Presto di mattina /
Let’s go
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Presto di mattina. Let’s go
Canto della strada aperta
A PIEDI e col cuore leggero mi avvio sulla strada aperta,
In buona salute, libero, il mondo davanti a me,
Davanti a me il lungo sentiero bruno che porta ovunque
mi piaccia.
…
Tu, strada che imbocco guardandomi intorno, non credo
tu sia tutto quello che c’è,
Credo ci sia anche molto che non si vede.
Ecco la profonda lezione dell’accoglienza, che non è
predilezione né disconoscimento,
Il nero dalla testa lanosa, il malfattore, il malato, l’analfabeta
non vengono disconosciuti;
Passano, anch’io passo, tutto passa, nessuno può essere
interdetto,
Nessuno verrà respinto, nessuno mi sarà meno caro.
Tu, aria che mi dai il fiato per parlare!…
Tu, luce che avvolgi me e ogni cosa…
Voi, sentieri tracciati fra le buche ai bordi delle strade!
Credo che in voi ci siano esistenze latenti, non viste, tanto
mi siete cari.
…
Allons! chiunque voi siate venite in viaggio con me!
Viaggiando con me trovate ciò che non stanca mai.
La terra non stanca mai,
La terra è rude, silenziosa, a prima vista incomprensibile,
la Natura è rude e incomprensibile a prima vista,
Non scoraggiatevi, insistete, ci sono cose divine ben celate,
Giuro che ci sono cose divine più belle di quanto le parole
non possano dire.
Allons! non dobbiamo fermarci qui,
Per deliziose che siano queste provviste accumulate, per comoda
che sia questa dimora, non ci possiamo restare,
Per riparato che sia questo porto e per calme che siano
queste acque non ci possiamo ancorare qui,
Per gradita che sia l’ospitalità offerta ci è permesso di goderne
solo per poco.
Allons! verso ciò che è senza fine com’era senza principio,
Pronti a molto patire, marce di giorno, riposo di notte,
A profondere tutto nel viaggio cui tendono, e nei giorni
e nelle notti cui tendono,
A profonderli di nuovo in altre e superiori partenze,
Senza guardare a niente, da una parte o dall’altra, che non
si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza concepire alcun tempo, per quanto distante, che
non si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza guardare su e giù per una strada che non si apra
in attesa di voi, che, per quanto lunga, non si apra
in attesa di voi
…
Allons! la strada è di fronte a noi!
È sicura – l’ho provata – l’ho sentita sotto i piedi – non
lasciarti trattenere!
(Walt Whitman, Foglie d’erba, I Meridiani, Mondadori, Milano 2017, 351; 343; 353)
Let’s go! Allons! Andiamo!
Papa Leone ai giovani che ad Assisi lo scorso 6 agosto hanno partecipato al GO! Franciscan Youth Meeting 2026 nell’omelia per la festa della Trasfigurazione li ha così esortati: «Go! Andate! O meglio ancora: andiamo! Let’s go!».
Queste parole sono risuonate come un invito a partire. Anzi suggeriscono il canto come buona compagnia: “Canta e cammina. Non uscire di strada, non volgerti indietro, non fermarti! direbbe Agostino (Discorso, 256). Così ho pensato di introdurre le parole del papa con un testo poetico di W. Whitman, (1819-1892) Canto della strada aperta.
La scelta di usare il verbo francese al posto di quello inglese corrisponde a una precisa scelta stilistica e di pensiero: nobilitare il verso poetico con una lingua che richiamasse principi di democrazia, libertà, uguaglianza, che fosse lievito di cambiamento e trasformazione. In questo testo, del resto il poeta non rivolge un invito a un’allegra camminata, ma un appello pressante, una chiamata ad aprirsi e camminare la strada alla libertà e fraternità universali, invito non solo agli americani, ma all’umanità intera.
Se per il curatore e traduttore Mario Corona può essere considerato «il manifesto della libera vita americana al maschile. Nomade, svincolata da ogni norma, consuetudine o conformismo» (ivi, 1412); tuttavia nell’intera opera di Foglie d’erba approfondita da Antonio Spadaro su La Civiltà Cattolica vengono a convergere due voci: il bardo d’America e quella dell’inquietudine pascaliana, la voce di chi si scopre esistenzialmente posto tra spensieratezza, ardimento e solitudine, tra il nulla e l’infinito, il reale e l’ideale, tra il già e il non ancora.
«I versi di Foglie d’erba attestano, se ben letti, l’attesa di una visione, il tendere inesausto verso una novità radicale, la profezia di un rapporto pieno tra l’uomo e la sua terra, di una fratellanza radicale tra gli uomini, di una laboriosità maestosa che sia reale con-creazione del mondo, l’attesa di una parola «vera» che dica la realtà e non resti solamente appesa a fantasie…
Non è dunque un altro Whitman quello che scrive: è lo stesso poeta entusiasta e fiducioso nell’evoluzione, ma dopo aver conosciuto il dolore collettivo della guerra e quello personale della paralisi. (Così egli) è capace anche di riconoscere il volto di Cristo in un giovane colpito a morte» (ivi, 7 giugno 2003, 3671, 440; 441-442).
UNA SCENA nell’accampamento sul far del giorno grigio
e fosco,
Mentre dalla mia tenda emergo molto presto senza aver
dormito,
Mentre lento cammino nell’aria bella fresca sul viottolo
lungo la tenda dell’ospedale,
Tre forme vedo giacere in barella, giacere là fuori senza
cure,
Su ciascuna è distesa la coperta, una grande coperta di 5
lana marroncina,
Grigia e greve coperta, che tutto avvolge e copre.
Curioso mi soffermo in silenzio,
Poi con dita leggere dal volto del più vicino sollevo appena
la coperta;
…
Poi al terzo – un volto né giovane né vecchio, calmissimo,
d’un bell’avorio giallo-bianco;
Giovane, credo di conoscerti – credo che questo volto sia
il volto stesso del Cristo,
Morto e divino e fratello di tutti, che qui di nuovo giace
(Fili d’erba, 705).
La Trasfigurazione è la gemma nascosta, Pasqua germinale anche in noi
GEMME non viste, infinite, ben nascoste,
Sotto la neve e il ghiaccio, sotto il buio, centimetro su
Centimetro
Germinali, squisite, in ricami delicati, microscopiche,
non nate,
Come bimbi nei grembi, latenti, ripiegate, compatte,
dormienti;
Milioni di milioni e miliardi di miliardi, in attesa,
(Sulla terra e nel mare – nell’universo – nelle stelle su
nei cieli),
Premono lente, avanzano decise, senza tregua dandosi
una forma,
Ed altre ancora, di continuo, sempre di più, stanno in
attesa
(ivi, 1257; 1259).
Trasfigurazione di Gesù sul monte esprime cambiamento, metamorfosi appunto, e movimento. Episodio posto sul cammino di Gesù, il suo esodo, il movimento con i suoi verso la sua Pasqua. Non a caso gli Ortodossi la chiamano Pasqua dell’estate. È la gemma nascosta nel Nazareno, Figlio dell’Uomo e pure latente come una maternità in ogni vita, dove una moltitudine è in attesa.
Così papa Leone ai Giovani: «Carissimi, la festa della Trasfigurazione, che stiamo celebrando, è un mistero di luce che ci aiuta ad approfondire il nostro incontro, così gioioso, ma anche denso di interrogativi sul presente e sul futuro. Troviamo nel racconto evangelico il contrasto fra luce e ombra, silenzio e parole, stupore e incomprensione.
Siamo ad Assisi, una città alla quale salgono da secoli tanti pellegrini – oggi anche noi – perché qui tutto sussurra che la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo. Qui è iniziata la trasfigurazione di Francesco, di Chiara e poi di migliaia di altri giovani: hanno accolto il Vangelo sine glossa – noi diremmo: senza sconti – e la vita di Gesù è ricominciata in loro. Siamo arrivati qui per capire dove va la storia e dove stiamo andando noi. Nel Vangelo vediamo che si può trovare un senso, si può intravvedere una strada».
Allons! verso ciò che è senza fine com’era senza principio,
Pronti a molto patire, marce di giorno, riposo di notte,
A profondere tutto nel viaggio cui tendono, e nei giorni
e nelle notti cui tendono,
A profonderli di nuovo in altre e superiori partenze,
Senza guardare a niente, da una parte o dall’altra, che non
si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza concepire alcun tempo, per quanto distante, che
non si possa raggiungere e oltrepassare,
Senza guardare su e giù per una strada che non si apra
in attesa di voi, che, per quanto lunga, non si apra
in attesa di voi
…
Allons! la strada è di fronte a noi!
È sicura – l’ho provata – l’ho sentita sotto i piedi – non
lasciarti trattenere!
(Canto della strada aperta, 359; 365)
Andare verso ciò che è senza fine com’era senza principio è «osare quell’obbedienza allo Spirito Santo che ha reso audaci e creativi tutti coloro che hanno accettato di seguire Gesù: noi ci de-figuriamo separandoci da Lui e dagli altri; ci trasfiguriamo, invece, nei legami che nutrono e chiamano alla vita. La spiritualità francescana, nella quale siete stati formati, è tra le più attente a riparare i rapporti fondamentali con Dio e con tutte le sue creature: un’armonia da custodire e coltivare, oggi più che mai.
In questo senso, all’inizio della mia prima Enciclica ho suggerito che «Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto.
Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”. Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza”» (Magnifica humanitas, 1).
La vita in mezzo ai poveri, là mi troverete
La dinamica del vangelo come quella della gemma nascosta della Trasfigurazione non è una dinamica di conservazione, ma è una dinamica di movimento – metamorfosi è detta in greco – verso un cambiamento radicale, uno sguardo che ci orienta, ci converte ai più poveri, chiama ad una “conversatio cum pauperibus”, la vita in mezzo ai poveri, come affermava papa Francesco, andando verso coloro che vengono sfruttati come semplici risorse produttive, là dove la dignità umana è negata.
Così papa Leone: «Ebbene, cari giovani, osate credere nella parola del Vangelo, diventate umani con la libertà di Gesù Cristo, abbracciate sorella povertà! Il titolo del vostro incontro – Go! – è una missione, un invio su strade di cui non abbiamo le mappe, perché si aprono ascoltando il cuore, obbedendo allo Spirito, seguendo il Risorto dove ha voluto precederci.
Go! Andate! O meglio ancora: andiamo! Let’s go! Ai margini, dove l’ingiustizia e la prepotenza di pochi negano la dignità e i sogni di molti, di troppi figli e figlie di Dio. Papa Francesco, ispirandosi al Poverello di Assisi, ci ha messi in guardia dalla “tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore.
Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano” (Francesco, Evangelii gaudium, 270).
«Se subito non mi trovi non scoraggiarti,
Se non mi trovi in un posto cercami in un altro,
In qualche posto mi sono fermato e t’attendo»
(Foglie d’erba, 213).
Cover: Foto di Tung Lam da Pixabay
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