sentircelo dire. Abbiamo anche imparato la lezioncina, la conservazione di risparmio della risorsa idrica passa da due grandi obiettivi: consumarne meno risparmiandola, ma soprattutto buttarne via meno. Il dato di fatto è comunque che il costo delle perdite di rete ricade sui cittadini (che però non sanno quanto vale) e la soluzione di aumentare le tariffe per aumentare gli investimenti non sembra sufficiente.
La situazione delle infrastrutture idriche e della gestione dell’acqua è fortemente critica; per tentare un superamento della cronica debolezza strutturale sono necessari ingenti investimenti: il problema principale non è valutare dove e come reperire queste risorse, ma individuare le priorità. Una preoccupante opinione diffusa è che a oggi siano prevalenti interventi manutentivi straordinari e non la realizzazione di nuovi impianti e nuove reti. Ricordiamoci che il 24% delle condotte di acquedotto ha un’età superiore ai 50 anni e che nello stesso periodo è stato sostituito solo il 50% di rete acqua; il oltre il 90% degli interventi sulle reti idriche non è programmato, avviene cioè per riparare guasti alle condotte. Un approccio moderno e sostenibile al problema della qualità deve fare riferimento alla qualità dei corpi recettori, sia in senso generale, sia in funzione della specificità degli usi: bisogna incentivare la riduzione degli sprechi, migliorare la manutenzione delle reti di adduzione e di distribuzione, ridurre le perdite, favorire il riciclo dell’acqua e il riutilizzo delle acque reflue depurate.

Serve un coinvolgimento reale dei cittadini e non lasciare solo ai gestori il problema. Sensibilizzare gli utenti al risparmio nell’utilizzo dell’acqua per uso domestico, ma anche contenere e ridurre lo spreco di acqua – anche potabile – negli usi produttivi e irriguo, in particolare incoraggiare e sostenere anche con ‘incentivi economici’ specifici ricerche e studi per migliorare l’utilizzo dell’acqua nei processi produttivi.
Parallelamente è necessario sviluppare una cultura economica dei servizi pubblici ambientali, maggiore attenzione sia a livello di costi, ma soprattutto di prezzi e dunque di tariffe: percorso di civiltà, ma anche necessario sviluppo di una cultura economica dei servizi pubblici locali. Grandi risultati ha portato il lavoro di Aeeg, bisogna proseguire con grande determinazione.
Inoltre c’è bisogno di regolazione. Non vi è dubbio che le scelte del regolatore siano state dettate dalla volontà di perseguire obiettivi di efficienza e di efficacia nell’erogazione del servizio idrico, promuovendo la ricerca di dimensioni industriali e finanziarie delle gestioni adeguate, al fine di garantire un servizio di qualità. Il tema dell’efficienza è stato nuovamente rispolverato nell’ambito dei lavori sul Mti-2: in questo caso la dimensione del limite all’incremento tariffario ammissibile, in assenza di istruttoria Aeegsi, dipende dal superamento o meno di una soglia di costo operativo. Nel nuovo periodo regolatorio 2016-19 Aeegsi ha optato per l’introduzione di un meccanismo di efficientamento che lega l’incremento massimo della tariffa (il cosiddetto theta) al livello dei costi operativi pro capite (o oltre che al rapporto tra investimenti programmati e Rab).

Il ‘giusto prezzo’ dell’acqua è un importante incentivo per incoraggiare un utilizzo sostenibile dell’acqua stessa: una accurata politica tariffaria regola infatti i consumi e soprattutto dà il giusto valore al bene. Nello stesso tempo bisogna trovare forme di incentivazione anche per il gestore che favorisce la riduzione dei consumi (che altrimenti trova nel solo consumo dell’acqua il suo interesse). Incentivare e remunerare la qualità esplicita e implicita – con idonei strumenti tariffari – e nel contempo penalizzare ritardi e disservizi (le carte dei servizi sono uno strumento contrattuale di regolazione e non servire come documento d’immagine). Gli incrementi tariffari non devono essere solo collegati alla copertura dei costi del servizio, ma anche a parametri di qualità.

Questo articolo è ospitato anche da www.acquainfo.it

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Acqua, bene comune per appetiti privati

di Marcella Ravaglia

Il dibattito sui beni comuni nasce e si espande a livello internazionale negli anni ’70, in opposizione ai processi di smantellamento dello stato sociale e della società dei diritti – si ricordi la battaglia contro il Gatt, l’Accordo generale sul commercio dei servizi.
L’economia capitalista di mercato sin dagli anni ’80 è promotrice di un modello di globalizzazione basata sulla mercificazione di ogni bene, la predazione delle risorse naturali, la privatizzazione di beni e servizi pubblici di interesse generale collettivo. Margaret Thatcher all’epoca declinò in modo molto nitido il sistema neoliberista come quello in cui “la società non esiste, esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie”; un sistema rispetto al quale “there is no alternative” (ovvero, non c’è alternativa). Spesso si fa coincidere la nascita del neoliberismo con la dittatura di Pinochet, il quale fra i suoi primi atti nel 1981 privatizzò tutte le acque della cordigliera cilena.
La dichiarazione di Dublino del 1992, per mano delle Nazioni Unite, trasforma l’acqua da “diritto” a “bisogno”, che perciò da bene universale ed esigibile si trasforma in bene economico da acquistare sul mercato. Dall’enunciazione all’applicazione di questo principio nelle politiche dell’acqua il passo è breve, e a compierlo sono primariamente Banca Mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e grandi corporations dell’acqua (Suez, Veolia gia Vivendi, Rwe-Thames water, per citare solo le più note). Nel 1999 l’Unione Europea chiede l’inserimento dell’acqua nel Gats (risorto dalle ceneri del Gatt per mano dall’Omc). Non è un caso se le più grandi multinazionali dell’acqua sono europee, le quali intravedono l’apertura di un mercato mondiale degli acquedotti. Da allora, a 72 paesi del Sud del mondo è stata chiesta la piena liberalizzazione dei servizi idrici, nonostante le fortissime contestazioni dei movimenti altermondialisti (Seattle 1999, Cancun 2003).
Nei paesi del Sud del mondo il servizio idrico ha seguito una diversa evoluzione da quella del continente europeo. Infatti, mentre i paesi imperiali ampliavano le reti pubbliche nelle città europee (attraverso le municipalità), nelle colonie l’erogazione dell’acqua era riservata alle élite. Con l’indipendenza, il Sud del mondo si è trovato con infrastrutture insufficienti, e la mancanza di amministrazioni decentrate ha portato i governi centrali ad affidarsi ai finanziatori internazionali strettamente legati ai paesi europei di precedente dominazione coloniale.
L’acqua, come bene comune pubblico e diritto umano necessario alla vita, è stata oggetto di grandi battaglie ovunque, a partire proprio dalle regioni del Sud del mondo. Prima in America Latina, con la memorabile vittoria del popolo boliviano, che nel 2000 a Cochabamba costringe il proprio governo a cancellare la legge di privatizzazione dell’acqua. In Uruguay, dove dopo un decennio (1994-2004) di tentativi, un plebiscito nazionale blocca le privatizzazioni e inserisce in costituzione il diritto di accesso all’acqua come diritto umano e la gestione esclusiva del servizio idrico da parte dello stato. In seguito le lotte per l’acqua attraversano Honduras, Sudafrica, Guinea, Ghana, Indonesia, Filippine. A fronte delle mobilitazioni popolari e dello scarso ritorno economico, dal 2003 si osserva un blocco e parziale ritiro delle multinazionali da quelle regioni del mondo. Ma è solo un cambio di strategia, le multinazionali si concentrano infatti sui paesi occidentali.
In Italia la privatizzazione dell’acqua comincia nel 1994, attraverso la legge Galli, e prosegue a grandi balzi fino al 2009 con il decreto Ronchi, sotto governi di ogni colore. L’obiettivo è quello di sottrarre la gestione del servizio idrico agli enti locali e portalo in mano ad aziende private di portata sovraregionale, ovvero aziende misto pubblico-privato, che sottraggono ai territori sapere e patrimonio, facendo profitto con la mercificazione di un bene essenziale come l’acqua, esponendosi in molti casi alla finanza globale attraverso la quotazione in Borsa.
Le lotte contro la privatizzazione dell’acqua in Italia nascono a livello territoriale, specie nelle regioni del centro-sud: Sicilia, Sardegna, Lazio, Campania, Toscana, Abruzzo, sono regioni dove prima che altrove si sviluppano le contestazioni per l’entrata dei privati e l’aumento incontrollato delle tariffe. La Toscana è la prima regione a sperimentare il partenariato pubblico-privato, portando Arezzo ad essere la provincia con le tariffe più alte a livello nazionale (oggi è Grosseto). I movimenti per l’acqua pubblica si incontrano proprio in Toscana, nel 2002 in occasione del Forum sociale europeo, e poi nel 2003 in occasione del Forum mondiale alternativo dell’acqua. Nel 2005, con l’intensificarsi delle vertenze territoriali, viene lanciato l’appello per la costituzione del Forum italiano dei movimenti per l’acqua: la prima iniziativa del Forum consiste nella costruzione di una legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione del servizio idrico, legge che ancor oggi è il manifesto dei movimenti per l’acqua. Nel 2007, in sei mesi più di 700 comitati territoriali raccolgono oltre 400 mila firme sulla legge di iniziativa popolare, che viene poi presentata al Parlamento, dove starà a prender polvere per due legislature. In questo contesto sociale opera la Commissione Rodotà, la quale nel 2008 consegna un disegno di legge delega per la riforma delle norme del codice civile sui beni pubblici, lavoro fortemente innovativo, quanto inattuato. Nel 2008 inizia la campagna per la modifica degli statuti comunali attraverso delibere di iniziativa popolare, per il riconoscimento dell’acqua bene comune diritto inalienabile e per la definizione del servizio idrico come servizio di interesse generale privo di rilevanza economica: oltre 200 comuni introducono questa modifica. Nel 2009 il governo Berlusconi fa approvare a colpi di fiducia il decreto Ronchi, che impone la privatizzazione del servizio idrico entro il 2011. Per questo motivo il Forum promuove la campagna referendaria – Rodotà è fra i costituzionalisti estensori dei quesiti – che culmina col voto del 12-13 giugno 2011, quando 27 milioni italiani si esprimono a larghissima maggioranza (98,5% dei votanti) contro la cessione ai privati e contro i profitti fatti sull’acqua. Un risultato frutto di una coalizione vastissima (si dirà “dalle parrocchie ai centri sociali”) e di una mobilitazione capillare fatta tutta dal basso. Va ricordata anche la risoluzione Onu del 2010, che dichiara per la prima volta nella storia il diritto all’acqua “un diritto umano universale e fondamentale”. Il resto è storia recente, in cui i governi (non eletti) che si sono susseguiti in Italia hanno tentato variamente di annullare il risultato referendario, trovando sul loro cammino le contestazioni dei movimenti e spesso anche le bocciature della Corte Costituzionale. Ultima in ordine di tempo, la sentenza di incostituzionalità per il decreto Madia sui servizi pubblici, di cui nell’estate 2016 era stato chiesto il ritiro con una petizione popolare su cui sono state raccolte 230 mila firme.
Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, forte del risultato referendario, ha promosso la nascita della Rete europea dei movimenti per l’acqua, grazie alla quale vengono portate avanti importanti iniziative a livello internazionale. Nel 2012 quasi 2 milioni di firme hanno sostenuto l’iniziativa dei cittadini europei per il diritto all’acqua (Right2Water). Negli ultimi anni poi si sono intensificate le spinte privatizzatrici provenienti da organismi sovranazionali, e dunque è necessario contrastare , oggi più che mai, tutti quei trattati che mirano alla apertura di un mercato mondiale dell’oro blu, in particolare il Ttip e il Ceta. La mobilitazione contro il Ttip, attuata fin dalla sua presentazione nel 2014, ha permesso di vederne la sospensione (non la cancellazione) nel 2015; stessa sorte speriamo avrà il Ceta, l’accordo fra Ue e Canada, ma serve la partecipazione di tutti, ognuno nel proprio contesto e con le proprie competenze. Si scrive acqua, si legge democrazia.

Spunti di lettura
1. Acqua in movimento, Marco Bersani – Edizioni Alegre (2010)
2. Come abbiamo vinto il referendum, Marco Bersani – Edizioni Alegre (2011)
3. Salvare l’acqua, Claudio Jampaglia e Emilio Molinari – Feltrinelli (2010)
4. L’acqua (non) è una merce, Luca Martinelli – Edizioni Altreconomia
5. Il Servizio idrico integrato, 11° indagine di Cittadinanzattiva (marzo 2016)
6. Il Ceta e l’acqua, European water movement (settembre 2016)
7. Fondo campagna referendaria per l’acqua pubblica e contro il nucleare, Fondazione Lelio Basso (2016)

Scacciare i sudditi-consumatori per riappropriarsi del bene comune

“Il bene comune: politiche pubbliche e interessi collettivi” è stato il tema d’esordio. Con il nuovo anno è arrivato anche il nuovo ciclo di “Chiavi di lettura – Opinioni a confronto sull’attualità”, gli incontri di approfondimento su questioni di rilievo locale o nazionale organizzati da Ferraraitalia per leggere il presente e fornire elementi di conoscenza e comprensione. Il primo appuntamento di questa terza serie si è svolto lunedì pomeriggio nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea con la modalità della “tavola rotonda”, quanto mai adatta al argomento trattato:
“A cosa facciamo riferimento quando parliamo di beni comuni?”, ha domandato al pubblico il direttore di Ferraraitalia, Sergio Gessi, nella propria introduzione: “a ciò che è di proprietà pubblica o di pubblica utilità e a ciò che è condiviso dalla comunità”, sia in termini di beni materiali sia in termini di beni intangibili (il patrimonio valoriale: pace, salute, cultura…). Poi ha fatto riferimento alle istituzioni preposte alla tutela e alla salvaguardia di tali beni e al testo predisposto nel 2007 dalla Commissione Rodotà per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici, mai mai approdato nelle aule parlamentari, in cui è scritto:
“1) I beni ad appartenenza pubblica necessaria sono quelli che soddisfano interessi generali fondamentali, la cui cura discende dalle prerogative dello Stato e degli enti pubblici territoriali. Non sono ne’ usucapibili né alienabili. Vi rientrano fra gli altri: le opere destinate alla difesa; le spiagge e le rade; la reti stradali, autostradali e ferroviarie; lo spettro delle frequenze; gli acquedotti; i porti e gli aeroporti di rilevanza nazionale ed internazionale. La loro circolazione può avvenire soltanto tra lo Stato e gli altri enti pubblici territoriali”.
e subito dopo:
“2) Sono beni pubblici sociali quelli le cui utilità essenziali sono destinate a soddisfare bisogni corrispondenti ai diritti civili e sociali della persona. Non sono usucapibili. Vi rientrano tra gli altri: le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli edifici pubblici adibiti a ospedali, istituti di istruzione e asili; le reti locali di pubblico servizio. E’ in ogni caso fatto salvo il vincolo reale di destinazione pubblica. La circolazione è ammessa con mantenimento del vincolo di destinazione”.

Per questo al tavolo dei relatori si sono alternati Marcella Ravaglia del Comitato Acqua Pubblica di Ferrara, Diego Carrara, direttore di Acer Ferrara, Loredana Bondi, già direttrice dell’Istituzione servizi educativi, scolastici e integrativi del Comune di Ferrara e oggi componente del Gruppo Nazionale Nidi Infanzia, e Tito Cuoghi esperto del settore ambiente.

Ravaglia ha ricordato che i movimenti per la difesa dell’acqua sono nati “nel Sud del mondo” per combattere imprese multinazionali “spesso con sede nel mondo sviluppato, anche qui in Europa”, che agivano e agiscono in modo predatorio. Per quanto riguarda l’Italia, uno dei momenti fondamentali è stata la “legge di iniziativa popolare” del 2006, con la quale il Movimento proponeva di superare il partenariato pubblico-privato ma non per tornare al modello gestionale “clientelare” e “disfunzionale” precedente: si suggeriva “un modello nel quale gli enti locali si riprendevano la proprietà e la gestione della risorsa acqua in senso partecipativo”, cioè che permettesse “alla popolazione di intervenire e di decidere insieme non sulle scelte tecniche, ma sugli indirizzi politici del servizio”. Ravaglia ha poi sottolineato che “ in questi anni si sono susseguite le iniziative governative, senza distinzioni, contro il grande risultato referendario del 2011: l’ultima in ordine di tempo è stata il decreto Madia bocciato dalla Corte Costituzionale”.

Carrara ha parlato dell’edilizia residenziale pubblica come di “un pezzo di patrimonio pubblico dimenticato negli ultimi vent’anni”, ma “senza il quale non si riuscirebbe oggi a dare una risposta” a “quattro milioni e mezzo di persone” che versano in condizioni di povertà relativa, “circa sette milioni se si contano anche quelli in povertà assoluta”: per quanto riguarda Ferrara si parla di “7.000 nuclei famigliari che non hanno accesso alla casa”, ha sottolineato il direttore di Acer.
È dunque evidente che sarebbe necessario “ripensare le politiche abitative di questo paese”.

Come bisognerebbe ripensare anche le politiche riguardo i “servizi educativi” perché, come ha affermato Loredana Bondi, “oggi se ne parla solo in termini di costi per la società”. In passato la nostra regione, insieme ad altre come Toscana e Liguria, ha raggiunto punte di eccellenza, mentre ora c’è una certa “superficialità”: i servizi educativi però non riguardano solo la cura dell’individuo o la risposta ai bisogni degli adulti che lavorano, hanno un ruolo fondamentale per “la crescita delle persone” che diventeranno i cittadini del futuro.

Tito Cuoghi ha osservato come “tutto ciò che è stato detto durante il confronto sia in contrasto con il pensiero unico propugnato da un establishment economico che vuole i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”.

A questo proposito Gessi ha citato il Rapporto elaborato dalla ong Oxfam con i dati del 2016 e appena pubblicato: i primi 7 miliardari italiani posseggono una ricchezza superiore a quella del 30% più povero dei nostri connazionali, perciò l’1% più ricco del Paese può contare su oltre 30 volte le risorse del 30% più povero.

L’unico modo per contrastare questo circolo vizioso che aumenta le diseguaglianze a discapito del bene comune e del ben-essere collettivo, a parere di tutti i relatori, è smettere di essere quelli che Chomsky ha definito “sudditi consumatori” e tornare a chiedere una maggiore partecipazione dei cittadini e della società civile alla gestione della cosa pubblica.

“Chiavi di lettura”, come ha spiegato il direttore, proseguirà fino a maggio con un incontro al mese, sempre di lunedì alle 17 e sempre in Sala Agnelli: “quest’anno abbiamo scelto i punti interrogativi, perché coltivare il dubbio rende elastica la mente”. Ecco il calendario dei prossimi appuntamenti: il 27 febbraio “Ferrara violenta? La criminalità fra realtà e suggestione”, il 27 marzo “Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca”, il 24 aprile “Ma la coop sei veramente tu? Cooperazione e impresa ai tempi della collera”, e infine il 29 maggio “Uomini o caporali? Storie di dignità e vassallaggio”.

“La città? Un bene comune”. Storia del sindaco che ha sbaragliato i partiti

Hanno tolto l’assessorato alla Cultura e loro hanno reagito portando in città una serie di eventi culturali. Lo hanno chiamato “Lievito” e come fa la sostanza utilizzata per il pane, l’appuntamento – organizzato dall’associazione “Rinascita civile” – è cresciuto. Come loro, i promotori degli eventi, trasformati in un progetto politico che ha conquistato Latina, la seconda città del Lazio, in nome del “Bene comune”. Latina, un capoluogo di provincia che si porta dietro qualche nostalgico dell’Agro redento dalle paludi (molti i ferraresi che arrivarono a lavorare in cambio dei poderi dell’Opera nazionale combattenti) o del nome originario di Littoria; il peso di essere stato fondato dal Duce e per quanto riguarda la politica due grandi monoliti dal dopoguerra a oggi: prima la Democrazia Cristiana, poi il centro-destra nelle sue varie forme. La Dc fino al 1993, con percentuali “bulgare”, Alleanza nazionale, Forza Italia e le altre realtà di quell’area politica fino a giugno del 2016 con analoghi plebisciti, passando per un paio di commissariamenti causati dalle insanabili fratture – dovute più agli affari, come dimostrano recenti indagini – che a scelte politiche per la città.

LA RIVOLUZIONE
Dal 19 giugno il sindaco è Damiano Coletta, un cardiologo di 56 anni, capace di laurearsi in medicina mentre faceva il calciatore professionista (ha giocato fino alla serie B), uno di quelli che diede vita a “Lievito” nel 2012. Insieme a lui professionisti, imprenditori, docenti universitari, gente passata anche per i partiti ma tenuta all’angolo dalla politica tradizionale, dove continuano a contare le tessere più che le idee. I consensi – quelli che si avevano fino a qualche mese fa – più che la visione di una città. “Latina bene comune” ha ribaltato questi concetti, ha vinto una sfida che sembrava impossibile anche a chi pensava che il sogno potesse realizzarsi, figuriamoci agli osservatori esterni. Invece il sogno è diventato realtà, un’alleanza realmente civica e basata sul rilancio culturale ora guida una città complessa, con un territorio vasto quanto quello di Napoli, il centro storico perla del razionalismo, con le architetture di Oriolo Frezzotti, e i “palazzoni” immaginati negli anni ’80 al di là della Pontina che da Roma conduce fino al mare. Un Lido, quello di Latina, avulso dal resto del tessuto urbano, distante, e i Borghi che continuano a essere una sorta di realtà autonome, con in molti casi usi e tradizioni – spesso anche i dialetti -che provengono dai padri e dai nonni, arrivati per la bonifica. Un capoluogo alle prese con una criminalità autoctona, quella del clan nomade stanziale dei Ciarelli-Di Silvio smascherato da indagini che lambiscono la politica che ha amministrato fino a qualche tempo fa, che si lega spesso agli affari di camorra e ‘ndrangheta per i quali il Tribunale ha riconosciuto specifiche associazioni a delinquere.
In questo quadro, rappresentato inevitabilmente con un “flash”, ha vinto un’alleanza civica. Un’associazione per partire – Latina bene comune – e tre liste: la stessa Latina bene comune, Lbc Giovani e Lbc Latina rinasce. Il giorno nel quale si dovevano raccogliere le firme per presentare le candidature la sede di Corso della Repubblica, in pieno centro, è stata presa d’assalto. Un primo segnale che era possibile raggiungere il sogno, “Cambiare libro” – come hanno ripetuto in una fortunata campagna elettorale.

IL SINDACO
“Abbiamo scelto di andare senza partiti perché sentivamo questa esigenza, nostra e del territorio – spiega Damiano Coletta – si era completamente interrotto il rapporto di fiducia tra cittadino, i partiti per quello che hanno saputo rappresentare qui, la politica e l’amministrazione”.
Come definirebbe questa scelta?
“Di libertà, sin dai primi momenti di questa esperienza e fino all’ultimo abbiamo avvertito la necessità di essere lontani da un modo di fare politica che è stato trasformato, dai partiti, in gestione di altre vicende attraverso la politica”.
I cittadini hanno capito il vostro messaggio e vi hanno premiato, ma al di là della richiesta di cambiamento come siete riusciti a convincerli, secondo lei?
“Tutti i nostri avversari ostentavano una verginità politica che non era tale, anche chi non aveva governato come il Pd, di questo i cittadini si sono resi conto. Lo abbiamo notato nell’accoglienza che ricevevamo, nelle richieste relative al nostro progetto, alle nostre idee, alla nostra storia”.
Partendo dalla cultura, quasi un paradosso in una città dove si è fantasticato di porto, metro leggera e dove l’urbanistica ha spaccato due volte il centro-destra. Ve lo aspettavate?
“Ci credevamo. Quando siamo partiti con Lievito abbiamo dato una risposta alla mancanza di un assessorato alla cultura, abbiamo provato a dare alla città qualcosa che non aveva. Per noi è stata un’occasione di incontro, un modo per rapportarsi e aggregare che è diventato strada facendo un messaggio politico”.
Arrivato forte e chiaro, come quando avete cominciato a denunciare il cosiddetto “Sistema Latina”. Cosa avete trovato?
“Noi lo abbiamo detto in tempi non sospetti, l’operazione Olimpia lo ha confermato, una volta all’intero ti rendi conto di un sistema sfilacciato, i tanti interessi privati che riguardano concessioni, contratti, l’attenzione al particolare e non alla comunità”
E come vi state muovendo?
“Il lavoro più importante è il rapporto con la macchina amministrativa, far capire che va recuperata la dignità del loro compito”
Dopo gli arresti per l’operazione Olimpia una prima risposta l’avete avuta, un’assemblea affollata come mai si era vista prima in Comune. Un bel segnale, no?
“La vicenda ha dato una scossa, è evidente, a chi lavora in Comune ma anche alla città. All’assemblea non abbiamo usato slogan, non siamo andati a pontificare, ma a dire rimbocchiamoci le maniche insieme e ricostruiamo. Ho avvertito da parte dei dipendenti il bisogno di esserci, in quel momento, un’attenzione alla cosa pubblica che prima era indifferenza pericolosa”
Sindaco, non vi aspettavate certo di vincere quando avete iniziato questa avventura. Però vi siete trovati al posto giusto, al momento giusto. Centro-destra spaccato, Grillini che non presentano liste, Pd che alle primarie si è massacrato uscendo a pezzi. Questo lo avete sicuramente analizzato, che dice?
“Sì, onestamente abbiamo avuto una serie di fattori a nostro favore. Prima ancora della campagna elettorale dicevamo se chi ha governato si divide, se i grillini non ci sono, se, se…. Ma sapevamo benissimo che con le ipotesi non vai da nessuna parte. Abbiamo messo in campo un metodo e lavorato bene, mettendoci la faccia di chi non aveva mai avuto a che fare con la politica, riscoprendo la spontaneità, il contatto che la politica aveva perso e che continuerà a esserci”.
In che modo?
“Il primo anno di mandato non lo trascorrerò nel palazzo, ma per strada. Lo sto, lo stiamo facendo con gli assessori e i consiglieri comunali. Abbiamo un territorio vasto, i Borghi che sono una specie di mini città e per i quali immaginiamo una reale integrazione, anche qui una rivoluzione culturale”.
Quando nel ’93 vinse Ajmone Finestra si parlò di “laboratorio del centro-destra”, oggi nascono in provincia realtà locali “Bene comune”, puntate a diventare un modello locale e, perché no, nazionale?
“Piano, piano… Noi dobbiamo pensare al Comune che siamo stati chiamati a governare, con la massima umiltà e mettendoci le nostre capacità. È vero, in provincia abbiamo allacciato diversi rapporti, a livello nazionale qualcuno ha provato a tirarmi per la giacca ma è prematuro. Va fatto un passo alla volta, l’impegno adesso è quello di dare a questa città una buona amministrazione. Abbiamo promesso che cambieremo libro, per farlo servono testa e applicazione totale”.
Dall’ospedale al Comune, com’è cambiata la vita di Damiano Coletta?
“Era già impegnativa, oggi è più stressante, senza dubbio. Ero abituato a gestire le tensioni, ma in ospedale ero padrone del mio destino, in sala operatoria dipendeva da me, qui il discorso è diverso, ci sono innumerevoli fattori e le cose non vanno sempre come vorresti. Ho parlato con sindaci più esperti, mi hanno detto che serve almeno un anno per capire tutti i meccanismi, cercherò di accorciare i tempi. Comunque è totalizzante, con riflessi sulla vita sociale e familiare, ma era inevitabile. Però mi sono dato come regola quella di mantenere degli spazi, lo facevo da medico, prima ancora da calciatore, continuerò ad averli”.
Cultura e legalità sono state e restano la vostra bandiera, come pensate di affermarla?
“Facendo quello che abbiamo detto ai cittadini. Di legalità parlavamo in campagna elettorale, dicevamo che era un’idea da affermare ma venivo criticato perché denunciavo le infiltrazioni criminali. Mi fecero notare che un sindaco non dovrebbe dire certe cose del proprio territorio. I fatti ci hanno dato ragione. Un’amministrazione deve aprire gli occhi e non tenerli chiusi, continueremo ad affermare i nostri principi lavorando”.

IL MOVIMENTO
C’era un’assemblea al giorno durante la campagna elettorale, dopo la vittoria qualcuno si è chiesto “E adesso?”. Il movimento che ha portato all’elezione di Damiano Coletta non si ferma, la sede di Corso della Repubblica continua a essere luogo di confronto e di attività dei gruppi di lavoro. Perché adesso le idee tracciate nel programma devono diventare realtà. Altrimenti il libro non cambierà mai.

 

LINK UTILI

Coletta sindaco
http://www.ilmessaggero.it/latina/latina_al_ballottaggio_la_citta_sceglie_tra_coletta_e_calandrini_segui_la_diretta-1806342.html
http://www.ilmessaggero.it/latina/latina_coletta_sindaco_la_storia_del_medico_ex_calciatore_che_ha_cambiato_la_citta-1807011.html

Operazione Olimpia arresti
http://www.ilmessaggero.it/latina/arresti_comune_latina_di_giorgi_di_rubbo-2079772.html

Operazione Olimpia scarcerati
http://www.ilmessaggero.it/latina/olimpia_tutti_scarcerati_dal_riesame-2109766.html

Operazione Olimpia assemblea con i dipendenti
http://www.ilmessaggero.it/latina/scandalo_in_comune_a_latina_il_sindaco_incontra_i_dipendenti_ora_si_riparte-2082211.html

Latina bene comune

Homepage

Lievito
http://www.lievito.org/

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Chi tutela il bene comune? Lunedì 16 voci a confronto in Ariostea

“Il bene comune: politiche pubbliche e interessi collettivi” è il titolo del primo incontro del terzo ciclo di conferenze “Chiavi di lettura – Opinioni a confronto sull’attualità”, organizzate da FerraraItalia con l’intento di “leggere il presente”. Ogni mese il quotidiano online, fedele al proprio impegno di sviluppare l’“informazione verticale”, proporrà un approfondimento su un tema di attualità, locale o nazionale. Lo farà mettendo a confronto voci e opinioni diverse, per alimentare dibattiti costruttivi che contribuiscano ad ampliare la conoscenza dei fatti, a favorire l’elaborazione di fondati punti di vista, nella convinzione che l’autonomia di giudizio sia imprescindibile condizione per l’esercizio dei diritti di cittadinanza e stimolo per una partecipazione attiva alla vita pubblica.

Quello sul “Bene comune”, in programma lunedì 16 gennaio alle 17 alla biblioteca comunale Ariostea, sarà un confronto a più voci, coordinato dal direttore di Ferraraitalia Sergio Gessi, con il contributo di cittadini che hanno svolto percorsi professionali e operato scelte di vite differenti fra loro.
Al prologo, seguiranno (sempre di lunedì alle 17) il 27 febbraio “Ferrara violenta? La criminalità fra realtà e suggestione”, il 27 marzo “Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca”, il 24 aprile “Ma la coop sei veramente tu? Cooperazione e impresa ai tempi della collera”, il 29 maggio “Uomini o caporali? Storie di dignità e vassallaggio”.

IL DOSSIER SETTIMANALE
Sharing Economy e altre economie

Negli ultimi decenni l’inesorabile traiettoria della civiltà occidentale ha sancito l’esistenza di due fratture epocali. La prima è la rottura tra società ed economia derivante dal tentativo di ridurre la prima alla seconda; il distacco tra un società che si vorrebbe ridotta alla sommatoria di comportamenti di consumatori separati ed un’economia che postula l’equivalenza tra persone e consumatori, ha fatto tornare in auge nei modi più strani quelle relazioni e quei rapporti che si connotano in termini religiosi, sentimentali, spirituali, etnici e comunitari ,che la pretesa omologante del consumismo razionalista insito nel progetto di globalizzazione pensava di aver spazzato via in modo definitivo. Una separazione che ha anticipato il distacco dall’economia reale della finanza, diventata cifra del potere e potenza imperante incontrastata a livello mondiale. Queste separazioni sono in parte attribuibili al tradimento e alla miseria di una politica che ad ogni livello ha perso la sua funzione più nobile, quella di guidare, orientare e dar senso alla vita sociale organizzata, per diventare invece braccio e strumento dei poteri finanziari ed economici.

Da questa deriva avrebbe potuto salvare il richiamo costante ai valori contenuti nella Costituzione Italiana che, non a caso, da anni, da destra e da sinistra, si cerca di demolire. L’Articolo 2 cita infatti i doveri inderogabili di solidarietà economica, politica e sociale; l’Articolo 41 tutela dagli eccessi dell’economia di mercato e così recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Si tratta di un tema ben presente anche in altre costituzioni europee come quella tedesca dove esplicitamente si dichiara: “La proprietà impone degli obblighi. Il suo uso deve servire al tempo stesso al bene della collettività”.

Questi richiami istituzionali al bene comune, alla solidarietà, all’utilità sociale non sono tuttavia andati completamente perduti così come non è andata persa definitivamente la volontà di reinserire l’economia nel sistema dei valori sociali. Tra quanti esplorano soluzioni alternative concetti come quelli di economia del bene comune, economia solidale, economia di comunità, economia del dono, economia circolare, economia post-crescita, economia della decrescita felice ed altri ancora, rappresentano altrettanti tentativi di superare un modello dissipativo che sta inesorabilmente corrodendo i fondamenti stessi delle società.
Si tratta di un linguaggio che usa un alfabeto basato sulle nozioni tipicamente sociali di bene comune, fiducia, apprezzamento, solidarietà, etica, condivisione di valori e risorse, diametralmente opposto al vocabolario aggressivo dell’economia dominante largamente ispirato alla metafora della guerra, dello scontro, della competizione senza quartiere e della sopravvivenza del più adatto. Una prospettiva che procede insieme alla convinzione che qualcosa stia cambiando, in meglio, nella consapevolezza delle persone.

D’altro canto sono anche certi esiti inattesi della tecnologia a modificare aspetti che sembravano consolidati e a proporre nei fatti soluzioni innovative. Internet sta cambiando le regole del gioco mettendo in relazione diretta produttori e consumatori, disintermediando le catene di produzione del valore, aprendo le organizzazioni alla possibilità di attingere alle conoscenze disponibili nella folla sterminata di soggetti connessi; l’internet delle cose rende intelligenti oggetti, processi ed ambienti di vita; attraverso big data e gli algoritmi di calcolo dell’intelligenza artificiale si possono estrarre informazioni e conoscenze inimmaginabili fino a poco tempo fa cambiando il modo stesso di fare scienza e ricerca sociale.

In questo contesto mutevole e complesso si afferma la cosiddetta sharing economy, basata sulle piattaforme digitali collaborative e, forse, su un modo differente di vivere la società e di pensare l’economia.

 

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